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Bussola

Associazione Culturale LiberaMente

Gennaio 2013 - n.13 - Rivista bimestrale- distribuzione gratuita

Dal silenzio dell’omertà al grido della legalità

ESTERI

Le Nazioni Unite votano sì al riconoscimento della Palestina pag.5

RISORSE

Il bilancio idrico pag.7

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA

Camorra a Pesaro pag.9


EDITORIALE

IL VENTO E IL SOLE Esopo Un giorno il vento e il sole cominciarono a litigare. Il vento sosteneva di essere il più forte e a sua volta il sole diceva di essere la forza più grande della terra. Alla fine decisero di fare una prova. Videro un viandante che stava camminando lungo un sentiero e decisero che il più forte di loro sarebbe stato colui che sarebbe riuscito a togliergli i vestiti. Il vento, così, si mise all’opera: cominciò a soffiare, e soffiare, ma il risultato fu che il viandante si avvolgeva sempre più nel mantello. Il vento allora soffiò con più forza, e l’uomo chinando la testa si avvolse un sciarpa intorno al collo. Fu quindi la volta del sole, che cacciando via le nubi, cominciò a splendere tiepidamente. L’uomo che era arrivato nelle prossimità di un ponte, cominciò pian piano a togliersi il mantello. Il sole molto soddisfatto intensificò il calore dei suoi raggi, fino a farli diventare incandescenti. L’uomo rosso per il gran caldo, guardò le acque del fiume e senza esitare si tuffò. Il sole alto nel cielo rideva e rideva!! Il vento deluso e vinto si nascose in un luogo lontano.

La Bussola

periodico culturale Registrato presso il tribunale di Pesaro il 14.01.2010 registrazione n. 568 n. 13, chiuso il 9 Gennaio 2013 Direttore responsabile Felice Massaro

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La Bussola - Gennaio 2013

La crisi e l’industria Robin Hood e don Chisciotte di Felice Massaro

Nei numerosi talk-show dedicati alla crisi economica, ancora oggi molti “esperti”, soprattutto sindacalisti, ritengono che il superamento della crisi sia strettamente dipendente da un rilancio della grande industria. Esprimendo tale convincimento dimenticano o ignorano che la grande industria italiana ha perso ormai le sue occasioni: smembrata, privatizzata a prezzi da saldi, finita da diversi decenni nelle mani di poche famiglie (Agnelli, Falck, Piaggio, Pirelli), il suo rilancio è assolutamente impossibile anche perché, per la maggior parte, la grande industria italiana non esiste più. Nei quarant’anni successivi alla guerra, la crescita dell’industria italiana fu favorita da alcuni presupposti ormai inesistenti: grande riserva della forzalavoro con poche pretese salariali, prezzi bassi delle materie prime, forte domanda interna, congiuntura internazionale che favorì gli scambi con l’estero. Per ricordare un solo esempio: l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, era la più grande azienda industriale al di fuori degli Stati Uniti. Nel 1980 era un gruppo di circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. Dall’Iri nacquero altre società statali (Finmeccanica, Finelettrica, Fincantieri ed Eni) che rafforzarono la posizione dello Stato come imprenditore. Dagli anni Settanta lo sviluppo di nuove tecnologie, l’espansione dei mercati, il conseguente inasprirsi della concorrenza internazionale, l’aumentata importanza di economie quali la siderurgia, l’elettricità, la raffinazione di petrolio, la meccanica, agevolarono le grandi dimensioni. Si avviò una fase di riassetto e ristrutturazione delle medie e grandi imprese che ebbe come conseguenza, fin da allora, la riduzione e la “razionalizzazione” dell’impiego delle risorse umane. Tale riassetto non generò multinazionali di dimensioni adatte a

competere sui mercati mondiali. Produsse, invece, gruppi gerarchici ai cui vertici si collocava la società Holding che controllava, attraverso complesse architetture societarie, le partecipazioni controllate da famiglie, da gruppi o società amiche. Queste, legate da un notevole grado di interdipendenza, erano indotte a un comportamento collusivo e quindi da scarsa concorrenza che implicava mancanza di investimenti in innovazione, nessun miglioramento nell’efficienza. Esempi di queste concentrazioni erano i grandi oligopoli nelle mani di poche famiglie avvezze a usufruire di notevoli contributi pubblici fin dal piano European Recovery Program meglio conosciuto come “Piano Marshall” dal nome del sottosegretario di Stato americano George Marshall. L’Italia, in tale circostanza, ottenne dagli americani un miliardo e quattrocentosettanta milioni di dollari dei quali beneficiarono principalmente Fiat e Finsinder. Fiat, l’azienda più assistita dallo Stato che esista al mondo, ha usufruito, secondo uno studio della Uilm di Potenza risalente all’età della lira, di oltre 200 mila miliardi di lire. I colossi industriali come ENI ed IRI, amministrati con risultati di bilancio in rosso, cominciarono a indebitarsi e a ricorrere a denaro pubblico. Successivamente, per l’impossibilità di ricorrere al sostegno statale, vietato dalla Comunità Economica Europea, si avviò negli anni ‘90 il processo di privatizzazione per alcuni, per altri si ricorse al commissariamento e conseguente liquidazione. La Montedison S.p.A., uno dei maggiori gruppi chimici mondiali con interessi in farmaceutica, energia, metallurgia, agroalimentare, assicurazioni, editoria, ha conosciuto una parabola semplicemente mortificante. Olivetti S.p.A., in passato una delle aziende più importanti al mondo nel


L A M A F I A C R E S C E D O V E P R E VA L E L A C U LT U R A D E L S I L E N Z I O

Gli esempi da citare sono centinaia. Nel frattempo si stanno imponendo nel panorama industriale alcuni Paesi emergenti come il Brasile o l’India che di fatto stanno relegando l’Italia e la stessa Europa a svolgere un ruolo molto più limitato.

generale. Non vede cosa ha combinato l’ILVA a Taranto ove per poco più di un migliaio di salari ha distrutto la fiorente economia legata alla pastorizia, all’agricoltura, alla pesca, al turismo balneare. Che fine hanno fatto, per citare un esempio banale, le cozze di Taranto gustosissime grazie alle citri, le sorgenti sottomarine che, apportando acqua dolce non potabile mista ad acqua salmastra, donano alle acque del mare una condizione idrobiologica ideale per la coltivazione dei mitili? Sono state bandite perché avvelenate. Tutto è stato distrutto: l’aria salubre, la salute, le greggi, l’ agricoltura, il turismo.

Nonostante l’evidenza di tali fatti, il nostro Maurizio Landini, il generoso Robin Hood della FIOM, parla sempre di industria, di grande industria, ritenendo che questa possa risolvere il problema della disoccupazione e della crisi in

Eppure l’Italia ha ancora il sole, il vento, l’agricoltura, la cultura, la storia, il patrimonio artistico unico al mondo. L’industria può svolgere ancora un ruolo importante ma solo nei settori delle energie rinnovabili, della

campo delle macchine per scrivere, da calcolo e dell’elettronica, tra le prime aziende a produrre personal computer e stampanti da ufficio, per l’intensificarsi della competizione globale, la caduta dei prezzi e dei margini in tutta l’industria informatica mondiale, la debolezza del mercato europeo e di quello italiano, è ormai una realtà di scarso rilievo.

trasformazione dei prodotti agricoli, del turismo sportivo, culturale, religioso. Il ranking internazionale è l’indicatore più immediato: l’Italia è stata la prima destinazione al mondo di turismo internazionale fino agli anni ’70. Da allora vi è stata una discesa progressiva nel ranking fino ad arrivare al quinto posto dopo Francia, Spagna, Stati Uniti, Cina. Nonostante questo dato negativo la ricaduta occupazionale è di assoluto rilievo se si considera che il numero di unità di lavoro attivate dalla domanda turistica ha superato i 2,9 milioni, pari al 10% dell’occupazione totale in Italia con un fatturato di circa 173 miliardi. Se non tiene in debito conto tali dati, il Robin Hood che spera nell’ILVA o nella grande industria parassita rischia di trasformarsi in un povero, inutile don Chisciotte.

Dal silenzio dell’omertà al grido della legalità di Francesco Montanari (Gruppo Fuoritempo)

La mafia è una sanguisuga che prosciuga ogni anno nel Mezzogiorno centinaia di migliaia di posti di lavoro e che causa una perdita di ricchezza incalcolabile. Una zavorra per lo sviluppo economico, che in pratica impedisce al Sud di raggiungere livelli di Pil che, senza mafia, sarebbero vicini a quelli del Centro-nord. Umberto Santino – anima del Centro di documentazione Peppino Impastato – parla spesso di “borghesia mafiosa”, espressione che non significa che tutta la borghesia (siciliana e non) sia mafiosa, ma che una quota consistente di essa con la mafia convive, fa affari

e soprattutto non vuole rinunciare a farlo. Il volume d’affari della mafia si aggira sui 138 miliardi di euro, con un utile che supera i 78 miliardi di euro al netto degli investimenti. Il solo ramo commerciale sfiora i 100 miliardi di euro, pari a circa il 7% del PIL nazionale. Stiamo quindi parlando di una vera e propria holding che fonda le sue ricchezze per 67,87 miliardi di euro su traffici illeciti, per 60 miliardi sul traffico di droga, per 5,8 miliardi sul traffico di armi, per 1,20 miliardi sul contrabbando e per 870 milioni sulla tratta di esseri umani. In passato abbiamo assistito all’attività di una mafia eversiva che si

contrapponeva anche militarmente allo Stato (come avvenne per le uccisioni di Falcone e Borsellino) ma ora la situazione è molto differente. La mafia è entrata in una fase di mimetizzazione, per farsi dimenticare dall’opinione pubblica nazionale, ma soprattutto per nascondersi nei meandri del fenomeno della globalizzazione, per mischiare meglio flussi di denaro sporco e profitti dell’economia lecita, sperimentando nuovi settori e nuovi territori di investimento. La mafia sta diventando sempre più un sistema economico integrato, grazie al suo sempre più diffuso e stabile insediamento nei territori delle regioni più ricche del Nord Italia e alla sua penetrazione in settori economici prima sconosciuti, dalle “ecomafie” alle “agromafie”, fino alle varie e più fantasiose forme di riciclaggio, senza dimenticare mai le forme più tradizionali, come il racket e gli appalti. Recentemente la mafia è entrata prepotentemente nella gestione dei rifiuti, chiaramente illeciti: la tipologia di rifiuti appartiene alle specie più disparate, in particolare a quelli pericolosi. Gli illeciti accertati nel corso del 2010 sono stati 30.824 con un incremento del 7,8% rispetto al 2009: La Bussola - Gennaio 2013

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L A M A F I A C R E S C E D O V E P R E VA L E L A C U LT U R A D E L S I L E N Z I O più di 84 reati al giorno, 3,5 ogni ora. Purtroppo la maggioranza delle persone crede che il problema riguardi sempre e solo il proprio vicino. In realtà questo genere di problemi lo ritroviamo in alcune forme anche nelle nostre zone. Nella stessa provincia di Pesaro e Urbino sono stati confiscati dei beni alla mafia: segno che qualcosa sta scricchiolando nonostante il nostro tessuto sociale sia ancora forte. La mafia cresce soprattutto dove prevale la cultura del silenzio e oggi c’è il rischio di penetrazione mafiosa anche nella nostra regione. Le infiltrazioni mafiose nella Marche non sono ancora un fenomeno allarmante, ma presentano comunque un andamento in crescita. Un ruolo crescente viene svolto dalla mafia albanese e da quelle dell’Est Europa, soprattutto nei settori della prostituzione e del traffico di droga. La recente abolizione del certificato antimafia per le imprese da parte del Governo non aiuta sicuramente la lotta alla criminalità organizzata. Episodi inquietanti si sono verificati in questi anni, dalla scoperta di una rete criminale che commetteva reati legati alla contraffazione, al traffico di rifiuti pericolosi, alle estorsioni, ai sequestri di droga, all’usura, alla prostituzione, ai reati ai danni del patrimonio, ai traffici illeciti internazionali. Sono episodi che non bastano a definire le Marche una regione ad alta esposizione mafiosa ma che sono sufficienti a suggerire la necessità di monitorare il fenomeno, facendo leva su quello che da sempre è un punto di forza della nostra regione: un tessuto sociale e produttivo vigile e consapevole, fondamentale nel segnalare episodi ed intrecci sospetti. In dieci anni, tra il 2001 e il 2010, i reati denunciati dai marchigiani alle forze dell’ordine sono passati da 36.327 a 54.119 con un incremento del 49 per cento. Più del doppio rispetto alla crescita dei reati in Italia (+21,1 per cento). Insieme agli episodi criminosi aumenta il numero delle famiglie che lamentano situazioni di disagio. Dal 13,2 per cento del 2001 si è passati al 15,5 per cento del 2010 fino al 17,6 per cento dell’anno scorso. Si tratta di un’insicurezza che non è solo percepita ma che poggia su situazioni reali, che hanno visto i reati di criminalità diffusa aumentare in dieci anni del 46,6 per

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cento e quelli di criminalità violenta (stragi, omicidi e tentati omicidi, lesioni dolose, violenze sessuali, sequestri di persona, attentati, rapine) fare un balzo in avanti del 73,3 per cento. Nel 2010 i reati ambientali sono stati 682 (rispetto ai 530 dell’anno precedente), le estorsioni sono state 113 mentre i reati riferibili in qualche modo a forme di criminalità organizzata sfiorano i 500 episodi ogni anno, con una media di 30 reati ogni 100 mila abitanti. Un altro elemento al quale prestare grande attenzione, oltre alle classiche aggressioni della mafia alle imprese, è quello della mafia che si fa impresa, condizionando fortemente i settori dell’autotrasporto, della filiera agroalimentare, del comparto turistico ed alberghiero, dell’edilizia. Per non parlare dell’emergenza usura, alimentata da una crisi economica che costringe alla chiusura 50 imprese al giorno mentre l’indebitamento medio per impresa è di 180 mila euro ed è cresciuto negli ultimi dieci anni del 93 per cento.

Insieme agli episodi criminosi aumenta il numero delle famiglie che lamentano situazioni di disagio. Dal 13,2 per cento del 2001 si è passati al 15,5 per cento del 2010 fino al 17,6 per cento dell’anno scorso Vorrei concludere questo articolo con una riflessione. Non dobbiamo mai farci prendere dallo sconforto di fronte a dati o avvenimenti negativi. Dobbiamo ricordarci che i cittadini hanno degli alleati: istituzioni, magistratura e forze dell’ordine. Certo, ci possono

essere errori ed esempi in cui questi alleati non hanno certamente dato il meglio di sé. Nel nostro paese dove la corruzione equivale a circa 60 miliardi di euro è possibile che le nostre istituzioni vengano coinvolte. Ma dobbiamo ricordarci che gli esempi negativi sono sempre e comunque una piccola parte. C’è un mondo silenzioso che invece si comporta correttamente e ogni giorno compie il proprio onesto lavoro.

il Gruppo Fuoritempo appoggerà la Legge di Iniziativa Popolare che dal 3 dicembre la CGIL sta promuovendo su tutto il territorio nazionale: una proposta per l’emersione alla legalità e la tutela dei lavoratori delle aziende sequestrate e confiscate alla criminalità organizzata. Una proposta di legge che vuole sfidare le mafie e il malaffare sul piano economico e sociale visto e considerato che spesso i lavoratori di queste aziende temono (comprensibilmente) la confisca con il classico pensiero che “Con la mafia si lavora e con lo Stato no!”.

Un “Osservatorio Regionale Antimafia” nelle Marche: una proposta di legge regionale in tal senso, presentata nel 2011 dal Partito Democratico e ripresa dall’Italia dei Valori , non ha però avuto seguito. Si dovesse raggiungere tale obiettivo, nel Centro Nord sarebbe il terzo osservatorio, dopo quelli già istituiti in Lombardia ed Emilia Romagna. Potrebbero farne parte rappresentanti istituzionali, delle associazioni antimafia come “Libera”, delle forze sociali, sindacali ed imprenditoriali. Uno strumento concreto per “misurare” le infiltrazioni criminali.


L’ O P I N I O N E

Le Nazioni Unite votano sì al riconoscimento della Palestina Il contentino concesso alle nuove autocrazie arabe di Simone Santini (Centro Libero Analisi e Ricerche)

E’ stato definito da molti commentatori come una tappa “storica”. Lo scorso 29 novembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato il riconoscimento della Palestina come entità statale ammettendone l’ingresso all’ONU in qualità di “osservatore”. Un primo passo per un futuro riconoscimento come Stato membro a pieno titolo, lungo un percorso che non sarà, tuttavia, per nulla scontato. Anche l’Italia, dopo molti tentennamenti e tentazioni verso l’astensione, ha dato voto favorevole, aggiungendo la propria voce ad una maggioranza schiacciante: 138 paesi hanno detto sì, 41 si sono astenuti, e solo 9 hanno dato voto negativo. Oltre allo scontato voto contrario di Israele, si sono aggiunti in maniera significativa solo gli Stati Uniti ed il Canada. Insomma il pianeta sembra essersi accorto dell’ingiustizia che da oltre sessant’anni nega una Patria al popolo palestinese. La popolazione araba che abita la Terra Santa ha reagito con manifestazioni di giubilo. Israele e Stati Uniti, soli ed isolati davanti la Comunità internazionale, hanno ammonito i paesi buonisti che così facendo si premiavano i terroristi e si complicava il processo di pace invece che facilitarlo. Opinionisti nostrani hanno lodato il “coraggio” della nostra diplomazia (anche se il ministro degli Esteri Terzi ha dovuto chinare il capo per le pressioni ricevute da Napolitano e Monti), altri hanno recriminato sul solito “tradimento” italico nei confronti degli alleati (ieri era la Libia, oggi è Israele). L’ambasciatore israeliano a

Roma, Naor Gilon, ha manifestato «una delusione molto grande» visto che sono proprio i voltafaccia degli amici ad essere i più dolorosi. Sui grandi media, stampa e televisioni, nessun commentatore ha definito quanto stava avvenendo “una avvilente rappresentazione teatrale”. Lo faccio io sulle modeste (ma libere) colonne de La Bussola che ringrazio per l’ospitalità. Spettacolo, ebbene sì, quanto avvenuto a New York, alle Nazioni Unite, si può definire semplicemente spettacolo. La consacrazione dell’Autorità nazionale palestinese come Stato Osservatore e Non-Membro suonerebbe divertente, se non fosse tragica. Israele aveva appena compiuto, nei giorni precedenti il voto, operazioni militari contro la Striscia di Gaza, una “piccola” guerra presentata, con il raggiungimento di una tregua, come una vittoria araba, ma che ha provocato 173 vittime tra i palestinesi e 6 tra gli israeliani. Strana vittoria, con un rapporto quasi di 1 a 30 tra i morti delle due parti. Alla notizia del voto all’ONU, poi, il premier ebraico Netanyahu ha risposto autorizzando 3.000 nuovi insediamenti nei Territori palestinesi. Hillary Clinton si è detta dispiaciuta della decisione unilaterale israeliana. I grandi della terra, evidentemente, sono capaci di grandi sentimenti e patiscono terribili delusioni e dispiaceri. In realtà, come si può facilmente constatare rispetto a quanto avvenuto prima e dopo lo “storico” voto all’ONU, nulla è cambiato per la Palestina. Guerra e sottrazione di territorio sono avvenute lungo questi decenni, guerra e sottrazione di territorio continueranno

in futuro. E nulla cambia perché, molto semplicemente, il voto al Palazzo di Vetro non ha nulla a che vedere con la reale condizione del popolo palestinese e con le sue aspirazioni. Per capire cosa si sta muovendo in quell’area e quale sia la reale posta in gioco, basta allargare, anche di poco, l’orizzonte dello sguardo. Ci si accorgerebbe, dunque, che la recente breve guerra di Gaza è servita da un lato ad Israele per testare sul campo il suo sistema anti-missilistico denominato Iron Dome (Cupola d’acciaio, fornito dagli Usa) rendendolo pronto per prove future molto più decisive, mentre dall’altro offriva all’Egitto del presidente Morsi, Fratello Musulmano, una grande vittoria diplomatica sotto supervisione di Washington che sancisce l’alleanza strategica, tra gli USA e il sunnismo politico-militante, lanciata nel 2009 da Barack Obama con lo storico discorso all’Università de Il Cairo, l’evento politico precursore della “primavera araba”. Oggi Gaza ha perso, o è sulla strada di perdere, sponsor come la Siria e l’Iran a favore di Egitto, Turchia e dei petro-dollari dei monarchi del Golfo, emiro del Qatar in testa. Allo stesso tempo si è data al presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, che controlla formalmente la Cisgiordania, la possibilità della ribalta delle Nazioni Unite per riconoscere anche a lui una straordinaria, quanto perfettamente inutile, vittoria diplomatica da sventolare orgogliosamente sulle televisioni satellitari arabe che formano l’opinione di quelle grandi masse in pieno sommovimento. Il riconoscimento della Palestina all’ONU è stato il contentino che Usa ed Israele hanno gentilmente concesso alle nuove autocrazie arabe in cambio del sostegno per abbattere il regime siriano, domani, e quello iraniano, dopo domani. I nemici comuni rendono possibili le alleanze più indicibili. Sulla pelle del popolo palestinese, ancora una volta. La Bussola - Gennaio 2013

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U N O S LO G A N E L E T T O R A L E

La trasparenza sai, è come… le parole al vento La distanza tra gli amministratori ed i cittadini di Cristian Bellucci

Nel precedente numero di questo giornale, un articolo di Roberta Lombardi faceva il punto sull’attuazione dell’esito referendario del 12-13 Giugno 2011, o meglio, sulla mancata attuazione. Nel corso dell’esposizione dei fatti, Lombardi accennava all’invio di una richiesta, firmata da 589 cittadine e cittadini, anche in rappresentanza di associazioni e movimenti del territorio, inviata a tutti i 60 sindaci della provincia, al presidente della Provincia di Pesaro e Urbino e al presidente dell’Autorità di Ambito Territoriale Ottimale, per conoscere “le motivazioni per le quali non è stata data piena, corretta e tempestiva esecuzione al referendum abrogativo nel quale i cittadini hanno esercitato il loro diritto costituzionale ed espresso la loro sovranità, ad oggi disattesa”. Alla data di chiusura di questo numero de La Bussola, a sei mesi dall’invio della richiesta, sono ventuno i comuni che non hanno risposto, in buona compagnia del presidente della Provincia, scaduti ampiamente i termini dati loro dalla Legge 241/1990 e dopo diffida a rispondere: si veda il riquadro a fianco/alla fine dell’articolo per un preciso rendiconto. Una precisazione doverosa: scaduti i termini della diffida, è stato interpellato il difensore civico regionale che ha ricevuto tutta la documentazione e che dovrà procedere nei confronti degli amministratori inadempienti. Ma cosa porta un amministratore a non rispondere ad una semplice domanda posta da tanti cittadini di tutta la provincia? È solo una questione di scarsa sensibilità? Evidentemente no. È una questione di tempo o di possibilità? Ancora no: di tempo ne hanno avuto abbastanza, sia le competenze tecniche che quelle giuridiche nei comuni non mancano, un foglio di carta, se proprio non si vogliono usare i mezzi moderni, lo si

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trova ancora. I francobolli li paghiamo tutti con le tasse. Ci potrebbero essere stati problemi tecnici dei gestori di posta elettronica certificata? Tutto è possibile ma è bene tenere in considerazione che i rimanenti destinatari hanno certamente ricevuto la richiesta e hanno evidentemente risposto. Ci sembra solamente una questione procedurale, grave e inammissibile: hanno mancato di rispettare la legge! Infatti la Legge 07 Agosto 1990 n° 241 prevede che la pubblica amministrazione risponda ad una richiesta entro 30 giorni lavorativi: il fatto che la diffida a rispondere era indirizzata per conoscenza anche al difensore civico regionale, al quale si è chiesto fin da subito di procedere a tutela dei cittadini, rende ancor più grave questo atteggiamento. Un’ultima considerazione: sarebbe curioso rileggersi la documentazione elettorale diffusa alle ultime elezioni amministrative per verificare se, come spesso è successo e succederà, ai primi punti dei programmi amministrativi proposti c’erano trasparenza e misure atte a favorire la partecipazione dei cittadini! Perché delle due l’una: ribadito che è principalmente una questione di rispetto della Legge, o la memoria è sempre più labile o manca davvero una cultura della trasparenza. Ci si chiede pertanto fin quando la maggioranza dei cittadini intenderà continuare a dormire sogni tranquilli, cullati dal finto benessere che sta svanendo pian piano.

RIEPILOGO RISPOSTE. Comuni che hanno risposto nei termini di legge: Cantiano, Carpegna, Montecalvo in Foglia, Montelabbate, Tavullia. Comuni che hanno risposto dopo diffida: Acqualagna, Apecchio, Auditore, Barchi, Belforte all’Isauro, Borgo Pace, Cagli, Colberdolo, Fano, Fermignano, Fossombrone, Fratte Rosa, Frontino, Lunano, Macerata Feltria, Mercatino Conca, Mondolfo, Monteciccardo, Monteporzio, Orciano di Pesaro, Petriano, Piandimeleto, Piobbico, Saltara, San Giorgio di Pesaro, San Lorenzo in Campo, Sant’Angelo in Lizzola, Sant’Ippolito, Sassocorvaro, Serra sant’Abbondio, Urbania, Urbino. Ha risposto dopo diffida anche l’Autorità d’Ambito Territoriale Ottimale. Comuni che non hanno mai risposto: Cartoceto, Frontone, Gabicce Mare, Gradara, Isola del Piano, Mercatello sul Metauro, Mombaroccio, Mondavio, Montecerignone, Montecopiolo, Montefelcino, Montegrimano Terme, Montemaggiore al Metauro, Pergola, Pesaro, Piagge, Pietrarubbia, San Costanzo, Sant’Angelo in Vado, Sassofeltrio, Serrungarina, Tavoleto. Non ha mai risposto nemmeno la Provincia.


L’A C Q UA E L A LO G I C A D E L M E R C AT O

Il bilancio idrico Uso programmato dell’acqua per uno sviluppo sostenibile di Mauro Coltorti (Professore Ordinario di Geomorfologia all’Università di Siena)

La crisi idrica che ha interessato tutto il territorio marchigiano è cessata grazie alle piogge autunnali e sino al prossimo anno la maggior parte delle persone si dimenticherà che l’acqua non è una risorsa infinita e che dovremmo dunque preoccuparci in tempo per un suo adeguato utilizzo sostenibile. Sostenibilità, questa parola così spesso utilizzata, ma altrettanto spesso ignorata o usata, come spesso avviene nel nostro tempo per gettare fumo negli occhi e magari anche spendere denaro inutilmente. La siccità a cui sono andati incontro molti fiumi italiani è la conseguenza di un deficit idrico, cioè l’acqua che cade al suolo viene utilizzata in quantità tale che ne rimane poca per il sistema idrico naturale. La risorsa idrica è sfruttata ai limiti della sua capacità ed è sufficiente un anno di minori precipitazioni per dissecare i fiumi. I più cinici diranno: “ma chi se ne frega” tanto sono ridotti a delle fogne a cielo aperto. Ed in parte è vero: la qualità delle acque è diminuita ovunque e la fauna, non solo ittica, è diminuita enormemente e localmente scomparsa. Purtroppo molti non si rendono conto che l’uomo sin dalla preistoria ha sempre basato l’intera sua esistenza sull’acqua e che il fiume, oltre ad una indubbia qualità estetica, ha una funzione vitale dal punto di vista economico e sociale. Un fiume che non scorre crea infatti condizioni igieniche pessime per una intera vallata impedendo la naturale depurazione. Un fiume porta sedimenti al mare e senza sedimenti le coste divengono preda del mare. In passato i nostri fiumi avevano portate maggiori ma dal dopoguerra sono aumentate le captazioni a fini idropotabili, industriali e principalmente agricole. Sono anche diminuite lievemente le precipitazioni ma di una quantità non paragonabile a quanto sono aumentati i prelievi. E’ quindi ora di smetterla di dare la colpa ai cambiamenti ambientali,

molti dei quali, inoltre, sono innescati dalle stesse attività umane a scala globale. In futuro con questo modello economico basato sul liberismo ed un sempre minor controllo pubblico i prelievi aumenteranno dato che l’acqua è indispensabile per tutte le nostre attività. Solo che sarà il denaro a distinguere chi potrà utilizzare in misura maggiore questo bene. Togliere i beni primari, come l’acqua (i fiumi, il mare, i laghi, ecc.), l’aria, i rifiuti, ecc. dalla logica del mercato è estremamente necessario e dovremmo richiederlo con voce ai nostri politici che proprio in questi giorni si apprestano ad indebitarci ulteriormente acquistando altri cacciabombardieri F35 (230 miliardi di euro nei prossimi 12 anni). Per un utilizzo sostenibile della risorsa idrica è necessario conoscere il bilancio idrico del bacino ma sinora questa necessità è stata disattesa. In pratica mentre le entrate e parte delle uscite, cioè la quantità di pioggia e le perdite per evapotraspirazione, sono in genere note non sappiamo bene quanta acqua viene utilizzata, dove e da chi. E’ nota l’acqua utilizzata a fini idropotabili ed a fini industriali perché è tassata in funzione del consumo ma l’acqua utilizzata in agricoltura ancora, nel 2011, non lo è !!! La legge prevede l’installazione di un contatore anche per i prelievi agricoli ma il pagamento della quantità di acqua prelevata è forfettario e risibile (da 4 a 12 Euro/anno). In pratica se vengono estratti 3000 o 100.000 litri il costo non cambia. Ed inoltre non ci sono controlli sul funzionamento dei contatori. Le Provincie avevano avviato un censimento basato su una autodenuncia dei pozzi idrici ma non ci sono stati controlli e molti pozzi non sono stati mai denunciati. Non c’è neppure stato controllo sulla quantità di acqua emunta dai pozzi denunciati, e dunque il bilancio idrico è ancora una utopia malgrado costituisca l’informazione basilare per una pianificazione dell’utilizzo delle risorse che prima o poi saremo chiamati ad effettuare. Infatti, se non lo faremo

per i fiumi che si seccano dovremo comunque farlo per la futura richiesta di acqua. Si giungerà sicuramente ad un punto in cui dovremo scegliere quali saranno gli utilizzi idrici con priorità e soprattutto chi utilizzerà la risorsa. Ora il 70% della risorsa nel paese è usata in agricoltura con enorme dispersione di risorsa perché purtroppo solo localmente vengono utilizzati i più basilari sistemi di risparmio idrico. In agricoltura, invece di effettuare l’irrigazione a pioggia in pieno giorno ed in estate sotto un sole cocente, si dovrebbe irrigare a goccia e durante la notte. Chiaramente si dovrebbe ridurre al minimo la coltivazione di prodotti che necessitano di ingenti quantità di acqua ma dato che oggi larga parte dell’agricoltura, ma per fortuna non tutta, vive di sussidi comunitari nessuno ancora bada a queste “quisquiglie”. Sebbene l’opinione pubblica si stia rendendo conto dell’importanza e del valore all’acqua, ed il recente successo referendario ne è la prova più evidente, la politica continua ad essere estremamente latitante. È la politica che dovrebbe infatti essere responsabile della programmazione avvalendosi dell’amministrazione. Purtroppo la mancanza di un bilancio idrico evidenzia chiaramente come o la politica non si è resa conto della posta in gioco o, più probabile, non voglia rendersene conto. Intorno all’acqua infatti gravitano interessi miliardari che fanno dimenticare valori come l’ambiente, il territorio, il futuro nostro e dei nostri figli, insomma un modello di sviluppo SOSTENIBILE per una vita dignitosa.

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I P O L I T I C I S O N O LO S P E C C H I O D E L L A S O C I E TÀ

Delinquenti che votano di Rodolfo Santini

Di questi tempi di vacche magre, sentire notizie quali quelle relative al presidente del consiglio regionale del Lazio, in arte “Er Batman”, al secolo Franco Fiorito, del PDL, che percepisce un compenso di 30 mila euro al mese, oppure di Vincenzo Maruccio, capogruppo IDV sempre nella Regione Lazio, arrestato per aver usato a fini personali i soldi del partito e tanti altri, che quotidianamente gli organi di informazione ci propinano, ci fa solo il sangue cattivo; amministratori pubblici che sperperano senza ritegno somme ingenti, macchine di lusso, cene allegre, diverse proprietà nel territorio nazionale ed anche all’estero, tutte pagate con i soldi del partito (quindi soldi pubblici) ed ora finalmente arrestati; tutto ciò lascia solo interdetti, con un senso di stordimento, a cui non si riesce a dare una spiegazione logica, se non quella che costoro sono soggetti pericolosi per la società, da tenere alla larga da qualsiasi incarico; anche come presidente della bocciofila potrebbero essere pericolosi. Eppure, sorprendentemente, alle elezioni hanno avuto una moltitudine di preferenze, circa 31mila “er Batman”; il soggetto era conosciuto, già sindaco del comune di Velletri per diversi anni, da tempo in politica, presenzialista in tutte le sagre paesane nonché alle feste di quartiere, un personaggio alla mano, che aveva una parola per tutti, da tutti conosciuto, nelle sue smargiassate e nelle sue spregiudicate agiatezze. Costoro hanno raccolto tante preferenze; il che significa che chi li vota, ha lo stesso modo di percepire la moralità pubblica; tradotto in parole povere, chi ha la fortuna di sedersi nel banchetto che si consuma nella

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pubblica amministrazione, è come se vincesse al lotto, e fa incetta di tutte le fortune che riesce ad accaparrare, scialacquando senza alcun ritegno; l’aspetto interessante di questa questione, è che gli stessi personaggi vengono invidiati dai più, per il loro ostentato tenore di vita, per le agiatezze di cui si circondano; come dai più veniva invidiato Berlusconi, nelle sue cene eleganti nelle sue sontuose ville, attorniato di giovani e procaci ragazze, che allietavano le sue serate e quelle dei fortunati ospiti. Alla fine, con tanto sconforto, emerge la figura dell’italiano medio, che va a messa al mattino e a puttane le sera, che non legge giornali, tanto meno libri, che non chiede la fattura per qualsiasi prestazione e tanto meno la rilascia, limitandosi ad uno sconto del 21% di IVA evasa, intascando l’altro 50% di IRPEF; è quello che va a lavorare pur essendo in cassa integrazione o in infortunio e non rispetta nel più assoluto dei modi il codice della strada, definendo bastardi gli agenti operanti; anzi, fa pure il cenno con i fanali all’altro automobilista per avvisare della pattuglia in strada; non rispetta l’ambiente sporcando senza ritegno, ovunque passa; se poi ha la sfortuna di doversi rivolgere al servizio pubblico, quale l’ospedale o altro, protesta per le lunghe file e per la pessima assistenza ricevuta e perché il servizio pubblico non funziona; protesta perché la scuola è in difficoltà, perché le strade sono piene di buche, perché la benzina costa troppo e le tasse sono esageratamente alte (per chi le paga). E’ chiaro che l’italiano medio non ci pensa neanche a contrastare e combattere il malaffare, anzi, ricerca il conoscente

alla ASL per una corsia preferenziale, il funzionario pubblico per accelerare le procedura nelle richieste alla pubblica amministrazione; invita a non rilasciare lo scontrino, tanto non serve a niente, e vede come realizzazione di un sogno l’arricchimento personale. ll berlusconismo di questi ultimi venti anni, con l’accondiscendenza delle altre parti politiche, ha rappresentato tutto questo; ha inneggiato all’evasione, ha offeso le istituzioni, demolito il sistema giudiziario ed ancora non è completamente scomparso, basti vedere che fine fa la legge anticorruzione. D’altronde da un parlamento che ha sostenuto e votato a maggioranza che Ruby è la nipote di Mubarak, non ci si può aspettare altro… Tutto ciò non è altro che la punta di un iceberg che galleggia in un pantano fatto di gente qualunquista, indifferente, egoista e razzista, di fatto delinquenti che eleggono delinquenti, che giustamente li rappresentano. È recente l’intervista fatta all’avvocatoonorevole Pietro Longo, difensore di Berlusconi e parlamentare, (come Ghedini), comparsa su “Report” il quale affermava che in parlamento è giusto che siedano delinquenti, perché la società deve essere mediamente rappresentata, quindi pure i delinquenti debbono avere i loro rappresentanti. Peccato che il Parlamento ha la maggior concentrazione di delinquenti che si possa registrare nel territorio Italiano e peccato che il dettato costituzionale preveda che il ruolo di amministratore pubblico, deve essere svolto con “disciplina ed onore”. Per concludere, credo che mai più infelice frase possa essere usata, nel sostenere che i politici sono tutti uguali, quindi tutti delinquenti; essi sono lo specchio della società e rimarranno tali fintanto che la società sarà in maggioranza costituita da delinquenti, senza un minimo senso della Stato. Per cui il vicino di casa, di lavoro, di banco (tutta gente che non ha mai letto la Costituzione) è il vero delinquente che avvelena la nazione ed anche la vita di chi, in minoranza, lotta per un mondo migliore.


C R I M I N A L I TÀ O R G A N I Z Z ATA E C O N N I V E N Z E

Camorra a Pesaro di Ettore Marini (Movimento Agende Rosse della Provincia di Pesaro e Urbino)

“La mafia è una vecchia puttana che ama strofinarsi cerimoniosamente alle autorità per adularle, circuirle e incastrarle” annotava Cesare Mori, il Prefetto di ferro, poco tempo prima di essere promosso senatore e riportato a Roma da Mussolini. E aveva visto giusto. ll clan dei casalesi negli ultimi anni ha raggiunto il controllo (direttamente o indirettamente) del 90% dei lavori edili e stradali in Italia: nessuna meraviglia che di tale banda camorristica si senta parlare anche nella nostra provincia. Di essi si è parlato nelle cronache locali a proposito delle operazioni Apogeo e Vulcano; cerchiamo di capire come hanno coinvolto la nostra provincia, exfelice, e poi trarremo alcune conclusioni su quali appoggi hanno trovato in loco. 1)L’OPERAZIONE APOGEO, condotta dal Ros dell’Umbria, ha scoperchiato il mondo delle infiltrazioni mafiose nei cantieri e rivelato come il clan dei Casalesi fosse interessato a fare affari nelle ‘tranquille’ province di Perugia e Pesaro attraverso l’acquisto di alberghi e cantieri per ripulire i soldi (ben un milione di euro rintracciato) e poi — nel caso del ‘Centro’ di Ponte San Giovanni— truffare gli acquirenti. A fine agosto la procura ha chiesto il rinvio a giudizio per diciassette indagati accusati fra l’altro dei reati di associazione per delinquere ma anche di estorsione nei confronti del costruttore pesarese Eligio Palazzetti. Giuseppe D’Urso, uno dei capi, avrebbe minacciato l’imprenditore marchigiano che stava costruendo a Ponte San Giovanni di provocare il fallimento dell’Impresa (già all’epoca in liquidazione), costringendolo così a sottoscrivere la scrittura privata con la quale Palazzetti riconosceva a D’Urso e alle società a lui facenti capo un credito inesistente di un milione e 300mila euro per lavori edilizi mai eseguiti. Tra le contestazioni anche le truffe messe a segno nei confronti degli acquirenti degli appartamenti del «Centro» di Ponte San Giovanni. Questi avrebbero versato i soldi del preliminare di acquisto senza ricevere mai né la casa, né il denaro. L’operazione del Ros prese le mosse proprio dal cantiere ex Margaritelli (300 appartamenti all’epoca in costruzione, un business da 72milioni di euro) finito nelle mani di una sedicente società

svizzera gestita da personaggi vicini al clan Ucciero-Tavoletta. Gli investigatori scoprirono infatti che, tramite gli indagati (in sedici finirono in manette), i Casalesi ripulivano i soldi provenienti dal pizzo, dalla droga e dal gioco illegale (scommesse clandestine e videopoker) acquisendo società in difficoltà economica. Ma come ha fatto la Camorra a radicarsi in centroItalia? La Camorra, come la ‘ndrangheta, avrebbe, fin dagli anni ‘70, appoggi con insospettabili corregionali in loco, utili per avere informazioni su appalti e nomi che contano. 2) OPERAZIONE VULCANO. Protagonista in negativo è Francesco Vallefuoco, fino al 2010 un «normale» imprenditore sbarcato in Romagna: pieno di soldi e di donne, collegamenti con la politica (campana) e i trafficanti d’influenze della repubblica del Titano. Tanto potente, Vallefuoco, da riuscire - era il 2008 - a imporre il suo pane alle mense scolastiche di San Marino. Prezzi bassi e infima qualità: fu così che l’appalto fu revocato e su di lui si accesero i riflettori delle procure di mezza Italia.  I rapporti tra il panificio Vallefuoco e la repubblica di San Marino sono stati lungamente esplorati sia dalla Dda di Napoli, sia da quella di Bologna che il 14 dicembre ’12 ha chiuso la terza tranche dell’inchiesta soprannominata «Vulcano». Il risultato: cento indagati, per diciotto di essi è stato emesso mandato di cattura, accusati fra l’altro di associazione mafiosa, estorsione, usura e tentato sequestro di persona a scopo di estorsione, reati aggravati dal metodo mafioso. L’attività estorsiva del gruppo Vallefuoco avrebbe goduto di una sorta di copertura legale offerta da due società di recupero crediti aperte nel 2008. E il recupero crediti lo avrebbero fatto minacciando di morte o pestando a sangue i malcapitati ai quali loro stessi avrebbero prestato soldi a

interessi usurari. Spesso il recupero consisteva in una semplice emissione da parte dei debitori di cambiali o assegni postdatati di mesi o anni. I committenti-creditori, pur non avendo riscosso alcunché, erano costretti a pagare compensi fino al 50% del debito recuperato (ma non riscosso). Del gruppo Vallefuoco, solidamente nelle mani dei familiari (con lui la moglie e l’ex amante), facevano parte anche uomini del clan dei Casalesi. Per la precisione, della famiglia Schiavone che in Emilia Romagna può contare, da almeno vent’anni, su una solidissima colonia. Ma le indagini  sono arrivate anche in provincia di Pesaro: un notaio, un commercialista, un direttore di banca, un ex sindaco  e un imprenditore sono  alcuni dei coinvolti della nostra provincia nell’Operazione Vulcano.  Il notaio pesarese, secondo la Dda di Bologna, avrebbe nel 2009 rogitato la vendita fittizia di due villini nel comune di Monte Grimano Terme. Operazione che, tramite il direttore di una banca di Pesaro, avrebbe permesso di recuperare e rigirare circa 340.000 euro: denaro riciclato perché i due beni venduti per finta, in realtà appartenevano alla banda Vallefuoco.   Quindi, se in Umbria si erano appoggiati a campani da tempo emigrati in loco, a Pesaro e provincia gli uomini del clan dei Casalesi si sono appoggiati, se le indagini saranno verificate, a un notaio, a un commercialista e a un direttore di banca, che sono le tipiche persone insospettabili, gente “perbene”, che non sappiamo se scientemente o del tutto inconsapevolmente, hanno fatto da sponda. E’ la ormai famosa ”zona grigia”, costituita soprattutto da politici, i quali magari non a Pesaro, ma in Campania di certo, non sono più “comprati” dai clan, ma sono loro stessi a rivolgersi al boss locale per avere appoggio elettorale. I legami tra mafie e borghesia mafiosa hanno una lunga storia, perché fin dalla La Bussola - Gennaio 2013

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IN BREVE metà dell’800 i latifondisti usavano i capi mafiosi per tenere sottomessi i braccianti. Poi col tempo le mafie da

strumento sono assurte a protagoniste e con i rappresentanti della c.d. “zona grigia” i rapporti sono diventati di

Dalla terra alla tavola

convergenza di interessi, come ben spiegato da Nando dalla Chiesa nel suo libro “La convergenza”

di Paola Bacchiocchi

Erbe spontanee Vischio È un arbusto parassita che si trova in alberi malati. È un vasodilatatore e svolge inoltre un’azione diuretica e antispasmodica. A dosi elevate diventa nocivo per l’intero organismo. Infatti le dosi sono molte basse: per una tazza d‘acqua va una puntina di cucchiaino di foglie secche. Invece per curare i problemi esterni come geloni, problemi di circolazione e reumatismi le dosi sono più elevate: per un litro d’acqua servono 50 gr di foglie essiccate.

Ginepro È un arbusto spontaneo che arricchisce le Cesane, il Furlo, il Pelingo ed i monti che ci circondano. L’olio all’interno delle bacche viola funge da rimedio ai disturbi digestivi, infezioni delle vie urinarie e reumatismi. Prima della raccolta assicurarsi che quelle individuate siano le piante indicate, vista la somiglianza con altre bacche. Queste erbe sono indicate per risotti, arrosti, olio aromatizzato e decotti. Buon lavoro!

Il libro

di Cristian Bellucci

I nuovi limiti dello sviluppo. La salute del pianeta nel terzo millennio Donella Meadows, Dennis Meadows, Jorgen Randers

Traduzione a cura di M. Riccucci Mondadori Editore (collana Oscar saggi, formato brossura) pp. 386 – 2006 – 11,00 euro

Nel 1972 tre giovani scienziati del celebre MIT di Boston pubblicarono un rapporto destinato a fare epoca. Si intitolava “I limiti dello sviluppo” e nel giro di poco tempo diventò un bestseller assoluto. In quel saggio gli autori, pionieri delle scienze informatiche, gettavano uno sguardo verso il futuro e, grazie a modelli di calcolo computerizzati, riuscivano per la prima volta a mostrare in modo inequivocabile le conseguenze della crescita incontrollata su un pianeta dalle risorse non infinite.

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Trent’anni dopo, armati di strumenti informatici ben più raffinati e di una mole enorme di dati statistici, quegli stessi autori si sono riuniti per lanciare ancora il loro grido d’allarme. Con uno stile semplice e piano e con rigore scientifico i tre scienziati non possono fare altro che confermare le previsioni di trent’anni fa, e metterci in guardia sui devastanti effetti dell’azione umana sul clima, la qualità delle acque, la biodiversità marina, le foreste e tutte le altre risorse naturali. Prima che sia troppo tardi.


IN BREVE

Il film

di Walter Bisello

Il corridoio della paura regia di Samuel Fuller drammatico 101 min.

TRAMA

L’ambizioso redattore del Daily Globe Johnny Barnett, sotto mentite spoglie si introduce come ricoverato presso l’istituto di igiene mentale di una piccola cittadina con l’intento di far luce su di un caso di omicidio e guadagnarsi il premio Pulitzer. Una volta introdottosi nel manicomio, cercherà attraverso la testimonianza di tre ricoverati di smascherare l’assassino del “caso Sloan”. Ma non sarà così semplice e le conseguenze lasceranno un’impronta indelebile nella sua vita, nulla sarà più come prima.

RECENSIONE

Piccolo capolavoro di Samuel Fuller, in cui attraverso l’estetica ed il linguaggio del cinema, il regista denuncia coraggiosamente gli aspetti atroci degli Stati Uniti, aspetti che possono essere universalizzati e facilmente evidenziabili in ogni umana società, avendo ognuna di essa come comune denominatore l’odio. A tal riguardo Fuller affermò: “Il corridoio della paura è prima di tutto un film sull’odio. A questo mondo, per una ragione o per l’altra, ci piace odiare. Viviamo in un mondo nel quale se qualcuno fa un discorso e dice: «Bisogna odiare questo o quello», ci sarà sempre qualcuno che l’ascolta e lo segue”. Gli indimenticabili testimoni così ben delineati nella loro devastata

psiche da una prova attoriale da antologia, privi di ogni facile retorica, divengono la personificazione dell’annichilimento operato da estremismi di pensiero dell’Uomo, che conducono all’ineluttabilità della violenza. Pertanto ascoltiamo basiti e non senza contrizione la storia di Stuart (James Best), un veterano della guerra di Corea regredito ai tempi della guerra di secessione, accusato di indegnità per aver stretto rapporti amicali con persone che abbracciano l’ideale comunista, di Trent (Hary Rhodes), afro-americano crollato psicologicamente per la mancata integrazione all’università a causa delle vessazioni di matrice razzista, internato perché convinto di essere un bianco a capo del Ku-KluxKlan e di Boden (Gene Evans), geniale fisico nucleare regredito a bambino di sei anni per rimuovere la responsabilità della creazione mortifera della bomba atomica. Il proscenio che si mostra ai nostri occhi è un impietoso ritratto della umana società animata dall’ odio e dal panico, incapace di risolvere i propri demoni interiori, in cui la violenza sembra esserne la terrificante ed unica soluzione. La “ morbida” fotografia in bianco e nero di Stanley Cortez sembra accarezzare la follia dei protagonisti, follia che è invece impietosamente

tratteggiata da una regia essenziale ed a tratti efficacemente allucinata (in poche versioni sono inserite alcune sequenze a colori dei momenti di deliri onirici dei protagonisti). Estraggo dai dialoghi una frase emblematica di questa sempre attuale opera di Fuller: -L’ uomo nella sua evoluzione ha solo reso più raffinata l’arte della distruzione -. Pertanto questo coraggioso film (consideriamo che tale opera è contestualizzata nella prima metà degli anni ’60), decostruendo il Sogno Americano attraverso le sue piaghe, documenta che la natura umana è per natura violenta, la follia ne è la sua conseguenza.

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La Bussola n°13  

La crisi e L'industria - Le Nazioni Unite votano sì al riconoscimento della Palestina - La trasparenza sai è come ... leparole al vento - I...

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