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N° 7 Maggio 2011 Rivista bimestrale dell’Associazione LIberaMente Distribuzione gratuita

illustrazione: Sara Ninfali

“...in questo povero paese in cui la politica, a destra e a sinistra, sembra aver perso la bussola democratica... (Gianni Barbacetto)

REFERENDUM

12 e 13 GIUGNO è ora di partecipare

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Editoriale

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Rifiuti zero

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Dove arriva il politico e dove il funzionario

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...Basta che ognuno faccia la sua parte

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L’appello

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Pulire in modo ecologico Pulire la cucina

Dai rifiuti organici una nuova alternativa

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Il libro

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Gli scorretti sostenitori

Sta cadendo il muro del mediterraneo


L’ E D I T O R I A L E

GUARDA! Racconti di Michel Piquemal C’erano una volta un uomo molto ricco e uno molto povero. Avevano tutti e due un figlio e vivevano ai lati opposti di una grande collina. Un giorno, l’uomo molto ricco portò suo figlio in cima alla collina e, abbracciando tutto il paesaggio con un gesto delle braccia, gli disse: - Guarda, un giorno tutto questo sarà tuo! Nello stesso momento, l’uomo molto povero portò suo figlio sull’ altro versante della collina e, davanti al sole che illuminava la pianura, gli disse semplicemente: - Guarda!

La Bussola - periodico culturale Registrato presso il tribunale di Pesaro il 14 - 1 - 2010 , n° di registrazione 568 n°7 chiuso il 12 Maggio 2011

Direttore responsabile Felice Massaro FeliceM@associazione-liberamente.it Redazione MonteMaggiore al Metauro (PU) Via Carbonara 40 redazione@associazione-liberamente.it Grafica e impaginazione Paola Bacchiocchi PaolaB@associazione-liberamente.it Stampa Stampa Ideostampa Calcinelli Pubblicità pubblicità@associazione-liberamente.it Informazioni info@associazione-liberamente.it

Gli autori si assumo le rispettive responsabilità

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Gheddafi Putin – Nazarbayev di Felice Massaro Nel 1976, nella redazione de L’Espresso, imparai già molto sulle energie alternative pulite la cui materia prima (sole, vento), essendo inesauribile e libera, irritava le compagnie petrolifere e le multinazionali che prosperano con l’estrazione e la vendita del petrolio e dell’uranio. Queste ultime, ad esempio la Metex, si videro costrette ad aggiungere buste-paga per politici, giornalisti, docenti universitari, scienziati e, ultimamente, anche oncologi dalla faccia di bronzo, perché difendessero il nucleare. La gente, quindi, è avvolta da una disinformazione accurata, capillare e, in alcuni casi, autorevole. Logico l’inevitabile disorientamento. I fautori del nucleare non parlano dei costi altissimi per costruire, conservare e smantellare le centrali nucleari (hanno una durata media di 30 anni); del costo altissimo dell’uranio necessario per il loro funzionamento; del problema della conservazione delle scorie radioattive, ancora irrisolto per quelle già esistenti; né parlano dei rischi Chernobyl, Fukushima, Onagawa. Dicono semplicemente che l’energia nucleare è necessaria perché la produzione di energia da fonti alternative è insufficiente. E questo è vero. Ma è anche vero che, se dal 1976 il sole e il vento non avessero avuto nemici così potenti, oggi avremmo energia a sazietà. La teconologia, infatti, se non ha nemici, produce risultati strabilianti. Un esempio per tutti. Il primo computer l’ho acquistato nel 1982. Si tratta di un M20 Olivetti, pagato 21 milioni di lire, con memoria ram 256K cioé 262.144 byte e un dischetto di 356Kb per i dati. Oggi ho un notebook pagato 420 euro (circa 23 volte in meno), con ram di 4 GB cioé 4.294.967.296 byte. Esattamente 16.384 volte quella dell’Olivetti). Sono numeri reali e incredibili. Se non fosse stata frenata la ricerca per lo sviluppo di tecnologie riguardanti ad esempio il fotovoltaico, oggi avremmo abbondanza di energia, a buon mercato e senza rischi. Risultati che comunque otterremo. E invece? Il nostro Presidente del Consiglio stringe amicizie con i grossi produttori di uranio per poter concretizzare il colossale affare delle centrali nucleari che tanto ama. Ad Astana, in Kazakhstan, secondo produttore al mondo di uranio, chiudendo la seconda giornata del summit Osce, il nostro Berlusconi si rivolge così al dittatore Nazarbayev (presidente a vita!) “Nursultan tu sei un leader molto amato dal tuo popolo. Ho letto un sondaggio, condotto da un istituto indipendente, che ti assegna il 92% di stima e amore del tuo popolo, un consenso che non può che basarsi sui fatti”. E i fatti, lo sa ma non lo dice, sono la repressione e il pugno di ferro. A Gheddafi (petrolio) il baciamano, con Putin (metano) scambio di letti, a Nazarbayev (uranio) per ora solo un riconoscimento di padre della patria. Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? URANIO NEL MONDO Nazione Kazakhstan Australia Canada South Africa Namibia Brazil Russian Fed. USA Uzbekistan

Tonnellate di U235 1’074’000 622’000 439’000 298’000 213’000 143’000 158’000 102’000 93’000

Percentuale mondiale 30% 17% 12% 8% 6% 4% 4% 3% 3%


MOVIMENTI

“...BASTA CHE OGNUNO FACCIA LA SUA PARTE ” di Movimento Agende Rosse provincia PU Il 23 maggio 1992 Falcone è in macchina con la moglie e l’autista, sulla strada che dall’aeroporto di Punta Raisi conduce a Palermo. Sono rientrati da Roma per andare a Favignana a vedere la mattanza. A Falcone piace guidare e questa volta sta guidando lui, una macchina di scorta davanti e una dietro. L’autista, (Giuseppe Costanza n.d.r.), dice: “Dottore, dopo mi può dare le chiavi della macchina altrimenti se le porta su in casa”. Falcone è talmente sovrappensiero che stacca in corsa le chiavi spegnendo l’auto. La macchina inchioda “Così ci ammazziamo”, racconterà di aver detto l’autista. Intanto Brusca, pensando che si fossero accorti di qualcosa, schiaccia in anticipo il pulsante per azionare la bomba. Cinquecento chili di tritolo disintegrano la prima auto, quella della scorta. La seconda viene scaraventata contro il manto stradale, che si era sollevato. Così perde la vita Giovanni Falcone, assieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Feriti l’autista del giudice Falcone, Giuseppe Costanza, altri tre agenti di polizia a bordo di una terza auto blindata rimasta danneggiata dall’attentato e una decina di automobilisti che si trovano a passare nel tratto autostradale al momento dell’esplosione. Giovanni Falcone nasce a Palermo il 18 maggio 1939 nel quartiere popolare La

Kalsa in cui vivono, tra gli altri, anche Paolo Borsellino e Tommaso Buscetta.

Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai. Così afferma Chinnici, il primo magistrato a recarsi nelle scuole per parlare agli studenti di mafia e dei pericoli della droga. Seguendo il suo esempio, anche Falcone e Borsellino cercano il più possibile di parlare alla gente. All’indomani del tragico attentato al giudice istruttore Cesare Terranova (il 25 settembre 1979), Giovanni Falcone comincia a lavorare all’Ufficio istruzione di Palermo. Il 29 luglio 1983 il consigliere Rocco Chinnici, a 58 anni, viene ucciso con la sua scorta da una autobomba. A sostituire Chinnici arriva Antonino Caponnetto che riprende l’intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Caponnetto si insedia concependo la creazione di un “pool” di pochi magistrati che (così come sperimentato contro il terrorismo) possano occuparsi - esclusivamente e a tempo pieno - dei processi di mafia. Il vantaggio è doppio: da un lato favorire la condivisione delle informazioni tra tutti i componenti e minimizzare i rischi personali, dall’altro garantire, in

ogni momento, una visione più ampia ed esaustiva possibile di tutte le componenti del fenomeno mafioso. Nello scegliere i suoi uomini, Caponnetto pensa subito a Falcone per l’esperienza e il prestigio acquisiti, ed a Giuseppe Di Lello, pupillo di Chinnici. Lo stesso Falcone suggerisce poi l’introduzione di Paolo Borsellino, mentre la scelta dell’ultimo membro ricade sul giudice più anziano, Leonardo Guarnotta. Una vera e propria svolta nella lotta alla mafia avviene con l’arresto di Tommaso Buscetta, che decide di collaborare con la Giustizia. Il suo interrogatorio, iniziato a Roma nel luglio 1984, si rivela determinante per la conoscenza non solo dei fatti, ma specialmente della struttura e delle chiavi di lettura dell’organizzazione di Cosa nostra. Dalle sue dichiarazioni e dal prosieguo delle inchieste e delle indagini di Chinnici, si arriva a costruire il Maxiprocesso. A seguito della morte dei funzionari di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, avvenuta nell’estate ‘85, si comincia a temere per l’incolumità anche dei due magistrati che vengono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le loro famiglie presso il carcere dell’Asinara (dove, incredibilmente, dovranno pagarsi le spese di soggiorno e consumo bevande). Il 16 novembre 1987 è una data storica per il pool antimafia: presso l’aula bunker di Palermo termina il Maxiprocesso iniziato il 10 febbraio 1986 - che sentenzia 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe a carico di 475 imputati. Caponnetto si appresta a lasciare l’incarico per ragioni di salute e per raggiunti limiti di età. Alla sua sostituzione vengono candidati Giovanni Falcone ed Antonino Meli. Nel settembre 1987, dopo una discussa votazione, e contro ogni aspettativa, il Consiglio Superiore della Magistratura nomina Meli, secondo la tradizione per cui passa di grado solo il più anziano in servizio e non il più bravo. Il 21 giugno 1989, Giovanni Falcone è oggetto di un attentato presso la villa al mare dell’Addaura (nel lungomare di Palermo), affittata per trascorrervi il periodo estivo assieme alla moglie, il magistrato Francesca Morvillo, con cui si era unito in matrimonio nel maggio 1986. Si 3


arriverà a dire che la bomba la mise Falcone stesso per attirare l’attenzione. Intanto, al Palazzo di Giustizia di Palermo arrivano una serie di lettere anonime che diffamano Falcone ed i suoi colleghi come Giuseppe Ayala e Pietro Giammanco, oltreché il Capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi ed investigatori come Gianni De Gennaro e Antonio Manganelli. I contenuti sugli accadimenti all’interno del tribunale sono così ben dettagliati che nello stesso ambiente degli informatori di polizia queste missive vengono attribuite ad un “corvo”, ossia a un magistrato non meglio identificato (denominato appunto “corvo” dalla toga nera che i magistrati indossano in udienza). A maggio del ‘90 esplode un’altra violenta polemica. Leoluca Orlando, allora sindaco di Palermo, interviene alla trasmissione televisiva di Rai 3, Samarcanda, condotta da Michele Santoro dedicata all’omicidio di Giovanni Bonsignore, scagliandosi contro Falcone, che, a suo dire, avrebbe “tenuto chiusi nei cassetti” documenti riguardanti i delitti eccellenti della mafia. Si asseriscono responsabilità politiche alle azioni della cupola mafiosa (il cosiddetto “terzo livello”), ma Falcone dissente sostanzialmente da queste conclusioni, sostenendo, come sempre, la necessità di prove certe. Nel settembre 1991 Salvatore Cuffaro, all’epoca deputato regionale poi presidente della Regione Siciliana per il centro-destra, interviene ad una puntata speciale di Samarcanda in collegamento con il Maurizio Costanzo Show e dedicata alla commemorazione dell’imprenditore Libero Grassi, ucciso dalla mafia. Cuffaro - presente tra il pubblico - si scaglia con veemenza contro conduttori ed ospiti (tra cui Falcone), sostenendo come le iniziative portate avanti da un certo tipo di “giornalismo mafioso” sono degne dell’attività mafiosa vera e propria e lesive della dignità della Sicilia. Nel 1990, Falcone, divenuti sempre più aspri i dissensi con Giammanco, opta per accettare la proposta di Claudio Martelli, allora vicepresidente del Consiglio e ministro di Grazia e Giustizia ad interim, a dirigere la sezione Affari Penali del ministero. Nel marzo del 1991 si trasferisce, quindi, a Roma. Il ruolo di “Superprocuratore” a cui sta lavorando potrebbe consentire di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose, sin lì impensabile. Ma ancor prima che Falcone venga for4

malmente indicato, si riaprono ennesime polemiche sul timore di una riduzione dell’autonomia della Magistratura ed una subordinazione della stessa al potere politico. Il 29 ottobre del 1991 il giornalista Lino Jacuzzi commenterà così la candidatura di Falcone alla guida della Direzione Nazionale Antimafia:

Da oggi, o da domani, dovremo guardarci da due “Cosa nostra”, quella che ha la cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma. Nonostante la sua forte determinazione, Falcone diventa sempre più solo all’interno delle istituzioni, condizione che prefigurerà tristemente la sua fine. Emblematicamente, il giudice ottiene la nomina a Superprocuratore il giorno prima della sua morte.

Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere. Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l’essenza della dignità umana. Nella vita di Giovanni Falcone, ciò che può stupire è il fatto che sia stato oggetto di critiche, polemiche e osteggiato nel suo lavoro, in particolare quando fu nominato Meli come successore di Caponnetto. Ma la sua morte azzera le polemiche e Falcone diventa un eroe, quasi che la morte fosse l’unica prova possibile dell’autenticità della sua lotta alla mafia. Falcone lo sapeva bene, tanto da sottolinearlo in una trasmissione televisiva condotta da Corrado Augias: Corrado Augias: Lei dice nel suo libro che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacchè lei fortunatamente è ancora tra noi, chi la protegge? Giovanni Falcone: Significa che per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo Paese? Questo è il Paese felice in cui, se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere. Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza con-

trasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere. [Giovanni Falcone] Piuttosto che ricordare l’eroe, capire e trasmettere a quanti più italiani - che ancora non hanno perso il senno e il significato di ciò che chiamiamo coscienza civile - che Giovanni è stato un uomo, un italiano onesto, umile, con un profondo senso dello Stato, ma pur sempre un uomo come noi, forse ci aiuterebbe a percepire meglio e più completamente i messaggi che ci ha trasmesso. È per questo che la cosiddetta “società civile” riconosce come eroi veri quelli come lui, che non si sentivano tali, ma nell’Italia di oggi lo diventano proprio malgrado, semplicemente facendo il proprio dovere. La distanza, incolmabile, tra eroe e semplice modello da seguire, solleva da ogni responsabilità coloro che con facilità si definiscono “comuni mortali”, prendendo autonomamente le distanze dagli eroi di tutti i giorni, che eroi non sono, ma solo esseri umani in grado di fare il proprio dovere. Non potendo certo sperare, ad oggi, in una “rivoluzione” culturale, morale e civile da parte delle istituzioni, sta a noi assimilare questo concetto, farlo proprio, tentare di portare avanti i propri valori senza strumentalizzazioni esterne e di varia natura, imparare a scavare nell’anima e rispolverare il coraggio. Certo non è da tutti, ma tentare di riflettere sul sacrificio della vita di Giovanni senza dubbio aiuterebbe a costruire un’Italia migliore, di certo diversa. Non è finito tutto, come il povero Caponnetto disse con voce tremante e interrotta dal dolore, dopo la strage di via d’Amelio. E non finirà, finché porteremo avanti con tenacia, ostinazione e coraggio i valori e trasmetteremo i messaggi che questi nostri straordinari uomini italiani ci hanno donato. “ … basta che ognuno faccia il suo dovere”, diceva Giovanni. Fonti: “Vieni via con me” di Roberto Saviano; Biografia di Falcone presa da “Per esempio. Modelli e testimoni del possibile” IIa edizione – Orti Giuli, Pesaro 17-20 giugno 2010 a cura di Lucia Ferrati.


RIFIUTI

DAI RIFIUTI ORGANICI UNA NUOVA ALTERNATIVA “Il vostro futuro non è ancora stato scritto, quello di nessuno. Il vostro futuro è come ve lo creerete, perciò createvelo buono …”

di acqua tra irrigazione delle colture e processo di trasformazione. Semplicemente una follia! Insomma, un prezzo troppo alto da pagare per un pianeta che da qui al 2040 sarà abitato da più di 9 miliardi di persone, per le quali cibo e acqua potabile (possibilmente non-radioattivi) saranno le prime, vere, irrinunciabili priorità.

dal film “Ritorno al futuro – Parte III” di Robert Zemeckis, 1989. di Angelo d’ Agostino In una fortunata trilogia cinematografica della seconda metà degli anni ’80, Doc, lo scienziato folle di “Ritorno al Futuro”, aveva modificato una DeLorean per compiere i suoi viaggi nel tempo. Per alimentare i ‘circuiti temporali’ e il ‘flusso canalizzatore’ gli bastava introdurre nel dispositivo una … buccia di banana. Sono passati poco più di vent’anni e sembrerebbe che gli scienziati odierni siano ormai prossimi a tramutare in realtà quella fortunata intuizione narrativa. Lo sviluppo di nuove tecnologie bioenergetiche, che sfruttano i rifiuti organici comunali (che rappresentano circa un terzo dei rifiuti prodotti) e gli scarti delle industrie agroalimentari, potrebbe infatti giocare un ruolo molto più importante nel prossimo futuro di quanto non si pensasse in passato, in particolare nel campo della produzione di energia termica e in quello dei biocarburanti liquidi o gassosi. Tra le principali risorse biologiche a elevato potenziale energetico si trovano gli scarti delle lavorazioni agricole, zootecniche e forestali, seguite dagli scarti agroindustriali e dalle frazioni organiche dei rifiuti urbani. Da queste biomasse si può produrre un biogas da cui si ricava un biometano sufficientemente puro (9598%) da potersi immettere direttamente nella rete di distribuzione esistente ed essere utilizzato sia per gli usi civili che per trazione. Questo gas naturale sarebbe quindi il carburante più efficiente e meno inquinante oggi disponibile. Presenta, inoltre, alcuni vantaggi rispetto all’omologo di origine fossile: è un combustibile rinnovabile, le emissioni di gas serra del suo ciclo di vita sono molto ridotte e, derivando da sostanze organiche, elimina la dispersione di metano dovuta al naturale processo di decomposizione. Anche dagli scarti delle lavorazioni della carne o di quelli delle industrie alimentari (come banane, sansa, latte, vinacce, etc.) è possibile ottenere del biometano attraverso un processo di ‘digestione’ anaerobica, cioè in assenza di ossigeno. In generale il principio è simile a quanto accade agli organismi animali o vegetali che si decompongono in assenza di ossigeno grazie all’azione biochimica dei microrganismi. In alcuni casi questo processo può essere accelerato tramite getti di vapore. Notevoli prestazioni in termini energetici si otterrebbero anche per il bioidrogeno, ricavabile soprattutto dai rifiuti organici umidi di origine agroindustriale (succhi di frutta, marmellata, birra e conserva); mentre dalla materia organica residua di piante ricche di fibre di cellulosa non commestibili (steli e rami, gambi del mais, paglia di grano e riso) ma anche dagli scarti del legno e da alcuni rifiuti solidi urbani, si può estrarre il bioetanolo. Attenzione però! Le colture intensive dedicate esclusivamente alla produzione bioenergetica (come il grano, il mais, la bietola, la canna da zucchero, la soia, il girasole, la colza, etc.) potrebbero sì essere promettenti risorse di biomasse e cellulosa ma sono ecologicamente insostenibili e spesso altamente inquinanti. La loro coltivazione, infatti, sottrae prezioso terreno agricolo altrimenti utilizzabile per la produzione di cibo e accelera il già critico processo di deforestazione. Inoltre, il ritorno economico in termini di efficienza di produzione e combustione, cioè il rapporto tra l’energia necessaria per coltivare le materie prime e quella che da esse si ricava, non è sempre vantaggioso. Per avere un ordine di grandezza, i 34 milioni di veicoli italiani che consumano circa mille litri di combustibile all’anno avrebbero bisogno di 5,7 milioni di ettari di suolo coltivato a canna da zucchero, pari a oltre il 40% dell’intera superficie coltivabile italiana (13 milioni di ettari totali). Queste coltivazioni poi possono essere molto dispendiose, anche dal punto di vista idrico: ad esempio, per produrre un litro di biodiesel occorrono circa 4000 litri

RIFIUTI

ZERO di Cristian Bellucci Da circa un secolo, i “rifiuti” sono comunemente accettati come il prodotto residuale di ogni ciclo di lavorazione e, più in generale, di ogni attività antropica. E, tranne che per quelli di immediato e sostanziale valore di mercato (pochi, evidentemente), il destino ultimo è da sempre lo smaltimento. Smaltimento tramite le discariche fin dall’inizio e da qualche decennio anche tramite gli inceneritori. Discariche che hanno immesso nell’ambiente enormi quantità di elementi pericolosi contaminando (per sempre?) il terreno. Buchi riempiti con materiale di ogni genere che poteva e può essere riutilizzato per produrre nuova materia. Inceneritori che non fanno altro che ridurre il volume della parte solida, che però è più pericolosa e va comunque smaltita, e producendo quella gassosa piena di sostanze anche altamente 5


REFERENDUM

pericolose e cancerogene come diossine e furani. Inceneritori che, ormai, vengono definiti “termovalorizzatori” quando non valorizzano nulla, né sono convenienti, né si autosostengono se non attraverso pesanti finanziamenti pubblici. Come a dire: “convenienti per qualcuno tanto pagano tutti gli altri”! Proprio una questione di definizione: le parole hanno una grande importanza e tramite esse si fa passare una concetto come quello di “termovalorizzazione”, non importa se vero o falso. E il virgolettato “rifiuti” è proprio a questo che fa riferimento: un concetto, una definizione. D’altronde si rifiuta ciò che non si vuole più e un oggetto, oggi utile, domani può essere un rifiuto che va eliminato senza pensare a ciò che avverrà dopo. E se ci si ricordasse che la materia può essere riutilizzata per produrne dell’altra ecco allora che il rifiuto non sarebbe più tale ma si chiamerebbe più correttamente “materia prima seconda” da non sotterrare e non

bruciare: da qui la raccolta differenziata che mira ad intercettare quanto più possibile il materiale riciclabile e rilavorabile abbattendo quindi lo smaltimento residuale e, conseguentemente, l’inquinamento di aria, acqua e terreno. Raccolta differenziata che, i dati dimostrano, può essere solo “porta a porta” se si vogliono ottenere alte rese ed alta qualità dei materiali e che presuppone un sistema industriale di rilavorazione delle varie frazioni merceologiche, andando a diminuire anche i costi per i cittadini: realtà virtuose come il Comune di Capannori (LU) sono ormai consolidate e numerose in tutt’Italia. Ma questa pratica non consente attualmente il raggiungimento del 100% di riciclo semplicemente perché non tutti i rifiuti sono materie prime seconde: attualmente circa il 12-14% di ciò che gettiamo nel cassonetto non è riciclabile. E questo significa che, ad oggi, non sarebbe possibile rinunciare allo smaltimento in discarica e negl’inceneritori. Ed è qui che entra in gioco “Rifiuti

Zero”, la strategia che mira alla progressiva riduzione fino all’eliminazione totale dei rifiuti, ovvero che presuppone un cambio netto e drastico nella progettazione e nella conseguente produzione industriale per fare in modo che ogni oggetto per ogni funzione sia realizzato con parti e materiali riusabili e/o riciclabili totalmente. Riprogettazione che costituisce uno dei tre pilastri della strategia ideata dal Professor Paul Connett della St. Laurence University di New York assieme ad una leadership politica forte e convinta di questo e ad un cambio culturale di tutti noi. Cambio culturale che farebbe svanire ogni titubanza di fronte a parole come “riprogettazione totale”, “riduzione”, “riuso”, “riciclo”, che produrrebbe una società più matura, con una classe imprenditoriale predisposta a questo ed una classe politica di nuovo espressione migliore dei cittadini. Siamo pronti a tutto questo per non essere sommersi dai nostri rifiuti?

12 E 13 GIUGNO 2011,

È ORA DI PARTECIPARE di Francesco Veterani, Coordinamento Provinciale Acqua Pubblica (Pesaro e Urbino) Quando pensiamo a un diritto fondamentale a che pensiamo? Alla vita, alla pace, alla salute e all’acqua? Molti dei nostri diritti fondamentali sono continuamente messi in discussione da tutto quello che accade nel mondo. Sono messi in pericolo dove ci sono guerre o rivolte civili e dove non ci sono servizi essenziali alla vita, come la sanità e servizi igienici. Nell’Italia che festeggia il suo 150° anniversario, dove si osannano la bandiera e Garibaldi come simboli di unità e si contesta il Ministro alla Difesa, c’è un appuntamento che passa sotto silenzio dei media, ma che riguarda il futuro di tutti noi, di questa nazione, di ogni piccola o grande città, delle zone 6

rurali, delle nostre case, di tutti. Da più di quindici anni in Italia, come nel resto del mondo, si privatizzano i beni comuni, dandoli lentamente e inesorabilmente in mano ai “privati”. Il 12 e 13 Giugno 2011, ci sarà una consultazione popolare, si chiama Referendum. Come tutti i referendum italiani si chiederà ai Cittadini di abrogare alcune norme. Da oltre un anno il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, sta promuovendo una forte rivoluzione civile che parte dal basso e chiede di abrogare quelle leggi che, di fatto, renderanno l’acqua un bene privato, dunque non più nella disponibilità di tutti i Cittadini. Per la prima volta nella storia di questa nazione 1,4

milioni di persone hanno deciso che sull’acqua e sui servizi idrici, siamo noi a dover decidere e non i nostri governanti. Ora serve che almeno venticinque milioni di noi vadano alle urne ed esprimano la propria volontà. Ognuno di noi che legge queste parole, deve parlare al proprio vicino di casa, di stanza, di banco, di poltrona in treno o coda in autostrada: ricordategli che siamo noi Cittadini a doverci prendere cura di noi stessi e del nostro futuro. Non possiamo più permetterci di delegare ad altri le decisioni sulla nostra vita e quella delle generazioni future. Venite a votare due Sì per l’acqua bene comune e un Sì contro il nucleare.


M U R O D E L L’ I S L A M

STA CADENDO IL MURO DEL MEDITERRANEO di Simone Santini

L’ APPELLO Gli scorretti sostenitori di Giovanna Cottomesi e Corrado Grottaroli Anno 1986: disastro di Chernobyl A Saltara, come in tante parti d’ Italia, i giovani e non solo, si mobilitarono per far sì che alla popolazione arrivasse la giusta informazione in merito alle centrali nucleari. Fu indetto un referendum abrogativo, il cui risultato è noto a tutti: gli italiani votarono “ NO alle centrali nucleari”. Anno 2011: disastro di Fukuschima Gli italiani il 12-13 giugno saranno di nuovo chiamati alle urne per esprimere il loro parere in merito ai quesiti sulla privatizzazione dell’acqua e legittimo impedimento, ma guarda caso dopo la catastrofe giapponese il governo attuale pronucleare, prende tempo. Servono catastrofi della portata di Fukuschima per far decidere ai nostri governatori di rinviare di un anno la loro decisione di installare nuove centrali? Il voto democraticamente espresso 25 anni fa vale meno di niente? Fortunatamente associazioni, comitati, insomma liberi cittadini, si stanno mobilitando come 25 anni fa, per dire ancora una volta NO alle centrali nucleari. L’editoriale di questo numero è dedicato all’argomento.

Questo 2011 è stato definito il 1989 del mondo islamico. Allora cadeva il Muro di Berlino e l’Europa, da quasi cinquanta anni divisa dalla Cortina di Ferro, cambiava per sempre la sua fisionomia politica con il crollo dei regimi comunisti dell’Est. Oggi a cadere, o ad essere minacciati, sono i regimi autocrati del Nord Africa e del Medio Oriente. Sono regioni che dispongono di grandi ricchezze, in particolare nel settore energetico, e accomunate dalla religione islamica, che è anche substrato di una profonda identità culturale. Questo vento di democrazia è destinato quindi, cambiando i riferimenti di questa area strategica, a cambiare il mondo? Quello che sembrava impossibile fino a pochi mesi fa, che nessun analista aveva profetizzato, è cominciato invece ad accadere sotto i nostri occhi, portato nelle nostre case dalle immagini dei telegiornali. Giovani in tutto simili a ragazzi occidentali, che guardano le TV satellitari, che navigano in internet e frequentano i social network, che si scambiano SMS, hanno finalmente deciso che ne avevano abbastanza di quei governanti incartapecoriti, imbalsamati, corrotti, che da decenni, fino a trenta, quaranta anni, avevano visto come i dòmini delle loro vite. E si sono ribellati. Cercando una vita più degna, condizioni economiche migliori, libertà. Come un contagio il virus della democrazia, esploso prima in Algeria ma poi molto più visibilmente in Tunisia, è dilagato in Egitto, Libia, Siria, Penisola arabica... Inarrestabile come può essere inarrestabile la voglia di libertà. Questo almeno ci è stato raccontato. In realtà ogni caso, ogni paese, ha una storia a sé, e non può essere accomunato agli altri senza peccare di superficialità. C’è un dato che riguarda tutti questi paesi in ebollizione, però. Ed è la giovane età dei protagonisti della ribellione. Non intendo certo coloro che la conducono, visibilmente o tra le quinte, 7


DIRIT TI UMANI

ma dei protagonisti che la combattono con fervore sulle strade. Non è un caso. Tutti questi paesi sono bombe demografiche pronte ad esplodere, dove i 20-30enni sono la stragrande maggioranza della popolazione. Sono un’onda umana che cerca un posto nel mondo, un senso alla propria esistenza. Questo dato è fondamentale per comprendere il fenomeno. Ma immediatamente cogliamo qui una prima decisiva divaricazione nell’interpretazione. Ovvero, se siamo sicuramente davanti a un “cambiamento di fase” dettato da peculiarità demografiche e sociali, l’attuale deflagrazione è del tutto spontanea e incontrollata, o viene in qualche modo incanalata, indirizzata, da quei poteri sopranazionali che da sempre cercano di governare e controllare gli Stati e i popoli? In questo senso molto generale, l’attuale cambiamento di fase del mondo islamico assomiglia in modo impressionante a quanto già accaduto in America Latina tra gli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso (ma anche con quanto accaduto nell’Europa orientale, appunto, dal 1989 in poi). Dittature e regimi autoritari, che fino a quel momento erano stati autentici gendarmi del potere imperiale occidentale, addirittura veri e propri “governi fantoccio” o “repubbliche delle banane”, venivano via via sostituiti da governi democratici. C’erano spinte popolari genuine, senza dubbio, ma erano all’opera anche strategie di controllo più sofisticate. In certe epoche i regimi autoritari sono i più idonei a svolgere una funzione di controllo sul popolo. È l’uso della forza, puro e semplice, che impone i dettami. Questi governi, però, hanno dei limiti. Tendono infatti, da un lato a rendersi progressivamente sempre più odiosi verso i propri cittadini, dall’altro ad accentrare un enorme potere economico in cerchie ristrettissime di potere, spesso clan familiari, che in qualche modo ostacolano la penetrazione del grande capitale transnazionale e del sistema delle multinazionali. Arriva il momento, quindi, che i benefici di tale sistema non pareggiano più gli aspetti negativi. C’è bisogno di un “cambiamento di fase”. La democrazia, se adeguatamente calibrata, è un ottimo sistema di controllo. Attraverso società dei consumi e società dello spettacolo, come noi popoli occidentali ben sappiamo, si può addormentare la 10

coscienza di milioni di persone. Ma al contempo si ha una rilevante apertura sociale ed economica. Capitali stranieri possono affluire senza restrizioni. Società statali o pseudo-statali, prima sotto controllo personalistico degli esponenti del potere, possono essere privatizzate. Le multinazionali possono impiantarsi senza essere costrette a pagare tangenti o senza altri particolari vincoli. Anche alcune fasce di popolazione, del ceto medioalto generalmente, traggono grandi benefici. La ricchezza, prima concentrata in pochissime mani, può maggiormente distribuirsi a vantaggio dei nuovi tecnocrati. Quello che stiamo vedendo nel mondo islamico può es-

sere l’inizio di questa nuova fase. Nel caso di Tunisia e Libia si colora anche di un ulteriore scenario. Con l’avvento al potere di Ben Alì e di Muammar Gheddafi, Tunisi e Tripoli erano fuoriuscite dalla sfera di influenza dei tradizionali stati europei ex colonialisti, Francia e Gran Bretagna, per entrare in quella italiana. Questa dinamica è stata massimamente evidente con la Libia di Gheddafi, da sempre si potrebbe dire, sicuramente da molto prima il ridicolo baciamani del Cavaliere al Raìs. Francia e Gran Bretagna hanno approfittato del cambiamento di fase per inserirsi nuovamente, con una cinica e sfrontata politica delle cannoniere, in un’area mediterranea in cui contavano sempre meno. Scalzando, ovviamente, le prese di posizione italiane. È esclusivamente in questa ottica che vanno letti i dissidi intra-europei e le convulsioni sulla guerra alla Libia. Grazie a tali dissidi, per una volta la stampa di regime ha applicato il cosiddetto “metodo Boffo” agli affari sporchi ed alle manovre indicibili del potere. Denunciando ad esempio, come ha fatto per una volta Il Giornale, ancor prima dei canali della controinforma-

zione, come in Libia non fosse in corso una pacifica rivolta di popolo, bensì un vero e proprio tentativo di colpo di stato, una rivolta armata di alcuni clan che tentavano di defenestrare Gheddafi. E che il putsch era stato organizzato mesi prima a Parigi dai servizi segreti transalpini in accordo con alti papaveri del regime libico che avevano deciso di tradire il Raìs. Fin dove si spingerà l’onda delle ribellioni? Il vero cuore nevralgico che attende di essere rimodellato e modernizzato in maniera definitiva è il Medio Oriente. L’opera l’ha cominciata Bush a suon di bombe un decennio fa, in Afghanistan e Iraq. Il Nobel per la Pace Obama sembra continuare la stessa opera, solo con modalità, almeno apparentemente, più soft. Mentre nelle monarchie e aristocrazie sunnite della penisola arabica, sotto l’ombrello di protezione occidentale (per questi paesi non è ancora maturo, evidentemente, il “cambiamento di fase”) il vento della democrazia è stato soffocato, come ha scritto lo storico Franco Cardini, con una “repressione spietata, rapida e segreta”, le ribellioni hanno toccato la Siria, dove il presidente Bashar Assad ha denunciato pubblicamente una cospirazione internazionale contro il suo paese. Anche l’Iran è da anni nel mirino e il movimento dell’onda verde che ha contestato la rielezione di Ahmadinejad nel 2009 può essere considerato una sorta di precursore dei giovani del Cairo o Bengasi. In questi due paesi, Siria e Iran, tuttavia, non sembrano essere sufficienti le manifestazioni, più o meno genuine, per rovesciare gli assetti di potere. Ancora troppo ampio il consenso popolare, checché ne dica l’informazione nostrana, di cui godono i governanti, pur con le immense contraddizioni e i problemi che attanagliano questi stati. Il timore è che si stia preparando per il Medio Oriente una opzione Libia, ancor più su larga scala e quindi più devastante. E se una guerra dovesse scoppiare, che coinvolgesse direttamente Iran e Israele, essa potrebbe avere il risvolto terrificante di un conflitto atomico (beninteso, non perché la bomba ce l’abbia l’Iran, ma Israele). Mala tempora currunt, dicevano i latini. Brutti tempi che in epoca odierna corrono sull’onda delle rivoluzioni nel mondo islamico...


TERRITORIO

DOVE ARRIVA IL POLITICO E DOVE IL FUNZIONARIO Perchè pur cambiando le Amministrazioni spesso per i cittadini non cambia nulla di Maurizio Rondina Nelle amministrazioni pubbliche vi sono binari diversi e paralleli fra quanto sta dietro alle scelte politiche spesso legate a principi e prese di posizione teoriche e di ampio respiro, e quanto i funzionari e la burocrazia che vi sta dietro, traducono in atti, bilanci, delibere, gare d’appalto, capitolati, ecc. che ovviamente devono necessariamente essere legati più ad aspetti tecnici / legislativi / ragionieristici. Certo molto spesso non sembra che ci sia molta sinergia fra i due binari, anzi sembra proprio che procedano ognuno per proprio conto, appunto paralleli. Logica e buon senso vorrebbero che fossero i dirigenti e funzionari ad essere “fotografi fedeli” delle volontà politiche riportando sugli atti le scelte fatte e traducendole in una forma legalmente ineccepibile, invece spesso non è così: a volte le pubbliche dichiarazioni dei politici non hanno rispondenza negli atti o addirittura vengono contraddette dagli stessi. Potrebbe venire il dubbio: allora i politici cosa ci stanno a fare quando poi i burocrati vanno per la loro strada e seguono le loro logiche? Questo è il triste risultato della riforma della Pubblica Amministrazione prodotta dalle cosiddette Leggi Bassanini negli anni 19971998-1999 che, nell’intento di responsabilizzare i funzionari, di fatto consentono loro di condizionare i politici o di non rispettarne le volontà, se non addirittura di rifiutare la firma su una delibera da loro voluta. Succede però spesso che molti politici siano a loro volta burocrati, in un Ente Pubblico fanno il politico, in un altro il funzionario. Verrebbe da dire che il personale politico/burocrate nella nostra Pubblica Amministrazione è come l’acqua nei termosifoni: non si cambia mai, gira sempre la stessa.

Spesso, poi, nelle pubbliche amministrazioni troviamo da una parte la “leggerezza” (termine per indicare un misto di inesperienza, idealità, scarsa concretezza, scarsa conoscenza delle leggi, inadeguatezza, scarsa capacità di osservazione e di approfondimento, ecc.) di molti politici eletti (a meno che non siano l’ “acqua” di cui sopra), dall’altra dirigenti comunali non all’altezza. Esistono anche funzionari che prendono granchi colossali, si ingarbugliano sui copia incolla (è risaputo che la risposta alla classica domanda “come facciamo questo atto?” è la seguente: facciamo come si è fatto lo scorso anno), sulle procedure informatiche, e nei loro atti (oggi li firmano loro, non gli amministratori) ci sono un sacco di incongruenze, forse dovute alla fretta, forse alla scarsa attenzione, forse alla consapevolezza che se fanno bene o male, se fanno miracoli o disastri, poi lo stipendio è sempre quello, forse alla frustrazione di non veder riconosciuto il proprio valore in un tipo di organizzazione che appiattisce i valori verso il basso. Sta di fatto, ad esempio, che molti dirigenti tecnici non hanno più il controllo dei cantieri sul territorio , se ne stanno sempre chiusi in ufficio, nei cantieri fanno sbagli colossali e nessuno controlla, e se ne accorgono i cittadini dopo che le opere sono finite (vedasi il caso eclatante del nuovo ed avveniristico Palacongressi di Rimini su http:// www.ilrestodelcarlino.it/rimini/ cronaca/2010/09/11/383057-irregolarita_piloni.shtml ). Dirigenti tecnici e capi operai comunali di altri tempi, ogni giorno controllavano i cantieri, le strade, ecc. ed avevano continuamente la sensazione di quello che stava succedendo, indipendentemente dal colore degli amministratori che c’erano. Oggi abbiamo persino segretari comunali che, anche se appassionati, entusiasti, sensibili e volonterosi, hanno oggi lacune “tecniche”. E poi loro stessi non riescono ad arrivare dappertutto, spesso divisi su molti fronti ed affogati dalle incombenze burocratiche e dalle incongruenze legislative, ad esempio conflitti fra leggi regionali, statali ed europee, come nel caso dell’acqua pubblica e dei rifiuti. E poi il segretario comunale del dopo Bassanini è oramai un Direttore Generale, non più un organo di controllo come lo era prima. Ed è ricattabile perché le 11


RUBRICA

amministrazioni neoelette possono decidere se confermarlo o “licenziarlo”. Gli amministratori, del resto, devono poter contare sulle figure dirigenziali della Pubblica Amministrazione, altrimenti gli tocca fare a loro quel lavoro, e non è il loro ruolo, non ne possono avere la preparazione e non è giusto che debbano saperne “tecnicamente” di ragioneria, lavori pubblici, urbanistica, ecc. Devono fare infatti i politici, dare gli indirizzi, non verificare che i bilanci siano a posto, che le delibere siano ineccepibili, o che le proprie scelte siano stati correttamente fotografate sulle cifre del bilancio sulle delibere di Giunta o di Consiglio, sui regolamenti, sulle gare d’appalto e su altri atti di qualsiasi tipo, a meno che non siano loro stessi l’ “acqua” di cui sopra. L’unica cosa che potrebbero fare gli amministratori eletti sarebbe quindi decidere di sostituire i propri dirigenti quando le cose non vanno, o quando si accorgono che le loro volontà non sono state correttamente tradotte in atti, ma per una cosa del genere ci vogliono preparazione, carisma, autorevolezza e risolutezza. E poi ci vogliono anche degni sostituti per tali dirigenti e non è detto si riesca a spuntarla, considerate le inevitabili tutele sindacali, senza poi considerare il rischio di finire dalla padella alla brace. Insomma, quando la gente brontola per il fatto che cambiano le amministrazioni e poi nei fatti non cambia nulla, non va lontano dalla verità. Sindaci di centro-destra, di centro-sinistra, di liste civiche, potrebbero equivalersi o meno e così i loro assessori, tanto il timone della macchina comunale lo hanno in mano i dirigenti... Concludo con l’esempio concreto riportato in fotografia: si tratta di una strada comunale interrotta per una frana, molto utilizzata dagli automobilisti che in transito nella mombaroccese fra Saltara e Cartoceto intendono recarsi a Tavernelle, accorciando la strada di oltre la metà. Tale segnalazione riporta un semplice divieto di transito mentre un KM dopo, la strada è completamente bloccata dalla frana. Tale segnalazione non è posta all’inizio della strada, al suo incrocio con la provinciale Mombaroccese, ove ragionevolezza vorrebbe fosse posta, magari con l’indicazione “deviazione 12

per Tavernelle, strada chiusa, accesso consentito solo ai residenti e per il cimitero” ma dopo 800 metri. Così i tanti utenti di tale strada, dopo aver fatto gli 800 metri, se ne tornano indietro con la coda fra le gambe avendo percorso oltre 1 km e mezzo per nulla. I più temerari sfidano il divieto d’accesso, salvo poi tornarsene indietro dopo un ulteriore KM percorrendo oltre 3 km e mezzo per nulla. La situazione è ovviamente provocata da una leggerezza nella segnalazione, i più cattivi direbbero per una grave responsabilità nel non adempiere ad un compito primario di un’amministrazione co-

munale, ovvero garantire la mobilità e la viabilità pubblica. Ma dipende forse dal colore o dalle idee o dai principi dei politici eletti, una cosa del genere? O forse dipende dai funzionari? E’ giusto che sia un politico a controllare il territorio e a dire ai vigili o all’ufficio tecnico come mettere i segnali? Sicuramente i cittadini (e l’opposizione) attribuiscono le colpe agli amministratori ma siamo sicuri che tutte le colpe siano loro? E che non sarebbe successa la stessa cosa a ruoli maggioranza-opposizione invertiti? Di casi come questo ci si potrebbero scrivere interi libri, ma per rendere l’idea questo è sufficiente.

Pulire in modo ecologico pulire la cucina

di Claudia Romeo Per sgrassare fornelli, lavello e mobili della cucina in cui c’è dell’unto, il prodotto migliore è il bicarbonato di sodio. Anche in questo caso spenderete pochissimo ed otterrete un ottimo risultato. Si tratta semplicemente di sciogliere del bicarbonato in acqua. A tal proposito si può preparare uno spruzzino al bicarbonato da usare ogni volta che serve sciogliendone al massimo 90 g in un litro d’acqua fredda, ma, se lo sporco è molto ostinato, è più utile scioglierlo in acqua molto calda ed usarlo direttamente. Il bicarbonato è sgrassante, deodora e disinfetta. Normalmente il risultato è garantito, ma volendo esagerare si può pur sempre lucidare alla fine con un panno imbevuto di un po’ d’aceto. FRIGORIFERO Si pulisce con lo spruzzino all’aceto o al bicarbonato e si risciacqua. Per togliere gli odori: mettere qualche cucchiaio di bicarbonato in una vaschetta larga e lasciarla aperta in frigorifero.


IL LIBRO

VARI APPUNTAMENTI Saltara, museo della scienza del Balì - venerdì 20 maggio, ore 21.00

Resistenza e resa Conversazione sui diritti delle donne con Cristiano Maria Bellei (Università di Urbino) e Luigi Alfieri (Università di Urbino).

Fano, da Arco d’Augusto a scuola Padalino – lunedì 23 maggio, ore 21.00-21.30

Mafia Pulita Elio Veltri, Antonio Laudati

Longanesi, pp 242, 14,60 €

La Mafia Spa è la più grande azienda italiana per fatturato. Oggi non ha più bisogno di uccidere: compra. Il suo patrimonio potrebbe da solo colmare il debito pubblico italiano. È una multinazionale del crimine da mille miliardi di dollari, un grande gruppo finanziario con dirigenti e quadri, un universo in cui si coniugano arcaicità e modernità, localismo e globalizzazione. Cinque i personaggi simbolo della “Mafia pulita” qui raccontati da Elio Veltri. Storie vere tratte dai materiali inediti dei processi che li riguardano: affiliati della ‘ndrangheta, organici di Cosa Nostra e camorristi insospettabili. Una mafia invisibile che frequenta i salotti dell’alta finanza e parla più lingue, con donne che dal carcere gestiscono il mercato del falso, avvocati che hanno fatto delle discariche un affare miliardario, broker che trattano con i narcotrafficanti e fattorini che viaggiano in Ferrari organizzando traffici illegali alla luce del sole. A ogni storia nel testo fa da contrappunto la riflessione di Antonio Laudati, tra i massimi esperti di organizzazioni criminali in ambito transnazionale. La mafia si è

irradiata come un golpe strisciante nel Nord Italia, si è infiltrata nelle banche, in ampi settori della vita pubblica, e utilizza a suo vantaggio il flusso di denaro sporco proveniente da attività illegali, reinvestendolo poi in economia legale. Penetra così dentro imprese sane, impone i propri metodi e cambia per sempre le regole del gioco.

Fiaccolata in commemorazione delle vittime della strage di capaci del 23/05/1992 Proiezione del film “Io ricordo” presentazione del Sostituto Procuratore della Repubblica della Procura di Pesaro, Dott. Daniele Paci

San Giorgio di Pesaro, sala polivalente, centro storico venerdì 27 maggio , ore 21.00

Nuovo mondo. Nuove idee Conversazione su Riprendiamoci Pechino con l’autrice, Katia Bellillo (già Ministro pari opportunità), Daniela Ciaroni (ass.re pari oppor-tunità, Provincia di Pesaro e Urbino), Simona Ricci (CGIL Pesaro) e Sauro Rossi (CISL Pesaro).

Montemaggiore al Metauro, Villanova, riva del fiume Metauro – sabato 18 giugno, ore 18.00

Il Fiume. Natura che resiste Com’è cambiato il fiume? Installazione fotografica, visita naturalistica guidata, concerto.

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