I Poeti del Lerici Pea 2019

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Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 anno sessantacinquesimo



I poeti del LericiPea 2019

INTERLINEA


Ringraziamenti Si ringraziano per il patrocinio e il sostegno: Regione Liguria – Comune di Lerici Il partner del Premio: Sanlorenzo Yachts Gli sponsor: Conad Lerici e La Spezia Crédit Agricole Euroguarco Sepor Sernav Spigas Clienti Si ringraziano per la collaborazione: Associazione Amici del LericiPea Liceo classico “Lorenzo Costa” Assessorato Politiche Immigrazione e Emigrazione della Regione Liguria © Associazione LericiPea © Novara 2019, Interlinea srl edizioni via Mattei 21, 28100 Novara, tel. 0321 1992282 www.interlinea.com Stampato da Italgrafica, Novara ISBN 978-88-6857-011-8


Sommario

Introduzione (Lucilla Del Santo) Saluto di Massimo Perotti (Cantieri Navali Sanlorenzo) Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 alla Carriera Antonio Colinas Motivazione della Giuria Premessa (Adriana Beverini) Simonetta Vespucci Simonetta Vespucci Giacomo Casanova acepta el cargo de bibliotecario que le ofrece, en Bohemia, el conde de Waldstein Giacomo Casanova accetta l’incarico di bibliotecario che gli offre, in Boemia, il conte di Waldstein Canto XXXV Canto XXXV La Prueba La Prova Fe de vida Fede di vita Para olvidar el odio Per dimenticare l’odio ¿Conocéis el lugar? Conoscete quel luogo? Signos en la piedra Segni nella pietra Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 Edito Davide Rondoni Motivazione della Giuria [Possiamo soltanto amare] [L’amore all’inizio e alla fine non è] Bartolomeo Lei dal Camerun Di chi non ha paura Verso Sansepolcro

p. 9 » 11 » 13 » 13 » 15 » 18 » 19 » 20 » 21 » 22 » 23 » 24 » 25 » 26 » 27 » 30 » 31 » 34 » 35 » 38 » 39 » 41 » 41 » 43 » 45 » 46 » 47 » 48 » 51


Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 alla Traduzione Marco Sonzogni, per Traversare l’inverno di Seamus Heaney Anahorish Anahorish Tinder Esca da fuoco The Tollund man L’uomo di Tollund

p. 53 » 56 » 57 » 56 » 57 » 58 » 59

Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 “Paolo Bertolani” Biagio Guerrera Motivazione della Giuria Petra Venerdì Santu Amari jè l’unica forma di vita [cu sinni futti si fora chiovi?] U custureri

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Paolo Bertolani oggi (Stefano Verdino) [A me disé: Liguria] Foresti

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Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 “Liguri nel mondo” Alessandra Pierini

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Albo d’onore del Premio LericiPea 1954-1990

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I più grandi poeti del mondo vincitori del Premio LericiPea alla Carriera 1991-2018

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Credits

Premio LericiPea Golfo dei Poeti Via Chiodo 81,19121, La Spezia www.lericipea.com info@lericipea.com Membri dell’Associazione Lucilla Del Santo – Presidente della 65a edizione del Premio Adriana Beverini Bausani Piergino Scardigli Pia Spagiari Benifei Giuria tecnica del Premio Giuseppe Conte – Presidente Massimo Bacigalupo Giuseppe Benelli Francesco Napoli Stefano Verdino Manuel Cohen per il Premio LericiPea “Paolo Bertolani” Responsabile pubbliche relazioni e rapporti con la stampa Alice Lorgna Segreteria organizzativa Martina Ricciardi Event project manager Lucilla Del Santo Editing e cura: Studio Nealinea & Partners



Introduzione

Questa edizione 2019, che mi vede nuovamente presidente, è per me un anno speciale, un anno di importanti conferme, ma anche una sorta di “nuova stagione” del Premio… e per questo sento la necessità di fare alcuni doverosi ringraziamenti: innanzitutto al Comune di Lerici, per la rinnovata fiducia e collaborazione, sempre più presente, e in particolare al Sindaco Leonardo Paoletti; e al nostro nuovo partner, i Cantieri Sanlorenzo, un’importante azienda “del territorio”, altresì conosciuta e apprezzata in tutto il mondo; cui non va solo il merito di aver deciso di “sostenere” il LericiPea ma, cosa per noi decisamente più significativa, di condividerne le finalità culturali e gli ideali di eccellenza. A loro, un caro benvenuto! E non voglio dimenticare le aziende-sponsor che da qualche anno ci accompagnano: Conad (Lerici e La Spezia), Euroguarco, Sepor, Sernav e Spigas Clienti; e la Regione Liguria che da sempre ci è vicina. Con questa “squadra” vincente voglio e spero di “andare lontano”, unitamente al consueto lavoro e dedizione incrollabile della Proprietà e alla nota professionalità della Giuria del Premio. Quest’anno, oltre alla consueta programmazione, anche altri due eventi importanti: il Premio LericiPea Edito, sezione storica del LericiPea, che per mancanza di fondi avevamo dovuto interrompere per due anni (2017 e 2018), e un riconoscimento speciale alla “traduzione” di un testo poetico, Traversare l’inverno, del Premio Nobel Seamus Heaney, riaffrontando un tema complesso e dibattuto, come appunto è tradurre un testo poetico scritto in un’altra lingua; mestiere di cui in pochi, riteniamo, siano realmente maestri. Un ultimo ringraziamento a Carispezia, oggi Crédit Agricole, per la consueta ospitalità, nella nostra splendida Villa Marigola.

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Ai miei più stretti collaboratori, Alice Lorgna e Martina Ricciardi, voglio che arrivi invece il mio affetto più sincero… per affiancarmi e condividere quotidianamente con me questo lavoro oggi sempre più “difficile”, l’operatore culturale, ma che scelgo tutti i giorni e a cui dedico tutta me stessa e di cui l’organizzazione del Premio LericiPea Golfo dei Poeti è parte integrante. Lucilla Del Santo Presidente p.t. dell’edizione 2019 del Premio di Poesia LericiPea

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Sanlorenzo, nel corso degli anni, si è distinta per un peculiare approccio progettuale e creativo che ha fatto della contaminazione un vero e proprio valore distintivo. Abbattendo ogni confine e scrollandoci di dosso dogmi e regole imposte, abbiamo infatti saputo scardinare la rigidità del nostro ambito facendovi entrare l’arte e il design. L’apertura a nuovi linguaggi, a diverse e molteplici forme espressive è quindi profondamente radicata nel nostro DNA e la decisione di sostenere come sponsor il Premio LericiPea Golfo dei Poeti, uno dei più rappresentativi nel panorama letterario italiano e internazionale, è stato perciò un passo naturale per Sanlorenzo. Siamo onorati quindi di dare il nostro supporto a questo illustre Premio che non solo si fa custode e promotore dell’eccellenza poetica in Italia e nel mondo ma valorizza anche la cultura e l’identità territoriale. La Liguria, e in particolare la splendida zona del Golfo dei Poeti, è il territorio in cui affonda la storia del nostro cantiere e che ci ha permesso, grazie anche al lavoro delle abili maestranze locali, di realizzare progetti la cui qualità e cura ineguagliabile sono riconosciute e apprezzate in tutto il mondo. Il legame con il territorio ligure, testimone di tutto il percorso di crescita che ci ha portato ai vertici della produzione internazionale di yacht e superyacht, è quindi fondamentale nella vita e nella storia di Sanlorenzo e ad unirci ancora di più al Premio LericiPea c’è inoltre la volontà di farci ogni giorno promotori dell’eccellenza italiana nel mondo. Cav. Lav. Massimo Perotti Chairman

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Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 alla Carriera a Antonio Colinas Motivazione della Giuria Voce fra le più significative della poesia europea degli ultimi cinquant’anni, Antonio Colinas conduce una «lunga riflessione amorosa» partendo dai suoi luoghi d’origine spagnoli per muoversi in spazi culturali e artistici prossimi e lontani, dall’Italia all’Inghilterra al Messico all’Estremo Oriente. In Italia ha vissuto e composto poemi intensi come Sepolcro a Tarquinia, che reca in calce la sigla «Monterosso, 1972». Colinas viaggia nel passato del simbolo e del mito, rifacendosi a Jung, Eliade, Zambrano, oltre che alla sapienza taoista, ricostruisce momenti e figure come Casanova, Pound, Juan de la Cruz, con partecipazione e pietas, invitandoci a un viaggio accorto ma decisivo alle sorgenti della poesia. Ha frequentato a lungo la poesia italiana, divenendo la voce spagnola di Quasimodo (di cui ha tradotto l’opera completa) e Leopardi, nonché di Sanguineti. Una poesia dunque dalle molte voci, un impegno ammirevole, di cui oggi il Premio LericiPea alla Carriera vuole essere ulteriore testimonianza. Massimo Bacigalupo

La vita e l’opera Antonio Colinas (La Bañeza, León, Spagna, 1946) è poeta, narratore, saggista e traduttore. Fra i suoi libri (quasi un centinaio) più di venti sono raccolte di poesia, confluite in Obra poética completa (2011). Fra i titoli di poesia: Preludios a una noche total, Sepulcro en Tarquinia (Premio Nacional de la Crítica 1975), Astrolabio, Noche más allá de la noche, Jardín de Orfeo, Libro de la mansedumbre o Canciones para una música silente. Questa opera poetica ha ricevuto il Premio Nazionale di Letteratura (1982) e il premio Reina Sofía de Poesía Iberoamericana (2016), il premio più importante in lingua spagnola.

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Ha recentemente pubblicato lo studio biografico María Zambrano. Misterios encendidos (2019), preceduto da opere saggistiche come Vicente Aleixandre y su obra, Sobre la Vida Nueva, la biografia di Leopardi Hacia el infinito naufragio e Rafael Alberti en Ibiza. Di teoria poetica ha trattato nei volumi Del pensamiento inspirado, Nuevos ensayos en libertad e El sentido primero de la palabra poética. Fedele al suo dialogo con altre culture ha dedicato grande attenzione a quella italiana, pubblicando un’Antología esencial de poetas italianos e versioni di Giacomo Leopardi (l’ultima è Cantos y pensamientos). La sua versione della Obra poética completa di Salvatore Quasimodo ha ricevuto in Italia il Premio Nazionale per la Traduzione e il Premio Carlo Betocchi. Ha inoltre tradotto Collodi, Lampedusa, Carlo Levi e Sanguineti. L’attenzione ad altre culture si è rivolta anche ad America Latina, Mediterraneo ed Estremo Oriente (La simiente enterrada. Un viaje a China e Cerca de la Montaña Kumgang). È stato professore ospite in molte Università straniere. Nel 197174 è stato Lettore di Spagnolo nelle Università di Milano e Bergamo. Alcune città come Pueblo (Messico) e Salamanca lo hanno nominato “Hijo Predilecto”.

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Premessa

[…] para quien respira en paz, ya todo el mundo está dentro de él y en él respira. Que si insiste la muerte, que si avanza la edad, y todo y todos a mi alrededor parecen ir marchándose deprisa, me venza el mundo al fin en esa luz que restalla. Y su fuego me vaya deshaciendo como llama de vela: con dulzura, despacio, muy despacio, como giran arriba extasiados los planetas. […] per chi respira in pace, in lui è il mondo e in lui respira Se poi la morte insiste , e l’età avanza, e tutto e tutti intorno sembrano andarsene in fretta, vinca pure il mondo in questa luce che sfavilla. E il suo fuoco mi consumi come una fiamma di candela: con dolcezza, lentamente, molto lentamente, come lassù ruotano estatici i pianeti.

Un lungo cammino nel solco della spiritualità, del misticismo indiano, cristiano, universale, ha portato il poeta spagnolo Antonio Colinas a scrivere versi come questi tratti dalla sua poesia Litania di un cieco che vede. Versi che ho voluto tradurre da sola, assumendomi il rischio di sbagliare, ma anche la soddisfazione di penetrare un universo poetico e umano, ancora a me sconosciuto. Una poesia cosmica, quella di Colinas, che si interroga sulla vita e non si oppone alla morte che avanza inesorabile, portando con sé tutto e tutti coloro che abbiamo amato. La poesia di un intellettuale, che alla fine si offre con mitezza, augurandosi che il suo fuoco lo consumi come fa con le candele, con dolcezza, con molta lentezza, così come

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girano estatici i pianeti. Perché chi respira in pace ha tutto il mondo dentro di lui e in lui respira. Abbiamo scelto per la sessantacinquesima edizione del LericiPea Golfo dei Poeti di assegnare il Premio alla Carriera al poeta della mansuedumbre (Libro de la mansedumbre è il titolo di una sua opera del 1997), al cantore di quella mitezza– così possiamo tradurre la parola in italiano – che si esprime nella massima accettazione di quello che accade nella vita. Una mitezza che non è innata nel nostro poeta, bensì il risultato sofferto e meditato di un arduo e doloroso cammino di elaborazione personale, che lo ha portato ad accettare le contraddizioni della vita e infine sperimentare la pace. Lo abbiamo scelto per una serie di ragioni, Antonio Colinas: in primis, perché la sua poesia ci ha letteralmente conquistato e dunque ci ha stupito il fatto che fosse ancora poco conosciuta e tradotta in Italia, Paese che il premiato ben conosce e di cui ha studiato e tradotto l’opera di grandi poeti come Dante, Leopardi e Quasimodo. Premiandolo, abbiamo dunque anche voluto dare un segno, richiamare l’attenzione dell’editoria su questo grande poeta, di cui gran parte della produzione poetica attende ancora di essere tradotta e pubblicata in lingua italiana. E poi, ci ha affascinato il suo 1) «spirito mediterraneo», quel 2) «modo di sentire ed essere universalizzato», per il confluire di razze e culture in quest’area geografica, evidente nella sua poesia. E da ultimo, ma non per ultima, un’altra importante motivazione ci ha spinto ad assegnargli il Premio LericiPea Golfo dei Poeti. In un mondo sempre più aggressivo, violento, che sembra aver smarrito la mansedumbre, la poesia di Colinas ancora ci porta a credere possibile un cambiamento, una palingenesi, una riappacificazione con noi stessi, con gli altri e con la natura che ci circonda, e nei confronti della quale noi esseri umani sembriamo in lotta, invece che sentirla come parte di noi stessi. Colinas ci dice invece, con apparente semplicità, che «para quien respira en paz, ya todo el mundo está dentro de él y en él respira». Adriana Beverini Responsabile del Premio LericiPea alla Carriera

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Poesie di Antonio Colinas

[a cura degli studenti dell’VIII Edizione del Corso di Traduzione Letteraria per l’Editoria, Instituto Cervantes de Nápoles e Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, sotto la direzione del professor Marco Ottaiano]


Simonetta Vespucci

Il vostro passo di velluto E il vostro sguardo di vergine Violata. (Dino Campana)

Simonetta: por tu delicadeza la tarde se hace lágrima, funeral oración, música detenida. Simonetta Vespucci: tienes el alma frágil de virgen o de amante. Ya Judith despeinada o Venus húmeda tienes el alma fina del mimbre y la asustada inocencia del soto de olivos. Simonetta Vespucci: por tus dos ojos verdes Sandro Botticelli te ha sacado del mar, y por tus trenzas largas, y por tus largos muslos. Simonetta Vespucci, que has nacido en Florencia.

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Simonetta Vespucci

Il vostro passo di velluto E il vostro sguardo di vergine Violata. (Dino Campana)

Simonetta, per la tua delicatezza la sera si fa lacrima, funebre orazione, musica interrotta. Simonetta Vespucci, hai l’anima fragile, di vergine o di amante. Già Giuditta scapigliata o Venere umida hai l’anima sottile di giunco e l’impaurita innocenza del campo di ulivi. Simonetta Vespucci, per i tuoi occhi verdi Sandro Botticelli ti ha raccolta dal mare, e per le tue trecce lunghe, e per le tue lunghe cosce. Simonetta Vespucci, che sei nata a Firenze.

[traduzione di Angela Cofrancesco]

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Giacomo Casanova acepta el cargo de bibliotecario que le ofrece, en Bohemia, el conde de Waldstein

Escuchadme, Señor: tengo los miembros tristes. Con la Revolución Francesa van muriendo mis escasos amigos. Miradme: he recorrido los países del mundo, las cárceles del mundo, los lechos, los jardines, los mares, los conventos, y he visto que no aceptan mi buena voluntad. Fui abad entre los muros de Roma y era hermoso ser soldado en las noches ardientes de Corfú. A veces he sonado un poco el violín y vos sabéis, Señor, cómo trema Venecia con la música y arden las islas y las cúpulas. Escuchadme, Señor: de París a Moscú he viajado en vano, me persiguen los lobos del santo Oficio, llevo un huracán de lenguas detrás de mi persona, de lenguas venenosas. Y yo sólo deseo salvar mi claridad, sonreír a la luz de cada nuevo día, mostrar mi firme horror a todo lo que muere. Señor: aquí me quedo en vuestra biblioteca, traduzco a Homero, escribo de mis días de entonces, sueño con los serrallos azules de Estambul.

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Giacomo Casanova accetta l’incarico di bibliotecario che gli offre, in Boemia, il conte di Waldstein

Ascoltatemi, Signore, ho le membra tristi. Con la Rivoluzione Francese stanno morendo i miei pochi amici. Guardatemi: ho visitato ogni posto del mondo, le carceri del mondo, i letti, i giardini, i mari, i conventi, e ho visto che non riconoscono la mia buona volontà. Sono stato abate tra le mura di Roma ed era piacevole essere soldato nelle calde notti di Corfù. A volte ho suonato un po’ il violino e voi sapete, Signore, come trema Venezia a suon di musica e bruciano isole e cupole. Ascoltatemi, Signore: da Parigi a Mosca ho viaggiato invano, mi braccano i lupi dell’Inquisizione, lascio un turbinio di lingue dietro di me, lingue avvelenate. Ed io desidero soltanto salvare la mia innocenza, sorridere alla luce di ogni nuovo giorno, mostrare il mio forte ribrezzo verso tutto ciò che è morte. Signore: resto qui nella vostra biblioteca, traduco Omero, scrivo dei miei giorni passati, sogno i serragli azzurri di Istanbul.

[traduzione di Marianna Giordano]

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Canto XXXV

Me he sentado en el centro del bosque a respirar. He respirado al lado del mar fuego de luz. Lento respira el mundo en mi respiración. En la noche respiro la noche de la noche. Respira el labio en labio el aire enamorado. Boca puesta en la boca cerrada de secretos, respiro con la savia de los troncos talados, y, como roca voy respirando el silencio y, como las raíces negras, respiro azul arriba en los ramajes de verdor rumoroso. Me he sentado a sentir cómo pasa en el cauce sombrío de mis venas toda la luz del mundo. Y yo era un gran sol de luz que respiraba. Pulmón el firmamento contenido en mi pecho que inspira la luz y espira la sombra, que recibe el día y desprende la noche, que inspira la vida y espira la muerte. Inspirar, espirar, respirar: la fusión de contrarios, el círculo de perfecta conciencia. Ebriedad de sentirse invadido por algo sin color ni sustancia, y verse derrotado, en un mundo visible, por esencia invisible. Me he sentado en el centro del bosque a respirar. Me he sentado en el centro del mundo a respirar. Dormía sin soñar, mas soñaba profundo y, al despertar, mis labios musitaban despacio en la luz del aroma: «Aquel que lo conoce se ha callado y quien habla ya no lo ha conocido».

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Canto XXXV

Mi sono seduto in mezzo al bosco a respirare. Ho respirato accanto al mare, fuoco di luce. Lento respira il mondo nel mio respiro. Nella notte respiro la notte della notte. Respirano l’aria innamorata le labbra nelle labbra. Bocca posizionata sulla bocca serrata da segreti, respiro con la linfa dei tronchi abbattuti, e come roccia sto respirando il silenzio, e come le radici nere respiro l’azzurro sui rami di un verde assordante. Mi sono seduto a sentire come scorre nel torrente, oscurato dai miei pensieri, tutta la luce del mondo. Ed io ero un grande sole di luce che respirava. Polmone il firmamento racchiuso nel mio petto che inspira la luce ed espira l’ombra, che accoglie il giorno e respinge la notte, che inspira la vita e espira la morte. Inspirare, espirare, respirare: la fusione degli opposti, il cerchio della perfetta coscienza. Ebbrezza di sentirsi invaso da qualcosa senza colore né sostanza, e vedersi sconfitto in un mondo visibile da essenza invisibile. Mi sono seduto in mezzo al bosco a respirare. Mi sono seduto in mezzo al mondo a respirare. Dormivo senza sognare, ma sognavo profondamente e al risveglio le mie labbra mormoravano lente nella luce dell’aroma: «Colui che lo conosce ha taciuto e chi parla non lo ha mai conosciuto».

[traduzione di Roberta D’Andrea]

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La Prueba

Mira: a punto estás de penetrar en el bosque. Vas a dejar la casa blanca de la cima, tan plácida, tan llena de música y sosiego, y ahí te espera el bosque impenetrable. Irremediablemente deberás cruzarlo: el bosque que desciende por ladera escabrosa, el bosque en que no hay nadie y el bosque en el que puede haber de todo, el bosque de humedades venenosas, morada de lo negro, y de una luz que enturbia la mirada. Entra en él con cuidado y sal sin prisas, mas nunca se te ocurra abandonar la senda que desciende y desciende y desciende. Mira mucho hacia arriba y no te olvides de que este tiempo nuestro va pasando como la hoz por el trigo. Allá arriba, en las ramas, no hay luces que te ciegan, si es de día. Y si fuese de noche, la negrura más honda la siembran faros ciertos. Todo lo que está arriba guía siempre. Mira: te espera el bosque impenetrable. Recuerda que la senda que lo cruza – la senda como río que te lleva –, debe ser dulce cauce y no boa untuosa que repta y extravía en la maraña. Que te guíe la música que dejas – la música que es número y medida – y que más alta música te saque al fin, tras dura prueba, a mar de luz.

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La Prova

Ascolta: stai quasi per entrare nel bosco. Lascerai la casa bianca sulla vetta, così tranquilla, così piena di musica e quiete, e li ti aspetta il bosco impenetrabile. Inevitabilmente dovrai attraversarlo: il bosco che scende lungo un pendio accidentato, il bosco dove non c’è nessuno e il bosco dove può esserci di tutto, il bosco dalle umidità velenose, dimora dell’oscurità, e della luce che offusca lo sguardo. Entraci con attenzione ed esci senza fretta, non osare lasciare il sentiero neanche un attimo che scende e scende e scende. Guarda spesso verso l’alto e non dimenticare che questo nostro tempo scorre come la falce nel grano. Lassù, tra i rami, non ci sono luci che ti accecano, se è giorno. E se fosse notte, l’oscurità più profonda seminerebbe fari. Tutto quello che si trova in alto guida sempre. Ascolta: ti aspetta il bosco impenetrabile. Ricorda che il sentiero che lo attraversa – il sentiero come un fiume che ti trasporta –, deve essere alveo delicato e non boa scivoloso che striscia e si perde nel groviglio. Che ti guidi la musica che lasci – la musica che è numero e misura – e che la musica più alta ti porti alla fine, dopo una dura prova, a un mare di luce. [traduzione di Luisa Maiorano]

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Fe de vida

Esperar junto a este mar en el que nacieron las ideas sin ninguna idea. (Y así tenerlas todas.) Ser sólo la brisa en la copa del pino grande, el aroma del azahar, la noche de las orquídeas en las calas olvidadas. Sólo permanecer viendo el ave que pasa y no regresa; quedar esperando a que el cielo amarillo arda y se limpie con los relámpagos que llegarán saltando de una isla a otra isla. O contemplar la nube blanca que, no siendo nada, parece ser feliz. Quedar flotando y transcurriendo de aquí para allá, sobre las olas que pasan, como remo perdido. O seguir, como los delfines, la dirección de un tiempo sentenciado. Ser como la hora de las barcas en las noches de enero, que se adormecen entre narcisos y faros. Dejadme, no con la luz del conocimiento (que nació y se alzó de este mar), sino simplemente con la luz de este mar. O con su muchas luces: las de oro encendido y las de frío verdor. O con la luz de todos los azules. Pero, sobre todo, dejadme con la luz blanca, que es la que abrasa y derrota a los hombres heridos, a los días tensos, a las ideas como cuchillos. Ser como olivo o estanque. Que alguien me tenga en su mano como a puñado de sal. 26


Fede di vita

Aspettare vicino a questo mare in cui nacquero le idee senza nessuna idea. (E, così, averle tutte). Essere solo la brezza sulla chioma del grande pino, l’aroma dei fiori d’arancio, la notte delle orchidee nelle cale dimenticate. Rimanere solo a vedere l’uccello che va e non ritorna; restare ad aspettare che il cielo giallastro arda e si rischiari con i lampi che arriveranno saltando di isola in isola. O contemplare la nuvola bianca che, nel suo essere niente, sembra felice. Rimanere a galla e passare di qua e di là, sulle onde che corrono, come un remo perduto. O seguire, come i delfini, il verso di un tempo condannato. Essere come l’ora delle barche nelle notti di gennaio, che si addormentano tra narcisi e fari. Lasciatemi, non con la luce della conoscenza (che nacque e si levò da questo mare), ma semplicemente con la luce di questo mare. O con le sue tante luci: quelle d’oro acceso e quelle di freddo verde o con la luce di tutti gli azzurri. Ma, soprattutto, lasciatemi con la luce bianca, che è quella che arde e distrugge gli uomini feriti, i giorni tesi, le idee come coltelli. Essere come un olivo o uno stagno. Che qualcuno mi tenga in una mano come un pugno di sale 27


O de luz. Cerrar los ojos en el silencio del aroma para que el corazón – ¡al fin! – pueda ver. Cerrar los ojos para que el amor crezca en mí. Dejadme compartiendo el silencio y la soledad de los porches, la hospitalidad de las puertas abiertas; dejadme con el plenilunio de los ruiseñores de junio, que guardan el temblor del agua en las últimas fuentes. Dejadme con la libertad que se pierde en los labios de una mujer.

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O di luce. Chiudere gli occhi nel silenzio dell’aroma affinché il cuore – alla fine! – possa vedere. Chiudere gli occhi affinché l’amore cresca in me. Lasciatemi il silenzio e la solitudine degli atri l’ospitalità delle porte aperte; lasciatemi con il plenilunio degli usignoli di giugno che custodiscono il tremore dell’acqua nelle ultime fonti. Lasciatemi con la libertà che si perde nelle labbra di una donna.

[traduzione di Marco Gravina]

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Para olvidar el odio

11 de marzo de 2004

Acaso lo más duro y lo más cruel no sea el abrir violentamente lo negro en lo blanco: en la armonía el caos, en ojos inocentes un cuchillo de ira, en los labios más tiernos de juventud la muerte. Acaso lo más duro sea el odio: ese odio que establece diferencias, ese odio que se mama en pecho de odio, ese odio que se enseña y que se aprende, que enarbola banderas como pústulas y que niega brutalmente el amor. ¿Hasta cuándo en el mundo la dualidad más cruel, la ausencia de armonía? Nuestra patria es el mundo y, en él, nuestros pulmones inspiran armonía y espiran honda paz, inspiran honda paz y espiran armonía. Por eso, hoy sabemos ya muy bien que, como primavera temprana, como ojo inocente, como labio muy tierno, nunca cesa esperanza de germinar: lo hace con mayor rapidez que las mareas de sangre. Este jueves de marzo no llovía lluvia de odio: llovían manos mansas, que a todo y hacia todos se tendían, suavemente, como marea de música, sólo para sanar, para sanarnos. 30


Per dimenticare l’odio

11 marzo 2004

Forse la cosa più dura e più crudele non è aprire violentemente il nero sul bianco: sull’armonia il caos, sugli occhi innocenti l’ira di un pugnale, sulle labbra più tenere di gioventù la morte. Forse la cosa più dura è l’odio: quest’odio che stabilisce differenze, quest’odio che si nutre dal petto con l’odio, quest’odio che si insegna e che si apprende, che sventola bandiere come pustole e che nega brutalmente l’amore. Fino a quando nel mondo la dualità più crudele, l’assenza di armonia? La nostra patria è il mondo e, in esso, i nostri polmoni inspirano armonia ed espirano pace profonda, inspirano pace profonda ed espirano armonia. Per questo, oggi sappiamo già molto bene che, come la primavera precoce, come l’occhio innocente, come il labbro tanto tenero, mai la speranza smette di germinare: lo fa con maggiore velocità delle maree di sangue. Quel giovedì di marzo non pioveva pioggia di odio: piovevano mani delicate, che a tutto e verso tutti tendevano, dolcemente, come marea di musica, solo per curare, per curarci. 31


Por nada cambiaremos esa lluvia de manos bondadosas. Son las manos de un fuego que es amor, un fuego que no quema. Son esas manos que siempre se entregan y que nunca reniegan de palabras, ideas, sentimientos. Marea del amor, más poderosa que el odio que se mama y que se escupe, que la sangre violada. Muchacha muerta que en la fotografía levantas dulcemente tu rostro hacia el cielo, muchacho muerto que pones tu oído en la tierra como para escuchar sólo música: estáis, en realidad, durmiendo, durmiendo, durmiendo. No turbéis más su sueño. No turbéis más sus sueños.

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Per niente cambieremo questa pioggia di mani generose. Sono le mani di un fuoco che è amore, un fuoco che non brucia. Sono quelle mani che sempre si concedono e che mai rinnegano parole, idee, sentimenti. Marea dell’amore, più potente dell’odio che si nutre e che si sputa, del sangue profanato. Ragazza morta che in fotografia dolcemente alzi il volto al cielo, ragazzo morto che porgi il tuo orecchio alla terra come per ascoltare solo musica: state, in realtà, dormendo, dormendo, dormendo. Non turbate più il loro sonno. Non turbate più i loro sogni.

[traduzione di Alba Teresa Pasquariello]

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¿Conocéis el lugar?

¿Conocéis el lugar donde van a morir las arias de Händel? Creo que es aquí, en este espacio donde se inventa la infinitud de los amarillos; un espacio en el centro del centro de Castilla en el que nuestros cuerpos podrían sanar para siempre si tus ojos y mis ojos mirasen estos páramos con piedad absoluta y en donde hasta el espíritu suele arrodillarse para hacernos su ofrenda en rosales de sangre. En este espacio hay un fuego blanco en el que viene a expirar esa música que nos llega de lejos, ¡de tan lejos! ¿Conocéis el lugar donde van a morir las arias de Händel? Está aquí, en una tierra con más cielo que tierra, donde los ruiseñores serenan la alameda y la alameda serena a los ruiseñores, y con la emanación húmeda del tomillo más nocturno, acude un enjambre de estrellas a venerar la última espina de Cristo. Es el lugar donde la luz llora luz, y la catedral de los cardos alza su grito de silencio, y están solas, muy solas, las vírgenes anunciadas, y el pueblo amurallado y muerto asciende vivo sobre un horizonte de lágrimas, 34


Conoscete quel luogo?

Conoscete il luogo dove muoiono le arie di Händel? Credo che sia qui, in questo spazio dove nascono le infinite sfumature di giallo; uno spazio nel centro del centro della Castiglia nel quale i nostri corpi potrebbero rinvigorirsi per sempre se i tuoi occhi e i miei occhi potessero guardare questi campi con devozione assoluta dove perfino lo spirito suole inchinarsi per porci il suo dono in roseti di sangue. In questo spazio c’è un fuoco bianco nel quale viene a spirare quella musica che ci arriva da lontano, da molto lontano! Conoscete il luogo dove muoiono le arie di Händel? Si trova qui, in una terra con più cielo che terra, dove gli usignoli allietano i pioppi e i pioppi allietano gli usignoli, e con l’effluvio umido del timo più notturno, si rivolge ad una moltitudine di stelle per venerare l’ultima spina della corona di Cristo. È il luogo in cui la luce piange luce, e la cattedrale dei cardi innalza il suo grido di silenzio, e sono sole, molto sole, le vergini annunziate, e il borgo murato e morto ascende vivo su un orizzonte di lacrime, 35


no sé si como un salmo o como una corona de piedras inciertas. ¿Conocéis el lugar donde van a morir las arias de Händel? Está aquí, en el centro del centro de Castilla, donde por los linderos morados se tensa, como un arco, la luz; es un espacio en que la nada es todo y el todo es la nada, y en el que junio joven viene por los montes vertiendo de su copa oro líquido. Es un lugar en el que el espacio y el tiempo sólo son una hoguera que arde y que mantiene su combustión gracias a nuestras vidas (quiero decir: gracias a nuestras muertes). La música que más amáis aquí tiene su tumba. Es la música que, a través de la respiración de las espigas, viene a morir en la luz que respiran nuestros pechos.

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non so se come un salmo o come una corona di pietre incerte. Conoscete il luogo dove muoiono le arie di Händel? Si trova qui, nel centro del centro della Castiglia, dove, attraverso i confini abitati, si tende, come un arco, la luce; è uno spazio in cui il niente è tutto e il tutto è niente, e in cui il giovane giugno giunge dai monti versando dal suo calice oro liquido. È un luogo in cui lo spazio e il tempo sono solo un fuoco che arde e che mantiene la sua combustione grazie alla nostra vita (voglio dire: grazie alla nostra morte). La musica che più amate, qui, ha la sua tomba. È la musica che, attraverso il respiro delle spighe di grano, muore nella luce che respira il nostro petto.

[traduzione di Giuseppina Imperatrice]

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Signos en la piedra

Sigue la senda de las piedras musgosas, la que conduce a la gran roca, a la raíz del ara, a la raíz eterna del tiempo. Mira la nieve humilde de la cima tutelar, donde se cierra el círculo que se abriera en tu infancia, donde se abre la noche del ser en la luz que es más luz, donde ya no hay preguntas ni respuestas. En esa nieve posa tus dos ojos. Luego, pósalos en el ara y respira profundo. Posa también tus manos: que se aquieten tus manos como palomas, que echen raíces en el silencio helado de la piedra. Verás en ella señales muy leves, signos dictados por el firmamento, los símbolos de un tiempo infinito que va huyendo de ti, mas que a la vez está en tu interior: revelación del alma que no muere. No podrás ir más allá. No debes ir más allá.

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Segni nella pietra

Prosegue il sentiero delle pietre muschiose, quello che conduce alla grande roccia, alle radici dell’altare, alle radici eterne del tempo. Osserva l’umile neve della vetta che sorveglia, dove si chiude il cerchio che si è aperto nella tua infanzia, dove si apre la notte dell’essere nella luce che è ancora più luce, dove ormai non ci sono domande né risposte. Su quella neve poggia i tuoi occhi. Dopo, poggiali sull’altare e respira profondamente. Poggia anche le tue mani: che le tue mani si tranquillizzino come colombe, che mettano radici nel silenzio gelido della pietra. Vedrai in lei tracce molto leggere, segni dettati dal firmamento, simboli di un tempo infinito che fugge via da te, ma che al contempo risiede nella tua interiorità: rivelazione dell’anima che non muore. Non potrai andare oltre. Non devi andare oltre.

[traduzione di Giuseppina Borrelli]

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Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 Edito a Davide Rondoni Motivazione della Giuria Davide Rondoni, dal 1999, quando pubblicò Il bar del tempo, sino ad oggi, con la pubblicazione di La natura del bastardo, si è affermato come un protagonista della poesia italiana. Al suo attivo, ha anche ottime traduzioni, la fondazione del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna, la direzione della rivista “clanDestino”, una presenza importante in radio e su diverse televisioni. Sin dall’inizio, c’è nel suo lavoro uno slancio vitale tormentato e inconsueto per la poesia italiana contemporanea, una violenta passione per la vita che sa «quanta oscurità / occorre attraversare / per divenire luminosi», un cuore «sbranato» che viaggia tra bar, autogrill, periferie, miserie, diviso tra affetti familiari e pulsioni ed eccessi, capace di vedere nella luna una «ragazza impasticcata» e l’universo chiuso in un «hangar» semivuoto. Se Giuseppe Ungaretti per scandire la sua vita ha i fiumi, Rondoni invece ha i viali su cui corre a perdifiato, senza soste: viali, autostrade, tangenziali su cui passano ubriachi, reietti e angeli. La religione di Rondoni non è mistica. La sua etica è profondamente, dolorosamente carnale, terragna, conosce il senso della colpa, pronuncia il termine “peccatore”. In La natura del bastardo, il tema dell’amore domina con una impressionante potenza espressiva e vi leggiamo versi così significativi che sintetizzano al meglio il mondo morale e artistico dell’autore: «Possiamo soltanto amare / strappandoci felicemente figli dalla carne / parlando d’amore continuamente / ubriachi, feriti, vili / ma con gli occhi lucenti come un laser / di fiori splendidi». Giuseppe Conte

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La vita e l’opera Davide Rondoni (Forlì 1964), poeta e scrittore, ha pubblicato diversi volumi di poesia: Il bar del tempo (Guanda, Parma 1999), Avrebbe amato chiunque (Guanda, Parma 2003), Compianto, vita (Marietti, Genova 2004), Apocalisse amore (Mondadori, Milano 2008), Le parole accese (Rizzoli, Milano 2008), 3. Tommaso, Paolo, Michelangelo (Marietti, Genova 2009), Rimbambimenti (Raffaelli, Rimini 2010), Si tira avanti solo con lo schianto (WhiteFly, Lugo 2013), Cinque donne e un’onda (Ianeri, Pescara 2015), La natura del bastardo (Mondadori Milano 2016, Premio Frascati e Premio Napoli 2018), con i quali ha vinto alcuni tra i maggiori premi di poesia. È tradotto in vari Paesi del mondo in volume e rivista. Collabora a programmi di poesia in radio e tv (Rai, tv2000, San Marino RTV) e come editorialista per alcuni quotidiani. Ha fondato il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e la rivista “clanDestino”. Suoi recenti volumi di saggi sono: Il fuoco della poesia (Rizzoli, Milano 2008), Nell’arte vivendo (Marietti, Genova 2012), L’amore non è giusto (Carta Canta, Forlì 2013), I termini dell’amore (con Federica D’Amato, Carta Canta, Forlì 2016), Contro la letteratura (Bompiani, Mialno 2016), L’allodola e il fuoco (La Nave di Teseo, Milano 2017), Salvare la poesia della vita (Edizioni Messaggero, Padova 2018), E come il vento (Fazi, Roma 2019). Dirige la collana “I Passatori – Contrabbando di poesia” per Carta Canta. È autore di teatro e di traduzioni (Baudelaire, Rimbaud, Péguy e altri). Ha partecipato a festival internazionali di poesia in molti Paesi. Di narrativa ha pubblicato: I bambini nascono come le poesie (Fabbri, Milano 2006), Hermann (Rizzoli, Milano 2010), Gesù (Piemme, Casale Monferrato 2013), Se tu fossi qui (San Paolo, Cinisello Balsamo 2015, Premio Andersen ragazzi over 15), E se brucia anche il cielo (Frassinelli, Milano 2015), Il bacio di Siviglia (nella collana “Vite esagerate” da lui ideata e diretta, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016) e Best della grande palude (San Paolo, Cinisello Balsamo 2018). Ha curato numerose antologie poetiche, tiene corsi di poesia e master di traduzione e collaborato alla sceneggiatura del film Il vegetale del regista Gennaro Nunziante.

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Possiamo soltanto amare il resto non conta, non funziona, al mattino appaiono la tazza, il vecchio pino, le zolle umide, il fumo dell’alito mentre apri l’auto nel gelo. Potevano non apparire, non arrivare più qui, alla riva degli occhi. E l’estate c’era, c’è nella calda bruna memoria dei rami tagliati, i visi diventano ricordi le voci gridate stracci silenziosi – i denti conoscono il sapore del niente, e l’oblio che ha portici e portici infiniti. Possiamo soltanto amare strappandoci felicemente figli dalla carne parlando d’amore continuamente ubriachi, feriti, vili ma con gli occhi lucenti come laser di fiori splendidi e il canarino nel palmo della mano. Mormorare come dare baci nell’aria. Il rametto profumato non si raddrizza con i colpi della nostra ira, lo sguardo di tuo figlio non perde il velo di tristezza se glielo togli mille volte 43


dal viso… Possiamo soltanto amare fino all’ultimo nascosto spasmo che nessuno vede e diviene quella specie di sorriso che si ha nell’abbraccio finalmente di morire come scendendo nell’acqua. Le stelle a miriadi saranno testimoni, e i venti passati una volta accanto sulla gioia profonda delle ossa diranno: era fatto di allegria, amava, oppure non diranno niente e poi niente per sempre. Possiamo soltanto amare, il resto è il teatro amaro dell’impotenza sotto il sole giaguaro.

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L’amore all’inizio e alla fine non è un sentimento ma nel tuo arrivo una furia immobile, occhio dei cicloni, il sogno dello sguardo fossile spaccato sotto l’ambra disporsi delle stelle in aria e sul tuo viso – un giudizio universale ad ogni passo. I sentimenti cambiano, non la lotta tra la vita che cerca la vita e la vita che cerca la morte. Amore, tienimi forte, lo senti? muto urla nelle strade d’Italia e di quel che l’Italia sta diventando tra i lampi del sangue e maleducati camerieri qualcosa che non sa il tuo nome, e come un assassino, né occhi né ieri sfiora e avvelena tutti i nomi del giorno. Ma tu amore all’inizio e alla fine richiama il vento, inventa le vie del ritorno non lasciare deserte di te queste piazze le mani sulle culle, le auto in colonna contro il sole e le poesie e le donne, queste pazze 45


Bartolomeo

Quando anche tu ti fermerai in questo grande autogrill e il viso stanco vedrai rapido sui vetri, sull’alluminio del banco, sarà una sera come questa che nel vento rompe la luce e le nubi del giorno, sarà un grande momento: lo sapremo io e te soli. Ripartirai con un lieve turbamento, quasi un ricordo e i silenzi delle scansie di oggetti, dei benzinai, dei loro berretti, sentirai alle tue spalle leggero divenire un canto. La felicità del tempo è dirti sì, ci sei, una forza segreta uno sgomento ti fa, non la mia giovinezza che cede, non l’età matura, non il mio invecchiamento la nostra vera somiglianza è là dove non si vede. Mio figlio, mio viaggiatore, sarà il tuo inferno, la tua virtù questo udito da cane o da angelo che sente all’unisono il giro dei pianeti e la pastiglia cadere nel bicchiere due piani sotto, dove due vecchi si accudiscono. Sarà questo amore strepitoso tuo padre, quello vero. Fermati ancora in questo autogrill, dal buio mi piacerà rivederti… 46


Lei dal Camerun

Trattami con onore diceva o le mormorava la pioggia sulla bocca in un leggero impasto, trattami, ricordati che vengo dal fiume, anzi, guarda, presto: la posa non ho di nessun récit, tengo le mani sul ventre, le uniche mani, l’unico ventre, non diceva più niente nella sera di bellezza che aveva io vidi venire una notte bruciante, – ricordami con onore, ho scritto anch’io il mio nome su un biglietto del tram e folgorato per sempre in una fermata del tempo. Trattami con l’onore che nessuno sa più, trovalo nel mio sperduto amore, cercalo senza sorridere, credilo almeno tu.

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Di chi non ha paura

I Conoscere il respiro, esattamente è l’occupazione degli amanti toccare l’acqua misteriosa del volto silenzioso dire mio amore come dire niente la impaziente luce delle dita quel che trema e non smette di tremare. II Conoscere il respiro del giorno, quel che dirada nella sera è ansia dolce l’oro buio, il nada l’ombra infiammata dei volti che si toccano – e brucia via l’ipnosi dei cerchi d’orologio. Non alzate le braccia contro l’arrivo delle sere, la luce pura esclamativa delle stelle.

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Amare è l’occupazione di chi non ha paura. Gli hai posato la canna della pistola Gli hai posato la canna della pistola alla tempia. La tempia che era stata del tuo bambino tenera, baciata mille volte, una foglia posata sul battere lieve del sangue. Il ballerino voleva fare, era paranoico nella cura al suo corpo. Ma la sclèrosi lo allacciò in modo strano all’aria, alla luce dello specchio, alle scale. E al tuo braccio eroico ogni mese più stanco. Dormiva il tuo Alessandro, divenuto uomo così male. Con il nome di mio fratello, nel sonno uguale dei miei figli. Conosco quei due colpi – conosco l’amore che si compie dalla parte sbagliata e che cos’è la luce piovosa a Milano di prima mattina in zona porta Romana dove si devono aprire i cieli ora e aprirsi il traffico per lo sconosciuto che traversa la strada e ha assistito all’amore e al delitto – 49


per lui che ha tenuto sulle gambe la testa di tuo figlio mentre gli sparavi. Lo risveglierà tra i suoi santi, i suoi matti e gli irrimediabili che ballano, angeli cubisti sulle torri del tempo. Dio attraversa la strada, ancora non è arrivato nessuno, lo vedo uscire da quel portone, sta ancora piangendo, lo perdo di vista a discesa nel metrò, mentre inizia il coro a due voci del giorno

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Verso Sansepolcro

Forse Piero della Francesca girando lo sguardo aveva già negli occhi la seta infiammata dei video il viso a lapis dei morti al notiziario la folla scura di ragazzi per le vie nelle notti in cui si cerca luce per il cuore nero e viene un bagliore di accendino, un lume azzurro di telefonino, e le strade a onde nel buio contro il parabrezza la solitudine di una mano aperta sulle vetrate al piano numero novanta – forse aveva già anche il nostro sguardo per riuscire a vedere in questa luce Sansepolcro ferma nelle sue ocre, nel bruno aperto dei suoi campi e tremante per il mare che viene dalla valle del Trasimeno e del Metauro, da un lato Urbino, di là Firenze la resurrezione come un movimento già iniziato nelle cose -- - La vita cerca un corpo, lo sa più di ogni altro il giovane pittore che ha la febbre bianca, lo implora il volo che si perde nella sera, e il rimpianto che fa soffiare con veemenza le parole contro il muro. Piero che guarda Gesù e Gesù che guarda Piero 51


la resurrezione è un faccia a faccia tra Dio e il suo pittore, e lo sguardo del ragazzo è un ventaglio fino a noi che sulla superstrada sostiamo ancora in quel girarsi e quasi non si crede a com’è serena questa valle al fuoco che è nell’aria e a come è chiaro qui, così chiaro il vento

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Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 alla Traduzione a Marco Sonzogni per Traversare l’inverno di Seamus Heaney La poesia di Heaney vivifica. Somiglia a uno dei personaggi di questa raccolta, il mimo con un sasso in tasca e un ramo di frassino sotto braccio, che esce dalla foschia e percorre le case a schiera dei villaggiaccampamenti ed evoca con la suggestione, del suono e del segno, san Giorgio, Belzebù e Jack Straw (una maschera popolare irlandese, che si caratterizza per il vestiario completamente composto di paglia). Il sasso rotola su lastre di ardesia, campi di torba, rimbalza sulle acque basse, sulle pietre dei guadi, affonda dentro torrenti scarni o impetuosi, dove i pesci in ridda sminuzzano il blu di un cielo capovolto. La bacchetta di frassino colpisce sbarre di cancelli, arbusti con foglie che sventolano come bandiere, arruffi di grano e zizzania, più per intrecciarsi che per separare; e poi risveglia geni dei monti e delle valli, oracoli nascosti nella scorza vuota dei salici piangenti, ridesta intatte reliquie di ribelli sepolti nella torba, fantasmi di colpevoli e incolpevoli per riportarli di fronte al tribunale del cuore. Leonardo Guzzo

La vita e l’opera Marco Sonzogni (1971) si è formato in anglistica, italianistica, comparatistica e traduttologia in Italia (Università degli Studi di Pavia, dove è stato alunno dell’Almo Collegio Borromeo), Irlanda (University College Dublin e Trinity College Dublin) e Nuova Zelanda (Victoria University of Wellington e University of Auckland). È docente di Translation Studies e Italian Studies nella School of Languages and Cultures della Vicotria University of Wellington, in Nuova Zelanda. Ha dedicato la sua attività scientifica allo studio, alla traduzione e alla ricezione della poesia di due premi Nobel per la Letteratura: Euge-

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nio Montale e Seamus Heaney (di cui ha curato diverse raccolte e il Meridiano, e di cui sta curando l’edizione definitiva delle opere con un gruppo di lavoro internazionale). In riviste, antologie e volumi ha curato e tradotto in italiano poesia irlandese e neozelandese e in inglese poesia italiana ed elvetica. Il suo lavoro di traduttologo si è rivolto a Synge, Joyce, Beckett, Dante, Leopardi, Montale e, attualmente, a W.H. Auden e a Primo Levi. Ha pubblicato cinque raccolte di versi: Assenze (2005), Alibi (2011), Prove di canto (2013), Tagli (2014) e Passaggi (2017). L’Italia e la Polonia hanno riconosciuto il suo impegno nella cultura conferendogli il Cavalierato dell’Ordine al Merito (2013) e la Medaglia Zasłużony Kulturze Gloria Artis (2014). Per i suoi scritti sulla poesia di Montale ha ricevuto il Premio Montale fuori di casa per la critica letteraria (2018). Per le sue traduzioni della poesia di Heaney gli è conferito il Premio LericiPea alla Traduzione (2019).

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Poesie


Anahorish

My ‘place of clear water’, the first hill in the world where springs washed into the shiny grass and darkened cobbles in the bed of the lane. Anahorish, soft gradient of consonant, vowel-meadow, after-image of lamps swung through the yards on winter evenings. With pails and barrows those mound-dwellers go waist-deep in mist to break the light ice at wells and dunghills.

Tinder We picked flints, Pale and dirt-veined, So small finger and thumb Ached around them; Cold beads of history and home We fingered, a cave-mouth flame Of leaf and stick 56


Anahorish

Mio “luogo d’acqua chiara”, la prima collina del mondo dove le sorgenti tracimavano nell’erba lucente e scurivano i ciottoli nel letto del sentiero. Anahorish, soffice gradiente di consonanti, prato di vocali, spettro insistente di lanterne dondolate nei cortili nelle sere d’inverno. Con secchi e carriole quegli abitatori di pendici vanno immersi nella foschia fino ai fianchi per rompere il ghiaccio leggero sui pozzi e i mucchi di letame.

Esca da fuoco Raccoglievamo selci pallide e con venature di terriccio, piccole che indice e pollice dolevano a stringerle; freddi grani di storia e di patria che palpavamo, fiamma di foglia e ramoscello all’imbocco d’una caverna 57


Trembling at the mind’s wick. We clicked stone on stone That sparked a weak flame-pollen And failed, our knuckle joints Striking as often as the flints. What did we know then Of tinder, charred linen and iron, Huddled at dusk in a ring, Our fists shut, our hope shrunken? What could strike a blaze From our dead igneous days? Now we squat on cold cinder, Red-eyed, after the flames’ soft thunder And our thoughts settle like ash. We face the tundra’s whistling brush With new history, flint and iron, Cast-offs, scraps, nail, canine.

The Tollund man I Some day I will go to Aarhus To see his peat-brown head, The mild pods of his eye-lids, His pointed skin cap. In the flat country nearby 58


tremolante allo stoppino della mente. Schioccavamo pietra contro pietra accendendo un flebile polline di fiamma, e poi niente, spesso ci colpivamo le nocche al posto delle selci. Cosa ne sapevamo allora di esca, di lino carbonizzato e di ferro, stretti in cerchio al tramonto, a pugni chiusi, la speranza avvizzita? Cosa poteva destare una vampa dai nostri spenti giorni ignei? Ora ci accovacciamo su tizzoni freddi, con gli occhi rossi, dopo che il rombo tenue delle fiamme e i nostri pensieri si acquietano come cenere. Affrontiamo la sterpaglia sibilante della tundra con una nuova storia, selce e ferro, scarti, brandelli, unghia, canino.

L’uomo di Tollund I Un giorno andrò ad Aarhus per vedere la sua testa bruno-torba, i morbidi baccelli delle palpebre, il cappuccio di pelle appuntito. Nella campagna piatta vicino 59


Where they dug him out, His last gruel of winter seeds Caked in his stomach, Naked except for The cap, noose and girdle, I will stand a long time. Bridegroom to the goddess, She tightened her tore on him And opened her fen, Those dark juices working Him to a saint’s kept body, Trove of the turfcutters’ Honeycombed workings. Now his stained face Reposes at Aarhus. II I could risk blasphemy, Consecrate the cauldron bog Our holy ground and pray Him to make germinate The scattered, ambushed Flesh of labourers, Stockinged corpses Laid out in the farmyards, Tell-tale skin and teeth Flecking the sleepers Of four young brothers, trailed For miles along the lines.

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a dove lo hanno disseppellito con l’ultima farinata di semi invernali rappresa nello stomaco, nudo eccetto il cappuccio, il cappio e la cintura, sosterò a lungo. Sposo alla dea, lei gli strinse addosso il suo collare e schiuse la sua palude, quei succhi scuri che lo trasformavano nel corpo preservato di un santo, reperto degli scavi a nido d’ape dei tagliatori di torba. Ora il suo volto tinto riposa ad Aarhus. II Potrei rischiare di essere blasfemo, eleggere il calderone della torbiera a terra sacra e pregarlo di far germogliare la carne dei braccianti, dispersa, caduta in imboscata, i cadaveri senza scarpe distesi nei cortili delle fattorie, e le traversine punteggiate dalla pelle, dai denti rivelatori di quattro giovani fratelli trascinati per miglia lungo i binari della ferrovia.

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III Something of his sad freedom As he rode the tumbril Should come to me, driving, Saying the names Tollund, Grabaulle, Nebelgard, Watching the pointing hands Of country people, Not knowing their tongue. Out there in Jutland, In the old man-killing parishes I will feel lost, Unhappy and at home.

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III Qualcosa della sua triste libertà mentre lo trasportavano sulla carretta dovrebbe arrivarmi mentre guido pronunciando i nomi Tollund, Grauballe, Nebelgard, guardando il dito puntato della gente di campagna, di cui non conosco la lingua. Là nello Jutland, nelle vecchie parrocchie omicide mi sentirò perduto, infelice e a casa.

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Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 “Paolo Bertolani” a Biagio Guerrera Motivazione della Giuria L’edizione 2019 del Premio Lerici-Pea “Paolo Bertolani” per la poesia in dialetto va a Biagio Guerrera. Nato a Catania nel 1965, il poeta si è distinto nel suo percorso per una continua contaminazione tra poesia e musica, performatività e drammaturgia, canto e regia, e per un notevole impegno nella cultura catanese, come responsabile editoriale e organizzatore di rassegne di ampio rilievo internazionale, in continuo dialogo tra Occidente e Mediterraneo, Maghreb e Medio Oriente. Figura di spicco del neo-rinascimento dialettale della Sicilia orientale (con Salvo Basso, Renato Pennisi, Peppe Samperi ed altri), Guerrera è poeta omerico per antonomasia: in lui persistono e ritornano le movenze dell’oralità e del canto, proprie della civiltà e della poesia occidentale, popolare, naturale o delle origini. Da un’oralità antica sembrano attingere le istanze di scrittura ritmica, incalzante e percussiva. Poesia che si fonda su un impianto narrativo, in cui una serie di iterazioni (anafore, ripetizioni, elenchi, versi ripetuti e ritorni sonori continui come nei refrain di canzoni) proprie della poesia delle origini, quella dei cantàri e quella che si rifà, per mimesi e per istinto, all’iteratività della preghiera veterotestamentaria. Accanto alla lalìa di chiara matrice orale, il lettore è chiamato a un confronto serrato con una lingua inventiva, in grado di coniare neo­logismi, tra recuperi filologici di lemmi desueti o culti e slittamenti di una sintassi complessa, di cultura barocca: tutta un’architettura ritmico-prosodica e di costruzione dei periodi ampi e debordanti che spingono la phonè oltre l’alveo linguistico di riferimento, oltre la Koinè, ingenerando un urto contrastivo, quasi un agonismo, con l’originario bacino linguistico. Come in una cultura linguistica e letteraria stratificata, più livelli linguistici si accumulano, come ere geologiche o come variazioni minime di tonalità su pentagrammi musicali. Il risultato è una testualità a forte caratterizzazione sociolinguistica, sociale ed etica. La magniloquenza del volgar eloquio di memoria pasoliniana,

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infatti, indicizza la coscienza e il moto di empietà che c’è nel mondo di relazione della natura e degli uomini. Stigmatizzando, come nello splendido testo di Petra, da contemporaneo cantastorie, la narrazione icastica della natura violenta, o incivile, dei rapporti, fissando nell’infanzia il termine di non ritorno, e nei chiodi, o nella pietra, i termini della vita e della coscienza storica immedicabili: «Pietra che taglia / Pietra che fuma che brucia / Pietra che mi ha tagliato / Pietra fissa là dove stava». Manuel Cohen

La vita e l’opera Biagio Guerrera, nato a Catania nel 1965, ha studiato canto con Michiko Hirayama. È tra i fondatori del collettivo artistico Famiglia Sfuggita, con cui nel 1992 presenta, a Santarcangelo dei Teatri, Idda, poi inserita nella sua prima raccolta poetica dal titolo omonimo (Il Girasole, Valverde 1997). Nel 2003 partecipa alla realizzazione di Dalle sponde del mare bianco (Mesogea, Messina 2003), insieme ai Dounia e al poeta tunisino Moncef Ghachem. Nel 2009 pubblica la sua seconda raccolta poetica, Cori niuru spacca cielu (Mesogea) e nel 2011 il cd Quelli che bruciano la frontiera (Folkstudio ethnosuoni) insieme a Moncef Ghachem e alla Pocket Poetry Orchestra. Suoi testi sono stati pubblicati in varie riviste e antologie, in Italia e all’estero. Amàri, libro + cd (Mesogea, Messina 2014) è la sua ultima raccolta. Il suo interesse per la lingua siciliana lo ha portato a collaborare con il drammaturgo Carmelo Vassallo e a lavorare sui testi di Salvo Basso e Nino De Vita, firmando alcune regie tratte da opere poetiche. Svolge un’intensa attività di curatore e operatore culturale. Tra gli altri ha collaborato con Zo Centro Culture Contemporanee, con la Fondazione Fiumara d’Arte di Antonio Presti e curato il Festival Internazionale di poesia Voci del Mondo. Attualmente è presidente e collabora alla direzione artistica dell’Associazione Musicale Etnea e del SabirFest.

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Petra

Petra Petra ca tagghia Petra ca fuma ca brucia Petra ca mi tagghiau Petra fissa ddà unni stava iu cci ieva sautannu e sautannu minni ieva nicu e ddà stava Petra fissa ddà unni stava e iu a taliava comu sa Petra putissi taliari iu ddà stava comu sa Petra putissi parrari Petra Petra ca s’arrimina e mi ricia, com’è? com’è ca idda nun parra? fossi ca idda nun parra ccu mia? (iu nicu) unn’è? unn’è ssa Petra quannu iu na taliu? unn’è? unni và a Petra? a Petra unni và? Petra Petra fissa ddà unni stava e iu a vulia abbrazzari comu sa Petra putissi abbrazzari comu si fussi carni comu si putissi trasiri tuttu ’nta sta Petra e fu accussi ca mi tagghiai

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varda, u sangu, varda sentila com’è caura, com’è caura ssa Petra na cosa caura avissi agghiessiri tinnira com’è ca ssa Petra jè dura? iu nicu ca taliava comu sa Petra putissi taliari ccu d’occhi c’avia, unni sinni ’eru st’occhi? Petra Petra ca s’arrimina s’arrimina ’nta ll’acqua unn’è? unn’è a manu ca ti ghittau? unn’è? unni ti purtau vulannu, rutulannu ’nta ll’acqua? Petra Petra ca s’arrimina Petra ca tagghia Petra ca fuma ca brucia ca nuddu a vulia e iu si ca nuddu a vulia e iu si ancora comu si idda putissi parrari comu si idda putissi chiangiri comu a mia ca nicu era e chiangeva Lingua – Isola di Salina, luglio 1991 Pietra – Pietra / Pietra che taglia / Pietra che fuma che brucia / Pietra che mi ha tagliato / Pietra fissa là dove stava / io ci andavo saltando / e saltando me ne andavo / piccolo / e là stavo / Pietra fissa là dove stava / e io la guardavo / come se la Pietra potesse guardare / io là stavo / come se la Pietra potesse parlare // Pietra / Pietra che si agita // e mi dicevo, com’è? com’è che lei non parla? / forse che lei non parla con me? (io piccolo) / dov’è? dov’è questa Pietra quando io non la guardo? / dov’è? dove va la Pietra? la Pietra dove va? // Pietra / Pietra fissa la dove stava // e io la volevo abbracciare / come se la Pietra potessi abbracciare / come se fosse carne / come se potessi entrare tutto in questa Pietra / ed è stato

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così che mi sono tagliato // guarda, il sangue, guarda / sentila com’ è calda, com’ è calda questa Pietra // una cosa calda dovrebbe essere tenera / com’è che questa Pietra è dura? // io piccolo che guardavo come se la Pietra potesse guardare / con quegli occhi che avevo, dove se ne sono andati questi occhi? // Pietra / Petra che si agita / si agita nell’acqua / dov’è? dov’è la mano che ti ha gettato? dov’è? / dove ti ha portato volando, rotolando nell’acqua? // Pietra / Pietra che si agita / Pietra che taglia / Pietra che fuma che brucia // che nessuno la voleva e io si / che nessuno la voleva e io si ancora / come se lei potesse parlare / come se lei potesse piangere / come me che ero piccolo / e piangevo [da Idda, Il Girasole, Valverde 1997, poi ripreso in Amàri, Mesogea, Messina 2014; traduzione di Elsa Arcidiacono]

Venerdì Santu Io sono una forza del passato (Pier Paolo Pasolini)

Sapiri ca ora sì cca ntra stu tempu Sapennu ca c’ha statu sempri Sapiri ca hai rarichi antichi je putenti Sapennu ca si fattu ri ciuri Sapiri ca u chiantu jè simenza Sapennu c’amuri jè na liggi cchiù granni Sapiri ca fusti, ca fummu ca fossi nuautri jè a parola ppi diri cu semu cche peri chiantati nta terra a Sicilia jè n campu nfestatu r’aceddi ca fanu vinnitta ru granu Ju, tu, nuautri semu stu granu je a vinnitta a Sicilia jè nte manu ri nuddu 69


a Sicilia jè na negghia Iu, tu, nuautri semu n’assenza ca fui semu n’assenza ca torna semu n’assenza ca sfui semu n’assenza c’avvampa je svapura Sulu n’arresta Sapiri ca u chiantu jè simenza Sapennu c’amuri jè na liggi cchiù granni Mangiatimi u cori Mangiatimi u cori 18 aprile 2014, davanti alle Madonie innevate, sulla via tra Catania Palermo, nel consueto viaggio della speranza verso gli uffici della Regione Sicilia Venerdì Santo – Sapere che ora sei qua in questo tempo / Sapendo che ci sei sempre stato // Sapere che hai radici antiche e potenti / Sapendo che sei fatto di fiori // Sapere che il pianto è seme / Sapendo che amore è una legge più grande // Sapere che sei stato, che siamo stati / che forse noi è la parola / per dire chi siamo / coi piedi piantati in terra // la Sicilia è un campo infestato da uccelli / che fanno vendetta del grano // Io, tu, noi / siamo questo grano e la vendetta // la Sicilia è nelle mani di nessuno / la Sicilia è una nebbia // Io, tu, noi / siamo un’assenza che fugge / siamo un’assenza che torna / siamo un’assenza che sfugge / siamo un’assenza che avvampa e svapora // Solo ci resta / Sapere che il pianto è seme / Sapendo che amore è una legge più grande // Mangiatemi il cuore / Mangiatemi il cuore [da Amàri, Mesogea, Messina 2014; traduzione di Elsa Arcidiacono]

Amari jè l’unica forma di vita manu, ucca uci, bamminu u munnu jè na cosa ca si tocca isula, alivu 70


ventu, lumia u munnu jè na cosa ca si ciauria mari, cielu nuvula, muntagna rapemu i vrazza taliamu luntanu amari jè l’unica forma ri vita amari jè l’unica forma ri vita avvrazzi, vasuni pani cauru je aceddi u ciuri nicu ru ficupala nvernu, ciumi ciumara, strania su ni stringemu ni quariamu n muccuni ri vinu arriri ancora i manu nte manu u cori nto cori amari jè l’unica forma ri vita amari jè l’unica forma ri vita Castel di Tusa – Atelier sul mare, marzo 2013 Amare è l’unica forma di vita – mano, bocca / voce, bambino / il mondo è una cosa che si tocca // isola, ulivo / vento, limone / il mondo è una cosa che si odora // mare, cielo / nuvola, montagna / apriamo le braccia / guardiamo lontano // amare è l’unica forma di vita / amare è l’unica forma di vita // abbracci, bacioni / pane caldo e uccelli / il piccolo fiore del fico d’india // inverno, fiume / fiumara, straniamento / se ci stringiamo ci scaldiamo // un sorso di vino / ridi ancora / le mani nelle mani / il cuore nel cuore // amare è l’unica forma di vita / amare è l’unica forma di vita [da Amàri, Mesogea, Messina 2014; traduzione di Elsa Arcidiacono]

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cu sinni futti si fora chiovi? nuautri curremu je nun sciddicamu picchì u suli, u suli l’avemu sarvatu ri intra a mamma all’uttimu ni chiamau j’abbissau tutti i cosi a giara cascau ma nun si rumpiu e l’oru je tuttu ammucciatu intra a terra cu sinni futti si fora chiovi? nuautri curremu je nun sciddicamu chi se ne fotte se fuori piove? / noi corriamo e non scivoliamo / perché il sole l’abbiamo conservato dentro / la mamma alla fine ci ha chiamato / e ha sistemato tutto / la giara è caduta ma non si è rotta / e l’oro è tutto nascosto dentro la terra / chi se ne fotte se fuori piove? / noi corriamo e non scivoliamo [da Cori niuru spacca cielu, Mesogea, Messsina 2009, poi ripreso in Amàri, Mesogea, Messina 2014; traduzione di Elsa Arcidiacono]

U custureri Passannu a vita tra augghia, fila je iditali ci vineva ri pinsari ca tuttu si po abbissari… scusiri je rifari a manu tremulia tannicchia supecchiu ogni ghiornu ma iddu nun ci fa casu sulu quannu quarchi cosa ri intra si scicau e u ciatu sciddicau r’i pedi u custureri sappi je svapurau Il sarto – Passando la vita tra aghi, fili e ditali / gli veniva di pensare che tutto si può aggiustare… / scucire e rifare // la mano trema un po’ di più ogni giorno / ma lui non ci fa caso // solo quando qualcosa dentro si strappò / e il fiato scivolò dai piedi / il sarto seppe / e svaporò [da Cori niuru spacca cielu, Mesogea, Messsina 2009; traduzione di Elsa Arcidiacono]

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Paolo Bertolani oggi

Nascere e vivere tutta la vita sul Golfo dei Poeti ed essere poeta non si danno per conseguenza, anche se la genealogia e la continuità di quel luogo peculiare dell’estrema «contea di levante», dal titolo di un bellissimo racconto di Bertolani, esercita suggestioni e possibilità di incontri. Già, lì, dove nuotò Byron, a metà del Novecento viveva una nutrita comunità di villeggianti scrittori (Bompiani, Sereni, Fortini, Bertolucci), tra cui un “foresto” che decise di risiedervi in permanenza, Mario Soldati. Né mancavano ancora gli inglesi come Sir Lubbock, a suo tempo amico di Henry James, nella villa Gli Scafari a Fiascherino, con un giovane segretario, il poeta inglese Charles Tomlinson. Paolo Bertolani tutti conobbe e frequentò, forse dapprima per professione (essendo vigile municipale) e ben presto per amicizia, anche perché era difficile resistere al suo sorriso, alla simpatia, a quella sua calda voce arrochita. Ricordo le sue strepitose imitazioni della voce urlante e gracchiante di Mario Soldati magari a colloquio con figure più discrete come Vittorio Sereni, il poeta milanese, con cui Bertolani fu più in relazione e che patrocinò il suo pieno battesimo poetico con L’incertezza del bersagli (1976), dopo il giovanile Le trombe di carta (1960). La sua scelta di poeta è decisa e definitiva: il paesaggio, anzi quel paesaggio, vissuto non nel fulgore turistico, ma nella realtà rurale dei piccoli borghi in alto, magari girando la vista dal mare al retroterra di coltivi e boschi. Un paesaggio quindi concretissimo, di “contea”, con i suoi allarmi di degrado e stravolgimento, ma sempre connesso a un’interrogazione d’esistenza e a un’incertezza di valori e obiettivi. Ma per Paolo mancava qualcosa, il suo bel verso italiano, iscritto con personalità tra Montale e Sereni, gli pareva un abito non del tutto proprio a dare “voce” alla sua contea di luoghi e persone. Ed ecco, pochi anni dopo, uscire nella prestigiosa collana Einaudi di poesia, in dialetto, Seinà, cioè Serata, con una nota di Giovanni Giudici, il celebre poeta e intellettuale di Portovenere, ma di formazione romana e milanese, che

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imparò da Paolo, in vecchiaia, a scrivere poesie in quel parlare “rozzo e malcerto”. Il dialetto anima con i suoi modi più arguti e popolari versi di profondo dialogo tra paesaggio e abitanti. La natura è dominante ma anche anomala con il proprio tempo, dove sempre più è avvertibile la cancellazione della campagna, dei suoi gesti e dei suoi rumori. Proprio per un profondo senso di testimonianza, quanto più la frattura del paesaggio avanza, tanto più la fedeltà a quel parlare (anch’esso in via di estinzione) si radica a per continuare a dar voce a quel piccolo angolo di mondo, non per strenuo localismo, ma per misura di umanità piena, altrimenti barcollante in vari blabla. D’ora in poi Bertolani verrà accreditato dai maggiori critici come uno dei protagonisti (con Loi, Baldini e altri) della rinascita della poesia dialettale italiana, proseguendo il suo dettato fedele a quel microcosmo, osservato da punti di vista diversi e nell’erosione del tempo, tra struggimento e protesta, in altre sei raccolte (’E góse, l’aia. Le voci, l’aria 1988; Avèi. Beni, 1994; Die. Dire, 1998; Libi. Libri, 2001; Se de sea. Se di sera, 2002; Raità da neive. Rarità della neve, 2005). Stefano Verdino

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A me disé: Liguria, dae póle ar mae… A me, che sa le mio, ’r mae, l’è da luntàn, da chì dónd’a vivo, tra i muréti a séco chi rése ’a poga tèra ch’la basta a mala pena a fae butàe tréi uìvi storti, ’n pae de rapi d’ua e quarche sómio. Ma savélo, chi gh’è, avée sé nève da ’n gabiàn sbandà stradà fina chì dai canài, savée chi se mèva zu ‘n fondo come ’n bèstio fidà, i pè redime vèga e – la n’è rao – ravìme ’i òci aa banda turchina di giornà. Mi dite: Liguria – Mi dite: Liguria, / dalle sorgenti al mare… A me, che se lo guardo, / il mare, è da lontano, è da qui dove vivo, / tra muretti a secco che reggono la poca terra / che basta a stento a far buttare / tre ulivi storti, un paio di grappoli d’uva / e qualche sogno. // Ma saperlo che c’è, / avere sue notizie da un gabbiano sbandato, / istradato fin qui dai canali, / sapere che si muove giù in fondo / come una bestia fidata,/ può ridarmi slancio e – non di rado – / aprirmi gli occhi alla parte azzurra/ delle giornate.

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Foresti

I s’en van. Adè, ai sgóssui da stada. Doman, a cà soa, i recuntiàn de vee de scogi a fio d’aigua lépeghi o arsà, de sói ’nfogà che tàrdia i s’agnasse dré ar mae… Ma der vièo da donde a te scrivo, de ’sta foa carga de arbuèle – tènie vesin ae póle – de sto cantae fisso de usèi dai cóstri renfrescà aa prim’aia nèva dai monti, i non podiàn – nì ’r voresse – cuntae: de quelo che ’ncò me, povio caminadóe sbandà, a posso vantae. Forestieri – Se ne vanno. Adesso, agli sgoccioli / dell’estate. // Domani, a casa loro, / racconteranno di vele, / di scogli a filo d’acqua/ viscidi o arsi, / di soli infuocati che tardi / si coricano dietro il mare… / Ma del viottolo da dove scrivo, / di questa favola carica di alberelle / – ténere vicino alle sorgenti – / di questo cantare fitto di uccelli / dalle siepi rinfrescate alla prima aria / nuova dai monti, / non potranno – né lo vorrebbero – / raccontare: di quello che anch’io, povero viandante sbandato, posso vantare.

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Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019 “Liguri nel mondo” a Alessandra Pierini Il Premio LericiPea “Liguri nel mondo”, giunto alla sua venticinquesima edizione è, per sua tradizione, l’unico premio delle sezioni del LericiPea che non si rivolge solo ai poeti, ma anche a tutti coloro che si sono distinti nel modo come “eccellenze liguri”: nell’ambito delle arti, ma anche in quello professionale e lavorativo. Quest’anno, partendo dal presupposto che l’Italia, in generale, è un’eccellenza a livello mondiale anche per l’enogastronomia, abbiamo deciso di esplorare “questo mondo” e di assegnare il Premio ad Alessandra Pierini. Ligure di nascita, risiede e lavora a Parigi da più di vent’anni anni, ed è diventata, con la sua Épicerie, un punto di riferimento esclusivo e molto noto nella capitale francese. Con la sua cultura culinaria, le sue capacità imprenditoriali e il suo gusto, nonché la particolare “attitudine ligure” a sapersi inserire perfettamente nei luoghi d’adozione, riteniamo Alessandra un ambasciatore eccellente del Made in Italy nel mondo. Lucilla Del Santo Presidente p.t. dell’edizione 2019 del Premio di Poesia LericiPea

Nota biografica Nata a Genova e cresciuta in una famiglia di palati esigenti, papà genovese e mamma parmigiana, Alessandra Pierini arriva in Francia dopo gli studi, nel 1987. Resasi conto della necessità di una gastronomia italiana in terra francese molto più selezionata rispetto a quello che si poteva trovare all’epoca, Alessandra dà vita a “Pasta e Dolce”, la sua prima “bottega”, in cui riempie gli scaffali con preziosi “tesori culinari” delle sue frequenti incursioni in Italia. Per ogni prodotto ha una storia da

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Qui sopra, Alessandra Pierini a Parigi – selezionatrice per il Campionato del Pesto a Genova del 2019.

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raccontare e qualche ricetta da suggerire, ma le parole non le bastano più: completa così il negozio con un ristorante al suo interno. Dopo diciassette anni, la voglia di cambiare e di sfidare se stessa la portano a Parigi, dove apre RAP (acronimo per Ristorante Alessandra Pierini), una piccola épicerie traboccante di meraviglie da tutto lo Stivale, e un ristorante; due entità vicine ma separate. Importa dall’Italia anche l’intera équipe e in pochissimo tempo entrambe le attività si fanno conoscere in tutta la città. Il successo non tarda ad arrivare, l’épicerie si sposta in uno spazio più grande, affiancata da un’enoteca che conta 750 etichette di vini artigianali italiani; spazi che permettono le frequenti degustazioni con i produttori che Alessandra organizza regolarmente. Un’épicerie fornitissima, non solo per francesi innamorati del Belpaese o italiani nostalgici, ma per tutti i gourmet curiosi che hanno voglia di immergersi nella magia delle migliori eccellenze italiane, anche quelle più rare o poco conosciute, dove ogni prodotto ha una storia da raccontare. Da qui, la voglia di scrivere si concretizza. Dal 2014 a oggi, Alessandra scrive nove libri sui prodotti gastronomici italiani: La Polenta, L’Affumicato, La Mozzarella, Il Pesto, Il Limone, La Frittura, L’Aceto Balsamico, Il Panettone (novembre 2019) tutti nella collezione “Dieci modi di preparare” delle Edizioni de L’Epure e La Pasta Allegra, scritto con Sonia Ezgulian per conto del Pastificio di Gragnano Garofalo (Ed. Epure). Seguono conferenze, masterclass, collaborazioni con la stampa gastronomica e animazione di trasmissioni radio e televisione. Dal 2014, organizza a Parigi, ogni due anni, la gara eliminatoria per la partecipazione al Campionato Mondiale del Pesto di Genova. L’idea è partita dalla voglia di far conoscere a Parigi e alla Francia questa ricetta che simboleggia Genova per potere, in questo modo, rendere onore alla sua città e alla Regione Liguria. Dall’ottobre 2017 è nominata dal sindaco Bucci Ambasciatrice di Genova nel Mondo. Un prossimo meraviglioso progetto, tra tanti altri, è la scrittura a fianco di François Régis Gaudry, il giornalista gastronomico più illustre di Francia, di un volume dedicato alla gastronomia italiana dove saranno trattati più di 350 soggetti e che ha per ambizione di divenire un supporto di referenza in ambito culinario.

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Albo d’onore del Premio LericiPea 1954-1990

1954 1955 1956 1957 1958 1959 1960 1961 1962 1963 1964 1965 1966 1967 1968 1969 1970 1971 1972 1973 1974 1975 1976 1977 1978 1979 1980 1981 1982 1983 1984 1985 1986 1987 1988 1989 1990

Giovanni Titta Rosa Giorgio Caproni Biagia Marniti Maria Luisa Spaziani Elio E. Acrocca Renato Giorda Antonio Seccareccia Amelia Siliotti Ugo Reale Massimo Grillandi Corrado Govoni Alberto Bevilacqua Elena Clementelli Rudi Pallabazzer Carlo Betocchi Libero De Libero Giorgio Sambonet Vittorio Bodini Raffaele Crovi Edoardo Lazzara Margherita Giudacci Franco La Guidare Ferruccio Cattani Mariolina Eccher Zanella Ettore Serra Gabriella Chioma Renato Barberi Gigliola Pisani Maffioli Silvano Masacci Walter BontĂ Rita Anzaldi Alberico Sala Marisa Terzi Leila Corbetta Roberto Pazzi Franca Gambino Pietro Cimatti Silvio Ramat Paolo Bertolani Francesco Brusco

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I più grandi poeti del mondo vincitori del Premio LericiPea alla Carriera 1991-2018 1991 1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 2016 2017 2018

Dario Bellezza Valentino Zeichen Fernando Bandini Alessandro Parronchi Maria Luisa Spaziani Paolo Ruffilli Giovanni Giudici non assegnato Mario Luzi: candidato al Nobel per la poesia. Attilio Bertolucci: italiano. Adonis: siriano-libanese, candidato al Nobel per la poesia. Yves Bonnefoy: nordirlandese, candidato al Nobel per la poesia. Hans Magnus Enzensberger: tedesco. Juan Gelman: argentino. Edoardo Sanguineti: italiano. Seamus Heaney: irlandese, vincitore Premio Nobel per la poesia. Lawrence Ferlighetti: statunitense. Jesper Svenbro: svedese. Bella Achmadùlina: russa. François Cheng: cinese. Ismail Kadaré : albanese, candidato al Premio Nobel per la poesia. Marcia Theophilo: brasiliana. Eugenij Evtusenko: russo. Titos Patrikios: greco. Agi Mishol: israeliana; Amel Moussa: tunisina; Gabriella Sica: italiana. Tahar Ben Jelloun: marocchino. Cees Nooteboom: olandese. Milo De Angelis: italiano. Carol Ann Duffy: scozzese.

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I poeti del Premio LericiPea nella collana “Lyra” di Interlinea Bella Achmadùlina, Lo giuro. Antologia poetica

A cura di Serena Vitale, con due scritti di Sebastiano Grasso e Giovanni Perrino, con testo russo a fronte, pp. 100, euro 12.

Hans Magnus Enzensberger, Il teatro dell’intelligenza

A cura di Alfonso Berardinelli, traduzione di Anna Maria Carpi, con testo tedesco a fronte, pp. 84, euro 10.

Juan Gelman, Nel rovescio del mondo

Con note di Giuseppe Conte e Jorge Boccanera, traduzione di Laura Branchini, con testo spagnolo a fronte, pp. 80, euro 10.

Seamus Heaney, Fuori campo

A cura di Massimo Bacigalupo, poesie con testo inglese a fronte, pp. 96, euro 10.

Lawrence Ferlinghetti, Il lume non spento

A cura di Massimo Bacigalupo, poesie con testo inglese a fronte, pp. 96, euro 10.

Jesper Svenbro, Apollo blu

A cura di Maria Cristina Lombardi, introduzione di Lars-Håkan Svensson con una traduzione di Giuseppe Conte, con testo svedese a fronte, pp. 160, euro 12.

Titos Patrikios, Le parole nude. Antologia

con testo greco a fronte, traduzione e cura di Katerina Papatheu, con una nota di Giuseppe Conte, pp. 128, euro 12.

Interlinea srl edizioni, via Mattei 21, 28100 Novara, tel. 0321 1992282, fax 0321 612636, edizioni@interlinea.com, www.interlinea.com



Edizione a tiratura limitata di 122 esemplari numerati

Esemplare n.