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EDITORIALE N° 3 Giugno 2010 Distribuzione gratuita Stampato in proprio

“...in questo povero paese in cui la politica, a destra e a sinistra, sembra aver perso la bussola democratica...” (Gianni Barbacetto)

DIRITTI DELL’UOMO, DIRITTI INDIVIDUALI,

LIBERTA’ DI COSCIENZA.

una riflessione a partire dal caso Englaro. a pagina 5 Acqua bene comune o affare privato

a pagina 3

L’etica pubblica, questa sconosciuta

a pagina 8

Agire in maniera consapevole a pagina 4

Sempre la stessa scoria? a pagina 7

Anche le imprese soffrono dei Risparmiare? Si può mali della politica a pagina 10 a pagina 10


I L FA L S O P R O G R E S S O

Ogni società ha un modo di governarsi cui corrisponde un suo ethos particolare che deve informare lo spirito degli individui che governano e che sono governati. Il problema dell’insegnamento della democrazia è qui, nell’indentificazione e nella specificazione dell’ethos che le corrisponde. Esso deve essere diffuso tra tutti, conformemente all’ideale democratico di una comunità di individui politicamente attivi. I classici insegnano che non bastano buone regole ma che occorrono anche uomini buoni, che agiscono cioè nello spirito delle regole. Gustavo Zagrebelsky “IMPARARE DEMOCRAZIA”

La Bussola - periodico culturale Registrato presso il tribunale di Pesaro il 14 - 1 - 2010 , n° di registrazione 568 -----n°3 chiuso il 7 Giugno 2010 Direttore responsabile Felice Massaro

FeliceM@associazione-liberamente.it

Redazione MonteMaggiore al Metauro (PU) Via Carbonara 40

redazione@associazione-liberamente.it

Grafica e impaginazione Paola Bacchiocchi

PaolaB@associazione-liberamente.it

Stampa Stampato in proprio Pubblicità

pubblicità@associazione-liberamente.it

Informazioni

info@associazione-liberamente.it Gli autori si assumo le rispettive responsabilità

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A C Q UA E A F FA R I

Fare e avere di Paola Bacchiocchi

Avete visto qui sopra? Nonostante l’uomo sia comparso sulla terra da meno tempo degli altri esseri viventi, ha avuto l’egoistica presunzione di appropriarsi di tutto ciò che la terra ha offerto a tutte le specie. Ogni essere vivente è indispensabile per la sopravvivenza del pianeta ma l’uomo pensa più a se stesso e, quindi, sarebbe anche capace di sterilizzare le zanzare perché danno il prurito, prendendo come scusa il fatto che le zanzare portano le malattie. Ma il rapporto morte di malaria e, ad esempio, morte in incidenti stradali è molto eloquente. Basta vedere quello che l’uomo fa all’uomo. Le guerre, oltre ad essere stupide, sterminano intere popolazioni. La gazzella e il leone riescono a vivere nella stessa zona, pur consapevole, la gazzella, che verrà mangiata quando il leone avrà bisogno di sfamarsi. L’uomo non mangia solo per sfamarsi, l’uomo è avido. Il suo piacere è al primo posto; questo lo fa essere avaro al punto da tenere sotto chiave i beni materiali come se fossimo in tempo Egizio quando si pensava a portare i beni nell’aldilà. Invece di condividerne la gioia, si è invidiosi verso coloro che possiedono di più e, addirittura, ci si mette in competizione nell’apparire, nell’acquistare beni materiali , fregandosene dell’impatto ambientale. Se il leone caccia perché ha fame , l’uomo caccia per divertirsi, perché la superbia lo porta a sentirsi superiore: caccia più del necessario mangiando per golosità. La tecnologia gli fa risparmiare tempo, ma oltre a renderlo sempre più debole fisicamente,è costretto a lavorare di più per mantenere uno stile di vita fittizio. Ho visto con i miei occhi che una persona quando si annoia va inconsciamente a spendere dei soldi: è come se fossimo obbligati a spendere per divertirci o per passare il tempo libero, dimentichiamo a volte i valori reali della vita. Stiamo meglio se lavoriamo 10 ore al giorno fino ad essere sfiniti? O ci sentiamo obbligati a lavorare 10 ore al giorno per poterci permettere un automobile perché le nostre gambe si dimentichino di camminare? Oppure ci sentiamo bene solo nel possedere una quantità di oggetti senza avere il tempo di usarli? Se il mondo fosse abitato solo da persone di questo genere, ci saremmo già estinti. Le decisioni che prende l’uomo sono fondamentali per la vita dell’intero ecosistema, ogni scelta sarà seguita da un’azione e questo vale per ogni singola persona.

ACQUA BENE COMUNE O AFFARE PRIVATO di Cristian Bellucci

E’ attualmente in corso (dal 24 aprile al 3 luglio) la raccolta firme per la richiesta di referendum abrogativi dell’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112, convertito, con modificazioni, in legge n. 133 del 6 agosto 2008, dell’art. 150 (Scelta della forma di gestione e procedure di affidamento) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 e del comma 1 dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006. Iniziativa, questa, promossa, organizzata e condotta dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e volta a contrastare la definitiva consegna della gestione dei servizi idrici ai privati, ad aprire la strada alla ripubblicizzazione dei servizi e ad eliminare la possibilità per i gestori di ottenere profitti sulla tariffa. E’necessario contrastare una legislazione che non rispetta la Costituzione specialmente nei principi di uguaglianza, solidarietà e coesione economicosociale e territoriale. Come è necessario affermare in maniera indiscutibile che l’acqua è un bene pubblico e non una merce come un qualsiasi bene di rilevanza economica, che l’affido a società di capitale privato non è privatizzazione in un mercato di libera concorrenza ma solo passaggio da monopolio

pubblico, che persegue comunque gli interessi della collettività, a monopolio privato volto alla massimizzazione del profitto che, in assenza di concorrenza, non ha praticamente freno. Una falsa liberalizzazione, un’affermazione della rendita privata, un trasferimento di risorse pubbliche ai privati, che sarà difficile e costoso riprendere dopo contratti di decine d’anni. E proprio per la lunga durata dei contratti, debole sembra l’affermazione a sostegno del Decreto Ronchi, che non verrebbe privatizzato il bene acqua ma il servizio di fornitura perché in un così lungo periodo il proprietario reale sarebbe di fatto colui che gestisce il bene e/o eroga il servizio anche se formalmente non lo detiene. Fallace la convinzione che il capitale privato verrà speso per la riduzione degli sprechi mediante rifacimento della rete idrica: chi spenderebbe i suoi soldi per un qualcosa che ufficialmente non è suo? Inoltre, qual è il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata, detentrice di enorme liquidità da ripulire, in presenza di così grandi potenziali guadagni? Quella criminalità che ha compreso da tempo il grande affare che si cela dietro ai servizi pubblici locali: pensiamo alla gestione dei rifiuti! E perché non l’acqua? Ma perché si cercano i referendum?

Perché in Parlamento è già stata depositata una legge di iniziativa popolare corredata da oltre 400 mila firme ma che è stata finora ignorata. Perché entro la fine del 2011 tutti i Comuni saranno obbligati ad affidare i propri servizi idrici ai privati che dovranno detenere almeno il 40% di azioni in società miste pubblico-privato. Percentuale che dovrà obbligatoriamente salire fino al 70% entro il 2015. Perché i referendum sono l’unico strumento di democrazia partecipativa che abbiamo e che ci consente di fermare una legge incostituzionale che di fatto espropria i Comuni del loro ruolo. Perché sarebbe ora che i partiti politici capissero che essi sono Costituzionalmente riconosciuti perché, come prevede l’art. 49 “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” e non per favorire precisi interessi economici dei grandi gruppi di potere, osteggiare iniziative popolari come questa e vagheggiando la promozione di una legge sui servizi idrici da presentare al Parlamento, oppure andando in completa solitudine per chissà quale fine visto che, da un lato viene sbandierata la contrarietà alla privatizzazione ma dall’altro non si appoggia il Forum.

L’Associazione Culturale LiberaMente aderisce alla campagna referendaria promossa dal FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA per riportare l’acqua ad essere un bene pubblico. 3 Referendum per fermare la privatizzazione dell’acqua, per aprire la strada alla ripubblicizzazione e per eliminare i profitti dal Bene Comune Acqua. Anche nei Comuni di Montemaggiore al Metauro e Saltara è possibile firmare: basta recarsi presso l’ufficio anagrafe entro il 3 Luglio. Oppure per i residenti del Comune di Montemaggiore, recati presso i nostri banchetti di raccolta firme:

il 13 Giugno in Piazza Italia a Montemaggiore dalle 9:30 alle 12:30, il 20 Giugno in Piazza del Popolo a Villanova dalle 9:30 alle 12:30. Se vuoi maggiori informazioni visita il sito www.acquabenecomune.org oppure mandaci una mail a info@associazione-liberamente.it

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I L FA L S O P R O G R E S S O

Ogni società ha un modo di governarsi cui corrisponde un suo ethos particolare che deve informare lo spirito degli individui che governano e che sono governati. Il problema dell’insegnamento della democrazia è qui, nell’indentificazione e nella specificazione dell’ethos che le corrisponde. Esso deve essere diffuso tra tutti, conformemente all’ideale democratico di una comunità di individui politicamente attivi. I classici insegnano che non bastano buone regole ma che occorrono anche uomini buoni, che agiscono cioè nello spirito delle regole. Gustavo Zagrebelsky “IMPARARE DEMOCRAZIA”

La Bussola - periodico culturale Registrato presso il tribunale di Pesaro il 14 - 1 - 2010 , n° di registrazione 568 -----n°3 chiuso il 7 Giugno 2010 Direttore responsabile Felice Massaro

FeliceM@associazione-liberamente.it

Redazione MonteMaggiore al Metauro (PU) Via Carbonara 40

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Grafica e impaginazione Paola Bacchiocchi

PaolaB@associazione-liberamente.it

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A C Q UA E A F FA R I

Fare e avere di Paola Bacchiocchi

Avete visto qui sopra? Nonostante l’uomo sia comparso sulla terra da meno tempo degli altri esseri viventi, ha avuto l’egoistica presunzione di appropriarsi di tutto ciò che la terra ha offerto a tutte le specie. Ogni essere vivente è indispensabile per la sopravvivenza del pianeta ma l’uomo pensa più a se stesso e, quindi, sarebbe anche capace di sterilizzare le zanzare perché danno il prurito, prendendo come scusa il fatto che le zanzare portano le malattie. Ma il rapporto morte di malaria e, ad esempio, morte in incidenti stradali è molto eloquente. Basta vedere quello che l’uomo fa all’uomo. Le guerre, oltre ad essere stupide, sterminano intere popolazioni. La gazzella e il leone riescono a vivere nella stessa zona, pur consapevole, la gazzella, che verrà mangiata quando il leone avrà bisogno di sfamarsi. L’uomo non mangia solo per sfamarsi, l’uomo è avido. Il suo piacere è al primo posto; questo lo fa essere avaro al punto da tenere sotto chiave i beni materiali come se fossimo in tempo Egizio quando si pensava a portare i beni nell’aldilà. Invece di condividerne la gioia, si è invidiosi verso coloro che possiedono di più e, addirittura, ci si mette in competizione nell’apparire, nell’acquistare beni materiali , fregandosene dell’impatto ambientale. Se il leone caccia perché ha fame , l’uomo caccia per divertirsi, perché la superbia lo porta a sentirsi superiore: caccia più del necessario mangiando per golosità. La tecnologia gli fa risparmiare tempo, ma oltre a renderlo sempre più debole fisicamente,è costretto a lavorare di più per mantenere uno stile di vita fittizio. Ho visto con i miei occhi che una persona quando si annoia va inconsciamente a spendere dei soldi: è come se fossimo obbligati a spendere per divertirci o per passare il tempo libero, dimentichiamo a volte i valori reali della vita. Stiamo meglio se lavoriamo 10 ore al giorno fino ad essere sfiniti? O ci sentiamo obbligati a lavorare 10 ore al giorno per poterci permettere un automobile perché le nostre gambe si dimentichino di camminare? Oppure ci sentiamo bene solo nel possedere una quantità di oggetti senza avere il tempo di usarli? Se il mondo fosse abitato solo da persone di questo genere, ci saremmo già estinti. Le decisioni che prende l’uomo sono fondamentali per la vita dell’intero ecosistema, ogni scelta sarà seguita da un’azione e questo vale per ogni singola persona.

ACQUA BENE COMUNE O AFFARE PRIVATO di Cristian Bellucci

E’ attualmente in corso (dal 24 aprile al 3 luglio) la raccolta firme per la richiesta di referendum abrogativi dell’art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112, convertito, con modificazioni, in legge n. 133 del 6 agosto 2008, dell’art. 150 (Scelta della forma di gestione e procedure di affidamento) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 e del comma 1 dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006. Iniziativa, questa, promossa, organizzata e condotta dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e volta a contrastare la definitiva consegna della gestione dei servizi idrici ai privati, ad aprire la strada alla ripubblicizzazione dei servizi e ad eliminare la possibilità per i gestori di ottenere profitti sulla tariffa. E’necessario contrastare una legislazione che non rispetta la Costituzione specialmente nei principi di uguaglianza, solidarietà e coesione economicosociale e territoriale. Come è necessario affermare in maniera indiscutibile che l’acqua è un bene pubblico e non una merce come un qualsiasi bene di rilevanza economica, che l’affido a società di capitale privato non è privatizzazione in un mercato di libera concorrenza ma solo passaggio da monopolio

pubblico, che persegue comunque gli interessi della collettività, a monopolio privato volto alla massimizzazione del profitto che, in assenza di concorrenza, non ha praticamente freno. Una falsa liberalizzazione, un’affermazione della rendita privata, un trasferimento di risorse pubbliche ai privati, che sarà difficile e costoso riprendere dopo contratti di decine d’anni. E proprio per la lunga durata dei contratti, debole sembra l’affermazione a sostegno del Decreto Ronchi, che non verrebbe privatizzato il bene acqua ma il servizio di fornitura perché in un così lungo periodo il proprietario reale sarebbe di fatto colui che gestisce il bene e/o eroga il servizio anche se formalmente non lo detiene. Fallace la convinzione che il capitale privato verrà speso per la riduzione degli sprechi mediante rifacimento della rete idrica: chi spenderebbe i suoi soldi per un qualcosa che ufficialmente non è suo? Inoltre, qual è il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata, detentrice di enorme liquidità da ripulire, in presenza di così grandi potenziali guadagni? Quella criminalità che ha compreso da tempo il grande affare che si cela dietro ai servizi pubblici locali: pensiamo alla gestione dei rifiuti! E perché non l’acqua? Ma perché si cercano i referendum?

Perché in Parlamento è già stata depositata una legge di iniziativa popolare corredata da oltre 400 mila firme ma che è stata finora ignorata. Perché entro la fine del 2011 tutti i Comuni saranno obbligati ad affidare i propri servizi idrici ai privati che dovranno detenere almeno il 40% di azioni in società miste pubblico-privato. Percentuale che dovrà obbligatoriamente salire fino al 70% entro il 2015. Perché i referendum sono l’unico strumento di democrazia partecipativa che abbiamo e che ci consente di fermare una legge incostituzionale che di fatto espropria i Comuni del loro ruolo. Perché sarebbe ora che i partiti politici capissero che essi sono Costituzionalmente riconosciuti perché, come prevede l’art. 49 “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” e non per favorire precisi interessi economici dei grandi gruppi di potere, osteggiare iniziative popolari come questa e vagheggiando la promozione di una legge sui servizi idrici da presentare al Parlamento, oppure andando in completa solitudine per chissà quale fine visto che, da un lato viene sbandierata la contrarietà alla privatizzazione ma dall’altro non si appoggia il Forum.

L’Associazione Culturale LiberaMente aderisce alla campagna referendaria promossa dal FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA per riportare l’acqua ad essere un bene pubblico. 3 Referendum per fermare la privatizzazione dell’acqua, per aprire la strada alla ripubblicizzazione e per eliminare i profitti dal Bene Comune Acqua. Anche nei Comuni di Montemaggiore al Metauro e Saltara è possibile firmare: basta recarsi presso l’ufficio anagrafe entro il 3 Luglio. Oppure per i residenti del Comune di Montemaggiore, recati presso i nostri banchetti di raccolta firme:

il 13 Giugno in Piazza Italia a Montemaggiore dalle 9:30 alle 12:30, il 20 Giugno in Piazza del Popolo a Villanova dalle 9:30 alle 12:30. Se vuoi maggiori informazioni visita il sito www.acquabenecomune.org oppure mandaci una mail a info@associazione-liberamente.it

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L E Z I O N I D A L L’ E S T E R O

TESTIMONIANZA DI ENGLARO

AGIRE IN MANIERA CONSAPEVOLE :

DAL RISPARMIO ENERGETICO AL CONCETTO PASSIVHAUS

DIRITTI DELL’UOMO, DIRITTI INDIVIDUALI, LIBERTA’ DI COSCIENZA. Una riflessione a partire dal caso Englaro di Ilaria Biagioli

di Francesco Nesi

Agire in maniera consapevole: dal risparmio energetico al concetto Passivhaus. Oggi in Italia siamo bene o male coscienti che occorre iniziare una fase di rinnovamento globale, a partire dalle nostre abitudini per giungere ad una drastica riduzione dei nostri consumi. L’esperienza di Napoli ahimè ci ha mostrato che solo partendo da un punto di vista diverso si può raggiungere l’obiettivo della riduzione dei rifiuti, applicando all’origine l’abolizione per quanto possibile degli imballaggi ed imponendo al consumatore la raccolta differenziata. Con la stessa consapevolezza dobbiamo renderci conto che è solo agendo sull’abbattimento dei nostri consumi in campo energetico che si può ottenere, oltre ad un indubbio risparmio di denaro e di materie prime, un elevato benessere abitativo all’interno dei nostri ambienti domestici o lavorativi. Effettuando una semplice stima sulle nostre spese annuali per riscaldamento (gas/gasolio/...) e per approntamento di acqua calda sanitaria, diviene subito chiaro che potremmo investire altrimenti questi soldi, impiegandoli per esempio in sistemi di coibentazione a cappotto oppure in interventi di risanamento/riqualificazione energetica delle nostre strutture esistenti, a partire dai tetti che costituiscono indubbiamente l’elemento più sensibile (il calore tende a salire verso l’alto). Utilizzando poi lampade a basso consumo e riduttori di flusso per l’ac-

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qua corrente, allacciando ad esempio l’acqua calda alla lavastoviglie o alla lavatrice si riescono a limitare ancora notevolmente gli sprechi. Già, perché nient’altro che di sprechi si tratta. Se infatti esistono tecniche e tecnologie efficienti, la disinformazione non può essere considerata un’attenuante. È per questo che la divulgazione scientifica, l’informazione a tutti i livelli deve nascere dalla comunità, dal basso – ben vengano comunque le istituzioni “illuminate” che si fanno latori di concetti e di iniziative “sostenibili” e volte a togliere quell’ignoranza che, sola, porta progressivamente a fasce sempre più estese di povertà. È dalla riduzione dei consumi in maniera consapevole che nasce il concetto Passivhaus, iniziato da Wolfgang Feist, un tedesco che assieme a Bo Adamson dell’Università di Lund lo ha sviluppato fondando così il Passivhaus Institut a Darmstadt. Si parla del lontano 1980. Cosa abbiamo fatto noi in tutto questo tempo? La “strada” Passivhaus ci mostra con semplicità come realizzare un abitare consapevole e confortevole. Essa si basa su alcuni aspetti basilari:1) un involucro termico assolutamente ermetico in modo da non disperdere il calore interno d’inverno e da non fare entrare il caldo dall’esterno d’estate, 2) valori di coibentazione tali da abbattere i carichi termici delle singole stanze (limitazione del fabbisogno termico/ del surriscaldamento), 3) assenza di ponti termici, che fra l’altro provocano

a lungo andare formazione di condense interstiziali, di muffe ed eventualmente di danni strutturali, 4) limite sull’energia primaria, che ci impone di limitare gli sprechi energetici facendo uso di apparecchi energeticamente efficienti, lampade a basso consumo etc., 5) sistemi di ventilazione meccanica controllata, che permettono di regolare i flussi di calore in uscita ed in entrata e di garantire quindi un’eccellente qualità dell’aria ambiente. Solo mediante un’accurata progettazione si riescono ad abbattere i costi, arrivando a sovraccosti rispetto ad abitazioni a basso consumo energetico anche dell’ordine del 5-10%, garantendosi tuttavia un duraturo benessere abitativo ed una riduzione immediata dei costi di gestione degli edifici. Approfittiamo dunque degli incentivi statali che ci vengono ancora concessi, applichiamo la coibentazione alle nostre case, sostituiamo le nostre caldaie ed i nostri serramenti con nuovi modelli energeticamente più validi (non prima di essere intervenuti sull’involucro termico!), impegnamoci tutti in questa fase storica per mettere in moto una forza propulsiva che imponga un cambiamento. Come il maestro Mahatma Gandhi, sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.

L’incontro di metà marzo – a Urbino, Pesaro e Fano – con Beppino Englaro, che ha portato testimonianza della lunga e dolorosa battaglia per il riconoscimento di un diritto civile, battaglia che è durata diciassette anni, e che ha visto stravolti gli affetti più cari e la sua stessa vita, mentre l’unica figlia, Eluana, era in stato vegetativo persistente, in conseguenza di un violento incidente d’auto, induce alcune minime riflessioni sulle tutele che i cittadini hanno, oggi, in Italia. Le richieste della famiglia Englaro ai medici prima, allo Stato italiano poi, per vedersi riconosciuto il diritto alla sospensione delle cure, facendo appello, in primo luogo, al dettato costituzionale, all’art. 3, “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”, all’art. 13, “la libertà personale è inviolabile”, all’art. 32, “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, sono state formulate rimanendo sempre nell’ambito della legge e del diritto, tanto che, nei lunghi anni che hanno infine portato alla sospensione delle cure a Eluana, sono state emanate ben nove sentenze, che hanno coinvolto ogni grado di giudizio, fino all’ultima, eseguita e inappellabile. Quello che poteva sembrare un atto dovuto dello Stato a uno dei suoi cittadini, si è nel tempo trasformato in uno scontro sociale e politico, nel quale le regole dello Stato di diritto, come quelle del buon senso, sono state piegate alla necessità di creare due fronti semplificando i termini della questione, fino a banalizzarli, nella contrapposizione, senza chiaroscuri, fra bene e male. Un sincretismo da film hollywoodiano che ha funzionato

perfettamente, ma ha ben guardare, non ha saputo nascondere l’ipocrisia di una classe dirigente svuotata di credibilità e disposta a tutto pur di stabilire un asse di consenso, traducibile in voti, con quei settori della società essi pure numericamente in crisi, e, per questo, fermamente decisi ad essere riconosciuti come i depositari e i nuovi paladini di una tradizione valoriale, in lotta contro supposti assoluti disvalori della società post-secolare. Anche in questo caso, a ben guardare, una banale critica alla modernità della quale si usano, però, quegli stessi strumenti che vengono criticati, primo fra tutti: la libertà di coscienza. La strumentalizzazione politica non si arresta di fronte a nulla, e da ultimo ha portato, pochi giorni prima dell’esecuzione della sentenza, a uno scontro

istituzionale inedito per la democrazia italiana, fra il presidente della Repubblica, che chiedeva il rispetto della sentenza, nata dai principi del sistema ordinamentale a tutela delle libertà personali, e il presidente del Consiglio,

impegnato a cancellare una sentenza inappellabile, con ogni stratagemma. L’ultimo dei quali, il disegno di legge Calabrò (Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, consenso informato e di dichiarazioni di trattamento), che si tenta di far convulsamente approvare nelle ore in cui Eluana sta morendo, è, di fatto, soltanto il tentativo di limitare, o, meglio, annientare, la libertà riconosciuta a ogni individuo dalla Costituzione, di poter chiedere la sospensione delle terapie, con il cavillo che nutrizione e idratazione forzata debbano essere somministrate anche non rispettando la volontà del paziente, perché il legislatore non le riconosce come terapie mediche, contro il parere unanime di tutta la comunità scientifica internazionale. Esse infatti, possono essere somministrate soltanto da personale medico, con diverse modalità, ad es. con sondino naso-gastrico. Lo Stato italiano, dunque, si arroga il diritto di poter decidere al posto e per i cittadini, in un ambito tanto delicato come è quello della vita e della morte. Di decidere che cosa è meglio, che cosa è bene, che cosa deve essere fatto. Non tutela, cioè, come dovrebbe fare uno stato democratico e plurale, le differenti opzioni etiche o religiose, ma dà valore a un’opzione fra le altre, creando, in questo modo, due categorie di cittadini: quelli che condividono la morale dello Stato e quelli che non la condividono, che, così, non possono vedere riconosciuto un diritto, che, in questo caso, è affermato non solo dalle laiche dichiarazioni e dalle convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo, o, per restare in ambito europeo, dalle “raccomandazioni” del Consiglio d’Europa, ma pure dal catechismo di quella chiesa cattolica che tanta parte ha avuto nel tortuoso sviluppo

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L E Z I O N I D A L L’ E S T E R O

TESTIMONIANZA DI ENGLARO

AGIRE IN MANIERA CONSAPEVOLE :

DAL RISPARMIO ENERGETICO AL CONCETTO PASSIVHAUS

DIRITTI DELL’UOMO, DIRITTI INDIVIDUALI, LIBERTA’ DI COSCIENZA. Una riflessione a partire dal caso Englaro di Ilaria Biagioli

di Francesco Nesi

Agire in maniera consapevole: dal risparmio energetico al concetto Passivhaus. Oggi in Italia siamo bene o male coscienti che occorre iniziare una fase di rinnovamento globale, a partire dalle nostre abitudini per giungere ad una drastica riduzione dei nostri consumi. L’esperienza di Napoli ahimè ci ha mostrato che solo partendo da un punto di vista diverso si può raggiungere l’obiettivo della riduzione dei rifiuti, applicando all’origine l’abolizione per quanto possibile degli imballaggi ed imponendo al consumatore la raccolta differenziata. Con la stessa consapevolezza dobbiamo renderci conto che è solo agendo sull’abbattimento dei nostri consumi in campo energetico che si può ottenere, oltre ad un indubbio risparmio di denaro e di materie prime, un elevato benessere abitativo all’interno dei nostri ambienti domestici o lavorativi. Effettuando una semplice stima sulle nostre spese annuali per riscaldamento (gas/gasolio/...) e per approntamento di acqua calda sanitaria, diviene subito chiaro che potremmo investire altrimenti questi soldi, impiegandoli per esempio in sistemi di coibentazione a cappotto oppure in interventi di risanamento/riqualificazione energetica delle nostre strutture esistenti, a partire dai tetti che costituiscono indubbiamente l’elemento più sensibile (il calore tende a salire verso l’alto). Utilizzando poi lampade a basso consumo e riduttori di flusso per l’ac-

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qua corrente, allacciando ad esempio l’acqua calda alla lavastoviglie o alla lavatrice si riescono a limitare ancora notevolmente gli sprechi. Già, perché nient’altro che di sprechi si tratta. Se infatti esistono tecniche e tecnologie efficienti, la disinformazione non può essere considerata un’attenuante. È per questo che la divulgazione scientifica, l’informazione a tutti i livelli deve nascere dalla comunità, dal basso – ben vengano comunque le istituzioni “illuminate” che si fanno latori di concetti e di iniziative “sostenibili” e volte a togliere quell’ignoranza che, sola, porta progressivamente a fasce sempre più estese di povertà. È dalla riduzione dei consumi in maniera consapevole che nasce il concetto Passivhaus, iniziato da Wolfgang Feist, un tedesco che assieme a Bo Adamson dell’Università di Lund lo ha sviluppato fondando così il Passivhaus Institut a Darmstadt. Si parla del lontano 1980. Cosa abbiamo fatto noi in tutto questo tempo? La “strada” Passivhaus ci mostra con semplicità come realizzare un abitare consapevole e confortevole. Essa si basa su alcuni aspetti basilari:1) un involucro termico assolutamente ermetico in modo da non disperdere il calore interno d’inverno e da non fare entrare il caldo dall’esterno d’estate, 2) valori di coibentazione tali da abbattere i carichi termici delle singole stanze (limitazione del fabbisogno termico/ del surriscaldamento), 3) assenza di ponti termici, che fra l’altro provocano

a lungo andare formazione di condense interstiziali, di muffe ed eventualmente di danni strutturali, 4) limite sull’energia primaria, che ci impone di limitare gli sprechi energetici facendo uso di apparecchi energeticamente efficienti, lampade a basso consumo etc., 5) sistemi di ventilazione meccanica controllata, che permettono di regolare i flussi di calore in uscita ed in entrata e di garantire quindi un’eccellente qualità dell’aria ambiente. Solo mediante un’accurata progettazione si riescono ad abbattere i costi, arrivando a sovraccosti rispetto ad abitazioni a basso consumo energetico anche dell’ordine del 5-10%, garantendosi tuttavia un duraturo benessere abitativo ed una riduzione immediata dei costi di gestione degli edifici. Approfittiamo dunque degli incentivi statali che ci vengono ancora concessi, applichiamo la coibentazione alle nostre case, sostituiamo le nostre caldaie ed i nostri serramenti con nuovi modelli energeticamente più validi (non prima di essere intervenuti sull’involucro termico!), impegnamoci tutti in questa fase storica per mettere in moto una forza propulsiva che imponga un cambiamento. Come il maestro Mahatma Gandhi, sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.

L’incontro di metà marzo – a Urbino, Pesaro e Fano – con Beppino Englaro, che ha portato testimonianza della lunga e dolorosa battaglia per il riconoscimento di un diritto civile, battaglia che è durata diciassette anni, e che ha visto stravolti gli affetti più cari e la sua stessa vita, mentre l’unica figlia, Eluana, era in stato vegetativo persistente, in conseguenza di un violento incidente d’auto, induce alcune minime riflessioni sulle tutele che i cittadini hanno, oggi, in Italia. Le richieste della famiglia Englaro ai medici prima, allo Stato italiano poi, per vedersi riconosciuto il diritto alla sospensione delle cure, facendo appello, in primo luogo, al dettato costituzionale, all’art. 3, “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”, all’art. 13, “la libertà personale è inviolabile”, all’art. 32, “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, sono state formulate rimanendo sempre nell’ambito della legge e del diritto, tanto che, nei lunghi anni che hanno infine portato alla sospensione delle cure a Eluana, sono state emanate ben nove sentenze, che hanno coinvolto ogni grado di giudizio, fino all’ultima, eseguita e inappellabile. Quello che poteva sembrare un atto dovuto dello Stato a uno dei suoi cittadini, si è nel tempo trasformato in uno scontro sociale e politico, nel quale le regole dello Stato di diritto, come quelle del buon senso, sono state piegate alla necessità di creare due fronti semplificando i termini della questione, fino a banalizzarli, nella contrapposizione, senza chiaroscuri, fra bene e male. Un sincretismo da film hollywoodiano che ha funzionato

perfettamente, ma ha ben guardare, non ha saputo nascondere l’ipocrisia di una classe dirigente svuotata di credibilità e disposta a tutto pur di stabilire un asse di consenso, traducibile in voti, con quei settori della società essi pure numericamente in crisi, e, per questo, fermamente decisi ad essere riconosciuti come i depositari e i nuovi paladini di una tradizione valoriale, in lotta contro supposti assoluti disvalori della società post-secolare. Anche in questo caso, a ben guardare, una banale critica alla modernità della quale si usano, però, quegli stessi strumenti che vengono criticati, primo fra tutti: la libertà di coscienza. La strumentalizzazione politica non si arresta di fronte a nulla, e da ultimo ha portato, pochi giorni prima dell’esecuzione della sentenza, a uno scontro

istituzionale inedito per la democrazia italiana, fra il presidente della Repubblica, che chiedeva il rispetto della sentenza, nata dai principi del sistema ordinamentale a tutela delle libertà personali, e il presidente del Consiglio,

impegnato a cancellare una sentenza inappellabile, con ogni stratagemma. L’ultimo dei quali, il disegno di legge Calabrò (Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, consenso informato e di dichiarazioni di trattamento), che si tenta di far convulsamente approvare nelle ore in cui Eluana sta morendo, è, di fatto, soltanto il tentativo di limitare, o, meglio, annientare, la libertà riconosciuta a ogni individuo dalla Costituzione, di poter chiedere la sospensione delle terapie, con il cavillo che nutrizione e idratazione forzata debbano essere somministrate anche non rispettando la volontà del paziente, perché il legislatore non le riconosce come terapie mediche, contro il parere unanime di tutta la comunità scientifica internazionale. Esse infatti, possono essere somministrate soltanto da personale medico, con diverse modalità, ad es. con sondino naso-gastrico. Lo Stato italiano, dunque, si arroga il diritto di poter decidere al posto e per i cittadini, in un ambito tanto delicato come è quello della vita e della morte. Di decidere che cosa è meglio, che cosa è bene, che cosa deve essere fatto. Non tutela, cioè, come dovrebbe fare uno stato democratico e plurale, le differenti opzioni etiche o religiose, ma dà valore a un’opzione fra le altre, creando, in questo modo, due categorie di cittadini: quelli che condividono la morale dello Stato e quelli che non la condividono, che, così, non possono vedere riconosciuto un diritto, che, in questo caso, è affermato non solo dalle laiche dichiarazioni e dalle convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo, o, per restare in ambito europeo, dalle “raccomandazioni” del Consiglio d’Europa, ma pure dal catechismo di quella chiesa cattolica che tanta parte ha avuto nel tortuoso sviluppo

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APPROFONDIMENTO

della vicenda, e che, al par. 2278, dice: “l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie e sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima [...] Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire [...] Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza, la capacità o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (Lib. Ed. Vat., 1992). E, allora, è certo probabile che gli altri Stati europei abbiano legislazioni in materia di fine vita che lasciano ai cittadini la libertà di scegliere dignitosamente di morire essenzialmente perché sono Stati laici, secolarizzati, modelli di disgregazione della società (tra l’altro, da che mondo è mondo, costumi, etiche, forme statali e di governo si sono modificati e trasformati, con buona pace di chi vede nell’impossibile immutabilità un valore assoluto, che, però, spesso appare come ultimo tentativo di aggrapparsi a un potere già perduto), al pari di quelli che, pur non avendo delle disposizioni normative specifiche, rispettano la volontà del paziente, sia che sia stata formalmente dichiarata con un documento scritto (direttive anticipate di trattamento o, in Italia, comunemente, testamento biologico), sia che sia stata accertata dai familiari. E possiamo ricordare Francia, Belgio, Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi, Germania... Ma qualcosa non torna. Se facciamo riferimento proprio, ad esempio, al caso della Germania, che pur non avendo una normativa sulle direttive anticipate di trattamento, ne dà attuazione pratica e conferma nella giurisprudenza – che nel 2003 ha riconosciuto il carattere vincolante

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della volontà del paziente –, quel che stupisce è che la chiesa cattolica abbia sottoscritto, per mano del presidente della Conferenza episcopale tedesca, card. Lehmann, e col benestare della Santa Sede, un documento congiunto con le chiese evangeliche: Disposizioni sanitarie del paziente cristiano (1999 e 2003), per “togliere alle persone la paura di diventare alla fine vittima della tecnologia medica”, predisponendo anche un modello di disposizioni anticipate di trattamento. Il documento distingue fra: eutanasia attiva, che in Germania è un reato, e che “non si concilia con la concezione che della vita ha il cristiano”; eutanasia passiva, che “vuole lasciar morire con dignità un malato incurabile, rinunciando a trattamenti salvavita, come ad es. la nutrizione artificiale, la respirazione assistita, la dialisi o anche l’impiego, ad esempio, di antibiotici”; eutanasia indiretta, che consiste nella “somministrazione al malato terminale di farmaci antidolorifici che potrebbero anche avere come conseguenza, non voluta, l’anticipazione del suo decesso”. Per la chiesa cattolica e le chiese evangeliche tedesche, il medico ha il dovere sia di tutelare la vita, sia di lenire le sofferenze dei suoi pazienti, per questo, il paziente ha diritto di chiedere un “aiuto nel morire”, considerato giuridicamente ed eticamente lecito. Perché, dunque, la chiesa cattolica tedesca riconosce la legittimità etica sia dell’eutanasia passiva che di quella indiretta, e il diritto all’autodeterminazione della persona in ordine alla propria morte, mentre abbiamo visto la stessa chiesa cattolica, ma italiana, accanirsi contro Welby, Nuvoli, e Englaro? L’abbiamo vista chiedere a gran voce, da quella parte dell’arena che è, per forza, quella del bene, che venissero presi provvedimenti legisla-

tivi che vietassero a queste persone, e poi a tutti i cittadini che lo avessero voluto, di “andare in pace”. Perché un conto sono i diritti dell’uomo, che sono inviolabili – il primo dei quali è, per la chiesa, il diritto alla libertà religiosa –, un conto sono i diritti individuali, come se gli individui non fossero uomini? L’abbiamo vista giudicare queste persone, negare a Welby la sepoltura cattolica, stigmatizzare di assassinio il signor Englaro, intraprendere una crociata da tempi moderni, che sembra purtroppo avere, come quelle medioevali, un unico obiettivo: il potere. E se non può più essere temporale, che sia almeno, senza alcuna coscienza, ma con molta cognizione di causa, sulle coscienze, e se non può essere sulle coscienze, che sia almeno formalmente nelle leggi degli Stati. Poco importa che contraddica se stessa e si dimentichi quel “ma io vi dico” pronunciato da un ebreo di Nazareth duemila anni fa, che ha portato, nella storia, il primato della coscienza individuale. Da allora non è l’uomo per il sabato, ma il sabato per l’uomo.

SEMPRE LA STESSA SCORIA? di GianMaria Vittorietti

Cronista: “Quando verrà posta la prima pietra della prima centrale nucleare in Italia?” Scajola (ex ministro alle Attività Produttive): “Abbiamo preso l’impegno che entro il 2013 inizieranno i lavori, poseremo la prima pietra. Stiamo rispettando tutto il calendario che ci siamo posti, dalle procedure giuridiche, i provvedimenti legislativi necessari e tutto quello che ci serve per avviare il processo autorizzativo”. Inizia così il servizio della trasmissione televisiva “CRASH” - dal titolo “Sempre la stessa scoria?” - che va in onda su Rai 3 in terza serata in modo che tutti possano vederla! Il premier Silvio Berlusconi sigla accordi in materia con Francia e Russia. L’Italia sembra quindi proiettata verso un futuro in cui l’energia sarà prodotta col nucleare. Nel passato invece? Nel passato, il nostro paese aveva 4 centrali nucleari (Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano) ora chiuse a seguito di un referendum abrogativo del 1987. Ma il passato del nucleare in Italia ci ha lasciato un’eredità scomoda che ancora oggi grava sul nostro presente. Oltre 8.500 metri cubi di scorie radioattive di 3° categoria (cioè le più pericolose), oltre 1.200 metri cubi di combustibile esaurito e 4 impianti sono lì che aspettano di essere smaltiti. L’85% delle scorie nucleari sono oggi stoccate in Piemonte, e più precisamente a Saluggia, dove vi è un impianto dal quale escono scarichi gassosi radioattivi autorizzati sia in atmosfera che nella Dora Baltea. Nell’impianto vengono sciolte le barre radioattive per recuperare il plutonio perché col plutonio – se si vuole – ci si possono fabbricare le bombe atomiche. Queste barre sono stoccate in una piscina che da qualche anno ha cominciato a perdere. Ma il monitoraggio del

materiale radioattivo disperso nell’ambiente è stato regolarmente effettuato dall’ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambiente). Le barre di combustibile sono state quindi trasferite ad Avogadro in un’altra piscina, ma anche questa ha una perdita che però è controllata perché la piscina è fuori terra. Ci sarebbe stato a suo tempo un impianto in cui stoccare le barre? Sì, quello di Trino Vercellese, ma le barre sono rimaste a Saluggia prima e ad Avogadro poi. Perché? Perché la scelta politica ha prevalso sulla quella tecnica. A Saluggia la SOGIN (società a capitale pubblico che gestisce gli impianti nucleari in Italia), ha intenzione di costruire un nuovo deposito “bunkerizzato” temporaneo in attesa che in Italia si trovi un sito per un deposito unico e definitivo. Il comune di Saluggia è favorevole alla costruzione del nuovo deposito perché sarebbe più sicuro di quello attuale e perché porterebbe nelle casse comunali un milione di Euro all’anno. La SOGIN è stata creata nel 1999 con il decreto Bersani perché dal 1987 al 1999 la politica non è riuscita a risolvere il problema dello smantellamento delle centrali nucleari e delle scorie. La SOGIN fino ad oggi ha ricevuto 1 miliardo e 245 milioni di Euro proveniente dalle bollette elettriche, ma con questi soldi non ha smantellato niente, ha solo cercato (senza per altro riuscirci

come abbiamo visto sopra) di mettere in sicurezza gli impianti. Il cosiddetto decommissioning resta a tutt’oggi un problema irrisolto. La legge n. 368 del 2003 prevedeva la costruzione di un deposito nazionale definitivo dei rifiuti radioattivi, come opera di pubblica utilità dichiarata indifferibile ed urgente che doveva essere completato entro e non oltre il 31/12/2008. Ma da allora di questo deposito non si è più parlato, e oggi, ci si concentra sui depositi temporanei che dovrebbero sorgere vicino alle nuove centrali. Per ogni nuova centrale, un nuovo deposito temporaneo. Ma quali sono tra le 20 regioni italiane quelle che hanno espresso un parere favorevole alla costruzione di centrali nucleari sul proprio territorio? Solo 2, il Piemonte e la Campania. Le centrali che dovrebbero essere costruite in Italia sarebbero 4, con la collaborazione di ENEL ed EDF (società elettrica francese). Queste centrali avrebbero una tecnologia chiamata “EPR” da 1.600 Megawatt. Una tecnologia talmente all’avanguardia da non essere ancora stata mai realizzata. Questo tipo di reattore – di fatto – è ancora un prototipo e nel mondo ve ne sono soltanto 2 in costruzione, uno in Francia e l’altro in Finlandia. E proprio il prototipo finlandese è quello in stato più avanzato perché doveva essere ultimato nel 2009, ma purtroppo c’è stato qualche

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APPROFONDIMENTO

della vicenda, e che, al par. 2278, dice: “l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie e sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima [...] Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire [...] Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza, la capacità o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (Lib. Ed. Vat., 1992). E, allora, è certo probabile che gli altri Stati europei abbiano legislazioni in materia di fine vita che lasciano ai cittadini la libertà di scegliere dignitosamente di morire essenzialmente perché sono Stati laici, secolarizzati, modelli di disgregazione della società (tra l’altro, da che mondo è mondo, costumi, etiche, forme statali e di governo si sono modificati e trasformati, con buona pace di chi vede nell’impossibile immutabilità un valore assoluto, che, però, spesso appare come ultimo tentativo di aggrapparsi a un potere già perduto), al pari di quelli che, pur non avendo delle disposizioni normative specifiche, rispettano la volontà del paziente, sia che sia stata formalmente dichiarata con un documento scritto (direttive anticipate di trattamento o, in Italia, comunemente, testamento biologico), sia che sia stata accertata dai familiari. E possiamo ricordare Francia, Belgio, Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi, Germania... Ma qualcosa non torna. Se facciamo riferimento proprio, ad esempio, al caso della Germania, che pur non avendo una normativa sulle direttive anticipate di trattamento, ne dà attuazione pratica e conferma nella giurisprudenza – che nel 2003 ha riconosciuto il carattere vincolante

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della volontà del paziente –, quel che stupisce è che la chiesa cattolica abbia sottoscritto, per mano del presidente della Conferenza episcopale tedesca, card. Lehmann, e col benestare della Santa Sede, un documento congiunto con le chiese evangeliche: Disposizioni sanitarie del paziente cristiano (1999 e 2003), per “togliere alle persone la paura di diventare alla fine vittima della tecnologia medica”, predisponendo anche un modello di disposizioni anticipate di trattamento. Il documento distingue fra: eutanasia attiva, che in Germania è un reato, e che “non si concilia con la concezione che della vita ha il cristiano”; eutanasia passiva, che “vuole lasciar morire con dignità un malato incurabile, rinunciando a trattamenti salvavita, come ad es. la nutrizione artificiale, la respirazione assistita, la dialisi o anche l’impiego, ad esempio, di antibiotici”; eutanasia indiretta, che consiste nella “somministrazione al malato terminale di farmaci antidolorifici che potrebbero anche avere come conseguenza, non voluta, l’anticipazione del suo decesso”. Per la chiesa cattolica e le chiese evangeliche tedesche, il medico ha il dovere sia di tutelare la vita, sia di lenire le sofferenze dei suoi pazienti, per questo, il paziente ha diritto di chiedere un “aiuto nel morire”, considerato giuridicamente ed eticamente lecito. Perché, dunque, la chiesa cattolica tedesca riconosce la legittimità etica sia dell’eutanasia passiva che di quella indiretta, e il diritto all’autodeterminazione della persona in ordine alla propria morte, mentre abbiamo visto la stessa chiesa cattolica, ma italiana, accanirsi contro Welby, Nuvoli, e Englaro? L’abbiamo vista chiedere a gran voce, da quella parte dell’arena che è, per forza, quella del bene, che venissero presi provvedimenti legisla-

tivi che vietassero a queste persone, e poi a tutti i cittadini che lo avessero voluto, di “andare in pace”. Perché un conto sono i diritti dell’uomo, che sono inviolabili – il primo dei quali è, per la chiesa, il diritto alla libertà religiosa –, un conto sono i diritti individuali, come se gli individui non fossero uomini? L’abbiamo vista giudicare queste persone, negare a Welby la sepoltura cattolica, stigmatizzare di assassinio il signor Englaro, intraprendere una crociata da tempi moderni, che sembra purtroppo avere, come quelle medioevali, un unico obiettivo: il potere. E se non può più essere temporale, che sia almeno, senza alcuna coscienza, ma con molta cognizione di causa, sulle coscienze, e se non può essere sulle coscienze, che sia almeno formalmente nelle leggi degli Stati. Poco importa che contraddica se stessa e si dimentichi quel “ma io vi dico” pronunciato da un ebreo di Nazareth duemila anni fa, che ha portato, nella storia, il primato della coscienza individuale. Da allora non è l’uomo per il sabato, ma il sabato per l’uomo.

SEMPRE LA STESSA SCORIA? di GianMaria Vittorietti

Cronista: “Quando verrà posta la prima pietra della prima centrale nucleare in Italia?” Scajola (ex ministro alle Attività Produttive): “Abbiamo preso l’impegno che entro il 2013 inizieranno i lavori, poseremo la prima pietra. Stiamo rispettando tutto il calendario che ci siamo posti, dalle procedure giuridiche, i provvedimenti legislativi necessari e tutto quello che ci serve per avviare il processo autorizzativo”. Inizia così il servizio della trasmissione televisiva “CRASH” - dal titolo “Sempre la stessa scoria?” - che va in onda su Rai 3 in terza serata in modo che tutti possano vederla! Il premier Silvio Berlusconi sigla accordi in materia con Francia e Russia. L’Italia sembra quindi proiettata verso un futuro in cui l’energia sarà prodotta col nucleare. Nel passato invece? Nel passato, il nostro paese aveva 4 centrali nucleari (Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano) ora chiuse a seguito di un referendum abrogativo del 1987. Ma il passato del nucleare in Italia ci ha lasciato un’eredità scomoda che ancora oggi grava sul nostro presente. Oltre 8.500 metri cubi di scorie radioattive di 3° categoria (cioè le più pericolose), oltre 1.200 metri cubi di combustibile esaurito e 4 impianti sono lì che aspettano di essere smaltiti. L’85% delle scorie nucleari sono oggi stoccate in Piemonte, e più precisamente a Saluggia, dove vi è un impianto dal quale escono scarichi gassosi radioattivi autorizzati sia in atmosfera che nella Dora Baltea. Nell’impianto vengono sciolte le barre radioattive per recuperare il plutonio perché col plutonio – se si vuole – ci si possono fabbricare le bombe atomiche. Queste barre sono stoccate in una piscina che da qualche anno ha cominciato a perdere. Ma il monitoraggio del

materiale radioattivo disperso nell’ambiente è stato regolarmente effettuato dall’ARPA (Agenzia Regionale Protezione Ambiente). Le barre di combustibile sono state quindi trasferite ad Avogadro in un’altra piscina, ma anche questa ha una perdita che però è controllata perché la piscina è fuori terra. Ci sarebbe stato a suo tempo un impianto in cui stoccare le barre? Sì, quello di Trino Vercellese, ma le barre sono rimaste a Saluggia prima e ad Avogadro poi. Perché? Perché la scelta politica ha prevalso sulla quella tecnica. A Saluggia la SOGIN (società a capitale pubblico che gestisce gli impianti nucleari in Italia), ha intenzione di costruire un nuovo deposito “bunkerizzato” temporaneo in attesa che in Italia si trovi un sito per un deposito unico e definitivo. Il comune di Saluggia è favorevole alla costruzione del nuovo deposito perché sarebbe più sicuro di quello attuale e perché porterebbe nelle casse comunali un milione di Euro all’anno. La SOGIN è stata creata nel 1999 con il decreto Bersani perché dal 1987 al 1999 la politica non è riuscita a risolvere il problema dello smantellamento delle centrali nucleari e delle scorie. La SOGIN fino ad oggi ha ricevuto 1 miliardo e 245 milioni di Euro proveniente dalle bollette elettriche, ma con questi soldi non ha smantellato niente, ha solo cercato (senza per altro riuscirci

come abbiamo visto sopra) di mettere in sicurezza gli impianti. Il cosiddetto decommissioning resta a tutt’oggi un problema irrisolto. La legge n. 368 del 2003 prevedeva la costruzione di un deposito nazionale definitivo dei rifiuti radioattivi, come opera di pubblica utilità dichiarata indifferibile ed urgente che doveva essere completato entro e non oltre il 31/12/2008. Ma da allora di questo deposito non si è più parlato, e oggi, ci si concentra sui depositi temporanei che dovrebbero sorgere vicino alle nuove centrali. Per ogni nuova centrale, un nuovo deposito temporaneo. Ma quali sono tra le 20 regioni italiane quelle che hanno espresso un parere favorevole alla costruzione di centrali nucleari sul proprio territorio? Solo 2, il Piemonte e la Campania. Le centrali che dovrebbero essere costruite in Italia sarebbero 4, con la collaborazione di ENEL ed EDF (società elettrica francese). Queste centrali avrebbero una tecnologia chiamata “EPR” da 1.600 Megawatt. Una tecnologia talmente all’avanguardia da non essere ancora stata mai realizzata. Questo tipo di reattore – di fatto – è ancora un prototipo e nel mondo ve ne sono soltanto 2 in costruzione, uno in Francia e l’altro in Finlandia. E proprio il prototipo finlandese è quello in stato più avanzato perché doveva essere ultimato nel 2009, ma purtroppo c’è stato qualche

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IL LIBRO

FA L S E C O N V I N Z I O N I

problema. Posare la prima pietra nel 2013 – come dichiarato dall’ex ministro – significherebbe finire l’impianto intorno al 2018. Considerando che la vita media di una centrale EPR sarebbe di 70 anni, significa che fino al 2090 dovremmo acquistare l’uranio dai paesi stranieri. Ma quanto uranio abbiamo e quanto ne consumiamo? Oggi consumiamo 80 mila tonnellate annue di uranio, ma dalle miniere ne estraiamo 65 mila tonnellate. Il buco di 15 mila tonnellate è coperto dalle testate nucleari delle bombe smantellate.

Nel periodo della guerra fredda infatti, furono costruite circa 70 mila testate nucleari, che negli ultimi 20 anni sono state – per buona parte – smantellate in modo da ricavarne uranio da utilizzare nelle centrali nucleari. Se non ci fossero le bombe da smantellare bisognerebbe chiudere il 30% delle centrali esistenti. Quante bombe sono rimaste da smantellare? Circa 9 mila, che con l’ultimo trattato scenderebbero a 7 mila e verrebbero smantellate in 5 anni. E dopo? Dopo non avremmo più nulla per coprire la differenza tra la

domanda e l’offerta di uranio. Perché allora si torna al nucleare in Italia? Perché in questo momento l’Italia è in mano a dei plurisettantenni che si sono formati culturalmente negli anni cinquanta quando l’uranio era visto veramente come una soluzione per tutti i nostri problemi; ma in quegli anni non ci si rendeva conto – per esempio – del problema della limitatezza delle risorse dell’uranio minerale.

L’ETICA PUBBLICA

QUESTA SCONOSCIUTA di Rodolfo Santini

Ritengo opportuno richiamare l’attenzione su un problema di attualità, come quello dell’etica pubblica, che dovrebbe caratterizzare l’operato di tutti gli uomini politici, a cui viene affidata una funzione pubblica. L’art. 54 della Costituzione ricorda, a chi ricopre pubbliche funzioni, oltre ovviamente a rispettare la Costituzione e le leggi, che è tenuto ad adempiere alle funzioni temporaneamente assegnate, con “disciplina ed onore”. Quindi per gli amministratori pubblici “è un di più”, rispetto alla legalità, richiesta a tutti i cittadini, una etica pubblica, appunto. Accanto alle regole morali, (del tutto individuali, collegate ad una fede od altro), accanto alle regole giuridiche, (per definizione universali, cioè valide per tutti), ogni comunità ha bisogno di un insieme di regole non scritte e comportamenti corretti, la cui violazione viene sanzionata, criticata, diviene criterio di valutazione, ancorchè tale violazione non costituisca necessariamente un reato. Ad un pubblico amministratore, in base ad una precisa disposizione costituzionale, non viene richiesto solamente che il suo comportamento

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sia morale, non viene richiesto che sia solo legale. Gli viene richiesto di più ed altro. Viene chiesto il rispetto di regole e comportamenti eticamente corretti. Come affermato da Leonluca Orlando, “un uomo politico che non rispetta le persone dentro il proprio partito, con la parola o con lo scritto, con pesanti insinuazioni, o peggio facendo uso della menzogna, non ha il senso dell’etica pubblica, pur non commettendo alcun reato”. Il politico che permette una gestione delle tessere del partito, per falsare i congressi ed avvalla comportamenti non etici dei propri dirigenti, ovvero che gestisce in maniera opaca i bilanci delle spese del partito, oppure che non si dimette in presenza di indagini della Magistratura, legate alle funzioni che ricopre, non ha il senso dell’etica pubblica, pur non commettendo alcun reato. Altrettanto vale per colui che ricopre diversi incarichi istituzionali e non opta per uno di essi, pur in presenza di precise norme del partito che lo impongono. Accampare motivazioni quali “sono il più votato” è uno schiaffo ai principi etici, come se il voto dei cittadini diventasse un lavacro ed una unzione.

Così facendo il voto popolare è degradato a scappatoia per sottrarsi alle regole ed alla decenza etica. Un uomo politico non può assolutamente mentire; deve accettare la pubblicità di ogni sua attività quando questa serve per valutare la coerenza tra i valori proclamati ed i comportamenti tenuti. “Niente doppia morale, niente vizi privati e pubbliche virtù per chi riveste funzioni pubbliche, alle quali è giunto per scelta e non per obbligo, e del cui esercizio deve, in ogni momento, rendere conto alla pubblica opinione.” (Stefano Rodotà). Il controllo democratico che tutti i cittadini sono chiamati a svolgere nei confronti degli amministratori, è una potente arma che se opportunamente usata, impone agli amministratori stessi, una vigilanza superiore del loro operato e delle loro scelte. Il rapporto di fiducia che deve caratterizzare il dialogo fra amministratore ed amministrato non può essere né limitato né condizionato da pressioni di diversa natura, ovvero da promesse di scambio più o meno lecite, perché la sovranità appartiene al popolo a cui il politico deve rendere

conto. Il politico che ricorre alle “false promesse elettorali”, oltre a spezzare il rapporto di fiducia con l’elettore, viene meno all’onorabilità che le funzioni pubbliche gli impongono, in quanto calpesta la stima ed il rispetto di cui gode. Va da se che chi trasforma la politica in professione, viene meno ai principi ispiratori della Costituzione, secondo i quali i cittadini possono essere chiamati “temporaneamente” a svolgere le pubbliche funzioni, ma non certo farne un diritto, ovvero un mestiere lautamente ricompensato, con durate decennali. Trascorse due tornate elettorali, il pubblico amministratore, per essere credibile, dovrebbe dimettersi e, se del caso, impegnarsi nel partito; in caso contrario, non fa altro che alimentare quella “casta” di intoccabili, impedendo di fatto quel ricambio generazionale indispensabile per la vita della democrazia. Peraltro, sarebbe opportuno che i politici rendessero pubblici i propri compensi, al fine di valutare se il loro impegno è commisurato all’entità dello stesso. Ancor di più, sarebbe auspicabile, come già fatto in altri paesi europei, (Spagna) che i politici si sottoponessero alla dichiarazione ISEE, al fine di rendere concreto, il principio della trasparenza, (non solo Cesare, ma anche la moglie di Cesare) tenuto conto che l’Italia vanta il primato in Europa per la corruzione nella Pubblica Amministrazione. Se questi principi democratici diventassero bagaglio di ognuno di noi, la vita del partito ne gioverebbe notevolmente. Alla luce di quanto sopra espresso, riterrei opportuno formulare le seguenti proposte operative:

Il libro Il Ritorno del Principe La testimonianza di un magistrato in prima linea Saverio Lodato - Roberto Scarpinato Chiarelettere, pp. 347, € 15,60 “Non è vero che la mafia è quella che si vede in tv, e che i corrotti e i criminali sono una malattia della nostra società. Qui, in Italia, la corruzione e la mafia sembrano essere costitutive del potere, a parte poche eccezioni (la Costituente, mani pulite, il maxiprocesso a Cosa nostra). Ricordate il Principe di Machiavelli? In politica qualsiasi mezzo è lecito. C’è un braccio armato (anche le stragi sono utili alla politica del Principe).Ci sono i volti impresentabili di Riina, Provenzano, Lo Piccolo, e poi c’è la borghesia mafiosa e presentabile che frequenta i salotti buoni e riesce a piazzare i suoi uomini in Parlamento. Ma il potere è lo stesso, la mano è la stessa. Il libro è questo: racconta il fuori scena del potere, quello che non si vede e non è mai stato raccontato ma che decide, fa politica, e piega le leggi ai propri interessi. Ci avviamo verso una democrazia mafiosa? Gli italiani possono reagire, è già successo.

1) Che tutti gli amministratori, di qualsiasi grado e natura, rendessero pubblici i propri compensi, seppure già pubblicati sul sito del loro ente, sia al lordo che al netto degli stessi, con la specifica della quota versata al partito; 2)Che i pubblici amministratori rendessero la dichiarazione ISEE per l’anno in corso; 3)Che il tesoriere renda pubblici i bilanci del partito; 4)Che i candidati alle ultime elezioni regionali, dichiarassero le spese soste-

nute per la campagna elettorale, eventuali “sponsor” ed i rimborsi ottenuti. Coloro che non condividessero questa iniziativa, sono pregati di motivarla pubblicamente, al fine di rendere edotti tutti i partecipanti al coordinamento provinciale, per farne oggetto di discussione.

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IL LIBRO

FA L S E C O N V I N Z I O N I

problema. Posare la prima pietra nel 2013 – come dichiarato dall’ex ministro – significherebbe finire l’impianto intorno al 2018. Considerando che la vita media di una centrale EPR sarebbe di 70 anni, significa che fino al 2090 dovremmo acquistare l’uranio dai paesi stranieri. Ma quanto uranio abbiamo e quanto ne consumiamo? Oggi consumiamo 80 mila tonnellate annue di uranio, ma dalle miniere ne estraiamo 65 mila tonnellate. Il buco di 15 mila tonnellate è coperto dalle testate nucleari delle bombe smantellate.

Nel periodo della guerra fredda infatti, furono costruite circa 70 mila testate nucleari, che negli ultimi 20 anni sono state – per buona parte – smantellate in modo da ricavarne uranio da utilizzare nelle centrali nucleari. Se non ci fossero le bombe da smantellare bisognerebbe chiudere il 30% delle centrali esistenti. Quante bombe sono rimaste da smantellare? Circa 9 mila, che con l’ultimo trattato scenderebbero a 7 mila e verrebbero smantellate in 5 anni. E dopo? Dopo non avremmo più nulla per coprire la differenza tra la

domanda e l’offerta di uranio. Perché allora si torna al nucleare in Italia? Perché in questo momento l’Italia è in mano a dei plurisettantenni che si sono formati culturalmente negli anni cinquanta quando l’uranio era visto veramente come una soluzione per tutti i nostri problemi; ma in quegli anni non ci si rendeva conto – per esempio – del problema della limitatezza delle risorse dell’uranio minerale.

L’ETICA PUBBLICA

QUESTA SCONOSCIUTA di Rodolfo Santini

Ritengo opportuno richiamare l’attenzione su un problema di attualità, come quello dell’etica pubblica, che dovrebbe caratterizzare l’operato di tutti gli uomini politici, a cui viene affidata una funzione pubblica. L’art. 54 della Costituzione ricorda, a chi ricopre pubbliche funzioni, oltre ovviamente a rispettare la Costituzione e le leggi, che è tenuto ad adempiere alle funzioni temporaneamente assegnate, con “disciplina ed onore”. Quindi per gli amministratori pubblici “è un di più”, rispetto alla legalità, richiesta a tutti i cittadini, una etica pubblica, appunto. Accanto alle regole morali, (del tutto individuali, collegate ad una fede od altro), accanto alle regole giuridiche, (per definizione universali, cioè valide per tutti), ogni comunità ha bisogno di un insieme di regole non scritte e comportamenti corretti, la cui violazione viene sanzionata, criticata, diviene criterio di valutazione, ancorchè tale violazione non costituisca necessariamente un reato. Ad un pubblico amministratore, in base ad una precisa disposizione costituzionale, non viene richiesto solamente che il suo comportamento

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sia morale, non viene richiesto che sia solo legale. Gli viene richiesto di più ed altro. Viene chiesto il rispetto di regole e comportamenti eticamente corretti. Come affermato da Leonluca Orlando, “un uomo politico che non rispetta le persone dentro il proprio partito, con la parola o con lo scritto, con pesanti insinuazioni, o peggio facendo uso della menzogna, non ha il senso dell’etica pubblica, pur non commettendo alcun reato”. Il politico che permette una gestione delle tessere del partito, per falsare i congressi ed avvalla comportamenti non etici dei propri dirigenti, ovvero che gestisce in maniera opaca i bilanci delle spese del partito, oppure che non si dimette in presenza di indagini della Magistratura, legate alle funzioni che ricopre, non ha il senso dell’etica pubblica, pur non commettendo alcun reato. Altrettanto vale per colui che ricopre diversi incarichi istituzionali e non opta per uno di essi, pur in presenza di precise norme del partito che lo impongono. Accampare motivazioni quali “sono il più votato” è uno schiaffo ai principi etici, come se il voto dei cittadini diventasse un lavacro ed una unzione.

Così facendo il voto popolare è degradato a scappatoia per sottrarsi alle regole ed alla decenza etica. Un uomo politico non può assolutamente mentire; deve accettare la pubblicità di ogni sua attività quando questa serve per valutare la coerenza tra i valori proclamati ed i comportamenti tenuti. “Niente doppia morale, niente vizi privati e pubbliche virtù per chi riveste funzioni pubbliche, alle quali è giunto per scelta e non per obbligo, e del cui esercizio deve, in ogni momento, rendere conto alla pubblica opinione.” (Stefano Rodotà). Il controllo democratico che tutti i cittadini sono chiamati a svolgere nei confronti degli amministratori, è una potente arma che se opportunamente usata, impone agli amministratori stessi, una vigilanza superiore del loro operato e delle loro scelte. Il rapporto di fiducia che deve caratterizzare il dialogo fra amministratore ed amministrato non può essere né limitato né condizionato da pressioni di diversa natura, ovvero da promesse di scambio più o meno lecite, perché la sovranità appartiene al popolo a cui il politico deve rendere

conto. Il politico che ricorre alle “false promesse elettorali”, oltre a spezzare il rapporto di fiducia con l’elettore, viene meno all’onorabilità che le funzioni pubbliche gli impongono, in quanto calpesta la stima ed il rispetto di cui gode. Va da se che chi trasforma la politica in professione, viene meno ai principi ispiratori della Costituzione, secondo i quali i cittadini possono essere chiamati “temporaneamente” a svolgere le pubbliche funzioni, ma non certo farne un diritto, ovvero un mestiere lautamente ricompensato, con durate decennali. Trascorse due tornate elettorali, il pubblico amministratore, per essere credibile, dovrebbe dimettersi e, se del caso, impegnarsi nel partito; in caso contrario, non fa altro che alimentare quella “casta” di intoccabili, impedendo di fatto quel ricambio generazionale indispensabile per la vita della democrazia. Peraltro, sarebbe opportuno che i politici rendessero pubblici i propri compensi, al fine di valutare se il loro impegno è commisurato all’entità dello stesso. Ancor di più, sarebbe auspicabile, come già fatto in altri paesi europei, (Spagna) che i politici si sottoponessero alla dichiarazione ISEE, al fine di rendere concreto, il principio della trasparenza, (non solo Cesare, ma anche la moglie di Cesare) tenuto conto che l’Italia vanta il primato in Europa per la corruzione nella Pubblica Amministrazione. Se questi principi democratici diventassero bagaglio di ognuno di noi, la vita del partito ne gioverebbe notevolmente. Alla luce di quanto sopra espresso, riterrei opportuno formulare le seguenti proposte operative:

Il libro Il Ritorno del Principe La testimonianza di un magistrato in prima linea Saverio Lodato - Roberto Scarpinato Chiarelettere, pp. 347, € 15,60 “Non è vero che la mafia è quella che si vede in tv, e che i corrotti e i criminali sono una malattia della nostra società. Qui, in Italia, la corruzione e la mafia sembrano essere costitutive del potere, a parte poche eccezioni (la Costituente, mani pulite, il maxiprocesso a Cosa nostra). Ricordate il Principe di Machiavelli? In politica qualsiasi mezzo è lecito. C’è un braccio armato (anche le stragi sono utili alla politica del Principe).Ci sono i volti impresentabili di Riina, Provenzano, Lo Piccolo, e poi c’è la borghesia mafiosa e presentabile che frequenta i salotti buoni e riesce a piazzare i suoi uomini in Parlamento. Ma il potere è lo stesso, la mano è la stessa. Il libro è questo: racconta il fuori scena del potere, quello che non si vede e non è mai stato raccontato ma che decide, fa politica, e piega le leggi ai propri interessi. Ci avviamo verso una democrazia mafiosa? Gli italiani possono reagire, è già successo.

1) Che tutti gli amministratori, di qualsiasi grado e natura, rendessero pubblici i propri compensi, seppure già pubblicati sul sito del loro ente, sia al lordo che al netto degli stessi, con la specifica della quota versata al partito; 2)Che i pubblici amministratori rendessero la dichiarazione ISEE per l’anno in corso; 3)Che il tesoriere renda pubblici i bilanci del partito; 4)Che i candidati alle ultime elezioni regionali, dichiarassero le spese soste-

nute per la campagna elettorale, eventuali “sponsor” ed i rimborsi ottenuti. Coloro che non condividessero questa iniziativa, sono pregati di motivarla pubblicamente, al fine di rendere edotti tutti i partecipanti al coordinamento provinciale, per farne oggetto di discussione.

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ECONOMIA E POLITICA

ANCHE LE IMPRESE SOFFRONO DEI MALI DELLA POLITICA di Maurizio Rondina

Sembra strano, ma anche il “sistema” produttivo vive oggi la stessa decadenza che vediamo nella politica. Qualche lustro or sono esistevano ancora i cosiddetti valori del lavoro: le persone capaci godevano di alta considerazione, e tenute strette dagli imprenditori, fidelizzate a tutti i costi, i posti di responsabilità erano affidati a persone esperte e professionalmente preparate, con lunghi curriculum decennali alle spalle, spesso vissuti all’ interno della stessa azienda dove avevano iniziato la loro carriera lavorativa. Poi man mano siamo arrivati alla situazione odierna, ove chi ha raggiunto posti dirigenziali, non se ne va mai più, nemmeno raggiunta l’ età della pensione, e per giustificare la sua “indispensabilità” si attornia in posti di responsabilità operativa di neo-laureati inesperti, ma proprio per questo pronti a qualunque cosa (non si sa perchè ma le università sfornano gente decisamente “aggressiva”, e smaniosa di una carriera veloce e folgorante), e senza il minimo scrupolo, ne il minimo rispetto per la gente più esperta di loro, che dai decani sono “incaricati” di scavalcare. La generazione “di mezzo” proprio per il fatto di essere esperta, preparata, professionalmente valida, sarebbe in grado benissimo, di portare avanti al

meglio le aziende, senza la necessità dei decani, nè dei giovanotti smaniosi, che di “farsi le ossa” sul campo non vogliono nemmeno sentir parlare. I decani “chiosano” perchè così rimangono “in sella”, e la generazione di mezzo, la vera ricchezza del sistema industriale italiano, paga pegno. Stessa cosa avviene nel ricambio generazionale a livello imprenditoriale, altra grande questione spesso irrisolta del nostro sistema: i rampolli di famiglia del “fondatore” storico dell’ impresa, pur giovanissimi sono subito proiettati verso importanti posti direzionali, a dirigere persone palesemente più esperte di loro, e questo crea scompensi organizzativi, demotivazione e frustrazione nelle risorse umane più valide. Anche il sistema industriale quindi non da spazio e non valorizza le professionalità capaci ed esperte che ha numerose al suo interno, ma preferisce affidarsi a “yesman” proprio come nella politica. Il sistema industriale italiano, dovrebbe puntare su quello che Cina, India e altri emergenti, non sanno ancora fare, e che i nostri quarantenni e cinquantenni sanno fare a memoria, ed invece li inseguiamo sul loro terreno, ove non potremo mai competere. Stiamo addirittura

importando la globalizzazione nelle politiche di gestione del personale all’ interno delle aziende, e nei modelli organizzativi: si punta al fatto che il personale sia tutto “intercambiabile” in una estrema semplificazione e generalizzazione dei ruoli, affinchè chiunque possa essere sostituito in breve tempo e senza traumi, magari con personale “interinale” o assunzioni a termine, naturalmente “sottopagato”. Come può sostenersi un sistema produttivo, con giovani lavoratori “precari”, valanghe di laureati “yesman”, un’ intera generazione di quarantenni e cinquantenni “frustrata”, ed inseguendo modelli, politiche, sistemi organizzativi, di importazione, che non tengono conto delle tipiche peculiarità italiane, del genio, dell’ inventiva, della creatività, della maestria che si raggiunge solo ed unicamente con l’ esperienza. Si vogliono introdurre nelle aziende che si contraddistinguono per la grande flessibilità, adattabilità e “fantasia” organizzativa, modelli altamente burocratizzati progettati per le multinazionali. Sinceramente quello che stupisce, più che la crisi economica, è che il sistema produttivo italiano stia ancora a galla..

Risparmiare? Si può di Angelo d’Agostino

Nelle tre recenti serate dedicate alle tematiche del progresso e della folle corsa al consumo ‘idiota’ (cioè, non intelligente e spesso fine a se stesso), gli amici della nostra associazione Liberamente hanno trovato in sala un piccolo memorandum stampato in proprio e riportante semplici suggerimenti di economia familiare e domestica. Sono consigli di puro buon senso ma che permettono di calcolare il beneficio effettivo di ogni singolo comportamento e quantificare, di conseguenza, il relativo risparmio. Un risparmio che può raggiungere circa 1600 euro, quasi una “quattordicesima fai da te”. Si può fare? Si tratta, in effetti, di piccole e semplici azioni quotidiane, facilmente alla portata di tutti poiché non comportano modifiche rilevanti al proprio stile di vita. Coinvolgono l’uso della nostra automobile, del riscaldamento, dell’illuminazione domestica, degli elettrodomestici. Tutte attività che richiedono, se eseguite ‘distrattamente’, un eccessivo consumo di energia e conseguenti salassi in bolletta.Con un minimo impegno invece, si potrebbe produrre un risparmio fino al 30% dei consumi energetici di una famiglia. Inoltre, se i consigli fossero applicati da tutti, si avrebbero notevoli benefici sia per la spesa energetica dell’intero nostro paese che per l’abbattimento dell’anidride carbonica. Dei comportamenti individuati, alcuni sono a costo zero – non comportano, cioè, alcun esborso di denaro; altri hanno un costo sopportabile in quanto comportano un investimento che si ripaga in tempi brevi e che in molti casi può usufruire di sussidi ed incentivi.

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In casa: piccoli gesti quotidiani - Non lasciate elettrodomestici, telefoni wireless, carica batteria dei cellulari, lettori dvd e portatili in stand-by o collegati alla rete; rimuoveteli o collegateli ad una presa con interruttore (ad esempio una multipla) per spegnerli completamente quando non in uso. - Sostituite le vecchie lampadine a filamento con quelle a basso consumo - Installate i riduttori di flusso dell’acqua ai rubinetti - Installate valvole termostatiche sui termosifoni - Usate la lavatrice di notte e a temperature basse (40/60oC) - Se proprio non ne potete fare a meno, usate la lavastoviglie solo se a pieno carico ed evitate di utilizzare l’asciugatura ad aria calda - Isolate i cassonetti degli avvolgibili per evitare inutili dispersioni di calore - Sigillate i vecchi infissi e montate i doppi vetri alle finestre Risparmiare acquistando elettrodomestici efficienti - Sostituite il vecchio elettrodomestico (frigorifero, lavatrice, ecc.) con uno nuovo o più efficiente - Sostituite lo scaldabagno elettrico con uno a gas - Scegliete una caldaia più efficiente ed evitate l’uso di stufe elettriche La regolazione della temperatura - D’inverno tenete in casa una temperatura massima di 19oC - D’estate limitare l’uso del condizionatore in casa (se proprio non ne potete fare a meno) - In auto usate l’aria condizionata solo nei lunghi tragitti (anche in questo caso, se proprio non ne potete fare a meno) In automobile - In autostrada, mantenete una velocità moderata rispettando sempre i limiti massimi consentiti - In città, mantenete sempre un’andatura regolare cercando di utilizzare le marce alte . - Evitate di riscaldare il motore a veicolo fermo - Controllate la pressione dei pneumatici ed il livello dell’olio almeno una volta al mese - Rispettate sempre le scadenze di manutenzione previste dal costruttore - Non utilizzate accessori che penalizzino l’aerodinamica dell’auto, ad esempio un portapacchi vuoto - Evitate carichi superflui in auto (eccezion fatta per mogli e suocere, s’intende ...)

L’Associazione Culturale LiberaMente promuove il 25 Giugno presso Calcinelli di Saltara in Piazza Pio Franchi De Cavalieri alle ore 21:00 una serata musicale a cura del duo

“Anima Vagus”

Quello che non so …. lo so cantare

un viaggio all’interno delle canzoni dei cantautori che hanno cantato la storia della gente …. d’amore, di morte e di altre sciocchezze. La musica come veicolo di informazione: i grandi cantautori moderni sulle tracce dei vecchi cantastorie. Paolo Battistelli e Daniele Severi ci proporranno la grande musica d’autore come veicolo di cultura e messaggi significativi sui grandi temi della nostra vita.

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ECONOMIA E POLITICA

ANCHE LE IMPRESE SOFFRONO DEI MALI DELLA POLITICA di Maurizio Rondina

Sembra strano, ma anche il “sistema” produttivo vive oggi la stessa decadenza che vediamo nella politica. Qualche lustro or sono esistevano ancora i cosiddetti valori del lavoro: le persone capaci godevano di alta considerazione, e tenute strette dagli imprenditori, fidelizzate a tutti i costi, i posti di responsabilità erano affidati a persone esperte e professionalmente preparate, con lunghi curriculum decennali alle spalle, spesso vissuti all’ interno della stessa azienda dove avevano iniziato la loro carriera lavorativa. Poi man mano siamo arrivati alla situazione odierna, ove chi ha raggiunto posti dirigenziali, non se ne va mai più, nemmeno raggiunta l’ età della pensione, e per giustificare la sua “indispensabilità” si attornia in posti di responsabilità operativa di neo-laureati inesperti, ma proprio per questo pronti a qualunque cosa (non si sa perchè ma le università sfornano gente decisamente “aggressiva”, e smaniosa di una carriera veloce e folgorante), e senza il minimo scrupolo, ne il minimo rispetto per la gente più esperta di loro, che dai decani sono “incaricati” di scavalcare. La generazione “di mezzo” proprio per il fatto di essere esperta, preparata, professionalmente valida, sarebbe in grado benissimo, di portare avanti al

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La Bussola n°03