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ANNO XXXIII

Pubblicazione periodica dell’Istituto Leone XIII - Milano Poste Italiane Spa - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46), art. 1, comma 2, DCB Milano

marzo 2020

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editoriale

Siamo in un tempo di grandi incertezze circa il futuro, e quindi di difficoltà nelle attività del campo educativo finalizzate a costruire realtà di sicurezza e serenità di vita di giovani e vecchi. L’omelia del 27 febbraio di papa Francesco pensiamo ci spinga a meditare su questa realtà piena di insicurezze, mostrandoci i propositi e le aperture nella vita comune proposte dal modello di vita cristiano. Speriamo che ciò porti al nostro ambiente educativo un ulteriore sostegno per continuare con speranza nel lavoro svolto in questi mesi difficili. Questo “nuovo” Tuttoleone a colori vuole essere un piccolo aiuto in questa direzione. p.

Uberto Ceroni SJ

In copertina

La direzione, i docenti e il personale dell’Istituto Leone XIII durante gli auguri di buona Pasqua, online dell’8 aprile 2020.

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ISTITUTO LEONE XIII

dalla direzione

Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro. È una frase di s. Giovanni Paolo II che ho ritrovato in queste settimane di forzata vita casalinga. Quante volte ho desiderato poter soggiornare per un tempo più lungo in casa, per riflettere, per dedicarmi a passioni e svaghi spesso trascurati, per leggere libri acquistati in tanti anni. In un certo senso per riprendere un po’ in mano una vita che nella routine frenetica delle nostre giornate a volte ci sfugge, con il rischio di perdere un po’ il senso anche dei tanti impegni lavorativi e privati. Ma riprenderla in mano per farne che cosa? È difficile pensare di farne un capolavoro, quando la parola stessa richiama tesori di cui il nostro Paese è ricco ma che difficilmente sono confinati in spazi chiusi e limitati. Eppure anche all’interno delle mura domestiche possiamo trasformare i banali gesti quotidiani in opere d’arte semplicemente caricandoli di quell’amore che la Pasqua ci mostra in modo esplicito: un amore senza però, che non solo non chiede, ma non attende nulla in cambio, che anticipa il desiderio dell’altro. È l’amore della croce che irrompe nella gioia della Resurrezione, un vero capolavoro dell’Amore. Gabriella Tona Direttore Generale

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dal padre provinciale

La promessa e la domanda che si fanno spazio dentro di noi In questo tempo sospeso e denso di interrogativi vogliamo condividere con i lettori di Tuttoleone la toccante lettera che il padre Provinciale Gianfranco Matarazzo Sj ha inviato il 27 marzo u.s. a tutti gli amici e collaboratori della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù.

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Carissimi, in questi giorni di silenzio e di preoccupazione, di riflessione e di contatti e comunicazione con molti di voi, ho sentito l’esigenza di scrivervi di nuovo, per poter condividere con il corpo della Provincia le mozioni che questo tempo va suscitando in me e, mi pare, anche in molti di noi. Stiamo vivendo una pagina della storia dei nostri Paesi e dell’umanità intera che porta con sé un carico di morti e lutti che ci lascia senza parole. Molte persone muoiono lontane dalle loro famiglie, in situazioni ospedaliere drammatiche ed una nuova riverenza, piena di dignità e dolore, si impone, di fronte a immagini come quella dei camion

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dal padre provinciale

Il Crocifisso miracoloso di San Marcello esposto in San Pietro la sera di venerdì 27 marzo nel corso della Preghiera straordinaria di papa Francesco

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dell’Esercito in processione a Bergamo, pieni delle bare dei defunti della città. Stiamo contemplando prima di tutto l’Italia, ma, purtroppo, uno dopo l’altro, anche gli altri Paesi europei e del mondo, piegarsi alla forza di questo virus; e vediamo scorrere immagini e leggiamo notizie di una storia che fatichiamo a considerare reale, ma di cui siamo noi stessi parte, nel nostro piccolo. Il nostro stesso corpo apostolico si riscopre fragile e ferito, con nostri confratelli colpiti dal virus o in quarantena, e con i nostri cuori preoccupati e in apprensione per genitori, familiari, persone vicine e collaboratori, fragili ed esposti. La preoccupazione di tanti nostri fratelli si estende poi anche a ciò che sarà, al futuro economico e lavorativo, alle condizioni che si determineranno per le inevitabili conseguenze che questa crisi provocherà per tante famiglie e, ancor più, per le persone più fragili. In questo tempo di Quaresima, il cui inizio in Italia ha coinciso con la scoperta dei primi contagi, ci ritroviamo, con tutta la Chiesa, chiamati dal Signore a camminare con Lui nel deserto, “per condurci alla santa montagna / sulla quale s’in-


nalza la Croce” (come dice, in questi giorni, un inno, a me caro). Ci troviamo a contemplare e a stare con il Signore che soffre nella sua umanità e con tutta l’umanità. Non è facile stare ai piedi di questa Croce che ci è così vicina, che ci tocca nella nostra stessa carne, nelle viscere della nostra vita. La speranza della fede, però, ci lascia scorgere già, in questa montagna, la promessa di una nuova vita. “Tu ci guidi nell’Esodo nuovo / alla gioia profonda di Pasqua / dalla morte passando alla vita / giungeremo alla Terra promessa”, così si conclude il suddetto inno. Di questa promessa, scorgiamo già alcuni segni in quest’ora così difficile. Nel sacrificio di forze e di salute,

se non quando della propria vita, di tantissimi operatori sanitari, infermieri e medici, che un Vescovo ha chiamato “i nuovi ministri di Dio” e in cui vediamo l’opera delle Sue mani, a sostegno del Suo popolo. Nella capacità del mondo della scuola di sapersi reinventare in modalità totalmente nuove, per custodire il tesoro di una relazione con e tra i ragazzi e la loro capacità di comprendere e dare senso a questo tempo della loro storia. Negli sforzi delle istituzioni, delle forze armate e di polizia, della

Ferite da mascherina: una foto che rende tutta la generosità e la disponibilità di tanti medici, infermieri e lavoratori del mondo sanitario

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dal padre provinciale

comunità scientifica, del mondo della comunicazione di interpretare il proprio ruolo in un lavoro corale e responsabile, al servizio del proprio Paese e della vita dei cittadini. Nell’abnegazione dei milioni di lavoratori che, con disponibilità e senso del dovere, stanno portando avanti la catena primaria di servizi di cui noi tutti disponiamo. Nella creatività che il mondo associativo e tanti singoli cittadini hanno impiegato per trovare forme di sostegno, aiuto, presenza a quelle parti più fragili e bisognose della nostra società, che sono maggiormente colpite dall’isolamento e dalla cessazione dei servizi sociali. E, infine, nella nostra Chiesa e nelle nostre opere che non hanno smesso di fare il possibile per continuare a servire e a lavorare per il Regno, trovando le forme più adeguate, nelle circostanze date, per farsi presenti e vicine a chi ha bisogno. Il popolo di Dio si è trovato, da un giorno all’altro, senza la possibilità di celebrare i sacramenti, di riunirsi ed incontrarsi, di partecipare alla vita di preghiera della propria comunità. Eppure, siamo tutti testimoni della creatività, della disponibilità e del grande desiderio di sentire la presenza del Signore nell’ascolto della Parola di Dio, nella partecipazione virtuale all’Eucarestia, nelle letture e nei video che hanno animato le nostre chat e i social in queste settimane. In tutto questo si manifestano, già, la nuova vita, il nuovo tempo e la nuova terra, promessi nel camminare attraverso il deserto. Ma non possiamo essere ingenui nell’abbandonarci ad un facile ottimismo che spinge a pensare che ad attenderci ci sia magicamente un mondo più giusto e risolto, così come non possiamo essere ciechi di fronte ai segni realizzati della promessa che la storia ci sta già presentando. Tutto questo ci tocca e ci riguarda anche come corpo apostolico. Sappiamo, infatti, che questo inaspettato isolamento ci ha consegnato ad un’esperienza insolita per il nostro modo di vivere. Abbiamo lasciato una vita di incontri fisici, di un dinamismo apostolico che ci portava a muoverci, a riunirci, a programmare e, spesso, a correre. Questa esperienza di iso-

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lamento ci ha portati a rientrare in noi stessi, come ci hanno insegnato a vivere gli Esercizi Spirituali. Abbiamo dovuto cancellare e rimandare molte delle nostre attività e impegni. Ci siamo ritrovati, di colpo, con molto tempo disponibile e meno cose da fare. Abbiamo sperimentato la noia e il vuoto in quegli spazi che, normalmente, ci vedevano sempre di passaggio e con le agende colme, ma abbiamo potuto anche sperimentare la concretezza della nostra povertà, della fragilità dei nostri progetti, dell’illusione delle nostre sicurezze. Siamo anche rientrati nelle nostre comunità, in una vita domestica di casa, con un’ordinarietà ed una quotidianità che non è necessariamente propria della nostra vita. Abbiamo, forse, trovato nuovi tempi per pregare insieme e la celebrazione comunitaria ha acquisito un nuovo senso, nel presentare all’altare il desiderio di tante persone prive della possibilità di accedere ai sacramenti; e, nel farlo insieme, abbiamo potuto gustare il senso di una fraternità nel Signore, che è propria del nostro istituto. In tutto ciò abbiamo, forse, ritrovato, in questo tempo, anche una vita di preghiera e di lettura spirituale che si sono nutrite di un bisogno di affidare a Dio le nostre preoccupazioni,

I bambini della scuola dei Gesuiti St. Aloysius di Glasgow offrono tutta la loro solidarietà agli amici del Leone XIII

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dal padre provinciale

le tante persone distanti. Abbiamo potuto gustare il sollievo di poterci fermare e cercare il Suo volto, di riguardare alla nostra vita e alla nostra consacrazione con i Suoi occhi, ad aprire i nostri, in uno sguardo rinnovato. In questo ritorno alle nostre radici, all’essenzialità del nostro procedere insieme mi risuonano anche le parole del Deuteronomio: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto” (Dt 8,2). Credo che corrispondano e sorgano da un’inquietudine, quella che genera, da un lato, la sorpresa e la meraviglia di riscoprire, senza volerlo, i tratti più semplici e profondi della nostra sequela evangelica e, al tempo stesso, il timore che questo possa non lasciare un segno nella nostra vita, nella nostra missione. Predichiamo spesso ed esortiamo altri a far memoria dei frutti e ad apprendere dalle crisi che la vita porta con sé, ma con le parole di San Paolo possiamo chiederci: “Ebbene, come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te stesso?” (Rom 2,21). Mentre siamo ancora certamente in piena crisi e abbiamo presenti il dolore e la fatica di tanti, così come l’impegno generoso di molti, mi chiedo anche come possiamo evitare, cari fratelli, che questo cammino nel deserto resti senza insegnamento per noi? Come possiamo evitare che questo deserto quaresimale, pur spingendoci verso un nuovo tempo una nuova terra dove entreremo, non ci porti a convertire il nostro vivere comunitario, la nostra vita di preghiera, la nostra stessa missione nella Chiesa e nel mondo? Sono questi il desiderio e l’inquietudine che voglio condividere con voi, cari compagni. È questa la grazia che chiedo per tutti noi e per il nostro corpo apostolico: che lo Spirito ci aiuti ad individuare i passi necessari, perché tutto questo cammino, seguendo il vangelo della IV Domenica di Quaresima, si compia e ci educhi, perché in noi “siano manifestate le opere di Dio”. Fraternamente, in Cristo, P. Gianfranco Matarazzo SJ

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PAPA FRANCESCO

Un tempo di scelta La sera di venerdì 27 marzo, in una piazza San Pietro resa deserta dalla pandemia e lucida dalla pioggia, Papa Francesco sale la scalinata e arriva sul Sagrato della Basilica per presiedere un momento straordinario di preghiera davanti al Crocifisso del Miracolo, venerato dai romani dal ’500, dalla liberazione dalla peste. Riportiamo qui integralmente le parole pronunciate da Francesco nell’omelia dopo il Vangelo.

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«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e

Papa Francesco in una piazza San Pietro vuota per l’emergenza sanitaria in corso (27 marzo 2020)

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PAPA FRANCESCO

Papa Francesco mentre sale la scalinata sul sagrato di San Pietro (27 marzo 2020)

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furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca... ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme. È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).


Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati. La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai

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PAPA FRANCESCO

Una immagine suggestiva di Papa Francesco la sera di venerdì 27 marzo 2020

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tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di


reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti. Papa Francesco

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a servizio del bene

Il coraggio e la generosità Pubblichiamo uno scambio di mail tra un nostro studente di quinto anno di Liceo, volontario in ambulanza, e padre Nicola Bordogna SJ, suo docente di religione. Lo studente, di cui omettiamo il nome per richiesta dello stesso, in questi giorni ha prestato servizio anche nella zona di Bergamo, particolarmente colpita dall’emergenza sanitaria. Siamo molto fieri di un ragazzo così coraggioso e generoso, che mette a rischio la propria vita per il bene degli altri.

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Buonasera prof., Non sa quanto mi sia dispiaciuto mancare al nostro caffè virtuale, un momento di calma e tranquillità al quale certamente non mancherò settimana prossima. Sono le 23.50 e sotto quella mascherina nonostante abbia superato le mie 12 ore di turno c’è ancora il sorriso di chi è riuscito a portare in ospedale le persone che ne avevano una reale necessità, lasciando a casa, ma con una parola di conforto, coloro che invece possono ancora aspettare e possono proseguire a curarsi nel proprio letto. Purtroppo non è facile, con l’infermiere della centrale 118 valutiamo tutte le opzioni possibili, loro ci supportano, noi siamo i loro occhi, chi sta sul campo però siamo noi. Ho ascoltato le parole di persone che avevano paura, tutti hanno paura in questa situazione, ma a Bergamo la paura si percepisce negli occhi, gli occhi di coloro che chiamano l’ambulanza dopo 15 giorni che sono a casa malati. Mi ricorderò sempre della figlia della signora Franca che

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ha pianto durante tutta la mia permanenza a casa perché accidentalmente si era probabilmente rotta il femore e necessitava di tornare in ospedale dove da poco era stata dimessa per una grave polmonite; o della signora Luigina, di 74 anni, che con fermezza e orgoglio e il tipico accento bergamasco mi diceva: “Io voglio morire a casa”. Non saprò mai la fine della loro storia perché io sono un semplice monatto, questa è la vita di chi fa il tecnico dell’emergenza sanitaria… come forse non potrò conoscere la storia del bambino che ho visto nascere… Tutte queste esperienze mi arricchiscono e me le porterò dentro. Mantenere la calma e la lucidità è difficile, dobbiamo cercare di non farci coinvolgere, ma come si fa a

L’alunno con indosso la mascherina di protezione durante un soccorso

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a servizio del bene

non rimanere coinvolti dopo aver passato 6 ore della giornata ad aspettare davanti al pronto soccorso con il paziente nella speranza di venir accettati… Noi abbiamo il privilegio di imparare a conoscere la persona che sta dietro alla parola paziente. Le lacrime che noi nascondiamo sono valvole di sfogo. Le missioni di soccorso vanno tutte in questa direzione nella bergamasca. La mia paura è nei confronti della mia famiglia, il motivo per il quale mi proteggo nel modo migliore abbassando sempre di più il rischio di contaminazione. L’importante è mantenere il sorriso anche quando è difficile, perché, anche se nascosto, un sorriso è sempre fonte di sollievo. Tra poco staccherò e andrò a dormire. Buona notte prof.!

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Caro ..., sono felice di saperti all’opera in un compito che non solo ti sta a cuore e ti appassiona, ma che è a servizio del bene di tutti noi. Le persone che soccorrete tu e i tuoi colleghi potrebbero essere mia madre o mio padre, il nonno o la nonna di qualche tuo compagno e chissà chi: quindi grazie di cuore! D’altra parte non ti nascondo un po’ di apprensione per la tua salute, la tua incolumità: so che prendete tutte le precauzioni necessarie per voi stessi e per i vostri famigliari dai quali dovete fare ritorno. è evidente che prima o poi tutto questo finirà e finirà come finiscono tutte le epidemie: lasciando tanti morti sul campo e tanti poveri e dovremo imparare tutti cosa significa ricostruire un paese o forse anche qualcosa di più. Ecco tra quelle persone a cui è affidata questa responsabilità ci sei anche tu, e non ti nascondo che questo mi lascia tranquillo e certo che ce la faremo. Abbi soltanto tanta, ma tanta cura di te, mi raccomando!! Con grande stima e affetto P. Nicola


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In questo tempo strano

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In questi giorni infiniti in cui ci sentiamo assediati da un morbo invisibile, in questi giorni tristi in cui continuano ad arrivare notizie della morte di qualcuno che conoscevamo o che ci era molto caro... madri, nonni, nonne, padri, fratelli, sorelle... in questi giorni nuovi e strani in cui ci sentiamo sospesi, a tratti persi, magari a sognare il mondo “dopo”, diverso o migliore di “prima”...

I ragazzi della II media E, mandano il messaggio ognuno dalla propria camera. #noistiamoacasa W il Leone XIII

in questi giorni che sembrano a prima vista desolati come le strade che guardiamo dalle nostre finestre lucide, pure qualcosa si scorge, mobilissimo, ricchissimo, a muoversi sul fondo e nel centro delle nostre stesse vite... e del nostro Leone... Una ricchezza e una generosità, una voglia di fare bene e di fare del bene, di aiutare, di esserci, di sostenere, che, in questo momento difficile, attraversa tutta la nazione e che nella nostra comunità educante ha preso e prende forma in tantissimi modi...

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Nella didattica anzitutto, nella voglia di fare scuola, e nel volerlo fare con metodi e mezzi nuovi, moltiplicando gli sforzi, per sperimentare, perfezionare, creare e accompagnare fino in fondo i ragazzi nella loro crescita umana e nel loro iter scolastico. Nella professionalità e nella generosità delle nostre maestre, maestri, professori e professoresse che si spendono quotidianamente per offrire ai nostri ragazzi la qualità migliore di questo tempo “extra-ordinario”... E di fianco e insieme, nell’accompagnamento spirituale e culturale agli alunni, che tutte le componenti e le professionalità della scuola, con la loro disponibilità e il loro contributo specifico, hanno animato e animano nel corso delle tante iniziative on-line (musica, sport, la CVX, le mostre on line, le celebrazioni liturgiche, l’assistenza spirituale e scolastica ecc.). Infine, perché più importante, nella disponibilità e nella voglia di esserci dei nostri alunni, nel loro impegno quotidiano di studenti seri anche in questi tempi non facili di quarantena, specie per un giovane; a voi in particolare va l’ammirazione e la solidarietà di Tuttoleone. Con una preghiera: continuate. Un giorno sarà da raccontarlo, questo periodo strano, lungo il crinale della generosità che ha messo in moto, accumulando un patrimonio di pratiche e di strategie educative nuove, insegnandoci modi nuovi di stare assieme. Soprattutto, facendoci vedere come abbiamo bisogno ciascuno del volto dell’altro. Come abbiamo bisogno di “noi”. Come siamo, in questo nostro reciproco cercarci e offrirci, “comunità”. A guardarlo ora, da un passo indietro, dalle stanze silenziose delle nostre case, a tratti appare come un miracolo, questa ricchezza umana in tempo di desolazione, questa creatività e vitalità mentre più sta mordendo il male... Qualcosa che ci parla e rimanda ad una rinascita, ad una pasqua quotidiana, che tutti voi ci donate in questo tempo strano... Grazie da tutta la Redazione di Tuttoleone.

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La prima media E augura Happy Easter!

Il professore Nicola D’Ambrosio

La professoressa Serena Saia

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Alcuni dei nostri docenti durante la didattica online

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Anche gli istruttori del Leone XIII Sport si dilettano nei corsi di allenamento e giocoleria on-line sulla pagina Facebook

La direzione, i docenti e il personale dell’Istituto Leone XIII durante gli auguri di buona Pasqua, online dell’8 aprile 2020.

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a n o u B ! a u q s Pa

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Gli auguri di Grandir e di tutti gli assistenti

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SEI SETTIMANE DOPO

La scuola al tempo di Covid-19

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Ripensando alle prime sei settimane di “scuola online”, è stato interessante osservare la mutata percezione della fatica che questo tipo di didattica ha comportato e sta comportando per me. Durante i primi giorni terminavo le mie ore libero dal senso di stanchezza che l’insegnamento mi richiede in condizioni normali: il fatto di essere al riparo dallo sguardo diretto di alcune decine di giovani occhi indagatori, nonché il fatto di far lezione da casa, senza essere circondato da un contesto animato e a tratti caotico come è quello di una scuola, rendevano la mia giornata scolastica certo più asettica, ma anche più riposante. A ciò si aggiungeva il piccolo orgoglio di verificare che, pur avendo ragione di non considerarmi un docente tecnologicamente evoluto, ero riuscito ad adattarmi alla “didattica online” nel giro di poche ore, almeno sul piano strettamente tecnico; infine, in quei primi giorni, la sensazione mia e di altri era che si andasse incontro a una sospensione breve e transitoria della normale vita scolastica. Tutto sommato, quindi, confesso che i miei primi giorni di scuola al tempo di COVID-19 non sono stati esenti da una punta di “effetto gita”. Col passare dei giorni però, parallelamente all’aggravarsi del contagio e all’incupirsi dell’atmosfera generale nelle nostre città, è risultato chiaro che la chiusura delle scuole

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SEI SETTIMANE DOPO

Il prof. Michele Caprioli durante una web conference

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sarebbe durata a lungo; anche l’inconfessabile orgoglio del principiante “homo technologicus” gratificato dai suoi successi è stato presto assorbito dalla routine. Il rimanere a casa, poi, è gradualmente diventato una condizione costringente, e quindi a suo modo faticosa, perdendo l’effetto riposante che inizialmente aveva avuto su di me. Quanto infine al fatto di non essere esposto alla presenza diretta dei miei alunni, e quindi alla fatica imposta dalla presenza non schermata di sé e degli altri, ho dovuto presto realizzare quanto ciò funzionasse nei due sensi: quando ho avuto bisogno di avvertire la presenza “fisica” dei ragazzi per avere il polso dell’andamento del lavoro e per capire se e in che misura fossero state recepite alcune indicazioni da me date, a darmi riscontro non ho avuto altro che lo schermo del computer: un riscontro davvero imperscrutabile!


Alcuni dei CREATIVI DIGITALI del Leone intenti a suonare nella loro cameretta.

Che dire dunque di quest’esperienza, in attesa di novità certe sulla conclusione dell’anno scolastico? Non c’è dubbio che l’insegnamento è altra cosa rispetto a ciò che stiamo sperimentando in un tempo drammatico per tutti, ed emergenziale anche per la scuola: nessuno di noi insegnanti, probabilmente, avrebbe scelto questo mestiere se esso consistesse nel fare ciò che stiamo facendo in queste settimane. Ma ciò non esclude che anche in questa distretta possa risiedere qualche stimolo da raccogliere. In primo luogo, penso alla necessità di ripensare tanti meccanismi della didattica, divenuti negli anni quasi automatismi, nell’ambito di una professione che ha tra i suoi principali rischi

L’iniziativa CREATIVI DIGITALI, capitanata dalla Prof.ssa Alessandra Bevilacqua, ha riscosso un grande successo nei vari moduli in cui si è articolata (“Musica da cameretta”, “Raccolta Video” e “Io ascolto!”). Mai come oggi abbiamo tutti bisogno di esprimere e godere della bellezza, per risollevare i nostri cuori e allargare il nostro sguardo, per attingere a quella traccia di infinito che abita dentro di noi e condividerlo con chi ci ascolta, prendendoci così cura gli uni degli altri in modo creativo. A tutti i partecipanti... GRAZIE!!

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SEI SETTIMANE DOPO

Il nostro amato Leone nell’attesa di poterlo “riabbracciare”

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quello di portare chi la svolge a ripetere eternamente il già fatto (quanto meno, questo rischio posso riferire a me). Spiegare o interrogare dietro uno schermo non rappresenta certo, di per sé, un progresso di cui essere entusiasti, ma può diventare spunto per ripensare, in alcuni aspetti, i tempi di lavoro, le forme di controllo e anche gli stili di interazione con i ragazzi. In secondo luogo, voglio raccogliere il senso di comunità che, in diverse forme, questa emergenza ha risvegliato all’interno della scuola, in ogni sua componente: è come se, facendo tutti un passo indietro, si fosse meglio chiarito quanti legami ci stringano alla realtà a cui apparteniamo. Questa è in fondo una conseguenza frequente dei momenti di rottura: riscoprire il valore di ciò che si ha e si fa, e allo stesso tempo viverlo in una chiave meno assoluta. prof. Michele Caprioli


I bei tempi leoniani. Il prof. Daniele De Gaspari attorniato dai suoi alunni

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carlo acUTiS

la provocazione di un giovane beato Il 21 febbraio 2020 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui la guarigione di un bambino brasiliano è stata ritenuta miracolosa e ottenuta per intercessione di Carlo. La beatificazione del venerabile Carlo Acutis è prevista nella primavera del 2020.

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Non è per nulla facile reggere lo sguardo di Carlo. Quello sguardo che è rimasto racchiuso in non poche foto della sua breve vita (1991-2006) o nei filmati che lui stesso produceva, quando non era ancora tanto semplice per i ragazzi armeggiare con la tecnologia e l’informatica, eppure lui sapeva farlo con competenza, intelligenza e cuore. Avrebbe quasi trent’anni adesso, Carlo Acutis, che per poco più di un anno fu studente al Leone XIII. Invece morì, improvvisamente e tragicamente, strappato all’affetto dei suoi cari da una leucemia che non perdona; eppure di lui non si è mai smesso di fare memoria ed anzi, oggi, la Chiesa lo indica al mondo intero addirittura come beato, cioè prima di tutto come un uomo felice, eternamente realizzato. E così ci invita a conoscerlo ancora meglio, per imparare da lui, ovvero da un quindicenne incredibilmente maturo e straordinariamente fanciullo, che cosa significhi la bellezza di vivere come lui ha vissuto, non importa se per così poco tempo. Tentiamo dunque di reggere per qualche istante questo suo sguardo, di ripercorrere la sua esistenza così sorprendente, con la nostalgia però di non potere più, almeno attraverso strade normali, chiedere a

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lui stesso di raccontarcela. E pensare – lo dicono in tanti – che sapeva raccontare molto bene quel che più aveva a cuore, nelle forme più varie e spontanee. Di certo, Carlo è nato e cresciuto in una famiglia che lo ha educato a non temere la fede e la religione, ed anzi a porla a fondamento di scelte conseguenti e coerenti. Ma tutte le testimonianze concordano nel segnalare che venne presto il momento di fare scelte in prima persona: colpisce scoprire come abbia voluto anticipare la cerimonia della prima comunione, e che proprio l’eucaristia sia stata fino alla fine il centro della sua vita. Andava quasi tutti i giorni a Messa, e da piccolo faceva persino i capricci se non lo portavano. Ma non era un gioco o una fissazione, era volontà precoce di ricevere un dono di cui seppe cogliere appieno il valore, e intima determinazione ad aderire fino in fondo ad uno

Carlo Acutis (1991-2016)

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CARLO ACUTIS

Il 6 aprile 2019 le spoglie di Carlo Acutis sono state traslate al Santuario della Spogliazione di Assisi, all’interno di un monumento bianco nella navata destra

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stile, che è quello della carità fattiva e senza sconti, dell’attenzione e l’aiuto agli altri. Si può dire che l’amore di Cristo cominciò a risplendere assai presto nella sua vita, per tanti aspetti molto simile a quella dei suoi coetanei: passa at-traverso gesti di vicinanza verso chi aveva meno, verso i poveri per i quali inventava anche raccolte di aiuti e a cui dava sempre qualcosa di sé, per i piccoli amici che sapeva accogliere con estrema vivacità e finezza, per i parenti e conoscenti, ai quali era capace di illuminare l’esistenza con la sua sola presenza affettivamente ricca. Guardandolo ancora, lo incontriamo nell’età della preadolescenza, dagli undici, dodici anni, affamato di tutto quello che la sapienza cristiana ha accumulato in secoli di


ricerca di senso, di devozioni che sembrerebbero anche lontane dalla contemporaneità, certo decisamente adulte: dai mistici al Catechismo, dal rosario alla dottrina sul Purgatorio, da Fatima a Lourdes, sino ad Assisi, dov’è ora la sua tomba. Con gioia infantile si abbeverava di tutto, con serietà un po’ spiazzante ne parlava agli amici, ma anche ad adulti che sono rimasti toccati dal suo modo di dire e di fare, sino a domandare di essere battezzati. Più tardi, forse, sarebbe giunto a fare sintesi di tutto quello che l’esperienza credente gli stava dando; ma da quegli anni tanto importanti non smise mai di cercare, di capire, e di raccontare quel che aveva compreso, con entusiasmo incontenibile. Del tempo al Leone XIII, dove giunse per frequentare il liceo classico, rimane il ricordo di un modo decisamente speciale ma anche discreto di stare con gli altri, attento soprattutto a chi, tra i compagni, aveva più difficoltà, e in qualche modo divenendone “educatore” mai saccente, sem-pre pronto a rendere ragione del suo credere; fu capace di investire le sue capacità dentro le opere del volontariato per gli studenti, cominciando ad aiutare i più piccoli ma anche dedicando una estate intera per program-mare, con competenza incredibile, materiali con cui propagare il valore di una vita spesa per gli altri: un sito dedicato al volontariato, filmati illustrativi, attività di animazione. Nei corridoi della scuola si fermava con tutti, sia ragazzi che “grandi” (professori e personale), e per tutti aveva cura e parole mai banali. E a noi ora tocca ripercorrere questi suoi passi, non stancarci mai di lasciarci provocare, come giovani e come adulti, da questa sua sorprendente vicenda. Che adesso è riconosciuta come dono prezioso, per cui tutta la Chiesa fa festa. prof. Luca Diliberto

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DALL’ASSOCIAZIONE CULTURALE

Viaggio in Etiopia Nell’attesa di riprendere un giorno a poter viaggiare per il mondo, riportiamo un bellissimo reportage del viaggio in Etiopia fatto dalla nostra Associazione Culturale nel febbraio scorso. Un grazie a Franco Berton Giachetti che con il suo sguardo profondo e la sua penna brillante ci regala emozioni e conoscenze non comuni!

Beato è colui che parte, dice la scrittrice e premio Nobel Olga Tokarczuk. Felice dunque sarà il cammino. Addis Abeba, la capitale dal doppio nome, per Manganelli, nel 1970 è una città mista, mezza ministeriale e mezza agraria. Per me è città confusa, scomposta, tante periferie attorcigliate senza un centro, riproduzione abnorme Etiopia di un villaggio, strade sterrate che finiscono nel nulla, cantieri aperti e abbandonati, operai che mimano il lavoro in una consumata “ammuina” al pari delle case non portate a termine, uomini in cammino, stamberghe di lamiera che nascondono un’umanità dolente, invisibile, proveniente dalle campagne o fuggita da Paesi ancora più miseri o in guerra che qui trovano l’avamposto di una fuga dalla morte. E donne come animali che portano sulle spalle fardelli spropositati di eucalipto dal monte Entoto per i loro fornelli. Sulla strada di porfido da Bet Aba Lebanos a San Giorgio a Lalibela, una ragazzina di forse dieci anni con un abito dello stesso incantevole lilla della jacaranda che ci sovrasta mi chiede di interrogarla sulle capitali d’Europa. Maria non

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sbaglia un colpo. Prima di salutarla ho io una domanda per Maria: che cosa vuoi fare da grande? “La veterinaria. Mi piacciono gli animali”. Posso pensare malignamente che tutto sia un’abile mossa per strappare qualche birr in cambio di una sciarpa o di una croce. Può essere, ma poi quando lo metto accanto alla risposta di Sofia, 28 anni, la nostra guida, mi fa essere meno sospettoso. Che cosa vuoi fare da grande, Sofia? “Voglio fare il primo ministro donna d’Etiopia”. Allora non so, mi domando se questo è il Mal d’Africa dei nostri tempi, la possibilità di credere ancora a un futuro che noi non abbiamo. La luce, le ore. Qui il tempo della luce è il tempo della Liturgia delle ore. Le sei del mattino sono l’alba, le sei di sera la notte, l’alfa e l’omega del giorno, il mattutino e la compieta. Il crepuscolo, breve, è magico momento che dà spessore alle cose, le definisce nella loro intangibilità. La notte: quella buia di Lalibela sullo sprofondo di una valle immensa da immaginare. Allo zenith lo spettacolo più bello: il Grande Carro guida le altre stelle al ballo che durerà poche ore. “È troppo bello. Troppo! Restiamo in silenzio”, diceva Rimbaud. Qui, come lui, mi sento “padrone del silenzio”. All’alba, il sorgere del sole è una eclissi, sulla montagna il chiarore si espande, il disco fatica a superare la cresta, poi si mescola al cielo grigio e finalmente appare: è giorno. Il miracolo è compiuto. Più tardi, colori puri come l’aria, il cielo una latta. Nelle chiese, preti semiaddomentati appoggiati ai bastoni di preghiera, in mano i pennelli scacciamosche, gli occhi persi da accecati, si risvegliano ogni tanto per benedire con le croci. Sono la Chiesa etiope che ci è dato vedere, probabilmente ultimi nella gerarchia di una istituzione rispettata e solidale. I fedeli non ci sono di giorno, neanche nella chiesa grande di Axum e nella cattedrale della capitale. Come

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dall’aSSociazione cUlTUrale

fantasmi appaiono la notte della domenica sulla strada della Dancalia. Improvvisamente rischiarati dai fanali della jeep vanno alla messa lungo la strada e per piste conosciute. Sono tanti, spuntano come i bambini che ci assalgono improvvisi nelle soste che crediamo solitarie. La religiosità, che possiamo percepire, è nelle croci portate al collo. I tucul, come li chiamiamo noi, fatti di fango e sterco, tetto di paglia, quanto resisteranno? Al contrario, il ponte tibetano, alle cascate del Nilo, attraversa l’orrido con sicurezza. Ci passano muli e asini. È stato costruito dagli svizzeri. Ci sono passato anch’io. Sbarcato dalla nave che mi ha portato da Bahar Dar alla penisola di Zeghe, salgo lo sterrato che porta a una breve spianata. Costruzione circolare in legno e bambù, sette uova di struzzo sul tetto, bandierine colorate tutt’intorno, una pietra come gong all’ingresso del campo suonata per l’unico pasto del giorno. Ma dove sono? Il monastero di Ura Kidane Meherat mi confonde: quel che vedo è uno stupa buddista? E io sono davvero in Etiopia? Occorre entrare. Dipinti settecenteschi sulla vita della Madonna, di Cristo, dei martiri, colori puri stesi a terra su tele e poi attaccati con sangue di bue alle pareti come affreschi rinascimentali. Solo più fragili e per questo rinnovati. Chiese ad aula, tonde, a croce greca, a pianta basilicale. A forma di pagoda. Scavate nella roccia o all’aperto, testimoniano di una fede sopra gli stili, che ha fatto i conti con la storia, e di una religione che ha tenuto insieme tradizioni e liturgie. La messa cantata, tre ore. Sosta sulla strada per Gondar. Giovani donne a lavare i panni. Il tempo di un caffè e la radio canta una musica triste, l’ambassel. È una delle quattro melodie etiopiche, c’è quella dedicata alla nostalgia, tirzita, all’amore bati, e quella allegra, ancioie. Ma qui non poteva che essere lei, quella triste. Uomini armati al funerale che ci ferma. Le due salme se-

Etiopia

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polte alle tre del pomeriggio, come Cristo. Tutto è simbolo qui. Ma quelle armi, quelle armi! Le donne devono coprire la bocca quando ridono. Non devono tentare gli uomini. Le donne ovunque sono il peccato. Da Gondar ad Axum, il tratto sterrato è uno strapiombo senza rete. Polvere, paura. Quaranta chilometri da Panamericana. Torracchioni, camini come denti di gigante. Campo profughi, uno dei 26 di tutta l’Etiopia. Qui 60 mila

Contadina etiope trasporta eucalipto combustibile dal monte Entoto

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DALL’ASSOCIAZIONE CULTURALE

Il gruppo dell’Associazione Culturale Leone XIII in viaggio attraverso l’Etiopia

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da Eritrea, Sud Sudan, Yemen, Siria. Baracche di lamiera e una vita che va. Una normalità di miseria spacciata da vita quotidiana. Con qualche comfort: barbiere, caffè e cinema. La bellezza e sovranità della natura, i campi profughi: insanabile contraddizione. Steli, obelischi, camere sepolcrali, non so perché ma ad Axum avverto un’atmosfera araba. Sarà per la regina di Saba che dallo Yemen raggiunge Salomone, che la invita a cena ma l’ammonisce che non può rubare nulla. Adua: nella piana 100 mila etiopi contro 15 mila italiani


e ascari. Settemila tra italiani e ascari rimangono a terra nonostante le armi più moderne. Quarant’anni dopo, la campagna d’Abissinia, l’iprite di Badoglio e l’eccidio di Debre Libanos del generale Pietro Maletti. Dell’Italia imperiale non è rimasto molto. Il punto più alto: 3.040 metri, un ripetitore, piante di aloe e alberi di eucalipto, di fronte l’antico monastero di Debre Dabo, a 8 chilometri dal confine eritreo. Viste “Sacre famiglie” con i volti chiari. Gli etiopi non si sentono diversi dai bianchi. I neri sono quelli dell’Africa profonda, che essi rappresentano con il colore blu, considerato inferiore e corrispondente al nero. Lunghissime file di tuk tuk alle pompe di benzina. C’è scarsità di carburante, perché gli Amara sabotano i camion che lo trasportano. La solita storia, i tigrini detestati da tutti. Da quel che ho sentito, a ragione. La benzina è comunque sporca, allungata con il metanolo, si aggiunge olio per renderla più viscosa. Gli asini sono gli animali più belli. Quelli nati da poco, dal pelo arruffato, fanno tenerezza, vorrei portarmene uno a casa. “Splendido”, “Favoloso”, “Inaudito”: aggettivi non di poeta ma domestici, quotidiani. Aggettivi impropri, che non dicono. Eppure Rimbaud se ne appropria quando vuole esprimere stupore verso la bellezza del mondo. Come qui in Dancalia, come per l’Etiopia. Franco Berton Giachetti

Etiopia

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in RICORDO

Padre Francesco Guerello SJ

Nella notte tra il 29 e il 30 marzo padre Francesco Guerello SJ, rettore del nostro Istituto dal 1991 al 1999, è tornato alla casa del Padre.

Padre Guerello con papa Francesco

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T

Tanti di noi lo ricordano per la passione educativa che è sempre riuscito a trasmettere, per la capacità di rendersi presente con ragazzi, colleghi e famiglie, per la lungimiranza nel proporre alcune iniziative, tra cui gli scambi con scuole della Rete internazionale dei Gesuiti. È stato il rettore del centenario della nostra scuola (1993), che ha voluto celebrare con la pubblicazione di un libro e la partecipazione di tante voci autorevoli per il mondo dell’educazione. Ha sempre mantenuto il Leone nel cuore, come ci


confermava ogni qualvolta qualcuno di noi lo ha visitato a Gallarate in questi ultimi anni. Lo salutiamo con grande affetto e lo ricordiamo nella preghiera. Il prof. Luca Diliberto, docente presso la nostra Scuola Secondaria di I Grado, ci trasmette un ricordo di padre Francesco: Saranno certo in tanti, non solo a Milano, a ricordare con preghiere e con parole padre Francesco Guerello, rettore dell’Istituto Leone XIII che ci ha lasciati il 30 marzo, nel pieno dell’emergenza che tutti stiamo vivendo. Non ho meriti speciali per ricordarlo, se non che nella mia memoria il tempo in cui ha guidato il nostro istituto coincide con i miei primi anni di insegnamento, e sono convinto che la sua personalità abbia segnato non poco il mio modo di essere come docente; anche ora (soprattutto ora, che siamo lontani da scuola e sono lontano da lui) lo vedo camminare con passo sicuro nei corridoi, irrompere in sala professori, richiamare scherzosamente uno studente, soffermarsi con un collega. Per me rimarrà sempre lì, impastato di tutto ciò che significa quotidianamente il fare scuola, tutti i giorni, con tutte le forze, senza mai risparmiarsi. Da tempo era invece a Gallarate, presso la struttura che accoglie e cura i gesuiti anziani; ma fino alla fine, lo possono testimoniare in tanti, si era occupato di scuola, di educazione, di formazione delle giovani generazioni. Quando giunse a Milano nel 1991, dopo diversi anni al Sociale di Torino, fu davvero una sorpresa, per certi versi anche un brusco risveglio; si presentò ai docenti in maniera irruente e l’istituto sembrò dover affrontare un vero terremoto. La sua volontà di occuparsi direttamente di ogni singolo aspetto della gestione scolastica, di offrire un contributo di alto livello ci precipitarono in mondi nuovi, sia sotto il profilo didattico che educativo. Mi pare di poter affermare che, da lui, imparammo soprattutto quanto fosse necessaria una formazione come docenti, e quanto fosse indispensabile lavorare insieme,

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Una bella immagine di padre Francesco

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confrontandoci, mettendo sul tavolo anche differenti visioni, senza temere lo scontro. Era capace di guardare molto in avanti, era capace di visioni, forse anche di qualche azzardo. Ma certo ci ha insegnato a vivere, non a vivacchiare, secondo lo slogan incarnato da Piergiorgio Frassati. Padre Guerello mi pare abbia anche aiutato a capire che cosa sia un gesuita “vero”; mi spiego: ai miei occhi rappresentava un uomo che davvero aveva lasciato tutto (arrivava da Portofino, in Liguria) per donare la sua vita a Dio e agli altri, senza risparmiarsi in nulla. Ed, insieme, sapeva che niente si conquista con facilità, che occorre perseveranza e tantissimo studio, che non ci si improvvisa esperti, tanto meno nel campo educativo. Bisogna prepararsi, leggere molto, arrivare in anticipo sulle questioni. Come gesuita è stato anche per me, ma penso per tanti, un vero maestro di fede; ricordo la forza e la profondità delle sue omelie, a Natale o a Pasqua, ma soprattutto ho sperimentato la sua capacità di essere vicino, nelle questioni scolastiche come in quelle personali e familiari, fossero belle o brutte: lui c’era, c’è stato sempre, con lo stile di quel Dio misericordioso, che non giudica ma sa amare. Come docente mi ha cresciuto libero, libero anche di dirgli che qualche volta non ero d’accordo con lui; mi sento di dire che era bello anche litigare con padre Franco, perché… perché il giorno dopo, sempre, me lo trovavo fuori dall’aula che, col suo sorriso aperto, prima ancora che con le parole, mi invitava a ricominciare. Sono certo che, quando rientreremo, lo troverò ancora, ad aspettarmi. E una sola cosa riuscirò a dirgli: grazie, padre, grazie per tutto. prof. Luca Diliberto


Associazione Ex-Alunni dell’Istituto Leone XIII Il saluto del Presidente Carissimi amici, stiamo vivendo un momento difficile e angosciante, lontani fisicamente ma sempre vicini nel cuore e nell’affetto. Come sapete il mio mandato è scaduto ma ovviamente gli ultimi accadimenti ci hanno costretto a rinviare l’assemblea della nostra Associazione che avrebbe eletto il mio successore. Vi esprimo il mio più sincero augurio in occasione della prossima Santa Pasqua, una Pasqua che rimarrà indelebile nella nostra memoria, che celebreremo in casa, forse senza i nostri cari. Una Pasqua dove, seppur supportati dai mezzi tecnologici, non potremo partecipare fisicamente alla Santa Messa ed ai riti della settimana santa. Mi hanno molto colpito le parole di Papa Francesco che voglio condividere con voi: “Il dramma che stiamo attraversando in questo tempo ci spinge a prendere sul serio quel che è serio, a non perderci in cose di poco conto; a riscoprire che la vita non serve se non si serve. Perché la vita si misura sull’amore. Allora, in questi giorni santi, a casa, stiamo davanti al Crocifisso – guardate, guardate il Crocifisso! –, misura dell’amore di Dio per noi. Davanti a Dio che ci serve fino a dare la vita, chiediamo, guardando il Crocifisso, la grazia di vivere per servire. Cerchiamo di contattare chi soffre, chi è solo e bisognoso. Non pensiamo solo a quello che ci manca, pensiamo al bene che possiamo fare” (cfr. Omelia 5/04/20). L’immagine del Papa, solo, sotto la pioggia in una piazza San Pietro deserta, ai piedi del Crocifisso rimarrà nella storia. Il Papa ha simbolicamente preso su di sé le sofferenze del mondo davanti alla croce, misura dell’amore di Dio per noi. Restiamo uniti in questi giorni santi, uniti nella preghiera per essere forti domani, per ritrovare il senso di ciò che conta veramente. Abbraccio ognuno di voi con affetto fraterno.

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Marco Anguissola di San Damiano

Presidente Associazione Ex-Alunni Istituto Leone XIII

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Associazione Ex-Alunni dell’Istituto Leone XIII

I ritiri spirituali - e la vita interiore

Un’altra pietra miliare dell’educazione Ignaziana è, tuttora, il “ritiro spirituale”. Esso può durare qualche ora, un giorno, più giorni. Caratteristiche peculiari sono l’isolamento e la concentrazione dello spirito, nel silenzio. Ai tempi del liceo si viveva questa pratica senza conoscerne la straordinaria ricaduta nella vita.. sullo spirito di ognuno. Ammesso che si desideri fruire di questa eccezionale opportunità.. Per noi era solo un’occasione per evitare uno o più giorni di lezioni e per interrompere la routine, soprattutto se il ritiro si sarebbe svolto in qualche casa dei Gesuiti, al di fuori del Leone. Ci si andava in pullman. All’arrivo si veniva confinati in spartane stanzette singole: piccolo letto, tavolino, sedia, inginocchiatoio, armadietto, finestra. Consegna assoluta: silenzio. Si stava in comune durante le letture di qualche brano biblico od evangelico e durante le riflessioni condotte da padri gesuiti di grande caratura. Unica dote concessa: penna e quaderno. Il predicatore sottoponeva all’attenzione del gruppo temi diversi: intimi, spirituali, d’amore, sociali. Ognuno era libero, nel silenzio, di approfondire ed elaborare una riflessione personale durante sessioni comuni o solitarie, nella propria camera. Un Gesuita visitava ricorrentemente i partecipanti, nella solitudine delle camerette, per approfondire eventuali esigenze personali. Alla fine del ciclo: confessioni e Santa Messa. I pranzi erano consumati in comune, in refettorio, in silenzio, ascoltando un lettore che declamava brani sacri. Unico momento di “sollievo” dopo il pranzo, era costituito da una passeggiata di mezz’ora all’aperto, di solito nel parco di cui erano dotate tali residenze. Allora era consentito parlare tra noi, ma sottovoce e a piccoli gruppi: non più di tre o quattro ragazzi. Proibito qualsiasi gioco. Noi superavamo tutte queste regole in maniera molto creativa: battaglia navale a distanza, alfabeto muto, alfabeto Morse. I padri lo sapevano, ma lasciavano correre. Ci lasciavano qualche modesta e controllata via di fuga. Mediante la seria partecipazione a tali ritiri, si conseguiva uno straordinario allenamento all’introspezione, all’approccio e ricerca di soluzione di ogni intimo problema: che si parlasse solo con sé stessi o col Padreterno, non era molto importante. Ma ancora oggi considero le mie capacità di interiorizzazione, riflessione e concentrazione come un “ritorno” prezioso di quei ritiri spirituali, che allora consideravo come noiosa consuetudine. La frequentazione del Leone e le lezioni di religione e di vita cristiana impartitemi da P. Maestri, P. Lanza, P. Salvini, P. Bruno, P. Ceroni,


Associazione Ex-Alunni dell’Istituto Leone XIII P. Colombo, P. Fezzi, ebbero però altre conseguenze nello sviluppo della mia sensibilità e disponibilità umane. Ma questo lo compresi solo al raggiungimento della piena maturità e della vecchiaia. Allora vivevo ogni manifestazione di vita come un fatto “naturale e necessario”. Solo poi capii che ciò che da giovane avevo vissuto come momento ovvio e normale era invece un’opportunità eccezionale concessami dalla vita. S.C.

La croce come un trono

Il Venerdì Santo il rito romano rivive la Passione di Cristo leggendo il Vangelo di Giovanni dal capitolo 18,1 al capitolo 19,42. Ci sembra allora utile dare qualche indicazione di massima almeno riguardo al racconto della Passione di questo Vangelo che già nel II secolo un Padre della Chiesa, Clemente Alessandrino, definiva il Vangelo spirituale, così diverso dagli altri tre (quelli di Matteo, Marco e Luca, i cosiddetti sinottici per il loro parallelismo). Va subito sottolineato che Giovanni (Gv) non insiste su quanto c’è di tragico, di doloroso e di umiliante in tutta la Passione; mette invece in evidenza la piena coscienza e la totale libertà di Gesù nell’affrontare la passione e la morte. Il racconto è completamente trasfigurato, reinterpretato. Ricordate il film tanto realistico di Mel Gibson? Ebbene, se il regista-attore australiano avesse seguito il suo racconto avrebbe fatto certamente tutto un altro film... Del resto Gv, nel suo Vangelo, più che narrare, interpreta. Dobbiamo sempre tener presente che per Gv la croce è il trono di Gesù, la morte è il compimento della sua opera per cui tutta la Passione è narrata nella prospettiva della gloria di Cristo. Per Gv non occorre attendere la domenica, la risurrezione, tanto è vero che le prime comunità da lui fondate festeggiavano il venerdì. Tutta la vita di Gesù è orientata verso questo momento, verso l’ora, in cui il Figlio glorifica il Padre compiendo la sua opera e rivelando il suo amore e il Padre glorifica il Figlio rivelando la sua identità divina. Gv dunque ci presenta un Gesù che affronta i nemici con maestà regale e la Via Crucis si trasforma in una specie di marcia trionfale, senza cadute, in cui porta la croce da solo (lui non racconta del cireneo), non quindi come un condannato a morte che subisce ma come colui che sa di essere lo strumento privilegiato dell’opera di salvezza. Per questo motivo, ad esempio, non troviamo il bacio di Giuda, l’agonia al Getsemani, la fuga dei discepoli, il grido di sconforto di Gesù sulla croce (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandona-

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Associazione Ex-Alunni dell’Istituto Leone XIII to?”). Non sono descritte né le scene degli oltraggi in casa dell’ex sommo sacerdote Anna né gli scherni degli spettatori ai piedi della croce; si ricorda solo uno schiaffo dato da una guardia nella casa di Anna e questa guardia va considerata come il rappresentante di tutti quelli che hanno respinto la Parola di Gesù. Al contrario, solo Gv descrive l’impressione di maestà che Gesù fece su coloro che andavano ad arrestarlo, solo Gv dà un eccezionale spazio al processo romano per esaltare la regalità universale di Gesù davanti al rappresentante dello Stato più potente al mondo. E solo Gv descrive il colpo di lancia che fece uscire dal costato sangue e acqua, simboli già per i Padri della Chiesa dell’eucaristia e del battesimo. E in tutto questo racconto della Passione il paradosso giovanneo (ironia, fraintendimenti, doppi sensi di cui magari possiamo parlare in altra occasione) è esaltato alla massima potenza perché per Gv, sul piano teologico, accade esattamente il contrario di quello che si svolge sul piano storico: Gesù è il vero giudice davanti al quale il popolo condanna sé stesso. Gesù è sempre il regista degli avvenimenti e durante l’interrogatorio – se ci badiamo – è soprattutto lui a fare domande! E poi, quando leggiamo/ascoltiamo gli ultimi momenti di Gesù, è come se vedessimo attraverso una lente di ingrandimento puntata sulla Gloria della croce; la narrazione si fa sempre più lenta, tende a far dissolvere il tempo nell’eternità. Se facciamo attenzione, il tempo narrante e il tempo narrato coincidono con il tempo reale. Quindi noi lettori/ascoltatori partecipiamo all’evento come se fossimo presenti, immersi in un tempo senza tempo. Un’ultima considerazione. Quando sentiamo che Gesù sulla croce muore in totale obbedienza al Padre, noi siamo portati a pensare che questo sia un segno di inferiorità del Figlio nei confronti del Padre, un segno di dipendenza. Invece questa è la suprema testimonianza della divinità di Cristo e del mistero della sua filiazione. Perché se Cristo non può fare nulla da sé stesso, se non può parlare a proprio nome, se non può agire senza riprodurre esattamente l’azione del Padre, tutto ciò è la prova che egli è Figlio di Dio in senso unico e privilegiato perché tutto ciò che egli è o che egli fa lo riceve dal Padre senza soluzione di continuità. Quindi lui è l’espressione perfetta della perfezione del Padre (in Gv 10,30 il compendio della teologia giovannea: “Io e il Padre siamo una cosa sola”) . Alberto Carloni Ordine Secolare dei Servi di Maria Ex-Alunno maturità classica 1965

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Associazione Ex-Alunni dell’Istituto Leone XIII

Tre domande a... Soemia Sibillo

Direttrice CAV Mangiagalli ed Ex-Alunna

Chi sei oggi?

Oggi sono moglie e mamma di due bellissimi bimbi. Ma sono anche figlia, sorella e zia! E... dal 23 settembre 2019 sono Direttrice del Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli di Milano. Ho conosciuto la fondatrice del Cav Mangiagalli, Paola Bonzi, appena tre anni fa. Ho sempre ritenuto che nella vita nulla accada per caso. Ripensando a quell’incontro con Paola ne ho avuto ancora una volta conferma. Qualcuno potrebbe pensare che il nostro incontro sia avvenuto “per caso”, che “per caso” si sia instaurata subito una reciproca stima e amicizia. Ma non è così. C’è un progetto per ciascuno di noi, c’è una chiamata. Ho sentito di voler rispondere a quella chiamata e di intraprendere questo straordinario cammino. Paola, fin da subito, iniziò a raccontarmi tutto del suo Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli, delle mamme che incontrava, della sua metodologia, di come negli anni aveva sviluppato un modello di accoglienza e di ascolto rivolto alle mamme in attesa. Ricordo i nostri lunghi incontri e, tra racconti di profonda saggezza, aneddoti, storie di vita vera, preoccupazioni per trovare fondi, telefonate frequenti e quasi interminabili, continuava a ripetermi che un giorno qualcuno avrebbe dovuto portare avanti la sua opera. Paola aveva una forza straordinaria, una energia inesauribile, sempre pronta ad accogliere le mamme in difficoltà. Ogni mattina varcava la soglia della clinica Mangiagalli con il sorriso e il cuore trepidante per incontri che non si possono prevedere, lì nella sua stanza, un salottino dove ancora oggi si respira il suo profumo, dove Paola ha asciugato lacrime e riportato sorrisi. Era non vedente da quando aveva 24 anni. Non vedeva con gli occhi ma vedeva con il cuore. Con uno sguardo di gran lunga superiore a quello degli occhi leggeva nell’animo delle persone riuscendo con grande sensibilità e umanità a trasformare la sofferenza delle mamme in attesa in un sorriso e in un aiuto concreto. In 34 anni di attività Paola Chiara Marozzi Bonzi ha fatto nascere oltre 23.000 bambini. A febbraio del 2019 Paola mi chiese di entrare nel consiglio direttivo del Cav Mangiagalli, l’assemblea approvò e intensificammo così la nostra collaborazione.

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Associazione Ex-Alunni dell’Istituto Leone XIII Fino all’estate 2019, alla scomparsa di Paola Bonzi.

Il 9 agosto scorso Paola Bonzi improvvisamente ci ha lasciato, l’avevo sentita appena due giorni prima, ero con il pancione in attesa del mio secondo figlio e lei, inutile dirlo, ne era davvero felice. È stato un grande dispiacere, se ne è andata all’improvviso, del tutto inaspettatamente. Ricordo di essermi occupata in prima persona dell’organizzazione della S. Messa del suo trigesimo in Sant’Ambrogio. Volevo fare assolutamente qualcosa, per lei. “Paola Chiara, ricordati Soemia, lei si chiamava Paola Chiara” – così mi ripeteva in quei giorni il marito Luigi addolorato... E così mentre preparavo i libretti, le preghiere, l’immaginetta a segnalibro, ovunque facevo attenzione ci fosse scritto Paola Chiara. Il 23 agosto 2019 nasce presso l’ospedale Niguarda il mio secondogenito Ambrogio, parto naturale, tutto avviene piuttosto velocemente, mi portano in camera e, a parte un po’ di stanchezza, mi sento davvero bene. Arriva poco dopo il vassoio con la cena. Sopra il vassoio, un foglietto con scritto il numero della stanza, il menu, il mio cognome e al posto del mio nome leggo con grande stupore: Paola Chiara. Sì, c’era scritto Paola Chiara Sibillo. Un caso? Il 23 settembre 2019 mi chiedono di assumere il ruolo di Direttrice del Cav Mangiagalli. Mi sento risuonare quelle parole “Qualcuno dovrà portare avanti la mia opera”. Cosa auguri agli alunni del Leone?

Agli alunni del Leone auguro di far germogliare i talenti, di impegnarsi per metterli a frutto, di non disperdere quel patrimonio formativo non solo di studio ma anche umano a cui abbiamo potuto accedere, coltivando al contempo la gioia e l’amore per la famiglia. Ogni esperienza ci conduce su una strada. Occorre discernimento e coraggio. Non siamo soli.

Spunti di lettura... Siamo tutti un po’ smarriti e confusi per quanto sta accadendo e tantissime sono le voci che arrivano dai mezzi di informazione. In puro stile “Ex-Alunni” abbiamo chiesto agli esperti tra noi di spiegarci in parole semplici chi è il nostro nemico e cosa fare. Trovate sul nostro sito alcuni approfondimenti, dal prof. Carlo Grassi al dott. Gianluigi Manca, e ne aggiungeremo altri.


ANNO XXXIII

n.1 marzo 2020

sommario

1 editoriale 2 dalla direzione 3 9 14 17 25 30 34 40 p.

Uberto Ceroni sJ

Gabriella Tona Direttore Generale

dal provinciale La promessa e la domanda che si fanno spazio dentro di noi papa francesco Un tempo di scelta

a servizio del bene Il coraggio e la generosità Condividiamo-20 In questo tempo strano

sei settimane dopo La scuola al tempo di Covid-19 carlo acutis La provocazione di un giovane beato dall’associazione culturale Viaggio in Etiopia in RICORDO Padre Francesco Guerello SJ

I-VI ex-News

Associazione Ex-Alunni dell’Istituto Leone xiii

Pubblicazione Periodica dell’Istituto Leone XIII - Milano Direttore Responsabile P. Uberto Ceroni SJ Comitato di Redazione P. Uberto Ceroni SJ (caporedattore) Marco Anguissola Paolo Arosio Antonio Bertolotti Luca Diliberto

Mariella Malaspina Lorenzo Pellegrinelli Calisto Rech Vincenzo Sibillo Registrazione presso il tribunale di Milano n. 179 dell’8 maggio 1982

Grafica e stampa JONA s.r.l. Via Piaggio, 78 20037 Paderno Dugnano (MI) Tel. 02 910838.233

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ISTITUTO LEONE XIII

Via Leone XIII, 12 - 20145 Milano - leonexiii.it


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