Issuu on Google+

D I A R I O R E P O R T A G E

Glenn Tachiyama

LA WESTERN STATES DELLA SIERRA NEVADA. UNA GARA SOGNATA E DESIDERATA PIÙ DI OGNI ALTRA. DOPO IL RITIRO DI TRE ANNI FA, HO VOLUTO RIPROVARCI. NONOSTANTE TUTTO SUGGERISSE DI LASCIARE PERDERE. ECCO IL RISULTATO CORRERE DIARIO 145


D I A R I O R E P O R T A G E

i sono gare, quelle importanti o quelle difficili, che non durano un giorno solo, ma rubano il sonno per notti e notti di seguito, a volte per settimane. Altre invece fanno sognare per un anno intero, dal momento in cui si rimane stregati dalle foto su una rivista e si decide, alla prossima edizione, di esserci. Ci sono infine quelle che non si riescono a portare a termine e che lasciano dentro un piccolo-grande buco che

C

nessun’altra competizione riesce a colmare. Per me è stato così con la Western States: per tre anni, dopo il ritiro nel 2006, ho continuato a pensarci, a sognarla, a desiderarla. In mezzo ci sono state altre esperienze, altre avventure, ma rimaneva sempre quello spazio vuoto. Una parte di me, quella razionale, continuava a ripetere che era inutile riprovarci, dato che i tem146 CORRERE DIARIO

pi limite erano talmente stretti da rendere l’arrivo al traguardo di Auburn una fantasia irrealizzabile. Eppure volevo tornare, anche a costo di ritirarmi ancora, per cercare di andare almeno un chilometro più in là di Robinson Flat (50° km) dove mi fermai tre anni fa.

Leonardo Soresi al traguardo finale

Cabala e canyon Quando a maggio sono stati pubblicati gli elenchi dei pettorali, ho cominciato a pensare che forse era proprio l’anno giusto: ho 36 anni, è stata la 36a edizione e mi avevano assegnato il pettorale 36. Tante coincidenze che mi hanno fatto sperare nel miracolo. Così il 26 giugno scorso, alle cinque del mattino, mi sono presentato sulla linea di partenza di Squaw Valley assieme ad altri 398 concorrenti, tra cui quattro italiani: Marco Olmo, Flavio Dalbosco, Piero Paganelli e Marco Melchiorri. Squaw Valley è una minuscola cittadina che ha ospitato le Olimpiadi invernali del 1960, situata a una manciata di chilometri dal lago Tahoe, al confine con il Nevada. Di fronte si ergono solenni le montagne della Sierra, attraversate dal Western States Trail, lo storico sentiero che due secoli fa portava i cercatori d’oro dalle miniere della California a quelle del Nevada. S’inizia subito in salita, con le prime cinque miglia che s’inerpicano fino ai 2.650 m di Emigrant Pass. Ci si volta indietro per salutare il sole nascente che inonda d’oro il lago Tahoe e gli ultimi segni di civiltà: davanti, solo una distesa di alberi a perdita d’occhio, senza un solo segno di presenza umana. Le montagne svettano candide e incontaminate, quasi fossero state create nella notte appena svanita. A differenza di tre anni fa la neve è ormai completamente sciolta ed è un piacere correre sul singletrack che attraversa tutte le “terre alte” scendendo progressivamente di quota. È la parte del percorso che preferisco, ondulata e senza pendenze assassine, in cui i chilometri scorrono via leggeri, mentre lo sguardo si perde ad ammirare lo spettacolo naturale. Con il passare delle ore però la temperatura comincia a salire e ben presto ci si trova in fondo al Duncan, il primo dei cinque canyon che caratterizzano la gara. Dieci chilometri

Keith Facchino

LEONARDO SORESI

Glenn Tachiyama (3)

di salita verso Robinson Flat che cominciano a bruciare la pelle e le energie. Vado piano, attento a bere e a bagnarmi la testa ogni volta che trovo un corso d’acqua. Dentro al cuore pulsa la paura irrazionale di dovermi ritirare qui come tre anni fa. Per fortuna a farmi compagnia c’è Flavio Dalbosco, che sulle spalle ha già due Hardrock e una tempra morale che non si lascia scoraggiare mai da nulla: rimarremo insieme fino al 90° km quando le nostre strade si separeranno. È sempre una sorpresa arrivare alle aid station: fino a un attimo prima si sta correndo sulle montagne, avvolti dal silenzio che ammanta gli alberi secolari, e un secondo dopo ci si ritrova sommersi dall’entusiasmo dei volontari (1.500 per 400 concorrenti) che ricoprono i partecipanti di attenzioni e li seguono personalmente dal momento in cui arrivano a quello in cui ripartono. Qui i ristori sono delle vere e proprie feste, in cui si può trovare tutto quello di cui si ha bisogno: purtroppo però il cronometro scorre e non si può perdere troppo tempo. Flavio e io proseguiamo verso Dusty Corners, gli angoli polverosi. Qui non piove da circa quattro mesi e al passaggio di ogni concorrente l’aria s’impregna di una polvere marrone che fluttua immobile per minuti interi, rifiutandosi di precipitare di nuovo a terra ed entrando dappertutto, occhi, orecchie e narici. Alcuni corrono con un grande fazzoletto che copre il volto fin sotto gli occhi, quasi fossero cowboy che stanno per rapinare una banca. CORRERE DIARIO 147


D I A R I O R E P O R T A G E

148 CORRERE DIARIO

bito vengo assistito dai volontari, che sanno esattamente cosa fare: sciolgono in meno di mezzo bicchiere di acqua calda tre dadi per brodo. È una robaccia dal gusto immondo e per mezz’ora continuo a ripetere che intendo ritirarmi. Qui però tutti, dal primo all’ultimo, sorridono e non ne vogliono proprio sapere: sanno che il corpo umano ha delle capacità di ripresa impensate. E hanno ragione, dopo meno di mezz’ora mi sento abbastanza bene e dico loro che ho intenzione di arrivare fino a Forest Hill, 100° km, giusto per dire di persona a Kelly, la ragazza californiana che ho conosciuto in Costarica e che si è offerta di farmi da pacer, che non ce la faccio più. Appena ripartito però sorgono nuovi problemi: non ho fatto nemmeno un chilometro che la schiena comincia a farmi male. Il sale che si è asciugato ha cominciato a sfregarmi la pelle sotto il peso dello zainetto. Non riesco più a resistere e me lo tolgo, tenendolo in mano: mi viene da ridere perché mi sembra di essere un ragioniere con la valigetta sottobraccio che corre per non perdere l’auto-

bus. Ed ecco che per la prima volta si affaccia l’eterna domanda che gli ultramaratoneti si pongono quando sono in crisi: che ci faccio qui, sperduto in mezzo alle montagne della Sierra? Non ho mai trovato la risposta giusta. So solo che devo tirare avanti. Non ho un’altra scelta, un’altra possibilità. È l’unica cosa di cui sono sicuro. Il sole tramonta nel Volcano Canyon e il silenzio della notte mi avvolge: è così, un passo dopo l’altro sotto le stelle, che arrivo a Forest Hill, illuminata come fosse in festa.

Dolore e silenzio Ero ripartito da Michigan Bluff convinto di ritirarmi, ora invece sto un po’ meglio e quando tento timidamente di dire a Kelly che forse sarebbe meglio se mi fermassi, lei mi guarda fisso negli occhi e mi dice «No way. Non sei venuto fin qui per ritirarti». La guardo fissa negli occhi e capisco che è arrivato il momento in cui non ci si può più tirare indietro, né cercare pretesti o motivi per giustificare la sconfitta. È arrivato il mo-

Craig Heinselman

Stephen Hawthorne

Si scende brevemente a Deep Canyon, il più piccolo dei cinque, e si risale verso Last Chance, ultima possibilità. Per cosa? La risposta è semplice: siamo al 70° km e davanti c’è Deadwood Canyon, il più profondo, cui segue la salita verso Devil’s Thumb, il Pollice del Diavolo, 39 tornanti che salgono senza sosta, per 500 m di dislivello in poco più di due chilometri. Insomma Last Chance è il punto di non ritorno, superato il quale ci si deve preparare a soffrire. E si soffre. Il corpo è scioccato dalla fatica, ma è soprattutto lo stomaco a essere in rivolta, costretto ad assorbire un litro e mezzo d’acqua all’ora, oltre alle calorie. Per quanta acqua si beva, pochi minuti dopo si è di nuovo assetati. Adesso ci vorrebbe una bella birra fresca. «No, scordati della birra – mi ripeto –. Scordati del caldo che ti soffoca. Scordati del sole che ti martella. Cerca solo di mettere un piede davanti all’altro. Questa è l’unica cosa che conta adesso.» La competizione inizia a fare le prime vittime illustri: Scott Jurek, grande favorito, si ritira vittima di una fascite plantare che lo tormenta da qualche settimana. La Western States è così, prendere o lasciare: non c’è mai ombra per ripararsi dal sole, non c’è modo per bluffare e nascondere infortuni o scarso allenamento. Tutti parlano di Devil’s Thumb e si finisce per credere che il resto sarà una passeggiata. Invece la gara deve ancora iniziare ed Eldorado Canyon lo fa capire subito: è meno ripido e meno profondo del precedente, ma sembra non finire mai. Sono le sei di sera e il caldo che le rocce hanno accumulato nel pomeriggio esce tutto in un colpo. Un concorrente ci lancia un avvertimento: «Snake ahead». Un serpente ad anelli bianchi e neri lungo un metro e mezzo se ne sta a prendere il sole al lato del sentiero. Sono talmente stanco che non mi chiedo nemmeno se sia velenoso o meno. Flavio e io arriviamo a Michigan Bluff (90° km), ma mentre lui è in forma, io sono completamente a terra e la bilancia me lo conferma: sono aumentato di peso, segno che la concentrazione di elettroliti nel mio sangue si è diluita troppo. Saluto Flavio e gli dico che mi fermo a riposare. Su-

Keith Facchino

Ultima chance

CORRERE DIARIO 149


D I A R I O R E P O R T A G E

lo più straziante e decide di pensare ad altro. Finalmente arriva Rucky Chucky, dove si attraversa l’American River, le cui acque gelide scendono direttamente dalle nevi della Sierra. Pur essendo l’una di notte fa così caldo che non sento nessun fastidio, anzi mi tolgo perfino la maglietta e rimango a torso nudo. Entriamo correndo nella notte, su e giù per il dolce sentiero che ci riporta verso la civiltà. Non c’è vento e pure la luna è tramontata. Solo le stelle sono rimaste a farci compagnia. C’è silenzio, qualcosa di enorme in cui i pensieri si perdono, piccolissimi. Kelly e io rimaniamo zitti per delle mezz’ore, quasi timorosi d’infrangere questa pace che ci avvolge. Il cielo stellato crea sensazioni ingannevoli: sembra di poterlo toccare con la mano.

Stephen Hawthorne

150 CORRERE DIARIO

Primo italiano di sempre

Classifica

L’alba ci sorprende quando mancano ormai poco più di dieci miglia. È fatta, lo so, e ancora non riesco a crederci. Appena quattro anni fa mi stavo dannando per chiudere l’Ultra Trail del Monte Bianco in 45 ore, ora sto per arrivare in fondo alla Western States in meno di 27. Non è possibile, sono sicuro che capiterà qualcosa prima della fine. E invece no, le gambe sono ancora forti, lo stomaco regge, la testa non dà il più piccolo segno di cedimento. Il cuore inizia a esultare: è arrivato il tempo del raccolto, dell’emozione che ti scuote lo scheletro e che ti fa rimbombare il sangue nelle vene. È lo stadio di Auburn, quello in cui Kelly e io stiamo entrando, tenendoci mano nella mano. Durante il

MASCHILE 1

Hal Koerner (Usa)

16:24’

2

Tsuyoshi Kaburagi (Giap)

16:52’

3

Jez Bragg (GB)

16:54’

112

Leonardo Soresi (ITA)

26:52’

165

Flavio Dalbosco (ITA)

28:35’

1

Anita Ortiz (Usa)

18:24’

2

Krissy Moehl (Usa)

19:26’

3

Beverley Anderson Abbs (Usa)

19:53’

Glenn Tachiyama

FEMMINILE

Michael Kirby

mento di combattere. Lascio lo zaino e mi faccio prestare due bottigliette di plastica che terrò in mano fino alla fine. Corriamo, lei è una gazzella che mi aspetta da tutto il giorno per poter finalmente correre, io sono un leone ferito che tenta di starle dietro sui 25 km del California Trail che portano al guado di Rucky Chucky. I dolori aumentano, ora dopo ora, ma è come se il mio corpo ormai non ci facesse più caso, anzi sorridesse a ogni nuova fitta che lo attraversa. Sembra inverosimile, ma superato un certo punto il dolore non aumenta più e non c’è niente che ti possa fermare. Per la prima volta scopro quanto siano vere le parole di Patrick Macke, un ultramaratoneta che nel 1986 impiegò 19 ore per percorrere gli ultimi 30 km della Sydney-Melbourne: «Disidratazione, vesciche, tendiniti; non è la distanza a fare della gara una sfida, ma sono tutte le cose che possono andare storte». E qui, miglio dopo miglio, tutto sembra andare sempre peggio: le cosce ricoperte di sale sfregando l’una contro l’altra si arrossano e poi si coprono di piccole ferite sanguinanti, stessa sorte tocca poco dopo alle ascelle. Ci prova anche il tendine di Achille, che comincia a indurirsi, seguito dalle vesciche che spuntano dai piedi come funghi nel bosco dopo la pioggia. Sono tutti dolori che anziché distruggermi si annullano l’uno con l’altro: la mia mente non sa più capire qual è quel-

giro di pista finale il tempo si dilata e quei pochi minuti diventano più preziosi e lunghi di tante ore. Quando mi infilano una medaglia intorno al collo mi metto a piangere come un bambino. Erano tre anni che attendevo questo momento. Greg Soderlund, il direttore della corsa, mi stringe la mano e mi dice che sono il primo italiano ad aver mai portato a termine la corsa. Non capisco niente, annuisco con la testa, ma dentro non so cosa mi abbia detto. Scoprirò solo qualche ora dopo che senza accorgermene ho superato Flavio durante la notte e che gli altri italiani si sono ritirati. La Western States non è la gara più bella cui ho partecipato e nemmeno la più dura. È stata però la prima 100 miglia al mondo, quella che ha fatto la storia ed è diventata leggenda, ispirando tutte quelle che sono venute dopo. Come per ogni buon musulmano è d’obbligo recarsi alla Mecca almeno una volta nella vita, così correre la Western States ha lo stesso sapore di incamminarsi per un pellegrinaggio. c

CORRERE DIARIO 151


Per un km in più