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Il colon irritabile Trattiamolo con l’omeopatia

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Luglio 2012

Perchè ingrassiamo?


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Aldenia

Bimestrale di salute naturale e conoscenza olistica Stampa Digital team Reg.Trib.Firenze n.5549 del 22/01/2007

Direttore responsabile: Lorenzo Cassigoli Luglio 2012

Aldenia Edizioni sas di Luca Cecchi

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Il colon irritabile 2 Perchè ingrassiamo? 5 Le noci 14 Le nocciole 16 Otturazioni: quali materiali scegliere? 19 Attraversare il ponte della metafora 24 La C.T.U. nei casi di separazione ed affidamento dei figli 30 Essere anziani: una realtà o un’immagine 32 L’angolo della poesia 39

Saremo presenti a

SANA 2012

24^ Salone internazionale del biologico e del naturale

Bologna 8-11 Settembre 1


Il colon irritabile Trattiamolo con l’omeopatia

La sindrome dell’intestino irritabile

presenti due o tre dei sintomi seguenti:

La sindrome dell’intestino irritabile, detta anche sindrome del colon irritabile o colite spastica, è una patologia che colpisce un numero di persone abbastanza vasto. I sintomi possono essere confusi con quelli di altre malattie che riguardano l’intestino per cui, per fare un po’ di chiarezza, un gruppo di esperti ha cercato di porre dei criteri diagnostici che permettessero di inquadrare in modo univoco questa patologia. 1 Riassumendo si parla di sindrome dell’intestino irritabile quando si abbia la presenza di dolore o fastidio (disconfort) a livello addominale presente in modo ricorrente per almeno tre giorni al mese negli ultimi tre mesi. Questa sintomatologia deve però essere associata a due o più altri sintomi specifici che sono:

• dolore addominale che migliora con l’evacuazione • feci di consistenza diminuita all’inizio del dolore • evacuazioni con frequenza aumentata all’inizio del dolore • addome visibilmente gonfio • feci con presenza di muco • sensazione soggettiva di evacuazione incompleta. Discussioni sono aperte sull’origine e sulle modalità di sviluppo di questa patologia e varie sono le ipotesi in campo. L’alterazione della motilità intestinale è uno dei fattori che sembra essere implicato. Questa alterazione può essere sia in incremento che in decremento della motilità stessa dando origine a diarrea o a stipsi a cui si aggiunge una alterazione della motilità del sigma nel senso di una aumento della contrattilità del-

• migliorare evacuando • comparire in associazione alla frequenza della evacuazione • comparire in associazione alla variazione della consistenza delle feci. Esiste poi un altro sistema di valutazione dei sintomi per poter arrivare alla diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile, quello che utilizza i cosiddetti Criteri di Manning. Per poter porre la diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile secondo i Criteri di Manning devono essere

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Criteri diagnostici di Roma III


lo stesso non accompagnata da un moto propulsivo. Altro fattore è la cosiddetta ipersensibilità viscerale per cui una distensione fisiologica dell’intestino con un volume di contenuto che in un soggetto sano non porta ad alcun fastidio determina una sensazione dolorosa in soggetti affetti da sindrome dell’intestino irritabile. L’infiammazione è un altro fattore spesso citato nell’ambito di questa sindrome, ma, altrettanto importanti, sono gli aspetti psicologici. Soprattutto lo stress si è dimostrato in grado di peggiorare tutta la sintomatologia connessa con questa patologia. Ansia e depressione accompagnano spesso questa sindrome anche per i meccanismi, visti precedentemente, che uniscono il cervello centrale al cervello enterico. La sindrome dell’intestino irritabile, quindi, trova la sua origine in un insieme di fattori che agiscono in concomitanza tra di loro e, benché si tratti di una patologia definibile benigna porta a gravi disagi a coloro che ne sono affetti. Il trattamento omeopatico del colon irritabile. Considerate le peculiari caratteristiche dell’omeopatia, che tratta il paziente più che la patologia, è evidente come, per avere un trattamento valido di questa sindrome, sia necessario individuare il rimedio di fondo del soggetto, attività questa che può essere svolta solo da un medico omeopata esperto. L’intervento, per essere risolutivo, deve quindi essere mirato e multifattoriale. Alcuni rimedi trovano comunque una valido e generico utilizzo in particolare nelle fasi acute o per il trattamento di particolari sintomatologie, somministrandoli, di solito, in una diluizione piuttosto bassa. Spasmo Chamomilla Nux vomica Dolori addominali a forma di crampo Colocynthis Dioscorea Dolori addominali localizzati al colon sinistro Momordica Dolori, non forti, localizzati a destra

Iris tenax Alternanza di stipsi e diarrea Antimonium crudum Nux vomica Presenza di mucosa nelle feci Mercurius corrosivus Nux vomica Sensazione di non avere evacuato completamente Nux vomica Flatulenza-Meteorismo Carbo vegetabilis Kali carbonicum China Ansia con somatizzazione Ignatia Diarrea scatenata da ansia anticipatoria Gelsemium I rimedi Chamomilla E’ il rimedio del dolore con agitazione. Il dolore viene vissuto come insopportabile. Nell’ambito gastrointestinale il dolore che può migliorare con questo rimedio è quello di tipo spastico che si accompagna a meteorismo, ma l’emissione di gas non reca alcun sollievo al malato Nux vomica L’irritabilità e l’impazienza caratterizzano questo rimedio che ha molti campi di applicazione. Caratteristica è la costipazione accompagnata dalla sensazione di incompleta emissione delle feci. Un altro sintomo caratteristico è la sensazione di “peso sullo stomaco” che peggiora una o due ore dopo il pasto. Anche Nux vomica è un rimedio del dolore e della colica addominale, in questo caso il dolore migliora quando il soggetto piega il busto in avanti o quando si riposa. Altra caratteristica che porta verso Nux vomica è il suo peggiorare con le sostanze eccitanti, come il caffè o la nicotina, e con la collera. Cholocynthis E’ uno dei rimedi generici migliori in questo campo infatti è caratterizzato da un dolore forte, crampi forme. Per necessitare di Colocynthis il dolore, oltre ad essere forte e crampiforme, deve migliorare con la forte pressione e/o piegandosi in due. Alla base del dolore che risponde al trattamento con questo rimedio sta lo stress psicologico e abbiamo visto in precedenza quanto la situazione psichica possa influenzare una sindrome dell’intestino irritabile. Dioscorea Anche in questo caso sono presenti dolori addominali ma, al contrario di quanto accade in Cholocynthis, il miglioramento si ha con l’estensione del busto e non con la sua flessione. 3


Momordica Si tratta di un piccolo quanto specifico rimedio che trova il suo utilizzo nel trattamento dei dolori localizzati specificatamente al colon sinistro con presenza di gas che si accumula. Iris Tenax Si tratta di un piccolo rimedio omeopatico che può rivelarsi molto utile quando i dolori, non molto forti, siano localizzati prevalentemente a destra. Antimonium crudum Tradizionalmente ci si riferisce ad Antimonium come al rimedio dell’indigestione del ghiottone, ma sarebbe limitativo vederlo solo in questa ottica. Una delle caratteristiche di Antimonium, che lo rendono utile nella sindrome del colon irritabile, è l’infiammazione del colon con presenza di feci alternativamente semi-solide e semi-liquide, altra caratteristica è la sensazione di gonfiore addominale e/o gastrico spesso accompagnata da eruttazioni e senso soggettivo di nausea. Mercurius corrosivus E’ un rimedio adatto ai casi di infiammazione colica piuttosto grave in quanto ono rpesenti sia diarrea con feci che presentano sia muco che sangue sia la sensazione, dolorosa o semplicemente spiacevole, di dover svuotare l’intestino senza però riuscirci (tenesmo rettale). Carbo vegetabilis Benché sia spesso considerato un rimedio degli stati disperati con perdita dell’energia vitale, debolezza e simili, Carbo vegetabilis ha anche un altro aspetto molto meno grave: la flatulenza. Carbo vegetabilis conviene quando sia presente un forte meteorismo accompagnato da emissione di gas con odore caratteristicamente fetido. Si distingue da Kali carbonicum proprio per questa emissione di gas 4

dall’odore sgradevole. Kali carbonicum Anche in questo rimedio è presente la distensione dell’addome per la presenza di aria, il meteorismo è, in chi necessita di questo rimedio, veramente notevole ed in pratica è generato dall’assunzione di qualsiasi tipo di cibo. Questa marcata distensione addominale è accompagnata da dolori caratteristicamente pungenti. China E’ anche questo un rimedio del meteorismo accompagnato da una sensazione, spiacevole, di tensione addominale. Converrà China quando il soggetto presenta una sete intensa di acqua fredda e ha la sensazione soggettiva che tutto, compresa l’acqua, sia amaro. Ignatia Entriamo con questo rimedio nella componente più propriamente psicosomatica. Questo rimedio è caratterizzato dalla instabilità, soprattutto dell’umore. In ambito intestinale presenta una digestione difficile collegata sempre a situazioni di tipo emotivo per cui un pasto copioso e pesante consumato in compagnia piacevole risulterà digeribile facilmente,mentre un pasto, magari sano e frugale, consumato in un ambiente considerato sgradevole o in solitudine risulterà indigesto e provocherà disturbi anche marcati. Gelsemium Questo è il grande rimedio dell’ansia da evento noto, ansia anticipatoria, e delle sue somatizzazioni, in particolare la diarrea. Un tipico esempio dell’utilizzo di Gelsemium è nella diarrea che coglie gli studenti nei momenti che precedono un esame.


Perchè ingrassiamo?

Le cause dell’obesità Analogamente a quanto avviene per altre condizioni patologiche, anche per l’obesità è possibile proporre una classificazione basata sulle cause che la determinano. Quando queste non sono facilmente e univocamente identificabili, l’obesità viene definita primitiva o essenziale. Viceversa, quando l’obesità è causata da un’altra condizione patologica, viene definita secondaria. Le obesità primitive Sono le forme più comuni di obesità nelle quali le cause determinanti, sia di tipo costituzionale che ambientale, sono multiple. La forma più comune di obesità è dunque il risultato dell’intervento di fattori ambientali su una predisposizione genetica. Il peso di tali fattori e il modo in cui interagiscono variano da individuo a individuo, secondo meccanismi che richiedono ulteriori approfondimenti.

Come per tutte le malattie del metabolismo di origine multifattoriale, è difficile separare la parte dovuta all’influenza della trasmissione ereditaria da quella legata invece a comportamenti individuali, a loro volta determinati da condizionamenti ambientali. In definitiva, quindi, l’obesità primitiva è una sindrome complessa determinata da varie cause, alcune delle quali agiscono soprattutto sulla regolazione dell’equilibrio tra fame e sazietà, altre più direttamente su deviazioni metaboliche del tessuto adiposo. Alle prime potremmo attribuire la definizione di obesità regolatorie o centrali, mentre alle seconde la definizione di obesità metaboliche o periferiche. E’ possibile però che, di volta in volta, cooperino più fattori nello stabilire un singolo quadro clinico.

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I fattori alla base dell’obesità essenziale Fattori genetici Nell’uomo circa la metà dei casi di obesità è determinata da un fattore genetico ed è quindi ereditaria. Si sta cercando di individuare quali siano i principali geni coinvolti. Molti dei caratteri genetici connessi con l’obesità sono stati studiati in modelli animali e si è visto che può essere la presenza di una mutazione in un singolo gene a determinare l’insorgenza dell’obesità. Nell’uomo, dove la situazione è più complessa, la forma più comune di obesità è controllata da diversi geni. L’approccio genetico all’obesità nell’uomo ha posto il problema di come compiere la campionatura, cioè di come scegliere gli individui da analizzare per garantire analisi statistiche attendibili. Prove indirette a favore dell’ipotesi che l’obesità

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umana sia una condizione geneticamente determinata provengono dagli studi sulla familiarità. E’ evidente una marcata familiarità, giacché tutte le ricerche hanno riscontrato tra i pesi corporei dei congiunti una correlazione che cresce proporzionalmente alla comunanza del corredo genetico. L’esistenza di una predisposizione genetica nel determinismo dell’obesità emerge in maniera più netta dai risultati di numerosi studi condotti su coppie di gemelli che vivevano separati. Questi indicherebbero che i fattori genetici predominano e che ad essi sia dovuto il 70% della variabilità dell’’indice di massa corporea (BMI). Un altro modello per capire indirettamente come l’aumento dell’obesità nei Paesi industrializzati e ricchi possa essere legato a fattori genetici è quello che prevede di prendere in considerazione popolazioni geograficamente e geneticamente isolate, per le quali la discendenza sia ben definita, in modo da ottenere


una campionatura omogenea. Un esempio sono gli Indiani Pima e gli abitanti dell’isola di Korsae, che hanno un’alta percentuale di obesi. Fattori sociali Il ruolo svolto dai fattori sociali nel determinismo dell’obesità è stato chiaramente posto in evidenza da studi epidemiologici. A questi si deve il merito di aver posto in risalto come l’obesità sia molto più frequente nelle classi sociali inferiori. Pertanto l’obesità presenta una stretta correlazione con lo stato socio-economico di appartenenza. L’obesità è inoltre correlata col sesso di appartenenza, essendo più frequente nelle femmine che nei maschi. La correlazione dell’obesità si estende poi anche all’età dei soggetti nella quale compare. Infatti, è più frequente nei soggetti di mezza età rispetto a quelli più giovani. Del resto il processo d’invecchiamento si accompagna per tutti a mutamenti metabolici e diminuzione dell’attività fisica che favoriscono l’incre-

mento ponderale. Ma il fattore sociale da cui dipende soprattutto l’obesità e la sedentarietà a cui va imputato lo scarso dispendio energetico. Le professioni che comportano un forte consumo di energia tendono a diminuire sempre più. Oggi anche chi potrebbe svolgere un lavoro remunerativo, ma fisicamente pesante, preferisce un lavoro d’ufficio, che magari paga meno, ma è socialmente più accettato. Dopo il lavoro o la scuola, invece di svolgere attività fisiche, si guarda la televisione o si naviga in internet o si resta ipnotizzati davanti ai videogiochi. Per spostarci non usiamo più né le gambe né la bicicletta, ma solamente l’automobile. Durante la stagione fredda nelle case, nelle scuole o in ufficio la temperatura è sempre troppo elevata e così per mantenere costante la nostra temperatura corporea non spendiamo alcuna energia. Fattori alimentari Uno dei fattori causali è certamente l’opportunità 7


ferenze alimentari a quelle dei consumatori francesi e tedeschi. Il pane, la pasta, l’olio d’oliva, la frutta e la verdura, gli ingredienti base della cosiddetta dieta mediterranea, entrano, infatti, in misura sempre meno consistente nel “paniere” dei nostri acquisti. In questi ultimi 20 anni, invece, gli italiani hanno “imparato” a mangiare molta più carne, pesce, latticini e salumi, che sono arrivati a rappresentare un terzo circa della spesa alimentare complessiva. In altri termini, condizionati dall’aumentato benessere economico e sociale, gli italiani hanno mutato progressivamente abitudini alimentari e hanno assunto un modello alimentare di riferimento più europeo che mediterraneo. Questo ha portato a preferire il consumo di cibi come burro, formaggi e salumi (più ricchi di grassi) piuttosto che cibi come legumi, pasta, pane, frutta e verdura (più poveri di grassi). In tal modo, di pari passo con l’aumentare della densità energetica della dieta quotidiana, è aumentato il rischio di sviluppare uno stato di sovrappeso o di obesità. Fattori psicologici

che viene offerta alla popolazione dei Paesi occidentali di trovare cibo in abbondanza. Nei supermercati gli spazi dedicati ai prodotti alimentari sono enormi e la gamma delle possibilità di scelta è vastissima. Le dimensioni delle confezioni sono sovradimensionate e ciò accade non solo per il cibo disponibile nei centri commerciali, ma anche nei ristoranti, nei fastfood, dove ormai è abitudine offrire menù giganti, caratterizzati da porzioni oltre misura. Anche la scelta degli alimenti che vengono utilizzati per la preparazione dei cibi comunemente proposti è profondamente sbagliata. Infatti, sono caratterizzati da un’alta densità calorica, vale a dire da un contenuto elevato di chilocalorie per grammo di cibo. Per un alimento il valore ideale di densità calorica è di 3-4 Kcal/g. Dovrebbe essere impegno di ciascuno valutare la densità calorica degli alimenti utilizzati, per evitare di continuare ad accumulare peso, e soprattutto in un’ottica di prevenzione con particolare riferimento ai più giovani. In Italia la dieta mediterranea convince sempre meno e gli italiani, al contrario di quanto sarebbe auspicabile che facessero, stanno avvicinando le proprie pre8

Negli ultimi decenni sono stati condotti numerosi studi psicologici sull’obesità. Attualmente l’insieme degli studi disponibili sembra avvalorare l’ipotesi che in definitiva, anche dal punto di vista psicologico, l’obesità sia un disturbo eterogeneo. Non si può parlare di personalità dell’obeso, né di suoi specifici modelli alimentari, né di sintomi psicopatologici uniformi. La presenza di sintomi ansiosi o depressivi di entità moderata o grave nel 50% circa degli obesi dimostrerebbe tuttavia che questi soggetti presentano spesso disordini di personalità soggiacenti. Il ruolo protettivo assunto dal sovrappeso in questi casi sarebbe confermato dal fatto che gli obesi riportano, su talune misure psicometriche, punteggi di ansia e depressione inferiori ai normoponderali e che, se esposti ad uno stimolo ansiogeno, tendono a sovralimentarsi. Probabilmente questo fenomeno va inteso come meccanismo di adattamento di alcuni pazienti obesi al disagio psicologico. Nelle persone che finiscono col diventare obese, sentimenti come la noia, l’ansia, la depressione e la rabbia finiscono per essere riconosciuti come fame, indipendentemente dalla situazione gastrica del momento o dal tempo trascorso dall’ultima assunzione di un pasto. In passato per spiegare l’origine e il mantenimento dell’obesità sono state proposte, anche in campo psi-


cologico, varie teorie che oggi, a mio giudizio, hanno perso gran parte del loro valore, non riuscendo a dare né una visione unitaria del fenomeno né a sopravvivere nel tempo alle critiche ricevute. Quello che oggi emerge dall’osservazione attenta della personalità dei pazienti obesi, pur cosi diversi tra loro, è il riscontro di un profilo psicologico e comportamentale ricorrente, che in alcuni casi può essere causa della condizione di obesità, mentre in altri può essere l’effetto dei tentativi messi in atto per curarla. Le obesità secondarie Sono forme molto rare e rappresentano meno del 5 per cento di tutte le obesità. Fatta eccezione per le forme dipendenti da sindromi genetiche o da disfunzioni ipotalamiche, l’obesità secondaria non raggiunge mai i livelli di gravità osservabili nelle forme avanzate di obesità primitiva. I tipi di obesità secondaria In questi casi l’obesità può essere secondaria a malattie genetiche, disfunzioni ipotalamiche, alterazioni ormonali o farmaci. Quelle secondarie a malattie genetiche sono rare forme di obesità grave, associate a caratteri malformativi. Compaiono generalmente in età infantile e sono imputabili ad anomalie genetiche. Le più comuni sono la sindrome di Prader-Willi e la Sindrome

di Bardet-Bield. Altre forme di obesità severa sono quelle secondarie a disfunzioni ipotalamiche. Possono dipendere da traumi, infiammazioni e tumori che ledono la regione dell’ipotalamo deputata al controllo dell’assunzione degli alimenti. Provocano iperfagia che può essere accompagnata anche da sintomi quali l’aumento della pressione endocranica (cefalea, difetti visivi da edema papillare), le manifestazioni legate ad alterazione delle funzioni controllate dall’asse ipotalamo-ipofisario (infertilità legata ad amenorrea o impotenza, diabete insipido, ipotiroidismo, insufficienza surrenalica) e le turbe neurologiche (disturbi comportamentali, sonnolenza, fenomeni convulsivi). Seguono in questo elenco quelle forme di obesità secondarie a malattie ormonali, come l’ipercorticosurrenalismo, l’iperinsulinismo, l’ipotiroidismo, l’ovaio policistico e l’ipogonadismo. Rappresentano forme non gravi di obesità, nelle quali l’aumento della massa grassa e il relativo aumento di peso sono soltanto alcuni dei sintomi caratteristici della malattia endocrina di base. Tutti gli stati d’ipercorticosurrenalismo, sia esso di origine ipofisaria, surrenalica o iatrogena, determinano un aumento ponderale. L’accumulo adiposo avviene a livello dell’addome, del tronco, della nuca e della faccia. Variazioni ponderali sono di frequente riscontro negli stati di disfunzione tiroidea. Tali modificazioni sono spiegate dagli effetti degli ormoni tiroidei sul metabolismo basale, che risulta aumentato negli stati

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di ipertiroidismo e ridotto in quelli di ipotiroidismo. Quest’ultimo comporta un aumento ponderale rapido e si associa ad altri sintomi e segni tipici quali: astenia, scarsa resistenza al freddo, stipsi, irregolarità del ciclo mestruale, mixedema, bradicardia, anemia, ipercolesterolemia. La sindrome dell’ovaio policistico o sindrome di Stein-Leventhal è caratterizzata dall’assenza di malattie specifiche delle ghiandole surrenali o dell’ipofisi e dalla variabile presenza di irsutismo, acne, alopecia androgeno-dipendente, oligomenorrea, amenorrea, infertilità ed obesità. Quest’ultima è presente nel 40 per cento dei casi, determina un accumulo del grasso soprattutto in sede viscerale ed è associata ad alterazioni quali l’insulino-resistenza, la dislipidemia e l’ipertensione arteriosa. Anche l’ipogonadismo maschile e i deficit di ormone somatotropo possono essere accompagnati dal sovrappeso. Una tendenza all’accumulo di tessuto adiposo si verifica, altresì, in tutti i casi di iperinsulinismo, sia iatrogeno (terapia insulinica del paziente-diabetico)sia spontaneo (insulinoma). L’insulina, mediante attivazione della lipoproteinlipasi e inibizione della lipolisi ha la capacità di indurre un accumulo di trigliceridi nel tessuto adiposo. Tuttavia, soltanto il 30 per cento dei pazienti affetti da insulinoma presenta obesità. 10

Infine, anche l’utilizzo cronico di farmaci, come gli ormoni (steroidi, insulina e ciproeptadina), le Fenotiazine (clorpromazina), gli Antidepressivi (amitriptilina), gli Antiepilettici (valproato e carbamazepina), gli Antiprostatici (terazosina), può favorire l’incremento della massa grassa e del peso corporeo. Gli incrementi ponderali iatrogeni sono abitualmente modesti e riguardano una quota di pazienti che non supera il 30 per cento dei trattati. In letteratura sono però riportati anche casi di obesità con un rapporto provato di causalità dovuto ad assunzione di farmaci psicotropi o di antistaminici. L’obesità insorge con un meccanismo preciso Tra i vari studiosi esiste ormai un consenso unanime sul fatto che la patogenesi dell’obesità sia riconducibile ad uno squilibrio del bilancio energetico: quando l’introito di energia eccede il consumo (fabbisogno metabolico e necessità per la crescita), l’energia in eccesso viene depositata in forma di tessuto adiposo. Il contenuto energetico di 1 g di tessuto adiposo è di 7,7 kcal. E’ evidente che l’obesità può derivare sia da un eccessivo apporto, sia da un ridotto dispendio energetico. La regolazione del peso corporeo può dipendere in definitiva sia dal controllo dell’introito del cibo, sia dalla regolazione del dispendio energetico. Nell’uomo il primo aspetto può essere


modificato da influenze psicologiche o sociali. Inoltre, con lesioni sperimentali nell’animale del nucleo ipotalamico ventromediale (centro della sazietà) s’induce iperfagia e quindi obesità. In alcune indagini non si è riscontrato costantemente un apporto calorico più elevato negli obesi che nei magri. Tuttavia studi accurati in unità metabolica hanno dimostrato che negli obesi l’introito calorico è solitamente aumentato: non è però certo se ciò sia causa o conseguenza dell’obesità. Gli obesi non sono un gruppo omogeneo di pazienti: in alcuni il fenomeno primitivo che induce l’obesità può essere l’iperfagia mentre in altri l’iperalimentazione potrebbe essere secondaria ad alterazioni primitive del metabolismo dei grassi o del dispendio energetico. Esistono numerose teorie che si sono succedute nel tempo e con le quali si è cercato di spiegare l’origine di questo squilibrio energetico. Secondo una teoria tradizionale vi sono un centro della fame nel nucleo ventro-laterale dell’ipotalamo e un centro della sazietà nel nucleo ventro-mediale dell’ipotalamo. La corteccia cerebrale riceverebbe segnali positivi dal centro della fame, con stimolo all’ingestione di cibo e il centro della sazietà invierebbe impulsi inibitori sul centro della fame. Secondo la teoria glucostatica il centro della sazietà sarebbe stimolato dall’aumento del glucosio e/o dell’insulina plasmatica che conseguono al pasto. Secondo la teoria lipostatica invece il centro della

sazietà sarebbe stimolato dalla distensione gastrica, da stimoli beta-andrenergici e soprattutto dalla massa corporea lipidica. Secondo la “teoria aminostatica”, l’appetito viene regolato dalla fluttuazione, nella concentrazione plasmatica, dei diversi aminoacidi. La teoria sembra suffragata dall’osservazione che l’anoressia, provocata da una dieta squilibrata, è preceduta dalla comparsa di concentrazioni abnormi di alcuni aminoacidi nel plasma e nel cervello; tale aumento potrebbe essere dovuto al fatto che alcuni di essi, quali il triptofano per la serotonina, la tiroxina per le catecolamine e l’istidina per l’istamina, sono i precursori di neurotrasmettitori implicati nella regolazione del rapporto tra fame e sazietà. L’iperfagia dipenderebbe allora da un’alterazione del meccanismo che controlla l’entità dei depositi energetici, per cui aumenta l’introduzione di cibo finché si raggiunge una nuova omeostasi delle riserve energetiche e cessa l’iperfagia. Queste ipotesi suggeriscono che l’iperfagia sia più un sintomo che non la causa dell’obesità e spiegano la difficoltà nell’indurre e mantenere il calo ponderale nei soggetti obesi. Secondo altri Autori tuttavia, questi concetti tradizionali sulle sedi ipotalamiche della fame e della sazietà andrebbero ridimensionati in favore di fattori viscerali che possono influire sull’ingestione del cibo: l’organismo ha sempre disponibili dei substrati me-

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tabolici e pertanto la fame non può riflettere, a differenza della sete per il bere, un fabbisogno biologico per il cibo; più che stimoli eccitatori sull’appetito esisterebbero degli stimoli per la sazietà di origine periferica (distensione gastrica, assorbimento intestinale, risposta insulinica al pasto, deposito di nutrienti nel fegato ecc.) che inducono la comparsa di uno stimolo di sazietà. Cessato il periodo digestivo il segnale di sazietà si arresta e ricompare la fame. Controversa è anche la teoria del “set-point”, che corrisponderebbe a un peso biologico ideale di ogni individuo, per cui il corpo manderebbe dei segnali fisiologici e/o psicologici che lo difendono contro variazioni al di sopra o al di sotto di questo set-point. Tali teorie muovono dall’assunto che l’individuo sia destinato a vivere bene solo a un certo livello di grasso, fissato ereditariamente, e che il suo organismo lo condurrà senza scampo a quel livello (“setpoint”). Ora noi sappiamo che né il numero, né la dimensione delle cellule grasse sono predeterminate geneticamente. Noi ereditiamo soltanto diversi livelli di tendenza ad accumulare grasso e ciò che accade dipende solo dal nostro stile di vita, non da qualche impulso innato a rimpinzarci. A causa dell’individualità biochimica, le persone si differenziano fra loro in larga misura per quanto concerne la capacità ereditaria di accumulare grasso in conseguenza del troppo mangiare. Ma la quantità di 12

grasso accumulato non è preordinata dai geni. Questo assunto è un errore frequente di molte vecchie teorie sull’obesità, e persino di alcune varianti della recente teoria del “setpoint”. Un numero assai esiguo di persone sfortunate ingrassa a causa di disfunzioni ghiandolari o di rare malattie, ma la maggioranza ingrassa perché mangia in eccesso. Sono queste persone che, nonostante ripetute diete, perdono, a poco a poco, la loro battaglia. Per comprendere il perché, dobbiamo ricordare i principi dell’individualità biochimica e della dinamica fisiologica. Secondo la teoria del “fat-point” o principio della dinamica fisiologica, l’organismo non ha un sistema di riferimento un livello predeterminato di grasso, ma soltanto a un livello abituale. Quando si è raggiunto il peso di una persona adulta e si è mantenuto per più di un anno, l’organismo sviluppa tutti i suoi sistemi di enzimi, i nuovi capillari, i nuovi nervi periferici, la fornitura necessaria di sangue, i livelli ormonali, le modificazioni muscolari e ossee necessarie per adattarsi a quel peso. Questi meccanismi costituiscono il sistema di riferimento dell’organismo, i controlli e gli equilibri tramite i quali esso mantiene costante la massa grassa per un periodo di un anno o più. L’organismo esegue il monitoraggio costante di queste riserve di grasso, servendosi di messaggeri che scorrono nella circolazione sanguigna fino al sistema di controllo cerebrale


e questo è ciò che noi chiamiamo fat-point. Il fat-point è un nemico implacabile dei dietologi. L’organismo difende le sue cellule grasse contro gli aumenti e le diminuzioni proprio come difende tutte le altre cellule. Nel caso che si verifichi un cambiamento improvviso, una dieta “rigida”, per esempio, poiché le riserve di grasso cominciano a essere saccheggiate, l’organismo mette in moto ogni sorta di meccanismo per ritornare al fat-point: riduce il metabolismo, bruciando calorie più lentamente e provocando pigrizia e sonnolenza; limita il consumo del glicogeno disponibile, causando fiacchezza e irritabilità; aumenta l’efficienza dell’apparato digestivo, catturando ogni caloria di passaggio, producendo più calorie biodisponibili del normale. Di conseguenza, mangiare meno cibo non significa necessariamente introdurre un minor numero di calorie biodisponibili. L’organismo, infine, sensibilizza tutti i potenti meccanismi degli occhi, del naso, della bocca e dello stomaco per rispondere in misura amplificata alla vista, all’odore, al gusto e al volume del cibo. L’organismo di chi è stato in sovrappeso per un anno o più richiede di essere mantenuto a quel fat-point e pertanto le solite diete non possono proprio funzionare. Ci si può cucire la bocca, si può tenere il frigo vuoto e fare lavori forzati fino all’esaurimento: per qualche tempo può darsi che si riescano a perdere 8 chili alla settimana, ma tutti meccanismi dell’organismo stanno solo aspettando il primo buon pasto dopo la dieta. Tutti gli enzimi sono pronti a convertire in grasso ogni caloria. Tutti i capillari, formatisi nel corso degli anni per nutrire le riserve di grasso, sono in attesa di catturare ogni molecola. Impossibile vincere. Si è accertato che le diete “rigide” falliscono totalmente l’obiettivo di tenere sotto controllo il peso a lungo termine. In realtà il 95% di tutte le diete non porta a nient’altro che a una molto temporanea e faticosa diminuzione sull’i ndicatore della bilancia. E c’è da aggiungere che il temporaneo successo di molte diete oggi in voga poggia sul fatto che i cibi consigliati sono tanto disgustosi da togliere del tutto l’appetito. La fame e la sazietà L’alimentazione è un processo di notevole complessità alla regolazione del quale provvedono un controllo a lungo termine ed uno a breve termine. Nel primo caso il controllo dell’assunzione di cibo si attua nell’arco di settimane o di mesi e riguarda principalmente il mantenimento delle normali riserve nutritive dell’organismo. Nel secondo caso la regolazione della fame e dell’assunzione di cibo si attua di minuto in minuto, di ora in ora ed è connessa principalmente con gli effetti immediati del cibo sull’apparato digerente. Alla regolazione partecipano segnali umorali, sia di tipo ormonale che correlati alla composizione corporea, ambientali, legati alla ricerca e presenza del

cibo, sociali, relativi alla dinamica di gruppo (amici, familiari, etc.). Il processo alimentare, quindi, è un fenomeno di grande complessità la cui regolazione rappresenta un esempio di funzione integrata che avviene a livello cerebrale e che guida le preferenze alimentari, determina lo stato di benessere presente alla fine del pasto e rappresenta un non secondario fattore socio-culturale. Nella regolazione del comportamento alimentare giocano un ruolo di primaria importanza le sensazioni di fame e di sazietà. Determinate da stimoli psichici, sensoriali, orali, digestivi, vegetativi e metabolici, attraverso vie nervose ed umorali, influenzano l’attività di alcune strutture localizzate a livello cerebrale e segnatamente nell’ipotalamo. Un tempo si riteneva che nell’ipotalamo esistessero due regioni, la ventro-mediale e la ventro-laterale, a cui spettassero rispettivamente il ruolo di” centro della sazietà” e” centro della fame”. Del resto, l’importanza rivestita dall’ipotalamo nella regolazione del rapporto tra fame sazietà è sempre stata confermata dalle forme sperimentali di obesità inducibili nell’animale mediante lesione dei centri ipotalamici deputati al controllo dell’assunzione degli alimenti: l’alterazione sperimentale della regione ventro-mediale dell’ipotalamo provoca sempre iperfagia e grave obesità. Tuttavia, da quando le teorie dei “centri”, intesi come nuclei cerebrali distinti, responsabili di avviare o arrestare un processo, sono state superate e sostituite da una più realistica concezione dell’organizzazione cerebrale a “reti” nervose, queste due regioni hanno perso il ruolo che veniva loro attribuito nel controllo dell’assunzione di cibo. Infatti, analogamente a quanto accade per ogni funzione di complessa integrazione cerebrale, anche per la regolazione del processo alimentare le regioni cerebrali coinvolte sono molte. Oggi si ritiene che l’ipotalamo, nel suo insieme, rappresenti soltanto la regione chiave del controllo, intesa come crocevia integrativo di segnali diversi, ma che alla regolazione del processo alimentare partecipi l’intero Sistema Nervoso Centrale. I segnali che determinano l’avvio e l’arresto del processo alimentare tuttavia rimangono ancora non ben definiti. Recenti acquisizioni pongono in evidenza nuove sostanze in grado di aumentare o inibire il processo alimentare, ma nessuna di queste, considerata isolatamente, basta a spiegare nella sua interezza un processo così complesso, come quello alimentare appunto. Si ritiene oggi che il segnale “fame” sia di origine nervosa centrale e sia tonicamente attivo, cioè sempre presente e ad un livello adeguato. Questo stimolo tonico all’assunzione di cibo verrebbe interrotto da un segnale di origine periferica, legato forse alla distensione della parete gastrica, che determina anche Luca Mario Pitrolo Gentile “Abbiate Grasso...ma non troppo”

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Le Noci

Proprietà e benefici

La noce è un frutto di origine asiatica proveniente dai territori alle pendici dell’ Himalaya e importata in Europa in tempi molto antichi. Nell’antichità questo frutto veniva considerato magico con proprietà legate all’occultismo e, prima di entrare nello specifico delle sue proprietà, voglio raccontarti un po’ di curiosità che accompagnano questo frutto fin dai tempi più lontani. Anticamente, nelle usanze popolari, la noce era ritenuta un simbolo di fecondità e agli sposi venivano lanciate noci quale gesto benaugurante alla nuova coppia…(personalmente preferisco il lancio del riso, se non altro per la sua leggerezza). Plinio attribuiva alla pianta di noce una energia soprannaturale, magica e divina però consigliava di non sdraiarcisi all’ombra perché lo riteneva pericoloso. Nella mitologia greca si racconta che Dionisio s’innamoro di Caria, una delle tre figlie di Dione re della Laconia. Le due sorelle Orfe e Lico, spinte dalla gelosia, riferirono al padre Dione dell’amore nato fra Caria e Dionisio. Venuto a conoscenza del fatto, Dionisio le fece impazzire e poi le trasformò in roccia. 14

Questo fece morire di dolore Caria e così Dionisio, che l’aveva tanto amata, la trasformò in un noce dai frutti fecondi. La pianta si rivestì di un’aura di magia e stregoneria che non l’avrebbe più abbandonata. I Cristiani ritenevano l’antica dea pagana Diana la regina delle streghe diffondendo, così, la credenza di stregoneria femminile secondo la quale le seguaci di Diana, in certe notti, si riunivano sotto un noce per celebrare i loro sabba infernali. Purtroppo queste credenze, con le relative condanne, sono durate per tutto il Medio Evo e oltre. Fortunatamente, oggi, una festa del genere la consideriamo un incontro mondiale della trasgressione e del desiderio…..un rave party. Ancora oggi i contadini, nella notte di San Giovanni, colgono le noci ancora verdi e cariche di succhi vitali per preparare infusi apprezzati per le loro proprietà curative e digestive quale il rinomato liquore Nocino. Spero di averti fatto sorridere un po’, ma ora passiamo alle proprietà di questo antico frutto. Le noci, se inserite costantemente nella nostra alimentazione, aiutano a ridurre l’insorgere di patologie cardio-vascolari e a combattere il colesterolo “cat-


tivo” (LDL) data la presenza di acidi grassi omega3 e l’acido alfa-linoleico. Inoltre, la presenza di fitosteroli, fitoestrogeni e altri nutrienti fa di questo seme un ottimo alleato in grado di contribuire alla salute del cuore. Indicate anche per chi segue una dieta vegetariana perché, oltre alla presenza di calcio, ferro, fosforo e potassio, contengono una discreta quantità di zinco e rame che solitamente attingiamo dalla carne. Oltre a contenere sostanze utili come grassi, proteine, fibre e vitamine A, B, F, e C vi è una utile quantità di vitamina E che ne fa di questo alimento un ottimo antiossidante naturale per contrastare i radicali liberi mantenendo anche in salute le nostre arterie grazie alla presenza di un aminoacido essenziale chiamato arginina. L’arginina, inoltre, ha la proprietà di dilatare i vasi sanguigni permettendo, così, un maggior apporto di ossigeno e sostanze nutrienti ai nostri tessuti e cellule. Le noci sono energetiche, diuretiche, digestive, antiossidanti, lievemente lassative, antianemiche, remineralizzanti, nutrienti e vermifughe. La presenza di grassi e l’elevato potere energetico pone questo alimento fra le sostanze alimentari non troppo indicate a chi soffre di sovrappeso ma ben accette e utili a chi pratica attività sportiva. Alimento adatto anche ai diabetici perché il suo basso contenuto di zuccheri ha permesso ai ricercatori di dimostrare che il consumo frequente di noci è associato al minor rischio dell’insorgere di diabete mellito di tipo 2. Preparare un infuso con le noci ostacola la caduta dei capelli, li rende tonici e ne migliora l’aspetto.

Ti dò una dritta: se durante la stagione fredda hai la tendenza a soffrire di geloni, mangiando le noci attenui parecchio questo disagio proprio perché la presenza di arginina vasodilata e, di conseguenza permette un maggior afflusso di sangue. Valori nutrizionali e calorie Proprietà per 100 grammi: Kcal Proteine vegetali Carboidrati Grassi Fibre Ferro Calcio Fosforo Potassio Magnesio Zinco Rame Manganese Selenio

646 15,03gr 17,62gr 62,4gr 9,4gr 4,38mg 64mg 310mg 755mg 173mg 2,5mg 1,75mg 5,5mg 4,1mcg

Oltre a queste sostante, sono presenti le vitamine: A, B1, B2, B3, B5, B6, C, E, K, J e i seguenti aminoacidi essenziali: Fenilalanina, Leucina, Isoleucina, Lisina, Metionina, Tirosina, Triptofano e Valina.

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Le Nocciole

Proprietà e benefici

La pianta delle nocciole, (Corylus avellana), è una pianta che cresce spontaneamente nei boschi, dalla pianura fino ad oltre i 1000 metri di altitudine. E’ di origine asiatica risalente a circa 5000 anni fa, come testimoniano alcuni documenti, ed era ritenuta una pianta sacra. Una curiosità è che i Celti consideravano la pianta delle nocciole un albero magico simbolo di saggezza e si racconta che utilizzassero le nocciole nei loro riti divinatori. Fra la frutta secca, le nocciole sono i semi più facilmente digeribili e sono un’ottima fonte di grassi mono e polinsaturi, fra i quali troviamo l’acido linoleico meglio conosciuto come Omega3 e, la presenza di fitosteroli e vitamina E, rendono questo alimento un ottimo antiossidante naturale. Inoltre, il contenuto di vitamine del gruppo B e sali minerali fa si che le nocciole rappresentino un alimento energetico, remineralizzante e nutriente adatto, quindi, nei periodi di convalescenza, per chi pratica attività sportiva e per che si sente un po’ stanco fisicamente e mentalmente. Consumate abitualmente aiutano a prevenire i disturbi cardiovascolari perché, come in generale tutta 16

la frutta secca, contribuisce a mantenere sotto controllo i livelli di colesterolo LDL. L’olio che se ne ricava ha un’azione tonificante, nutriente ed emolliente per la cute soprattutto per la pelle delicata dei bambini. Alimento che si presta bene in cucina per la preparazione di torte, gelati, dolci vari, torroni e, combinate con il cacao, snack e tavolette di cioccolato. Personalmente amo sgranocchiarle tostate ma le prediligo quando vengono utilizzate per preparare una cioccolata, famosa e spalmabile, di cui ne vado particolarmente ghiotto (questa è una mia nota personale ma sono sicuro di non essere l’unico). Le foglie della pianta vengono utilizzate in fitoterapia per le loro proprietà depurative, antinfiammatorie, astringenti e cicatrizzanti.


Valori nutrizionali e calorie.

I semi della vita

Proprietà per 100 grammi: Kcal Proteine vegetali Carboidrati Grassi Fibre Zuccheri Ferro Calcio Fosforo Potassio Magnesio Zinco Rame Manganese Selenio

Maurizio Lotti

628 14,97gr 16,7gr 69,75gr 9,7gr 4,34gr 4,7mg 114mg 290mg 690mg 163mg 2,45mg 1,72mg 6,17mg 2,4mcg

Contengono anche le vitamine A, C, E, K, colina (vit. J), complesso B, acidi grassi di cui monoinsaturi 45,6 gr, polinsaturi 7,9 gr e saturi 4,46 gr. Aminoacidi essenziali ed altri.

Un ricco manuale che mette a disposizione di tutti una serie di “istruzioni” Maurizio Lotti sul segreto del sapersi mantenere in salute. Oggi il curare una malattia sembra essere diventato piuttosto facile, ma ciò che non è facile è curarsi bene perché un conto è guarire da una malattia, un altro è riappropriarci della salute. Il volume fa scoprire al lettore, con un linguaggio semplice e adatto a tutti, le virtù curative dei semi. Noci, mandorle, arachidi e tanti altri semi sono in grado di aiutarci nel riappropriarcidel bene salute. Di ogni seme trattato troviamo le proprietà nutrizionali, espresse nel dettaglio, a cosa può giovare e come utilizzarlo al meglio. Il libro è completato dalla descrizione di vitamine, minerali ed oligoelementi che ci possono aiutare a rimanere sani

Autore: Maurizio Lotti Titolo: I semi della vita ISBN: 9788896618202 Prezzo: 13,90

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Naturalicum

Scuola di Naturopatia Biointegrata La cultura olistica, nel senso più ampio del termine, è alla base dell’intervento formativo della nostra scuola. Questa cultura non rimane, e non deve rimanere, un’ entità astratta ma deve potersi calare nella realtà quotidiana e ad essa essere applicabile.La scuola ha quindi un taglio sia culturale che pratico. Non è però possibile arrivare ad attuare la pratica senza avere alle spalle delle solide basi culturali per questo, soprattutto i primi due anni della scuola, sono centrati sul formare queste basi pur non perdendo di vista le applicazioni pratiche.

Struttura Un triennio comune a tutti gli indirizzi al quale si aggiunge un quarto anno di specializzazione. Al quarto anno è possibile scegliere tra due indirizzi: Indirizzo fitocostituzionale Indirizzo counseling naturopatico

Frequenza 10 fine settimana più 4 giorni di full immersion e 100 ore di FAD (formazione a distanza). La sede dellle lezioni è Bologna. Per le giornate di Full immersion sarà scelta di volta in volta una sede che, per le sue caratteristiche, permetta agli studenti non solo di appredere ma anche di rilassarsi immersi nella natura.

Formula La formula è all-inclusive. Oltre alla quota di iscrizione nessun altro pagamento sarà richiesto.

Info www.naturalicum.it info@naturalicum.it Segreteria 0550134543

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Otturazioni: quali materiali scegliere? Guardando il problema dal punto di vista strettamente meccanico-riabilitativo il materiale che andiamo ad utilizzare deve durare nel tempo, avere un comportamento meccanico il più possibile analogo a quello del tessuto che è stato asportato e, se possibile, avere anche un’ottimale resa estetica. A tutto questo si aggiunge la necessità di usare un materiale che sia il più possibile biocompatibile. Con il termine “biocompatibilità” si indica la capacità di non produrre risposte tossiche, lesive o immunologiche in un tessuto vivente e di essere con questo compatibile dal punto di vista biologico. Test standardizzati permettono di valutare questo parametro. Questo ci parla di una biocompatibilità “standardizzata”, è poi evidente che esiste una risposta soggettiva al materiale determinata dalla costituzione, dalle abitudini di vita e dalla capacità individuale di reazione, per cui la reattività ai materiale odontoiatrici è in parte soggettiva: materiali genericamente biocompatibili possono non risultare adatti per una singola persona a causa di fattori soggettivi che influenzano

la reattività individuale ad un certo materiale. In ogni caso il materiale perfetto non esiste, quello che si può ottenere è utilizzare, o cercare di utilizzare, il materiale migliore consapevoli che niente potrà ridarci un dente sano ed integro come era prima dell’instaurasi del processo carioso. Il materiale attualmente più usato per le otturazioni, in sostituzione dell’amalgama, è il cosiddetto composito. L’uso delle resine composite, che vanno solitamente sotto il generico nome di compositi, sta attualmente sostituendo l’uso dell’amalgama che comunque rimane ancora utilizzata. Questo avviene molto spesso non per una scelta concernente la salute quanto per una scelta di tipo estetico essendo questi materiali caratterizzati da una colorazione analoga, ma spesso anche identica, a quella del dente dove vengono posti. I compositi usati in odontoiatria sono formati da una matrice resinosa che ne costituisce la componente chimicamente attiva. Questa matrice è costituita da monomeri che hanno poi la caratteristica di essere 19


polimerizzabili. Alla matrice si aggiungono particelle di riempitivo inorganico vetroso-ceramico e metalli, questi ultimi conferiscono all’otturazione la sua radiopacità. Il materiale resinoso e quello inorganico sono tenuti insieme da un agente legante. La diversa grandezza delle particelle vetroso-ceramiche dà origine a vari tipi di compositi che si distinguono per la dimensione di queste particelle, per cui possiamo parlare di compositi: • Macroriempiti • Microriempiti • Ibridi • Microibridi E’ intuitiva la differenza tra macro e micro riempiti mentre meno intuitivo, ma sicuramente più interessante, è il concetto di compositi ibridi. In questo tipo di compositi le particelle non sono tutte uguali, ma sono tra loro di misura differente. Questo porta come conseguenza una saturazione degli spazi migliore di quella che si ha con particelle tutte della stessa misura poiché le particelle più piccole andranno a colmare gli spazi che rimangono tra quelle più grandi. Questa situazione dà come risultato un composito con qualità meccaniche nettamente migliori rispetto a quelle che si possono riscontrare in un composito in cui le particelle abbiano tutte la stessa misura. Questo concetto è valido soprattutto per i cosiddetti microibridi in cui la saturazione della matrice resinosa è nettamente migliore. La caratteristica dei compositi è la capacità di polimerizzare, di subire cioè un processo per cui le molecole di monomero si uniscono formando un polimero. Questa reazione avviene senza che vi sia la liberazione di sostanze secondarie ed è quella che permette al composito di passare dall’essere una pasta morbida e modellabile ad essere una sostanza sufficientemente dura e resistente da permettere che su di essa avvenga la masticazione. In genere questa reazione è possibile grazie all’azio20

ne di una fonte luminosa: i compositi che polimerizzano in questo modo sono per questo definiti fotopolimerizzabili. La luce prodotta da apposite lampade va ad agire su dei sistemi fotoiniziatori che sono inclusi nella matrice. Il Canforochinone (CQ) è il fotoiniziatore più usato, anche se si stanno introducendo sul mercato altri sistemi fotoiniziatori per affiancare o sostituire il Canforochinone. Esistono anche compositi detti auto-polimerizzanti in cui la polimerizzazione è ottenuta tramite la miscelazione di una pasta base con un catalizzatore. I materiali foto-polimerizzabili presentano numerosi vantaggi come quello di essere in un componente unica evitando quindi problematiche, come la presenza di bolle d’aria o di zone non ben miscelate, che possono evidenziarsi con l’utilizzo di compositi auto-polimerizzanti, oltre ad offrire la possibilità di sovrapporre colori diversi, dando quindi un miglior risultato estetico, e di concedere all’operatore un tempo di lavoro molto lungo (teoricamente illimitato), fattore questo che determina la possibilità di effettuare una modellazione più accurata del restauro. La componente resinosa nella situazione più frequente è costituita dal Bis-GMA (Bisfenolo-GlicidilMeta-Acrilato) o resina di Bowen dal nome del suo sviluppatore. Questo ha la caratteristica di formare dei polimeri che hanno una struttura amorfa, non è presente cioè, a livello microcosmico, nessuna unità funzionale ripetuta. In genere al Bis-GMA vengono aggiunti, per rendere il prodotto più facilmente manipolabile a temperatura ambiente, altri monomeri come il TEGDMA, l’UDMA (dimetacrilato di uretano) e simili, in alcuni prodotti è invece l’UDMA ad essere il monomero principale. Un’altra matrice che può essere utilizzabile è il cosiddetto PEX, una matrice di derivazione epossidica, contenente cioè un atomo di ossigeno in una struttura a ponte. La caratteristica principale del PEX, che lo differenzia dal Bis-GMA e simili, è l’avere una struttura ad alto grado di cristallinità - circa l’80% - (3). Il Bis-GMA ha evidenziato, in alcuni casi, delle reazioni avverse in genere di tipo allergico. L’incidenza di queste reazioni, di per sé già estremamente limitata, è maggiore negli operatori che non nei pazienti, fatto questo che lascia supporre che il materiale polimerizzato tenda alla insolubilità e quindi a non rilasciare più, o comunque molto meno, sostanze allergizzanti (1). A questo si aggiunge il fatto che a fronte dell’altissimo numero di restauri effettuati con questo tipo di materiale il numero di casi che hanno evidenziato problematiche biologiche è estremamente basso (2). Quello che sembra però chiaro è che non è tanto la parte polimerizzata a poter creare qualche problema quanto la parte che, per qualche motivo, non si


unisce nel polimero e rimane quindi alla stato di monomero. Sono quindi i monomeri che possono essere rilasciati che hanno la possibilità di creare effetti biologici avversi (4). Secondo Schmalz, poi, il concetto che vedeva le reazioni avverse determinate dalla liberazione dei monomeri come appartenenti al campo dell’infiammazione localizzata ai tessuti adiacenti al dente dove il composito era posto, dovrebbe essere allargato in quanto i monomeri potrebbero essere in grado di interferire in processi chiave del metabolismo cellulare, fatto questo che necessita al momento di ulteriori studi per poter essere definitivamente accertato non solo per quanto concerne la sua esistenza, ma, soprattutto, per quanto concerne la sua entità e le eventuali conseguenze sull’organismo. Per quanto riguarda il PEX la sua struttura tendenzialmente cristallina lascerebbe ben sperare nell’ottica della biocompatibilità, in effetti, però, non esiste un’autonoma letteratura internazionale strutturata e ampia su questo materiale come invece esiste ad esempio per il Bis-GMA, in particolare quando questo materiale è utilizzato per restauri cosiddetti “diretti” cioè per otturazioni. Lo studio di Gherlone e al. (5), ad esempio, evidenzia che nei campioni non lucidati secondo il protocollo standard

“….avviene un moderato rilascio di sostanze che interferiscono negativamente con il metabolismo cellulare.”. Lo studio riguarda comunque l’utilizzo del prodotto in ambito protesico e la “lucidatura standard” di questo tipo di prodotto “prevede una glasatura1 con PEX”. In effetti l’applicazione dei composito per otturazioni o per soluzioni protesiche, data la differente modalità di lavorazione, può portare a dei risultati diversi anche in ambito di citotossicità. Si veda a questo proposito lo studio di Pera e al. (6) che dimostra la non citotossicità dei materiali compositi. Se guardiamo la situazione a livello esclusivamente dentario, l’azione dannosa che il composito può esercitare sul sistema pulpo-dentinale e gli effetti della degradazione a lungo termine che può essere presente, sono difficili da distinguere rispetto all’azione di microfratture e di contaminazione batterica, anche se può esserci una sinergia di azione tra questi vari agenti (7). Il problema principale che si pone è la completezza della polimerizzazione cioè la sua efficacia. Questa

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Si intende con questo termine la cottura che determina la finitura superficiale del rivestimento estetico (in genere ceramico).

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dipende nella pratica clinica da vari fattori tecnicooperatori come le dimensioni delle particelle che costituiscono il riempitivo, la fonte luminosa che stiamo utilizzando sia per quanto concerne la sua potenza che la luminosità vera e propria, la direzione che ha la luce stessa, lo spessore dello strato che intendiamo polimerizzare nonché la colorazione e la traslucenza del materiale. Va detto subito che la completa polimerizzazione è un evento praticamente irrealizzabile, la media della polimerizzazione è infatti stimata al 70% (8). Per ottenere il miglior risultato possibile, oltre ad una corretta tecnica di stratificazione e la scelta di un materiale che offra le migliori caratteristiche, è necessario l’uso di una lampada fotopolimerizzatrice adeguata ed efficiente. Attualmente sono presenti sul mercato tre diversi tipi di lampade fotopolimerizzatrici: • Alogene • A LED • Al Plasma Il vantaggio delle alogene sta nella loro semplicità di utilizzo e nell’essere sul mercato da un lungo periodo di tempo il che rende questa tecnologia sicuramente affidabile soprattutto come risultati di polimerizzazione. Le lampade a LED hanno un vantaggio ergonomico che è costituito dal loro essere piccole, ma hanno lo svantaggio di poter polimerizzare solo materiali che abbiano un assorbimento massimo tra i 440 e i 480 nm. (9). 22

Le lampade al plasma sono state introdotte per poter velocizzare i tempi di polimerizzazione. I risultati valutati in rilascio di monomeri dopo la polimerizzazione sembrano però essere peggiori, si ha cioè un maggior rilascio di monomeri rispetto a quello che si ottiene utilizzando le lampade alogene (10) soprattutto a causa di una bassa efficienza (9). A parte la scelta di base della tipologia di lampada è poi molto importante che questa sia mantenuta costantemente efficiente. Dato che valutare l’efficienza potrebbe non essere facile la maggior parte delle lampade hanno un sistema di rilevamento che permette al dentista di fare un controllo semplice e rapido per verificare lo stato della lampada in modo da poter garantire sempre il miglior risultato possibile. Strettamente collegato a quello delle otturazioni in composito è il grande capitolo dei cosiddetti adesivi. Mentre le otturazioni in amalgama, come abbiamo visto, rimangono nel dente grazie ad un’azione meccanica, si disegna, cioè, una cavità cosiddetta ritenitiva che permette al materiale di entrare quando è ancora morbido ma gli impedisce di uscire quando si è indurito, questo non avviene per le otturazioni in composito. E’ evidente che avere una cavità ben sagomata può avere i suoi vantaggi, ma i compositi rimangono in posizione per un’adesione di tipo meccanico e chimico. In questo caso, quando si parla di ritenzione meccanica, non ci si riferisce ad una ritenzione macromeccanica, che è poi quella che abbiamo nelle otturazioni in amalgama, ma di tipo micromeccanico.


L’adesione però ha, nei compositi, anche un’altra importante funzione oltre quella di mantenere l’otturazione nel dente, deve infatti contrastare, per quanto possibile, la cosiddetta contrazione da polimerizzazione. I compositi, infatti, durante la fase di indurimento, possono tendere a contrarsi a causa di una diminuzione di volume determinata da un riposizionamento spaziale della matrice nel momento in cui passa dallo stato di monomero a quello di polimero. Questo portava, soprattutto nei primi compositi formulati, e prima che apparissero gli adesivi, alla formazione di microfessure fra composito e dente. La formazione di microfessure porta come conseguenza la possibilità di ingresso di fluido salivare e batteri con formazione di carie secondarie e, nei casi peggiori, di danni pulpari. Di qui l’importanza sostanziale di avere compositi con coefficienti di contrazione sempre minori e sistemi adesivi con sempre migliori caratteristiche di adesione. Per poter effettuare una valida adesione è necessario un trattamento indicato con il termine di mordenzatura. Questa, in genere, viene effettuata utilizzando acido ortofosforico (H3PO4) che, una volta applicato, deve essere poi rimosso. Il passaggio successivo è l’applicazione di una sostanza detta primer a cui segue il bonding.La mordenzatura rende la superficie dello smalto irregolare permettendo l’azione degli altri componenti e rimuove dalla dentina detriti, derivanti dall’azione della fresa, e batteri. La dentina presenta così una struttura su cui agiscono il primer, che fra l’altro “sosterrà” il collegane della dentina stessa, ed infine il bonding che creerà anche qui la microritenzione. Non è detto che debbano essere effettuati tutti i passaggi separatamente. Attualmente esistono in commercio, accanto agli adesivi smalto dentinali che prevedono 3 passaggi: mordenzante, primer e bonding, adesivi che prevedono solo due passaggi, mordenzante seguito da primer e bonding uniti insieme fino ad arrivare a prodotti in cui mordenzante, primer e bonding sono tutti uniti insieme. Va notato che il sistema che prevede tutti componenti uniti insieme dissolve il cosiddetto “smear layer”, cioè l’insieme detriti/batteri, ma non lo rimuove come invece fanno gli altri sistemi. La biocompatibilità è poi un’altra caratteristica che si richiede ai sistemi adesivi. Questa è oggetto di discussione anche perché gli studi che vengono fatti sono molto spesso in vitro e non riescono a riprodurre l’ambiente esistente nel cavo orale. L’adesivo inoltre non è a diretto contatto con l’esterno ma si trova interposto tra dente e composito. Autori portano comunque dati sperimentali di attività potenzialmente dannosa degli adesivi (1112). In particolare i vari componenti usati nella composizione di questi adesivi possono di per sé essere citotossici (13), ma ancora non si può dire

una parola definitiva su questo argomento che è al momento oggetto di studi. Detto questo appare chiaro che non esiste al momento un composito che possiamo definire totalmente “biologico”. Un composito rimane sempre un composto di sintesi che si lega al dente tramite composti altrettanto di sintesi. E’ comunque un fatto incontrovertibile che le otturazioni in composito non possono creare i danni tipici delle otturazioni in amalgama e che l’apparizione di problematiche derivanti dal loro utilizzo è un’evenienza quanto mai rara e molto spesso legata ad una reattività individuale.

Simonetta Albi Bibliografia 1. Hume W.R. , Gerzina T.M. “Bioavailability of components of resin-based materials which are applied to teeth Critical Reviews” Oral Biology & Medicine, Vol 7, 172-179, Copyright © 1996 by International & American Associations for Dental Research. 2. Bouillaguet “biological risks of resin-based materials to the dentin-pulp complex” Crit Rev Oral Biol Med 15(1):47-60 (2004). 3. Bedini, Caiazza, Pecci, Prucher, Aiello, Quaranta “Usura dei tessuti dentali indotta da ciclo masticatorio simulato in vitro: risultati preliminari” Rapporti ISTISAN 06/02 4. Schweikl,Spagnuolo, Schmal “Genetic and Cellular Toxicology of Dental Resin Monomers” J Dent Res 85(10):870-877, 2006) 5. Gherlone , Repetto, Puletto, Sberna, Cassinelli “Biocompatibilità e caratteristiche di un vetro polimero policeramico” ProTech 6. Pera, Conserva, Acquaviva, Giuria, Mariottini, Pane, Valente “Analisi in vitro della citotossicità di materiali compositi per protesi “metal-free” 7. Bouillaguet “Biological risks of resin-based materials to the dentin-pulp complex” Crit Rev Oral Biol Med 15(1):47-60 (2004). 8. Tasca G. “Lampade fotopolimerizzatrici” Relazione tenuta al 1^ incontro di Continuing Education dell’AIC 2004-2005). 9. “Lampade fotopolimerizzatrici a confronto” Infodent 11/2004 10. Munksgaard EC, Peutzfeldt A, Asmussen “Elution of TEGDMA and BisGMA from a resin and a resin composite cured with halogen or plasma light.”: Eur J Oral Sci 2000 Aug;108(4):341-5.) 11. Lupi, Gambarini, Bolognini, Testarelli ,Chimenti,Cordaro , Castagnola, Ceccarelli, Nocca, RScatena, Giardina “Cytotoxic effects of five dental adesive” 12. C . de Souza Costa, H . Teixeira, A . Lopes do Nascimento, J . Hebling “Biocompatibility of Two Current Adhesive Resins” . Journal of Endodontics ,Volume 26 ,Issue 9 ,Pages 512 – 516 13. Dawood A, Wennberg A. “Biocompatibility of dentin bondingagents.” Endod Dent Traumatol. 1993; 9: 1-7.) 23


Attraversare il ponte della metafora

La narrazione è il primo dispositivo interpretativo di cui l’uomo fa uso nella sua esperienza di vita (Bruner, 1988). Attraverso la narrazione, l’uomo conferisce senso e significato al proprio esperire, interpreta e prevede eventi, azioni e situazioni. Su queste basi costruisce forme di conoscenza che orientano il suo agire. All’interno della narrazione, la metafora - in tutte le sue differenti manifestazioni (fiabe, aneddoti, dise24

gni, canzoni) - può essere considerata un valido strumento in grado di catalizzare il cambiamento. Gli individui, le famiglie, i gruppi sociali e l’umanità nel suo complesso organizzano la realtà in modo metaforico. L’uso di metafore diviene, così, un modo per far luce su emozioni, pensieri, immagini difficili da esprimere e la narrazione diviene co-costruzione con l’altro. Tutti abbiamo esperienza del senso di smarrimento


provato quando troviamo complicato sintonizzarci con una particolare situazione di vita. Ciò crea difficoltà nello “stare” nel presente. Ci sono emozioni difficili da verbalizzare che possono creare il presupposto per una distanza dal “qui e ora” e da se stessi. La metafora è un linguaggio figurato, cioè una forma di comunicazione in cui il pensiero e l’idea sono espressi per mezzo di un vocabolo o di una frase che

non sono propri di quell’idea o di quel pensiero. Essa utilizza l’immagine quale mezzo per comunicare il significato della situazione cui si riferisce. La metafora è una forma di pensiero, uno strumento che permette di categorizzare le nostre esperienze traducendole in narrazione permeata di senso. Essa ha il potere di collegare il passato al presente e di proiettarli nel futuro, connettendo tempi e contesti, comportamenti, valori e credenze (Giusti, Ciotta, 2005). Il termine metafora etimologicamente significa “portare attraverso, trasferire”, quindi trasporre un concetto da un campo poco noto a uno familiare per poterlo comprendere e fare proprio. Con la metafora si crea un ponte tra un concetto astratto e un’immagine concreta, tra pensiero razionale ed emozionale (Beck, 1991) sopperendo alle lacune logiche insite nella creazione di un’immagine del concetto astratto o di un aspetto dell’esperienza difficilmente descrivibile. In questo modo si consente alla persona di recuperare percezioni e sensazioni dell’esperienza (Giusti, Ciotta, 2005). La prima chiave di conoscenza del mondo che l’uomo utilizza sono i sensi: la vista, l’udito, la cenestesia, l’olfatto e il gusto. Ognuno, per organizzare le proprie esperienze, tende a utilizzare elettivamente un sistema rappresentazionale, che sarà, per alcuni, principalmente visivo, per altri cenestesico, per altri ancora uditivo. La tendenza a privilegiare un canale percettivo piuttosto che un altro si riflette sulla narrazione che la persona fa di sé e del mondo, sulle immagini metaforiche che vengono utilizzate per focalizzare un concetto. Prestare attenzione al legame tra metafora espressa e canale sensoriale privilegiato è fondamentale per guidare il soggetto nell’acquisizione di consapevolezza e per facilitare il processo di sintonizzazione interpersonale. Per individuare la preferenza sensoriale o il modello rappresentazionale, dobbiamo prestare attenzione al tipo di predicati (verbi, avverbi e aggettivi) usati dalla persona per esprimersi. La modalità di comunicazione umana passa attraverso due diversi canali linguistici: quello digitale e quello analogico. Essi vengono integrati ogni volta che processiamo un’informazione e desideriamo condividerla. Il linguaggio digitale è una forma di comunicazione concreta, descrittiva e logico-sequenziale che sembra ad appannaggio soprattutto dell’emisfero sinistro. Il linguaggio analogico è, invece, una forma di comunicazione evocativa, capace di raccontare il vissuto emotivo che accompagna la parola, modulata in predominanza dall’attività dell’emisfero destro. Usare una metafora è un’operazione creativa, intuitiva, tipica del linguaggio analogico. Dove manca una parola precisa si ricorre all’analogia, alla metafora: essa è il nesso tra linguaggio analogico e digitale. Grazie ad essa la persona è in grado di identificarsi con personaggi e situazioni prossime, potendo imparare a cogliere e gestire gli echi emotivi dei propri vissuti. 25


In questo modo è possibile trovare, gradualmente, dentro se stessi, risorse per affrontare situazioni di vita. Si aprono, così, prospettive di cambiamento. La metafora “abita” entrambi gli emisferi cerebrali e può rappresentare, riprendendo il suo significato etimologico, un ponte tra concetti astratti e immagini concrete: è espressione emozionale “attraverso” la dimensione cognitiva. Essa sembra l’unica espressione verbale in grado di compenetrare parole e immagini, script e novità, cognizione ed emozione, emisfero sinistro e destro (Hellige, 1993). E’ stato osservato che l’ascolto e l’esplicitazione di una metafora, produce un abbassamento del livello 26

di attenzione e quindi un cambiamento nell’attività elettrica del cervello, che passa dalle onde cerebrali beta (tipiche dell’attenzione attiva) alle onde alpha (tipiche della veglia rilassata). Gli autori sostengono che le metafore, abbassando le difese, lo stato di vigilanza e di controllo del soggetto, coinvolgono le strutture cognitive entrando a far parte del sistema concettuale della persona, modificandolo e creando un cambiamento anche nel proprio modo di porsi.

Sabrina Ulivi Martina Taioli


A Settembre in libreria Meconcelli - Parenti - Patriarchi

Bedini

L’altro che non parla

C’era una (s)volta

La comunicazione negli ambienti di lavoro Nel mondo attuale, che è stato definito “la civiltà dell’ipercomunicazione”, in cui proliferano situazioni frastornanti, concentrato su forme comunicative esasperate, fatte di grida ed eccessi di rumore, di tante parole che poi alla resa dei conti non dicono niente, è in continuo aumento la sordità sociale e questa malattia è ancora più evidente nel mondo del lavoro. Il volume ci guida attraverso le trappole della comunicazione nel mondo del lavoro, portando esempi tratti dalla attività clinica degli autori, e guidando il lettore verso l’apprendimento di un modo equilibrato e corretto di comunicare. Al’interno, simpatiche ed esemplificative vignette, rendono il volume di piacevole lettura. ISBN: 9788896618165 Prezzo: Euro 12,90

Favole con morale per sopravvivere alla ricerca del lavoro Favole con morale sul mondo del lavoro e su come sopravvivere senza venirne fagocitati: l’autrice con ironia e divertimento parla di piccole disavventure quotidiane sulla vita lavorativa dal momento della laurea alle prime ricerche di un’occupazione, passando per i famigerati stage, i corsi di formazione, i fatidici colloqui di lavoro e le prime esperienze che tutti noi abbiamo affrontato. Descrive il mondo vario e talora spietato che si presenta al giovane lavoratore e si diverte a riderci su! Perché, come dice Serena Bedini nella sua premessa, tutti i problemi nascono da una cattiva interpretazione della parola “crisi”. ISBN 9788896618172 Euro 13,90

Ignazio Russo

Il movimento è vita

Testo di Scienze Motorio e Sportive per le Scuole Secondarie e di Secondo Grado Le finalità educative che le Scienze Motorie e Sportive si pongono, nella Scuola Secondaria di Secondo Grado, assieme alle altre discipline curricolari, devono concorrere alla formazione della personalità dell’alunno per favorirne l’inserimento nella società; allo scopo di contribuire al progresso civile, etico, sociale e democratico della Nazione. L’autore, convinto assertore di questi principi, ha concretizzato la sua trentennale esperienza lavorativa di docente di Scienze Motorie e Sportive nei licei, in questo testo scolastico valido per le scuole superiori, strutturato in sette moduli, all’interno, dei quali, sono state inserite le unità didattiche, inerenti al tema trattato. ISBN: 9788896618189 Prezzo: Euro 29,00 27


A SANA 2012 Alimenti biologici Benessere della persona e Cosmesi al naturale

Da sabato 8 settembre a martedì 11 settembre 2012 al Quartiere Fieristico di Bologna torna SANA, la più importante manifestazione espositiva in Italia dedicata all’alimentazione biologica certificata, all’erboristeria e alla cosmesi naturale e biologica. Per chi ha fatto dell’alimentazione sana una scelta di vita e per chi è alla ricerca di innovativi prodotti naturali per la cura e il benessere della persona, SANA 2012 si conferma come l’appuntamento da non mancare. Il settore Alimentazione ospiterà esclusivamente aziende che espongono prodotti biologici certificati, dai cereali alle farine; dai fiocchi e derivati ai legumi secchi; dai prodotti da forno

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(dolci e salati) alle paste alimentari secche, fresche, ripiene; dalle confetture e marmellate al miele; dalle bevande ai preparati e altre conserve a base di frutta e ortaggi; dai prodotti lattiero caseari ai gelati e surgelati; dalle carni e prodotti a base di carne ai pesci conservati e trasformati e ai prodotti a base di pesce; dagli oli e grassi vegetali e animali agli alimenti per l’infanzia. Saranno presenti anche alimenti bio privi di glutine, per chi soffre di celiachia. Ampia anche la gamma di integratori alimentari, rimedi fitoterapici e attrezzature per la cura della persona, cosmetici biologici e derivati da ingredienti naturali che verranno esposti nel set-


tore Benessere. Nello Spazio Officinale, l’area dedicata ai produttori di erbe officinali e agli operatori di filiera, si terranno quattro corsi ad ingresso gratuito. I primi due, rivolti agli erboristi, verteranno su “Comunicazione, servizi, visual merchandising per ottimizzare il rapporto con il cliente”, e “Rapporti contrattuali tra erborista e fornitore: le novità portate dal decreto liberalizzazioni 1/2012”. I corsi successivi, pensati per un più largo pubblico, saranno dedicati a “Piante ad azione sulle difese immunitarie” e “Piante ed invecchiamento. Antiossidanti e rimedi antiage: cosa sono, come sceglierli e quando usarli”, e illustreranno le proprietà antiossidanti e antinvecchiamento di erbe officinali come il tè verde e la curcuma, e quelle immunostimolanti dell’echinacea e dell’astragalo, in grado di attivare la risposta im-

munitaria contro raffreddori, influenze e tipici malanni stagionali (sul sito www.sana.it i dettagli del programma e le modalità per la preiscrizione online). Infine, nel settore espositivo Altri Prodotti Naturali, saranno presentati tessuti naturali, prodotti per il tempo libero e proposte per l’abitazione ecologica, da mobili in legno non trattato con prodotti chimici, a innovativi materassi in materiale naturale per un riposo sano e rigenerante. Delle scelte del consumatore sempre più orientato verso l’adozione di rimedi fitoterapici naturali e modalità di cura alternative alla medicina e ai farmaci tradizionali, tiene conto il ricco programma di convegni su salute e benessere che affiancherà la manifestazione espositiva. Il ruolo dei nutraceutici e degli alimenti funzionali, in particolare, verrà affrontato in una serie di convegni tematici (curati dal noto gastroenterologo Enrico Roda), mentre l’Associazione Medici Agopuntori Bolognesi, in collaborazione con la Scuola italo cinese di agopuntura, terrà un incontro (sabato 8 settembre) su “L’Integrazione tra agopuntura e medicina occidentale”. A partire dalle proposte della medicina omeopatica, dell’agopuntura e della medicina ayurvedica si parlerà anche di “Rimedi naturali per la cura dei più frequenti disturbi femminili” (domenica 9 settembre). Infine, è previsto un corso sulla consapevolezza alimentare (ingresso libero, domenica 9).

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La C. T. U. nei casi di separazione ed affidamento dei figli

Ci possono essere molti motivi che portano a difficoltà nel rapporto di coppia e, quando i tentativi fatti per riuscire a risolvere la situazione non danno degli esiti positivi, la coppia può arrivare a prendere la decisione di separarsi. La separazione tra due persone è considerata, dalla maggior parte degli psicologi, uno degli gli eventi di vita più stressanti, per tutti i membri che compongono la famiglia (dai genitori, ai figli, ai rispettivi nonni). I coniugi che sono riusciti a trovare un sorta di accordo per la separazione possono chiedere direttamente al Tribunale civile la separazione consensuale. La separazione legale può essere di due tipi: giudiziale o consensuale. Come ben sappiamo il diritto di pretendere la separazione giudiziale o la omologazione di quella consensuale spetta unicamente ai coniugi. L’articolo 151 codice civile recita: “La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione alla prole. Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio”. L’Articolo 158 del codice civile afferma: “La separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l’omologazione del giudice. Quando l’accordo dei coniugi relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli è in contrasto con l’interesse di questi il giudice riconvoca i coniugi indicando ad essi le modificazioni da adottare nell’interesse dei figli e, in caso di inidonea soluzione, può rifiutare, allo stato, l’omologazione”. Interrompere e rompere il patto coniugale è una decisione esistenziale molto importante da dover affrontare, in special modo se vi sono dei figli. Spesso i figli, ai quali viene meno l’unità del proprio nucleo familiare, subiscono e patiscono le decisioni dei “grandi”, e nella maggior parte dei casi non riescono a capire o ad elaborare giungendo a subire un vero e proprio trauma. Sono sempre di più i magistrati che nominano degli esperti quali psicologi, psichiatri, neuro- psichiatri infantili per effettuare una C. T. U. (art. 191 c. p. c.), ovvero dei consulenti di parte che hanno il compito 30

di valutare le competenze genitoriali della copia e decidere quale sia l’affidamento più idoneo per il minore. L’esperto designato dal giudice, potrà essere uno psicologo, uno psicoterapeuta, uno psichiatra, un neuropsichiatria, un medico legale; fondamentale che abbia un bagaglio conoscitivo specifico in relazione alla conoscenza sull’età evolutiva ed in particolar modo sul bambino che vive in una famiglia che si sta o che si è divisa. Alla nomina di un consulente tecnico le parti possono avere la possibilità di effettuare la nomina di consulenti tecnici di parte, C. T. P., che lavoreranno al fianco del C. T. U., effettuando delle proposte e ne controlleranno il lavoro avvalendosi anche della possibilità di fornire relazione scritta (art. 195 c. p. c.). Per la metodologia utile all’espletamento dell’incarico il C. T. U. si deve avvalere di alcuni principi del Codice Deontologico dello Psicologo Forense: Art. 6: Nell’espletamento delle sue funzioni lo psicologo forense utilizza metodologie scientificamente affidabili. Nei processi per la custodia dei figli la tecnica peritale è improntata quanto più possibile al rilevamento di elementi sia dai soggetti stessi sia dall’osservazione dell’interazione dei soggetti tra di loro. Art. 7: Lo psicologo forense valuta attentamente il grado di validità e di attendibilità delle informazioni, dati e fonti su cui basa le conclusioni raggiunte. Rende espliciti i modelli teorici di riferimento utilizzati e, all’occorrenza, vaglia ed espone ipotesi interpretative alternative esplicitando i limiti dei propri risultati. Evita altresì di esprimere opinioni personali non suffragate da valutazioni scientifiche. Nei casi di abuso intrafamiliare, qualora non possa valutare psicologicamente tutti i membri del contesto familiare compreso il presunto abusante), deve denunciare i limiti della propria indagine. Art. 8: Lo psicologo forense esprime valutazioni e giudizi professionali solo se fondati sulla conoscenza professionale diretta, ovvero su documentazione adeguata e attendibile. Nei procedimenti che coinvolgono un minore è da considerare deontologicamente scorretto esprimere un parere sul bambino senza averlo esaminato. Art. 11: Stante il contesto in cui opera, lo psicologo forense ha particolare cura nel redigere e conservare appunti, note, scritti o registrazioni di qualsiasi


genere sotto qualsiasi forma che riguardino il rapporto col soggetto. Egli ricorre, ove possibile, alla video registrazione o, quantomeno, alla audio registrazione delle attività svolte consistenti nella acquisizione delle dichiarazioni o delle manifestazioni di comportamenti. Tale materiale deve essere posto a disposizione delle parti e del magistrato. Art. 14: Lo psicologo forense rende espliciti al minore gli scopi del colloquio curando che ciò non influenzi le risposte, tenendo conto della sua età e della sua capacità di comprensione, evitando per quanto possibile che egli si attribuisca la responsabilità per ciò che riguarda il procedimento e gli eventuali sviluppi. Garantisce nella comunicazione con il minore che l’incontro avvenga in tempi, modi e luoghi tali da assicurare la serenità del minore e la spontaneità della comunicazione; evitando, in particolare, il ricorso a domande suggestive o implicative che diano per scontata la sussistenza del fatto reato oggetto delle indagini. Art. 15: I colloqui con il minore tengono conto che egli è già stato sottoposto allo stress che ha causato la vertenza giudiziaria. Nel caso di pluralità di esperti è opportuno favorire la concentrazione dei colloqui con il minore in modo da minimizzare lo stress che la ripetizione dei colloqui può causare al bambino. Art. 17: Nelle valutazioni riguardanti la custodia dei figli, lo psicologo forense valuta non solo il bambino, i genitori ed i contributi che questi psicologicamente

possono offrire ai figli, ma anche il gruppo sociale e l’ambiente in cui eventualmente si troverebbe a vivere. Nel vagliare le preferenze del figlio, tenuto conto del suo livello di maturazione, particolare attenzione dovrebbe porsi circa le sincerità delle affermazioni e l’influenza esercitata soprattutto dal genitore che lo ha in custodia. Dr.ssa Alessia Micoli Psicologa Criminologa Bibliografia Durkheim E., “Il divorzio consensuale”, Armando, Roma, 2010. Fornari U. “Trattato di Psichiatria forense”, Utet, Torino, 2008. Gallo E., Marasco M., Micoli A., “La vittimologia in ambito familiare. Il minore vittima della separazione genitoriale”, in Zacchia, Archivio di Medicina Legale, sociale e criminologia, Società Editrice Universo, aprile- settembre 2005. Gulotta G. “Elementi di psicologia giuridica e di diritto psicologico, civile, penale, minorile”, Giuffrè, Milano, 2000. Malagoli Togliatti M. “Affido congiunto e condivisione della genitorialità”, Franco Angeli, Milano, 2002. Martin C. “Le risque solitude, divorces et vulnerabilità relationelle”, Revue Internazionale d’Action Communataire, ed. Saint Martin, Montreal, 1993. Oliviero Ferrarsi A. “Dai figli non si divorzia. Separarsi e rimanere buoni genitori”, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2006.

Alessandro Mahony Introduzione alla meditazione Le grandi Scuole

Questo manuale, sulle tecniche di meditazione, fa parte di una opera complessiva divisa in tre volumi. A questo primo libro che tratta delle grandi scuole seguiranno infatti altri due volumi: I grandi maestri e Meditazione e ricerca scientifica. Parlare di meditazione nel campo accademico italiano è praticamente impossibile; solo pochi infatti ne comprendono le potenzialità applicative. I ricercatori statunitensi e giapponesi sono all’avanguardia in questo, ma basta spostarci anche nella vicina Svizzera, Germania o Regno Unito per vedere come queste tecniche meditative siano spesso abitualmente usate nelle strutture ospedaliere come parte integrante nella terapia di diverse patologie. L’autore, psicologo, coniuga la psicologia orientale con quella occidentale, integrando due mondi per nulla lontani, ma in realtà complementari. Il testo è particolarmente approfondito e ricco di richiami bibliografici, pensato in particolare come testo di studio in ambito universitario sia nei corsi tenuti dall’autore che da altri docenti. Titolo: Introduzione alla meditazione. Le grandi scuole Autore. Alessandro Mahony ISBN 9788896618141 Prezzo: Euro 29,00 31


Essere anziani: una realtà o un’immagine? Quando si diventa anziani? Se è facile parlare di età avanzata e dire che dai 75 anni in poi inizia la vecchiaia, è altrettanto impreciso e superficiale. L’essere anziani è più una condizione psicologica o psicofisica, e molto meno un fattore anagrafico. Svincolare questo concetto da criteri oggettivi permette di aggiungere che essere anziani è una cosa molto personale, che quindi esistono molti modi di diventare anziani. Questo è proprio vero. Quando guardo le fotografie dei miei nonni o dei miei bisnonni, vedo delle solenni, vecchie persone di …. 68 anni! Io che sono vicina a questa età sono mol32

to diversa obiettivamente da questi modelli, molto meno solenne, molto meno “vecchia” e venerabile. L’aspetto fisico dell’uomo odierno è cambiato, non somigliamo alle persone di un paio di generazioni fa. La nostra tesi di laurea verteva su un argomento chiave: come viene vissuto il senso di solitudine nei due sessi e in momenti critici della vita (critici perché legati a profondi cambiamenti): la fine della scuola e il pensionamento. Il pensionamento infatti è un buon parametro su come si diventa anziani e sottolinea anche come questa sia un’occasione per esprimere la nostra capacità creativa, nel reinventarsi una vita. In questo libro abbiamo parlato a lungo della


comunicazione della coppia, le persone avanti negli anni forse non hanno più bisogno di amare ed essere amati? Forse si affievolisce il desiderio sessuale, ma non certamente il desiderio di avere una relazione intima con un altro, non si affievolisce il bisogno di affetto e di tenerezza. Prendiamo quindi questi due aspetti insieme: il pensionamento e la sessualità. Sembra che non abbiano niente a che vedere fra loro, in realtà sono due punti del cambiamento che influenzano il modo di invecchiare delle persone. L’andare in pensione è comunque un momento difficile perché i normali ritmi di vita sono sconvolti e si deve pensare a come occupare il tempo in modo possibilmente proficuo e piacevole. Non si può affrontare un cambiamento del genere che interviene dopo un lungo periodo della propria vita piuttosto stabile da questo punto di vista e spesso anzi dominato dall’impegno lavorativo, senza una preparazione. In questo sta l’arte del vivere, nell’ “Estote parati” di evangelica memoria. E se, malgrado ci si sia preparati e si sia scelto di dedicarsi a una serie di attività, poi, per pigrizia, o per una forma di ritegno e di timidezza, non se ne faccia di niente? L’arte di invecchiare La nostra presenza terrena è un treno che corre sui binari della vita e questo viaggio è costellato dai segnali del corpo e della società, da tappe intermedie (giovinezza, età adulta e terza età), vere e proprie stazioni di transito, nelle quali soffermarsi per riflettere e prendere di volta in volta le misure più valide per un cammino sereno e senza scosse. Ma non sempre siamo capaci o vogliamo decodificare i vari messaggi, per cui ci possiamo trovare impreparati e senza risorse di fronte a eventi inattesi o sottovalutati. Ad un certo punto della nostra storia può accadere di sentirsi mancare il terreno sotto i piedi, di porsi domande sulle proprie possibilità, mentre in testa frullano interrogativi sull’avanzare del tempo: insomma cominciano i primi bilanci. Un filosofo ha detto che l’età dei bilanci è l’inizio dei dubbi e delle insicurezze su se stessi e che, generalmente, questo momento coincide con particolari avvenimenti o situazioni che possono mettere in crisi in quanto indici di qualcosa che non va più nel verso giusto. Ad esempio, accorgersi che le risposte del proprio fisico non sono più soddisfacenti come una volta oppure che gli atteggiamenti e i messaggi della società e dell’ambiente o dei propri familiari, non collimano più con le nostre aspettative. Di solito è proprio dal corpo che arrivano i primi segnali che qualcosa si sta modificando. Alle prime avvisaglie di cambiamento cominciano maggiori attenzioni: quelli che una volta erano semplici sguardi nello specchio diventano minuziose indagini sui primi capelli bianchi, sulle prime rughe. La domanda rivolta allo specchio “chi è il più bello/a del reame?” diventa “ma sono ancora giovane?”. Da qui

la terribile risposta “forse sto diventando vecchio!”. Di fronte a questa frase che inevitabilmente si stampa nella mente, le reazioni possono essere contrastanti: la si può vivere positivamente e in modo funzionale alla propria storia oppure si possono assumere atteggiamenti di resistenza e negazione con forme a volte macroscopiche. Vengono in mente persone che non accettando fisicamente il progredire degli anni, rimangono ferme in espressioni corporee che sono dei veri e propri travestimenti, sfiorando il ridicolo. Non è un caso che nel linguaggio comune si usa dire “io sono giovane”, “io sono un adulto”, ma quasi mai “io sono anziano” o ”sono vecchio”. Di fronte all’evento terza età emergono due interrogativi: cosa intendo io, persona in là con gli anni, per terza età e come mi comporto? Cosa significa per la società in cui mi trovo e come accetta questa mia nuova dimensione? Nei confronti della terza età la posizione di ciascuno è assai complessa poiché questo stato, vissuto per lo più come spettro dell’invecchiamento e della morte, propone una serie di stereotipi assai difficili da combattere e superare. L’anzianità è per lo più associata a decadenza ed invalidità piuttosto che a dignità ed esperienza, si è perduta la visione greca e romana, quando chiamavano questo periodo “l’età matura” proprio per sottolinearne la pienezza e l’importanza. Essere inseriti in una società attanagliata dal culto dell’efficienza e votata al giovanilismo non facilita certo l’accettazione di questo momento della vita. Basta guardarsi attorno per capire come tutto sia in funzione dell’apparire: le trasmissioni televisive, i manifesti pubblicitari, l’incremento degli interventi estetici, comunicano che bisogna essere sani, belli e giovani. Luoghi comuni che testimoniano quanto sia radicato nell’umano il desiderio di non invecchiare e attraverso degli accorgimenti, compreso il patto con il Diavolo, poter scongiurare l’insidia del tempo e vincere la morte. L’ideale dell’immortalità è una costante che l’umano si porta dentro da sempre. Lo ricordano il mito di Achille, immerso nel fiume Stige per renderlo invulnerabile o la proposta della Maga Circe ad Ulisse di renderlo immortale in cambio del suo amore, oppure la ricerca della fontana dell’eterna giovinezza di Shangri-la fino ai film 33


americani come “Cocoon” per rendersi conto come il restare giovani ed eterni sia l’inconscia aspirazione di ognuno. Il “Faust” di Goethe e soprattutto “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde, sono un valida idealizzazione di questo interno desiderio: cosa esiste di meglio di un ritratto che invecchia al posto nostro! Eppure nonostante tutto, anche nei miti, l’uomo sembra accettare la realtà del tempo, forse nel profondo del proprio cuore, anche se ambite, l’immortalità o la giovinezza eterna non fanno parte della condizione umana: l’umano ama la propria debolezza e caducità e sa che non può andare contro la propria natura. Achille ha la sua fragilità nel tallone, Ulisse rinuncia all’immortalità offertagli da maghe e ninfe innamorate per vivere fino in fondo la propria umanità, la fonte della giovinezza non riesce ad appagare il desiderio d’amore. Per superare lo scoglio della vecchiaia, l’umanità da secoli si è data da fare per modificare e allungare il tempo concessogli ed in questi ultimi cento anni, attraverso le varie scoperte della medicina, le ricerche sulla fisiologia come le cellule staminali, il proliferare dei trapianti, si è posto una particolare attenzione alla cura del corpo. Un atteggiamento estremamente positivo se vissuto come sollecitudine e amore verso 34

se stessi e non come tentativo esasperato di negare lo scorrere del tempo. Il mondo come vede la terza età? D’altro canto il prolungamento della vita media ha attivato una maggiore attenzione e una maggiore preoccupazione sia a livello comportamentale che economico. Gli antichi schemi della famiglia patriarcale sono ormai spariti, l’incremento dei piccoli nuclei familiari e delle famiglie unicellulari e bicellulari, la tendenza a vivere sempre meno aggregati, fa sì che certi modelli di vita siano modificati e le esigenze diversificate. Forse è necessario scardinare stereotipi del tipo: l’anziano equivale al vecchio, canuto saggio nonno che teneva in grembo il nipotino o l’ essere vecchio rappresenta un ulteriore fardello da portare sulle spalle dei familiari o della società. Certo non è facile rompere con tutti questi preconcetti e forme comunicative negative e talvolta contraddittorie, diffuse dai mass media. Da una parte si invia al non più giovane il messaggio che per stare al passo con i tempi occorre porre una esasperata attenzione all’aspetto estetico, che dignità e riconoscimento sono in stretta relazione con modelli gio-


vanilistici e con un dinamismo spesso spropositato; dall’altra l’estromissione dalla vita produttiva tende a mettere l’anziano in ombra o per lo più a sfruttarne la figura: ad esempio la pubblicità ha scoperto il pianeta terza età soprattutto come potenziale consumatore. La comunicazione del concetto giovane a tutti i costi può portare ad una valutazione irreale del proprio valore, può far perder il contatto con la realtà e soprattutto avallare ancor di più l’equazione anzianità=età infelice=angoscia di morte. Anche certi messaggi apparentemente benevoli da parte dei giovani e degli adulti, del tipo “guarda quei due vecchietti, mi fanno tanta tenerezza,,” oppure “com’è dolce quella nonnina tutta bianca” ed ancora “sono proprio carini, li vedo sempre là a prendere il sole”, non sono di molta utilità alle persone in età avanzata poiché esse vengono vissute come oggetti da guardare, come si fosse allo zoo o bambini da cullare e non persone da considerare nella loro realtà. Questa visione irreale favorisce nell’anziano il rifiuto della propria età e quindi di se stessi, acuendo la sfiducia nelle proprie possibilità. Certo non è facile combattere con i nostri e altrui giudizi: la paura dell’inefficienza è una gramigna assai dura da estirpare, contamina le relazioni e le comunicazioni sociali, porta a essere severi nei propri confronti e verso gli altri e a sottolineare gli aspetti negativi dei legami interpersonali. Proprio per contrastare l’orientamento diffuso, esistono varie iniziative di rivalutazione della memoria degli anziani. Infatti i racconti degli anziani sulla propria vita, ricostruendo una storia minima, danno chiavi di lettura della Grande Storia quasi indispensabili per le nuove generazioni. In tal senso le narrazioni dei “nonni” sono un vero e proprio tesoro e non, come spesso vengono vissute, monotone ripetizioni di fatti e avvenimenti passati. Per questo anche noi, nella nostra Accademia Kipling, abbiamo dedicato parte dell’attività di ricerca agli anziani costruendo una Memoteca dalle interviste e dal materiale diaristico o fotografico che ci viene affidato.

piccole cose per me! E poi abbandonare la mia casa, le mie cose, i miei ricordi… Certo quando siamo vecchi e soli ci rimane ben poco. Anche andare a fare la spesa prima era un piacere ora invece è una preoccupazione. Certo ho la pensione di mio marito, ma basta a malapena per le spese di tutti i giorni. Ho anche delle amiche, ma anche loro non se la passano più tanto bene, ogni tanto ci riuniamo per un tè, ma sempre meno, e poi finiamo sempre per parlare dei nostri malanni. Ho sempre meno voglia di uscire, incontrarmi con la gente. Stare in casa, ecco cosa mi rimane. Ora ancora più di prima mi rendo conto di essere sola...” Renato e Francesca si sono conosciuti in un istituto: lui era ricoverato da tre anni e lei invece era andata per qualche mese in convalescenza per un brutto incidente. Si sono incontrati giocando a carte nella sala ricreazione, dalla solitudine di entrambi è nata immediatamente una intesa. Si sono raccontati la loro vita, le esperienze, le varie vicissitudini. Entrambi con figli poco presenti. Erano diventati un po’ la favola dell’istituto, ma loro continuavano a stare vicini e anche a farsi delle coccole. Come dice Renato”anche in mezzo a tante persone ,c’è bisogno di sfogarsi con qualcuno, ci hanno preso inizialmente in giro e ci chiamavano i fidanzatini, ma a noi basta poco, poter parlare e stare vicini. Da principio ci sentivamo imbarazzati ma poi nessuno

Le cose che fanno sentire non più giovani Ho settantadue anni e vivo da sola. Sono sempre stata contenta di non aver mai avuto bisogno di nessuno. Ma in questo ultimo anno le cose non sono più le stesse e comincio a essere preoccupata per quello che mi può succedere. Quando ero più giovane non ci pensavo più di tanto. Certo ho una figlia, un genero, due nipotini, ma la loro casa è piccola, basta appena a loro e poi lavorano e inoltre non posso caricarli anche dei miei pensieri. Ho pensato anche ad una casa di riposo, ma mia figlia si è scandalizzata, mi ha detto di andare a stare da lei, ma come si fa con le case piccole e in cui lavorano tutti e poi non è giusto che si privino delle 35


ci ha fatto più casoFrancesca conferma – senza un vero amico la vita qui è monotona,tanti parlano, ma nessuno ti ascolta, invece adesso c’è Renato Ogni giorno si cercano e se uno dei due sta male l’altro corre subito dai medici, bastano poche manifestazioni d’affetto per colmare il vuoto e la solitudine. I problemi nascono quando Francesca, finita la convalescenza, esce dall’istituto e decide con Renato di creare una famiglia insieme. Insorgono immediatamente i figli di entrambi. I figli sottolineano che alla loro età (80 anni Renato, 75 anni Francesca) una cosa del genere è impensabile, “è da matti…”. Magari sussurrano vorranno anche andare a letto insieme. I figli decidono di consultare degli psicologi per farli interdire. Queste piccole storie spiegano meglio di tante parole alcuni dei fantasmi che attanagliano l’uomo di fronte a questo momento della vita umana. Anche dai colloqui nei gruppi è emerso che le variabili negative della terza età sono essenzialmente legate al forte disagio dei cambiamenti nel proprio fisico, alla paura delle modificazioni nel ruolo produttivo con le relative conseguenze economiche, alla sensazione di rimanere soli o isolati, alle difficoltà comunicative con gli altri. Tutti segnali che gettano ombre sul futuro, accrescono il senso di incertezza e di insicurezza sulle capacità di affrontare i nuovi cambiamenti. Non mi riconosco più! D’altra parte l’umano fino dalla nascita è condizionato dalla paura e dall’ansia legate al dolore e alla propria caducità e deve costantemente fare i conti con l’inefficienza e le debolezze che tormenteranno il suo corpo e il suo animo. Già con la sua nascita l’uomo 36

ha provato la paura, il dolore, l’ansia di sopravvivenza, sentimenti questi che non l’abbandoneranno mai. Senza dubbio è nel corpo che compaiono le manifestazioni più visibili ed eclatanti, dal fisico di solito partono i primi messaggi di debolezza e di paura e, anche se ai nostri giorni esiste fino da giovani una maggiore attenzione al proprio corpo, con il procedere dell’età aumenta l’ansia di essere sottoposti con maggiore frequenza alle malattie. La sensazione di perdere la forza fisica, il declino del desiderio sessuale fanno sì che si possa creare una cortina di tensioni e preoccupazioni di non essere più all’altezza di quanto ci si è prefissati o di non rispondere in modo corretto alle richieste dell’ambiente. Talvolta succede che per esorcizzare questa ansia e nella illusoria pretesa di sconfiggere tali forme di impotenza, l’uomo vada alla ricerca di rimedi a tutti i costi, perdendo di vista il senso della misura, esponendosi al ridicolo senza alcun reale risultato. Questa situazione di inquietudine personale fa vivere con ancor maggior difficoltà le modificazioni sociali: l’essere tagliati fuori dal ciclo produttivo è un chiaro messaggio della società: ormai sei vecchio e non servi più. Mi hanno mandato in pensione ! L’attività lavorativa è il simbolo del raggiungimento di certe posizioni e sancisce in maniera evidente la conquista dei ruoli considerati. Far parte di una classe attiva e produttiva non è soltanto un status sociale ma, sia pure con tutte le tensioni e difficoltà del caso, il lavoro è fonte di sicurezza, di indipendenza non solo economica e sociale, ma anche interiore. Il pensionamento anche se delle volte è cercato o vissuto come libertà, può creare un trauma profondo: ritrovarsi improvvisamente o quasi, fuori dai rapporti sociali intrecciati in anni di collaborazione, può portare ad un inconscio desiderio di isolarsi e rimanere con le mani in mano. Quante volte si è sentito dire “ mai passerò le mie mattine al parco a dare da mangiare ai piccioni” e poi si resta chiusi in casa in pantofole. E’ meno facile di quello che si creda ricostruirsi una propria esistenza dopo tanto tempo che si è vissuti in un determinato mondo, il pensionamento può voler dire discesa nella scala dei valori sociali: l’assunzione della targhetta di anziano. Se a questo aspetto sociale si aggiunge anche una crisi per la mancanza di un adeguato supporto economico o di risorse personali, la situazione può diventare intollerabile. Oltre alla consapevolezza di un declino fisico si aggiunge l’incertezza del proprio futuro. L’insicurezza del domani diventa


una strada senza possibili vie di fuga, un vortice verso il basso, un conto in rosso che non permette di far rialzare la testa. La paura di non farcela, può attivare situazioni depressive molto gravi come testimoniano le tante lettere disperate che arrivano sui giornali. L’impossibilità di non poter mantenere l’antico tenore di vita o peggio ancora, dover fare i conti giornalmente per la sopravvivenza o vivere in condizioni di precarietà, porta un tale senso di estraniamento che fa perdere le energie e accelera ancor di più il decadimento facilitando l’insorgere delle malattie. La famiglia, ora che sono anziano? Per gli anziani con le modificazioni fisiche e sociali, anche le comunicazioni familiari possono subire cambiamenti. Quelle che erano posizioni di primo piano, di sostegno e protezione della famiglia, ora assumono una importanza secondaria o scompaiono. Se i figli se ne sono andati, il rimanere senza più

attività lavorativa o magari senza il coniuge, la solitudine, i minori stimoli portano un senso di vuoto difficilmente colmabile. La mancanza del rifugio della famiglia e di un gruppo di riferimento, non favoriscono una volontà di reazione al fine di trovare uno sbocco ai problemi che si presentano. Talvolta anche quando l’anziano rimane nell’orbita familiare non è più considerato come il depositario e il custode di una tradizione familiare o un trasmettitore di esperienze (ormai sostituito dai computer e i mass media) , ma tutto al più, viene utilizzato come baby sitter e, quando possibile, come un incremento economico. La comunicazione diviene via via sempre più difficile e rende sempre maggiore il gap fra giovani ed anziani rendendo più fragili i legami affettivi. La complessità dei nuovi rapporti che si creano, i bisogni diversi portano a relazioni interpersonali assai contraddittorie per cui l’anziano talvolta è qualcosa da sopportare o è vissuto come un peso. A questo proposito è molto istruttiva una metafora di M. Parkin che narra di un uomo anziano che viveva,

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mal sopportato, con il figlio, la nuora e il nipotino. L’uomo ormai camminava a stento , aveva difficoltà a mangiare e si sporcava tutte le volte. I congiunti stufi della situazione lo misero a mangiare in un angolino lontano dalla tavola. Poichè il poveretto a causa del tremolio delle mani faceva cadere la scodella della minestra e il bicchiere in terra il figlio e la nuora decisero di comprargli una rozza ciotola di legno e da allora lo fecero mangiare nella ciotola dandogli poco cibo perché non andasse sprecato. Un giorno i genitori videro che il nipotino di 4 anni metteva da parte tanti piccoli pezzetti di legno, alla domanda del padre “cosa fai piccolino?” il bimbo rispose “faccio due ciotole piccoline come avete fatto voi, dove mangerete tu e la mamma quando sarò grande”. La morale la lasciamo ai lettori, ma tuttora è sempre molto vero il vecchio adagio “si raccoglie ciò che si è seminato”. Non accetto di essere anziano ! Un ulteriore aspetto problematico legato alla terza età nasce quando non esiste sintonia e sincronia fra età biologica, anagrafica e psicologica. Se i messaggi inviati dal corpo non sono sufficientemente elaborati e integrati dalle sensazioni ed emozioni interne, ci si può trovare a percorrere due strade egualmente difficoltose e in salita. Di fronte all’avanzare del tempo si possono manifestare atteggiamenti che possiamo definire sindrome del bradipo, cioè comportamenti fisici e psicologici rallentati, con conseguente caduta

dell’entusiasmo e del desiderio mentre diminuisce anche la voglia di combattere, di attivarsi e di agire. Seguendo erroneamente l’indebolimento del corpo, anche le attività e i rapporti umani, piano piano si allontanano e aumenta la tendenza a chiudersi sempre più e ad isolarsi. Questo non fare, lasciare che il tempo scorra addosso senza reagire, favorisce la solitudine psicologica e sociale, costantemente in agguato, che porta con sè il rischio di manifestazioni depressive. L’altra via altrettanto pericolosa si verifica quando l’orologio anagrafico cammina mentre quello psicologico si è bloccato sull’età dei venti/trenta anni. In questo caso la situazione è diametralmente opposta: si attiva una sorta di nevrosi di giovinezza. Questo significa vivere e comunicare sempre e comunque nello stesso modo, come se il tempo si fosse fermato, mettendo in campo un attivismo sfrenato. Si tenderà ad abolire i contatti sociali legati all’età reale per privilegiare rapporti con ambienti ed elementi il più possibile lontani dall’anzianità. Tali soggetti saranno in continuo movimento come l’acqua del mare: un fare, uno strafare senza riprendere fiato e anche fisicamente, si comporteranno come ragazzini, con gravi pericoli per la loro integrità fisica. Questa visione irrealistica di se stessi e del proprio inserimento nel sociale, forse l’unico modo che hanno per dire io esisto, può far nascere, oltre a situazioni imbarazzanti, tensioni profonde di affaticamento e di stress, con ripercussioni gravi sull’organismo.

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