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Un porto sicuro nella vostra città.

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Val Bormida & Dintorni

A cura del Grifl - Cairo M. c.c.p. 10270171 Tel. 333 4189360 E-mail: lorenzo.chiarlone@libero.it

Novembre 2013

ABBONAMENTO ANNUALE Base: Euro 18 - Arrotondato: Euro 20 - Sostenitore: Euro 30 - Benemerito: Euro 50 - Benefattore: di più.

Nella foto, intento al completamento di un murales, il pittore cairese Bruno Barbero, presidente dell’associazione di volontariato “Raggio di sole”.

A VILLA SANGUINETTI È ATTIVO DA ANNI UN CENTRO, ORA SOSTENUTO DALL’ASSOCIAZIONE APPENA COSTITUITA

Un raggio si sole per i disabili di Cairo di Isabella Mellino La struttura di villa Sanguinetti a Cairo Montenotte ospita un centro polivalente per le disabilità, dotato di mensa, lavanderia, parco e pulmini adibiti al trasporto degli utenti. Al suo interno opera l’Aias (Associazione italiana assistenza spastici), che segue individui in età infantile nelle attività motorie e rieducative, e il C.S.E (Centro socio-educativo), con finalità didattiche, di assistenza e coesione sociale per soggetti affetti da problematiche mentali, motorie e comportamentali. La struttura è gestita fin dal 1998 dalla cooperativa sociale “Lanza del Vasto”, affiancata da un gruppo di volontari, riuniti da pochi mesi nell’associazione “Raggio di sole”.

Ecco l’intervista che il suo presidente Bruno Barbero ha rilasciato a “Il Letimbro”. Come nasce questo “Raggio di sole”? “A seguito delle forti restrizioni finanziarie che hanno colpito tutti i Comuni della vallata, il complesso ha corso il rischio reale di dover addirittura cessare la sua attività; la Cooperativa, infatti, continua a gestire la struttura ‘in perdita’, perché le rette versate dalle famiglie degli utenti e i fondi comunali, sempre più limitati, non sono sufficienti a coprirne le spese. Per evitare questo preoccupante scenario, noi volontari (Bruno Barbero, Augusta Petrini, Walter Baccino, Noemi Dotta e Valentina Veglio, ndr) abbiamo deciso di costituire l’associa-

La cultura è ancora trainante: il “caso” Rocchetta

Maratona di pieno successo I ragazzi imitando gli adulti hanno iniziato a leggere in gruppo

Chi aveva detto che la gente non legge più o non è interessata alla lettura? Si era sbagliato. Basta vedere il successo, inatteso dagli stessi organizzatori, che ha riscosso la prima edizione della Maratona di lettura organizzata venerdì scorso 4 ottobre nella biblioteca di Rocchetta con un iter ininterrotto dalle ore 15 alle 24 con un turn over di presenze via via che si succedevano gli argomenti proposti: dai bambini agli amanti dei gatti, dalle signore appassionate di letteratura a quanti volevano sapere come evitare il mal di schiena. Alla merenda si sono alternati i brindisi augurali di buon onomastico ai vari Francesco/a che arrivavano, poi gustosi spuntini dolci e salati alternavano le lettura dei testi. Per cena: “La crosta del pane”, racconto inedito del deghese Stefano Gallareto. Dopo le ore 22, letture spontanee proposte a tamburo battente fino a mezzanotte dagli ospiti.

Il vicario di Santa Clara ospite della diocesi

Manzieri a pagina 2

zione “Raggio di sole”, con l’obiettivo di raccogliere fondi a tutela del nostro impegno verso questi ragazzi.” Come sviluppate le vostre iniziative? “Abbiamo un programma disciplinare piuttosto articolato, denso di attività: musica, disegno, pittura, artigianato, teatro, corsi di dizione e di sintassi. Organizziamo escursioni, gite, feste e vacanze, con l’intento di mettere a disposizione degli utenti un ambiente sano e costruttivo, nel quale apprendere e socializzare, fornendo al contempo un significativo aiuto alle famiglie.” Ci racconta un’iniziativa particolare? “Lo sviluppo, in collaborazione con l’autorità scolastica e il

personale del C.S.E, di “Progetto sole”: una sorta di dopo scuola per ragazzi delle scuole medie e superiori affetti da problematiche comportamentali, autistiche e ritardi nell’apprendimento. È stato sperimentato per la prima volta lo scorso anno, grazie al generoso intervento della famiglia Mulatero, sempre presente nelle nostre iniziative, che ha totalmente finanziato il progetto. L’esperienza, che nell’anno in corso ripeteremo grazie al contributo della “Fondazione Bormioli” di Cairo, ha garantito ai partecipanti e ai loro familiari indubitabili benefici.» Quale risultati vi prefiggete? «Auspichiamo di ottenere incrementi finanziari tali da per-

metterci di ampliare i servizi e garantire migliorie all’immobile. Estendere i nostri interventi anche alle ore notturne, rendendolo disponibile h24 con dieci posti letto, che permetterebbero a famiglie con necessità particolari di affidare a noi i propri cari, anche durante la notte. Confidiamo nella generosità di fondazioni, privati cittadini, nonché nell’intervento delle Asl per riuscire a trasformare questa struttura in un vero e proprio “Polo per le disabilità”, un riferimento concreto per le famiglie di tutta la Val Bormida che hanno persone a carico con questo tipo di problematiche.” Un pensiero per concludere la nostra chiacchierata… “L’operato degli educatori e dei volontari di villa Sanguinetti favorisce tra gli ospiti la socializzazione e incoraggia l’apprendimento con risultati veramente stupefacenti. I ragazzi vengono strappati al loro isolamento migliorando la qualità dei rapporti interpersonali, tramite l’arricchimento del dialogo, l’ascolto della musica, le pratiche di scrittura e disegno e l’uso del computer. Un ringraziamento particolare va all’Associazione Alpini di Cairo per le loro iniziative di sostegno e l’instancabile ricerca di fondi, necessari per la continuazione e l’ulteriore sviluppo del nostro progetto. Se si spegnesse questo ‘Raggio di sole’ mi domando quale sarebbe il futuro dei nostri ragazzi.”

Ritorna in rete Televalbormida Con filmati su Youtube Il carcarese Giuliano Pastrengo, benemerito ed infaticabile animatore socioculturale, ha iniziato ad inserire su Internet, precisamente su Youtube, alcuni dei filmati realizzati e trasmessi negli anni ’80 da Televalbormida. Le piacevoli immagini, a distanza di trent’anni, acquistano un particolare valore e significato anche perché riporpongono interventi dal vivo di persone che non ci sono più.

Come, ad esempio, un servizio sulla festa carcarese di san Giovanni del Monte, in cui compaiono e si possono ascoltare gli interventi di suor Cecilia, del dottor Mallone, dell’assessore Filippo Monticelli, dell’indimenticabile Palmira ai fornelli insieme alle note del Bròv’om di Prunetto e alle parole di altre note comparse estemporanee.


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Novembre 2013

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Nella foto, intento al completamento di un murales, il pittore cairese Bruno Barbero, presidente dell’associazione di volontariato “Raggio di sole”.

A VILLA SANGUINETTI È ATTIVO DA ANNI UN CENTRO, ORA SOSTENUTO DALL’ASSOCIAZIONE APPENA COSTITUITA

Un raggio si sole per i disabili di Cairo di Isabella Mellino La struttura di villa Sanguinetti a Cairo Montenotte ospita un centro polivalente per le disabilità, dotato di mensa, lavanderia, parco e pulmini adibiti al trasporto degli utenti. Al suo interno opera l’Aias (Associazione italiana assistenza spastici), che segue individui in età infantile nelle attività motorie e rieducative, e il C.S.E (Centro socio-educativo), con finalità didattiche, di assistenza e coesione sociale per soggetti affetti da problematiche mentali, motorie e comportamentali. La struttura è gestita fin dal 1998 dalla cooperativa sociale “Lanza del Vasto”, affiancata da un gruppo di volontari, riuniti da pochi mesi nell’associazione “Raggio di sole”.

Ecco l’intervista che il suo presidente Bruno Barbero ha rilasciato a “Il Letimbro”. Come nasce questo “Raggio di sole”? “A seguito delle forti restrizioni finanziarie che hanno colpito tutti i Comuni della vallata, il complesso ha corso il rischio reale di dover addirittura cessare la sua attività; la Cooperativa, infatti, continua a gestire la struttura ‘in perdita’, perché le rette versate dalle famiglie degli utenti e i fondi comunali, sempre più limitati, non sono sufficienti a coprirne le spese. Per evitare questo preoccupante scenario, noi volontari (Bruno Barbero, Augusta Petrini, Walter Baccino, Noemi Dotta e Valentina Veglio, ndr) abbiamo deciso di costituire l’associa-

La cultura è ancora trainante: il “caso” Rocchetta

Maratona di pieno successo I ragazzi imitando gli adulti hanno iniziato a leggere in gruppo

Chi aveva detto che la gente non legge più o non è interessata alla lettura? Si era sbagliato. Basta vedere il successo, inatteso dagli stessi organizzatori, che ha riscosso la prima edizione della Maratona di lettura organizzata venerdì scorso 4 ottobre nella biblioteca di Rocchetta con un iter ininterrotto dalle ore 15 alle 24 con un turn over di presenze via via che si succedevano gli argomenti proposti: dai bambini agli amanti dei gatti, dalle signore appassionate di letteratura a quanti volevano sapere come evitare il mal di schiena. Alla merenda si sono alternati i brindisi augurali di buon onomastico ai vari Francesco/a che arrivavano, poi gustosi spuntini dolci e salati alternavano le lettura dei testi. Per cena: “La crosta del pane”, racconto inedito del deghese Stefano Gallareto. Dopo le ore 22, letture spontanee proposte a tamburo battente fino a mezzanotte dagli ospiti. Anche simpatici fuori programma si sono informalmente inseriti nella Maratona di lettura: la lettura proposta da Maria Grazia Grillo di un toccante testo scritto con la palpebra (l’unica parte del corpo che può muovere) dalla calizzanese Daniela Gazzano. Inoltre, mentre le mamme erano in tribuna a sorseggiare un gustoso the all’anice durante letture di Nicholas Sparks, un bel gruppetto di ragazzini dopo aver disegnato un po’, spontaneamente, si è seduto in sala, uno di loro ha preso un libro e ha iniziato a leggere per gli altri, seguito con la massima attenzione. Ovvero, l’esempio trascina! E questo è forse il più importante dato dell’iniziativa culturale. Oltre alla partecipazione dei rocchettesi e di abitanti dei dintorni, non sono mancate presenze da centri più lontani: da Calizzano, da Acqui, da Altare e da varie località della Riviera. Perché una maratona di lettura? Risponde Fabrizio Ghione, assessore comunale: “Poiché Cairo è città europea dello sport, abbiamo ripreso la formula della gara podistica abbinandola ad un’attività culturale. Ed ha funzionato! La miglior sintesi l’ha fatta Federica chiudendo la maratona di lettura commentando lapidariamente: furbo chi legge!”

zione “Raggio di sole”, con l’obiettivo di raccogliere fondi a tutela del nostro impegno verso questi ragazzi.” Come sviluppate le vostre iniziative? “Abbiamo un programma disciplinare piuttosto articolato, denso di attività: musica, disegno, pittura, artigianato, teatro, corsi di dizione e di sintassi. Organizziamo escursioni, gite, feste e vacanze, con l’intento di mettere a disposizione degli utenti un ambiente sano e costruttivo, nel quale apprendere e socializzare, fornendo al contempo un significativo aiuto alle famiglie.” Ci racconta un’iniziativa particolare? “Lo sviluppo, in collaborazione con l’autorità scolastica e il

personale del C.S.E, di “Progetto sole”: una sorta di dopo scuola per ragazzi delle scuole medie e superiori affetti da problematiche comportamentali, autistiche e ritardi nell’apprendimento. È stato sperimentato per la prima volta lo scorso anno, grazie al generoso intervento della famiglia Mulatero, sempre presente nelle nostre iniziative, che ha totalmente finanziato il progetto. L’esperienza, che nell’anno in corso ripeteremo grazie al contributo della “Fondazione Bormioli” di Cairo, ha garantito ai partecipanti e ai loro familiari indubitabili benefici.» Quale risultati vi prefiggete? «Auspichiamo di ottenere incrementi finanziari tali da per-

metterci di ampliare i servizi e garantire migliorie all’immobile. Estendere i nostri interventi anche alle ore notturne, rendendolo disponibile h24 con dieci posti letto, che permetterebbero a famiglie con necessità particolari di affidare a noi i propri cari, anche durante la notte. Confidiamo nella generosità di fondazioni, privati cittadini, nonché nell’intervento delle Asl per riuscire a trasformare questa struttura in un vero e proprio “Polo per le disabilità”, un riferimento concreto per le famiglie di tutta la Val Bormida che hanno persone a carico con questo tipo di problematiche.” Un pensiero per concludere la nostra chiacchierata… “L’operato degli educatori e dei volontari di villa Sanguinetti favorisce tra gli ospiti la socializzazione e incoraggia l’apprendimento con risultati veramente stupefacenti. I ragazzi vengono strappati al loro isolamento migliorando la qualità dei rapporti interpersonali, tramite l’arricchimento del dialogo, l’ascolto della musica, le pratiche di scrittura e disegno e l’uso del computer. Un ringraziamento particolare va all’Associazione Alpini di Cairo per le loro iniziative di sostegno e l’instancabile ricerca di fondi, necessari per la continuazione e l’ulteriore sviluppo del nostro progetto. Se si spegnesse questo ‘Raggio di sole’ mi domando quale sarebbe il futuro dei nostri ragazzi.”

Ritorna in rete Televalbormida Con filmati su Youtube Il carcarese Giuliano Pastrengo, benemerito ed infaticabile animatore socioculturale, ha iniziato ad inserire su Internet, precisamente su Youtube, alcuni dei filmati realizzati e trasmessi negli anni ’80 da Televalbormida. Le piacevoli immagini, a distanza di trent’anni, acquistano un particolare valore e significato anche perché riporpongono interventi dal vivo di persone che non ci sono più.

Come, ad esempio, un servizio sulla festa carcarese di san Giovanni del Monte, in cui compaiono e si possono ascoltare gli interventi di suor Cecilia, del dottor Mallone, dell’assessore Filippo Monticelli, dell’indimenticabile Palmira ai fornelli insieme alle note del Bròv’om di Prunetto e alle parole di altre note comparse estemporanee.


Val Bormida & Dintorni L’angolo del dialetto

FRIVAYAE Asçiné = acino Brûsçè = bruciare Brût = brutto Brùt = germoglio Bugè = muovere Caciàv (caciàu) = cacciatore Catè = comprare Ciûma = penna Cziòra = cicale Dalùnzi = lontano Dausçén = vicino Disçmèntiè = dimenticare Druvè = usare, adoperare Dûsç = sorgente Frìzi = friggere Gosç = gozzo Indriczè = raddrizzare Limén = lumicino, lucciola Môra = mola

San Martino La nebbia a gl’irti colli piovigginando sale, e sotto il maestrale urla e biancheggia il mar; ma per le vie del borgo dal ribollir de’ tini va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar. Gira su’ ceppi accesi lo spiedo scoppiettando: sta il cacciator fischiando su l’uscio a rimirar tra le rossastre nubi stormi d’uccelli neri, com’esuli pensieri, nel vespero migrar.

IN UN LIBRO IL LESSICO DELLA PARLATA CARCARESE Il dott.or Giacomo Melano, originario di San Giuseppe di Cairo e residente a Carcare, ha pubblicato un volume dedicato all’idioma locale: “Lessico del dialetto carcarese”. Oltre alla traduzione dei termini dialettali, l’autore ha inserito diverse note descrittive di aspetti e curiosità della vita e della civiltà locale di un tempo. Il testo, di 260 pagine, è corredato da un’introduzione con note di fonetica e ortografia.

Mora = mora Mûra = mula Nuiùs = noioso Ôv = uovo Pàvi = paura Prûsç = pulce Pùncia = punta Pucz = pozzo Rizinènt = arrugginito Rus = rosso Ruz = scroscio Rûzu = ruggine, (essi) litigano Sçmangiàya = prurito Shchivè = evitare, schivare, svoltare Shciûma = schiuma Shcrìvi = scrivere Shciûmè = schiumare Shtìva = stufa Shutzè = spingere Siàcz = setaccio Vinvaera = scoiattolo Zaerb = gerbido.

Sân Martén Versione dialettale della nota poesia di Giosue Carducci che nell’idioma locale perde forse il suo ritmo poetico ma assume altre caratteristiche valenze… Ciuvsçinândi ra naegia a munta vaers sci bricoeti punciûy e cun es marinàcz us fa senti e u shsciûma tût er mò. Int’er cuntò der pays us e shpianta l’udù ‘d vén incù ashpr ‘d ra ràpa c’a buy int’i butàli, e tûci i son cuntènti. Ins’i ticzùgni l’aròsht u côsç e tli sènti frizi e i caciàvi i scivùru ins’ra porta tânt ch’i vòrdu i mûgi d’usçlaczi naeyi ch’i sçvôru via cum’i ricordi a ra sèira in maez a nivurùgni rùsci.

Novembre 2013

II

Rievocazione di una bella camminata montana in valle Varaita

Escursione sui luoghi di antiche battaglie di Ermano Bellino La valle Varaita, la stupenda valle smeraldina, oltre ad essere una delle più belle valli in assoluto, è un ambiente la cui storia si perde nelle leggende dell’antichità. Fu abitata dai Liguri Montani, conobbe i Romani, i Saraceni, fu governata da Ottone III, dai Saluzzo, dai signori del Delfinato, dai reali di Francia e dai Savoia. Ni secoli XVI e XVII fu funestata da lotte religiose e da feroci scontri; negli anni 1743-44 fu teatro di battaglie fra le milizie galloispane e piemontesi, durante la guerra di successione austriaca; altri scontri avvennero nel 1794 all’inizio della parentesi napoleonica. Il resto è storia recente e registra il contributo di sangue dovuto versare dalle giovani leve mandate a combattere, con altissime probabilità di morire; un contributo notevole la Val Varaita lo dette alla lotta partigiana nei tremendi anni 1943-45. Vediamo ora cosa andiamo a vedere in val Varaita in questo splendido fine luglio; siamo io e Silvio che partiamo alle ore 6 con tante nuvole di “marino” che circolano, quel famigerato vento di mare che porta umidità. Dall’autostrada dovremmo uscire a Fossano ma una segnaletica ci avvisa che, per lavori, dobbiamo proseguire fino all’uscita successiva; alla fine arriviamo nella meravigliosa valle Bellino, un territorio stupendo in cui le borgate sono state oggetto di ristrutturazioni intelligenti, cioè ricostruite tali e quali come un tempo, con i tetti ricoperti dalle “lose”, le belle pietre locali. Fa piacere constatare come, anche in oggi, ci siano amministratori che vogliono, caparbiamente, salvaguardare il territorio. Partiamo da uno slargo tra le borgate di Fontanile e Pleyne e percorriamo una delle innumerevoli strade ex militari, la U33, e ci porterà al colle della Battagliola e alla punta del Cavallo. Poco oltre la borgata Bals notiamo, su un muretto, una scritta del 4° Reggimento - Battaglione Intra, risalente al 1915; più avanti c’è quella del Battaglione Aosta, datata 28 ottobre XV (anno 15° dell’era fascista). All’incrocio della Gta (Grande Traversata delle Alpi) ci ristoriamo ad una freschissima fonte, siamo a quota 2250 metri e alle ore 10.35 siamo sulla punta del Cavallo (m 2290) dove troviamo una bella croce bianca ed una statuetta della Madonna. Siamo nella zona degli scontri del 1744, ricordati da targhe bronzee; un grande pannello raffigura tutte le opere costruite per la difesa di questi luoghi. Con tristezza osserviamo questi ricordi pensando a chi, su queste montagne, che ora percorriamo in pace, ha dovuto com-

battere, essere ferito e morire, magari senza rendersi conto dei motivi per cui rischiava la vita. Pensando a quegli antichi avvenimenti raggiungiamo il colle della Battagliola (m 2248) e, successivamente, la cima della Battagliola (m 2401), dove troviamo i resti di un antico ricovero militare. Davanti a noi si staglia, imponente, la stupenda bastionata del monte Pietralunga. Osserviamo con attenzione i pochi passaggi per salirvi: sono passaggi alquanto ostici. Ognuno sceglie quello che gli sembra più facile; io ne scelgo uno a destra e Silvio, ovviamente, a sinistra. Con qualche acrobazia riusciamo a salire ma stiamo già pensando alla discesa, che è sempre più complicata della salita.

Oltrepassiamo l’ostacolo con relativa facilità; e pensare che, leggendo bene le cartine, potevamo aggirare il passaggio passando per il più facile passo del Puntet, ma tante cose si sanno dopo. Silvio si ferma sul colle della Battagliola mentre io mi incammino, a passo lento per poter osservare e fotografare con calma ciò che mi è sfuggito salendo. Mi faccio un rigenerante pediluvio e alle 16.45 entrambi siamo dalla macchina. Il giro è stato molto, molto panoramico; un giro che, escludendo il tratto terminale, è da consigliare alle famiglie che hanno voglia di godersi gli ampi spazi che sa offrire questa stupenda vallata. Unico neo (per la parte terminale) è la totale mancanza di assicurazione nei passaggi difficili: non c’è la minima se-

Alle ore 12.40 siamo sui 2731 metri del Monte Pietralunga e, finalmente, posiamo gli zaini; la visione è bellissima: davanti a noi c’è il colle del Bondormir. Mangiamo osservando tutto ciò che, sui 360°, la natura ci offre, fino a che arriva l’ora di rientrare. Con circospezione affrontiamo la discesa (il canalino si chiama passaggio del Chat - nome emblematico che richiama le difficoltà del passaggio che solo un gatto può superare).

gnalazione; ma, a dir la verità, la vera montagna è proprio questa.

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Domenica 24 novembre, in occasione della Fiera di sant’Andrea a Cairo M., il locale Gruppo Alpini organizza la tradizionale manifestazione “Caldarroste in piazza”.


Val Bormida & Dintorni

Novembre 2013

III

Il reduce Leonardo Sassetti racconta il servizio militare e l’addestramento: «Al corso facevo il doppio salto mortale…»

«Conservo un ricordo tremendo della ritirata di Russia» di Giorgio Gonella Tra gli eventi che più hanno segnato il cuore e la mente dei giovani in grigioverde di un tempo già lontano, vi è la campagnia di Russia, il cui epilogo, la ritirata, divenne la tomba dei nostri reparti su quel fronte. In particolare la Divisione alpina “Cuneense” lasciò sul campo e durante il ripiegamento quasi tutti i suoi effettivi. Dei più di 17.000 militari partiti, soltanto poco meno di 2.000 rientrarono in Italia. I reduci di quella drammatica epopea conservano ricordi spesso inenarrabili. Il tempo sta piano piano privandoci delle loro voci, ma noi continueremo ad onorare il sacrificio di chi è caduto e di chi è tornato, salvaguardando e tramandando i loro racconti. Uno dei reduci della campagna di Russia è Leonardo Sassetti, originario di Spigno Monferrato, ora residente in Savona. Sergente maggiore in forza al glorioso Battaglione “Ceva”, Leonardo, classe 1921, fa vivere, con le sue parole e i suoi ricordi la tragedia patita dai nostri soldati. Lasciamo la parola al nostro alpino, vispo, ardito, onorato del cappello che indossa e del distintivo che porta appuntato alla giacca, il distintivo del Fronte russo. “Io venni chiamato alle armi il 13 gennaio del 1941. Mi presentai ad Alessandria e venni inviato a Ceva per la vestizione ed incorporato nel 1° regimento Alpini, battaglione “Ceva”. L’indomani, una volta vestiti, io ed i miei compagni fummo inviati a Mondovì Piazza, dove giungemmo alle 9 di sera, alla caserma “Galliano”. Ci fermammo a Mondovì per circa tre settimane. Era tutto ghiacciato, faceva molto freddo. A Mondovì mi promossero quasi subito caporale; gli altri caporali erano della leva del 1909 e del 1910. Da Mondovì fui inviato al corso sci a Frabosa Soprana. Appena arrivati nel paese, a destra, c’era un cancello con tutti lavatoi. Alla sera andavamo a dormire in quel fabbricato, arredato con letti a castello. Con gli sci andavamo alla Malanotte e fino alla Balma; a Malanotte si saliva con le pelli di foca. Dopo l’istruzione di rito venni aggregato al 60° battaglione d’istruzione e inviato a Bagni di Vinadio. Si trattava di un corso di istruzione, però era un corso voluto dalla Germania, era un corso per caporali. Io risultai il secondo classificato del corso e quindi mi trattennero come caporal maggiore per il corso successivo, che durò tutto l’inverno del 1941. A fine corso feci l’esame e venni promosso sergente, così potevamo fare gli istruttori ai sottufficiali. Con me c’era Alberti. Era molto bravo, molto spigliato, molto affabile. Ero nella caserma di Bagni di Vinadio. Davanti al fabbricato vi era un prato adibito a palestra. Il corso era molto duro:marce forzate, tiri, conoscenza delle armi… avevamo anche un corso di lingua tedesca. Questo mi fu molto utile, in seguito. Per fare le marce andavamo verso l’Ischiator, verso il passo di Collalunga. Come istruttori avevamo degli olimpionici, istruttori molto precisi. La disciplina era tremenda: diventammo tutti atleti, avevamo tutti gli attrezzi ginnici a disposizione. Il corso a Bagni lo

feci dal mese di marzo, mi ci mandò il mio ufficiale. Al corso eravamo 500: sergenti, sergenti maggiori, caporali e caporali maggiori della Tridentina, Julia e Cuneense; circa 70 erano della mia leva. Alla fine del corso eravamo rimasti 220. Iniziavamo il corso con ginnastica al mattino dopo la colazione, tanta ginnastica, moto, difesa personale, combattimento corpo a corpo. Ci insegnarono colpi speciali per uccidere, difesa col fucile, pistola e baionetta. Facevamo roccia, molti salti, dove io ero molto abile; poi salti dall’alto, con l’obbligo di arrivare a saltare da tre metri. Io riuscii a saltare da 5 metri. Io facevo il doppio salto mortale. Facevamo tanta palestra di roccia. Alla fine del corso vi fu la prova finale a cui vennero ad assistere il principe Umberto, il generale Cavallera, capo di Stato Maggiore, ed altre autorità. Si svolse nel campo davanti alla caserma, dove erano stati messi tutti gli attrezzi ginnici. Io ero stato scelto per il salto triplo. Vennero scelti i migliori di ogni gruppo e facemmo le prove. Alla fine delle prove rimanemmo in pochi abili. Dopo le prove ginniche ci fecero fare i tiri con il mortaio da 81. Il principe chiese di colpire un cespuglio verde in mezzo alle rocce, si vedeva dando le spalle alla caserma, a sinistra. Era in alto, io feci fare i calcoli... poi feci partire il colpo che centrò in pieno il cespuglio. La mia squadra ricevette un’ovazione e un applauso che ci fece molto piacere. Anche il principe si complimentò. Il corso durò fino alla fine di settembre. Una volta finito, venni promosso al grado di sergente. Poi facemmo un altro corso a Cuneo; prima ci diedero 15 giorni di licenza e il premio di 350 lire. Al rientro andai a Cuneo alle Casermette, vicino ai Salesiani. Il corso durò fino al primo febbraio 1942 e dopo avremmo potuto fare il corso sottufficiali, ma venne la chiamata per la Russia. Alberti lo fece, io invece rientrai a Ceva, da aprile a fine giugno, quando partii per la Russia. Era il 30 giugno ‘42. A Ceva c’era il colonnello Avenanti da un mese prima della partenza, perché sostituì il colonnello Bernardini, che era molto ben voluto dai soldati. Bernardini era antifascista. Ricor-

do che c’erano il capitano Zoppi, Ivo Riolfo di Calizzano, Sappa di Ormea, il capitano Merlino, tutti della prima Compagnia, Squadra mortai; poi c’era un Bertino dei Poggi, che tornò dalla prigionia in Germania, dopo la Russia. In Russia io venni proposto per la medaglia d’argento, io e Riolfo di Calizzano, perché avevamo salvato la vita a Zoppi ed Avenanti. Io e Riolfo ci distinguemmo per aver preso una postazione di mitragliatrice russa che inchiodava le nostre linee. Per prendere la posizione, che era su un’isoletta del Don, andammo una volta con la barca ma non riuscimmo. Andammo quando c’era già la neve, passando sul ghiaccio, trovammo la postazione e catturammo i cosacchi. Eravamo già dopo Natale, l’attacco russo era già iniziato. La Julia era già stata attaccata. I russi aspettavano che il Don gelasse, addirittura tutte le notti pompavano acqua sul ghiaccio che si stava formando per aumentarne lo spessore per poi passare con mezzi corazzati. Quando poi attaccarono, ci furono fino a 40 carri armati sul fiume ghiacciato. Durante le permanenza in Russia la nostra squadra non fece mai fuoco contro i russi. Solo l’artiglieria alpina, che era piazzata dietro di noi, fece fuoco di batteria contro i russi. La nostra linea era formata da un caposaldo, due squadre fucilieri, due plotoni mitraglieri, una squadra mortai e il resto della Compagnia. Dopo di noi vi era la quinta Compagnia e sopra di noi la quarta e dopo di loro il 2° Alpini. C’erano con me due Tarditi, due fratelli, di Monesiglio, uno era della classe 1922, entrambi cacciatori molto bravi. Sono rimasti in Russia. Avevano trovato una mucca. Un giorno arrivò il colonnello dal capitano Zoppi a dire che era stata rubata la mucca. Non era vero, nel suo caposaldo c’era una mucca che è stata consegnata, la nostra ci era stata portata via e io non ne sapevo nulla.”

Incontri con il comandante Garello Un missionario di Millesimo: padre Valentino Ferrando (1886-1949) Lunedì 11 novembre alle ore 20,30 nella Biblioteca di Carcare il comandante Giancarlo Garello, già pilota Alitalia, studioso di storia dell’aeronautica, parlerà del Campo di aviazione di Cairo Montenotte, struttura poi trasformata in campo di prigionia. Il piccolo aeroporto cairese era sorto durante la prima guerra mondiale a difesa degli insediamenti industriali di Ferrania e Cengio, oltre che dei complessi produttivi di Savona e Vado Ligure. Nella seconda guerra mondiale l’area fu trasformata in campo di prigionia per militari e civili. Il dottor Garello ha indagato queste interessanti pagine di storia, poco note agli stessi valbormidesi, ed ha trovato interessante documentazione ed anche aspetti inediti sulla vicenda della struttura cairese.

Un incontro specifico il comandante Garello lo dedicherà altresì ai soci valbormidesi del Lions Club martedì 12 al Ristorante Quintilio di Altare. Nella serata di venerdì 15 il Garello sarà ospite a Cengio, dove illustrerà le sue ricerche nella Sala consigliare.

Valentino Ferrando era nato a Millesimo il 10 marzo 1886. Compì gli studi ecclesiastici nel collegio Brignole Sale di Genova. Fu ordinato sacerdote il 19 dicembre 1908 e verso la fine del 1909 partì per le Missioni della Cina. Arrivò a Shangai ed entrò nella congregazione della missione a Kashing il 17 gennaio 1910, e fu poi destinato alla missione di Ningpo. Fece la professione religiosa a Ningpo nel 1912. Il 23 maggio 1919 dovette rimpatriare per motivi di salute. Fu inviato prima a Cerreto Sannita (Napoli) poi fu destinato a Sassari, come insegnante nel Seminario. Nell’ottobre del ‘25 fu trasferito a Sarzana dove fu insegnante. Qui, fra l’altro, scrisse un libro sulla “Vita del Papa Niccolò V”; nella prefazione al volume, datata 21 gennaio 1929, il dottor Michele Ferrari

spiega il motivo della divulgazione del libro: fare conoscere la vita del Pontefice, nato a Sarzana e meritevole di essere ricordato “per la sua virtù, dottrina, piacevolezza, grazia e magnificenza”. Il 13 maggio 1937 padre Ferrando fu inviato nel Tigrai, in Abissinia dove lavorò con zelo per dieci anni. Al principio del 1948 dovette di nuovo ritornare in Italia gravemente malato. Il 21 aprile 1949 andò a Chieri a passare gli ultimi suoi giorni, “dando esempio di pazienza eroica nelle sofferenze e anelando al Paradiso col cuore inondato di gioia e il viso trasfigurato da un sorriso inesprimibile”. Morì a Chieri il 14 maggio 1949.


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IV

PARTIGIANI CONTRO ALCUNI PSEUDO COMPAGNI COLPEVOLI DI FURTI E VIOLENZE A PONTINVREA NELL’AUTUNNO ‘44

Giustiziato dai patrioti perché indegno di appartenere alle loro file di Gianni Toscani Dopo che l’Italia fu invasa dalle truppe germaniche a seguito della firma dell’armistizio (8 settembre 1943) e con la costituzione della Repubblica sociale italiana, i giovani che non vollero aderire ai bandi di leva emanati dal generale Graziani si diedero alla macchia unendosi alle prime bande di antifascisti e militari sbandati, che fin dai primi giorni si erano resi irreperibili. Fra i giovani che non vollero sottostare al nuovo corso dittatoriale nazifascista e scelsero la via della montagna, ve n’era un esiguo numero che cercò di approfittarne, sperando di farla franca, per portare a termine loschi affari e trarne vantaggi, spacciandosi per partigiani; gettando in tal modo discredito su tutto il movimento di Liberazione. In alcune zone del paese formarono piccoli nuclei vere e proprie bande di malavitosi e fu per questo che, nell’estate del ‘44, quando le bande partigiane si diedero un’organizzazione ponendosi sotto un unico comando con norme disciplinari ferree, questi si trovarono in serie difficoltà. I partigiani regolari diedero la caccia agli pseudopartigiani che taglieggiavano le popolazioni e fecero giustizia. Durante la lotta di Liberazione vennero sempre colpiti quei partigiani che si macchiarono di reati e furono sottoposti a processo e condannati secondo la gravità della colpa, che nei casi più gravi comportava la fucilazione. Da documenti conservati all’I.S.R.E.C. di Savona abbiamo potuto risalire al processo istituito dal Tribunale di Guerra della VIa Brigata d’assalto Garibaldi “Nino Bixio”, in data 8 ottobre ‘44, contro i volontari: - Ferro, “reo di avere, durante una operazione Raf, estirpato a mano armata £. 3000 ad una povera donna che gli aveva fornito da mangiare, violentandola poscia”. - Molo, “per rapina a mano armata e violenza carnale, correo al Ferro”. - Argo,” per violenza carnale in danno della stessa donna in correità al Ferro”. Molo, Sempione, Levi che “si impossessavano di un pacco a margine di un sentiero trovandovi un portafoglio con £. 63 in denaro e un vaglia bancario di £. 74.000. Occultavano il fatto, recandosi a Savona con una scusa per cambiare il vaglia. Il fatto veniva denunciato dopo 6 giorni dal Sempione. Il Molo aveva avuto la parte preponderante nel fatto al quale, dietro suo invito, si era associato l’Ufficiale alle Operazioni”. Dino, “essendosi rifiutato per viltà nel violentare la donna ma non avendo trovato la forza di reagire contro i due bruti.” I fatti sono accaduti nella zona di Montenotte e Pontinvrea. Ecco uno stralcio della dichiarazione del volontario Ferro: “Allontanandomi dal posto di guardia a cui il comandante Alfredo mi aveva messo, sono entrato in una cascina dove ci hanno offerto da mangiare, la signora dopo mi ha chiamato da parte in cucina dicendomi di non farle nulla, dandomi una somma di denaro e precisamente £. 3000. Mi sono ritirato al mio posto e di detta somma non feci conoscenza con alcuno.” Il volontario Sempione dichiarò: “Il sottoscritto Sempione si recava insieme a Molo dall’Ufficiale alle Operazioni del distaccamento Willaermin e metteva detto Uff. a conoscenza del fatto e dicendogli se detto assegno si poteva incassare senza alcuna difficoltà. Avuta risposta positiva e anche facendoci noto che Molo era molto bisognoso di aiuto. Alla prima occasione io e Molo ci recammo a Savona dal sig. Speranza e anche a lui prospettammo le condizioni finanziarie poco buone del Molo, il quale se il colpo fosse andato bene, con l’incasso dell’assegno e l’immediata consegna della somma ai gruppi, egli stesso, per il suo gesto, avrebbe avuto un compenso. Dato che però l’assegno era stato emesso a vuoto, come asserì un impiegato della banca, ritornammo all’accampamento e senza informare alcuno dell’accaduto, cercammo tramite il vol. Levi di fare pervenire il portafogli al legittimo proprietario. Inoltre questa mattina ho informato il comandante del distaccamento Sambolino dell’accaduto precedente. Questo lo avrei fatto anche prima ma per avere maggiori meriti mi riservavo di dire tutto a fatto compiuto.” Da dichiarazioni di Molo, Sempione e Levi si apprende che “ritornando da una missione di frutta, si trovava, abbandonata sul ciglio della strada in località Traversine, una giacca. Guardato quanto essa conteneva si veniva a conoscenza di un portafoglio contenente £. 63, un assegno circolare dell’importo di £. 74.000 e documenti vari ed un carnet di consegna, tutti appartenenti al signor Resca di Cadibona”. Argo in merito ai fatti di Pontinvrea dichiarò. “Alle ore 20.30 entrati in una abitazione privata, gentilmente la signora ci offrì da mangiare.

Dopo che Ferro ebbe colloqui prima con la signora Nina P. in una camera separata, e poscia con la signorina Rosetta P., vidi Ferro che a viva forza trascinava la signorina in un’altra camera. Io rimasi seduto in un salotto ad attendere. Dopo che Ferro rimase assente parecchio tempo, circa 10 minuti, uscì e mi invitò ad entrare nella camera, anzi mi accompagnò. Entrato nella camera vidi la signorina giacente a letto in preda a violento singulto e pianto. Io salii sul letto, ma non mi soddisfeci: dopo circa 5 minuti mi alzai (…) entrai nel salotto e guardando nella faccia Ferro lo invitai ad abbandonare l’abitazione. E così facemmo”. Questa testimonianza è sottoscritta anche delle due donne. I fatti sono confermati anche dal volontario Dino che aggiunge: “Vidi dopo questi colloqui Ferro che trascinava la cognata della signora in una camera in fondo ad un corridoio. Ad invito della signorina P. mi recai nella camera a chiamare Ferro, il quale al mio invito uscì dalla camera e mi invitò anch’io ad entrare. Conscio del male che Ferro aveva fatto, non volli anch’io essere tale e ritornai nella sala ove era la signora P., tutta trafelata per il male che gli si stava facendo e Argo, il quale ad invito di Ferro si recò nella camera. Uscito l’Argo dalla camera, io non mi preoccupai per nulla di quello che stava succedendo e nel più muto dei silenzi per quella sera e per sempre uscimmo dall’abitazione”. Dalla testimonianza delle donne emerge anche che, dopo aver dato da mangiare ai “tre patrioti” uno di questi “prima mi disse che da diversi giorni alle mie finestre c’era una faccia sospetta. Dopo il mio diniego chiese notizie di mio marito. Dopo la mia spiegazione egli mi disse che se non facevo quel che egli voleva avrebbe bruciato la casa con due bombe. Dopo le mie implorazioni e i miei pianti desistette dal suo tentativo ed uscì dalla camera e si attaccò a mia cognata. Dopo che successe il fatto noto, mi chiamò in cucina e mi chiese il denaro. Il fatto avvenne la sera fra il 19 ed il 20 settembre 1944”. L’altra donna aggiunse che “dopo che Ferro aveva tentato con la violenza e la mano armata di violentare mia cognata si rivolse a me e minacciò di bruciare la casa se io non sottostavo alle sue volontà. Questo anche in presenza di mio nipote di anni 14 al quale intimò con la rivoltella in pugno di voltarsi dall’altra parte”. Per il furto del portafoglio volontario Molo fu condannato a morte, mentre Sempione venne condannato a 12 ore di palo, concedendogli le attenuanti, e Levi a 6 ore di palo per la sua giovane età e perché aveva avuto parte secondaria nel fatto. Ai derubati venne restituita la somma nella seguente misura: ad una signora £. 3000, ad un signore £. 500, ad una signora £. 5000; ad un ex squadrista amico dei patrioti £. 74.000. Per il misfatto di Pontinvrea, dopo aver sentito gli imputati e la parte lesa, venne emessa la sentenza di esecuzione capitale dal Comando della 6° Brigata d’Assalto “Nino Bixio” in data 9 ottobre ’44. Ecco il testo del verbale: “L’anno 1944 addi 6 ottobre, in zona operazione, presso il Distaccamento ‘Astengo’, si riuniva il Tribunale di Brigata composto dal Comandante M. dal Commissario P. dal Comandante M. dei distaccamenti Sambolino - Willermin e dai Volontari Fox - Tito - Pina Sempione ed Ivan, eletti dall’assemblea dei propri Distaccamenti. Cancelliere-relatore il Comandante Bos. Giudicava i Volontari Argo e Dino - Imputati di violenza carnale a danno della sig.na P. Rosetta di anni 42 abitante a Pontivrea, e di rapine a danno di persone amiche dei Patrioti. Questi fatti commessi in correità col Ferro sono venuti in luce nel prosieguo delle indagini eseguite dopo la fucilazione di questo. Argo è reo confesso di violenza carnale e di correità in rapina.

Dino di presenza al fatto senza nulla aver commesso, restando passivo, per viltà, e di non aver riferito il fatto al Comando. Il Tribunale, vagliate tutte le circostanze, condannava Argo alla pena capitale e ne ordinava l’esecuzione nella Piazza di Pontinvrea. La sentenza è stata eseguita alle ore 21,30 ed il corpo del giustiziato è stato lasciato sulla piazza stessa con un cartello appuntato sul petto e portante la seguente scritta: «Giustiziato dai patrioti perché indegno di appartenere alle loro file. Motivo: Violenza carnale a danno di una povera donna di questo paese.» Dino fu condannato a 18 ore di palo. Il giorno seguente all’esecuzione il Podestà di Pontinvrea comunicò al Pretore del mandamento di Varazze quanto segue: “Oggetto: Rinvenimento di cadavere. Mi faccio dovere comunicare che stamane, nelle prime ore del giorno, sotto i portici della Piazza Indipendenza è stato rinvenuto il cadavere di uno sconosciuto, con le mani legate da una funicella, in una pozza di sangue. Non essendovi in loco nessun medico si è proceduto ad una visita esterna del cadavere e si è riscontrato che era stato colpito da due colpi di rivoltella al capo. Il cadavere presentava completa rigidità cadaverica da cui si presume che la morte risalga alle 21,15 di ieri sera, ora in cui tutti sentirono due colpi di rivoltella. Sullo stomaco del cadavere vi era un foglio di carta con le seguenti parole: ‘Trucidato dai Patrioti perché indegno di appartenere alle loro file.Motivo: Violenza carnale contro una onesta donna di questo paese. L’altro rapinatore patriota Ferro è stato fucilato in data 19.9.44 ore 21.’ Il morto ha l’apparente età di anni 25. Nessun documento è stato rinvenuto sulla salma. Ho provveduto alla rimozione del cadavere facendolo trasportare in una cappella privata del locale cimitero. A Vostra disposizione. Il Podestà.” Il Comando della Brigata “N. Bixio” rese poi noto che “il fatto ha suscitato favorevole impressione fra la popolazione e la commossa riconoscenza della donna violentata e vendicata.” e con una lettera comunicò al Comando operativo del Sottozona si Savona, e per conoscenza al Comando del Distaccamento Sambolino - Willermin - Bocci - Giacosa che “siamo venuti a conoscenza, attraverso notizia certa, che l’esecuzione pubblica fatta fare da questo Comando Brigata dell’ex garibaldino Argo sulla piazza del paese di Pontinvrea è stata oggetto di un ordine del giorno della truppa S. Marco di stanza a Stella S. Giustina e commentata dal Comandante di detta truppa in assemblea quale esempio di onestà e disciplina di guerra”.

DOMENICA APERTO… ma anche

AUTOBIOGRAFIE DI NOTI PERSONAGGI nei giorni feriali! CON LA REGIA DI GIANNI TOSCANI

Gino Viglione e “Tom” Con pazienza e passione l’altarese Gianni Toscani ha raccolto le memorie autobiografiche del cairese Luigi Viglione e le ha ordinate in un volumetto riccamente illustrato con immagini che sono già d’epoca. Dalle marachelle di gioventù alla vita partigiana, all’attività lavorativa (svolta principalmente alla Ferrania), il libro racconta fatti personali e comunitari che si snodano dagli anni ‘30 del secolo scorso. Anche Gualtiero Persico di Malvicino, meglio noto con il nome di battaglia di “Tito”, ha raccontato la sua vita e soprattutto il suo impegno resistenziale nel libro che Gianni Toscani ha intitolato “Partigiano sempre”, a sottolineare l’indomito spirito combattivo del giovanile ultraottantenne. Toscani ha in programma la pubblicazione di altri testi su persone che raccontano le loro via e specialmente la storia partigiana.


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V

UNO STUDIO STORICO-GIURIDICO DELL’AVVOCATO DELFI PRAMPOLINI

Fondazione della cappella di Monserrat a Bormida Tra gli atti redatti a inizio ‘700 dal notaio osigliese Rosso, ne ho ritrovato e trascritto uno che ritengo interessante, almeno per i bormidesi, relativo alla fondazione della piccola cappella della facoltosa famiglia Delfino. Il documento fornisce diverse informazioni e una dettagliata descrizione dei beni di proprietà attorno alla chiesetta tramandata nella scrittura un po’ pomposa e tipica dell’epoca. Il testo riferisce che nel 1710 i fratelli Pietro Gio. e Gio. figli del fu Bartolomeo, “con intervento del molto rev.do sig. don Gio Bartholomeo, nipote et figlio rispettivamente de sopradetti, a loro proprie spese habino fondato qui nella contrada del Piano Sottano in questo luogo la cappella campestre sotto il titolo della Madonna di Monserrato, hora nominata la ‘cappella delli signori Delfini’, della cui fondazione ne consta da lettere episcopali et in effetto per l’erezione di quella in la quale seguì la sacra benedizione e successivamente, et mediante la celebrazione della santa messa alli 11 di novembre, festa di San Martino, (…) desiderando li medesimi sig. Delfini (…) che mai più sia persa la memoria ma più tosto si conservi e che i di loro posteri e discendenti si ricordino di porger in continuo preci per la conservazione spirituale massime di loro anime e casa.” Nel documento si legge poi che i suddetti signori “hanno assegnato, ceduto e donato (…) a Giuseppe Maria figlio del medesimo signor Gio nipote e fratello rispettivamente (…) accettante insieme con me notaro come persona pubblica per lui come minore d’anni 25 maggiore però di 15 (…) li seguenti beni, cioè la presente casa intera inclusovi tutto il cortile e casetta ove resta di presente il graticio e forno attiguo, incluso il sito, o sia piazzale verso la strada pubblica, fra quale resta eretta la suddetta capella nominata la casa nova del signor Gio Delfino di presente habitazione di loro sig.ri constituenti con la terra canapale e prativa attigua con alberi fruttiferi dentro detta nel stallo, o sia il pian, sotto casa beni coattinenti, sotto confini la strada pubblica da ponente insieme con li heredi del fu Gio Antonio Ramundo per la casa, l’acqua Bormida da levante o sia in fondo, la strada nominata il lavello da tramontana et li heredi del fu M. Nicolò Ramundo da mezzo giorno salvi. Item altra terra castagnativa e vineativa, sita come sopra in queste fini di Bormida nominata il stallo sopra casa dalla vigna nova a confini di M. Giulio Cesare Delfino quondam (= fu) Battista di sopra, li hh. del fu Nicolò Ramundo da due parti, Giacomo Malacrida di sotto Benedetto Facino da levante, et li hh. del fu Gio. Antonio Ramondo da ponente et la via pubblica (…), di modo che la detta casa e piazzali restano sotto strada et questa terra castagnativa di sopra la medesima strada salvi. Item altra terra castagnativa ove sopra chiamata il bosco in cima la vigna di covone a confini detto Giulio Cesare Delfino da due parti, Sebastiano et Berardino fratelli Resii di sopra et il medesimo rev.do sig. Pietro Gio. per la vigna di sotto et Giacomo Malacrida per una terra castagnativa di sotto salvi. Item altra terra castagnativa e vineata detto parimente in Covone et attigua alla prescritta castaneativa e vineativa propria de predetto sig. Pietro Gio a confini la sovrascritta castaneativa in cima, il ritano vivo da ponente o sia mezzogiorno Giacomo Malacrida pure in cima, e da levante, e di sotto salvi di modo che quali beni soprascritti si dichiara ad ogni buon fine et effetto, di ci siano propri e specialmente di essi sig,ri constituenti, cioè la prima consistente in un casa e terra canapale e prativa essere de bene comuni de predetti signori don Pietro Gio et Gio fratelli, la seconda castaneativa et vineativa essere de beni di detto sig. Gio, la terza castaneativa esser propria di esso reverendo signor don Bartolomeo et la quarta castaneativa e vineativa esser propria et assoluta del predetto signor don Pietro Gio. il quale qui presente sopra questa solamente si risalva il jus libertà et autorità di poter in qualunque tempo à lui ben piaciuto (…)”. La chiesetta è oggi di proprietà della famiglia Orsi. Stefano Mallarini

DEMOGRAFIA CAIRESE Settembre 2013 Nascite Bernasconi Rachele Catano Montoia Violeta Rizzo Federico Piperissa Ellison Finotto Matilde Bejaj Demi Nebila Claude Christopheur Driza Ambra Biale Beatrice

L’origine del Comune di Cairo Nell’introdurre brevemente la pubblicazione di una parte della mia tesi di laurea dal titolo “ Il diritto privato negli Statuti seicenteschi del Comune di Cairo Montenotte” non si può sottacere che la storia del diritto italiano collima, in somma parte, con la storia dei Comuni e, quindi, con la loro genesi. Per tale motivo ebbi, a suo tempo a considerare basilare e quindi ad intraprendere lo studio fenomenologico della nascita delle realtà comunali italiane e, segnatamente, del Comune di Cairo. Il grande fenomeno comunale, non solo italiano, ha lasciato vasta impronta di sé nella storia tra l’XI e il XII secolo. Per quanto riguarda Cairo Montenotte (anzi, più esattamente, solo Cairo, posto che è noto che l’aggiunta di “Montenotte” è posteriore agli avvenimenti oggi descritti) e la nascita del suo Comune è da sottolineare il pregio, se così si può ardire di affermare, dell’originalità della ricerca, considerato che nessuno studioso ebbe mai a svolgere il tema prima della mia tesi di laurea né, a quanto mi consta, vi si è posta mano in epoca successiva. Il lettore potrà pertanto accedere a nozioni del tutto nuove nella materia in questione, anche se frutto di un lavoro di oltre 40 anni fa, tali da completare, per i più curiosi, il quadro storiografico relativo alla città valbormidese. L’adattamento alla pubblicazione su questo periodico ha, ovviamente, comportato una semplificazione del testo, con piccoli adeguamenti stilistici e la soppressione delle note bibliografiche. Chi volesse esaminare il testo completo della tesi, è disponibile nella Biblioteca civica cairese. Auguro una buona lettura e rimango nella ferma speranza che possano giungere in redazione osservazioni, suggerimenti e, perché no, critiche. Delfi Prampolini

La nascita del Comune (Prima parte) Tra l’XI e il XII secolo si assiste ad un grande fenomeno che lascia di sé grande impronta nella storia: la nascita del Comune. Il problema dell’origine del Comune si presenta strettamente legato a quello della separazione di esso dal contado e dal nesso feudale che vi regnava sovrano e da quello del graduale estendersi dei poteri dei magistrati comunali. La teoria delle origini romane fu sostenuta da Carlo Federico di Savigny il quale parte dalla considerazione del permanere dell’assetto municipale romano sotto il dominio longobardo. Secondo la

Matrimoni Bosi Gianluca - Pronesti Maria Gabriella Sassu Michel - Prato Francesca Turchiarulo Emanuele - Scampagna Dalila Burattini Omar - Sevreri Eleonora Beatrice Sasso Leonardo - Guglielmone Claudia Deidda Davide - Del Giudice Sara Locci Marco - Minacapelli Enrica Decessi nel territorio comunale Manera Emilio, n. 6/01/1936 Bovio Maria, n. 4/05/1933 De Toffol Donatella, n. 23/06/1956

sua opinione, gli ordinamenti comunali italiani, dei quali si trovano tracce già nel secolo XI, si ricongiungerebbero a quelli dei Municipi del basso Impero. Più recentemente Ernesto Mayer credette di poter additare legami fra l’ordinamento dei Municipi romani e i primi ordinamenti comunali valendosi in particolare dei suoi studi sull’organizzazione cittadina dell’Istria e della Dalmazia che, essendo rimaste più a lungo d’altre regioni italiane sotto la dominazione dell’Impero d’Oriente, conservarono più ampie tracce degli antichi ordinamenti romani. Vi è poi chi sostiene la teoria dell’evoluzione delle magistrature precomunali, secondo la quale si sarebbero svolti da quelle magistrature locali che, in epoca precomunale, curavano i particolari interessi cittadini (mantenimento dei palazzi pubblici, delle vie, degli acquedotti, ecc.). A questa teoria si accosta l’altra, che vuol vedere l’origine delle magistrature del Comune nascente nello svolgersi delle funzioni che avevano nelle città, in epoca precomunale, i “boni nomine”. Particolare importanza ha per noi lo studio di F.Gabotto, relativo, per ciò che riguarda i comuni piemontesi, all’origine feudale delle magistrature comunali. La teoria del Comune signorile è basata principalmente su una serie di documenti con cui si dimostra come molte famiglie feudali andassero dividendosi un poco alla volta in molte branche fra le quali in seguito si costituì un consorzio. Lo studioso cairese Federico Patetta nella sua “Storia del diritto italiano” del 1947 ha dato un esempio singolare di tali origini, studiando in modo magistrale il formarsi del Comune di Belluno dove, per l’appunto, da una consorteria di quattro fami-

Rosson Lorenzo, n.11.02.1929 Maistrello Lino, n. 7/06/1949 Cimmino Annunziata, n. 30.11.1926 Cabella Roberto Agostino, n. 16/11/1964 Caporossi Enrico, n. 9/05/1941 Pistone Rosa Maria Giuseppina, n. 16/12/1935 Mocco Silvana, n. 10/02/1938 Ferraro Giuseppe Emilio, n. 19/03/1924 Gaiezza Tommaso Gennaro, n. 10/01/1944 Ramognino Ezio, n. 1/06/1944 Viola Sergio, n. 6/12/1938 Raggiati Ida, n. 28/06/1912 Berretta Elena Adriana, n. 16/08/1928 Francese Giuseppe, n. 24/09/1942 Borghi Alberto, n. 24/12/1929.

glie feudali, fu creato il nucleo del Comune nascente. La teoria del diritto particolare dei mercanti, poi, si fonda sui particolari caratteri del mercato cittadino e sui privilegi dei mercanti. Essa mira anzitutto a spiegare come si sia venuti alla costituzione di un territorio giuridico della città separato dal contado, il che è veramente uno dei punti essenziali dello svolgimento delle autonomie locali. Inoltre tale teoria prende le mosse dal fatto cioè che tutte le città sono sede di mercato. Durante il periodo di mercato e nel luogo in cui esso si svolgeva vigeva una particolare forma di “jurisdictio” diversa da quella che era applicata nel resto del territorio ed affidata ad un organo distinto. Secondo questa teoria sarebbero i magistrati speciali a dover spiegare il formarsi del territorio comunale, distinto da quello del contado e di magistrature per la città dotate di poteri giurisdizionali sulla cerchia cittadina. Infine, secondo la teoria della “conjuratio” le istituzioni comunali sorgono da un movimento associativo formatosi nell’interno della popolazione cittadina. Esempi di Comuni formatisi in questo modo sono Milano, Genova, Savona. Per i sostenitori di tale teoria, tale movimento associativo si formò all’infuori del potere pubblico, indipendentemente o quasi da esso. Tuttavia non sempre questa e non necessariamente forma associativa è turbolenta o addirittura in-

surrezionale, spesso anzi il passaggio di potere dal conte o dal vescovo ai capi del Comune nascente avviene senza gravi contrasti, per effetto di successivi accomodamenti, gradualmente. Per P.S. Leicht, tuttavia, non si può arguire che esista un solo modo di formazione del primo governo comunale. Molto dipende dall’ordinamento delle singole città nel periodo precomunale, dalle circostanze dello sparire, violento o graduale, di tale ordinamento, dalle classi che dominavano la città nel periodo della formazione. Inoltre, continua il Leicht, bisogna tener conto del fenomeno storico dell’imitazione, per il quale l’esempio dato da una città, sia nel costituire il comune sia nel formare gli ordinamenti, è seguito da altre. Anche A. Solmi afferma che non si può tracciare una unica via sulla base della quale si possa spiegare l’origine dei Comuni. Ogni Comune si forma, per l’autore, sulla base di molteplici elementi connessi alla vita pubblica che, città per città, esistevano in epoca precomunale. Unico elemento sicuro e costante è lo spopolamento del contado e l’agglomerarsi sempre maggiore nelle città, con la formazione di “compagnie, coniurationes, pacta, conventiones, ecc.” cioè associazioni volontarie giurate sorte per contrastare la volontà vescovile o ducale. Per G. Volpe il Comune fu, nelle città, opera di una ristretta aristocrazia cittadina ed immigrata fra terriera e commerciale, forse più terriera che commerciale. Esso fu in genere conseguenza di una differenziazione sociale che si compì in ogni grande o mediocre aggregato per cui i più liberi, i più forti, i più ricchi trascinarono con sé altri elementi maturi, imposero loro i propri interessi e proprie aspirazioni, diedero alla propria unione personale una base territoriale, si mutarono da private associazioni volontarie in organizzazioni pubbliche, gettarono i fondamenti reali e giuridici dell’ente pubblico con i suoi caratteri di La processione San Marco. volontarietà e didinecessità.


Val Bormida & Dintorni Prosegue il racconto di Oreste Arnello detto “Cirillo”, “Leoncino” da partigiano

Trasferimento nelle Langhe Arrivò l’ordine di spostarci nelle Langhe. Partiamo incolonnati dalle alture cairesi e scendiamo verso Rocchetta. Passiamo ai Ruséi e poi nei pressi della Cava di Salomone, che è vicino al paese. Qui “Gibuti” mi dice: “Tu Cirillo che sei pratico della zona, passa davanti a tutti e guida la colonna”. Così scendiamo in silenzio nella Moglia, passiamo nella strada campestre dietro alla casa di Maria Repetto e andiamo giù verso Solìa. Sentivamo i tedeschi alla Cianchetta che rigovernavano i cavalli. Passiamo all’Uriùnd, dal Cnè, costeggiamo Bormida fino al Punczàn e risaliamo verso il Ponte Romano. Non ci fidiamo ad attraversare il fiume perché qualcuno potrebbe cadere nell’acqua, che non è più bassa come in piena estate, ora siamo a fine settembre (del ’44). Una pattuglia va in avanscoperta: visto che il Ponte Romano è libero, oltrepassiamo il Bormida e ci dirigiamo verso le Langhe. Ci fermeremo una settimana a Pezzolo. Poi lì, nelle scuole, resta Milanesi con una squadra; una squadra va a Poggiolo e noi nella Valle, dove c’è l’osteria della Vittoria e un’altra squadra poco distante. Siamo ospitati da brava gente, semplice e generosa, che ci ha messo a disposizione tutto quello che aveva: locali e viveri. Ci davano da mangiare e da bere. Saremo sempre grati al ricordo di queste persone. Quando eravamo lì in valle Uzzone, “Gibuti” mi ha mandato di rinforzo per una settimana al Todocco, perché lì la zona era rimasta sguarnita. Era d’inverno, un freddo inverno, e noi eravamo poco vestiti e soffrivamo il freddo. Lì facevamo i turni di guardia e invece delle solite due ore ci eravamo accordati per quattro ore ciascuno. Era particolarmente duro il turno dalla mezzanotte alle 4. Poi sono stato una settimana a Vesime, presso il campo

d’aviazione partigiano. Sembrava dovesse atterrare Mac Donald, ma non avvenne perché le condizioni meteorologiche non lo consentirono. Una notte di fine novembre arriva un pullman, la corriera guidata da Fredu ed Lanciòt di Piana Crixia, che ci chiama: “Venite tutti , a Castino c’è un rastrellamento”. Così andiamo su con la corriera, poi scendiamo e ci disponiamo sul crinale dopo il cimitero. Lì vicino, in frazione Lodola c’era il Comando inglese. Al mattino, due ore di sparatoria; ad un certo punto arriva Augusto Dini (“Marte”) di corsa per avvertirci: bisogna andare via, salgono in fretta, sono in troppi e non possiamo fermarli. Iniziamo a scendere. Appena fatti trenta metri arriva un colpo di mortaio proprio nel punto in cui ci trovavamo poco prima. Ci è andata bene! Andiamo verso Cortemilia. Poi ci fanno salire a Bergolo. Era di sera. Nevicava. Eravamo bagnati, senza mangiare da due giorni. A Bergolo erano riuniti i comandanti. Noi eravamo un migliaio. Il dubbio è: attacchiamo Cortemilia oppure andiamo, ognuno per sé. In quelle condizioni non siamo in grado di sostenere un attacco. Ce ne andiamo. È lo sbandamento. Scendiamo giù dal monte al buio, camminiamo tutta la notte per rientrare verso le nostre zone. Noi, eravamo un gruppetto rimasto unito, arriviamo sfiniti sulle alture di Rocchetta, nel seccatoio di Cianpachén. Prepariamo un trespolo con tre pali e facciamo una pentola di castagne bollite. Ci sfamiamo con quei “baléti”. Poi ognuno va per conto suo. Qualcuno si ferma nella cascina del Puyàn. Io e Reo andiamo nel fienile della sua casa a Rocchetta, vicino alla villa di don Torre. Restiamo lì una ventina di giorni. Mia madre, saputolo, mi portava da mangiare. Poi torniamo in valle Uzzone.

Monica Servolo, nata a Savona, ha frequentato le scuole ad Altare, cittadina in cui ha vissuto fino a 25 anni. Fin da piccola ha manifestato spiccate tendenze artistiche, riconosciute ed incoraggiate dalle insegnanti; ha però seguito un percorso scolastico diverso rispetto le sue inclinazioni. Ha comunque coltivato la passione per il disegno e la pittura seguendo corsi di affermati artisti colai, come Bruno Barbero, Sandro Marchetti e altri. Da qualche anno ha incrementato la sua attività pittotrica e ha partecipato a mostre collettive in diversi centri della val Bormida nonché a mostra estemporanee in diverse località liguri, dove ha meritato interessanti riconoscimenti. Recentemente ha presentato le sue opere ad Altare. g. t.

Novembre 2013

Delusioni terra terra

Niente basilico e pomodori brutti quest’anno negli orti della valle Tra le piccole soddisfazioni di abitare in campagna ci sarebbe quella di potersi coltivare l’orticello, passatempo ameno o faticoso a seconda del metraggio e della coltura, finalizzato principalmente non tanto al risparmio, né alla sopravvivenza alimentare, ma alla speranza di mangiare qualcosa di genuino, con un gusto diverso dal prodotto acquistato in negozio e soggetto a trattamenti chimici oltre ad altri inquinanti e tossici dei quali si viene a postuma conoscenza nelle notizie di cronaca. Abitando a Pallare, tra il verde dei boschi, si comprende di non essere completamente al riparo da eventuali scorie nucleari sparse, polveri sottili o piogge acide, ma si presume comunque che ciò possa colpirti in misura minore o (si spera) nulla, rispetto a chi si ritrova ad abitare in un centro urbano a due passi da traffico e dalle principali fonti industriali inquinanti.

VI

DAL DIARIO DI GIUSEPPE GIRIBONE

Fra suggestioni del paesaggio e tragici segni della guerra Da dove eravamo accampati si godeva un immenso panorama: di fronte si aveva il complesso montuoso. La neve si stava sciogliendo ma resisteva ancora sulle alte cime, malgrado le lunghe giornate di sole; la brezza ne portava a valle il gelido sapore, tenendoci avvinti ogni sera, e a volte anche il giorno, accanto al tiepido focherello acceso con sterpi e rami raccolti lì attorno e alimentato con ceppi procurati dall’indefesso lavoro del compagno M., davanti alla nostra tenda, la nostra casa ambulante, sicuro ricovero da ogni intemperie, frequente in questi giorni d’aprile, asilo sicuro per le lunghe notti e i tormentati sonni. Per un lungo tratto si dominava la valle, al cui fianco scorreva un ruscello ricco d’acqua; nei pressi correva una camionabile di recente costruzione, frequentata a tutte le ore da lunghe file di automezzi, carri e bestie da soma. Era la strada dove erano passati reggimenti e divisioni di ogni specialità diretti verso la Jugoslavia e le sponde orientali del lago Ocrida per poi proseguire verso gli obiettivi prestabiliti. Questa rotabile, arteria vitale per le comunicazioni dirette alla zona delle più intense operazioni, dopo avere attraversato l’abitato si snodava ai piedi del colle roccioso, verde di mirti tra chiazze rugginose di giacimenti di pirite, accostandosi gradatamente alla vasta pianura acquitrinosa. Si lasciava il tepore della tenda per muovere pochi passi sul vertice di quel colle. La vasta piana mi appariva col suo rinascente verde del terreno erboso, punteggiata di radi alberelli e di qualche salice fiorito; ad aumentarne il florido aspetto vi erano numerose mandrie, in prevalenza buoi, mucche e pecore, che tra il promettente fresco di quel verde, che significava speranza, mi aiutava a risollevarmi l’animo. Oltre il paese vi erano le sussistenze che rifornivano le truppe della zona, le cui tende coi forni da campo, coadiuvati da altri forni costruiti metodicamente in un vasto fabbricato in muratura, si stendevano per un bel tratto, sparse un po’ ovunque per sviare il pericolo di qualche incursione nemica. Un piccolo quadrato di croci bianche rivelava alla nostra riverente riconoscenza il sacro luogo dove riposavano i nostri compagni caduti nell’adempimento del loro dovere. Nevichista, 23 aprile 1941

Purtroppo altri fattori hanno inciso anche quest’anno sulla resa dell’orto, almeno del mio, vanificando gli sforzi fatti per ottenere qualcosa di buono. Un esempio è stata la coltivazione del basilico: piantato o trapiantato bello verde dai vasetti e più volte rinsecchito e annerito, compreso quello protetto in semenzaio. A parziale consolazione, o preoccupazione, ho scoperto che la cosa è stata generalizzata, cioè che solo pochi non hanno avuto gli stessi problemi, però si sa che il basilico è delicato e si ipotizza sia dovuto agli sbalzi climatici. Più preoccupante da digerire è invece la seccatura dei pomodori, anche perché il lavoro che portano è notevole: dalla copertura con ombreggiante alle legature, ai tagli dei “bastardi” ecc. Ci sono rimasto davvero male nel vederli rinsecchire in pochi giorni con i pomodori tutti anneriti e martellati come se colpiti dalla grandine, sia quelli quasi maturi che quelli acerbi. Anche questo danno pare sia esteso a macchia di leopardo ad altri “fortunati” appezzamenti i cui proprietari avevano anche irrorato le piante con caffaro e verderame per aumentarne la protezione da brinate e parassiti… tutto inutile e dannatamente demoralizzante. Un po’ tutti ci domandiamo a cosa sia dovuto, con risposte che spaziano dal meteo sballato all’errore di annaffiatura, a parassiti e virus fino a dubitare che ci sia qualcosa che non va nell’aria che manifesta i suoi effetti letali riscontrabili da apicoltori e contadini su api, piante e colture. Fantasie o alibi che siano, tutti ci accorgiamo che l’ambiente attorno a noi anche se sempre verdeggiante non sia al top per la salute, peggiorando anno dopo anno con nuove dannose malattie che colpiscono piante e colture e nuove specie rapaci che distruggono l’ecosistema preesistente. Non sono più le rondini ad annerire i fili della luce e i cieli, ma stormi di corvi e gazze che, con qualche colombo e rare poiane e ancora qualche passero, caprioli, cinghiali, volpi, zecche e ora anche lupi, animano i sottoboschi. Aironi cenerini e gabbiani poi spopolano lungo i fiumi. Sono solo le più evidenti innovazioni degli ultimi decenni (con peculiari specie animali spesso immesse ex novo dall’uomo senza valutarne l’impatto su ambiente e colture) che contribuiscono a fornire un quadro sconsolante del paesaggio e delle possibilità di ricavare qualcosa dalle microcolture valligiane per il futuro. Stefano Mallarini

Dopo una decina di giorni si riprese il cammino che ci portò quassù. Partimmo il giorno 21 di buon mattino; in breve tempo si scese per il ripido versante che ci portò a costeggiare il lago Ocrida; se la rara bellezza dell’azzurro lago m’incantava e mi sforzavo si seguirne le lontane propaggini dall’interno della vettura, dove eravamo stivati come sardine in scatola, pure dovevo distrarre il compagno M. che col pensiero correva alla nostra Riviera nostalgicamente, tanto gli faceva effetto il lungo litorale irto di scogli bagnati dalle limpide acque tranquille di questo bacino naturale, di cui certo non immaginavo tanta bellezza. Dovetti più volte ripetere al mio amico che mi cercasse tra le ripide anse troppo anguste uno di quei lindi paeselli che sembrano perle di collana e che fanno corona a tutta la sponda ligure, di invitarmi ad ammirare la variopinta vegetazione della nostra terra, invano ci si poteva struggere nell’accontentarsi e allora lo dovetti lasciare vagare in muta attrazione sullo specchio levigato, che continuava ad accompagnarci, quasi desiderasse con la sua frescura darci sollievo nel ristretto spazio ed assorbire il polverone alzato dalla lunga fila delle nostre macchine e da quelle che incrociavamo o che ci sorpassavano veloci. A Pogradec finì questa dilettevole visione e subentrò allora un rapido riavvicinamento alla realtà dei fatti. Questa cittadina di ottimo aspetto, si presentò ai nostri occhi con le inequivocabili tracce della guerra che si era allontanata da giorni: di case colpite, in La pochi processione San Marco. parte diroccate, buche, fossi, trincee, reticolati sparpagliati coi resti di equipaggiamenti nemici, alberi mutilati, automezzi e quadrupedi ai lati del percorso, erano la prova che qui si era duramente combattuto. Però la campagna presentava un florido aspetto; non mi aspettavo di trovare quaggiù un esemplare quadro del lavoro umano sia riguardo alle abitazioni sia ai terreni coltivati razionalmente: traspariva la solerte attività della gente del luogo. A darne una evidente prova erano i vigneti che s’inerpicavano per le aspre pendici dei monti, sui versanti nascosti ai venti freddi ed impetuosi. Questo paesaggio doveva accompagnarci per tutto il cammino fino a raggiungere il versante che dava sulla distesa lacustre e paludosa di Corizza, dove con un largo giro giungemmo alla meta assegnataci in prossimità del paese di Nevichista e precisamente ai piedi di uno scosceso monte, dove io, Rizzo e tre amici del plotone scegliemmo un angolo di verde accanto ad un ruscello che scendeva precipitosamente a valle per piantarci la tenda.


Val Bormida & Dintorni

Novembre 2013

La vita nello stabilimento della Ferrania in tempo di guerra

VII

Visita ad Armanda Pizzorno, ultracentenaria di Giusvalla

Anche un bando di Mussolini «Ora non sopporto più i politici, non li capisco, litigano sempre…» fra i comuncati dell’azienda di Dialma Ottazzi

“Ferrania” Industria Prodotti Sensibili Stabilimento di Ferrania

Martedì: 3 - D - Marelli Angela 4 - C - Uccello Erminia 5 - C - Rabino Francesca

Comunicato n. 500

Mercoledì: 6 - DR - Marelli Giuseppina 7- Segr. - Bogetti Antonina 8 - B - Ferrando Marcellina

Orario mese di Aprile 1941-XIX Otto ore giornaliere ad eccezione delle domeniche e dei giorni: 14 Aprile - Lunedì dell’Angelo 21 Aprile - Natale di Roma 5 Aprile - Sabato Fascista 12 Aprile - Sabato Fascista - cessazione del lavoro ore 12,40 19 Aprile - Sabato Fascista 26 Aprile - Sabato Fascista Il Direttore Ing. Luigi Schiatti Ferrania, 26 Marzo 1941-XIX Comunicato n. 501 P.A.A. – Oscuramento La Regia Prefettura di Savona; Comitato Provinciale P.A.A. comunica: In conformità a disposizioni superiori, a partire dalla sera del 2 Aprile corrente e fino a nuovo ordine l’oscuramento deve avere inizio alle ore 21 e termine alle ore 6 antimeridiane. Il Direttore Ing. Luigi Schiatti Ferrania, 2 Aprile 1941-XIX

Comunicato n. 501 bis R.R. - Sala nitrato Presso il R.R. è costituita la “Sala nitrato”. Personale addetto: Bruzzone Enrico Santomauro Germano. Il Direttore Ing. Luigi Schiatti Ferrania, 3 Aprile 1941-XIX Comunicato n. 504 Pratica di infermeria P.A.A./A.G. per operaie A partire da lunedì 7 c.m. continueranno a prendere parte alle esercitazioni di Infermeria nei giorni indicati (dalle ore 7,30 alle ore 8,30) le seguenti operaie. Lunedì: 1- B - Ferrero Pasqualina 2 - D - Pongibove Teresa

LA FORMAZIONE SINDACALE DI BURZIO PRIMA DEL SOGGIORNO IN AMERICA

«Al Convegno nazionale Cisl» di Giovanni Burzio Ritengo interessante riprodurre la lettera di convocazione al convegno nazionale Cisl, anche come testimonianza della vita sindacale di allora e del livello di impegno nello studio e nell’approfondimento, chiaramente indicativa, da parte dei quadri sindacali di allora e che, in questi tempi, non è più possibile riscontrare. Il sindacato italiano registra, infatti, oltre ad una ben diversa dislocazione del concetto di militanza, anche un vero e proprio “appannamento culturale”. Ecco la lettera di convocazione.

Giovedì: 9 - MP - Berruti Maria 10 - C - Banfi Maria 11 - D - Olivieri Lina Venerdì: 12 - B - Lichene Angela 13 - C - Parvopasso Ercolina 14 - D - Ricolfi Paolina Sabato: 15 - C - Caviglia Caterina 16 - B - Ravera Geltrude Il Direttore Ing. Luigi Schiatti Ferrania, 4 Aprile 1941-XIX Comunicato n. 506 Bando concernente disposizioni penali relative ai mobilitati civili, in caso di pericolo: Il Duce primo maresciallo dell’Impero Comandante delle truppe operanti su tutte le fronti, visto l’articolo 251 del Codice Penale per l’Esercito, ordina: Art. 1 - Il mobilitato civile che, in caso di pericolo, abbandona il suo posto di lavoro o di servizio è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione sino a due anni. Se dal fatto è derivato grave danno, si applica la reclusione da due a dieci anni. Art. 2 - La competenza a conoscere del reato preveduto dall’articolo precedente appartiene ai tribunali militari. Art. 3 - Il presente bando centra in vigore dalla data della sue pubblicazione della Gazzetta Ufficiale.

C.I.S.L.- Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori aderente alla Confederazione Internazionale Sindacati Liberi

Dal Quartier Generale delle Forze Armate, addì 22 Marzo 1941-XIX.

5° Convegno nazionale Responsabili Unioni provinciali giovanili

Firmato Mussolini

Caro amico, sono lieto di invitarti al 5° Convegno nazionale dei responsabili degli Uffici provinciali Giovani che avrà luogo a Roma, presso la Casa dell’Annunciazione, dal 20 al 22 Dicembre prossimo secondo le norme contenute negli allegati. Lo sforzo che la Confederazione affronta per realizzare tale Convegno non è lieve e pertanto faccio appello alla tua particolare sensibilità per richiederti di essere sicuramente presente alla manifestazione, che rivestirà particolare importanza per lo sviluppo del lavoro giovanile a livello provinciale. Potranno esistere particolari difficoltà che si oppongono alla tua partecipazione, ma penso che il desiderio di essere presente, la convinzione dell’utilità dell’incontro e la sensibilità che certamente possiedi ti convinceranno a compiere i necessari sacrifici per non mancare. Conto sulla tua presenza e ti do l’arrivederci a Roma. Con i saluti più cordiali. Il segretario generale (on. Giulio Pastore) Pastore, nella sua lettera, metteva in risalto e in un certo senso avvertiva sulle particolari difficoltà che i sindacalisti provenienti dalla periferia avrebbero incontrato per poter disporre dei giorni liberi da utilizzare per la partecipazione al convegno. Ricordo ancora che non esistevano i permessi sindacali, occorreva usufruire delle ferie oppure di permessi non retribuiti. Era un modo diverso di fare sindacato, di cui si è persa le memoria. Furono giornate di formazione molto interessanti e impegnative, arricchite dalla presenza del segretario generale Giulio Pastore e dei relatori Vincenzo Saba dell’Ufficio studi nazionale, del prof. Romani e del prof. De Cesaris del Centro Studi di Firenze. Fu il mio ultimo impegno sindacale in Italia prima della partenza per gli Stati Uniti, la mia “grande avventura” a stelle e strisce.

Ferrania, 10 Aprile 1941-XIX

La settimana scorsa con mia sorella Doretta siamo andate a trovare Armanda Pizzorno che abita con il figlio Roberto e la nuora Franca alla “Casurera”, località situata dietro la chiesetta del mulino di Giusvalla. Ero emozionata perché Armanda quattro giorni prima, precisamente il 10 ottobre scorso, aveva compiuto 101 anni. Quando siamo entrate in casa ci è venuta incontro ad abbracciarci: era molto contenta di vederci; negli anni ‘40 eravamo vicini di casa e quindi si può dire che ci ha viste nascere. Le abbiamo portato un sacchetto di amaretti di Sassello e avevo con me da farle vedere anche il premio “Bonifacio D’Oro” che mi è stato conferito il 21 settembre scorso. Armanda dopo aver letto le motivazioni mi ha detto: “Brava, te lo sei meritato e sono orgogliosa che sia stato proprio mio nipote Marco (sindaco di Giusvalla) a consegnartelo”. Le ho portato anche una copia del mio libro “Il profumo delle caldarroste”, dove ci sono tanti racconti del nostro paese illustrati da fotografie di un tempo. Armanda l’ha gradito moltissimo e dopo aver letto la dedica si è messa a sfogliarlo e ha riconosciuto tutte le persone delle vecchie foto e poi voleva leggere qualcosa ma sua nuora l’ha fermata dicendole che l’avrebbe fatto dopo: “Adesso devi parlare un po’ con Dialma e Doretta”.

Ci ha detto che non le piace più guardare la televisione: c’è troppa pubblicità, poi ha aggiunto: “Non sopporto i politici, non li capisco, litigano sempre e non concludono mai niente…” Nel frattempo Franca ci ha offerto una fetta delle torte di compleanno e ha spiegato che una l’aveva preparata lei e l’altra era del pasticcere, erano grandi perché dovevano bastare per più di cento invitati: i figli, i nipoti, pronipoti, parenti e vicini di casa; fra questi erano in prima fila Batishtén di 94 anni e sua moglie Guglielmina di 91; poi c’erano tanti amici e conoscenti a festeggiare i 101 anni di Armanda. Una bella manifestazione di affetto per la nostra super nonnina, orgoglio del paese… Intanto si continuava a parlare dei lavori di un tempo e Armanda ricordava quando con mia madre andavano a sciacquare i panni nel ruscello e poi, quando questo si prosciugava, si ritrovavano nel torrente Valla, dove c’era il lago della Soma: i contadini dei dintorni lo tenevano sempre puli-

to perché serviva per abbeverare le mandrie dopo che avevano pascolato nei prati. Abbiamo ricordato anche quando raccoglievamo le castagne e poi le facevamo seccare insieme nel siccatoio di Barbiella. E ancora le lunghe sere d’inverno e la gioia di Armanda quando vedeva in lontananza la luce fioca della lanterna che si avvicinava alla Casurera: erano i vicini di casa Cateinén e Luigén che venivano in veglia a giocare a carte. Questi vicini di casa sono stati i primi ad acquistare un apparecchio radio e quando, nei primi anni ’50, trasmettevano le canzoni del “Festival di San Remo” invitavano tutto il vicinato in casa Baciciòt ad ascoltarle. Siccome ero sempre io che dialogavo con Armanda , Roberto per coinvolgere anche mia sorella le ha chiesto: “Ti ricordi Doretta quando lavoravamo a Ferrania? Eravamo bravi, ci impegnavamo a far bene il lavoro, poi… quando siamo andati via noi, le cose sono cominciate ad andare male e adesso della grande fabbrica non c’è più niente, che tristezza!” Poi abbiamo cambiato argomento e abbiamo parlato dei miei figli: ho detto che Massimiliano, il più grande, abita ad Albisola e lo sento tutti i giorni, Andrea invece abita sempre a Vancouver, in Canada, e ci sentiamo una volta alla settimana. C’è stato un momento di silenzio poi Armanda mi ha preso la mano e mi ha detto :”Um manca tant er me matòt (il figlio più piccolo Franco, mancato l’anno scorso), era tanto bravo e veniva sempre a trovarmi…” In quel momento non mi è venuto niente, le ho stretto forte forte la mano però avrei voluto dirle che ammiro il suo coraggio, la sua forza d’animo e la caparbietà ad andare avanti… Prima di tornare a casa Franca e Roberto ci hanno fatto vedere i regali e gli omaggi floreali che aveva ricevuto Armanda: sono rimasta impressionata. Il salone era pieno di vasi fioriti, composizioni stupende, piante esotiche, composizioni multicolori… sembrava un giardino incantato e io ho detto alla festeggiata che quelle meraviglie erano degne del compleanno di una regina… Con mia sorella ci siamo ripromesse di andare più spesso a trovare Armanda: la conosciamo da sempre, le vogliamo bene e le siamo affezionate, parlare con lei è come tornare indietro nel tempo, a quando eravamo bambine e con la nonna andavamo ai “Ninoni” a far visita alla bisnonna Pina … La processione di San Marco.


Val Bormida & Dintorni Dagli archivi, pagine di storia rocchettese

Proteste della borgata dei Vigneroli Vigneroli è una piccola località poco distante dal capoluogo di Cairo M ed è proprio ai Vigneroli che, nel 1815, si registrò una risentita protesta contro chi voleva imporre il pagamento di tasse (la Octroi) non dovute. Veniamo ora ai fatti. La questione era sorta perché l’allora Comune di Rocchetta Cairo (perdette il titolo di Comune nel 1880) pretendeva dagli abitanti dei Vigneroli il pagamento di queste tasse, ben sapendo che quello era il territorio di un altro Comune, cioè Cairo (la frazione afferiva invece alla parrocchia rocchettese per le questioni religiose). Di fronte a questo fatto l’amministrazione cairese fu costretta ad intervenire per chiarire la faccenda e far tacere proteste; venne perciò convocato un Consiglio durante il quale il sindaco in carica, Francesco Chiarleone, espose ai consiglieri presenti i fatti. Il sindaco fa presente che i reclami dei “particolari” (proprietari e benestanti) di detta borgata sono più che giusti in quanto la località dei Vigneroli ha sempre fatto parte (e tuttora fa parte, di Cairo) e i beni del suo territorio sono chiaramente descritti nel “Catasto” (i registri su cui sono annotate le proprietà,

ovvero il Catasto) di Cairo. Ribadisce, inoltre, che le relative tasse sono sempre state pagate puntualmente negli uffici e a mano dell’esattore pro-tempore della comunità di Cairo. Fa presente, tanto per chiarire definitivamente la faccenda, che la borgata dei Vigneroli è sempre stata sotto l’amministrazione cairese senza aver mai avuto ostacoli di sorta e contraddizioni. Per tale motivo l’atteggiamento della comunità rocchettese è incomprensibile e non si capisce il motivo per cui pretenda ed abbia preteso il pagamento della “Octroi” presso i suoi uffici. Terminata la seduta la pratica viene trasmessa al competente Ufficio dell’Intendenza “al fine di ottenere le opportune provvidenze per far cessare ogni reclamo”, più che giusto (aggiungo io), dei “particolari” di Vigneroli.

In pellegrinaggio a Roma

Novembre 2013

VIII

GIÀ PRIMO CITTADINO DI PONTINVREA, È PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE COMBATTENTI

Buon compleanno, Giordano! In occasione dell’87° compleanno dell’imprenditore varazzino del settore dolciario Sergio Giordano, il prossimo 8 novembre, gli amici vogliono ricordare i suo meriti sopratutto come sindaco di Pontinvrea, cittadina per la quale si è prodigato in ogni modo, tanto da rilanciarne l’immagine, dopo averne sanati i bilanci comunali. Così ricorda Giordano: “Arrivai a Pontinvrea nel 1963. Allora gestivo ad Arenzano il ‘Riding club’, nella Pineta, una scuola di equitazione ad alto livello, per quei tempi, con concorsi ippici anche notturni ai quali parteciparono pure i noti fratelli D’Inzeo. Mi segnalarono Pontinvrea per far cambiare aria ai cavalli migliori e così, galoppando per boschi e prati, scoprii una vecchia casa colonica che comprai e ristrutturai. Nel 1988 si prospettava per Pontinvrea la tragedia della maxidiscarica, la realizzazione di una piattaforma per sostanze tossiche e nocive, unica in tutta la Liguria. Appena ne venni a conoscenza, radunai la popolazione e coinvolsi anche tutti i paesi vicini che temevano il possibile inquinamento per la loro acqua potabile. Fondammo il Comitato di salute pubblica, con duemila iscritti; portai la gente in Regione con i pullman e poi ad ‘Uno Mattina’, a Roma, per essere intervistati da Badaloni; interessai anche la Regione Piemonte, vi furono raduni con la partecipazione di autorità regionali, del compianto senatore sottosegretario agli Interni Giancarlo Ruffino, e centinaia di persone interessate. Finalmente un giorno potemmo affiggere dappertutto i manifesti con su scritto ‘Vittoria’. Nel 1990 arrivarono le elezioni, la gente mi chiese di candidarmi alla carica di sindaco, accettai e vinsi le elezioni. Trovai un Comune con duemila milioni di debiti. Mi recai a Roma, al Viminale, e riuscii a farmi aiutare; poco a poco il debito sparì... pagammo tutti i creditori. Fui eletto sindaco tre volte.” Giordano ha cominciato il suo impegno ammninistrativo dando una nuova immagine al paese, invogliando i residenti a ristrutturare le case, realizzando interventi di restauro del seicentesco, bellissimo palazzo municipale e riasfaltando le strade (per un totale di circa 18 chilometri) e con l’arricchimento dell’arredo urbano. Fiore all’occhiello sono poi gli impianti sportivi: lo sferisterio, il bocciodromo coperto, il campo di calcio e l’accogliente struttura

dello chalet delle feste, dove vengono organizzati spettacoli musicali e teatrali, serate danzanti, convegni ed esposizioni. Molto è stato fatto anche nel settore dei lavori pubblici, durante i suoi mandati, dall’edilizia scolastica alla casa di riposo per anziani, dall’ampliamento del cimitero ai servizi (acquedotti, fognature, pulizia urbana e sgombero neve); inoltre sono state create aree per picnic con tavoli e panche in legno e sono state installate cabine in legno alle fermate degli autobus così come sono stati fatti opportuni interventi sul fiume, in prospettiva sportiva e turistica. Ad esempio la ricerca dell’oro nell’Erro, che Giordano aveva lanciato, alla quale accorrevano persino dll’Australia. Da buon intenditore, il sindaco Giordano ha a suo tempo invitato a tutte le manifestazioni le Majorettes ed organizzato a Pontinvrea sfilate per le selezioni di Miss Italia, richiamando anche in questo modo turisti, visitatori e curiosi. Un testo di Fiorenzo Carsi nel 7° anniversario della morte

Ricordo del sindaco di Cairo Montenotte Osvaldo Chebello, uomo del dialogo In occasione del settimo anniversario della scomparsa del sindaco di Cairo M. Osvaldo Chebello, Fiorenzo Carsi ci ha inviato un suo testo attraverso il quale ricorda con commozione l’amico Chebello, la sua personalità ed il suo impegno politico-amministrativo nonché tutti i momenti trascorsi insieme. “Era un uomo gioioso e sorridente - osserva Carsi - e aveva un dialogo con tutti i cittadini cairesi. Incontrandolo per strada o al bar, tutti lo salutavano e lui si intratteneva con tutti con la massima cordialità”. Fiorenzo Carsi ricorda il lavoro in fabbrica di Chebello, dapprima alla Ferrania, poi alla Cokitalia. Consigliere comunale, assessore, vicesindaco, Chebello fu sindaco di Cairo dal 1983 al ’90, fu poi rieletto nel ’99 e restò in carica fino al 2006. Dal ’91 Chebello fu anche presidente dell’istituto case popolari, poi denominato Arte. In chiusura Carsi osserva che “a mio modesto parere il palazzo di città di Cairo dovrebbe essere dedicato al sindaco scomparso Chebello” e lamenta che “ci sono parecchi politici che non mantengono alcun tipo di dialogo con i cittadini e che non c’è più un rapporto di cordialità con l’attuale classe politica.”

La processione di San Marco. In occasione dell’Anno della fede anche la diocesi di Acqui ha organizzato dal 27 al 29 settembre scorsi un pellegrinaggio a Roma per i catechisti. Il momento più importante è stata la Messa celebrata da Papa Francesco in piazza San Pietro nella Giornata dei catechisti, presenti 200.000 persone, tra cui 4.000 catechisti provenienti da tutto il mondo. Nella foto i catechisti della val Bormida. a.o. Il veterano giornalista Remigio Vercellino ci segnala la pubblicazione di un volume dell’agronomo savonese Piero Galdabino su “L’evoluzione del paesaggio rurale terrazzato nel Ponente ligure”. I terrazzamenti di zone collinari e montane, annota Vercellino, oltre che al paesaggio e all’agricoltura, sono utili per frenare e convogliare le acque piovane, evitando danni alluvionali.


I SACERDOTI FANNO TANTO PER TUTTI NOI Con un’Offerta possiamo ringraziarli tutti

VICINO AI SACERDOTI, VICINO AL CUORE DELLA CHIESA Ognuno di noi è parte della Chiesa. La Chiesa è cosa mia, io le appartengo e lei mi appartiene. Se credo in Gesù Cristo, se ho questa speranza dentro il cuore, e non la disperazione, è merito suo, è della Chiesa che mi ha accolto. Perciò mi sento responsabile: tocca anche a me contribuire perché questa Chiesa possa accogliere tanti altri come me.

Al cuore di tutto l’Eucarestia. E con Essa i sacerdoti. Vicini. E lontani, lontanissimi, che mai vedrò ma che esistono e hanno bisogno di me, perché io appartengo a loro e loro a me. Don Donato, a Roma è parroco di una delle 26.000 parrocchie italiane, e fa parte della Chiesa. Così come anche don Luigi a Rimini, don

Giancarlo a Lamezia Terme, don Antonio a Napoli e via via, insieme a tutti i 37.000 sacerdoti diocesani, compresi quelli anziani e malati. Tutti sono nel cuore della nostra Chiesa. La responsabilità di provvedere economicamente al loro sostentamento torna su ogni fedele, proprio come un tempo, alle origini, quando tutto cominciò. Questione di “dovere” penserà qualcuno. Giusto. Prima ancora è questione di “fede” e di “affetto”, che danno senso al dovere. Innanzitutto c’è questo pensiero. Allora l’offerta, destinata esclusivamente al loro sostentamento, smette di essere un semplice esborso di denaro e diventa un gesto di comunione. Questo il senso della Giornata Nazionale che si celebra il 24 novembre. Comunione e libertà di donare. Il tempo donato è un gesto d’amore importante, verso il prossimo e verso Dio. E il Signore ama chi dona e chi “si” dona con gioia. Siamo liberi di donare tempo, sorrisi, confortare e aiutare. E liberi di sostenere economicamente la Chiesa anche tramite una piccola offerta destinata non solo al nostro parroco, ma a ogni “don” che si è offerto di servire Gesù e la Chiesa attraverso un “sì” alla Sua chiamata. Maria Grazia Bambino

CHI PUÒ DONARE L’OFFERTA PER I SACERDOTI? Ognuno di noi. Per se stesso, ma anche a nome della famiglia o di un gruppo parrocchiale. Importante è che il nome del donatore corrisponda ad una persona fisica. COME POSSO DONARE? ● Con conto corrente postale n. 57803009 intestato a “Istituto centrale sostentamento clero – Erogazioni liberali, via Aurelia 796 00165 Roma” ● Con uno dei conti correnti bancari dedicati alle Offerte, indicati sul sito www.insiemeaisacerdoti.it ● Con un contributo diretto all’Istituto sostentamento clero della tua diocesi. La lista degli IDSC è su www.insiemeaisacerdoti.it ● Con carta di credito CartaSì, chiamando il numero verde CartaSì 800-825 000 o donando on line su www.insiemeaisacerdoti.it DOVE VANNO LE OFFERTE DONATE? All’Istituto Centrale Sostentamento Clero, a Roma. Che le distribuisce equamente tra i circa 37 mila preti diocesani. Assicura così una remunerazione mensile tra 883 euro netti al mese per un sacerdote appena ordinato, e 1.380 euro per un vescovo ai limiti della pensione. Le Offerte sostengono anche circa 3 mila preti ormai anziani o malati, dopo una vita intera a servizio del Vangelo e del prossimo. E 600 missionari nel Terzo mondo. PERCHÉ OGNI PARROCCHIA NON PUÒ PROVVEDERE DA SOLA AL SUO PRETE? L’Offerta è nata come strumento di comunione tra sacerdoti e fedeli, e delle parrocchie tra loro. Per dare alle comunità più piccole gli stessi mezzi di quelle più popolose, nel quadro della “Chiesa-comunione” delineata dal Concilio Vaticano II.

ESISTONO REALTÀ IN CUI I SACERDOTI SONO L'UNICA LUCE. AIUTALI A TENERLA ACCESA A difesa delle creature, di terra e acqua, dono di Dio. Don Maurizio Patriciello, parroco di San Paolo apostolo a Caivano, è oggi voce di tanti senza voce nella Terra dei fuochi. Un’area di due milioni di abitanti tra le province di Napoli e Caserta, dove da anni bruciano senza sosta roghi tossici, controllati dalla camorra. Un business senza fine, alimentato dallo smaltimento illegale di rifiuti tossici da parte di imprese di tutta Italia, nel silenzio di amministratori e politici corrotti o collusi con i clan. “L’anticamera dell’inferno” l’ha definita un comandante del Corpo Forestale. Oggi la mortalità sul territorio è doppia rispetto al resto del Paese. Non c’è ormai una famiglia che non conti uno o due vittime. Hanno dai 9 ai 55 anni i nomi di quelli che don Maurizio ricorda nelle celebrazioni. “La terra avvelenata e tradita avvelena e tradisce l’uomo - dice il sacerdote - oggi i rifiuti vengono sia interrati, sia bruciati per non lasciare tracce”.

DOMANDE E RISPOSTE SULLE OFFERTE INSIEME AI SACERDOTI

CHE DIFFERENZA C’È TRA OFFERTE PER I SACERDOTI E L’OBOLO RACCOLTO DURANTE LA MESSA? È diversa la destinazione. Ogni parrocchia infatti dà il suo contributo al parroco. Che può trattenere dalla cassa parrocchiale una piccola cifra (quota capitaria) per il suo sostentamento. È pari a 0,0723 euro al mese per abitante. E nella maggior parte delle parrocchie italiane, che contano meno di 5 mila abitanti, ai parroci mancherebbe il necessario. Le Offerte e l’8xmille vengono allora in aiuto alla quota capitaria.

In Italia, tra diffuse violazioni ambientali e cambiamenti climatici, sono sempre più numerosi i preti diocesani che si dedicano a questa nuova evangelizzazione, attraverso la custodia del creato. Perché dalla salvaguardia del patrimonio naturale dipendiamo per la salute e la vita. Don Patriciello non è solo. L’intera Chiesa è con lui. Dai vescovi e parroci campani a tutti i fedeli italiani che sostengono la sua missione, anche attraverso le Offerte per il sostentamento. Segno di vicinanza e corresponsabilità verso i nostri preti diocesani, che si fanno pane spezzato nell’annuncio del Vangelo e nel servizio ai più deboli.

PERCHÉ DONARE L’OFFERTA SE C’È GIÀ L’8XMILLE? Offerte e 8xmille sono nati insieme. Nel 1984, con l’applicazione degli accordi di revisione del Concordato. L’8xmille oggi è uno strumento ben noto, e non costa nulla in più ai fedeli. Le Offerte invece sono un passo ulteriore nella partecipazione: comportano un piccolo esborso in più ma indicano una scelta di vita ecclesiale. Tuttora l’Offerta copre circa il 3% del fabbisogno, e dunque per remunerare i nostri sacerdoti bisogna ancora far riferimento all'8xmille. Ma vale la pena far conoscere le Offerte perché questo dono indica una scelta consapevole di vita ecclesiale. E raggiunge anche i sacerdoti di parrocchie piccole e lontane. PERCHÉ SI CHIAMANO ANCHE “OFFERTE DEDUCIBILI”? Perché si possono dedurre dal reddito imponibile nella dichiarazione dei redditi fino a un massimo di 1.032,91 euro l’anno.


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Via Pia 15r SAVONA

chiuso DOMENICA LUNEDI’




      

     

 

  

                                                        

      


Il letimbro novembre 2013