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Vivere in grotta Nel degradare progressivamente verso il mare la Murgia, da quella alta a quella sud occidentale, presenta alcune particolari spaccature longitudinali formatesi nell’Era Quaternaria, dopo il progressivo sollevamento delle terre dal mare. Il termine ” gravina” deriva, secondo gli studiosi, da due termini pre-latini “graba” cioè roccia e “rava” ovvero dirupo roccioso. Senza contare quelle della contigua area materana, se ne contano più di sessanta interessando un territorio che, partendo da Gravina di Puglia, comprende i comuni di Ginosa, Laterza, Castellaneta, Mottola, Massafra, Statte, Crispiano, Grottaglie. Ciascuna di esse offre un particolare grado di spettacolarità, originalità e bellezza paesaggistica. Assieme, questi veri e propri canyons, costituiscono un habitat paesaggistico e naturalistico fra i più belli al mondo. Le gravine, insieme alle più piccole lame si collocano nelle aree che costituivano le linee di costa di qualche milione di anni fa, ove la forza delle correnti marine ha scavato per millenni le grotte naturali che, una volta venute in superficie, hanno costituito il riparo e l’abitazione degli uomini primitivi. Tuttavia è a partire dal V sec. d. C. (Alto Medio Evo) e fino all’XI-XII secolo che l’area delle gravine e delle lame assume un’importanza strategica nella quale sorgono veri e propri agglomerati insediativi organizzati che daranno vita a quel fenomeno sociale, culturale e artistico della “Civiltà Rupestre” o più propriamente del “vivere in grotta”.

Gravina di Ginosa insediamento rupestre di Rivolta


La cultura del vivere in grotta ha praticamente scandito la storia delle nostre popolazioni dal Paleolitico fino all’arrivo degli Illiri, ultima fase dell’età del Bronzo. Con il radicamento dei Dauni, Messapi e Peuceti, ma soprattutto con la colonizzazione greca e quindi durante l’impero romano la grotta perde radicalmente la sua funzione per riprenderla durante gli ultimi anni dell’Impero caratterizzato da un vero e proprio clima di fuga dalla visibilità. Fu in ogni caso nel corso e a seguito delle guerre fra Goti e Bizantini, fra Bizantini e Longobardi e delle ricorrenti scorrerie saracene che l’emigrazione dalle città devastate verso le campagne e le gravine raggiunse i ritmi e le modalità di una persistente e capillare colonizzazione, che ebbe nei villaggi rupestri la sua connotazione urbanistica. Le popolazioni che concorsero a costruire i villaggi rupestri cercarono anche negli anfratti più profondi una forma di organizzazione sociale.

Gravina di Mottola insediamento Petruscio Con il tempo i villaggi rupestri si organizzavano man mano che si ampliavano, raggiungendo una struttura urbana più o meno complessa ed operando una radicale umanizzazione del paesaggio delle lame e delle gravine. Avviatosi il ripopolamento delle grotte fra il V e il VI secolo, l’habitat rupestre conoscerà il suo periodo di massima espressione con la seconda colonizzazione bizantina e con la massima espansione del monachesimo italo-greco nel generale clima di ripresa economica, di mobilità sociale, di più viva e consapevole religiosità che caratterizza la fine del X secolo spingendosi fino al XV secolo attraverso il dominio normanno, l’impero svevo ed angioino, aragonese. La grotta dell’Alto Medio Evo sino al XIII-XIV secolo diventa dunque un modello abitativo alternativo rispetto alla “casa costruita” e che viene adottato soprattutto da chi voleva dedicarsi all’agricoltura e alla pastorizia e abitare presso i luoghi di lavoro e di produzione. La notevole aridità del territorio ha condizionato l’esistenza di questi insediamenti umani alla realizzazione di un’immane rete di raccolta e di canalizzazione delle acque piovane in innumerevoli pozzi e cisterne, che affiancano le grotte di abitazione e costellano i fianchi di gravine e lame.


Gravina di Massafra la grotta del mago Le chiese rupestri di Puglia possono essere definite una sorta di enorme pinacoteca all’aperto. Una vera e propria galleria d’arte che per vastità, per numero di affreschi, per tipologia artistica e culturale non ha eguali rispetto ad altri insediamenti rupestri sia d’Italia meridionale sia delle stesse aree (Cappadocia, Cipro, Palestina, Serbia, Macedonia) che più hanno influenzato le espressioni decorative delle chiese rupestri di Puglia. Dal punto di vista architettonico le chiese rupestri riprendono in pieno gli schemi costruttivi e iconografici tipici delle chiese orientali; le planimetrie evolvono dalle soluzioni mononavata (la più semplice e arcaica, comune nel IX-X sec.) e binavata (diffusa tra il X e il XIII sec.), sino all’impianto basilicale a tre navate e tre absidi, secondo lo schema della croce inscritta. Ma la caratteristica più prettamente orientale, legata alle esigenze del culto greco, è la netta separazione tra il naos, ovvero l’area delle navate riservata ai fedeli ed il bema (o transetto o presbiterio), dove si trova il Santo dei Santi ad il quale nessuno poteva accedere se non il clero officiante la cerimonia liturgica. Questa divisione dello spazio nel tempio era ottenuto mediante l’iconostasi, presente in tutte le chiese bizantine costruite dopo il IV secolo. L’iconostasi è un tramezzo in pietra, mattoni o legno, quasi sempre ricoperto da icone, affreschi e statue, dotato generalmente da tre ingressi che divide le due aree. Molte delle nostre chiese rupestri sono orientate liturgicamente ovvero con l’abside e l’asse longitudinale della chiesa, nella direzione del sole, verso est. Nei dipinti fortissima è l’influenza decorativa di Bisanzio, particolarmente nelle rappresentazioni sacre che sono soprattutto devozionali. Secondo il Fonseca la cultura decorativa dispiegata all’interno delle chiese nei suoi aspetti non soltanto decorativi ma anche in quelli iconografici individua almeno tre nuclei agiografici fondamentali: l’uno fortemente influenzato da Bisanzio, l’altra collegata alla tradizione crociata, il terzo inserito in ambito prevalentemente locale. Il ciclo pittorico più completo in quanto li compendia tutti e tre è quello del San Nicola di Casalrotto a Mottola.


Mottola chiesa rupestre di San Nicola La scena più diffusa è sicuramente quella, rappresentata di solito nelle absidi, della cossi detta Déesis ovvero della rappresentazione di Cristo in veste di giudice affiancato dalla Vergine Maria alla sua destra e da San Giovanni alla sinistra. Il Cristo è rappresentato a mezzo busto con la mano destra atteggiata in segno allocutorio. Il libro aperto, retto con la sinistra reca l’iscrizione, desunta dal Vangelo di san Giovanni “io sono la luce….”. a volte nelle calotte absidali quando non c’è la Déesis ad occupare la nicchia c’è la sola figura del Cristo a mezzo busto, rappresentato come “Pantocrator”, di cui una delle più suggestive la troviamo nel San Gregorio a Mottola.


Cripta di San Vito Vecchio a Gravina

Chiesa di San Gregorio a Mottola


La chiesa rupestre del Padre Eterno a Castellaneta È situato in contrada S. Sofia. L’ingresso è rettangolare, senza lunetta sovrastante. La cripta è ipogea, cioè sotto il livello del suolo. Il pavimento è di terra battuta. La sua posizione è liturgica. La planimetria è molto irregolare. Ha tre navate con tre absidi. Delle tre navate la centrale è larga, la laterale sinistra è più stretta, mentre strettissima è la laterale destra. Il pilastro di sinistra è a forma di cono rovesciato, quello di destra è più sottile e in grave stato di usura. Le basi però sono molto larghe. Nonostante il procedere empirico dello scavo, senza alcun disegno prefissato, è stata rispettata la posizione liturgica; la cripta è infatti rivolta ad oriente. Un arco su pilastri divide la navata centrale dal santuario intorno al quale corre un sedile incavato nel tufo di altezza irregolare. L’abside centrale non ha altare che è, invece, presente nelle due piccole absidi laterali. Per accedere all’abside centrale si sale un gradino; alle due estremità di esso si notano due incavi quadrangolari: si tratta di vaschette liturgiche dette “Infundibulum” . Secondo Mastrobuono dovevano servire per le abluzioni del sacerdote prima del Santo Sacrificio.


Chiesa rupestre del Padre Eterno

Affresco della DĂŠesis


La parete di fondo dell’abside centrale, che ha la particolarità di essere piana e non concava come le altre, è decorata con un affresco monocromo rappresentante la Déesis il Cristo tra la Vergine e San Giovanni Battista.


La figura di San Pietro Anche l’abside di sinistra è affrescata con due figure, di cui una bene conservata e benedicente alla greca (XIV- XV sec.?). Sul pilastro di fronte all’ingresso si notano resti di un affresco su cui sono sovrapposte delle rozze linee rossastre. La figura destra dell’abside sinistra rappresenta S. Pietro, come si può dedurre dalla scritta esegetica visibile accanto alla testa.


Sul pavimento si notano buche di varie forme e dimensioni: una buca piuttosto grande, perfettamente circolare, profonda 40 cm. circa; una buca rettangolare e due piccole buche circolari. A pochi metri dalla cripta sacra ce n’è un’altra con ingresso a lunetta che doveva servire, molto probabilmente, come dimora del custode. A sud delle cripte si estende un insediamento molto ricco di grotte delle più varie dimensioni e per i più vari usi. Una di esse serviva da forno e a pochi metri esiste ancora una tavola di pietra fornita anche di sedili. Alberi di olivo e altre piante fanno da magnifico scenario a queste cripte.


Guida realizzata dalla

Associazione Aulon-Res Castellaneta (TA)

Bibliografia ° Nello di Gregorio “Puglia terra di primati” – Scorpione Editrice 2011 ° Maria Carla Cassone “La civiltà rupestre e le cripte del territorio di Castellaneta” – Scorpione Editrice 2005


Civiltà rupestre