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UN

ALTRO PUNTO

DI

VISTA

LIGHTNING


LIGHTNING - PALAZZO DI VIA FERRONI L’esigenza di questo progetto nasce dalla volontà di rinnovare a livello funzionale e concettuale l’edificio storico (ex comune) di Via Ferroni, a Signa. Il pensiero di fondo è stato quello di ipotizzare lo stabile da semplice edificio a luogo esperienziale e dinamico per le arti. Una conversione da ambiente a “dispositivo”: pensare lo spazio come un vero e proprio artefatto aperto alla ricodificazione. L’idea sarebbe quella di trasformare questo ambiente in un Centro per le Arti, dove tramite l’organizzazione di eventi, corsi, laboratori, residenze d’artista, conferenze, spazi utilizzabili per la realizzazione di mostre e attività, si possa dar vita non ad un museo inteso come spazio fisso, ma ad un luogo di scambio e condivisione. Un ambiente dove la pratica artistica, passante da vari medium, sia in grado di lavorare anche, sulla e per la città, avvicinando le persone a comprendere i linguaggi contemporanei, fino ad emancipare la loro creatività. Un punto importante del progetto trae fondamento da una parte del libro “Mediologia - Una disciplina attraverso i suoi classici” (a cura di Mario Pireddu e Marcello Serra) dove, tra gli altri, si prende in analisi un saggio di Walter Benjamin “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” da cui ho estratto due parti significative ai fini del lavoro: “[...] In questo senso il ragionamento di Benjamin tenta a (e spera di) smentire la sua stessa affermazione per cui ”non vi è mai documento di cultura che non sia nello stesso tempo documento di barbarie”, e questo nel senso che la cultura ha sempre avuto come rovescio la sofferenza di coloro che ne sono stati esclusi.[...]” “[..] “Proprio come imparare a leggere la musica e a suonare uno strumento può fare di una persona un ascoltatore più raffinato, la diffusione della pratica di produrre artefatti culturali di ogni tipo permette agli individui di essere lettori, ascoltatori e spettatori migliori della cultura prodotta in modo professionale, oltre che di inserire il loro contributo in questo insieme culturale collettivo” (Benkler 2006: 373).[...]”. Da queste due porzioni è abbastanza chiaro da dove parta l’esigenza di questo lavoro ed il perchè auspichi ad una pratica artistica che, passando per le attività sopra elencate, possa trasmettere e produrre cultura e consapevolezza delle arti contemporanee. Inoltre, e non meno importante, realizzare tutto ciò a Palazzo Ferroni, allo scopo di sottolineare l’importanza del recupero di un edifico storico, che fatica a ritrovare il suo spazio nel tessuoto urbano, attraverso l’ampliamento artisticoculturale della Città. Lo scopo di questo primo evento su Signa è stato quindi quello di riportare l’attenzione sull’edificio storico in questione che, attraverso gli anni, ha assunto varie identità di carattere instituzionale e associativo, finendo poi, attualmente, quasi per scomparire nel suo stato di abbandono. L’idea che mi ha mosso a progettare e curare questa mostra di Arte Contemporanea a Signa, realizzata con la partecipazione e l’entusiasmo dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, tramite il lavoro dei suoi studenti, docenti e non solo, cerca di delineare un’identità alternativa e proporre un nuovo utilizzo per questo luogo.

Tenuto conto dell’attuale inagibilità del palazzo l’evento è stato realizzato negli ambienti dell’ex Caserma dei Carabinieri, edificio che attualmente l’Amministrazione Comunale ha destinato ad accogliere il nuovo Museo Civico della Paglia. L’obiettivo è stato quello di suggerire così ai cittadini e ai visitatori un’affinità visiva tra i due spazi, essendo entrambi due cantieri, nell’ottica di una riqualificazione del Centro storico di Signa attraverso la cultura e i linguaggi dell’Arte contemporanea. La programmazione:

Artisti in mostra: Alice Ferretti, Claudia Di Francesco, Fabiola Campioli, Francesca Cerfeda, Franco Spina, Giulia Alba Chiara Bono, Ilaria Biccai, Leonardo Moretti, Marta Mazzanti, Martina Bartolini, Miriam Bettarini, Miriam Poggiali, Olivia Kasa, Vittoria Bagnoli.

Leonardo Moretti

Domenica 11 Giugno Inaugurazione. Ore 12 Prof. Franco Speroni, Storico dell’Arte e Docente presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, interviene con: Le forme dell’abitare. Ore 14-18 MOM3NTO |Miriam Bettarini & Franco Spina|, presentano la Performance: 2425514-11. Ore 14-18 Giulia Bono, presenta la Performance: La terra svelata. Ore 14-18 Martina Bartolini, presenta la Performance: Ti sei fatto un’idea? Sabato 17 Giugno Chiusura. Ore 14-18 Giulia Bono ripropone la Performance: La terra svelata, e Martina Bartolini ripropone la Performance: Ti sei fatto un’idea? Ore 16-18 Incontri d’Arte. Una conferenza sui temi dell’Arte con: - Alessandra Poggianti, Curatrice, attualmente presso “Caricomassimo”, che interviene con: “Spazi della banalità”. - Martino Margheri, Dipartimento Educazione, Fondazione Palazzo Strozzi, che interviene con: Mostre come spazio di produzione artistica. Il caso di Ai Weiwei. Libero e Bill Viola. Rinascimento elettronico a Palazzo Strozzi. Ho chiesto ad ogni giovane artista di cercare di impostare il proprio lavoro in modo da sfruttare l’ambiente stesso. Adattandosi e cercando di usare e sottolineare gli elementi sparsi, che da oggetti di disturbo diventano agganci per situazioni inedite, creando così una situazione di scambio e dialogo con lo spazio della Ex Caserma. La commistione dei vari lavori degli studenti, unita all’intreccio di questi con lo stabile, ha riscritto l’area dell’edificio stesso, permettendo di innescare un dialogo tra tutti gli elementi preesistenti e l’intervento esterno. Il fattore di interesse è stato quello di aver creato un’impianto visivo che ha permesso di scoprire particolari stessi del luogo che altrimenti sarebbero stati celati, nonostante fossero sempre stati sotto gli occhi di tutti. In questo senso: un altro punto di vista. Per l’allestimento inoltre è stato scelto di utilizzare il più possibile tutti i supporti e i piedistalli già presenti nell’ambiente allo scopo di intrecciare in maniera globale lo spazio alle opere, stessa cosa per le diascalie delle opere, scritte direttamente sul muro in modo da confondersi e relazioanrsi con quelle già presenti sulle pareti.

Sopra: Ex Caserma


Sopra: Palazzo Ferroni


Aryan Autoritratto olio su tavola. Che fine ha fatto Carmen San Diego? pastelli a cera su carta. Miseria olio su tela. Vittoria Bagnoli Le opere di Vittoria sono incentrate sul tema del cambiamento, sulle varie situazioni di crescita e trasformazione. Assonanze visive e concettuali che sfumano tra le note autobiografiche e le trasformazioni identitarie dello spazio di Palazzo Ferroni, che di riflesso risuonano adesso nello spazio del’ex Caserma, che troverà il suo cambiamento nel piano di conversione a Museo della Paglia. Questo cambiamento però che non è fatto di tempi lunghi, digeribili, ma di attimi, che si cristallizzano in immagini della velocità. Come immagini in movimento, rimasugli visivi che scorrono e sfuggono alla carta. Un Flash, ora c’è, ora non c’è più.


Filo conduttore /percorso alternativo /venire al punto installazione, circa 200 metri di corda rossa di due diversi spessori e chiodi. Martina Bartolini Con questa installazione site specific temporanea ho voluto creare un percorso alternativo che ricodifica uno spazio mostrandolo da un’altra prospettiva, obbligandoci a trasformare il nostro abituale modo di interagire. Come una sorta di filo conduttore, che parte dal piedistallo e crea tutta una serie di intrecci per arrivare alla postazione su cui farò un’intervista, le funi creano una sorta di collegamento e successiva trasformazione da opera d’arte statica, vista sul piedistallo, ad opera d’arte relazionale o performance. Ho costruito il tutto usando i chiodi che erano già stati piantati in precedenza e altri inseriti da me, in modo tale da creare un legame con il luogo. Lo scopo è stato quello di intrecciare i fili seguendo un casuale schema che nasce dall’incontro tra me e chi aveva piantato quei chiodi in precedenza. -cit. Martina Martina si è calata molto bene nello spirito del riuso e dell’appropriazione di uno spazio. Utilizzando fino al più piccolo dettaglio del posto, come un chiudo, ha creato la sua installazione senza un progetto assestante e definito a monte ma, arrivata con un idea, ha creato e gestito la sua opera dialogando e interagendo con l’abiente, che non solo gli ha fornito lo spazio ma anche un vero e proprio vocabolario linguistico.


Ti sei fatto un’idea? performance. Martina Bartolini Il lavoro nasce da una domanda: -che idea hanno le persone dell’arte contemporanea? Durante la mostra Martina ha fatto l’azione di intervistare i visitatori facendo loro tre domande ciascuno sull’argomento. Creando dei contrasti di idee, lo scopo è di accumulare un corpo di informazioni per poi metterle a confronto, così da percepire l’immagine generale che il mondo ha su quest’argomento. Le domande che Martina ha fatto in maniera generica sono state queste: - che cosè secondo te l’arte contemporanea? - qual è il tuo artista preferito? - l’arte contemporanea può essere considerata un genere/corrente? L’esperienzza scaturita dalla una semplice intervista ha coinvolto la maggior parte delle persone che hanno fruito della mostra, trasformando un momento di osservazione in una situazione di partecipazione attiva.


InSideOut installazione fotografica. Ilaria Biccai Si trattava di un’installazione fotografica che si presentava come un cumulo di cartoline stampate fronte/retro che rappresentano degli scatti “rubati”; nel primo lato, con colori sovraesposti e sovrasaturati, il dettaglio del contatto casuale tra le persone in ambito pubblico; nel retro invece, stampate bianco/nero, le immagini sfocate che raffigurano il contatto tra le persone nel contesto privato. Questo lavoro andava a comparare e a mettere in evidenza la differenza dell’approccio tra le persone in un contesto familiare e privato, piuttosto che in una situazione caotica e collettiva. Il fruitore di questa installazione poteva interagire con essa e decidere, disponendo e voltando le cartoline in base a una sua scelta, quali immagini sarebbero potute apparire pubbliche e quali invece private, oltre che, se lo desiderava, di prenderle o lasciarle. Il progetto è stato selezionato per via della tematica basata sulla dicotomia tra pubblico e privato, che poteva benissimo essere traslata da gesti a spazi. Il tentativo è stato quello di lasciar intendere che basta poco, anche solo cambiare il punto di vista, per rinnovare un luogo. Per allestire il lavoro di Ilaria, ho usato un piedistallo già presente nell’edificio, un lascito di eventi passati, storia che si stratifica e si trasforma.


Compagne di viaggio installazione. Giulia Alba Chiara Bono L’ opera si compone di 9 barchette di porcellana, di cui 2 con applicazioni in Decalcomania. Le dimensioni delle barchette variano tra: 22 cm di lunghezza; 13 cm di larghezza; 8 cm di altezza; 2/3 mm circa di spessore; 500 gr circa di peso. La tecnica della Paper Clay è stata ustata per la realizzazione delle barchette e la tecnica della Decalcomania per la decorazione dei pezzi ceramici. “L’idea è stata quella di realizzare nove barchette, volutamente differenti nella forma, nel tentativo di indagare l’interiorità prendendo in esame nove individui, tra cui me stessa, provenienti da luoghi diversi del mondo, ma che nel 2010 si sono iscritti, come me, all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Ogni individuo è rappresentato da una barchetta, infatti una volta cotte, ho chiesto ad ognuna delle mie compagne di sceglierne una che la rappresentasse più delle altre. Poi ho chiesto loro di scansionare delle cartine geografiche dell’Europa o del Mondo a loro piacimento e di inserire su di esse, con il colore rosso, il tracciato dal loro luogo d’origine all’approdo nella città di Firenze e, con un altro colore anch’esso a scelta, gli itinerari dei viaggi finora effettuati nella loro vita. Ho

poi selezionato due di questi itinerari e trasferito il materiale sulle corrispettive barchette. Lasciando per adesso le altre bianche, la speranza è quella di creare un progetto che si sviluppi e si completi nel tempo proprio come i viaggi delle mie compagne. Le barchette sono state posizionate in modo da creare un piccolo itinerario. Tutte seguono infatti una medesima direzione, ma un giorno ognuna prenderà una nuova “rotta”. Le barchette di porcellana, rappresentano il corpo di ognuna di noi, le cartine e gli itinerari la nostra storia e le nostre esperienze.” -cit. Giulia. L’opera di Giulia è stata selezionata per l’evento per via della tematica del viaggio, che può essere interpretata anche come cambiamento, rinnovo e nuova identità, che rispecchiava molto bene il tema generale della mostra. Giulia ha scelto di sfruttare un angolo della prima sala a sinistra per installare le sue barchette, che nella loro fragilità, emergono appena dal suolo, increspando l’area in cui sono installate. Il leggero e abbozzato tocco che ha messo nelle sue creazioni viene pienamente espresso in maniera delicata nell’impatto visivo che scaturisce dall’incontro dell’opera con lo spazio espositivo.


La terra svelata azione colletiva. Giulia Alba Chiara Bono “La Terra, alleata dell’uomo, permette all’uomo di farsi plasmare dalle sue mani: questo è il principio del loro rapporto, di una collaborazione, di un intesa tra l’uomo e la natura stessa. La terra si svela, mostra la sua plasticità, la qualità intrinseca di essere estremamente malleabile, può assumere svariate sembianze e forme, può adattarsi a varie situazioni. Mano a mano che “fa amicizia” con l’uomo, essa assume una forma sempre più definita, l’uomo né è catturato, né è affascinato, la rispetta con veemenza e sempre più stima…poco dopo l’uomo si rende conto di conoscerla da sempre, il suo rapporto, e di questo né è certo, è antico e profondo… lui sa che non potrebbe mai fare a meno di lei. Da questa speciale intesa e da una salda collaborazione, si genera un dono che la natura stessa vuole porgere all’uomo per ricambiarlo della fiducia che gli è stata concessa…questo prezioso e ineguagliabile dono è un liquido dorato, chiamato olio. La terra che viene plasmata dalle mani dell’uomo, lascia segni vergini e primordiali, rimane sempre nel suo luogo di appartenenza, tornando nel tempo ad essere semplicemente, sorprendentemente Terra.” -cit. Giulia.

Durante il laboratorio-performance è stata consegnata ad ogni partecipante, una pallina di terra argillosa, proveniente direttamente dai campi di un terreno che si trova in Località Vignarca, nei pressi di Riotorto. Ogni persona, ha potuto imprimere, attraverso delle piccole pressioni e con il solo ausilio del proprio corpo, dei segni, che hanno dato forma alle palline di argilla. I “pezzi” che sono stati realizzati in occasione della mostra, verranno successivamente cotti all’aperto ed entreranno a far parte di un’istallazione che verrà posizionata sul prato dell’uliveta adiacente al campo, in cui è stata inizialmente reperita l’argilla.


Flash installazione fotografica, materiale vario. Fabiola Campioli “Pezzi di città, visioni di chi arrivando a Signa come un turista spaesato si perde e sperimenta la città per laprima volta. Ricordi a posteriori di quei flash che rimangono nella memoria e vanno poi a costituire l’immagine personale e soggettiva che rimane nei meandri della mente. Costruzioni spaziali, isole fluttuanti tra strade immemori e dubbi percorsi mentali.” -cit. Fabiola. Fabiola ha costruito la sua installazione cercando di rispettare e di rifarsi ai materiali visti sul posto, cercando un modo per poterla mascherare nell’ambiente stesso. Cavi, ganci, materiale edile che si confonde con quello preesistente. Come il tempo che consuma tutto anche la sua opera si disfa, imitando la rovina, Fabiola ha sistemato e lascianto cadere a terra le parti del suo progetto.


Alla Berlina installazione, materiale vario. Francesca Cerfeda Il progetto si presentava come un’installazione fatta di intrecci di oggetti, scrittura e disegni. Diversi materiali e componenti si univano e si contaminavano per raccontare storie e tentativi, dove l’uno viene completato dall’altro. Una sorta di “diario messo alla berlina”. Francesca ha sposato molto bene lo spazio datole, riuscendo ad intrecciare la parete al suo progetto, ha ottenuto un effeto visivo che quasi ci impedisce di distinguere quale sia il suo lavoro e quale no. La parete si rende vera e propria pagina di diario e gli oggetti si confondono con il materiale preesistente. Come il suo lavoro che non ha una lettura precisa, tutto l’inpianto visivo che ha scelto di creare si basa su connubi non definiti tra quello che c’era e quello che ha aggiunto.


Amore, ora tocca a Noi acquarello-penna su carta. Ansie nel letto acquarello -carboncino su tavola. Ci ho provato, ci son riuscita pigmento-carboncino su tavola. Cose non dette acquarello- carboncino su tavola. Madre acquarello- carboncino su tavola. Pensieri della Buonanotte acquarello- penna su carta. Claudia Di Francesco “La mia identità nasce dal mio trauma. Ho sempre pensato che il contesto familiare ci perseguita e preesiste incessantemente nel tempo, si può allontanare, ma ci saranno momenti dove tornerà indietro diventando quel qualcosa di incancellabile, ed è lì che bisogna esser pronti, per se stessi per chi ami. Scoprirsi, odiarsi, perdersi, se coraggiosi ritrovarsi, accettarsi, evolversi. Essenziale per una vita oltre la sopravvivenza.” -cit. Claudia. Claudia ha scelto di riportare le sue note autobiografiche, rovinose e sofferte, interpretando e sentendo in chiave umana lo stato di abbandono e degrado dello stabile dove si è tenuto l’evento.


Lei entra sicura video 9’ 54’’. Alice Ferretti Lo sviluppo narrativo del video è stato affidato al soggetto protagonista, agli oggetti e all’ambiente circostante, figure retoriche collegate l’une alle altre. Il tema principale che ha voluto raccontare è la crescita, giocando con il rapporto di scala fra la bambina e il trenino elettrico, il costruire il proprio percorso nel mondo, in una dimensione fra il reale e l’onirico. Il lavoro video è stato allestito nella stanza selezionata e adibita a spazio per le due conferenze, realizzate nei giorni di apertura e chiusura, che all’occorenza poteva esser facilmente oscurata. Scelta per questo motivo e per la sua particolare ampiezza, la stanza permetteva così di mettersi a sedere e godersi il video. Ho chiesto ad Alice, data la forte connotazione dell’amiente dovuta alla tinta nuvolata di color celeste, che copriva la parte superiore delle pareti e tutto il soffitto, di mettere in relazione il suo lavoro con il luogo tramite un testo che legasse lo spazio fisico allo spazio virtuale del video. Alice si è immaginata un mondo dove la bambina che abita il video avesse abitato anche quelle quattro mura. La stanza così si trasforma, tramite una piccola poesia infantile scritta sul muro, illuninata solo da una piccola lampada, in un lascito, una presenza-assenza allo stesso tempo fragile e precisa.


EX FIRENZE Guida ad una Firenze alternativa catalogo,181 pagine. Olivia Kasa Il libro nasce dal progetto “Degrado”, cominciato nel 2015 con lo scopo di andare alla ricerca e alla riscoperta dei luoghi abbandonati di Firenze. “EXFIRENZE” è una guida creata per stimolare lo sguardo e ampliare e diffondere la conoscenza su questi spazi in disuso, sperando che questa divulgazione ne porti altre, l’intento è di ricondurre all’utilizzo questi luoghi degradati che stanno marcendo in mezzo a tanta bellezza. La guida “EX FIRENZE. Guida ad una Firenze alternativa” vuole presentarsi come una sorta di elenco turistico ai luoghi “alternativi” da visitare a Firenze. Quegli edifici (di cui molti storici) che ormai non fanno più parte della Città, perché dimenticati ed abbandonati da anni, accompagnati soltanto dal degrado che ormai è l’unico che ne conosce la vera storia. Il progetto editoriale vuole mettere in vista un altro lato di Firenze, di cui pochi, oggi, si rendono conto. E’ il chiaro tema del riguardare e dello scoprire i luoghi di abbandono che ha condizionato la scelta di questo lavoro di Olivia, oltre alla volontà di mostrare un libro al di fuori dello scaffale, come pezzo fruibile in una mostra che non si configura più come una sola pura contemplazione.


1 agosto 2015 video 35’09’’. Marta Mazzanti Il 1 agosto 2015 una ridotta zona di Firenze è stata soggetta a un forte nubifragio. L’evento è stato così disastroso da devastare moltissima vegetazione e rovinare parecchi elementi dell’assetto urbano. 10 persone mi hanno raccontato il loro 1 agosto, come sono venuti a sapere dell’evento e come si sono sentiti vedendo la zona in cui vivono cambiata così radicalmente. I loro sentimenti e le loro emozioni legate ad un luogo, uno spazio, un paesaggio vengono così messi a nudo ricordando quei pochi minuti. E’ così che Marta ha deciso di tradurre e raccontare l’evento del 1 agosto 2015, un’avvenimento che ha cambiato, trasformato e distrutto una zona, un luogo, un ambiente e delle persone. E’ così che lei trasla questo suo sentire, questo suo cambiare, da un luogo ad un altro. Trasporta il sapore di quell’evento e lo fa risuonare in un altro spazio, anch’esso stravolto, da rinnovare, precario e incerto.


IL TERMOSIFONE installazione. MOM3NTO |Miriam Bettarini & Franco Spina| Il lavoro è un’installazione site specific nell’edificio, nata dal luogo e per il luogo senza un’idea preconfezionata a priori. Guardando attraverso un buco nella parete si apre una visione su più livelli: in primo luogo le scale dell’edificio, rovinose e non agibili; in secondo luogo, attraverso un pannello fisso di plexiglass trasparente in sostituzione all’ingresso che dà alle scale, si accede visivamente ad un corridoio e ad un termosifone; infine la vista delle persone che si muovono attraverso il corridoio o che guardano le scale attraverso la trasparenza del plexiglass, inconsapevoli di essere visti (dallo “spioncino”), e che diventano materia stessa dell’opera. Sfruttando dunque la breccia, esaltando tale elemento contingente senza alcun intervento e l’inagibilità del luogo, viene a crearsi un dispositivo di visione voyeuristica teso ad una riattivazione dello spazio, in particolar modo di uno spazio prima chiuso (l’ingresso alle scale era serrato da una porta lignea), al di fuori della pretesa “post-catastrofica” e del recupero legato al restauro, attraverso un’ambiguità quasi grottesca e provocatoria, tesa a suggerire un “modo” piuttosto che a mostrare una “forma”. Il termosifone, oggetto irrisorio del quotidiano, viene investito di un valore nuovo, inquadrato nel display di plexiglass, diventando una sorta di readymade che tuttavia è più una “ri-contestualizzazione” che una “de-contestualizzazione”, rivelando tutto pur non mostrando niente. Lo scopo è guardare allo spazio in maniera inedita, attraverso il metabolismo personale, e con una

rinnovata attenzione (anche alla “cosa artistica”) di contro alla distratta quotidianità, privilegiando il gioco e la burla.


2425514-11 azione collettiva e installazione audio. MOM3NTO |Miriam Bettarini & Franco Spina| La performance riflette sul concetto di “popolo” come collettività globale, che prima di essere agglomerazione culturale o politica è corpo vivente che agisce nel suo presente. Da ciò l’esigenza di un’interazione con il pubblico tanto da renderlo esso stesso performer attivo e parte costituente di un’operazione che valorizza l’agire di ciascuno come traccia, intesa anche come segno fisico, quasi calligrafico, nel mondo che si abita. La riflessione ruota dunque attorno al gesto, ma anche la parola, come affermazione della propria identità, della propria presenza, e al contempo come segno di memoria, della futura assenza. Oltre alla traccia-orma di gesso che va via via sovrapponendosi e svanendo si aggiunge la traccia-audio che registra invece in modo imperituro e lineare, si crea così un’azione divertente, giocosa, che può apparire anche come tragica, evocativa di dramma o luogo di “delitto”. I performerpassanti hanno determinato inoltre il numero e le date dei successivi appuntamenti attraverso un sorteggio iniziale che ha svelato di volta in volta anche i numeri che avrebbero costituito il titolo definitivo. La performance è stata selezionata per il suo rapporto direttto con la persona, intesa appunto come popolo, agglomerato, in grado con la sua presenza di modificare e ricodificare uno spazio, un luogo, un progetto.


Benjamin’s whispers installazione, materiali vari. Leonardo Moretti L’installazione, che si estendeva dalla porta d’entrata dell’edificio occupando parte del corridoio e culminante nella porta di vetro illuminata, si configurava come un percorso su più livelli, dove i vari elementi apparivano per poi stratificarsi. Tramite i tre schotch colorati, blu, rosso e giallo, i tre colori rappresentativi di Signa, è la Città stessa che, entrando nello spazio, si trasfigurava in un sentiero da seguire. All’inizio si ripercorreva storicamente la presenza-assenza, nell’immaginario visivo della Città, di Palazzo Ferroni andando a sottolineare fotograficamente come esso ci sia sempre stato ma raramente ripreso, come un ricordo marginale, lì per apparire ma senza riuscire quasi mai. In seguito, arrivando a proporre il progetto di conversione a Centro per le Arti, entravano in gioco spazi di riflessione. Condensati di testo estratti da Valter Benjamin ci interrogano su cos’è e come funziona l’opera d’arte nell’epoca della sua riprodicibiltà tecnica, in particolar modo sul concetto dell’opera merce: l’oggetto si porge come un elemento di partecipazione, ognuno di noi è invitato a prenderne uno, ad attivarsi, a scambiare il suo sguardo con un’azione. Le “scatole opera” contenevano un testo e delle foto frammentate che potevano essere lette soltanto ritrovandosi con gli altri che avevano preso una scatola e riunendo le parti. I baratoli invece, anche questi prendibili, contenevano

un estratto di testo da un libro Angela Vettese. L’installazione, che occupava il corridio di entrata e quindi l’esatto centro della mostra, funzionava come punto di arrivo e di partenza. Perno centrale dell’evento tagliava e univa la mostra in due escludendo la possibilità di un percorso definito, lasciava al fruitore la libertà di muoversi come meglio credeva. Come per le altre opere in mostra, ho cercato il più possibile di unire e sfruttarte tutto quello che l’ambiente, già estremamente connotato, offriva. Optando per un’esaltazione degli elementi già presenti, invece che un mascheramento, ho avuto la possibilità di inserire la mia installazione in un territorio instabile, dove il confine tra l’artefatto e la realtà rimaneva sempre in dubbio.


Beuys’s Door installazione, materiali vari. Leonardo Moretti L’installazione luminosa, pensata appositamente per la porta, si configurava come la fine di un percorso certo e la prosecuzione verso un luogo a noi celato. Fine concreta del percorso di schotch, la porta si convertiva in un vero e proprio cancello verso un altrove. Quell’altrove proposto dal progetto di riqualifica per Palazzo Ferroni, che rimane a noi presente, osservabile, ma non attualmente raggiungibile. La porta teneva su di sé del feltro che, come era per Beuys portatore e conservatore di energia e vita, qui trasmette la sua forza a quel luogo, pur vicino ma così lontano, a quello spazio in costruzione. Le luci ci invitavano a proseguire, ad andare a vedere, lì, dietro una porta ma, nel momento in cui proviamo ad accedere, non accadeva nulla. La porta non si apriva. Il bagliore che ci chiama ad uno spazio nuovo ci rimbalzava via, diventava inaccessibile. Il nostro tocco rimaneva l’ultimo anelito, una curiosità irrisolta verso quell’ambiente auspicabile. Come per l’altra installazione anche in questa, essendo in parte la conclusione della prima e quindi estrettamente collegate, ho cercato il più possibile di unire e sfruttarte tutto quello che l’ambiente offriva. Creando di nuovo un territorio instabile, si formava una situazione visiva anomala, dove il confine tra l’artefatto e la realtà rimaneva sempre in dubbio.


DEEP video 5’16’’. Miriam Poggiali e Sasan Bahadorinejad “Sono le profondità che ogni uomo percepisce nel tempo, profondità che si alternano in un crescendo d’intensità, c’è luce, una luce bianca: l’anima, una persona, Dio, l’inconscio, la coscienza, l’intimità, e colori che si modificano con movimenti e velocità differenti. Ogni colore corrisponde ad una profondità d’emozione: amore, amicizia, sofferenza, ecc. Ci sono forze in lotta che interagiscono tra loro muovendo i colori, a volte in maniera delicata, come l’inizio di una relazione o di una nuova esperienza, a tratti in maniera violenta, fuggente, intensa, vorticosa.” -cit. Miriam.

Anche quest’opera è stata scelta per il suo rinnovarsi e per il suo cambiare. Lento ma inesorabile, il video, posizionato solitario in una stanza resa buia, attira e rende completamente immersiva la fruzione. Come nuvole di colore e luce che ci attraversano, così l’opera diventa un portale per una nuova identità.


11 Giugno, ore 12.30, dopo l’inaugurazione della mostra Franco Speroni, Storico dell’Arte e Docente presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, è intervenuto, aprendo il primo appuntamento dei due talk sull’arte, con: “Le forme dell’abitare”. L’arte contemporanea costruisce ipotesi di esistenza tanto precise nell’analisi della situazione quanto inafferrabili per la complessità delle tecniche e per la quantità di materiali possibili. Le opere sono piuttosto dispositivi che non costruiscono categorie esperienziali stabili ma un sistema di relazioni aperte a risultati inediti. Di conseguenza, gli stessi contenitori storici delle arti, come i musei, da luogo della contemplazione si trasformano in cornici di senso dove le opere interpretano il ruolo di dialoghi transitori, nello stesso tempo rigorosi ed aperti.

17 Giugno, ore 17.30, Martino Margheri del Dipartimento di Educazione della Fondazione Palazzo Strozzi, assieme ad un contribuito audio-visivo offerto dalla curatrice indipendente Alessandra Poggianti, ha attivato il secondo e ultimo incontro dedicato all’arte, alle sue potenzialità, ai suoi meccanismi e alle sue capacità di unire e rinnovare. Martino Margheri ha introdotto queste tematiche partendo dal lavoro che porta avanti per la Fondazione Palazzo Strozzi per poi spingersi oltre, il titolo dell’intervento era: Mostre come spazio di produzione artistica. Il caso di Ai Weiwei. Libero e Bill Viola. Rinascimento elettronico a Palazzo Strozzi. Quali modalità e quali processi partecipativi possono essere attivati affinché una mostra diventi uno spazio di produzione artistica? La programmazione espositiva può essere un’occasione di confronto, ricerca e produzione, capace di coinvolgere gli studenti su più livelli. In questa ottica le collaborazioni con università e accademie rivestono un ruolo sempre più importante nella missione educativa della Fondazione Palazzo Strozzi. Da qui è iniziato un dibattito sulle delle tematiche generali: dalla creazione di spazi per l’arte ai suoi sistemi di percezione e costruzione. In seguito è stata la volta di Alessandra Poggianti che, all’interno di un’argomentazione di partenza, ovvero: il processo creativo come modo autoprodotto di crescita collettiva e i territori come ambiti di sperimentazione culturale, essendo impossibilitata per l’occasione ad essere presente, ha mandato in video un intervento audio-performativo che partiva dall’opera di Heman Chong, dal titolo: “I’m on your side”. L’intervento era strutturato tramite una lettura registratta di un testo scritto da Alessandra, con il sottofondo di un’immagine fissa che recitava appunto “I’m on your side”, la quale rifletteva mettendo in relazione il progetto Lightining con il primo evento di apertura di Kunstverien Milano nel 2010 all’ex Galvanotecnica di Milano, curato da lei. Dopo di che, terminato l’audio, partiva in loop l’opera sonora di Heman Chong che ripeteva la frase “I’m on your side”, rilanciata quella sera per noi, appunto, da Alessandra.


11-17/06/2017

Viale G.Mazzini, 5, Signa

Con la collaborazione del Gruppo Archeologico Signese Assessorato alla Cultura

Testi e grafica di Leonardo Moretti

A Cura di

Leonardo Moretti

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Catalogo Lightning  

11 - 17 giugno 2017 Viale G.Mazzini 5, Signa. Evento d’Arte Contemporanea attorno all’edificio di Palazzo Ferroni, Signa. In collaborazione...

Catalogo Lightning  

11 - 17 giugno 2017 Viale G.Mazzini 5, Signa. Evento d’Arte Contemporanea attorno all’edificio di Palazzo Ferroni, Signa. In collaborazione...

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