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LETTERARIA

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Gennaio Febbraio 2012

Anno 2 - Numero 7

www.lemilleeunapagina.com

Nuovo anno, le nostre proposte per soddisfare il bisogno di leggere AFFRONTIAMO IL 2012 CON L’OTTIMISMO CHE CI PUÒ’ VENIRE ANCHE DALLA LETTERATURA

Cari amici ecco la nostra newsletter. Non solo novità e bestseller, ma proposte di libri che, secondo noi, sono meritevoli di essere letti. Nella speranza di aiutarvi nelle vostre scelte e di darvi idee sempre nuove di cultura.

La scrittrice croata Nataša Dragnić , autrice di “Ogni giorno, ogni ora”(pag. 8)

DAL GIAPPONE DUE SCRITTORI MOLTO DIVERSI TRA LORO

Possono due scrittori nati nello stesso paese avere caratteristiche e background diversi? Certo, se uno di loro è il maggior scrittore giapponese contemporaneo e l’altro è emigrato in Inghilterra. Continua a pagina 2

METTIAMO IL BUON UMORE CON UN BEL LIBRO

Essere positivi fa vivere meglio. Un bel libro, leggero ma non banale, può aiutarci a raggiungere lo scopo. Non grasse risate, ma sano e semplice buon umore... Continua a pagina 5

A sinistra, la copertina del romanzo “Quel che resta del giorno” (da pag. 2) A destra, la copertina della favola di “Tristano e Isotta”, di Béatrice Fontanel per il nostro servizio sulle fiabe(da pag. 9)

INDOVINA IL FINALE

IL NOIR DI DENUNCIA SOCIALE

Riccardo Sedini, dell’Associazione culturale “Giallomania”, ci presenta un panorama della letteratura gialla e noir in cui vengono denunciate particolari situazioni di degrado sociale. Continua a pagina 7

La frase del romanzo da indovinare:

In questo numero vi proponiamo l’ultima frase “Dentro di sé provava un del romanzo di un famoso leggero dolore, ma era una autore in lingua tedesca. sofferenza piena di promesse, ardente e dolce al tempo stesso, Qual è il romanzo? come le ferite che bruciano Per partecipare andate prima di cicatrizzarsi per all’ultima pagina. sempre.”

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Da sinistra, lo scrittore Kazuo Ishiguro e un’immagine del film “Quel che resta del giorno” con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, tratto dal romanzo omonimo

TRA GIAPPONE ED EUROPA, DUE GRANDI SCRITTORI A CONFRONTO Sto parlando di due grandi scrittori, che sono ormai diventati, come si suol dire, “di culto”, amati da tantissimi lettori in tutto il mondo e venerati come due “geni” della letteratura mondiale: Murakami Haruki e K azuo Ishiguro. In comune hanno, ovviamente, le origini: entrambi sono nati in Giappone e si potrebbero definire quasi coetanei, dal momento che li dividono solo cinque anni. essendo nato Murakami nel 1949 a Kyoto, mentre Ishiguro è nato nel 1954 a Nagasaki. La loro evoluzione, se vogliamo chiamarla così, si è poi differenziata. All’età di sei anni, Ishiguro si è trasferito in Gran Bretagna con la famiglia. Un trasferimento inizialmente temporaneo che è diventato definitivo, trasformando Ishiguro in un cittadino b r i t a n n i c o, c o n u n a l a u re a i n letteratura e filosofia all’Università di Kent, una moglie scozzese e una dimora stabile e Londra. Anche il nome si è “occidentalizzato”, in quanto lo scrittore si firma mettendo prima il nome e poi il cognome (diversamente da quanto fanno i giapponesi) ed ha cambiato anche la grafia del nome eliminando gli ideogrammi ed utilizzando il metodo di traslitterazione che viene usato per i nomi non

giapponesi. Un vero gentleman britannico, quindi, che scrive in inglese e ambienta le sue storie prevalentemente in Inghilterra, come è il caso dei suoi due romanzi più famosi, entrambi portati sullo schermo e diventati film di altrettanto grande successo: “Quel che resta del giorno”, del 1989, vincitore di uno dei più prestigiosi premi letterari al mondo, il Booker Prize, e “Non lasciarmi”, del 2005 e vincitore del Premio Alex, riconoscimento americano dato ai libri per adulti che h a n n o d i m o s t r at o d i ave re u n significato speciale anche per i giovani lettori. In "Quel che resta del giorno" (Einaudi), da cui James Ivory ha tratto nel 1993 il bel film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, il protagonista, Stevens, un maggiordomo a servizio di una gentiluomo inglese, Lord Darlington, negli anni tra le due guerre, ottiene dal suo nuovo datore di lavoro una settimana di libertà, da spendere in un viaggio verso la Cornovaglia per incontrare Miss Kenton, a sua vota a servizio di Lord Darlington. Siamo nel 1956, i tempi d'oro dell'alta aristocrazia britannica sembrano ormai finiti e Stevens, durante le ore solitarie del suo viaggio, ripercorre gli anni trascorsi a

Darlington Hall, i ricevimenti, le personalità ospiti della tenuta, gli incontri di importanza storica avvenuti alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Soprattutto, Stevens rievoca la sua stessa esistenza, caratterizzata dall'inseguimento di un solo ideale: mantenere una certa tradizione britannica con il compimento del proprio dovere senza mai porsi domande, come un soldato obbedisce agli ordini senza chiedersi se siano giusti o sbagliati. Tra dubbi e ricordi dolorosi, Stevens si rende finalmente conto di aver vissuto una vita priva di significato, senza mai essere se steso, sacrificando al dovere anche gli affetti più cari. Ishiguro, con una sensibilità prettamente europea, ha saputo costruire un romanzo fortemente evocativo, malinconico nella struggente descrizione di un uomo completamente dedito al proprio lavoro, splendido nella descrizione di un tempo ormai passato definitivamente.

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La copertina del libro “Non lasciarmi” e i protagonisti del film omonimo: Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley

Uno scenario diverso si apre sull'altro capolavoro di Ishiguro, "Non lasciarmi", (Einaudi) un romanzo che si potrebbe definire quasi fantascientifico, sicuramente il più visionario dei romanzi dell'autore. Tre ragazzi, Kathy, Tommy e Ruth, vivono, insieme ad altri numerosi ragazzi di varie età, in un collegio immerso nella campagna inglese, accuditi da un gruppo di tutori, che li educano ad affinare le loro capacità. Nessuno sa come sia il mondo di fuori, né cosa capiterà loro quando dovranno lasciare il collegio, né cosa significhino parole come "assistente" e "donatore". In realtà i ragazzi non sono altro che dei cloni, come ci condurrà a scoprire la stessa Kathy, voce narrante del romanzo, perfetta nel raccontare le storie quasi banali della vita di collegio, gli affetti che s'intrecciano tra un gruppo di esseri strettamente legati tra loro da un destino che non hanno scelto, facendoci scoprire quanto possano essere fragili i rapporti umani e la vita stessa. Nel 2005, il Time ha definito "Non lasciarmi" miglior romanzo dell'anno e l'ha inserito nella lista dei cento migliori romanzi inglesi pubblicati tra il 1923 e il 2005. Il film omonimo è uscito nel 2010, per la regia di Mark Romanek e interpretato, tra gli altri, dalla star inglese Keira Knightley. Non dobbiamo dimenticare gli altri libri di Ishiguro (tutti pubblicati in Italia da Einaudi), come "Notturni. Storie di musica e crepuscolo" del 2009, una raccolta di

racconti delicati e profondi, dove le ore notturne e la musica sono il fil rouge che lega le cinque storie del libro; "Quando eravamo orfani" del 2000, candidato al Booker Prize, dove il protagonista, dopo la scomparsa dei propri genitori, diventa detective e va alla loro ricerca nella Cina degli anni Trenta e della guerra col Giappone; "Gli inconsolabili" del 1995 e "Un pallido orizzonte di colline" suo esordio del 1982. Particolare nota va al romanzo "Un ar tista del mondo effimero", del 1986, dove Ishiguro ricostruisce l'ambiente del Giappone del secondo dopoguerra, un omaggio alle sue origini nipponiche e alla sua famiglia, che ha direttamente sofferto a causa del bombardamento atomico di Nagasaki. Altrettanto visionari come "Non lasciarmi", e forse anche di più, sono i romanzi e i racconti di quello che viene considerato il più grande scrittore giapponese vivente, Murakami Haruki. Qui non ci sono ambiguità di sorta: Murakami è il cognome e precede il nome come da tradizione nipponica. Dopo una gioventù un po' dissoluta (a vent'anni gestiva un locale jazz), oggi Murakami è considerato uno scrittore di culto che fa della disciplina mentale e fisica la sua regola di vita.

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“Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, a da più di undici sono un'assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre. A quel punto saranno trascorsi quasi esattamente dodici anni. Adesso mi rendo conto che il fatto che io sia rimasta per tutto questo tempo non significa necessariamente che loro abbiano grande stima di me. Ci sono ottime assistenti a cui è stato chiesto di abbandonare dopo appena due o tre anni. E poi me ne viene in mente almeno una che ha operato per oltre quattordici, malgrado fosse un'assoluta nullità. Quindi non ho nessuna intenzione di darmi delle arie.” incipit di “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

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LETTERARIA! Come ha dichiarato lui stesso in una recente intervista a "Vanity Fair", si alza ogni mattina alle quattro, scrive fino a mezzogiorno, passa il pomeriggio ad allenarsi per le maratone (Murakami è anche un notevole atleta, amante della corsa), già per negozi di dischi usati (anche la musica, insieme alla scrittura e alla corsa, è una delle sue grandi passioni, come si può capire da molti accenni nei suoi libri), e infine va a letto alle nove di sera con la moglie, sposata a poco più di vent'anni. Se Ishiguro è un autore or mai occidentale ma dalle origini orientali, Murakami è un giapponese su cui la letteratura occidentale ha avuto forte influenza. E' traduttore, infatti, di numerosi autori americani, ed in particolare delle opere di Raymond Carver, autore che definisce il suo mentore letterario. Ma tanto è Carver legato alla solida realtà del ceto medio americano, quanto Murakami è attratto dagli aspetti onirici della vita, tanto da rendere decisamente "visionari" gli scenari da lui creati. Come è il caso dell'ultimo suo romanzo, il cui primo volume è uscito alla fine del 2011, "1Q84". In Giappone, quest'opera di due tomi è già considerata il capolavoro letterario di Murakami. L'idea gli è venuta mentre si trovava intrappolato nel traffico: cosa sarebbe successo se avesse preso l'uscita di emergenza? Il corso della sua vita sarebbe cambiato, c o m e a c c a d e a l l a p ro t a g o n i s t a femminile del romanzo, una sorta di

PAGINA giustiziere in gonnella, che uccide uomini perversi, colpevoli di gravi delitti a scapito di donne? "Ho avuto la premonizione che sarebbe stato un grosso libro, molto ambizioso", dice Murakami. Che, subito dopo aver avuto l'idea, si chiude nella sua seconda casa, sull'isola di Waikiki, nelle Hawaii, ed entra nel suo mondo speciale, quello dove fa il suo ingresso ogni mattina quando inizia a scrivere i suoi libri, pieno di personaggi enigmatici, pieni di grandi emozioni, a volte perdute in mondi di surreale follia. Come il mondo in cui ci troviamo catapultati leggendo il romanzo: l'anno è il 1984, ma all'improvviso siamo nell'anno 1Q84 di un mondo parallelo e straordinariamente interessante, come dimostrato dal milione di copie vendute in Giappone a solo un mese dall'uscita del libro. Tu t t a l ' o p e r a d i M u r a k a m i è caratterizzata dalla creazione di mondi fuori dal comune, così come dai grandi numeri. "Norvegian Wood", uscito nel 1987 e scritto durante un viaggio che l'autore compie tra l'Italia e la Grecia, si rivela un caso letterario, con tre milioni di copie vendute in tutto il mondo. La storia, narrata in prima persona dal protagonista, Toru, e che rivela l'amore per la musica di Murakami (Norvegian Wood è una canzone dei Beatles, che Toru sente all'inizio del romanzo) è un lungo flashback, dove Toru ripercorre gli anni dell'università e i tumulti della fine degli anni Sessanta, l'amore senza speranza per la fidanzata del suo

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migliore amico, morto suicida, e la crescita interiore che deriva da queste esperienze dolorose. Nel 1991, Murakami si trasferisce negli Stati Uniti per diventare ricercatore d e l l a p re s t i g i o s a U n i ve r s i t à d i Princeton; ritorna a vivere in Giappone nel 2001, dove si dedica con stesso impegno sia alla scrittura che alla maratona, esperienze che lui definisce simili e che descrive nel suo libro autobiografico "L'arte di correre", pubblicato nel 2009. Tra i suoi straordinari romanzi voglio ricordare: "After dark" (2004); "Kafka sulla spiaggia" (2002), che gli vale il Premio Kafka, già conferito ad autori come Philip Roth e Harold Pinter; "L'uccello che girava le viti del mondo" (1995); "Dance, dance, dance" (1988); e le raccolte di racconti " I s a l i c i c i e ch i e l a d o n n a addormentata" (2010); "L'elefante scomparso" (2010); "Tutti i figlio di Dio danzano" (2000). Anche Murakami, come Ishiguro, è èubblicato in Italia da Einaudi. "Per scrivere devi essere forte. Anche mentalmente, certo, ma innanzitutto fisicamente. E' molto importante, sia il fisico che la mente devono essere forti". Per questo Murakami va a correre ogni giorni, proprio come scrive. Per la felicità sua e dei suoi lettori di tutto il mondo.

Laura Fedigatti

Lo scrittore Murakami Haruki, la copertina del suo ultimo libro “1Q84” e di una sua raccolta di racconti Libreria Le mille e una pagina, C.so Garibaldi 7 27036 Mortara (PV) | 0384.298493 | www.lemilleeunapagina.com


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RIDI E AVRAI LE RUGHE GIUSTE RUBRICA DEL BUON UMORE A CURA DI FRANCESCA PROTTI

Jonathan Coe (Birminghan, 1961) uno tra i più importanti talenti narrativi contemporanei, tratteggia con originalità, ironia e distacco formale le contraddizioni della società inglese, insieme ad eventi di indiscutibile gravità, come gli attentati dell'IRA e le lotte sindacali. Con “La Banda dei Brocchi”, “La Famiglia Winshaw” e “Circolo Chiuso”, Coe dipinge un grande affresco della fin de siècle britannica. Dagli anni '70, segnati da sconvolgimenti sociali e nuove richieste culturali, all'età di Tony Blair e del post 11 settembre 2001. Sono in debito con “La Famiglia Winshaw”, saga grottesca e scoppiettante dell'Inghilterra thatcheriana, per avere dato allo scrittore il successo che lo ha portato a scrivere due dei miei romanzi preferiti, “La Banda dei Brocchi” (The Rotter's Club) e “Circolo Chiuso2 (Closed Circle). Progettati da Coe come un testo unico, furono divisi in due romanzi in sé compiuti, solo per esigenze editoriali. Leggendoli in sequenza, però, si percepisce chiaramente come tutti i nodi del primo vengono al pettine solo nel secondo. Regalo di un'amica che si sentiva in colpa per avermi trascurato un po', mi hanno regalato ore di vero divertimento alcuni anni orsono. Trotter, Harding, Anderton e Chase, questi i nomi dei protagonisti. L'immaginazione corre alla targa di un prestigioso studio legale. In realtà chi si appresta a leggere La Banda dei Brocchi sta per incontrare quattro adolescenti che, grazie a delle borse di studio, frequentano il prestigioso liceo King Edward's School di Birmingham. In quegli anni “terribilmente marroni” - come li definisce lo stesso Coe - che furono gli anni '70, Benjamin, Sean, Doug e Philip con alterne fortune, cercano di soppravvivere alle grandi rivoluzioni musicali e della moda, alle lotte politiche e sindacali e si sforzano lungo la strada che li porterà a Cambridge e Oxford, a carriere importati e una classe sociale diversa da quella dei genitori, intrappolati in matrimoni sciovinisti, guerre di razza ed ignoranza culturale. Perfette le parole usate dallo stesso Coe. "(Quello degli anni '70) era un mondo senza i cellulari, MTV, la Playstation, nemmeno il fax! Un mondo che non ha mai sentito parlare della principessa Diana o di Tony Blair, non ha mai pensato di andare a combattere per il Kosovo o l’Iraq. A quei tempi in TV c’erano soltanto tre canali, e i sindacati erano tanto potenti che se volevano potevano bloccarne uno per una serata intera. A volte la gente doveva anche fare a meno dell’elettricità".

I “brocchi” attraversano gli anni della grande illusione, ma non ne rimangono di certo indenni, giacchè a segnare le loro vite, in modo profondo e consapevolmente duraturo, sono proprio gli eventi scaturiti da quegli anni. La fortuna di frequentare un ottimo liceo ha però un peso relativo. Al momento ciò che conta per loro, ma anche per ogni adolescente che si rispetti, è il presente: la famiglia, la musica, gli amori, il giornale della scuola. E proprio per questo il lettore li sente a sé vicini, cifra di quella dimensione esistenziale che è propria di chiunque sia stato adolescente. Orchestrando una trama piuttosto complessa con storie che s’intrecciano e con molti personaggi, Coe rappresenta il disagio di un’intera generazione: degli adolescenti, spesso vittime dei loro complessi, delle loro incertezze, di amori solo vagheggiati per il timore di farsi avanti e rivelarsi o esaltati dalle prime esperienze sessuali folgoranti, e parallelamente dei loro genitori, alle prese con i problemi lavorativi, con tradimenti coniugali e ritrovamenti successivi e spesso prigionieri della loro mediocrità o ignoranza. “Lo spirito di ribellione giovanile che anima la maggior parte dei ragazzi della sua età, nel suo caso, si esauriva nell’ammirazione per Harding [lo sbruffone della scuola] e il suo umorismo diabolico e anarchico. Benjamin riusciva a essere un dissidente soltanto per procura” (p. 73). Le vicende storiche di quegli anni vengono presentate attraverso la lente del quotidiano e non con la pretesa di giudicarle e di capirle, senza enfasi, mostrandone le conseguenze dirette nella vita dei cittadini. Sono anni roventi a loro modo, che preludono all’avvento del terribile governo Thatcher. “A volte sto ore a guardare nel vuoto senza riuscire a scrivere una riga – confessa Coe – Flaubert, del resto, diceva che una frase è già una conquista”. Ci penserà anche a lungo, ma il risultato è davvero degno di nota. Ad un dialogo vivace si accompagna una non minor attenzione al contesto storico, mai mera sconnotazione spazio-temporale.

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LETTERARIA! Sempre trattato dettagliatamente e arricchito di una fitta rete di citazioni di gruppi rock, programmi TV, pellicole forse non propriamente celebri, ma non per questo fittizie. A tal proposito, lo stesso Coe ha dichiarato "Lavoro con titoli e prodotti non proprio celebri, mi concedono più libertà. Così il titolo "The Rotters’ Club" è ripreso da una canzone degli Hatfield and the North, rispettabile gruppuscolo metà anni ’70, noto a pochissimi, oscuro e sconosciuto per quasi tutti". Un'ultima vera chicca ... il libro s’interrompre nel ’79, il giorno stesso delle elezioni che daranno il potere a Margaret Thatcher (e il giorno dopo la prima volta insieme di Benjamin e Cicelyn). Un momento importante, nella vita del protagonista (che è un po’ l’alter ego del narratore) e del paese che Coe celebra con un eccezionale esercizio di stile: 14 mila parole senza un punto fermo, un flusso inarrestabile un po’ come fosse Joyce. Le aspirazioni che hanno popolato i sogni adolescenziali trovano un prolungamento nella vita adulta descritta in Circolo Chiuso (The Closed Circle). Qui, nel libro che non è più della giovinezza ma dell'esperienza, con tutti i loro mille difetti, si chiude il cerchio sulle avventure di Benjamin Trotter e del fratello minore, che avevamo lasciato da studenti a Birmingham. Dopo i vivaci entusiasmi della giovinezza esibiti nel primo romanzo, adesso Coe dà sfogo a tutta la delusione e al disincanto di una maturità vissuta all'epoca del New Labour. L'esempio più concreto è Paul Trotter. Diventato deputato laburista, deve fare i conti con le insidie e le ambiguità del mondo della politica; accade così che durante la crisi successiva all’11 settembre, voti a favore della guerra in Iraq, nonostante sia convinto che si tratti di un errore.

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“In una notte nera, sotto un cielo sereno e pieno di stelle, nella città di Berlino, nell'anno 2003, due giovani stavano cenando insieme. Si chiamavano Sophie e Patrick. Si erano incontrati quel giorno per la prima volta. Sophie stava visitando Berlino con sua madre, Patrick con suo padre. La madre di Sophie e il padre di Patrick si erano frequentati per un po', parecchio tempo prima; niente di speciale, però . Per qualche tempo, quando andavano ancora a scuola, il padre di Patrick era stato addirittura innamorato della madre di Sophie, ma erano passati ventinove anni dall'ultima volta che si erano scambiati qualche parola. "Secondo te dove sono andati?" domandò Sophie. "In giro per locali, probabilmente. Da qualche parte dove suonano techno.” incipit di “Una banda di brocchi” di Jonathan Coe

I libri di Joanthan Coe sono èpubblicati in Italia da Fentrlinelli

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IL NOIR DI DENUNCIA SOCIALE A CURA DI RICCARDO SEDINI

ASSOCIAZIONE CULTURALE “GIALLOMANIA”

www.giallomania.it E’ da un po’ di tempo che i nostri giallisti si stanno sempre più specializzando su un filone che sino ad ora era stato poco trattato se non da case editrici di nicchia come la Verde Nero di Legambiente. Oggi una casa editrice medio grande e indipendente come la Edizioni e/o crea una collana curata dal suo autore di punta Massimo Carlotto che si chiama SABOTAGE. E’ una collana in cui autori, sconosciuti ai più, realizzano gialli di puro stampo di denuncia sociale,vedi il libro di Carlo Mazza “Come lupi di fronte al mare “, che tratta in forma noiresca di tutto il malaffare della sanità barese. Ma parlando di qualcosa di classico: anche i gialli di Valerio Varesi, come da lui dichiarato più volte, sono una certa forma di denuncia sociale, infatti il commissario Soneri è un personaggio scevro da qualsiasi forma di autorità e totalmente contro i poteri forti. Adesso anche molti autori della cosiddetta microeditoria hanno cominciato a lanciarsi in questo filone con ottimi risultati, forse proprio sull’onda emotiva della situazione attuale, dove l’esasperazione della gente è imperante. Parliamo quindi di un libro fantastico dell’attore regista e sceneggiatore Alessandro Bastasi, che ha pubblicato per Eclissi Editrice il suo “Città contro”, storia di un prete di frontiera che crea un campo immigrati nella Treviso del sindaco sceriffo Gentilini; in questo libro si noterà quanto l’autore abbia, oltre al plot narrativo, analizzato con lucidità e obiettività entrambe le facce della medaglia del risvolto sociale. Certo, perché i nostri scrittori non sono mai schierati solo da una parte, ma con la loro scrittura analizzano ogni piega e risvolto della società. Un altro autore che addirittura tramite un Pulp riesce a mettere in mostra una sorta di invettiva nei confronti dei poteri forti e soprattutto di quelli occulti è Romano de Marco, che con il

suo “Milano a mano armata“, edito da Foschi Editore, riesce a portare per mano l’autore in un gioco assurdo e perverso, dove i buoni alla fine non sono tali e il cattivo viene visto sotto una luce diversa. Il risultato è che alla fine nella vita tutti siamo manipolati da qualcuno più furbo di noi. In questo libro di de Marco ci mostra una Milano più vera che mai in mano ai colombiani per lo spaccio di cocaina e alla mafia calabrese (‘ndrangheta) che si inserisce anche nella politica di alti livelli. Una parola in più va spesa per chi ha aperto la strada al noir di denuncia sociale, il collettivo Mama Sabot. Hanno esordito nel 2008 pubblicando il romanzo “Perdas de Fogu”: un'inchiesta sulle malattie (patologie leucemiche o tumorali del sistema emofiliaco) provocate dalle nanoparticelle rilasciate dalle esercitazioni militari eseguite nel Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze del Salto di Quirra. Nel 2009 alcuni membri del collettivo, Marcella Catignani, Michele Ledda, Andrea Melis e Piergiorgio Pulisci, collaborano con Massimo Carlotto e Francesco Abate alla realizzazione del romanzo “L’albero dei microchip”, un'inchiesta sul traffico internazionale di rifiuti elettronici Nel 2010 Michele Ledda, Ciro Auriemma, Renato Troffa e Piergiorgio Pulixi, pubblicano il libro “Donne a perdere”: tre romanzi noir uniti da un comune progetto di scrittura diretto da Massimo Carlotto che si sviluppano su alcuni temi del noir mediterraneo, la schiavitù sessuale, l’usura, il riciclaggio. Si spera vivamente che tale filone prosegua e si amplifichi sempre più in modo tale da portare la letteratura, perché di tale si parla, Gialla e Noir a quel livello che merita nelle nostre librerie e biblioteche.

Massimo Carlotto e il suo “Perdas de Fogus”, edito da Edizioni e/o. Più a destra, uno dei libri di Valerio Varesi dedicati al commissario Soneri

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SOTTO IL TIGLIO* PICCOLA RUBRICA DI CULTURA TEDESCA A CURA DI FRANCESCA PROTTI

Ho sempre creduto nel colpo di fulmine. Lo so, è stupido e infantile, ma ... così è. Non c’è quindi da stupirsi, quindi, se “Jeden Tag, jede Stunde” di Nataša Dragnić mi sia piaciuto moltissimo. Edito in Italia da Feltrinelli con il titolo “Ogni giorno, ogni ora” è l'opera prima di una scrittrice di origine croata che dalla prima metà degli anni '90 vive a Erlagen, in Germania e qui ha scritto e pubblicato un gran bel libro. Luka ha 5 anni e all'asilo incontra Dora, di pochi anni più piccola. Non riescono a togliersi gli occhi di dosso, non riescono a vivere separati. Trascorrono giorni sdraiati su uno scoglio a scovare i disegni che si nascondono nelle nuvole, a sognare e a parlare. Loro due soli, nessun altro amico, nessun altro passatempo. Conta solo quello, fino a che, un giorno, non è la vita a decidere per loro. I genitori di Dora si trasferiscono a Parigi e i due vengono brutalmente separati. Luka è già abbastanza grande per non dimenticare Dora, che invece ripone il ricordo dell'amico di infanzia in un angolo della sua memoria. Ma Luka e Dora non sono fatti per stare separati e di nuovo la vita sceglie per loro. La pittura in cui Luka ha trovato l'unico modo possibile per esprimersi gli porta una fama così internazionale da trovarsi catapultato a Parigi, davanti a quegli stessi occhi incontrati da bambino. Anche Dora è cresciuta, sta diventando un'attrice, a sua volta una celebrità, ma il rincontrare Luka fa scattare qualcosa in lei, ricordi mai compresi si chiarificano e quello che si sentiva mancare, ora è a portata di mano. Eppure qualcosa spinge Lika a fuggire... In un continuo unirsi e allontanarsi, Luka e Dora mettono in scena una storia semplice eppure universale. L'eterno contrasto tra la potenza dell'amore e le regole del buon senso con la distanza che c'è tra vivere e

sopravvivere. Luka e Dora sono due anime indissolubilmente legate, si appartengono l'uno all'altra da prima che altri entrassero a far parte delle loro vite. Filiamocela da qui! Una volta è Luka a dirlo a Dora, un'altra volta è lei a trascinare via lui con quelle parole. Il romanzo si conclude con quell'imperativo. La frase ricorre nel testo più e più volte, come altre e alcune scene. A volte hai l'impressione che l'editore abbia montato male il testo, che paragrafi già letti siano inseriti nel punto sbagliato. Ma non è così. Il linguaggio volutamente spezzato e intenso ritorna uguale in diversi punti del testo. Ciò che lega Luka e Dora è un circolo da cui non possono uscire e l'autrice ha nel ripetersi del linguaggio l'unico mezzo possibile per rappresentare tale spirale. Luka e Dora provano a scappare dal vortice che li imprigiona, ma qualcosa più forte di loro e della loro volontà li riunisce sempre. Dalla Croazia alla Francia, dal porto di Makarska ai teatri di Parigi, con una scrittura ipnotica e potente si racconta una storia d'amore fuori dal tempo, fatta di baci che sanno di acqua salata, di respiri, luci, colori. Di adii e ricongiungimenti. La stessa autrice confessa come la scelta di ripetere parole, frasi, situazioni è stata ponderata e voluta, per riuscire a trasmettere il messaggio che nella vita tutto si ripete. In origine la storia era costretta e limitata negli spazi di un racconto, molto meno preciso in termini di tempo e spazio, ma incentrato anch'esso su questa tematica di due persone legate da un grande amore, ma comunque separate. Ciò che narra, però, ha la forza incontenibile di un fiume, che è esondato in questo romanzo. Nata a Spalato nel 1965, laureata in lingue e specializzata in traduzioni diplomatiche, Nataša Dragnić parla di

sé in toni molto modesti. Assolutamente non si vede con una scrittrice professionista, ma non ha paura di definire questo romanzo un “romanzo d'amore”. È vero, sembra che una tale etichetta ne mortifichi il valore, ma, come la stessa Dragnić evidenzia, non è l'appartenere ad un genere, è come si racconta, il linguaggio, lo stile che fanno la differenza. E lo stile di “Ogni g i o r n o, o g n i o ra ” è s i c u r a m e n t e inconsueto e diverso. Sarà anche una “scrittrice non professionista”, ma se le premesse sono queste ... * Unter den Linden (Sotto il Tiglio) è uno dei più bei viali di Berlino, che prende il proprio nome dall'incipit di un canto d'amore di Walter von der Vogelweide, poeta medievale (1170 ca. – 1230 ca.).

La copertina del libro “Ogni giorno, ogni ora”

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LES CONTES: FAVOLE E FIABE SENZA TEMPO LIBRI D’OLTRALPE - SPUNTI DI CULTURA FRANCESE A CURA DI ALESSIA DELCRE’*

LA VOLPE E L’UVA

Una volpe affamata, andando per la via, in un bel tralcio d’uva s’incontrò, così matura e bella in apparenza, che damigella subito pensò di farsene suo pro’. Ma dopo qualche salto, visto che troppo era la vite in alto, pensò di farne senza. E disse: «È un’uva acerba, un pasto buono per ghiri e per scoiattoli». Ciò che non posso aver, ecco ti dono.

La Fontaine [da Le favole di La Fontaine, traduzione di Emilio De Marchi, Il Melograno, Verona 1980]

Jean de La Fontaine è uno dei più celebri scrittori di favole francesi. Vissuto tra il 1621 e il 1695, grande appassionato di letteratura, diventò celebre con le sue favole: racconti di animali parlanti che sotto la veste immaginaria criticavano situazioni sociali, politiche e caratteriali, proponendo finali con morale. Questi capolavori di poesia e intelletto sono quindi da considerarsi più raffinate lezioni di vita per adulti che storie per l’infanzia, e forse è proprio l’acume di una scrittura critica che le rende interessanti e attuali anche ai nostri giorni. Se la favola, ovvero il genere caratterizzato da animali umanizzati e parlanti, è lo strumento preferito da La Fontaine, Perrault ci ha ammaliati con la fiaba, ovvero il racconto con personaggi fantastici come fate, streghe, folletti, orchi, maghi... Charles Perrault, vissuto tra il 1628 e il 1703, è stato membro dell’Accadémie Française (prese parte alla famosa “querelle” tra Antichi e Moderni), oltre che autore del celebre libro di fiabe Histoire ou contes du temps, una raccolta di undici bellissime fiabe tra cui Cappuccetto Rosso, Barbablù, La bella addormentata, Pollicino, Cenerentola, Il Gatto con gli stivali. Favole e fiabe celebri del passato sono entrate nella nostra memoria e nel nostro immaginario fin da quando eravamo bambini. Ce le hanno spesso raccontate mamma, papà, nonni... e poi insegnanti, amici... come capisaldi di un mondo fantastico che tanto fantastico non è, e che ci ha aiutati a diventare grandi mostrandoci

le giuste scale di valori e svelandoci segreti e malizie di una realtà troppo spesso ingannevole e brutale. Cosa faremmo senza questi racconti che ci fanno sognare? Certo di favole e fiabe è pieno il cuore umano, e ce se ne innamora a tal punto da volerle riprendere, per ricordarle o riproporle con nuovi scenari e nuovi finali, negli ambiti della comunicazione e dello spettacolo più disparati: dal teatro, al cinema, alla televisione, alla musica, alla pittura... al video su youtube. I media si moltiplicano, fino quasi alla dispersione e al caos, ma i racconti persistono, come parte di un retaggio del nostro DNA che si adatta a qualsiasi supporto. E allora tante voci come un ritornello si passano vecchie e nuove storie, le rileggono e le rivivono, le ricolmano di nuovi entusiasmi e poi le rilanciano affinché altri possano riassaporare gli infiniti messaggi emozionali. Ne è un esempio la verve contemporanea di Aurélia Fronty, giovane illustratrice francese, che da anni collabora con le più prestigiose case editrici per la scrittura per ragazzi. Aurélia non scrive: disegna e dipinge. Reinterpreta mondi poetici inventati da altri ma su cui c’è ancora molto da dire, anche con i colori. Così le sue illustrazioni dal tratto leggero e onirico accompagnano storie che entrano nelle case di piccoli e grandi che hanno ancora la capacità di sognare. Recenti pubblicazioni con illustrazioni di Aurélia Fronty sono: Lo schiaccianoci, di E.T.A. Hoffmann e Alexandre Dumas (2011) Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello, di Gaëlle Perret (2011) Raja, il più grande mago del mondo, di Carl Norac (2011) Tristano e Isotta, di Béatrice Fontanel (2010) Filo di fata, di Philippe Lechermeier (2009) Tutti sono editi in italiano da Donzelli Editore.

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LO SCHIACCIANOCI di E.T.A. Hoffmann e Alexandre Dumas Non smette di incantare la storia dello Schiaccianoci, uscita dalla penna di Hoffmann nel 1816 e divenuta presto un classico della fiaba di tutti i tempi. La sua fortuna si legò anche a quella di un indiscusso maestro dell’affabulazione, Alexandre Dumas, che nel 1845 seppe raccontarla da par suo. In questa edizione, che affianca le due versioni, il lettore potrà seguire le vicende dell’omino di legno, apprezzando la potenza visionaria che sostiene la narrazione di Hoffmann e lasciandosi catturare dalla piacevole scorrevolezza della prosa di Dumas. A sancire la popolarità dello Schiaccianoci fu proprio il padre dei Tre moschettieri, alla cui versione è ispirato il celebre balletto musicato da Čajkovskij nel 1892. Da allora, la storia ha conosciuto innumerevoli reinterpretazioni, dalla danza al cinema ai cartoni animati, passando da Nureyev a Disney, al punto che nessuno sembra più ricordare come tutto ebbe inizio. Scorrendo queste pagine, piccoli e grandi lettori scopriranno finalmente la vera storia di Krakatuk, la noce più dura che ci sia, e della principessa Pirlipat, del misterioso inventore Drosselmeier e della perfida regina dei topi. Vedranno sfilare davanti ai loro occhi l’incanto del regno delle bambole, con i suoi mirabolanti castelli di zucchero e i suoi strabilianti fiumi di aranciata e latte di mandorla… Tutte queste immagini prendono corpo e calore grazie alla matita di Aurélia Fronty, il cui tratto si fa così minuto da portarci fin nel cuore del mondo onirico dello schiaccianoci e dei suoi piccoli compagni d’avventura.

UN GIORNO MIO NONNO MI HA DONATO UN RUSCELLO di Gaëlle Perret Un giorno mio nonno mi ha donato un ruscello è una poesia, un inno alla vita che scorre e attraversa le sue fasi

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senza mai fermarsi, proprio come un corso d’acqua. Il ruscello è come un testimone che il nonno passa al nipotino, e che lo accompagnerà dai giochi e le paure dell’infanzia, ai fremiti e alle incertezze dell’adolescenza, fino alle scelte e alle sicurezze dell’età adulta. Quel bambino, sa far tesoro di quel dono e in ogni passaggio della vita, riconosce tra le acque, gli uccelli, i fiori, i colori del ruscello le tracce del passaggio di quel nonno, che da lontano gli sorride sornione e bonario, ora per sostenerlo, ora per spronarlo, ora per proporsi come complice di avventure tra le onde all’insaputa dei genitori. Un ruscello che è come un ponte gettato tra le generazioni, un invito alla lettura insieme: nonni e nipoti, genitori e figli. Acqua, fiori, pesci, erbe selvatiche, alberi, sassi, uccelli, gocce, onde, dune di sabbia, e poi ancora indiani, vele,marinai, ghiacci e lame di pattini: le stagioni dell’anno e le età della vita si addensano lungo il ruscello, grazie ai pennelli morbidi e ai colori pastosi di uno dei talenti più originali dell’illustrazione contemporanea.

RAJA, IL PIÙ GRANDE MAGO DEL MONDO di Carl Norac Da più di cent’anni, nella famiglia di Raja, tutti sono maghi. Il suo bisnonno aiutava le stelle più fifone a cadere dal cielo. La nonna leggeva il futuro nelle onde dell’oceano o negli occhi dei colibrì. Il nonno, per gioco, faceva sparire gli elefanti dietro il suo fazzoletto e suo padre, certe sere, si diverte a pescare con una rete la luna nel Gange. E Raja? A lui la vita dell’apprendista mago non piace per niente, preferisce fare il giocoliere per divertire Devika, la figlia del Maharajah. Ma un giorno il padre gli rivela un segreto: subito prima di morire, la sua mamma ha predetto che Raja diventerà una mago la cui fama risplenderà in tutto il mondo più di una stella. Riuscirà dunque Raja a onorare la premonizione della mamma? Ed ecco che Raja decide di tentare un’impresa

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LETTERARIA! impossibile: fare il giro della terra a cavallo di una tartaruga e tornare a casa prima che il padre conosca la vecchiaia. Una piccola mangusta si offrirà di accompagnarlo e il padre gli darà una bacchetta con in cima una stella. Dall’oceano all’Himalaya, dalle stelle all’inferno, riuscirà Raja a tornare a casa in tempo? E che ne sarà del suo amore per la bella Devika? Una storia d’amore e di magia trasportata sulle onde di colori della grande illustratrice Aurélia Fronty, sospese tra un’India di sogno e la poesia di un racconto incantato creato da uno dei più amati scrittori francesi per bambini.

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FILO DI FATA di Philippe Lechermeier Un libro di magia, di incanto e di poesia. C’è gente che è convinta che la magia si impari sui libri polverosi di maghi catarrosi. Non è affatto così. Basta guardarsi intorno con un occhio un po’ fino, e ricordare che alla magia piace giocare a nascondino. La magia è come la poesia. E’ qui, è lì, è accanto a te, non la vedi ma c’è. Devi cercare, frugare, osservare. E’ un po’ come una goccia nella pioggia. E’ un filo sottilissimo, traslucido, un filo iridescente, e se lo tieni stretto senza stringere troppo, vedrai che scoprirai i segreti più belli della fata. Il primo già lo sai: la magia è come la poesia.

TRISTANO E ISOTTA di Béatrice Fontanel Ascoltate, gente, ascoltate la storia del valente Tristano e della dolce Isotta che si amarono così tanto che oggi ancora, si sente, dal fondo della nostra memoria, il loro cuore battere all’unisono.

* Il blog di Culturedalmondo, di Alessia Delcré e

Francesca Desiderio, questo mese vi propone: un articolo di curiosità linguistiche, "Ibridazioni e incursioni tra le lingue: inglese (cambiamenti inevitabili) e italiano (cambiamenti da evitare)" e un viaggio carico di emozioni verdi, "Highlands scozzesi". Visitateci su: www.culturedalmondo.it blog: culturedalmondo.blogspot.it

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CULTURA E’... ANCHE UNA BUONA TAVOLA! RUBRICA DI CUCINA E DINTORNI A CURA DI ALBERTA MAFFI Inutile negarlo, ormai è sotto gli occhi di tutti: siamo in un periodo di grave crisi. Per noi che vogliamo comunque cercare di pensare in positivo, potrebbe anche essere un modo per riscoprire le cose semplici e dare più valore a quello che già abbiamo. Come, ad esempio, riciclare in cucina. O non buttare gli avanzi o quelle parti dei cibi che, solitamente, vengono messe in pattumiera perché considerati scarti. Per questo motivo, voglio consigliare un bel libro, edito da Gribaudo, dal titolo “La cucina a impatto (quasi) zero”, di Lisa Casali e Tommaso Fara. Una guida interessante che insegna a non buttare mai nulla, con una serie di ricette gustose che, oltre a farci risparmiare, ci insegna che buttare il cibo è uno spreco non solo economico (le cifre di questo tipo di scarto sono impressionanti), ma anche non etico, nei confronti di chi cibo non ne ha e nei confronti dell’ambiente.

La ricetta che vi propongo è solo una delle tante che si possono trovare in questo libro utile per chi ha a cuore il proprio portafoglio e vuole intraprendere un percorso di vita un po’ più responsabile. Come dice Bruno Gambacorta (ideatore di Tg 2 Eat Parade) nella prefazione: “... se per motivi economici ed etici, ambientali e nutrizionali, sarà sempre più rara la presenza sulle nostre tavole del foie gras e del tonno rosso, del novellame e delle primizie che arrivano a Natale dagli antipodi, è giusto che qualcuno si dia da fare per sostituirli con materie prime e ricette sane, gustose, rispettose dell’ambiente e del portafoglio, ma anche semplici, creative e stuzzicanti...” Buon Appetito!

GNOCCHETTI DI ASPARAGI

Ingredienti: i gambi di un mazzo di asparagi da ca. 250 g 2 bicchieri di farina 1/2 bicchiere di formaggio grattugiato burro foglioline di salvia sale Esecuzione: Lavate i gambi, tagliateli finemente e cuoceteli nella pentola a pressione, nel cestello per la cottura a vapore, per 15 minuti. Passateli al passaverdura o al setaccio. Unite alla crema di gambi la farina e parte del formaggio, mescolando fino ad ottenere un impasto lavorabile con le mani. Date al composto una forma a cilindro e, tagliandolo con un coltello, ricavate gli gnocchetti. Cuoceteli in acqua bollente salata e scolateli appena vengono a galla. Conditeli con burro fuso e salvia.

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Prossimamente in libreria: Parte a Marzo la rassegna letteraria “Marzo in giallo”, che vedrà ospiti in libreria, per tutto il mese di marzo, alcuni tra i giallisti più importanti del panorama letterario italiano. Ricordiamo gli ospiti dell’anno scorso: Valerio Varesi (che aprirà la rassegna quest’anno, giovedì 8 marzo alle ore 21,00 con la presentazione del suo ultimo libro “La sentenza”), Bruno Morchio, Michele Giuttari e Mariangela Ciceri.

Indovina l’autore:

Chi vuole partecipare, può inviare una mail oppure passare in libreria e lasciare la risposta. Il primo lettore che ci invierà o porterà la risposta giusta vincerà un buono da spendere nella nostra libreria.

Soluzione del numero precedente:

La citazione dello scorso numero era tratta dalla poesia “Quadro meteorologico”, dalla raccolta “Poesia dal silenzio” del poeta svedese Tomas Tranströmer, Premio Nobel 2011

DA: L IB R E R IA L E M IL L E E U N A PA G IN A C .s o G ar ib al di 7 2 7 0 3 6 M or ta ra (P V ) 0 3 8 4 .2 9 8 493 in fo @ le m il le eu na pa gi na .c om

LETTERARIA Gennaio - Febbraio 2012

A CURA DI:

Alessia Delcré Laura Fedigatti Alberta Maffi Francesca Protti Riccardo Sedini

Anno 2 - Numero 7


Letteraria n. 7/2012