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EDITORIALE N° O In attesa di registrazione Novembre 2009 Distribuzione gratuita Stampato in proprio

“...in questo povero paese in cui la politica, a destra e a sinistra, sembra aver perso la bussola democratica...” (Gianni Barbacetto)

Questo non è un paese per eroi a pagina 3

L’agenda rossa che fa paura a pagina 4

Non c’era una volta a pagina 2

Rifiuti una risorsa in fumo a pagina 5

La scuola contro la pedofilia a pagina 8

lettera al direttore

Un paese senza marciapiedi a pagina 9


Editoriale

Presentazione

Buon Giorno, disse il piccolo principe. Buon Giorno, disse il mercante. Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere Perchè vendi questa roba? disse il Piccolo principe. E’ una grossa economia di tempo, disse il mercante. Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatre minuti alla settimana. E cosa te ne fai di questi cinquantatre minuti? Se ne fa quel che si vuole... Io, disse il piccolo principe, se avessi cinquantatre minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana... Antoine de Saint Exuperi tratto da “Il piccolo pricipe”

Questo numero è stato chiuso il 20 Novembre 2009 N°0 - in attesa di registrazione Direttore editoriale: Cristian Bellucci

CristianB@associazione-liberamente.it

Direttore responsabile: Felice Massaro

FeliceM@associazione-liberamente.it

Redazione: Via Carbonara 40 MonteMaggiore al Metauro (PU)

redazione@associazione-liberamente.it

Editore: Associazione Culturale LiberaMente Grafica e impaginazione: Paola Bacchiocchi

PaolaB@associazione-liberamente.it

Stampa: Stampato in proprio Pubblicità:

pubblicità@associazione-liberamente.it

Informazioni:

info@associazione-liberamente.it

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LE MARCHE E IL POPOLO BUE di Felice Massaro

Ha senso pubblicare un giornale locale visto che la nostra è una società avvolta da una informazione globale, da testate nazionali, dall’informazione che perviene tramite il web? A quali risultati possono aspirare i promotori non avendo i capitali di Rupert Murdoch, Silvio Berlusconi, Carlo De Benedetti? Tali considerazioni, senza dubbio scoraggianti, inducono facilmente alla rinuncia che vuol dire inerzia, disimpegno, induzione al conformismo, al silenzio e, forse, anche agli applausi di chi fa diventare sempre più numerosa la mandria del popolo bue. Visto che da alcuni anni noi veniamo schiaffeggiati in maniera sempre più spavalda da una informazione spesso allineata ai gruppi di potere, ai redattori di questa testata viene spontaneo l’impulso a rimboccarsi le maniche per lanciare messaggi partendo da fatti incontestabili. Vi sono momenti in cui dalle nostre scelte può dipendere il nostro futuro. La nostra provincia e la nostra regione non sono oasi felici ma seguono tranquillamente quanto succede nel resto d’Italia, dalla Sicilia alla Lombardia. Privatizzazione dell’acqua, inceneritori, discariche non sono problemi di altre regioni ma anche della nostra. L’acqua, ad esempio. In molte parti d’Italia e del mondo si sta consegnando la gestione dell’acqua a società private o miste, trasformando così una risorsa di prima necessità come l’acqua in una merce gestita in base alla semplice convenienza economica. Infatti, lì dove la gestione idrica viene privatizzata si ha un elevato aumento delle tariffe, una scarsa o assente manutenzione nelle zone impervie o scarsamente popolate (pochi contratti significa pochi soldi e, quindi, nessun ritorno economico). Purtroppo la normativa europea (non immune da pressioni lobistiche) e quella nazionale si vanno sempre più indirizzando verso la privatizzazione. Eppure, nonostante la legislazione italiana in materia consenta ancora l’affidamento a società con capita-

le totalmente pubblico, anche nella nostra provincia si sta consegnando l’acqua ai privati. I Comuni di Pesaro, Cartoceto, Colbordolo, Gradara, Mombaroccio, Monteciccardo, Montelabbate, Montemaggiore, San Costanzo, S. Angelo in Lizzola e Tavullia sono soci della società Aspes Multiservizi s.p.a., una società municipalizzata a capitale pubblico, di cui il Comune di Pesaro detiene la maggioranza azionaria. Tale società gestisce diversi servizi: acqua, farmacie comunali, cimiteri, Adriatic Arena, verde urbano. Con la sola delibera immediatamente eseguibile di G.C. n° 72 del 6/7/2006 questi Comuni hanno ceduto n° 2.512.488 azioni Aspes alla Hera. Quest’ultima, costituitasi a Bologna nel 2002 e subito dopo quotata in Borsa, è una società a capitale privato, nata a seguito dell’aggregazione tra 11 società locali ex municipalizzate. Una società a capitale privato persegue come unico obiettivo l’utile economico che, in questo caso, deriva dagli incassi a carico dei cittadini. L’utile non va più nelle casse comunali ma viene diviso tra gli azionisti mediante dividendi e cedole. All’avaro intento ad accumulare argento e oro senza mai fermarsi Orazio chiedeva: Quid iuvat? Al lettore che non si riconosce nel popolo bue propongo un indovinello: A chi giova privatizzare l’acqua? E ai sostenitori della privatizzazione dell’acqua una domanda: Quid iuvat? Occhio alla bolletta, cari amici. P.S. Troppo tardi Bruxelles e Roma hanno chiuso la partita. Il nostro Direttore Responsabile Docente di Lettere nelle Scuole Superiori, è stato Direttore Responsabile di alcune testate locali e di una Tv privata. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti-Elenco Pubblicisti dal 1986. Ha pubblicato alcuni testi scolastici con Ladisa Editore, Theorema, Giorgio Mondadori. Di origini pugliesi, ha due figli e vive a Fano da 12 anni.

AD OGNUNO LA SUA PARTE

di Cristian Bellucci

Un’associazione culturale nasce quando si ha qualcosa da dire, da trasmettere, quando si vuol capire, ricercare. Nessuno dei fondatori e nessuno dei componenti attuali aveva ed ha la pretesa di insegnare niente a nessuno ma tutti hanno la volontà di fare, di trasmettere informazioni, nozioni, messaggi. Non per nostra mano: sarebbe presuntuoso. Ma per mano dei vari ospiti che inviteremo. Il progetto che abbiamo è allo stesso tempo ambizioso e affascinante: “muoverci nella cultura” affrontando tutte le tematiche, da quelle prettamente didattiche a quelle inerenti i

grandi principi: Legalità, Giustizia, difesa dell’Ambiente, questioni sociali, Diritti Umani. In pochi mesi abbiamo potuto ben poco ma qualcosa è stato fatto, parlando di Giustizia e Legalità, della Costituzione della Repubblica Italiana, proprio pochi giorni fa di lotta alla pedofilia; altre iniziative ci saranno a breve: penso alle prossime serate sulla Costituzione o alla serata informativa sulla vicenda del testimone di giustizia Pino Masciari, che vive sotto protezione lontano dalla sua terra, la Calabria, per essersi ribellato alla ‘Ndrangheta. O a quelle future che stiamo già definendo ed organizzando. E’per questo motivo che è nata l’As-

sociazione Culturale LiberaMente ed è per questo che essa si sta dotando di questo nuovo strumento: di un giornale che spero serva, oltre che ad informare, a sollecitare il dibattito, la discussione e a far nascere interrogativi. Perché per rispondere a questo scivolamento verso il basso della morale, dell’etica, dell’onestà il solo modo è informarsi, interrogarsi, mettersi in discussione e poi arrivare all’unica conclusione possibile: fare ognuno la propria parte comportandosi onestamente e coerentemente coi propri principi. Per poi pretenderlo dagli altri. E noi siamo pronti a fare la nostra piccola parte.

di Paola Bacchiocchi

Una volta la famiglia lavorava insieme: dove c’erano una bottega o un campo da coltivare lì c’era il padre ed anche il figlio. La madre cucinava, assistita ed aiutata dalla figlia, che un giorno avrebbe preso il suo posto. I giovani venivano seguiti dai grandi, non per non farli divertire, ma per impedire che prendessero strade o decisioni sbagliate. Questo non significa che ora il genitore non si cura del figlio, solo pensa che crescerà bene ugualmente senza la sua guida. Oggi i ragazzi si annoiano. Una volta aiutavano i genitori: ora, dopo aver fatto i compiti, guardano la televisione o giocano. Certo, nel giocare non c’è niente di male fino a quando si frequenta la scuola elementare, il problema subentra quando si frequentano le scuole medie e superiori: quando sei troppo piccolo per lavorare e troppo gran-

de per giocare. Troppa televisione fa nascere stereotipi sbagliati e anche se un ragazzo non la guarda viene contagiato da un altro che è televisione dipendente. Guardare un film con la famiglia non ha mai ucciso nessuno, ma vedere un programma dietro l’altro può causare inconsciamente problemi gravi. Mi ricordo quando avevo 10 anni: si guardava un film serale tutti insieme, poi con il passare del tempo in casa avevamo 4 televisori per quattro persone. Uno in cucina, uno in salotto, uno in camera di mio fratello ed uno nella mia. Ora la televisione non la guardo più e non mi sento fuori dal mondo perché il telegiornale lo ascolto per radio e se ho bisogno di saperne di più c’è la rete. Questo è un esempio di come oggi abbiamo molte cose, ma vivremmo altrettanto bene se ne avessimo di meno. In una comunità le cose si possono prestare, se io uso il mio tagliaerba una o due volte al mese il resto del tempo lo posso prestare a persone che non lo hanno. Siamo diventati dipendenti anche dal cellulare. È come una droga. È questo che vogliono le multinazionali, farci comprare attraverso l’uso della pubblicità, che vostro figlio guarda mentre si annoia e non ha altro da fare. Alcune tecnologie sono importanti, ma i valori della famiglia lo sono molto di più. Bisognerebbe ritornare indietro a trent’anni fa, quando la famiglia stava insieme; avendo meno spese, ma avendo a disposizione la sana tecnologia e i progressi medici di oggi. Così si potrebbe vivere una vita degna senza arrabbiature e meno frenetica. Si potrebbe crescere con sani principi, divertendosi e lavorando con serenità.

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Editoriale

Presentazione

Buon Giorno, disse il piccolo principe. Buon Giorno, disse il mercante. Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere Perchè vendi questa roba? disse il Piccolo principe. E’ una grossa economia di tempo, disse il mercante. Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatre minuti alla settimana. E cosa te ne fai di questi cinquantatre minuti? Se ne fa quel che si vuole... Io, disse il piccolo principe, se avessi cinquantatre minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana... Antoine de Saint Exuperi tratto da “Il piccolo pricipe”

Questo numero è stato chiuso il 20 Novembre 2009 N°0 - in attesa di registrazione Direttore editoriale: Cristian Bellucci

CristianB@associazione-liberamente.it

Direttore responsabile: Felice Massaro

FeliceM@associazione-liberamente.it

Redazione: Via Carbonara 40 MonteMaggiore al Metauro (PU)

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Editore: Associazione Culturale LiberaMente Grafica e impaginazione: Paola Bacchiocchi

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info@associazione-liberamente.it

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LE MARCHE E IL POPOLO BUE di Felice Massaro

Ha senso pubblicare un giornale locale visto che la nostra è una società avvolta da una informazione globale, da testate nazionali, dall’informazione che perviene tramite il web? A quali risultati possono aspirare i promotori non avendo i capitali di Rupert Murdoch, Silvio Berlusconi, Carlo De Benedetti? Tali considerazioni, senza dubbio scoraggianti, inducono facilmente alla rinuncia che vuol dire inerzia, disimpegno, induzione al conformismo, al silenzio e, forse, anche agli applausi di chi fa diventare sempre più numerosa la mandria del popolo bue. Visto che da alcuni anni noi veniamo schiaffeggiati in maniera sempre più spavalda da una informazione spesso allineata ai gruppi di potere, ai redattori di questa testata viene spontaneo l’impulso a rimboccarsi le maniche per lanciare messaggi partendo da fatti incontestabili. Vi sono momenti in cui dalle nostre scelte può dipendere il nostro futuro. La nostra provincia e la nostra regione non sono oasi felici ma seguono tranquillamente quanto succede nel resto d’Italia, dalla Sicilia alla Lombardia. Privatizzazione dell’acqua, inceneritori, discariche non sono problemi di altre regioni ma anche della nostra. L’acqua, ad esempio. In molte parti d’Italia e del mondo si sta consegnando la gestione dell’acqua a società private o miste, trasformando così una risorsa di prima necessità come l’acqua in una merce gestita in base alla semplice convenienza economica. Infatti, lì dove la gestione idrica viene privatizzata si ha un elevato aumento delle tariffe, una scarsa o assente manutenzione nelle zone impervie o scarsamente popolate (pochi contratti significa pochi soldi e, quindi, nessun ritorno economico). Purtroppo la normativa europea (non immune da pressioni lobistiche) e quella nazionale si vanno sempre più indirizzando verso la privatizzazione. Eppure, nonostante la legislazione italiana in materia consenta ancora l’affidamento a società con capita-

le totalmente pubblico, anche nella nostra provincia si sta consegnando l’acqua ai privati. I Comuni di Pesaro, Cartoceto, Colbordolo, Gradara, Mombaroccio, Monteciccardo, Montelabbate, Montemaggiore, San Costanzo, S. Angelo in Lizzola e Tavullia sono soci della società Aspes Multiservizi s.p.a., una società municipalizzata a capitale pubblico, di cui il Comune di Pesaro detiene la maggioranza azionaria. Tale società gestisce diversi servizi: acqua, farmacie comunali, cimiteri, Adriatic Arena, verde urbano. Con la sola delibera immediatamente eseguibile di G.C. n° 72 del 6/7/2006 questi Comuni hanno ceduto n° 2.512.488 azioni Aspes alla Hera. Quest’ultima, costituitasi a Bologna nel 2002 e subito dopo quotata in Borsa, è una società a capitale privato, nata a seguito dell’aggregazione tra 11 società locali ex municipalizzate. Una società a capitale privato persegue come unico obiettivo l’utile economico che, in questo caso, deriva dagli incassi a carico dei cittadini. L’utile non va più nelle casse comunali ma viene diviso tra gli azionisti mediante dividendi e cedole. All’avaro intento ad accumulare argento e oro senza mai fermarsi Orazio chiedeva: Quid iuvat? Al lettore che non si riconosce nel popolo bue propongo un indovinello: A chi giova privatizzare l’acqua? E ai sostenitori della privatizzazione dell’acqua una domanda: Quid iuvat? Occhio alla bolletta, cari amici. P.S. Troppo tardi Bruxelles e Roma hanno chiuso la partita. Il nostro Direttore Responsabile Docente di Lettere nelle Scuole Superiori, è stato Direttore Responsabile di alcune testate locali e di una Tv privata. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti-Elenco Pubblicisti dal 1986. Ha pubblicato alcuni testi scolastici con Ladisa Editore, Theorema, Giorgio Mondadori. Di origini pugliesi, ha due figli e vive a Fano da 12 anni.

AD OGNUNO LA SUA PARTE

di Cristian Bellucci

Un’associazione culturale nasce quando si ha qualcosa da dire, da trasmettere, quando si vuol capire, ricercare. Nessuno dei fondatori e nessuno dei componenti attuali aveva ed ha la pretesa di insegnare niente a nessuno ma tutti hanno la volontà di fare, di trasmettere informazioni, nozioni, messaggi. Non per nostra mano: sarebbe presuntuoso. Ma per mano dei vari ospiti che inviteremo. Il progetto che abbiamo è allo stesso tempo ambizioso e affascinante: “muoverci nella cultura” affrontando tutte le tematiche, da quelle prettamente didattiche a quelle inerenti i

grandi principi: Legalità, Giustizia, difesa dell’Ambiente, questioni sociali, Diritti Umani. In pochi mesi abbiamo potuto ben poco ma qualcosa è stato fatto, parlando di Giustizia e Legalità, della Costituzione della Repubblica Italiana, proprio pochi giorni fa di lotta alla pedofilia; altre iniziative ci saranno a breve: penso alle prossime serate sulla Costituzione o alla serata informativa sulla vicenda del testimone di giustizia Pino Masciari, che vive sotto protezione lontano dalla sua terra, la Calabria, per essersi ribellato alla ‘Ndrangheta. O a quelle future che stiamo già definendo ed organizzando. E’per questo motivo che è nata l’As-

sociazione Culturale LiberaMente ed è per questo che essa si sta dotando di questo nuovo strumento: di un giornale che spero serva, oltre che ad informare, a sollecitare il dibattito, la discussione e a far nascere interrogativi. Perché per rispondere a questo scivolamento verso il basso della morale, dell’etica, dell’onestà il solo modo è informarsi, interrogarsi, mettersi in discussione e poi arrivare all’unica conclusione possibile: fare ognuno la propria parte comportandosi onestamente e coerentemente coi propri principi. Per poi pretenderlo dagli altri. E noi siamo pronti a fare la nostra piccola parte.

di Paola Bacchiocchi

Una volta la famiglia lavorava insieme: dove c’erano una bottega o un campo da coltivare lì c’era il padre ed anche il figlio. La madre cucinava, assistita ed aiutata dalla figlia, che un giorno avrebbe preso il suo posto. I giovani venivano seguiti dai grandi, non per non farli divertire, ma per impedire che prendessero strade o decisioni sbagliate. Questo non significa che ora il genitore non si cura del figlio, solo pensa che crescerà bene ugualmente senza la sua guida. Oggi i ragazzi si annoiano. Una volta aiutavano i genitori: ora, dopo aver fatto i compiti, guardano la televisione o giocano. Certo, nel giocare non c’è niente di male fino a quando si frequenta la scuola elementare, il problema subentra quando si frequentano le scuole medie e superiori: quando sei troppo piccolo per lavorare e troppo gran-

de per giocare. Troppa televisione fa nascere stereotipi sbagliati e anche se un ragazzo non la guarda viene contagiato da un altro che è televisione dipendente. Guardare un film con la famiglia non ha mai ucciso nessuno, ma vedere un programma dietro l’altro può causare inconsciamente problemi gravi. Mi ricordo quando avevo 10 anni: si guardava un film serale tutti insieme, poi con il passare del tempo in casa avevamo 4 televisori per quattro persone. Uno in cucina, uno in salotto, uno in camera di mio fratello ed uno nella mia. Ora la televisione non la guardo più e non mi sento fuori dal mondo perché il telegiornale lo ascolto per radio e se ho bisogno di saperne di più c’è la rete. Questo è un esempio di come oggi abbiamo molte cose, ma vivremmo altrettanto bene se ne avessimo di meno. In una comunità le cose si possono prestare, se io uso il mio tagliaerba una o due volte al mese il resto del tempo lo posso prestare a persone che non lo hanno. Siamo diventati dipendenti anche dal cellulare. È come una droga. È questo che vogliono le multinazionali, farci comprare attraverso l’uso della pubblicità, che vostro figlio guarda mentre si annoia e non ha altro da fare. Alcune tecnologie sono importanti, ma i valori della famiglia lo sono molto di più. Bisognerebbe ritornare indietro a trent’anni fa, quando la famiglia stava insieme; avendo meno spese, ma avendo a disposizione la sana tecnologia e i progressi medici di oggi. Così si potrebbe vivere una vita degna senza arrabbiature e meno frenetica. Si potrebbe crescere con sani principi, divertendosi e lavorando con serenità.

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Attualità

Anniversario

Questo non è un paese per eroi “Sventurata la terra che non ha eroi” Andrea Sarti al suo maestro ne ‘La vita di Galileo’ di Bertolt Brecht “Felice il paese che non ha bisogno di eroi” Galileo Galilei al suo allievo prediletto ne ‘La vita di Galileo’ di Bertolt Brecht

di Cristian Bellucci

di Angelo D’Agostino

Giuseppe (Pino) Masciari è, anzi è stato, un giovane imprenditore edile calabrese. Vive da dodici anni in esilio in una località segreta del nord Italia, insieme a sua moglie e ai suoi due giovanissimi figli, sottoposto a un programma speciale di protezione per aver denunciato la ndrangheta – ovvero la criminalità organizzata calabrese – e le sue profonde collusioni politiche. Pino, oggi, è un testimone di giustizia. I suoi problemi iniziarono il giorno in cui decise di non sottostare ulteriormente alle continue pressioni di personaggi di spicco del mondo politico ed istituzionale ed alle estorsioni mafiose della criminalità organizzata. Come conseguenza di quella scelta coraggiosa, si cominciarono ad intralciare le sue imprese, bloccandone di fatto le attività, rallentandone le pratiche nella pubblica amministrazione, intralciandone i rapporti con le banche. Fu suo padre per primo a rivolgersi alle forze dell’ordine per riferire delle pressioni e delle estorsioni che la ndrangheta esercitava sulle loro imprese e, di conseguenza, del pericolo a cui era sottoposta la sua famiglia. La risposta fu un invito alla cautela prima di esporsi troppo, poiché la denuncia avrebbe comportato un rischio per la loro vita. Alla morte del padre, Pino si trovò praticamente da solo alla guida delle imprese di famiglia. Per proseguire i lavori egli dovette cedere alle estorsioni, ossia il pagare il 3% ai mafiosi ed il 6% alla parte collusa con la politica, nonché a numerose imposizioni delle cosche fra cui assunzioni pilotate, forniture di materiali e di manodopera, regalie in appartamenti, auto e denaro. Una situazione divenuta nel giro di pochi anni del tutto insostenibile e culminata con la ribellione e il rifiuto nel cedere alle esasperanti angherie e ai ricatti di mafiosi e politici. È questo il momento che segna la svolta tragica della vita di Pino e della sua famiglia.

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Da quel rifiuto ne conseguono gravi ripercussioni in ambito lavorativo e familiare: furti, incendi, danneggiamenti, minacce, debiti e conseguente usura, chiusura delle imprese e licenziamento degli operai. Pino decide allora di rivolgersi alle forze dell’ordine e alla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro per denunciare le vicende a cui egli doveva far fronte. I giudici, valutate la vastità e gravità dei racconti e dei personaggi accusati, considerato il pericolo reale e imminente a cui Pino e la sua famiglia erano sottoposti, gli prospettarono l’assoluta necessità di entrare sotto la tutela del Servizio Centrale di Protezione. Inizia così la sua collaborazione con la giustizia ma anche l’allontanamento forzato dalla sua terra, da sua madre, dai suoi fratelli e amici. Ha inizio così il suo esilio. Pino e i suoi cari vengono deportati in una località segreta, senza alcuna speciale protezione e nessun cambiamento d’identità, senza alcuna possibilità di lavoro né per lui né per Marisa, sua moglie. Senza la possibilità di una vita “normale” per i suoi due figli che, confinati per anni tra le mura di un appartamento, non conosceranno la gioia dei giochi in libertà con i loro coetanei. “Non sanno correre!” confiderà di loro il papà durante un incontro di denuncia pubblico. Nella primavera del 2008 la decisione di rompere l’isolamento e denunciare all’opinione pubblica la sua condizione di esiliato in patria. Viene emesso un comunicato stampa a seguito del quale molti giovani ed associazioni si mobiliteranno per sostenere l’intera famiglia Masciari. Pino vuole rimanere nel suo paese “a rischio della vita, per proseguire la strada della denuncia civile e legale dell’impotenza delle Istituzioni, che alle parole non fanno seguire i fatti concreti e per raccontare la verità sulla lotta alla mafia in Italia: chi non scende

a compromessi con le dinamiche mafiose deve essere fatto fuori, in un modo o nell’altro.” Lasciando così la località protetta e la sua famiglia priva di scorta, Pino si reca nella sua Calabria ed in giro per l’Italia per partecipare a diversi incontri, convegni ed eventi culturali. La sua è una forma di protesta estrema, l’unico modo per rendersi “visibile” agli occhi del paese, in attesa che giunga una risposta dalle istituzioni ma anche per chiedere per la sua famiglia asilo politico, o persino l’adozione in un altro paese perché il nostro, no, non è un paese per eroi.

Venerdì 27 novembre, alle 21.00 Presso la sala conferenze del centro civico comunale di Villanova di Montemaggiore al Metauro, si svolgerà un serata informativa sulla vicenda di Pino Masciari imprenditore edile calabrese che, ribellatosi alla ‘Ndrangheta e ai poteri collusi con essa, è costretto da dodici lunghi anni a vivere lontano dalla sua Calabria, insieme a sua moglie e ai suoi due bambini e sottoposto con loro a programma di protezione speciale per le continue minacce di morte. Con Masciari saranno presenti Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio, giornalisti e scrittori, direttore responsabile e vicedirettore del Laboratorio di Produzione Culturale “La Voce di Fiore”, costretti ad emigrare forzatamente dalla Calabria per le minacce di morte dovute alla pubblicazione de La Società Sparente, libro sulla migrazione forzata di tanti calabresi onesti per sfuggire alla vessazione della corruzione, dell’assistenzialismo, clientelismo, politica e massoneria deviata, complicità politiche con la Ndrangheta.

L’AGENDA ROSSA FA PAURA

Entrare in quella via, alzare lo sguardo su quei palazzi dove saltarono i terrazzi dei piani bassi, dove le vetrate andarono in frantumi, dove venne via l’intonaco, è stato emozionante e triste. Un misto di rabbia e nausea ha assalito chi per la prima volta si è trovato a guardare quelle facciate dove si attaccarono i pezzi di quei corpi maciullati dall’esplosione della Fiat 126 imbottita di tritolo. Stupore nel vedere come sarebbe bastato tenere quella via vuota, senza macchine, per evitare quella strage. In via D’Amelio, a Palermo, il 19 Luglio 1992 persero la vita il Giudice Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina, i cinque ragazzi che lo proteggevano. Il 19 Luglio 2009, 17 anni dopo, eravamo lì in tanti, in via D’Amelio, da tutt’Italia, per ricordare quella che è stata definita strage di mafia ma che è ben altro, più di una strage di mafia. Ma soprattutto eravamo lì con una agenda rossa in mano per dare un monito ai tanti politicanti che ogni anno tornano a deporre corone di fiori per accertarsi che Paolo Borsellino sia morto davvero. Senza far nulla per giungere alla verità. Verità scomoda, spaventosa, occultata in ogni modo. Verità contenuta tra le pagine dell’agenda rossa di Paolo

Borsellino; agenda che il Giudice usava per le sue annotazioni, sparita sotto gli occhi di tutti per mano e per volere di chi ora dice di non ricordare e che per il suo silenzio è stato ricompensato. Quel giudice scomodo andava fermato perché osò rifiutare la trattativa tra la mafia e lo stato, stato con la minuscola, stato minuscolo, perché stava indagando sulle connivenze tra la mafia e pezzi deviati dello Stato. Io la mia Verità l’ho già trovata senza avere bisogno di aspettare quella processuale; non ho più bisogno di attendere che i processi finiscano: i fatti, le immagini, i documenti, i riscontri alle parole dei collaboratori di giustizia, le dichiarazioni e le ritrattazioni di tanti politicanti parlano chiaro: non era solo la mafia a voler morto Paolo Borsellino. Non era principalmente la mafia della coppola e della lupara a volerlo morto. E non solo la mafia si è adoperata per assassinarlo. Mafia dei colletti bianchi. Mafia bianca. Verità: questa parola scomoda che in questo e in tanti altri casi si scontra contro il potere e l’interesse, contro il denaro. Denaro che da potere. Denaro che scaturisce molto facilmente dal crimine e l’illegalità. Nessun giornale ha raccontato la Verità, nessuno. Hanno mentito sulla reale partecipazione, sui numeri, sulla composizione del popolo delle agende rosse che quel giorno è nato.

“Un centinaio di persone” per il Corriere della Sera, “bassissima partecipazione” per La Repubblica, i due quotidiani più letti in Italia. Scomparsi tutti gli altri, dai gruppi di giovani e meno giovani alle coppie con bambini al seguito, venuti non senza disagi da ogni parte d’Italia. Giovani come Rachele, ventuno anni quel giorno, scesa sola in Sicilia da Pistoia a testimoniare che anche chi quel maledetto giorno era troppo piccolo per sapere e vedere sente il bisogno di onorare chi è morto nel fare il proprio dovere e per dire “basta! Vogliamo la Verità! Fuori la mafia dallo Stato!” Nessun uomo delle Istituzioni quel giorno venne a Palermo: solo messaggi da Roma, Come se lo sbarco in Sicilia fosse impresa per il solo Garibaldi. Come se, dopo sedici lunghi anni, non fosse poi tanto necessario omaggiare il Giudice e i suoi ragazzi anche e solo con le solite misere corone di fiori. Come se quel minuto di silenzio di fronte a settecento agende rosse alzate in aria fosse troppo per loro. Un monito voleva essere e un monito è stato. Meglio nascondersi e pronunciare frasi fatte, di circostanza; meglio la retorica ipocrita e complice: non costa nulla, riempie la bocca e chiude gli occhi distratti di tanta gente indifferente e quindi complice.

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Attualità

Anniversario

Questo non è un paese per eroi “Sventurata la terra che non ha eroi” Andrea Sarti al suo maestro ne ‘La vita di Galileo’ di Bertolt Brecht “Felice il paese che non ha bisogno di eroi” Galileo Galilei al suo allievo prediletto ne ‘La vita di Galileo’ di Bertolt Brecht

di Cristian Bellucci

di Angelo D’Agostino

Giuseppe (Pino) Masciari è, anzi è stato, un giovane imprenditore edile calabrese. Vive da dodici anni in esilio in una località segreta del nord Italia, insieme a sua moglie e ai suoi due giovanissimi figli, sottoposto a un programma speciale di protezione per aver denunciato la ndrangheta – ovvero la criminalità organizzata calabrese – e le sue profonde collusioni politiche. Pino, oggi, è un testimone di giustizia. I suoi problemi iniziarono il giorno in cui decise di non sottostare ulteriormente alle continue pressioni di personaggi di spicco del mondo politico ed istituzionale ed alle estorsioni mafiose della criminalità organizzata. Come conseguenza di quella scelta coraggiosa, si cominciarono ad intralciare le sue imprese, bloccandone di fatto le attività, rallentandone le pratiche nella pubblica amministrazione, intralciandone i rapporti con le banche. Fu suo padre per primo a rivolgersi alle forze dell’ordine per riferire delle pressioni e delle estorsioni che la ndrangheta esercitava sulle loro imprese e, di conseguenza, del pericolo a cui era sottoposta la sua famiglia. La risposta fu un invito alla cautela prima di esporsi troppo, poiché la denuncia avrebbe comportato un rischio per la loro vita. Alla morte del padre, Pino si trovò praticamente da solo alla guida delle imprese di famiglia. Per proseguire i lavori egli dovette cedere alle estorsioni, ossia il pagare il 3% ai mafiosi ed il 6% alla parte collusa con la politica, nonché a numerose imposizioni delle cosche fra cui assunzioni pilotate, forniture di materiali e di manodopera, regalie in appartamenti, auto e denaro. Una situazione divenuta nel giro di pochi anni del tutto insostenibile e culminata con la ribellione e il rifiuto nel cedere alle esasperanti angherie e ai ricatti di mafiosi e politici. È questo il momento che segna la svolta tragica della vita di Pino e della sua famiglia.

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Da quel rifiuto ne conseguono gravi ripercussioni in ambito lavorativo e familiare: furti, incendi, danneggiamenti, minacce, debiti e conseguente usura, chiusura delle imprese e licenziamento degli operai. Pino decide allora di rivolgersi alle forze dell’ordine e alla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro per denunciare le vicende a cui egli doveva far fronte. I giudici, valutate la vastità e gravità dei racconti e dei personaggi accusati, considerato il pericolo reale e imminente a cui Pino e la sua famiglia erano sottoposti, gli prospettarono l’assoluta necessità di entrare sotto la tutela del Servizio Centrale di Protezione. Inizia così la sua collaborazione con la giustizia ma anche l’allontanamento forzato dalla sua terra, da sua madre, dai suoi fratelli e amici. Ha inizio così il suo esilio. Pino e i suoi cari vengono deportati in una località segreta, senza alcuna speciale protezione e nessun cambiamento d’identità, senza alcuna possibilità di lavoro né per lui né per Marisa, sua moglie. Senza la possibilità di una vita “normale” per i suoi due figli che, confinati per anni tra le mura di un appartamento, non conosceranno la gioia dei giochi in libertà con i loro coetanei. “Non sanno correre!” confiderà di loro il papà durante un incontro di denuncia pubblico. Nella primavera del 2008 la decisione di rompere l’isolamento e denunciare all’opinione pubblica la sua condizione di esiliato in patria. Viene emesso un comunicato stampa a seguito del quale molti giovani ed associazioni si mobiliteranno per sostenere l’intera famiglia Masciari. Pino vuole rimanere nel suo paese “a rischio della vita, per proseguire la strada della denuncia civile e legale dell’impotenza delle Istituzioni, che alle parole non fanno seguire i fatti concreti e per raccontare la verità sulla lotta alla mafia in Italia: chi non scende

a compromessi con le dinamiche mafiose deve essere fatto fuori, in un modo o nell’altro.” Lasciando così la località protetta e la sua famiglia priva di scorta, Pino si reca nella sua Calabria ed in giro per l’Italia per partecipare a diversi incontri, convegni ed eventi culturali. La sua è una forma di protesta estrema, l’unico modo per rendersi “visibile” agli occhi del paese, in attesa che giunga una risposta dalle istituzioni ma anche per chiedere per la sua famiglia asilo politico, o persino l’adozione in un altro paese perché il nostro, no, non è un paese per eroi.

Venerdì 27 novembre, alle 21.00 Presso la sala conferenze del centro civico comunale di Villanova di Montemaggiore al Metauro, si svolgerà un serata informativa sulla vicenda di Pino Masciari imprenditore edile calabrese che, ribellatosi alla ‘Ndrangheta e ai poteri collusi con essa, è costretto da dodici lunghi anni a vivere lontano dalla sua Calabria, insieme a sua moglie e ai suoi due bambini e sottoposto con loro a programma di protezione speciale per le continue minacce di morte. Con Masciari saranno presenti Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio, giornalisti e scrittori, direttore responsabile e vicedirettore del Laboratorio di Produzione Culturale “La Voce di Fiore”, costretti ad emigrare forzatamente dalla Calabria per le minacce di morte dovute alla pubblicazione de La Società Sparente, libro sulla migrazione forzata di tanti calabresi onesti per sfuggire alla vessazione della corruzione, dell’assistenzialismo, clientelismo, politica e massoneria deviata, complicità politiche con la Ndrangheta.

L’AGENDA ROSSA FA PAURA

Entrare in quella via, alzare lo sguardo su quei palazzi dove saltarono i terrazzi dei piani bassi, dove le vetrate andarono in frantumi, dove venne via l’intonaco, è stato emozionante e triste. Un misto di rabbia e nausea ha assalito chi per la prima volta si è trovato a guardare quelle facciate dove si attaccarono i pezzi di quei corpi maciullati dall’esplosione della Fiat 126 imbottita di tritolo. Stupore nel vedere come sarebbe bastato tenere quella via vuota, senza macchine, per evitare quella strage. In via D’Amelio, a Palermo, il 19 Luglio 1992 persero la vita il Giudice Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina, i cinque ragazzi che lo proteggevano. Il 19 Luglio 2009, 17 anni dopo, eravamo lì in tanti, in via D’Amelio, da tutt’Italia, per ricordare quella che è stata definita strage di mafia ma che è ben altro, più di una strage di mafia. Ma soprattutto eravamo lì con una agenda rossa in mano per dare un monito ai tanti politicanti che ogni anno tornano a deporre corone di fiori per accertarsi che Paolo Borsellino sia morto davvero. Senza far nulla per giungere alla verità. Verità scomoda, spaventosa, occultata in ogni modo. Verità contenuta tra le pagine dell’agenda rossa di Paolo

Borsellino; agenda che il Giudice usava per le sue annotazioni, sparita sotto gli occhi di tutti per mano e per volere di chi ora dice di non ricordare e che per il suo silenzio è stato ricompensato. Quel giudice scomodo andava fermato perché osò rifiutare la trattativa tra la mafia e lo stato, stato con la minuscola, stato minuscolo, perché stava indagando sulle connivenze tra la mafia e pezzi deviati dello Stato. Io la mia Verità l’ho già trovata senza avere bisogno di aspettare quella processuale; non ho più bisogno di attendere che i processi finiscano: i fatti, le immagini, i documenti, i riscontri alle parole dei collaboratori di giustizia, le dichiarazioni e le ritrattazioni di tanti politicanti parlano chiaro: non era solo la mafia a voler morto Paolo Borsellino. Non era principalmente la mafia della coppola e della lupara a volerlo morto. E non solo la mafia si è adoperata per assassinarlo. Mafia dei colletti bianchi. Mafia bianca. Verità: questa parola scomoda che in questo e in tanti altri casi si scontra contro il potere e l’interesse, contro il denaro. Denaro che da potere. Denaro che scaturisce molto facilmente dal crimine e l’illegalità. Nessun giornale ha raccontato la Verità, nessuno. Hanno mentito sulla reale partecipazione, sui numeri, sulla composizione del popolo delle agende rosse che quel giorno è nato.

“Un centinaio di persone” per il Corriere della Sera, “bassissima partecipazione” per La Repubblica, i due quotidiani più letti in Italia. Scomparsi tutti gli altri, dai gruppi di giovani e meno giovani alle coppie con bambini al seguito, venuti non senza disagi da ogni parte d’Italia. Giovani come Rachele, ventuno anni quel giorno, scesa sola in Sicilia da Pistoia a testimoniare che anche chi quel maledetto giorno era troppo piccolo per sapere e vedere sente il bisogno di onorare chi è morto nel fare il proprio dovere e per dire “basta! Vogliamo la Verità! Fuori la mafia dallo Stato!” Nessun uomo delle Istituzioni quel giorno venne a Palermo: solo messaggi da Roma, Come se lo sbarco in Sicilia fosse impresa per il solo Garibaldi. Come se, dopo sedici lunghi anni, non fosse poi tanto necessario omaggiare il Giudice e i suoi ragazzi anche e solo con le solite misere corone di fiori. Come se quel minuto di silenzio di fronte a settecento agende rosse alzate in aria fosse troppo per loro. Un monito voleva essere e un monito è stato. Meglio nascondersi e pronunciare frasi fatte, di circostanza; meglio la retorica ipocrita e complice: non costa nulla, riempie la bocca e chiude gli occhi distratti di tanta gente indifferente e quindi complice.

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Approfondimento

RIFIUTI, UNA RISORSA IN FUMO?

di Angelo D’Agostino

E’ solo in tempi recenti che l’uomo ha preso coscienza dell’esistenza di un problema rifiuti. Nel passato i rifiuti erano un problema minore, se non irrilevante al di fuori dei centri urbani. La società agricola pre-industriale era praticamente una società a rifiuti-zero. Oggi, invece, città e campagne sono sommerse da milioni di tonnellate di rifiuti che non siamo in grado di smaltire. Che fare, seppellirli? Bruciarli? Riciclarli? Considerarli come materia da cui trarre energia e risorse utili, oppure caricarli su vecchi mercantili da affondare in mare aperto, lontano da occhi indiscreti? Per comprendere la portata del problema, occorre richiamare un principio fondamentale di un sistema biologico o economico efficiente, cioè quello di ritorno energetico, ovvero il rapporto tra l’energia ricavata e l’energia investita per completare una certa azione. Non ha cioè senso intraprendere un’attività destinata a generare profitto se il suo ritorno economico, o energetico, è inferiore all’investimento iniziale. Non dipendendo dal mercato, da sovvenzioni statali, o dalla percezione umana, il rapporto di ritorno energetico è un concetto molto più potente del fattore denaro ed è inesorabile nel determinare se qualcosa è utile oppure no. Ed essendo i rifiuti materiali a bassa resa, sia economica che energetica, i processi che li sfruttano hanno un basso valore di ritorno energetico. Il loro sfrutta-

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mento richiederebbe dunque strutture tecnologiche, economiche e sociali leggere, cioè a basso costo energetico. Al momento, tuttavia, la società industriale moderna non è in grado di generare questo tipo di strutture, per cui i rifiuti rappresentano inevitabilmente un aggravio economico per l’intera collettività. Purtroppo, i metodi di trattamento e smaltimento dei rifiuti maggiormente utilizzati sino ai tempi più recenti si sono rivelati del tutto primitivi, e molto costosi. Per decenni, le amministrazioni e le industrie non hanno saputo fare di meglio che seppellire indiscriminatamente milioni di tonnellate di rifiuti (più o meno tossici) in enormi discariche (più o meno legali) con conseguenti gravi impatti su salute e ambiente che, in alcune regioni italiane, non si ha difficoltà a definire irreversibili. Da alcuni anni invece, si è sviluppato un metodo più drastico e rapido per eliminare, almeno dalla vista, il problema dei rifiuti: il loro incenerimento. I sistemi di riuso e riciclaggio sono ancora più recenti ed in teoria di gran lunga preferibili sia all’incenerimento che alla discarica ma, anche in questi casi, ancora costosi. Insomma, qualunque soluzione si preferisca, diventa inevitabile pagare un prezzo, economico, ambientale ed energetico, per liberarci dei rifiuti che produciamo. Oggi si parla speso di recupero delle materie seconde e di termovaloriz-

zazione, ma ci deve essere qualcosa di profondamente sbagliato in questi termini se non riusciamo ad ottenerne un minimo di profitto, se non per mezzo di ampie sovvenzioni pagate con le tasse dei cittadini. Il termine termovalorizzatore poi, seppur di uso comune, è fuorviante. Infatti, l’unico modo per valorizzare un rifiuto dovrebbe essere prima di tutto il suo riuso e poi il suo riciclo, mentre l’incenerimento (anche se con recupero energetico) costituirebbe semplice smaltimento e sarebbe dunque da preferirsi alla sola discarica controllata. Questo termine inoltre non viene mai utilizzato nelle normative europea e italiana di riferimento, nelle quali si parla solo di inceneritori. Cosa stiamo facendo di sbagliato allora? Nella termovalorizzazione il prodotto utile del processo è l’energia elettrica. Purtroppo il ritorno energetico di questo processo è mediamente inferiore di 5 volte quello ottenibile dalle moderne tecnologie per la produzione di energia elettrica. Senza le tasse che paghiamo sullo smaltimento dei rifiuti e, soprattutto, senza il contributo speciale degli incentivi economici (i cosiddetti CIP6), gli inceneritori non darebbero alcun profitto economico. Come mai? In effetti il ritorno energetico è una misura soltanto parziale dell’efficienza di un processo complesso come quello dell’incenerimento. Un rapporto maggiore di uno è una condizione necessaria ma non sufficiente affin-

ché tale processo possa considerarsi economicamente utile o valorizzato. Occorre infatti includere nel computo oltre ai costi interni, ovvero quelli strettamente correlati al processo stesso, anche i costi esterni, quelli cioè dovuti alla gestione dell’impianto ed al suo impatto sul territorio. Nel caso dell’incenerimento, questi costi includono i costi amministrativi, quelli derivati dalle misure di abbattimento dell’inquinamento (filtri) e smaltimento delle ceneri (quelle solide, cancerogene e da smaltire in discariche speciali; quelle volanti, estremamente tossiche), i costi di trasporto ed impatto ambientale, e quelli che derivano dalla distruzione di materie prime che dovranno poi essere rimpiazzate. Un inceneritore non produce quindi soltanto energia, ma produce anche, come tutti i processi industriali, prodotti di scarto solidi e gassosi (in primis il gas serra CO2), polveri sottili, ultrasottili e altri inquinanti (diossine e furani). Si devono aggiungere pertanto ai costi energetici dell’inceneritore quelli necessari per rimuovere la CO2 non rinnovabile emessa nell’atmosfera, e quelli derivanti dai danni alla salute umana fatti dalle polveri e dagli altri inquinanti. La somma di tutti questi costi non è per niente trascurabile. Di fatto l’incenerimento trasforma materiali potenzialmente ancora utilizzabili in ceneri e gas dai quali, nella pratica, non si recupera più niente. Per esempio, se è vero che bruciare la plastica produce energia, è anche vero che questa plastica bruciata va rimpiazzata con altra plastica. Questo implica produrre più petrolio, raffinarlo, ottenerne plastica, produrre nuove bottiglie, etc. In sostanza, un sistema industriale destinato a produrre energia può dare un profitto economico soltanto se ha una resa energetica molto maggiore dell’unità. Secondo alcuni studiosi, la soglia minima di utilità è almeno cinque volte superiore. E’ chiaro quindi che la resa energetica dell’inceneritore è molto al di sotto di questo limite. Non ci si deve pertanto stupire se occorrono sostanziosi sussidi statali affinché gli inceneritori rimangano in funzione. Gli inceneritori, ma stesso discorso vale per le moderne discariche con recupero di gas biologico, sono una vera e propria diseconomia.

Per la raccolta differenziata e riciclaggio valgono considerazioni diverse. Tutti gli studi disponibili indicano che in termini di impatto ambientale la raccolta differenziata accoppiata al riciclaggio è una strategia superiore sia all’incenerimento come alla discarica ma, ciononostante, rimane una strategia costosa in quanto il recupero delle materie prime non riesce a ripagare i costi della raccolta stessa. Nella pratica, il fenomeno del conferimento improprio, ovvero l’uso dei cassonetti lungo le strade, sconfigge le buone intenzioni e richiede ulteriori stadi di separazione, impianti complessi, e costi ancor più elevati. La raccolta porta a porta riduce i costi e migliora la qualità della separazione ma, anche in tal caso, il processo non è economicamente autosufficiente, almeno per il momento. Insomma, non riusciamo a trovare una tecnologia che riesca a sfruttare un materiale a bassa resa energetica, e dove le materie prime recuperabili sono mischiate fra di loro, in quanto nessuna delle strategie di trattamento e smaltimento dei rifiuti ad oggi sviluppate riesce ad essere economica, ovvero a trasformare i rifiuti in una risorsa. D’altronde, se i rifiuti fossero veramente una risorsa, non li chiameremmo rifiuti. Ma le cose stanno cambiando. Con il progressivo calo della resa dell’estrazione del petrolio e delle altre fonti fossili si intravedono nuove difficoltà. Anche l’estrazione delle materie prime diventa più problematica per l’esaurimento progressivo delle risorse disponibili. In pratica, ci possiamo aspettare che la carenza di energia e di materie prime obblighi l’industria a produrre in modo più efficiente, a ridurre gli imballaggi, a produrre di meno. Come conseguenza, si produrranno meno rifiuti, rifiuti con minore resa energetica e contenuto di materie prime. Il minore potere calorifico del rifiuto urbano metterà in difficoltà i già poco efficienti inceneritori. Ma, in generale, questa riduzione del valore dei rifiuti metterà in difficoltà anche i sistemi di riciclaggio. E’ probabile che anche i costi di smaltimento saranno maggiori e le società, impoverendosi, non saranno più in grado di farne fronte. In sostanza, si andrà verso una crisi sistemica che non sarà

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Approfondimento

RIFIUTI, UNA RISORSA IN FUMO?

di Angelo D’Agostino

E’ solo in tempi recenti che l’uomo ha preso coscienza dell’esistenza di un problema rifiuti. Nel passato i rifiuti erano un problema minore, se non irrilevante al di fuori dei centri urbani. La società agricola pre-industriale era praticamente una società a rifiuti-zero. Oggi, invece, città e campagne sono sommerse da milioni di tonnellate di rifiuti che non siamo in grado di smaltire. Che fare, seppellirli? Bruciarli? Riciclarli? Considerarli come materia da cui trarre energia e risorse utili, oppure caricarli su vecchi mercantili da affondare in mare aperto, lontano da occhi indiscreti? Per comprendere la portata del problema, occorre richiamare un principio fondamentale di un sistema biologico o economico efficiente, cioè quello di ritorno energetico, ovvero il rapporto tra l’energia ricavata e l’energia investita per completare una certa azione. Non ha cioè senso intraprendere un’attività destinata a generare profitto se il suo ritorno economico, o energetico, è inferiore all’investimento iniziale. Non dipendendo dal mercato, da sovvenzioni statali, o dalla percezione umana, il rapporto di ritorno energetico è un concetto molto più potente del fattore denaro ed è inesorabile nel determinare se qualcosa è utile oppure no. Ed essendo i rifiuti materiali a bassa resa, sia economica che energetica, i processi che li sfruttano hanno un basso valore di ritorno energetico. Il loro sfrutta-

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mento richiederebbe dunque strutture tecnologiche, economiche e sociali leggere, cioè a basso costo energetico. Al momento, tuttavia, la società industriale moderna non è in grado di generare questo tipo di strutture, per cui i rifiuti rappresentano inevitabilmente un aggravio economico per l’intera collettività. Purtroppo, i metodi di trattamento e smaltimento dei rifiuti maggiormente utilizzati sino ai tempi più recenti si sono rivelati del tutto primitivi, e molto costosi. Per decenni, le amministrazioni e le industrie non hanno saputo fare di meglio che seppellire indiscriminatamente milioni di tonnellate di rifiuti (più o meno tossici) in enormi discariche (più o meno legali) con conseguenti gravi impatti su salute e ambiente che, in alcune regioni italiane, non si ha difficoltà a definire irreversibili. Da alcuni anni invece, si è sviluppato un metodo più drastico e rapido per eliminare, almeno dalla vista, il problema dei rifiuti: il loro incenerimento. I sistemi di riuso e riciclaggio sono ancora più recenti ed in teoria di gran lunga preferibili sia all’incenerimento che alla discarica ma, anche in questi casi, ancora costosi. Insomma, qualunque soluzione si preferisca, diventa inevitabile pagare un prezzo, economico, ambientale ed energetico, per liberarci dei rifiuti che produciamo. Oggi si parla speso di recupero delle materie seconde e di termovaloriz-

zazione, ma ci deve essere qualcosa di profondamente sbagliato in questi termini se non riusciamo ad ottenerne un minimo di profitto, se non per mezzo di ampie sovvenzioni pagate con le tasse dei cittadini. Il termine termovalorizzatore poi, seppur di uso comune, è fuorviante. Infatti, l’unico modo per valorizzare un rifiuto dovrebbe essere prima di tutto il suo riuso e poi il suo riciclo, mentre l’incenerimento (anche se con recupero energetico) costituirebbe semplice smaltimento e sarebbe dunque da preferirsi alla sola discarica controllata. Questo termine inoltre non viene mai utilizzato nelle normative europea e italiana di riferimento, nelle quali si parla solo di inceneritori. Cosa stiamo facendo di sbagliato allora? Nella termovalorizzazione il prodotto utile del processo è l’energia elettrica. Purtroppo il ritorno energetico di questo processo è mediamente inferiore di 5 volte quello ottenibile dalle moderne tecnologie per la produzione di energia elettrica. Senza le tasse che paghiamo sullo smaltimento dei rifiuti e, soprattutto, senza il contributo speciale degli incentivi economici (i cosiddetti CIP6), gli inceneritori non darebbero alcun profitto economico. Come mai? In effetti il ritorno energetico è una misura soltanto parziale dell’efficienza di un processo complesso come quello dell’incenerimento. Un rapporto maggiore di uno è una condizione necessaria ma non sufficiente affin-

ché tale processo possa considerarsi economicamente utile o valorizzato. Occorre infatti includere nel computo oltre ai costi interni, ovvero quelli strettamente correlati al processo stesso, anche i costi esterni, quelli cioè dovuti alla gestione dell’impianto ed al suo impatto sul territorio. Nel caso dell’incenerimento, questi costi includono i costi amministrativi, quelli derivati dalle misure di abbattimento dell’inquinamento (filtri) e smaltimento delle ceneri (quelle solide, cancerogene e da smaltire in discariche speciali; quelle volanti, estremamente tossiche), i costi di trasporto ed impatto ambientale, e quelli che derivano dalla distruzione di materie prime che dovranno poi essere rimpiazzate. Un inceneritore non produce quindi soltanto energia, ma produce anche, come tutti i processi industriali, prodotti di scarto solidi e gassosi (in primis il gas serra CO2), polveri sottili, ultrasottili e altri inquinanti (diossine e furani). Si devono aggiungere pertanto ai costi energetici dell’inceneritore quelli necessari per rimuovere la CO2 non rinnovabile emessa nell’atmosfera, e quelli derivanti dai danni alla salute umana fatti dalle polveri e dagli altri inquinanti. La somma di tutti questi costi non è per niente trascurabile. Di fatto l’incenerimento trasforma materiali potenzialmente ancora utilizzabili in ceneri e gas dai quali, nella pratica, non si recupera più niente. Per esempio, se è vero che bruciare la plastica produce energia, è anche vero che questa plastica bruciata va rimpiazzata con altra plastica. Questo implica produrre più petrolio, raffinarlo, ottenerne plastica, produrre nuove bottiglie, etc. In sostanza, un sistema industriale destinato a produrre energia può dare un profitto economico soltanto se ha una resa energetica molto maggiore dell’unità. Secondo alcuni studiosi, la soglia minima di utilità è almeno cinque volte superiore. E’ chiaro quindi che la resa energetica dell’inceneritore è molto al di sotto di questo limite. Non ci si deve pertanto stupire se occorrono sostanziosi sussidi statali affinché gli inceneritori rimangano in funzione. Gli inceneritori, ma stesso discorso vale per le moderne discariche con recupero di gas biologico, sono una vera e propria diseconomia.

Per la raccolta differenziata e riciclaggio valgono considerazioni diverse. Tutti gli studi disponibili indicano che in termini di impatto ambientale la raccolta differenziata accoppiata al riciclaggio è una strategia superiore sia all’incenerimento come alla discarica ma, ciononostante, rimane una strategia costosa in quanto il recupero delle materie prime non riesce a ripagare i costi della raccolta stessa. Nella pratica, il fenomeno del conferimento improprio, ovvero l’uso dei cassonetti lungo le strade, sconfigge le buone intenzioni e richiede ulteriori stadi di separazione, impianti complessi, e costi ancor più elevati. La raccolta porta a porta riduce i costi e migliora la qualità della separazione ma, anche in tal caso, il processo non è economicamente autosufficiente, almeno per il momento. Insomma, non riusciamo a trovare una tecnologia che riesca a sfruttare un materiale a bassa resa energetica, e dove le materie prime recuperabili sono mischiate fra di loro, in quanto nessuna delle strategie di trattamento e smaltimento dei rifiuti ad oggi sviluppate riesce ad essere economica, ovvero a trasformare i rifiuti in una risorsa. D’altronde, se i rifiuti fossero veramente una risorsa, non li chiameremmo rifiuti. Ma le cose stanno cambiando. Con il progressivo calo della resa dell’estrazione del petrolio e delle altre fonti fossili si intravedono nuove difficoltà. Anche l’estrazione delle materie prime diventa più problematica per l’esaurimento progressivo delle risorse disponibili. In pratica, ci possiamo aspettare che la carenza di energia e di materie prime obblighi l’industria a produrre in modo più efficiente, a ridurre gli imballaggi, a produrre di meno. Come conseguenza, si produrranno meno rifiuti, rifiuti con minore resa energetica e contenuto di materie prime. Il minore potere calorifico del rifiuto urbano metterà in difficoltà i già poco efficienti inceneritori. Ma, in generale, questa riduzione del valore dei rifiuti metterà in difficoltà anche i sistemi di riciclaggio. E’ probabile che anche i costi di smaltimento saranno maggiori e le società, impoverendosi, non saranno più in grado di farne fronte. In sostanza, si andrà verso una crisi sistemica che non sarà

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Approfondimento

Verità di facile risoluzione, non almeno con i metodi tradizionali. Si avranno meno rifiuti, ma il problema di sfruttarli in modo efficiente si farà sempre più importante e pressante. Come uscirne allora? Occorre un cambiamento radicale della cultura del consumo e della crescita economica. I rifiuti, che sono di fatto prodotti di scarto di un modello consumistico inefficiente, dovranno considerarsi come un bene comune, una risorsa accessibile a tutti, a beneficio sia della società che delle persone che si impegnano nella loro raccolta e riciclo. Ad esempio, con l’opera di differenziazione dei rifiuti fatta a monte, il cittadino riduce il costo energetico del sistema, e pertanto chi raccoglie e separa dovrebbe essere pagato per il lavoro compiuto. Non è necessario che il rifiuto venga pagato più del suo valore di mercato, l’importante è il concetto premiale. Occorre poi comprendere che la pretesa di smaltire i rifiuti bruciandoli è in contrasto con la fisica (è possibile sì trasformare le sostanze, ma non annullare la loro massa), con la chimica (la quantità di materia totale di un sistema chiuso rimane costante), con la tossicologia, con la medicina e, soprattutto, con il senso comune che dovrebbe guidare le azioni di ogni buon amministratore della res publica. Bruciare i rifiuti è, poi, in contrasto con i principi fondanti della convivenza democratica, con il patto sociale tra i cittadini e chi ha chiesto e ricevuto mandato per rappresentarne gli interessi, con l’art. 32 della nostra Costituzione che sancisce la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e con il principio di

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precauzione recepito dalla Comunità Europea. Poiché inoltre l’efficienza di un’organizzazione è poi inversamente proporzionale alle dimensioni dell’organizzazione stessa, occorrerà incentivare l’iniziativa privata dei singoli e delle cooperative per diffondere nella società, soprattutto tra le fasce sociali più deboli, i benefici ottenibili dallo sfruttamento dei rifiuti. Purtroppo, se osserviamo le tendenze attuali, vediamo che vanno esattamente in direzione opposta. Strutture giganti pesanti e fortemente burocratizzate, impalcatura legislativa rigida e complessa, restrizioni, mancanza di libera concorrenza, tecnologie costose e poco efficienti, filiere lunghissime. In sostanza, sembra che ci stiamo

organizzando apposta per rendere lo smaltimento dei rifiuti quanto di più costoso e inefficiente si possa immaginare. Possiamo sperare di invertire questa tendenza? Per il momento sembra proprio di no, in quanto l’attuale politica di gestione dei rifiuti sembra volta più che altro alla massimizzazione dei profitti (privati) di grandi gruppi industriali e non al perseguimento del bene comune primario: il benessere e la salute di tutti, grandi e piccoli.

LA SCUOLA CONTRO LA PEDOFILIA di Prof.ssa Rosanna Valeri - Dirigente Scolastica dell’Istituto “G. Leopardi”

“L’argomento “ pedofilia” viene affrontato a scuola nell’ambito dell’educazione alla salute psicofisica, una delle tante educazioni che i docenti affrontano nell’ottica della formazione degli uomini e delle donne di domani. Con gli alunni più piccoli, indubbiamente, l’argomento non viene sviluppato in maniera esplicita, ma con la lettura di fiabe ( l’orco ), con racconti fantastici in cui, con metafore, si cerca di prevenire il fenomeno e di trasmettere messaggi positivi. Con gli allievi più grandi, l’argomento viene invece affrontato esplicitamente quando si parla di sessualità, comprese le forme deviate, o, al contrario, allorquando si affronta la problematica di internet e degli eventuali pericoli della navigazione senza “ filtri”. La Scuola cerca infatti di prevenire ogni forma di disagio, di tutelare i

Questo primo numero de la Bussola, viene chiuso nella Giornata per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza per proporre una riflessione: a volte, spesso, ci scordiamo ( o facciamo finta di non sapere) che nel mondo ci sono milioni di

minori, di educarli ad una sessualità consapevole. Nel contempo, gli insegnanti sono gli osservatori privilegiati per cogliere ogni segnale di malessere che il bambino o ragazzo può manifestare. Occorre perciò porre attenzione ad ogni mutamento del carattere, a chiusure immotivate, ad aggressività ingiustificate. E’ necessario, pertanto, per ogni docente instaurare un rapporto di fiducia per dar modo all’alunno di scrivere racconti o poesie, raccontare, disegnare... e saper cogliere il grido d’aiuto, seppure inespresso. In molti casi, infatti, “l’orco” si nasconde in casa; è un parente, un vicino, una persona che si ama o che ti è amica , verso la quale mostri fiducia, stima, affetto. Comprendi che non è lecito ciò che ti chiede, ma non hai il coraggio per

rifiutare o per ribellarti. Immagino l’angoscia profonda di fanciulli / e straziati /e nell’animo , ma che non riescono a confidarsi con nessuno. Sono vite che potrebbero essere spezzate per sempre se un familiare presente ed affettuoso, un educatore attento non riuscissero a cogliere i “ segnali” della sofferenza. Come persona che da quarant’anni opera nella scuola e cerca di contribuire alla crescita umana ed intellettiva di bambini/e e ragazzi/e, provo una rabbia profonda ogni volta in cui vengo a conoscenza di episodi di pedofilia e non occorre leggere la cronaca nera per scoprire il problema poiché gli orchi sono anche fra di noi, nei nostri territori, solo apparentemente “ sani ed immuni”.

bambini abusati, sfruttati, abbandonati, costretti alla guerra o a morire di fame, sete e malattie facilmente curabili. Questa nostra grave carenza contrasta con l’attenzione che invece hanno i nostri figli. Figli che nei pensierino scolastici e nelle richieste

ai loro insegnanti esprimono il desiderio di un mondo più giusto pensando ai loro coetanei meno fortunati. Molto meno fortunati. Siamo almeno in grado di ascoltare i nostri figli?

Venerdì 13 novembre, alle 21.00, presso la sala conferenze del centro civico comunale di Villanova di Montemaggiore al Metauro, si è svolta una serata informativa sul grave problema della pedofilia e dell’abuso sui minori. Ospite della serata Massimiliano Frassi, presidente e fondatore dell’Associazione PROMETEO, soggetto in prima linea nella lotta alla pedofilia e all’abuso sui minori. Autore di svariate pubblicazioni sul tema e insignito di prestigiosi riconoscimenti per l’opera svolta con PROMETEO, Frassi collabora con le Forze di Polizia nazionali ed estere nel fronteggiare questa tragica piaga della nostra società.

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Approfondimento

Verità di facile risoluzione, non almeno con i metodi tradizionali. Si avranno meno rifiuti, ma il problema di sfruttarli in modo efficiente si farà sempre più importante e pressante. Come uscirne allora? Occorre un cambiamento radicale della cultura del consumo e della crescita economica. I rifiuti, che sono di fatto prodotti di scarto di un modello consumistico inefficiente, dovranno considerarsi come un bene comune, una risorsa accessibile a tutti, a beneficio sia della società che delle persone che si impegnano nella loro raccolta e riciclo. Ad esempio, con l’opera di differenziazione dei rifiuti fatta a monte, il cittadino riduce il costo energetico del sistema, e pertanto chi raccoglie e separa dovrebbe essere pagato per il lavoro compiuto. Non è necessario che il rifiuto venga pagato più del suo valore di mercato, l’importante è il concetto premiale. Occorre poi comprendere che la pretesa di smaltire i rifiuti bruciandoli è in contrasto con la fisica (è possibile sì trasformare le sostanze, ma non annullare la loro massa), con la chimica (la quantità di materia totale di un sistema chiuso rimane costante), con la tossicologia, con la medicina e, soprattutto, con il senso comune che dovrebbe guidare le azioni di ogni buon amministratore della res publica. Bruciare i rifiuti è, poi, in contrasto con i principi fondanti della convivenza democratica, con il patto sociale tra i cittadini e chi ha chiesto e ricevuto mandato per rappresentarne gli interessi, con l’art. 32 della nostra Costituzione che sancisce la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e con il principio di

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precauzione recepito dalla Comunità Europea. Poiché inoltre l’efficienza di un’organizzazione è poi inversamente proporzionale alle dimensioni dell’organizzazione stessa, occorrerà incentivare l’iniziativa privata dei singoli e delle cooperative per diffondere nella società, soprattutto tra le fasce sociali più deboli, i benefici ottenibili dallo sfruttamento dei rifiuti. Purtroppo, se osserviamo le tendenze attuali, vediamo che vanno esattamente in direzione opposta. Strutture giganti pesanti e fortemente burocratizzate, impalcatura legislativa rigida e complessa, restrizioni, mancanza di libera concorrenza, tecnologie costose e poco efficienti, filiere lunghissime. In sostanza, sembra che ci stiamo

organizzando apposta per rendere lo smaltimento dei rifiuti quanto di più costoso e inefficiente si possa immaginare. Possiamo sperare di invertire questa tendenza? Per il momento sembra proprio di no, in quanto l’attuale politica di gestione dei rifiuti sembra volta più che altro alla massimizzazione dei profitti (privati) di grandi gruppi industriali e non al perseguimento del bene comune primario: il benessere e la salute di tutti, grandi e piccoli.

LA SCUOLA CONTRO LA PEDOFILIA di Prof.ssa Rosanna Valeri - Dirigente Scolastica dell’Istituto “G. Leopardi”

“L’argomento “ pedofilia” viene affrontato a scuola nell’ambito dell’educazione alla salute psicofisica, una delle tante educazioni che i docenti affrontano nell’ottica della formazione degli uomini e delle donne di domani. Con gli alunni più piccoli, indubbiamente, l’argomento non viene sviluppato in maniera esplicita, ma con la lettura di fiabe ( l’orco ), con racconti fantastici in cui, con metafore, si cerca di prevenire il fenomeno e di trasmettere messaggi positivi. Con gli allievi più grandi, l’argomento viene invece affrontato esplicitamente quando si parla di sessualità, comprese le forme deviate, o, al contrario, allorquando si affronta la problematica di internet e degli eventuali pericoli della navigazione senza “ filtri”. La Scuola cerca infatti di prevenire ogni forma di disagio, di tutelare i

Questo primo numero de la Bussola, viene chiuso nella Giornata per i Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza per proporre una riflessione: a volte, spesso, ci scordiamo ( o facciamo finta di non sapere) che nel mondo ci sono milioni di

minori, di educarli ad una sessualità consapevole. Nel contempo, gli insegnanti sono gli osservatori privilegiati per cogliere ogni segnale di malessere che il bambino o ragazzo può manifestare. Occorre perciò porre attenzione ad ogni mutamento del carattere, a chiusure immotivate, ad aggressività ingiustificate. E’ necessario, pertanto, per ogni docente instaurare un rapporto di fiducia per dar modo all’alunno di scrivere racconti o poesie, raccontare, disegnare... e saper cogliere il grido d’aiuto, seppure inespresso. In molti casi, infatti, “l’orco” si nasconde in casa; è un parente, un vicino, una persona che si ama o che ti è amica , verso la quale mostri fiducia, stima, affetto. Comprendi che non è lecito ciò che ti chiede, ma non hai il coraggio per

rifiutare o per ribellarti. Immagino l’angoscia profonda di fanciulli / e straziati /e nell’animo , ma che non riescono a confidarsi con nessuno. Sono vite che potrebbero essere spezzate per sempre se un familiare presente ed affettuoso, un educatore attento non riuscissero a cogliere i “ segnali” della sofferenza. Come persona che da quarant’anni opera nella scuola e cerca di contribuire alla crescita umana ed intellettiva di bambini/e e ragazzi/e, provo una rabbia profonda ogni volta in cui vengo a conoscenza di episodi di pedofilia e non occorre leggere la cronaca nera per scoprire il problema poiché gli orchi sono anche fra di noi, nei nostri territori, solo apparentemente “ sani ed immuni”.

bambini abusati, sfruttati, abbandonati, costretti alla guerra o a morire di fame, sete e malattie facilmente curabili. Questa nostra grave carenza contrasta con l’attenzione che invece hanno i nostri figli. Figli che nei pensierino scolastici e nelle richieste

ai loro insegnanti esprimono il desiderio di un mondo più giusto pensando ai loro coetanei meno fortunati. Molto meno fortunati. Siamo almeno in grado di ascoltare i nostri figli?

Venerdì 13 novembre, alle 21.00, presso la sala conferenze del centro civico comunale di Villanova di Montemaggiore al Metauro, si è svolta una serata informativa sul grave problema della pedofilia e dell’abuso sui minori. Ospite della serata Massimiliano Frassi, presidente e fondatore dell’Associazione PROMETEO, soggetto in prima linea nella lotta alla pedofilia e all’abuso sui minori. Autore di svariate pubblicazioni sul tema e insignito di prestigiosi riconoscimenti per l’opera svolta con PROMETEO, Frassi collabora con le Forze di Polizia nazionali ed estere nel fronteggiare questa tragica piaga della nostra società.

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Corrispondenza Lettera al direttore

UN PAESE SENZA MARCIAPIEDI

E’ possibile che negli anni scorsi, gli amministratori di questo bel comune, non si siano accorti di come si muovevano i loro vicini di casa?

di Rodolfo Santini

Caro Direttore, con questa mia vorrei sottoporre alla sua attenzione e a quella dei lettori de La Bussola una riflessione sulla prima impressione che ho avuto quando sono arrivato a Saltara, circa tre anni fa; è stata una impressione ancor più accentuata dal fatto che a pochi centinaia di metri, verso nord della Flaminia, un bel camminamento con annesso ponte in legno, fa sfoggia di sé, nella vicina Tavernelle; per non parlare di quando ho scoperto il verdeggiante percorso a ridosso del fiume, realizzato a Ponte degli Alberi, da percorrere sia a piedi che in bicicletta. Nel nostro comune non è possibile accede al fiume, come se non fosse una componente tradizionale della comunità locale, cresciuta sul fiume, ancor prima della industrializzazione. E’ possibile che negli anni scorsi, gli amministratori di questo bel comune, non si siano accorti di come si muovevano i loro vicini di casa? E’ pur vero che noi abbiamo il “Museo del Balì”, ed effettivamente è una bella struttura, affascinante ed interessante, ma per tutti i giorni che non si parla di cultura e di stelle, dove debbono camminare i saltaresi? Siamo in presenza di una cementificazione selvaggia per l’edilizia residenziale, e laddove non è arrivata questa, si è provveduto a costruire un bel capannone. Se da un lato questo fenomeno speculativo ha garantito un gettito al comune notevolmente sostanzioso,(con gli oneri di urbanizzazione) è altrettanto vero che ha ridotto gli spazi di aggregazione, il verde pubblico, le aree rurali, di cui ne hanno tratto vantaggio solo i “palazzinari”, a discapito di tutta la collettività.

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A fronte di ciò, Saltara risulta, da una indagine condotta a livello provinciale, (per gli anni 2006-07-08) poco attenta alla spesa per il Welfare (servizi alla persona e alla comunità, quali i servizi sociali, l’istruzione scolastica, le attività culturali e sportive, ecc.) che ci vede agli ultimi posti (180 punti) molto al di sotto della media provinciale, pari a 298. Si consideri che il comune di Cantiano assomma 560 punti, primo in assoluto. Deduco da tutto ciò, che in questo ultimo decennio, si è guardato molto al soldo e poco allo spirito; tant’è che gli amministratori hanno completamente rinunciato alla lotta all’evasione fiscale, baluardo per una civile convivenza di qualsiasi comunità; basti vedere che il comune di Isola del Piano, e non è il solo, ha recuperato, sotto questa voce, la bellezza di 51 mila euro, e ciò ci da la misura della poca lungimiranza dei pubblici amministratori che si sono succeduti nel tempo. Un comune che non persegue la lotta all’evasione, è un comune che apre le porte ad una cultura di illegalità, laddove i disonesti hanno mano libera. Lo sanno i nostri amministratori che l’Ente locale può segnalare all’ Agenzia delle Entrate, manifeste situazioni di palese contrasto del tenore di vita dei cittadini, rispetto ai redditi dichiarati? Eppure al Tribunale di Fano si celebrano tanti processi contro cittadini che dichiarano il falso nel modello ISEE (necessario per avere agevolazioni e riduzioni di tariffe comunali e statali). Probabilmente a Saltara sono tutti onesti!!!! Mi rendo ben conto che parlare di lotta all’evasione in questo particolare momento, è come parlare della

corda in casa dell’impiccato, tenuto conto che il recente provvedimento votato dal Parlamento, con la defezione della minoranza, il così detto ”scudo fiscale”, oltre a favorire gli evasori miliardari, nonché tutti i delinquenti detentori di danaro sporco di ignota provenienza(traffico di droga, sfruttamento della prostituzione, rapine, truffe, traffico di armi, estorsione, soldi mafiosi, ecc.) ha fatto precipitare l’Italia fra i peggiori” paradisi fiscali e giudiziari” del pianeta, avendo cancellato a costoro, anche tutti i reati consumati per raccogliere il denaro sporco, che adesso, grazie a questa legge , viene “ripulito” dallo Stato. Il tutto per un piatto di lenticchie, pari al 5% dei soldi scudati,oltre l’anonimato, quando in altri paesi come l’America, pagano il 50%. Anche noi, poveri cristi, abbiamo diritto di pagare il 5% sui nostri redditi. O no!!!!! Tornando ai marciapiedi quasi assenti nel nostro comune, ne sia prova

inconfutabile Via Belvedere, una via in parte nuova, che si snoda da Calcinelli fino a sopra il paese di Saltara, con costruzioni recenti, vasta zona residenziale, eppure, pare assurdo, non ci sono i marciapiedi. Spariti, anzi mai esistiti. E’ possibile che chi ha fatto quei progetti, non si sia accorto? Oppure bisognava lasciare più spazio ai lotti privati, con grave pregiudizio degli interessi della collettività? Una inversione di tendenza la debbo evidenziare nelle opere realizzate nella piazza di Calcinelli e dintorni, a cui non si è badato a spese,(pare sopra il milione di euro) con impiego di materiali pregiati, fontane “storiche”senza acqua (primo esempio di fontana a secco), marciapiedi in porfido, insomma un notevole investimento ed un grande sforzo per le esigue casse comunali. Fatto singolare che l’argomento non è stato minimamente toccato da nessuno dei maggiori contendenti in campagna elettorale, come se ci fosse stato un patto di non belligeranza.

segnalato? Oppure tutti sanno ma nessuno si muove, tenuto conto che poche settimane orsono, il Sindaco ci informava, tramite un quotidiano locale, di un sforamento nel bilancio comunale (patto di stabilità), avuto in eredità, tale da non poter assolvere ai pagamenti dovuti per crediti pregressi. Immaginiamo se hanno soldi per la manutenzione!!! Ho risposto allo stesso sindaco, ma il quotidiano si è guardato bene dal pubblicare la mia nota

critica, con cui rimarcavo e chiedevo come mai lui stesso, essendo stato in minoranza nella tornata precedente, non si fosse accorto di nulla!!!! Concluderei invitando gli attuali amministratori della cosa pubblica, di uscire dal palazzo ed interessarsi del paese dal vivo, magari cominciando a vedere quanta gente ha perso il lavoro o lo sta perdendo,a mettere in campo una politica di sgravi per i più deboli, intensificando particolarmente la lotta

Innegabile il pregio dell’opera, (a parte la raffigurazione della battaglia del Metauro che non riesco proprio ad immaginare), ma quanto ci peserà per gli anni a venire? Tutto questo sforzo ne è valsa proprio la pena, o forse sarebbe stato meglio interpellare la cittadinanza su come utilizzare questa importante somma di danaro? Eppure assistiamo ad una incuria e degrado complessivo in tutto il paese, di notevole portata: prova ne sia che da settimane è presente un cassonetto di cartoni e cartacce stracolmo ed anche fuori, che nessuno provvede a svuotare, a fianco dell’asilo Collodi, come dimostra la foto da me scattata domenica 18 ottobre. Peggio ancora è la pavimentazione davanti allo stesso asilo, con pezzi mancante di bitume, costituente grave insidia per coloro che transitano in zona, ivi compresi i bambini dello stesso asilo. Possibile che nessuno amministratore si sia accorto, che nessun genitore l’abbia

all’evasione, guardando ai giovani che sono il futuro della società, pensando anche agli anziani che hanno dato il loro contributo per la crescita del benessere ed oggi vanno assistiti, insomma a pianificare una politica di solidarietà che possa trasformare questa società egoista, in una vera società, degna di questo nome.

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Corrispondenza Lettera al direttore

UN PAESE SENZA MARCIAPIEDI

E’ possibile che negli anni scorsi, gli amministratori di questo bel comune, non si siano accorti di come si muovevano i loro vicini di casa?

di Rodolfo Santini

Caro Direttore, con questa mia vorrei sottoporre alla sua attenzione e a quella dei lettori de La Bussola una riflessione sulla prima impressione che ho avuto quando sono arrivato a Saltara, circa tre anni fa; è stata una impressione ancor più accentuata dal fatto che a pochi centinaia di metri, verso nord della Flaminia, un bel camminamento con annesso ponte in legno, fa sfoggia di sé, nella vicina Tavernelle; per non parlare di quando ho scoperto il verdeggiante percorso a ridosso del fiume, realizzato a Ponte degli Alberi, da percorrere sia a piedi che in bicicletta. Nel nostro comune non è possibile accede al fiume, come se non fosse una componente tradizionale della comunità locale, cresciuta sul fiume, ancor prima della industrializzazione. E’ possibile che negli anni scorsi, gli amministratori di questo bel comune, non si siano accorti di come si muovevano i loro vicini di casa? E’ pur vero che noi abbiamo il “Museo del Balì”, ed effettivamente è una bella struttura, affascinante ed interessante, ma per tutti i giorni che non si parla di cultura e di stelle, dove debbono camminare i saltaresi? Siamo in presenza di una cementificazione selvaggia per l’edilizia residenziale, e laddove non è arrivata questa, si è provveduto a costruire un bel capannone. Se da un lato questo fenomeno speculativo ha garantito un gettito al comune notevolmente sostanzioso,(con gli oneri di urbanizzazione) è altrettanto vero che ha ridotto gli spazi di aggregazione, il verde pubblico, le aree rurali, di cui ne hanno tratto vantaggio solo i “palazzinari”, a discapito di tutta la collettività.

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A fronte di ciò, Saltara risulta, da una indagine condotta a livello provinciale, (per gli anni 2006-07-08) poco attenta alla spesa per il Welfare (servizi alla persona e alla comunità, quali i servizi sociali, l’istruzione scolastica, le attività culturali e sportive, ecc.) che ci vede agli ultimi posti (180 punti) molto al di sotto della media provinciale, pari a 298. Si consideri che il comune di Cantiano assomma 560 punti, primo in assoluto. Deduco da tutto ciò, che in questo ultimo decennio, si è guardato molto al soldo e poco allo spirito; tant’è che gli amministratori hanno completamente rinunciato alla lotta all’evasione fiscale, baluardo per una civile convivenza di qualsiasi comunità; basti vedere che il comune di Isola del Piano, e non è il solo, ha recuperato, sotto questa voce, la bellezza di 51 mila euro, e ciò ci da la misura della poca lungimiranza dei pubblici amministratori che si sono succeduti nel tempo. Un comune che non persegue la lotta all’evasione, è un comune che apre le porte ad una cultura di illegalità, laddove i disonesti hanno mano libera. Lo sanno i nostri amministratori che l’Ente locale può segnalare all’ Agenzia delle Entrate, manifeste situazioni di palese contrasto del tenore di vita dei cittadini, rispetto ai redditi dichiarati? Eppure al Tribunale di Fano si celebrano tanti processi contro cittadini che dichiarano il falso nel modello ISEE (necessario per avere agevolazioni e riduzioni di tariffe comunali e statali). Probabilmente a Saltara sono tutti onesti!!!! Mi rendo ben conto che parlare di lotta all’evasione in questo particolare momento, è come parlare della

corda in casa dell’impiccato, tenuto conto che il recente provvedimento votato dal Parlamento, con la defezione della minoranza, il così detto ”scudo fiscale”, oltre a favorire gli evasori miliardari, nonché tutti i delinquenti detentori di danaro sporco di ignota provenienza(traffico di droga, sfruttamento della prostituzione, rapine, truffe, traffico di armi, estorsione, soldi mafiosi, ecc.) ha fatto precipitare l’Italia fra i peggiori” paradisi fiscali e giudiziari” del pianeta, avendo cancellato a costoro, anche tutti i reati consumati per raccogliere il denaro sporco, che adesso, grazie a questa legge , viene “ripulito” dallo Stato. Il tutto per un piatto di lenticchie, pari al 5% dei soldi scudati,oltre l’anonimato, quando in altri paesi come l’America, pagano il 50%. Anche noi, poveri cristi, abbiamo diritto di pagare il 5% sui nostri redditi. O no!!!!! Tornando ai marciapiedi quasi assenti nel nostro comune, ne sia prova

inconfutabile Via Belvedere, una via in parte nuova, che si snoda da Calcinelli fino a sopra il paese di Saltara, con costruzioni recenti, vasta zona residenziale, eppure, pare assurdo, non ci sono i marciapiedi. Spariti, anzi mai esistiti. E’ possibile che chi ha fatto quei progetti, non si sia accorto? Oppure bisognava lasciare più spazio ai lotti privati, con grave pregiudizio degli interessi della collettività? Una inversione di tendenza la debbo evidenziare nelle opere realizzate nella piazza di Calcinelli e dintorni, a cui non si è badato a spese,(pare sopra il milione di euro) con impiego di materiali pregiati, fontane “storiche”senza acqua (primo esempio di fontana a secco), marciapiedi in porfido, insomma un notevole investimento ed un grande sforzo per le esigue casse comunali. Fatto singolare che l’argomento non è stato minimamente toccato da nessuno dei maggiori contendenti in campagna elettorale, come se ci fosse stato un patto di non belligeranza.

segnalato? Oppure tutti sanno ma nessuno si muove, tenuto conto che poche settimane orsono, il Sindaco ci informava, tramite un quotidiano locale, di un sforamento nel bilancio comunale (patto di stabilità), avuto in eredità, tale da non poter assolvere ai pagamenti dovuti per crediti pregressi. Immaginiamo se hanno soldi per la manutenzione!!! Ho risposto allo stesso sindaco, ma il quotidiano si è guardato bene dal pubblicare la mia nota

critica, con cui rimarcavo e chiedevo come mai lui stesso, essendo stato in minoranza nella tornata precedente, non si fosse accorto di nulla!!!! Concluderei invitando gli attuali amministratori della cosa pubblica, di uscire dal palazzo ed interessarsi del paese dal vivo, magari cominciando a vedere quanta gente ha perso il lavoro o lo sta perdendo,a mettere in campo una politica di sgravi per i più deboli, intensificando particolarmente la lotta

Innegabile il pregio dell’opera, (a parte la raffigurazione della battaglia del Metauro che non riesco proprio ad immaginare), ma quanto ci peserà per gli anni a venire? Tutto questo sforzo ne è valsa proprio la pena, o forse sarebbe stato meglio interpellare la cittadinanza su come utilizzare questa importante somma di danaro? Eppure assistiamo ad una incuria e degrado complessivo in tutto il paese, di notevole portata: prova ne sia che da settimane è presente un cassonetto di cartoni e cartacce stracolmo ed anche fuori, che nessuno provvede a svuotare, a fianco dell’asilo Collodi, come dimostra la foto da me scattata domenica 18 ottobre. Peggio ancora è la pavimentazione davanti allo stesso asilo, con pezzi mancante di bitume, costituente grave insidia per coloro che transitano in zona, ivi compresi i bambini dello stesso asilo. Possibile che nessuno amministratore si sia accorto, che nessun genitore l’abbia

all’evasione, guardando ai giovani che sono il futuro della società, pensando anche agli anziani che hanno dato il loro contributo per la crescita del benessere ed oggi vanno assistiti, insomma a pianificare una politica di solidarietà che possa trasformare questa società egoista, in una vera società, degna di questo nome.

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La Bussola n°0  

Titolo di copertina: Questo non è un paese per eroi Articoli: Le marche e il popolo bue di Felice Massaro Ad ognuno la sua parte di Cr...

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