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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 207 - MARTEDI 29 OTTOBRE 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

Elezioni a Trento e Bolzano

DITTATURE

Si può cominciare abolendo il proporzionale aceva un certo effetto aprire i giornali domenica scorsa per leggere a tutta pagina i titoli: “Basta con il proporzionale”. E’ dal 1992 che non si vota con un sistema proporzionale in Italia, 21 anni oramai, per cui di cosa stiamo parlando? E’ accaduto che Renzi, alla sua convention alla Leopolda, ha fatto sapere di essere contrario ad un sistema elettorale proporzionale come pure molti, a sinistra, a destra e al centro, vorrebbero. E Renzi ha dalla sua non pochi supporter, vedi Angelo Panebianco, che firmava un editoriale del “Corriere della Sera”, per denunciare un’operazione nostalgia il cui fine sarebbe quello di ristabilire una legge proporzionale che provocherebbe non pochi problemi alla governabilità del paese. Il maggioritario è stato adottato dal 1994 in Italia per rafforzare i poteri del governo e garantire quella “stabilità” che nel paese mancava. Lungi da noi voler dispiacere Renzi e l’ottimo Panebianco, ma non è che si sia nostalgici per partito preso: se davvero si rivuole ripristinare il proporzionale, questo dipende dal fatto che i risultati del maggioritario sono davanti a tutti. Dal 1994 al 1996 abbiamo avuto due governi e due elezioni. Dal 1996 al 2001 tre governi, Dal 2001 al 2005 un solo governo, con il suo bis, ma visto che si chiamava Berlusconi, molti avrebbero preferito l’instabilità. Dal 2005 al 2007 un governo e due elezioni, dal 2007 al 2012 due diversi governi. Nove governi in vent’anni, non ci sembrano proprio un grande esempio di stabilità: tutto sommato, si viaggia ai ritmi della Prima Repubblica. Senza un pregiudizio contrario al maggioritario o al proporzionale, la stabilità politica non dipende da una legge elettorale. Basta vedere la Germania dove Angela Merkel gover-

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na da più tempo di Bismarck e pure c’è un proporzionale appena corretto dallo sbarramento. Possibile che né Renzi, né Panebianco si accorgano della stabilità tedesca? Ma indipendentemente dalla stabilità, c’è un problema più grave che concerne la compatibilità costituzionale. In vero, adottare il maggioritario non è propriamente pertinente per un sistema istituzionale che chiede di formare le maggioranze in parlamento previa consultazione ed incarico da parte del Capo dello Stato. Se la maggioranza è scelta prima del voto, o se addirittura si votasse per il candidato alla guida del governo come avviene per la legge elettorale sui sindaci, ecco che il ruolo del Capo dello Stato, da garante del sistema repubblicano diviene quello di alto notaio e, ci scusino Renzi e Panebianco, ma questo pretenderebbe una modifica piuttosto netta della nostra Costituzione. Altrimenti aggraveremmo un conflitto di poteri già piuttosto grave. Vogliamo adottare questo maggioritario purissimo? Aboliamo il Senato, lasciamo solo la Camera dove c’è il premio di maggioranza. Non sarebbe questo un colpo durissimo ad una Carta che prevede il bicameralismo per esercitare un maggiore controllo sul governo? Eleggiamo Renzi direttamente alla guida del governo e risparmieremo anche l’appannaggio per il Quirinale. Se poi tornassimo alla dittatura, risparmieremmo persino sulle spese del Parlamento, della libera stampa, delle campagne elettorali. Se invadessimo la Libia, ci prenderemmo il petrolio, se rimettessimo le leggi razziali, potremmo arricchire le casse dello Stato con le proprietà degli ebrei. Un governo stabile ed invidiabile era quello del 1936. A noi non piaceva allora, figurarsi adesso.

Crolla il centrodestra, successo Svd

Cresce la voglia di autonomismo razie all’alleanza con il Patt, il Partito autonomista trentino tirolese, il centrosinistra è quasi al 60% dei consensi nell’elezione per la provincia autonoma di Trento. L’autonomista Diego Mosna è al 18 per cento. La Lega al 6%. Il Movimento 5 Stelle è intorno al 5,5 %. Il candidato di Forza Italia, Giacomo Bezzi è sotto il 4 per cento. Nel 2008, con una coalizione che comprendeva Pdl, Lega Nord, La Destra e altri partiti, il centrodestra aveva raggiunto il 36,5%. Il Movimento 5 Stelle, alle elezioni politiche di febbraio, aveva superato il 20%. A Bolzano viene confermato il successo della Suedtiroler Volkspartei sopra il 42%. Al 16% Die Freiheitlichen il partito della “stella alpina” mentre il movimento secessionista di Eva Klotz, la Suedtiroler Freiheit ha preso il 6,2 %. Crescono i Verdi, sopravvive il Pd. Crollano i partiti di centrodestra ridotti al 4 %. Poco sopra i tre punti percentuali anche L’Alto Adige nel cuore e Movimento Cinque Stelle che aveva preso l’8,3% alle Politiche. Impossibile che i consiglieri di madrelingua italiana confermino gli otto seggi presi precedentemente. Forte l’astensione in Trentino dove hanno votato 261.759 persone, pari al 62,82%, 10 punti in meno rispetto alle provinciali del 2008. In Alto Adige l’affluenza è calata invece del 2,4%.

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PECHINO, 5 MORTI A TIENANMEN

PIAZZA

Cinque morti e 38 feriti nell’incidente avvenuto a piazza Tiananmen, dove un’auto si è incendiata alle porte della città proibita. Non sono chiare ancora le ragioni. Le vittime, oltre ai tre occupanti dell’auto, sono

una turista filippina e un turista cinese. Gli stranieri feriti ricoverati in ospedale sono tre filippini e un giapponese.

BENGASI, ATTENTATO NEL QUARTIERE DI MAJURI

sala eventi nella zona di Majuri. Oltre 12 kg di materiale esplosivo sono stati piazzati da uomini non identificati. Non ci sono vittime. Gran parte dell’edificio è stata distrutta dalla deflagrazione. Nello stesso quartiere un’altra bomba, senza fare vittime, è esplosa sabato davanti alla sede di un ufficio del servizio elettorale.

IL CAIRO, TRE

MORTI IN ATTACCO A CHECKPOINT

Tre poliziotti egiziani sono morti in un attacco ad un check-point a Mansura, sul Delta del Nilo. Tre uomini a bordo di un’auto e uno a bordo di una motocicletta si sono avvicinati al check-point prima dell’alba e hanno aperto il fuoco contro i poliziotti.

ELENCO E INFORMAZIONI PER IL PRI 2013

PAGAMENTO DELLE TESSERE

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Una forte esplosione è avvenuta davanti una

Mica scema la ragazza e soli voci di un possibile impegno in politica di Marina Berlusconi hanno fatto volare i titoli di famiglia. Mondadori quotata a 1,329 euro, è salita dell’1,45%, Mediaset quotata a 3,726, è cresciuta addirittura dell’1,58%. La controprova di un latente conflitto di interessi? Per la verità non costa niente investire su una promessa, quando poi si può guadagnare su un reale tracollo della stessa. Marina Berlusconi da parte sua non è incline a mollare di un centimetro rispetto alle aspettative che la riguardano, e ha negato ogni interessamento alla vita politica, assicurando che voci e

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ricostruzioni giornalistiche a riguardo siano “totalmente lontane da ogni pur minimo collegamento con la realtà”. Saremmo propensi a crederle, visto che fra le indiscrezioni circolavano pure quelle di continue ed estenuanti lezioni di storia politica impartite da Paolo del Debbio. Un supplizio anche per l’allievo più volenteroso. Marina ha smentito nel modo più tassativo: “non ho mai avuto e non ho alcuna intenzione di impegnarmi in politica”. Da oltre vent’anni lavora in azienda, chi glielo farebbe fare di mollare per gettarsi in un’avventura tanto incerta? E ci sarebbe ragione di crederle, visto che il padre Silvio si sta

preoccupando di ricucire i rapporti con Alfano proprio perché la figlia non cede e egli stesso, una volta interdetto dai pubblici uffici, non potrebbe guidare elettoralmente la coalizione. Per cui servirebbe ancora Angelino, nonostante la sua dimostrata indipendenza. Poi si sa, non c’è nessuna ragione per annunciare una discesa in campo quando nemmeno si sa quando si andrà a votare e le elezioni non sembrano affatto così vicine. Nel caso si fa sempre in tempo a cambiare idea. Come Paolo (non del Debbio) folgorato sulla via di Damasco, anche Marina potrebbe scoprire la sua nuova vocazione.

L’Europa finisce a Praga L’effigie di Putin sventola sulla riva della Moldova

Due estremismi autoritari l’uno contro l’altro ulla spianata di Letna affacciata sulla Moldova, i cittadini di Praga domenica scorsa potevano vedere sventolare un gigantesco ritratto del presidente russo Vladimir Putin. Più o meno le stesse dimensioni del monumento che nello stesso posto riproduceva il presidente sovietico Stalin. Solo che rispetto ad allora, Praga aveva conosciuto una “primavera” con il tentato comunismo dal volto umano e, dal crollo dell’Urss e della cortina di ferro, aveva ritrovato il suo posto di snodo centrale europeo per i suoi traffici e i suoi trasporti, per la tradizione artistica e culturale che rappresenta e soprattutto per la sua economia che più di ogni altro paese dell’est ha saputo integrarsi con il modello occidentale. Anche per questo fa un certo effetto scoprire che i timori nella Repubblica Ceca sono sempre gli stessi, per quanto dopo l’adesione all’Ue del 2009 fosse stato lasciato definitivamente un pesante e lugubre passato alle spalle. Invece quel passato si ripresenta beffardo attraverso la sagoma spettrale di un nuovo capo del Cremlino, che per quanto scelto attraverso un processo elettorale, viene pur sempre visto come un limite ad ogni promessa democratica e liberale. Una Repubblica Ceca vicina alla Russia di Putin, da l’idea di riprodurre il rapporto similare avuto negli anni dello stalinismo. E’ alla luce di queste paure che si comprende meglio il voto ceco che ha registrato si una vittoria dai socialdemocratici, il Cssd, ma con il solo 20,6% dei voti, consensi non sufficienti a disporre dei seggi utili per costituire un governo monocolore, nemmeno con il supporto dei comunisti del Kscm, giunti al solo 15%, Insieme le sinistre ceche non superano gli 83 seggi sui 200 del parlamento. Lo Spoz, il partito dei fedelissimi del presidente Milos Zeman e i socialdemocratici che Zeman manovra, ed i comunisti, sono le forze sospettate di voler dirigere nuovamente la repubblica Ceca verso un rapporto preferenziale con la Russia di Putin, costruendo un modello di Stato autoritario coopilotato dal Cremlino. Questa opzione, quella per la quale auspicherebbe un monumento colossale a Putin al posto di quello a Stalin, ha spinto la maggioranza della popolazione ad un’altra scelta, tanto che

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il vero vincitore delle elezioni di Praga è il nuovo partito populista Ano 2011, l’Azione dei cittadini scontenti, che ha ottenuto il 18,7% dei consensi. Ano resta sotto di una spanna ai socialisti, ma rivela in quale direzione si sia mosso l’elettorato. Anche perché bisogna contare un 7% pieno dei consensi alla formazione xenofoba Alba, che ricorda molto l’omonima formazione “dorata” che da qualche anno impazza in Grecia. Ano, l’Azione dei cittadini scontenti, non intende entrare nel governo e tanto meno appoggiare all’esterno un esecutivo di sinistra. Il leader di Ano è il miliardario e magnate mediatico, Andrei Babis, un 57enne che è stato spesso paragonato a Silvio Berlusconi, solo che Babis, al contrario del suo ispiratore italiano, ha rifiutato immediatamente di dar vita ad un governo di “larghe intese”. Tutto il centrodestra ceco, nella sua frantumazione, non ne vuole sapere di collaborare con la sinistra. Il principe Karel Schwarzenberg, leader dei conservatori del Top 09 ha detto che starà benissimo all’opposizione. I popolari Kdu-Csl, appena tornati in Parlamento dopo tre anni in cui erano stati buttati fuori, altrettanto. Figurarsi poi se voglia farlo la formazione Alba, dove il suo leader, il ceco - giapponese Okamura, ha come programma di mandare la minoranza rom fuori dai confini nazionali, invitandoli ad abitare in India. Dal voto di Praga insieme alla difficoltà di formare un governo si evince anche un drammatico distacco dall’Europa. Se si guarda ad est con le sinistre, o si è nazionalisti con le destre, le forze europeiste sono residuali. In pochissimi anni si è smesso di credere nell’integrazione europea, perseguita con tanto dinamismo e si preferisce piuttosto un ritorno al vecchio stato ancillare nei confronti del padrone russo, o altrimenti la maggioranza, si rifugia in un’esasperazione autoctona con diverse sfumature, tutte sconfortanti per l’Unione europea. Nella repubblica ceca, liberali e democratici in senso proprio non ci sono quasi più. Si confrontano invece due diversi autoritarismi, l’un contro l’altro armati. Considerata l’importanza di Praga, il suo verdetto elettorale non ci pare di buon augurio per i destini del continenti.

Eroe del nostro tempo

Saccomanni vuole privatizzare anche la Rai ramai non abbiamo più dubbi, il ministro Saccomanni è un eroe del nostro tempo. Ospite televisivo di Fabio Fazio mentre l’imbonitore forniva il suo sorriso più ebete e compiaciuto, il ministro gli diceva che la Rai poteva essere privatizzata. Povero Fazio: prima invita chi gli vuole ridurre lo stipendio, poi addirittura chi è pronto a togliergli il dorato posto di lavoro. Sarà perché Saccomanni proviene da una delle poche istituzioni ancora rinomate a livello internazionale, come la Banca d’Italia, certo è che i problemi li vede bene. Anche se ha contratto il difetto di ritenere finita quasi ogni due mesi la crisi economica finanziaria, cosa purtroppo non vera, è vero che la crisi potrebbe essere contenuta se l’Italia riuscisse a liberarsi in un colpo solo di un patrimonio pubblico improduttivo e dispendioso di cui la Rai rappresenta un capitolo importante. Sia chiaro che questa sua intenzione più volte annunciata - Saccomanni non molla l’osso e vorrebbe fare sul serio – è impresa donchisciottesca. Non c’è nessuno nella maggioranza di governo disposto a condividere tali propositi, figurarsi ad imporla. Eppure è importante, salutare, utile al paese, che ci sia un ministro della Repubblica capace di porre il problema della privatizzazione della Rai che in tutto il secolo scorso solo i repubblicani posero e nemmeno mai i repubblicani quando erano esponenti di governo. Saccomanni è diventato subito un bersaglio di appassionate difese dell’Azienda. Non si può vendere un servizio pubblico: di tutte le affermazioni questa è la più bella e fantasiosa, perché cosa ci sia di servizio pubblico nel far pagare il canone e raccogliere pubblicità andrebbe chiesto a Bruxelles. In ogni caso il problema Rai risale al difetto di pluralismo dei tempi della tripartizione delle reti avvenuta nella Prima repubblica dopo un lungo monolitismo democristiano, o per meglio dire fanfaniano. Ora siamo all’occupazione del maggioritario. Come si fa a non difendere la Rai, quando se ne è beneficiari, quando si possono assegnare commesse, far assumere amici e parenti e stabilire le retribuzioni di direttori e inviati speciali, per non parlare del Consiglio d’amministrazione? Vada sul mercato la Rai poi vediamo se servono tre diversi telegiornali e tre diverse redazioni. E’ vero che la nuova presidenza ha calato la scure del rigore e molti sprechi sono stati contenuti, ma non basta. E’ il modello Rai che va ridiscusso dalle fondamenta, perché non è che Saccomanni non sapesse cosa dire in televisione e volesse destar clamore. Semplicemente il ministro ha conteggiato le perdite della Rai che non sono più sopportabili nel momento nel quale il governo non ha più un quattrino. Poi lo sappiamo che non se ne farà niente, figurarsi, ma almeno Saccomani ha fornito quello che da troppo tempo manca nei governi: un esempio.

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2 LA VOCE REPUBBLICANA

Giornalaio di Carter

Martedì 29 ottobre 2013

economia

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Lou Reed: e gli aggettivi si sprecano. Certo, come lui non ne nasce uno al giorno. E forse nemmeno ogni cento anni

L’uomo che (re)inventò il rock a “Il Messaggero”: Il Rolling Stone, mensile di musica internazionale, è il primo a dare la notizia. Nel titolo e nel sommario ricorda il musicista come “La leggenda di New York, che ha dato un il suo contributo nel plasmare quasi 50 anni di musica rock”. Il periodico ricorda come Reed, leader dei Velvet Underground abbia negli anni Sessanta fuso elementi della musica di strada con la musica d’avanguardia di stampo europeo. Il Ney York Daily News, giornale popolare della Grande Mela titola la notizia della scomparsa di Lou Reed ripetendo per due volte il verbo “morire”. Come se fosse difficile da credere. L’inglese Daily Mail lo descrive come cantante, chitarrista con un timbro di voce bassa e profonda e dai testi espliciti: “In una carriera che ha attraversato quasi cinque decenni, Reed è stato un frontman, un dio del glam rock, un musicista d’avanguardia che ha sfidato le categorizzazioni. E ha fatto talmente tanto da non sapere più nemmeno dove mettere le mani. Ancora “Il Messaggero”, F. Tagliacozzo. “La sua voce bassa e cavernosa a tratti inespressiva, i testi crudi e sinceri, ne hanno caratterizzato la carriera fin dagli esordi, quando il mercato della musica americano era dominato dal pensiero unico della musica mainstream. E’ stato il primo artista a portare le storie dei bassifondi nei testi, a dire ciò che non era mai stato

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detto prima in una canzone. La sua discografia è sterminata. Tra dischi ufficiali e registrazioni non ufficiali (i bootlegs registrati artigianalmente illegalmente dai fan nei concerti) si contano decine di titoli, per quasi 50 anni di attività. Dall’esordio con i Velvet Undergound del 1966 a Lulu del 2011 in collaborazione con i Metallica. Prima di ricordarne i lavori più importanti è necessario precisare che Lou Reed era un’icona, un simbolo del rock maledetto, uno di quegli artisti che vengono ricordati a prescindere dalle canzoni. Un’icona è rappresentata da un’immagine. In questo caso sono due le immagini che vengono in mente: la celebre foto in cui Reed si inietta droga on Mito, voce profonda, stage e la copertina del primo disco dei terremotatore, genio, Velvet Underground. La prima immaanimale da scena, gine, con tutta la sua violenza dice con avanguardista, grande un pugno in faccia che l’artista ha visprecursore dell'oggi e suto sulla sua pelle le storie di droga magari anche di che racconta. La seconda immagine è ciò che sarà la copertina iconica per antonomasia: l’lp omonimo del suo primo gruppo. Non un gruppo qualsiasi ma il gruppo della Factory, la band creata sotto la regia di Andy Warhol, il più grande genio dell’arte degli ultimi 50 anni. Se si cerca un capolavoro tra le opere di Lou Reed eccolo qui. A partire dalla celebre banana gialla sulla copertina bianca. Oggi questa immagine, come ogni icona che si rispetti, campeggia su poster e magliette di persone che nulla sanno del disco” A dire il vero: nulla sanno del disco con la banana né di tutti gli altri.

Intervista di Lanfranco Palazzolo Avv. Mauro Mellini, che ricorda la presenza di Stanzani nel Partito radicale. Le decisive battaglie e l’appoggio che fornì

Una vita di amicizie e di ideali ergio Stanzani mi è stato sempre vicino, anche nei momenti difficili che ho vissuto all’interno del gruppo parlamentare radicale durante la battaglia sulla responsabilità civile dei magistrati. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’avvocato Mauro Mellini, uno dei fondatori del Partito radicale. Mauro Mellini, che vuoto lascia la scomparsa di Sergio Stanzani nella storia del Pr? Con Sergio Stanzani “La sua è stata lei ha vissuto le fasi cruciali della una fedeltà fondazione del Partito radicale intellettuale, ma negli anni ’50 e poi ha partecipato anche emotiva. Non con Stanzani alle esperienze politiposso dimenticare che in Parlamento negli anni ’80. la sua vicinanza Cosa può dire di questo grande nei miei confronti ” esponente politico? “Il ricordo che ho è quello di una persona che ha dedicato la sua vita alle amicizie, ma anche alle idee. La sua è stata una fedeltà intellettuale, ma anche emotiva. Non posso dimenticare la sua vicinanza nei miei confronti in situazioni molto delicate - uso questo termine per non utilizzarne un altro – quando mi trovavo all’interno del gruppo parlamentare radicale nel momen-

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to in cui dovevamo condurre la battaglia sulla responsabilità civile dei magistrati. Quella responsabilità civile fu introdotta con un referendum abrogativo e poi abolita con un provvedimento miserevole e truffaldino. Sergio Stanzani fu l’unico che parlò all’interno del gruppo parlamentare ad invitare gli altri colleghi a prestare attenzione alle mie posizioni. Tutto questo accadeva mentre costituzionalisti e leccapiedi chiedevano di abolire il voto popolare. L’amicizia di Sergio non era solo emotiva. Con lui c’era una grande solidarietà di idee”. Quando ti sei allontanato dal Pr l’amicizia con lui e con altri dirigenti del Partito radicale è rimasta? “L’amicizia è rimasta non soltanto con lui. E con lui è rimasta una solidarietà di idee e di atteggiamenti. Ho sempre pensato a Sergio come ad una persona che credeva come me al Partito radicale non solo come un ectoplasma più o meno transnazionale. Ho sempre sentito il suo appoggio ad un liberalismo che si riconoscesse in un personaggio come Marco Pannella, dotato di personalità e potere di comunicazione. Ma ho anche ritenuto che questo messaggio si fosse svuotato di contenuti effettivi. E quindi, pensando al partito, con Sergio ho avuto contatti sempre più sporadici. Credo che Sergino non disprezzasse le mie idee”. Sergio Stanzani era uno dei pochi esponenti politici del primo Partito radicale che si è formato anche con la Resistenza. Cosa le ha raccontato di quell’esperienza? “Di questo non abbiamo mai parlato. Ma non ho mai dubitato di quell’esperienza. Anche io ho vissuto l’esperienza della guerra, ma non mi sono mai spacciato da partigiano. Lui ha sofferto più a lungo l’occupazione. E’ stato indubbiamente il ponte tra una generazione e l’altra del Partito radicale”.

TELECOM, INCONTRO PREMIER - PATUANO

fatti e fattacci lla Regione Emilia Romagna non si salva nessuno. A Bologna rimpiangono i consiglieri repubblicani. Quando c’erano loro certe cose non accadevano. In questi giorni si sta per chiudere l’inchiesta relativa al reato di peculato in cui sono stati indagati i nove capogruppo dell’Assemblea Regionale per le spese pazze rimborsate ai consiglieri dell’assemblea. Nei giorni scorsi, la Guardia di Finanza di Bologna ha visitato più volte la sede della regione per accertarsi e prendere atto di tutti i documenti e approfondire aspetti relativi ai vari contratti di consulenza e di collaborazione stipulati da tutti i gruppi consiliari. Tra gli indagati figurano i responsabili dei gruppi Pdl, Pd, Lega, Idv, M5S, Udc, Misto, Fds e Sel-Verdi. L’inchiesta è coordinata dalle pm Antonella Scandellari e Morena Plazzi. “Sono sereno. Valuteremo tutte le questioni che ci verranno nel caso addebitate nelle sedi opportune. Ma noi siamo sempre stati attenti al regolamento”, interviene il capogruppo del Pd Marco Monari. Ma la Guardia di Finanza ha scoperto gli utilizzi più assurdi delle somme destinate ai rimborsi. Ci sono consiglieri che hanno utilizzato i soldi della Regione per acquistare un asciugacapelli, altri che si sono fatti rimborsare un parcheggio di 50 centesimi, e così via. Pare che ci siano anche delle spese per acquistare dei diamanti.

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Gli inquirenti hanno già sentito gli ex revisori dei conti. A inizio 2013 i revisori sono cambiati e i nuovi arrivati hanno introdotto regole più stringenti per i rimborsi (già acquisite dalla Procura). Una delle giustificazioni più ricorrenti fra i consiglieri è proprio questa: “I nostri bilanci erano approvati dai revisori, quindi è tutto ok”. Il problema è che i revisori erano nominati dai politici e l’impressione degli investigatori è che fossero di manica un po’ larga. “Fiducia e rispetto delle indagini - ha detto ieri il governatore Vasco Errani - i gruppi collaborano. Per il resto condivido le parole della presidente dell’Assemblea, Palma Costi (che giorni fa aveva detto: ‘Siamo virtuosi’)”. L’unica virtù emersa in questo periodo dai consiglieri regionali della Regione Emilia è quella di aver dimostrato, ancora una volta, che loro non sono molto diversi dagli altri consiglieri di tutta Italia che hanno trasformato le Regioni in una sorta di spendificio dei rimborsi. Ora, Vasco Errani potrà difendere quanto vuole i suoi consiglieri. Ma, a questo punto, la Regione Emilia Romagna dovrebbe tornare al voto. Il problema è che le ruberie le hanno commesse tutti e nessuno avrà il coraggio di sfiduciare gli altri. Il problema è questo. Ma la Regione Emilia Romagna dovrebbe essere commissariata. In tempi di crisi come questi non si possono permettere certi sprechi, che hanno ormai toccato tutti. Anche i pentastellati.

“L’incontro è stato molto cordiale, abbiamo analizzato la situazione di Telecom molto bene e a 360 gradi e abbiamo parlato di come vediamo il futuro su investimenti e occupazione”. Così l’ad di Telecom, Marco Patuano, dopo l’incontro con il premier Letta. “Il governo deve fare le sue valutazioni e prendere le sue decisioni”.

2012 ANNO POSITIVO PER MODA Il 2012 ancora positivo per i gruppi internazionali della moda e del lusso quotati in Borsa, col comparto gioielli e orologeria particolarmente vivaci, ma il tasso di crescita è sceso all’8%, rispetto al 13% del 2011. Secondo il rapporto di Sda Bocconi e Altagamma la profittabilità invece aumenta e l’utile operativo passa dall’11% al 12,4%. I marchi italiani come Brunello Cucinelli, Prada e Ferragamo crescono più velocemente di quelli del resto del mondo, ma con meno margini di guadagno.

primo piano inquantacinque centesimi in pesos cubano non convertibili corrispondono a due quadretti di brodo concentrato al sapore di pollo e una saponetta da bagno e sono la paga di otto ore di lavoro giornaliero. La Cuba comunista li garantisce in uno standard di distribuzione della miseria invidiabile. Poi Cuba ha anche una moneta convertibile a disposizione dei turisti, ma anche ai favoriti del regime e ai primi capitalisti spuntati sull’Isola come funghi. Ora che si va verso l’unione monetaria, bisognerà ampliare il mercato ed il capitalismo e magari renderlo indipendente da quello vincolato agli interessi del governo, se non si vuole che lo scarso potere d’acquisto del pesos non convertibile risucchi interamente il valore di quello convertibile.

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Napoli: crociata anti De Magistris essuno mi può giudicare nemmeno il Pd. Sono tempi duri per Luigi De Magistris. Ormai tutto il mondo politico napoletano sta facendo il vuoto intorno al primo cittadino di Napoli. Il partito più attivo che si sta battendo per distruggere De Magistris è il Partito democratico. Ed era stato proprio il Pd e presentare un quesito referendario contro il sindaco di Napoli. In un primo tempo il Pd era stato costretto alla retromarcia, poi era tornato alla carica e, alla fine, ha dovuto arrendersi di fronte alla sua stessa incapacità di proporre un quesito refe-

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rendario contro il sindaco. Ma andiamo con ordine: qualche settimana fa il Pd aveva presentato un pacchetto di sei referendum, tutti dichiaratamente contro la giunta napoletana. Per i primi cinque il problema verteva su questioni lessicali, il sesto era stato dichiarato inammissibile per questioni di chiarezza ed univocità. Il testo del sesto quesito, nella nuova versione, era stato presentato al Comitato dei Garanti dal Comitato promotore dei referendum consultivi comunali: “Condividete il programma di Governo dell’Amministrazione in carica, così come illustrato e discusso nella seduta del Consiglio comunale del 16 giugno 2011 e riportato nel relativo verbale, quanto alle materie diverse da quelle non sottoponibili al referendum ai sensi dell’art.12 comma 2 dello Statuto del Comune di Napoli?”. Il Comitato dei garanti ha però nuovamente rifiutato il testo. “Prendiamo atto della reiterata volontà del Comitato dei Garanti di impedire lo svolgimento dei Referendum comunali attraverso la dichiarazione di inammissibilità della nuova versione del sesto quesito presentato dal Comitato Promotore - ha subito dichiarato il segretario provinciale del Pd Napoli Gino Cimmino - Nonostante ciò i Garanti lo hanno rapidamente rigettato con motivazioni generiche, senza contribuire alla sua riformulazione come già accaduto per i primi cinque quesiti. Risulta dunque evidente che sull’iniziativa referendaria – ha ribadito Cimmino - continui a sussistere un atteggiamento più vicino al boicottaggio politico che al mero esame tecnico-giuridico”. Sulla modifica del testo erano tranquilli anche i promotori dell’iniziativa referendaria Umberto De Gregorio ed Enzo Ruggiero, ex sostenitore di De Magistris. Quest’ultimo ha ufficializzato anche il suo passaggio dall’Italia dei Valori al Partito Democratico. Ma dai Garanti c’è stato un altro no: “Rispetto a tale condotta – ha poi concluso il segretario Cimmino - il Pd di Napoli ribadisce il sostegno al Comitato promotore, in attesa di decidere ulteriori azioni dopo l’assemblea provinciale del prossimo 5 novembre”. Se le cose stanno così il sindaco ha i mesi contati. Le incertezze degli ultimi mesi hanno deluso i napoletani. La Giunta De Magistris sta

perdendo troppi pezzi. Ma è anche assurdo che con un referendum si possa determinare una situazione che porti alla sfiducia di una giunta democraticamente eletta. Il problema è che a Napoli sono esasperati da De Magistris, al punto che i partiti di opposizione si stanno inventando una nuova consultazione elettorale per farlo fuori. Ma nemmeno nel Far West mettevano in atto certi sistemi.

Antisemitismo: stesse pericolose banalità antisemitismo che parte da Torino. In questo periodo il capoluogo piemontese sta dimostrando di non essere una città amica di Israele. Alcune forze politiche di questa città si stanno mobilitando contro Tel Aviv. Nelle prossime settimane Torino sarà teatro di una manifestazione nazionale per contestare il vertice Israele-Italia che si terrà nel capoluogo piemontese il 2 dicembre. L’iniziativa dovrebbe tenersi il prossimo 30 novembre. L’iniziativa è stata presentata a Palazzo Nuovo, sede dell‘università di Torino dall’europarlamentare dell’Idv e filosofo Gianni Vattimo, il docente Massimo Zucchetti, Ornella Terracini, dei Comunisti Italiani e gli studenti. Zucchetti a proposto il “boicottaggio accademico”, ovvero che non ci siano rapporti accademici con le università israeliane “coinvolte – ha detto il docente – nella repressione dei palestinesi. Israele è uno stato di polizia che si permette, in nome del suo passato, qualsiasi cosa - ha invece sottolineato Vattimo - anche il lento sterminio del palestinesi. Noi siamo una colonia americana e i nostri politici non sono interessati a ciò che davvero avviene in quelle terre, ma solo a fare accordi commerciali”. Poche ore dopo il filosofo ha fatto capolino in una trasmissione radiofonica, nel corso della quale ha dichiarato: “Non nego l’Olocausto ma sono scandalizzato dell’uso spregiudicato che ne fa Israele per giustificare la propria politica di oppressione

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nei confronti dei palestinesi. Non voglio - aggiunge Vattimo - che ci sia uno stato confessionale e razzista come Israele”. Razzista, chiedono i conduttori? “Certo, razzista. Basta guardare come trattano i palestinesi”. A settembre il filosofo ed europarlamentare è stato indagato per falso ideologico per aver dichiarato che i No Tav non sono terroristi. Nel corso della trasmissione radiofonica è tornato sull’argomento. “Io non tiro nulla perché mi fa male un braccio, ma si può capire se uno tira un sasso durante una manifestazione per rispondere a delle cariche coi lacrimogeni che sono anche vietati. In Val di Susa non c’è alcun terrorismo e sovversione ci sono soltanto dei singoli che vanno lì a protestare e a dimostrare. Non c’è una disciplina militare come nella polizia, gran parte di loro sono pacifici, vecchi coi nipotini”. L’Unione delle Comunità ebraiche ha risposto agli sproloqui del filosofo così: “Strumentalizzare, banalizzare la Shoah a fini politici è un crimine e come tale deve essere trattato. Su questo punto non sono possibili compromessi e ambiguità di alcun genere. Per questo chiedo al Parlamento Europeo un’adeguata reazione di fronte alle affermazioni di Gianni Vattimo, filosofo ed europarlamentare dell’Italia dei Valori. L’Italia non può essere degnamente rappresentata da chi manipola e distorce fatti storici allo scopo di offendere e denigrare il comportamento dello Stato di Israele”. Ma dal Parlamento europeo non si è mosso nessuno. Questo atteggiamento da parte delle istituzioni europee è francamente inquietante.

Il Nuovo Ordine del calcio inglese? nited nel nome del Fuhrer. In Gran Bretagna ci sono molti simpatizzanti dell’estrema destra, ma questi sostenitori dell’estremismo nazionalista non hanno mai avuto il controllo sul mondo del calcio. Anzi, il calcio inglese ha sempre combattuto le derive di destra. Anche se, in realtà, nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere la squadra più popolare della Gran

U

Bretagna veicolare un messaggio pericoloso. Questo fine settimana il Manchester United è stato costretto a chiedere scusa per una e-mail inviata ai propri fans, iscritti alla newsletter del club, in cui si parlava di giovani. L’intento del club era quello di lanciare uno speciale sui giovani della prima squadra, da Adnan Januzaj a David De Gea. Ma la newsletter destinata ai tifosi non ha avuto l’esito sperato. All’interno di questa mail era stato riportato un logo molto somigliante a quello nazista e si parlava di “nuovo ordine”. Questo “Nuovo ordine” è un richiamo non soltanto a simbologie cospiratrici, ma anche e soprattutto al nazismo: di quello parlava infatti spesso Hitler nei suoi assurdi discorsi politici, soprattutto alla vigilia dell’invasione dell’Unione sovietica. Certo, se lo United fosse stato in vista di un incontro con una squadra di club russa sarebbe scoppiato anche un caso internazione. Con lo stesso nome, “ordine nuovo”, in Italia, fu creato nel 1969 un movimento di estrema destra che nel corso degli anni sarebbe diventata un’organizzazione terroristica. Il messaggio della newsletter era accostato ad un logo decisamente molto somigliante ad una svastica, l’accaduto ha scatenato enormi polemiche: alla fine lo United è stato costretto a chiedere scusa. Il responsabile della comunicazione del Manchester United, David Sternberg, non ha potuto fare altro che chiedere umilmente scusa a tutti. “In questo caso la creatività è del tutto inappropriata – ha dichiarato -. Ci scusiamo senza riserve e stiamo già prendendo le opportune azioni interne”. Il club inglese ha dovuto ripiegare: invece dell’“Ordine nuovo”, i tifosi dovranno accontentarsi delle pubbliche scuse dello United. L’estremismo di destra nel calcio è un sentimento che tocca le corde emotive degli inglesi. Qualche tempo fa, dopo l’annuncio dell’arrivo di Paolo Di Canio sulla panchina del club inglese del Sunderland, l’ex ministro degli Esteri britannico David Miliband si è dimesso dal board della squadra di calcio a causa delle opinioni politiche di stampo fascista del nuovo allenatore. Un atto condiviso da gran parte dell’opinione pubblica britannica. In Italia questa sensibilità politica è molto meno sentita nonostante i numerosi provvedimenti presi dalle autorità di pubblica sicurezza per contrastare i fenomeni di razzismo.


Martedì 29 ottobre 2013

La profezia di Brian Eno morto oggi a settantun anni, Lou Reed, il più maledetto dei poeti maledetti del rock. Le cause del decesso non sono state rese note, ma con ogni probabilità sono da collegarsi al trapianto di fegato cui il cantante e chitarrista si era sottoposto nello scorso maggio. Con i Velvet Underground alla fine degli anni Sessanta, e poi da solo, in una carriera piena di dischi memorabili, Reed ha saputo portare nel rock americano la musica europea d’avanguardia, coniugando bellezza e rumore, lirismo e trasgressione. Camaleontico, sorprendente, spigoloso, ha sfidato ogni volta i suoi fan e l’industria discografica. Lewis Allan “ Lou” Reed era nato a Brooklyn, nel 1942. Se musicalmente è partito dal doo wop e dal Rock and roll, nei suoi testi la prima e più duratura influenza è quella del poeta Delmore Schwartz. A metà degli anni Sessanta incontrò il musicista gallese John Cale, violista di formazione classica che studiava col compositore minimalista La Monte Young. Nacquero i Primitives, nucleo essenziale di quelli che diventeranno poi i Velvet Underground. “Il primo disco dei Velvet Underground avrà venduto 30 mila copie”, dichiarò una volta Brian Eno, ma tutti quelli che ne hanno comprato una copia hanno poi formato una band”. Le armonie dissonanti e il look della band attrassero l’attenzione di Andy Warhol, che decise di produrre il primo disco, affiancando ai quattro (oltre Reed e Cale c’erano chitarrista Sterling Morrison e la batterista Maureen Tucker) la figura enigmatica di Nico. Dopo quattro album la band si scoglie e nel 1972 Reed dà il via a una carriera solista lunga e fortunata, che inizia con il disco che porta il suo nome, ma decolla davvero con Transformer, prodotto da David Bowie e Mick Ronson. Contiene capolavori come Walk On The Wild Side, Perfect Day, Satellite Of Love, ripresi negli anni da generazioni di musicisti. Berlin esce nel 1973, appena pochi mesi dopo: è un concept album che parla di droga, depressione, suicidio, ispirato ovviamente alla capitale tedesca; anche qui i brani memorabili non mancano: su tutti Caroline Says I e II, Sad Song. Dopo Berlin arrivano Sally Can’t Dance e il popolarissimo Rock’n Roll Animal, uno degli album live più famosi nella storia del rock. Nel 1975 esce Metal Machine Music, un disco di rottura tutto basato sul feedback di chitarra, in aperta polemica con la sua etichetta discografica, la Rca, che gli chiedeva un album commerciale. Street Hassle (1978) è un lavoro ispirato, più dei precedenti Rock’n’Roll Heart e

E’

LA VOCE REPUBBLICANA

terza pagina-archivio della settimana Coney Island Baby. Con gli anni (e col matrimonio con Sylvia Morales) la personalità di Lou Reed pare addolcirsi, e così anche i suoi dischi, che negli Ottanta non sono così estremi come nel decennio precedente. Dopo The Bells (1979) e Growing Up In Public, arrivano The Blue Mask e Legendary Hearts: molti entrano nelle classifiche, ma non rimarranno tra i migliori lavori del cantante americano. New York (1989) è l’album della rinascita: di nuovo aperto al mondo che gli sta intorno, di nuovo poetico e crudelmente ironico, Reed dà vita a un altro capolavoro, seguito nel 1992 dal monumentale Magic and Loss, tutto incentrato sul tema del tempo che passa e della morte. In New York suona di nuovo Maureen Tucker, e nel 1990 esce Songs for Drella, scritto a quattro mani con John Cale e dedicato alla memoria di Andy Warhol, da poco scomparso. Appare così inevitabile una reunion con i Velvet Underground, che si esibiranno in Usa ed Europa per una serie di concerti, alcuni dei quali in apertura degli U2 (nel loro Zooropa Tour). Dopo Set The Twilight Reeling (1996), gli album si diradano, e Reed inizia una nuova vita al fianco della musicista e performer Laurie Anderson (si sono sposati cinque anni fa). Ha avuto il tempo di scoprire Antony (con cui ha collaborato in The Raven, ispirato al racconto di Edgar Allan Poe), di portare sul palco il suo istruttore di Tai-chi, di vedere ripubblicati molti suoi dischi, tra cui Metal Machine Music, oggi considerato un’opera di avanguardia. Il disco più importante di questo periodo è Ectasy (2000), l’ultimo album è il bizzarro Lulu, in collaborazione con i Metallica, ancora una volta nato da un’opera letteraria, di Franz Wedekind. “I miei dischi si possono leggere come il Grande Racconto Americano, ogni album un capitolo, in ordine cronologico”, ha dichiarato qualche anno fa. E oggi il grande racconto di Lou Reed è arrivato alla parola fine. Bruno Ruffili, “La Stampa”, 27 ottobre 2014 Una onesta panoramica della vita di Lou Reed, anche se dischi come “Street Hassle”, importantissimo, e il live “Take No Prisoners” non sono affrontati nella maniera giusta. Ma del resto non parliamo di dischi normali: queste sono opere d’arte vere e proprie. Di un genere loro, chiaro, ma opere d’arte.

Sorpresa: c’è anche chi lavora

“C’

è una generazione di giovani che non si rassegna a lasciare l’Italia per

costruirsi un futuro”. Di più: c’è una generazione di giovani che “non si arrende al vento della protesta, ma si rimbocca le maniche e guarda con coraggio al domani”. Il grido di speranza arriva dal presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, durante all’assemblea dell’associazione in corso a Genova dove ha presentato la fotografia dell’imprenditoria italiana: delle quasi 300mila imprese (296.008) nate tra gennaio e la fine di settembre, oltre 100mila (100.321, il 33,9%) hanno alla guida uno o più giovani con meno di 35 anni. E ancora, la culla di questa vitalità imprenditoriale è il Sud, dove ha sede il 38,5% delle nuove imprese giovanili nate tra gennaio e settembre, con quasi 40mila (38.608 per l’esattezza) attività aperte in nove mesi.
I settori in cui i giovani sembrano individuare le maggiori possibilità di successo sono quelli del commercio (dove opera il 20,5% delle neo-imprese giovanili), delle costruzioni (9,4%) e dei servizi di ristorazione (5,6%). Nella grande maggioranza dei casi (il 76,8%) si tratta di imprese individuali, la forma più semplice, ma anche la più fragile, per operare sul mercato; il 15,6% ha scelto invece la forma della società di capitale, più idonea - viene sottolineato - a sostenere progetti di sviluppo anche ambiziosi. Per Dardanello sono giovani “che escono dal mondo della scuola ma anche, spesso per colpa della crisi, dal mondo del lavoro e che hanno trovato la forza di puntare su un’idea e sulle proprie competenze. A questi italiani dobbiamo intanto dire grazie per l‘esempio che danno. Ma soprattutto dobbiamo creare le condizioni per aiutarli a realizzare il loro progetto di vita”. Sottolineando che i dati dicono che sono soprattutto micro e piccole imprese individuali, moltissime delle quali al Sud, Dardanello evidenzia come si tratti di “due condizioni difficili per affermarsi. Per sostenerli abbiamo il dovere di dare loro un Paese più moderno e quindi digitalizzato, più efficiente e perciò più credibile e capace di attrarre intelligenze e investimenti, più meritocratico e dunque più libero e rispettoso delle persone, capace di valorizzare le loro competenze nell’interesse di tutti”. Tuttavia il buon dato sul fronte dell’imprenditoria giovanile, non può far dimenticare che il saldo tra aperture e chiusure di imprese nel terzo trimestre è stato pari a +12.934 unità ed è il più basso della serie degli ultimi dieci anni: a determinarlo 76.942 iscrizioni di nuove imprese (+1.923 rispetto allo stesso trimestre 2012) e 64.008 cessazioni di esistenti (+3.498 unità sull’anno scorso). “la Repubblica”, 28 ottobre 2013

Fassina corregge il rottamatore aro Matteo, noi burocrati e soloni qui a Roma abbiamo ascoltato e analizzato le tue coraggiose proposte, raccontate (...) per ridurre il cuneo fiscale di 20 miliardi. Tu proponi dismissioni per 5 miliardi. Al di là della praticabilità di mercato, ti segnaliamo che i proventi da dismissioni sono una tantum, non possono essere utilizzati per coprire minor gettito permanente. Devono andare a riduzione del debito pubblico (quando sono partite finanziarie) o possono essere finalizzati a investimenti (quando sono cespiti immobiliari). Anche gli interventi sulla spesa in conto capitale della Difesa, altra tua coraggiosa e innovativa proposta, sono spese in conto capitale e non possono essere portare a copertura di riduzioni permanenti di imposte. Le tue coraggiose proposte includono anche l’innalzamento al 75% dell’aliquota sui profitti prodotti dalle slot machine. Triplicare l’aliquota vuol dire portare alla chiusura larga parte delle imprese sane (per un liberale come te è facile riconoscere che nessun imprenditore serio può sopportare che tre quarti dei suoi utili finiscano allo Stato) e favorire il gioco in nero, in un settore molto esposto alla criminalità organizzata. In altri termini, innalzare l’aliquota al 75% implica una perdita di gettito (che comunque ha un ordine di grandezza di 500 milioni all’anno, ossia 1/40-esimo dei 20 miliardi cercati). Infine, con un temerario atto di coraggio, proponi di tagliare di 10 miliardi i consumi intermedi. Ti informiamo che tra gli interventi già realizzati e gli interventi introdotti nel Disegno di Legge di Stabilità del pavido governo Letta si arriva a tagli di oltre 10 miliardi all’anno ai consumi intermedi, un aggregato che ammonta per lo Stato a circa 30 miliardi all’anno. Ti informiamo anche che nella Nota di Aggiornamento al DEF del settembre scorso il vile “governo del cacciavite” ha previsto una riduzione di spesa primaria corrente che a regime vale circa 3 punti percentuali di Pil all’anno, circa 50 miliardi. Insomma, caro Matteo, l’insieme delle tue coraggiose proposte ha una rilevanza finanziaria pari a zero. Qui, i burocrati e i soloni invidiosi del tuo rinomato coraggio e del tuo indiscutibile successo, dicono che il caterpillar è andato fuori strada e si è cappottato. Rispondo che l’insuccesso spesso anticipa coraggiose innovazioni. Sono convinto che dai 100 tavoli della Leopolda sono emerse

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proposte coraggiose. Caro Matteo, coraggio, rimetti in moto il caperpillar. Attendiamo con immutata fiducia tue coraggiose gesta per recuperare i 20 miliardi all’anno per un coraggioso taglio del cuneo fiscale. Il termine per la presentazione di coraggiosi emendamenti al Disegno di Legge di Stabilità all’esame del Senato scade la prossima settimana. Un abbraccio, Stefano Fassina “Huffington Post”, 28 ottobre 2013

Magni, cantore del popolino i è spento nella capitale Luigi Magni, regista, sceneggiatore e soggettista italiano che aveva firmato grandi film nei quali aveva saputo magistralmente raccontare la storia di Roma. Magni, morto domenica mattina all’età di 85 anni, è stato il cantore del popolino romano. Il grande pubblico ricorda tra le sue opera la trilogia che comprende Nell’anno del signore (1969), In nome del Papa re (1977), In nome del popolo sovrano (1990), ma anche il bellissimo Tosca. I funerali si terranno martedì 29 nella chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo. Nato a Roma il 21 marzo del 1928, Magni aveva iniziato la carriera come sceneggiatore e soggettista in collaborazione con Age & Scarpelli. Nel 1956 era passato definitivamente nel mondo del cinema lavorando con i più importanti registi italiani dell’epoca: Mario Monicelli, Luciano Salce, Carlo Lizzani, Alberto Lattuada, Mauro Bolognini, Camillo Mastrocinque, Giorgio Bianchi, Pasquale Festa Campanile. Feconda e forte di un’amicizia solida la sua lunga collaborazione con Nino Manfredi. Un sodalizio iniziato nel ‘69, quando il regista diede inizio - con Nell’Anno del Signore - al suo ciclo di commedie ambientate nella Roma papalina e risorgimentale, raccontando con ironia - in equilibro tra farsa e dramma - le storie di gente comune e potenti d’Oltretevere, non dimenticando il linguaggio squisitamente romano. Nelle sue pellicole ricorreva spesso il tema del rapporto tra il popolo e l’aristocrazia romana con il potere pontificio, analizzati raccontando gli sconvolgimenti verificatisi durante il periodo risorgimentale.

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“Corriere della Sera”, 28 ottobre 2013

z i b a l d o n e

Opere d’avanguardia sotto forma di disco oeta, altissimo. Musicista, rivoluzionario, tanto rivoluzionario quanto pignolo. Musicista d’avanguardia, anzi, fra i più audaci, inventore modesto e fondamentale del “noise”, con un disco doppio in quattro facciate, “Metal machine music”, che ha superato i limiti di spazio e tempo ed è lì a mostrare la sua perfezione immacolata ed ostica di oggetto, di statua, di sfinge che ogni tanto sarebbe bene interrogare per avere lumi sul da farsi in questo presente spaventoso. Uomo coraggioso, totalmente anticonformista, infaticabile fucinatore, visionario, pioniere di fronte al quale gli altri rimangono indietro sbalorditi. Uno dei musicisti rock’n’roll più imitati ad ogni latitudine, inventore, col suo esempio, di centinaia di band, inventore, fra le altre cose, di un modo di cantare sensuale, sbilenco, rotto, espressionista che ha fatto scuola e continua a fare scuola. Lou Reed. Che se n’è tristemente andato dopo aver preso il rock’n’roll e averlo rivoltato come un cencio vetusto infondendo in lui nuova imperitura gloria. E poi punk prima che il punk fosse in mente dei, fusione vivente di rock’n’roll e jazz, animale indimenticabile da palcoscenico, ebreo mai dimentico delle sue radici (si vedano dischi come “Streeet Assle”) e al contempo resuscitatore di un ambiguo look nazi-gay che fece scandalo ed epoca. “Perché ti conci così’? gli chiedevano; e lui: “Per pietà”. Lou Reed di cui i giornalisti di oggi, troppo giovani o troppo ignoranti, dicono sia stato una icona anni ottanta, il che è una bestialità, visto che è in pista sin dai settanta, tanto per ricordarlo a chi ha esaurito la memoria. Ma in ogni caso, in questo spazio, è inutile continuare. Chi sa come andarono le cose è oggi vedovo, e anche inconsolabile. Chi non sa nulla di nulla si crogiolerà nel mito stantio del poeta maledetto del rock, solita frittata buona per ogni occasione. Scompare un genio, e non si tratta di esagerazione. Noi restiamo lì a piangere ma, dato che siamo gente informata di come

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andò, restiamo a disposizione per ogni chiarimento e torneremo ovviamente in tema, magari domani. Il lutto è del mondo, anche se il mondo non lo sa. Anzi, il mondo distratto si muove, tanto per onorare Lou Reed con Eliot (e non c’è poi questo abisso), “on its metalled ways”, sulle strade asfaltate/del tempo passato e del tempo futuro” (da “Four Quartets”). (f. be.)

Rapporti delicati oggi ancor più delicati di Federico Capurso li amanti del retro-pensiero vivono giorni di gloria e di “te l’avevo detto”, in seguito al terremoto diplomatico scatenato dal Datagate. Prima le rivelazioni sui metodi di spionaggio da parte della National Security Agency americana ai danni dei cittadini francesi; ora le forti accuse del governo tedesco, che ha scoperto come persino il cellulare privato della cancelliera Angela Merkel fosse sotto controllo. Nella serata di mercoledì, quando la notizia è stata lanciata dal giornale tedesco Der Spiegel, la Merkel ha chiamato il presidente americano Barack Obama e chiesto una immediata e chiara spiegazione. Così il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, ha riferito: “Obama ha assicurato alla Merkel che il suo telefono non è mai stato monitorato”. Eppure, le parole proferite dalla cancelliera al vertice Ue di ieri a Bruxelles non avevano un tono distensivo: “Spiare non è accettabile, tra alleati ci vuole fiducia”. Piuttosto, hanno dato l’impressione che le intercettazioni fossero state prese da Berlino come un dato certo. Tra l’altro, lo scandalo non aiuta le sorti del nuovo governo Merkel, ancora indaffarato a trovare i giusti equilibri in Parlamento. I socialisti del Spd ci hanno tenuto a sottolineare come, nel luglio scorso, il governo non abbia mai preso in considerazione le numerose richieste di approfondire l’eventualità che le intercettazioni dell’Nsa riguardassero anche la Germania. I Verdi hanno invece chiesto che venga istituita una nuova commissione d’inchiesta. A Berlino, intanto, il ministro degli Esteri Guido Westerwelle ha convocato l’ambasciatore americano John B. Emerson per un incontro urgente. Il Datagate è così giunto per direttissima sul tavolo di Bruxelles, in occasione del vertice indetto per trattare primariamente la questione dell’immigrazione, ed è stato

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subito oggetto di dure riflessioni da parte di numerosi esponenti del parlamento europeo. Quando è troppo! “Quando è troppo è troppo: tra amici, deve esserci fiducia. È stata compromessa. Ci aspettiamo in fretta risposte dagli americani”: è il piccato tweet del commissario europeo al mercato interno Michel Barnier. Per il commissario europeo alla Giustizia Viviane Reding, secondo quanto riferito dal suo portavoce, è arrivato il momento di dare una risposta “forte e univoca” dell’Europa agli americani. Ma la risposta più dura è arrivata dal presidente del Parlamento europeo Martin Shulz: “Penso che dovremmo sospendere ora i negoziati” per arrivare a un accordo di libero scambio tra Ue e Usa. Proprio quell’accordo per cui Letta si era tanto speso nel corso della sua visita a Obama. “Ci sono alcuni standard e criteri - ha aggiunto Shulz - che si devono rispettare, altrimenti non ha alcun senso parlarci l’un l’altro”. Tentativi di gettare acqua sul fuoco e di riaprire i negozia-

ti economici sono invece arrivati dal presidente della Ue Herman Van Rompuy: “Nella bozza di conclusioni del vertice Ue che i leader hanno discusso oggi, c’è un riferimento alla necessità di approvare la direttiva sulla protezione dati l’anno prossimo, perché è importante ristabilire la fiducia”. A margine del vertice europeo, la cancelliera tedesca e il presidente francese Francois Hollande hanno avuto un incontro bilaterale, organizzato per parlare di interventi

sulla sicurezza interna all’Ue e coordinare le loro reazioni. I due leader hanno anche incontrato, in due diversi momenti, il presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, che ha detto ai giornalisti presenti: “Bisogna fare tutte le verifiche. Non è accettabile che ci siano attività di spionaggio di questo tipo”. Una risposta non obliqua, ma stranamente secca e decisa. Già, perché l’intelligence statunitense, coadiuvata dagli 007 britannici, avrebbe operato anche nel nostro Paese. Lo ha rivelato a l’Espresso Glenn Greenwald, il giornalista del Guardian che ha fatto scoppiare il Datagate e che custodisce i file della “talpa” dell’Nsa Edward Snowden. “Con un programma parallelo e convergente chiamato Tempora - ha spiegato Greenwald - anche l’intelligence britannica ha spiato i cavi di fibre ottiche che trasportano telefonate, mail e traffico Internet italiano”. Le informazioni rilevanti venivano poi scambiate con l’Nsa americana. Il giornalista americano del Guardian ha poi affondato la spada: “I servizi segreti italiani hanno avuto un ruolo nella raccolta di metadati”. Questi documenti, sostiene, affermano che i nostri apparati di sicurezza avevano un “accordo di terzo livello” con l’ente inglese, con il quale dunque c’era piena collaborazione. Dai servizi segreti italiani arrivano le smentite, mentre dal Copasir si alzano voci contrastanti; c’è chi concede il beneficio del dubbio e nega l’esistenza di prove, chi invece è già convinto della colpevolezza statunitense. Documento del 2006 Il Guardian ha poi in pubblicato un documento riservato del 2006, proveniente dai file della talpa Snowden, che accerterebbe lo spionaggio da parte dell’Nsa di altri 35 leader mondiali. I nomi non erano presenti nel file, e la notizia è arrivata quando ormai le sale del palazzo del Consiglio europeo erano vuote. La sicurezza americana aggiunge il Guardian - avrebbe “incoraggiato i funzionari di altre istituzioni, come la Casa Bianca, il dipartimento di Stato e il Pentagono, a condividere i numeri delle utenze telefoniche” da intercettare. Insomma, un altro macigno su Washington. Il segretario di Stato americano, John Kerry, avrà certamente il suo daffare. La Germania, irritata, spera di riuscire a fare blocco contro gli Usa che, da parte loro, tenteranno in ogni modo di ricucire lo strappo. Tutti si aspettano risposte da Washington ma, che si rivelino convincenti o meno, l’impressione è che la nuova ombra calata sull’amministrazione Obama sia destinata a incrinare irrimediabilmente gli equilibri politici internazionali e quella storica “fiducia”, che si traduce in accordi economici e militari, di capitale importanza (per entrambi i “blocchi”).


4 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 29 ottobre 2013

In arrivo una dichiarazione Iva standard con costi ridotti Rendere così più efficienti le amministrazioni fiscali in tutta l'Unione europea

Un aiuto al risanamento dei vari bilanci n arrivo una nuova dichiarazione IVA standard che promette di ridurre i costi per le imprese dell’UE fino a 15 miliardi di euro l’anno e ridurre gli oneri burocratici per le imprese. La nuova dichiarazione, proposta nei giorni scorsi dalla Commissione europea, vuole così rendere più efficienti le amministrazioni fiscali in tutta l‘Unione. In particolare, la proposta più recente prevede un insieme uniforme di requisiti per le imprese relativi alla compilazione delle

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dichiarazioni IVA, indipendentemente dallo Stato membro in cui vengono effettuate e la dichiarazione, che sostituirà quelle nazionali sull’IVA, permetterà che alle imprese siano richieste le stesse informazioni di base entro le stesse scadenze in tutta l’UE. Poiché le procedure semplificate risultano più facili da rispettare e da applicare, questo progetto dovrebbe anche contribuire a migliorare il rispetto della normativa IVA e aumentare le entrate pubbliche.

ELENCO PAGAMENTO TESSERE PRI 2013 Sez. Pri Padova; Sez. Pri “Cattaneo”, Rovigo; Sez. Pri Cesenatico (FC); Sez. Pri Paola (CS); Sez. Pri “R. Pacciardi” Grosseto; Sez. Pri “Chiaravalle” Soverato (CZ); Sez. Pri Jesi e Chiaravalle (AN); Sez. Pri Catanzaro; Consociazione Pri Cesena; Federazione Provinciale Pri Ravenna; Sez. Pri “Silvagni-Mazzini-Valconca”, Rimini; Sez. Pri “Mazzini”, Rimini; Sez. Pri, Novi Ligure (AL); Sez. Pri, Lamezia Terme; Sez. Pri Vomero Arenella (NA); Sez. Pri “Ugo La Malfa”, Codigoro (FE); Sez. Pri “Pisacane”, Foggia; Sez. Pri “Sant’Andrea Borgo Mazzini” Rimini; Sez. “Ugo La Malfa”, Napoli; Sez. Pri “Celli” Cagli (PU); Sez. Pri “Centro”, Caserta; Sez. Pri “Garbarino”, Chiavari (GE); Sze. Pri Fano (AP); Sez. Pri “Mazzini”, Comacchio (FE); Sez. Pri “Giovine Europa”, Andora (SV); Sez. Pri Mantova; Sez. Pri Dro (TN); Gruppo Pri Lucchese, Lecco; Sez. Pri “G. Spadolini”, Viareggio; Sez. Pri “R. Sardiello”, Reggio Calabria; Sez. Pri Melicucco (RC); Sez. Pri Locri (RC); Sez. Pri Samo (RC); Sez. Pri Africo (RC); Sez. Pri Bovalino (RC); Sez. Pri Gioia Tauro (RC); Sez. Pri Pavona, Roma; Sez. Pri Cecchina, Roma; Sez. Pri Palombara Sabina, Roma; Sez. Pri Tuscolana, Roma; Sez. Pri "Pisacane", Foggia; Sez. Pri "G. Mazzini", Ferrara; Sez. Pri "L. Santini",Viterbo; Sez. Pri Trieste; Sez. Pri “Camangi” Roma; Sez. Pri “Bonfiglioli” Bologna; Sez. Pri Grottaglie (BA); Sez. Pri Spilimbergo (PN); Sez. Pri “Aurelio Saffi” Ravenna; Sez. Pri Varese; Sez. Pri Bottiroli” Voghera (PV); Sez. Pri “Mameli” Cologno Monzese (MI); Sez. Pri Cremona; Sez. Pri “Flaminio Prati (Roma); Sez. Pri “F.lli Bandiera” San Pietro in Campiano (RA). Sono pervenute all'Ufficio Amministrazione del PRI versamenti di pagamenti tessere di singoli iscritti. E' chiaro che ai fini congressuali l'iscrizione singola non consente la partecipazione ai lavori dell'Assise repubblicana. Chi non è nelle condizioni di avere una sezione dovrà iscriversi a quella territoriale più vicina. Per ogni ulteriore informazione o chiarimento si prega di rivolgersi all'Ufficio Organizzazione (Maurizio Sacco) ai seguenti numeri: 338/6234576 - 334/2832294 - oppure orgpri@yahoo.it

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Ogni anno vengono presentate circa 150 milioni di dichiarazioni IVA da parte dei contribuenti UE alle amministrazioni fiscali nazionali e attualmente le informazioni richieste, il formato dei moduli nazionali e le scadenze per la presentazione della documentazione variano notevolmente da uno Stato Membro all’altro. Ciò rende le comunicazioni per le imprese transfrontaliere una procedura complessa, costosa e gravosa, poiché anche le aziende che operano in più di un Paese hanno manifestato difficoltà nel rispettare gli obblighi in materia di IVA a causa della loro complessità. L’ultima dichiarazione IVA standard proposta semplifica significativamente le informazioni che le imprese devono fornire alle amministrazioni fiscali, infatti, saranno soltanto cinque le caselle che i contribuenti dovranno obbligatoriamente compilare. Inoltre, gli Stati Membri avranno un margine per richiedere un certo numero di elementi standardizzati aggiuntivi, fino ad un massimo di 26 caselle. Le imprese presenteranno la dichiarazione IVA standard mensilmente, mentre le microimprese saranno obbligate a farlo su base trimestrale e l’obbligo di presentare una dichiarazione IVA annuale riepilogativa sarà abolito. Per di più, la proposta incoraggia la consegna per via elettronica rientrando nel più ampio impegno della Commissione di ridurre gli oneri amministrativi e gli ostacoli al commercio nel mercato unico. Infine, questo nuovo piano rappresenta un fondamentale contributo alla creazione di un sistema IVA più efficiente e a prova di frode (l’IVA rappresenta circa il 21% delle entrate degli Stati Membri e tuttavia circa 193 miliardi di euro non sono stati riscossi nel 2011) istituendo un sistema più agevole per i contribuenti e le amministrazioni, migliorando il rispetto della normativa fiscale e dando finalmente un contributo importante al risanamento del bilancio in tutta l’UE grazie all’aumento delle entrate pubbliche.

Recensione di Antonio Angeli del libro di Giancarlo Tartaglia "Francesco Perri, dall'antifascismo alla Repubblica" di prossima uscita. La recensione è apparsa su “Il Tempo" del 13 ottobre 2013 ome è possibile nascere repubblicani in una monarchia, quale era l’Italia alla fine dell’Ottocento? Significa anteporre il ragionamento e l’amor di patria a qualunque convenienza. Accadde a Francesco Perri, acutissimo osservatore e al tempo stesso protagonista della vita democratica del nostro paese. Perri nacque nel 1885 in un paesino in provincia di Reggio Calabria, dal quale si distaccò subito per vivere tra il nord d’Italia e il cuore dell’Europa, mantenendo sempre, però, l’occhio e la mente rivolti a quella che per decenni si è chiamata “Questione Meridionale”. Perri fu, nella sua vita di intellettuale, lunga e difficile, “schiavo” del pensiero. Il ragionamento lo fece essere repubblicano nell’Italia dei Savoia, antifascista quando marciavano le camicie nere e poi meridionalista, legato alle realtà locali al tempo dell’Impero... La storia di questo intellettuale, giornalista e politico, uno di quelli che hanno costruito dal basso, con lacrime e sangue (veri), l’Italia felix del boom economico, è scritta in un completissimo saggio biografico: “Francesco Perri. Dall’antifascismo alla Repubblica”, di Giancarlo Tartaglia, Gangemi Editore, 320 pagine, 25 euro. Tartaglia, storico, giornalista e docente universitario descrive, con una minuziosa opera documentale, da Giolitti alla Ricostruzione, l’evoluzione e la vita di quest’uomo che aveva come obiettivo l’affermazione di un principio modernissimo: la selezione dell’élite di governo deve essere realizzata per via meritocratica e non per mero diritto di successione. Individuò nella monarchia, con i suoi rituali e le sue clientele, un ostacolo insuperabile per la realizzazione di un paese moderno. Nel Ventennio visse un antifascismo appartato, di poco clamore, ma di costanti sofferenze. Si dedicò alla politica nel difficile periodo dell’occupazione nazista finché, dopo la liberazione, nel ’45, il partito lo volle alla guida del “Tribuno del Popolo”, foglio repubblicano genovese, e poi della stessa “Voce Repubblicana”. Fu protagonista delle battaglie per la Costituente e per la Repubblica fino ai giorni della vittoria referendaria. Roberto Balzani, nella sua introduzione, definisce il libro “un bel contributo alla storiografia sul repubblicanesimo, che sarebbe piaciuto a Giovanni Spadolini”. E a tutti quelli che costruiscono e vivono la democrazia “dal basso”.

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Antonio Angeli, “Il Tempo”, 13 ottobre 2013

Anno 2014, etichette con presenza allergeni Scoperta di proteine del latte nel prosciutto con gravi rischi

Arriva un kit per la nostra salute n base a nuove norme europee, entro il 2014 sulle etichette dei cibi confezionati andrà riportata obbligatoriamente l’ eventuale presenza di 14 allergeni tra cui latte, crostacei e frutta a guscio. Lo sottolinea l’Istituto Zooprofilattico di Piemonte, Liguria e Val d’Aosta (Izsto) che ha recentemente festeggiato i suoi cento anni di attività e presso il quale la Regione Piemonte ha istituito Crealia, Centro Regionale per Allergie e Intolleranze Alimentari, diretto da Lucia De Castelli. Il Centro, grazie a un finanziamento del ministero della Salute, ha messo a punto un sistema diagnostico veloce ed efficace (RFIZP-2008-1160478) per stabilire

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la presenza di allergeni negli alimenti, che sfrutta le caratteristiche dei nanosensori. Il lavoro è stato condotto in collaborazione con gli esperti del Politecnico di Torino e del CNR della stessa città. Per ora il sistema è a livello di prototipo e si è dimostrato molto preciso nella rivelazione delle beta-lattoglobuline del latte, molto diffuse nel sistema alimentare. Grazie al nuovo test, per esempio, si è scoperta la presenza di proteine del latte nel prosciutto sufficienti per scatenare una reazione allergica. Se la ricerca verrà ulteriormente finanziata, si potranno mettere a punto dei kit di facile impiego nelle mense scolastiche e aziendali e per le analisi a livello industriale.

La Voce Repubblicana del 29 ottobre 2013  

Quotidiano del Partito Repubblicano Italiano - n. 207 di martedì 29 ottobre 2013

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