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Architetture Le

Dello Sporco


Le Architetture dello Sporco Bartolomeo Ciccone Pietro Desirò Luca Matti Leonardo Moretti Il rifiuto, la macchia, l’unto, la polvere, la crosta, lo scarto, il materiale contaminante, lo sporco in sé. Tutto quello che si può definire lurido, diventa una porta aperta per la ricerca dell’artista. Tutto quello che non vogliamo vedere, che togliamo, che cerchiamo di cancellare e pulire, ogni elemento che tipicamente non vorremmo avere vicino, ecco che ci viene sottoposto allo sguardo. Costretti quasi ad osservarlo ci rivela un’infinita topografia di situazioni e gesti, un variopinto viaggio di “cose” che innescano in noi quante più vogliamo suggestioni visive. L’artista fa della macchia, del sudicio, di tutto quello che vorremmo oscurare, che vorremmo naturalmente occludere, un potente elemento visivo, un medium per sradicare il consueto modo di vedere le cose. All’interno di un ironico gioco si apre la possibilità di vedere oltre la banalità alla quale affidiamo la definizione di tutto quello che normalmente etichettiamo come privo di valore. La domanda che le opere ci pongono è: sappiamo osservare al di là delle livellanti consapevolezze alle quali affidiamo la scelta di cosa scartare e cosa tenere? Il titolo della mostra prende lo stesso dell’opera cardine dalla quale l’idea dell’evento è nata, ovvero il lavoro di Bartolomeo Ciccone. Le opere degli altri artisti, Pietro Desirò, Luca Matti e Leonardo Moretti si muovono, ognuna a modo loro, all’interno di questa tematica, declinando la propria interpretazione secondo la propria pratica artistica. Bartolomeo Ciccone si interroga su tutte quelle strutture materiche dei depositi di sporco che per lui diventano presenze interessanti, dotate di proprie architetture, spazi e volumi. Questo ricco e fantastico mondo che ci circonda si manifesta sotto i nostri occhi e spesso sotto i nostri piedi. Di solito trascuriamo questi prodotti e cerchiamo di eliminarli dalla nostra vista, anche perché, appunto, sostanze di rifiuto, senza mai conferirgli la capacità di possedere un lessico espressivo, tantomeno artistico. A seconda di come trattiamo questi “non-soggetti” possiamo aumentare la loro carica visiva, il loro potenziale immaginativo, in base al modo in cui scegliamo di rappresentarli. Bartolomeo cerca di fare proprio questo, con i suoi scatti all’interno di spazi domestici ed esterni, sposta l’attenzione sui segni della quotidianità e ci invita a pensare diversamente il modo in cui vediamo e viviamo il nostro ambiente. Per l’occasione il suo lavoro è concepito di piccolo formato e si presenta a noi come un’installazione dove proprio quei soggetti fotografaci entrano in relazione con un elemento tipicamente sporco: un ponteggio mobile. Presente soltanto in piccola parte, a formare una sorta di “tavolo”, il ponteggio, con dei teli trasparenti da imbianchino, richiama una delle dimensioni dalle quali Bartolomeo ha preso ispirazione. Accostando uno sporco come tale ad uno rappresentato fotograficamente, presenta qualcosa per quello che è, ma caricato di potere immaginativo nuovo. Congruo ad un percorso di studi nelle tecniche calcografiche, Pietro Desirò conduce la sua sfrenata fantasia verso l’utilizzo e il riutilizzo di tutto quel tipo di situazione che comunemente verrebbe definita, in grafica, un “errore”. Lastre usurate, acidate in maniera erronea, macchie, il via libera alla casualità del gesto, un modus d’azione preciso che l’artista tiene sotto controllo e piega in un suo registro linguistico. Per questa mostra ci regala una serie di opere che da tali accadimenti partono e si stratificano all’interno di un intenso viaggio visivo. Astratto, preciso e meticoloso è il lavoro di Pietro. Accostandosi ad un formalismo più libero e volatile, legato alla linea, cerca un percorso fisico e temporale che travalica la superficie, mediando tra capriccio e analisi. Nel corpus di lavori esposti fa da padrone il fascino della casualità e della cromia, rappresentati dalle bruciature di acido sulla carta e dalle barbe grafiche impossibili da controllare. Il mondo di Pietro mostra chiaramente un’intenzione plastica, muovendosi e animandosi in maniera inattesa, attiva percorsi narrativi analogici che ci guidano su delle piste infinite.


Luca Matti, pittore, disegnatore, scultore e videomaker, dipinge un mondo non tanto distante dal nostro la cui anormalità è solo apparente. I suoi soggetti, enigmatici e accattivanti allo stesso tempo, somigliano in modo quasi irritante agli abitanti delle nostre città e, coraggiosamente, ognuno di noi può individuare nei suoi lavori momenti non troppo distorti della propria vita quotidiana. Giocando all’interno di una dinamica di esasperazione e ingigantimento, Luca ci fa riflettere sulle condizioni e sui modelli ai quali, placidi, rispondiamo abitando le nostre città e le nostre strutture. Per questa mostra in particolare sono state selezionate due grandi tele dove a fare da soggetto sono le dominanti piattoforme petrolifere dipinte attraverso un materiale caratteristicamente sporco: il bitume. Per lui la scelta di questo medium pittorico incarna essenzialmente un aspetto materiale e uno concettuale che collaborano a corroborare una riflessione, vista con lucidità e allo stesso tempo quasi mistificata dalla grandiosità delle costruzioni che mette in scena. Le piattaforme, uno dei simboli probabilmente più significativi di un indotto di produzione segnato spesso da gravi problemi di controllo e pulizia, è per noi oggi un archetipo, purtroppo, dell’inquinamento. Luca, delineando le sue grandi masse ed esaltandole ad architettura celebrativa di una società che viene inglobata dalle sue stesse opere, mette in piedi un immaginario visivo dove l’uomo addirittura è scomparso, all’interno di queste elaborate e mastodontiche forme. Per l’artista, il tema della mostra sta nell’aver scelto per erigere le sue architetture un materiale sporco, di uso e consumo rapido, corposo a livello fisico e mentale. Con il bitume ci sottolinea la sporcizia delle piattaforme, giocando con esso, dissolvendolo nel diluente e rendendolo liquido, colante, pronto a contaminare e allargarsi, come fanno spesso le sue distopiche città. Nel suo lavoro Leonardo Moretti parte dalla considerazione di come la ricodifica degli oggetti di scarto, attraverso la trasfomazione della loro superficie, possa portare ad una riflessione verso la multi-interpretatività delle cose, che spesso, viene dimenticata. Giocando con una scansione ed un ritmato gruppo di elementi cardine, crea un linguaggio informale dove colori e strutture base si articolano a formare degli schemi, quasi delle decodifiche di mondi in costruzione. Assemblando e ricostruendo “oggetti”, muovendosi dal bidimensionale al tridimensionale e viceversa, ha creato un’installazione dove il punto fondante della visione è fermarsi ad osservare lo “sporco”, ovvero lo scarto, e a come questo, “rimontato”, possa aprire a nuovi percorsi narrativi analogici. Tramite i tre colori elementari, più il verde, che fanno da “direttori d’orchestra”, dispone tasselli di immagini che trovano stallo su variegate superfici bianche contaminate, le quali, si configurano come delle tabule rase, pagine bianche appunto, da dove poter costruire qualsiasi cosa. Avvalendosi del principio della casualità, i tasselli fotografici sono accostati secondo un percorso libero, sottolineando come nella miriade di accostamenti possibili, quello emerso, è solo uno degli ipotetici percorsi che le cose possono prendere. Materiale di avanzo come legno e cartone trovano respiro accordandosi con piccoli ritagli fotografici, i quali, riportano dei dettagli del tipico “sporco pittorico” che rimane sugli strumenti d’uso durante la realizzazione di un’opera. La domanda che ci pongono è: sono solo delle macchie o possono diventare altro se accettiamo la possibilità che ogni cosa possa essere ricalibrata? OPEN: 21 novembre 2018, con intervento sonoro di Roberto Cagnoli come Kobe, musica elettronica sperimentale sulla tematica: “Detriti elettronici, scaglie, scorie. Distopie, ricicli, Ballard, spazio/tempo, impro electronica, fosfori, loop. La città che suona. Bassi, sfrigolii, metallo, onde, elettricità. Tanto rumore”. FINISSAGE: 27 novembre 2018, con intervento di lettura, riflessione sulla tematica della mostra aperta a tutte le possibili declinazioni della parola “sporco”, con gli autori Matthew Licht e Ferruccio Mazzanti.


Bartolomeo Ciccone Le Architetture dello Sporco Installazione fotografica con ponteggio Dimensioni variabili Bartolomeo Ciccone Frange#2 Lightbox 35x50cm.


Pietro Desirò Untitled (Momento n°1 e 2) Punta secca e acquaforte 35x26cm. l’una Pietro Desirò Momento n°28 Stampa fantasma, monotipia Ruggine al solfato di rame su alluminio e penna 107x63cm. Pietro Desirò Momento scomposto n°2 Polittico, monotopie Ossidazione su alluminio e matita 78x140cm.


Luca Matti Piattaforma#5 Bitume su tela 120x150cm.

Luca Matti Piattaforma#4 Bitume su tela 150x120cm.


Leonardo Moretti Untitled (construction) Installazione Legno, cartone, fotografia, matita e aquarello Dimensioni variabili


Roberto Cagnoli/Kobe “Detriti elettronici, scaglie, scorie. Distopie, ricicli, Ballard, spazio/tempo, impro electronica, fosfori, loop. La città che suona. Bassi, sfrigolii, metallo, onde, elettricità. Tanto rumore”.


Testi sulla tematica Matthew Licht Batman, Wonder Woman, Pantera Nera, Nano Nucleare: stronzate. I veri eroi sono i netturbini. E i maestri delle scuole elementari. Non ho avuto il coraggio per fare quei mestieri. Scrivo racconti. Questo qui narra le vicende di Garbage Man. Ci si accorge quando qualcuno ci ride dietro le spalle. Jodie si voltò e vide le bulle della classe che la guardavano sghignazzando. Si rigirò verso il maestro. Stava parlando di ciò che fa la gente per vivere, come funziona la società. Voleva sapere cosa volevano fare da grandi i suoi allievi. Lo chiese per primo a Billy Mitzer. “Mio padre fa il banchiere,” disse Billy. “Credo che piacerebbe anche a me. La banca è piena di soldi.” “I miei hanno un alimentari,” disse Emmy DiSalvo. “Papà sta dietro il banco e mamma fa la cassa. Ma io da grande voglio fare il pilota di linea.” A Jodie piacevano le discussioni in classe, ma prima che arrivasse il suo turno, le ragazze scoppiarono a ridere. Una di loro urlò, “Il papà di Jodie fa il netturbino! Che puzza!” Risero tutti. Tutti tranne Jodie. Si guardò attorno. Alcuni si tappavano il naso. “Silenzio!” Il maestro non alzava mai la voce. Ci fu silenzio. Dalla finestra veniva rumore di macchine e passanti. “Quello dell’uomo della spazzatura,” disse il maestro, “insomma, voglio dire… il netturbino, cioè l’operatore ecologico… è un lavoro estremamente utile e importante. Dobbiamo essere grati al Signor Harris. Come saremmo messi, senza di lui? Sommersi dai rifiuti, ecco come.” “Che schifo!” Alcuni ragazzi risero di nuovo. “Non è divertente,” continuò il maestro. “Dovete delle scuse a Jodie. E inoltre scriverete una lettera a suo padre per dirgli quanto apprezzate ciò che fa per noi. Forza. Carta! Matita! Scrivete!” Alcuni dissero, “Scusa, Jodie,” ma non erano tanto sinceri. Nessuno voleva scrivere lettere. A Jodie veniva da piangere. Il maestro le strinse la spalla. “Andiamo nel corridoio mentre scrivono.” Appena fuori dall’aula, Jodie scoppiò in lacrime. Non aveva voluto farlo davanti a tutti. Il maestro, alto quanto un campione di pallacanestro, si chinò per darle un fazzoletto. “Mi dispiace,” disse. “Ma ricordati che non vi è nulla di male nell’essere un uomo della spaz… un netturbino… cioè, un operatore del verde. Anzi!” Il papà di Jodie venne a prenderla dopo scuola, come sempre. Lei non gli corse incontro, com’era solita fare. A casa, nella sua stanza, Jodie pianse ancora. Suo padre deve averla sentita. Bussò. Entrò. “Cos’è successo oggi, Jodie?” Jodie si vergognava, e poi non voleva ferirlo. “È un segreto?” “Mi hanno presa in giro a scuola perché sei un netturbino. Hanno detto che è un lavoro sporco, che puzzi. Hanno detto che anch’io puzzo.” Jodie lo guardò. Sorrideva, sotto i baffi a tricheco. “Vuol dire che non sanno quanto sia divertente fare il netturbino.” Ciò la rifece piangere. Suo padre l’abbracciò. “Dimmi la verità, Jodie: puzzo?” Jodie tirò su col naso. “Sai di sapone.” “Suvvia, Jodie. Puoi dirmelo se puzzo.” “Hai sempre un buon odore.” “I tuoi amici hanno ragione però. Fare il netturbino è un lavoro sporco. Vedo roba che è meglio non pensarci nemmeno. E puzza. Ma poi arriviamo noi, buttiamo tutto nel camion, e il mondo torna bello. E io torno a casa, e mi faccio una doccia. Mi piace il mio lavoro, Jodie. E mi piacciono i miei colleghi.” La mamma di Jodie urlò che era pronta la cena. “Senti, Jodie, stasera vai a letto presto e domattina ti porto al lavoro con me. Così vedrai ciò che fa il tuo papà netturbino.”


Jodie ebbe problemi ad addormentarsi. Si svegliò quando suo padre aprì la finestra della sua cameretta. Fuori era ancora buio. Oltre il fiume si vedevano bagliori blu e verdi. Jodie si mise vecchi jeans e una felpa. “Faremo colazione fuori,” disse suo padre. Il deposito dei camion della spazzatura non era lontano. L’odore lì non era tanto buono. Jodie arricciò il naso. Suo padre rise. “Ti ci abituerai.” C’era gente. Urlavano. Alcuni netturbini e netturbine vennero a salutare Jodie. Si sentì importante. C’era frastuono di motori. Big Al guidava il camion. Il mozzicone di sigaro spento che gli penzolava dalla bocca gli impediva di parlare. Il papà di Jodie le diede un paio di guantoni come i suoi. “Oggi staremo dietro. Tienti forte. Big Al andrà piano, ma se hai paura, dimmelo. Guiderò io e starai davanti con me.” “Non ho paura,” disse Jodie, ma un po’ ce l’aveva. Jodie si tenne così forte che quasi non sentiva l’odore che proveniva dal camion. Si fermarono. Jodie e suo padre saltarono giù. Il marciapiede era nascosto da sacchetti straripanti e bidoni. “Mi occupo della roba grossa, Jodie. Tu prendi i sacchetti più piccoli.” Il papà di Jodie sollevava sacconi che dovevano pesare una tonnellata ciascuno e li buttava nel retro del camion come nulla fosse. Sbatteva i bidoni contro il retro del camion per svuotarli. Jodie sentiva frantumarsi bottiglie, lattine che crepitavano. Il camion divorava tutto. Non rimase più niente sul marciapiede. Jodie diede una mano a rimettere a posto i bidoni, poi si riaggrapparono alle sbarre dietro il camion. Il papà di Jodie urlò. Ripartirono. Big Al guidava piano, ma a terra il passo era frenetico. A una delle fermate, il papà di Jodie sollevò un saccone di plastica grigia. “Tasta qui.” Jodie allungò la mano e strizzò il sacco della spazzatura. “Agh! Sembra una massa di spaghetti stracotti. Che roba è?” “Non lo sapremo mai.” Qualunque roba fosse, il camion se lo inghiottì. Lavorano. Raccattano catene alpine di schifezze. Mangiano al diner. Finiscono il turno. Tornando in città dalla discarica, Jodie e suo padre si sedettero accanto a Big Al. Jodie era stanca ma felice. “Questo è il momento più bello della giornata,” disse suo padre. “Mentre gli altri sono ancora al lavoro, io torno a casa, mi lavo, do un grosso bacio a tua madre, e poi ti vengo a prendere a scuola. Anche per questo amo fare il netturbino.” Jodie diede un bacione a suo padre netturbino puzzone. “Da grande voglio fare il netturbino anch’io.” “Hai ancora tanto tempo per decidere.” Big Al si tolse il sigaro dalla bocca. “Mi sarebbe piaciuto avere una figlia come te.” Jodie diede un bacino anche a lui. Ora, se qualcuno le chiede cosa fa suo padre, Jodie risponde, “Il netturbino!” E se per caso dicono, “Chissà che puzza!” aggiunge, “Tutti creano sudiciume. Mio padre lo porta via.” I marciapiedi di Manhattan sono la zona X dove le persone ricche e famose sono costrette, per pochi secondi, tra limousine e discoteca, a vivere nel mondo zozzo dei reietti. I marciapiedi di Manhattan sono anche la zona delle pattumiere. Il prossimo estratto narra un incontro tra la spazzatura, che prende una miriade di forme, e un artista famoso. Viso dopo viso. Culo dopo culo. Giorno dopo giorno di arte prodotta in serie. Infinite copie della rivista nella quale Vip analfabeti intervistano Vip inarticolati. Trasognato, Andy Warhol percorreva la Madison Avenue ingombrato da borse dello shopping. Si fermò davanti a una vetrina nella quale erano esposte due teste rimpicciolite. Forse era una galleria d’arte. Mi ci fermai anch’io. Contemplammo quelle pelose palle da baseball che furono degli esseri umani. I nostri riflessi nella vetrina erano le teste, rigonfiate alle loro dimensioni normali e riportate a vita. Andy Warhol non sopportava la calvizie. Portava la parrucca. Io non riesco a


vivere nel mondo, quindi mi feci monaco zen e mi rapo la crapa. Andy Warhol tinse la sua parrucca d’argento. La gente nota la tinta. La prima cosa che si nota di me è che sono pelato. Anche se non lo sono. Solo dopo notano i pantaloni hakama e gli infradito di paglia di riso. Andy Warhol era diverso dalla massa. “Oh. Mi piacciono i tuoi pantaloni. Ma tanto.” Le teste rimpicciolite in vetrina fissarono due tipi strambi che si fissavano a vicenda. I loro occhi erano ricuciti con fibre di liana. “Grazie. Le serve aiuto con quelle sporte?” “Oh wow. Se non ti dispiace.” Un altro fanatico della Pop Art che freme dalla voglia di fargli da portaborse perché era Andy Warhol ed era famoso. Un uomo con addosso un grembiule unto emerse dalla cantina del 3 Guys Diner con frastuono. Andai ad aiutarlo a tirare fuori le pattumiere. Una volta facevo il netturbino. Non bisogna trascinarle. Il trucco è di animarle, e farle camminare con te. All’angolo, alzai i coperchi e vi buttai le borse di Andy Warhol. Lo sguattero del diner si pulì le mani sul grembiule. Mi strinse la mano stile Soul Brother appiccicoso, e riscomparve nella cantina, chiudendosi dietro i battenti come un paguro. L’espressione di Andy Warhol erano il contrario di quella delle teste rimpicciolite. “Oh wow. Non riesco a crederci. C’era la mia roba.” “Qualunque cosa fosse là dentro ti era solo di peso, Mister Warhol.” “Una tiara di diamanti. La pagai diecimila dollari. E tu l’hai scaraventata in una pattumiera. Diamanti. Wow.” “Puoi riprenderla, se vuoi: è ancora lì.” Colava maionese rancida dalle pattumiere straboccanti. Andy Warhol non poteva rovistare tra lerciume sulla Madison Avenue dove i paparazzi erano sempre in agguato. “Sei un supereroe? Oppure uno di quei monaci buddisti che si danno fuoco per protestare?” “Prima facevo il netturbino. Ora rimuovo roba che impedisce la serenità.” “Oh wow. Wow. Una volta pensavo tanto all’immondizia. Ora penso a... Senti, vuoi essere nella mia rivista Interview? Non abbiamo mai fatto netturbini. Non l’ha mai fatto nessuno. Quindi sarebbe glamour.”


Testo sulla tematica Ferruccio Mazzanti

Homeless Qualcuno avrebbe potuto chiedergli il perché di così tanta inquietudine, sempre a viaggiare, saltando da un tir all’altro, facendo autostop negli autogrill dell’autostrada, sempre da solo, dei sudici sacchetti di plastica come borse piene di cianfrusaglie inutili e cocci carichi di memoria, su e giù per l’Italia. Dico io, se ne fosse andato almeno in Svizzera o in Austria, ma lui non varcava mai i confini della sua terra natia, che sarebbe un altro modo per dire l’Italia, ed evitava isole, tipo Sicilia, Sardegna, Elba, aveva paura dei traghetti, e delle metropoli. Dicono temesse anche le Alpi. E i fiumi. Si fidava solo delle autostrade. Credo che si chiamasse Marco. Nessuno, a dire il vero, parlava di lui in sua assenza. E quando c’era ci bastava indicarlo, dirgli ehi tu, oppure non ce li ho due spiccioli, oppure non ce l’ho una sigaretta. Sostenere che fosse un senzatetto o un mendicante sarebbe inesatto. Era un vagabondo. Aveva un look da vagabondo. Come prima cosa puzzava. Inoltre non si tagliava mai la barba. Invecchiando gli si erano formati come dei ciuffi appiccicosi che partivano dal mento e si distendevano sul suo torace, le spalle rachitiche, la pelle olivastra e screpolata, più un mucchio d’ossa che una persona. Sembrava affetto da psoriasi e alitosi. Forse era solo una pessima igiene, ma senza dubbio quel giacchetto di pelle nera, probabilmente rubato, che teneva sia d’estate che d’inverno non gli conferiva, insieme ai pantaloni macchiati chi sa da cosa, un aspetto piacevole al tatto. Marco parlava un italiano sgangherato e impreziosito da parolacce il più delle volte inventate nelle lunghe ore di solitudine. Non l’ho mai visto scortese con nessuno, ma ogni volta che te lo ritrovavi tra i piedi era spiacevole. E quando non c’era, quando era partito per uno dei suoi viaggi yo-yo su e giù per l’Italia, nessuno si interessava alla sua sorte. Sapevamo solo che non varcava mai i confini Italiani. Su e giù da una regione all’altra. Cosa facesse durante quei viaggi in autostop, a dire il vero non molto lunghi, non è dato sapere. Quando tornava qua da noi nessuno si soffermava a chiederglielo. Non ce ne importava proprio niente. Era una di quelle figure laterali, che stanno sullo sfondo, una comparsa nell’orizzonte complessivo del nostro campo sociale. A volte ascoltava le nostre discussioni sulle varie ragazze che ci piacevano. C’era sempre una ragazza che ci piaceva. Lui, seduto per terra di fronte a noi, ci guardava con quegli occhi luminosi che si accendevano ancora di più quando pronunciavamo parole come tette, culo, gambe o fica. Credo si masturbasse nelle aiuole di qualche piazza, la notte, quando non riusciva a dormire. Marco ardeva di desiderio. Sono sicuro che se una ragazza avesse acconsentito a portarselo a letto avrebbe passato una delle più eclatanti notti della sua vita. Sarebbe bastato fargli fare una doccia e forse tagliargli un po’ i capelli e la barba. Sotto tutti quei peli sudici si nascondeva un volto non dico bello, ma neanche brutto. Sono certo che molte splendide donne abbiano fatto sesso con uomini ben più orribili di Marco. Eppure neanche ci provava. Se lo interrogavi sulle sue esperienze sessuali, se ne rimaneva in silenzio, anche se una volta (eravamo solo io e lui) mi disse che si era scopato una senzatetto a natale. Aveva messo da parte una cinquantina di euro, che aveva usato per andare dal barbiere, farsi una doccia ai bagni pubblici e comprare del vino di pessima qualità. I due lo avevano fatto in un albergo ad ore. I suoi occhi sembravano così malinconici. A dire il vero era piuttosto silenzioso su tutto, tranne che nel giudicare gli altri. Quando si trattava di sputare veleno contro una categoria umana, diventava più spiacevole quanto più ti conosceva, allora tu ti domandavi come mai su tutto il resto tacesse. Era come se ogni volta che apriva bocca palesasse una saggezza sulla vita che per noi sembrava irraggiungibile, ma appena il discorso virava su argomenti particolari e non più generali, si esplicitava in lui un enorme buco, un vuoto, un non vissuto. I suoi silenzi mi inquietavano. Non avevo un rapporto speciale con lui, ecco come mai sono rimasto stupito quando ieri mattina il campanello di casa mia ha cominciato a squillare, svegliandomi. Nel mio letto una ragazza dai capelli rossi mi ha dato una spinta borbottando un apri veloce, voglio dormire, ed io mi sono alzato


strofinando le mani sugli occhi infiammati dalla stanchezza. Ho detto arrivo, arrivo, mentre ero nel corridoio, ma il campanello non ha smesso di suonare. Pensavo che fosse un mio amico imbecille a cui fosse successa una delle tante stronzate che accadono ai miei amici imbecilli, ma ho avuto un vero e proprio balzo al cuore e innumerevoli brividi freddi su per la schiena quando ho trovato di fronte a me due poliziotti in divisa e con l’aria scocciata che mi stavano chiedendo se fossi per caso Mazzanti Ferruccio. Che succede? Puoi venire con noi? Mi sentivo come in un film. Ma venire dove? La loro risposta è stata un laconico al cavalcavia. Era una risposta così surreale che sono tornato in camera, mi sono vestito e sono uscito con loro, sono salito sulla loro volante, non ho protestato quando hanno acceso la sirena e li ho ascoltati mentre discutevano del regalo che uno dei due aveva comprato per suo figlio. Si trattava di una di quelle macchinine a pedali per bambini da mettere in giardino. A loro non gliene fregava niente di me ed io ero troppo teso per non ascoltare ogni loro singola parola. Non so perché non avevo il coraggio di chiedergli maggiori informazioni. Avevo paura che qualsiasi cosa potessi dire sarebbe stata usata contro di me. La volante procedeva per la strada in direzione della periferia. La loro guida era estremamente veloce, nonostante discutessero come se niente fosse. Non rispettavano i semafori e azionavano la sirena ogni qual volta ritenessero opportuno mettere al corrente pedoni o automobilisti della loro fretta. Proseguirono in direzione dell’autostrada e la imboccarono. Io sentivo i muscoli delle mie spalle rigidi e con terrore guardai il paesaggio scorrere via dal finestrino. Dopo due ore, vicino allo svincolo con Bologna, cominciarono a rallentare fino a fermarsi ai limiti di un cavalcavia, dove la strada era bloccata da altri poliziotti, ma anche da guardie del fuoco e ambulanze. I due poliziotti scesero dall’auto e mi chiesero di seguirli. Ma cosa stava succedendo? Li seguii, muto e terrorizzato. Il cielo sembrava così stupidamente nuvoloso. L’asfalto era troppo grigio. I due poliziotti mi accompagnarono oltre il blocco della polizia e mi indicarono un uomo che stava seduto a cavalcioni sulla protezione. Sotto di lui a centotrenta chilometri orari le automobili sull’A1. Ti vuole parlare, mi ha detto un poliziotto. Chi? Lui. Indicandomelo. Mi incamminai finché non riconobbi Marco, là, mezzo a penzoloni, Marco il Vagabondo che viaggia su e giù per l’Italia. Marco, gli faccio, che fai Marco? Lui mi sorrise sentendo la mia voce e riconoscendomi. Mi chiese se mi andava di sedermi accanto a lui. Mi issai sulla grata e una volta che mi sentii in una posizione di sicurezza gli chiesi che c’è che non va? Nulla, mi fa lui, nulla di nulla, volevo solo contemplare con te la bellezza dell’autostrada prima di fare hop. In che senso Hop. Nel senso Hop e poi salti giù. Marco, ma perché vuoi saltare giù. Io non voglio saltare giù. E allora chi farà Hop. Marco mi osservò con uno sguardo pieno di desiderio. Sembrava come quando parlavamo di donne. Un lieve vento mattutino gli scompigliava i capelli lunghi e sporchi. Sotto di noi le automobili viaggiavano ignare verso qualsiasi posto.


Sopra a destra Matthew Licht Sotto a destra Ferruccio Mazzanti Alcuni scatti della mostra


Architetture Dello

Le

Sporco

21-27/11/2018 Limonaia di Villa Vogel, Firenze. A cura di Leonardo Moretti

Profile for Leonardo Moretti

Le Architetture dello Sporco  

Catalogo mostra collettiva, 21-27 novembre 2018, Limonaia di Villa Vogel, Firenze.

Le Architetture dello Sporco  

Catalogo mostra collettiva, 21-27 novembre 2018, Limonaia di Villa Vogel, Firenze.

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