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Non esistono racconti morali o immorali. Ci sono solo racconti scritti bene o racconti scritti male. Questo è tutto. Oscar Wilde

LE FONDERIE JUNOT SECONDA PARTE

Susan DI


hamish blakely

Adamo Bencivenga Le Fonderie Junot

Francisco era ancora lÏ seduto sulla sua poltrona di cuoio rosso, in bocca sentiva ancora tracce dell’ultima goccia zuccherata del suo unico caffè durante tutta la giornata. Consultava soddisfatto i libri contabili. Da qualche anno, dopo una crisi economica spaventosa che aveva investito tutte le aziende della zona, le Fonderie


Junot avevano ripreso a pieno ritmo il lavoro impiegando tutti gli uomini sani e in età adulta del paesino di San Diego. Ogni 30 del mese, giorno di paga, Francisco, chiudendo i conti, con aria compiaciuta, elogiava sistematicamente il suo ingegno, che in poco tempo gli aveva permesso di sbaragliare la concorrenza ed arricchire il proprio patrimonio. La fonderia si era specializzata negli anni nell’innovativo processo di fusione a cera persa che garantiva un’altissima finitura del pezzo finale, riscuotendo così un elevato successo tra la clientela più esigente. Oramai Francisco il forestiero si poteva considerare uomo ricco e benefattore. Da ben due anni gli operai anziani ricevevano regolarmente l'intero stipendio e gli apprendisti giovani potevano ben sperare per il loro futuro. Ed ogni fine mese, Francisco, sempre a corto di riconoscenza, riceveva i propri dipendenti seduto nel suo ufficio. Ad ognuno di loro consegnava personalmente la misera paga chiedendo sacrifici e rinunce e ricevendo immancabilmente numerevoli mugugni di devozione e obbedienza. Francisco distolse lo sguardo, dalla finestra vide il cielo incupirsi alla sera. Il sole rosso e grigiastro di San Diego illuminava debole la vallata. Scorse attraverso le rade nubi il suo destino… Henriette era solo un dolcissimo ricordo. Susan, la sua amata moglie di origini zingare, manifestava sempre più frequenti sintomi d'inquietudine. Francisco non riusciva a comprendere come quel carattere docile avesse subito cambiamenti così radicali. Mite e remissiva celava in sé un'insubordinazione repressa pronta ad esplodere nel bel mezzo di una quiete apparente. Purtroppo non erano venuti bambini, il destino aveva voluto così, ma Francisco non era il tipo da rinfacciare nulla e niente a se stesso ed ogni notte provava a far di quella notte l'inizio di una lunga dinastia. La bella zingara non opponeva mai resistenza, ogni notte svolgeva alla perfezione il compitino della devota moglie, offrendo il suo stupendo corpo pieno di ricami. Tutte le notti comprese quelle santificate, ma niente, Francisco dopo i primi momenti di eccitazione abbandonava miseramente l’impresa accontentando sua moglie in riti non canonici e supplendo alla mancanza con qualsiasi accorgimento. Susan aveva chiuso da tempo i propositi di cambiare ancora una volta la sua vita. I suoi sogni erano ormai affollati soltanto di carovane di girovaghi senza terra che si spostavano continuamente di paese in paese senza mai assoggettarsi a regole, leggi e a qualsiasi fede. Francisco dopo Henriette si era sottoposto a mesi e mesi di astinenza pensando unicamente alle sue Fonderie, convinto che qualsiasi presenza femminile, anche estemporanea, avesse potuto vanificare la realizzazione del suo sogno. Ma il giorno di Natale in una locanda davanti al porto di Cadice, aveva incontrato Susan. Lei aveva da poco terminato la sua esibizione di flamenco arabo sopra due grandi tavoli che facevano da pedana. Con i capelli raccolti, una rosa rossa all’orecchio destro e una scollatura profonda non passò di certo inosservata. Fu un colpo di fulmine! Parlarono del più e del meno davanti ad una brocca di sangria al limone, lei disse che arrotondava la misera paga di ballerina aiutando il padrone a rassettare le stanze e la cucina, ma in realtà faceva anche altro. Chissà perché Francisco quando la vide pensò a sua madre. Sta di fatto che se ne innamorò e la mattina seguente partirono insieme. Lei vestita da flamenco, lui con il cappello nero di feltro, durante il viaggio parlarono molto, e nei pochi momenti di silenzio Francisco pensava alle Fonderie, Susan al matrimonio. E questo naturalmente avvenne pochi mesi dopo. Susan era di etnia Khorakhanè e secondo la tradizione gitana, per avere il consenso da parte della sua famiglia, Francisco dovette acquistarla con una ingente somma di denaro come sorta di risarcimento oltre a due cavalle di sangue berbero che il forestiero acquistò da un commerciante libico. Lui non conobbe mai la famiglia di Susan tranne sua sorella Jasmine che venne a stare qualche giorno alle Fonderie. Si chiedeva spesso se quel giorno nella locanda avesse fatto la scelta giusta e se ora, a mente fredda, ne fosse ancora innamorato, ma sicuramente allora come ora, era stato rapito da quella sensualità che per via anche del suo blocco psicologico, rimaneva tuttora intatta e straripante.


Erano passati tanti anni, ed ora per appagare il suo sangue gitano trascorreva giornate intere a passeggiare per chilometri lungo il filo spinato del recinto delle Fonderie fino alla casa di legno in disuso del guardiacaccia. Alle volte raggiungeva il grande cancello sulla strada polverosa per San Diego. Imparò a memoria buche, avvallamenti e zolle d'erba. Diede un nome ad ogni pianta, un senso ad ogni pietra finché, quando si rese conto che avrebbe potuto percorrere ad occhi chiusi il tragitto senza mai cadere, decise di scappare nel posto più lontano, oltre quel cancello di ferro, dove nessuno mai avrebbe potuto raggiungerla. Nonostante tutte le attenzioni del marito, l'umore di Susan continuò a peggiorare finché una mattina di settembre Francisco perse la pazienza. Non avendo tempo da dedicare a quelle che lui considerava frivoli atteggiamenti di vanità femminile cercò di rinsavirla rigando la pelle bianca del suo sedere burroso con una pesante cinghia di cuoio ruvido. Ripeté per giorni e giorni il primitivo metodo passando dalla cinghia al bastone, e poi alle mani nude, ma il risultato non fu quello sperato. Susan accettava quei maltrattamenti senza mai ribellarsi, anzi li considerava una sorta di perdono che l’amato marito le concedeva senza pretendere nulla in cambio. In effetti a parte il dolore sentiva da parte di Francisco un’infinita comprensione al suo disagio tanto che una sera prima di cena lo mise al corrente della sua nostalgia e dei suoi propositi di fuga in un posto dove mai nessuno avrebbe potuto raggiungerla. Francisco si rese conto che quel posto era solo nella mente di sua moglie, ma nonostante questo non aveva alcuna intenzione di liberarla. Passò altro tempo e le sicurezze di Susan scemarono. Capì che suo marito non l’avebbe mai aiutata nei suoi propositi e cominciò a fare fuoco e fiamme. La nostalgia, finora controllata, esplose come un uragano, sbaragliando regole e buone maniere, condizionamenti e paure. Come ai vecchi tempi, la mattina iniziò ad alzarsi prima del marito, ma solo per rimanere nella toilette più del lecito. Si truccava e struccava ad un ritmo incessante. Il suo modello di riferimento era lei stessa, quando, giovane ballerina nelle locande del porto, viaggiava attraverso i racconti di mare dei suoi amanti. Rovistava nei tanti bauli di vestiti che il marito le aveva procurato nei tanti viaggi a Siviglia, provando e riprovando vestiti, faralaes variopinti, gonne, scarpe, corpetti, foulard, guanti, cappelli e ventagli. Per tutta la Fonderia si poteva sentire durante il giorno musica ad alto volume di flamenco, arabo e gitano, accompagnato dal ritmo dei suoi tacchi e dal suono graffiante della sua voce. Così vestita, aspettava l'arrivo degli operai affacciata alla finestra. Immaginava quel grande piazzale come una sorta di palcoscenico. Era bella Susan, col suo seno da spagnola meridionale e, per ironia della sorte, esageratamente materno. Alle volte lo ostentava in bella mostra seduta sul paracarro di cemento adiacente al posteggio dei pullman. Bella Susan con le labbra rosso ciliegia e i tacchi da ballerina che batteva e ribatteva sull’asfalto per attirare l'attenzione, semmai ce ne fosse stato bisogno. Ogni mattina la fila degli uomini s'allungava quanto le loro mani che per paura ed obbedienza si fermavano a qualche centimetro dal paradiso vellutato. Si sa che la fame è più forte della passione e, passata la fila, Susan si ritrovava da sola a mostrare al vento e a quelle squallide radure deserte la sua bellezza intatta.

CONTINUA


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