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Periodico d’informazione

Il dio Crisa s’impantana a Dittaino fondendosi con il fango della terra e la merda della politica

ALL’INTERNO

Anno 5 n. 2

febbraio/marzo 2010 - Gratuito

Il gettone del contendere

Pizzini di Giudiziaria

Un Scecco per ogni occasione

La “dottrina Monroe” in salsa ennese

Perché a Leonforte la gente non si serve della nostra ambulanza?

Alfonso Cicero Commisario dellAsi

Le tre cartuzze

La Bacheca dei consiglieri comunali

Donne con le gonne

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S A LV O G u L I t I Nemmeno il dio Crisa potrebbe arginare quella fiumana di fango che sta investendo la provincia di Enna. L’acqua caduta dal cielo ha ingrossato il ventre molle di questa terra in preda a spasmi violenti ed ininterrotti colpi di tosse. I sintomi del male sono evidenti. Le strade si sbriciolano, i ponti crollano e i muri respirano col fiato grosso come pugili suonati da un’incessante offensiva. La terra di Cerere in questa stagione si fonde “con il cielo e con il fango”; proprio come nella canzone di Jovanotti. Non c’è nessuna intercapedine tra il colore plumbeo del cielo e la linea di fango che come una patina ricopre le distese di Dittaino. Forse il ventre molle di Cerere è proprio quello. Quella pianura che doveva essere il polmone industriale della provincia, oggi è diventano un acquitrino. Proprio lì si sono infognate le speranze di rinascita. Lì; il fango della terra si mescola con la merda della poltica. Non è un caso, infatti, che Dittaino (dall’arabo Wādī al-tīn) significa “Fiume d’argilla”. In epoca ellenista era noto come Chrysas: un fiume della Sicilia centrale, importante affluente del Simeto. Viene spontaneo allora chiedersi: come si è potuto costruire un polo industriale nel bel mezzo di un letto d’argilla? Con l’aggravante che per costruire l’area industriale di Dittaino, così come si presenta in questo momento, si sono distrutti gli argini naturali che da secoli la natura aveva scolpito con sapienza e senza il prezioso ausilio di progettisti e ingegneri. Senza argini naturali ed etici, oggi gran parte dell’area di Dittaino è una distesa di fango. E con esso avanza una crisi ancora più inesorabile che ha fatto di queste nobili terre un collettore politico di rifiuti, imbrogli, beghe, speculazioni e corruzione. Nessuno è colpevole. Nessuna inchiesta scandalistica. Probabilmente non è stato configurato nessun reato. Gli interessi attorno all’area di Dittaiono sono grossi. Ma credetemi, basta passare dall’ autostrada per ammirare un magnifico capolavoro di ordinaria inettitudine. La stessa che ha ridotto in frantumi le velleità industriali della Sicilia. Il modello Dittamo è un pugno alle palle sferrato all’estatica eternità del dio Crisa. L’area industriale di Dittaino è la sfida di una generazione di politici e trafficanti che per vincere hanno rotto il sonno a Crisa per perseguire meri interessi familiari o, al massimo, di una ristretta oligarchia. Gli ultimi dati, che corrispondono alla crisi globale, ma che sono sempre più segue a pag. 8

Serenamente come visse abbandonato da tutti i politici muore

L’OSPEDALE DI LEONFORTE Mentre ospedali piccolissimi come quello di Mazzarino al centro di tante polemiche e di tanti disservizi vengono salvati e addirittura migliorati in reparti e servizi grazie alla mobilitazione della cittadinanza ed altrettanto avviene a Piazza Armerina che con a capo il sindaco ed il consiglio comunale i cittadini si mobilitano costantemente ed incessantemente ottenendo sicurezza di un miglioramento dell’ospedale in reparti e servizi, la nostra sanità di Leonforte, guidata da “nani e ballerine”, sta vivendo un indicibile agonia. Non è assolutamente vero che le ostetricie con meno di 400 parti debbono obbligatoriamente e perentoriamente chiudere. L’Italia è piena di punti nascita con meno di quattrocento parti ed addirittura con meno di cento parti senza pregiudicare la salute di nessuno. Non c’è norma europea che vincola la chiusura delle ostetricie al numero dei parti. Ma perché tale chiusura e tale diktat di chiusura delle ostetricie legato al numero dei parti non si applica alle cliniche private? Tale situazione è incostituzionale se si chiudono i reparti pubblici si debbono chiudere le strutture private che sono nelle identiche situazioni. Come si può pensare, con le nostre strade ridotte a trazzere medievali di chiudere i reparti di pediatria e di ostetricia? In quanto tempo una gravida arriverà ad Enna e in quali condizioni? Un neonato? Forse dietro al silenzio si intravedono premi osceni o forse appartiene alla nostra mentalità aspettare il frutto in bocca e il Buono di turno.

I pazienti sono dispensati dalle visite

EMERGENZA RIFIUTI, SOLO LA SPAZZATURA CI PUO’ SALVARE La magistratura che indaga ipotizzando truffe, che sarebbero state messe in atto per portare avanti il servizio e garantire la pulizia delle città. I netturbini che protestano perché non vengono pagati e che quando s’incavolano decidono persino di non svuotare i cassonetti o paralizzare le città. I mezzi della nettezza urbana che non possono lavorare perché mancano persino i soldi per la benzina o per l’assicurazione. Il sistema dell’Ato rifiuti ennese è giunto al momento della verità. Davvero, per i Comuni della provincia di Enna, è questo il “germe della dissoluzione”, quello che per Marx era insito in ogni società, anche se provocato da motivi decisamente differenti e anche se Marx non dev’essersi mai interrogato (beato lui) sulla gestione dell’immondizia? Saranno i prossimi giorni a sciogliere la matassa di un dubbio amletico. Proprio così, perché oggi siamo proprio alla questione ontologica, all’essere o non essere degli enti locali. Se il servizio, con annessi, connessi, debiti e personale, tornasse ai Comuni, questi rischierebbero di fallire sotto il peso di un macigno, un carrozzone, come amano dire vari oppositori, dal colore politico sempre più sbiadito da un trasversalismo imperante. Ma se i debiti fossero pagati da altri, chi ci assicura che tra sei mesi non si provocheranno altri debiti ancora? Ogni volta che s’è affrontato il problema, la sensazione che si ha dall’esterno è che la politica si sia data una sola risposta: “Intanto tiriamo avanti, che prima o poi si cambierà, arriverà la riforma degli Ato e tutto si risolverà da solo”. Ma nel frattempo gli anni passano, le città sono sempre più sporche e la gente ha sempre meno intenzione di pagare per un servizio mediocre. Si stava meglio quando si stava peggio, dicono alcuni. No! Si stava meglio prima, perché si stava veramente meglio. Il sistema degli Ato ha fallito, anche se il concetto, in sé, non è sbagliatissimo: organizzare in maniera sovra comunale una questione che non è un problema locale, è logica spicciola, che equivale a fare due più due. Peccato che non sia così semplice, perché nella profonda Sicilia, creare un nuovo ente significa creare poltrone, sottogoverni e logiche spartitorie. E così è stato. Le ragioni sono antropologiche, sociali e politiche. La soluzione spetta solo alla politica. Si deve puntare al risparmio, riorganizzando il servizio, puntando decisamente sulla raccolta differenziata, sul riciclaggio dei rifiuti e limitando l’utilizzo delle discariche. Occorre creare un ritorno economico, legato alla gestione stessa del servizio, perché se l’Ato ha solo delle uscite e le sue uniche entrate sono le bollette che pagano i cittadini, non ce la farà mai. Avrà sempre bisogno di soldi, che arrivino dalla Regione, dagli enti locali, ma che alla fine escono sempre dalle tasche dei cittadini. Se non si punta su questa strada, riforma o no, sarà un casino. Perché il fondo, in tutto questo, l’abbiamo già toccato, ma non contenti stiamo scavando per scendere ancora. Infine una parentesi. I posti di lavoro all’Ato rifiuti devono tutti essere mantenuti, indipendentemente dal modo in cui i contratti siano stati siglati, perché non si può togliere il pane di bocca alla gente ma soprattutto perché i lavoratori, all’Ato, servono. Intanto che tutti facciano la propria parte, compresa la magistratura, che lo sta già facendo con competenza, mettendo in campo tutte le risorse di cui dispone e, visto che di risorse ne ha poche, anche di più. Josè Trovato


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Consiglio comunale di Leonforte - Stipendificio? Il gettone del contendere

Lo scorso 21 gennaio, la Giunta comunale ha approvato la delibera di riduzione del 50% delle indennità di funzione dei componenti della Giunta medesima spettanti per Legge; il provvedimento si aggiunge a quello emanato dalla stessa Giunta durante l’insediamento nel luglio 2008 con il quale aveva già ridotto del 5% l’indennità degli amministratori. Nel comunicato stampa diramato dal sindaco si legge che “l’organo esecutivo ha voluto dare un chiaro ed inequivocabile segno di avvio di un processo virtuoso di riduzione della spesa resa necessaria dalle difficoltà economiche in cui versa l’Ente per una serie di motivazioni che non consentono di continuare a sostenere gli standard di spesa profusa dal Comune di Leonforte. Non si tratta di un provvedimento demagogico, affermano tutti i componenti della Giunta, bensì, di un segnale serio e puntuale di voler affrontare la situazione economica dell’Ente”. In conseguenza di ciò, sindaco e vice sindaco percepiranno un’indennità intorno ai mille euro, gli assessori tra

400 e 600 euro (a seconda se part time o tempo pieno). Il tutto per un risparmio complessivo compreso tra 65 e 70 mila euro annue. Certamente non è una cifra che sana quei 5 milioni di euro di deficit in cui versa il Comune, ma rappresenta pur tuttavia un segnale che – come dicono i nostri amministratori – “dovrebbe aprire un percorso in grado di invertire un trend di deficit dell’Ente che se non affrontato nei giusti modi condurrebbe il Comune di Leonforte a strade ben più tortuose”. Condividiamo e apprezziamo la scelta, anche se il limite temporale della delibera (un anno), in attesa di vedere come si comporterà di conseguenza il Consiglio Comunale ci pare una nota stonata, ma che non sminuisce comunque il valore simbolico della scelta operata. Ci si attende, adesso, qualche altra scelta, come per esempio la riduzione dei settori in cui è organizzato il Comune, dagli attuali 8 a 4, più la Polizia municipale, che comporterebbe una riduzione di costi non inferiore a quella ottenuta con la delibera del 21 gennaio: le ripartizioni e i loro dirigenti hanno senso solo se questi hanno senso per davvero. E, non ci pare sia così. Si potrebbe esigere, inoltre, il grosso credito che Leonforte vanta nei confronti dell’ Ato Rifiuti (o Sicilia Ambiente che dir si voglia). E il Consiglio

Comunale? Per adesso tace, anzi mormora, tacciando la scelta del Sindaco di demagogia. Intanto, però, niente affatto demagogicamente, i nostri consiglieri comunali continuano a spendere qualcosa come 15.000 euro al mese per le proprie indennità. Senza vergogna e senza pudore. Il gettone di presenza percepito dai nostri rappresentanti, 80 euro lorde, è il più alto di tutta la provincia di Enna (solo i consiglieri provinciali percepiscono un gettone di poco superiore). Si tratta di una cifra tre volte superiore di quella che, secondo i parametri delle leggi della Repubblica Italiana, spetterebbe ai consiglieri di un comune come il nostro: circa 27 euro lorde a gettone. Perché, allora, 80 euro? Perché anni fa fu deciso che meritavano di più per le loro conclamate virtù! E ciò che è acquisito una volta è difficile rinunciarvi. Non solo. I Nostri, percepiscono il gettone di presenza anche per le riunioni delle Commissioni. Anche qui c’è qualcosa da dire. Intanto, le leggi della Repubblica Italiana non prevedono Commissioni per comuni con meno di 15.000 abitanti (come il nostro). Ma Leonforte ha fatto il suo Statuto e nell’Articolo 31 prevede l’ istituzione delle Commissioni e vi dedica ben 16 commi! Piazza Armerina, con il doppio di abitanti, ha cinque

commissioni consiliari,Leonforte ne ha 5 + 1. Negli altri comuni, i consiglieri possono partecipare a una o due commissioni, i nostri, invece, possono partecipare anche a tutte. E ad ogni riunione di Commissione scatta il gettone di presenza (80 euro). In questo gioco di presenze, tra consiglio e commissione, c’è chi arrotonda lo stipendio fino a oltre mille euro (più dell’attuale indennità del sindaco). I più fortunati sono i consiglieri che rappresentano se stessi, che non fanno parte di partiti organizzati, perché “sono costretti”, poverini!, a essere presenti sempre! Abbandonano il proprio posto di lavoro (pubblico o privato, ma retribuito anche nelle assenze) e trascorrono le loro giornate sempre in faticosissime ed estenuanti riunioni di commissione! La fatica, il mutuo della casa, il trasferimento dal Nord al Sud

della sede di lavoro, eccetera eccetera dei nostri consiglieri comunali, costano alla collettività, come si diceva, ben 15.000 euro al mese, per un totale annuo di 180.000 euro! Si potrebbe fare di meglio? Certo. Intanto ridurre il gettone ai 27 euro spettanti. Poi limitare il gettone alle sole sedute del Consiglio Comunale (da considerarsi uniche anche quando vengono rinviate ad hoc). Ciò comporterebbe un costo mensile che potremmo arrotondare a 600 euro, per una spesa annua di 7.200 euro. Risparmio? Ben 172.800 euro che potrebbero essere destinati alla scuola o ai servizi sociali. Che figurone farebbero i nostri consiglieri! E noi smetteremmo di pensare che lo fanno solo per la sacchetta. Ma la mia è solo demagogia. I fatti li fanno i numeri. I loro. Emilio Barbera

Il responsabile dell’Ufficio tecnico comunale si è messo in aspettativa lunga prima del pensionamento, andando oltre le aspettative di chi sperava cambiasse ufficio. Tra amici e parenti del PD, chi vedrà esaudite adesso le proprie aspettative?

Il deserto della Valle del Dittaino. è colpa della nebbia di Enna La “dottrina Monroe” in salsa ennese

Nella Valle del Dittaino, scrive Alida Amico sul settimanale Centonove, tra le aziende finanziate dal Patto e dalla legge “488”, ben 8 su 11 non sono mai partite o hanno chiuso i battenti in poco tempo. La giornalista le cita una ad una, a cominciare dalla Cesit e dalla Cosit srl, del conte piazzese Maurigi & c., definito “molto amico dell’ ex governatore Cuffaro” , proseguendo con la tecnologica, della famiglia Romano di Centurie, la Carcò Class, di Riccardo Carcò, cognato di Mirello Crisafulli, la O.M.En, la Plast.EN srl, la Sicilsind, impiantate dalle 3 società del gruppo Gulino, la Damen Moda srl, della famiglia ennese Patrinicola, la Deteritalia srl e la Fidia, multinazionale svizzera guidata da un gruppo di catanesi, “tra i quali – scrive Alida Amico – figura anche l’attuale parlamentare regionale ennese Paolo Colianni”. La lista delle aziende svanite nel nulla è impressionante per quan-

tità e qualità. Per quantità, se pensiamo al denaro pubblico buttato al vento, alle occasioni perse, ma soprattutto al numero dei posti di lavoro sprofondati nella melma. Per qualità, se si riflette sui legami e sulle figure di spicco del panorama provinciale e regionale che emergono dalle sue pieghe. Essa spiega in parte il lungo e inquietante silenzio bipartisan che ha accompagnato il tracollo di un sogno industriale e il dispendio di preziose opportunità. E getta una luce sinistra sul grido “Enna agli ennesi”, sul grido risuonato prepotentemente in coincidenza dello scioglimento degli Organi di gestione dell’Asi disposto dall’Assessore Venturi per le “persistenti violazioni di legge e le gravi irregolarità amministrative” rilevate. Quel grido, lanciato contro l’Assessore e il Commissario Cicero, tuttavia, non ha ricomposto le schiere degli attori economici

e sociali della provincia, né ha sollevato movimenti di piazza, né scioperi dei lavoratori o sommosse popolari. Quel grido, simile ad una chiamata alle armi, intendeva sollevare la provincia contro lo “straniero” che viene qui da noi, nella nostra terra, nella terra dell’ “uomo della nostra terra”, come i vecchi colonizzatori, per scippare e distruggere. Ma ha sollevato solo un po’ di polvere. Polvere alla quale siamo abituati. Del resto, percorrendo le vie della provincia, sarebbe cosa strana se non lo fossimo. Siamo abituati anche al fango, figuriamoci alla polvere. Oggi, in piena crisi, ascoltare quel grido è un lusso per pochi, una perdita di tempo, una distrazione imperdonabile. Le piazze, i lavoratori e le imprese si imbattono quotidianamente in problemi che non ammettono distrazione. Problemi generati non dai politici della “provincia

accanto”, o dagli alieni o da qualche altra entità oscura e remota, ma dagli eletti, dagli eletti e dai ri-eletti della nostra provincia, insomma da coloro che hanno taciuto quando occorreva gridare contro lo sperpero, mentre gridano quando sarebbe opportuno tacere e raccogliersi in un dignitoso silenzio. La vecchia “dottrina Monroe”, enunciata dall’ omonimo Presidente degli Stati uniti nel lontano 1823, passò alla storia con il motto l’ “ America agli americani”, motto che esprimeva

V I L L A G U S S I O Una r i s or s a del t er r i t or i o p er l ’i nt er a Si ci l i a

la ferma volontà di limitare le mire egemoniche delle potenze coloniali europee nel continente americano. Invece, il grido lanciato in difesa degli interessi della nostra provincia, se mai passerà alla storia, evocherà l’idea di una provincia colonizzata da una parte dei suoi abitanti, da quella parte che nel tentativo di nascondere i suoi interessi reali non fu capace di produrre un solo argomento degno di rispetto, ma solo un grido di allarme scomposto e polveroso. Enzo Vicari


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In provincia di Enna non è cambiato niente. Gente inutile!!! I governi vanno e vengono. La spazzatura rimane. Presidiava le vie della Provincia nei giorni della campagna elettorale dell’uomo della “svolta”,

Pippo Monaco. Le presidia adesso, tra la rassegnazione degli utenti, le invocazioni di aiuto dei Sindaci e la legittima rabbia degli operatori ecologici, che a causa del mancato pagamento delle spettanze hanno incrociato le braccia. L’alternativa al governo della Sinistra si è dunque dimostrata inconsistente. In merito alla raccolta dei Rifiuti, in piena campagna elettorale, Pippo Monaco indicava nel suo programma obiettivi precisi. Ricordiamo ancora i più significativi: la raccolta differenziata tramite “sperimentazione” di “progetti pilota” per città e per quartieri, con premi in bolletta per i cittadini virtuosi; stipula di “specifiche convenzioni” ideate allo scopo di “far diventare i rifiuti una risorsa economica”; infine, “tariffe eque e legittime”. Li ricordiamo a vantaggio degli elettori che hanno creduto nel Presidente. Ma soprattutto perché, dinnanzi alla spazzatura accumulata in questi giorni nelle strade dei paesi

della provincia, si rischia di dimenticare persino di essere cittadini di una nazione civile. A suo tempo, il candidato alla presidenza riconobbe che la cattiva gestione e le clientele “hanno generato una mostruosità che pesa sulle spalle e sulle tasche dei cittadini in modo intollerabile e soprattutto ingiusto”. Con il senno di poi, si potrebbe dire che la mostruosità, come i guai, non è venuta da sola. Seguendo la logica dei numeri, essa sembra direttamente proporzionale al disimpegno della classe politica di una Provincia che ha trasformato la gestione dei Rifiuti in un enorme imbroglio. Privati dei loro diritti elementari, i cittadini e i lavoratori sopportano ancora il peso di quella mostruosità e di molte altre. I dati emersi dall’assemblea recentemente organizzata dal delegato di Assortenti, il dottore Pippo Bruno, e dalla dott.ssa Ilaria Di Simone, non lasciano dubbi in proposito. Nel corso

dell’Assemblea, si legge in un comunicato stampa di Vivienna, “dopo un excursus sul problemi rifiuti […], si è passati alla trattazione di un nuovo problema”. Il “problema” a cui allude il comunicato non è il “traffico”, ma l’Acqua. A proposito dell’Acqua, si legge che sono state sottolineate “perplessità sulla aggiudicazione della gara”. Pare infatti che non si è tenuta nella giusta considerazione una non meglio precisata “offerta più vantaggiosa per i cittadini”. Non sappiamo da chi provenisse l’offerta, né la misura del vantaggio. Il comunicato su questo punto è piuttosto sibillino. In compenso rassicura i cittadini con l’annuncio della “prossima apertura di una sede provinciale” a cui possono rivolgersi per “problemi di utenze e contenziosi”. Il dato più preoccupante emerso dall’Assemblea, se vogliamo, è da ricercare tra le righe di questo annun-

cio. Mettersi a disposizione dei cittadini è cosa bella. Ma trattare un problema politico per “via legale” è semplicemente mostruoso. Il “problema Acqua”, come il “problema Rifiuti” su cui la Di Simone, in tandem con il Presidente della Provincia, costruì la sua fortuna politica, non è un problema, ma il problema politico per eccellenza, l’unico che non può essere affrontato in una sede diversa dal Consiglio provinciale, dal Regionale e così via dicendo. I problemi che riguardano il bene comune e la sfera pubblica sono di tipo politico. Affrontarli a colpi di carta bollata è il modo migliore per dimostrare che gli organi della rappresentanza non servono. In fin dei conti, si può fare a meno anche della democrazia, se con un Pippo Monaco in più o una Ilaria Di Simone in meno si deve sempre e comunque ricorrere in giudizio. Enzo Vicari

CAMBIO DI ASSESSORI A LEONFORTE LE TRE CARTUZZE

Corre voce in queste settimane che il sindaco si appresterebbe a cambiare la squadra che lo affianca. un piccolo rimpastino, un 3 x 3 che rimetterebbe a posto i rapporti non proprio sereni con il suo schieramento. uscirebbero gli assessori Castrogiovanni, Salerno e Salamone – cioè le “tre perle” della campagna elettorale, quelli che avrebbero fatto la differenza – ed entrerebbero Grillo, Proto e Vanadia, espressione del bilancino politico della sinistra leonfortese. Se qualcuno si era illuso che l’amministrazione Bonanno sapesse e potesse camminare da sola, senza le intromissioni dei burattinai del partito, si è sbagliato di grosso. In realtà, questa non è nemmeno una sorpresa. Si vociferava già all’indomani del voto – e lo abbiamo scritto su queste pagine già allora – che avremmo avuto tre consiglieri da consumare preferibilmente entro… (vedi scadenza sul fondoschiena dei cittadini). E come previsto, ecco che la scadenza è arrivata. Domanda banale numero 1: se i tre assessori hanno operato bene, è

etico nei confronti dei cittadini sostituirli? Cioè, la logica spartitoria del PD & Soci è più etica dell’interesse pubblico? La risposta è ovvia. I tre suddetti assessori, in campagna elettorale, ci furono presentati come coloro che segnavano la rottura col passato, la differenza fra questa amministrazione e quella che l’ha preceduta; tre esponenti della cosiddetta società civile, ci fu detto, scelti per il contributo che avrebbero potuto dare per una sana gestione della cosa pubblica. Ebbene, se hanno operato male, è evidente che il sindaco Bonanno si è sbagliato non poco, poiché i tre rappresentano la metà della sua giunta. E allora, domanda banale numero 2: questa sostituzione è una dichiarazione di errore che è costata due anni di cattiva gestione della cosa pubblica? Le conseguenze dovrebbero essere altre e non la sostituzione dei tre. La verità è che tutto rientra in logiche eterne di una politica piccola, fatta di espedienti, contrattazioni e ritorni di fiamma. Lo testimonia il fatto che saranno sostituiti i tre

(anzi 2+1) assessori non politici e anche che il nome vociferato per la carica di segretario del PD leonfortese: quello dell’ex assessore Di Naso. un ex, appunto. Che fa parte dello stesso pacchetto di contrattazione in cui rientrano i tre nuovi presunti assessori (Castrogiovanni, tra l’altro, rientrerebbe in gioco come consigliere comunale in sosti-

tuzione di Proto: si nesci da porta e si trasi do purtieddu). Ciò che rammarica non è l’operazione in sé, ma il fatto che in questo nostro paese le decisioni non sono prese da un carico da undici che guarda lontano, e nemmeno da dieci, che non ci sono: non abbiamo carichi! Bensì dalle mezze figure e dalle carte lisce di un partito che

non c’è più da tempo, il cui sguardo non va oltre l’orizzonte del centimetro quadro intorno al proprio naso. E questo non riguarda soltanto le macerie di quello che è stato il Partito Comunista, ma anche, per altri versi, il vuoto cosmico che da anni regna dall’altro lato della luna.

Prima Casa Rifugio in Provincia di Enna per donne vittime di violenza e maltrattamento a Piazza Armerina Nascerà a Piazza Armerina la prima casa rifugio per donne vittime di violenza e maltrattamenti della provincia di Enna. Infatti, uno dei due immobili confiscati alla mafia nel territorio di Piazza Armerina e assegnati al Comune è stato destinato dall’Assessore alle Politiche Sociali Lina Grillo a questo fine. In particolare, la casa rifugio entrerà a far parte della rete siciliana dei centri antiviolenza, rete che prevede protocolli d’intesa con i servizi territoriali socio-sanitari e con le forze dell’ordine e che è stata istituita ed è coordinata da Raffaella Mauceri, conosciu-

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ta come la giornalista delle donne, da anni impegnata nel settore della violenza di genere, fondatrice del centro antiviolenza “Le Nereidi” di Siracusa. La rete dei centri antiviolenza oggi conta sul territorio isolano ben 54 presìdi che coprono 7 province su 9. “Finalmente anche la provincia di Enna si dota di un centro antiviolenza a Piazza Armerina” – afferma Raffaella Mauceri, nel corso della conferenza stampa tenutasi nella mattinata del 12 marzo presso la Sala delle luci del Palazzo di Città, alla presenza delle rappresentanti delle associazioni femminili operanti

nel territorio. “Il percorso per istituire la rete dei centri antiviolenza in Sicilia è stato lungo e tortuoso, ma una notizia che ci ripaga di tutti i sacrifici è l’approvazione in sede di Commissione “Affari Istituzionali” dell’Assemblea Regionale Siciliana, nella seduta del 10 febbraio, del Disegno di Legge “Contro la violenza sulle Donne e i Minori”. Questa Legge, infatti, che ora passa all’esame dell’aula per la sua approvazione finale, colmerebbe finalmente una lunga vacatio legis sul tema perchè prevede l’istituzione da parte della Regione Sicilia di centri di prima

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accoglienza (i cosiddetti centri antiviolenza) dove le donne vittime di violenze sarebbero accolte insieme ai figli minori o diversamente abili, per offrire un primo e basilare intervento psicologico e medico. Gli stessi centri sarebbero poi collegati a case di accoglienza a domicilio segreto all’interno delle quali le vittime di violenza potrebbero ripristinare la propria autonomia e riconquistare la propria libertà, nel pieno rispetto della riservatezza e dell’anonimato.” – conclude Raffaella Mauceri. “Il centro antiviolenza di Piazza Armerina nasce proprio al fine di assicurare alle donne vittime di maltrattamenti una vita autonoma e di garantirne la dignità, perché sarà prevista al suo interno l’istituzione di laboratori di produzione del miele e di coltivazione in serre sulla scia dell’ esempio virtuoso delle fattorie

sociali.” – dichiara l’Assessore Lina Grillo. Dopo la conferenza stampa, l’importante iniziativa è stata presentata nella stessa giornata agli studenti delle scuole superiori presso il teatro Garibaldi, dove l’ Avv. Veronica Giorgianni del centro “Le Nereidi” di Siracusa ha riportato testimonianze di donne vittime di maltrattamenti e persecuzioni o stalking, così come la psicoterapeuta Dott. Margherita Cannata. Adesso, a partire dal 10 aprile, si terrà un corso di formazione della durata di 5 settimane, rivolto a formare aspiranti volontarie (psicologhe, avvocate, ginecologhe, operatrici) della struttura che verrà istituita a Piazza Armerina, reclutate in un numero massimo di 30 attraverso lo strumento di un questionario motivazionale. Basilia Lotario


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C’è qUALCUNO NEL PALAZZO DELLA PROVINCIA? Lo stato delle strade della provincia di Enna è un po’ la metafora delle condizioni economiche e politiche in cui versa il nostro territorio: le arterie ci sono, il problema è la praticabilità. un sistema economico e politico c’è, il problema è il suo reale funzionamento. Il Prefetto di Enna ha chiesto l’intervento della Protezione Civile per il dissesto delle strade, ma a chi e che cosa chiedere per il dissesto della nostra provincia dal punto di vista economico e politico? Nelle scorse settimane un articolo su La Sicilia di Andrea Lodato, nelle pagine regionali, descriveva lo stato disastroso e il fallimento

dell’area di sviluppo industriale di Dittaino, se a questo aggiungiamo la crisi dell’Oasi di troina, la Francis di Regalbuto, i tagli nella scuola e il disastro di Sicilia Ambiente e Ato Rifiuti, ci pare che il quadro sia quasi completo. Ma dov’ è il Presidente della Provincia Monaco in tutto ciò? Da ragazzini si faceva un gioco: si mettevano i pugni dei partecipanti, in alternanza, uno sopra l’altro e poi uno bussava, tup tup, ad ogni pugno e chiedeva: Cca stà u attu? La risposta era sempre: No, cchiù ’ncapu. Fino all’ultimo pugno, quando finalmente si trovava l’abitazione del gatto. Così è per il Presidente

Monaco, ma il guaio è che quell’ultimo pugno non arriva mai: nei problemi che affliggono il nostro territorio, abbiamo l’impressione che il nostro Presidente stia sempre cchiù ’ncapu. Quando è stato eletto, oramai da circa due anni, le aspettative di tutti erano che avrebbe segnato una svolta nella gestione della cosa pubblica, che avrebbe messo mano alla gestione dei rifiuti, che avrebbe saputo coinvolgere gli attori economici locali in un rilancio del nostro sistema produttivo, che avrebbe saputo e potuto innovare – grazie al rientro della Venere di Morgantina (che triste sorte: da Malibù ad

Aidone!) – la promozione e i circuiti turistici del territorio. Invece? Nulla. Solo due anni di liti interne al Pdl provinciale, che fanno eco a quelle del partito regionale, hanno di fatto impedito qualsiasi azione amministrativa (fino al cambio degli assessori designati al momento del voto: e si ricomincia). Dittaino sprofonda nel fango e più che un’area industriale dà l’impressione di essere la base lunare Alfa (ricordate Spazio 1999?): immobile e immutabile, se non verso una sempre più totale desolazione; Pergusa, che un tempo muoveva una certa economia nel territorio e che ha fatto sì che la piccola frazio-

ne diventasse una sorta di “centro provinciale” della ristorazione, non riesce ad essere più un circuito automobilistico né a sfruttare l’alternativa di area naturale protetta; due ospedali rischiano di chiudere i battenti o di venire notevolmente ridimensionati (ma tanto lui lavoro in quello che non chiude); finiamo in prima serata con le belle dichiarazioni di quel tale funzionario della Provincia di Enna che dichiara che se cade una scuola tanto c’è la magistratura che poi indaga e… ’cca sta u Monicu? No cchiù ’ncapu.

“PIZZINI DI GIUDIZIARIA” Omicidio colposo. La Procura: “A giudizio Raciti di Acicatena” LEONFORTE, CHIESTO UN RINVIO A GIUDIZIO PER LA MORTE DI GIANLUCA PICCIONE E’ arrivata una richiesta di rinvio a giudizio per il drammatico incidente stradale del 20 febbraio scorso sull’A19 Palermo-Catania. Quella sera il ventitreenne leonfortese Gianluca Piccione fu travolto e ucciso da un’auto, dopo essere sceso per parlare col proprietario del carro attrezzi che doveva rimorchiare la sua vettura in panne. Era a piedi sulla corsia d’emergenza. Il procuratore di Nicosia Daniela Cento ha chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo a carico di Carmelo Raciti, 55 anni, di Acicatena, nel Catanese, il conducente della Fiat Stilo che investì il giovane. È stata fissata l’udienza preliminare a carico dell’uomo, difeso dall’ avvocato Antonio Impellizzeri. E Raciti dovrà comparire il prossimo 25 marzo di fronte al gup di Nicosia, chiamato a esaminare la richiesta della Procura. Per l’accusa, la responsabilità di Raciti sarebbe consistita in “negligenza, imprudenza e imperizia”. L’uomo non avrebbe rispettato le norme sui limiti di velocità, che impongono di regolare l’andatura a ogni circostanza di qualsiasi natura per evitare ogni pericolo per la sicurezza delle persone e di conservare il controllo del mezzo in condizioni di sicurezza, mantenendo una velocità tale da non consentirgli di arrestare il veicolo e allontanarsi dalla corsia d’ emergenza, dove avvenne l’incidente. Quella maledetta sera, infatti, Gianluca era sceso dalla macchina subito dopo l’arrivo del carro attrezzi che avrebbe dovuto trainare la sua auto in panne, quando fu travolto dalla Fiat Stilo. In macchina con lui viaggiavano un’amica e il cugino, che assistettero attoniti al tragico incidente. La morte di Gianluca, un ragazzo conosciuto da tutti, di buona famiglia e voluto bene da tanta gente, fu un trauma per l’intera comunità leonfortese, che partecipò in massa ai suoi funerali. tano ‘u liuni, potrebbe aver chiesto il pizzo da solo LEONARDO, A GIUDIZIO DA SOLO PER LE ESTORSIONI A SAN CATALDO Il boss Gaetano Leonardo, che sarà processato ad aprile in Corte d’assi-

se, a Caltanissetta, per le presunte estorsioni ai danni della Sidis di San Cataldo, potrebbe non aver spartito con nessuno il pizzo chiesto ai commercianti del supermercato nisseno. È in base a questa tesi, ammesso e non concesso che effettivamente Leonardo abbia commesso l’estorsione – per quei fatti deve ancora è stato semplicemente rinviato a giudizio – che l’altro ieri il gup di Caltanissetta Alessandra Bonaventura Giunta ha assolto, dall’accusa di concorso in estorsione, i sancataldesi Calogero Maurizio Di Vita e i fratelli Antonio e Salvatore Cordaro. Il pm Roberto Condorelli aveva chiesto, per i tre, 6 anni e 8 mesi ciascuno. Le contestazioni si riferiscono a fatti avvenuti a fine anni ’90, quando ai danni dei supermercati di San Cataldo sarebbe stato commesso anche un attentato incendiario. Ma per gli avvocati dei tre, che hanno ottenuto il proscioglimento dei loro clienti col rito abbreviato, non ci sarebbero riscontri ai contatti tra Leonardo e i loro clienti, con cui era accusato di aver spartito il pizzo. Il processo a carico di “tano ‘u liuni”, invece, dinanzi al giudice Giacomo Montalbano. Leonardo è difeso dall’avvocato Antonio Impellizzeri. A gennaio, Leonardo fu condannato a 17 anni al maxi-processo, per otto estorsioni e associazione mafiosa. tra le accuse c’era anche il pizzo alla Sidis: fatti analoghi a quelli contestati nel Nisseno, insomma, ma avvenuti a Enna Bassa. Caltanissetta, a maggio processo alla “nuova mafia organizzata” ennese ZIO TURI SEMINARA, UN “BOSS INCENSURATO” A GIUDIZIO PER MAFIA Sarà il primo processo a quella che secondo gli investigatori sarebbe la nuova mafia organizzata di Enna. Si aprirà il 31 maggio, dinanzi al gup del tribunale di Caltanissetta, il processo di rito abbreviato a carico dei quattro personaggi coinvolti nell’operazione “Old One”, il presunto direttorio provinciale di Cosa Nostra, con base operativa tra Aidone, Piazza Armerina e Mirabella Imbaccari nel Catanese. Il processo è stato fissato ieri. tecnicamente, il 31 maggio, sarà il giorno in cui saranno valutate le richieste di riti alternativi al processo ordinario e della requisitoria del pm Roberto Condorelli, che ha coordinato l’inchiesta per la Dda. L’abbreviato, dopo il decreto di

giudizio immediato emesso dalla procura distrettuale antimafia, è stato chiesto dagli avvocati di Salvatore Seminara, 63 anni, allevatore di Mirabella Imbaccari presunto reggente provinciale dei clan ennesi; di Antonio Spitaleri, quarantenne valguarnerese presunto braccio destro di Seminara; di Gaetano Drago, 53 anni, e del presunto capo di Aidone Isidoro Di Pino, 57 anni. I quattro sono difesi dagli avvocati Franco Azzolina, Sinuhe Curcuraci, Egidio La Malfa e Antonio Anzalone. A Mirabella, si diceva, viveva il presunto capomafia provinciale di Enna Seminara, detto “zio turi”, che secondo l’accusa – che si basa su intercettazioni ambientali eseguite con tecnologie all’avanguardia (c’è chi parla addirittura dell’utilizzo di microfoni direzionali) e sui racconti del pentito umberto Di Fazio – sarebbe stato designato capo dal vecchio “padrino” di Caltagirone Ciccio La Rocca. Zio turi attende di conoscere, presumibilmente entro la prossima settimana, la decisione dei giudici del tribunale del Riesame dopo che la Cassazione ha annullato per un vizio procedurale l’ordinanza di custodia, con rinvio al tribunale di Libertà. I giudici, tecnicamente, potrebbero decidere di scarcerarlo, nonostante sia detenuto al 41bis, o di confermare l’ordinanza e con essa la detenzione in carcere. Secondo la Cassazione, l’ anno scorso l’ordinanza fu confermata dal Riesame al termine di un’udienza in cui non sarebbe stato presente l’avvocato di Seminara, perché la notifica gli sarebbe arrivata troppo tardi. Quasi un “cavillo”, insomma, ma che rischia di rimettere tutto in gioco. Assolti Magro e Lombardo, che fecero mesi di carcere OMICIDIO AVVENIA A PIAZZA, TRE CONDANNE Sono arrivate tre condanne e due clamorose assoluzioni per l’omicidio del pregiudicato piazzese Giuseppe Avvenia, ucciso a colpi di pistola la notte del 3 ottobre 2008. Il gup David Salvucci, al termine del processo che s’è tenuto al tribunale di Enna, ha condannato a 18 anni, 9 mesi e 28 giorni di carcere Roberto La Rosa; a 18 anni, 9 mesi e 10 giorni Aldo Consoli, ritenuto dalla Procura la mente dell’omicidio, nel ruolo di ideatore e mandante del delitto; e a 17 anni e 8 mesi Giuseppe La Rosa. I tre, difesi dagli avvocati Marco Di Dio Datola e

Walter Castellana, sono stati ritenuti colpevoli dell’accusa di omicidio aggravato e detenzione abusiva d’arma da fuoco. I tre sono stati condannati anche al risarcimento dei danni in favore della parte civile, la mamma di Avvenia assistita dall’ avvocato Francesco Alberghina del foro di Catania, da quantificarsi in sede civile. In favore della donna è stata disposta anche una provvisionale da 50 mila euro, in solido tra i tre condannati. I due assolti, che erano detenuti per questo da settembre e ieri pomeriggio erano in attesa di lasciare il carcere, sono Giuseppe Lombardo, difeso dall’ avvocato Norberto Liggieri (l’imputato per cui il pm Marcello Cozzolino aveva chiesto la pena più alta, pari a 23 anni e 4 mesi), e Giuseppe Magro, difeso dagli avvocati Roberto Sardella e Egidio La Malfa, per cui l’accusa aveva chiesto 18 anni di reclusione. Enna, una fucilata colpì il muro, perché il ragazzo si scansò “SPARO’ AL FIGLIO”, CONDANNATO MIGNEMI Il cacciatore pensionato Giuseppe Gaetano Mignemi, 62 anni, che il 5 novembre scorso avrebbe tentato di sparare al figlio, è stato condannato ieri a 6 anni di reclusione per tentato omicidio. Secondo il tribunale, non avrebbe centrato il giovane solo perché quest’ultimo sarebbe riuscito a schivare il colpo. È arrivata una pesantissima condanna, dunque, al processo di rito abbreviato a carico dell’uomo, difeso dall’avvocato Giovanni Palermo. A emetterla è stato il gup Pasqualino Bruno, nel pomeriggio di ieri. Il pm Calogero Ferrotti aveva chiesto 8 anni. Il giudice ha riconosciuto invece le attenuanti generiche, che hanno annullato le aggravanti, l’aver agito per futili motivi e con un vincolo di parentela. Dal conto della pena, ovviamente, vanno sottratti i tre anni di “sconto” per l’abbreviato, altrimenti gli anni inflitti sarebbero stati 9. Il giudice ha condannato Mignemi anche a risarcire simbolicamente con un euro il figlio, che l’aveva chiesto costituendosi parte civile con l’assistenza dell’avvocato Filippo Vicari. Il sessantaduenne dovrà pagare anche le spese processuali e le spese legali sostenute dal figlio. L’imputato è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. “Desidero esprimere soddisfazione per la sentenza – commenta l’avvocato Vicari – perché la parte civile ha avuto

modo di esternare i propri sentimenti e distaccarsi dalla condotta morale del padre”. Avrebbe chiesto il pizzo a Catenanuova, ma con lo “sconto” RIESAME, ANCORA CARCERE PER MAVICA CAtENANuOVA. Resta in carcere Antonino Mavica, il pregiudicato di 46 anni arrestato dai carabinieri due settimane fa per estorsione. Il tribunale del Riesame di Caltanissetta, che ha rigettato il ricorso, ha parzialmente accolto le ragioni del difensore di Mavica, il penalista Antonio Impellizzeri, facendo cadere una delle due aggravanti contestate. Mavica era accusato di aver estorto del denaro a un artigiano – avrebbe chiesto come “messa a posto” duecento euro al mese – con due aggravanti: aver agito col metodo mafioso e aver agito in qualità di appartenente a Cosa Nostra. Quest’ultima aggravante è caduta su decisione del tribunale di Libertà. L’ordinanza, emessa dal gip Alessandra Bonaventura Giunta e eseguita dai carabinieri del nucleo investigativo, diretti dal capitano Ettore Minniti, è stata comunque confermata dal Riesame. E il difensore di Mavica ora si riserva di presentare ricorso in Cassazione, non appena saranno note le motivazioni del tribunale di Libertà, oltre che di chiedere quanto meno i domiciliari al gip, considerato che le accuse, secondo la difesa, sarebbero state ridimensionate e che l’entità delle “mazzette” sarebbe bassa. Per l’accusa, Mavica si sarebbe fatto pagare 200 euro al mese, ma con l’inizio del 2010 avrebbe preteso una sorta di adeguamento al costo della vita. L’arresto è arrivato dopo mesi di intercettazioni e pedinamenti.


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Gaetano Russo: “Perché a Leonforte la gente non si serve della nostra ambulanza?”

La Croce Rossa offre a costi minimi il servizio di trasporto dei pazienti Come ottenere un servizio di trasporto in ambulanza a costi minimi? Basta rivolgersi alla Croce Rossa Italiana (CRI) e con 20 euro i volontari effettuano il trasporto del paziente nel perimetro urbano. Per i trasporti extraurbani il diritto di chiamata è di 15 euro e poi si pagano 85 centesimi al chilometro. In servizio comporta regolare rilascio di fattura il cui costo va portato in detrazione nella voce spese mediche. A leggerlo tutto in un fiato l’attacco dell’articolo suona come una sorta di spot pubblicitario, ma abbiamo ritenuto doveroso sponsorizzare iniziative di volon-

tariato di tale sorta che potrebbero alleviare le fatiche economiche e assistenziali di molte famiglie in stato di bisogno. La Croce Rossa Italiana nella nostra provincia si afferma sempre di più come realtà attiva, professionale e ben organizzata. I risultati sono ben evidenti e vanno oltre l’entusiasmo e le parole del commissario provinciale Gaetano Russo. Nel capoluogo la Croce Rossa offre una vasta gamma di servizi. Si occupa della distribuzione delle scorte alimentari alle famiglie povere, dei buoni spesa e abiti alle donne in gravidanza e, per ultimo, il commissario Russo

ci spiega come si sta tentando di portare i volontari in tutte le strutture socio-sanitarie per aiutare i soggetti più vulnerabili. “ Ad Enna – dice Russo – in questi mesi abbiamo stipulato dei protocolli di intesa con diverse associazioni nell’ambito di un progetto di servizio civile denominato ‘Yes we can’. Ma stiamo entrando grazie al nostro medico CRI Gaetano Sproviero anche nei reparti ospedalieri”. L’ entusiasmo del commissario Russo si smorza quando parla della situazione di Leonforte. Nel paese c’è un folto gruppo di volontari, egregiamente guidati dall’ispettore Paolo Calabrese e

seguiti dalla volontaria Marianna Romano, ma il servizio di trasporto ha trovato sinora una timidissima risposta. Il commissario Russo, che a sua volta è stato anche confortato dalle promesse del sindaco Bonanno, non si dà pace. “Io ritengo – afferma convinto – che la cittadinanza non conosca ancora questo servizio. Perché mi sembra impossibile che la nostra ambulanza a Leronforte resti quasi inutilizzata. La gente che ha bisogno del servizio di trasporto in ambulanza può, e quindi deve, chiamare ai nostri numeri. Risponderà la signora Romano e secondo le disponibilità dei nostri

la bacheca dei consiglieri comunali qUESTION TIME

10 domande del consigliere Pioppo al sindaco di Leonforte Pino Bonanno 1 Pioppo (Mpa) “Se ci sono 5 milioni di debiti perché non si riscuotono i crediti dell’Ato?” 2 Il sindaco a gennaio 2010 ha dichiarato che l’ente comune conta 5 milioni di debiti. Ma come mai nel settembre 2009 la giunta ha approvato un consuntivo in attivo di 5 mila euro? 3 Nel 2009 il sindaco Bonanno ha chiesto al governo Berlusconi 3 milioni di euro per ripianare il debito di Leonforte. Ma se ad inizio 2009 i debiti erano 3 milioni e a distanza di un anno sono cresciuti a 5 milioni vuol dire che 2 milioni di debito sono stati prodotti nell’ultimo anno? E come la mettiamo col consuntivo 2009 approvato con 5 mila euro di attivo? E’ falso ciò che dice il sindaco Bonanno o il consuntivo approvato? 4 Perché non si dichiara il dissesto finanziario? Le accise fiscali resterebbero quasi inalterate.Avete approvato il piano delle assunzioni per undici persone esterne; e come la mettiamo col patto di stabilità? 5 Avete fatto rientrare a casa, al comune di Leonforte, qualcuno a piacere vostro, avete fatto tutti generali, con avanzamenti orizzontali, avete fatto convenzioni con chi avete voluto e poi se andiamo a vedere le scelte sono sempre cadute su persone vicine all’amministrazione, o ancora meglio amici del sindaco. Forse ho la vista sfuocata? 6 Avete affittato il plesso scolastico Granfonte per 500 euro a mese quando tra i debiti esistono 88 mila euro l’anno per locazione. Come mai si adotta questo criterio? 7 Non avete dato mandato per un solo decreto ingiuntivo, perché non lo avete fatto? Almeno a chi ci deve di più. Forse perché non volete andare contro ai vostri amici dell’Ato EnnaEuno e Siclia Ambiente di Enna? Forse per i favori ricevuti nel tempo? Certo poi come fate a mandare ancora i vostri raccomandati a lavorare sulle spalle di tutti. O no? 8 Perché non avete riscosso i crediti avanzati dal Comune da molti debitori? C’è qualcuno che vi interessa? Ma allora perché dopo 20 mesi di allegra amministrazione con un continuo pagamento di cambiare elettorali venite fuori col debito di 5 milioni? 9 L’amministrazione comunale si è abbassata l’indennità per un anno ma è solo fumo negli occhi che non risolve nulla. Vi rendete conto che i soldi non bastano nemmeno per 2 degli articolisti che gentilmente avete riportato dentro all’interno del Comune? 10 Se gli amministratori lavorano bene devono avere quanto gli spetta. Abbassandovi lo stipendio avete sottoscritto un atto di resa. Vi volete fare perdonare qualcosa o è l’ennesimo proclama populistico?

Alle brillanti osservazioni del consigliere Pioppo solo i Revisori dei Conti o la Corte dei Conti possono rispondere.

Responsabile di redazione Enzo Vicari, Emilio Barbera Art Director Nunzio Baja

CROCE ROSSA ITALIANA LEONFORTE trasporto ambulanza: € 20 urbano - € 15 + 85 cent. a Km extraurbano tel. 0935/901098 Cell. 3294783782/333 5080473

LEONFORTE

Il Consigliere Comunale DOMENICO LIVOLSI, Indipendente di SINISTRA, produce al Sindaco una interpellanza sul completamento dei lavori per il rifacimento della rete idrica. Il Consigliere Livolsi dopo aver constatato che alcuni lavori di ripristino di vie del centro abitato non sono stati eseguiti o sono stati eseguiti male, con un’interpellanza protocollata in data 16/03/2010 che sarà messa all’ordine del giorno del primo Consiglio Comunale utile, chiede alla Amministrazione Comunale: Se risultano a questa Amministrazione Comunale lavori ancora da effettuare in riferimento al rifacimento e al completamento della rete idrica? L’Amministrazione Comunale ha provveduto tramite l’ufficio competente al controllo di tutti i tratti di carreggiate, piazze, prospetti pubblici e non, in riferimento al ripristino finale con la posa in opera di apposite piastrelle, asfalto, effettuato da parte della Società Acqua Enna a completamento dei lavori di rifacimento della rete idrica? Se i lavori sono stati completati, è stato redatto un verbale di consegna lavori dove si evince il rispetto di quanto previsto dalla normativa vigente in materia di lavori pubblici o dallo specifico capitolato di gara, in materia di controllo e consegna dei lavori? Se i lavori non sono stati completati, è intenzione di questa Amministrazione Comunale, far sì che ciò avvenga, nel rispetto delle regole di ripristino dettate da normative e quand’altro in materia di controllo e consegna di lavori? Leonforte li 16/03/2010 Consigliere Domenico Livolsi

Il Consigliere Comunale DOMENICO LIVOLSI, Indipendente di SINISTRA, presenta al Sindaco una interpellanza sulla chiusura sportello servizio idrico “Acqua Enna” presso i locali del Comune di Leonforte. Il Consigliere Livolsi dichiara che: Lo sportello Acqua Enna è stato sempre operativo negli anni 2005-06-07-08. Nel 2009, dopo un periodo di chiusura, il servizio era stato ripristinato con l’apertura dello sportello un giorno alla settimana. Lo stesso consigliere Livolsi fà notare che, nel breve arco di tempo che lo sportello ha ripreso a funzionare ha dato la possibilità ai nostri concittadini di risolvere piccoli problemi, nello specifico reclami, chiarimenti su consumi, la possibilità di effettuare volture, nuovi allacci e quant’altro senza il bisogno di recarsi presso gli uffici di Enna, specialmente per i concittadini più anziani che hanno serie difficoltà per muoversi con i mezzi pubblici, o peggio rivolgersi al pessimo servizio telefonico tramite il numero verde indicato nelle fatture che ci vengono recapitate. Nello specifico il Consigliere LIVOLSI nell’interpellanza protocollata in data 16/03/2010 che sarà messa all’ordine del giorno del primo Consiglio Comunale utile, chiede alla Amministrazione Comunale: Quali sono stati i motivi che hanno portato alla chiusura dello sportello “ACQuA ENNA” , istituito presso i locali del Comune di Leonforte, operativo un giorno alla settimana, nello specifico il Venerdì ? È intenzione di questa Amministrazione Comunale attivarsi per far sì che questo servizio venga ripristinato, con la riapertura dello Sportello “ACQuA ENNA” in modo da soddisfare le esigenze dei cittadini del Comune di Leonforte ? Leonforte li 16/03/2010 Consigliere Domenico Livolsi

Edizione Lancillotto e Ginevra s.r.l. Direttore responsabile Salvo Guliti

volontari noi cercheremo di prestare il nostro servizio”.

Collaboratori di redazione Josè Trovato, Carla Parano, Cristina Barbera Stampa Arti Grafiche Jesus - Via Quasimodo, 1 Leonforte (En) - Tel.0935 902263 Registraz. Tribunale di Nicosia n. 61 del 21-7-2000 Redazione e Amministrazione C.so Umberto, 282 - Leonforte Iscritto al Registro nazionale della Stampa al n° 12624

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Uno scecco per ogni occasione L’attribuire virtù o vizi agli animali per riferirli agli uomini è vecchia storia: lo scrittore greco Esopo già nel VI secolo a. C. nelle sue favole o MutOI aveva antropomorfizzato numeorosi animali per simboleggiare quasi tutte le sfumature psicologiche possibili. Proprio dal ricco elenco esopico viene preso in prestito l’animale che per eccellenza la “lingua siciliana” elegge a simbolo dell’umano agire e pensare: l’asino ovvero ‘u sceccu. In realtà nel mondo esopiano si affiancano leoni, volpi, agnelli, lupi e altri animali, ma dell’asino viene fuori un variegato catalogo psicologico che ne sfata la diffusa catalogazione nella categoria della pazienza. L’asino, infatti, ora è invidioso del cibo del mulo o della voce delle cicale; ora è dannosamente astuto, come nel caso dell’asino che portava il sale; inoltre è anche vanitoso per doti che

non ha. Il siciliano traduce immagini e caratteristiche della favola greca semplificandole in brevi ed efficaci espressioni, “detti”, modi dire, proverbi in miniatura adatti alle varie occasioni della vita. Si vuole, pardon si voleva, - perché adesso il buonismo verbalmente corretto non lo permette più - sottolineare la poca attitudine allo studio di un alunno, di un figlio? Ecco il paragone asinino già bell’e pronto: Sceccu quazatu! Lo “sceccu” quazato suggerisce l’immagine dell’asino vestito come un essere umano che, nell’ossimoro delle due realtà, bestiale e umana, rende ancora più evidente l’ignoranza mascherata. A esaudire la legittima domanda sull’attendibilità della premessa a proposito della relazione tra fonti greche i proverbi siciliani sullo “sceccu” giunge il racconto esopiano

dell’asino che si riveste della pelle di un leone per spaventare gli animali, ma che non riesce a ingannare la volpe che lo aveva sentito ragliare. Se, invece, si è di fronte a una persona di dubbie capacità e doti personali, ma che, vivendo in un contesto particolare o risplendendo di luce riflessa, ostenta un orgoglio e una vanità esagerati si può adoperare l’espressione Sceccu/a di Gerusalemme. La contestualizzazione storica dell’espressione ci riporta al racconto evangelico dell’ingresso di Gesù nella città di Gerusalemme a dorso di un asino, tra le acclamazioni di esultanza della folla, mentre l’allusione popolare si serve di questa immagine per svelarci la vanità della bestia che credeva rivolte a sé le manifestazioni di lode. Anche quest’immagine è presa in prestito da Esopo nel cui racconto si parla di un asino che, fedelmente al mondo

LA ZAPPA SUI PIEDI

Verso la metà di gennaio è andato in onda un servizio-spot all’interno della trasmissione di Canale 5 “Striscia la notizia”. Nello spot in questione appariva il presidente del consorzio dell’ Arancia Rossa di Sicilia I.G.P. mentre, con un gioco di parole a dir poco infelice, mostrava le differenze che ci sono tra le arance col bollino (e quindi prodotte da aziende che aderiscono al Consorzio) di varietà “tarocco” e altre arance, sempre siciliane, che però non avevanoa il bollino e che per questo venivano tacciate di essere false, di essere appunto dei tarocchi e dunque “non originali”. E’ evidente che la qualità di un prodotto non può essere demandata al solo fatto di avere un bollino appiccicato

sulla buccia. Ed è altrettanto ovvio che un’arancia senza bollino può essere altrettanto buona ed “originale” quanto quelle col bollino. Aderire o no ad un consorzio può essere una scelta imprenditoriale, un’opportunità valutata secondo le leggi di mercato e del vantaggio economico che il produttore può trarre da questa scelta. A volte aderire a un consorzio può essere garanzia di qualità, altre volte no. Ma in ogni caso non si può affermare che chi non aderisce a quel consorzio, produca delle arance di serie B. Difatti, com’era prevedibile, le proteste dal mondo dell’agrumicoltura siciliana si sono levate da più fronti; pertanto si è reso necessario ripiegare con un altro servizio sul più famoso telegiornale

pagano del tempo, porta la statua di un dio; entra in una città e, credendo che la gente rivolga a lui le lodi con cui accoglie la divinità, inorgoglitosi si mette a ragliare rifiutandosi di procedere. Nel caso in cui si vogliano chiarire inequivocabilmente le proprie posizioni, rivendicando diritti al di là di legami sociali o parentali viene in soccorso il famoso detto: “‘U compari è compari, ma u sceccu da vigna l’amu a livari”. In quest’espressione, in verità, l’asino non incarna un difetto particolare dell’elenco espiano, ma, presentandosi in uno stato di assoluta passività e dipendenza dal padrone, fa mostra di quella che, al di là del modello greco di riferimento, sembra riconosciuta nell’immaginario popolare come caratteristica principale che ne stabilisce la dimensione ontologica prima che psicologica: la pazienza.

tra gli asini pazienti e costretti a sopportare il peso loro imposto c’è una categoria più penalizzata: ‘u sceccu de issara”, il cui carico, se è corretta l’identificazione con il gesso, non doveva essere certo fra i più leggeri. Carla Parano

La guerra dei poveri

satirico d’Italia in cui si chiariva che anche le arance senza bollino sono altrettanto buone come le altre. E’ lecito pensare che questa “leggerezza” mediatica sia costata carissima ai produttori di arance siciliane. E non solo in termini prettamente economici, ma anche (e soprattutto) in termini d’immagine. Questa vicenda è solo l’ultima di una lunga serie e potrebbe essere presa come case history della piaga più grande dell’agricoltura siciliana: la rivalità tra gli agricoltori siciliani. Sono infatti essi stessi i principali artefici del loro (inglorioso) destino. Questo accade quando ci si fa la guerra tra (agricoltori) poveri. E tutto ciò mentre si stima che nel 2010 circa 45-60 mila aziende agricole saranno costrette a chiudere i battenti a causa della crisi dei prezzi, che su un totale di circa 250.000 aziende agricole attive in Sicilia equivale a circa il 20% del totale. tradotto in altre parole significa che avremo un taglio di almeno (ma sicuramente saranno di più) 45.000 posti di lavoro, con una perdita di ricchezza che oscilla tra gli 800 e i 900 milioni di euro. Sono dati drammatici e intanto nessuno si accorge di questa triste realtà. Nessuno.

I giornali non ne parlano e i politici se ne fottono! Però 200 operai che salgono su un tetto creano allarme sociale e tutti i tG ne parlano, con tutto il rispetto e la solidarietà per chi è costretto ad affrontare il dramma della perdita del posto di lavoro. E intanto che si fa? L’assessore al bilancio della regione siciliana Michele Cimino ha dichiarato che azzererà i tributi per un anno alle aziende agricole siciliane. una grande idea, non c’è che dire. Peccato che in caso di calamità o perdita del prodotto del 30% (e allo stato attuale delle cose questa soglia viene superata abbondantemente), basta una semplice raccomandata all’ Agenzia delle Entrate, all’ Ispettorato provinciale all’agricoltura e all’ Agenzia del territorio per ottenere per legge l’esenzione dei tributi. Il vice presidente della Regione ha scoperto l’acqua calda, ma la spaccia per un grande risultato ottenuto dal governo regionale. E pensare che basterebbe poco per mettere in atto delle misure in grado di alleggerire la situazione senza grandi sforzi da parte dell’amministrazione regionale... Chiudiamo con una buona notizia, o almeno speriamo che lo sia. Lo scorso 8 febbraio a Dittaino si è posta la prima pietra di un nuovo stabilimento di produzione di

energia pulita ottenuta da biomassa. La centrale è la prima di questa tipologia in Sicilia e il progetto prevede la realizzazione di un impianto capace di produrre 20 Mwe. La centrale sarà alimentata da cippato ricavato dagli alberi di eucalipto provenienti dai boschi dell’ azienda regionale foreste demaniali delle province di Enna e Caltanissetta. Questa è sicuramente un’ ottima notizia per tutte le implicazioni positive che potrebbe portare innanzitutto sull’ occupazione. In secondo luogo le ricadute di visibilità per la nostra provincia sarebbero sicuramente positive, in quanto si tratta di un progetto all’avanguardia e innovativo. Infine questo sistema permette di produrre energia pulita e rinnovabile. Speriamo solo che il progetto venga davvero realizzato e che possa essere funzionante nei tempi stabiliti (tra 2 anni circa) e che non sia solo la solita cattedrale nel deserto attira-contributi pubblici. E poi speriamo che ci si ricordi di piantare nuovi alberi, in modo da sostituire quelli che verranno abbattuti: in caso contrario, per l’ennesima volta, saranno solo le nostre speranze ad essere abbattute. Angelo Manna manna.angelo@hotmail.it

Finalmente risolto lo stato di emergenza della discarica di Piazza Armerina Finalmente, dopo anni di disinteresse da parte delle istituzioni preposte, lo stato di emergenza ambientale relativo alle due discariche dismesse nel territorio di Piazza Armerina, site in contrada Muliano e in contrada Scalisa, è in via di soluzione definitiva. E’ il risultato dell’ultima missione palermitana presso il Dipartimento regionale dell’acqua e dei rifiuti di giorno 10 marzo dell’ Ammi nistrazione Nigrelli. L’ Assessore all’Ambiente teodoro Ribilotta, coadiuvato dai Responsabili del Settore Ambiente, l’Ing. Procaccianti e il Dott. Mirci, che in questi mesi si sono spesi incessantemente sul tema, è riuscito ad ottenere i fondi per risolvere definitivamente il grave problema. Infatti, entro 60 giorni dalla validazione dei progetti ad opera degli uffici comunali competenti, la Regione metterà a disposizione del Comune di Piazza Armerina una somma che per-

metta la messa in sicurezza in emergenza delle due aree. La somma dovrebbe aggirarsi all’ incirca su 1.000.000 di euro, in quanto in questi casi è previsto un intervento dai 250 mila euro ai 400 mila euro circa per ettaro e le discariche hanno ciascuna una superficie complessiva intorno ad un ettaro e mezzo. La discarica di contrada Muliano non è più in uso dal 1995 e il quantitativo di rifiuti ammonterebbe a circa 100 mila metri cubi, in avanzata fase di mineralizzazione, come accertato dall’Arpa nel marzo del 2004. La discarica di contrada Scalisa, invece, è stata in uso dal 1995 al 1999 e il quantitativo dei rifiuti in essa contenuto ammonterebbe a circa 200 mila metri cubi, stoccati in due vasche. Nelle ultime settimane erano state eseguite delle indagini preliminari all’interno dei due siti, proprio al fine di risolvere definitivamente il problema. Da anni, infatti, le

discariche in questione producono percolato, un refluo con un tenore più o meno elevato di inquinanti organici e inorganici, derivanti dai processi biologici e fisico-chimici all’interno di ogni discarica. tale percolato, che secondo i monitoraggi effettuati non ha mai raggiunto finora la cosiddetta soglia di contaminazione (quella che evidenzia l’inquinamento ambientale e delle falde acquifere), doveva essere prelevato ogni anno e smaltito con una spesa che si è aggirata per l’Ente Comune sui 50 mila euro annui. La definitiva messa in sicurezza delle due discariche ormai dismesse da più di un decennio può a ragione far tirare un sospiro di sollievo alla comunità. Su questi temi, infatti, non si può scherzare perché il rischio di disastro ambientale, con conseguente pericolo per la salute e l’incolumità dei cittadini, è sempre in agguato se non si interviene in maniera mirata, efficace e

soprattutto definitiva. A proposito di rischio di disastro ambientale, infatti, è di qualche settimana fa (primi di febbraio) la notizia relativa alla discarica di Bellolampo, la discarica più grande della Sicilia, a gestione pubblica dell’Amia, in cui è scattato il blitz dei carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) e della Procura antimafia, contro l’incubo percolato, tracimato oltre la recinzione dell’area, che potrebbe aver contaminato il suolo, le falde acquifere e l’aria delle zone circostanti con il pericolo di un vero e proprio disastro ambientale e di un attentato alla salute dei cittadini dell’intera Palermo e dintorni. una situazione, quella di Bellolampo, che si protraeva da metà settembre 2009, aggravatasi nei primi giorni del 2010 a causa delle straordinarie piogge invernali. tornando al tema delle discariche dismesse da più di un decennio a

Piazza Armerina (Muliano e Scalisa) e al relativo rischio per l’ambiente e la salute, è sicuramente un dato di fatto che le Amministrazioni Comunali succedutesi negli ultimi anni non siano riuscite a risolvere definitivamente il problema e che soltanto l’attuale Amministrazione sia finalmente intervenuta sul tema. Il fatto, poi, che le casse comunali, in periodi così neri di ristrettezze economiche per gli enti locali, frutto dei tagli dei trasferimenti nazionali e regionali agli enti stessi dopo i bagordi dei tempi dell’Italia da bere, possano risparmiare circa 50 mila euro all’anno è anch’essa una buona notizia. Per questa volta un plauso (prudente) alla politica del fare dalle parti di Piazza Armerina. Ma con l’avvertenza che per il futuro vigileremo con sempre crescente attenzione sul tema dell’ambiente e della salute del cittadino. Basilia Lotario


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CICERO SMONTA LA MACCHINA PROPAGANDISTICA DELL’ASI

La valle del Dittaino tra disincanto e prospettive di sviluppo Alfonso Cicero, Commissario dell’Asi Dittaino, non è un novellino. Classe 1967, a soli 42 anni può vantare un curriculum di tutto rispetto: Consigliere della Crias (Cassa Regionale per il Credito alle imprese artigiane), Funzionario direttivo dell’ Assessorato all’ Agricolutura, Commissario di Consorzi di Bonifica, Commissario delle Ipab e, attualmente, capo della segreteria particolare dell’assessore alle attività produttive Marco Venturi, nonché Commissario del Consorzio industriale di Caltanissetta, città in cui ha rivestito l’incarico di Consigliere comunale. Eppure a Gaetano Rabbito, ex presidente dell’Asi, e al suo mentore, il leader maximo della provincia di Enna, non è piaciuto fin dal primo momento. Nulla di personale, s’intende. Ma il solo fatto che l’ Assessore all’ industria Marco Venturi abbia deciso di mandare qualcuno a ficcare il naso nella roccaforte crisafulliana ha provocato reazioni per così dire inconsulte. Reazioni più che comprensibili, se si pensa che nel giro di poche settimane il Commissario dell’Asi Dittaino ha smontato la macchina propagandistica apparentemente ideata per promuovere lo sviluppo dell’ Area Industriale. In una Provincia con una

classe dirigente seria, la macchina sarebbe saltata molto prima dell’arrivo di Cicero. E a quest’utlimo sarebbe spettato semplicemente il compito di raccoglierne i cocci per edificare una nuovo piano di sviluppo. A margine, possiamo ragionevolmente supporre che la politica provinciale avrebbe guadagnato qualche punto di gradimento sia tra gli imprenditori sia tra i lavoratori e i disoccupati. Lo avrebbe guadagnato se qualcuno dei suoi leader indiscussi, invece di insistere sul tema della difesa del territorio dalle presunte aggressioni operate dalle altre province e da entità politiche ostili, avesse dichiarato per tempo, e con la necessaria onestà, che il decollo dell’Asi era ancora da venire. Ai Sindaci, agli assessori e ai retori delle magnifiche sorti dell’ennese, bastava fare un giro nella Valle di Dittaino, o consultare le liste dei disoccupati e delle aziende già chiuse o in procinto di abbandonare la partita, per comprendere che il “decollo” e lo “sviluppo” declamati ai quattro venti erano solo una enorme bufala. una bufala costata fior di miliardi: 140, in lire, piovuti dal Patto territoriale, e altre decine dalla famigerata legge 488, secondo i dati pubblicati da Alida Amico sul settimanale Centonove del 5 marzo di quest’anno.

Certamente la bufala ha fruttato parecchio. Ma pochi hanno avuto la fortuna di mungerla. I più sono stati costretti ad accontentarsi dello sterco. E a nulla sono servite le lamentele. Oggi, le proposte di miglioramento avanzate da ConfindustriaConfartigianato-CNA-Casa Artigiani-UPA Clai, dopo anni di propaganda, testimoniano che la Valle del Dittaino era un luogo di miraggi, un’enorme scatolone vuoto, un deserto esteso su decine e decine di ettari scippati agli agricoltori e riempiti di capannoni. tra le proposte di miglioramento, infatti, figurano ancora interi paragrafi dedicati alla sicurezza, alla viabilità, ai servizi di base e persino all’approvigionamento idrico e alle infrastrutture tecnologiche. Come dire che, nonostante le enormi spese sostenute dagli Enti pubblici, non si disponeva neanche dei requisiti necessari per avviare con sufficiente tranquilità un moderno allevamento di pecore. A pochi mesi dal suo insediamento, Alfonso Cicero non ha dubbi sui punti di forza della Valle del Dittaino. L’autostrada, la ferrovia, le risorse idriche, la posizione centrale e la vicinanza con Catania, sono i punti che secondo Cicero lasciano ben sperare sul futuro rilancio dell’Asi. Ma soprattutto, pensando agli sprechi

LEONFORTE ChE LAVORA

Inaugurato l’ Agriturismo “Sperone”

e alla rovinosa condotta dell’amministrazione precedente, ricorda che legalità e sviluppo vanno di pari passo. E sottolinea l’importanza strategica del piano dell’Assessore all’industria Marco Venturi. Il piano, ricorda Cicero, prevede anzitutto la riduzione dei Consorzi Asi a quattro macroaree, la razionalizzazione delle spese, la costituzione di uno “sportello impresa” per eliminare la mala burocrazia e un significativo ridimensionamento degli organismi pletorici delle assemblee, senza nulla togliere alla progettazione di percorsi di sviluppo concordati con le associazioni sindacali ed industriali. Le macroaree, ricorda ancora Cicero, saranno dotate di un piano di integrazione del sistema industriale siciliano. Se interpretato con coraggio e lungimiranza, si tratta di un piano che potrebbe limitare notevolmente le spinte centrifughe, i particolarismi, le ingerenze dei potentati locali e le commistioni affaristiche a vario titolo responsabili del fallimento dell’economia della provincia. D’altra parte, la riduzione degli organismi pletorici e degli sprechi non può che essere la necessaria conseguenza di una visione politica ed economica che mal si concilia con la volontà dei fedeli dell’«uomo della

nostra terra» e persino di alcuni dei suoi più fieri avversari. In costoro la volontà di tenere in pugno la provincia è prevalsa su ogni considerazione di ordine generale. Ma nella Valle del Dittaino esistono imprese orientate da una volontà diversa. Poche, senza dubbio. tuttavia sufficienti per rilanciare un progetto di sviluppo da tempo congelato. tra le poche ricordiamo il panificio Valle Dittaino, il pastificio “Cerere”, che fa capo ad un gruppo veronese. E ancora: l’impianto di argilla espansa della parmense Morgan’s, l’Ipra della famiglia palermitana Ippolito, la Regalgas del catanese Matteo Grasso e il gruppo Arena. tutte imprese che attendono risposte concrete e tempestive. L’apertura di sportelli Crias e Irfis, di uno sportello bancario polifunzionale e di uno sportello postale, assieme alla video sorveglianza, sono alcune delle risposte alle quali ha pensato Cicero. E le ha pensate nonostante gli attacchi di Rabbito e dei suoi amici, che in quanto a tempestività lasciano molto a desiderare, se consideriamo i trent’anni occorsi per portare a buon fine lo svincolo di Dittaino. Enzo Vicari

A Leonforte: Piazza Carella “Piazza Talebana”

un viaggio attraverso la cultura e la tradizione agricola siciliana Suggestioni mediterranee sono quelle che si riescono a cogliere percorrendo i lunghi viali del “giardino” o i cortili della casa grande del padrone o, magari, sedendosi su un muretto davanti alla casa dei braccianti ed inebriandosi con i profumi provenienti dalla cucina. L’odore delle frittate di fave verdi e “mazzareddi” , le carni e le selvaggine alla brace e i corposi sughi ingaggiano avvincenti battaglie senza vincitore con le fragranze di zagara provenienti dal giardino. L’agriturismo si trova incastonato in una valle a sud di Assoro e Leonforte in provincia Enna, nel cuore della Sicilia, punto d’incontro tra le antiche ”Val Demòne” e ” Val di Noto”. Il nome Sperone non appartiene ad una toponomastica ufficiale ma le persone che lavorarono in quei campi, già lo scorso secolo, lo avevano così soprannominato per via della particolare morfologia. Infatti il fiume che circonda questa proprietà, a causa della naturale erosione ha dato a questa tenuta la tipica forma di uno sperone. Oltre alle tradizionali colture mediterranee, il territorio ospita particolari piante rare, inoltre, presso il laghetto e il fiume (all’interno della proprietà dell’agriturismo), divenuti ormai oasi faunistiche, si può assistere a straordinari eventi di ristoro delle specie più rare di volatili durante le loro migrazioni. Il clima è mite e temperato d’inverno, caldo ma ventilato d’estate. Dalla comoda veranda del risto-

rante si può godere di spettacolari albe sull’Etna e di struggenti tramonti sui monti Erei. tutto ciò per capire meglio il contesto in cui si colloca la struttura. L’Agriturismo Sperone nasce dall’esigenza di ridare splendore ad una struttura che in passato visse il clima dei racconti brancatiani, il “giardino”, con il suo inconfondibile odore di zagara, che un tempo fu il fulcro della vita di questa antica masseria siciliana, fa da cornice alla “casa grande” , completamente restaurata e alle case piccole (un tempo riparo per i braccianti) trasformate in confortevoli monolocali da 3/4 posti letto e servizio. Gli oltre 24 ettari di terreno coltivato ad agrumeto, ortaggi, fave e frumento interagiscono pienamente con le strutture di nuova costruzione come la piscina ed il laghetto. tante buone ragioni per passare meravigliosi soggiorni presso questa struttura, una su tutte il fatto che si trovi solo a 2 km dallo svincolo di Mulinello sulla A19 PA-Ct nel cuore della Sicilia. L’agriturismo è di proprietà all’ azienda agricola Agripsale s.r.l. , una società formata da giovani con l’imprenditorialità nel DNA, un’ ulteriore scommessa dello storico gruppo industriale della famiglia Ipsale, che ha sempre lavorato in ambito edile ma questa volta ha deciso di diversificare gli obiettivi aziendali con un impegno forte anche in campo agro-biologico come le arance, prodotto di punta dell’azienda.

Progetti in cantiere per il futuro prossimo: l’ organizzazione di eventi eno-gastronomici-culturali, una sorta di originali feste campestri dove gli ospiti, partecipanti attivi, potranno passare un’intera giornata all’insegna della buona tavola, del buon vino, della musica e dello sport. L’agriturismo Sperone mette a disposizione dei propri clienti confortevoli camere e buona cucina, per un soggiorno piacevole presso la struttura. Le camere, i servizi e saloni sono accessibili ed attrezzati per ospitare soggetti portatori di handicap. Inoltre i clienti possono usufruire della piscina con solarium, campo di bocce, campo di calcetto, tiro con l’arco, parco giochi, laghetto, barbecue, parcheggio custodito, servizio pic nic nell’aranceto, percorsi in mountain bike, percorso naturalistico, attrezzatura sportiva all’aperto.

La bellissima piazza Carella che unitamente a piazza 4 Novembre costituiva un luogo architettonico unico e di cui la comunità di Leonforte andava giustamente orgogliosa è ridotta ad una piazza talebana, ad un suk arabo pieno di venditori ambulanti, strutture ingombranti, auto ammassate, intralci vari che deturpano mutilandola la bellezza lineare del palazzo Carella e la piazza stessa. Questo luogo è stato il tempio della democrazia, il territorio ideale dove i partiti si affrontavano con i comizi e le manifestazioni. Era il centro del passeggio, degli incontri, degli appuntamenti, il luogo della memoria e dei commerci, il luogo degli affari e delle discussioni piene di fervore dialettico. Ora è ridotta ad un posto triste e deturpato. Menti volgari e corrotte hanno autorizzato elevazioni e edificazioni di strutture che hanno impedito l’unificazione della piazza con l’adiacente piazza Annunziata impedendo di fatto la realizzazione di un area pubblica con palazzi, chiese e villa. Progetto previsto anche da architetti internazionali. Ma tutto questo non ha potuto realizzarsi. La piazza è stata vittima di speculazioni, di menti egoiste capaci di distruggere la bellezza e piegarla ai propri sporchi interessi. Non un solo intervento è stato operato per cercare di riportare la piazza alla sua antica bellezza. Non un solo contributo è stato richiesto e fatto approvare da amministratori che mi richiamano alla mente toro seduto.


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LE PREVEDIBILI EMERGENZE A LEONFORTE m O R T I

Quante morti dobbiamo ancora vedere nei telegiornali che accompagnano i nostri pranzi e le nostre cene? “Morti annunciate” così le ha definite monsignor Montenegro, vescovo di Agrigento, riferendosi alle due sorelline di Favara e alla recente frana di Giampilieri. Monsignor Montenegro si è rifiutato di celebrare il funerale di quelle due innocenti perchè, ha urlato, si poteva evitare che ciò accadesse, ma nessuno ha provveduto perchè così fosse. Sedici famiglie di Butera, terrorizzate che un’eventualità simile potesse riguardare anche loro, hanno occupato la sala consiliare del loro municipio in attesa che il sindaco consegni le chiavi delle case popolari da tempo promesse. Case vivibili perchè confortevoli (anche se sprovviste di corrente elettrica) contro i tuguri (per nulla “marcuzziani”) nei quali sono costretti a soggiornare. Favara e Butera sono i casi più immediati di fatti comunemente accettati. Non c’è, infatti, paese o città che non vanti una borgata in perenne

stato di provvisorietà minacciata da crolli, smottamenti implosione di immobili di varia natura e allocazione. Con cadenza regolare queste realtà emergono ed in occasione di improvvidi terremoti che, inopportunamente destabilizzano con l’imprenditoria edile che usa la terracotta e la sabbia di mare, si denunciano le colpe di cui tutti si dichiarano turbati e innocenti. Il sindaco di Favara, incalzato dai giornalisti che continuamente chidevano il perchè di tanta incuria, stringendosi nelle spalle si diceva solo l’ultimo di una lunghissima lista di rei. Giunte di diverso colore e appartenenza partitica si erano, difatti, succedute ignorando l’evidente e sperando che questo potesse riproporsi all’uopo, magari in prossimità di una campagna elettorale o di una avversa vittoria. Il dissesto urbano delle zone storiche e socialmente periferiche è conditio sine qua no di molte città, soprattutto del meridione. Queste zono poco frequentate e dai paesani e dai forestieri (seppur nostalgici) sono caratterizzate da: ballatoi adornati da parietarie ed escrescenze pietrose assai friabili e da muri trabballanti e particolarmente crepati, supportati da puntelli a loro volta puntellati. In quel di Leonforte su tali ballatoi si possono apprezzare, durante le feste pasquali o le serate ferragostane,

DONNE… CON LE gONNE

A N N u N C I A T E

nugoli di pellegrini curiosi e incoscienti. Bisogna arricchire le cronache regionali di una nuova tragedia locale? Nessuno lo vuole, certo, ma nessuno provvede ad impedirlo. Rimanendo in quel di Leonforte vi sono delle zone a tutti note, a prescindere delle cognizioni tecnicogeometriche, che rischiano da decenni “l’emergenza”. Le “rinomate” S.Rocco, S. Croce, Granfonte e S. Antonio versano in uno stato di “abbandono cronico”, l’esodo che le ha travolte ha comportato anche un implicito disintresse, nel tempo mutatosi in degrado. Certo anche da noi le norme atte a salvaguardare l’urbe non mancano, ma spesso vengono personalizzate ad uso e consumo dell’utente ed ancora più spesso vengono abusate dagli organi di controllo che accomunano la nostra S.Croce all’omonima fiorentina. Qua come là il color nocciola dell’intervento d’urgenza su un intonaco scrostato, può portare alla galera, ma quì la necessità ed il decoro non hanno la stessa valenza che là. Qua, infatti è d’uso allungare ed ingrassare le case, per i figli ed i figli dei figli, fino all’inverosimile mantenendo inalterato quel caratteristico prospetto rosso-forato che unitamente al pergolato in lamiera o alla veranda in eternit è diventato il “modus” di ogni opera eternamente in fieri. Se il “perennemente in atto” caratterizza la new town il dilagare dell’ortica e dell’umidità definisce invece la old town. Questo morbo degenerante ha infestato gli immobili di pubblico interesse e in questo duemiladieci che si prepara a celebrare il quattrocentenario della fondazio-

A cura di Cristina Barbera cri.barbera@gmail.com

Fatti di vita (reali e non) per donne con le gonne, “impantalonate” all’occorrenza

MATRIMONIO E DIVORZIO: ISTRUZIONI PER L’USO E…IL DISUSO Clitemnestra è la regina di Micene, è un personaggio di ampio rilievo e di forte tempra, in quanto rappresenta il risentimento femminile causato dalla gelosia e il sentimento materno di fronte al possibile sacrificio della figlia Ifigenia. Figlia di Zeus o del re di Sparta tindaro (pare che la madre, Leda, abbia avuto nella stessa notte, con entrambi, due rapporti amorosi…), sposò Agamennone, dopo che questi stesso le uccise il marito, tantalo. Gli diede quattro figli: Elettra, Ifigenia, Oreste e Crisotemi. In seguito alla notizia dell’ imposizione ad Agamennone da parte degli altri capi nella guerra contro troia di un sacrificio ad Artemide e il suo permesso ad immolarne la figlia Ifigenia, anche se poi non avvenne, nacque in Clitennestra, nei confronti del marito, un rancore eterno alimentato inoltre dalle insidie del cugino di Agamennone, Egisto, divenuto nel frattempo il suo amante. Finita la guerra a troia, Agamennone tornò a casa con la principessa Cassandra, figlia di Priamo, suo bottino personale, ma ad attenderli ci sarà la morte procurata dai due amanti. Clitemnestra ed Egisto regnarono per sette anni, finché furono assassinati da Oreste, a cui il dio Apollo aveva ordinato di punirli per vendicare la morte del padre Agamennone. Clitemnestra, dunque, oltre a rappresentare la “moglie gelosa” e la “madre protettrice”, raffigura anche l’immagine di una donna che, innamoratasi di un altro uomo, si lascia “guidare” da questo per “liberarsi” del marito…Magari se i suoi “autori” (Omero, Eschilo ed Euripide) avessero tenuto conto della facilità con cui poteva essere sciolto un matrimonio in quel tempo, piuttosto che arrivare a tanto, avrebbero potuto semplicemente far “separare” la coppia, evitando così “tante tragedie”… Nella Grecia antica, infatti, le fonti sul divorzio sono piuttosto scarse, sembra fosse abbastanza facile per un uomo e una donna sciogliere il vincolo matrimoniale, anche perché non era previsto un atto legale specifico, in quanto non esisteva alcun atto giuridico che decretasse il matrimonio stesso.

tuttavia nel diritto attico erano previste tre ipotesi di “scioglimento del matrimonio”: il ripudio, l’abbandono del tetto coniugale da parte della moglie e lo scioglimento da parte del padre della sposa. Il ripudio da parte del marito, non aveva bisogno di alcuna spiegazione, il marito poteva ripudiare la moglie quando voleva, a condizione che le restituisse la dote. Invece quando era la donna a volere il divorzio, questa aveva bisogno dell’intervento del padre o di qualche altro cittadino di sesso maschile per portare il caso dinanzi all’arconte, che era chiamato a registrare la separazione con un atto giuridico, che registrava l’avvenuta cessazione della convivenza coniugale. Questo atto era finalizzato sostanzialmente a tutelare la donna, la quale, a quanto pare non agisse da sola, ma quasi sempre congiuntamente alla famiglia di origine. Infatti, se cercava di ottenere il divorzio da sola, non solo si esponeva alla condanna della comunità, ma spesso veniva ostacolata con ogni mezzo dal marito. Il terzo caso è abbastanza singolare, perchè il padre della sposa poteva, per motivi personali, di solito di carattere patrimoniale, sciogliere in qualsiasi momento il vincolo matrimoniale. Ciò perché ad Atene una donna passava definitivamente nella casa del marito solo quando gli dava un figlio, quindi prima di allora ella faceva ancora parte della sua famiglia ed era sottoposta all’autorità paterna. Nell’antica Roma invece la tradizione attribuiva a Romolo non solo la celebrazione delle prime nozze della storia della città (quelle tra i Romani e le Sabine rapite), ma anche la creazione di leggi che regolavano lo scioglimento del legame matrimoniale. Stando alle fonti, Romolo avrebbe vietato alla donna di abbandonare il marito e l’alloggio coniugale; al contrario all’uomo era consentito ripudiare la sposa, se quest’ultima si fosse macchiata di gravi colpe, quali l’aborto volontario, l’adulterio e la sottrazione delle chiavi. La prima causa contrastava apertamente la finalità delle nozze: la generazione di figli leggittimi; la seconda causa metteva in

discussione la discendenza del sangue, in quanto la donna che si era concessa ad altri uomini metteva in pericolo la riproduzione nei figli del sangue del marito. Invece il terzo “crimine” femminile che legittimava il ripudio era la “sottrazione” o “falsificazione” delle chiavi probabilmente quelle della cantina, dove veniva conservato il vino, bevanda vietata alle donne romane poiché si pensava che bere vino portasse la donna alla perdita di autocontrollo, predisponendola ad un comportamento sessuale sconveniente e dunque ad una “disponibilità” all’adulterio… Nel Medioevo e agli inizi dell’età moderna, stabilita la dote portata dalla fanciulla, il matrimonio concordato dal padre della sposa con il futuro marito e, soprattutto, con la famiglia di lui, accettato e comprovato dai parenti più stretti dell’uno e dell’altro mediante una stretta di mano o, a Roma, tramite bacio reciproco, poteva “saltare” per una difficoltà dell’ultima ora, con conseguente carico di disonore e danno economico della famiglia. Il lungo percorso contrattuale che portava al matrimonio era soprattutto subìto dalla donna, la quale, una volta passate dalla patria potestà alla potestà del marito, spesso viveva il proprio matrimonio come un “travaglio”. Il termine matrimonio, venne attestato per la prima volta nell’italiano scritto intorno alla fine del Duecento in Ser Brunetto Latini, risale realmente al latino matrimonium, che a sua volta deriva da mater ’madre’, proprio in quanto indicava, originariamente, la maternità legale. La Chiesa, per sottrarre il matrimonio ai poteri di controllo di famiglie, clan, signori feudali, sostenne la teoria “consensualista”, secondo la quale, affinché il matrimonio fosse valido, era sufficiente il libero consenso degli sposi. tant’è che, prima della svolta controriformistica, non era necessaria alcuna forma pubblica e ufficiale per validare il matrimonio, né tanto meno la presenza di un sacerdote o di testimoni. Si pensi, al contrario, alla pressione esercitata in tempi moderni e contemporanei dalla Chiesa nel dare risalto alla sacralità del

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ne del paese si assiste all‘atto conclusivo di una parentesi storica tanto a lungo durata. La lungimiranza del principe, purtroppo, non arrivò a contemplare l’inoperosità dei suoi abulici discendenti che fra un forum e un dibattito si dolgono del perduto, crogiolandosi nel “si potrebbe, sarebbe bello, stiamo operando, ci stiamo muovendo per............ “. I siti che ospitano la memoria storica del nostro paese sono tutti coinvolti sarebbe perentorio elencarli, ma un accenno merita il convento dei Frati Cappuccini, ospitante il mausoleo del principe e della sua consorte principessa Caterina

Branciforti. una costruzione del 1600 che dovrebbe essere il vanto di ogni cittadino capace di pregiarsene e che da noi assurge all’ingrato ruolo di semplice arredo urbano.Arredo o dettaglio di cui si può trascurare l’esistenza e dire che in quel di Assisi sono proprio questi dettagli che incantano i turisti di ogni dove. Con la speranza che lo spirito del principe non suggerisca a chi di dovere un nuovo diluvio, atteso che la tagliata è stata con dovizia e cura tagliata, mi appresto a chiudere chiedendo ai lettori: “Cui prodest”? Gabriella Grasso Segue da pagina 1 >>> Editoriale

neri e foschi qui dove la crisi è soprattutto strutturale, spiegano che, in sintesi, i 117 miliardi di vecchie lire presi con il Patto territoriale e finanziati dal Cipe, sono andati quasi tutti persi. Il 50 per cento di quel Patto fu investito nell’operazione Ceccato. Oggi possiamo dire onestamente ch’è stato un fallimento. L’azienda è in fase di smantellamento. Quanto agli opifici, che sino a qualche decennio fa erano circa 60, oggi ne resistono appena una decina, con gli operai in mobilità. In questo fazzoletto di terra hanno chiuso i battenti 380 aziende. Molte delle quali venute dal nord. Gli imprenditori padani per cinque anni hanno beneficiato dei sussidi e dei vantaggi previsti dal Piano di sviluppo europeo, in quanto area ad Obiettivo 1, e alla scadenza quinquennale del programma hanno battuto la porta e sono andati via. Mi chiedo: è regolare questo meccanismo? Giusto perché siamo siciliani e conosciamo le cose di Dio, possiamo avanzare il sospetto che tutta questa operazione possa essere frutto di una volontà speculativa ai danni dello Stato ed in particolare una maxi manovra per delinquere sui fondi europei? Inoltre non sarebbe legittimo indagare su tutte le dinamiche di appalto e affidamento dei lavori strutturali, incarichi tecnici e consulenze legali per capire se tutto è stato condotto nel rispetto della legge? Ad esempio: chi ha redatto le relazioni geologiche che hanno dato il via alla costruzione di un polo industriale a Dittaino; cioè su di un “fiume d’argilla”. Dove l’acqua canta… Questa è la provincia siciliana, con Caltanissetta, che ha il maggior numero di persone che sopravvive con il reddito minimo garantito. Roba che va da 400 a 900 euro al mese, a secondo del nucleo familiare, va avanti così da dieci o dodici anni, soprattutto in centri come Leonforte o Barrafranca. Gente che si aspetta una stabilizzazione nel settore pubblico, altro che storie. Così come i 4000 forestali ennesi che lavorano 78 giornate in un anno, ma che tra disoccupazione e malattia guadagnano quanto un impiegato statale. Da questa parti l’industria è fatta dalla politica e non dagli imprenditori. L’economia è fatta non dalle leggi di mercato ma dagli accordi tra la politica regionale e gli affaristi. I politici stessi sono amministratori, imprenditori e affaristi. Da queste parti la politica ci entra sempre. E da tutte le parti. Come si diceva prima a proposito della mafia… qualcosa sicuramente è cambiata. Ma cosa? Salvo Guliti matrimonio, incluse le condizioni della monogamia e dell’indissolubilità, sconosciuti all’antichità. Indissolubilità che, per essere messa in discussione da una legge civile sul divorzio (dove, per cautela, la parola divorzio non compare mai, mentre si parla invece di scioglimento del matrimonio), ha dovuto aspettare, in Italia, la legge Fortuna-Baslini del 1970 e il “No” della maggioranza dei votanti all’abrogazione della medesima legge nel referendum del 12 maggio 1974. Negli ultimi 40 anni il numero delle separazioni e dei divorzi è cresciuto in maniera smisurata e la diffusa “nostalgia” per una mitizzata, “tradizionale” solidità della vita matrimoniale lascia il tempo che trova. In realtà, nei secoli e per secoli il matrimonio è stato instabile e precario, per morte, emigrazione, configurazione famigliare non unita e volubile, pur se ambito come “affare” privilegiato, scelta razionale per una migliore sopravvivenza di due singoli “associati” (riproduzione dinastica nei ceti più alti; rafforzamento dell’esistenza attraverso i figli, nei ceti meno alti). Il mito del matrimonio d’amore è contemporaneo. Corrisponde a un corso di generale avanzamento delle condizioni di vita nelle società occidentali industrializzate, iniziato tra l’Ottocento e il Novecento. Adesso la scelta del partner diventa un’esclusiva scelta d’amore, tanto da confondere quegli elementi di valutazione e razionalità sempre presenti nel momento della “selezione”. Ma è un mito che, anche se autorevole, poiché divulgato dai mezzi di comunicazione di massa per supportare gli antichi “valori” della società borghese fondata sul solido matrimonio dove l’uomo andava al lavoro per mantenere la famiglia e la fedele moglie e madre casalinga si dedicava in tutto e per tutto a questa. Ma

tutto ciò non esiste più. Il movimento delle donne ha messo in crisi l’ordine tra i sessi e le incompatibilità hanno perso il controllo, l’opposizione generazionale si è radicalizza, la formazione della coppia si è chiusa nel privato, rivelando tutta la complessità di tenere insieme amore e matrimonio, di accordare l’amore, con le sue imprevedibilità con la solidità della coppia costituita. I matrimoni finiscono, le separazioni e i divorzi aumentano ininterrottamente. Aumenta il numero dei single, aumentano altre forme di convivenza non stabilite dal vincolo giuridico del matrimonio. Oltre a dover affrontare la fine del proprio matrimonio, le coppie si trovano di fronte a tempi lunghi prima di arrivare al divorzio, infatti, tra la separazione e il conseguente divorzio possono volerci dai tre anni (in caso di separazione consensuale), a molto di più (in caso di separazione giudiziale). Il DS, nel 2003, tentò di far passare una proposta di legge, detta “divorzio breve” (o “veloce”), che prevedeva la riduzione del tempo minimo di separazione da 3 anni a uno (per le coppie senza figli e separate consensualmente), ma non ci fu niente da fare, la proposta venne bocciata in aula (218 contrari, 202 favorevoli). Dunque nonostante ci si trovi dinnanzi ad una “MALAtIA C’AMMISCA”, ci vorrà ancora molto tempo, in Italia, prima che i componenti delle coppie “scoppiate” possano far “volgere” (dal latino “vertere”), in tempi relativamente brevi, verso un’altra “direzione” (latino “divertere” da cui divorzium) le proprie esistenze. Pertanto è evidente che ormai il mito del matrimonio d’amore si sta del tutto, ahinoi, dissolvendo, lasciando il posto a singole realtà, comunque alla ricerca continua di una, ormai, utopica stabilità.


Il Breviario Febbraio 2010