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L’Ultima Lilim Di Simona Santoro

Simona Santoro 04/03/2013 Illustrazione Š Simona Santoro


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L’Ultima Lilim Di Simona Santoro


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Non sono viva. Non sono morta. Non sono un fantasma, né uno spirito, né un fenomeno paranormale. Sono una proiezione. Uno spettro frammentato di vari colori, imitazione di una vita. Io non esisto, ma sono nata e vivo delle vite di molte altre persone. La nostra vita è composta di sentimenti, sensazioni, emozioni e ricordi. I sentimenti e le emozioni sono inafferrabili, vanno e vengono come la traccia della pioggia sulla pelle. Le sensazioni sono percezioni della realtà che ci circonda, perciò esistono finché questa esiste. I ricordi sono le incisioni su nastro dei nostri avvenimenti. Quando qualcosa accade il nostro Io lo registra dentro di sé e lo lascia lì, impresso a fuoco come le cicatrici sulle mie braccia. Ma a volte capita che il nastro si strappi, si graffi o si bruci; a volte lo tagliamo per eliminare ciò che consideriamo inutile o brutto, oppure accumuliamo i nastri in un disordine tale da non saperli riordinare. E allora non abbiamo più la certezza. La certezza che la nostra vita sia vera. Che sia stata vissuta da noi, e come crediamo noi. C'è il terrore d'esserci inventati un avvenimento che ha sconvolto la nostra vita, di aver distrutto una relazione per qualcosa di mai avvenuto, ci sentiamo indifesi spaventati incompresi perplessi confusi. Paralisi mentale. Oh, se potessi contare tutte le volte che mi è successo. È per questo che esistono persone come me. Persone che scavano nella pelle per non dimenticare. Che accumulano cicatrici su cicatrici nella speranza di avere il controllo. Di sentirsi vivi. Fino a quando non c'è più spazio. Non c'è più pelle pulita per poter segnare la propria vita, e allora l'unica e ultima estrema cosa che può darti prova della tua esistenza è Sapete, è proprio vero che alla fine vedi scorrerti tutta la vita davanti. Questo è il mio dono. Questo è il mio ricordo. Questa è la mia storia, confusa e disordinata come un puzzle disfatto, con i ricordi dispersi e rovinati. Il mio nome è..


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Inizio Il Trabucco è una costruzione vecchia di decenni. “Dell’ottocento, se non ricordo male.” Pensa Ili. Lo guarda. E’ un rottame di legno bruciato, nero ebano sebbene sia di semplice ulivo, che cresce così bene nelle campagne della sua città. Sale aggrappandosi alle sue dita contorte e annerite. Manu è già su. -E’ molto che aspetti?Domanda. -Una vita, se è per questo.Risponde lui, con uno dei suoi soliti sorrisi. Risplende di luce propria, aveva detto una volta qualcuno. E lei aveva semplicemente annuito senza dir altro. Senza dire che la sua luce, a volte, riusciva ad abbagliarla. Si siede accanto a lui, sbuffando. La sua coscia struscia contro il jeans di Manu. Sorride e gli prende la mano. La bacia. Lui la fissa come se fosse impazzita. Ma forse, impazzita lo è già da tempo. -Perché?-Mi andava.-Sei strana.-Lo sono sempre stata. Forse non mi conosci ancora bene.Lui annuisce. Non si può sempre sapere tutto di qualcuno. Soprattutto di lei. -Chi ti dice che io non sia una menzogna?Domanda, fissando il cielo azzurro che sfuma nel mare blu. Lui la guarda con gli occhi neri sorpresi. -Chi ti dice che tutto quello che io ho detto sia vero? Il mio amore, il mio odio, il mio dolore. Chi ti dice che le stessi provando davvero quelle emozioni? Non puoi vedere nel mio cuore, come io non posso vedere nel tuo. È per questo che ci affanniamo a rincorrerci, a cercare di comunicare come se parlassimo lingue diverse, è per questo che sbagliamo e soffriamo. Perché non possiamo semplicemente sbirciarci il cuore a vicenda e sapere immediatamente che l’altro prova un sentimento vero, o capirne le ragioni. Guarda me, ad esempio: oltre Matteo, non ho mai amato nessuno per più di un mese. I miei sentimenti oscillavano come navi in tempesta, ferendo il mio innamorato con il suo rollio nauseante. Non ho mai amato nessuno per più di una trentina di giorni: quelle poche volte che è successo, è stato per sempre.-Siamo stati insieme per due anniSussurra lui. -AppuntoRisponde lei, posando un bacio sui suoi capelli neri. Torna a fissare il mare. Respirano. L’odore della salsedine, dei giochi dei bambini giù in spiaggia, della pelle brunita dei pescatori lungo lo scoglio, delle nuvole di zucchero che filano caramellose attraverso l’immensità azzurra, entra nelle loro narici, in un profumo dolce-amaro. -Perché?Domanda lui. Piange lacrime antiche che colano attraverso il suo sguardo. -Perché mi va. Matteo è morto, l’ho accettato. Non ho più un motivo. Aveva fatto una promessa e non l’ha mantenuta.Lui afferra le sue braccia nude. Sono scheggiate da centouno tagli. Fanno impressione, come disse una volta Chiara. Fanno schifo. Lei fa schifo. -Non guariscono, Manu.-


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Ili chiude gli occhi. Manu stringe il braccio e inizia a massaggiarlo. Le scritte impresse con la lama rossastra di un taglierino, Oblio, Mare, Matteo, Manu, si cancellano a poco a poco insieme ai tagli isterici. Lei riapre gli occhi e gli sorride. -Grazie. Tu sai ancora volareSi alza in piedi, tremando appena dentro le Converse nere. Fuori moda ma comode. Canticchia. -Tu sai ancora volare. Vola!E vola anche lei, ma.. GiĂš dalla scogliera, dritta nel mare paradisiaco della sua CittĂ .


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Tuffo Ciauuuuu Iliiii cm va ttt bn? La nonna non ha interr ihihi ptv pure risparm quest fill1. 6 prpr stupida hai sprecato 1 gg di skuola x nn qnt 6 sfigata ahahah bhe ora t lasc ke dv andare ce il my boy tvttttb Ma che fai, mi dici che mi vuoi "tttt" bene e mi dai della stupida e della sfigata? Ma chi ti capisce. Ma chi vi capisce. Ondeggia attraverso l'acqua. Sottile come plastica, azzurra come mare. Ili sn 3 gg ke nn vieni a skuola ma ke è sccss? ma lo sai ke puoi parlare cn me!!!! Stai cn il tuo boy? ke stte fcnd? cmq la gita s farà a maggio vuoi stare in cmera cn me ale e sammy? dai risp risp sbt cià tvtttttttb Mi chiedi se voglio stare in camera con voi. Voi. Voi che per cinque lunghi anni, dopo aver visto che ero quello che non eravate voi, mi avete tramutato nel vostro balocco. Nel vostro zimbello. Ridendomi in faccia quando piangevo, schernendomi quando esponevo un'idea, rinfacciandomi gli errori minimi, graffiandomi nell'intimo i segreti per sputtanarli sui muri dell’istituto. Voi. Voi. Cinque lunghi fottuti anni. E dovrei stare in camera con voi per dodici giorni? Ma chi vi capisce. Ma chi mi capisce. Ondeggia sulla cresta dell'onda. Fluttua, scompare appena. Candida come conchiglia madreperlata. Ili hanno detto ke sn 2 sttmane ke nn t fai vedere a kasa ma dv 6??? ili c stiam preocc x te dv 6 fatti vedere Ah, già, è vero. Casa mia. L'avevo completamente scordata. Una casa per le bambole, una casa dove giocare alla famiglia media. La mamma che lavora lontano, il fidanzato che ci viene a trovare tre volte a settimana, una figlia che va a scuola senza pregi né difetti. Ci perdevamo di continuo dalle mani, io e mia madre. Io soffocavo l’odio per il suo essere rifiuto umano e per avermi passato, nel dna, questa sua peculiarità. Lei esprimeva il suo odio nei miei confronti con la stessa frequenza con cui invece avrebbe dovuto abbracciarmi. Gli assistenti sociali, gli psicologi, i consultori.. ma il problema non ero io. O almeno credo.


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Ondeggia sul fluire dei ricordi. Sono rosso sangue-vena. Fluisce lentamente. Ili nn c crederò mai........ nn puoi essere dvr morta.... ma csì hann dett i proff... dicci se 6 ancora viva t prego fatti sentire cià tvtttttb Malinconico dispiacere dell'ultima ora. Piangerete in un remoto funerale, ne parlerete durante l'ora di religione davanti ad una pallida insegnante, forse i più scossi finiranno dallo psicologo, ma alla fine dimenticherete e diventerò solo "quella che si suicidò". Perché, diavolo, non vedevate nulla. Siete ciechi, coi paraocchi, persi dietro l'ultimo film di Scamarcio, nel cercare quel lucidalabbra che avete visto in TV, chiacchierando di canzoni stupide e ripetitive come una moneta falsa, sospirando per quello "bono" della 3C. Non vedete la compagna di classe un po’ più pallida; il ragazzo seduto all'angolo, quello che fuma non è un drummino è uno spinello; non vedete i buchi sulle braccia di vostro fratello, i segni violacei sul collo della vostra migliore amica. Non vedete nulla, siete nella cecità più felice e assoluta. E vi invidio per questo. Ondeggia ancora, sull'onda. Sottile come plastica, candida come conchiglia madreperlata. Manu, Manu, Manu che baci gli specchi, cosa ti ha reso pittore così folle? Matteo, Matteo occhi a mandorla e sorriso di creatura, cosa ti ha dilaniato dentro, cosa ti fa vomitare sangue? Manu che abbracci solo giocattoli, che sei ignorato mentre urli, che ti senti dire d'essere una nullità, Manu che parla strano ma strano non è, è il linguaggio dei poeti di un tempo, degli ultimi veri uomini, di quelli che piangevano ancora. Manu che si tocca la guancia imbarazzato, Manu che gioca a fare il guerriero, Manu che piccolo guerriero lo è ma ancora non lo sa. Matteo ali candide, che sorridevi per un regalo da niente, un ciondolo che portavo sempre al collo: te l'ho donato e hai quasi pianto. Matteo che mi ha regalato il suo diario, quello su cui scriveva le canzoni e si confessava, con la copertina nera e pesante come il coperchio di una bara con la scritta The Beatles, Dio quanto li amavi. Ora chi li amerà più di te? Matteo, ti volevi tagliare le vene con me, volevi fuggire via, e alla fine sei fuggito come Enea, lasciando me, Didone, a rimpiangere qualcosa che non ha potuto fermarti. Manu e Matteo, i miei angioletti. Cazzo, spiegate quelle ali. Tutto tace.


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Ondeggia sulla cresta dell'onda. Fluttua, scompare appena. Candida come conchiglia madreperlata.


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.I. Trabucco Il Trabucco è una costruzione adibita a reggere immense reti da pesca. Ma, nelle condizioni in cui è, dubito che riesca a sorreggere qualcos’altro oltre se stesso. Pensa Manu, accarezzando la pietra liscia del basamento. Un tempo era una struttura solida e robusta, rumorosa e brulicante di pesci e pescatori; ora è lì, abbandonata, bruciata da un qualunque atto vandalico, a chiedersi confusamente “perché”. Il portachiavi di Topolino tintinna leggermente sulla pietra quando Manu vi si sdraia e il freddo contatto tra la nuca e il suolo gli rizza per un paio di secondi i capelli neri sulla testa. Poi più nulla, il terreno si riscalda al calore del suo corpo. Sospira Manu, canticchiando “O Fortuna” a mezza voce. Una testolina dai lunghi capelli neri sbuca dall’apertura della piattaforma del Trabucco. -Ehi, cosa canti?La testolina è in realtà il viso di una ragazza sorridente, in canotta e jeans. Con un salto scende e si avvicina a Manu, che nel frattempo si è seduto e la fissa scocciato ed imbarazzato. -Non pensavo ci fosse già qualcuno.-SorpresaGhigna lei. Lui la ignora, si volta e ricomincia a cantare. -Sors immanis Et inanis-Rota tu volubilis..Continua Lei, con voce sottile. Manu la fissa sorpreso e si gira per guardarla. -Conosci i Carmina Burana?Lei annuisce e Manu sorride, facendole cenno di sedersi accanto a lui. -Adoro il ritmo delle percussioni in quel brano-Credevo che le ragazze ascoltassero solo Tiziano FerroFa lui. Lei scoppia a ridere senza più smettere. -Cosa diavolo c’è di così divertente?!-Ma ti senti quando parli?Replica lei, tra le lacrime ed il mal di pancia, piegata in due dal ridere. Lui arrossisce e tace. -Dai, non te la prendere.Fissano insieme il mare calmo. Sono le otto di mattina; le onde che increspano appena la superficie azzurra luccicano come un’immensa distesa di zaffiro liquido. La linea del porto, che si stende più lontano, è mossa da automobili, uomini e barche. La Marina è così piccola che puoi tenerla in una mano. E lei lo fa, allungando il braccio davanti a sé, tentando di stringere tra le dita un’enorme nave nera, bara marina. -Pensa come sarebbe bello se potessimo portare sempre la nostra città con noi! Viaggiamo, andiamo lontano, ma in fondo siamo sempre a casa perché è qui, con noi, in una tasca.Si riscuote, come fulminata. -Aspetta, ho un’idea.Con un salto scende dal primo gradino della scogliera e poi percorre gli altri, correndo verso la spiaggia a rotta di collo. La voce di Manu risuona distante. -DOVE VAI?!Urla, affacciandosi sulla scogliera, con le ginocchia e i palmi premuti sulla pietra liscia. Lei ride in risposta, arriva lungo la strada e la percorre col fiatone, finché la spiaggia è davanti a lei. E allora cammina piano, assapora la sensazione della sabbia sotto i piedi, osserva il mare blu che è sempre nei suoi ricordi. Si ferma. Si siede. Afferra un pugno di sabbia, la lascia scivolare tra le dita, ed è come polvere d’oro, l’oro della sua terra. Ha una minuscola boccetta tra le dita, recuperata


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chissà come, chissà perché, dalla tasca. La apre e la riempie di sabbia. La chiude. La guarda contro luce. E’d’oro zecchino, e incastrata dentro c’è rimasta una piccola conchiglia rosa a spirale. Si alza e camminando piano, tenendo la boccetta stretta in mano si gode il tepore diffuso dalla sabbia, bollente attraverso il vetro, raggiunge Manu. -TieniGli porge la boccetta. -Così,ovunque andrai, avrai un pezzo del tuo mondo con te. E così, lontano da casa, ogni posto diverrà casa.Manu la guarda, sgranando gli occhi neri. Poi sorride. -Grazie. Io mi chiamo Manuele, comunque.Lei ricambia il sorriso. -Ili, per gli amici.-


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.II. Biancaneve Vomita. Vomita. Vomita ancora, tira tutto su. Non lasciare nello stomaco neppure un pensiero, forza, tirali tutti. Non importa se non riesci a mangiare. Non importa se lentamente perdi peso e svanisci nell'aria. Non importa se piangi vedendo il telegiornale e ti senti inferiore ad altre centomila persone, non importa. Tu ora calmati e sfogati. -Ili?-Ili?-Ili, cazzo, vuoi rispondere?Riapre gli occhi appena. Matteo la guarda con grandi occhi blu preoccupati. Lei si strofina una mano sul viso ovale dai lineamenti morbidi, gli occhi annacquati dall'alcool e dalle lacrime. -Ili, come stai?-Bene.-Dopo due bottiglie?-Si, sto bene. Grazie.Vomita. Vomita. Vomita tutto, piccola Ili. Vomita tutto il tuo male. Ti ricordi cosa diceva tua nonna? Diceva con un po' di acquasanta passa tutto, un segnodicroce e Dio ti aiuterà; ma che puoi fare bambina se l'acquasanta brucia sulla tua pelle come cera bollente? E allora vomita. Vomita tutto il tuo dolore, vomita urla e sangue, e parole mai scritte, e verità mai dette. Tira su la testa. -Ili?Mugola e si gira su un fianco liscio. La sua bella maglia candida è fradicia di vino, sembra colpita a morte, ricolorata dal rosso di un qualunque Tavernello. -Ili, hai bisogno di qualcosa?Apre appena un occhio corvino. -Di morire, ecco di cosa avrei bisogno.Vomita. Vomita. Vomita tutto il tuo essere bambina, abbandonata e sacrificata al delirio di chi avrebbe dovuto proteggerti. Ti ricordi la fiaba di Biancaneve, Ili? -Raccontami una fiaba, amore.Matteo sgrana gli occhi blu mare che proprio mare non è; è colorato di quella sottile sfumatura che prende la tela del cielo quando ormai è sera. -Una fiaba?-Voglio una fiaba.-


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-Così?!-No, in un altro modo.-Mi prendi in giro anche da sbronza?-Cazzo raccontami 'sta fiaba di merda e non dir più cazzate.Matteo fissa un punto indefinito, è un po' scocciato imbarazzato non lo sa nemmeno lui, ma questa fiaba gliela racconta, inizia come molte altre e finisce allo stesso identico modo. -C'era una volta..C'era una volta una regina che desiderava una bambina coi capelli neri come l'ebano, le labbra rosse come il sangue e la pelle bianca come la neve. E invece sei nata tu che la pelle bianca non ce l'hai, essendo figlia di un popolo di pescatori dalla pelle di bronzo, ma hai l'anima candida, sì, bianca come quella neve che non hai visto mai, le labbra rosse come il sangue e le cicatrici nere come l'ebano. Sei una Biancaneve che urla dal castello distrutto, Biancaneve dalla pelle di bronzo e gli occhi di vetro attraverso cui passano tutte le cattiverie del mondo, la tua carne è così scura che le cicatrici non risaltano; anche quando il tuo braccio sembra reduce dalla rivolta delle lamette. E tu piangi pure, bambina mia, piangi il tuo cuore che è bruciato per l’ultima volta quando hai conosciuto Matteo. E' il prezzo dell'amore, bambina. Non avrai più serenità. -Matteo?-Sì? -Ti amo.-


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.III. Essere una nullità -Ehi, sfigato, ancora con questo taglio da emo?Manu sospira. Nemmeno fa in tempo ad entrare in classe che già gli sono addosso. Che palle. Si avvicina al suo banco, quello con l'icona di Topolino scarabocchiato col pennarello indelebile. Lui ama Topolino, è il suo eroe sin da quando era un bambino. I suoi genitori gli portavano sempre un peluche e un fumetto del celebre topo ogni volta che tornavano dai loro viaggi, tutti in lingue diverse. Grazie a quei fumetti e a quei pupazzi, che ormai gli invadono la stanza, lui si è sempre sentito meno solo. Posa lo zaino sul pavimento polveroso e si siede, poggiando le mani sulla superficie fredda del banco e guardando l'icona: solo in quel momento si rende conto che qualcuno, incidendo il legno con una biro, ha trasformato la sagoma di Topolino in quella di un pene stilizzato. Il suo cuore sprofonda. -Ragazzi, l'ha visto! Secondo voi ora si mette a piangere o si taglia? Gli emo sono emozionali, secondo me ora piange!Risate. Lui stringe i pugni e si morde il labbro, reprimendo la rabbia. Perché? Perché si divertono tanto? -Oh, quando ti tagli avverti, che facciamo un filmato e lo mettiamo su Youtube!Si alza di colpo, facendo grattare le gambe della sedia sul pavimento. I suoi compagni di classe, sorpresi, si zittiscono di colpo. -Non avete diritto di prendermi in giro, né di prendere in giro chi si taglia! È una cosa gravissima e pericolosa, chi lo fa necessita aiuto e protezione, non i vostri insulti! Ma chi vi credete di essere?!Ha il volto rosso per la rabbia Manu. Vuole essere l'eroe per una volta, vuole essere quello che si innalza contro i cattivi per difendere i deboli, come Topolino quando sgomina la Banda Bassotti; vuole essere forte e un vero guerriero. Il ricordo di Ili sfreccia rapido nella sua mente e lui si infuria ancora di più. -Siete solo dei palloni gonfiati del cazzo che non hanno niente di meglio da fare che insultare gli altri per sentirsi meglio con sé stessi!Grida ancora. Quando si zittisce il suo petto si alza e si abbassa velocemente, seguendo il suo respiro impazzito. I suoi compagni di classe scoppiano a ridere. -Ma sta zitto và, emo del cazzo! Ora che hai fatto questa sparata cosa credi di aver ottenuto?! Non sei un cazzo di nessuno tu, ricordatelo!Tutti ridono, ridono di lui. Sconfitto, umiliato e senza saper più che dire, col volto paonazzo di imbarazzo si risiede al suo posto, nascondendo la faccia tra le braccia. La professoressa entra in classe e le risate si spengono. La giornata inizia e lui vorrebbe solo sprofondare.


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.IV. Scommessa Parte I

-Insomma, voglio che tu mi scriva una canzoneIli alza lo sguardo stupefatta. -Sei scemo? La scrivo così, dal nulla?!Manu sbuffa, roteando gli occhi neri e liquidi come inchiostro. -Insomma, ma dov'è la difficoltà?-La difficoltà sta nel fatto che non vomito note a casaccio!-Non voglio la musica. Voglio solo un testo. Poi se un giorno riuscirai a cantarlo, tanto di guadagnato. Ma ora scrivimi un testoIli ghigna, leccandosi le labbra sanguigne. -E' una sfida?Manu fa spallucce, e sorride. -Mettiamola pure così-Cosa avrò in cambio?All'epoca erano solo amici. Anche se già Ili non riusciva a camminare senza l'appoggio di Manu. -Un bacio?Lanciata così, per scherzare. Ma Ili getta la gola all'indietro e ride, un po' sguaiata forse, ma ride. -Accetto allora. Un tuo bacio in cambio di una canzone-Ili..- Esordisce Manu, arrossendo come sempre. Ma lei lo fissa sorridendo. -Ti stai forse tirando indietro?-MA QUANDO MAI!Replica lui, offeso. -Allora, è una promessa. Giurin giurello/ se ti scrivo un ritornello/ mi dai un bacio..-..Sull'uccelloCompleta lui, guardando in alto, sarcastico. -MANU!-

Un'altra. Sono mille le palline di carta che riempiono il parquet intorno ai suoi piedi come un campo minato. Lei, china sulla scrivania, non trova ispirazione. Ogni verso le sembra stupido, ogni parola non le sembra giusta, è tutto fuori posto. Non trova equilibrio. Si lascia andare sulla sedia e chiude gli occhi, sbuffando stanca. La mente viaggia, il pensiero corre lesto come un levriero da Manu, seduto probabilmente al solito tavolo di un bar in centro, il Caffè con Vista lo chiamano, ma una vera e propria vista non c'è. Solo il muro del Castello e le fontane, la Cattedrale di Piazza Duomo, i giardini. Ma quella non è la sua città. O meglio, non solo quello. È la gente che passa per le strade, sono i vecchi che ti fissano con un


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sorriso un po’ stanco, che ti chiamano Principessa se sfrecci sulla bicicletta rosa con una densa e svolazzante gonna bianca e lunga, sono i pescatori che parlano un dialetto puro che sa di nero di seppia e gabbiani, di pelle scottata dal sole, di salsedine e di lavoro. È l'aria buona del mare, è il luccicare delle onde, come gioielli!, alle sette di mattina, è la linea della litoranea, è la gelateria Sveva con una coda infinita la domenica e l'Eraclio di bronzo assediato dai bambini, Gulliver di metallo antico. E tutti a giocare sulle sue caviglie, a baciarsi seduti sul suo piedistallo di pietra bianca, liscia e dura, come quella del porto. Il pensiero, vagato troppo lontano, torna ansimante da Manu, come un cane che riporta un bastone, in attesa di coccole. Manu dai capelli neri, Manu bellissimo, come una poesia letta sotto la pioggia dal tuo innamorato, bello come una serenata sotto il tuo balcone, agli inizi di Giugno, quando la serata è tiepida e i lampioni mischiano la loro giallognola luce al blu scuro della sera e tutto sembra così magico. Bello come un'allucinazione, come una goccia di sangue sul granito, come un banco di scuola illuminato da un raggio polveroso, e tu sei la prima ad entrare in classe e ad accorgerti della sua dolcezza. Seduto davanti ad un tavolo di metallo in preda a convulsioni rococò, fissa un bicchiere di vetro colmo per metà di cocacola. Le goccioline fredde d'acqua scendono piano mentre lui deglutisce. Ha sete, ma la sua pigrizia, il suo pensare fermo, lo rendono immobile. Poi prende quel dannato bicchiere e beve la sua cocacola. Si bagna le mani. E lei sogna di essere quel liquido nero a base di caffeina. A lui piace classico non light, quella porcheria per false anoressiche, non è con una cocacola light che si dimagrisce, sogna di essere quella fottuta roba ghiacciata e di scivolargli dolcemente in gola, raffreddandogli lo stomaco e solleticandogli il palato con l'ebbrezza gioiosa delle bollicine gassate. Improvvisamente, sa cosa deve scrivere.

-Allora?Chiede Lei. Si morde un labbro, arriccia intorno ad un dito una ciocca di capelli. Lui legge e non risponde. -Cazzo, Manu, dà un segno di vita!E quale segno di vita più grande di un lieve posare le sue labbra sulla bocca di Lei?


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.V. Caffè -Allora?Il profumo del caffè amaro la inebria. Ili volge lo sguardo dal balcone alle sue spalle. Fissa in basso, verso il selciato, i tavolini. Due vecchietti, un nonno ed una nonna, parlano fitto fitto, la mano dell'uno su quella dell'altra. Un altro li sbircia forse invidioso, forse da La Repubblica. Alza lo sguardo corvino, Ili. La Cattedrale sembra più vecchia del solito, oggi. E il Caffè con Vista sembra più vuoto. Si guarda intorno. Tre ragazze, filloniste dell'ultima ora, chiacchierano giocando a burraco e ridono ansimando. Matteo la guarda. -Ili?-Dimmi.- Riscossa dal sogno. -A che pensi?-A nullaIn realtà stava pensando a qualcosa, ma non lo ricorda più. Fissa gli occhi blu di Matteo. Torna a guardare giù. Una cameriera bionda in divisa e sorriso serve ad un tavolo di giovani politici polemizzanti. Una radio invisibile blatera a vuoto e lei si sente confusa. -Ili!Le gira la testa. -Che c'è?-Stai male?-Si..-Dev’ essere il caldo.Lei guarda nel vuoto. -GiàLui annuisce poco convinto ed inizia a smanettare con il cellulare. -Matteo?-Sì?-Mi ami?Lui ride e si passa una mano nei capelli lunghi e castani. Nel farlo la manica della camicia si sposta e rivela un polso ossuto rigato di rosso. Arrossisce, Matteo cuor gentile. -Certo, piccola. Non dubitarne mai.Ha paura, Ili. Il suo respiro è affannato. Ha paura. Lo guarda mentre si allontana per il terzo caffè. Chiude gli occhi. E lontano, un tonfo, si allarga a macchia sul suo cuore.


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.VI. Apri gli occhi. Noi non cambieremo, vero, Matteo? Ridi delle mie illusioni se vuoi. Le ho cercate tra me e te sempre, incessantemente, per un attimo le ho trovate ma poi sono svanite perse immobili in quello stato di gioiosa incoscienza che è innamorarsi a diciassette anni; eravamo piccoli e lo siamo ancora, eppure siamo già invecchiati, ce lo sentiamo nelle ossa perché troppe sono le cose che ci hanno rubato, troppi i sorrisi strappati e troppa è la rabbia che ci hanno dato in cambio; tu che non sapevi più sorridere, lo hai imparato di nuovo stando insieme a me, ti ricordi? Ti prego dimmi quindi che non smetterai di sognare; dimmi che non smetterai di illuderti con me, che non lascerai tutto questo, dimmi che non basterà un nuovo dolore a farti perdere l’ispirazione Apri gli occhi Guardami Sono qui, con te, non ti lascerò e continueremo a fingere che vada tutto bene quando NON VA UN CAZZO BENE, dimmi che sentirò ancora la tua voce su di me, dimmi che ci saranno ancora le tue mani a chiudermi gli occhi quando tutto mi fa male, tutto mi ferisce, e ti porta via da me; dimmelo

Dimmi che correremo ancora, che mi rincorrerai e prenderai in un gioco eternamente allegro, dimmi che lo farai, sorridimi ancora Non ti chiedo di più..

Apri gli occhi e abbracciami un’ultima volta


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.VII. Luca Le si para davanti all’improvviso, senza dire né ai né bai. La squadra. Lei alza un sopracciglio sottile, osservandolo piantato davanti a lei a gambe aperte e pugni puntati nei fianchi. -Beh?Esordisce lei, sparando per prima. -Allora? Cosa vuoi da me?Chiede lui. Ili ride. -Guarda che sei venuto tu da me.-Sai bene cosa intendo. Perché quel venerdì sera mi hai baciato? E non una, ben tre volte. Perché?Trema Luca, nel suo metro e sessanta d’altezza. Un nanerottolo di due anni più piccolo di lei che la fissa con grandi occhi color cioccolato e la bocca rossa, carnosa, leggermente socchiusa. -Ero ubriaca.Risponde, lapidale. Fa per proseguire ma Luca la blocca di nuovo. Ili si guarda intorno: sono in una strada piccola, deserta alle due e mezzo del pomeriggio. Un brivido le scivola ghiacciato ed elettrico lungo la schiena. -Balle.Dice lui, fissandola rabbioso. -Senti Luca, dopo una doppia vodka ed una bottiglia di vino la gente solitamente è ubriaca.-Mi hai baciato, Ili. Che vuoi da me?Ili si passa la mano sul viso, in un gesto stanco. -Luca, un bacio non significa niente per me, lo sai, sono sette anni che ci conosciamo.-Ma non per me! Cazzo io.. io..-Tu cosa?Il nero degli occhi di Ili, pulito e liquido come inchiostro, lo fissa improvvisamente fermo e gelido. -Tu cosa?- Chiede ancora -Tu mi ami? Oppure sei rimasto deluso da me, la tua migliore amica? Oppure mi odi?-Tutte e tre- risponde lui, in un sussurro. -Tutte e tre?-Credevo di conoscerti. Ma forse mi sbagliavo.-Leva pure il forse.Avanza verso di lui. Luca indietreggia, spaventato dal tono improvvisamente stridulo della voce di Ili. -Tu non mi conosci affatto. Nessuno può dire di conoscere qualcuno. Né tantomeno una persona come me. Prova a chiederti: chi è Ili? Ti rispondo io: tutto e niente. Sono una puttana, ma sono anche un angelo; ho voce dolce e mani d’assassina; sono una guerriera ma ho il cuore codardo; credo in tutto ma non ho fiducia in nessuno. Vivo solo nei miei sogni; muoio nelle giornate. Cosa sai tu di me?Luca rimane stordito: non capisce cosa gli stia dicendo Ili. Tutto sembra confuso.. Ovattato. -Sai il mio compleanno? Sai il nome del mio cantante preferito? Sai il libro che porto nel cuore, i dettagli dei miei sogni, i miei tic?Sorride. -Forse sai tutte queste cose. Ma sai i miei significati? Sai cosa significano le mie nevrosi, perché amo quel cantante, quella musica, quella frase nera su bianco, sai perché sogno? Vedi oltre il nome, leggi oltre i caratteri? Tu non vedi, non sai vedere, come molti oltre te. Come me oltre te.


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Nessuno conosce il significato di qualcun altro. Ma almeno, non effigiarti di qualcosa che non sai.Lo guarda, sorridendo. -Allora, Luca, chi sono io?-Ili, o il demonio?Scoppia in una risata acuta e stridula, come unghie che graffiano una lavagna e Luca corre via, senza voltarsi indietro. Ili smette di ridere. Guarda la schiena del suo migliore amico scomparire a poco a poco lungo la strada, con occhi neri lucidi. -Non puoi amarmi.Sussurra, chinando il viso. Di nuovo sola.


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.VIII. Nel profondo. Strimpella due accordi sulla sua Ibanez nera, ma il suono esce storto, ringhiato. Controlla se la chitarra sia scordata. Nulla, è perfetta. Riprova a suonare, e neanche stavolta viene come vuole. Gli gira la testa. La chitarra cade dalle sue mani, scivolando al suolo con un tonfo che a lui pare morbido. Il tempo si ferma. Sente una mano premuta sulla sua testa, la guancia congelata dal pavimento. -Pensi davvero di meritarla?Riconosce quella voce. Così identica, così parallela alla sua. Stringe i denti. -LASCIAMI!-No.- risponde l’Altro. Inchiodato in quella posizione, non riesce a vederne il volto ma lo conosce fin troppo bene, vedendolo ogni giorno mentre si riflette nello specchio. -Pensi davvero di meritarla?-Di chi parli?-Di Ili.-Lasciami in pace, questa storia non ti riguarda!-Sì invece. Io sono te. Tu vivi in me come io vivo in te. Sento il desiderio che corre nelle vene, la voglia del suo dolore e del suo sangue nella gola. Sento i tuoi desideri.Sorride. Lo sente contro la sua nuca, sente il peso del corpo dell’Altro contro il suo. -Stuprala.-NO!-Uccidila.-NO!-Ucciditi, Matteo.La mano preme ancora e sente il viso sprofondare, come se le mattonelle beige della sua stanza si fossero tramutate in sabbia. Si sente andare giù, schiacciato da una parte troppo forte, fino a toccare l’inferno. -Tu sei merda. Sei marcio. Sei così disgustoso da fare schifo anche a te stesso. Il richiamo del sangue è sulla tua lingua. Sai che lei lo fa. Perché non partecipi e la tagli anche tu?Ride, un brivido elettrico corre lungo la schiena di Matteo, mentre gli occhi si muovono rapidi, scattando in ogni direzione. Sente la testa più libera, quanto basta per voltarsi, e osservare quel volto identico al suo. L’Altro regge tra le dita una bustina bianca, e ride. -La vedi questa?Matteo sbianca. -No..-L’hai trovata tu, ieri pomeriggio, nascosta tra le pagine delle Argonautiche. Perché non la sciogli un po’? Lo so, lo sai, che hai conservato il cucchiaino bruciato. E anche le siringhe.Soffia sul suo collo, posando la bustina vicina al suo viso, così dannatamente vicina al suo naso. -Lo sai che l’eroina ha un richiamo irresistibile.La testa preme contro il suolo, di nuovo, più volte, sbattuta contro un pavimento che sente morbido e umido, chissà, forse di lacrime, forse di sangue, forse di eroina liquefatta. L’Altro ride. -Andrea è morto per colpa tua.-NO!-Sì, e lo sai. È tutta colpa tua. Sei il male. Sei la Morte. Sei marcio.Ghigna. -Fatti.-


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Ripete, in una cantilena dolorosa. -Fatti.E lui no, non vuole!, ma che può fare contro di lui? -Fatti!Chiude gli occhi azzurri, mentre le lacrime gli annebbiano la vista. Non sente più dolore. -FATTI!Un lampo bianco, un’esplosione di luce negli occhi. Scosse elettriche percorrono il suo corpo mentre una sottile goccia di sangue riga il suo braccio dall’incavo del gomito. La bustina, stracciata e vuota, giace vicino la sua testa. I capelli sono sporchi di vomito, odorano di marcio - non sa più se è lui o la cena che ha rigettato-, il viso è graffiato ed imperlato di sudore. Lentamente, dolorosamente, un urlo animale di sofferenza lascia la sua gola, per impossessarsi dei muri della casa.


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.IX. Nel profondo II È nella sua stanza. Seduto sul letto, fuma un sigaro Al Capone e ascolta Snuff degli Slipknot dallo stereo. Chiude gli occhi. Li riapre. L'Altro è lì, davanti a lui. -Ti odio.Sussurra Matteo, stringendo i denti. L'Altro sbuffa un sorriso. -Che novità.Serpenti neri, verdi e oro coprono il pavimento strisciando, contorcendosi e risalendo verso il letto. Alcuni si attorcigliano alle gambe di Matteo, ma lui non si muove. -Non capisci quanto è semplice? Finiscila. Poni fine a tutto questo. Al tuo dolore, al tuo delirio.Matteo sorride. -Tu non sei nulla.Il ghigno dell'Altro vacilla. -Come?-Tu non sei nulla. Sei solo nella mia testa. Non esisti davvero: perciò non debbo ascoltarti.-Tu hai bisogno di meSussurra l'Altro, fissandolo smarrito. Matteo si alza. Si sente potente. Si sente più grande. Più forte di quell'allucinazione. Prende l'Altro per il collo, sbattendolo contro il muro. -Non hai più potere su di me. Quello che faccio è solo una mia scelta. Questa è la mia vita, vedi di non impicciarti.-Tu hai bisogno di meSussurra nuovamente il suo doppio, artigliandogli la faccia con le unghie. -NON HO BISOGNO DI TE!Lo sbatte più forte contro il muro, avvertendo un dolore acuto alla nuca. -Non puoi dirmi cosa fare. Deciderò solo io. Se morirò, sarà perchè lo voglio io. E ora..Stringe il suo collo ancora più forte, mentre i serpenti gli ricoprono le braccia. -Muori!Un rumore sinistro come di legno spezzato. L'Altro diventa polvere tra le sue dita, insieme ai serpenti che svaniscono. Si guarda le mani, e ride. Quel pomeriggio, quando va a prendere Ili, la prima cosa che lei fa non è abbracciarlo o baciarlo, ma toccargli la guancia. -Cosa sono questi graffi? E questi segni sul collo?Lui sorride. -Nulla, sono solo caduto per strada.. Tutto qui.-


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.X. De profundis clamavi ad te. Urla. Urla schiantando le corde vocali del proprio cuore, vibrando con gli occhi in frantumi. L’anima in viaggio per un calvario inaspettato, crocifissa senza pietà dal sangue innocente versato da Matteo. Urla e batte i denti, le gambe, le braccia, il cuore nel petto; qualcosa batte di sicuro e Manu le tiene ferma la testa con un braccio e il petto con l’altro, inchiodandola al suo cuore per bloccare l’ennesimo tentativo di scontrare violentemente la fronte contro il muro. -Ili!Chiama il suo nome, la implora di calmarsi, di ragionare, di non stare male; ma ad ogni nuova parola snocciolata con dolcezza lei parte con altre urla cariche e nuove lacrime. Dolore. Completamente accecata dal dolore. Immersa in un bianco senza fine, da quel dannatissimo giorno. Avrebbe voluto non esserci, eppure lui c’era! Era presente mentre Ili... Ili...

Un nuovo urlo, Ili si libera dalla sua presa e dà una potente testata al muro; e, incurante del livido violaceo sulla sua fronte, continua a colpirlo senza pietà per sé stessa, senza smettere di urlare e piangere. Manu la prende con sé nuovamente, gridando anche lui perché la smetta, e grida si accavallano su grida, strilli su strilli, Ti Prego su note acute senza senso come la vita di Ili in quel momento. Cade in ginocchio Ili di cristallo; si sentono le sue ossa scricchiolare senza rompersi, Manu l’afferra prima che svenga e stringe la sua testa affannata al petto, mentre lei rantola. -Basta.. Basta..Mormora Manu, visibilmente stanco, provato da quel gioco crudele che lei opera su sé stessa e su di lui. Una punizione che involontariamente colpisce anche lui. -Perché…Soffia lei, chiudendo gli occhi. -Perché gli assomigli così tanto..?Sviene.

Manu è davanti allo specchio. Odia il suo aspetto; ha sempre detestato quegli occhi grandi e calmi, neri, dallo sguardo caldo e avvolgente; quella bocca piena e rossa, seducente, trappola innocente per i baci; i lineamenti delicati da ragazzino. I capelli, neri e morbidi, li aveva sempre portati lunghi, fino alle spalle e oltre, proprio come Matteo, per una strana coincidenza. Ili lo aveva ripetuto sempre, con gli occhi che sorridevano, che si assomigliavano in una maniera impressionante. Ora lo sussurra rantolante di dolore, lo sguardo spento ed incrinato dalle lacrime. Prende un paio di forbici.


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Ciocca dopo ciocca, i suoi capelli cambiano forma, non sono più così lunghi, non sono più portati come li portava Matteo, paralleli e scomposti; ora sono scalati e lisci, incorniciano un viso ora un po’ più maturo. Si guarda allo specchio, Manu. Senza vedere più il ragazzino. Solo Manu.


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.XI. Rituale Una sigaretta accesa oscilla tra le sue labbra tremanti, in bilico tra la bocca e il pavimento. Batte ritmicamente la nuca contro il muro, cercando di esorcizzare quel fastidioso ronzio nella testa. Si guarda le gambe ossute, fasciate da jeans scoloriti dall'usura. Le fa ondeggiare. Le sembra che la camera si muova, come una scialuppa tra le onde del mare, incessantemente oscilla e rolla. Prende la confezione bianca delle lamette. È la quarta che compra quella settimana. Manu continua a fargliele sparire. La apre, incidendo con l’unghia lungo la linea tratteggiata, afferra la bustina contenente la lametta e la apre, tirando fuori quella sottile lamina tagliente. La guarda scintillare appena riflettendo la luce tenue della lampada. Preme il filo della lama sulla propria pelle. Rimane ferma per un attimo. Poi, con un gesto rapido da assassina, incide. Cadono due gocce di sangue sul pavimento di legno lucido. Luccicano di un rosso così vivo e puro da commuovere. Osserva la ferita aprirsi slabbrata, come uno storto sorriso. Le sorride di rimando, come a darle il benvenuto tra le sue braccia. Guarda le profondità della sua carne aperta che pulsa. Il dolore arriva, intenso e accecante come una vampata di fuoco, ma lo trova quasi piacevole. Pulisce. Purifica. Cancella. Chiarisce. Osserva il sangue correre in rivoli lungo il suo braccio, colorando vecchie e nuove cicatrici, vecchi e nuovi ricordi. Dopo un po' afferra un fazzoletto di carta dalla sua borsa e tampona quel sorriso, cercando di pulire il sangue. Il suo braccio olivastro è arrossato per lo sfregamento e per il trauma. Lascia che il fazzoletto si incolli alla pelle. Inspira dalla sigaretta. Sbuffa una nuvoletta di fumo, aprendo la bocca. Una bianca scia fugge dalle sue labbra e lei immagina che sia la sua anima. Spera sia la sua anima. Inspira un'altra boccata. La sigaretta brucia velocemente. Guarda la sua testa accesa, rigirandosi il filtro tra le dita scure. Ammira quell'estremità brillare viva come un faro nella penombra. Tira un'ultima boccata. Tende il braccio, stirando i muscoli piccoli e sodi. Cerca spazio tra le cicatrici. Cerca un vuoto da riempire. Lo individua vicino al suo polso. Con una rabbia e una furia che raramente aveva provato spegne la sigaretta sulla pelle, schiacciandola e storpiandola, con la cenere e le scintille che rotolano giù dal braccio, mordendosi le labbra per non gridare mentre una sofferenza incandescente, elettrica quasi, le percorre i nervi fino al cervello. Il filtro spento rotola sul pavimento. Si stringe il polso tra le dita, portandolo vicino al viso, respirando l'odore di carne bruciata. Una piccola ferita circolare, grigia e nera di cenere, sanguina appena vicino la vena del polso. Guarda la sua forma concava, scavata nella carne, inspirando profondamente. Fa più male di qualsiasi altra cosa. Pulsa più di qualsiasi altra cosa. La pelle circostante la bruciatura si arrossa, traumatizzata. Con le dita tremanti cerca di pulire via la cenere. Preme un altro fazzoletto sulla nuova ferita. Si chiede perché lo fa. Si chiede chi sta punendo. Si chiede perché non urla. Si chiede a chi domandare aiuto. Si chiede perché lo fa. Si chiede perché faccia così male. Si chiede se è ancora umana. Si chiede perché non si uccide. Si chiede perché vuole vivere. Si chiede quando smetterà di pagare per tutti gli errori commessi. Si chiede dov'è Dio. Si chiede perché non la uccida Lui.


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Glielo chiede. Chiede a Dio di ucciderla. Chiede a Dio pietà. Chiede al Dio in cui non ha mai creduto di salvarla e farle dimenticare tutto. Chiude le mani in preghiera e allaccia le dita così strette che le nocche sbiancano. Piange. Lo supplica. Chiede una fine. Implora per una fine. Lo prega dal profondo del suo cuore, lo prega e piange rompendo gli argini della sua apatia, con le lacrime che scorrono senza freni sul suo volto, prega e prega ripetendo sempre le stesse parole, sempre la stessa frase. Perché è troppo codarda per farlo da sola, troppo spaventata per tentare, troppo giovane per non temere. "Ti prego, uccidimi."


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.XII. Isola Natia Dalla cima della città si respira aria fredda e calma. Si respira pace. Dalla cima della città, dal palazzo a dodici piani abbandonato e fatiscente vicino alla litoranea; dal suo terrazzo, la città si stende a macchia d’olio, enorme, luccicante, brulicante di persone, automobili, biciclette e motorini. Dalla cima della città lei può urlare e cantare senza che nessuno la possa chiamare pazza. Ma non urla né canta questa sera; è seduta sul bordo del tetto e fuma Black Devils, guardando la città e il suo mare, in silenzio. Lo sguardo aperto come un cielo. -Ili?Si gira. Matteo è al suo fianco, le porge una Tennent’s ghiacciata che lei subito accetta e beve. Gli fa cenno di sedersi accanto a lei, lui esegue. -Che guardi?-Il mare.-Ti piace?-Molto. Moltissimo. È la mia forza.-È per questo che stai sempre arrampicata sul Trabucco?Lei sorride, abbassando lo sguardo verso la birra. -Forse. Può darsi.Ora è lui a guardare l’orizzonte. La Tennent’s finisce velocemente nella sua gola mentre osserva quel cielo nero punteggiato di stelle, che sfuma nel bianco quando sfiora il confine della città. Guarda le stelle sopra di lui. Le conta. Chissà se è l’Orsa Maggiore quella sulla sua testa. Ili fruga nella propria borsa e ne esce una bottiglia di sangria, quella buona buona che a lei piace tanto. Inizia a berla con grossi sorsi; è fresca e va giù dolcemente. La passa a Matteo, tenendola per il collo. -Mi piace questo posto.Matteo annuisce, bevendo quel vino fruttato. -Piace anche a me. Qui c’è silenzio, c’è buio, c’è pace. Potremmo fare l’amore qui sul tetto, sopra le teste di centomila persone, e nessuno se ne accorgerebbe.-Possiamo fumare o ubriacarci, per non dire scopare, senza che nessuno ci fermi. È eccitante.Ili struscia la guancia contro la spalla di Matteo. -Sai, a parlarne mi è venuta voglia.Dice, semplicemente. Matteo arrossisce. -Beh, se vuoi..- Lascia in sospeso la frase, accarezzandole la guancia. Ili lo bacia. -Voglio, voglio..-


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.XIII. Blackbird Trascina i piedi contenuti nelle Converse taglia trentanove, coi passi calcati dal peso dello zaino scolastico; guarda per terra distrattamente mentre in testa si rigira una canzone che gli piace tanto. Sente una mano sulla spalla e si volta sorpreso, trovandosi davanti il viso chiaro e sorridente di un ragazzo dagli intensi occhi color mare. -Ciao- lo saluta lo sconosciuto. Manu lo guarda dal basso, un po' intimorito e imbarazzato. -Ciao.-Manuele, giusto? Ili mi ha parlato di te.Gli occhi neri di Manu si sgranano e un sorriso si disegna sul suo volto di bambino. -Sì, sono io.-Io sono Matteo- si presenta il ragazzo dagli occhi blu, stringendogli la mano. -Ti va un caffè?Ed eccoli lì, seduti agli estremi di un tavolino di vimini del bar Morrison, il ragazzo di Ili e il migliore amico di lei. Si guardano: Manu con imbarazzo, Matteo sorridendo rassicurante. Il barista posa due tazze davanti a loro: caffè per Matteo, cappuccino per Manu. Il ragazzo dagli occhi blu guarda il più piccolo e sogghigna divertito. -Beh, che c'è?- domanda quello, guardandolo perplesso. -Niente, niente. È che.. Ha ragione, Ili, quando parla di te.- risponde lui, mescolando il caffè col cucchiaino. -E che dice di me?- chiede Manu, sospettoso. Matteo ride. -Che sei... "adorabile".Il viso ovale di Manu arrossisce di colpo, colorandosi fino all'orecchio di imbarazzo. -Io.. Io non la trovo una cosa simpatica da dire, eh..L'altro ride, mollandogli un buffetto sulla guancia. -Ah, che carino, sei diventato tutto rosso!-E piantala!- Gli tira un pugno leggero sulla spalla e Matteo alza le mani in segno di resa, sorridendo. -Okay, okay, scusa."Blackbird singing in the dead of night Take these sunken eyes and learn to see All your life You were only waiting for this moment to be free.." La filodiffusione del locale trasmette Blackbird dei Beatles. Alle prime note del brano entrambi i ragazzi alzano la testa di scatto, verso l'altoparlante più vicino, con un sorriso sulle labbra. -Ti piacciono i Beatles?- chiede Matteo, tornando a guardare la sua tazzina. Manu sorseggia il cappuccino quasi tiepido, annuendo. -Abbastanza. Diciamo che è il mio gruppo preferito in assoluto.Matteo beve il suo caffè, posando la tazzina vuota prima di rispondere. -Beh, abbiamo una grande cosa in comune allora. Dopo questa mi sei ufficialmente simpatico.Stavolta è Manu a sorridere. -Grazie eh. Come a dire che è l'unico pregio che ho.Il ragazzo dagli occhi blu ridacchia, scostandosi la frangia dal viso. -Suoni qualche strumento, per caso?-Vale la pianola che ti insegnano alle medie?-Non credo.-Allora no.Matteo gli sorride, stiracchiandosi sulla sedia. -Allora quando tiro le cuoia ti lascio la mia chitarra in eredità. Non è mai troppo tardi per iniziare.-E se io non fossi interessato?- sorride Manu.


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-Non devi mica diventare una rockstar. È solo un modo come un altro per esprimere il proprio amore per la musica.-Allora.. Diciamo che ti ringrazio. Ma cerca di "tirare le cuoia" il più tardi possibile.Manu sorride, ma Matteo lo fissa con quei seri occhi blu profondi come l'oceano, dal colore quasi disturbante. Deglutisce a vuoto, turbato, e distoglie lo sguardo. L'altro accenna un sorriso. -Beh.. Sarà meglio che io vada.- Matteo si alza, facendo retrocedere la sedia di vimini. Lascia un paio d'euro sul tavolo e tende la mano verso Manu, tranquillamente. Lui la stringe, oscillandola appena, e rabbrividisce al contatto con quelle dita gelide. -Sono felice d'averti conosciuto. Sei un bravo ragazzo. Con te la mia Ili sarà in buone mani.Manu lo guarda stranito. -Cosa.. Cosa vuoi dire?-Niente. Non preoccuparti.- Matteo gli scompiglia i capelli neri affettuosamente, con fare da fratello maggiore; Manu si stringe nelle spalle imbarazzato, socchiudendo gli occhi. -Ciao piccoletto. Mi sarebbe piaciuto conoscerti prima, potevamo essere buoni amici.-Non è ancora tardi. Possiamo essere amici se vuoi.Matteo guarda quel viso da ragazzino, colorato da un leggero rossore, con un'espressione di sorpresa. Sorride. -Certo.- Anche Manu sorride, con una piccola gioia che lo riscalda dall'interno. -Allora a presto, Manu.-Ciao, Matteo.Lo saluta agitando la mano, guardando la sua schiena scomparire in fondo alla strada. Sul suo viso c'è ancora quel sorriso ma qualcosa, una frase, sta già corrompendo quella gioia con l'inquietudine. "Con te la mia Ili sarà in buone mani."


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.XIV. Partire per non tornare -Ili?-Sì?-Mi ami?-Sì.Preme ancora di più la testa contro la sua pancia piatta. Le ossa del bacino sporgono leggermente ma non gli fanno male. -Ili?-Dimmi Matteo.-Mi seguiresti ovunque, qualsiasi cosa facessi?-Anche il capo al mondo.-...Vado un attimo in bagno.Matteo si alza velocemente, così velocemente che gli gira la testa e barcolla leggermente; Ili lo guarda uscire dalla stanza con espressione seria e lui non si gira nemmeno una volta. -Matteo?È da più di mezz'ora che è in bagno; si alza dal divano e va a passi veloci davanti alla porta. Bussa. -Matteo?Nessuna risposta. Bussa di nuovo. -Matteo? Ci sei?Nemmeno un fiato. Posa le dita sulla maniglia che mai le era parsa così gelida; la abbassa lentamente e si accorge che la porta è aperta. -Matteo, io entro eh..Matteo la fissa con la guancia poggiata sulla tavoletta del water, gli occhi azzurri aperti come i polsi che ricolorano di nero sanguigno la tazza e il pavimento in schizzi cruenti. Una lametta da barba giace vicino alla sua mano destra, completamente rossa. -Matteo..?Sussurra Ili. Cade in ginocchio. -Ili..Mormora lui, gli occhi che tremano mentre si chiudono poco a poco. -Matteo!Lo chiama in un sussurro strozzato e gattona fino a lui, macchiandosi le ginocchia e i palmi delle mani piccole. -Ili..La guarda con gli occhi azzurri socchiusi; le labbra sono secche e la pelle diventa pallida sempre di più. -..Ti prego, Ili..Una pausa, riprende fiato. -Con me.. Solo..Mormora. Ili sente il suo viso bagnarsi di lacrime. Si morde le labbra, la gola strangolata dal dolore. Scuote la testa. No, non vuole morire con lui. Matteo sorride appena. Ili tira fuori il cellulare dagli shorts macchiati, con mani tremanti. -Qual è il numero dell'ambulanza?! Ti prego, Matteo!Si odia per non ricordare quelle stupide tre cifre. -Matteo, il numero!Lui continua a sorridere e chiude gli occhi.


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-Scusa.. Se.. Ti.. Spaven..Si zittisce. Ili lo guarda con occhi neri sbarrati, lasciando cadere il cellulare. Mette le mani sulle sue spalle, iniziando a scuoterle piano. -Matteo? Matteo, ti prego..Non vede nulla, accecata com'è dalle lacrime, il cuore che minaccia di scoppiarle nel petto. Continua a implorarlo, a supplicarlo di svegliarsi e aprire gli occhi, con la gola soffocata da un nodo troppo stretto. Scuote le sue spalle più forte. -Matteo...Un sussurro. Ritira le mani, e Matteo continua a sorridere senza respirare. Si guarda le mani. Sono rosse del sangue di Matteo. Urla. Urla così forte da sentire la sua gola vibrare. Urla, graffiandosi la faccia con le unghie e rigandosi la pelle col sangue che le macchia le mani, continua a guardarlo con occhi colmi di lacrime cercando un segno, qualcosa che le dica che è ancora vivo. Urla, lasciando impronte rosse sui muri, sul lavandino, finché non va a sbattere la testa contro i vetri della finestra, come una falena impazzita, accasciandosi singhiozzante davanti ad essi. -...Manu? Sono Ili. Ti prego.. Aiutami.. Matteo.. Matteo.. Matteo...-


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Lucido Aspettami. Aspettami, Matteo. Scriverò di noi, della nostra storia. Prenderò in prestito i nomi di Tristano ed Isotta, di Faust e Gretchen, di Achille e Briseide, persino quelli di Romeo e Giulietta, e scriverò un inizio di libro, un principio di storia, scriverò di noi; e in fondo ne ho scritti tanti, di inizi; questo lo scriverò piccolissimo tra i titoli di coda di questa vita che ci guarda e ride, pensa di averci sconfitto ma non è così, dillo anche tu, Matteo mi vida mi corazón mi esperanza scriverò ancora, ricominceremo, staremo insieme stavolta. Tu aspettami, leggeranno la nostra finzione che menzogna non è, ma così crederanno e rideranno di noi, ma tu non ti voltare; solo qualcuno pregherà e spererà per noi e allora volerai, volerai lontano, lontano anche da me, da questa vita di merda ma sarai salvo, e ti disegnerò una durlindana con cui combattere i tuoi fantasmi perché questo NON È un altro sogno, non è un’altra storia, è solo l’ennesima triste stupida storia d’amore ma ti farà piangere, Matteo, e asciugherò quelle lacrime con i fogli e diverranno parole che resteranno, a fare nostre le storie di altri, a incoraggiarli a non mollare e ad amarsi follemente ed intensamente come solo i giovani sanno fare, solo noi che siamo pazzi e noi lo eravamo, Matteo

E allora dov’è finito tutto, il Caffè con Vista, il Trabucco, il Castello, il magazzino dove facevamo l’amore, dove sono i nostri giorni splendenti che facevano lucidi i nostri occhi, dove sono quelle ingenue cazzate quei coraggi e quei timori e i baci gli abbracci le risate

Tutto

Tu, dove sei?


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.XV. Scommessa Parte II Lascia le sue labbra. Non avrebbe mai creduto che sarebbe stata lei, però quello è e rimane il suo primo bacio. Si tocca i capelli, leggermente imbarazzato, e aspetta una sua qualsiasi parola. -Baci bene.- commenta Ili, abbassando lo sguardo corvino con un sorriso. E lui si sente male. Si sente ferito. Come può limitarsi ad un semplice "baci bene"? Chi se ne frega di come bacia, è altro che a lui interessa! ..Ma cosa? Si porta una mano alle labbra e le accarezza con un gesto. -Ili..-Dimmi, Manu.-..Ti amo.Più che a lei l'ha detto a se stesso: un chiarimento, per se stesso. -Io ti amo, Ili.Lei si volta, dandogli le spalle. Stringe i pugni le cui nocche sbiancano. -No, Manu.-Che significa? Io ti amo, Ili.-Sta zitto.-Ti amo, Ili.-Sta zitto.-Ti am-STA ZITTO!Gli tira un ceffone, così forte da stampargli le cinque dita sulla guancia. Dallo shock a Manu scappa una lacrima. -Perché?Sussurra. Ili trema. -Non lo dire mai più. Non lo fare. Non amarmi.Si gira per andarsene ma non fa due passi che Manu la afferra per un polso, tirandola a sè con tutta la forza che ha. La tiene prigioniera tra le sue braccia, affondando il viso nei suoi capelli neri e trattenendo le lacrime, strizzando gli occhi mentre i deboli pugni di Ili si abbattono sul suo petto e lei urla. -Lasciami! Lasciami andare subito!E alla fine quel che lui si aspettava accade. Ili inizia a gridare il nome di Matteo. Rimane fermo sul posto, in piedi, solido come un albero mentre Ili piange tra le sue braccia e batte colpi contro il suo petto. La lascia invocare Matteo finché vuole, la lascia piangere e sfogare ma non la lascia un istante. Appena si calma accosta le labbra al suo orecchio e sussurra, con voce gentile. -È passato un anno ormai.. Dimentica ora.Ma a quelle parole Ili ricomincia a piangere, gridando ancora il nome del ragazzo, e Manu è costretto a fermarle i polsi con le mani. -Smettila Ili, basta!Lei non lo ascolta, e Manu esplode. -BASTA, ILI! MATTEO È MORTO E URLARE NON LO FARÀ TORNARE INDIETRO!Ili si zittisce, alle parole del ragazzo. Rimane ferma a guardarlo, con occhi colmi di lacrime. -Manu..-Dimmi, Ili.Lo abbraccia, cingendogli il collo con le braccia ossute e coperte di cicatrici, lo abbraccia e singhiozza contro il suo collo.


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-Aiutami, aiutami Manu..-Non preoccuparti, amore mio, ci sono io qui per te.E chissĂ  perchĂŠ, sta piangendo anche lui.


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.XVI. Aghi Manda giù il quarto bicchiere di vodka. Fortuna che alla Birreria li fanno belli grandi. -Dammene un altro.Mormora a Pino, il barista. -Bella, sei già a più di quindici euro. Sei sicura?Ili gli molla una cinquanta euro sul bancone, fregata poco prima dal portafogli del compagno della madre. -Fammi venticinque euro di vodka e dammi il resto.Pino fa spallucce, le versa altri due bicchieri e le cambia la banconota. Roulette dei System of a Down suona piano dallo stereo del locale. Lei lascia andare la testa sul tavolo di legno scheggiato: fissa il bicchiere e il riflesso del suo volto magro. Butta giù l'alcolico con un solo, rapido gesto e passa al secondo e ultimo bicchiere. -Scusa, posso conoscerti? Sei davvero molto carina..Un uomo, forse più ubriaco di lei, le soffia queste parole sul collo; lei ingolla il fondo di vodka nel bicchiere e butta a terra lo sconosciuto. Scende dalla sedia ed esce dal locale, camminando sul braccio dell'uomo, incurante delle sue urla. Infila le cuffie del lettore mp3 nelle orecchie. Dagli auricolari Roulette riprende a suonare dolcemente nelle sue orecchie, e lei ripensa a Matteo. Non ci sarà più il suo abbraccio. Non ci sarà più la sua voce. Non ci saranno più i suoi baci, i suoi sospiri, le sue mani sulla sua pelle e le sue risate, il suo sorriso gentile, il suo modo dolce di fare l'amore con lei, di farla sentire amata. Non ci sarà più lui. Piange Ili. Le lacrime le scorrono libere sul viso, mentre cammina a testa alta lungo le strade della città, cercando un posto in cui tornare. Svolta per un vicolo e continua a camminare, piangendo e tormentandosi con i ricordi che si affacciano nella sua mente. -Mi ami?Lui ride e si passa una mano nei capelli lunghi e castani. Nel farlo la manica della camicia si sposta e rivela un polso ossuto rigato di rosso. Arrossisce, Matteo cuor gentile. -Certo, piccola. Non dubitarne mai.-

Per la vista offuscata dall'alcol e dalle lacrime Ili inciampa nel marciapiede e cade contro un cancello, battendo la spalla. Singhiozzando si rialza a malapena. Si sfiora la spalla scura, bollente per il colpo, e continua a piangere. -Mi seguiresti ovunque, qualsiasi cosa facessi?-Anche in capo al mondo.Perché non era morta con lui? L'aveva tradito, ecco qual'era la verità. L'aveva tradito perché aveva paura, l'aveva lasciato morire da solo.


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-Cosa sono questi graffi? E questi segni sul collo?Lui sorride. -Nulla, sono solo caduto per strada.. Tutto qui.Perché non aveva capito subito cosa stava succedendo? Perché non lo aveva aiutato? Cade in ginocchio. -Matteo ti prego perdonamiMormora, con la vista completamente offuscata dal pianto. Si copre il viso con le mani ossute. -Torna da me..Un uomo le si avvicina piano e l'aiuta a rialzarsi. -Ti serve aiuto?- domanda. La guarda con timore e dolcezza e lei capisce che non ha cattive intenzioni. -No.. Mi scusi.-Stai bene?Perché sua madre non le ha mai detto una frase simile? -Sì... Davvero, non si disturbi.-Non posso lasciarti così.. Mi fa troppa pena. Che ti è successo?Ili lo osserva meglio: ha i capelli bianchi e corti, il suo viso stanco e rugoso è abbronzato e scuro come il suo. Avrà sicuramente più di sessant'anni. Ili continua a piangere. Perché il primo adulto che si preoccupa per lei deve essere uno sconosciuto? -Tesoro..-Mi scusi, una persona a me molto cara non c'è più. Mi lasci sola.Il vecchietto rimane in silenzio, la guarda alzarsi e allontanarsi piano, per poi iniziare a seguirla a debita distanza, sempre con quello sguardo affettuoso e preoccupato. È in quel momento che Ili lo riconosce: è uno di quei pescatori con cui si ferma sempre a parlare sul Trabucco. Quel nonnino, a cui lei tante volte aveva tenuto compagnia, ora è lì, dietro di lei, a preoccuparsi come se fosse davvero sua nipote: e lei si sente ancora più triste. In lontananza vede la saracinesca grigio spento del magazzino di Matteo, di cui ha le chiavi. Il vecchietto s'avvicina. -Grazie per avermi accompagnata.Lui sorride con quella bocca grinzosa e secca, ma così dolce in confronto a quella di sua madre, sempre digrignante. -Di niente tesoro. Spero di vederti ancora. Vieni ancora a trovarmi, quando passi dalla scogliera.Si allontana con passi leggeri, resi tremanti dalla sua età. Ili apre la serranda del magazzino, richiudendola alle sue spalle una volta entrata; si butta sul divano, addormentandosi e smettendo di pensare.


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.XVII. Incubo Si rigira nel letto, stirando gli arti. Sonnecchia rannicchiata da un paio d'ore e finalmente si rilassa, occupando col proprio corpo lo spazio necessario. Non riesce a dormire bene da mesi. Da quando Matteo non c'è più. Il suo respiro si regolarizza e lei si stende sulla schiena, con le palpebre che tremano e i capelli neri sparsi sul cuscino. Di colpo sente un peso sul petto. Apre gli occhi e riconosce le braccia chiare che le cingono il collo esile. Sorride ricambiando l'abbraccio e baciando quei capelli che le mancavano così tanto. -Mi manchi- sussurra, trattenendo una lacrima. Gli accarezza il viso. La sua pelle è morbida e appena tiepida, fremente, umida di sudore. Cerca di sollevarsi per guardarlo ma il peso del corpo del ragazzo sul suo le impedisce di alzarsi; gli prende il volto nella coppa delle mani ossute e lo solleva per osservarlo meglio. Matteo sta morendo. I suoi occhi blu sono vitrei, coperti per metà dalle palpebre che sembrano sul punto di chiudersi per sempre; il suo respiro è debole, affannato e stanco. Il suo cuore ha il battito di un uccellino. Non ha nemmeno le forze per guardarla in viso. Eppure il suo corpo la inchioda al materasso, obbligandola ad assistere per la seconda volta alla sua morte. Le lacrime riempiono gli occhi di Ili e lei cerca di urlare, spinge i polmoni perché caccino il grido più alto e terrorizzato della sua vita ma lei è come insonorizzata, la sua gola vibra senza emettere alcun suono. Matteo si lascia andare sul suo seno, con i capelli castano scuro che gli coprono il viso. Il suo corpo diviene freddo, per l'ennesima volta. Ili urla. Urla svegliandosi dall'incubo, urla facendo tremare il petto di orrore, grida disperata catapultata da un incubo all'altro. Grida e piange, perché la realtà è quella. Matteo se n'è andato, e se n'è andato per sempre.


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.XVIII. Primo contatto C'è tanta, troppa gente in piazza stasera. E anche se si trova su quel palco, improvvisato dalla Birreria, Matteo si sente soffocare lo stesso. Sente tutte quelle mille mani sotto di lui tendersi per toccarlo, strangolarlo, tirarlo giù per divorarlo. Suona la chitarra comprata sei anni prima con bravura e velocità: è per questo che Ale gli ha chiesto di suonare con loro, rimpiazzando per una sera il legittimo chitarrista, inchiodato in casa da tre giorni per un due in algebra. Chiude gli occhi e sfiora le corde col plettro, facendo scivolare le dita sui tasti della sua chitarra Ibanez laccata di nero. Suonare lo libera, lo tranquillizza. Non gli lascia spazio per pensare, e forse è per questo che suona con tanta passione. Dopo un'ora gli applausi di quel pubblico mal assortito lo risvegliano dalla sua estasi musicale; mentre Ale e il suo gruppo si beano dei complimenti, lui scivola via e si allontana, silenzioso come un'ombra. -Ehi, chitarrista misterioso, mi offri una sigaretta?Alza per un attimo lo sguardo blu mare, distogliendolo dalla Lucky Strike che brucia pigramente tra le sue dita. Fissa la proprietaria dell'insolente voce: è una ragazzina con capelli neri lunghi fino al bacino, vestita solo di un jeans e una canotta nonostante il fresco che ancora persisteva in quei giorni di Marzo. Avrà al massimo quattordici anni. -Non sei un po' troppo piccola per fumare?- le risponde, soffiandole il fumo in faccia. -Legalmente posso, dato che ho più di sedici anni. Ma se non vuoi darmela chiederò a qualcun'altro. Ciao.Si volta e muove qualche passo. Matteo la ferma. -Stavo scherzando. Se vuoi possiamo fumare insieme.La moretta sorride, una mezzaluna bianca su un viso dalla pelle scura. -Okay.Fumano in silenzio. Lei aspira a fondo, lasciandosi bruciare i polmoni; lui si gode il sapore del tabacco, fumando più lentamente. Di tanto in tanto la guarda ma quella strana ragazza, spuntata da chissà dove, guarda dritta davanti a sé e non dice una parola. Matteo comincia a sentirsi a disagio. -Allora..-Sei fidanzato?- spara a bruciapelo la sconosciuta. -No..- risponde lui, sorpreso. -Perfetto.Schiaccia il mozzicone ormai terminato con un colpo secco del piede, e si alza. Gli tende una mano scura, dalle dita sottili. -Ti va di scopare?-Come, scusa?Chiede lui in risposta. È arrossito leggermente e fissa gli occhi neri, fermi e seri, della ragazza coi suoi azzurri, sbarrati ed increduli. -Stai scherzando?-Affatto. Casa mia è qui vicino e i miei sono fuori per lavoro.-


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Risponde lei senza distogliere lo sguardo o scostare la mano. Immobile come una sfinge. Cos'ha da perdere, in fondo? Con questa frase come risposta, Matteo afferra la mano della sconosciuta e si lascia condurre lungo le strade, fuori dalla piazza, oltre il centro commerciale, fino ad un palazzo vicino la litoranea; la mora non si gira nemmeno una volta e non parla, semplicemente stringe la mano di Matteo, calda come la sua, come se fosse la cosa più naturale del mondo, conducendolo in quello che potrebbe essere un covo di assassini o il Paese delle Meraviglie. Entrando nell'ascensore del palazzo la ragazza continua a non guardarlo ma lui respira la sua eccitazione. Non capisce se è una fortissima timidezza o un grande egocentrismo a farla agire così; non la capisce punto e basta, è difficile da decifrare com'è giusto che sia, per un estraneo. E rigirando nella testa questi pensieri non si accorge nemmeno di essere entrato in un appartamento e che lei ha chiuso a chiave la porta alle loro spalle. -Senti, sei sicura diNon finisce la frase che la ragazza preme le sue labbra contro le sue, invadendo la sua bocca con la lingua. Adesso Matteo può percepire anche la propria eccitazione mentre quell'assurda ragazza dai capelli lunghissimi gli apre la camicia; piano posa la custodia della chitarra e le infila le mani sotto la canotta, scivolando sui suoi fianchi, per sdraiarla lentamente sul pavimento freddo. -È bella la vista da qui.Mormora lui, con solo i jeans schiariti addosso, sbuffando fumo bianco. Lei, vestita solo della camicia di lui, le braccia olivastre graffiate da numerose cicatrici pallide poggiate sulla ringhiera, annuisce brevemente. -Senti, hai voluto scopare, ma non so nemmeno come ti chiami o quanti anni hai! Non so nemmeno se è legale, quello che ho fatto!Sbotta lui, guardandola con stizziti occhi azzurri. Lei sorride. -Ili per gli amici. Ho diciassette anni, ad ogni modo. Tranquillo.- ride. -Tu?-Matteo.. Matteo Del Vecchio. Ho diciannove anni.-Matteo..- Ili socchiude gli occhi come una gatta che fa le fusa. Aspira una boccata di fumo dalla sigaretta e la soffia via velocemente. -Mi piace.Gli tende una mano scura, sorridendo. -Andremo d'accordo, io e te.-


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.XIX. Ritratto famigliare -Per l'ultima volta, Ili..Persino quella signora grassottella come una bambola di pasta la chiama col suo soprannome, ma è solo dovuto al fatto che almeno così qualcosa la dice. La donna si passa stancamente una mano sul volto, tirando la pelle flaccida e lucida. -..Vuoi dirmi come ti sei fatta quei lividi?Ili volta la faccia, fissando la finestra alla sua destra. Inconsapevolmente da così a quella donna la possibilità di osservare meglio il livido viola sul suo zigomo e il taglio che le divide l'estremità del sopracciglio sinistro, non ancora rimarginato. -Ti prego, Ili, dimmi qualcosa.-Sono caduta dalle scale.La donna, una psicologa, sospira davanti all'ennesima menzogna. Sa che è una bugia. Non ha il dono dell'onniscienza, ma una media di tre cadute dalle scale alla settimana sono troppe pure per la persona più sbadata del mondo. -Per favore, Ili..La ragazza, con i lunghissimi capelli neri legati in una coda, si volta e la fissa duramente a braccia incrociate. -Sono davvero caduta dalle scale. Non ho altro da dire. Posso tornare in classe, ora?La psicologa dell'istituto sospira rassegnata. -Come vuoi.-Eccoti di nuovo qui.La psicologa fissa Ili da sopra i suoi occhiali cerchiati di metallo blu. -Cos'è successo stavolta?Ili la guarda dritta negli occhi verde chiaro. -Dovrebbe saperlo, visto che è stato il preside a mandarmi da lei.La donna annuisce. -Sì, ma voglio sentire la tua versione dei fatti.Ili ride, ma è una risata vuota, ironica. -La mia versione? Senta, ho picchiato due ragazze: quale dovrebbe essere la mia versione? Che si sono picchiate da sole e che quindi sono innocente?Ili si sfiora l'occhio destro, nero e tumefatto, con le dita, ritirandole istantaneamente elettrizzata dal dolore. La psicologa sospira. -No. Voglio sapere da te perché l'hai fatto.Ili si irrigidisce sulla sedia. Scioglie l'intreccio delle sue braccia e fissa fuori dalla finestra un cardellino dalle piume scure, che saltella pigolando sui rami di un pino nel giardino. Lo osserva cinguettare, tendendo il collo verso l'alto. Poi parla. -Le ho picchiate perché dicevano che mia madre è una troia.-Le hai picchiate perché l'hanno insultata?Ili sospira. -No.. Le ho picchiate perché è vero.La psicologa sgrana gli occhi verdi e la sua bocca si piega in una smorfia di stupore mentre Ili si arrotola la canotta verso il petto e la sfila, rimanendo in reggiseno e mostrando una bruciatura triangolare, nerastra e in fase di guarigione, sotto la spalla destra. Fissa la psicologa dritta negli occhi. -Questa me l'ha fatta mia madre.-


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-Mia madre non è affettuosa con me. A volte osservo le mie compagne di classe e guardo le loro madri trattarle con cura, anche se a scuola vanno male e sono spazzatura fino al midollo. Le invidio. Ma mia madre ha ragione ad odiarmi.. In fondo, sono la conseguenza della tragedia più grande della sua vita.-Il suo compagno? Mi fa schifo. È un porco. No, non mi ha mai toccata con un dito. Però agli inizi mi trattava bene. Mi portava una marea di giocattoli. Io pensavo potesse diventare il mio papà. Sì, ero piccola allora. Non ricordo, forse avevo cinque o sei anni. Poi capì che tutte le sue attenzioni verso di me erano volte ad accattivarsi mia madre. E quando lui capì che a mia madre di me non importava nulla, mi ha semplicemente dimenticata.-Lei si è mai chiesta per quale motivo ci accadono determinate cose, dottoressa? E che colpa abbiamo noi in questo?-A volte desidero intensamente non essere mai nata.-È pietosa. Mi fa pena. Mi disgusta. Eppure è mia madre. Mi sono meritata il suo odio semplicemente nascendo. Lei si è meritata il mio semplicemente continuando a vivere.-No, dottoressa, non ho idee su come risolvere la situazione e francamente non mi interessa. Tanto è tutto inutile.-Non capisco. Quell'uomo io non l'ho mai visto. Non lo conosco. So che è mio padre, ma non ho la più pallida idea di chi sia! E anche lei, come fa a conoscerlo?! Cristo, l'ha stuprata! Come fa a conoscerlo?! Ci ha vissuto insieme?! No! Era un miserabile schifoso qualunque! E allora come cazzo fa a dire che sono come lui?! Che gli assomiglio?! COME CAZZO FA?!-No, dottoressa, non riesco a comunicare con mia madre. Non mi ascolta.-Un rapporto famigliare sano? Dottoressa, ma mi ha ascoltato mentre parlavo?!-Dottoressa, lasci perdere.-Non ho intenzione di parlare oltre. Mi sta dicendo cose che già so e che per me non hanno più senso. Non c'è dialogo, non c'è legame; non c'è nulla tra me e la mia famiglia. Mi lasci perdere. Non sono intenzionata a risolvere. Perché non posso.-Ili?-Ili?-Ili!Si riscuote dal torpore del dormiveglia e si guarda attorno, mettendo la vista a fuoco. È seduta sulle


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scale del Monte e Manu la fissa preoccupato. Sfila il cellulare dalla tasca degli shorts di jeans usurati e controlla l'ora: sono le cinque del mattino. -Che cazzo ci fai qui..?Mormora, massaggiandosi la faccia ancora assonnata. Manu le afferra un braccio ossuto, arrabbiato. -Cazzo ci fai TU qui! Sono le cinque e stai dormendo in mezzo alla strada!- Grida, furibondo. Ili si tappa le orecchie con le dita per non essere assordata. -Uno- risponde -Non urlare o svegli tutta la città. Due: non ci vedo nulla di male nel dormire su delle scale. Tre: sono fatti miei quello che faccio.-Col cavolo! Sei mia amica, dannazione, non ti lascio dormire per strada! Tua madre lo sa che sei ancora in giro?Ili ride, ma senza allegria. -No ovviamente, per lei sarebbe meglio se non tornassi proprio più. Quindi va bene così. E ora fila a casa, piccoletto.Manu, irritato, le strattona il braccio e la alza. -Vieni, scema, dormi a casa mia stasera. I miei non ci sono.Ili fa spallucce. -Come vuoi.- Si spolvera i jeans con qualche pacca e lo segue, fissandolo con occhi liquidi da animale grato. -Ah, comunque.. Grazie, carciofo.-Se non la smetti di sfottere i miei capelli torni in mezzo alla strada!Lei ride e appoggia la testa sulla sua spalla. -Perché lo fai?Domanda, soffocando un sospiro. Lui sbuffa, alzando gli occhi al cielo. -Perché ti voglio bene, no?-Già.Mormora Ili; e nemmeno se ne accorge, e sta già piangendo.


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.XX. Demonio Mette la sua valigia sulla sedia della camera d'albergo. La apre, prende il lettore mp3 e la richiude, spingendola poi con un calcio sotto il letto. Sammy e Ale, le compagne di classe con cui divide la camera, la fissano ridendo. -Che c'è di divertente?Fa lei, fredda. -Perché ti vesti sempre con le canotte? Anche quando fa freddo. Pensi d'essere sexy?- chiede Sammy, una biondina riccioluta dal sorriso strafottente. -E anche se fosse? Sono pur sempre cazzi miei.-Sei proprio una troia. Scommetto che sei già bagnata.Ride Sammy. Prende la bottiglia d'acqua minerale dal tavolo, la stappa e gliela rovescia in testa. -E anche se non lo fossi, ora lo sei!Ridono a crepapelle, Sammy e Ale. Ili non reagisce. Tanto non le importa. Chiara entra nella stanza proprio in quel momento. Guarda Ili. Ride anche lei. -Beh, se hai già lavato i capelli possiamo anche tagliarli, non credi?Ili ha sempre portato i capelli lunghi, lunghissimi, fino al fondoschiena. Li cura e li lascia crescere sin da quando era piccola. Indietreggia. -Hai paura, Ili? Cazzo, finalmente hai paura. Ragazze, tenetela ferma mentre prendo le forbici.Ili scalcia ma magra com'è non è forte quanto loro: in un attimo non riesce più a fare nulla, e si arrende. Non piange, mentre Chiara si avvicina con le forbici. Ma appena cade la prima ciocca inizia ad urlare e scalciare, a divincolarsi come può. Un calcio colpisce Chiara che lascia cadere le forbici, tagliando la spalla di Ili. Il taglio è profondo e il dolore le acceca gli occhi, le paralizza il cervello, è bianco e sa di sangue. Un altro calcio ed è libera: corre fuori dalla stanza. -Ili, mi fai compagnia? Lo so che ti sono sempre piaciuto...Un braccio, uno sguardo lascivo e Ili lo scaccia, spingendolo contro il muro. Sente mille mani, mille braccia e milioni di occhi che cercano di trattenerla, di strapparle la pelle; e lei corre, scappa verso il terrazzo dell'albergo. Arrivata lì si chiude la pesante porta metallica dietro di sé, prova a regolarizzare il suo respiro. Si esamina la spalla: il sangue è colato in secchi rivoli appiccicosi, e la ferita brucia, brucia e pulsa, fa molto male. È slabbrata e ampia, sembra uno storto sorriso. Tremando ancora accende il lettore mp3. Eyes of the devil, Seether. Canta a squarciagola. Si concentra sulla musica, non sulla spalla che irradia dolore acuto, sul nodo in gola, sulla sofferenza che le stringe il petto. Si accende una Camel, continuando a cantare. Vorrebbe essere aria, parte di quel vento che la accarezza con dolcezza, lenendo il dolore fisico e psichico. Vorrebbe sparire, volare via, lontana dai mostri della sua vita. Si siede sul cornicione del tetto. Non si vede, nera com'è, nella notte. Unica traccia di lei è la lucina rossa della sigaretta accesa, tiepido faro nel buio. Urla, grida tutto quello che da anni porta dentro, e buttarlo fuori non la fa stare meglio, fa male, è come rivivere tutto a fuoco sulla pelle cicatrizzata. Prega, anche se non ha mai pregato in vita sua. Prega, senza lacrime.


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-Jesus, save me.. I'm weak.. Jesus, save me.. From me..Ride. Ride. La risata le sboccia direttamente nella gola. Ripensa al rasoio nella borsa. ChissĂ  che faccia faranno domani Chiara, Ale e Sammy, quando si sveglieranno con la testa mezza rasata.


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.XXI. Chitarra Si siede al centro della sua stanza, piccola e sommersa dalle cianfrusaglie e dai peluche. Le ginocchia fanno un rumore legnoso quando si piegano, una sorta di schiocco; una bottiglia mezza vuota di vodka trova posto tra le sue gambe incrociate. Sospira, poi parla. -Eccomi qua, Matteo.- si accarezza la nuca, appena imbarazzato. -Scusa se ti ho fatto aspettare. Sai, sono cambiate molte cose da..- rotea gli occhi neri, gesticolando nervosamente. -..sai, "quel giorno".Parlare gli costa una fatica immensa: stappa nuovamente la bottiglia e beve a canna, una lunga sorsata di vodka gli brucia la gola scendendo nello stomaco. Si asciuga le labbra col dorso della mano pallida. -Scusa, non è per mancarti di rispetto, ma è difficile anche solo dirlo. Ecco.. Niente è più come prima. Né per me, né per lei. Sai di chi parlo. Ili.Passa le dita nei capelli neri appena tagliati. -Non so se andrà bene. Non so come. Non so come cambiare le cose, non so come volgerle al meglio. Non so come far tornare tutto come prima. Voglio solo che stia bene. Voglio solo stare bene..Un'ondata di rabbia gli scuote il corpo, facendogli tirare istintivamente un calcio contro l'armadio; digrigna i denti, portandosi una mano alla faccia e affondando le unghie nella pelle. -Vaffanculo, non mi va di parlare di Ili! Stavolta non mi interessa. Ora sono io che sto male, ascoltami! Lo so che ci siamo incontrati solo una volta. Ma io ci ho sperato davvero, capisci? Volevo davvero essere tuo amico. Io non ho nessuno a parte lei. I miei genitori sono sempre distanti, i miei compagni di classe mi odiano, non ho amici! Ho una solitudine così grande da essere una voragine che mi risucchia, che mi annichilisce. Io ci speravo davvero, tu non hai idea quanto.Porta nuovamente la bottiglia alle labbra e butta giù un'altra sorsata. L'alcol gli fa girare la testa così tanto che ondeggia, con la fronte sempre più attratta dal pavimento gelido. -Potevamo essere una specie di famiglia. Io, te e Ili. Potevamo essere felici. Invece tu hai rovinato tutto!Con un colpo rabbioso della mano la bottiglia cade, rovesciando per terra quel poco di liquore rimasto. Si guarda le dita che tremano, col respiro che vibra, sul punto di piangere. -Sei stato maledettamente egoista. Non so cosa ti ha spinto a farlo ma.. Non lo capirò mai. E non te lo perdonerò mai. Volevo davvero essere tuo amico, Matteo. Qualsiasi problema tu abbia avuto, potevamo affrontarlo insieme. Ti saremmo stati vicini. Ti avremmo stretto, ti avremmo ascoltato e capito e protetto. È così triste.. E non riesco ad accettarlo.Finalmente cade, colpendo le mattonelle fredde col viso reso caldo dall'alcol e distogliendo per un attimo lo sguardo dall'oggetto del suo sfogo. -Volevo davvero che fossimo amici..Guarda per l'ultima volta l'Ibanez nera posata davanti a lui. Chiude gli occhi, e si addormenta.


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.XXII. Ritratto di noi -Lo sai che disegni proprio bene?Ili lo osserva con le braccia intorno al suo petto e il seno premuto contro la sua spalla. Guarda il viso rosso d'imbarazzo di Manu e ridacchia. -È bello. Questo posto esiste?Domanda, indicando la tavola di cartoncino che ritrae una baia fatta ad acquerello. Manu si tamburella una tempia con l'indice. -Solo nella mia testa.Lei annuisce. -Disegni solo paesaggi?-No, faccio anche ritratti. Ma questo è raroIli lo fissa incuriosita. -Perché?-Perché difficilmente trovo un viso che mi piaccia.-Il mio ti piace?Manu rimane a fissarla, poi abbassa lo sguardo mordicchiandosi il labbro inferiore. La bacia leggermente sulla guancia. -Sì. Molto.-Allora perché non mi fai un ritratto?- Chiede lei, coccolandolo. Manu appoggia il viso sul suo seno e si lascia accarezzare i capelli. -Se vuoi te lo faccio.Apre un cassetto della scrivania e tira fuori una piccola macchina fotografica digitale. -Sorridi!Un flash e la macchina si illumina. Nello schermo sul suo retro appare per pochi secondi la sua immagine, e Manu la recupera per osservarla. -Un paio di giorni e avrà il suo ritratto, signora.Sorride, spegnendo la fotocamera e riponendola nel cassetto. Ili lo bacia. -Ti amo, Manu.Manu la stringe forte, la sente sottile come un fiore tra le sue braccia, fragile, con le ossa di carta. È tanto, tanto magra Ili: così magra che riesce a perdersi nell'abbraccio di Manu, esile per i suoi diciassette anni. E la sua magrezza innaturale non la rende affatto più bella: è più inquietante, più spettrale. La bacia. Le sfiora le spalle e il collo con le labbra, il seno piccolo contenuto nelle mani che lo accarezzano piano. La sdraia sul pavimento con delicatezza, tra carezze e baci languidi, morbidi e affannati, premendo il proprio corpo contro quello spigoloso di Ili. La prima ad andare via è la sua maglietta, poi la canottiera di lei, i jeans di entrambi e infine reggiseno, mutandine e boxer: pelle bollente contro pelle fredda, pelle bianca contro pelle olivastra; bianco su nero, musica sopra l'urlo. Fanno l'amore con forza, graffiandosi, mordendosi con rabbia e lacrime, il senso di debolezza di Manu incapace di colmare il vuoto e il dolore di Ili. Fanno l'amore come se si odiassero, ferendosi ad ogni movimento, uccidendosi a vicenda con ogni sospiro e gemito. Si è fatta sera. Nella camera di Manu l'unica luce è quella della Lucky Strike accesa di Ili. Sdraiati sul pavimento, con indosso solo la biancheria, fissano il soffitto in silenzio; la mano di lui ancora sul seno di lei. -Ili?È Manu a rompere il silenzio. Ili non lo guarda ma lo ascolta. Manu si gira su un fianco, facendo leva su un gomito, e la guarda in viso coi suoi grandi occhi neri. Nel muoversi i suoi capelli


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scivolano lungo le sue spalle affusolate. -Ili, chi sei tu davvero? Sono due anni che ci conosciamo ma ancora non so nulla di te.Le bacia la spalla. Lei gli soffia il fumo in faccia ma non risponde; Manu non tossisce come al solito, mentre quell'odore acre, che lui odia, gli invade i polmoni e gli occhi. -Cosa vuoi sapere?- Risponde lei, infine. -Perché quella sera, tempo fa, stavi dormendo in piazza sulle scale?Ili chiude gli occhi. Aspira dal mozzicone di sigaretta un ultimo tiro, poi la spegne nel posacenere accanto a loro. -Puttana, dove cazzo pensi di andare, eh?!Sua madre urla. Urla. Come sempre, per quel che ricorda. Non ha nessuna memoria di sua madre che le bacia la testa, che le sorride, che le fa un complimento, che l'abbraccia. Non risponde, ma si accende una sigaretta. Lì, davanti a lei. Le arriva uno schiaffo forte sulla bocca. La sigaretta si spezza e cade a terra, è l'ultima ma non le importa. -Come cazzo ti permetti di fumare?! E guardami quando ti parlo!Un altro schiaffo, e Ili esplode. -Fottiti.- Sibila. -Come?- Domanda la madre, paonazza dalla rabbia. Ili vibra. Tutto il suo corpo trema d'odio. Mille immagini passano per la sua mente, tutti flash e fantasie della morte di quella donna che odia e che la odia. -Fottiti. Ho detto "fottiti". Crepa, sparisci, non tormentarmi più. LASCIAMI IN PACE.- Sussurra, comunque udibile, mentre il sangue le scorre velocissimo nelle vene. -Puttana!Sua madre le tira contro il posacenere di vetro posato sul tavolo. La colpisce alla tempia e si infrange sul pavimento, scoppiettante di schegge. La faccia le fa male, molto, e il suo polpaccio nudo pulsa e sanguina per i frammenti di vetro che l'hanno colpito, ma Ili non si muove, stoica, mordendosi solo l'interno della guancia e conficcandosi le unghie nei palmi delle mani per non urlare di dolore. -Non hai diritto nemmeno di esistere! Tu.. Tu sei la figlia del demonio, sei il mio cancro! Sei tu che dovresti morire, non io! È colpa tua, solo colpa tua!La madre scoppia a piangere, ma delle sue lacrime a Ili non importa più. -Tu non sei mia figlia.. Tu sei la figlia di quell'uomo..La donna cade in ginocchio, coprendosi il viso dalla pelle chiara con le mani, tremando. Ili la scavalca ed esce, sbattendosi la porta alle spalle e scendendo con calma le scale. Arrivata fuori cerca una fontana, con il sangue colante dal polpaccio che le macchia le Converse. Si siede sul marciapiede, alzando una gamba per controllare la ferita: nella pelle scura si sono conficcati due piccoli frammenti di vetro ed è cosparsa di schegge sottili e minuscole che spazza via con un gesto della mano. Mordendosi la lingua per non gridare estrae i frammenti con le unghie, scavando e sporcandosi di sangue le dita che tremano. Li lancia via e si avvicina alla fontana, facendo scorrere l'acqua e bagnando un fazzoletto che preme con forza su quei piccoli fori. Vorrebbe gridare, ma non per il dolore alla gamba. -Non lo so.- Mormora, accarezzando due minuscole cicatrici concave sul polpaccio. -Chi sono, non lo so più nemmeno io.-


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.XXIII. Io l’ho visto volare Come tutte le mattine suo padre lo accompagna a scuola alle otto e dieci, con la sua Matiz blu elettrico. Lui, seduto sul sedile del passeggero, fissa fuori e pensa ad altro mentre la radio, che trasmette il notiziario, diventa un lontano ronzio in sottofondo. Con due dita si tasta il livido viola sulla faccia. Non parla. -Sei un figlio di puttana!Pugno sulla mandibola. Sente un dolore fortissimo, accecante, che gli pizzica gli occhi con le lacrime, eppure non fiata. Nonostante sappia di non esserselo meritato. -Di mille ragazze.. Di mille ragazze che ci sono, perché proprio lei, eh?! Perché proprio lei?!Urla Andrea. È a pezzi, sente i suoi frammenti sotto le scarpe e anche se non lo guarda sa che sta piangendo. -Cazzo, bastardo, perché non parli? Vuoi rispondermi?!Il secondo pugno lo colpisce allo stomaco e stavolta lui tossisce, piegandosi in due. Cade in ginocchio. -Perché Anna? Perché la mia ragazza?!Andrea gli tira un calcio sul braccio, di lato. Ora gli fa male anche quello, ma non importa. Gli fa più male vedere un'amicizia durata quattordici anni che diventa polvere. Non prova a discolparsi. Ha cercato di dirgli che Anna gli si era avvinghiata addosso, quella sera, ma a quanto pare lei lo aveva preceduto, dando ad Andrea una versione un tantino diversa. -Perché l'unica ragazza di cui ero innamorato? Perché, Matteo?!E tu perché non mi ascolti? Ti fidi così poco di me? Ti fidi di più di una maledetta ragazza con cui stai da tre anni che dell'amico che conosci da quattordici anni, come un fratello? Ti fidi di più dell'amore che dell'affetto, Andrea? Lo fissa. Vede le sue lacrime, vede il suo dolore. Vede che è distrutto. E decide di infierire. Per vendicarsi. -Perché mi andava.Sorride. Andrea sgrana gli occhi castani, vacillando appena. China la testa bionda, con le spalle che tremano. Infine corre, fugge da quello che è stato il suo migliore amico sin dai tempi dell'asilo. Finalmente, anche Matteo può piangere. L'auto passa, come tutte le volte, sotto casa di Andrea: e lui spera in quel momento di vederlo uscire, di potergli offrire un passaggio, di poter chiarire con lui e scusarsi. Alza gli occhi azzurri verso il sesto piano, verso il balcone della camera di Andrea. E Andrea è lì, seduto sul cornicione. Per Matteo è così strano il suo migliore amico mentre viene illuminato dal sole e sembra fatto d'oro, con quelle spalle larghe e le braccia allenate dalla pallacanestro. Forse è persino bello e sembra un angelo. Forse un angelo lo è davvero, dato che si da una leggera spinta e in un attimo sta volando, come una piuma; vola per quei trenta metri che separano il balcone dall'asfalto ma il suo volo finisce male: si infrange al suolo come un bicchiere, rompendosi in mille pezzi, affogando nel suo stesso sangue. Matteo ha ancora gli occhi sgranati e il viso sbiancato, mentre il padre da una potente frenata ed


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inchioda i copertoni dell'auto sull'asfalto, shockato. -Cazzo- mormora, pallido. Le mani di Matteo tremano. -Matteo, ma quello non è il tuo amico?-


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.XXIV. D’intralcio -Ti amo..-Anche io.-Sono diversi anni che stiamo insieme, vero? Che ci frequentiamo.-E con ciò?-Beh..- C'è una pausa nella sua voce leggermente tremante. -..Non pensi sia ora di sposarci?È quasi supplicante. Ad Ili, che dalla sua stanza sente tutto, viene da vomitare. -Senti, io devo andare.Lo sente alzarsi e quando la fa il letto di sua madre cigola. -Perché fai così?! Ogni volta che parlo di queste cose tu scappi!La voce di sua madre è isterica, acuta e colma di rabbia. -Lo sai perché. Te l'ho detto mille volte, non voglio bambini tra i piedi. Se non ci fosse tua figlia ti sposerei subito.Sì, come no. Ili la conosce questa commedia. Se sua madre non avesse una figlia ma un cane allora lui non vorrebbe animali in casa. E così via. Sono solo scuse. Come se lei fosse una neonata col pannolino, poi.. Sa bene che anche sua madre capisce che sono scuse. Sua madre SA che il compagno non la sposerà mai, che non vuole altro che sesso. Sa che Ili è solo una scusa. Eppure sente l'odio di sua madre nei suoi confronti attraversare le mura sottili di quella casa e giungere a lei, ferendola come un coltello, uccidendola nell'anima.


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.XXV. Chiaro Con gli occhi chiusi Matteo sorride. Sorride nascondendo al resto del mondo i pensieri dietro le sue iridi azzurre, di quell'azzurro che colora il cielo le mattine d'estate. Sorride e tiene una mano posata sul ventre incavato di Ili. Ili tiene le mani aperte premute sugli occhi, le braccia formano dei triangoli con l'angolo dei gomiti spigolosi. Una bottiglia vuota giace sul pavimento, rollando il fondo di vino rosso al suo interno. Diverse sigarette sono state spente sulle mattonelle, sporcando di nero le loro dita. Il silenzio rimbomba nelle loro teste come un tamburo. C'è luce, e c'è calma. -Ehi- sussurra Ili, senza spostare le mani dal viso ovale. Matteo apre appena un occhio. -Ehi.Finalmente si toglie le mani dalla faccia, sospirando. -Tu non sei fidanzato, giusto?Matteo sorride ancora. -Giusto.-E..- Ili si mordicchia il labbro inferiore, stuzzicando le proprie unghie. -..C'è una ragazza che ti piace?Lui ride appena. Lei lo guarda inarcando un sopracciglio, perplessa. -Che cazzo c'è da ridere?Lui le accarezza un polso, sulle vene, per farla rabbrividire. -Niente, è solo una domanda strana. Comunque sì, c'è una ragazza che mi piace.-Ah.- Fa Ili, socchiudendo gli occhi, con una strana sensazione di acqua gelida che ondeggia nel suo petto. Si morde un labbro, pentendosi di quella domanda, e porta un braccio a coprirsi gli occhi per nascondere una lacrima. Matteo ridacchia, con gli occhi azzurri che brillano come stelle. -C'è una ragazza di cui sono innamorato.- Ripete. "Bravo, infierisci" pensa lei, premendosi il braccio sulle palpebre. -Ed è qui, sdraiata accanto a me. Con un braccio sulla faccia.Ili scosta il braccio, sgranando gli occhi, e si volta per guardarlo. Matteo la sta fissando con il sorriso più bello del mondo sulle labbra. Il sorriso di un ragazzo innamorato.


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Un triste Lucido "Sono un'eterna fiamma che avvolge e riscalda. Sono una docile fiammella tiepida e un rogo che brucia passionale come quello che incenerì le bianche carni di Didone; sono un vago fuoco fatuo che ti segue sospirando di dolore e un incendio rabbioso colmo d'odio e rancore. Sono un'eterna fiamma che brucia senza produrre calore. Oggi, l'eternità del mio fuoco è avvolta dall'oscurità, ed è sul punto di spegnersi." Quella notte in cui abbiamo dormito insieme avrei dovuto abbracciare la tua schiena calda, anzichè darti le spalle. Avrei dovuto pretendere di più, da ogni secondo passato con te. Non avrei dovuto permettere che la certezza che il nostro tempo non sarebbe mutato mi paralizzasse, lasciando inerme che i nostri momenti mi scivolassero sul corpo come acqua. Avrei dovuto viverti di più. Avrei dovuto viverti più a fondo. È stato il mio più grande errore. Eri tutto quello che potessi chiedere alla vita, ma l'ho dato così tanto per scontato, che saremmo rimasti insieme nella buona e nella cattiva sorte, che ho perso migliaia di secondi con te. Migliaia di sorrisi. Migliaia di sguardi. Migliaia di parole. Se potessi tornare indietro non perderei più nulla. Farei la doccia con te ogni volta che me lo chiedi, anche se non mi va, e ti laverei i capelli guadagnandomi un tuo sorriso rilassato e soddisfatto; ti preparerei il pranzo senza risparmiarmi, con tutti i tuoi piatti preferiti, ti massaggerei la schiena fino a slogarmi i polsi; coprirei di doni te, che sei il dono più grande che la vita potesse farmi. Tu che mi sollevavi senza chiedere ringraziamenti. Tu che mi strappavi ai miei incubi per regalarmi sonni dolci e senza sogni. Tu che con un gesto avevi il potere di cancellare ogni mia cicatrice. Dove sei, ora? Dimmi, amore mio: se avessi preso una strada diversa, tu saresti ancora qui con me? Se quel giorno non avessi avuto paura di te e dell'abisso sotto i tuoi piedi; se quel giorno avessi deciso di morire con te e tutto quello che c'è stato tra di noi; se quel giorno ti fossi stata davvero accanto.. Noi staremmo ancora insieme? Saremmo felici? Ogni orologio sembra si sia fermato. Nel silenzio più assoluto, privato del tocco delle lancette, osservo un cielo notturno buio e senza stelle, oscurato dalle luci artificiali di questa città. Oscurato da ogni mio gesto superficiale. Non eri solo il fulcro della mia vita. Eri il mio mondo. Eri tutto ciò che conoscevo. Eri i miei sogni e i miei desideri. Eri il mio sonno la notte e il mio risveglio al mattino; eri l'abbraccio che riscaldava e illuminava la mia tristezza, eri il sorriso sul mio viso. Eri amato e amante. Eri amico, padre e figlio. Eri un amore assoluto.


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Sei ancora un amore assoluto. "Rinuncerei al mondo intero perché quel frammento di paradiso mi guardi ancora." Non sai cos'è la vera solitudine finché non l'hai afferrata coi denti. Soli si nasce e continuando a rimanere isolati il vuoto c'è, ma è un compagno; quando sai che significa avere amici e amore, e poi tutto questo ti viene tolto, solo allora sai cos'è la solitudine. Una solitudine è fatta di voci che risuonano nella tua testa senza aver riscontro nella realtà. È come se avessi vissuto per tutta la vita immersa nella musica e, ad un tratto, attorno a te si facesse il silenzio. Lì comprendi di esser sola per davvero. Ma non importa, giusto? Tu sei forte. Tu sei tempesta. Tu sei un uragano che sconvolge tutto ciò che tocca. Ma pochi noteranno che all'uragano rimangono solo le macerie, quando si spegne. Pochi noteranno il suo estinguersi in disperazione. Ringrazieranno per il suo esaurirsi e ricostruiranno le loro vite. Ma a te, piccolo uragano, che vita rimane?


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.XXVI. Balla con me Muove alcuni passi sulla sabbia umida, a piedi nudi, in delicati tocchi da danza classica. Gira su sé stessa; poi tira a sé Manu e lo bacia. Le sue labbra si posano lievemente su quelle del ragazzo: le sfiora, a pochi millimetri le une dalle altre, poi le preme, stringe tra i denti il suo labbro inferiore, glielo accarezza con la lingua. Manu le cinge la vita con le braccia, lei gli accarezza il volto con le mani ossute. Alla fine si separano. Lui rimane a guardarla, mentre Ili balla sulla sabbia. Ondeggia i fianchi, con le mani sulla testa; volteggia e infine si inchina, tendendogli una mano. -Cosa c'è?- Domanda lui, perplesso. Ili ride. -Dai, balla con me.-Ma io non so ballare.-Neanche io.-E non c'è musica.-E che importa?Ili sorride ancora. Lo abbraccia, portando l'indice alla tempia di Manu. -La musica è qui. Balleremo quel che vogliamo, come vogliamo.Gli prende le mani, trascinandolo sul bagnasciuga. Afferra la sua destra e la posa sulla propria vita. Intreccia le dita con quelle della mano sinistra di Manu, mentre porta la propria sinistra sulla sua spalla. -E un, due, tre.. E un, due, tre..Ballano, segnando orme incerte sulla sabbia. Volteggiano, si guardano negli occhi e ridono, poggiando la fronte di uno contro quella dell'altra. -Sono un pessimo ballerino- Ammette lui, sorridendo. -Non sei l'unico- Fa Ili. I capelli neri e lunghi le sfiorano il viso luminoso. -Però è così romantico. Voglio dire, c'è la luna piena, i grilli, il profumo del mare e la notte così scura e carica di stelle; il posto è magnifico, e anche la compagnia.-Ne sono lusingato, milady- Risponde Manu, con sempre lo stesso sorriso. -Oh, si figuri.La musica immaginaria finisce e loro chiudono le danze, abbracciandosi. -Un giorno mi mancheranno questi momenti- Sospira lei, le labbra premute contro il collo candido di Manu. -Non ti mancheranno.Ili lo guarda sorpresa. Lui le posa un bacio leggero sulle labbra prima di continuare. -Perché ce ne saranno molti altri. Li vivremo insieme, per tutta la vita.Ili sorride, con lo sguardo commosso. China il capo e poi gli volge le spalle, perdendosi nell'osservare il nero liquido e luccicante del mare notturno. -Per tutta la vita.-


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.XXVII. Giudizio Fischietta. Lo zaino dondola appeso ad una spalla, mezzo aperto, e tintinna di penne, spiccioli e matite gettati dentro a caso. Fischietta. Un sorriso sulle labbra, i manicotti neri lisci lungo le braccia e i capelli lunghi al vento. Fischietta. Stringe un foglio piegato in due, stampato in un rosa ambrato leggero, tra le dita. Fischietta. -Dove vai, canarino?Una voce divertita. Ili si volta di scatto, riconoscendo la voce. -Matteo!Urla, gettando le braccia al suo collo. Lui ride, gli occhi blu lucenti socchiusi, e la prende in braccio. Lei incrocia le sue gambe dietro la schiena di Matteo come una bambina piccola. -Come mai così allegra?Ili sorride, gli zigomi tondi come due mele. -Pagella!Esclama e scende dalla sua schiena, porgendogli il foglio che tiene in mano. -Vediamo un po’.Matteo apre quella pagella, trovandosi davanti ad un cascata di sette, otto e persino qualche nove. In mezzo a tutti, spicca un dieci tondo in letteratura inglese. -Cazzo.Commenta poco finemente Matteo. Guarda la pagella, guarda Ili, guarda di nuovo la pagella, controlla il nome cui è intestata. -Ma è davvero tua?Ili gli molla un pugno su una spalla, ridendo. -Certo che è mia, cretino!-Non ti facevo così secchiona.-Non è nulla di che. Mi piace quello che studio, non è difficile. Spesso è interessante, e poi mi aiuta.-A far che?Domanda lui. Lei gli mostra la schiena, voltandosi a fissare la strada che si allunga verso il Duomo. -A non pensare.Un attimo di silenzio passa tra loro due come un’ondata sulla sabbia, cancella le parole dette e il suono della risata di Ili, il motivetto che fischiava. Non si volta ancora. Le sue spalle hanno un tremore lieve. -Sono stata brava?Domanda. La voce di Matteo si addolcisce. -Certo. Sei bravissima.-Davvero?-Sì.-Pensi che io sia brava?-


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-Ovvio.-Sei orgoglioso di me?-Certo che sì.-E allora..Le sue spalle tremano di più. Stringe i pugni, china la testa. I capelli le scivolano dalle spalle a coprirle il viso. Matteo percepisce la catastrofe e allunga una mano. -E allora perché? Perché lei.. Perché mia madre..Non fa in tempo ad afferrarla, e Ili cade a pezzi, in ginocchio sull’asfalto, lo scricchiolio sinistro delle sue ginocchia non copre i suoi singhiozzi, i manicotti di cotone le scivolano verso i gomiti mentre si copre il viso con le mani, denudando le ferite rossastre sui suoi polsi. “Quante volte ancora dovrò raccoglierti in frantumi senza sapere il perché?”


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.XXVIII. Nome -Mi spieghi perché non vuoi dire il tuo nome intero e perché vuoi che nessuno lo usi?Domanda Matteo fissando il soffitto, sdraiato nel proprio letto. Il lenzuolo bianco gli copre appena il petto magro; contemporaneamente, quasi per contrasto, lascia scoperte le cosce scure di Ili. Lei non risponde subito alla domanda. Fissa la sigaretta che brucia pigramente tra le sue dita, con aria tradita. -Perché è in Ili che risiede la mia benedizione, la mia magiaRisponde. La voce sembra uscirle direttamente dal petto, senza passare per la gola. È bassa, roca e rimbomba nella testa di Matteo. -Il mio nome è la maledizione di mia madre. La condanna. Per questo, non voglio sentirlo nemmeno una volta. Né ora, né mai.Chiude gli occhi.


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.XXIX. Annegherai -Ti toglierò da questa merda in cui ti sei cacciataManu digrigna i denti. Neri cerchi sottolineano i suoi occhi stanchi per l'insonnia, rendendoli, se è possibile, ancora più grandi. Stringe i polsi di Ili sopra la sua testa con una mano, contro il muro, premendo una garza imbevuta d'alcol sull'ennesima ferita, slabbrata dal taglierino, sul braccio di Ili. L'alcol deve bruciare da matti, ma lei non piange e non strilla, non da segno di dolore. È immobile e guarda Manu con occhi assenti. -Non riuscirai ad aiutarmi. Se rimani qui annegherai con me- Risponde lei, mentre un debole sorriso si delinea sulle sue labbra asciutte. Lui le fascia la ferita, abbassando le braccia. -Sarò abbastanza forte da tirarti su. Sarò tutto quello di cui hai bisogno. Sarò il tuo sostegno, sarò in grado di sanare le tue ferite, sarò colui che ti starà accanto quando piangerai. Sarei tutto quello che vuoi, se solo me lo permettessi!Grida Manu, picchiando un pugno contro il muro alle spalle di Ili. Abbassa lo sguardo e la frangia copre i suoi occhi scuri neri come inchiostro, si morde le labbra: ciò che sta per dire gli costa tutto quello che è. -Sarò.. Diventerò Matteo, se è quello che vuoiSussurra, tremando. Ili sgrana leggermente gli occhi dalla sorpresa, poi accarezza la guancia scavata di Manu con dolcezza e un sorriso vellutato. -I morti non tornano indietroÈ lei stavolta a pronunciare queste parole. -Sei stato tu a spiegarmelo.Ili si allontana, muovendosi verso il divano per recuperare i propri vestiti. Sono entrambi seminudi, lui solo in boxer e lei in mutandine e canotta; un alito di vento freddo, entrato dalla finestra leggermente aperta, copre la pelle di Manu di brividi ghiacciati. -Cosa posso..Sta tremando, Manu. Ma stavolta non è il freddo. Stringe i pugni, le nocche sbiancano e gli occhi si annebbiano di lacrime. -..Cosa posso fare per farti rimanere?- Chiede infine, con la voce infranta. Lei ha lo sguardo stanco e sospira, infilandosi i jeans. -Nulla, Manu. Doveva semplicemente andare così.-Non può essere! Non può finire così.. Io.. Io ti amo, Ili!-Lo so, Manu.-E allora perchè mi fai questo?Le lacrime rigano il suo volto; è veramente disperato, ma Ili guarda il pavimento e non incrocia i suoi occhi. -Hai idea di quello che sento quando vedo una nuova ferita sulle tue braccia? Hai vagamente idea di quello che provo quando ti sento ogni giorno più leggera tra le mie, di braccia? Cosa provo quando ti trovo ubriaca sulle scale in piazza?Manu le prende un polso e lentamente, con delicatezza, la tira a sé, stringendola in un abbraccio triste. -Manu..-Io.. Vorrei solo starti accanto..-È per questo che devo andare via.-Non..Ili lo zittisce, posandogli l'indice sulle labbra, sciogliendo il suo abbraccio. -Tu sei libero, pulito. La tua famiglia è serena, i tuoi genitori ti amano, i grandi problemi sono


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lontani da te. Ora, vedi..?Con lo sguardo Ili abbraccia l'intero corpo di Manu. È molto più magro rispetto a quando l'ha conosciuto; ha le occhiaie scure per la mancanza di sonno, le dita ingiallite dalla nicotina, lui che non fumava!, le mani che tremano costantemente per il nervosismo. Sono tutte cose che quando si conobbero, tre anni prima, non c'erano. -Sei cambiato. Ti ho cambiato, senza volerlo. Ora basta. Hai sofferto per tre lunghi anni inutilmente.Gli sfiora le labbra in un ultimo bacio tremante. Sorride. -Grazie di tutto. Grazie.-No, Ili..-Grazie per aver medicato le mie ferite.-Ti prego, aspetta..-Grazie per avermi ascoltato e cullato quando nessuno era disposto a farlo-Ili..Ora è lei a piangere. Piano, in silenzio, senza che le lacrime possano sciogliere il suo sorriso. -Grazie per avermi amata, quando nessuno era disposto a farlo.Si volta senza esitazione. Con i piedi scalzi, le Converse in mano, come un'amante traditrice percorre a passi leggeri i pochi metri che la separano dalla porta. La sua schiena sparisce, inghiottita, senza mostrare il suo volto un'ultima volta. Va via. -Ili..Anche dalla sua vita. Manu cade in ginocchio. -Ora.. È davvero tutto finito.-


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Ennesimo Lucido Chiedimi. Parlami. Ascoltami e poi apri le tue braccia, bianche come quelle di Afrodite; accoglimi, stringimi, devastami semplicemente avvolgendomi nel tuo amore. L'occasione per recuperarmi, per recuperarti, per recuperarci l'abbiamo persa molto tempo fa. Il giorno in cui ti ho abbandonato, ti ricordi?, avrei dovuto lasciare che ti mettessi in gioco ancora di più. Avrei dovuto rischiare. Avrei dovuto fidarmi di te. Ce l'avremmo fatta, o forse no, sicuramente saremmo rimasti insieme fino all'ultimo, raggomitolati e striscianti, impotenti di fronte alla prova più difficile. La mia distruzione. La mia codardia. Ho camminato nei miei giorni in equilibrio sul filo del rasoio, sempre al limite tra ritornare e partire verso il nulla, in bilico con un'abilità da trapezista. Come sono arrivata a questo punto? Eri l'ultimo dono della vita. Eri l'ultima via d'uscita. Eppure.. Eppure ho avuto paura di passare oltre, di lasciarmi dietro gli incubi in cui ero invischiata. Gli incubi che mi trascinavano giù; e tu aggrappato alla mia mano saresti caduto con me senza esitazione. Non sei Matteo. Non lo sarai mai. Ma sei Manu. Ed è tutto quel che conta. Senza occhi, senza bocca. Non ci sono. Senza mani, senza piedi. Sono qui, ascoltami. Con le dita sulla pancia, con i palmi sopra gli occhi. Io non vedo. Io non credo. Fallo tu per me. Con le ciglia serrate, con l'addio tra i denti da cane, con il bacio sulle labbra di velluto. Scivola nel mio cuore come il sangue nelle vene, versati dentro di me, inebriami del tuo amore. Non dimenticarmi. Afferra le mie mani, non le lasciare mai, tu che hai provato a tirarmi fuori dal baratro, tu che hai provato a guidarmi con tutte le tue forze, tu che stavi per precipitare insieme a me. Più alta è la caduta, più forte sarà l'impatto toccando terra. Ti giuro, non volevo ferirti Senza voce, senza sguardo, senza spirito, senza sapore. Saresti stato al mio fianco fino alla fine? Senza ossa, senza nervi. Non ti ho mai ringraziato abbastanza. L'ultimo sopravvissuto, cresciuto in una campana di vetro per poi annegare nel fango. L'ultimo innocente sacrificato alle nostre follie. Avrei voluto stringere la tua mano più a lungo, sul finale. "Buonanotte, buonanotte! Lasciarti è dolore così dolce che direi buonanotte fino a giorno."


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Finale : L’ultimo sopravvissuto Ormai è passato un anno dal nostro incontro sul Trabucco. -Manuele!La mia vita sembra un sogno. Vivo con Ili che, eternamente al mio fianco, mi guarda con occhi felici e adoranti. Il sogno della mia intera esistenza. -Manuele!Un sogno che ha il sapore dell'incubo. Perché la ragazza che mi chiama con la voce di Ili, che mi guarda coi suoi occhi neri, che mi bacia con la sua bocca... -Bentornato, Manuele. Com'è andato l'esame?...Non è Ili... Mi guarda con un sorriso che delinea le sue labbra rosse. Sento l'aria stringersi intorno alla mia gola come per strangolarmi. È così, ogni volta che la guardo, da quel giorno. Le rispondo con calma, come sempre, non ho mai smesso di essere calmo e dolce e affettuoso ma sono STANCO e la ODIO COSÌ TANTO per avermi lasciato qui da solo con questo fantoccio che di lei ha solo il nome che non riesco più a capire, a concentrarmi, fallisco un esame dietro l'altro quando un anno fa li superavo con la stessa facilità con cui sussurravo il suo nome nella notte, sui libri di scuola. SONO CONFUSO ho una frequenza distorta nella testa che sei tu, dannata stronza, che te ne sei andata e non torni. -Manuele?-Dimmi, Ili.Lo sai cos'è successo quel giorno, Ili? Lo sai? No. Allora te lo racconterò io. -ILI!Urla il suo nome. Ha il dolore a strangolargli gli occhi neri e il pianto nascosto in gola. -ILI!Urla ancora e ad una ad una le lacrime scivolano sul suo viso, sole, impazzite. Cerca il cellulare nelle tasche dei jeans e lo apre con dita tremanti, digitando tre cifre sulla tastiera e lo accosta all'orecchio, iniziando a calarsi velocemente dal muro di cinta della scogliera. Urla di nuovo ma stavolta non è un nome, sono poche rapide frasi spaventate poi chiude il cellulare, gettandolo sulla sabbia assieme alla felpa e si tuffa in acqua.

Scivola, fluttua, affonda.

Nuota ad occhi aperti, con difficoltà per lui che odia l'acqua ma ha gli occhi sgranati; nuota e cerca finché non la trova. La vede, quando riemerge per riprendere fiato, la vede attraverso l'acqua trasparente e si tuffa di nuovo. Lotta con la corrente marina, sforzando i muscoli per arrivare a lei e finalmente la afferra per la vita. Annaspando raggiunge la superficie e le tiene il volto fuori


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dall'acqua, ingoiando lui per primo grossi sorsi d'aria. Nuota verso riva come può, più lento per il peso di Ili che stringe con forza contro di sé per il timore di vederla nuovamente affondare. Nuota verso riva come può: le gambe gli cedono ma mancano pochi metri, anche se sente dolore ovunque, nelle cosce e nelle braccia appesantite dalla fatica; quasi non riesce più a tenere la testa fuori da quell'acqua che non è più limpida ma grigia e torbida ed è salata, amara, sa di male e non di mare e vuole ucciderli entrambi. Finalmente tocca il fondo e come può inizia a correre verso la spiaggia, sorreggendo Ili con le ultime forze che ha. La sabbia asciutta e calda è di nuovo sotto i suoi piedi, piange e chiama Ili come un bimbo smarrito, sdraiandola e dandole uno schiaffo per farla respirare, come si fa coi bambini appena nati. -Andiamo, andiamo.. Respira...Mugola, con la vista resa nebbiosa dalle lacrime. Il vento fresco di settembre lo fa rabbrividire e trema, bagnato come un pulcino. Poggia le mani sul petto di lei, con le mani instabili. -Come.. Come cazzo si fa? Come cazzo la faccio respirare?!La tira a sé, stringendola al petto, con il viso che gli brucia, inondato di lacrime. -..Qualcuno mi aiuti..E, come se fosse stata esaudita la sua preghiera, sul limitare della spiaggia parcheggia l'ambulanza che aveva chiamato.

Ogni giorno della mia vita mi è sembrato un cammino su una corda di pianoforte, sottile e tagliente, in bilico su un baratro nero d'oblio. Ogni giorno della mia vita mi è sembrato di camminare a piedi nudi sui vetri spezzati. Ora sto muovendo passi leggeri come l'aria su frammenti così minuscoli da non poterli ricomporre. Trasparenti. Lucidi. Riflettono luce, senza che io possa scorgerne l'origine. La fonte del bagliore. Una chiara pozza luminescente, limpida come la mia pelle è ora. Intingo le dita nel bianco e riemergono candide. Pure. Pulite. I vetri spaccati riflettono la mia immagine. Mia? ...Io chi sono?

-ILI!È incredulo. Non può essere vero. -Cerchi di capire, ha subito un trauma cranico molto forte, e questo è l'unico danno cerebrale che ha ricevuto.Il dottore scuote la testa. -Deve ringraziare che non abbia subito altre lesioni.Deve ringraziare che Ili non si sia spaccata la testa in due contro uno scoglio? -Cerchi di essere comprensivo con lei, potrebbe non ricordare persino le abitudini più elementari.Abbi tu comprensione di me, mi stai dicendo che Ili non è più Ili.. -Può entrare a farle visita se vuole. Ma non per più di dieci minuti, l'avverto.-


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A volte mi domando se.. Lei è seduta con il viso rivolto alla finestra. I capelli lunghi e neri sono legati in una coda, e si intravede una fasciatura al di sotto di quelle ciocche nere come carbone. È nel giorno in cui si è lanciata dalla scogliera.. Si volta verso di lui. Sorride. O in quello in cui si è risvegliata in quell'ospedale.. Sorride dolcemente. Come non ha mai fatto. ..Che Ili è scomparsa davvero. -..Chi sei?-


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Seduta sul Trabucco, con le gambe ossute e scure che ciondolano nel vuoto, osserva il mare e il riflesso accecante del sole sulle sue onde azzurre. Manu siede alla sua destra, Matteo alla sua sinistra. Uno tace, l’altro parla. -Che stai facendo?- domanda con quella sua voce resa roca dalle sigarette. -Aspetto.- risponde lei con uno stanco filo di voce. -Cosa aspetti?- chiede ancora lui. Ili si porta lentamente le mani al volto, coprendoselo coi palmi e ripiegandosi su se stessa. -Un miracolo- risponde.


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Eccoci qui, io e te. Una di fronte all'altro, seduti al tavolo della nostra vita. La partita è ancora aperta, ma ormai si sa chi vincerà: tu, come sempre, come ogni volta. Sei tu che hai deciso di fuggire, lasciandomi solo a piangerti, da brava egoista quale sei. I medici hanno detto che è normale, che sei stata fortunata a rimediare solo un'amnesia, ma io ti conosco. Sei scappata. Come ogni volta. -Manuele, sei pallido.La bambola, come la chiamo io, mi accarezza il volto con una mano. Nei suoi occhi leggo una sincera preoccupazione. Ma non vedo te. Stringo i pugni. Non posso mollare. Tre anni fa promisi che ti avrei tirato fuori dai guai: anche allora andasti via. Ma stavolta ci riuscirò. Riuscirò a riportarti qui. Io ti amo

Soffrirò io al posto tuo, coprirò il mio corpo con le tue cicatrici, affronterò chiunque ti farà del male.. Perché adesso so tutto, Ili. Suona il campanello, premendo il dito su quel pulsante bianco e consumato. Solo al terzo squillo qualcuno viene ad aprire. È una donna sulla quarantina; alta, bionda e con gli occhi neri. La sua pelle è chiara, così diversa da quella di Ili. -Sì?- Domanda lei, infastidita. Manu muove un passo avanti. -Lei è la signora Liliana, la madre di Ili?-Che cazzo ha combinato quella puttana?- Sibila la donna. Il suo sguardo indifferente si trasforma in puro odio, il nero calmo e opaco dei suoi occhi ora ribolle minaccioso come un mare in tempesta. Manu per un attimo si spaventa e sente l'impulso irrefrenabile di scappare; ma Ili, dietro di lui, gli stringe la mano confortandolo. -Volevo informarla dell'incidente che ha avuto sua figlia- Fa, con voce tremante. -Se è solo quello, allora puoi anche tornartene da dove sei venuto. Non me ne può fregare un cazzo della fine che fa quella maledetta.- Ringhia, con uno strano scintillio negli occhi. Manu non può credere alle sue orecchie. Ma quelle parole, sputate con un odio rancoroso più profondo di qualsiasi amore materno, si incastrano perfettamente nella sua mente come in un puzzle che finalmente si conclude. La madre di Ili sta per chiudere la porta, ma Manu si riscuote appena in tempo per bloccarla: ha ancora qualcosa da dirle. -Allora le comunico quest'altra notizia.- Fa, tenendo la porta aperta con un piede. -Da oggi Ili viene a vivere da me.La porta si apre e lui quasi cade per terra; la donna si allontana di pochi passi e da terra prende un borsone da palestra, che scaglia contro Manu, fuori da casa sua. Torna alla porta, mettendo la mano dalle unghie curate e smaltate di rosso al chiavistello. -E ora porta Lilim via. Sparite da casa mia.La porta si chiude con tanta violenza che il pomello vibra, facendo sobbalzare Manu: il ragazzo si china verso il borsone, trovandolo aperto e colmo di jeans, canotte, libri; un paio di felpe e biancheria, qualche CD. Un coniglio di pezza dall'aspetto stanco e usurato.


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Manu sospira; chiude il borsone e se lo mette a tracolla, cercando la mano di Ili. Si volta, accorgendosi dello sguardo triste e desolato della ragazza. -Tutto okay, Ili?Domanda, preoccupato, accarezzandole una guancia con le punte delle dita. Lei annuisce, sorridendo, coi capelli neri che le scivolano lungo le spalle. -Quella era mia madre?- Chiede, trattenendo le lacrime. Lui sospira di nuovo, accarezzandole la testa. -Sì, purtroppo. Mi dispiace.Ili scuote la testa, asciugandosi le lacrime velocemente col dorso delle mani. -Non importa.- Gli tende una mano, sforzandosi di sorridere. -Andiamo?Manu le bacia la fronte, scostando la frangetta scompigliata, con una morsa stretta attorno al cuore. Le prende la mano e insieme, con calma, si dirigono verso l'uscita. Hai vissuto l'inferno, Ili. Perché non hai chiesto subito il mio aiuto? Perché hai aspettato due anni prima di lanciarmi un SOS? Un SOS che si è mutato in tragedia. Io ero qui. Ero qui per difenderti, per proteggerti; ti avrei chiuso nel mio mondo che tu giudicavi perfetto, ti avrei circondato e coperto con la mia felicità, avrei fatto qualsiasi cosa. Sarei stato un trasformista, cangiante come i colori dell'acqua e sarei stato Matteo, Manu o il tuo riflesso; avrei scritto il tuo nome sulla mia pelle perché non perdessi l'identità, avrei ucciso le mie paure e insicurezze, avrei distrutto chi sono e chi sarò solo per te, avrei gettato tutto al vento per tenerti stretta a me, avrei fatto QUALSIASI COSA -Manuele?La voce dell'altra Ili mi richiama. Mi chiama Manuele, con il mio nome intero. Non mi chiama Manu come facevi tu. Non ho neanche il beneficio di un'illusione. Sarò io ad impazzire, stavolta? Posso urlare quanto voglio, far crollare tutti i muri e tirar giù il cielo, strappare la mia anima fino a renderla irriconoscibile e scavarmi la pelle fino a tirar fuori ogni ricordo di te. Qualsiasi sacrificio io faccia, tu non tornerai. Ora non sono più il ragazzino impulsivo e passionale d'un tempo. Sono più maturo, razionale. Penso a mente lucida. E perciò so benissimo che prima mi metterò il cuore in pace e prima smetterò di soffrire come un cane. Prima smetterò di sentire questo chiodo conficcato nel petto. -Manuele?La bambola mi chiama ancora. La stringo tra le mie braccia. Lei si irrigidisce, imbarazzata, io tremo in ogni muscolo di voglia repressa di vederti. La bambola si stringe contro il mio petto, si aggrappa alla mia maglia. Sento che piange. -..Manu..?-


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.."Manu"?


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Sommario

Inizio .................................................................................................................................................................. 4 Tuffo ................................................................................................................................................................... 6 .I. Trabucco......................................................................................................................................................... 9 .II. Biancaneve.................................................................................................................................................. 11 .III. Essere una nullità ....................................................................................................................................... 13 .IV. Scommessa Parte I ..................................................................................................................................... 14 .V. Caffè ............................................................................................................................................................ 16 .VI. Apri gli occhi. ............................................................................................................................................. 17 .VII. Luca .......................................................................................................................................................... 18 .VIII. Nel profondo. ........................................................................................................................................... 20 .IX. Nel profondo II ........................................................................................................................................... 22 .X. De profundis clamavi ad te. ........................................................................................................................ 23 .XI. Rituale ........................................................................................................................................................ 25 .XII. Isola Natia ..................................................................................................................................................27 .XIII. Blackbird .................................................................................................................................................. 28 .XIV. Partire per non tornare ............................................................................................................................ 30 Lucido .............................................................................................................................................................. 32 .XV. Scommessa Parte II ................................................................................................................................... 33 .XVI. Aghi.......................................................................................................................................................... 35 .XVII. Incubo ......................................................................................................................................................37 .XVIII. Primo contatto....................................................................................................................................... 38 .XIX. Ritratto famigliare .................................................................................................................................... 40 .XX. Demonio ................................................................................................................................................... 43 .XXI. Chitarra .................................................................................................................................................... 45


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.XXII. Ritratto di noi .......................................................................................................................................... 46 .XXIII. Io l’ho visto volare ................................................................................................................................. 48 .XXIV. D’intralcio .............................................................................................................................................. 50 .XXV. Chiaro...................................................................................................................................................... 51 Un triste Lucido................................................................................................................................................ 52 .XXVI. Balla con me .......................................................................................................................................... 54 .XXVII. Giudizio................................................................................................................................................. 55 .XXVIII. Nome ....................................................................................................................................................57 .XXIX. Annegherai ............................................................................................................................................ 58 Ennesimo Lucido .............................................................................................................................................. 60 Finale : L’ultimo sopravvissuto......................................................................................................................... 61


L'Ultima Lilim