Issuu on Google+

http://www.lacittafutura.org

diffusione gratuita

Marzo 2011

Numero 0 (in attesa di autorizzione)

S E N I G A L L I A

la Città Futura il futuro è di tutti di Roberto Primavera

sanità . agricoltura . rigassificatori . acqua . lavoro povertà . open data . biblioteca . Pasolini interviste Malatesta . Colocci . Bomprezzi interviste Mercolini. Mirti

S

Foto Roberto Polverari

IN QUESTO NUMERO

enigallia è la nostra città, una città tra le tante, ma è la città in cui noi viviamo e in cui, pertanto, siamo tenuti a dare il nostro contributo, per migliorare il nostro paese, il mondo. E’ per questo che siamo obbligati ad amarla questa città: attraverso di lei possiamo, se lo vogliamo, sentirci cittadini del mondo. Che per noi vuol dire impegnarci per l’ambiente e la solidarietà, per la cultura e l’ospitalità, per la giustizia e la libertà, partendo dalla nostra città. Per questo abbiamo deciso di fare il giornale che avete in mano. Siamo un gruppo di persone alcune da anni impegnate nei partiti della sinistra cittadina, altre nel sociale e nel volontariato. Non siamo giornalisti, ma ci piacciono i giornali e ci piace far circolare le idee. Quindi il nostro desiderio e la nostra ambizione sono quelli di andare oltre questo numero zero e di riuscire a dialogare con i cittadini, coinvolgendo coloro che dedicano il loro tempo, il loro lavoro e il loro impegno alla crescita civile di Senigallia. Cercheremo il confronto anche con gli amministratori della città, cui chiederemo di perseguire con determinazione e coerenza il programma su cui si sono impegnati e che riteniamo di avere fortemente contribuito a scrivere. Oggi il nostro paese, l’Italia, si scopre fragile e stanco, sfibrato; governato da una casta di corrotti e cortigiani che ne stanno ne stanno prosciugando la linfa vitale, condannando i giovani alla disoccupazione, alla precarietà e alla fuga. Contemporaneamente si sta smantellando la rete dei servizi pubblici che ha consentito fin qui ai cittadini di sentirsi tali: la scuola, la sanità e la previdenza. Eppure tutto ciò non può costituire un alibi per chi deve costruire un’alternativa, che per essere credibile dovrà marcare le differenze e indicare soluzioni a cominciare dal governo dalle città. In un paese, l’Italia, la cui convivenza civile è corrosa dal risentimento, dalla disuguaglianza e dalla sfiducia nel futuro (da qualche parte su un muro c’è scritto “ non c’è più il futuro di una volta”), noi pensiamo che occorra restituire alla politica lo statuto di arte nobile, in grado di suscitare passioni e di trasformarle in progetti. Possiamo farlo noi tutti partecipando in prima persona. Lo devono fare i nostri amministratori, facendo bene il lavoro cui sono stati chiamati e ascoltando la città. A loro vogliamo ricordare che Senigallia non parte da zero, il livello della partecipazione, anche critica, è alto , come alta è l’attenzione anche per le tematiche generali, e ci piace ricordare, emblematicamente, che nella nostra città il comitato referendario per l’acqua pubblica ha raccolto qualcosa come 4000 firme, a testimonianza di una sensibilità eccezionale per il bene pubblico. Potremmo fare molti altri esempi parlando della diffusione dell’associazionismo o della qualità del volontariato, ma fermiamoci qui, per ora. Ma è proprio ciò di cui varrà la pena parlare. Le fondamenta per fare di Senigallia la Città Futura ci sembrano solide, l’importante è non smarrire la bussola: giustizia e libertà, ambiente e società; buone pratiche di governo e partecipazione, perché il futuro è di tutti.


2

Cittadinanza

Senigallia la Città Futura

aprile 2011

Cominciamo proprio da qui: dalla trasparenza e dall’Unità d’Italia. Trasparenza, perché la politica che amiamo di più è quella che parte dal basso e sappiamo che senza conoscenza e informazione è impossibile partecipare davvero. E’ con questo scopo, in fondo, che proviamo a fare un giornale: cercare di conoscere e capire di più. Unità, perché se ne sente proprio il bisogno. E di senso dello stato. Anche di patriottismo, perché no. Se è un patriottismo che non è contro nessuno e che rispetta le differenze ci piace. Come ci piace, per lo stesso motivo, leggere con quali occhi ha visto le celebrazioni dei 150 anni di Unità d’Italia un concittadino “Stracomunitario”. Perché, infine, restano per noi sempre validi i due versi del celebre canto anarchico di Pietro Gori: “Nostra patria è il mondo intero / nostra legge è la libertà”.

Open Data

Trasparenza conoscere per deliberare di Marco Scaloni

C

osa vuol dire “Open Data”? Semplicemente che alcune tipologie di dati in possesso della Pubblica Amministrazione devono essere liberamente accessibili a tutti, attraverso Internet, senza restrizioni legali o di altra natura. Questo renderebbe lo Stato, in tutte le sue diramazioni, molto più trasparente, permetterebbe a qualsiasi cittadino di conoscerne a fondo l’attività, e ad ogni elettore di monitorare meglio i propri governanti (citando Einaudi: “conoscere per deliberare”). Dunque gli Open Data farebbero bene alla politica. Ma avrebbero un impatto positivo sulla cultura e persino sull’economia di una nazione, perché permetterebbero nuove ricerche e analisi, attraverso il confronto e l’elaborazione di dati provenienti anche da soggetti esterni alla Pubblica Amministrazione (si pensi ad esempio ai dati cartografici). Diverrebbero possibili nuovi servizi, e dunque nuove idee imprenditoriali, quindi nuova occupazione. Insomma, Open Data per la democrazia, per la conoscenza, per la qualità della vita. Ma tutto ciò è sogno o realtà? E’ già realtà nelle più avanzate democrazie occidentali, quelle anglosassoni. Un primo importante impulso agli Open Data è arrivato dalla cosiddetta “direttiva Obama” (2009) che disegna un modello di Open Government fondandolo su tre pilastri: trasparenza, partecipazione e collaborazione. Su questo tema il governo degli Stati Uniti ha prodotto quello che è ancora un riferimento per tutti: il sito www.data.gov. Non meno importante il progetto che nel Regno Unito ha dato vita al portale data.gov.uk, che porta la firma di Tim Berners Lee, uno dei padri del web. E in Italia? Nel Bel Paese non esiste un analogo di data.gov (anche perché non esiste un analogo di Obama!). Più in generale, da noi il processo di apertura dei dati pubblici si scontra con una serie di difficoltà giuridiche. Mentre in USA, già nel 1994, veniva sancito che tutte le informazioni pagate con soldi pubblici devono essere pubbliche e pubblicabili, in Italia, negli stessi anni, nasceva la cosiddetta “legge sulla trasparenza” (241/90): essa prevede che chi vuole accedere ad un dato deve dimostrare di avere l’interesse a farlo. Cioè, diversamente dal common law che prevede il “right to know” (diritto di conoscere), la legge italiana sancisce il “need to know”. E’ dunque l’Amministrazione che concede l’utilizzo dei dati, non basta che sia il cittadino a richiederlo. In Italia l’Open Data non è un diritto del cittadino e non è un dovere dello Stato. In assenza di una chiara indicazione nazionale che coordini le varie Amministrazioni Pubbliche e imponga loro determinate azioni, nel nostro paese la diffusione degli Open Data avviene “a macchia di leopardo”, spesso su iniziativa di amministrazioni locali (come è avvenuto per dati.piemonte.it) o di pezzi di quella centrale (per esempio la Ragioneria Generale dello Stato). Un altro ostacolo agli Open Data in salsa italiana viene dalla normativa sulla privacy, da noi particolarmente restrittiva (o perlomeno interpretata in senso restrittivo), che ha introdotto

http://fammisapere.info

la curiosa distinzione tra dato pubblico e dato pubblicabile. Sembrerebbe una contraddizione in termini ma è esattamente quanto avviene, per esempio, per le dichiarazioni dei redditi. Esse sono totalmente accessibili a chiunque ma non è possibile leggerle sui giornali o su Internet (eppure, a me parrebbe un passo importante per la lotta all’evasione). Fino ad arrivare al paradosso che addirittura le informazioni rese disponibili sul web dopo la cosiddetta “Operazione Trasparenza” del Ministro Brunetta, non sono indicizzabili dai motori di ricerca, quindi in pratica restano pressoché inutilizzabili, per volere del Garante della Privacy. Nonostante tutto ciò, amministrazioni volonterose, in Italia, possono fare Open Data da subito, almeno su dati non sensibili alla privacy. A Senigallia, in particolare, si è aperta una interessante prospettiva. Non è un caso che proprio sulla Spiaggia di Velluto, lo scorso novembre, si è tenuto il convegno “Fammi Sapere”, tra i primi in Italia interamente dedicato agli Open Data, che ha visto come relatori alcuni tra i maggiori esperti nazionali. L’Amministrazione Comunale, che ha organizzato il convegno insieme ad InformaEtica, è interessata ad implementare l’Anagrafe Pubblica degli Eletti e Nominati (APEN), che rientra a pieno titolo nell’ambito degli Open Data, e per la quale il bilancio 2011 del Comune di Senigallia prevede appositi fondi. Essere d’accordo, in linea di principio, sull’APEN è cosa ben diversa dall’implementarla realmente. Lo sanno i cittadini di quegli enti, alcune decine tra Comuni, Province e Regioni italiane, che l’hanno istituita sulla carta ma non l’hanno ancora resa funzionante. E’ difficile che un politico o un amministratore si dichiari in disaccordo su questa iniziativa, lanciata tre anni fa dai Radicali Italiani. Clamoroso è il caso di Roma dove, approvata con fatica anche grazie ad una delibera di iniziativa popolare, l’istituzione dell’Anagrafe è stata pubblicizzata con manifesti firmati PdL (molti dei quali abusivi), dopodiché ci sono voluti molti mesi per averla effettivamente disponibile sul sito del Comune. A Senigallia gran parte dei dati necessari a formare una APEN sono già pubblici, o almeno dovrebbero esserlo. Persino quelli più “sensibili”, come le dichiarazione dei redditi di Sindaco, Assessori e Consiglieri Comunali, devono essere pubblicati secondo un regolamento comunale risalente al 1994. Quello stesso regolamento è stato applicato circa un anno fa, dopo essere rimasto lettera morta per anni, soprattutto grazie ad una lunga campagna di stampa e all’impegno diretto dell’allora Presidente del Consiglio Comunale. I dati del 2011 ancora non sono stati resi pubblici, nonostante da sei mesi siano scaduti i termini previsti dal Regolamento. Un ulteriore esempio di quanto sia lunga la strada per la trasparenza, anche a Senigallia.

Marco Scaloni,come Informa Etica, ha curato il convegno “Fammi Sapere” che si è svolto alla Rotonda di Senigallia il 20 novembre 2010 Per approfondire: http://fammisapere.info/

Sguardo migrante

http://www.lamiasardegna.it

Viva l’Italia di Mohamed Malih

F

inalmente, pensavo, con le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, avrò l’occasione di sapere qualcosa di più su Garibaldi, Mazzini e Cavour. Non che io non sappia niente di questi signori. Non faccio per vantarmi, ma con Cavour, Mazzini e Garibaldi ho quasi quotidiana frequentazione. Infatti tutti i giorni passo sotto porta Mazzini, attraverso piazza Garibaldi e poi svolto a destra per via Cavour. Questo in tutte le città dove ho abitato e in qualunque parte fossi diretto (la statua equestre dell’eroe dei due mondi qui a Senigallia in verità mi manca). Tuttavia, fossi in un quiz televisivo, non saprei rispondere ad eventuali domande sulla vita di questi tre personaggi. Anche ricorrendo, da uomo della strada, a tutta la mia cultura toponomastica, oltre al fatto che sono tre eroi nazionali, non saprei che dire. Fossi invece in un talk show potrei polemizzare sul fatto che non mi sembra che la loro memoria sia degnamente onorata per via dei mille scostumati piccioni che scacazzano tutto il giorno sulle barbe dei Garibaldi e sugli occhialini dei Cavour rendendoli irriconoscibili. Ma eviterei. Di polemiche sull’Unità d’Italia e i suoi eroi ce ne sono anche troppe. Ora che finalmente le celebrazioni sono finite, e i media hanno altro a cui pensare, (vedi Libia, Giappone, bunga bunga) su questi eroi e sull’Unità d’Italia ne so quanto prima. Tranne, forse, che l’Italia tanto unita non è. C’è un certo Bossi che vuole prendersi il Nord e costituirvi uno stato a sé: la Padania (questa questione dei separatisti, se non ho capito male, dovrebbe essere la famosa “grana padana”, ma non ci giurerei). La questione è complessa, la confusione regna sovrana. Come si sarà evinto, io della storia d’Italia mi interesso. Amo l’Italia e vorrei che rimanesse sempre unita così com’è adesso. Se non altro per comodità. Perché, per lavoro, spesso noi stranieri siamo obbligati a spostarci inseguendo le stagioni e le relative raccolte: arance in Sicilia, mele in Alto Adige, pomodori in Puglia…no, non mi sembra proprio il caso di complicare ulteriormente le cose con altre frontiere, altri visti, altri permessi di soggiorno…non reggerei. C’è poi una questione che stranamente non mi sembra sia venuta a galla in mezzo a tutte le polemiche che hanno caratterizzato le celebrazioni di questo 150° anniversario. Dico: “il “Made in Italy”, dove lo mettiamo il “Made in Italy”? Sarà che guardo troppi Tg, ma a me pare che il “Made in Italy” conti più della lingua di Dante, più degli eroi nazionali, più dell’opera lirica, addirittura più degli spaghetti, del mandolino e del calcio. Più insomma di tutti quegli elementi che, presi insieme e ognuno a suo modo, contribuiscono a fare di questa penisola una nazione. Sembra sia l’unica cosa a cui nessun italiano, del Nord o del Sud, sarebbe disposto a rinunciare. Anche per questo io amo l’Italia. Per la sua modernità. Forse è la prima nazione al mondo a potersi dire tale non per via di eroi o bandiere, ma unicamente per via del Brand. Il solo stato protetto dal copyright. Viva l’Italia, Viva la Repubblica, Viva il Marketing.

Mohamed Malih, originario del Marocco, da diversi anni vive, lavora e scrive a Senigallia. Il suo blog si chiama STRACOMUNITARI:

http://www.malih.senigallia.biz/


aprile 2011

Senigallia la Città Futura

Referendum

3

12 - 13 giugno 2 Si per l’acqua pubblica 1 Si contro il nucleare 1 Si contro i privilegi

Referendum

Al Cesio 137, liberato in grande quantità da Chernobyl nel 1986 e da Fukushima oggi, occorreranno 300 anni per smettere del tutto (quasi del tutto) di essere radioattivo e altamente nocivo. Tra cento anni Berlusconi non ci sarà più; e nemmeno Bersani, Casini, Vendola, Di Pietro, Fini. Ma i nostri nipoti, per vivere, avranno ancora bisogno di bere a una chiara fontana, come è oggi per noi, come è da sempre per tutti gli esseri viventi. Tra mille anni il nome di Berlusconi sarà ricordato solo da qualche storico erudito; quelli di Bersani, Casini, Vendola, Di Pietro, Fini probabilmente da nessuno. Ma le scorie radioattive prodotte oggi saranno ancora tutte li, sotterrate da qualche parte, pericolose tanto quanto oggi. E tra mille anni per vivere occorrerà ancora la stessa sora acqua di Francesco d’Assisi, l’umanità avrà ancora bisogno delle stesse chiare e fresche dolci acque di Francesco Petrarca. Votare si ai referendum non riguarda i politici, riguarda la Vita!

L’acqua deve essere pubblica

perché ognuno di noi è fatto al 70% di acqua perché è il bene comune più prezioso al mondo perché non ha colore perché senz’acqua si muore perché è un diritto di tutti, altrimenti è un privilegio perché se l’acqua è di tutti tutti ne avranno cura perché se l’acqua è di pochi si faranno solo gli interessi di quei pochi perché l’hanno già chiesto un milione e mezzo di cittadini italiani perché in paesi democratici e civili la privatizzazione dell’acqua è fuorilegge e vietata perché oggi in Italia ci sono 128 comuni con acqua fuorilegge, fuorilegge perché con quantità di arsenico superiori al limite tollerabile, e quell’acqua, guarda caso, è privata perché chi è contrario a che l’acqua sia pubblica ha interessi personali forti e poco limpidi perché oggi, in Italia come nel mondo, le società private aumentano le tariffe a piacimento e, se non puoi pagare, ti chiudono il rubinetto, anche se si un anziano, anche se sei povero, anche se ne hai bisogno perché si! Ecco, acqua bene di tutti! Non dovrebbe nemmeno essere in discussione perché le nuvole, le piogge e i ghiacciai non hanno mai avuto padroni perché è l’acqua che connette tutti gli esseri umani e ogni parte del mondo attraverso il suo ciclo perché tutti abbiamo diritto all’acqua e tutti abbiamo il dovere di proteggerla perché non è sostituibile e non può essere trattata come una merce perché un privato pensa al suo profitto, non all’interesse comune perché il contrario di pubblico è il termine “segreto” e segreti sull’acqua non ce ne devono essere perché per le multinazionali esistono solo utenti, non persone, solo contatori... e bollette perché altrimenti tutte le prossime guerre si combatteranno per l’acqua perché l’acqua è il sangue della terra perché speculare sull’acqua è inaccettabile in una società civile perché non esiste acqua di serie A o di serie B perché l’acqua è un Bene Comune...un Diritto...e non è una merce perché è la vita e la vita non può avere un prezzo perché acqua sei tu...e sono io perché si scrive Acqua... e si legge Democrazia!

La Il Nucleare deve Il Nucleare essereessere abolito abolito deve legge deve essere uguale per tutti La legge sul legittimo impedimento ha introdotto, per via ordinaria, uno scudo, per Ministri e Presidente del Consiglio, volto a giustificare in modo permanente il fatto di non presentarsi ai processi se accusati di reati penali.. Nonostante la Corte Costituzionale ne abbia già decretato la parziale incostituzionalità, questo referendum è importante per riaffermare il principio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge

1 Le nuove centrali sono sicure: FALSO La logica è la stessa delle vecchie centrali. Non c’è innovazione radicale, solo dei miglioramenti. In più sono costruite secondo una logica di mercato che lima sui tutti i costi: sicurezza compresa 2 L’elettricità da nucleare costa meno: FALSO La bolletta salirà almeno del 20% perché le banche considerano il nucleare ad alto rischio finanziario. Negli Usa l’unico a prestare soldi al nucleare è lo stato, le banche no. 3 Il nucleare è pulito: FALSO Oltre agli incidenti, che sono migliaia negli ultimi 50 anni, l’attività quotidiana delle centrali rilascia radioattività nell’ambiente, come è stato dimostrato in Germania. 4 Le scorie non sono un problema: FALSO Nessun paese al mondo ha risolto il problema e da 50 anni si stoccano scorie radioattive (la durata del decadimento della radioattività può andare da poche centinaia a molte migliaia di anni) in depositi provvisori che non garantiscono la sicurezza negli anni. 5 È in corso il “rinascimento” nucleare: FALSO Il peso del nucleare nel mondo per la produzione elettrica è sceso dal 17,2% al 13,5%. In occidente si stanno costruendo solo due nuovi reattori. 6 Il nucleare risolverà la scarsità dei fossili: FALSO L’uranio disponibile è limitato come il petrolio. Estrarre uranio dall’acqua del mare ha dei costi proibitivi che pongono l’atomo fuori mercato. 7 La moratoria del governo è uno stop al nucleare: FALSO E’ solo un trucco per sabotare il referendum. Nello stesso giorno in cui ha approvato la moratoria il governo ha approvato il decreto per la localizzazione delle centrali. L’unico modo per fermare il nucleare è votare SI al referendum del 12 e 13 giugno 8 Tutti hanno le centrali nucleari: FALSO Molte nazioni le hanno avute, ma hanno bloccato, come la Germania, ulteriori sviluppi dell’atomo, vista l’assoluta non economicità sul lungo periodo. 9 Con il nucleare si salva il clima: FALSO La costruzione di una centrale e la sua filiera di funzionamento emettono CO2 pari al 25% di una tradizionale. Raddoppiando l’attuale potenza mondiale installata si taglierebbe la CO2 solo del 5% 10 Incidenti come in Giappone da noi sono impossibili: FALSO I sistemi d’emergenza e di raffreddamento delle centrali nucleari sono identici in tutte le centrali. L’Italia è ad alto rischio sismico e idrogeologico. Non serve uno tsunami, basta un alluvione.


4

Mostri

Senigallia la Città Futura

aprile 2011

Sea invaders

Nave gasiera

di Roberto Ballerini

C

osa è il gas naturale? Il gas naturale è parte integrante del nostro modo di vivere. Quando abbiamo bisogno di cucinare ruotiamo la manopola e la fiamma scaturisce. Il gas riscalda le nostre case e l’acqua con cui ci laviamo. Ma quel gas che utilizziamo è il prodotto di una infrastruttura abbastanza complessa. Persino il nome con cui lo chiamiamo, metano, è una semplificazione: quella che utilizziamo è una miscela di metano ed altri gas, la cui composizione ed il cui potere calorifero sono differenti a seconda del luogo di estrazione. Al gas naturale trasportato, che è inodore, vengono aggiunti odorizzanti prima di distribuirlo, per far sì che ne venga avvertito l’odore in caso fuga. ome arriva a noi? Il gas naturale che usiamo è per la maggior parte “convenzionale”, cioè estratto da giacimenti di origine fossile, simili e spesso integrati con quelli petroliferi. Una volta estratto viene trasportato attraverso reti di trasporto (tubature) internazionali e nazionali: i gasdotti. Arrivato nelle singole nazioni può essere stoccato all’interno di pozzi esauriti, per fungere da scorta, o distribuito attraverso reti di distribuzione fino alle nostre case. Questo viaggio avviene a circa 30 chilometri orari, il che comporta che il gas impieghi più giorni ad arrivare da Russia, Norvegia ed Algeria - i nostri principali fornitori - fino a noi. La stessa infrastruttura serve anche a trasportare e distribuire il gas usato per produrre energia nelle centrali elettriche. Il fatto che il consumo vari di stagione in stagione, ma anche nel corso della giornata, rende necessaria una pianificazione degli approvvigionamenti: esistono delle borse del gas in cui si concludono dei contratti tra aziende produttrici, distributrici e venditrici; questi contratti sono regolati da clausole dette “take or pay” perché il venditore si impegna a riservare una quota di prodotto ed il compratore ad acquistarla (take) o a pagare una penale (pay). Si tratta di contratti che vengono stipulati con anni di anticipo perché il gas naturale è una risorsa limitata e perché i giacimenti di gas convenzionale sono molto concentrati: Russia ed Iran possiedono circa l’80% delle riserve mondiali. che servono i rigassificatori? Il trasporto dai giacimenti alle nazioni consumatrici ha un costo elevato ed esistono situazioni in cui è estremamente problematico costruire e gestire i gasdotti. Un esempio di situazione limite è il Giappone, in cui il problema sembrava insormontabile. La soluzione trovata è stata l’introduzione GNL (gas naturale liquido): il gas estratto viene portato allo stato liquido,

C

A

comprimendolo e diminuendone la temperatura. A questo punto il gas liquefatto viene trasportato mediante navi chiamate “metaniere” fino ad un terminale di rigassificazione. Oggi al mondo esistono una cinquantina di rigassificatori, di cui circa la metà servono il Giappone. Le navi metaniere esistenti sono circa 300 e gli unici tre cantieri al mondo in grado di costruirle hanno ordini in grado di saturare la loro capacità produttiva fino al 2020. rigassificatori in Italia. In Italia esistono due rigassificatori: quello di Panigaglia, di proprietà del Gruppo ENI, e quello di Porto Viro, costruito da una joint venture tra ExxonMobil, Qatar Petroleum ed Edison. Il rigassificatore di Panigaglia è un rigassificatore onshore (cioè situato a terra), costruito negli anni 70. E’ in grado di rigassificare 3,5 miliardi di metri cubi di gas l’anno ed è utilizzato a circa il 50% della sua capacità produttiva. E’ in corso di approvazione il suo raddoppio, per portarne la capacità ad 8 miliardi di mc annui. Il rigassificatore di Porto Viro è un rigassificatore offshore (cioè situato in mare), di nuova tecnologia. Si tratta di un’isola artificiale, poggiata direttamente sul fondo marino. Progettato nel 1997, è in fase di avvio dal 2009 ed avrà una capacità produttiva di 8 miliardi di metri cubi. Oltre ai 2 rigassificatori funzionanti, esistono una ventina di progetti presentati tra il 2001 ed il 2008, tra cui i due marchigiani: il TritoneGNL, presentato da GdfSuez, che dovrebbe sorgere 34 km al largo di Porto Recanati, costituito da una nave rigassificatrice permanente con una capacità di 5 miliardi di metri cubi ed il terminale LNG di Falconara Marittima, progettato da API Nova Energia, che sorgerebbe 16 km al largo di Falconara (e con distanze simili da Ancona e Senigallia), anche in questo caso con rigassificazione svolta in mare, con una capacità iniziale di 4 miliardi di metri cubi.

I

D

i quanto gas ha bisogno l’Italia? Allo stato attuale l’Italia consuma circa 90 miliardi di metri cubi di gas, ne produce 8, ne esporta 8 e ne importa 90, attraverso i gasdotti che la collegano ad Austria, Svizzera, Algeria e Tunisia. L’insieme dei progetti di rigassificatori ancora in fase di approvazione potrebbe produrre 100/120 miliardi di metri cubi di gas. I nuovi gasdotti in costruzione ed il potenziamento degli esistenti dovrebbero aggiungere altri 30/35 miliardi di metri cubi di capacità. A fronte di queste quantità, gli esperti stimano che i consumi possano salire fino a circa 120 miliardi, per poi assestarsi a 105, per effetto della maggiore efficienza energetica, della stabilità demografica e del calo dell’industria pesante.

P

erché sono stati previsti i rigassificatori? I rigassificatori son stati previsti perché il loro gas era considerato più economico di quello trasportato tramite gasdotto per distanze superiori ai 3000 km, perché si stava saturando la capacità dei gasdotti esistenti, per diminuire il rischio legato alle ricorrenti crisi tra Russia e Ucraina e per diminuire il rischio di mancanza di gas in caso di conflitti. Il governo Prodi stimò la necessità di 3 o 4 impianti. ono ancora valide queste ragioni? Il prezzo del GNL, come di qualsiasi altro prodotto, dipende dal rapporto tra domanda e offerta. In questo caso la domanda potenziale viene dagli impianti di rigassificazione, mentre l’offerta dipende dagli impianti di liquefazione. Il rapporto tra numero degli impianti di rigassificazione e di liquefazione sta salendo e con esso il costo del GNL. Gli impianti di liquefazione sono più complessi, più pericolosi ed hanno senso solo dove c’è produzione di gas. Gli impianti di liquefazione, perciò, continueranno ad essere concentrati in Nord Africa, nei Paesi Arabi, nel Mare del Nord e nelle Repubbliche ex-Sovietiche. E’ evidente, perciò, che il rischio dovuto ai conflitti non cambia, poiché il gas continua a provenire dagli stessi Paesi. Aumenta invece il rischio attentati, perché i rigassificatori sono obiettivi sensibili, difficilmente difendibili e che possono produrre conseguenze devastanti in caso di incidente. Anche la quantità limitata di navi metaniere incide limitando la quantità complessiva di GNL che può venire trasportata. Negli ultimi due anni, inoltre, c’è stato un progresso straordinario nelle tecnologie legate ai cosiddetti “gas non convenzionali”; in particolare gli shale-gas, ricavati da scisti bituminosi (con un procedimento che produce enormi danni ambientali...), hanno costi molto inferiori anche al gas prodotto dai rigassificatori e sono ricavabili anche in zone dove non esistono giacimenti di gas convenzionale. Per questo motivo le grandi aziende energetiche mondiali stanno annullando quasi tutti i progetti di nuovi rigassificatori e stanno rinegoziando le clausole takeor-pay dei contratti già firmati. erché allora in Italia continuiamo a parlare di rigassificatori? Un motivo certo: l’Italia, considerando i rigassificatori strutture di interesse nazionale, ha previsto per legge di indennizzare le società che costruiscono rigassificatori; in pratica anche se non potessero lavorare a pieno regime, lo Stato verserebbe alle compagnie la parte mancante al raggiungimento del 70% della loro capacità. Un motivo possibile: l’obiettivo non esplicitato è quello di inserirsi negli equilibri internazionali del mercato dell’energia, invertendo la direzione dei gasdotti tran-

S

P

salpini e facendo dell’Italia l’hub europeo del gas.

Q

uali rischi producono i rigassificatori? Primo effetto: la rigassificazione avviene riscaldando il gas liquido mediante acqua marina; questo comporta una variazione consistente della temperatura dell’acqua. Secondo effetto: per evitare incrostazioni sulle tubature che renderebbero meno efficiente il processo, viene fatto uso di sostanze chimiche, in particolare quella che noi comunemente chiamiamo varechina, che in parte vengono sversate in mare. La combinazione di questi due effetti determinerebbe una alterazione della flora e della fauna marine, con danni enormi al settore ittico, ed un rischio per la salute delle popolazioni esposte, con costi diretti per il sistema sanitario ed indiretti per il sistema turismo. Questi costi non vengono mai considerati nei bilanci relativi alla costruzione di rigassificatori, ma vengono pagati localmente dalla comunità ospitante “per il bene della Nazione”. Ultimo aspetto è costituito dal rischio di incidenti. I progressi della tecnologia fanno sì che gli impianti siano sempre più sicuri, ma la sicurezza assoluta non esiste in nessun impianto. Sull’altro piatto della bilancia è da considerare che l’aumento del numero degli impianti fa crescere la probabilità statistica di un incidente.

Q

uale sarebbe l’effetto di un incidente? La rottura di una nave metaniera ancorata ad un terminale è considerata la catastrofe energetica peggiore che possa accadere. Il gas liquefatto, infatti, non è infiammabile alle pressioni e alle temperature a cui viene trasportato. In caso di sversamento il gas liquido entrerebbe a contatto con l’acqua, che è più calda, aumentando di volume e passando dallo stato liquido a quello gassoso. In queste prime fasi, però, la concentrazione del gas sarebbe ancora così elevata da non potersi incendiare. Si produrrebbe una nuvola in estensione ad elevata velocità. Allargandosi e mescolandosi con l’aria circostante, raggiungerebbe alla fine una concentrazione alla quale la miscela sarebbe infiammabile. L’esplosione provocherebbe danni fino ad oltre 50 km dall’epicentro della fuga. Questo fenomeno, chiamato RPT (rapid phase transition, transizione rapida di fase) produce danno a prescindere dall’esplosione, producendo una violentissima onda d’urto di pressione.

I

rischi specifici di Falconara. Falconara è già un’area ad alto rischio di catastrofe ambientale. E’ evidente che piazzare un rigassificatore in una zona in cui sono già presenti una raffineria, un aeroporto, centrali elettriche ed altre infrastrutture energetiche aumenta il rischio di incidente, con possibile effetto domino, ed il rischio ambientale e per la salute.


aprile 2011

Senigallia la Città Futura

5

Mostri

Falconara il no della regione Marche può essere l’ultima speranza di fermarli La Giunta Il tempo Mangialardi stringe dice no Venerdì 27 aprile al

Rigassificatori

Ministero si terrà la conferenza conclusiva per il rigassificatore di Falconara

Consiglio Comunale del 7 luglio 2010 Carlo Girolametti, consigliere comunale de “la Città Futura” interroga la giunta sulla questione “Rigassificatore a Falconara” Consiglio Comunale del 28 luglio 2010 Il Sindaco Mangialardi presenta l’ordine del giorno: “Opposizione alla installazione di un rigassificatore al largo di Falconara Marittima” ove si esprime l’assoluta contrarietà alla realizzazione del rigassificatore di Falconara e si impegna la Giunta a promuovere un fronte unito di tutti i Comuni della riviera a nord di Ancona e delle zone limitrofe con l’obiettivo di indurre la Regione Marche ad esprimere parere negativo. Viene approvato con 19 voti favorevoli, maggioranza più Partecipazione, l’unanimità dei votanti (presenti non votanti G. Donatiello e L. Magigalluzzi (PD), D. Romano (VS) Venerdì 17 Settembre 2010 Con un incontro al centro sociale Saline, molto partecipato, esordisce un “Comitato No Rigassificatore a Falconara”. Le relazioni sono chiare e dettagliate e affrontano tutti gli aspetti della questione. E’ possibile ascoltarle andando al sito http:// www.archive.org/ e inserendo “no rigassificaMa quanto sono grandi? Il rigassificatore di Treviso a confronto con la Rotonda sul mare tore Falconara” nella funzione “Search”.

di Roberto Cenci

(L’Ondaverde Onlus Falconara)

L

ungo la costa marchigiana incombono due progetti di rigassificatori in mare: uno al largo di Porto Recanati, uno al largo di Falconara. Il Ministero dell’Ambiente ha dato parere favorevole sia a quello di API Nova Energia (davanti Ancona-Falconara) sia a quello di Porto Recanati (Gaz de France). La Regione Marche nel 2008 ha espresso parere negativo per quello Gaz de France, ma parere tecnico favorevole per quello API di Falconara, anche se poi Spacca, nell’ultima campagna elettorale, si è dichiarato contrario all’impianto che API vuole realizzare davanti Ancona e Falconara, e anche grazie a questa presa di posizione che il Presidente ha ottenuto molti consensi, Ora, il 27 aprile, il Ministero dello Sviluppo Economico ha chiamato ad esprimersi la Regione Marche convocando al riguardo una conferenza Stato Regione. Si spera che, prima di quella data, il Consiglio Regionale discuta ed approvi le numerose mozioni presentate da diversi consiglieri di maggioranza e opposizione...vedremo. Ma, se la Regione dice NO, la partita può dirsi chiusa? No, perché, in assenza di un Piano Nazionale per i rigassificatori, il Governo potrebbe decidere di scavalcarla andando avanti lo stesso. Inoltre che la Regione Marche dica NO è tutto da dimostrare: nel corso di questi ultimi mesi ci sono stati diversi distinguo pro API da parte di singoli Consiglieri Regionali, ma anche molti silenzi dentro il PD, tutto questo prescindendo dal merito e dai contenuti anche in merito alla sicurezza e al danno economico.. L’associazione “L’Ondaverde Onlus Falconara”, assieme a Legambiente Marche. ha presentato a dicembre ricorso al TAR del Lazio e a marzo altrettanto ha fatto il Comitato “Rigassificatore no grazie” di Loreto/Porto Recanati per l’altro progetto. Numerosi consigli comunali, nel frattempo, hanno deliberato la contrarietà a questi due progetti: Senigallia, Montemarciano, Chiaravalle, Jesi, Camerata Picena. Pertanto anche la Provincia di Ancona viene in queste settimane sollecitata ad esprimere un voto favorevole o contrario (contrarietà al momento dichiarata e formalizzata con osservazioni inviate ai Ministeri...ma non ufficializzata con un voto del Consiglio Provinciale). Per quanto riguarda il progetto API Nova Energia, nell’apposita commissione della Provincia, sono state ascoltate prima le associazioni ed i cittadini che si oppongono e poi, su richiesta del PDL, anche la proprietà. Il voto deL Consiglio Provinciale, non vincolante, perché non richiesto dall’iter Ministeriale, è comunque politicamente ineludibile, se si considera che a sud del Conero altri Comuni si sono mossi con delibere di contrarietà a questo tipo di impianti. L’unico Comune al momento favorevole all’impianto è Falconara, amministrazione centrodestra PDL+UDC guidata dal Sindaco Goffredo Brandoni.

Terminale di rigassificazione rischi a mare di Marcello Mariani

I

l progetto di realizzazione di un terminale di rigassificazione di LNG (Liquified Natural Gas) prevede di utilizzare l’attuale punto di attracco per lo scarico del greggio ubicato 16 km a largo di Falconara Marittima modificandolo per renderlo idoneo all’attracco anche di navi gasiere, di tipo LNGRV (Liquified Natural Gas Regasification Vessel), munite di unità di rigassificazione, che andranno ad approvvigionarsi di LNG al largo nell’Adriatico da navi gasiere adibite al trasporto o direttamente dai siti di produzione e liquefazione. e operazioni di “allibo” (abbordi in mare aperto tra nave LNGRV e navi gasiere) per il travaso di gas allo stato liquido, vengono considerate operazioni ad altissima pericolosità, obbligatoriamente assistite da rimorchiatori e mezzi antincendio, regolate da restrittive disposizioni per ciò che attiene al Codice della Navigazione e alla sicurezza dell’incolumità degli equipaggi (D.M. Min. Trasporti, 2 agosto 2007). isogna poi considerare altri elementi di rischio a mare: l’ingente traffico in quel quadrante marittimo di navi commerciali, passeggeri, da pesca e petroliere; la vicinanza del Porto di Ancona e le navi alla fonda e in manovra, per le tante installazioni fisse esistenti di perforazione e trasferimento di gas e idrocarburi, e le condizioni necessarie per allibi e ormeggi in mare aperto (16 Km.) senza nessun riparo per navi con imponente superficie emersa d’impatto ai venti. e modalità operative per le navi rigassificatrici, come esposte dalla Società proponente, presen-

L

B L

tano, per le caratteristiche dell’attracco off shore, parecchi interrogativi rispetto alla sicurezza. La nave ormeggerebbe di prua al terminale, con allungo di manichetta tramite braccio mobile. Significa che i rimorchiatori dovranno, di continuo (per 5 o 7 giorni filati), impedire l’urto della nave sulla struttura fissa d’ormeggio (la cosiddetta “isola”), ma per le grandi dimensioni della nave in caso di venti o peggioramenti meteomarini improvvisi, il pericolo di rottura dei cavi di traino dei rimorchiatori è oggettivo. In questo frangente, l’impatto tra la nave e la struttura fissa potrebbe essere foriero di gravissime conseguenze. a rigassificazione del gas naturale liquefatto verrà effettuata a mare. Il gas naturale passerà dai -160°C dello stoccaggio in fase liquida sulla LNGRV, ai +3°C. (aumentando, nel passaggio di stato, di 600 volte di volume) attraverso una pipe line da 32’’ che attraverserà la raffineria, passerà fra edifici residenziali, intersecherà strade, lambirà un centro commerciale e, infine, taglierà il Parco del Cormorano. Oltre a ciò, dovranno essere realizzate le strutture di misura e supporto per il collegamento alla rete SNAM. proponenti prevedono la rigassificazione di 4 miliardi di Standard metri cubi/anno. Le quantità previste appaiono largamente sovrastimate. La Società proponente ha dichiarato 40/41 attracchi/ anno di unità navale rigassificatrice. tempi dichiarati sono: 5 giorni per rigassificazione e scarico (ma in letteratura scientifica, per navi classe Excelsior e Excelerate dell’armatore belga

L

I I

Exmar, costruite dalla coreana Daewoo Shipbuilding Marine Engineering (DSME), con capacità di stoccaggio di LNG di 138.000 metri cubi, i tempi risultano essere 7 giorni); 1 giorno per ormeggio/ disormeggio al punto d’attracco; 2 giorni per allibo; 1 giorno trasferimento da e per l’allibo. In tutto almeno 9 (o 11) giorni per ogni trasporto che, moltiplicati per 40 attracchi, vanno oltre i 365 giorni/ anno. Le caratteristiche dell’attracco (in mare aperto e in assenza di ridossi o ripari) prevedono condizioni meteomarine estremamente favorevoli (per onda e vento) che, nella migliore delle ipotesi e in assenza di manutenzioni/riparazioni/avarie, consentirebbe circa la metà di quanto dichiarato come volume di rigassificazione annuale. Tempi che aumenterebbero ulteriormente laddove non si operasse con allibi tra LGNRV e le navi gasiere ma (come anche dichiarato dai proponenti) con approvvigionamento della nave LGNRV nei luoghi di estrazione del gas. a la Società proponente dichiara che il medesimo attracco off shore - che non è, come in tutti gli altri terminali di questo tipo esistenti, una boa galleggiante (Floating Storage Offshore), ma una struttura fissa - sarà anche utilizzato per l’operatività di 35 navi petroliera/anno. Tenuto conto che il punto d’attracco gas/petrolio è il medesimo, e che nessuna sovrapposizione può esistere, la quantificazione di tempi e quantitativi dichiarati appare di molto sovrastimata, facendo sorgere il dubbio che l’uso dell’isola off shore per la rigassificazione comporti o preluda ad una dismissione delle attività di raffinazione.

M


6

Turismo

Senigallia la Città Futura

aprile 2011

Intervista Massimo Colocci l’assessore ai turismi di Senigallia

“Potenziare i nuovi scenari di offer ta turistica” di Roberto Primavera

C

ome tutti sappiamo il turismo è la fetta più importante dell’economia senigalliese, di conseguenza lei dovrebbe essere un assessore molto importante, se non il più importante. E’ così?

No. Non è pensabile una gerarchia tra noi assessori del comune di Senigallia, dato che l’agire di squadra che contraddistingue la nostra attività ci porta a condividere e a sentirci corresponsabili delle azioni amministrative nei vari settori, pur nel rispetto delle reciproche competenze e deleghe. Questa è l’impostazione che ci ha richiesto il Sindaco Maurizio Mangialardi quando ci ha chiamato a condividere questa importante esperienza amministrativa e che ci ha trovato entusiasticamente concordi.

Q

uali sono i compiti dell’assessorato ai turismi che lei presiede? Cioè, oltre a programmare le varie manifestazioni per attrarre turisti e a pubblicizzare in vari modi la città e il territorio circostante, le spetta anche di articolare un progetto, un modello di turismo, verso cui tendere? Esiste questo modello? E se esiste quali sono gli strumenti e le risorse che ha a disposizione per perseguirlo?

Promuovere in Italia e all’estero la città e il territorio, fornire ai cittadini e ai turisti servizi contemporaneamente di svago e di acculturazione, attraverso la qualità delle proposte, accrescere e consolidare l’immagine della città come attrattore di flussi, e con ciò supportare le attività economiche e imprenditoriali degli operatori del settore, sono le priorità insite nelle deleghe di mia competenza. Ma oltre a ciò mi sono posto degli obiettivi che guardino avanti: la sottolineatura della delega alla promozione dei “turismi” comporta un’impegno a lavorare per modelli di turismo che affianchino il modello tradizionale e identitario della città di Senigallia. Potenziare gli embrioni di proposte che esaltino i vari settori strettamente connessi, come quello sportivo, sociale, congressuale, termale, culturale, enogastronomico, delle tipicità del territorio, significa aggiungere e affiancare alle proposte, in parte già presenti, nuovi scenari di offerta turistica, nuove opportunità di occupazione, nuovi motori economici, e favorire il trend di crescita, rilevabile nel recente passato, di una città che sempre più si propone come modello di un turismo vivace, attrattivo e proiettato nel futuro.

N

egli anni scorsi, soprattutto durante i due mandati Angeloni, a Senigallia sono state fatte dal punto di vista urbanistico delle scelte importanti ed impegnative che impattano e impatteranno molto sul turismo: lo studio di inquadramento operativo (SIO) della fascia costiera, la variante di tutela e valorizzazione della fascia litoranea, le varianti al piano degli arenili ecc. ecc. Diverse trasformazioni per valorizzare le risorse della nostra costa e per offrire occasioni di rinnovamento dell’offerta turistica senigalliese. Sono oggi ancora valide e praticabili quelle prospettive o vanno declinate diversamente alla luce dei cambiamento del quadro generale? Non solo sono estremamente attuali, e ne danno testimonianza gli aggiornamenti normativi e programmatici in corso e di prospettiva, ma nel prossimo futuro penso che si dovrà mettere in cantiere uno studio di dettaglio della costa che unifichi e attualizzi, anche con studi economici di

settore, il quadro normativo attuale.

G

uardando in prospettiva storica: dopo il boom del turismo di massa la costa senigalliese è stata negli ultimi decenni sottoposta ad una grande pressione immobiliare, ora che il turismo sembra sempre più orientarsi verso una offerta integrata costa-territorio come si può operare per adeguare l’ospitalità senigalliese?

Va sicuramente posta grande attenzione ai nuovi modelli di ricettività, che debbono integrare l’albergo tradizionale con layout insediativi più attuali, sia sulla costa, che non significa solo sul mare in prima fila, che all’interno, dove l’integrazione costa-territorio si possa ben coniugare con offerte complementari legate a circuiti tematici e originali, che possono costituire valore aggiunto al tradizionale ma non più sufficiente binomio hotelspiaggia. Mi riferisco all’ospitalità rurale, all’albergo diffuso, alle taverne distribuite sui percorsi del territorio, che avrebbero anche la caratteristica di favorire la destagionalizzazione dell’offerta turistica.

P

er esempio, sembra che diversi operatori stiano investendo energie e capitali sulla valorizzazione del territorio (agriturismo, percorsi per cicloturisti, ristorazione a filiera corta ecc.), ci sono progetti dell’amministrazione per promuovere, sostenere e mettere in rete queste, o anche altre, esperienze promettenti?

La risposta a questa domanda è contenuta nel punto precedente, e un’azione di programmazione in tal senso è negli intenti miei e dell’amministrazione, e coinvolgeremo nella costruzione di questo programma le forze più attente e disponibili che si occupano del settore.

L

a variante di costa ha scommesso sulla possibilità di operare una riorganizzazione complessiva della ospitalità extralberghiera attraverso la delocalizzazione dei campeggi (Ecocamp) e la realizzazione del parco litoraneo. Ad oggi gli strumenti sono operativi ma occorre giungere all’accordo di programma con i gli operatori. Cosa ha fin qui ostacolato lo sviluppo di questo progetto e come intende operare in tal senso?

Più che ostacoli allo sviluppo di questi progetti, che per ora sono solo studi di riferimento, pur se importanti e approfonditi, vedo proprio la necessità di trasformarli in strumenti operativi, magari nell’occasione del citato “piano di costa”. Nel frattempo rappresentano un riferimento per le operazioni di trasformazione in atto o in programma, che man mano ne recepiscono i principi informatori.

L

’area Sacelit-Italcementi: una grande occasione di sviluppo per alcuni, una macroscopica operazione immobiliare per altri, su questi temi la città si confronta da anni senza trovare una vera condivisione; con i lavori in procinto di partire possiamo ritenerci soddisfatti dei risultati raggiunti o dobbiamo rammaricarci dell’occasione perduta? Ritiene verosimile l’idea che questo nuovo quartiere potrà rappresentare una nuova centralità nel panorama turistico cittadino?

L’area Sacelit-Italcementi e il Nuovo Porto rappresentano una trasformazione epocale del tessuto urbano, paragonabile a quelle che nel passato hanno caratterizzato la geografia urbana di

M

assimo Colocci, senigalliese doc, architetto, professionista e docente di “Storia e progettazione urbana” all’Università di Tor Vergata a Roma è l’uomo in più della giunta Mangialardi. E’ il tecnico chiamato a gestire una nuova delega, l’Assessorato ai Turismi ed Eventi, con il compito ambizioso di intuire le nuove tendenze dei flussi turistici e stimolare l’imprenditoria locale, coadiuvandola nello sforzo di adeguamento e rinnovamento delle proposte. La partita si gioca sul piano della conoscenza della realtà economica locale e su quello della promozione e della comunicazione. E’ una partita fortemente condizionata dalla crisi economica e dai tagli alle risorse che stanno subendo i comuni, ma ineludibile. Per vincerla, la premessa fondamentale non può che essere una città, Senigallia, sempre più bella, sana, attrezzata e ospitale in tutte le sue espressioni e in tutto il suo territorio. Riuscirà l’assessorato di Massimo Colocci a porsi come una risposta strategica a queste sfide? Questo il senso di questa intervista cui daremo seguito nei prossimi mesi andando ad ascoltare anche i cittadini e gli operatori operatori.

Senigallia. Essere riusciti a guidare e a controllare tali interventi rappresenta una grande conquista per la città e per l’amministrazione. Il nuovo polo urbano e il rinnovato rapporto che questo determina sia tra i settori nord e sud della fascia costiera, che tra questa e il centro cittadino innescano nuovi equilibri per la città e per il territorio.

M

olti si chiedono se la Senigallia turistica potrà reggere la contemporanea presenza degli ulteriori tre Alberghi a 4-5 stelle previsti (ex SacelitItalcementi, ex Enel, ex Hotel Bagni), ci saranno così tanti nuovi turisti? E facoltosi per giunta? Esiste un qualche studio

dell’amministrazione sulla sostenibilità economica di questi progetti?

L’evoluzione e la crescita della città nel suo insieme e nel settore turistico in particolare consentono di guardare a queste opportunità come adeguamenti e allineamenti dell’offerta ricettiva ad un modello sicuramente più ambizioso dell’attuale, ma consono a quell’idea di città simbolo del turismo regionale, che potrà affiancare alle strutture e ai contenitori storici, unici nel suo genere, come la Rotonda a Mare, il Foro Annonario, la Rocca Roveresca, adeguate strutture ricettive che vadano a completare quell’immagine di eccellenza di cui la città già gode.


aprile 2011

Senigallia la Città Futura

Politiche del lavoro

Lavoro

7

Riflessioni sull’insicurezza sociale e sulle politiche che favoriscono il precariato

Chi paga la crisi?

Dopo la crisi finanziaria del 2008, stiamo vivendo una seconda fase che sta riguardando l’economia nel suo complesso e sta portando alla recessione di Virgilio Marconi

D

opo la crisi finanziaria del 2008, stiamo vivendo una seconda fase che sta riguardando l’economia nel suo complesso e sta portando alla recessione. La crisi sta dimostrando che il modello neoliberista fondato sulla moderazione salariale, la precarietà crescente e sul facile accesso al credito sta fallendo. Siamo all’interno di una crisi economica che si è trasformata in crisi sociale, cresciuta a causa delle disuguaglianze, dell’esclusione, dell’indebolimento del senso di solidarietà e dell’individualismo che lascia isolati i più deboli. La contrazione del potere d’acquisto e la crescente minaccia della perdita del posto di lavoro finiscono per esasperare questa situazione sociale già di per sé difficile. Due tendenze ci aiutano a capire questo dato: la generalizzata precarizzazione del lavoro giovanile in tutta Europa e la disparità di reddito che è tornata a livelli di un secolo fa. L’insicurezza sociale che deriva da questo stato di cose porta con sé l’esigenza di una riprogettazione del sistema dello Stato Sociale che tuteli dal rischio dell’impoverimento e fornisca allo stesso tempo un supporto al reinserimento lavorativo delle persone. In Italia nel 2010 i disoccupati sono aumentati di circa 450.000 unità e il tasso di disoccupazione è dell’8,9%, mentre la disoccupazione giovanile si attesta intorno al 30%. A tutt’oggi non si sono avviate politiche capaci di produrre nuovi investimenti

e nuovo sviluppo e, di conseguenza, occasioni di lavoro. E’ necessario invertire la tendenza che in questi anni ha portato a scelte politiche e finanziare per il salvataggio delle banche a scapito del reddito dei cittadini. Il governo italiano ha inoltre approvato la legge sul collegato al lavoro portando un duro attacco al mondo del lavoro e ai suoi diritti. Come abbiamo già accennato, particolarmente allarmante è la dimensione della disoccupazione giovanile che fa presagire quanto, a pagare le conseguenze del declino economico, saranno proprio le giovani generazioni, ormai normalmente occupate con contratti precari (e per questo più facilmente licenziabili). La stabilizzazione delle condizioni dei lavoratori precari e la creazione di un nuovo modello di sviluppo, fondato su presupposti completamente diversi, potrebbero essere buoni punti di partenza per cominciare a mettere mano al dramma della precarizzazione di tanti lavoratori prodottasi in questi anni. Oggi il prezzo della competizione all’interno delle sfide imposte dalla globalizzazione è stato addossato in massima parte al lavoro, al mito della flessibilità come unico rimedio alla perdita di produttività. Partendo da queste considerazioni generali, in questo numero del giornale vorremmo cercare di dare uno sguardo alla situazione del lavoro e della disoccupazione nel nostro territorio, partendo innanzitutto da alcune cifre tanto significative quanto allarmanti.

il lavor o a chiamata

I

l lavoro a chiamata, o lavoro intermittente, è una delle numerose tipologie di lavoro atipico introdotte nel nostro ordinamento con la cosiddetta Legge Biagi (L. 30/2003) e relativo Decreto Delegato (D.Lgs. 276/2003). In coerenza con lo spirito complessivo della riforma, anche con questa tipologia contrattuale si sono voluti introdurre nel mercato del lavoro italiano, considerato troppo rigido, elementi di flessibilità da tempo richiesti dalle imprese. Ci si è riusciti? O meglio, si è riusciti a flessibilizzare il mercato favorendo lo sviluppo delle imprese e creando nuove opportunità per i lavoratori? Oppure anziché flessibilità (in ingresso e per un tempo limitato) si è creata una precarizzazione permanente del mercato del lavoro? Sono domande complesse che richiedono risposte articolate (se non si vogliono dire banalità). Risposte che vogliamo cominciare a cercare, a partire da questo primo numero, con l’intervista, nella pagina sguente, alla Responsabile del C.I.O.F. (Centro per l’Impiego, l’Orientamento e la Formazione) di Senigallia.

L

’art. 33 del D.Lgs. 276/03 definisce il lavoro a chiamata come “il contratto mediante il quale un lavoratore si pone a disposizione di un datore di lavoro che ne può utilizzare la prestazione lavorativa” secondo le proprie esigenze. In concreto: il lavoratore assunto con contratto a chiamata, a tempo determinato o indeterminato, sa che per tutta la durata del contratto potrà essere chiamato a lavorare e deve tenersi a disposizione in vista di questa prospettiva, ma non sa quando ne quante volte sarà chiamato e, di conseguenza, su quale reddito poter contare. La possibilità di ricorrere a questo tipo di contratto è limitata

ai seguenti casi: • giovani con meno di 25 anni e lavoratori con più di 45 anni che siano stati licenziati da un precedente rapporto di lavoro; • attività di lavoro a carattere discontinuo (quali ad esempio: custodi, guardiani, portinai, addetti a centralini telefonici, receptionist di albergo, camerieri, personale di servizio e di cucina negli alberghi ed esercizi pubblici in genere, addetti alle pompe di carburante, lavoratori dello spettacolo, ecc.); • periodi predeterminati della settimana, del mese o dell’anno (e cioè nei fine settimana, durante le ferie estive, le festività natalizie, ecc.).


8

Senigallia la Città Futura

Lavoro

aprile 2011

Intervista Carolina Mercolini responsabile del Centro per l’Impiego di Senigallia

“ I casi drammatici iniziano a rappresentare una percentuale rilevante ”

di Giulia Angeletti

D

i cosa si occupa il Ciof di Senigallia? Su quale ambito territoriale opera? Il Centro per l’Impiego di Senigallia è una struttura della Provincia di Ancona che si occupa di servizi pubblici dell’impiego necessari per far incrociare efficacemente la domanda e l’offerta di lavoro. Sono tutti servizi gratuiti e sono rivolti ai disoccupati, inoccupati, occupati in cerca di nuovo lavoro e alle imprese che cercano personale. Il nostro ambito comprende 10 comuni: Barbara, Castel Colonna, Castelleone di Suasa, Corinaldo, Monterado, Ostra, Ostra Vetere, Ripe, Senigallia, Serra de' Conti. i può dire qualcosa sul termine precariato? A noi risulta che si è iniziato a usare una decina di anni fa, questo vuol dire che prima non esisteva? E perché se ne parla tanto oggi? Il precariato è la condizione di colui che non ha un rapporto di lavoro stabile e non può contare su un reddito adeguato per la propria famiglia. Questo si traduce in precarietà dei rapporti di lavoro e mancanza di reddito fisso. La condizione della maggior parte delle persone che si trovano in questo stato è involontaria, è una condizione che subiscono, non una scelta. A volte ci sono persone che optano, per un periodo limitato della loro vita, questo tipo di lavoro, perché per qualche motivo gli fa comodo un impiego saltuario. Questo termine è venuto fuori da meno di 10 anni. Secondo la lettura che do dei dati, l’esplosione del fenomeno è avvenuta nel 2004/2005, quando è andato a regime il 276, il decreto attuativo della legge Biagi. Il decreto legislativo è del 2003, ma si sa che per andare a regime ci vogliono alcuni anni. Non è che prima non ci fosse niente: possiamo fare un passo indietro risalendo al pacchetto Treu, legge 196 del 1997. Tale decreto non ha fatto altro che regolare dei rapporti di lavoro che già esistevano, riformando l’apprendistato e i tirocini ed introducendo il lavoro cosiddetto interinale. Come dice Draghi nell’ultimo rapporto della Banca d’Italia, se si parla tanto di precariato oggi è perché si è cronicizzato. os’è cambiato nel mercato del lavoro? Ci sono stati dei processi di ristrutturazione importanti, cosa hanno provocato sulla domanda-offerta?

Con il decentramento c’è stata una riforma del collocamento. Prima gli ex-uffici del collocamento erano sotto controllo ministeriale, poi con il decentramento (la cosiddetta Bassanini) si sono delegati alle Regioni e alle Province. Inoltre prima c’era il monopolio pubblico degli uffici di collocamento, poi per indicazione dell’Unione Europea si è aperto al privato. Con il decreto legislativo 181 del 2000, modificato dal decreto legislativo 297 del 200, si è introdotta una nuova concezione del disoccupato che diviene colui che è

canali informali. econdo i dati da Voi forniti i disoccupati a Senigallia nel 2009 erano 4680, con il 39,9% in più rispetto al 2008. Qual è il trend per il 2010? Parliamo di dati ancora indicativi, perché li stiamo elaborando. Quando io parlo di stock di disoccupati per il 2010 intendo quanti disoccupati ho al 31 dicembre 2010. Il dato è di 5374 persone, un 14,8% in più di quelli del 2009 (Tabella 1). Questi numeri ci permettono di vedere la crisi economica attraverso i

S

C

C

che se il dato dei disoccupati è sempre in aumento. uali sono le percentuali di disoccupati secondo il genere? Come è cambiato questo dato negli ultimi anni e come lo interpreta? Nel 2008 la percentuale di disoccupate donne era molto più alta rispetto a quella degli uomini, rappresentando il 65%. Nel 2009 le donne disoccupate erano il 59,7% e questo dato è rimasto pressoché stabile nel 2010 (Tabella 2). Questo perché nel 2009 la crisi si è fatta sentire di più in alcuni settori in cui erano impiegati maggiormente gli uomini (metalmeccanica ed edilizia per esempio). La maggior parte delle donne invece erano impiegate nel tessile-abbigliamento, nei servizi, nel commercio e nel terziario. ual è il livello di disoccupazione per classi d'età? Sappiamo che la disoccupazione giovanile a livello nazione è al 28%, Senigallia segue questo dato? Qui c’è da fare attenzione, perché il dato Istat a livello nazionale è rilevato in modo diverso rispetto al nostro. Il nostro dato rileva una disoccupazione amministrativa, basata solo sulla volontarietà di chi si rivolge al Centro per l’Impiego. L’Istat invece fa il raffronto tra gli occupati e quelli in cerca di un’occupazione. Non si può fare una comparazione diretta ma si può vedere se c’è una tendenza comune. La classe d’età 15-24 anni nel 2007 era presente nella totalità dei disoccupati con un 10,5%, nel 2008 con un 12,7%, nel 2009 con un 14,4%, per finire con un 16,8% nel 2010. Quindi sì, c’è stato un aumento… uanti lavoratori che hanno perso il lavoro nel 2010 si sono iscritti alle liste di mobilità? Il flusso mobilità per il 2010 è stato di 670 lavoratori che hanno perso il posto di lavoro e si sono iscritti alle relative liste (Tabella 3). Per iscriversi a queste liste di mobilità è necessario aver perso un lavoro a tempo indeterminato, il cosiddetto lavoro “buono”. Se vediamo il trend da una certa data ad oggi, vediamo che nel 2007 sono stati 331, nel 2008 438, il 2009 è stato l’anno nero con 789, per arrivare ai 670 del 2010. Già nel 2008 vediamo che si iniziava a sentire il problema, mentre il 2009 è stato il culmine della crisi. Per parlare di genere, vediamo che di 789 persone che sono state licenziate nel 2009, 366 erano donne e

Q

Q

Q Carolina Mercolini alla ricerca attiva del lavoro. Si è passati dalla ricerca passiva del lavoro a una ricerca attiva su base volontaria: non si è obbligati a venire al Centro dell’Impiego e si può scegliere di rivolgersi al privato. I canali di reclutamento del personale nel mercato del lavoro sono diversi: quello più ampio funziona con la rete dei contatti, con il passaparola. Secondo diversi studi, i Centri per l’Impiego in tutta Italia riescono ad incrociare un 10% della domanda e dell’offerta, ma mi tengo alta. La fetta più alta è tramite

dati del nostro territorio: la crisi, in termini di perdita di posti di lavoro, l’abbiamo iniziata a sentire nell’ultimo quadrimestre del 2008, i segnali c’erano già prima, ma la percezione reale è avvenuta in ritardo. Per la ripresa invece vale il contrario, se c’è ripresa economica per riassorbire tutta la manodopera ci vuole molto più tempo. Il boom della crisi è stato nel 2009, quando abbiamo avuto un aumento quasi del 40% dei disoccupati rispetto al 2008, mentre nel 2010 l’aumento è stato del 14,8%. La crisi sembra un po’ frenata, an-

423 uomini, mentre prima a perdere il lavoro erano sempre le donne. Nel 2010 sono stati 670, è comunque un dato molto alto. Se si sommano le persone che sono state licenziate dal 2008 al 2010, si arriva alla cifra molto alta di quasi 1900 persone. uali tipi di avviamento al lavoro introdotti dalla legge Biagi vengono utilizzati? Quali sono i più comuni e quali settori li utilizzano di più nella realtà di Senigallia? Il lavoro tipico è esclusivamente quello a tempo indeterminato, atipico tutti gli altri tipi di avviamenti. Su una totalità di avviamenti lavorativi (qui si parla di avviamenti non di persone perché una persona può essere protagonista di più avviamenti) nel 2008 avevamo 14921 avviamenti complessivi di cui 2350 tipici, nel 2009 13360 di cui 1742 tipici, per arrivare al 2010 con 13919 avviamenti di cui 1752 tipici (Tabella 4). La percentuale del lavoro tipico rimane molto bassa sul totale dei vari avviamenti, nel 2010 è scesa al 12,6% del totale. Per quanto riguarda gli avviamenti secondo categoria di lavoro atipico, vediamo che il contratto a lavoro intermittente è quello che viene più utilizzato, soprattutto nella stagione estiva. Il lavoro d’apprendistato invece è calato molto. Abbiamo poi fatto il conto degli avviamenti tipici o atipici per la fascia 15-24 anni: vediamo che nel 2010 di 2931 avviamenti, ben 2800, e cioè un 95,5% del totale sono stati avviamenti per contratto atipico (Tabella 5). Se la guardiamo con una logica di immettersi nel mercato del lavoro il dato è plausibile, chi a Senigallia non ha lavorato d’estate mentre studiava? Resta il fatto che i giovani sono i più colpiti dalla forma di lavoro atipico. Le forme più comuni sono il lavoro intermittente che è concentrato più nel settore turistico, il lavoro a progetto,il tempo determinato e l’apprendistato che è presente un po’ ovunque. nuovi tipi di avviamento stanno cambiando la realtà sociale ed economica della città. Voi come percepite questa cosa? Il problema è che a Senigallia molti abitanti cercano di lavorare solo nella stagione estiva. Faccio un esempio: ci sono molte donne che durante l’inverno preferiscono stare dietro alla famiglia e poi d’estate lavorano quei tre o quattro mesi per aiutare il bilancio familiare. Una buona percentuale è data da questo

Q

I


aprile 2011

Senigallia la Città Futura

Intervista continua

forme sulle nuove forme di lavoro mi sembra che manchi proprio la parte sugli ammortizzatori sociali. econdo il Rapporto Caritas 2009, la mancanza di lavoro sta impoverendo sensibilmente le famiglie di Senigallia, Voi che percezione avete di questo fenomeno? Qual è il vostro termometro per misurare il disagio familiare rispetto al lavoro? Alcuni nostri utenti molte volte arrivano veramente disperati. Noi li inviamo per le emergenze alla Caritas, e loro per altre cose li mandano a noi. Questo perché ormai si è creata una rete sul territorio tra Centro per l’Impiego, la Caritas e i servizi sociali. Auspico che questa rete venga rafforzata perché stiamo parlando di casi davvero drammatici, che ormai iniziano a rappresentare una percentuale rilevante.

S

- Esiste una discriminazione tra lavoratori da parte di chi offre lavoro? (es. donne, immigrati) Per quello che abbiamo visto, i primi che hanno perso lavoro sono stati gli stranieri. Riguardo al discrimine sulle assunzioni di donne e uomini rimane un piccolo discrimine ai danni delle donne. Si sa che le donne per la maggior parte chiedono il part-time, anche se questo non è molto diffuso. Finché la maternità viene vissuta come un “problema” e non come un bene per la collettività, ci saranno aziende che preferiscono assumere uomini per paura che la donna vada in maternità . Bisognerebbe fare un salto culturale. Poi ci sono alcuni settori dove il genere non influisce, come nel commercio. Per gli stranieri invece qualche piccolo pregiudizio c’è, è inutile che ce lo nascondiamo.

numeri tristi Tabella 1. Stock disoccupati Femmine Maschi Totale

2009

2010

2.796 1.884 4.680

3.178 2.196 5.374

Variazione 2010 su 2009. Variazione % + 13,66 + 16,56 + 14,83

Tabella 2. Stock disoccupati rispetto al genere. Percentuali 2008 65,45 34,55

Femmine Maschi

2009 59,74 40,26

2010 59,14 40,86

Tabella 3. Flusso mobilità. Valori assoluti Femmine Maschi Totale

2007 186 145 331

2008 231 207 438

2009 366 423 789

2010 365 305 670

Tabella 4. Incidenza lavoro tipico sul totale degli avviamenti

TIPOLOGIA CONTRATTUALE Lavoro tipico Totale avviamenti Incidenza lavoro tipico sul tot %

2008 2.350 14.921 15,75

2009 1.742 13.360 13,04

2010 1.752 13.929 12,58

Tabella 5. Avviamenti 2010 nella fascia d’ètà 15-24 Lavoro Tipico Lavoro Atipico TOTALE

F 61 1.461 1.522

M 70 1.339 1.409

9

il lavoro a chiamata è letteralmente esploso Senigallia

”Alle persone che perdono un posto di lavoro atipico va peggio” tipo di scelta. Poi è ovvio che la maggior parte dei lavoratori devono accettare un lavoro atipico perché l’offerta oggi è questa e in questo momento di crisi non c’è molta possibilità di scelta. Senza dubbio c’è differenza tra un giovane che si presenta nei nostri uffici e una persona di 40/50 anni che ha perso il lavoro. A volte è più facile ricollocarsi per il quarantenne perché, se possono iscriversi alle liste di mobilità, poi ci sono agevolazioni per chi li riassume. Allo stesso tempo però c’è più scoraggiamento e abbattimento, soprattutto se in una famiglia a perdere il lavoro sono stati tutti e due. Queste situazioni le tocchiamo con mano. Va peggio per quelle persone che perdono un posto di lavoro con contratto atipico che non hanno la possibilità di iscriversi alle liste di mobilità, e quindi non possono beneficiare dell’ammortizzatore sociale. In tutte le ultime ri-

Lavoro

TOT 131 2.800 2.931

F% 4,01 95,99 100

M% 4,97 95,03 100

TOT% 4,47 95,53 100

Lavoro a chiamata abusi e sfruttamento

Q

ual è il senso di tutto ciò? Sicuramente venire incontro alle particolari esigenze di alcune tipologie di attività: si pensi ad un ristorante che, oltre al personale normalmente impiegato, ha necessità di personale aggiuntivo da “chiamare” in occasione di pranzi di cerimonie o ai cosiddetti contratti weekend nel settore commercio. Ma, almeno sulla carta, il contratto a chiamata avrebbe dovuto rappresentare una opportunità interessante per alcune tipologie di soggetti: si pensi ad uno studente universitario che potrebbe trovare conveniente guadagnare qualcosa con una prestazione lavorativa discontinua. Più difficile, per la verità, capire quale interesse potrebbe avere ad essere occupato in tale forma un disoccupato over 45, spesso ancora lontano dalla pensione e dunque alla ricerca di sicurezze sia retributive che contributive. Ma il vero problema del lavoro a chiamata sta nella sua effettiva e concreta applicazione. Secondo un malcostume tipicamente italiano, che potremmo riassumere nell’espressione “fatta la legge, trovato l’inganno”, il lavoro a chiamata è stato di fatto utilizzato come paravento per dare veste di legalità a situazioni di abuso e sfruttamento. In buona sostanza dietro molti rapporti di lavoro a chiamata, comportanti l’utilizzo del lavoratore per un numero

ridotto di giornate (anche pochi giorni all’anno!) e dunque buste paga e versamenti fiscali e contributivi proporzionalmente ridotti, si celano in realtà prestazioni lavorative a tempo pieno. Siamo dunque in presenza di un fenomeno elusivo di proporzioni molto ampie e molto difficilmente stanabile. Non esiste infatti, una volta effettuata l’assunzione con contratto a chiamata, alcun obbligo di registrare la presenza in azienda del lavoratore, prima dell’inizio della prestazione lavorativa giornaliera. Pertanto la presenza in azienda del lavoratore riscontrata in occasione di eventuale visita ispettiva, da parte dell’Inps o dell’Ispettorato del Lavoro, non può dar luogo ad alcuna contestazione né sanzione. Anche a Senigallia il lavoro a chiamata è letteralmente esploso, soprattutto nel settore degli alberghi e ristoranti, come documentano i dati forniti dal Centro per l’Impiego riprodotti nel riquadro qui a fianco. A guardare i dati, che si riferiscono all’intero territorio del Ciof, comprendente 10 Comuni, si può davvero dire che questo tipo di contratto non è stato neppure sfiorato dalla crisi! Forse perché in tempi di crisi le aziende cercano il risparmio a tutti i costi (a cominciare dalla spesa per il personale, come insegna il Sig. Marchionne) e chi è senza lavoro è disposto ad accettare tutte le condizioni.


10

Persone

Senigallia la Città Futura

aprile 2011

Intervista storia di una vita operaia

Bruno Malatesta

di Giulia Angeletti Roberto Primavera

B

runo Malatesta, classe 1922. Operaio e sindacalista, la sua storia si snoda parallela alla storia della nostra città, con le lotte e le manifestazioni operaie degli anni  ’50 - ’60 e’70 . Poi gli’80, la pensione e, con l’arrivo a Senigallia di tanti stranieri, il rinnovarsi del suo impegno al loro fianco, mettendo di nuovo in gioco, a loro disposizione, la sua esperienza. Una vita, la sua, vissuta a stretto contatto con i lavoratori, le persone, cercando sempre di prendere decisioni tutti insieme, non mollando mai la speranza di migliorare le cose. Un percorso tutto dentro il movimento operaio e sindacale della nostra città, ma con caratteristiche politiche e personali, in questo contesto, sicuramente originali e fuori dagli schemi. “Prima i lavoratori e poi il partito”. Bruno è stato un punto di riferimento degli operai dell’Italcementi, la realtà industriale storicamente più importante della nostra città. Con loro non ha mai smesso di battersi per migliorare le proprie condizioni, diventando l’avanguardia sindacale delle successive lotte dei lavoratori delle altre fabbriche del nostro territorio.  Verso tutti quei lavoratori Senigallia ha un grande debito di gratitudine, per la ricchezza prodotta (tanta), quella redistribuita (poca), ma anche per l’esempio di emancipazione e il patrimonio di diritti che ci lasciano in eredità, e che solo noi potremo, a nostra volta difendere. Lo incontriamo nella sua casa di una vita in un pomeriggio freddo di inizio febbraio. Ci accoglie caloroso, sobriamente felice per la nostra visita, ma prima di iniziare l’intervista ci fa giurare e spergiurare, ridendo, che questo giornale non sia di destra. Fatte dunque le dovute rassicurazioni, prendiamo posizione nella saletta, noi attorno ad un tavolino, la moglie Fatima sul divano e il cane si aggiusta vicino al termosifone iniziando presto a sonnecchiare.  Bruno ci fa capire che non potremo accanirci troppo su date e nomi, a 88 anni la memoria può vacillare. Risponde con molta calma alle nostre domande, la moglie è li accanto e, ogni tanto, gli viene in aiuto per gli anni più recenti. Per quelli più lontani, per non confondere nomi e volti, per non mescolare eventi, fa lunghe pause di riflessione, ma poi riesce a ripescare dal passato immagini vive, che bruciano ancora dentro, con la stessa forza di tanti anni fa.  Bruno tira fuori un quaderno pieno di fogli scritti fitti fitti, che si tiene stretto tra le mani come fosse una prova della sua storia. Altri libri, quaderni, documenti sono sparsi sul tavolo “  e quanti me ne hanno portati via “, fogli svolazzanti con tabelle e dati, una documentazione copiosa e importantissima, un vero e proprio archivio per le storie del movimento operaio della nostra città, che si vorranno scrivere.  E sul divano il quotidiano “Il Manifesto” piegato con cura.  Bruno, inizia a parlarci di te. Dove hai fatto le scuole?  Ho fatto la scuola elementare fino alla quinta. A Montemarciano. poi ho iniziato subito a lavorare, facevo qualche lavoro un po’ qua, un po’ la, finché è arrivata la guerra e sono stato militare. Come molti altri ragazzi a quell’epoca, Bruno aveva iniziato giovanissimo a lavorare, fin dai

12 anni. Poi però la guerra arrivò d’improvviso, strappando molto giovani dalle loro vite normali e catapultandoli nello scenario apocalittico della Seconda Guerra Mondiale. Tornando alla sua giovinezza, l’esperienza della guerra e del campo di concentramento sono ancora nitide, con tutta la loro sofferenza e assurdità. Raccontaci di quel periodo, dove sei stato? Mi hanno mandato in Jugoslavia, poi a La Spezia. Ero un marinaio. Ricordo sempre di un tale, uno studioso francese,

all’esperienza collettiva dei lavoratori. Racconta meno in prima persona, e attraverso la sua voce ci restituisce non solo la sua esperienza, ma la storia, il vissuto di un intero corpo sociale, la comunità operaia senigalliese di quegli anni. Non è passato nessun periodo senza che facessimo delle lotte. Abbiamo lottato sempre. Abbiamo occupato la fabbrica, la stazione , siamo andati per tutta la città in corteo, perché le persone sapessero quello che stavamo facendo. E poi facevamo lo sciopero articolato: bastava indire lo sciopero in un solo

Foto Roberto Polverari

anarchico. Quando ha capito che non ero certamente di idee fasciste cominciò a venirmi a trovare e diventammo amici. Un giorno mi disse “Bruno, c’est l’argent qui fait faire la guerre” .  Ricorderò sempre quelle parole, sono rimaste sempre attuali.  Poi mi hanno catturato e messo in un campo di concentramento. Mi hanno preso i tedeschi e mi portavano a lavorare in miniera.  Dove si trovava? Era in un posto al confine tra Francia e Germania, vicino alla Saar . Sono rimasto li due anni e mezzo. Mi hanno mandato in miniera e lavoravo a mille e 100 metri sotto terra. Poi nel ’45 la guerra finisce. Torni subito a Senigallia? Come sei entrato all’Italcementi? Si, sono tornato subito a Senigallia. C’era un tale, si chiamava Franceschini, era mio vicino di casa. Avevo chiesto a lui se ci fosse lavoro all’Italcementi e lui, dopo pochi giorni, mi ha detto di si.  Inizialmente mi hanno mandato a lavorare alla cava di San Gaudenzio, dove si estraeva il gesso. A quel tempo c’era un trenino che arrivava da lì fino allo stabilimento di Senigallia, per trasferire il materiale. Poi mi hanno trasferito a lavorare dentro lo stabilimento  e li ho subito assunto presto incarichi sindacali. Per questo non ero ben visto dai dirigenti, tanto che per molti anni mi pagarono con la qualifica più bassa, anche se facevo un lavoro specializzato. Lavoravo in un forno lungo 100 metri ed ero io il responsabile. Poi l’hai ottenuta la qualifica? come? Ci hanno pensato gli operai. Si sono riuniti e mi hanno detto: “Bruno, o ti danno la qualifica o blocchiamo tutto”. Così tre o quattro operai sono andati a parlare con il direttore e mi hanno dato la qualifica. Come Bruno inizia a parlarci dell’Italcementi  e del suo impegno sindacale, con la CGIL, è come se la sua esperienza personale sparisse dietro

reparto e riuscivamo a fermare l’intero stabilimento. Interessante il rapporto di queste lotte, specifiche di una fabbrica, con tutta la città. La popolazione era solidale con gli operai, spesso durante gli scioperi e le occupazioni gruppi di cittadini si organizzavano per portare da mangiare ai lavoratori. Cosa chiedevate con le vostre lotte? Chiedevamo di migliorare le condizioni  di lavoro e le condizioni ambientali negli stabilimenti. E ci siamo riusciti, le condizioni sono migliorate molto. La fabbrica prima e dopo non era più la stessa. Per esempio abbiamo fatto ridurre il rumore. Abbiamo ottenuto le visite mediche periodiche. Ci sono stati momenti tranquilli? Quasi mai. Ce lo dice sorridendo come a dire ”siete matti a stare tranquilli coi padroni!”. C’è stato un periodo, i primi anni ’80, che i padroni hanno cominciato a portare via tutte le conquiste degli operai degli anni passati. Ci hanno portato via anche la scala mobile . Se noi non stiamo attenti, se i lavoratori non stanno attenti, ci portano via tutto. Ancora qualcuno che è vivo mi dice:  “Bruno, avevi ragione!”. Ci sono stati periodi con grossi passi in avanti e periodi di crisi. La società capitalistico-borghese è così: fa i suoi interessi, mira solo al profitto e quando il movimento operaio è un po’ in crisi gli porta via tutto quel che può. Chi erano i tuoi compagni di lotta? Non passava mese che non ci fosse l’assemblea di fabbrica. C’ero io che ponevo le questioni, ma con me c’erano tutti. Ci saranno stati tre o quattro operai che non la pensavano come noi, ma gli altri erano tutti uniti. Anche alla Sacelit? Un po’ di meno. Come mai? Sembra che per entrare li ci fosse bisogno di una raccomandazione, è vero? Eh, c’erano i cattolici. E questo ha influito sulle lotte del sindacato? Era la mentalità di chi dirigeva le lotte che era diversa. E

comunque anche li ci sono state molte lotte. Bruno sembra non voler entrare troppo nell’argomento. Ogni fabbrica in fondo ha una sua storia, gli operai crescono e si formano una coscienza politica a contatto uno con l’altro, ma non sempre condividendo tutte le questioni, e forse il ricordo di divisioni tra i lavoratori non è piacevole.  Anche le donne partecipavano alle vostre lotte? In che modo? All’Italcementi non c’erano donne, alla Sacelit si, ce n’erano molte. Quella volta le donne si che lottavano, erano molto arrabbiate.  Veniamo alla questione dell’amianto, quando vi siete resi conto della pericolosità di questo materiale? E cosa avete fatto? Andai a Roma tramite la Cgil per parlare con un medico specializzato di questi problemi. Poi tornato ho riferito tutto al Consiglio di Fabbrica. Erano già gli anni ’70 e ’80. Un po’ tardi per affrontare il problema. Si, in più non c’è stata una lotta fino in fondo, perché si trattava di chiudere la fabbrica. Io l’ho detto chiaro quando sono tornato da Roma, se tu lavori con l’amianto anticipi l’ora della tua morte. Però non stava a me decidere, gli ho detto: “Fate come vi pare”. In questo frangente dell’intervista il volto di Bruno assume una espressione grave, quasi solenne. Questo “fate come vi pare” restituisce la drammaticità di una scelta terribile: da una parte la salute e la vita ma la chiusura della fabbrica, dall’altra la possibilità di malattie anche molto gravi ma la sicurezza lavorativa. Gli operai posti di fronte a questo quesito si sono divisi, hanno discusso a lungo, hanno parlato con le loro famiglie. Infine hanno stabilito di continuare a lavorare nonostante il pericolo dell’amianto, sottovalutando il problema.  A Bruno, cui  la situazione parve subito chiara nella sua gravità, non restò che prendere atto. Tu sei sempre stato un sindacalista piuttosto che un uomo politico? Si, anche se sono stato assessore a Montemarciano, per il PSIUP  nel ’68. Ho fatto anche il consigliere provinciale eletto nella circoscrizione di Montemarciano.  Ti è piaciuta come esperienza? Si, ma non è durata molto. In questo “non è durata molto” avvertiamo un senso di distacco. L’esperienza politico amministrativa di Bruno è stata breve e ci sembra che, seppur in un partito vicino alle sue idee, ne abbia colto più che altro i limiti.  Tra il sindacalista e il politico c’è differenza secondo te? Le cose devono fare con tutti, non per conto tuo. Io ho sempre pensato di fare le cose con tutti. Ho fatto la politica con le persone. Perché non ti sei mai iscritto al Partito Comunista? Io non accettavo il loro modo di fare. Erano i dirigenti che decidevano, decidevano loro e basta. Perché è saltato il comunismo? Per il modo in cui si muovevano, autoritario. Contavano solo loro. Per un comunista viene prima di tutto il partito, per un sindacalista vengono prima i lavoratori. Il comunismo non rispondeva alle esigenze della gente, non c’era dialogo.  Tu come ti definivi? Socialista o comunista? Io dicevo che ero di sinistra. Se il comunismo non c’è più è colpa dei dirigenti.  Oggi vediamo nei consigli comunali, provinciali e nella politica in generale, molti professionisti,


aprile 2011

Senigallia la Città Futura

Malatesta spero nei giovani

11

articolo 41

L’ultima spiaggia dell’uomo di Arcore

Non sai più cosa fare? Cambia la Costituzione La proposta di modifica dell’articolo 41 sulla libertà d’impresa non trova per il momento interlocutori nell’opposizione. Ma il divorzio tra attività economiche e utilità sociale segnerebbe veramente la fine della nostra cultura del lavoro. Uno scenario possibile nella produzione di energia liberata dai vincoli dell’utilità sociale. Le orde dei costruttori di macerie sul mare e dietro le colline. di Leonardo Badioli

E ma pochi operai, gente che fa un lavoro “umile”, perché secondo te? Perché non credono più che la politica possa dare risposta ai loro problemi.  Perché molti operai oggi votano per la destra e anche molte donne? Perché non c’è nessuno che ricorda loro che Berlusconi è pericoloso perché è ricco. Oggi le condizioni di vita lavorativa delle persone sono molto peggiori di quelle di dieci anni fa e la politica dov’è?  Avvertiamo in Bruno tutta la tristezza di questa affermazione. Per un uomo che ha dedicato la sua vita a difendere i diritti dei lavoratori queste parole suonano come una amara sconfitta. Tu sei stato vicino ai movimenti giovanili dal ’68 in poi, cosa pensi del protagonismo dei giovani? Io sono sempre stato con i giovani, anche quando facevano delle cavolate. Anche quando nelle manifestazioni menavano e persino quando al lavoro facevano i “ruffiani”.  Com’è nato l’impegno con l’Associazione Multietnica? Dove hai conosciuto queste persone? Ho incontrato questo gruppo di stranieri nei locali della Chiesa di San Martino. Li c’erano delle riunioni, c’era gente che si incontrava per parlare di pacifismo. Abbiamo deciso di fare un gruppo di stranieri, mi hanno chiesto: “Bruno, te la senti di prenderti la responsabilità di questa associazione?”. Io gli ho detto di si, ma ad una condizione: che l’associazione fosse multietnica, che fosse di tutti e per tutti. Quali sono stati i primi problemi da affrontare? Il permesso di soggiorno e la questione della casa. Li aiutavamo a cercare una casa. Ora fanno anche delle lezioni di lingua.  Secondo te Senigallia è una città ospitale con gli stranieri? Sì. Abbastanza. Il razzismo secondo te, qui, c’è? Non mi risulta. Il problema vero è che manca il lavoro, questo crea il razzismo.  Secondo te gli italiani erano più “razzisti” trent’anni fa o lo sono più oggi? Mah, uguale. Un po’ stupiti da questa risposta, poniamo la stessa domanda alla moglie,

Fatima, di origini angolane, che vive da più di trent’anni in Italia.  Fatima:  Secondo me c’è più razzismo oggi. Quando sono arrivata in Italia sono stata accolta molto bene, sono stati tutti gentili con me. Quando mi hanno mostrato la stanza dove dovevo stare non credevo fosse tutta per me, tanto era bella.  Di nuovo Bruno:Quando uno straniero arriva in Italia dovrebbe trovare una casa, un lavoro e una buona accoglienza. Invece non trova niente. Questo è il problema.  E cosa ci dici di un’altra questione molto attuale? Cosa pensi dello sfruttamento delle risorse naturali? Quello che succede ora è sempre figlio del capitalismo. Per il capitale conta solo se stesso, il profitto. Oggi la società capitalista è di nuovo in crisi .  Chiediamo in maniera semiseria: Ma perché, Bruno, non siamo riusciti ad abbatterla questa società capitalista? I comunisti non hanno fatto la politica che dovevano fare. Mica è tutta colpa del capitale, è colpa anche della sinistra. Il capitale di per se è uno strumento che si riproduce da solo. Del resto, dei lavoratori, l’ambiente, non gli importa nulla.  Però Bruno tu leggi il Manifesto, un quotidiano comunista… Si, ma è comunista differente. La crisi del comunismo c’è stata perché l gruppi dirigenti si sono isolati. Se si vuole cambiare qualche cosa bisogna farlo insieme a tutti.  Quando non c’è stato più il PSIUP hai frequentato più nessun partito? No, finita l’esperienza con il PSIUP non ho aderito a nessun partito. Sono stato segretario della Camera del Lavoro per un periodo limitato. Ma anche il sindacato non mi piaceva sempre, anche li c’era chi prendeva le decisioni da solo. Se tu hai delle idee le devi buttare giù, ma poi bisogna discuterle con tutti gli altri.  L’intervista è oramai finita. La brevità delle ultime risposte ci fa pensare che sia ora di togliere il disturbo. Raccogliamo le nostre cose e salutiamo calorosamente Fatima e Bruno ringraziandoli per l’accoglienza. Sulla porta con i giacconi già indossati, ci giriamo indietro per l’ultima domanda.  Bruno, la speranza cos’è per te? La speranza sono i giovani.

ccolo qui il colpo di coda che il Grande Corruttore intende mettere a segno per dimostrare che ancora governa qualcosa: cambiare l’articolo 41 della Costituzione. Dove è scritto che l’iniziativa economica privata è libera ma che non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, cancellare la seconda parte. iuscisse in questo, nel testo amputato resterebbe solo che l’iniziativa economica privata è libera; il che però significa anche fine a se stessa a prescindere dalle compatibilità ambientali e dalle esigenze umane; quando non addirittura “in contrasto” con esse. Per stretta conseguenza poi, mancando dell’aggancio, verrebbe a cadere il prosieguo dell’articolo in questione, dove è pure scritto che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Insomma: niente legge, niente programmi, niente controlli. Avanti si vada, come disse il conte Ricotti prima di cadere nel porto di Ancona. on solo il cavaliere anticipa la sua intenzione al Consiglio dei Ministri: estende la proposta come “patto per lo sviluppo” anche al segretario del PD, perché la condivida. Bersani risponde, bofonchiando come il suo solito, che la cosa gli pare “inopportuna”, poi subito correndo a rifugiarsi dietro al trito ritornello: “Berlusconi non è credibile. Si tolga di mezzo”. Allo stesso modo, mentre la Marcegaglia si dichiara disponibile con formula dubitativa (“se è per la crescita noi siamo qua”), Franceschini lo spalleggia dichiarando che “contro la crisi va bene tutto, ma non con lui”. Insomma: l’uomo è indegno, il resto può andare, anche le proposte dell’indegno. cco perché sono poco credibili i furori iconoclasti di ciò che resta della sinistra parlamentare, i cosiddetti riformisti. In questo modo però l’assenza di contenuti che sappiano contrastare il disegno

R

N

E

autoritario dell’uomo di Arcore priva l’Italia di un principio fondamentale della democrazia: quello di poter disporre un’alternativa credibile. Lo dico meglio con le parole di Norberto Bobbio: “Occorre che coloro che sono chiamati a decidere o a eleggere quelli che dovranno decidere siano posti di fronte ad alternative reali e siano messi in condizione di poter scegliere o l’una o l’altra”1. el vuoto pneumatico che trova spazio in un tatticismo politico tutto volto alla conquista del centro, nessuno invece si premura di capire cosa conseguirebbe dalla modifica costituzionale che Berlusconi si propone di strappare al parlamento. Dal punto di vista pratico difficilmente deriverebbero benefici all’imprenditoria, segnatamente alla piccola e media impresa; e sembra aver ragione Marcegaglia a non scaldarsi troppo per questa “riforma senza costi”. E’ noto infatti che la piccola e media imprenditoria italiana non ha tanto problemi di natalità delle imprese, quanto quello di una loro epidemica mortalità precoce. Un’industria manifatturiera che volesse lavorare senza essere guidata dall’utilità sociale non avrebbe luogo e senso. enza costi poi vuol dire senza voci di spesa da impegnare nell’anno finanziario, non che passare sopra tutto non costerà niente. Abbiamo imparato bene ormai che imporsi alla natura fa pagare penali salate. Una volta realizzata un’opera che non prevede limiti di sostenibilità ambientale e sociale, non ci sarà nessuna mano invisibile a trasformare il danno arrecato in un bene comune. otto questo aspetto, nessuno più di noi marchigiani è interessato a sapere che cosa deriverebbe dalla amputazione dell’articolo 41; e in particolare nessuno più di noi della provincia di Ancona ha bisogno di farsene un’idea: soprattutto in merito alla produzione di energia. Pende infatti sulla nostra provincia una serie di richieste molto aggressive da parte dei grandi produttori: tra queste l’ampliamento di centrali esistenti (l’Api di Falconara) e la

N

S

S

realizzazione di due rigassificatori (su 7 complessivi che si farebbero in Italia) dirimpetto alle nostre coste. Tutto questo per una produzione strabiliante e assolutamente sproporzionata rispetto alle necessità locali. dire che la Regione Marche andava fiera di avere approvato per prima in Italia un Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR) concepito alla luce del decentramento, della sostenibilità e dell’utilità sociale. Quanto reggerà il nostro Piano all’offensiva dei grandi produttori, quando questi si ripresenteranno galvanizzati da una trasformazione tanto permissiva della carta costituzionale? E che senso potrà avere da allora in avanti redigere un piano locale ispirato a principi di autoregolazione? Già quello della Lombardia non è altro che l’elenco delle domande pervenute2 er il momento fa testo l’indisponibilità dichiarata dalla Regione alla realizzazione di una megacentrale turbogas in comune di Corinaldo, la cui richiesta pendeva (a noi, sulla testa) da pare di Edison-Gaz de France. Un comitatone molto battagliero e un accrocco di sindaci (Mangialardi quoque) disperati per mancanza di soldi e competenze hanno fatto la loro parte. Ma è certo che chi potrà approfittare della resa delle condizioni all’anarchia produttiva che sarà sancita dalla nuova costituzione sono proprio loro: le grosse società sradicate, extraterritoriali, interessate solo a sfruttare l’ambiente in cui si posano e le persone che ci vivono senza lasciare niente né all’uno né alle altre. A loro può essere d’ostacolo quel legame con le ragioni sociali del lavoro che la nostra cultura regionale ha mantenuto viva per tantissimi anni fino a farne un tratto di identità locale.

E

P

1 Norberto Bobbio, Il futuro della

democrazia, Einaudi 1984, p. 6, dove il filosofo torinese indica la mancanza di altervativa come la prima di sei promesse mancate della democrazia. 2 Marco Bersani, Nucleare. Se lo conosci lo eviti, Edizioni Alegre, 2010.


Artisti Di Enea Discepoli

P

asta, legumi, ortaggi, biscotti, frutti di mare…quella che sembra una lista della spesa è la tavolozza con cui sono composte le opere d’arte di Claudio Bonvini che trasforma questi oggetti di uso comune in facce e forme geometriche. Dentro il silenzio dello spazio partendo da energie costruttive strutturali, Claudio riesce a fissare gli oggetti che abitano mentalmente la sua fantasia. Rende significativa ogni cosa, anche banale, propone la sua visione linguistica in un puro ordine formale, in un giardino che nasce, cresce, si sviluppa nella temporalità, dove gli oggetti prescindono dalla realtà fisico-visiva dell’immagine per rappresentare lo spazio concettuale della sua invenzione, che non è testimonianza di eventi o dell’attimo fermato dalla sua macchina fotografica, ma il tempo lungo dove il soggetto può lievitare in una azione soggettiva come segno, materia, forma, con altro ordine, oltre quello della ragione e con altra dimensione dello sguardo, che è nuova ragione e memoria eterna del suo vivere. Claudio Bonvini, nato a Senigallia, dove vive e opera, lega la propria attività artistica ai progetti e alle iniziative dello Studio Zelig, che lavora nel campo della creatività con persone disabili fisiche e psichiche. Claudio parlando di se e del suo lavoro si esprime così: “La mia forma di fotografia va d’accordo con quattro parole: fantasia, ispirazione, sofferenza, pazzia, che fanno parte di me e del mio essere e che combaciano con altre due parole, Arte e Creatività… Senza di loro sarei morto. Invece sono vivo, sono creativo cioè esisto”.

Senigallia la Città Futura

aprile 2011

Claudio

12


aprile 2011

Senigallia la Città Futura

Artisti

13

Claudio e Mario Noi due insieme

Lo scorso anno, un giorno noi due siamo stati insieme. In un posto isolato, per divertirci, sbizzarrirci e fotografare con passione. Era ne inverno, eravamo soli, all’aperto, con il calore del sole che riscaldava la nostra volontà, l’ispirazione. E nel nostro animo c’era una certa emozione. Ma avevamo la compagnia delle nostre macchine fotografiche lo avevo la mia nuova, e Mario aveva la sua, un po’ vecchia e stanca, che con qualche pezza e nastri lui gli da forza, ritmo e la voglia di fotografare non manca. Avevamo programmato da tempo quell’incontro, finalmente eravamo da soli con le fotocamere. Avevamo altre compagnie, alcune bambole e animali a cui il cuore non batte. Messi tra la terra e i cespugli, le macerie e le travi rotte. E quegli esseri di gomma sono stati sempre tra noi, anche tra le braccia. Assieme a noi c’era anche un buono e bravo cane, anche lui finto, ma sembrava vero a fianco del suo padrone. Come noi due, e tutti gli altri, pronto per farsi immortalare. Con l’autoscatto abbiamo fotografato noi stessi, le nostre azioni e movimenti. E la voglia, la volontà di realizzare belle opere veniva avanti. Due uomini, due fotografi si sbizzarriscono con la loro amica fotografica. Due stili, due diversi modi di fotografare: io a colori e Mario in bianco e nero. Macerie, oggetti vari, terra, ferri vecchi, porte avanti a un muro. E le nostre macchine erano, come noi felici di fotografare. Poi ho fotografato Mario con la sua macchina fotografica, tutte e due assieme. Tutti e due anziani, che insieme tanta strada e foto hanno fatto e sempre si voglion bene. Tra di noi c’era anche un uomo mascherato, Mario, con una strana faccia. Dopo circa un’ora e mezzo, il nostro divertimento è finito. Abbiamo caricato le nostre cose in macchina, e poi salutato le macerie, le travi, i ferri e anche il prato, che con gentile cortesia, pazienza e orgoglio ci hanno ospitato. E per un po’ ho pensato: “Ci rivedremo ancora per un nuovo incontro”. Dopo qualche settimana, tutto l’ambiente abbiam riveduto. Dalle foto che entrambi abbiamo stampato, in piccolo e grande formato. Ora sono tutte in bianco e nero, con vari contrasti di chiaro e scuro. Così tutti possono ammirare quello che abbiamo creato con la nostra reale, autentica passione. Chi osserva le foto potrà dire: Mario Gacomelli e Calaudio Bonvini un

Bonvini

giorno hanno fotografato assieme. Noi due con la nostra passione siam riusciti a realizzare due creatività parallele.

Claudio Bonvini - Giugno 2000

“Claudio Bonvini compone la propria opera con oggetti di uso comune mediante combinazioni-assemblages. Claudio comunica con fantasia creativa sotto il segno dell’Idea, attraverso l’iscrizione della forma la sua viva presenza mescolando a ciò che vede la gioia per quello che immagina, riuscendo a sprigionare un incantesimo di colori dando forza espressiva a tutta l’immagine”. Ma ri o G i a c o me l l i


14

Senigallia la Città Futura

Nuove povertà

aprile 2011

Intervista Giovanni Bomprezzi Caritas

Effetto crisi: senigalliesi in coda alla Caritas

di Leonardo Barucca

A

bbiamo incontrato e fatto alcune domande a Giovanni Bomprezzi Direttore Generale della Caritas di Senigallia. La Caritas, per l’attività che svolge, è un luogo di osservazione privilegiato per capire meglio l’evolversi delle povertà nell’attuale crisi economica.

A

S

i usa distinguere, facendo riferimento ai modelli di stili di vita e all’autoesclusione sociale, tra povertà reale e “povertà percepita” (o povertà relativa). Tu che ne pensi, basandoti sulla tua esperienza? Per esempio un mio amico operaio mi raccontava di un suo collega di lavoro abituato a trascorrere la domenica pomeriggio con la famiglia nei centri commerciali. Ora, in ristrettezze economiche, se ne sta a casa a guardare la tv, perché, dice: “se non ho soldi da spendere che usciamo a fare?” Rispondo con una battuta. In tutte le nostre realtà, nei centri di ascolto soprattutto, purtroppo non c’è spazio per la “povertà percepita”. La povertà è reale, molto reale. uali sono le povertà presenti a Senigallia? Rispondere a questa domanda non è semplice e, soprattutto, solo questa necessiterebbe di un esclusivo approfondimento. Ma per non entrare troppo nei tecnicismi, mi limiterei a dire che nel nostro territorio il fenomeno della povertà è aumentato notevolmente. E’ sempre più trasversale ed ha colpito intere famiglie che, fino a pochi mesi fa, vivevano in una situazione accettabile. Ovviamente, questa tendenza ha aggravato la situazione di tutte quelle persone che già avevano difficoltà. Molto spesso la nostra zona veniva definita come “la piccola provincia attiva”, per sottolinearne l’immunità alle cicliche crisi economiche. Questa volta l’onda ha travolto anche la nostra realtà. Ogni giorno registriamo la richiesta di un lavoro, di un reddito, per poter far fronte alle spese quotidiane. e povertà sono in crescita? Se sì quali? C’è un fenomeno che mi fa dire che le povertà sono in crescita ed hanno assunto un “volto” nuovo e drammatico. In passato i nostri Centri di Ascolto ospitavano molti immigrati in cerca di sistemazione e lavoro. Spesso erano persone arrivate da poco nella nostra zona. Certo, capitava pure di registrare la richiesta di alcuni nostri concittadini per il pagamento di una

Q

L

realtà, a considerare l’immigrato un diretto “rivale” e “concorrente”. ltra questione: è possibile che ci sia ancora una scarsa percezione della gravità della situazione perché chi è povero o in difficoltà, per senso di vergogna e di fallimento, tende a nascondersi il più possibile, a tapparsi in casa? Sembra di capire che, in una società tutta basata sul successo, sulla ricchezza, sulla bellezza, sulla giovinezza, sulla prestanza fisica, il povero, il vecchio, il “brutto”, l’handicappato abbiano vergogna, si sentano colpevoli, e tendano ad auto-emarginarsi. Conosci esempi di questo genere? La povertà crea sempre emarginazione. Questa è la sfida più grande di realtà umanitarie come la Caritas. Non è solo sufficiente aiutare, “dare” qualcosa, è fondamentale accompagnare, essere accanto, sensibilizzare la società per far sì che nessuno si senta veramente abbandonato. La solitudine è la condizione più brutta che un essere umano possa vivere. Il povero, l’ammalato solo, sono nella condizione più drammatica. Proprio in questo ogni singolo cittadino può fare molto. Nessuno può sentirsi dispensato da questo compito. Ognuno di noi potrebbe avere un vicino di casa che vive in questi minuti un grande senso di abbandono e di emarginazione sociale, magari stando rinchiuso in casa. Le istituzioni, pubbliche e private, possono e debbono fare molto. Ma la cultura della solidarietà sarà determinante per queste persone. Purtroppo ho molti esempi di chi vive queste condizioni di “isolamento”. La società sembra ignorare, sembra non sapere. Ci si meraviglia sempre quando veniamo a conoscenza di qualcosa su un nostro vicino. Quella meraviglia dovrebbe farci riflettere. Mi piace, in questa sede, sottolineare l’altro aspetto della stessa medaglia. Molte persone vivono fingendo, mascherando completamente con tutti la loro condizione di difficoltà. Si vergognano e simulano inserendosi nella società “da ricchi”, magari indebitandosi paurosamente. Come fosse questo l’unico modo per vivere dignitosamente nella comunità sociale. Questo aspetto è altrettanto allarmante e, col tempo, crea sofferenze inaudite. Ma qui occorrerebbe aprire un discorso davvero lungo e complesso. i rendo conto. In qualche modo si torna sempre alla questione dei modelli e dei valori che ci vengono proposti. Magari ne parliamo una prossima volta. Magari, perché no.

Foto Roberto Polverari

bolletta, di una rata di affitto, ecc. Ora nelle nostre sale d’attesa sono molti gli “originari del posto” che chiedono, supplicano, un lavoro. La richiesta è cambiata notevolmente. Chiedono un lavoro, vogliono riacquistare la dignità di persona, di capofamiglia, vogliono far fronte alle loro spese senza intermediari caritatevoli. osa riesce a fare la Caritas e di cos’altro ci sarebbe bisogno da istituzioni e cittadini in genere? Riporto l’esperienza di un signore che, perso il lavoro, usciva regolarmente di casa al mattino alla stessa ora per rientrarvi alla sera come se fosse andato regolarmente a svolgere il proprio dovere. L’unica differenza? Che in tutte quelle ore restava “rinchiuso” e nascosto in un bar. Il tutto perché non aveva il coraggio di dire ai propri figli che era “un fallito”: questa frase mi colpì molto. Infatti non era fallito lui, ma la ditta dove lavorava. Eppure, quando hai 50 anni, l’esperienza della perdita del lavoro, di un reddito, di una legittima autonomia, ti fa sentire inutile, senza più personalità, senza dignità. Di fronte a questi grandi disagi, la Caritas si è attivata. Ha dovuto fare quello che fa da anni: mettersi in gioco di fronte alle nuove sfide e alle “nuove” povertà. Abbiamo aperto un settore atipico ma indispensabile per i problemi sopraesposti, quello degli “inserimenti lavorativi”. È una risposta marginale, piccola, che non riesce minimamente a soddisfare le molte richieste di lavoro. Ma, nel piccolo, verifichiamo quanto sia questa la strada giusta da percorrere: dare lavoro è dare dignità alle persone! Le poche persone inserite nel nostro progetto, hanno ritrovato comunque un senso da

C

dare alle loro giornate. Pur nella precarietà e, diciamolo francamente, anche nel misero stipendio che con progetti simili si può ottenere, ritrovano comunque la speranza di un impiego, di un’autonomia che, seppur minima, va ben oltre la dipendenza dall’elemosina. Il Comune di Senigallia ha seguito lo stesso percorso con gli stessi risultati. Tutti insieme dobbiamo fare sempre più “rete”, per trovare sinergie nuove e risorse spendibili in questo tipo di progetti. Nessuno può e deve sentirsi escluso. ll’aumento dei problemi di povertà corrisponde un aumento dei volontari? Chi sono? E possibile una loro, seppur grossolana, classificazione. La Fondazione Caritas ormai da anni collabora attivamente con l’Associazione di Volontariato “Il Seme”. Questa vanta ad oggi alcune centinaia di volontari, che da anni si adoperano attivamente in un’azione volta a garantire ai più deboli un aiuto concreto in termini non solo di servizi, ma soprattutto di vicinanza ed attenzione. L’attuale crisi economica ha sollecitato tanti cittadini, che di fronte alle difficoltà di molte persone ad essi prossime, hanno avvertito il desiderio di un impegno concreto nei riguardi ti tanti che in tempo di crisi economica hanno a che fare con problemi mai prima vissuti. I volontari che si sono affacciati all’associazione “Il Seme” sono persone che avvertono il desiderio di rendersi utili, pur non possedendo una professionalità specifica: tra essi abbiamo ingegneri, medici ed insegnanti, ma anche casalinghe, pensionati, colf o impiegati, accomunati tutti dal desiderio di essere

A

solidali con chi sta attraversando un momento di difficoltà. Mi piace, in questa sede, evidenziare anche la bella presenza di alcuni volontari extracomunitari, il miglior modo per vivere l’integrazione. Ecco, appunto. Si pensa che in periodi di crisi si acuisca il razzismo, la tendenza a vedere negli immigrati coloro che ci rubano il lavoro. Secondo te se fossimo più ricchi saremmo meno razzisti? Noi viviamo in un contesto dove l’immigrato si è inserito bene e dei percorsi di integrazione sono stati ben avviati. Chi opera in questi settori sa benissimo che spesso il tema “immigrazione” viene più strumentalizzato per fini politici che per una reale percezione del problema. Detto questo, è indubbio che la crisi economica ha colpito pesantemente chi già era in situazioni precarie, l’immigrato in primis, essendo ovviamente sprovvisto di quel “capitale sociale” come, ad esempio, la rete parentale. La crisi ha evidenziato un aspetto importante che, se non gestito bene, potrebbe causare una “guerra tra poveri”. Contrariamente al passato, sempre più connazionali sono disposti ad accettare anche lavori più “umili”, pur di scongiurare la disoccupazione. Non abbiamo dati statistici puntuali al riguardo, il trend è comunque evidente. In questo periodo è cresciuta la percezione che “se hai un lavoro sei veramente fortunato”. Questa sensazione ha, anche inconsciamente, ridimensionato le aspettative di fronte alla qualità e tipologia di lavoro. Questo fenomeno potrebbe portare, anche nelle nostre

M


aprile 2011

Senigallia la Città Futura

Autocostruttori le mani in pasta

Idee solidali

La casa? Ce la facciamo insieme

Mio nonno fava i mattoni, mio babbo fava i mattoni, fazzo i mattoni anche me’, ma la casa mia n’dov’è?

di Marcello Mariani *

N

el dopoguerra molti dei nostri padri (anche il mio) sono stati autocostruttori. Con le loro mani, a volte con la sabbia di mare, aiutati da mogli e parenti si sono costruiti la loro Casa. Con la maiuscola perché anche oggi, ci dicono le statistiche, il PIL italiano è ai primi posti dei paesi avanzati per un solo e unico motivo: sono proprietarie di (almeno) una casa quasi il 75% delle famiglie. Ciò non significa che non ci sia un “problema casa”: tutt’altro. Il nostro Paese investe nelle abitazioni pubbliche meno di tutti gli altri in europa in Europa (le graduatorie pubbliche per la casa sono come gli esami: non finiscono mai) e il mercato degli affitti (peggio quello della proprietà) appare irraggiungibile per chi ha (quando ce l’ha) un normale stipendio. Da questa constatazione, come assessore al social housing della Provincia di Ancona ho provato a cercare possibili soluzioni, certo sperimentali nella nostra regione che mai sinora le ha attuate, tornando all’autostruzione: oggi molto diversa da quella di un tempo. Abbiamo avanzato, al Ministero della Solidarietà sociale, domanda di ammissione al finanziamento per la realizzazione di un progetto di inclusione sociale dei migranti che prevedeva un intervento di autocostruzione da parte di cooperative edilizie di lavoratori italiani e immigrati. Il progetto, che abbiamo chiamato “Le mani, per vivere insieme”, si è collocato al 25° posto su 62 progetti presenti in graduatoria ed è

15

Calcinazz, da Amarcord di F. Fellini, 1973

stato ammesso a finanziamento per 254 mila euro. Dopo le fasi di selezione dei soggetti cooperativi (una ATI (Associazione Temporanea tra Imprese) tra una cooperativa umbra esperta in autocostruzione e una cooperativa sociale locale) e lo svolgimento dei corsi di formazioni per tecnici e mediatori in autocostruzione, siamo ormai alla vigilia dello start up del cantiere per la realizzazione di 20 alloggi da parte della neo-cooperativa formatasi con lavoratori italiani e immigrati (selezionati attraverso un bando comunale) che contribuiranno direttamente alla realizzazione delle loro abitazioni a Cesano. Gli autocostruttori presteranno la propria attività lavorativa (o quella di

altri componenti maggiorenni del nucleo famigliare) nel loro tempo libero, secondo la modalità della costruzione edilizia autogestita (cioè con tutti i crismi di sicurezza e tutela sul lavoro, sotto la guida di persone in ciò esperte e compiendo le lavorazioni meno professionalizzate e pericolose). Le assegnazioni degli alloggi avverranno per estrazione (la qualità costruttiva nell’autocostruzione è sempre più alta di quella del normale mercato immobiliare: chi lavora è consapevole di farlo su una casa che potrebbe poi essere la sua). Si realizzeranno villette con giardino a piano rialzato su progetto di bioarchitettura e con le tecniche della bioedilizia e del risparmio energetico. Ogni autocostruttore inizierà a pagare il mutuo per la propria abitazione (di

costo di molto inferiore a quello di mercato per similitudine di tipologia e localizzazione) solo nel momento in cui entrerà ad abitarci (era impensabile, per una famiglia monoreddito, pensare all’accumulo dell’affitto per la casa che già si abita con l’anticipo delle spese per ciò che si sta autocostruendo). Obiettivo generale del progetto è, quindi, in primo luogo quello di offrire una soluzione concreta ed efficace ai problemi abitativi di nuclei familiari, per metà italiani e metà immigrati, che non avrebbero avuto possibilità economica di acquisire un’abitazione di proprietà attraverso il normale mercato immobiliare. Il secondo obiettivo generale del progetto è quello di realizzare una convivenza interetnica tra

i soggetti partecipanti all’iniziativa e tra di essi e gli abitanti dei quartieri nei quali l’iniziativa sarà realizzata. A questo aspetto abbiamo dato grande rilevanza: lavorare insieme per costruire le proprie case, confrontarsi, dialogare, conoscersi, significa integrare culture, modi, storie e persone: facendolo, appunto, con le mani, per vivere insieme.

* assessore al Social housing

della Provincia di Ancona

Il progetto di autocostruzione è curato da http://www.consorziosolidarieta.it

Riciclare aggiustare recuperare mobili v i t e relazioni

La bottega del signor

N

essuno

di Francesco Bucci Laura Alesi *

D

*

ai dati rilevati dal Centro di Ascolto della Fondazione Caritas risulta un aumento delle richieste di aiuto a causa della perdita di occupazione e pertanto di reddito. Nell’anno 2009 e nei primi nove mesi del 2010 le problematiche inerenti la perdita dell’occupazione riguardano oltre il 30% degli utenti, il disagio economico supera il 35% in entrambi gli anni e le problematiche abitative superano il 15%. Quest’ultimo dato è destinato ad aumentare se si considera che la perdita di reddito a lungo termine determina l’impossibilità di mantenere un alloggio in autonomia. Per far fronte a tali bisogni emergenti, la Fondazione ha sviluppato, in quest’ultimo periodo, un nuovo settore: “Progetto Lavoro”. Ovvero percorsi di inserimento lavorativo a favore di soggetti svantaggiati. Lo scopo del progetto è di realizzare percorsi educativi e formativi per la promozione di processi di empowerment (ampliamento delle possibilità) dei soggetti coinvolti, ponendo i presupposti per un reinserimento socio-lavorativo. Tale metodologia di intervento, inoltre, mira ad

evitare azioni puramente assistenzialistiche, prive di progettualità definite, che offrono un sostegno temporaneo e non intervengono alla radice del problema. I percorsi di inserimento lavorativo offerti, oltre a garantire un sostegno economico immediato, creano l’opportunità di sperimentare un’attività lavorativa in un ambiente protetto. Si creano così i presupposti per futuri rapporti di lavoro nel normale mercato del lavoro. La ricognizione delle opportunità sia formative che lavorative avviene grazie alla collaborazione con la rete dei servizi che si occupano di inclusione lavorativa e al Ciof (Centro per l’Impiego) di Senigallia. Nel corso del 2007 nasce il progetto “Bottega del Signor N(nessuno)”. L’iniziativa di alcuni volontari che da anni svolgevano il servizio di sgombero locali e messa a disposizione dei mobili raccolti, diviene l’occasione per avviare progetti di inserimento lavorativo con la metodologia dei laboratori lavorativi protetti. La Bottega del Sig.N è in effetti un laboratorio artigianale, l’attività svolta riguarda il ritiro mobili presso le abitazioni di chi ne faccia richiesta e la distribuzione al pubblico dei mobili e delle suppellettili riutilizzabili.

All’occorrenza vengono effettuati piccoli interventi di restauro e manutenzione. Lo svolgimento di tale attività viene effettuata in due magazzini dove vengono raccolti i mobili uno a Senigallia e un altro a Brugnetto di Ripe. Nel biennio 2008/09 gli inserimenti attivati presso la Bottega sono stati 10, di cui 4 hanno avuto un esito positivo trovando un’occupazione presso aziende del territorio. Nell’anno 2010 gli inserimenti attivati sono stati 23, di cui 11 sono ancora in corso, 7 percorsi si sono conclusi positivamente: 4 con assunzione diretta e 3 con l’attivazione di un tirocinio formativo presso aziende del territorio. E’ evidente la crescita esponenziale degli inserimenti nell’anno 2010, che risultano essere il doppio del biennio precedente.

*

Referenti “progetti lavoro” Fondazione Caritas Senigallia Onlus Per informazioni sul servizio offerto, sugli orari di apertura dei magazzini o per sostenere il progetto è possibile contattare gli uffici della Fondazione Caritas al numero 07160274


16

Agricoltura

Senigallia la Città Futura

aprile 2011

Foto Roberto Polverari

Testimonianze ambiente economia cura della terra

Il ruolo della politica di Marco Giardini

I

l Comune di Senigallia con le sue 600 aziende, in base al censimento sull’agricoltura che circa 10 anni fa interessò i 49 Comuni della Provincia di Ancona, si collocava al secondo posto dietro Fabriano. A seguire Osimo con 545, Arcevia con 530, Jesi con 510, Ancona con 470 e così via. A gennaio di questo anno è terminato il nuovo censimento e per conoscere i primi dati e gli eventuali mutamenti dovremo attendere la fine del 2011. Ciò nonostante sappiamo che molti sono stati i cambiamenti avvenuti in agricoltura. Tra gli altri ricordiamo la multifunzionalità, la specializzazione aziendale verso le tipicità locali, l’enogastronomia e l’agriturismo. Nella fase di passaggio generazionale, post-mezzadrile e non solo, si è affacciata sul mercato, con professionalità e voglia di affrontare le nuove sfide dell’agricoltura, una importante imprenditorialità giovanile. All’agricoltura convenzionale (grano, girasole, mais, ecc.) si è affiancata in maniera considerevole l’agricoltura specializzata: dalle colture per la produzione di sementi alle “produzioni di nicchia”

con filiere complete e di alta qualità (aziende che producono la materia prima, la lavorano e la commercializzano anche direttamente in loco: vini, olio, farine, frutta e verdura, carne, formaggi, ecc.) sempre a più stretto contatto con il consumatore, le famiglie, la ristorazione e le agenzie turistiche. Nel frattempo anche la qualità ha subito dei mutamenti. Si è fatta strada la etichettatura con la tracciabilità degli alimenti, l’autocertificazione corredata da appositi disciplinari che descrivono l’origine e le caratteristiche del prodotto (anche se il controllo da parte delle Autorità sanitarie, dell’antisofisticazione, ecc., rimane pur sempre la migliore garanzia per il consumatore), permettendo ad una fascia più ampia di cittadini di conoscere più da vicino il contenuto, la provenienza e il produttore. Il cittadino ha riscoperto i valori dell’ambiente, della natura e della terra. Anche l’uso del suolo viene visto con maggiore attenzione da parte degli Amministratori (vedi il Comune di Senigallia e l’azione de La Città Futura nel programma dell’Amministrazione). Meglio zero occupazione del suolo agricolo e massima attenzione al recupero dell’esistente: aree industriali e artigianali

abbandonate, centri urbani in disfacimento e da recuperare, ecc. Senigallia ha rappresentato un laboratorio di nuove esperienze e di innovazioni importanti anche nel campo dell’agricoltura biologica e dei Gruppi di Acquisto di prodotti agricoli (oggi GAS e non solo). Da sottolineare le iniziative volte alla conoscenza diretta delle aziende agricole presenti nel nostro territorio, una specie di “Strada delle fattorie”, promosse da varie Associazioni ed Enti come ad esempio “Cantine Aperte”, “Andar per Frantoi”, ecc.. Oppure l’Associazione “Terre di Frattula”: aziende agricole e artigianali di cinque Comuni -Senigallia, Corinaldo, Ripe, Monterado e Castel Colonna- che si sono unite per valorizzare il nostro territorio; “Campagna amica” (aziende agricole che effettuano la vendita dei loro prodotti nel mercato di Senigallia); “Pane Nostrum”, che da oltre dieci anni svolge nella nostra Città, a metà settembre, una delle più importanti manifestazioni internazionali dedicata alla tradizionale maestria dei panificatori ed alla storia della cerealicoltura e dei mulini locali; per avvicinare sempre più il consumatore all’uso del prodotto ottenuto con farine locali (vedi Pangallo e Pane di

Frattula in distribuzione presso alcuni panifici della nostra Città). Tutte azioni che hanno consentito alla nostra Comunità di beneficiare anche del prestigioso Premio nazionale di Bandiera Verde Agricoltura, riservato ai Comuni che hanno investito e dedicato attenzione alla qualità delle produzioni agricole. Anche l’associazionismo è una realtà che potrebbe rappresentare occasioni di rilancio soprattutto nel settore ortofrutticolo del nostro Comune e della Regione Marche, con prodotti biologici, in terreni idonei e di una certa estensione (vedi terre degli Enti pubblici, morali e religiosi, ecc.). La Città Futura, sia il giornale che la formazione politica, dovrebbero concorrere allo stimolo di nuove esperienze ed avviare una serie di confronti ed approfondimenti sulle tematiche relative all’agricoltura e al mondo che a monte e a valle lo circonda: industria di mezzi tecnici o di lavorazione e distribuzione, agricoltori, organizzazioni sindacali e professionali, amministratori, ecc. Anche sulle tecniche di coltivazione e di mantenimento del suolo sarebbe opportuno avviare una riflessione, con agronomi e geologi, riguardo il crescente cedimento a valle dei terreni agricoli.

prezzi calanti. Queste aspettative non hanno avuto un grande futuro . La riforma agraria interessò superfici agricole molto modeste, il pensiero collettivista ebbe poco peso – essendosi spostata la gran parte dei lavoratori ormai attorno alle città - la cooperazione e l’ imprenditoria privata non ressero sul piano dei costi. La terra, sempre meno capace di produrre reddito, continuò però a crescere di prezzo impedendo gli accorpamenti aziendali, l‘unica via per tentare di contenere i costi di gestione. Fu allora che iniziò ad imporsi una figura sostanzialmente inedita sulla scena agricola, l’ impresa agromeccanica, cioè l’ impresa che effettua lavorazioni, coi propri mezzi meccanici, per conto di terzi. Si trattava di figli di antiche famiglie mezzadrili o figli di coltivatori diretti i quali, affrontando turni di lavoro lunghi e massacranti, potevano aumentare il numero di ettari coltivati e procedere così al rinnovamento continuo del parco macchine. Dallo sfruttamento del lavoro, tipico delle forme più arcaiche, si era passati all’ autosfruttamento; dalla certezza che fosse il numero dei componenti la famiglie agricole a conferire loro forza e potenza, alla convinzione che le macchine sarebbero arrivate dove l’ uomo non avrebbe mai potuto. Ciò che ne è seguito è stato il definitivo abbandono residenziale della terra e, con esso, il degrado idrogeologico, nonché l’ aumento dell’ inquinamento dei terreni stessi e delle falde acquifere a causa della

chimica nel frattempo divenuta mezzo tecnico imprescindibile. I settori dell’ economia in grado di produrre reddito ed occupazione - in ciò sostenuti dalla domanda del mercato sempre meno interessata al cibo e sempre meno disposta ad attribuirgli fette significative del reddito – hanno continuato ad essere l’ industria e l’ edilizia. Ciò naturalmente ha contribuito alla ulteriore marginalizzazione dell’ agricoltura, alla quale sono rimasti i terreni meno fertili ed irrigui, mentre le terre di pianura sono state invase dalle strade, dalle costruzioni edili, dalle zone artigianali ed industriali. Se le imprese agromeccaniche o comunque le aziende fortemente “macchinizzate” continuano a dominare l’ organizzazione agricola - essendo entrata definitivamente anche l’ ultima, la “macchina di Turing”, il computer - non altrettanto possiamo dire delle certezze con cui sino ad oggi abbiamo convissuto. In un tempo molto recente, chi aveva qualcosa da vendere, a meno che non potesse tenere il suo prezzo esageratamente basso, sapeva che poteva farlo promovendo il proprio prodotto, presentandolo “bene” per farlo preferire a quello della concorrenza, così numerosa ed agguerrita. Ad esempio, gli agricoltori biologici facevano appello alla qualità, alla territorialità e alla tipicità. Chi comprava, compreso chi acquistava i beni meno costosi, era convinto che fosse il nome a fare la qualità; era convinto che fosse il numero di controlli cui

veniva sottoposto il bene a conferirgli maggiore o minor pregio e che un qualche tipo di certificazione lo avrebbe rassicurato sui rischi di contaminazione, adulterazione o tossicità del prodotto. A ciò si aggiunga come il collegamento mediatico del cibo al territorio abbia funzionato - e per alcuni versi continui a funzionare - da attrattiva per il popolo turistico che gira il mondo a prezzi sempre più bassi. Ciò ha messo in moto un’ ulteriore richiesta di terra per strade, appartamenti a basso costo, scali interportuali… la qual cosa – ovviamente – va in direzione opposta a quanto il turista si aspetta di trovare. L’altra faccia delle nostre certezze comincia così ad essere evidente. Il turista chiede posti “non turisticizzati”, nel frattempo quasi spariti; il cibo giunge da tutto il mondo e in ogni stagione sempre più a buon mercato; chi acquista prodotti biologici, nella migliore delle ipotesi, spera di approcciare un cibo “un po’ meno “ tossico del non bio, in un mercato che ha ormai generalmente fatto propri i temi che erano appannaggio dei produttori biologici; le certificazioni, nel frattempo centuplicate e differenziate per processo produttivo, luogo di produzione, basso uso di energia, ultimo prezzo, migliore offerta, destinazione di parte degli introiti – per l’Africa, per i bambini… - ingenerano confusione e diffidenza. Cosa potremo far seguire all’abbattimento di quelle che, fino a non molto tempo fa, apparivano certezze fuori discussione?

Gli affanni del contadino di Alberto Pancotti

V

orrei parlare delle certezze che hanno accompagnato la generazione che aveva 20, 30 o 40 anni tra il 1950 e il 1970, certezze quasi tutte svanite e sostituite da altre nell’arco di poco tempo . A quell’epoca, vigente ancora l’ istituto della mezzadria (sarà abolita nel ’64 ma solo negli anni ’80 potrà dirsi estinta) soprattutto in Italia centrale, e dominante il latifondo al Sud, la domanda generalizzata era quella di modernizzazione. Allora non c’era nessuna - o quasi - famiglia che non allevasse, tanto in città quanto in campagna, animali da cortile, che non coltivasse anche un minimo fazzoletto di terra, pur di avere insalata o pomodori da raccogliere. Ma queste semplici certezze pragmatiche cominciavano ad accompagnarsi alla crescente introiezione di quella parola chiave – modernità, appunto – richiamante istanze che oggi ci appaiono contrastanti e contraddittorie. “Moderna” appariva la piccola proprietà contadina, fulcro della c.d. riforma agraria del’49-’50, che doveva eliminare il latifondo e rendere la terra ai diretti coltivatori. Moderna era anche l’ idea della necessità di meccanizzare i processi produttivi; e ciò sia per la nascente imprenditoria agraria, sia per le forme della cooperazione, sia per quanti all’ epoca sostenevano la proprietà collettiva dei mezzi di produzione: tutti questi propugnavano un’ agricoltura da svolgersi su grandi appezzamenti, fortemente meccanizzata e capace di produrre grandi quantitativi a


aprile 2011

Senigallia la Città Futura

17

Sanità

Inchiesta Tagli liste di attesa CUP ZTS Area Vasta

Di cosa stiamo parlando? Non ci sentiamo rassicurati dalle parole del governatore Spacca di Carlo Girolametti

consigliere comunale de La Città Futura

E

no! Non ci sentiamo rassicurati dalle parole del governatore regionale Spacca e del direttore della nostra Zona Territoriale (ZT4) dott. Pesaresi riguardo al mantenimento dell’attuale buon livello di assistenza sanitaria a Senigallia! Innanzi tutto perché i tagli praticati dal governo nazionale al Fondo Sociale, alla Scuola, alla Università e ora alla Sanità, inevitabilmente porteranno ad un ridimensionamento di tutti i servizi pubblici e quindi anche della sanità senigalliese. La regione Marche dovrà tagliare 20 milioni di euro in due anni, pena il commissariamento,e, siccome è considerata una regione virtuosa cioè con i conti a posto, potrà coprire il 70% dei posti lasciati vacanti dal personale che cesserà dal lavoro nei prossimi 3 anni. Altre regioni solo il 20%! E’ facile capire che è a rischio tutto il sistema sanitario pubblico in Italia. La ZTS di Senigallia, rispetto ad altre Zone della regione Marche, si trova in una condizione di debolezza perché in ottemperanza a precedenti piani sanitari nazionali e regionali ha già provveduto da anni a chiudere i piccoli

ospedali divenuti scarsamente utili e quindi non può recuperare personale da queste strutture come invece potranno fare altre Zone meno solerti a seguire le indicazioni regionali. Inoltre, la regione calcola il fabbisogno di personale sanitario in base al numero degli abitanti residenti in una ZTS; Senigallia e il nostro ospedale sono penalizzati per il minor numero di comuni nella nostra Zona. Ma ciò non è corretto perché Senigallia, come località turistica tra le più frequentate delle Marche, in estate raddoppia gli abitanti e in corso di eventi di rilievo nazionale, li triplica. E poi bisogna tener conto che il nostro ospedale oggi non è assolutamente di livello inferiore a quello delle città limitrofe come Fano, Jesi o Fabriano e non lo vuole diventare in futuro quando alcuni ospedali verranno raccordati nelle cosiddette Aree Vaste Sanitarie. Nei prossimi mesi, in cui verranno fatte scelte importanti per la sanità marchigiana, La Città Futura sarà in prima fila nel difendere le Unità Operative e il Dipartimento di Emergenza del nostro ospedale e l’ “Ospedale di Comunità” di Arcevia, affinchè questa ZTS, nonostante i tagli imposti dall’attuale governo nazionale, non subisca ridimensionamenti rispetto alle città vicine.

il racconto come funziona davvero

Sanità: una flebo di politica e passa tutto L di Leonardo Badioli

a mia vicina Alessia M., giovane mamma, telefona al CUP della Regione per prenotare, con una qualche premura, un’ecografia per un problema ovarico della sua bambina. Eh sì, signora, risponde la centralinista: c’è un po’ da aspettare. A gennaio. A gennaio? Alessia sa che ci sono tempi d’attesa nella sanità pubblica, ma cinque mesi per una semplice ecografia le sembrano un’esagerazione. Equivale a un servizio non dato: chi vuole bene a una figlia non aspetta cinque mesi per sapere che problema ha. E’ disposta tuttavia a concedere: “Non so, erano i primi giorni del CUP regionale quando ho telefonato, e c’era tutto quel casino: magari col tempo le cose sono andate migliorando”. “Ma sai tu dove ci mandavano dopo cinque mesi per quell’ecografia?”, aggiunge poi con aria quasi divertita. “A Fabriano. Pensa un po’: la risposta alle nostre richieste non è solo differita nel tempo: adesso è differita anche nello spazio”. Una simile considerazione Alessia ha esteso alla centralinista, che a sua volta le ha consigliato: “Perché non prova al CUP della sua zona, al Poliambulatorio?”. Alessia è andata al Poliambulatorio, ha chiesto, ma le hanno risposto che da loro non esiste il codice per un’ecografia esterna: ce l’hanno

solo interna, e comunque anche lì non prima di gennaio. Chiaro che due giorni dopo la bambina di Alessia già aveva avuto la sua ecografia “esterna” da un laboratorio privato. I privati in generale riescono – chissà come fanno – a stare nei tempi prescritti e a non tardare troppo nel fornire il servizio. Era il 15 marzo scorso il giorno di questa conversazione sul pianerottolo di casa, e i giornali locali davano grande spazio alla crisi (ri)organizzativa del nostro ospedale. I titoli suonavano: “Salvo l’Ospedale. Investimenti di qualità. Rischiano Otorino e Oculistica. Non è escluso che qualche servizio possa essere ridimensionato o razionalizzato”; e le fotografie mostravano il sindaco Mangialardi e il presidente Spacca che si tengono a bada l’un l’altro con larghi sorrisi e coi gomiti appoggiati sul tavolo cremisi della Sala Giunta. La Regione, però, in quella stessa pagina aveva messo un’inserzione a pagamento1 contenente un monito piuttosto irritato. “Leggi qua”, dico io spiattellando il giornale sotto gli occhi di Alessia. “Vedi? Il governatore dice che non dobbiamo chiuderci nei nostri egoismi municipali, e che l’accentramento dei servizi serve solo per renderli nello stesso tempo efficienti e solidali”. Lei dà una scorsa rapida e ride con aria sconsolata: “Ma sì, dev’essere

proprio che siamo incorreggibili egoisti!” Ecco: la distanza tra le spiegazioni che vengono date e la realtà quotidiana che ciascuno di noi vive mi è parsa in quel momento incolmabile. Un link che non funziona. Come mettere una spina italiana in una presa tedesca. E’ un pezzo veramente che ne siamo lontani. Difficile però sapere dove sta il peccato originale. Le spiegazioni ascoltate ci mostrano solo le ombre. Quelle della Regione: il governo non ci dà più i soldi, perciò dobbiamo centralizzare e razionalizzare. Quelle di Senigallia (dette con le parole di Umberto Solazzi, Tribunale del Malato): “Sta a vedere che anche stavolta a pagare saremo soltanto noi”. Così mi domando: quale dei due principi è quello che ci farà stare bene: quello dell’egoismo municipale o quelle dell’accentramento regionale? Nessuno dei due, se li guardiamo separatamente dal nostro problema. Il percorso di Alessia dice questo. E va là che ci siamo tenuti sul leggero: non si chiede di più a due chiacchiere su un pianerottolo. Ognuno si tiene per sé le cose più scabrose, le più dolorose. La prossima volta che la incontro, magari, entriamo sul terreno delle cure prestate. In quel caso però non avrò nemmeno un giornale da metterle sotto il naso. Si sente in effetti la mancanza di una informazione medica

libera e critica (paragonabile a quella che faceva negli anni settanta Giulio Alfredo Maccacaro con l’Associazione Medicina Democratica – e chi non sa consulti Wikipedia) che faccia per noi il punto-mare di dove ci troviamo. Per parte sua, il sistema sanitario non perde occasione per ricordarci che siamo clienti. Infatti per il momento quella che ci raggiunge è più che altro informazione pubblicitaria. 1) L’inserzione della Regione


18

Sanità

Senigallia la Città Futura

Accorciare le liste di attesa è possibile

Aumentare l’offerta Ridurre la domanda

di Attilio Casagrande

L

e liste di attesa per le visite e gli esami specialistici sono uno dei grandi problemi della nostra sanità locale e nazionale. Il problema non è di facile interpretazione e soluzione, i fattori sono molteplici. Forse il governo regionale delle Marche ha pensato di risolverlo impedendo ai cittadini marchigiani di prenotarsi così come è avvenuto di recente con il Centro Unico di Prenotazione (CUP) regionale, che di fatto ha mandato in tilt il sistema mettendo, appunto, i cittadini marchigiani nelle condizioni di “ non potersi prenotare”. Autentica dimostrazione di superficialità, dilettantismo e scarsa attenzione verso i problemi dei cittadini. Ma, a parte la facile ironia su questo evento, il problema delle liste d’attesa, è complesso e legato a diverse cause. Anche qui vale la legge della “domanda e della offerta” che dovrebbero in qualche modo, se non coincidere, almeno avvicinarsi, se la domanda è nettamente superiore all’offerta la lista si allunga. Per risolvere il problema occorrerà, quindi, incidere sia sulla domanda che sulla offerta. Sulla domanda attraverso quella che viene definita appropriatezza della richiesta. Non sempre la richiesta di prestazione specialistica è giustificata, in taluni casi è il paziente stesso che “costringe” il suo medico curante ad esami e visite non strettamente necessari, esistono anche

alcune “pigrizie professionali” che portano ad inviare il paziente allo specialista troppo frettolosamente. Si è lavorato molto sul versante della appropriatezza nei confronti sia dei cittadini che dei medici di famiglia, alcuni risultati interessanti e positivi sono stati raggiunti, ma ancora c’è molto da fare. Per quanto riguarda l’offerta, cioè il numero delle prestazioni (visite e esami strumentali) che il Servizio Sanitario Nazionale mette a disposizione dei cittadini negli ambulatori pubblici, c’è indiscutibilmente una carenza considerevole, occorrono però alcune precisazioni. L’attività specialistica pubblica (quella con l’impegnativa per intendersi) viene svolta dagli specialisti convenzionati nei poliambulatori e dai medici delle U.O. ospedaliere (l’attività divisionale ) sempre negli ambulatori o qualche volta direttamente nel reparto. I primi (i convenzionati) sono sempre meno e sempre più relegati ad un ruolo marginale, i secondi (gli ospedalieri) diminuiscono a causa dei blocchi delle assunzioni e sono oberati di lavoro: nei loro reparti, nelle sale operatorie, nelle attività ambulatoriali per gli interni, i ricoverati. Una progressiva riduzione dell’offerta quindi, come numero e come ore, di prestazioni ambulatoriali e di esami diagnostici per i pazienti esterni. Da qui le liste di attesa. Alcuni studi di centri di ricerca europei sul funzionamento della sanità nei vari paesi (vedi box sotto) dicono anche

che c’è una correlazione diretta tra la lunghezza delle liste di attesa e la possibilità data ai medici di svolgere attività privata intra-ospedaliera. Sta di fatto che il problema liste di attesa deve essere affrontato nei due versanti quello della domanda e quello dell’offerta. Per la domanda, come abbiamo già detto, attraverso essenzialmente la appropriatezza della richiesta, per quanto riguarda l’offerta innanzi tutto occorre favorire percorsi e corsie preferenziali per le urgenze e per gli anziani, qualcosa in realtà si sta facendo in questa direzione, poi è necessario un piano di investimenti sulle attrezzature che permetta un loro utilizzo almeno 18 ore al giorno, ma soprattuttobisogna investire sul personale ospedaliero: aumentandolo e organizzandolo in maniera adeguata, e non costringerlo a turni massacranti in corsia, nelle sale operatorie, nelle urgenze e negli ambulatori. “Ma già la sanità costa tanto”, si dirà. E’ vero. Ma costa meno che in molti altri paesi europei come Francia, Germania, Inghilterra, in cui la spesa sanitaria supera abbondantemente l’8% del PIL mentre da noi è al 7,3% E poi quanto costa un ricovero inutile, magari fatto perché ci vuole troppo tempo per fare una visita, o un esame specialistico? Per non parlare del costo sociale. E poi l’umiliazione, anche per la struttura che eroga il servizio, quando ci si sente dire: ” la sua visita specialistica la farà tra 8 mesi “

Scheda Equità di accesso addio? Gran Bretagna batte Italia ( )

*

“I cittadini che pagano godono sempre di una precedenza”

U

no studio recente1 ha confrontato la percentuale di cittadini italiani e britannici che hanno dichiarato di aver interamente pagato di tasca propria prestazioni sanitarie (ad esclusione dei farmaci e delle cure odontoiatriche) che avrebbero potuto ottenere gratuitamente o a minor costo dai rispettivi servizi sanitari nazionali. Hanno risposto di aver totalmente pagato almeno una volta nel corso della vita l’accesso a prestazioni medico-sanitarie circa l’80% dei cittadini italiani ( il 45% per oltre cinque accessi) e il 60% lo ha fatto negli ultimi due anni. Le corrispondenti percentuali per i cittadini britannici erano del 20%, (4% per oltre cinque accessi) e di circa 10% per gli ultimi due anni. Come si spiega una differenza tanto vistosa tra due paesi che hanno entrambi un sistema che si dichiara universalista, equo, di accesso gratuito e finanziato tramite la fiscalità generale? L’importante differenza sembra essere dovuta all’adozione di due diverse politiche intese a risolvere il problema delle liste di attesa per l’accesso alle prestazioni elettive che caratterizzano i due sistemi sanitari. Il Servizio sanitario britannico ha scelto un modello fondato su incentivi e concorrenza che, senza creare un “mercato”, promuove l’efficienza dei servizi e dei professionisti (che in UK non possono, contrariamente all’Italia, svolgere privatamente il loro lavoro all’interno del servizio pubblico). Un’offerta complementare è stata negoziata con il settore privato per l’acquisto di prestazioni chirurgiche elettive, ma lasciando intatta la gratuità d’accesso per tutti i pazienti e diminuendo così significativamente le liste di attesa (dal 1999 al 2005 i pazienti in lista d’attesa da 6 e più mesi sono stati ridotti dell’85% ). Nel 1999 l’Italia ha invece dato un impulso significativo alla creazione di un accesso parallelo alle prestazioni sanitarie tramite il diritto dato a tutti i medici del servizio pubblico di esercitare la libera professione all’interno del Servizio Sanitario Nazionale (intramoenia), creando così un “binario” privilegiato d’accesso (senza o con più brevi liste d’attesa e con una più estesa possibilità di scelta) per i cittadini disposti a pagare l’intera prestazione di tasca propria. In buona sostanza le lunghe liste d’attesa finisco per essere

PERCENTUALE DI CITTADINI CHE DICE DI AVER PAGATO TOTALMENTE PRESTAZIONI SANITARIE CHE AVREBBE POTUTO OTTENERE GRATUITAMENTE O A MINOR COSTO DAL SERVIZIO SANITARIO PUBBLICO (esclusi farmaci e cure dentarie)

FONTE: EUROPEAN J. PUBLIC HEALTH, 8 febbraio 2010

funzionali e congeniali al mantenimento e alla promozione della via privilegiata d`accesso a pagamento al sistema pubblico. La logica conseguenza sarà un allungamento delle liste dovuto al fatto che i cittadini che pagano godono sempre di una precedenza, creando così una disparità d’accesso difficile da giustificare sul piano dell’equità.

(*)Riassunto da:

Equità di accesso, addio? Sistema sanitario italiano (SSN) vs quello britannico (NHS) di Gianfranco Dominighetti2 22 febbraio 2010 in Saluteinternazionale.info http://saluteinternazionale.info/2010/02/equita-di-accessoaddio-sistema-sanitario-italiano-ssn-vs-quello-britannico-nhs-2/ 1) Domenighetti G, Vineis P, De Pietro C, Tomada A. Ability to pay and equity in access to Italian and British National Health Systems. European Journal of Public Health (Advance Access Published February 8, 2010 ) 2) Gianfranco Domenighetti, Università della Svizzera Italiana

aprile 2011

Daniel

Potenziare il pronto soccorso

Daniel Fiacchini è dirigente medico nel Servizio Igiene e Sanità Pubblica dell’ASUR Zona Territoriale 6 di Fabriano. Nonché creatore del blog Salute Pubblica e Senigallia LCF gli ha chiesto di intervenire sulle questioni della sanità con contributi originali e autonomi

C

hiedi ad un senigalliese quanto tempo ha passato in media al Pronto Soccorso se ne ha avuto bisogno e comincerà a lamentarsi delle sue 4, 6, 8 ore di attesa. Al di là di ogni facile qualunquismo chiunque è in grado di comprendere che se si giunge al pronto soccorso con un infarto in atto il soccorso sarà istantaneo ma se si chiederà aiuto per un vago dolore toracico, dopo i primi esami utili ad escludere le patologie più urgenti, si entrerà in un protocollo diagnostico che ci vincolerà ad un’attesa di diverse ore. E così sorge il problema dei tempi di attesa del Pronto Soccorso. Ancora a monte il problema è il numero elevato di cittadini che si rivolgono al PS per interventi che all’atto del triage (la pratica che consente di inquadrare la gravità delle condizioni di un paziente e consente di stabilire su quali pazienti intervenire prioritariamente) sono classificati come codici bianchi e verdi, codici che sono collegati a bisogni non urgenti e dunque che potrebbero essere gestiti differentemente, talvolta senza il ricorso al Pronto Soccorso (specie per i codici bianchi). Per capirne di più: Codice rosso: situazione molto critica con pericolo di vita per il paziente; necessita di intervento immediato. A Senigallia l’1% degli interventi viene classificato come codice rosso. Codice giallo: possibile pericolo di vita; necessita di intervento il prima possibile. A Senigallia i codici gialli sono il 17%. Codice verde: situazione poco critica; l’intervento può essere ritardato. A Senigallia i codici verdi corrispondono al


aprile 2011

Fiacchini

...è questo il modo giusto?

76% degli accessi al Pronto Soccorso. Codice bianco: situazione non critica; l’intervento sarà successivo a tutti i codici precedenti. A Senigallia i codici bianchi corrispondono al 6,5% degli interventi. Eccoli, dunque, i numeri che ci fanno capire perché tanta attesa al Pronto Soccorso. E come risolvere il problema dei tempi di attesa dei numerosi codici bianchi e verdi che si registrano ogni giorno? Il progetto di riorganizzazione della Zona Territoriale prevede una soluzione: attivare una postazione di Continuità Assistenziale con turni di 12 ore all’interno del Pronto Soccorso, per affiancare i medici del Pronto Soccorso e gestire i codici di minore gravità. Con quali fondi? Quelli recuperati dalla soppressione della sede di Guardia Medica di Ostra. Intravedo due ordini di problemi. Il primo problema è di natura organizzativa. Si riorganizza un servizio (quello di continuità assistenziale), depotenziandolo nei fatti (perché per ogni turno di guardia ci sarà un medico in meno sul territorio), per potenziarne un altro (Pronto Soccorso - 118). Si tratta di due servizi strettamente collegati ma comunque differenti. Si sceglie di migliorare l’offerta di un servizio ospedaliero (il Pronto Soccorso) a scapito del territorio, facendo una scelta in controtendenza rispetto alle strategie di politica sanitaria ordinarie che tendono a prevedere un potenziamento del territorio perché si ritiene che nel miglioramento dell’offerta territoriale si riesca ad ottenere la riduzione dell’utilizzo improprio del pronto Soccorso (vedi ad esempio la Deliberazione della Giunta Regionale n. 17 del 17/01/2011: “Linee di indirizzo per l’attuazione del Patto per la salute 2010-2012 e della Legge di stabilità 2011”). Il secondo problema è di ordine professionale: non mi sorprenderebbe se nessun medico rispondesse al bando per un incarico così gravoso: 12 ore consecutive di lavoro ininterrotto (vista la mole di codici verdi e bianchi che si presentano ogni giorno al pronto Soccorso) e l’ansia, motivata, di essere chiamati ad intervenire su pazienti critici in situazioni urgenti senza essere medici di Pronto Soccorso e, dunque, senza essere necessariamente formati per interventi del genere. Questa evenienza non dovrebbe presentarsi ma la realtà è differente dalla teoria e se tutti i medici del Pronto Soccorso fossero impegnati e sopraggiungesse un ulteriore paziente in pericolo di vita a chi toccherebbe intervenire se non al povero medico di Continuità Assistenziale presente all’interno del Pronto Soccorso? Questa parte della riorganizzazione non convince… il tempo e i numeri chiariranno molte cose. http://salutesenigallia.blogspot.com/

Senigallia la Città Futura

19

Sanità

Opinione quando la politica chiude gli occhi di fronte ai numeri

il caso della Guardia Medica di Ostra

di Daniel Fiacchini

D

al giorno della nomina a Direttore di Zona il Dott. Pesaresi, chiamato ad amministrare la Zona Territoriale 4 di Senigallia, è sottoposto a critiche costanti. Ultimo oggetto del contendere è la decisione di sopprimere la postazione di Guardia Medica di Ostra, decisione presa nell’ambito delle attività di riorganizzazione del Servizio di Continuità Assistenziale. La proposta è presentata nel progetto dal titolo “Riorganizzazione dell’attività di Continuità Assistenziale e potenziamento del Pronto Soccorso”, pubblicato nel gennaio scorso sul sito della Zona Territoriale (http://www. asurzona4.marche.it) e nelle attività di riorganizzazione si prevede che il territorio attualmente servito dalla postazione di Guardia medica di Ostra (Comuni di Ostra e Ripe) sia ridistribuito alle postazioni già attive a Corinaldo e Ostra Vetere (vedi tabella a lato). A fronte di una tale riorganizzazione era naturale che l’attuale Sindaco di Ostra, Massimo Olivetti, si impegnasse attivamente ad avversare la decisione tecnica della Direzione di Zona. Ma anche il Partito Democratico di Ostra si è opposto con fermezza alla riorganizzazione. Dunque la decisione tecnica della Direzione di Zona sta scontentando tutte le forze politiche, impegnate a fare quadrato attorno al Sindaco Olivetti per scongiurare una riorganizzazione che si ritiene svantaggiosa e dannosa per il territorio locale. Le motivazioni addotte dal “fronte del no” sono state espresse pubblicamente attraverso comunicati stampa trasmessi nei primi giorni del mese di febbraio. Si asserisce che il Comune di Ostra è quello con il maggior numero di abitanti dell’entroterra e che in passato è già stato penalizzato con la chiusura dell’Ospedale e la sua mancata riconversione in RSA. Si insiste, in particolare, sulla presenza di una casa di riposo con più di 80 utenti di cui più della metà (48), in residenza protetta. Fino a qui giungono i fatti a cui tutti abbiamo assistito. Ora permettete che esprima alcune considerazioni tecniche, senza entrare nel merito delle modalità di condivisione delle scelte attuate dal Dott. Pesaresi. Il lavoro di Guardia Medica si esplica su tre attività principali: visite ambulatoriali, visite domiciliari e consulenza telefonica. Rispetto a queste ultime non c’è bisogno che io spieghi l’inutilità di avere un Medico di guardia sul proprio territorio. Anche

Comuni serviti attualmente e nella futura riorganizzazione per singola postazione di Guardia medica (Gm) Postazioni di Gm

Comuni attuali serviti

Comuni serviti nella riorganizzazione

Senigallia

Senigallia

Senigallia

Corinaldo

Corinaldo, Monterado, Castelleone di Suasa, Castelcolonna

Corinaldo, Ripe, Monterado, Castelleone di Suasa, Castelcolonna

Ostra

Ostra, Ripe

***

Ostra Vetere

Ostra Vetere, Barbara, Serra de’ Conti

Ostra Vetere, Ostra, Barbara

Arcevia

Arcevia

Arcevia, Serra de’ Conti

*** Sede soppressa nell’ipotesi di riorganizzazione per le visite domiciliari, in realtà, il problema non dovrebbe porsi: i Medici di guardia si sposteranno ogni qualvolta riterranno necessario farlo, indipendentemente dalla sede in cui la visita debba essere svolta. A questo proposito è necessario sottolineare che le visite domiciliari effettuate dalla Guardia Medica non dovrebbero rispondere ai caratteri dell’urgenza: quando la richiesta di un cittadino appare urgente il 118 provvede al soccorso con mezzi alternativi e l’intervento della Guardia Medica è generalmente escluso perché sono le ambulanze a muoversi (anche se, soprattutto nei Comuni dell’interno, può accadere che il Medico di guardia debba intervenire per primo in attesa dell’arrivo dei mezzi del 118 provenienti da Senigallia). Infine ci sono le visite ambulatoriali: certo, avere una sede di Guardia Medica sotto casa può essere molto comodo, ma in quante occasioni un comune cittadino si trova nelle condizioni di dover fruire di questo tipo di servizio? Dai dati zonali si ricava che l’utilizzo del servizio di Guardia Medica è, ovviamente, molto limitato. Il progetto zonale riferisce a questo proposito un numero significativo: 0,23; si tratterebbe del numero medio annuo pro-capite di prestazioni di Continuità Assistenziale richieste dai cittadini residenti nella nostra Zona Territoriale. Cosa significa in termini pratici? Che ogni cittadino utilizza il Servizio di Guardia Medica, in media, una volta ogni quattro - cinque anni. E qualora un cittadino bisognoso si trovasse nell’impossibilità di raggiungere la più vicina sede di Guardia Medica? Nella pratica lavorativa dei Medici di Continuità Assistenziale ogni esigenza specifica viene opportunamente valutata e nessun bisogno reale viene

lasciato insoddisfatto. Dunque a Ostra il Servizio di Guardia Medica sarà soppresso? La risposta non può essere che univoca: no! La postazione di Guardia medica sarà chiusa ma il Servizio non sarà soppresso perché il cittadino ostrense potrà beneficiare del prezioso lavoro svolto dai Medici di Continuità Assistenziale come un tempo, con l’unica differenza che nella necessità di dover raggiungere la sede di Corinaldo dovrà percorrere i 14 km di strada che separano i due comuni, una distanza di poco superiore a quella che viene attualmente percorsa dal cittadino di Serra de’ Conti che deve raggiungere Ostra Vetere o da quello di Ripe che deve raggiungere Ostra, senza che fino ad oggi nessuno si sia mai lamentato. E allora di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di quell’atteggiamento, ben documentato anche in questa vicenda, che vede, talvolta, i politici impegnati a sostegno di posizioni che hanno poca validità tecnica ma che rispondono a interessi di parte. E quando su un territorio si toccano i servizi offerti sono tutti pronti ad affilare i coltelli e poco importano le questioni tecniche: c’è una cittadinanza a cui spiegare perché un servizio è stato riorganizzato sfavorevolmente rispetto al territorio che si difende… e i cittadini votano! Normalmente questi atteggiamenti difensivisti sono sostenuti da argomentazioni deboli, quanto debole può essere un superlativo, un comparativo o un argomento intellettuale quando a questi sono contrapposti dati chiari e inconfutabili. Dal fronte del “no alla chiusura” abbiamo sentito parlare di “interruzione di servizio”, di “decisione gravissima”, di “fatto gravissimo” a fronte di un “servizio

assolutamente essenziale”. Che dire invece delle 2,6 visite ambulatoriali, delle 1,5 visite domiciliari e delle 0,8 consulenze telefoniche per singolo turno di Guardia Medica? Questi sono i dati medi di attività relativi alla sede di Ostra su cui ci si dovrebbe confrontare. E che dire, più in generale, delle risorse sempre più esigue messe a disposizione del Sistema Sanitario? Chi deve rimanere scoperto quando la coperta è corta? Un caloroso invito al Sindaco di Ostra e a tutti coloro che lo stanno appoggiando nella battaglia contro la Direzione di Zona: il Paese che rappresenta come Sindaco perderà la postazione di Guardia Medica e allora chieda con forza, ne ha tutto il diritto, che i benefici provenienti dalla riorganizzazione (quantificabili in 143 mila euro all’anno) siano riversati in altra forma sul territorio ostrense. Questo credo sia doveroso oltre che legittimo. Un’ultima personale considerazione. In generale non posso nascondere la mia avversione per chi non fa nulla con l’obiettivo politicamente corretto di non scontentare nessuno. Per questo motivo, in riferimento alla riorganizzazione del Servizio di Continuità Assistenziale, che pure ha dei punti deboli (vedi questione pronto soccorso), il mio personale plauso va alla Direzione di Zona e al Dott. Pesaresi. Spero vivamente, da cittadino residente nella Zona Territoriale 4, prima che da medico, che questo intervento tecnico sia solo il primo passo verso un’amministrazione del sistema sanitario locale attenta alla risoluzione delle inefficienze che gravano da sempre sulla sanità e votata alla necessaria razionalizzazione e non al puro e semplice “taglio” delle sempre più esigue risorse locali.


20

Senigallia la Città Futura

Bubamara

aprile 2011

Intervista Roberto Carnero sul suo libro Morire per le idee

vita letteraria di Pier Paolo Pasolini

di Lorenzo Franceschini Il Centro di Aggregazione Giovanile “Bubamara” da diversi anni offre alla cittadinanza senigalliese preziose occasioni di arricchimento culturale che hanno saputo nel tempo attirare curiosi anche dalle città limitrofe. Diverse sono state, oltre agli eventi singoli, le rassegne che si sono succedute nella casa gialla tra l’Iper Simply e il multisala Giometti: le edizioni del Poetry Slam, dei Pezzi facili, gl’incontri poetici di Amori, scene della poesia e quelli culturali di Nymphomania: la ninfa tra moda, arte, filosofia e storia. In queste occasioni si sono succeduti attori (Antonio Rezza, David Anzalone), narratori (Massimo Carlotto, Angelo Ferracuti), fotoreporter (Tano d’Amico, Mario Dondero), poeti (Franco Buffoni, Andrea Gibellini, Francesco Scarabicchi), critici (Massimo Raffaeli), professori universitari (Alberto Bertoni, Monica Centanni) e molte altre personalità della cultura italiana. Il 29 novembre scorso, in occasione dei Pezzi facili 2010, è stato ospite del “Bubamara” il critico letterario Roberto Carnero, in occasione del suo ultimo libro, pubblicato da Bompiani, su Pier Paolo Pasolini. Di séguito la nostra conversazione.

Q

uesto è un Centro di Aggregazione Giovanile. Puoi parlarci del rapporto di Pasolini con i giovani partendo magari dal suo ruolo di insegnante? Intanto devo dire che sono molto felice di presentare il mio libro qui a Senigallia in un centro di aggregazione giovanile. Questo libro infatti è nato nell’ambito del mio insegnamento, ho insegnato per sei anni alla Statale di Milano fino all’ultimo Anno Accademico, dopodiché la scure della Gelmini ha colpito anche me, e sono tornato a fare il professore di liceo. Però ho dedicato il libro ai miei studenti. Ho notato che sempre, quando proponevo Pasolini come autore nei corsi monografici, c’era una grande risposta da parte degli studenti. Questo mi ha fatto capire che Pasolini ancora oggi sa suscitare interesse, provocare un pensiero, innescare una riflessione su molti dei temi che lui, nella sua opera, ha toccato, per la profondità delle sue analisi su contestazione, moda, conformismo di massa, quella che lui chiamava omologazione, prodotta dalla società dei consumi. Lui comprese in anticipo i nessi tra politica e criminalità organizzata. Sono cose che i processi ora hanno dimostrato, e che lui diceva già negli anni Settanta, quando ancora non si parlava di questi temi. Le analisi che lui fa sono molto personali, e spesso determinate da un’idiosincrasia da parte di Pasolini verso alcuni argomenti; sono discutibili, ma hanno la capacità di provocare intellettualmente chi legge. L’altro aspetto che mi ha spinto a scrivere questo

’57 in cui Pasolini immagina di trovarsi nel cimitero acattolico di Roma, il “Cimitero degli Inglesi”, dove è sepolto Gramsci. Davanti alla sua tomba, il poeta immagina un colloquio con Gramsci, che incarna l’ideologia pura del Comunismo, e dice: «Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere/ con te e contro te; con te nel cuore,/ in luce, contro te nelle buie viscere». Quindi c’è un rapporto ambiguo che lo lega a Gramsci, cioè al Comunismo. E continua: «Attratto da una vita proletaria a te/ anteriore, è per me religione// la sua allegria, non la millenaria/ sua lotta: la sua natura, non la sua/ coscienza». Quindi Pasolini è un comunista molto eterodosso, non ha nulla a che fare con una visione che vuole un proletariato sempre più sensibilizzato a livello ideologico per produrre le premesse che porteranno alla rivoluzione proletaria. Questa è una ambiguità di fondo che Pasolini non sanerà mai. ccattone esce negli stessi anni di Rocco e i suoi fratelli di Visconti, parlano entrambi del proletariato urbano. Però il film di Visconti non suscita grandi polemiche, quello di Pasolini invece sì. Rocco e i suoi fratelli non suscita grandi polemiche perché Visconti (che s’ispira ad alcuni racconti de Il ponte della Ghisolfa di Testori) rappresenta una fascia sociale diversa, che è il proletariato che però tende a diventare piccola borghesia. I suoi personaggi hanno tutti un lavoro, o perlomeno cercano di averlo. Il fratello che s’innamora della prostituta, che poi rifiuta l’ordine imposto dalla famiglia viene messo da parte e denunciato, quando ucciderà la prostituta Nadia, proprio da uno che s’è integrato in questa famiglia di lucani trapiantati a Milano che si sono adattati all’ideologia del lavoro, accettando l’idea di una ascesa sociale. Invece i personaggi di Pasolini sono impermeabili a questa ideologia borghese, vivono d’espedienti, rifiutano il lavoro, non invidiano i ricchi (mentre nel film di Visconti c’è l’invidia di classe, da parte dei proletari verso i ragazzi che stanno bene), invece in Pasolini, in Ragazzi di vita non c’è, i borghesi vengono quasi presi in giro, perché sì, stanno bene economicamente, però sono schiavi della società, mentre i proletari, che rifiutano l’ordine sociale, si sentono liberi. A Pasolini sta più a cuore questo momento. Tommaso, che in Ragazzi di vita è prima un “ragazzo di vita”, e poi diventa comunista assumendo una qualche consapevolezza politica, alla fine muore, perché Pasolini non sa cosa farsene di un personaggio così. C’è una differenza di orizzonte sociale tra i due. a per quale motivo poi Accattone viene contestato così aspramente proprio dalla gente, e non solo dai critici? Pasolini fu un perseguitato, non c’è dubbio. Quando esce Ragazzi di vita nel ’55, lui diventa noto al grande pubblico. Ecco, e qui inizia il primo processo che Pasolini subisce per l’opera artistica – mentre il suo primo processo in assoluto fu quello legato allo scandalo di Ramuscello. Gli altri saranno quasi tutti processi legati alle sue opere. Ti racconto un aneddoto per spiegarti il grado di isteria collettiva che si scatena contro Pasolini. Un giorno un

A

libro è la bellezza della sua opera. Ho evitato di fare delle classifiche – ogni tanto si sente dire che Pasolini è un bravo narratore ma un pessimo poeta, o viceversa, o che è un bravo cineasta, ma in teatro non è un granché. Io ho evitato di fare graduatorie divise per generi, per mostrare come l’opera di Pasolini vada letta come un tutt’uno, dove tutte le singole parti si legano tra loro in un discorso unitario. Per rispondere più da vicino alla tua domanda, intanto va detto che Pasolini era un insegnante nato. La pedagogia in Pasolini è una dimensione fondamentale. Lo era dagli anni in cui durante la seconda guerra mondiale, dopo il ’43, lui a Versuta, frazione vicino Casarsa, in Friuli, da dove veniva sua mamma, istituì una scuola popolare, per i figli dei contadini che, a causa dell’interruzione di vie di comunicazione dovuta alla guerra, non riuscivano ad andare a scuola. Teneva dei corsi irregolari, lui, la madre e altri amici di Bologna. Si era laureato da poco in Lettere. Quando ho presentato il libro a Casarsa, un signore mi ha detto di aver partecipato a quei corsi, e ha raccontato di Pasolini che arriva in questo stanzone che faceva da classe e comincia a spiegare l’Eneide, e non fa come i professori dell’epoca, che leggevano certi episodi legati alla guerra, perché negli anni del fascismo c’era questa ideologia militarista: lui legge il quarto libro, che parla dell’amore di Didone abbandonata che alla fine si suicida. «Pasolini lesse in metrica, noi non capivamo niente ovviamente, ma fummo incantati da questa musica e dalla sua capacità scenica di leggere il testo. Poi, dopo aver letto, disse “adesso traduciamo” e iniziò a tradurre all’impronta, e poi ha detto di farlo noi». Era un maestro molto capace di appassionare e coinvolgere i suoi alunni. Poi però nel ’49 i fatti di Ramuscello, scandalo a carattere sessuale, la scuola di Versuta viene chiusa dal Ministero agli

studi. Anche allora non capivano niente. Dopo il ’49 Pasolini viene anche espulso dal PCI per “indegnità morale”, gli viene tolto l’insegnamento (era di ruolo in una scuola media a Valvasore), poi la vergogna per questo scandalo fu un trauma. Per questo lui e la madre decidono di trasferirsi a Roma, dove non conosceva nessuno. Qui fa vari lavori, collabora con l’industria cinematografica, la madre si adatta a fare i mestieri in alcune famiglie borghesi di Roma, finché lui non trova un incarico come insegnante nella scuola privata di Ciampino. Avrà tra i suoi allievi anche Vincenzo Cerami. In questi primi anni la sua vocazione pedagogica si esprime nell’insegnamento. Però la pedagogia continuò anche dopo: con gli Scritti corsari, Pasolini diventerà un “pedagogo di massa” (Enzo Golino), avrà sempre la volontà d’insegnare qualcosa, solo che i suoi interlocutori non saranno più i ragazzi, ma la borghesia italiana, che è la classe sociale che lui detestava di più. Esaltava il popolo, sinonimo per lui di purezza, autenticità e spontaneità e detestava la borghesia, sinonimo di finzione, autocontrollo e razionalismo spinti all’eccesso. Gli Scritti corsari raccolgono articoli usciti sul «Corriere della sera», il giornale della borghesia. Pur detestandola profondamente, lui decide di continuare a parlarle, per istruirla, per cercare di salvarla. er Pasolini alla borghesia è precluso il senso del sacro. Per esempio, Teorema, mostra questa famiglia borghese dove un ospite inatteso, metafora dell’irruzione del sacro nella vita borghese, porta lo scompiglio totale. Teorema è sia un film che un romanzo, usciti nel ’68. La borghesia ha ridotto la spiritualità a religione, lo spirito a codice morale, moralismo. Questo ospite intratterrà rapporti sessuali con tutti i membri della famiglia, il padre, la madre e i due

P

figli, e le loro vite risulteranno devastate da questa esperienza. L’unica persona alla quale il contatto con l’ospite non genera questa perdita di stabilità è Emilia, la serva, perché viene dal popolo, non è borghese ed ha ancora la possibilità di accedere all’esperienza del sacro, mentre la borghesia non ha più questa possibilità. asolini viene dalla borghesia, ma la odia... Lui è un borghese e sa di esserlo, ama anche vivere con un certo agio materiale. Però detesta la classe che gli consente di avere una vita borghese, e si avvicina al popolo con desiderio di pedagogo ma anche eros. L’eros in Pasolini è lo strumento in cui spesso si esplica la pedagogia. Inizialmente lui conosce il popolo friulano (il suo primo libro è in friulano, Poesie a Casarsa), poi si trasferisce a Roma, e inizia a usare il romanesco, ma non quello di Belli, bensì quello delle borgate. Asor Rosa, critico marxista, afferma che Pasolini non convince nel suo avvicinarsi al popolo, perché lo studia come farebbe un entomologo con gl’insetti, l’etologo con gli animali, e l’operazione risulta fredda perché si vede il borghese che si avvicina al popolo e non riesce ad entrare nella sua mente. Io personalmente contesto questo giudizio perché credo che la molla che spinge Pasolini verso il popolo sia proprio l’amore, che è un amore non scevro di ambiguità a volte, perché è anche la ricerca di contatti sessuali con questi ragazzi a cui insegna, ma è una molla, questa dell’eros, che lo spinge alla pedagogia, ad immedesimarsi e a dialogare col sottoproletariato romano. La Sinistra non condivideva la rappresentazione pasoliniana del popolo, il popolo di Pasolini non è il proletariato consapevole dal punto di vista ideologico, ma è il sottoproletariato, che precede l’ideologia. Ci sono versi celeberrimi nella raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci del

P

M


aprile 2011

Senigallia la Città Futura

Pasolini

Pasolini profetico l’Italia “ ha avuto molto sviluppo Roberto Carnero benzinaio del Circeo denuncia Pasolini per rapina a mano armata. Il processo viene celebrato, poi si scoprirà che questo benzinaio aveva dei problemi mentali, il giudice arriverà comunque alla condanna, ma Pasolini non andrà in galera perché il reato viene amnistiato. Però Pasolini è condannato per rapina a mano armata! Nel film RoGoPaG, un film ad episodi il cui titolo è formato dalle iniziali dei nomi dei registi (Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti), Ugo Gregoretti firma l’ultimo episodio, Il pollo ruspante, all’inizio del quale c’è una scena in cui Ugo Tognazzi, che interpreta il padre di una famiglia borghese, rientra a casa dal lavoro, e Ricky Tognazzi, che interpreta il figlio, da dietro la porta, con una pistola giocattolo in mano esce all’improvviso e dice «mani in alto!» e il padre «chi sei?! Nembo Kid?» e il figlio «no, sono Pasolini!!». Ecco, questo per sdrammatizzare, ma la situazione era abbastanza pesante. Lui si sentiva perseguitato. Alla prima di ogni film andavano dei gruppi di neonazisti che cercavano di aggredirlo, tanto è vero che Pasolini ci andava insieme ai suoi attori perché lo aiutassero a difendersi, e questi facevano quasi un cordone di sicurezza per isolarlo ed evitargli lo scontro fisico con quanti lo attaccavano. Il primo libro che suscita questo processo, dicevo, è Ragazzi di vita, che crea già problemi quando è in bozze: Livio Garzanti chiama Pasolini e gli dice che deve recarsi a Milano per togliere alcune parolacce. Pasolini, pur di far uscire il libro, si è sottoposto a questa censura preventiva. Il moralismo in quel periodo era molto diffuso, sia tra i cattolici che tra i comunisti, e i librai che avevano ricevuto i primi capitoli in anteprima si erano dimostrati molto scettici. Il libro esce, è subito un successo, viene stroncato da diversi critici e subisce un processo. Periti della difesa al processo saranno niente meno che Giuseppe Ungaretti e Carlo Bo, i quali scrivono delle cose bellissime per difendere lo scrittore. Ungaretti scrive addirittura che Pasolini è uno degli autori migliori che gli sia capitato di leggere del Novecento italiano. Bo, da cattolico, scrive che Pasolini ha l’atteggiamento proprio della carità cristiana, e spinge alla commozione il lettore nei confronti della sorte sfortunata di queste creature. Pasolini viene assolto. Però il marchio di scrittore osceno gli resta. Subì qualcosa come una cinquantina di processi. come se fosse insostenibile, da parte del pubblico, il vedere rappresentata una delle realtà sociali che non voleva vedere. Certo, oltre al discorso moralistico c’era da parte della borghesia del boom economico il disagio di vedere rappresentate delle fasce sociali così arretrate. Anche per certi politici era meglio mettere questa spazzatura sotto il tappeto. Invece Pasolini la raccontava. Raccontava questo disagio che non faceva parte della “grande narrazione” (come direbbe Nichi Vendola) di un’Italia che progrediva sempre più velocemente. rima hai accennato al consumismo. Ora qui, al Bubamara, noi ci troviamo in mezzo a un centro commerciale... ...sì, questo è un luogo di resistenza!...

È

P

ma nessun progresso

...eh già! Bene, puoi parlarci dell’idea di consumismo in Pasolini? E anche del fascismo: lui parlava di fascismofascismo e fascismo-consumismo: quello dei giorni nostri. Pasolini aveva vissuto il ventennio fascista, e aveva subìto sulla sua pelle la brutalità della censura. Quando escono le Poesie a Casarsa nel ’42, Gianfranco Contini, giovanissimo, scrive un’ottima critica su questo libro. Però la recensione viene bloccata perché il centralismo culturale fascista non poteva prevedere che esistessero dei luoghi di resistenza di culture locali. Però Pasolini dice che, per quanto becero, il potere del fascismo non è arrivato ad essere così repressivo e coercitivo com’è il potere della società dei consumi. Quindi lui chiama, negli Scritti corsari, “il nuovo Potere” non tanto il potere politico, che si adegua a questo nuovo modello consumistico, ma il potere, appunto, dei consumi, che è riuscito a omologare gl’Italiani nell’arco di una decina d’anni (tra la metà degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta) come non è riuscito a fare il fascismo in vent’anni. È successo uno di quei mutamenti che non si misurano nell’arco di decine, ma di migliaia di anni, è finita la civiltà contadina in dieci anni ed è nato qualcosa di profondamente diverso, e tutti siamo diventati piccolo-borghesi, perché abbiamo tutti quel po’ di benessere materiale che ci permette di sentirci parte non più del popolo, ma di una classe sociale che sta un po’ sopra. Il potere della società dei consumi, che Pasolini chiama “il nuovo fascismo”, è riuscito a fare questo con due mezzi: la rivoluzione delle infrastrutture (che ha permesso l’avvicinamento della periferia al centro) e la televisione, che è riuscita ad imporre dei modelli, che erano modelli piccolo-borghesi, e questo ora genera, in chi riesce ad adeguarsi a questo modello, un’affannosa ricerca di quel benessere materiale per sentirsi al pari degli altri; invece in chi non ce la fa genera una frustrazione profonda. Per cui quello della società dei consumi è un potere fortemente repressivo. asolini afferma che anche la libertà sessuale, che si faceva strada in quegli anni, è segno del conformismo, al quale fa riscontro un odio nei confronti delle diversità. Una sorta di libertà sessuale che però ha dei lati oscuri. Vuoi parlarci meglio di questa questione? Qui Pasolini mette in campo la propria omosessualità. Non sono d’accordo con Marco Belpoliti, che in questi giorni ha pubblicato un libro Pasolini in salsa piccante, in cui legge tutto sotto l’aspetto dell’omosessualità – mi pare una lettura un po’ ideologica. Però sicuramente l’omosessualità in Pasolini ha un ruolo di cartina tornasole, gli serve per capire la tolleranza e l’intolleranza della società italiana. Lui dice sostanzialmente che il nuovo potere ha previsto una certa libertà sessuale, ma imposta dall’alto e non conquistata dal basso, e quindi falsa. La prova è la discriminazione nei confronti degli omosessuali. Durante il ventennio fascista non si poteva fare nulla e quindi di fatto si faceva tutto. Ora che invece si può fare solo qualcosa, la società t’impone di fare quel qualcosa e t’impedisce di fare tutto il resto. Quindi che

P

cosa si può fare? La società dei consumi ha consentito il sesso tra ragazzi prima del matrimonio. Questo perché la società dei consumi prevede che il consumatore sia in coppia, che abbia dei figli che diventino a loro volta dei consumatori, e tutto il resto viene impedito. Qui possiamo forse dare torto a Pasolini, perché negli ultimi decenni i gay sono stati individuati come target di mercato, ma lui non lo poteva prevedere. Rimane il fatto che le aggressioni a sfondo omofobo in questo momento in Italia sono molto frequenti, quindi il meccanismo di fondo Pasolini lo aveva capito. ui ha attraversato il periodo della contestazione studentesca, e le sue posizioni a riguardo, anche in questo caso, non erano scontate. Puoi parlarci della questione del rapporto tra genitori e figli? Come in questi giorni (penso alla contestazione studentesca cui ha partecipato anche Bersani salendo sui tetti), i partiti al tempo di Pasolini cercavano di essere vicini ai movimenti giovanili. Pasolini invece va contro. In occasione degli scontri di Valle Giulia, tra studenti e poliziotti, scriverà nella poesia Il PCI ai giovani!! che lui stava dalla parte dei poliziotti, perché essi in quel caso erano i rappresentanti del popolo e i giovani della borghesia. Qui Pasolini tralascia che i giovani manifestavano perché anche i figli di quei poliziotti un domani potessero andare a scuola, però lui vuole estremizzare un po’ il discorso, e sostiene che quel tipo di protesta è interna alla borghesia e non lo interessa. A lui sembra che un superamento vero della condizione dei padri si sarebbe potuto avere solo con un dialogo con i padri, un confronto, mentre i giovani hanno scelto una contrapposizione frontale che ha rifiutato il dialogo. Dice che senza il dialogo non c’è superamento, ma uno scontro che non porta a nulla. A proposito dei capelli lunghi, dice di aver visto i capelloni per la prima volta a Praga. Dice di aver provato sùbito antipatia perché il linguaggio verbale in quel caso era sostituito da un segno esteriore, quello dei capelli. I capelli sono diventati un obbligo conformistico per tutti, sia per i ragazzi di Destra che quelli di Sinistra. Nel 1972, poi, in Persia, vede «due esseri mostruosi», ragazzi con i capelli lunghi. Qui Pasolini, da semiologo, immagina il discorso verbale sottaciuto dal discorso non verbale di quei capelli: «noi non apparteniamo al numero di questi morti di fame, di questi poveracci sottosviluppati rimasti indietro alle età barbariche: noi siamo impiegati di banca, figli di gente arricchita, che lavora nelle società petrolifere, conosciamo l’Europa, abbiamo letto, siamo dei borghesi. Ed ecco qui i nostri capelli lunghi, che testimoniano la nostra modernità internazionale di privilegiati». Pasolini vede che a quel punto i capelli lunghi sono un segno escludente, perché sono diventati moda, imposta. u parli diffusamente, nel tuo libro, del Terzo Mondo. Perché Pasolini è così interessato a questa realtà? Man mano che la società italiana va modificandosi, Pasolini va nel Terzo Mondo alla ricerca di quella società contadina che in Europa non esiste più. Però sarà una delusione, perché, quella che noi chiamiamo “globalizzazione”, già in quel tempo

L

T

si stava verificando. Non trova neanche lì la spontaneità che cercava. Anche lì lo sviluppo (termine che in Pasolini ha un’accezione negativa, di contro a “progresso”, che invece è positivo, indica crescita non solo quantitativa, ma anche culturale), ha portato la sua desolante estraneità. In questa distinzione tra sviluppo e progresso Pasolini è stato profetico: l’Italia ha avuto un grande sviluppo, ma nessun progresso. Si pensi al fatto che qui le persone che hanno più soldi sono quelle che sono meno colte e le più colte fanno dei lavori che non sono pagati come dovrebbero, ma molto meno. Abbiamo persone ricche, ma ignoranti – a partire dal nostro premier. erso la fine del libro parli molto anche del processo per la morte di Pasolini... A marzo il senatore Marcello Dell’Utri dichiara di aver preso visione di un capitolo mancante del romanzo Petrolio, l’ultimo a cui Pasolini stava lavorando, e dichiara alla stampa: «ho letto il capitolo e non posso dire ancora nulla, è uno scritto inquietante per l’ENI, parla dei problemi dell’azienda e Cefis e si lega alla storia del nostro Paese. Lì forse ci sono i motivi per cui Pasolini è stato ucciso. Credo sia stato rapito dalla casa di Pasolini». Questo lo dice Dell’Utri il 2 marzo 2010. A quel punto tutti chiedono chiarimenti a Dell’Utri. Lui però si rimangia tutto, dice di averlo visto solo di sfuggita. Nel frattempo Walter Veltroni scrive una lettera al Ministro della Giustizia Angelino Alfano chiedendogli di riaprire il caso sull’omicidio di Pasolini e quindi l’Editore mi ha chiesto di intervistare Veltroni, cosa che ho fatto, e Dell’Utri, che però s’è negato. Prima di morire Pasolini stava appunto scrivendo Petrolio, un romanzo sul potere. E stava indagando sull’omicidio di Mattei, e in particolare su Eugenio Cefis, che sarà presidente dell’ENI dopo Mattei e sarà anche presidente della Montedison, e in particolare s’un libro: Questo è Cefis, che metteva in luce le sue malefatte. Questo libro esce nel ’72, ma in pochi giorni viene fatto sparire da tutte le librerie, da tutte le biblioteche – non c’è nemmeno alla Nazionale di Firenze, né di Roma: c’è la scheda ma non il libro. Evidentemente Cefis aveva un potere tale per cui ha fatto acquistare tutte le copie in libreria e ha fatto rubare le copie in biblioteca. Pasolini ne possedeva una copia fotocopiata, e stava documentandosi su questo libro e altre cose. Pasolini nel ’75 scrive sul «Corriere della Sera» una frase, che poi è diventata molto famosa: «Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista)». Ecco, magari Pasolini avrebbe potuto essere pericoloso per qualcuno. In quel periodo in Italia le persone venivano uccise per molto meno. Oggi pare abbastanza chiaro che quel giorno Pasolini e Pino Pelosi (il ragazzo accusato dell’omicidio) non erano soli all’Idroscalo di Ostia. Il primo magistrato

V

21

che si occupa del caso condanna Pelosi per concorso in omicidio con ignoti. Quindi era chiaro che il ragazzino non potesse aver fatto tutto da solo. Questi ignoti spariranno nei gradi successivi di giudizio finché nel 2005 Pelosi, che aveva scontato tutti quegli anni di carcere tenendo sempre la bocca chiusa, dichiarerà di non essere stato lui ad uccidere Pasolini, ma tre persone arrivate in un’auto uguale a quella del poeta, con l’accento del Sud, che lo hanno insultato e pestato finché è morto. E qualcuno forse potrebbe avergli chiesto di tenere la bocca chiusa. Perché poi Pelosi parla? Forse perché questo qualcuno non può più nuocergli. Tra le altre cose che ho fatto, ho ripercorso i due ristoranti in cui Pasolini avrebbe cenato quella sera: uno è il Pommidoro, l’altro è Il Biondo Tevere sulla via Ostiense. E tutti e due avevano questa nomea di essere il ristorante in cui Pasolini aveva cenato l’ultima sera. Pensavo che uno dei due mentisse, e invece no: Pasolini ha cenato in due ristoranti, è stato prima al Pommidoro, con Ninetto Davoli e altri amici, da cui s’è congedato abbastanza presto, ha incontrato Pelosi, in Piazzale Cinquecento, sono andati a Ostia, Pelosi non aveva ancora cenato e si sono fermati al Biondo Tevere, erano le undici. Ha parlato con la signora che gestiva il ristorante e la donna mi ha detto che lo conosceva bene. Quando arriva, anche se stavano per chiudere, riaprono per Pasolini. Lui beve solo una birra, Pelosi cena. Dopo un’oretta finiscono. Il marito di lei lo accompagna fino alla macchina perché sapevano che Pasolini era spesso oggetto di aggressioni e minacce. Quando i due coniugi il giorno dopo seppero la notizia pensarono sùbito che non potesse essere stato Pelosi a uccidere Pasolini, perché troppo gracile, rispetto al poeta, che era prestante, e giocava a pallone. Queste sono tutte impressioni. L’ultima cosa che sappiamo è che Pasolini il giorno prima di morire riceve Furio Colombo a casa sua per un’intervista e alla fine gli suggerisce il titolo del pezzo, “perché siamo tutti in pericolo”, un titolo, anche quello, che è stato, purtroppo, profetico.

ROBERTO CARNERO “Morire per le idee. Vita letteraria di Pier Paolo Pasolini” BOMPIANI - 2010


22

Biblioteca

Senigallia la Città Futura

aprile 2011

Inter vista Paolo Mirti

Una biblioteca per tutti di Alessia Girolimetti

I

l 21 Dicembre è stato distribuito ai frequentatori della sala-studio della Biblioteca Antonelliana di Senigallia un questionario per far emergere gli eventuali malcontenti, in modo da avere un adeguato campione di riferimento. Nello specifico, le domande (a cui hanno risposto 92 persone, quasi esclusivamente studenti) riguardavano la frequenza, il numero di libri chiesti in prestito e la tipologia preferita, la valutazione sul servizio offerto e la partecipazione alle iniziative. Venerdì 4 Febbraio, sempre nella sala-studio, in presenza dei dirigenti comunali Paolo Mirti e Italo Pelinga, dell’Assessore Stefano Schiavoni e del Consigliere Comunale Dario Romano, sono stati commentati i risultati. Di seguito, brevemente, i dati più significativi scaturiti dall’indagine: Nonostante il 38% abbia risposto di frequentare la biblioteca quasi quotidianamente, il 77% non ha mai effettuato l’iscrizione per ottenere il prestito bibliotecario, il 72% non chiede in prestito nessun libro e l’80% non partecipa mai alle iniziative di presentazione dei libri all’interno della Biblioteca, questo, per il 47% a causa della carenza di tempo. La preferenza della tipologia di libri è stata, nella maggior parte dei casi, attribuita alla narrativa e alla saggistica, il 91% ha espresso un giudizio positivo sul servizio (“buono” il 59% e “ottimo” l’8%). Il problema dell’orario di apertura è sentito dal 64%, in misura minore, ma rilevante, seguono, come cause di malcontento, i problemi della climatizzazione, dei rumori e dei cavi per l’alimentazione percepiti come insufficienti. Riguardo all’orario, le proposte maggiormente avanzate sono state: 56% quella di tenere aperto anche il sabato pomeriggio e 50% quella di effettuare un orario continuato che vada dalle 9 alle 20. La settimana successiva all’incontro del 4 febbraio abbiamo intervistato il dott. Paolo Mirti:

D

ottor Mirti, dunque uno dei problemi più sentiti dagli studenti che frequentano la Biblioteca è quello degli orari. All’incontro è stato fatto notare quanto questo sia un problema complesso a causa della limitatezza delle risorse. È stata comunque accennata la possibilità di prolungare l’orario di chiusura di una mezz’ora, portandolo alle 19.30 anziché alle 19. Non si riesce proprio a fare meglio di così? La questione di un’apertura più ampia possibile sta a cuore soprattutto ai ragazzi che la frequentano per attività di studio. Da un lato l’orario che garantisce la Biblioteca è uno dei più ampi della nostra Provincia (sia l’apertura fino alle 19, che quella del sabato mattina). La legittima esigenza da parte dei ragazzi di riuscire a fare di più si scontra con la cronica carenza di fondi assegnati ai Comuni e alla Cultura che, anche nell’ultima finanziaria, è emersa molto chiaramente. Non ci possiamo permettere di tenere aperto il sabato pomeriggio perché non abbiamo una disponibilità di risorse, però un passo in avanti vogliamo farlo cercando di spostare la chiusura serale alle 19.30. Questo è il nostro obiettivo: un piccolo passo, ma visti i tagli economici una risposta che a noi sembra significativa. ll’incontro è stata avanzata la richiesta di snellire la procedura burocratica per il prestito di libri. In che misura potrebbe esserci un miglioramento in tal senso? Il problema non è snellire le procedure, perché abbiamo quasi terminato la catalogazione in formato elettronico dei libri. Il problema è invece riuscire ad aumentare il numero dei libri e dei lettori, perché dai dati emerge che la maggior parte dei giovani che frequentano la Biblioteca per attività di studio non accede ai servizi di prestito. e librerie “in vista”, altra proposta interessante, potrebbero agevolare lo snellimento burocratico, oltre che incentivare le richieste di prestito in generale e rafforzarle tra gli utenti che in misura minore utilizzano questo servizio, gli studenti. Ci avete pensato? Stiamo cercando di migliorare la situazione attraverso l’esposizione dei libri, attività che coinvolge il progetto “Scaffale Aperto”, che

A

L

Foto Roberto Polverari

consiste nel mettere i libri in visione all’inizio della struttura della sala di lettura. Nel prossimo mese aumenteremo lo spazio dedicato a questo progetto, utilizzando alcuni dei grandi contenitori in fondo alla sala, occupati al momento da enciclopedie. L’intenzione è quindi quella di aumentare i libri in esposizione, in maniera che entrando gli utenti possano vedere e sfogliare le novità e magari prenderle in prestito. Il progetto ha già dato dei risultati buoni perché il numero dei prestiti nel 2010 è aumentato del 50% rispetto al 2009. Speriamo di fare ancora meglio. a Biblioteca Antonelliana è rinomata per la sua collocazione nel sottotetto del Foro Annonario e per il suo archivio storico, le cui carte risalgono fino al 1500; secondo alcuni però, non ha abbastanza testi di letteratura contemporanea. Qual è la situazione degli acquisti? Anche alla luce di queste critiche negli ultimi due anni abbiamo attuato una politica di acquisti diversa, che punta molto sulle novità, sia di narrativa, che di saggistica; cerchiamo così di suscitare l’interesse di tutte le fasce di cittadini che utilizzano la nostra Biblioteca. Le novità vengono puntualmente acquistate e i risultati dimostrano che questa è un’efficace politica degli acquisti. a richiesta da parte della Biblioteca di avere due interlocutori in rappresentanza degli studenti è un segno di apertura e di dialogo nei confronti di una fetta d’utenza così importante. Come pensate di gestire e mantenere nel tempo l’eventuale futuro rapporto? L’incontro di venerdì scorso nasce dalla volontà di dialogare sempre più con questa fascia di utenti, i ragazzi, che noi non vogliamo considerare soltanto come soggetti passivi delle nostre politiche, ma farne i protagonisti, cercando di mettere in campo un dialogo costante e ascoltando le loro esigenze. Vorremmo mantenere questo filo di contatto non soltanto per attuare più ampie aperture della Biblioteca, ma anche per concordare con loro libri da acquistare, per organizzare insieme iniziative come le presentazioni e magari anche per provvedere a modifiche strutturali dell’organizzazione dei servizi. Lo scopo è quello di andare incontro alle loro

L

L

esigenze, tenendo però sempre presente che la Biblioteca non è solo una sala di lettura, ma è un luogo di incontro tra i cittadini, un luogo in cui la cultura diventa viva e attraversa più generazioni. ome è stato sottolineato all’incontro, l’Antonelliana è una biblioteca generalista, si rivolge quindi alla totalità delle utenze, non solo agli studenti. La principale funzione della Biblioteca, come riportato sul sito ufficiale, è quella “di estendere a tutti i cittadini l’informazione culturale e la lettura, al fine di rimuovere di fatto ogni ostacolo che ne limiti l’uguaglianza e la libertà”. La proposta di gruppi di lettura, spazi pubblici in cui condividere la lettura, rispecchia questa finalità. Si potranno realizzare? È una delle proposte interessanti che sono emerse all’incontro. Cercheremo di dare attuazione a questo bello spunto. a nascita de La Biblioteca dei Ragazzi1 è un evento nuovo e importante per la struttura e per tutta la città. Che sforzo vi richiede, come la gestirete e chi se ne occuperà? La Biblioteca dei Ragazzi è un obiettivo importante che rappresenta la sede fisica e il punto terminale di un’attività che stiamo portando avanti da diversi anni coi ragazzi e con le scuole. Mette insieme bambini e ragazzi, insegnanti e genitori. È un modo per veicolare la lettura, attività che circola maggiormente proprio nella fascia di età più bassa, fino alla preadolescenza. Paradossalmente in Italia si legge molto finché si è bambini per poi interrompere questa pratica virtuosa. Noi vogliamo cercare di creare un servizio costante in cui i bambini, i genitori e gli insegnanti possano trovare uno spazio nel quale ci siano moltissimi libri. Vorremmo portare avanti questo servizio con quella parte del personale della Biblioteca che con gli anni ha maturato una competenza in questo settore, con la scuola attraverso i progetti didattici e infine farne un patrimonio della città perché una comunità che veicola la lettura ai propri bambini è una comunità più ricca e più vitale.

C

L

1 Domenica 20 marzo La Biblioteca dei R agazzi è stata effettivamente inaugurata.


aprile 2011

Senigallia la Città Futura

23

Radici

La fondazione di Senigallia di Maurizio Pasquini

C

ercheremo con questa serie di scritti di ripercorrere la storia della nostra città dalle origini ad oggi senza la pretesa di essere degli storici esperti, ma sperando di stimolare la vostra curiosità sulle vicende storiche senigalliesi e magari invogliarvi a ricercare le opere degli studiosi che l’hanno approfondita (Polverari, Anselmi, Paci, Bonvini Mazzanti, Villani), dai quali abbiamo preso spunto. Iniziamo dalle origini. Le scoperte archeologiche di manufatti risalenti all’era paleolitica in località Brugnetto e Bettolelle, specialmente alla confluenza dei fiumi Misa e Nevola, fanno supporre che già a quei tempi ci fossero un po’ ovunque, lungo il fiume, consistenti presenze insediative, mentre altre tracce di un villaggio del Neolitico Superiore (dall’VIII millennio) sono state trovate lungo la costa, sulla destra della strada nazionale oltre la chiesa del Ciarnin. Più vicino a noi a partire dal IX secolo a. C. una comunità di una certa importanza si stabilì sulla collina di Montedoro dominante il Cesano e la sua presenza si protrasse per l’intero periodo piceno. Passando al sito in cui oggi è la nostra città, possiamo ipotizzare che anticamente vi fosse una zona paludosa in cui il Fiume Misa ed il fosso Sant’Angelo confluivano al mare. I detriti alluvionali depositati dai due corsi d’acqua formarono una zona asciutta e rialzata (pressappoco fra l’attuale viale IV novembre e il corso del Misa) creando una platea adatta ad un insediamento abitativo, anche se non si può parlare che di semplice villaggio di pescatori. Fra le prime e più attendibili fonti scritte possiamo citare Plinio il Vecchio, che parlando dell’Agro Gallico (territorio tra Rimini e il Piceno) scrive: “I Siculi ed i Liburni ne occuparono molti territori… li cacciarono gli Umbri che vennero cacciati dall’Etruria e questi dai Galli”. Strabone scrivendo dell’Umbria prima della conquista romana vi comprende Ravenna, Sarsina, Rimini, Sena e Camerino. Non si esclude neppure che fra i nostri progenitori si possano annoverare anche i Piceni. Tale ipotesi è avvalorata dai reperti tombali ritrovati in località Monte d’Oro di Scapezzano. Andando per ordine, alcuni fanno risalire i primi insediamenti ad un periodo tra il 2000 ed il 1500 a.c. ad opera dei Liburni, popolazioni provenienti dalla Dalmazia che in quel periodo sbarcano sulle nostre coste. Addirittura si attribuisce a loro il primo nome originario di Sena o Senna, sinonimo di un loro villaggio (oggi Seny vicino a Fiume). Era infatti usanza di queste popolazioni riproporre ai nuovi insediamenti nomi di quelli di origine. Si registra poi il passaggio di popolazioni di Siculi (quelli che fondarono Numana) scacciati più avanti dai Pelasgi, provenienti dalla Tessalia, a loro volta scacciati dagli Umbri. Questi ultimi dovettero cedere agli Etruschi che, dopo averli sconfitti, si insediarono nel territorio da Rimini in giù. Arriviamo così intorno al 400 a.c. quando i nostri territori vengono invasi dal Galli. Nella convinzione più accreditata Senigallia è stata fondata da Brenno re dei Galli Senoni che con le sue orde si spinge sino ai nostri territori. Altri invece affermano che Brenno non sia mai esistito, ma che questo nome sia una traduzione postuma di “Brinn” che significava condottiero, anche se è certo che la tribù più numerosa di questi barbari era appunto quella dei Galli Senoni.

La storia

Proprio quelli che nel 386 a.c. misero a ferro e fuoco Roma, che si salvò, secondo la leggenda, per merito delle oche capitoline ( in realtà i Galli si ritirarono da Roma solo dopo un lauto riscatto). In ogni caso una presenza umana insediata in un nucleo di capanne è attestata fra il V e il IV secolo, come hanno rivelato i recenti scavi in via Cavallotti; che poi si trattasse di Celti o di Piceni è tutto da verificare. Nel 295 a.c. ha luogo la battaglia di Sentinum (Sassoferrato), in cui i Romani sconfiggono i Galli ed i Sanniti. Secondo lo storico romano Livio, la colonia di Sena sarebbe stata fondata pochi anni dopo, venendo così ad essere la prima colonia romana sull’Adriatico. Ma la regione viene occupata definitivamente solo nel 284 a. C., quando il console Mario Curio Dentato sconfigge nuovamente e definitivamente i Galli. Nei nostri luoghi arrivano trecento coloni che si mescolano alla popolazione esistente. Appezzamenti di terreno vengono offerti ai veterani ed a coloro che scelgono di trasferirsi nella nuova colonia. Viene concessa la cittadinanza romana e questi nuovi cittadini sono iscritti nella tribù Pollia. Alcuni affermano fosse invece la tribù Scaptia da cui si pensa derivi poi il nome Scapetianum (Scapezzano). Intorno al 217 a.c. la città soffre per il passaggio delle truppe di Annibale che la saccheggiano. I romani ristabiliranno il loro dominio solo nel 207 quando sconfiggono Asdrubale (fratello di Annibale) nella battaglia del Metauro. In verità sembra che questo evento sia accaduto molto vicino alla nostra città tanto che Cicerone la ricorda come Proelium Senese cioè battaglia di Sena. Nell’ 81 a.c., le lotte tra Mario e Silla coinvolgono anche i nostri territori: si ha notizia di saccheggi da parte delle truppe di Gneo Pompeo alleato di Silla. Nel 48 a.c. Giulio Cesare passa il Rubicone (lo storico “il dado è tratto”) ed occupa Senigallia insieme a Fano e Pesaro. Ed è all’incirca intorno al 30 a.c. che la nostra città prende il nome che con poche modifiche è rimasto fino ad oggi. Ottaviano Augusto fonda in Toscana la colonia militare Sena Julia (Siena) e la nostra prenderà il nome di Sena Gallica o Senogallia. Poche sono le notizie sulla storia romana di Senigallia, che tuttavia perde via via importanza con l’apertura della Flaminia nel 220 a.c. lungo la valle del Metauro, in seguito alla fondazione delle colonie di Pesaro e Potenza e allo sviluppo di Fano. Molte testimonianze però sulla sua organizzazione urbanistica e forse sulla sua vita sociale stanno venendo alla luce con i saggi archeologici, a partire da quelli dell’area del teatro. Nel 409 d.c. Alarico, re dei Visigoti, forse toccò la nostra città, prima di scendere verso Roma per metterla a ferro e fuoco. Questo è l’inizio di un periodo di decadenza, non solo per la nostra città, ma per tutti i territori dell’Italia. Continua...

M.Bonvini Mozzanti- Senigallia 1998 G.Monti Guarnirei- Annali di Senigallia 1961 A.Polverari- Senigallia nella storia Vol.1-1979 Vol.21981 V.Villani- I processi di formazione dell’identità comunale… 2004 V.Villani – Vicende politiche e urbanistiche comunali dell’età malatestiana… 2008

Gli scavi in via Cavallotti

http://lapiagadivelluto.splinder.com/

La poesia ‘L cumandant Brenno nun era n’om da nient, arturnava da Roma carigh d’or e argent, ma i romani, chi pacconi, i aveva dat l’ totò e adessa lu e la truppa er’n cuntenti ‘n b’l po’.

Ma a part l’euforia e anch la cunt’ntezza tra l’ fil d’ Brenno s’rp’giava la strachezza: “Va ben ch’ sem Galli e ch’ sem anca Senoni, ma è tre giorni ch’ caminan e c’ sem rotti i cojoni!” D’un tratt senza mutiv, che ancò c’l dumandan, ecchi, ‘n s sa ‘l p’r’ché, a la foc d’l C’san. Nun c’era ‘l navigator, ma nn’è fatiga a capilla, d’ cert p’r arturnà in Gallia la strada nun è quella. La foc pululava d’ zanzar, bisc e ciambotti, la truppa cuntribuiva sa l’ scuregg e i arlotti. Anch senza Piramidi, ‘l post nun era bell, la p’ntgana media era grossa com n’agnell,

di Simone TranQuilly quei ch s’ lagn’n sempr p’rché nun s’ fa nient, e po’ d’Agost s’incazz’n pr’ché c’è troppa gent. Adessa i mand lagiù e i fo ‘n discors chiar, i diggh: è terra vostra fè com cazz v’ par, p’rché avevv sudditi e propi na gran croc, pr’parè l’ valig e andè lagiù la foc.” Tutt s’ po di d’ Brenno trann ch’è ‘n chiacchiaron, si s’ mett in testa na robba nun vol s’nti ragion, quindi arivat in Gallia arduna tutta sta gent e i dic: “Avè rott l’ pall nun voj sapé più nient” I ha messi sopra i carri destinazion S’nigaja, “a Roma curvè a sinistra, v’drai nun c’ s’ sbaja” p’rciò tutta ch’la folla scuntenta e scojonata a la foc del C’san è stata d’stinata. E a la foc del Misa c’ha mandat invec i pegg, ‘l cagacazz a oltranza, quell ch’ nun s’ regg, e da domila anni, capac qualcun d’ più, tutti sti gran lagnosi adè stan maquagiù.

ma ma lora i era piaciut, e va a capì p’rché, nun c’era manch Uliassi p’r f’rmass a pià ‘n cafè, ndo c’è la Striscia d’ Gaza c’hann fatt l’acampament La città s’è ingrandita, è duv’ntata bella. e guasi si c’armaneva ‘n c’ dispiaceva p’r nient. ma ‘l dna nun ment, la stoffa è sempr quella. Ma i posteri d’i Galli nun i sta ben mai nient, Ma dop na stumana i ha pres la nustalgia si anca anicò va ben nun manca mai ‘l lament. e ‘l cumandant Brenno ha dett “Adè andan via! Aven d’arturnà in Gallia, ho da pagà l’ bulett, Inoltr enn scuntrosi, avari e anch indulenti, si m’ stacch’n la luc sa mi moj com la mett? d’l volt ‘n po’ curiosi, p’teguli e insulenti, p’rò è la gent mia ed è la città nostra, Alora ‘nt’st’ post c’ lass ‘n po’ d’ suldati, in fond nun è Jesi, né Curinald, né Ostra. giust p’r fa capì ch’ sem i primi arivati. ‘L post nun è ‘n granché, ma qualco s’ po’ fa, E si c’ pens ben, ma chi Galli sa la spada, femm arturnà in Gallia ch’ n’attim c’ voj p’nsà.” i ringrazi propi tant d’avè sbajat strada, e ringrazi ma Brenno d’avé mandat quagiù E mentr argiva a casa, a cavall d’l cavall, p’nsava ma ch’l pustacc sal mantell sopra l’ spall, la gent più rompipall p’r fondà sta tribù. e d’ nott ‘ntla la tenda, mentr guardava p’r aria, P’rché io S’nigaja nun la gambi sa nient i balena ‘ntla testa un idea straordinaria: e d’ess nat machì d’ cert nun m’ pent, p’rché sarò cojon, ma si vo via qualch giorn “La gent più cagacazz ch’ popula la Gallia ma me m’ manca anicò e nun ved l’ora ch’artorn. urganizz na caruvana e la spedisc a Snigaja, p’rché no sem Galli e sem anca Senoni La Rutonda, la Rocca, ‘l monch in piazza e ‘l port, e laggiù c’ spedisc i pegg rompicojoni. ‘l garbin ch’ t’ mazza e la bora ch’ tira fort, e arpens ma chi Galli ch’ machì s’enn f’rmati Quei ch’ nun i sta ben la racolta dif’rnziata o ch’ vien’n a reclamà p’r ogni minima stronzata, e hann fundat sta cità d’ cui sem inamurati.


24

Senigallia la Città Futura

aprile 2011

è una produzione Hanno collaborato a questo numero Giulia Angeletti Mauro Anselmo Leonardo Badioli Roberto Ballerini Leonardo Barucca Attilio Casagrande Roberto Cenci Roberto Curzi Enea Discepoli Daniel Fiacchini Lorenzo Franceschini Marco Giardini Carlo Girolametti

Alessia Girolimetti Mohamed Malih Virgilio Marconi Marcello Mariani Mauro Morandi Alberto Pancotti Maurizio Pasquini Carmine Pollidoro Roberto Polverari Roberto Primavera Marco Scaloni Sandro Sebastianelli Simone Tranquilli

Grazie per la disponibilità a Bruno Malatesta Massimo Colocci Carolina Mercolini Paolo Mirti Giovanni Bomprezzi Francesco Bucci Laura Alesi Claudio Bonvini

Grazie per l’aiuto e i preziosi consigli a Letizia Stortini (L’Eco)

Michele Pinto

(Vivere Senigallia)

Contatti: lcfgiornale@gmail.com Blog: http://www.lacittafutura.org/

Distribuzione gratuita

Stampa Rotopress International s.r.l. - Via Brecce 60025 Loreto (AN) tel: +39 071 7500739 fax: +39 071 7500570 email: info@rotoin.it

CNA PROVINCIALE di ANCONA in convenzione con CAF CNA Srl (n. 24 Albo D.M. Finanze 31/03/1993)

Avvio Attività di Assistenza Fiscale Modello 730/2011 Orario di Apertura Sedi per Raccolta Documenti Dal Lunedì al Giovedì dalle 08,30 alle 12,30 Il Venerdì Mattina dalle 08,30 alle 14,00 SEDE CAF di SENIGALLIA Via R.Sanzio n° 271; Tel. 071 7918111 ALTRE SEDI CNA

DELLA

ZONA

Sede di Corinaldo Via Largo XVII Settembre n° 9 Sede di Serra de’ Conti Via E. Mattei n° 16/a Sede di Ponte Rio di Monterado Via 1° Maggio n° 29 Sede di Arcevia Piazza Garibaldi n° 2

Tel. Tel. Tel. Tel.

071679035 073187861 0717950291 07319377


Senigallia la Città Futura - Numero 0 - marzo 2011