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parigi


Quando ho compiuto diciott’anni lo zio SAM mi ha detto che voleva mettermi un’uniforme e mandarmi a combattere contro un tipo che si chiamava ADOLF. E io l’ho fatto. Alan Ingram COPE


14 Allora sono sbarcato in Francia il 19 febbraio 1945, il giorno dei miei vent’anni.

Quarantotto significa quaranta uomini in piedi e otto cavalli in piedi. Non sono fatti per trasportare quaranta uomini sdraiati e i cavalli, si sa, non si sdraiano.

Ci hanno sistemato dentro dei vagoni che si chiamano quarantotto. Sono dei vecchi vagoni di legno, molto spartani, con le porte scorrevoli.

Siamo rimasti fermi ad aspettare per parecchio tempo e, alla fine, il treno si è avviato piano piano attraverso un paesaggio non molto attraente.

Cumuli di macerie.

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A volte, superando un fosso, guardavamo in basso, oltre la porta, ma non vedevamo più la via ferrata. Restavano solo i binari senza traversine. Quelli non avevano ceduto.

Il treno si fermava spesso per la “PISS CALL”, la chiamata pipì. Tutti uscivano e facevano quel che avevano da fare in mezzo alla campagna.

Quella notte, siamo arrivati in mezzo a due altissimi muri di pietra sui quali era scritto

Parigi!

Andiamo a Parigi!

Il treno si è fermato fra queste pareti. Vietato uscire.

Siamo a Parigi! Fantastico!

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Ho avuto il tempo di osservare il muro perché siamo rimasti lì quasi tutta la notte. Era un muro di pietra, annerito dal tempo e dal fumo del carbone, sul quale era scritta la parola

a lettere maiuscole con la vernice bianca stesa rapidamente con un pennellone. (Dico rapidamente perché la vernice bianca non era penetrata nella malta fra le pietre.)

Ebbene, nella mia memoria non riesco a dissociare l’immagine di questo muro da quel che Lou mi ha detto quando sono andato a trovarlo nel New-Jersey, dopo la guerra. Mi ha spiegato che era stato fra i primi soldati americani a entrare nella Parigi liberata.

L’allegria della gente era qualcosa di straordinario. E sai, Alan, laggiù ho veramente scopato. Accidenti! Ho scopato, scopato, scopato, è pazzesco quanto abbia potuto scopare! Dio mio, quanto ho scopato, era meraviglioso...

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Io, invece, sono rimasto chiuso in quel vagone. Ci siamo organizzati per sdraiarci a turno o gli uni sugli altri.

E poi il treno è ripartito in direzione opposta. Di Parigi non abbiamo visto nient’altro che gli argini di questa specie di fiume in secca, nei pressi di una stazione, non saprei dire quale.

Quindi, tutto quel che avevamo fatto era stato andare a Parigi per cambiare binari, cambiare strada ferrata, insomma, e un’altra locomotiva ci ha riportato indietro.

Alla fine, l’indomani, ci siamo ritrovati a GOURNAY-EN-BRAY, in Normandia.

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15 Siamo rimasti acquartierati due mesi in Normandia perché l’esercito aveva perso le nostre armi e i nostri veicoli.

Ci hanno detto: “Pare che non si sappia dove si trovano i nostri veicoli, non ci hanno seguito com’era previsto. Sono finiti da qualche altra parte.”

Autoblindati, jeep, cannoni, mitragliatrici, bazooka, mortai, tutto era stato mal indirizzato. Non avevamo nessun’arma. Solo gli ufficiali avevano delle pistole. Quanto ai veicoli, niente. Tranne alcuni camion, che non erano neppure nostri.

Era una situazione veramente assurda.

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Lì, ho ritrovato Marker, Kulik e Polski. Insieme all’equipaggio di un altro veicolo, alloggiavamo dietro una fattoria, al primo piano di un fienile dove c’erano due mucche. Una fortuna per noi, perché le mucche ci riscaldavano.

In quella fattoria l’attività agricola era scarsa perché non c’era quasi nessuno a lavorare.

Accanto al fienile, una specie di casetta in muratura con una sola stanza, un camino e senza finestre serviva da posto di comando ai sergenti. Il capitano stava in un’altra fattoria più lontano.

Per noi sono stati due mesi di relativo riposo. Era una vita abbastanza noiosa. Dovevamo marciare, studiare dei manuali militari che ci leggevano ad alta voce. Io chiacchieravo e passeggiavo.

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Sull’altro fianco di una piccola vallata era acquartierata l’unità di DOMINIQUE D’ANTONA. Andavo spesso a trovarlo perché lui non era un gran camminatore.

Ci dicevano di fare attenzione, di non dare confidenza alla popolazione, il nemico era ovunque ecc. Serviva soprattutto ad addestrarci in vista dei territori dove sarebbe stato realmente così. Bisogna dire che, all’epoca, gli Americani avevano appena passato il Reno. E c’erano ancora dei Tedeschi nella Francia orientale. Lou, per esempio, ha partecipato alla terribile “battle of the bulge”, l’accerchiamento delle forze alleate che voi chiamate controffensiva delle Ardenne.

Io non davo retta alle direttive. Calata la notte, attraversavo il bosco per raggiungere Dominique. Avevo il coltellaccio che mi aveva regalato mio padre. Molto lungo, bellissimo. Lo infilavo in uno stivale e attraversavo la vallata da solo. Non ho mai incontrato anima viva.

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Quindi arrivavo abbastanza in fretta da Dominique e insieme andavamo a GOURNAY.

GOURNAY era un mortorio. Sapete, non tutta la Francia era distrutta, ma tutto era danneggiato. Non c’era ancora di che riparare i danni.

Dominique vinceva sempre a carte e mi pagava spesso i pasti in un caffé. Il barista aveva capito che c’era da guadagnare bene a servire i soldati americani.

Si trovava poco da mangiare, ma lì ho potuto assaggiare la mia prima acquavite.

Ed è sempre in questo bar che ho visto per la prima volta delle toilette fatte con una lunga asse di legno e due fori affiancati. La usavano sia gli uomini che le donne e, in caso di bisogno, andavano insieme al gabinetto.

A GOURNAY, Dominique aveva una fidanzata molto carina che si chiamava MIMI. Ma lui era già fidanzato negli Stati Uniti e non voleva spingersi troppo in là. Mi diceva: Devo assolutamente vedere MIMI, Alan, anche se mi fa venire un male terribile ai coglioni.

Allora lo accompagnavo da lei perché, da solo, non avrebbe resistito.

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Dominique mi ha presentato uno dei suoi amici, FRANCIS, che era un po’ più grande di noi e col quale ho simpatizzato. Amava moltissimo la musica classica.

FRANCIS aveva conosciuto una ragazza già nota come concertista debuttante. Si chiamava MONIQUE DE LA BROCHELLERIE.

Era veramente deliziosa. Era sfollata durante la guerra e aveva recuperato da poco la sua casa e il pianoforte.

D’accordo, ma vi avverto che è da molto che non suono e non ho ancora ritrovato le mie dita.

La prego, suoni qualcosa per Alan.

Quattro anni dopo, mi trovo a Parigi e leggo sul giornale che MONIQUE DE LA BROCHELLERIE dà un concerto.

Ha eseguito delle sonate di Beethoven. In effetti, faceva qualche errore e poi riprendeva, ma era evidente che suonava benissimo.

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Naturalmente vado al concerto. Ha eseguito la SONATA AL CHIARO DI LUNA, come quattro anni prima, ma meravigliosamente bene. Non aveva più esitazioni.

La maggior parte del programma era dedicata a SCARLATTI, che amo moltissimo e ho tentato di suonare un po’ da solo, in seguito.

Alla fine, sono andato nel suo camerino, mi sono presentato ed è stata felice di rivedermi.

Neanch’io. Ho fatto vari tentativi, ma non c’è stato verso.

Sa cos’è successo a FRANCIS? Mi ha scritto per un po’ e poi, improvvisamente, non ho più ricevuto sue notizie.

A dire il vero, non osavamo confessarcelo, ma pensavamo entrambi che fosse morto nei combattimenti. Lei gli voleva molto bene.

Era un ragazzo fragile, mi sono spesso chiesto se non si fosse ammalato.

Insomma, avevo ritrovato MONIQUE DE LA BROCHELLERIE. Ritrovo quasi tutte le persone cui sono affezionato e nelle circostanze più imprevedibili.

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Non c’è molto da raccontare su GOURNAY. Ah, sì! Me la sono vista brutta nel fienile.

Era molto in alto, si arrivava alla porticina aperta nel tetto con una scala metallica appesa a una sbarra.

Come dicevo, alloggiavamo sopra le mucche.

Tutti salivano e scendevano normalmente fronte alla scala, tranne me. Io scendevo un po’ scimmiescamente, agganciando i tacchi ai pioli e lasciando scivolare la schiena lungo la scala. COPE! Perché fai così? E’ pericoloso!

Un giorno, stavo andando a fare il bucato. Per fare il bucato, accendevo il fuoco, scaldavo l’acqua e lavavo la mia roba nell’elmetto. Quindi sono uscito dalla porticina come al solito, senza guardare, con i vestiti sporchi in una mano e l’elmetto nell’altra.

No. La prova è che lo sto facendo. E, in più, posso portare qualcosa in mano.

Qualcuno aveva tolto la scala.

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Molto violentemente. Mi sono fatto male alle caviglie, mi sono ferito alle mani e alle braccia.

Sono precipitato al suolo.

Dopo la fine della guerra, distribuivano le medaglie, i “purple hearts”, i cuori porpora, ai soldati feriti. Il sergente mi ha chiesto: Cope, sei stato ferito?

No.

Neanche un graffio, un taglio, o qualcosa del genere? Ah, sì! Gli ho raccontato la storia della scala. Mi ha detto: “Oh! Ma questo vale un purple heart!” AH AH! E’ così che ho avuto la medaglia.

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Prima di raccontare la partenza da GOURNAY, potrei forse descrivervi MARKER, KULIK e POLSKI. Rapidamente.

L’autista, lo chiamavamo per cognome, che era – ne sono quasi certo – POLSKI. Ricordo che quando tardava a venire e MARKER doveva chiamarlo ad alta voce gridava: “EHI! POLAC!”

Molti chiamavano MARKER “JOHN” oppure “MARKER”. Benché fossi probabilmente quello che aveva più confidenza con lui, lo chiamavo sempre “sergente MARKER”. Per rispetto, suppongo. Sapeva di poter contare su di me in ogni circostanza e credo apprezzasse la mia cortesia. Davvero una bella persona. Doveva avere venticinque anni. Dopo la guerra, ci siamo scritti per un po’, anche con la sorella, ma poi ho perso i contatti.

Arrivando POLSKI diceva immancabilmente: “MARKER, mi chiamo POLSKI!” Ovviamente era figlio di polacchi e sapeva parlare polacco. Da civile, guidava dei camion carichi di dinamite. Aveva ventitre anni all’epoca. Era basso e magro, ma muscoloso, con gli occhi blu e i capelli biondi, “dish water blond”, “biondo sciacquatura di piatti”, come si usa dire. Era un bravo ragazzo, non molto intelligente. Aveva avuto una vita dura, e si vedeva. Era un po’ provato.

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KULIK, l’operatore radio, era un ebreo newyorchese di ventidue, ventitre anni. Alto, grassoccio, i capelli corti, neri, a spazzola, ben rasato, ma sempre con un’ombra di barba nera, le mani paffute e pelose. Molto gentile. I genitori avevano un Delicatessen a New York, una salumeria, insomma, e gli spedivano un sacco di pacchi. Grazie a loro e a lui abbiamo mangiato da re.

Sopra MARKER, c’era uno “staff sergeant” che comandava tre autoblindati, fra i quali il nostro. Si chiamava KUBACEK, CU-BA-CEC. Era alto, non atletico, ma forte, capelli castani, grandi occhi, un’espressione un po’ esasperata, squilibrata. Non ci piaceva molto.

Fine dei ritratti.

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Finalmente, un giorno, sono arrivati i veicoli. Gran trambusto perché bisognava pulirli.

Tutto l’equipaggiamento metallico era ricoperto di uno strato duro e spesso di una sostanza piuttosto grassa che chiamavamo “cosmoline”. Proteggeva efficacemente gli oggetti durante il trasporto, ma era orribile da togliere.

Si toglie con la benzina, col carburante. Finisce per andar via. Alcuni erano di corvée per “decosmolinare” le armi.

L’ho fatto solo una volta, grazie a Dio, perché è un lavoraccio. La mitragliatrice 50, la grossa mitragliatrice con le maniglie, che doveva essere montata sul nostro autoblindato, è stata decosmolinata da un certo KRAUS, un caporale che non mi piaceva per niente.

Era scoppiato un incendio, quel giorno, nella casetta in muratura vicino al nostro fienile. KRAUS era di servizio. Era bruciata ben bene. Lui si era giustificato non so più come. In ogni caso era un bugiardo.

Un profittatore.

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E allora siamo partiti. La parentesi di due mesi si era conclusa. Avevamo passato un periodo incredibile, cosĂŹ, in panciolle.

E il viaggio che è cominciato è stato qualcosa di veramente straordinario.

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16 Poteva essere l’otto aprile. O il quindici. Tutto era grigio e sporco e faceva un freddo cane anche se era già primavera.

Attraversavamo sempre la campagna, evitando le strade principali. Mi piaceva guardare il paesaggio dall’alto della torretta.

Mi sembrava di sfogliare un libro di storia per bambini. In inglese esiste il termine “quaint”. Vuol dire pittoresco, originale, strano.

Tutto era “quaint” per un Americano come me, all’epoca.

Scoprivo i villaggi europei, non abbiamo paesini simili da noi, così incantevoli, le strade alberate, i campi, le fattorie, quel che si vedeva attraverso le finestre, tutto era diverso e affascinante, capite?

Non immaginavo proprio che la guerra potesse essere così. C’è gente che spende una fortuna per visitare un paese straniero, io lo vedevo dall’alto della mia torretta e, benché fossimo in guerra, ogni giorno era un vero viaggio.

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A volte, sui meli lungo le strade restavano dei frutti dell’autunno precedente e mi divertivo a raccoglierli passando sotto i rami.

Si vedevano le tracce dei combattimenti. Tutto era in disordine, molte cose erano distrutte. Nell’insieme, i paesi erano tristi, ma si capiva che sarebbero stati belli se si fossero rimessi in sesto dalla guerra.

Da civile, col suo mestiere POLSKI era una specie di “daredevil”, uno scavezzacollo, e guidare non gli faceva paura. Aveva inventato un gioco.

Col nostro veicolo restava indietro nella colonna, che era cortissima perché avanzavamo per plotoni molto distanziati per non farci annientare in caso d’attacco.

Il nostro plotone comprendeva tre autoblindi e noi ci trovavamo in seconda posizione, perciò costringevamo il terzo a rallentare. Facendo infuriare l’autista.

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Poco prima di un villaggio, POLSKI è rimasto molto indietro, poi ha premuto improvvisamente sull’acceleratore.

Gli autoblindi potevano toccare le ottanta miglia l’ora. Diciamo che potevano arrivare a circa centodieci chilometri l’ora. E’ grosso, un autoblindo!

Siamo entrati nel villaggio a tutta velocità.

Era uno di quei vecchi paesini senza marciapiede, dove non avevano ancora raddrizzato le strade. C’erano molte curve.

Il gioco consisteva nel passare rasente i muri con una fiancata, poi con l’altra, scontrandoli quel tanto da scrostare un po’ d’intonaco.

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Faceva paura. MARKER era furioso e lo sgridava via radio. Smettila POLSKI! Finiremo per avere un incidente!

Ma a POLSKI piaceva.

So quello che faccio. Questa gimkana era il suo divertimento preferito. Ha continuato a farla anche dopo, in Germania, abbiamo finito per abituarci.

Dietro di noi, il povero autista, un autista normale, è stato costretto a raggiungerci.

Ecco perchĂŠ abbiamo rispettato la regola di non lasciar pendere nulla sulle fiancate del veicolo.

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La prima sera del viaggio, come la maggior parte delle successive, abbiamo bivaccato. Vorrei dire una cosa a proposito del bivacco. L’equivalente di Saint-Cyr, negli Stati Uniti, è West Point. E pare che nel secolo scorso parte dei corsi impartiti ai futuri ufficiali fosse in francese. D’altronde, il lessico militare anglosassone è quasi tutto francese o latino. I gradi, per esempio, generale, capitano, luogotenente, sergente, si dicono come in francese. Noi giovani soldati di un paese senza servizio militare, senza coscrizione dalla prima guerra mondiale, non conoscevamo questa terminologia. E’ all’addestramento militare che ho sentito dire per la prima volta “stasera bivacchiamo”. Ho pensato: “Mio Dio, cosa stiamo per fare?” La mattina, suonava la sveglia. Si scrive “réveil” e si pronuncia “revelly”. Tutti o quasi sapevano cosa voleva dire per via dello scoutismo, ma non sapevano che “revelly” significasse “réveil” in francese. Allo stesso modo, da soldato ho scoperto il senso della parola “latrine”, che viene dal latino. Nella vita civile non chiamavamo mai “latrine” le “toilette”. E così via.

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Allora, la prima notte abbiamo bivaccato da qualche parte in Francia, non so assolutamente dove. Probabilmente non c’era pericolo di vedere apparire dei Tedeschi, ma bisognava comunque che qualcuno stesse di guardia.

COPE, tu starai di guardia. E’ una formalità, siamo costretti a farlo anche se è un’idiozia. Bene.

Quindi mettiti là, sul ciglio di questo fosso e, se vuoi, più tardi, quando tutti saranno a letto, ti metterai a dormire anche tu, nel fosso.

Preferisco che tu dorma piuttosto che obbedire a questa regola completamente stupida. C’erano molte altre unità attorno a noi.

Il fosso era lungo e abbastanza profondo. Probabilmente era stato scavato di recente dai contadini del luogo per drenare le piogge primaverili. L’avevano riempito di pietre perché l’acqua non corrodesse le pareti.

Le pietre avevano degli spigoli vivi e taglienti.

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Beh, figuratevi che ho passato una notte eccellente. Innanzi tutto, ero molto stanco. Poi ho imparato che – facendo attenzione – è possibile adattarsi a tutte quelle sagome diverse e ho dormito come un ghiro. Con mia grande sorpresa.

Ben presto, siamo entrati in una zona d’attività e di circolazione intensa.

C’erano unità che andavano in tutte le direzioni, s’incrociavano soldati di ritorno dal fronte, si capiva, cioè, che erano dei combattenti. Le strade erano molto affollate, ma riuscivamo ad avanzare.

La notte successiva, per dormire, abbiamo requisito una piccola fattoria. Il fattore francese abitava in un altro edificio. Stavamo per sdraiarci a terra con i sacchi a pelo in quella che si potrebbe definire una sala da pranzo col camino.

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Abbiamo chiesto al fattore di procurarci della legna. Non c’è legna.

Allora, uno dei nostri uomini gli ha indicato la recinzione del giardino, dei paletti di legno legati col fil di ferro.

Eravamo delusi e infreddoliti perché avevamo viaggiato tutta la giornata sotto la pioggia.

In un angolo della stanza c’erano un tavolo di legno e due seggiole. Il soldato si è avvicinato al tavolo e ha cominciato a staccare un piede.

Non capiva l’inglese, ma ha capito cosa intendeva il soldato. No, il mio recinto non si tocca.

Sicuramente non era molto cortese da parte nostra, ma le cose andavano così. Non ho fatto parte del commando, ma devo ammettere che mi sono riscaldato davanti al fuoco.

Allora il fattore è corso fuori e ha strappato lui stesso i paletti della recinzione. Abbiamo tagliato il fil di ferro e acceso un fuoco.

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Eravamo vicini al Reno e ci preoccupava non avere la guida attorno alla torretta. Significava non poter montare la mitragliatrice, la sola arma veramente efficace di quel veicolo.

MARKER era molto inquieto. Capisci che questi stronzi ci mandano a combattere con delle carabine e questo cannone inutile?

La notte successiva, i sottufficiali della nostra unità si sono riuniti. Beh, ragazzi, qua bisogna trovare una guida per il plotone di KUBACEK. Faremo un MIDNIGHT REQUISITIONING.

Il “MIDNIGHT REQUISITIONING” consiste, come dice l’espressione, nell’uscire a mezzanotte e requisire quel che si vuole.

Cioè si ruba. Sono tornati con una guida sostenendo di averla presa a un veicolo che non era diretto al fronte.

Hanno montato la guida sulla torretta, poi la mitragliatrice sulla guida e ci siamo sentiti tutti meglio.

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L’indomani, dopo aver viaggiato, e ancora viaggiato, siamo arrivati sul Reno.

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17 Sull’altra sponda: la Germania.

Dovevamo attraversare un ponte galleggiante che sembrava molto stretto.

In effetti, per un blindato come il nostro la larghezza era giusta giusta.

Alla fine, abbiamo attraversato senza problemi.

Penso che fossimo all’altezza di BadeWurtemberg. Devo confessare che, all’epoca, non sapevo niente di geografia. Ero veramente ignorante.

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Fra il Reno e – ascoltate bene – PILSEN in Cecoslovacchia, NON ABBIAMO ATTRAVERSATO UNA SOLA GRANDE CITTA’. Quindi eravamo proprio fuori dalle arterie principali. Il paesaggio mi piaceva molto. Cercavamo di leggere i nomi dei villaggi, quando erano segnalati. Tutti finivano più o meno per HAUSEN o qualcosa del genere.

Durante uno dei miei primi bivacchi in Germania mi è successa una cosa orribile. Dovete sapere che nei bivacchi militari si scava una trincea per farci i bisogni e dopo, andando via, si ricopre di terra.

Mentre ero accovacciato, una zanzara mi ha punto proprio sul pene.

Ero di corvée per fare questo lavoro, l’ho fatto e me ne sono servito. La pelle è gonfiata orribilmente, mi faceva male ed è diventato enorme. Non c’era niente da fare, solo attendere che passasse.

Ci sono voluti due giorni. Camminando mi faceva un male del diavolo perché m’intralciava fra le gambe.

Forse è meglio non disegnarlo.

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Devo raccontare della sola volta in cui mi sono servito del cannone in guerra. A un certo punto, in mezzo alla campagna, abbiamo sentito dei colpi.

Non sapevamo chi ci sparasse addosso. Qualche tiro era vicino, ma la maggior parte no.

Vedevamo una fattoria dove la gente correva a destra e a sinistra con l’aria di covare qualcosa, ma nessuno sparava. Quindi non abbiamo sparato.

Più in là, in mezzo a un campo, c’era una minuscola casetta. Il sergente MARKER ha detto: COPE, quella casa è pericolosa. E’ un posto ideale per nascondere delle armi. Non dovremmo lasciarla in piedi. Che facciamo?

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Abbiamo fatto rapidamente la manovra, ha dato l’ordine, ho mirato e...

La colpirai col cannone. Ci fermiamo perché è più facile tirare da fermi che in movimento.

BUM. L’ho colpita in pieno.

E’ crollata. Non so cosa contenesse, certamente non degli uomini. Stavano tutti nella fattoria.

Siamo stati felici di verificare che il cannone funzionava e io avevo ancora una buona mira. D’altronde, è probabilmente quel che MARKER voleva verificare.

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Più tardi, ci hanno davvero sparato addosso da una fattoria poco più in alto.

Beh, allora tiriamo di nuovo.

Questa volta non serviva il cannone, ma la mitragliatrice. Ho sparato. Avevamo dei proiettili traccianti, sapete cosa sono? Un proiettile su cinque o dieci lascia una piccola scia luminosa per indicare la traiettoria di tiro. Altrimenti non si ha la minima idea di dove finiscano i proiettili di una mitragliatrice.

Miravo al cortile della fattoria e anche da lassù sparavano, ma i proiettili non ci arrivavano più.

Improvvisamente, la mitragliatrice si è inceppata.

Allora ci siamo messi al riparo, l’abbiamo smontata, esaminata, il caricatore era spezzato in due. Il caricatore è il pezzo che va avanti e indietro, afferra i proiettili e li espelle.

Che succede COPE?

Non ne ho la minima idea!

Era incredibile, la smontavo e rimontavo regolarmente per pulirla e oliarla, la trattavo con cura.

Rotto in due! Non si era mai vista una cosa simile!

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La mitragliatrice era fuori uso. MARKER era furioso. Abbiamo ripreso ad avanzare. Nei giorni seguenti non ho avuto bisogno di sparare, fortunatamente, perché abbiamo recuperato un altro caricatore solo molto più tardi. A dire il vero, quando non ne avevamo più bisogno.

MARKER sospettava qualcosa. Poco dopo ha acciuffato KRAUS, il caporale che aveva decosmolinato la nostra arma.

KRAUS ha finito per confessare i fatti. Vi ricorderete che era di servizio il giorno in cui il piccolo posto di comando dei sergenti era bruciato, in Normandia.

Visto che quel giorno non c’era nulla da fare, nessun messaggio da ricevere, solo rimanere tranquilli al caldo, gli avevano fatto ripulire le armi.

E, per stare al caldo, KRAUS aveva decosmolinato il caricatore della nostra mitragliatrice in un bidone di benzina vicino al camino. Troppo vicino.

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Perciò la casa ha preso fuoco e il povero caricatore è rimasto Dio sa quanto nel bidone in fiamme.

Quando l’abbiamo recuperato, KRAUS non ha detto nulla. Il fuoco aveva fatto cristallizzare l’acciaio, che si era spezzato al Potrei spedirti davanti alla corte marziale per questo. primo utilizzo.

KRAUS aveva un atteggiamento dolce e gentile, ma era tutta ipocrisia. Non avete mai avuto a che fare con tipi del genere?

Però alla fine ce la siamo cavata e per questa volta non ti denuncio. Ma stai attento perché ti tengo d’occhio.

Nell’esercito s’incontra gente di tutti i generi. Dopo, siamo arrivati in un villaggio che situerei a nord della Svevia grazie alla mia successiva conoscenza della Germania.

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Gli abitanti erano scesi in strada. Ci salutavano come per dire: “Straordinario!” Probabilmente festeggiavano la fine della guerra più che l’arrivo degli Americani. All’angolo di una stradina, davanti a una casa e sotto dei begli alberi, c’era una famiglia che offriva due casse di vino bianco ai veicoli di passaggio.

I soldati che ci precedevano erano diffidenti e rifiutavano. Le prendiamo? E se è avvelenato?

L’abbiamo preso tutto. Non avevamo mai ricevuto le munizioni del cannone. Solo qualche cartuccia, cinque o sei. Perciò abbiamo messo le bottiglie di vino nei compartimenti vuoti delle munizioni. Ci entrava giusto giusto.

Sì. Troveremo il modo di scoprirlo, ma mi stupirebbe.

Ed è così che ci siamo procurati una riserva di BADEN, un vino delizioso. Ho potuto continuare l’apprendistato enologico che avevo cominciato in Normandia.

In California avevo bevuto solo un paio bicchieri di vino. E non era buono all’epoca.

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Forse è il momento di parlare del nostro rancio. Innanzitutto c’erano le razioni. Le razioni “K”. Erano dentro delle scatolette che somigliavano morfologicamente agli astucci delle videocassette, ma di un volume quasi doppio. Ciascuna conteneva un pasto. Ce n’era una tonnellata, se ne trovavano ovunque. Erano avvolte in una carta molto spessa e impermeabile. Potevano restare a bagno per giorni senza inzupparsi.

Il contenuto era intelligentemente ripartito. C’era del paté in scatola, meno buono del paté francese, ma sempre della carne, dei biscotti tipo gallette, sostituti del pane non molto entusiasmanti ma nutrienti, un dolce, una specie di budino, e l’immancabile barretta di cioccolato.

E poi una dose di caffé solubile con un po’ di zucchero, da sciogliere in acqua calda o fredda, e un sacchetto di succo di frutta in polvere che doveva avere il sapore dell’uva nera e che noi chiamavamo “bug juice”, succo d’insetti. Non ho mai mangiato degli insetti, ma immagino che debbano avere proprio quel sapore.

E, per finire, delle confezioni da tre sigarette, non di gran marca, ma comunque molto apprezzate, opportunamente impacchettate con dei fiammiferi.

Avevano cercato di mettere quanto più possibile in un piccolo spazio.

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Non ho mai rifiutato le razioni militari. A molti soldati non piacevano, ma io le ho sempre mangiate con piacere. Avevo un buon appetito.

Ma ovviamente tutto ciò non reggeva il confronto con i pacchi di KULIK. Ho detto che i suoi genitori avevano un delicatessen a New York. Non so se tutti i loro pacchi siano arrivati, ma ne ricevevamo molti ed erano colmi di cose assolutamente deliziose.

Innanzitutto c’erano parecchie specialità ebree, ottime, e poi delle salsicce a lunga conservazione, dei paté raffinatissimi, e tutto in abbondanza, al punto da non saper più dove metterli. Li appendevamo all’esterno del veicolo dissimulati in sacchi di tela. In teoria, non potevamo appendere nulla all’esterno, ma lo facevano quasi tutti.

Naturalmente POLSKI rinunciava al suo slalom nei paesi.

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Spesso ci fermavamo a mangiare sulla strada, ben distanziati dagli altri veicoli. Mangiavamo fra noi, di nascosto, dei veri festini, con in più quel vino delizioso che razionavamo per farcelo durare. Un bicchiere a pasto.

Avremmo preferito essere più generosi con gli altri veicoli, ma ci dicevamo: “verrà il giorno in cui non avremo più nulla da mangiare. Finché c’è modo di appenderli da qualche parte, continuiamo così e godiamoceli.”

In quel periodo non ho ricevuto praticamente niente. Oh, non m’importava. E, dopo tutto, quel che racconto è accaduto nel giro di pochi mesi. Verso la fine delle ostilità, poi, è anche possibile che i servizi postali non conoscessero neppure la nostra postazione, perché la nostra missione militare era assolutamente incredibile. Vi spiegherò.

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18 Avevamo benzina in abbondanza. Era vietato lavare i vestiti con la benzina, ed è una buona regola, ma lo facevamo lo stesso.

Per evitare che le uniformi puzzassero troppo di benzina, le appendevamo dietro. Al vento asciugavano in fretta e l’odore spariva.

Perciò eravamo sempre puliti e felici di esserlo. Naturalmente violavamo molte regole, ma credo fossimo comunque dei buoni soldati.

Viaggiavamo molto. Ci capitava di dormire una notte su due o tre. La stanchezza e la mancanza di sonno ci sfibravano sempre di più. E poi la tensione e qualche volta la paura. Avevamo già visto dei morti e cose simili.

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Una volta, al calar della notte, non saprei dirvi dove, ci siamo fermati in una specie di quartiere residenziale con delle belle case.

Le avevamo requisite e gli abitanti, soprattutto donne e bambini ovviamente, uscivano portandosi dietro cuscini, coperte, copriletto, qualche vestito.

Andavano a trascorrere la notte un po’ più in là, da vicini o da amici, lasciandoci le case libere.

Visto che ne requisivamo poche, dovevamo accalcarci nelle camere. Riuscivamo a dormire qualche ora. In genere, ci alzavamo all’alba.

Ricordo che, nella casa in cui siamo entrati, c’erano gli equipaggi di un altro autoblindo e di due jeep. Eravamo tanti.

In cantina avevano allestito due stanze e un grande letto in ognuna. KUBACEK ha detto: Voi tre sistematevi qui.

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Eravamo STANLEY, un tipo che si chiamava LOUIS e io.

LOUIS faceva parte di una delle quattro jeep dello squadrone. Era un tipo poco raccomandabile, ma mi era simpatico. Nei pattugliamenti facevamo squadra insieme. Era molto rozzo, molto alto, molto forte, molto ignorante, un po’ pazzo.

Avevamo cenato, fumato una sigaretta e pensavamo solo a dormire. Ma LOUIS aveva trovato da bere. Quando siamo andati a letto, era ubriaco fradicio.

Io stavo in mezzo e STANLEY contro il muro. Ci eravamo sistemati e quasi addormentati quando LOUIS ha cominciato delle manovre fin troppo esplicite.

Mi ha agguantato facendo i gesti tipici di chi vuol fare l’amore.

Ero furioso e l’ho respinto, l’ho insultato, ma lui diceva:

E dai, vieni! Sei carino!

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L’indomani, non era per niente in imbarazzo. Non gli ho detto nulla e ho avuto l’impressione che non se ne ricordasse. In seguito si è comportato assolutamente come se niente fosse.

Ha fatto inferocire STANLEY, che, invece di respingerlo come me, l’ha strattonato. Allora LOUIS ha lasciato perdere e si è addormentato subito.

Il nostro percorso cominciava a diventare veramente strano. Mi sembrava che avessimo superato di un bel po’ il punto in cui avremmo dovuto trovarci. Gli ufficiali avevano l’ordine di proseguire, ma non avevano più cartine. Continuavamo ad avanzare.

Ci sono stati molti incidenti, soprattutto la notte. La maggior parte dei ponti e delle strade era distrutta e durante la guerra non si accendono i fari. Degli uomini sono morti perché, nell’oscurità, erano arrivati improvvisamente all’estremità di una strada e PAF, erano precipitati.

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Abbiamo vissuto una di queste avventure su una stradina di campagna, in Baviera, probabilmente. Era una notte senza luna. Viaggiavamo con le “blackened lights”, le luci di guerra, cioè avevamo calato sui fari un cappuccio con una fenditura centrale che non permetteva di vedere ma d’essere visti dagli altri veicoli a pochi metri di distanza.

MARKER ha detto:

Viaggiavamo da due giorni e due notti senza interruzione. POLSKI non ne poteva più.

Mi si chiudono gli occhi, non riesco più a guidare, che facciamo?

Io non ero abituato a guidare, specie in quelle condizioni, ma me la sono cavata. La strada era piena di curve. Seguivo la jeep davanti a noi.

COPE, prendi il suo posto.

KULIK aveva paura, guidava molto male l’autoblindo.

Poi la jeep è sparita. Ho detto nel microfono:

Ho pensato: non può essere un problema di visibilità. FERMATI.

Mi fermo perché la jeep è scomparsa.

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Come sarebbe a dire, la jeep è scomparsa?


In una brutta curva, la strada era dissestata. Invece di seguire la curva, la jeep era finita in un enorme fosso.

Si era piantata sul muso. Gli uomini a bordo non si erano fatti nulla, ma risalivano la china morti di paura perché temevano che li seguissimo e li schiacciassimo.

Sarebbe successo, se non avessi avuto l’intelligenza di fermarmi. Abbiamo viaggiato tutta la giornata dell’indomani. Diventava incredibile. Ci chiedevamo: ma dove stiamo andando? E perché tanta fretta?

Sugli autoblindi c’è un argano. Li abbiamo rimorchiati fuori da lì. La jeep non era danneggiata. Siamo ripartiti.

Quella notte, siamo arrivati in un posto dove ci hanno fatto scendere dai veicoli. E non per dormire!

Andiamo in pattugliamento.

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Ci hanno spiegato il piano di pattugliamento e si sono formate le squadre. Ero di nuovo con LOUIS. I nostri veicoli erano ben sorvegliati e noi ci siamo avviati.

LOUIS camminava davanti, portava la piccola mitragliatrice e io il treppiede. Si passa la maggior parte del tempo pancia a terra, perciò un uomo non riesce a trasportarli entrambi da solo.

Avrebbe potuto utilizzare la mitragliatrice senza sostegno in caso d’urgenza, ma è piuttosto pesante. Se ce n’era il tempo, io posavo il treppiede e sopra sistemavamo la mitragliatrice.

Formavamo una lunga fila indiana. Eravamo almeno una ventina. Avanzavamo per un po’ e ci sdraiavamo. Avanzavamo per un po’ e ci sdraiavamo. Il capofila dava gli ordini.

LOUIS aveva talmente sonno che, una volta a terra, si addormentava istantaneamente. Lo sentivo perfino russare.

Quando dovevamo ripartire, gli davo dei gran colpi di treppiede sui piedi per svegliarlo.

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Alla mia destra c’era una montagnetta alta e lunga come se ne trovano nelle zone collinari. La stavo osservando.

E lì, ho avuto un’allucinazione. La prima e l’ultima della mia vita.

Delle bombe, forse dei tiri di mortaio tedeschi, cadevano in lontananza e a tratti illuminavano il cielo. Non potevano raggiungerci.

Improvvisamente, sulla collina è spuntata un’enorme città con dei grandi edifici tutti illuminati.

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Bisogna averlo vissuto per crederci.


Sapevo di vedere qualcosa d’inesistente. Ho visto davvero tutte quelle luci su tanti palazzi di altezze diverse. Era meraviglioso.

E poi abbiamo dovuto avanzare di nuovo. Mi sono sforzato di non vedere più la città ed è scomparsa.


Abbiamo ispezionato un vecchio borgo, un gruppo di case dove presumibilmente si erano nascosti dei tedeschi.

Era abbastanza “spooky”, abbastanza spettrale. Entravamo in case che non conoscevamo. Dovevamo ispezionarle al buio. Erano deserte. C’erano solo mozziconi di sigarette e bottiglie vuote.

Siamo ridiscesi lungo un boschetto e, arrivati sul bordo di una radura, abbiamo visto passare una pattuglia tedesca.

Eravamo in quattro, fra i quali MARKER. Mi ha detto:

Non vedo perché dovremmo fare qualcosa.

Neppure io.

Dobbiamo aspettare che faccia giorno. Scaveremo una trincea.

Fortunatamente il terreno era molle. Ci portavamo dietro delle piccole pale appese all’equipaggiamento. Abbiamo scavato una trincea abbastanza lunga e profonda per quattro. Dietro di noi la vegetazione era inestricabile, abbiamo gettato tutta la terra davanti per proteggerci.

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Come potete immaginare, abbiamo evitato di fumare, di accendere le lampade e parlavamo sussurrando. D’altronde, non ci siamo praticamente rivolti la parola. Eravamo decisi a non fare il minimo rumore e ad aspettare.

Più volte MARKER mi ha detto:

Non ti sembra di vedere qualcosa muoversi laggiù?

Forse sì.

Finalmente si è fatto giorno. Non c’era nessuno.

Penso che fosse il frutto della nostra immaginazione.

Siamo tornati ai veicoli. Ci siamo raccontati quel che avevamo fatto e visto. E poi ci siamo rimessi in moto, completamente esausti.

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19 Alla fine, siamo arrivati in un paesino dove c’era un albergo. L’ordine era di fermarsi, entrare nell’albergo, scegliere una camera e dormire.

Abbiamo mangiato le razioni, siamo crollati sul letto e vi garantisco che abbiamo dormito.

Verso le quattro del mattino, una staffetta è passata in ogni stanza per dire:

In piedi! Tutti quanti fuori! Ai vostri veicoli!

Ha dimenticato di aprire la nostra porta. Quando tutti erano pronti in basso, KUBACEK ha notato che il nostro autoblindo era vuoto.

Sono risaliti a cercarci. Per una volta che ci eravamo concessi il lusso di metterci in mutande, siamo dovuti ripartire trascinandoci dietro la nostra roba e ci siamo vestiti in viaggio.

Dove sono MARKER e i suoi uomini?

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Filavamo sempre verso est e, a quel punto, non avevamo più nessuna mappa.

In un villaggio che stavamo attraversando lentamente, l’autoblindo davanti a noi ha fatto un salto in aria. Era passato su una mina.

Non è ha riportato danni, ma è saltato in aria così bruscamente che l’autista ha sbattuto la testa ed è rimasto suonato per più giorni. Emicrania, vertigini...

Ci siamo arrabbiati e abbiamo deciso di darci al saccheggio per rappresaglia. Ci siamo detti: “non abbiamo mai rubato, tutti lo fanno, dobbiamo farlo anche noi.”

Sono entrato in una casa e ho preso un orologio dal cassetto di una credenza. Anche gli altri hanno preso orologi, anelli, cose del genere.

Qualche mese dopo, quando facevo parte delle forze d’occupazione nel sud della Germania, sono stato estratto a sorte per potermi comprare un orologio.

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Ero amico di un giovane militare che si chiamava KINNEY e voleva diventare sacerdote. Non aveva l’orologio. Ne ho comprato uno e gli ho regalato quello che avevo rubato. Era felicissimo.

Due giorni dopo, gli ho spiegato come me l’ero procurato. Non voleva più metterlo. Ho dovuto convincerlo. Ma perché? Metti quest’orologio. Sei mio amico, metti quest’orologio.

Allora l’ha messo. Un altro aneddoto. Naturalmente è stato il mio solo atto di saccheggio durante la guerra. Eravamo tutti dei bravi ragazzi, dei giovani senza esperienza. Ci siamo forzati a entrare nelle case per rubare. Certi si divertivano, altri no. Ma, ogni tanto, incontravamo dei soldati di altre unità partite per la guerra prima di noi e ci parlavano spesso di razzie. Era normale. In genere, si trattava di piccoli furti nelle abitazioni per togliersi qualche sfizio.

La sera ci hanno raggiunti e lui mi ha detto:

Quello stesso giorno, STANLEY, un amico che ho già nominato e che era “rifleman”, fuciliere in una jeep, è stato inviato in missione di ricognizione. La sua jeep è partita con altre due o tre. Poteva essere pericoloso.

Abbiamo visto una cosa orribile.

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Seguendo la strada siamo arrivati sul ciglio di una specie di cava di pietra e dentro c’era una pattuglia di soldati tedeschi. Erano tutti addossati alle pareti, in piedi, a bocca aperta, morti.

Era veramente orribile che fossero morti in piedi. Dovevano avere un certo grado, perché alla cintura portavano tutti delle .. belle pistole, delle Luger.

Ho pensato: “beh, ecco il mio souvenir.” Ero contento di averla.

Tieni, ne ho presa una per te, Alan. Col fodero.

Un anno dopo, quando sono tornato negli Stati Uniti da civile, la dogana me l’ha sequestrata allo sbarco dal transatlantico, a New York.

Lo stesso è successo a molti altri con me. Eravamo tutti talmente delusi che, per non consegnare le armi alla dogana, le abbiamo gettate nel porto.

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Intorno a noi il paese era cambiato. In effetti, sempre inconsapevolmente, ci lasciavamo alle spalle la Germania per entrare in Cecoslovacchia.

D’improvviso, abbiamo cominciato a sentire un gran fracasso davanti a noi. C’erano dei carri che sparavano e su entrambi i lati della strada si vedevano delle case in fiamme.

Era la città di PILSEN. I nostri carri la stavano prendendo ai tedeschi.

Con i tre autoblindi e le jeep ci siamo fermati su una piazza. Una folla di Cechi ci gridava “SLAVA! SLAVA!” Vuol dire un po’ tutto, buongiorno, arrivederci, bravi, insomma, va bene.

E a quel punto, KUBACEK, il nostro sergente maggiore, sale sull’autoblindo, alza le braccia, fa più o meno tacere la folla e si lancia in un’arringa in cecoslovacco.

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Il suo cognome era originario dell’Europa centrale o orientale, ma in America abbiamo tante nazionalità diverse che noi, giovani Americani ignoranti, non ci eravamo mai chiesti di che origine fosse. Eravamo sbalorditi.

La folla gli rispondeva, è stato un momento davvero stupefacente. Ridevamo tutti e ci dicevamo: “incredibile, KUBACEK sta facendo un discorso nella loro lingua!”

E poi dei cecchini ci hanno sparato addosso.

La folla si è dispersa e abbiamo ricevuto l’ordine di entrare negli edifici e salire su per scovare i cecchini.

Ho fatto come gli altri, ho sentito che erano vicini, ma non li ho visti. Erano pochi e li abbiamo eliminati in fretta.

In realtà, a PILSEN tutti i tedeschi si sono arresi rapidamente.

Forse è il momento di descrivere la nostra missione speciale e spiegare perché ci trovavamo là.

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Era stato il generale PATTON a decidere che saremmo andati a PILSEN. Voleva che andassimo ben oltre. L’idea era quella di guadagnare terreno sui Russi. Ecco perché avanzavamo così rapidamente e senza sosta da giorni e giorni. Lo stesso Eisenhower doveva ignorare che ci fossimo spinti tanto ad est perché non era d’accordo. Eravamo davvero in avanscoperta e, tutto sommato, poco numerosi. Il grosso delle truppe era a due ore da noi. Sono molte due ore. La compagnia di carri armati che ci precedeva e ha preso la città era esigua. Quando l’hanno saputo, gli ufficiali tedeschi hanno detto ai nostri: “Se avessimo capito che eravate solo una piccola compagnia e uno squadrone di ricognizione, ci saremmo difesi meglio e vi avremmo annientato.” Ma, seguendo gli ordini di PATTON, i nostri carri sono entrati facendo tanto chiasso che i tedeschi li hanno scambiati per un intero esercito. Lo stratagemma ha funzionato.

Mi pare di ricordare che quella notte abbiamo dormito nei veicoli, per strada.

L’indomani mattina sono stato promosso caporale. Era una buona cosa, significava una paga migliore. Ho cucito i miei galloni.

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Più tardi, abbiamo ricevuto l’ordine di vestirci con i nostri abiti migliori, presentarci ben rasati, le scarpe lucide, i veicoli puliti, perché dovevamo partire in missione e bisognava essere belli.

Il nostro squadrone, i tre autoblindi e le quattro jeep, è andato in un piccolo aeroporto fra i boschi, appena fuori PILSEN.

Abbiamo eseguito. Il nostro era montato sulla torretta.

Andate nel bosco e tagliate dei rami lunghi che possano servire da portabandiera per i veicoli. Poi montateceli sopra.

Poi ci hanno distribuito dei bellissimi paracadute di nylon bianco, nuovi fiammanti.

Ritagliate anche un grande quadrato per ciascuno di voi, poi piegatelo lungo la diagonale e legatelo al collo a mo’ di sciarpa, facendolo penzolare bene lungo la schiena.

Ritagliate una grande bandiera bianca per ogni veicolo e legatela immediatamente all’asta.

Ci siamo detti: “Ma cos’è questa storia?”

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Più tardi, ci è stato comunicato che la missione sarebbe stata ritardata e dovevamo mangiare le razioni. Mentre mangiavamo, un ufficiale ci ha spiegato la faccenda. Stiamo aspettando da Londra un generale tedesco, un pezzo grosso. Quando arriva, partiremo per Praga.

Una macchina dello stato maggiore era già lì, tipo piccola BMW, ma verde militare, una bella macchina. Abbiamo aspettato. Al tramonto, abbiamo cominciato a pensare che il generale non sarebbe arrivato. Ma finalmente, al calar della notte, il suo aereo è atterrato.

Il generale tedesco che controlla Praga continua a resistere inutilmente, ormai la guerra è praticamente finita. Quello che viene da Londra cercherà di persuaderlo ad arrendersi.

Il convoglio si è messo in moto. Visto che bisognava sbrigarsi, non abbiamo acceso le luci di guerra. Ci hanno detto: “Pazienza, mettete gli abbaglianti. Probabilmente non ci attaccheranno.

In lontananza, ho intravisto un’ombra impaludata in quei mantelloni tipici degli ufficiali. E’ salito sulla piccola BMW.

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20 Siamo arrivati a PRAGA a mezzanotte.

Alle porte della città c’erano delle barricate. I praghesi erano insorti.

Abbiamo chiesto che smontassero le barricate per lasciarci passare e loro hanno obbedito. Erano perlopiù dei pavé divelti dalle strade.

Ci siamo diretti verso il centro. Non c’era illuminazione elettrica. Sui viali principali i lampioni erano stati sostituiti da una serie di falò a intervalli abbastanza ravvicinati.

Ho visto la silhouette di una cattedrale.

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I nostri ufficiali e l’ufficiale tedesco sono andati nel quartier generale tedesco di PRAGA. Là gli è stato comunicato che il comandante si era installato in una caserma fuori città, in direzione est.

Sono stati impartiti dei nuovi ordini molto rigidi: non dovevamo avere proiettili in canna né rispondere se ci sparavano addosso, se non su ordine di un ufficiale. Altrimenti, corte marziale. Dovevamo semplicemente subire il fuoco e sperare di non essere uccisi. Abbiamo imboccato un vialone in direzione est.

In senso inverso, diretta verso di noi, è apparsa una colonna di carri tedeschi.

Erano dei veicoli enormi che avanzavano molto lentamente.

Come si usa fare nei centri urbani in assenza di combattimenti, ogni carro era preceduto da un soldato a piedi che dirigeva l’autista.

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Mi sono chiesto: “che succederà?”

Non è successo nulla. Abbiamo incrociato la colonna.

I soldati tedeschi che dirigevano i carri avevano un’espressione stupita alla vista di noi Americani, con le bandiere e le sciarpe bianche come in segno di resa.

La colonna era lunga, avanzava al passo, e noi anche. Era terribilmente lento. All’altezza di uno dei carri, il giovane militare tedesco che lo precedeva era talmente sorpreso di vederci che si è fermato, impalato a bocca aperta, come un bambino.

Ho capito che l’autista stava per investirlo perché non aveva visto che si era fermato.

Allora ho fatto dei gran gesti per cercare di attirare l’attenzione. MARKER, che stava alla mia destra e da quell’angolazione non vedeva niente, mi ha acciuffato.

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Ma che fai COPE? Non bisogna fare gesti ai tedeschi!


Ho gridato:

I cingoli del carro hanno abbattuto il ragazzo tedesco.

Guarda!

Quel poveraccio è stato schiacciato lentamente dai piedi alla testa. Ha avuto il tempo di gridare e gesticolare.

Penso che l’autista non se ne sia accorto, deve aver pensato che il soldato avesse abbandonato il suo posto, perché il carro ha proseguito come se niente fosse.

Non restava assolutamente nulla di quel ragazzo, perfino l’elmetto era appiattito.

E’ stato veramente orribile.

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Siamo arrivati alla caserma fuori città.

I nostri ufficiali sono entrati e poi usciti dicendo che il generale si era trasferito ancora più a est, in un paese vicino alla frontiera polacca.

Abbiamo ripreso ad avanzare e ci siamo fermati nei municipi di due città, nei cui sotterranei era stata segretamente stoccata della benzina.

Abbiamo fatto il pieno e riempito le taniche di una benzina orrenda che lasciava grosse scie di fumo nero dietro i veicoli. Ma li faceva funzionare.

Al ritorno è stato necessario pulire a fondo i carburatori. All’alba, eravamo quasi a destinazione. Dei partigiani cechi ci hanno sparato da un bosco.

Al loro posto, forse, avrei fatto la stessa cosa. Non avevano motivo di pensare che fossero arrivati gli Americani, credevano probabilmente in un tranello dei Tedeschi.

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Più tardi, abbiamo superato o incrociato delle file di soldati tedeschi a piedi, molti feriti, alcuni dentro delle carriole spinte da commilitoni. Avevano un aspetto veramente desolato.

Li abbiamo insultati. Non ci hanno neppure risposto. Non era molto gentile da parte nostra, forse, ma l’abbiamo fatto.

Finalmente siamo giunti nel villaggio in questione. C’era una piccola caserma con delle scuderie, sembrava quasi un’unità di cavalleria. Era carina, tutta bianca.

Ci hanno invitato a entrare in un refettorio oblungo nel quale era stato preparato l’esatto numero di posti a tavola.

Ognuno di noi aveva un coltello, un piattino, una minuscola fetta di pane sul piattino, un po’ di burro e una sottilissima fetta di salame. E una tazza.

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Due o tre soldati tedeschi sono venuti a servire un pessimo surrogato di caffé senza zucchero. Era stato il generale tedesco a volerci accogliere così.

Sembrava evidente che il generale aveva voluto attirarci il più possibile a est per evitare che i Russi entrassero in Cecoslovacchia. Sperava che l’intero esercito americano ci seguisse. Probabilmente era anche l’idea di PATTON.

Non so se si trovi traccia della nostra missione nei libri di storia, ma giuro che è tutto vero.

Visto che non c’era granché, abbiamo finito di mangiare rapidamente. Siamo usciti nel cortile e un ufficiale ci ha annunciato: Il generale tedesco si è arreso.

Oggi, otto maggio, potete considerare che la guerra è davvero finita.

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21 Siamo andati al villaggio. Gli abitanti avevano sistemato dei tavoli in un prato e ci hanno servito un’eccellente colazione. Era la benvenuta, perché, ovviamente, avevamo ancora molta fame.

Il caffé era sempre surrogato, ma migliore, c’erano dei panini dolci eccellenti, buoni e freschi come brioche, con sopra i semi di papavero. E’ buono il papavero, se se ne mette molto sa di cioccolato.

Ascoltate ragazzi, adesso l’ordine è di tornare a PILSEN. Vi indicheremo l’itinerario. Non bisogna assolutamente passare per PRAGA perché ci saranno i Russi.

Quindi siamo rientrati a PILSEN. All’arrivo, mancava una jeep. Quella del caporale KRAUS che aveva fatto bollire la mitragliatrice.

Una decina di giorni dopo, mentre languivamo in tende da due in mezzo al bosco, vediamo KRAUS che arriva con i suoi tre uomini e una grande bandiera americana fatta a mano sopra la jeep.

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La loro versione era che: avevano bucato, montato la ruota di scorta e bucato di nuovo. Quindi erano bloccati e non potevano viaggiare.

Sulla strada di PRAGA, era arrivata un’auto tedesca carica di ufficiali che fuggivano da PRAGA, occupata dai Russi quella notte stessa.

Si erano dichiarati prigionieri, ben contenti di arrendersi agli Americani piuttosto che ai Russi.

Prima che KRAUS avesse il tempo di decidere il da farsi per la ruota, gli era piombato addosso un veicolo carico di Russi, che inseguivano i Tedeschi.

I Russi avevano detto a KRAUS (piĂš o meno tutti parlano inglese in queste circostanze):

Il nostro caporale non poteva discutere alla pari con gli ufficiali russi e aveva risposto:

Sono vostri prigionieri, che intendete farne?

Beh, ve li consegno.

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Perfetto.


Poi i Russi avevano sostituito la ruota e condotto i nostri uomini a PRAGA, dove erano rimasti una settimana abbondante, festeggiati dai Russi e dai Cechi.

Li avevano allineati e fucilati immediatamente.

Con vari scampoli di tessuto, delle donne ceche avevano cucito la bandiera issata sul loro veicolo.

Si è nuovamente parlato di spedire KRAUS davanti alla corte marziale perchÊ non aveva fatto il suo dovere, ma alla fine le acque si sono calmate. Un giorno, ci hanno detto che un generale teneva a farsi fotografare con ognuno di noi, voleva esprimerci la sua riconoscenza per la nostra missione.

Ci siamo rassettati e, su una specie di campo, siamo stati presentati uno alla volta al generale. Lui non ha detto praticamente nulla, tutto si è svolto in tempo record.

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Qualche giorno dopo, ognuno ha ricevuto una copia della sua foto, ma non c’è stata nessuna cerimonia, proprio niente. Il sergente le ha distribuite alla prima occasione, la mia l’ho ricevuta solo verso la fine. Me l’ha data dicendo: “Tieni COPE, ecco la tua foto. Sfortunatamente c’è scritto CAPORAL COPE, ma non sei tu, almeno non credo.” In effetti, non mi sono riconosciuto, era qualcun altro. Ho chiesto: “Di chi si tratta? Posso scambiarla.” Mi ha risposto: “Non so chi sia, ma visto che non ce ne sono altre, prendila, ti servirà comunque da ricordo.”

Per cinquant’anni non ho più pensato a questa foto. E poi, di recente, mio fratello minore, più giovane di me di diciott’anni e mezzo, mi ha spedito un album di vecchie foto trovate in California. Nella lettera ha scritto: “Ho avuto il piacere di vedere il generale PATTON stringerti la mano. Quando abitavo a Pasadena, ero amico di suo nipote.” Non è sorprendente che mio fratello abbia creduto di riconoscermi in quella foto. L’ultima volta che ci siamo visti di persona aveva solo quattro anni. Ma dubito che sia davvero PATTON. Secondo me è un caporale che non è COPE che stringe la mano a un generale che non è PATTON.

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22 Visto che dovevamo restare acquartierati alla periferia di PILSEN, abbiamo requisito delle case. Nelle vicinanze, ci avevano indicato un giardino con un pergolato. Sotto il pergolato, c’era un enorme fusto dal quale si poteva spillare liberamente la birra PILSEN. Ci sono andato.

Il giardino era grande, bello, un po’ formale alla maniera dei giardini alla francese, ma mal tenuto. La birra non era molto affinata, ma buona. Mi piace la birra PILSEN. Ogni volta che la bevo, ripenso a questa storia.

Stranamente la maggior parte dei militari non ci andava. Quel giardino aveva qualcosa d’inquietante, qualcosa di un altro mondo. Ne avevano paura. Eppure ai soldati piaceva bere birra a sbafo. Io ci sono andato spesso.

Esplorando il giardino, ho visto che faceva parte di una proprietà nella quale si trovava una bellissima casa borghese.

Passeggiavo là dentro da solo quando, un giorno, ho incontrato una donna.

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Darle un’età era difficile. Poteva avere circa quarantacinque anni? E’ probabile. Era stanca, perciò ne dimostrava di più. Aveva un aspetto nobile e lavava il bucato in un gran mastello sfregandolo a mano.

Ci siamo salutati. Parlava tedesco, io ne farfugliavo qualche parola e l’ho trovata subito gentile.

La casa era sua. Si è asciugata le mani e mi ha invitato a entrare.

Aveva un salone grande quasi come la hall di un albergo, con tre o quattro divani e un magnifico pianoforte a coda. C’erano spartiti musicali impilati ovunque.

Il piano era accordato. Suonavo molto male all’epoca, ma lei ha detto: “Prego, si diverta.” Allora ho cercato uno spartito e ho suonato un po’.

Poi abbiamo preso il caffé. Era bruna e vedevo che era stata molto carina da giovane, ma era sfibrata dalla vita.

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Mi ha mostrato le mani, sembravano quelle di una strega.

Sono pianista e, tanto tempo fa, da ragazza, ho dato dei concerti. Poi è scoppiata la guerra e mio marito è morto. Durante la guerra, per sopravvivere ho lavato il bucato.

Era tristissimo, in quel salone c’era quanto di più bello e musicalmente perfetto si potesse concepire. E lei, per sopravvivere, era costretta a lavare il bucato.

Ho sempre lavato il bucato con l’acqua fredda e non suono più, come può ben immaginare. Ma ho suonato tutti gli spartiti che vede qui dentro.

Sono tornato a trovarla un paio di volte, sempre da solo. Nessuno dei miei compagni le ha rivolto la parola. Non potevamo dirci granché perché non ci capivamo, ma ho compreso la sua anima e lei la mia.

E poi ci siamo trasferiti in un altro paese.

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Abbiamo occupato una villa abbandonata in riva a un fiume. Era un grande edificio rettangolare che aveva all’incirca le proporzioni di un panetto di burro. Forse un’antica loggia massonica.

La villa era vuota, tranne per qualche sedia. Non c’erano caminetti, delle stufe restavano solo le piattaforme sul pavimento. Niente elettricità. Dormivamo con i nostri sacchi a pelo sui parquet sbiaditi.

Negli stanzoni a pian terreno, fra le doppie finestre c’era uno spazio. Un grande spazio, perché i muri erano spessi almeno un metro e mezzo.

Quando batteva il sole, mi piaceva mettermi nel vano fra le finestre chiuse. Faceva caldo, ma non troppo, avevo la vista sul parco, leggevo o sbrigavo la corrispondenza.

Il parco era disseminato di statue. Stranamente, nessuna era in piedi.

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Erano copie di statue antiche, Zeus, Apollo, Diana, alcune nude, altre con dei drappeggi. Le avevano abbattute, ma non rotte.

Erano spesso in posizioni curiose, sul naso o sul dorso, due o tre erano cadute sui cespugli o su un albero e stavano appoggiate come se riflettessero o si riposassero.

Creavano un’atmosfera fantastica e misteriosa, specialmente di notte, al chiaro di luna.

Cambiavamo continuamente acquartieramento. Permetteva alle popolazioni di non restare a lungo fuori casa quando alloggiavamo nelle abitazioni private. Era ragionevole.

Una sera, abbiamo fatto una festicciola con la birra PILSEN e anche un po’ di schnaps offerta dalla gente del posto. Il sergente KUBACEK ha bevuto molto.

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Era tardi e quasi tutti erano già a dormire. E’ nato un litigio e KUBACEK si è arrabbiato con noi.

Gli occhi gli brillavano, ci ha insultato e improvvisamente ha sfoderato un enorme coltello.

Sembrava non ci riconoscesse, era minaccioso e ha iniziato a fare gesti contro gli uni e gli altri dicendo:

Tutti se ne sono andati, tranne me.

Vi ammazzo tutti.

Non mi piaceva KUBACEK, lo tolleravo, probabilmente quanto lui tollerava me. Ma mi sono detto: “non posso lasciarlo in questo stato.”

E’ certamente l’azione più valorosa che ho fatto durante la guerra. Gli ho parlato per cercare di farlo ragionare. Si dondolava avanti e indietro col coltello puntato contro di me.

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Ricordo che ringhiava. M’impressionavano quei ringhi, ma non mi faceva paura. Avevo un pensiero fisso: “bisogna fargliela passare.”

Alla fine, l’ho sentito, per così dire, intenerirsi. E’ rimasto immobile, cheto, gli occhi non brillavano più.

Ha mormorato qualcosa come “buona notte” e se n’è andato.

L’indomani, sembrava non ricordasse nulla. Esattamente come LOUIS, quello che voleva violentarmi.

In seguito, ci siamo sistemati in una fattoria abbastanza isolata. Dovevamo montare la guardia in una fabbrica 24 ore su 24. Non ho mai capito di che fabbrica si trattasse. Eppure ho passato più di una notte lì dentro a passeggiare.

La fattoria apparteneva a dei Tedeschi Sudeti. In un’ala avevamo un alloggio di fortuna. Un giorno è arrivato un cane.

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Era un randagio qualsiasi, sembrava che arrivasse da lontano e aveva fame. Tutti erano sfollati all’epoca.

Non capiva il tedesco né l’inglese. Gli ho detto le due parole di francese che conoscevo e non ha capito neppure quelle. Alla fine, l’abbiamo sfamato ed è rimasto con noi.

Fabbricavamo degli oggetti di legno, per passare il tempo, ma anche per servircene. Un giorno, costruendo una panca, POLSKI si è dato una gran martellata su un dito.

POLSKI era americano, ma ha bestemmiato in polacco, viste le sue origini.

Abbiamo visto il cane drizzare subito le orecchie e guaire. Conosceva le bestemmie ed era polacco.

Non so come fosse capitato lì, ma era un cane polacco che capiva solo il polacco. POLSKI gli ha parlato. Era addestrato, dava la zampa, faceva i suoi numeri, tutto purché gli si parlasse nella sua lingua.

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In un edificio dietro la fattoria, abitava una donna con dei bambini che probabilmente aveva avuto a che fare con la fabbrica. Il padre non c’era.

Il maggiore dei figli doveva avere undici anni .. scarsi. Si chiamava JURGEN.

Col tempo, siamo diventati abbastanza amici. Quando montavo la guardia, alla fine della giornata, andavo a chiacchierare con i bambini davanti a casa. La donna restava dentro.

Ovviamente non erano pericolosi. Avevo solo una piccola carabina che appoggiavo contro il muro, il tempo di fumare una sigaretta. Era un’idiozia.

.. Una sera JURGEN ha afferrato la carabina carica mentre ero distratto. L’ha posata sulla spalla e ha marciato avanti e indietro come un soldato, un, due, un, due.

Quando me ne sono accorto, me la sono presa. Gli ho detto: Basta, ridammi quest’arma. Sai che non ci si deve comportare così.

Mi ha guardato beffardo. E poi mi ha porto obbediente la carabina.

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Un’altra dependance era abitata da quelli che chiamavamo gli sfollati. La dependance non era male: sala da pranzo, cucina, camera al piano superiore. Erano zingari che arrivavano da non so quale paese slavo. Con l’inglese se la cavavano e riuscivamo a comunicare. Due donne e tre uomini. Erano simpatici. Non riuscivo a figurarmi che lavoro facessero. Potevano essere dei barman da cabaret, delle cantanti o delle ballerine un po’ equivoche, tipi di questo genere. Forse dei ruffiani. Le donne erano carine, ma non più giovani.

Avevano un fucile da caccia. Non avrei dovuto permetterlo, ma lo permettevo. Cacciavano i conigli. Dei conigli che appendevano alla tettoia. Frollavano la carne senza far colare il sangue. Quand’erano ben frollati, li mangiavano.

Un giorno, uno di loro mi ha detto: Stasera cuciniamo tre conigli. Venga a mangiare con noi, se le fa piacere.

Mi sono messo d’accordo per non essere di guardia e ci sono andato.

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Era delizioso il loro coniglio frollato. Veramente buonissimo. Gli ho regalato delle sigarette.

Adesso cerchiamo di far ballare il tavolino, vuole partecipare anche lei? D’accordo.

Siamo saliti al piano di sopra. C’era un tavolo rotondo con l’alfabeto tracciato lungo il bordo e, sopra, un bicchierino da liquore.

Ci siamo seduti attorno al tavolo, molto seriamente, e mi hanno spiegato che bisognava posare due dita sul piede del bicchiere rovesciato al centro, non pensare a nulla e lasciar scivolare il bicchiere sulle lettere.

Ho pensato: “In fondo, perché non dovrei crederci almeno un po’? E ho fatto del mio meglio per partecipare all’esperimento.

Allora abbiamo cominciato e il bicchiere si è spostato abbastanza spesso. Annotavano le lettere sulle quali sostava e scuotevano la testa con rammarico. Non veniva fuori nulla.

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Dopo un po’ di tempo e non so quante sigarette, abbiamo lasciato perdere.

Erano davvero delusi. Forse pensavano che, come Americano, avrei contribuito a qualcosa di straordinario e invece non c’erano stati messaggi, proprio nulla.

No, stasera non funziona.

Comunque il coniglio era molto buono.

Continuavamo a pattugliare la campagna con tutti i nostri veicoli, di paese in paese. Una sera ci siamo fermati nel cortile di una grande fattoria dove avevamo l’intenzione di requisire alcune stanze.

Abbiamo allineato i veicoli in modo molto marziale e tutti sono entrati negli edifici, tranne me.

Stavo in piedi, appoggiato davanti al nostro autoblindo, e riflettevo. A cosa, non so piĂš.

Improvvisamente il veicolo ha fatto un balzo in avanti e sono caduto.

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Dentro c’era POLSKI e non me n’ero accorto. Aveva deciso che era male allineato. Gli autoblindi hanno una frizione rudimentale. Quando partono, partono di scatto.

Il pneumatico anteriore destro era salito sulla mia uniforme e m’imprigionava. Ho gridato, ma, col rumore del motore, POLSKI non sentiva. Urlavo. Ho alzato il braccio il più possibile e mi sono detto: mi salirà sulla spalla e sul petto e mi schiaccerà come ha fatto quel carrista col giovane soldato tedesco, l’altra notte, a PRAGA. Curioso, morirò come lui. Una morte in guerra che non ha nulla a che vedere con la guerra.

Avanzava piano, per allinearsi perfettamente, e io non riuscivo a strapparmi i vestiti. La ruota mi era arrivata all’altezza dell’ascella.

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Si è fermato.

POLSKI è sceso. E’ venuto a contemplare il suo allineamento. Mi ha visto sotto la ruota.

La pressione era stata forte, ma non ero ferito. E’ rimasto di sasso. Sono riuscito a strapparmi i vestiti di dosso. Ho cercato di tranquillizzarlo.

Ha passato vari giorni in stato di choc, incapace di guidare. Quanto a me, stavo benissimo.

E’ tutto a posto, non mi sono fatto nulla.

89


23 Nel paese in cui KUBACEK aveva sguainato il coltello, che era quello della villa con le statue abbattute, scorreva un fiume bellissimo. Se ci penso, sento la musica della MOLDAVA di Smetana.

Era un fiume vasto, profondo, e l’acqua scorreva liscia e scura. Le rive, coperte di arbusti selvatici, scendevano giù a picco.

Una domenica, sul fiume, c’è stata una festa di paese, una festa di primavera. La gente faceva il pic-nic e suonava.

I nostri capi ci hanno permesso di andare. Io ci sono andato con STANLEY e altri, non con gli amici del mio veicolo.

Era tardi e la gente cominciava a rientrare. Non c’era quasi più nessuno. Passeggiavo tranquillamente con STANLEY, chiacchierando e fumando una sigaretta.

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Siamo passati accanto a un grande albero. E là, appoggiata al tronco, c’era una ragazza come se ne vedono nei sogni. Una gitana.

Era veramente magnifica. Le abbiamo offerto una sigaretta. Mi ha detto qualcosa in tedesco che non ho capito.

STANLEY mi ha dato una pacca e ha fatto:

STANLEY conosceva il tedesco un po’ meglio di me. Era soprattutto più smaliziato.

Ma non capisci? Vuole che l’accompagni a casa. Ah sì?

Capisci, è molto bella, ci sono uomini dappertutto e ha paura di rientrare da sola. Ah, ho fatto io, certo.

Ci siamo avviati. Mi ha portato fuori dal paese.

Mentre farfugliavamo senza capirci, la osservavo, estasiato. Doveva avere sedici anni. Mi teneva per mano.

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Poi abbiamo imboccato una stradina che saliva in mezzo ai tronchi d’albero tagliati. Camminava agile, con grazia ed energia, come se dovesse scalare l’Everest.

Sull’altro versante della collina, ci siamo ritrovati su un sentiero stretto, in una vallata angusta, selvatica e boscosa.

Giravamo a destra e a sinistra, aggiravamo degli ostacoli e io mi domandavo: “riuscirò a tornare indietro?”

Abbiamo camminato a lungo, la valle si è allargata e, in lontananza, ho visto una capanna di tronchi d’albero. “Abito laggiù, con mia nonna” ha detto.

E improvvisamente mi ha ordinato:

Mi ha attirato verso il ciglio della strada, in una piccola radura di conifere, dove l’erba era di un bel verde.

Fermati!

92


Devo confessare che ero giovane e non avevo esperienza di questo genere di situazioni.

E lĂŹ mi ha fatto capire che voleva che la prendessi.

Le ho detto:

Mi ha spinto a terra.

No.

Siamo arrivati alla capanna della nonna.

Ah.

Non ci sta piĂš nessuno adesso, solo io e la nonna. Gli altri sono partiti.

93


Cominciava a far buio. Non avevo il diritto di uscire la notte, solo e senza permesso. Potevo essere punito. Davanti alla porta, le ho detto:

Torna domani.

D’accordo, tornerò domani.

Devo rientrare in paese.

Ho ripetuto “torno domani”, lei ha detto “sì, sì”, la nonna l’ha afferrata, l’ha tirata dentro e ha sbattuto la porta.

Ha bussato e si è affacciata una vecchia, sembrava una vera strega, straordinaria, fantastica.

Per tornare in paese dovevo orientarmi nell’oscurità.

94


Ho seguito tanti piccoli indizi con una certa ansietà, ma non mi sono sbagliato.

Ho pensato a lei tutta la notte. Ero un ragazzo innocente.

L’indomani mi sono detto: “oggi devi farti coraggio e conoscere l’amore.”

Alla fine della giornata, sono riuscito a liberarmi e ho ripercorso la strada.

Arrivato alla capanna, ho bussato alla porta senza ottenere risposta. Ho guardato tutt’intorno, l’ho chiamata, ma non c’era nessuno.

Erano partite.

95


Con questa storia mi sono rivelato. E’ abbastanza imbarazzante. Bah! No, non troppo. Rivedo ancora quella gitana di una bellezza incredibile, con quella lunga gonna e i lunghi capelli, che abitava con la nonna in fondo al bosco. E’... AH AH AH! E’ incredibile. Ma il finale non è un granché.

Continua 96


Coconino Press da un progetto di Carlo Barbieri e Igort Collana Coconino Cult Diretta da Igort Redazione: Orsola Mattioli, Andrea A. Di Carlo Adattamento editoriale: Leonardo Guardigli Cover design: Leonardo Guardigli Artwork: Emmanuel Guibert Traduzione: Donatella Pennisi Guibert Foreign rights manager: Galyna Semeniuk Diffusione: Paola Melloni Fotolito: MGP Titolo originale: La guerre d’Alan 2 © 2000, Emmanuel Guibert & l’Association. © per l’edizione italiana Coconino Press, 2009 All rights reserved Coconino Press Amministrazione e redazione: via dei Fornaciai 21/ghi – 40129 Bologna tel. 051 325516 fax 051 327594 E-mail: redazione@coconinopress.com info@coconinopress.com ufficio.stampa@coconinopress.com Website: www.coconinopress.com Vendita per corrispondenza: mailorder@coconinopress.com Finito di stampare nel mese di settembre 2009 presso la Tipografia Negri di Bologna


Continua il racconto della "guerra minore" del soldato Alan nell'Europa devastata dalla Seconda Guerra mondiale: narrazione intima, che si appunta su momenti di vita quotidiana, osservata con sensibilitĂ e delicatezza davvero toccanti. Secondo capitolo del capolavoro di Emmanuel Guibert, basato sui ricordi del veterano americano Alan Ingram Cope.

â‚Ź 15,00

La guerra di Alan 2  

di Emmanuel Guibert

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