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servizi finanziari abbiamo detto. Stenderei, poi, un velo pietoso sui costi legati ad un contesto ambientale caratterizzato dall’accentuata presenza di illegalità e corruzione che costringe (soprattutto, ma non esclusivamente, nel Sud) le imprese ad accollarsi costi aggiuntivi per la propria sicurezza, ne modifica le scelte di mercato, penalizza gli investimenti di attrazione e disincentiva la voglia stessa di fare impresa. Sulla competitività e sull’attrattività d’area e di sistema incidono, nondimeno, i fattori legati alla coesione sociale, alla solidità del tessuto sociale. Purtroppo la crisi rischia di rinfocolare l’alternativa tra risorse destinate alle politiche di Welfare e risorse per lo sviluppo. Il Welfare, ricordiamolo, è uno dei fattori decisivi dello sviluppo e della competitività, se dello sviluppo possediamo una visione non frammentata tra i suoi aspetti economici, sociali, ambientali, fiduciari e di crescita del capitale umano. Peraltro le risorse impiegate nel Welfare rappresentano anche elementi di equità economica soprattutto se rapportate al cosiddetto “Fattore D”, intendendo con questo il lavoro delle donne che certo non potrebbe svilupparsi in assenza di un diffuso sistema dei servizi (i dati sull’occupazione femminile, rivelati dall’Istat il 1 Ottobre scorso, ci informano che una donna su due non ha lavoro e non lo cerca più, mentre il rapporto coop 2010 evidenzia che lo spostamento del 10% dei redditi dagli uomini alle donne farebbe aumentare i consumi di circa 7 miliardi di euro all’anno). Anche gli elementi che determinano la cosiddetta “competitività di prodotto” confermano l’articolazione della nostra riflessione. Insieme ai “servizi di base o di comunità” sul prodotto incidono tutti quei servizi che seguono dinamiche di mercato. In epoche passate le fasi della pro-

duzione materiale rappresentavano la maggior quota del valore aggiunto prodotto e la trasformazione assumeva un ruolo centrale; oggi queste fasi vanno riducendo la loro importanza a favore di quelle più immateriali. Si è dunque passati da una visione dei servizi come residuo nella funzione di produzione, ai più recenti modelli di crescita che vedono i servizi, il capitale umano e lo stato delle conoscenze come fattori endogeni fondamentali per spiegare la competitività produttiva di un’impresa, lo sviluppo di un’area, di una Regione, persino quella di un Paese. Mi riferisco a quei servizi, definiti parte integrante dell’economia della conoscenza, capaci di influire (e in Toscana il bisogno è di tutta evidenza) su un modesto tasso di produttività, sull’ottimizzazione dei fattori aziendali, sui processi di produzione, persino sulla creazione di nuove industrie (le biotecnologie, le nanotecnologie etc…). Mi riferisco agli input “intangibili” – rispetto al capitale fisico e al lavoro – che hanno come riferimento il tema dell’innovazione e quindi dell’istruzione, dell’addestramento, della formazione e della ricerca che rappresentano i fattori più rilevanti per spiegare la performance di imprese e nazioni. L’OCSE produce un indicatore, in termini di quota del Pil, sugli investimenti in conoscenza. Dal 1997 al 2004 tutti i paesi che sono stati considerati hanno disposto una crescita di risorse dedicate. Il valore più alto è stato quello degli Stati Uniti, pari al 6,5%, quello più basso è stato quello italiano, solo 2,4%. Attraverso l’economia dei servizi di conoscenza si rafforzano i legami con un settore manifatturiero che presenta elementi di sorprendente discontinuità e di grande instabilità rispetto al recente passato. Uno di questi elementi ha a che fare con un livello di personalizzazione e con

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Rapporto Sociale 2010 - Legacoop Servizi Toscana  

Con il presente documento Legacoop Servizi Toscana rendiconta la propria attività di rappresentanza, promozione e sviluppo delle cooperative...