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20 La storia di Hernanes Il fuoriclasse brasiliano raccontato dagli esperti: “E’ il giocatore che mancava alla Lazio”

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Dossier mercato Procuratori, agenti Fifa ed esperti di mercato analizzano le possibili operazioni della Lazio

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Zarate: “Resto alla Lazio” Il talento argentino giura amore alla Lazio. Anche il manager conferma: “Resterà a lungo”

36 Dossier arbitrale Quali sono gli arbitri che hanno commesso più torti nei confronti della Lazio? Ve lo svela Lazialità

46 Giù le mani da Muslera Gli esperti si schierano dalla parte di Muslera: “La critica su di lui è esagerata”

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I segreti dei giocatori della Lazio Il fisioterapista di fiducia dei giocatori svela i segreti degli uomini di Reja

61 Intervista a Angelo Gregucci Intervista esclusiva con Angelo Gregucci, che da Sassuolo parla di Lazio


Intervista di Alessio Aliberti - Inside foto


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Intervista di Dante Chichiarelli - Inside foto

È sempre al centro delle polemiche, nonostante un buon campionato. Peruzzi, Pulici, Ballotta e Siviglia giudicano il rendimento di Fernando Muslera. “Basta polemiche, diamogli fiducia”


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086/(5$ ’è chi lo considera un flop, un portiere mediocre, non “da Lazio” come si usa dire. C’è chi invece lo giudica come uno dei più forti portieri in circolazione. “A parte Buffon integro e Julio Cesar, quali sono i portieri più bravi di Muslera?” è la domanda che ricorre spesso fra gli estimatori dell’uruguagio. Fra i due estremi, con molta probabilità, la verità si trova nel mezzo. Sarebbe ingeneroso fargli pesare cose del tipo “Sì, però il rigore di Borriello lo poteva prendere…” come sarebbe eccessivo paragonarlo a dei mostri sacri come Peruzzi o Marchegiani. Quello che è sicuro è che di strada ne ha fatta davvero tanta “Castorino”. Dall’esordio da brividi contro il Milan, alle interviste con zaino Invicta e frangetta, in stile bambino delle medie, di strada ne ha fatta il ragazzone di Montevideo. Che piaccia o meno, è lui il portiere della nazionale uruguayana, arrivata in semifinale ai Mondiali sudafricani; è lui

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Intervista di Lorenzo Bucci - Inside Foto

Il difensore brasiliano si confessa: “Il nostro obiettivo è fare sempre meglio, per rendere felici i nostri straordinari tifosi. Quest’anno con Hernanes siamo fortissimi”.

ndrè Dias, senza dubbio una delle sorprese più belle della Lazio di Reja. Arrivato a Roma durante il mercato dello scorso gennaio, ha saputo affermarsi con grande determinazione, divenendo una pedina fondamentale dello schieramento biancoceleste. Tare è stato tra i primi a credere in lui, nonché artefice principale dell’approdo alla Lazio del brasiliano: “Dategli tempo e dimostrerà tutto il suo valore”, e così è stato. Il favoloso inserimento del centrale brasiliano all’interno del mondo Lazio è stato solo frutto della sua tenacia e professionalità, qualità queste che gli hanno permesso di trovare spazio e dedicarsi completamente ai colori biancocelesti, anche tralasciando quelli verde-oro della sua nazionale, come lui stesso ammette: “Non gioco per avere una chance nella nazionale brasiliana, ma solo per fare bene nella Lazio. Sarò onesto, nonostante alla Lazio sto facendo bene, non credo che avrò mai un’opportunità con la nazionale. Qui in Italia mi sto togliendo

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delle soddisfazioni, sono apprezzato, ma non vedo spazio per me nella selezione di Mano Menezes, non penso che verrò mai chiamato”.

La Lazio e il suo pubblico straordinario Ha le idee chiare il numero 3 biancoceleste, sa con precisione ciò che vuole e, memore del suo splendido trascorso in Brasile, vuole continuare a dare il massimo per ripetersi anche nel nostro campionato. In una recente intervista rilasciata in patria dichiara: “La mia sola aspirazione è quella di essere considerato e rispettato qui come lo sono stato quando ho giocato in Brasile. E’ così che voglio continuare la mia carriera, in una piazza importante come quella romana, dove c’è un pubblico straordinario”. In questa stagione è riuscito a formare con Biava una coppia centrale quasi impenetrabile, non per niente quella della Lazio è una delle difese meno battute del campionato. Lui stesso è sorpreso di un inizio di stagione così sfavillante in quanto, anche se consapevole del reale potenziale biancoceleste, non ci si aspettava probabilmente di trovarsi così in alto. Nonostante questo, ci tiene a restare con i piedi ben saldi a terra, come del resto il suo allenatore, considerato uno dei punti di forza della nuova Lazio per il brasiliano. “Se devo essere sincero, non mi aspettavo tante vittorie. Sono arrivato alla Lazio nello scorso gennaio ed abbiamo lottato fino alla fine per non retrocedere. Ora con il nuovo tecnico e con Hernanes la squadra non è male. Siamo forti e competitivi, questa è la nostra situazione attuale. Il nostro unico pensiero è quello di fare una buona stagione, è ancora troppo presto

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per pensare a qualcosa di più importante”.

Viviamo alla giornata, ma... Anche nelle sue dichiarazioni infatti, il giocatore ha sempre dimostrato grande intelligenza, razionalità e anche tanta voglia di continuare a far bene, proprio perché convinto che la sua squadra abbia tutte le carte in regola per farlo. “L’obiettivo è quello di giocare partita per partita, poi una volta arrivati a pochi incontri dalla fine del campionato vedremo se ci sarà la possibilità di vincere il titolo. Ma non adesso, è ancora troppo presto per fare certi discorsi”. Quella che sta vivendo in Italia, è senza dubbio un’avventura affascinante oltre che nuova, proprio perché, dopo aver militato tanti anni nel campionato brasiliano, essere giunto in Europa, è stata per lui la scoperta di un nuovo mondo, calcisticamente parlando. Essendo un difensore che proviene dal Brasile, poi, ha avvertito ancora di più questa netta differenza con la tipologia di gioco praticata in Sudamerica, un modo completamente diverso di intendere il calcio, anche sotto il punto di vista degli allenamenti, basati su criteri diversi come lui stesso ammette: “Lavoriamo molto dal punto di vista tattico. Qui in Italia gli allenatori sono così, ma non posso dire che quello che sta facendo la differenza è la nostra difesa. Qui in Italia è difficile vedere un difensore che esce palla al piede dalla difesa, al contrario del Brasile in cui c’è maggiore libertà di farlo. Qui il nostro spazio in campo è limitato. Ognuno ha la sua funzione. Il difensore deve difendere, l’attaccante deve fare l’attaccante ed il centrocampista deve fare il centrocampista”.

Il merito più grande di Reja è di aver creato un gruppo unito e solido. Si lavora tutti insieme per il bene della squadra. Questa è la nostra forza

La nostra forza è il collettivo Uno dei punti di forza di questa Lazio è davvero il senso del gruppo, il collettivo, ed il fatto stesso che tutti, giocatori, staff tecnico e dirigenti, sostengano con fermezza la stessa cosa, rende questo concetto ancora più credibile, senza che si possa confondere con semplici dichiarazioni di facciata, come spesso accade in questo mondo. Dias infatti, proprio come i suoi compagni, vede la vera forza del gruppo biancoceleste proprio in questa unità d’intenti all’interno dello spogliatoio, un gruppo di uomini che rema tutto nella stessa direzione, condizione indispensabile richie-


Intervista di Alessio Aliberti

STEFANO MAURI


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Intervista - pag. 55

“DOBBIAMO MANTENERE L’UMILTÀ”

Il centrocampista predica calma: “Se mantemiamo l’umiltà che ci ha sempre accompagnati, allora potremmo davvero toglierci delle soddisfazioni. Possiamo arrivare lontano... fino in Champions”. l centrocampista brianzolo è diventato il capitano della Lazio, la sua presenza in campo è incisiva e si fa sentire, per lui gli aggettivi si sprecano. All’inizio dell’anno era ad un passo da abbandonare Roma, ora è lanciatissimo con la sua squadra alla corsa Champions. Le più grandi vittorie di questo campionato sono coincise con tutte sue eccellenti prestazioni. Dal numero 5 al numero 6, quasi una metamorfosi kafkiana. La vita in biancoceleste di Stefano Mauri è stata scandita sempre da alti e bassi, da picchi e da discese. Il centrocampista brianzolo ha vissuto gli anni difficili del club più antico della capitale, anni di trasformazioni e cambiamento, gli anni della rivolta popolare e della ripresa a stento. Dal 2006, stagione in cui approdò a Roma, ora è diventato il capitano in campo della Lazio. Rocchi è scivolato nelle retrovie e lui si è imposto come nuovo leader sul rettangolo di gioco, ma non solo. E’ uno dei front-man biancoceleste, la società lo fa parlare e lo mette in vetrina come figura di rappresentanza. E’ uno dei candidati iniseme a Floccari per il premio gentleman, ne sa qualcosa la sua ragaz-

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za, promessa sposa a giugno se la Lazio dovesse vincere lo scudetto.

La svolta All’inizio di quest’anno, dopo la sfortuna della passata stagione, tutti erano in forse, nessuno sembrava avere più certezze. C’è voluta la mano sapiente di Reja e qualche buon acquisto sul mercato (vedi Hernanes), per costruire una squadra degna di nota, che sapesse imporsi alla ribalta del calcio italiano. Stefano Mauri è uno di quelli che ha scelto di rimanere. In agosto si era fatta avanti la Sampdoria, Lotito è stato categorico “Mauri non parte” Reja gli ha dimostrato la sua fiducia inserendolo alla seconda di campionato senza mai più tirarlo via. Contro il Bologna si rivelò decisivo, un gol ed un assist per Tommaso Rocchi lo laurearono migliore in campo alla prima della Lazio allo stadio Olimpico di Roma. “Sono contento di essere rimasto alla Lazio - dichiarò Mauri all’indomani della partita contro i rossoblù – dopo la proposta della Samp ho sentito subito la stima del presidente e del tecnico, non mi hanno voluto cedere e sono rimasto. E’ stata una scelta importante”. Importante anche per i


di Paolo Colantoni

%DVWDHUURUL $UELWUDOL Ecco a voi il rapporto tra la Lazio e gli arbitri attualmente in carica in serie A. Chi è il direttore di gara ad aver commesso il numero maggiore di torti arbitrali? Ve lo dice Lazialità.... l direttore di gara, spesso coadiuvato da uno o più colleghi o da altri ufficiali di gara a seconda dello sport che, scevro da ogni condizionamento e al di sopra delle parti, deve far rispettare l’applicazione del regolamento tecnico e giudicare i casi di infrazione”. Con questa definizione l’enciclopedia Rizzoli spiega la figura dell’arbitro, elencando le virtù morali e tecniche che ogni direttore di gara deve possedere. Nell’antica Grecia inoltre (patria che ha regalato i colori alla società romana e che le cui attrattive manifestazioni sportive hanno spinto i nove fondatori nel lontano 1900 a creare la Lazio) gli arbitri erano scelti tra persone di altissimo grado sociale e umano, e generalmente venivano pescati tra la popolazione che si era maggiormente messa in evidenza nel corso dell’anno. Oggi gli antichi greci stenterebbero a credere a quello che succede di domenica in domenica sui campi della serie A e probabilmente rimpiangerebbero quell’imparzialità che li contraddistingueva. Gli attuali arbitri italiani infatti, non rispecchiano affatto la definizione riportata dall’enciclopedia: pochi purtroppo possono essere giudicati come ufficiali scevri da ogni condizionamento, e pochi si dimostrano al di sopra delle parti. E guardando con attenzione la storia della Lazio risulta difficile pensare che, come sottolineano critici ed esperti del mondo calcistico,

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alla fine torti e favori arbitrali si equivalgono. In casa Lazio è difficile dimenticare la mancata promozione in A (e siamo negli anni 50) a causa di un gol non visto dall’arbitro Rigato, con il pallone che bucò la rete. Era un Lazio – Napoli. A fine anno i partenopei vennero promossi per un solo punto al posto dei laziali. O la sfida con l’Ipswich che portò a proteste feroci in campo e sugli spalti, che valsero la squalifica nei match europei per una stagione, con la mancata partecipazione alla Coppa dei Campioni. Come dimenticare l’ombrello del presidente Chinaglia mostrato minacciosamente verso l’arbitro Menicucci, o il famoso arbitro Di Cola di Avezzano, che a distanza di anni ha chiesto scusa a tutti i tifosi biancocelesti? O, per rimanere nei giorni nostri, lo scudetto perso a Firenze a causa del mancato rigore concesso da Treossi nel match decisivo (alla penultima giornata) con la Fiorentina? E che dire del buon Trefoloni, l’unico arbitro a cui la tifoseria della Lazio dedicò addiritura una coreografia, con un enorme cartellino rosso? Senza dimenticare il buon Tagliavento e l’ultimo Morganti, capace di decidere il derby con le sue discutibili decisioni. Ecco a voi la lista degli errori arbitrali storici (ricordati attraverso dei box) e degli arbitri attualmente in carica. Una vera e propria enciclopedia, che ci permetterà di ricordare chi negli ultimi anni ha danneggiato la nostra Lazio.


Intervista di Nicola Ghignoli - Inside foto

&$5$/$=,2 Angelo Gregucci, classe 1964 ha giocato sette stagioni con la Lazio. Oggi siede sulla panchina del Sassuolo.

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l sole splende stranamente su Sassuolo. Sono giorni di pioggia battente in tutta Italia e appena arrivati al vecchio stadio Ricci, dove la squadra neroverde giocava prima di salire in Serie B, mister Angelo Gregucci ci mostra come il terreno di gioco sia oltremodo appesantito dall’acqua dei giorni scorsi. Quando ci sediamo su una delle panchine a bordo campo, il quarantaseienne di San Giorgio Ionico esclama: “Tuffiamoci nei miei ricordi più belli”. Ed ha ragione: gli anni che ha vissuto con addosso la maglia biancoceleste sono stati forse i più difficili della storia centodecennale della nostra Lazio, ma hanno sicuramente plasmato dei laziali veri, grandi uomini destinati a restare per sempre nella gloriosa storia di questo club. E Angelo è uno di questi. Mister, con chi è rimasto in contatto del gruppo Lazio? Con tutti. Ho conservato uno splendido rapporto con ognuno dei miei ex compagni, in particolare con Bergodi: Cristiano allena il Modena e quindi abbiamo l’opportunità di vederci ogni settimana e spesso parliamo di Lazio. Di cosa parlate? Di tutto. Condividiamo molti ricordi legati alla Lazio. E gli chiedo informazioni sul calcio rumeno, che lui segue ancora con molto interesse dopo 5 stagioni passate in Romania da allenatore. Parliamo di lei. Ci racconti la sua prima esperienza da calciatore. Iniziai collezionando presenze con il Taranto, poi nel 1982 passai ancora minorenne all’Alessandria, sempre nell’allora Serie C. Fu una scelta di vita non semplice, vista anche la lontananza da casa che comportava. Dopo 4 stagioni passate in Piemonte arrivò la Lazio. Cosa provò quando la chiamò la Lazio? Come vedeva il club biancoce-


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Dossier - pag. 59

6(,35217$3(5 ,/48$57232672 Lazialità si è spinta fino in Emilia per incontrare Angelo Adamo Gregucci, tecnico del Sassuolo: “La Lazio è sempre nel mio cuore e continuo a seguirla. I biancocelesti sono ben assortiti e possono lottare per il quarto posto. L’obiettivo deve essere il ritorno in Europa” leste? Provai grande emozione perchè nonostante le difficoltà del momento vedevo la Lazio come un top team. Era forse l’anno più difficile della storia della Lazio (1986/87, ndr). Quando arrivai venne emessa la sentenza che condannava il club alla Serie C per lo scandalo scommesse, ed il presidente Calleri non avrebbe continuato a guidare la società. La Lazio era sull’orlo del fallimento. Poi fortunatamente il rischio di retrocessione in C fu scongiurato e ci fu la famosa penalizzazione di 9 punti da scontare in B. Qual era il clima che si respirava in squadra? Ricordo le facce tristi di Calleri, Manzini e molti altri che avrebbero dato tutto per la Lazio. C’era un clima molto cupo. E in città? Non saprei dire, vivemmo tutta la vicenda dal ritiro di Gubbio, ma anche là in Umbria si respirava un’aria profondamente laziale e tutti noi giocatori ci sentivamo partecipi della sofferenza del nostro popolo. Cosa provava nei confronti di mister Fascetti? Grande timore, ma anche profondo rispetto. Fu lui a pronunciare la storica frase “chi vuole andare vada...”. Si, e nessuno se ne andò. Naturalmen-

te non ero io tra quelli che si potevano sentire in diritto di andarsene. In squadra c’erano giocatori che venivano da squadre blasonate come Pin (dalla Juventus) o il portiere Terraneo (dal Milan) ma tre parole scambiate col mister misero daccordo tutti. Quali sono i ricordi più forti legati a quella stagione? La prima in casa e l’ultima partita, eccezion fatta naturalmente per gli spareggi giocati a Napoli. Dopo uno 0-0 a Parma perdemmo infatti per 1-0 a Roma con il Messina, incassando il gol decisivo di Gobbo a 2’ dalla fine dopo aver cercato noi la vittoria per tutta la partita. L’ultima col Vicenza arrivò invece dopo un percorso che ci aveva legato moltissimo ai nostri sostenitori. Fu una specie di ‘orgasmo popolare’: le emozioni iniziarono al momento in cui arrivammo col pullman allo stadio, ma per capire bene quale fosse lo stato d’animo in quei momenti bisognerebbe chiedere a chi era sugli spalti. Ricordo la sofferenza nel finale a vantaggio acquisito con l’arbitro D’Elia che si metteva il fischietto in bocca ma non fischiava mai. Con la Lazio ho giocato anche per obiettivi più prestigiosi come un posto in Europa ma non ricordo un coinvolgimento così passionale come in quella stagione così difficile. E la partita fu vinta grazie a un gol

La Lazio può tornare in Champions League. Ha un tecnico esperto capace di motivare la sua squadra

di Fiorini. Direi che il concetto di lazialità sta tutto tra il gol del povero Giuliano ed il ritorno da Napoli dopo la vittoria col Campobasso. Chi ha vissuto quei momenti e provato quelle emozioni ha sviluppato una forza interiore che gli ha dato in futuro la capacità di affrontare qualsiasi situazione. Quella Lazio ha plasmato uomini veri. L’anno successivo iniziarono i suoi


Lazialità Gennaio 2011