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MAGAZINE DI CRITICA E POLITICA SPORTIVA FONDATO NEL 2010 N.71 - 30/4/2012 - STAMPA GRATUITA

FINISCE UN VERO CICLO

Bep Guardiola lascia il Barcellona dopo 4 anni fatti di glorie, trionfi e 14 trofei. Una crisi cominciata nel derby col Real. Si è dimesso

CHAMPIONSLEAGUE Guardiola con lo sguardo fisso all’ultima conferenza

ALTRO CHE CLASICO. FINALE BAYERNCHELSEA

RINASCITADICANDREVA CON REJA E’ RINATO, E SARA’ UTILE PER QUESTE ULTIME PARTITE

RUBRICHE SI PARLA DI MOROSINI E DELLA RITIRATA DI DEL PIERO DALLA JUVE


Football Crazy di GIANLUCA PALAMIDESSI

MORIRE DI CALCIO MA NON CASUALMENTE Negli ultimi anni si sono verificati vari arresti cardiaci in campo, ultimo quello di Morosini, causa di questo articolo e dunque di nuove perplessità riguardo ai controlli che vengono effettuati. Ma non solo. Nella mia personale impressione, tutto quello che accade nel mondo dello sport non è casuale. A partire con le solite sviste arbitrali e a finire con delle vere tragedie come quella accaduta due Sabati fa. L’assurdità è che queste tragedie vengono prima esaltate, poi messe nell’angolino senza che nessuno ne parli più, vengono messe in disparte, e quando si verificherà un’altra volta, perché purtroppo si verificherà, allora ecco che le lacrime non saranno mai abbastanza. Poco tempo fa abbiamo assistito alla tragedia sfiorata di Antonio Cassano, avente un malore in conferenza stampa. Medicalmente parlando non so dirvi quale male avesse, ma quello che so per certo è che tutto il mondo dei medici rimase sconvolto dalle poche analisi che vi si erano svolte per non capire quel male così talmente evidente. Purtroppo nel calcio si bada troppo ai soldi e molto poco alla salute dei giocatori che quindi rischiano la propria vita per via dei falsi controlli che vengono effettuati. Senza scordarci mai peraltro che questi vengono pompati partita do-

po partita senza che nessuno dica nulla. Ma la cosa triste è che purtroppo questi casi non avvengono solamente a livelli così alti, ma anzi si verificano sempre con più frequenza a livello dilettantistico. Lo stesso giorno in cui Morosini ci lasciava sul campo di Pescara, un ragazzo (ndr) di Piacenza viene salvato grazie ad un defibrillatore, strumento che non c’era sul campo di Pescara. Molti medici dicono che anche con l’aiuto dell’apparecchio non ci sarebbe stato nulla da fare, ma provare non sarebbe stata una cattiva idea. Le polemiche non sono cessate ovviamente, perché il vero dramma e forse causa della morte è stata l’ambulanza che, bloccata nel traffico, non è stata così svelta da salvare il giocatore. In Italia avviene un infarto ogni 8 minuti, per un totale di quasi 40.000 morti all’anno. Questo tipo di morte purtroppo non si può prevedere, ma si può fare in modo di salvare una persona grazie al defibrillatore, o portando il paziente con grande velocità verso l’Ospedale, sperando che non ci sia traffico, sufficiente a farti morire.

Due esempi di morti in campo: Morosini e Antonio Puerta


Replay è un magazine a cura di Gianluca Palamidessi, direttore di LAZIALI BELLA GENTE. GENTE net, e vicedirettore della pagina face book LAZIALI BELLA GENTE Facebook. Si ringraziano la Gazzetta dello

Sport, La Lazio siamo noi, Marco Valerio Bava e Alessandro Zappulla. Un ringraziamento a Google Immagini e a Matteo Marani

Rubriche 3/FOOTBALL CRAZY Gianluca Palamidessi 7/IL CORSIVO Matteo Marani

Lazio 11/Importanti so i campioni Miro Klose, un’assenza che ha pesato fin troppo sul groppone della Lazio. I suoi compagni non riescono a reggere senza di lui. Ecco perché la Lazio rischia di rovinare tutto Marco Valerio Bava 13/La rinascita di Candreva Candreva è rinato con Reja da quando è titolare. I suoi compagni lo cercano e fanno bene. Corsa, sprint e velocità. Odore di riscatto? Marco Valerio Bava 16/IL PIU’ GRANDE Dossier fantastico realizzato da noi, ma grazie a voi, che ci avete offerto grazie ai voti un sondaggio riguardo al più grande calciatore di tutti i

tempi della Lazio. Ecco chi ha vinto La Lazio siamo noi

Italia 23/L’Umbia intera in festa I rossoverdi sono tornati in Serie B, i biancorossi in Prima Divisione, due risultati che hanno riportato entusiasmo in una regione calcisticamente spezzata in due da sempre Alex Frosio

Estero 24/PIU’ DI UN GIOCO Finalmente ci siamo, la finale di Champions League sta per avere il suo verdetto. Data 19 maggio, non prendete impegni perché quest’anno non c’è ne Barça ne Real. Se la giocano una tedesca e una inglese… La Gazzetta dello Sport 26/Il Real c’è, ma è festa Bayern Filippo Maria Ricci 30/Di Matteo in finale

L'allenatore italiano, che ha sostituito Villas Boas, sta andando oltre le migliori aspettative: ha conquistato due finali ed è in lotta per un piazzamento Champions. Rischia il posto, ma i giocatori sono tutti con lui. E Abramovich tentenna Simona Marchetti 32/ADDIO BARCA Il tecnico catalano: "Dopo 4 anni sono stanco. Ne avevo parlato col club già ad ottobre". Riviviamo tutta la sua storia La Gazzetta dello Sport 34/Guardiola, lascia il mito Barça La Gazzetta dello Sport 36/Trionfi e vittorie, lascia dopo quattro anni La Gazzetta dello Sport


Il Corsivo di MATTEO MARANI

DEL PIERO 1 AGNELLI 0 Se conosco bene Alessandro Del Piero, e in realtà lo conosco da vent’anni, da quando lo vidi sbucare – giovanissimo e timido – dallo spogliatoio di Padova per un’intervista, tra solo un mese andrà via dalla Juve, e non è un ca. Lo farà lui, di sua iniziativa, senza aspettare l’ennesima liquidazione in pubblico da parte di Andrea Agnelli. Alessandro vincerà lo scudetto, come sogna dall’anno giocato in Serie B da campione del mondo, farà il giro di campo, volerà in America a perfezionare l’inglese e poi tornerà, con qualunque opzione libera davanti a sè. Il tutto raccontato con ironia e sagacia su Facebook o Twitter o qualsiasi altro. La comunicazione si può migliorare, i master nelle migliori università del mondo aiutano, ma richiede un fondo di sensibilità nel Dna. Secondo me Andrea Agnelli, dinamico e preparato dirigente, sinceramente ne ha dimostrata poco nella vicenda specifica. Non ho capito, neppure a distanza di mesi, la sortita del rampollo di casa Agnelli, con quel licenziamento fatto a margine di un’Assemblea dei soci. Agnelli era preoccupato di non essere preso in contropiede una seconda volta da Del Piero, che l’anno prima – spiazzando la società – si era detto disponibile a firmare il bianco per la “sua” Juve. Ma ci sono cose

che nemmeno se ti chiami Agnelli puoi decidere tu. Quando milioni di tifosi bianconeri individuano in Del Piero un idolo assoluto, quasi mistico, ma quando persino gli antijuventini più accaniti gli tributano stima e rispetto, allora ti devi arrendere al fatto che sarà lui a decidere, non tu, neppure se cacci i soldi. Non è un dipendente di Melfi che puoi permetterti di licenziare in tronco, con o senza giusta causa, questo è un campione che ha dietro di sé gli unici valori vincenti nella società dello spettacolo: il consenso popolare, una forza mediatica straripante e un’immagine eccezionale. Sono bastati pochi gol, per altro tutti decisivi, e la questione sul futuro di Alex è tornata d’attualità, quasi debordante. Oggi i giornali vi dedicano l’apertura, sui siti sono già partite le campagne per tenerlo alla Juve. Agnelli pensava forse che anticipando l’uscita a parole avrebbe evitato tutto questo? Ci ha provato anche Conte, tenendo fuori ADP a lungo, anche quando la Juve non vinceva le partite con le piccole e Del Piero sarebbe servito quanto il pane. Alla fine si è arreso, dandogli spazio, lo scudetto viene prima di tutto. Invece non si è arreso Agnelli, come ha magnificamente Qui accanto: Del Piero e Andrea Agnelli


copertina 1947-2012


Lazio di MARCO VALERIO BAVA

IMPORTANTI SO I CAMPIONI SMiroslav Klose. Basta il nome. Che fosse l’uomo in grado di fare la differenza, di accendere di nuovo il pubblico laziale, lo aveva notato chiunque fosse presente agli allenamenti dei biancocelesti in quel di Auronzo prima e Fiuggi poi. Quando, ormai dieci mesi fa, Miro arrivava nella Capitale, c’era chi storceva la bocca, chi si poneva dei curiosi interrogativi: “Ma se fosse questo campione, il Bayern l’avrebbe perso a zero?”. La democrazia è anche questo e allora il tormentone “è vecchio”, sembrava poter dilagare sotto gli ombrelloni. Ci ha messo poco, però, Klose a far ricredere gli scettici, ad esaltare gli amanti del calcio, a lanciare la Lazio. Gol pesanti, decisivi, inebrianti come quello nel derby d’andata. Che fosse una forza della natura lo si poteva già sapere possedendo qualche nozione di calcio tedesco e avendo visto qualche partita delle varie edizioni dei Mondiali tra il 2002 e il 2010, competizione nella quale Miro ha realizzato 14 gol. Mica male, considerando che solo Ronaldo ha fatto meglio di lui nella storia della Coppa del Mondo. Potenza, senso del gol, personalità, ma anche velocità, tecnica e scatto bruciante nello stretto, soprattutto queste ultime sono le caratteristiche che più hanno sorpreso. I tifosi, quelli meno edotti di calcio te-

desco, infatti, si aspettavano un bomber vecchio stampo, un rapinatore d’area, Klose invece si è rivelato un uomo squadra, una punta moderna, sempre in movimento, capace di trattare la palla come pochi al mondo. Gli amanti della statistica sono abituati a ragionare con i numeri? Eccoli: 13 gol in 26 partite di campionato, reti che diventano 16 in 32 presenze se ai match di Serie A aggiungiamo quelli di Europa League. Un gol ogni due partite, al primo anno italiano. Ed è per questo che quando, in un pomeriggio di fine marzo, è arrivata la notizia del suo infortunio, tutto il mondo biancoceleste è caduto in un comprensibile sconforto. Molti si sono attaccati ai precedenti: Klose, fino ad allora, aveva saltato solo due partite, due match dal peso specifico elevato, ma la Lazio aveva risposto bene andando a pareggiare a Napoli (0 -0) e domando il Milan in casa (2-0). Ma, come era facilmente immaginabile, l’assenza del tedesco alla lunga ha cominciato a pesare, a farsi sentire. Cavani, l’Inter può contare con continuità su Milito e Di Natale è, sempre, l’uomo in più dell’Udinese. Da quando Miro, invece, ha alzato bandiera bianca, la Lazio ha frenato: 7 punti in 6 partite. Klose è separato da una decisione: Germania o Lazio?

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copertina 1947-2012


Lazio di MARCO VALERIO BAVA

LA RINASCITA DI CANDREVA Aveva illuso la Lazio, riacciuffando quel pareggio che sembrava spianare la strada verso la vittoria. Antonio Candreva si è confermato come uno degli uomini più in forma della Lazio e, ironia di una stagione a dir poco particolare, ad Udine non ci sarà: era diffidato, Orsato l'ha ammonito nella ripresa per prosteste, salterà la sfida del "Friuli". Ci teneva molto ad esserci contro l'Udinese, contro la squadra che detiene il 50% del suo cartellino, ci teneva perché adesso che è riuscito a ritagliarsi uno spazio non voleva certo fermarsi. Reja lo sta cominciando ad apprezzare, gli piace la sua duttilità, la sua facilità di corsa: Candreva può giocare sia da esterno alto che da trequartista e all'occorrenza anche da interno di centrocampo. Candreva ha saputo sfruttare le sue occasioni, la partita della svolta è stata quella con il Napoli: da lì in poi non è più uscito, non solo per necessità ma anche per scelta. E’ motivatissimo, all’inizio ha sofferto per via dell’accoglienza che gli avevano riservato tifosi -riporta il Corriere dello Sport a firma Daniele Rindone-, ha saputo portarli dalla sua parte, a far cambiare idea a molti. Si sta legando ai colori biancocelesti e ogni volta che segna dimostra la sua professionalità, la sua rabbia, la sua voglia di Lazio. A Novara è stato uno dei migliori in cam-

po, ha corso, ha lottato, Orsato è stato inclemente sventolandogli il cartellino giallo in faccia e costringendolo a disertare il big-match di domenica sera contro l'Udinese. Candreva si sta rivelando pedina importante, soprattutto in questo momento di emergenza totale, sta entrando in quasi tutte le azioni decisive. Contro il Lecce ha peccato d'ingenuità rilanciando l'azione da cui poi è nata la ripartenza dei giallorossi, ma comunque la sua prestazione, nei 90', era stata positiva. Vuole restare a Roma, gli restano tre partite per convincere Lotito a trattare la metà del suo cartellino con il Cesena: era arrivato in biancoceleste in prestito, il suo contratto venne depositato all'ultimo secondo, non fu accolto benissimo ma ha saputo riprendersi. Ora non vuole mollare niente, sogna una riconferma. La Lazio, adesso, ci pensa.

Candreva in due azioni di gioco con la maglia della Lazio

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DOSSIER


Chi si merita il titolo di più grande calciatore nella storia della Lazio? Noi abbiamo stilato una classifica in base a dei sondaggi fatti da voi. Ecco cosa è uscito di LA LAZIO SIAMO NOI Illustrazioni GIANLUCA PALAMIDESSI


DOSSIER

32 F.PULICI Pulici, storico portiere della Lazio dagli anni ‘80 in poi è rimasto nella storia biancoceleste per le sue splendide parate. Con la Lazio ha totalizzato tantissime presenze.

26 P.DI CANIO Paoletto Di Canio è sempre stato l’idolo dei tifosi laziali, ma in questa speciale classifica è forse la sorpresa in negativo. Per lui solo 26a posizione, chissà perché...

20 MIHAJLOVIC Nel campionato 1998-1999, durante Lazio-Sampdoria (52), realizzò tre gol su calcio di punizione diretta, eguagliando un record stabilito in precedenza da Giuseppe Signori

14 A.PERUZZI Nel mercato estivo che precede la stagione 2000-2001 sono i Campioni d'Italia della Lazio ad acquistare Peruzzi. Con la squadra capitolina gioca per sette anni, con 200 pres.

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31 R.SOSA Nelle quattro stagioni in maglia biancoceleste, dal 1988 al 1992 ha mantenuto costantemente il ruolo di titolare, divenendo uno degli idoli dei supporters laziali.

25 ALMEYDA Matìas Almeyda milita nella Lazio dal 1997, ma la sua consacrazione avviene nel 1998, dove conquista anche una Supercoppa e una Coppa Italia. E’ rimasto nella storia.

19 BOKSIC Sicuramente uno dei giocatori più tecnici nella storia della Lazio. Alen Boksic è stato un grandissimo calciatore ed è rimasto sempre attaccato a questi colori.

13 P.GASCOIGNE Entriamo nella zona calda di questa classifica. Si dice che si ubriacasse prima di entrare in campo. Noi vi proponiamo un video in cui esulta in modo strano al derby. Clicca QUI!

30 RIEDLE Nel 1990, dopo aver vinto la classifica dei cannonieri della Coppa UEFA 19891990 viene acquistato dalla Lazio per circa 10 miliardi di lire, con 30 gol in 84 match.

24 GARLASCHELLI La Serie A per Garlaschelli arriva l'anno dopo proprio con la Lazio neo-promossa; con i capitolini Garlaschelli, nel ruolo di ala destra, giocherà 10 campionati.

18 FRUSTALUPI E’ un giocatore che è rimasto poco nella storia della Lazio, ma il suo enorme talento lo fanno entrare di diritto nella storia della SSLazio, al 18° posto.

12 T.ROCCHI Tommaso Rocchi, con i suoi 100 gol con la maglia della Lazio, è entrato di diritto nella storia della SSLazio. Giocatore sempre molto forte, fin dalle giovanili della Juventus.


29 H.CRESPO Grande campione e persona esemplare, non riesce ad espimersi al meglio con la maglia della Lazio. Di lui si ricorda la partita col Chelsea, in cui gioca alla grande.

23 M.SALAS Grandissimo mito da sempre dei tifosi della Lazio, occupa la 23a posizione. Io lo avevo votato come tra i primi 10, ma avete scelto voi, ed è giusto che sia così.

17 D’AMICO Sicuramente insieme a Boksic e a Mancini, D’Amico rappresenta croce e delizia di ogni calciatore. Tecnica sopraffina inferiore a pochi, ma discontinuità da far paura.

11 B.GIORDANO Nel 1983, con il ritorno di Chinaglia alla Lazio nella veste di presidente,Giordano iniziò ad avere con lui problemi. Contribuì comunque alla causa salvezza.

28 A.GREGUCCI Ha debuttato in serie C1 con il Taranto, prima di compiere il salto nella Lazio. Con i biancocelesti ha giocato ben sette stagioni di fila . Viene ricordato come “Frequenza”

22 R.LOVATI

27 J.STAM Jaap, o Jacob, è stato un calciatore di grande spessore e idolo dei tifosi. Di lui si ricorda un episodio curioso, quello con Parente. Clicca qui per vedere il video

21 G.FIORINI

Con la maglia biancoceleste vince la Coppa Italia 1958. Appende gli scarpini al chiodo nell'estate del 1961, a 33 anni. Rimane nella storia della Lazio per le grandi parate.

Nel 1985 viene ceduto alla Lazio, con cui disputa due campionati di Serie B. Clicca in questo BOX per vedere rete più importante nella storia della Lazio contro il Foggia

16 A.HERNANES

15 RE CECCONI

Il “profeta” è uno dei giocatori di talento degli ultimi 10 anni, sicuramente il più talentuoso della gestione Lotito. Il primo anno batte il record di Nedved siglando 11 reti in 1a stagione.

Estro e classe, speranza e meteora. Tutto questo era Luciano Re Cecconi, morto tragicamente in un incidente tanto stupido quanto tragico. A soli 29 anni lascia moglie e figli.

10 SIMEONE Simeone si prende la sua personale rivincita l'anno seguente, vincendo lo scudetto da assoluto protagonista. È infatti il centrocampista argentino a firmare la rete a Torino decisiva.

9 P.WILSON Giuseppino, o pino, Wilson è stato un calciatore storico della SSLazio negli anni di Maestrelli. Rimane legato ai colori biancoblu, tanto da trasmettere oggi in radio per Radiosei.

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DOSSIER

8 P.NEDVED Pavel Nedved è da sempre uno dei più grandi con la maglia della Lazio. Purtroppo però, al contrario di altri, non ha mai dimostrato il vero attaccamento a questa maglia.

5 R.MANCINI Estro dell’Europeo, piede del brasiliano. Qui vi mostriamo uno dei gol più belli della storia della SSLazio. Un colpo di tacco che ha lasciato l’intera Italia a bocca aperta.

3 S.PIOLA Silvio Piola è il bomber più prolifico della Serie A di tutti i tempi, e ha sempre cercato di parlare e di far parlare bene della sua Lazio. Una leggenda, sul podio di diritto.

2 G.SIGNORI Per un momento lasciate da parte le vicende extracalcistiche che stanno uscendo su di lui. Concentratevi solo sul calciatore. Bè, il suo 2° posto ci sta tutto.

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7 M.KLOSE E’ arrivato solo quest’anno, è vero. Ma Miroslav Klose, con le sue giocate, ha fatto capire a tutti di essere uno dei migliori di sempre. Non è nella top 5 solo perché qui da un anno.

4 VERON “Uno così forte - dice Eriksson - non lo ho mai allenato”. Piede alla Xavi e grinta alla Gattuso. Veron è il giocatore che tutti gli allenatori sognano di avere in squadra.

6 A.NESTA Da sempre legato ai colori biancocelesti, Alessandro Nesta entra di diritto in questa speciale graduatoria. Le sue chiusure e la sua romanità non sono mai state dimenticate.


GIORGIO CHINAGLIA È stata una cavalcata lunga ed avvincente quella che ci ha accompagnati in questi ultimi due mesi, con una grande partecipazione di tutti voi lettori che con le oltre 56.000 visite avete deciso chi dovesse essere il campionissimo di tutti i tempi della storia biancoceleste. Uno dopo l’altro si sono affrontati tutti i più grandi campioni che hanno scritto le pagine più importanti di questa gloriosa società, la prima della Capitale, e attraverso queste sfide a confronti diretti siamo arrivati alla finalissima tra Giorgio Chinaglia e Giuseppe Signori, due bomber che, nel bene e nel male, sono entrati nel cuore di tutti i tifosi della Lazio. Alla fine però come è giusto che sia, di vincitore ce ne deve essere soltanto uno ed ecco che, ancora una volta con una grande affluenza di click, avete scelto chi dovrà prendersi la corona tanto ambita: secondo il giudizio dei lettori de Lalaziosiamonoi.it è Giorgio Chinaglia il campionissimo di tutti i tempi della storia biancoceleste dal momento che con il 63% delle preferenze, per un totale di 1241 voti a 729, ha sconfitto Giuseppe Signori nella gran finale. Un risultato schiacciante per Long John, che pochi giorni fa purtroppo ci ha abbandonato per salire nell’Olimpo degli Dei del calcio, e che dopo i tanti attestati di stima ricevuti da tutti si è aggiudicato anche la vittoria di questa particolare Sondaggio.

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Italia di ALEX FROSIO

TERNANA E PERUGIA, UMBRIA IN FESTA Spezzata calcisticamente in due da sempre, l’Umbria festeggia tutta insieme: Ternana in B, Perugia in Prima Divisione con la seconda promozione di fila. Le due promozioni rimandano il (sentitissimo) derby, ma sono contenti tutti. Ancora di più perché sono soddisfazioni che arrivano dopo anni di delusioni. La Ternana ha conquistato la promozione in Serie B, salutata nel 2005-06, e dopo aver temuto, l’estate scorsa, di dover ripartire dalla Seconda Divisione: sul campo, infatti, i rossoverdi a fine stagione persero il playout contro il Foligno e retrocessero, salvo poi essere ripescati dopo due mesi di incubo. Da quelle ceneri, il tecnico Mimmo Toscano, alla terza promozione in carriera, ha costruito una macchina da guerra, proprio come la Juventus dell’amico Antonio Conte, che spesso ha fatto arrivare i suoi complimenti all’allenatore delle Fere. GIOIA GRIFO — Nello stesso insolito pomeriggio di mercoledì, il Perugia ha ritrovato la Prima Divisione, abbandonata due anni fa per il fallimento del club, il secondo in pochi anni. Mai retrocesso sul campo, il Perugia si ritrovò in C1 nell’estate 2005 dopo aver sfiorato la A (persa la finale playoff conto il Torino) e il successivo fallimento della società guidata da Luciano Gaucci; e

poi ancora l’abisso dei dilettanti, nell’estate 2010, per il fallimento della gestione Covarelli. Il Grifo, con una società nuova di zecca, è ripartito allora dalla Serie D, subito dominata con Roberto Damaschi al comando e Pier Francesco Battistini in panchina. E quest’anno i biancorossi si sono ripetuti, conquistando un’altra promozione, stavolta con Moneti e Santopadre subentrati alla presidenza ma ancora con Battistini in panchina, Arcipreti d.s. e l’ex arbitro Gigi Agnolin come d.g.: il doppio salto non era mai successo nemmeno negli anni più gloriosi del Perugia, culminati con l’imbattibilità in Serie A nella stagione 197879. “Battistini ha battuto Zeman, scrivetelo, è il numero uno”, ha detto Moneti riferendosi ai 158 punti in 72 partite ottenuti dal tecnico in due stagioni. “Qui inizia il futuro del Perugia – ha insistito il presidente – questo è un traguardo intermedio di un cammino per portare il Grifo il più in alto possibile”.

Festeggiano i giocatori della Ternana, è Serie B!

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ESTERO

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Finalmente ci siamo, la finale di Champions League sta per avere il suo verdetto. Data 19 maggio, non prendete impegni perché quest’anno non c’è ne Barça ne Real. Se la giocano una tedesca e una inglese... di LA GAZZETTA DELLO SPORT grafica GIANLUCA PALAMIDESSI

L’Allianz Arena in una splendida riproduzione Lego

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ESTERO

Il Real c’è ma è festa Bayern SAltro che Clasico: dopo il Barcellona, saluta la Champions League anche il Real Madrid. A raggiungere il Chelsea nella finale del 19 maggio è il Bayern, che ora avrà lo straordinario vantaggio di potersi giocare la coppa davanti alla sua gente, all'Allianz Arena di Monaco. DOPPIO RONALDO — Chi sostiene che il vero spettacolo possa nascere soltanto dal confronto tra stili molto diversi deve ricredersi: Mourinho e Heynckes optano entrambi per il 4 -2-3-1, confermando in pieno le previsioni della vigilia, ma il match regala emozioni fin dai primi minuti. Il Real Madrid si ritrova subito in vantaggio: Alaba è sfortunato a colpire con una mano un tiro al volo di Di Maria, per Kassai è rigore e Ronaldo fa 1-0 dal dischetto al 6'. Robben, che ha qualcosa da dimostrare da queste parti, avrebbe immediatamente l'occasione di segnare il gol dell'ex, ma conferma di attraversare un periodo disastroso in fase realizzativa: proprio come a Dortmund, nella partita che ha tagliato fuori il Bayern dalla Bundesliga, l'olandese si mangia il pari a porta spalancata, sull'assist di Alaba. I tedeschi sono vivi, sfondano sulle fasce con Ribery e Robben (che spesso si ritrovano sullo stesso lato) e hanno in Gomez un punto di riferimento costante per Kroos, che rifornisce tutti

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di palloni interessanti. E così, anche quando una carambola tra Kroos e Khedira propizia l'assist di Özil per il comodo 2-0 di Ronaldo (14', decimo gol in questa Champions per CR7), i giochi sembrano tutt'altro che chiusi. ROBBEN TIME — Il Bayern ha molte soluzioni offensive e mette varie volte in difficoltà i centrali Pepe e Ramos. Finché, al 27', finalmente sfonda. Kroos propone un traversone da destra, Pepe abbraccia Gomez troppo affettuosamente in area ed è rigore. Kassai risparmia il rosso al portoghese e lo ammonisce, Robben si prende le sua responsabilità e insacca il 2-1 che riporta tutto in equilibrio, nonostante Casillas intuisca l'angolo di battuta. Il Bayern si rinfranca ulteriormente e con Gomez e Ribery fallisce un altro paio di occasioni d'oro, prima che Casillas neghi la doppietta a Robben, respingendo una punizione un istante prima dell'intervallo. GOMEZ SPRECA — L'inizio della ripresa, per via della situazione di punteggio, è gioco forza meno intenso. Subire un gol sarebbe un colpo più duro per il Madrid che per il Bayern, dunque sono i blancos a sembrare più Ronaldo si vede parare il rigore da Manuel Neuer


bloccati, mentre Robben e soprattutto Gomez restano attivissimi nella trequarti avversaria. Pericoli veri, però, i portieri non ne corrono a lungo: un paio di punizioni di Ronaldo e alcune chance potenziali per il Bayern che non si traducono in nulla di concreto. Alla mezz'ora, Mou decide che è il momento di Kakà e lo inserisce al posto di un Di Maria partito a razzo e molto calato alla distanza. Ma da lì al novantesimo è solo Bayern: molto possesso palla e un'enorme occasione sprecata da Gomez, servito da Robben. Mourinho scherza, sospirando platealmente in panchina, ma se la vede brutta come il popolo del Bernabeu. SBAGLIANO IN CINQUE — Ci vogliono i supplementari per decidere chi andrà avanti. Heynckes si gioca la carta Müller al posto di Ribery, ma nel primo quarto d'ora non accade praticamente nulla di rilevante. Qualcosa di più si vede nel secondo "extra time", con Kakà che spreca un paio di situazioni favorevoli in area e Granero, entrato al posto di Özil, che si prende un giallo per simulazione. Nulla, invece, l'incidenza di Higuain, subentrato a Benzema. Nelle gambe dei madridisti pesano le fatiche del Clasico di Liga, disputato in un weekend in cui molti dei bavaresi riposavano a Brema. E si arriva inevitabilmente ai rigori. Dove Ronaldo e Kakà non fanno onore alla loro fama ed esaltano Neuer, con Casillas che risponde da campionissimo, bloccando i tentativi di Kroos e Lahm. Tocca a Sergio Ramos: pallone fuori dallo stadio. E quando Schweinsteiger butta dentro l'ultimo penalty, cala il sipario sul sogno di Mourinho di salire sul tetto d'Europa alla guida di tre squadre diverse. Sarà Bayern-Chelsea: lo dice il tabellone Uefa, che

assegna ai tedeschi il posto di squadra "in casa", ma lo dirà soprattutto la marea di tifosi in maglia rossa che invaderà l'Allianz Arena in un indimenticabile sabato di maggio. Prima Ronaldo, ma poi Schwaini. Passa il Bayern

Clicca in questo BOX per veder eil film della partita

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ESTERO

Il Chelsea sbanca il mitico Camp Nou L’orgoglio dopo la delusione. La Barcellona blaugrana guarda attonita alle due sfide col Chelsea, ai tiri in porta, ai pali, al dominio, alla sfortuna. E alza la testa. “Che ingiusto è il calcio! Forza Barça!”, il titolo della prima di Sport. “Essere del Barça è la cosa migliore che c’è”, titola il Mundo Deportivo riprendendo uno dei cori classici del Camp Nou. “Il barcellonismo può essere orgoglioso di una squadra che ci ha messo la faccia, ha mantenuto il suo stile ed è caduta giocando a calcio. 95.845 spettatori hanno appoggiato la squadra fino all’ultimo respiro”.

tico madrileno. “Il monologo più tragico del Barça”, è l’apertura dello sport del Pais, che riflette poi sulla “Maledizione di Messi”, mai in gol col Chelsea e definito “Simbolo della sconfitta”. “Il maleficio di Messi” è il titolo del Periodico, quotidiano politico catalano, che ricorda i due pali: “Il Pallone d’Oro ha chiuso piangendo sconsolato” che tra le altre cose non è riuscito a superrare i 14 gol fatti da Altafini nel 1963. “Grandezza nella tragedia”, termine che ricorre ovunque, e “La maggior disgrazia dell’era Guardiola” sono altre parole scelte dal Periodico.

CRUDELTA’ E DISGRAZIE — “Un addio crudele”, la “Maledizione dei pali” (4 nelle due partite col Chelsea, 44 stagionali, 15 solo di Messi), “Il campione ha vissuto una tragedia greca”, “Un accumulo di disgrazie allontana il Barça dalla finale”, “Il miglior calcio non è stato premiato”. Questi alcuni dei titoli dei due quotidiani sportivi di Barcellona, attoniti di fronte all’assedio senza frutto di martedì sera, shockati da un’eliminazione che arriva a 3 giorni dalla sconfitta col Madrid in Liga.

GUARDIOLA — I giornali sembrano voler preparare il tifo blaugrana a un futuro complesso e incerto. Mentre da Madrid soffiano sulla ‘fine del ciclo’, a Barcellona puntano sul grande show offensivo creato dal Pep Team e aspettano la decisione di Guardiola. Un Barça con lui è una cosa, senza un’altra. Soprattutto ora che bisogno rialzarsi dopo un volo spettacolare e una doppia caduta dolorosa. “Il mio futuro? Ora è il momento di parlare” è il titolo scelto da MD per le parole di Guardiola. Sport preferisce puntare sulla riflessione di Pep: “Sono molto triste; abbiamo sbagliato”.

TRAGEDIA BARÇA, MALEDIZIONE MESSI — “Il Barcellona chiude la sua settimana tragica”, il richiamo in prima sul Mundo, quotidiano poli-

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Guardiola si dispera. E’ consumato il dramma Barça


Quando una foto vale da sola il titolo: vedere per credere la cover sportiva del Daily Maildove Frank Lampard con le braccia alzate al cielo, Fernando Torres in ginocchio ai suoi piedi, Ramires piazzato in un circolino con un sorriso grande così e John Terry in un altro circolino con il cartellino rosso sventolato sotto al suo naso raccontano di come la volontà abbia avuto la meglio sul purismo, ovvero di come gli "Incredibles" del Chelsea abbiano spazzato via gli "Invincibles" del Barcellona, conquistando la finale di Champions League. I “MIRACLE MEN” DI DI MATTEO — Insomma, è stato un autentico "Blue Heaven", per dirla come il Mirror Sports o anche “Magnifico”, come replica il Daily Express per Roberto Di Matteo e i suoi, non a caso definiti "Miracle Men" sul Telegraph, perchè capaci di silenziare il calderone catalano con una prova epica, rovinata solo dall'espulsione di capitan John Terry, il cui momento di pazzia (una ginocchiata da dietro a Sanchez) poteva davvero costar caro alla squadra. Manco a dirlo, alla fine il voto più alto per lui è stato 4 (ma c'è anche uno 0 sul Daily Express). L'IMPOSSIBILE E' DIVENTATO POSSIBILE — Fuori Terry, poteva essere il tracollo e invece ci hanno pensato Lampard, Cech (che ha indotto all'errore Messi dal dischetto) e un immenso Drogba a prendere per mano i compagni e a portarli "laddove sembrava impossibile", come ha commentato poi Di Matteo al termine della gara, celebrando i suoi ragazzi sulGuardian. Giocatori che diventano "HEROES" con tanto di punto esclamativo sul Daily Star, con il tabloid che rende dovero-

so e meritato omaggio non solo a Ramires (per il gol-qualificazione del 2-1) ma anche – e finalmente – a Torres. TORRES, 50 MILIONI CHE VALGONO. FINALMENTE — Sì, proprio allo spagnolo biondo lasciato il panchina dal tecnico malgrado le sue statistiche favorevoli contro Barcellona che, come riconoscono The Independent e Times, "mette il sigillo sulla partita" e "aggiunge il tocco finale alla perfezione". Insomma, "l'uomo da 50 milioni di sterline ha confermato tutto il suo valore", chiosa ancora ilTelegraph, mentre il Sun gioca con l'ironia ed elenca tutte le cose pazzesche successe ieri sera al Camp Nou, dalla giusta espulsione di Terry al rigore sbagliato di Messi, esaltando però la più incredibile di tutte, ovvero “TORRES SCORES!”. Perfidino ma efficace, perchè il Chelsea ha fatto fuori il Barcellona: “Can Nou Believe It?”

Torres esulta, Messi deluso lascia il Camp Nou

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ESTERO

Di Matteo, precario in finale Champions Ha fatto fuori il Barcellona dalla Champions League e portato il Chelsea in finale, ma Roberto Di Matteo resta un precario. Di successo, ma pur sempre precario al punto da dover aspettare quello che deciderà Pep Guardiola nelle prossime 24 ore (l'annuncio è previsto per domani) prima di sapere se potrà sedere sulla panchina dei Blues a titolo definitivo, come del resto chiedono a gran voce i suoi stessi giocatori (da Frank Lampard: “É stato incredibile e ci ha rigenerati, creando un grande spirito di gruppo” a Branislav Ivanovic: “Ha fatto un ottimo lavoro e ci ha trasformati”, finendo con Petr Cech: “Roberto è stato fantastico per noi”) e consigliano a Roman Abramovich pure ex dipendenti come Avraham Grant (che portò il Chelsea in finale nel 2008, poi persa contro il Manchester Utd) e Gianfranco Zola, entrambi convinti che “Roberto merita di restare almeno un altro anno per quello che ha fatto”. Già, Abramovich. ABRAMOVICH TENTENNA — E’ lui – che martedì sera al Camp Nou non c’era e ha preferito restare a Kensington a fare shopping – la chiave di tutto. Senza dubbio, chiosa maliziosamente il Daily Mail, il russo non si aspettava che Di Matteo facesse così bene (15 partite, una sola

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sconfitta contro il Manchester City e due finali raggiunte, quella del 5 maggio contro il Liverpool di FA Cup e quella del 19 contro il Bayern di Champions League) e che addirittura il Chelsea eliminasse il Barcellona di quel Guardiola che lui insegue da anni, ma ora che i risultati (e la squadra) danno ragione all’italiano, Abramovich è chiamato a decidere e anche in tempi relativamente brevi, sebbene la sensazione comune sia che si voglia aspettare l’esito della sfida del 19 maggio prima di fare qualunque mossa. QUARTO POSTO — In quest’ottica vanno quindi lette le dichiarazioni dell’a.d. Blues, Ron Gourlay, che, pur riconoscendo l’ottimo lavoro svolto da Di Matteo, ha però rimandato qualunque decisione a fine stagione, considerando comunque “vitale la partecipazione alla Champions del prossimo anno”. Di certo, prima della finale all’Allianz Arena, il tecnico dei catalani avrà finalmente deciso che fare della sua vita e se, come pare, Josè Mourinho terrà fede al proposito di restare al Real Madrid, a quel punto ad Abramovich resterebbero quali opzioni per la panchina Didier Deschamps, Laurent Blanc, Johachim Loew o JurMourinho si dispera. Lui con il Chelsea non ha vinto la UCL


-gen Klopp: tutti nomi che, in ordine più o meno sparso, compaiono da giorni sui giornali inglesi. Insieme con quello di Di Matteo che si è perlomeno aggiudicato il diritto di essere sulla “short list” (oddio, proprio cortissima non lo è) del proprietario dei Blues, pur rimanendo un precario. Di successo. SETTIMANA DIFFICILE DI JT — Ma prima di pensare al Bayern, bisogna concentrarsi sulle altre partite, a cominciare da quella contro il QPR di domenica, resa ancor più delicata dalla questione John Terry, che si ritroverà faccia a faccia con Anton Ferdinand dopo gli insulti razzisti dello scorso ottobre (e per i quali dovrà rispondere davanti al tribunale il prossimo luglio). A detta del Sun, il fratellino del centrale dello United potrebbe non stringere la mano al capitano del Chelsea anche su consiglio dei suoi avvocati, che temono che il gesto venga interpretato come una riconciliazione fra i due mentre, di fatto, non lo è. Un pericolo scongiurato invece nella sfida di coppa dello scorso gennaio, perché allora la federazione decise di cancellare la consueta manifestazione di saluto. E così JT rischia di passare un’altra giornatina difficile come quella già vissuta nel 2010, quando incontrò il City dell’ex amico Wayne Bridge, a cui aveva sedotto la compagna Vanessa Perroncel, e quest’ultimo gli rifiutò la mano in segno di sdegno. Non bastasse, JT sta anche aspettando di sapere se gli concederanno di andare in campo a Monaco ad alzare anche lui la Champions in caso di successo: il capitano non potrà infatti giocare contro il Bayern causa squalifica e l’Uefa non lo vorrebbe fra i piedi al momento della cerimonia.

Da sinistra Guardiola e Terry. Destini incrociati?

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Il tecnico catalano: "Dopo 4 anni sono stanco. Ne avevo parlato col club giĂ ad ottobre". Riviviamo tutta la sua storia di LA GAZZETTA DELLO SPORT Grafica GIANLUCA PALAMIDESSI


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Guardiola, lascia il mito Barça "Pep Guardiola non sarà più l'allenatore del Barcellona per la prossima stagione". L'annuncio che tutti aspettavano arriva alle 13.38 nel cuore del Camp Nou. A pronunciarlo per primo è il presidente Sandro Rosell, seduto al centro, mentre Guardiola è alla sua destra, scuro in volto. Quando prende la parola, cala il silenzio: "Non è una situazione semplice per me, cercherò di spiegare come mi sento, sono stato prima giocatore e poi allenatore di questa squadra. Questa è sempre stata casa mia. Quattro anni sono un'eternità in una squadra grande come il Barça, mi dispiace se la mia incertezza sul futuro ha generato qualche problema, già a ottobre avevo espresso la volontà di andarmene". ENERGIA — "Sono stanco, è il momento di lasciare - ha proseguito Guardiola un commosso davanti a molti dei suoi calciatori (Puyol, Piquè, Xavi, Iniesta, Fabregas, Valdes, Busquets e Pedro, ma non Messi, che ha poi postato su Facebook il motivo della sua assenza: "Voglio ringraziare Pep con tutto il cuore per quello che mi ha dato a livello professionale e personale. Per le emozioni che provo, ho preferito non essere presente alla conferenza di Pep e ho preferito rimanere lontano dalla stampa") che hanno a-

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scoltato come impietriti ogni sua parola -. Allenare qui significa essere al 100 per cento tutto l'anno e tutti i giorni, l'allenatore deve essere forte per contagiare la squadra e l'ambiente per dimostrare in partita la forza che ha. Mi spiace per l'incertezza e per aver creato qualche problema. Avevo già detto a ottobre al club che la mia carriera qui stava volgendo al termine: quattro anni qui sono un'eternità". Gratitudine e orgoglio: "Non posso non esprimere la mia gratitudine a tutti i giocatori che ho allenato. Sono soddisfatto dei risultati ottenuti. Come si dice - aggiunge Guardiola - spesso i giocatori sono il cuore della squadra e io sono stato un privilegiato a poterli allenare". SI RIPARTE DA TITO — L'annuncio del successore arriva subito dopo: " Per Guardiola proveremo gratitudine eterna. Cercheremo di gestire al meglio l'eredità che ci lascia - ha aggiunto Rosell - per questo l'incarico passerà adesso a Tito Vilanova", il quarantaduenne vice di Guardiola, reduce da un'operazione per un tumore lo scorso 22 novembre. "Il Barcellona è una realtà bellissima ma complessa, bisogna conoscerla da dentro: per questo abbiamo scelto Tito", ha detto il d.s. del club Bep Guardiola all’ultima conferenza stampa col Barça


catalano Andoni Zubizarreta. "Noi guardiamo sempre in casa, ai nostri giovani: questa dunque è la nostra scelta. Certo ci sono dei rischi: ma come disse una volta Guardiola, si allacciano le cinture e si parte". "Tito è una persona capace - interviene Guardiola -, conosce i giocatori che avrà a disposizione. Ha la forza e l'energia per prendere in mano il progetto. Se avessi avuto dubbi, avrei dato la mia opinione: ma sono sicuro che questa sia la decisione migliore per tutti. Si continua sulla stessa strada, ammiro Tito per tutto quello che mi ha dato in questi anni. I giocatori lo conoscono, non verrà rivoluzionato tutto quello che è stato fatto finora. Potrà dare ai giocatori tutto quello che io non ero più in grado di dare". PAUSA — E Guardiola? "Non credo di aver voglia di tornare ad allenare subito". Lo ha detto in conferenza stampa a Barcellona, annunciando il suo addio alla panchina del club blaugrana. Guardiola ha parlato di "stanchezza" dopo 4 anni catalani, e la sua risposta sul futuro lascia chiaramente intendere un periodo sabbatico. E ancora: "Non è un mio obiettivo principale andare ad allenare all'estero, non ho bisogno di mettermi alla prova perché non c'è prova più grande che allenare il Barcellona per una persona che, come me, è nata a 60 km da qui e che qui ha amici e nemici". Guardiola risponde così, in italiano, a una domanda sul suo futuro. L'idea di un anno o più anni di riposo è quella più probabile. "Arriverà un giorno in cui dirò 'c...Voglio tornare ad allenare', altrimenti farò qualche altra cosa. Da anni ho sempre fatto calcio, da calciatore e da allenatore, ma nella vita non c'è solo il pallone, la vita offre tante cose e se al momento non c'è la pas-

sione...Quando mi ricaricherò vedremo". ROSELL RINGRAZIA — Rosell ha poi ringraziato Guardiola: "Grazie a Pep per aver migliorato il nostro mondo calcistico. Non sarà mai messo in discussione il suo impegno e risultati ottenuti. Ha onorato i nostri valori e la nostra bandiera, per il tuo supporto, l'affetto e la stima che hai dato. La gratitudine del mondo del Barcellona sarà eterna. Con tutto il cuore grazie a te".

Guardiola e Di Matteo, e, Guardiola al primo giorno da ct

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Trionfi e vittorie, lascia dopo 4 anni Pep Guardiola lascia il Barcellona. L'annuncio in una conferenza stampa, in corso, con il tecnico del Barça, il presidente blaugrana Rosell e Zubizarreta. "Questa è sempre stata casa mia ha detto Guardiola -, potete immaginare come mi senta. Sapevo già da ottobre che questa esperienza si stava concludendo. Quattro anni sono un'eternità in una squadra grande come il Barca, mi dispiace se la mia incertezza sul futuro ha generato qualche problema. Sono stanco, è il momento di lasciare. Ma sono contento e orgoglioso di quanto fatto". Presenti in sala stampa anche i giocatori. Rosell ha annunciato che la squadra sarà affidata a Tito Vilanova. "MES QUE UN CLUB" — In catalano significa più di un club. E' questo il motto del Barcellona, che troneggia anche al Camp Nou. Se il Barça, per quello che rappresenta per l'intera Catalogna, non è solo una squadra di calcio, Pep Guardiola nei suoi quattro anni in panchina, è stato molto più di un allenatore. E' l'uomo che ha portato i blaugrana al centro del mondo. Creando un modello impossibile da imitare sul piano del gioco. Dove la tecnica individuale dei giocatori è quasi irreale e non c'è il centravanti perché, parola di Pep, "il nostro centravanti è lo spazio che tutti possono attaccare". Un sistema che ha

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portato risultati clamorosi: passeranno molti anni prima che un allenatore possa vincere 13 trofei sui 17 a cui ha partecipato. Numeri spaventosi, che sbriciolano ogni record del club e potranno incrementarsi se il Barça vincerà la finale di Coppa del Re il 25 maggio con l'Athletic Bilbao. La chiusura perfetta del cerchio prima della separazione: la prima coppa conquistata da Guardiola sulla panchina del Barça fu proprio una finale di Coppa del Re nel 2009, guarda caso con i baschi ora allenati da Bielsa. SCOMMESSA E TRIPLETE — Guardiola arriva sulla panchina del Barcellona nell'estate 2008. L'idea è dell'allora presidente Joan Laporta, che decide di chiudere l'era Frank Rijkaard, tecnico olandese che ha riportato in alto il club centrando l'accoppiata Liga-Champions nel 2006 e 5 titoli complessivi. Quello dell'olandese è un Barça imperniato sulla classe cristallina degli ingestibili Deco e Ronaldinho. La scelta è chiara: chiavi della squadra in mano a Messi cedendo Dinho al Milan (scelta geniale a posteriori). Guardiola si affida a giocatori che faranno la sua fortuna: Xavi, Puyol, Piqué (appena ripreso dallo United), Guardiola portato in trionfo nel 2011 dopo la vittoria a londra


Iniesta, la coppia Dani Alves-Keita (arrivati dal Siviglia) e il neopromosso in squadra A Busquets. L'inizio non è dei migliori, ma in primavera la squadra esplode: dopo la Coppa del Re arriva anche la Liga, favorita dal calo del Real. Non è finita. Perché dopo quel famoso gol di Iniesta a Stamford Bridge nella semifinale di Champions col Chelsea, forse la rete più pesante della sua gestione per le implicazioni future, Pep confeziona il triplete battendo 2-0 a Roma il Manchester United in finale. Quella in cui Messi firma di testa il secondo gol. NONOSTANTE IBRA... — L'estate 2009 è quella dello scambio Eto'o-Ibrahimovic. Pep e il camerunese non si prendono e la forza nel club dell'allenatore è riconosciuta da questo scambio, in cui la società lo asseconda e deve anche investire 50 milioni per lo svedese. Non è una sessione di mercato azzeccatissima: vengono buttati anche 25 milioni per il difensore ucraino Chygrynskiy, meteora non proprio memorabile. Ibra, nonostante una prima metà di stagione ottima, un gol decisivo nel Clasico e 21 gol in 45 presenze, è un pesce fuor d'acqua nel gioco blaugrana. Tocca sempre la palla una volta di troppo, rallenta il gioco e costringe Messi a partire dalla fascia. RIECCO MOU — Siamo al 2010/2011. L'enigma Ibra viene risolto svendendo lo svedese al Milan pur di liberarsene. Parte con destinazione City il prezioso Yayà Touré e viene lasciato libero Henry. In entrata arrivano il laterale brasiliano Adriano, l'attaccante David Villa e Javier Mascherano, roccioso mediano argentino che presto Pep riciclerà come difenso-

re centrale. L'annata si apre con una Supercoppa di Spagna strappata al Siviglia, prosegue con la Liga numero 21, conquistata rimanendo in testa dalla tredicesima giornata in poi e umiliando per 5-0 al Camp Nou il Real nella partita della "manita". Mou si prende la rivincita nella finale di Coppa del Re, ma si arrende alla superiorità del Barça nella doppia semifinale di Champions. Sono tutte partite in cui Mou rinuncia a giocarsela, mettendola sulla difesa e sul fisico. Riconoscendo in partenza l'inferiorità del Madrid. Guardiola conquista la sua seconda Champions ancora col Manchester United, battendo gli inglesi 3-1 a Londra. LA PEGGIORE — Il resto è storia recente. Il mercato estivo finalmente riporta all'ovile Cesc Fabregas, primo obiettivo di Guardiola. Con lui Alexis Sanchez, esploso a Udine con Guidolin. La stagione parte col duello di sempre, quello col Real di Mou. Che nel doppio confronto di Supercoppa spagnola stavolte se la gioca e si inchina solo a un grande Messi. Il Barça vince anche la Supercoppa europea col Porto. La novità tattica dell'anno è un maggiore utilizzo della difesa a tre. Anche se Villa si infortuna e Pedro viene accantonato per dare minuti ai canterani Tello e Cuenca. Solo che stavolta c'è un Real che sbaglia pochissimo. La primavera riporta il Barça da meno 10 a meno 4 nel campionato spagnolo, poi arriva lo stop nel Clasico di ritorno al Camp Nou, malignamente incastrato tra le due semifinali stregate col Chelsea. Le tre partite che, dicono in molti, chiudono il ciclo del Barcellona oltre che di Guar- Guardiola salta dalla gioia nel 2009. Il Badiola. rça ha vinto la UCL!

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Anno 3 - 30 Aprile 2012 - Numero 71  

In questo numero: Barça: Addio di Guardiola Lazio: I 32 più grandi della storia Le Rubriche: Matteo Marani e Gianluca Palamidessi Estero: An...

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