Page 66

portanti filiere industriali, la riduzione del reddito delle famiglie (lo studio Ires-Cgil parla di una perdita cumulata di potere d’acquisto dei salari lordi di 5.453 euro in 10 anni: il rapporto Coop 2010 ha stimato una riduzione dei consumi procapite degli italiani nel biennio 2007-’09 per oltre 600 euro all’anno), un debito pubblico prossimo al 120%, precisamente del 118,2% e sotto tiro da parte della Commissione europea la quale, il 29 Settembre scorso, ha formulato una proposta di rientro che per essere soddisfatta avrebbe bisogno di un avanzo primario del 5% sul Pil, quando le stime del Governo si fermano al 2%. La richiesta pesa per 50 miliardi l’anno nei prossimi 10 anni (c’è da capirli: il patto prevede un limite del 60%), ebbene, non ce la sentiamo di dormire sonni tranquilli. Dopo aver esaminato, per sommi capi, questo scenario economico, ripartire dal manifatturiero è legittimo e comprensibile, ostinarsi solo sul manifatturiero è altrettanto comprensibile ma meno condivisibile, soprattutto se incoraggia una percezione “riduzionistica” e non “olistica”, vale a dire integrata, dell’economia (mi riferisco alle proposte e alle visioni confindustriali di tutto quest’ultimo periodo). È provato: la sommatoria funzionale dei segmenti economici è sempre maggiore o, in ogni caso, differente dalle singole prestazioni. Quanto incidono terziario e servizi sulla competitività di sistema? Quanto sulla stessa competitività industriale? Sulla capacità di recuperare il gap di 30 punti percentuali di costo del lavoro per unità di prodotto accumulati in 10 anni tra noi e la Germania? Oppure sul recupero di 13 punti percentuali di tasso di occupazione sempre accumulati sui tassi tedeschi? La competitività è sempre “olistica” essendo riferita al

66

sistema, non per nulla le periodiche graduatorie sulla competitività elaborate dagli organismi internazionali, misurano la complessità integrata delle performance. E proprio sulla competitività di sistema insistono i servizi che hanno una origine di carattere comunitario, i cosiddetti servizi di base, pubblicistici (indipendentemente dal gestore che in alcuni casi può essere privato). Tra questi i costi dell’energia, in Italia estremamente elevati (negli ultimi 10 anni il gas è aumentato del 50% la luce del 70%), i costi della burocrazia (Giovanni Floris nel saggio “Zona retrocessione” uscito l’8 di Ottobre, pochi giorni fa, ricorda che negli Stati Uniti per avviare un’impresa sono necessari 170 dollari e 4 giorni, mentre in Italia occorrono mediamente 5 mila euro e 62 giorni di procedure e attese). E ancora, l’efficienza della macchina giudiziaria (in Italia perennemente in emergenza di fronte ad un sovraccarico di contenziosi che non riesce mai a smaltire), il costo della conflittualità fra le imprese (l'Italia in questo eccelle: il 55,4% di controversie nelle aziende da 10 a 200 addetti (fonte Censis 2010), l’efficienza della pubblica amministrazione considerata inefficiente dal 64,2% degli italiani, mentre il 72% considera insufficienti e di bassa qualità i servizi alle imprese: logistica e aree attrezzate, smaltimento dei rifiuti e trasporto pubblico (fonte Censis 2010). I costi legati al movimento di merci e uomini (il nostro sistema stradale è tra i peggiori e più costosi d’Europa. In Spagna tra il 2000/2005 sono entrati in esercizio 2.300 chilometri di autostrade, in Italia, nello stesso lasso di tempo, ne abbiamo più volte inaugurati 64. In tutta Italia ci sono 230 chilometri di rete metropolitana; nella sola Londra 408) e al movimento delle idee (quando investiremo sulla “banda larga”?). Sui costi dell’inefficienza dei

Rapporto Sociale 2010 - Legacoop Servizi Toscana  

Con il presente documento Legacoop Servizi Toscana rendiconta la propria attività di rappresentanza, promozione e sviluppo delle cooperative...

Advertisement