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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 103 - MERCOLEDI 29 MAGGIO 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

Le larghe intese fanno bene Movimento 5 stelle più che dimezzato in soli tre mesi

L’URNA VUOTA

Non esiste democrazia senza partiti

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iciannove candidati a sindaco, 1.667 aspiranti consiglieri comunali, alcune altre migliaia in lizza per un seggio municipale, e schede elettorali lunghe anche un metro e venti centimetri. Fuochi d’artificio per una Capitale con un’affluenza al voto del 52%. In pratica un elettore su due a Roma ha avuto altro da fare. C’era persino chi ha cercato di spiegare il flop della partecipazione con la partita dell’Olimpico, l’attesissimo derby di Coppa Italia. Peccato che in Tribuna Autorità, dirigenti Fifa, vedendo la Tribuna Tevere semivuota, si siano detti: oggi ci sono le elezioni. La verità è che come lo spettacolo fra Roma e Lazio non era proprio di prima scelta, altrettanto era la competizione elettorale. Tanti ne sono convinti e sono rimasti a casa in entrambi i casi. Il quadro politico è però disarmante anche sul piano nazionale e bisogna chiedersi come si possano perdere sedici punti percentuali in confronto al 2008, con picchi di flessione nel Nord superiori al 20%, ed al Centro (Pisa) del 25%. E’ vero che in quell’anno le amministrative erano state abbinate alle politiche, ma la spiegazione è insufficiente. Non siamo un popolo di qualunquisti astensionisti. Siamo un popolo di delusi e ogni tornata elettorale lo dimostra. Il centrodestra senza Berlusconi non esiste; il centrosinistra, più organizzato e militante, se ne approfitta, si gonfia il petto, mette le sue bandiere su ogni scranno possibile e non si accorge di essere minoranza. “Terzi poli” non vengono segnalati, e piantiamola qui per favore. Persino il Movimento Cinque Stelle ha dimezzato i voti. Grillo voleva che si arrendessero i partiti, va a finire che si arrenderà prima lui all’evi-

denza. E’ già finito nel calderone del disinteresse e anche per questo ci sarà pure un perché. La crisi che affrontiamo non è passeggera, al contrario è una costante che monta dal tempo di Tangentopoli, dalla fine dei vecchi partiti. Cambiamo pure le leggi elettorali, cerchiamo riforme per riavvicinare il cittadino agli eletti e alle istituzioni, dimezziamo i costi della politica, tutto vano. L’idea di governare le grandi democrazie senza partiti politici è peregrina. I paesi democratici occidentali non si affidano a leader più o meno improvvisati, magari con doti da mattatore universale. Li hanno già conosciuti in passato e li evitano volentieri. Contano invece su strutture politiche solide e con una lunga storia democratica. Ogni tanto spuntano anche partiti ex nihilo, capaci di ottenere un certo successo, ma questo si esaurisce in fretta. Le forze di protesta hanno delle impennate ma restano marginali. In Germania, Spagna, Francia, Inghilterra, persino nella tormentata Grecia a nessuno viene in mente di mandare all’aria i partiti socialisti, cattolici, liberali, quali traversie possano passare. L’Italia l’ha fatto e siamo andati ad un passo dal delirio personalistico e con l’astensionismo crescente. Solo i partiti sanno canalizzare il consenso e difendere la sovranità di un Paese. Al governo ci pensino: non saranno le larghe intese a danneggiarli, semmai la mancanza di risposte. Vedi Roma, dove Alemanno ha governato personalisticamente ed ha fatto il botto. Al ballottaggio andrà pure peggio. Marchini ha ottenuto un discreto successo, ma ha mostrato dei limiti forti, come l’apertura ai 5 stelle quando quell’elettorato aveva già smobilitato. I voti si perdono, i partiti devono saper restare anche per riconquistarli.

Prima debacle per Beppe

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l Movimento 5 stelle primo partito d’Italia? Sarà difficile che Beppe Grillo possa dirlo ancora con i voti ridotti ai due terzi rispetto alle politiche e nessun ballottaggio nelle grandi città. Beppe è furente come solo Achille nell’Iliade. Chi vota Pd e Pdl “si sta condannando a una via senza ritorno”, scrive sul suo blog. “Capisco chi ha votato, convinto, per il condannato in secondo grado per evasione fiscale e chi ha dato la sua preferenza ai responsabili del disastro dell’Ilva, del Monte Paschi che hanno come testimonial il prescritto Penati. Capisco chi ha mantenuto la barra dritta e premiato i partiti che succhiano i finanziamenti pubblici e non chi li ha restituiti allo Stato. Vi capisco. Il vostro voto è stato pesato, meditato”. Ben diverso l’umore che si respira in casa Pd. Epifani conta i voti persi, ma comunque rimane bene in testa in grado di assicurarsi la guida delle città preferite. Vendola è tutto contento: “il centrosinistra vuole rinascere”. Berlusconi è invece rimasto chiuso in villa in Sardegna. Questa volta è stato traviato dai sondaggi. Un conto è il consenso a lui, un altro al suo partito guidato da esponenti locali. Lo si è visto soprattutto a Roma dove Alemanno, sindaco uscente, è stato stracciato dal candidato del Pd Marino, che nemmeno è romano.

CONVOCATA COMMISSIONE RIFORMA STATUTO PRI La Commissione Riforma Statuto del PRI è convocata per mercoledì 29 maggio 2013 a partire dalle ore 15.00 presso la sala riunioni di Roma International Office, in Via Lombardia n° 30 - Roma (scala A, interno 8 bis), con il seguente ordine de giorno: 1)

“I

nvece del nostro riscatto morale preferiscono le loro misere rendite di posizione, garantite dal sistema di Monte dei Paschi. Dal pensionato allo studente che trova il locale in affitto, non si salva nessuno. Nessuno che senta la necessità di sgrovigliarsi dal groviglio armonioso”. Michele Pinassi il candidato 5 stelle a sindaco di Siena sognava di emulare l’impresa di Parma. Gli è andata male, in compenso ha descritto bene la nuova realtà che si prepara. Indipendentemente dallo scandalo, i senesi si sono tenuti il loro “groviglio armonioso”, si può persino dire che lo hanno preferito di gran

Stesura definitiva modifiche Statuto PRI.

MILANO, FALSO ALLARME ALLA CONSOB

BOMBA

Un falso allarme la telefonata anonima che annunciava la presenza di una bomba nella sede della Consob, in via Broletto, a Milano. La polizia, aveva deciso di allontanare tem-

poraneamente i dipendenti, circa 150 persone che sono state fatte scendere in strada.

PALERMO, 4

MILIONI DI EURO SEQUESTRATI ALLA MAFIA

Oltre 4 milioni di euro sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza al patrimonio di un imprenditore agricolo nell’agrigentino, Vincenzo Scavetto arrestato nel 2011 per associazione mafiosa e condannato in primo grado nel 2012, a dieci anni di reclusione.

AVVISO AI LETTORI “La Voce Repubblicana” è in edizione online. www.lavocerepubblicana.it Inoltre si comunica che “La Voce” non uscirà in edizione cartacea. Agli abbonati sarà garantito l’accesso online

Il palio di Siena lunga alla clava ostentata da Grillo. Se Siena è il simbolo del consociativismo per antonomasia, del viluppo di innominabili interessi economici e politici, dei colloqui nei bar fra Verdini ed i dirigenti Mps, i cittadini di Siena sono complici: non potevano non sapere e infatti tutto questo lo hanno approvato. Alle politiche di febbraio il M5S aveva preso il 21%, e sembrava ancora poco viste le dimensioni dello scandalo Mps su cui Beppe Grillo non ha mai risparmiato strali. Ancora in campagna elettorale era tornato a battere col martello dal palco dei giardini della Lizza, come un fabbro infernale sul ferro caldo.

Adesso con un 8,2 per cento, Siena è la Beresina dei 5 Stelle in una campagna sciagurata, dove è emerso il limite della protesta antisistema. “Questa è una città che vive tutta sulle rendite di posizione”, ha detto sconfortato Pinassi: vero ed è un problema nazionale. Gli italiani preferiscono ancora affrontare una crisi che morde, piuttosto di inoltrarsi nella decrescita teorizzata da Grillo. E il conservatorismo benestante della sinistra è uno scoglio duro da erodere. Siena eleggerà uno che al Monte dei Paschi ci lavora da oltre trent’anni. Il primo segnale che, nonostante tutto, il sistema tiene.

Torna la guerra al terrorismo Sergio Romano accusa Obama di incoerenza

Revisione strategica della Casa Bianca

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opo avere proseguito l’azione del predecessore cercando inutilmente di vincere le guerre in Afghanistan e Iraq, Obama si lascia alle spalle, ritirando le truppe, due sanguinose guerre civili, due focolai destinati ad alimentare episodi di fanatica violenza come quelli recenti di Boston, Londra e Kabul. Se le condizioni del grande Medio Oriente sono ogni giorno più gravi, esiste anche un ‘capitolo Obama’ che gli storici non potranno ignorare”. L’ambasciatore Sergio Romano con un editoriale del ‘Corriere della sera’ di lunedì scorso esprime una qualche dose di perplessità sulle scelte strategiche della Casa Bianca, che dopo aver posto la necessità di una svolta nella politica americana, “non ha dato prova di grande coerenza”. Nel discorso tenuto alla National Defense University Barack Obama, esattamente come il suo predecessore, ha parlato di “guerra al terrorismo”, una formula che molti europei, fra cui l’ambasciatore Romano ovviamente, speravano fosse superata, perché “eccessiva e pericolosa”. E anche se la parola “guerra”, in bocca ad Obama, assume significato diverso da quello con cui la intendevano George W. Bush, Dick Cheney e Donald Rumsfeld, è oramai chiaro che lo stato di allerta non si è esaurito, così come rimane la necessità di “aggirare con nuove norme le regole della giustizia democratica”, e persino “di invadere la vita privata di americani e stranieri” al punto di colpire chiunque venga definito come “nemico”. Va da sé che qualsiasi azione militare possa essere considerata opportuna. Per cui a conti fatti c’è poco da dire: con la formula “Guerra al terrorismo”, Obama assume poteri incontrollabili. Vedi il carcere di Guantanamo, ancora in attività. Inutile che il giudice dalla Corte Suprema statunitense Antony Scalia sia in Italia a ricordare che ogni volta che chiede a qualche paese di prendersi i detenuti di Guantanamo, l’America riceva un cortesissimo rifiuto. La Cia, scrive Romano, continua “ad agire come un esercito nell’ombra piuttosto che come un normale servizio d’intelligence”. Da qui i brutali interrogatori dei detenuti, le incursioni dei droni che mettono a rischio i civili, l’indifferenza assoluta verso le indagini dell’Fbi in cui sono stati recentemente coinvolti diversi giornalisti – e que-

sto forse non è proprio questione connessa alla guerra, ma non importa. Romano sembra spiegarsi questo scenario con il desiderio da parte di Obama di non perdere, al momento del voto, la parte più preoccupata e impaurita della società americana, dimenticandosi però che si è appena votato: Obama ha ottenuto il suo secondo mandato, è libero di esercitare il potere ottenuto come meglio crede. Quindi non si può pensare al voto fra qualche anno se l’America non riesce a restaurare le regole dello Stato di diritto. Nemmeno la morte di Osama bin Laden è servita a superare lo stato di emergenza. Ora può darsi che Obama sia incoerente, come ritiene Romano, oppure bisogna rendersi conto che la guerra al terrorismo di Bush non era un’esagerazione, ma una necessità di fronte alla quale anche Obama è dovuto piegarsi. La minaccia è vera, concreta, radicale e pretende misure straordinarie per essere affrontata, inclusa una revisione strategica della politica estera della muova presidenza. La dimostrazione viene data dal caso libico. Obama aveva ritenuto sufficiente sbarazzarsi di Gheddafi per aprire un rapporto più proficuo con la Libia ed il Mediterraneo, e il suo ambasciatore Stevens era il simbolo della distensione cercata dagli Usa in Medio oriente. Stevens è stato ammazzato e la Libia è minacciata dagli estremisti salafiti. Obama ha inviato i marines a Sigonella, non per la Siria, la cui situazione è ingestibile, ma proprio nel caso di dover intervenire in Libia. Esattamente come, all’indomani del secondo conflitto in Europa, dalla presenza dei soldati Usa non si può prescindere nemmeno in Medio oriente. Lo si vede in Afghanistan ed in Iraq dove il terrorismo guadagna terreno. La destabilizzazione delle primavere arabe estende, e non restringe, le aree di crisi. La riduzione del fronte esterno ha portato i terroristi a colpire all’interno, in maniere se vogliamo più rudimentali rispetto all’11 settembre, ma comunque efficaci. Bush non aveva enfatizzato il dramma che si presentava all’alba del nuovo millennio con il conflitto fra civiltà, semmai sono stati alcuni paesi europei a sottovalutarlo a pensare che si potesse risolvere con l’intelligence come se riguardasse alcune cellule impazzite e non intere fasce di popolazione. Obama se ne sta accorgendo.

Follia Ilva

Calpestato l'interesse nazionale

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editoriale del “Sole 24 Ore” ore a firma di Guido Gentili di martedì scorso, “L’interesse nazionale”, è chiarissimo: un Paese come l’Italia, la terza economia d’Europa con quasi dieci milioni di addetti nel manifatturiero, non può esentarsi da “un serio confronto sul suo destino industriale”. Allora ci si accorge che il capitalismo italiano, a prevalente trazione familiare, è ancora il principale garante della nostra sovranità nazionale, “quella effettiva, specchio dell’economia reale”. Per cui dopo vent’anni di stagnazione di cui cinque, gli ultimi, di crisi violenta, non si può pensare di “chiudere gli occhi di fronte alla questione industriale” se non vogliamo davvero pregiudicare ogni nostro ruolo futuro in Europa e nel mondo. Ora Gentili conosce bene i flussi dell’economia globale, la politica industriale dei grandi paesi sviluppati e gli sforzi di quelli emergenti e non ci passa nemmeno per la testa di instaurare paragoni fra quelle realtà e quella italiana. Il confronto fra sistemi si rivelerebbe piuttosto imbarazzante. Ci limitiamo alla semplice domanda: se, in un qualche altro Paese del mondo industrializzato, “si sarebbe potuto registrare un caso come quello Ilva di Taranto”. In effetti è abnorme: abbiamo un gigante della siderurgia, l’ottavo gruppo nel mondo, situato nel cuore del Mezzogiorno, e cosa succede? La magistratura lo chiude. Vi sono i danni ambientali, mancano le sufficienti innovazioni tecnologiche, la proprietà, ne prendiamo atto, avrà evaso il fisco, tutte questioni aperte che hanno implicazioni importanti sotto il profilo legale e comportamentale, ma l’ipotesi di chiusura è fuori dalla realtà ordinaria, è semplicemente una follia degna di un paese prossimo al collasso che si vuole scavare la fossa da solo. Tralasciamo la discussione sulle possibilità di investire quando la presenza dello Stato comporta un’iper-regolamentazione, quando non - a volte - la mancanza del rispetto del diritto che si deve garantire a qualsiasi cittadino. Perché il problema è che quando si verifica un caso di assoluta follia come quello di Taranto, la ragione consiglia comunque a chiunque di rivolgersi altrove. Bastano pochi chilometri fuori dai confini nazionali e gli imprenditori scopriranno altri mondi dove burocrazia e fisco si muovono in punta dei piedi. Persino la Russia, lo sa Gerard Depardieu, è divenuta più appetibile della Francia, figurarsi dell’Italia. A corto di credito bancario le nostre imprese soffocano, le tasse le tramortiscono, gli adempimenti burocratici le azzoppano. Se poi riesci a sopravvivere a tutto questo, c’è comunque la magistratura che ti da la mazzata finale. Così viene letta sul piano imprenditoriale la vicenda Ilva, indipendentemente dalle ragioni e dai torti in questione: un altro balzo verso la deindustrializzazione del paese.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Mercoledì 29 maggio 2013

economia

Giustizia e dintorni di Guido Camera Raffronti fra le idee di un supergiudice statunitense e quelle che circolano in Italia: cose condivisibili e opinioni discutibili

Il taccuino di un conservatore

L’

intervista resa al “Corriere della Sera” dal “supergiudice americano” – di evidente origine italiana - Nino Scalia, nominato da Reagan alla Corte Suprema nel (lontano) 1986, è particolarmente indicativa della differenze culturali che ci dividono dagli statunitensi. Scalia, che è “l’uomo di punta della cultura conservatrice” all’interno della Suprema Corte, spiega al giornalista come, a suo giudizio, vada interpretata la Costituzione americana per renderla attuale e, nel contempo, ne rivendica la supremazia anche rispetto ai “diritti universali”: Scalia parla anche della guerra al terrorismo, della pena di morte - che, dal suo punto di vista, è “assolutamente incomprensibile” definire “incostituzionale” - del diritto di portare armi dei cittadini americani, che “è chiaro nel testo del secondo emendamento” della Costituzione americana e che viene criticato a vanvera (“nonsense”) dato che “non c’è nessuna prova che le combat arms o le armi di assalto siano la causa” di eccidi come quello di Columbine. Un altro passaggio interessante è quello in cui Scalia critica duramente “l’attivismo giudiziario” di alcuni suoi colleghi, che definisce “un abuso di potere” che “distrugge la pretesa dei magistrati di essere il legittimo arbitro finale del significato della legge”, nonché le

“agende politiche di moda”, nel cui nome molti giudici sottovalutano la protezioni costituzionali dei diritti economici. Si tratta di idee che in parte condivido e in parte sicuramente no; ma il punto delle mie riflessioni non è tanto sul merito delle parole di Scalia, quanto sulla sua intensa, e rivendicata, politicizzazione, che ne ispira – anzi, secondo le leggi americane, ne deve ispirare - la sua attività quotidiana come giudice della Corte Suprema, il cui compito è interpretare la Costituzione rendendola attuale ai cambiamenti della società. Nessun americano si meraviglia di ciò; fa parte della loro cultura. Scalia, “l’uomo Pensate, invece, cosa accadrebbe da di punta della cultura noi se un giudice italiano così autoconservatrice” nella revole rilasciasse un’intervista dai Suprema Corte, spiega contenuti intensamente politici al al giornalista come maggior quotidiano americano preninterpretare la Carta dendo posizione, senza tanti giri di statunitense parole, sulla nostra Costituzione e criticando anche alcuni protagonisti dell’attività giudiziaria. Sarebbe un diluvio di critiche e richieste di dimissioni. Da noi, infatti, nonostante la magistratura da anni abbia, nel bene e nel male, un ruolo essenziale nel cambiamento della società e degli equilibri politici, ci si trincera sempre dietro a un velo (sempre più spesso) di ipocrisia che impone ai magistrati il silenzio sui giornali, ma che rende molto loquaci alcune inchieste e sentenze.

Intervista di Lanfranco Palazzolo Squitieri, regista, sembra un po’ deluso dai prodotti odierni della macchina cinematografica: e qui ci spiega le ragioni

Quegli anni perduti per sempre

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el cinema mondiale manca una nouvelle vague. E i registi non hanno idee. Ecco perché molti fanno rifacimenti di film già visti cambiando solo il linguaggio. Questo non è accettabile. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il regista Pasquale Squitieri. Pasquale Squitieri, il festival di Cannes ha dimostrato che il cinema italiano stenta a ritrovare un suo “Si fanno dei film ruolo in una vetrina importante del già visti: al limite cinema continentale. Cosa pensa delsi cambia il mezzo l’insuccesso di Paolo Sorrentino e de linguistico, ma mi “La grande bellezza” e dell’idea di pare che le antiche rifare la seconda parte della “Dolce idee siano perdute vita” in un periodo di grande depresormai per sempre” sione economica? “Il film di Sorrentino non è stato solo avvicinato solo a quello di Fellini, ma anche alla ‘Terrazza’ di Ettore Scola. Non è un problema di Sorrentino. Credo che la crisi del cinema è ormai globale”. Lei pensa che esista una grave crisi anche del cinema americano? “Mi sembra evidente. Non dimentichiamo che il festival di Cannes è

stato inaugurato dal ‘Grande Gatsby’. Non dobbiamo dimenticare che l’opera di Francis Scott Fitzgerald è stata fatta 4 volte. Tutto il cinema mondiale, al di la della super eccitazione informatica non va. E allora cosa fa?!. Si ripete con vecchi valori. Non mi meraviglierei se ritornasse una nuova versione di ‘Via col vento’. La stessa cosa succede anche in Italia dove i nuovi registi copiano Luciano Emmer e le sue storie sui compagni di scuola. Ho visto che hanno anche ripreso l’idea del mio ‘Prefetto di ferro’ non sapendo dove trovare idee e sbattere la testa”. Qual è la ragione di questa crisi di idee? “Il cinema come linguaggio non si è evoluto come si è evoluta la pittura e il romanzo. In realtà non c’è una nouvelle vague del cinema. Tutto il cinema è sulle orme dei dubbi che sta incontrando Sorrentino. Il festival di Cannes è stato vinto da una storia che tratta il lesbismo, un tema già indagato da numerosi altri film cento anni fa. Non è un argomento nuovo. Forse è nuovo lo stile. Questo film non ripropone nulla di nuovo. Si tratta di rifacimenti. E non c’è nessuna innovazione”. Quindi anche Sorrentino c’è cascato? “Anche lui è finito in questa ondata di già visto. Si trovano vecchi argomenti con un nuovo linguaggio diverso da quello dei grandi maestri. In Italia non abbiamo avuto un cinema di sperimentazione. La colpa è di tutti noi”. Non crede che il grosso limite del cinema italiano sia quello di far circolare sempre gli stessi attori e protagonisti. Il pubblico non si stufa di vedere il circolo delle stesse facce? “Il cinema è la maniera più costosa per raccontare una storia. Il cinema costa milioni ed è un’industria. Oggi il cinema americano si è rituffato su Disney, tutto il resto è appiattito. Anche i grandi registi producono serie televisive perché hanno capito che il cinema di sala è finito. Questa è la verità”.

BUNDESBANK, MODIFICA TRATTATI DIRITTO PRIMARIO BANCHE UE

fatti e fattacci

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a Germania Uber alles anche in corsia. Il sistema sanitario tedesco funziona bene al punto che i cittadini di quel paese se la passano molto bene dal punto di vista della salute. Il sistema sanitario teutonico e la sanità della Germania sono fra i migliori di tutta l’Unione europea: le strutture di cui dispone ed il personale medico sono buonissime. Un’ampia offerta di ospedali, ambulatori medici e istituti di medicina garantisce ad ogni cittadino un’ottima assistenza medica. Con più di quattro milioni di posti di lavoro la sanità è anche il maggiore settore dell’occupazione in Germania. Il suo budget è il terzo al mondo oltre il 10% del PIL. Il sistema viene finanziato principalmente da un sistema di casse malattia pubbliche, alle quali contribuiscono in parte i lavoratori e in parte i datori di lavoro. In questo modo i contribuenti pagano non solo per la propria assicurazione, ma anche per quella dei disoccupati, dei bambini e delle persone socialmente svantaggiate. Il risultato è che tutti sono garantiti e i tedeschi scoppiano di salute: tre su quattro adulti confidano di stare “bene” o “molto bene”. E’ il risultato di un grande studio rappresentativo sulla salute dei tedeschi di età compresa tra i 18 e i 79 anni dal 1998, pubblicato lunedì dall’istituto Robert Koch (RKI), che ribadisce come uno stile di vita salutare influisca sulle proprie condizioni fisiche. La serissima ricerca è stata effettuata su

oltre 8mila donne e uomini residenti in 180 città sparse in tutta la Germania e i dati riguardano il periodo che va dal 2008 al 2011. I partecipanti sono stati intervistati, visitati ed è stato fatto loro un prelievo del sangue. Al 7% dei 1879enni è stato rilevato il diabete, ben un terzo in più in confronto a dieci anni fa, quando il Rki aveva effettuato una ricerca simile. Per gli autori dello studio, l’aumento sarebbe legato al naturale invecchiamento demografico: nelle persone che vivono a lungo, aumenta con il tempo il rischio di contrarre il diabete, come anche il rischio di altre malattie. Ma anche se il dato fosse così allarmante, il sistema sanitario tedesco sarebbe in grado di risolvere il problema legato alla crescita diabetica. Anzi, visto lo scadimento del sistema sanitario italiano e gli scandali che hanno caratterizzato questo settore, il consiglio da dare agli italiani è di farsi curare in una clinica tedesca con un piccolo espediente. I cittadini italiani che si recano temporaneamente (per studio, turismo, affari o lavoro) in Germania (in quanto Stato membro dell’Unione Europea), possono ricevere le cure mediche necessarie previste dall’assistenza sanitaria pubblica locale, se dispongono della Tessera Europea di Assicurazione Malattia (TEAM) detta Tessera Sanitaria senza alcun onere a loro carico. Occasione da non perdere. Se proprio volete fare i furbi, s’intende.

A Francoforte la vicepresidente della Bundesbank tedesca, Sabine Lautenschlaeger ha detto che "per costruire un sistema di sorveglianza bancaria europea, l'Ue deve realizzare delle modifiche del diritto primario, e quindi intervenire sui trattati istitutivi". "Io sono sostanzialmente a favore - ha aggiunto della costituzione di un organo di liquidazione europeo. Ma questo deve poggiare su basi solide e perciò saranno presumibilmente necessarie modifiche del diritto primario'".

CORTE CONTI: -230MLD CRESCITA IN 5 ANNI Il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, ha rilevato che in Italia, nel periodo 2009-2013, la mancata crescita nominale del Pil ha superato i 230 miliardi, evidenziando anche che il consuntivo di legislatura ha mancato il conseguimento del programmato pareggio di bilancio per 50 miliardi.

primo piano

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aul Krugman ha definito “ridicoli” i colleghi Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart che hanno firmato uno studio secondo il quale la debole crescita è causata dall’eccesso di debito. Lo studio in effetti non reca dati e statistiche per avvalorare la tesi e per Krugman questo è indice di mala fede. Rogoff che è l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale, ha reagito pubblicando una sfilza di dati e accusando Krugman di essersi ridotto a fare attacchi personali. Lo scontro non si ferma perché si tratta di pesi massimi dell’economia: come nella box, mai abbandonare il quadrato. Poi c’è chi ha ricordato che Rogoff e Reinhart vengono da Harvard, mentre Krugman insegna a Princeton. La lotta sulle crescita, nasconde una disfida fra le università statunitensi.

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28 maggio: strage ancora al buio

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iecco la Commissione Stragi. Il 28 maggio è un giorno da non dimenticare. La strage avvenuta a Piazza della Loggia a Brescia nel lontano 1974 tocca ancora la sensibilità e l’animo degli italiani che vogliono di dimenticare cosa ha significato lo stragismo nel nostro paese e quali misteri irrisolti si è lasciato dietro. A distanza di anni quella strage non ha portato a nessuno giudizio di colpevolezza. Ed è curioso che di fronte a questa vicenda si assista a reazioni e valutazioni diversissime da parte delle LA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

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alte cariche dello Stato. “Nulla deve restare intentato per giungere all’accertamento della verità e delle responsabilità”, sottolineando che il ricordo deve essere ‘monito’ per i giovani “contro ogni forma di fanatismo, di odio e di violenza”. Diversamente dal Capo dello Stato, il presidente del Senato, Piero Grasso, ha auspicato l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta che faccia luce sulle stragi irrisolte. “Penso che nel mio nuovo ruolo l’unica aspirazione che posso avere è quella di una commissione parlamentare per cercare di ricostruire quello che è possibile o per la storia, o per una maggiore comprensione o per avere qualche elemento per ricominciare le indagini”, ha detto il presidente di Palazzo Madama. Quella del 28 maggio 1974 a Brescia, ha proseguito Grasso, è una di quelle stragi “per cui è stato chiarito il contesto, ma che non hanno avuto nessun responsabile quindi voglio continuare a far sentire la presenza dello Stato e delle istituzioni perché dobbiamo comunque, il più possibile, trovare la verità. Io ho sempre detto che da un punto di vista giudiziario non si è potuta trovare, ma spero che ci possa essere un raggio di luce per aprire qualche spiraglio”. Pur comprendendo le valutazioni delle due alte cariche dello Stato non si comprende perché una commissione del genere potrebbe fare o riuscire a fare quello che non sono riuscite a fare la Commissione Moro e le tre Commissioni Stragi costituite negli anni ‘90 per far luce su questi fenomeni. L’altro aspetto sorprendente delle dichiarazioni del Presidente del Senato Pietro Grasso è che queste parole arrivano da un uomo politico che fino a ieri faceva il magistrato antimafia e che dovrebbe conoscere i poteri della magistratura, ma anche i limiti della politica parlamentare. Il monito della seconda carica dello Stato sarà anche utile a raccogliere qualche applauso di piazza, ma non risolve il problema di fondo della mancata risposta dello Stato di fronte a questa e ad altre stragi. Oggi ci troviamo in una fase dove tutti dico-

c o m m e n t i

no agli altri cosa è necessario fare per sanare le ferite del passato, ma nessuno sarebbe disposto a rischiare in prima persona per difendere il diritto alla verità e alla giustizia. Oggi Piero Grasso da uno dei pulpiti più alti della politica italiana consiglia una Commissione che è fuori dal tempo e ad un anno dalla sentenza che ha affossato ogni diritto alla verità su quella strage infamante per chi l’ha commessa e per chi l’ha coperta.

Medicine che uccidono i malati

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arigi non val bene una farmacia. Mentre in Germania i tedeschi scoppiano di salute, nella Francia socialista di Hollande anche prendere un farmaco diventa un grosso rischio per la salute. Anzi, per la vita. I cosiddetti effetti indesiderati dei farmaci sono responsabili di almeno 18mila decessi ogni anno in Francia, un numero che supera le statistiche dei suicidi o degli incidenti stradali messe insieme: è quanto ha indicato Bernard Bégaud, medico ascoltato come testimone a Nanterre, nel processo al farmaco killer Mediator, commercializzato per decenni come anti-diabetico e risultato poi un derivato dell’anfetamina. “Ogni anno ci sono 18mila morti direttamente legati all’assunzione di farmaci. Tra questi, molti casi sono inevitabili, ma un terzo di questi decessi corrisponde a delle prescrizioni non giustificate”, ha spiegato l’esperto alla sbarra, membro della commissione che vigila sui farmaci dal 1982 al 2000 e co-autore di uno studio sull’argomento. “La Francia è un paese nel quale da sempre si vigila molto male sull’uso delle medicine”, ha denunciato Bégaud. Circa 5 milioni di persone avrebbero assunto il Mediator, nato come anti-diabetico, ma rivelatosi un efficace trattamento per chi desiderava perdere qualche chilo. La

pasticca è stata ritirata dal mercato nel 2009, dopo le accuse di provocare ipertensione polmonare, una patologia incurabile. Il processo Mediator diretto contro Jacques Servier, 91 anni, fondatore del gruppo, e altri 4 dirigenti del colosso farmaceutico Servier (e la filiale Biopharma), dovrebbe terminare il 14 giugno. La Francia è sempre stato un paese molto vulnerabile per la penetrazione dei farmaci illegali. Infatti, molti osservatori sono rimasti sorpresi della buona notizia della confisca la più grande partita di medicinali illegali nella storia dell’Unione Europea, ritirando 1,2 milioni di pastiglie d’aspirina preparate in Cina. La partita è stata confiscata il 17 maggio nel porto di Le Havre. L’aspirina di contrabbando era nascosta sotto un carico di tè proveniente dalla Cina. Come dimostrato dalle analisi degli esperti, i medicinali contenevano sostanzialmente glucosio ed erano sostanzialmente privi di principio attivo.

Il condominio e le nuove regole

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uando l’amministratore di condominio sbaglia. Tra qualche settimana entrerà in vigore la nuova legge sui condomini. Si tratta di un provvedimento molto importante che farà discutere molto i condomini e i loro amministratori. Tutti sanno perfettamente che la vita tra condomini è un inferno e che, in passato, questi rapporti hanno ispirato più di uno scrittore. Da questo punto di vista è opportuno segnalare “Condominium”, il bellissimo racconto di James G. Ballard, pubblicato nel lontano 1976 in Italia. Il libro racconta una folle e agghiacciante vicenda ambientata in un colossale condominio londinese , dove in seguito a strani guasti elettrici cominciano le prime scaramucce e velocemente si scatena una guerra atroce, selvaggia e senza quartie-

re tra gli inquilini di questo gigantesco agglomerato. Tutta la cattiveria, l’odio e la perfidia dell’uomo si trasforma in una terribile lotta tra classi sociali ed economiche dove i semplici lavoratori sono ai piani bassi della enorme costruzione, la media borghesia ai piani medi e la classe ricca e agiata ai piani più alti e lussuosi. Uno spaccato di una società alla deriva non tanto lontana purtroppo da certe realtà dei nostri tempi. Ma, ai nostri tempi, le vicende dei condomini provocano spaccature incredibili che arrivano anche in tribunale a causa del comportamento selvaggio di certi amministratori. E’ di questi giorni un’ordinanza che stabilisce inequivocabilmente che un amministratore di condominio, in forza di presunti problemi di morosità, non può tagliare l’acqua del condomino. Ed anzi il suo comportamento “integra almeno l’ipotesi della violenza privata con l’aggravante della discriminazione per ragioni di appartenenza etnica, avuto riguardo al contesto in cui le condotte illecite sono state commesse, dinanzi ai condomini dell’intero stabile con azioni violente e plateali, di chiaro disprezzo per ragioni razziali verso la persona offesa e l’intero nucleo familiare in cui è presente un minore, con grave pregiudizio per in libero e pacifico esercizio e godimento di diritti fondamentali della persona e di esplicazione, in condizioni di parità, della propria personalità”. Il gip del tribunale di Roma, Elvira Tamburelli, ha respinto la richiesta di archiviazione fatta nei confronti di un amministratore che ora rischia di finire sotto processo. Il giudice ha disposto che si proceda nei suoi confronti. Lo straniero oggetto delle attenzioni ritenute indebite, è un cittadino originario del Bangladesh di 40 anni, assistito dall’avvocato Maria Cristina Tabano. La vicenda avviene nell’autunno del 2010 e arriva all’attenzione della Procura dopo una denuncia presentata dall’immigrato. Alla base della vicenda il presunto mancato pagamento di alcune bollette condominiali. In questo caso la giustizia ha fatto in tempo ad intervenire.


Mercoledì 29 maggio 2013

il Paese LA

POLVERINA

Una busta sospetta è stata recapitata lunedì mattina alla redazione del “Corriere della Sera”. Conteneva una polverina di colore biancastro dalla consistenza granulosa e un breve testo di minacce rivolte a Silvio Berlusconi e al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Berlusconi senatore a vita... Saranno assassinati Berlusconi e Giorgio Napolitano. Il traditore della patria”. Firmato: il gruppo armato a difesa del Popolo. Il testo è stato vergato con errori e grafia incerta. I vigili del fuoco del Nucleo Nbcr hanno chiuso e posto sotto sorveglianza la segreteria di redazione applicando immediatamente le misure di sicurezza previste in questi casi. Le prime analisi dei vigili e dell’Asl hanno dato esito negativo. In attesa di avere rassicurazioni sui possibili rischi, le segretarie di redazione che alle 15.30 hanno aperto la busta sospetta, sono state trattenute in via precauzionale all’interno della sede del giornale. Per essere poi “liberate”, dopo qualche ora, in seguito agli accertamenti del caso. Tutto questo casino per nulla? Le previsioni della vigilia erano molto, ma molto diverse. Incoraggiati da sondaggi che continuavano a raccontare di una ripresa che sembrava una cavalcata, con passo di un punto guadagnato a settimana, nel Pdl si attendevano un buon successo in questa tornata amministrativa. Ma il voto non ha rispettato le previsioni: arretramento ovunque, anche in roccaforti tradizionali come Imperia, in città governate come Brescia e Viterbo e Treviso, sconfitte pesanti a Vicenza, Sondrio, Siena, Ancona. Per non parlare di Roma. L’attesa non era quella di una vittoria al primo turno, e forse neanche di un sostanziale pareggio. Ma un divario tanto netto tra Alemanno e Marino e un voto sulle liste deludente è stato un segnale negativo che il drammatico calo dell’affluenza non faceva presagire. Prima dello spoglio, anzi, quel 53% di affluenza al voto era dato quasi in carico a Marino, al quale si attribuiva un tracollo perfino pericoloso per il governo. Poi, la brutta sorpresa. E un vertice tra i big di via dell’Umiltà per fare il punto, senza drammi ma con un’analisi condivisa: “Al Sud - dicono - abbiamo retto”. Ed è scomparso anche il mitico Little Tony.

LA VOCE REPUBBLICANA

terza pagina

Cannes, chi si aspettava qualche premio per Sorrentino è rimasto a bocca asciutta. Ma il Festival è così... Forse l’ombra pesante di Fellini ha rovinato tutto, ma non è detto. Anche Bertolucci con un suo successo del passato in edizione potenziata adatta all’oggi

Adele,il tappeto rosso e il maltempo:l’edizione del 2013 si è conclusa davvero di Gisa di Janni

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n un Festival già denso di suggestioni - dall’omaggio a Bernardo Bertolucci che, per ben 9 volte a Cannes, ha presentato quest’anno sulla Croisette, per la prima volta in 3D, il suo “L’ultimo Imperatore”, vincitore nell’87 di ben 9 Oscar, alla proiezione di quel “La donna che visse due volte” (Vertigo) di Alfred Hitchcock che, restaurato, ha voluto ricordare la bellezza misteriosa e dolente di una Kim Novak, ora presente a Cannes, ma ormai dedita alla pittura ed alla cura di ragazzi in difficoltà - non era certo facile assegnare quei Premi che sarebbero serviti a ricordare la manifestazione del 2013. Per non dire di quel “Max Rose”, regista e sceneggiatore Daniel Noach, che ha riportato sugli schermi l’ottantasettenne Jerry Lewis nel ruolo di un vecchio ex pianista jazz il quale, rimasto vedovo, scoprirà in quale famiglia gli era capitato di vivere. Un Jerry Lewis così ironico da commentare “mi ha scelto perché sono l’unico attore vivente di 87 anni. In vita non avevo mai avuto un ruolo drammatico”. E non era facile assegnare i Premi soprattutto in un Festival che quest’anno aveva dato il meglio di sé, non soltanto nelle manifestazioni collaterali, ma anche nei film in Concorso dove la Giuria, presieduta da Steven Spielberg, non sarà stata certo agevolata da così tanti capolavori nell’assegnazione della Palma vincente. “Palma d’oro” che, prevedibile già nei giorni precedenti - anche se a volte messa in dubbio da molti validi concorrenti - è stata assegnata a quella sorta di romanzo di formazione che è “La vie d’Adèle”, regista Abdellatif Kechiche, dove una giovane studentessa (Adèle Exarchopoulos) scoprirà la sua sessualità, prima stancamente con un compagno di scuola, poi, con sensazioni travolgenti, con la venticinquenne Emma (Lea Seydoux). E se, per mostrare la forza dirompente di quel rapporto lesbico, il regista ne dilaterà le riprese, così da trasformare il realismo in una sorta di voyerismo, le scene non tenderanno mai a cadere in una squallida volgarità. Ma se il film di Kechiche ha conquistato la “Palma d’oro”, il pur prestigioso “Gran Premio della Giuria” è stato assegnato ai fratelli Joel ed Ethan Coen che, dati anch’essi per vincitori, con “Inside Llewyn Davis” ci hanno regalato il ritratto di un folk singer - attore Oscar Isaac - sfigato e geniale, nella rivisitazione di un’epoca dimenticata della canzone sociale americana. Ispirato allo scomparso Dave Van Ronk, amico di Dylan, autore di un canzoniere di protesta, fatto di canzoni cantate nei club famosi del Greenwich Village New York all’inizio degli anni 60. L’ennesima storia di un perdente, in una New York sporca e gelida, tra indifferenza e menefreghismo di amici, agente, sorella, e persino del vecchio padre. La Giuria del 66° Festival di Cannes ha poi deciso di premiare con il “Premio della Giuria” il giapponese “Like father, like

son” (Tale padre, tale figlio), regista Horokazu Kore-Eda, dove, un ambizioso architetto altoborghese (attore Masaharo Fukuyama, cantante e fotografo), felice della sua sposa casalinga e del suo bambino di 6 anni, scoprirà non essere suo figlio perché scambiato con un altro bambino, nato nello stesso giorno. Ed anche se la famiglia che ha il suo figlio (scambiato), famiglia piccolo borghese e non abbiente, ma più affettuosa, si accorderà per il cambio dei bambini, saranno proprio loro a doverne subire le conseguenze.

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La grande delusione

er “La grande bellezza” di Sorrentino ecco ahimè la grande delusione. Anche se qualche critico nostrano intravedeva nella Ferilli un’attrice da premio (non sarebbe stato il primo della sua carriera, ma in ogni caso non c’è stata trippa alcuna per alcun gatto) e ammirava la ferocia dell’opera sorrentiniana, così bravo, il nostro regista, da passare al neobarocco del “Divo”, sperdersi in un’avventura americana di successo insieme ai nomi appassiti della new wave internazionale (“This Must Be The Place”), tornare all’amato neobarocchismo partenopeo-capitolino con l’ultimo parto, ove la sofferenza maggiore non è stata tanto quella di sperare in qualcosa di meglio del nulla, quanto il numero di volte che si è dovuto difendere dall’accusa di “fellinismo” che ad ogni intervista, puntualmente, il giornalista di turno gli serviva. “La dolce vita”, “La dolce vita”, “La dolce vita” ripetuto senza pietà ogni volta, come s’egli in fondo avesse commesso un peccato trovando ispirazione in Fellini. E perché mai, cosa ci sarebbe da criticare, se egli, per sbaglio o intenzione, si fosse ispirato al nostro più noto Maestro inventore di cinema? Non è ben chiara la natura del peccato ma chissà con quale peso Sorrentino si coricava ogni volta, quando la notte incontrava l’alba. Ma Cannes, si sa, è così: l’anno prima ti esalta e quello dopo ti ignora, o al massimo ti fa il favore di metterti in scaletta. Ma guai illudersi, nulla c’è di certo in questo mondo. O mondino, cioè il mondo - malgrado tutto - pidocchioso del cinema quando si mette in ghingheri e bada più alla cena ad invito che ad altro. Brucia il giudizio negativo di “Libération”, giornale fondamentale per quanto riguarda la critica di ciò che accade sul grande schermo. Il regista italiano “rende un omaggio nostalgico e reazionario all’epoca d’oro del cinema nazionale”, si legge sul supplemento “Next”. “Se il progetto di Sorrentino è costruito integralmente su una nostalgia che immaginiamo dolorosa - spiega Icher l’uso che ne fa è troppo ineguale per dare al film un’architettura seducente (...) Sorrentino fatica a trovare la giusta distanza. A volte finisce anche in un cieco disgusto vagamente reazionario, conseguenza intimamente legata alla nostalgia, come quando ridacchia sulla ‘performance’ di un’artista contemporanea”. E c’è anche di più: scontati i riferimenti a Fellini e Scola e immediato il richiamo a “La dolce vita”. Il problema è che il nostro “fa fatica a trovare la giusta distanza”. Andrà meglio la prossima volta. (f. be.) Altro film che esaminerà il rapporto padre-figlio sarà poi

“Nebraska” di Alexander Payne dove Bruce Dern ha ottenuto il “Premio per il Miglior Attore”. Che interpreterà un padre deciso ad andare dal Montana al Nebraska per incassare un’ipotetica vincita ad una delle tante, spesso truffaldine, lotterie nazionali, e sarà appoggiato dal figlio che, pur sapendo trattarsi di un’illusione, vorrà assecondarlo, nella speranza che possa riuscire a realizzare un sogno. Il tutto in un road movie malinconico ed in un lavoro di scavo sulle fragilità e le emozioni di un’America soltanto all’apparenza sicura di sé. Il “Premio per la Migliore Attrice” è stato poi conferito a

Bérénice Bejo che nel film iraniano “Le Passé” (Il passato) di Asghar Farhadi (già noto per aver ottenuto l’Oscar per “La Separazione”), è una moglie lasciata 4 anni prima dal marito, che tornerà poi in Iran per formalizzare il divorzio. Un thriller degli affetti - la moglie ha un nuovo compagno - che potrebbe riportarci alla caducità dei sentimenti tipica dei film di Ingmar Bergman. Il “Premio per la Regia” è stato poi conferito a “Heli” di Amat Escalante, che ha voluto raccontare un Messico violento ed atroce. E se poi la Sezione “Un certain Regard” ha visto premiare il cambogiano “L’image manquante” di Rithy Panh - ma il film italiano “Miele”, regista Valeria Golino, ha ottenuto una “menzione speciale” da parte della Giuria Ecumenica ex aequo con “Tale padre, tale figlio” del giapponese Kore Eda Hirokazu l’italiano “Salvo”, registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, ha vinto la 52° “Settimana della Critica” (che dal 2005 con “Orizzonte degli Eventi” di Daniele Vicari non aveva più inserito alcun film italiano), ottenendo dalla Giuria, presieduta dal portoghese Miguel Gomez il “Gran Prix 2013” e dalla Giuria, presieduta da Mia Hansen-Love, il “Prix Révelation” (anche se in Italia non ha ancora una distribuzione nazionale). I due registi, entrambi palermitani, hanno dedicato i loro Premi a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ché, dicono “ il loro esempio per noi è stato determinante”. Mentre per il nostro film in Concorso, “La grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, abbiamo dovuto accontentarci del “Marchio Film della Critica”, conferito dal Sindacato Critici Cinematografici che l’hanno riconosciuto “opera di comprovata qualità”.

z i b a l d o n e

L’Elvis di provincia amato dall’emigrato

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gli era il nostro Elvis, scrive Luzzatto del povero Little Tony, una delle figure capitali della magica Italia anni sessanta, quel paese, cioè, che faceva il pieno di dischi e se li sentiva in giro, anche nell’autobus. Sorelle maggiori che rubavano i dischi ai fratellini sgomenti e se li andavano a sentire all’ombra, nella più totale indipendenza, peraltro incomprensibile ai suddetto fratellino minore, che non capiva e magari si metteva pure a piangere rompendo le scatole alla ragazza di cui sopra. Questa è oggi per noi l’età dell’oro che mai più tornerà. Punto. Luzzatto Fegiz, sul “Corriere”, era tutto preso dalla rievocazione. Little Tony è stato il simbolo del rock and roll all’italiana, il nostro Elvis Presley, “legando il suo nome e il suo look a un modo di apparire tutto speciale e a uno stile di canto che, grazie a una manciata di canzoni come ‘Cuore Matto’ o ‘Riderà, è entrato nell’immaginario collettivo di almeno tre generazioni”. Nel 1954, con l’arrivo dagli Stati Uniti dei primi brani di rock’n’roll, Tony scopre la sua vocazione. A tredici anni è già in grado di imitare alla perfezione Little Richard e Bill Haley, usando testi creati in inglese maccheronico. Nel 1956 il colpo di fortuna: papà Novino si sta esibendo in canzoni romantiche e napoletane in un ristorante di Grottaferrata. Little Tony è lì anche lui quando una comitiva di turisti americani chiede a gran voce di ascoltare del rock’n’roll. Tony si lancia e comincia a cantare con i fratelli. Il successo è trionfale al punto che gli americani lasciano 50 mila lire di mancia. Che non erano poche. E da quel momento gli affari passano nelle mani e nelle voci dei tre fratelli Ciacci che cantano in trattorie, ristoranti, balere e teatri d’avanspettacolo. Proprio in uno di questi, lo Smeraldo di Milano, Little Tony viene notato da un impresario inglese, Jack Good, che lo convince a partire con i suoi fratelli per l’Inghilterra, dove nascono Little Tony and his brothers. È il 1958: Little Tony incide un notevole numero di brani fa cui Lucille, Shake rattle and roll, Il barattolo e Sassi. Il grande pubblico italiano scopre Little Tony al Festival di Sanremo del 1961, dove, in coppia con Adriano Celentano, scende in gara con “24mila baci” che si piazza al secondo posto. “Little Tony, scrive Luzzatto, diventa uno dei cantanti più popolari d’Italia e addirittura un sex symbol

maschile adorato dalle ragazze. Il suo modo di essere in scena asseconda quella rivoluzione dei corpi degli spiriti e dei cuori che, esplosa qualche anno prima in America, proietterà le sue conseguenze per i successivi trent’anni”. Gli anni sessanta sono molto generosi con Little Tony: nel ‘64 “Quando vedrai la mia ragazza” trionfa a Sanremo e nel 1967 “Cuore matto” diventa un successo così come la successive “Riderà” e “La Spada nel cuore”. Discrete accoglienze anche per “Un uomo piange solo per amore”, “Lacrime” e “La donna di picche”. Altri successi successivi, la mitica “Bada bambina”, poi nel ‘74, “Cavalli bianchi”. Nel ‘75 incide l’album “Tony canta Elvis”, in cui rende omaggio al suo iddio. “Pur abbandonato dalla discografia già negli anni Ottanta, continuerà a dominare con i suoi successi molti programmi televisivi popolari, oltre ad essere molto apprezzato dagli italiani d’America”. Concerti da far crepare il cuore, ma che pare tirassero. Va da sé che Little Tony sia stato un Elvis alla camomilla, ma comunque sempre un po’ Elvis.

Cinque Stelle flop: è colpa dell’elettore!

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osa mai ti fanno quelli del Cinque stelle il giorno dopo la batosta? Se la prendono con i cittadini, e dicono: cittadini ingrati! Ma son forse cose che si fanno, offendere l’elettore? E dove mai si è visto? Eppure, il giorno dopo la grande delusione, per il M5s, è l’ora dell’analisi. O meglio, per i pochi che escono allo scoperto, visto che, a quanto pare, il diktat del Movimento era di non commentare i risultati con la stampa. E tra i pochi che escono allo scoperto non è l’autocritica a dominare nei discorsi del day after, ma semmai serpeggia lo spettro dell’irriconoscenza nei confronti dei “cittadini” (come vengono chiamati dal Movimento gli elettori) che non avrebbero capito il messaggio dell’M5S. Il grillino Pinassi era evidentemente convinto che lo scandalo bipartisan del Monte dei Paschi avrebbe portato acqua al mulino dei Cinque Stelle. Non è andata così: Pinassi ha portato a casa l’8,5 quando alle politiche l’M5s aveva sbancato con il 20. E così il candidato si è amaramente sfogato contro gli elettori “Che schifo. Speravamo in un minimo di riconoscenza. Invece niente. Neppure un grazie. Invece del nostro riscatto morale preferiscono le loro rendi-

te di posizione, garantite dal sistema del Monte dei Paschi. Da Siena partivano anche gli strali di Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, che poco dopo la chiusura delle urne aveva parlato di successo, utilizzando come pietra di paragone le amministrative del 2008, quando l’M5S era gli inizi, piuttosto che le politiche di febbraio. Ebbene martedì Di Maio, sulla sua pagina di Facebook scrive: “Votare a Siena il Pd protagonista dello scandalo Monte dei Paschi, per me è incomprensibile”. E pur riconoscendo che “bisogna comunicare meglio”, alla fine la colpa sembra essere degli elettori i “cittadini, credo siano stati un po’ ingrati, lì in quei comuni dove c’è una storia di partecipazione ineguagliabile”. Insomma, mentre si attende l’opinione del leader maximo Beppe Grillo, non tira aria di mea culpa tra i Cinque Stelle. Ma c’è anche dell’altro: stai a vedere che si credono perfetti e nel giusto. Se le cose vanno male, dunque, mica è colpa loro.

l’economia svizzera. E informatica non vuol dire solo Google o Microsoft. Ci sono tante altre aziende”. Non solo orologi a cucù e cioccolata, insomma. La proposta dell’Università svizzera si basa su uno studio della Commissione Ue: nel 2015 in tutta Europa ci saranno 700 mila posti vacanti nel settore dell’Information and Communication Technology; 36 mila nella sola Svizzera, da dove infatti parte la “campagna acquisti”. Dice Remo Lemma, 24 anni, neolaureato: “Trovare lavoro? Ci ho messo 3-4 mesi. Sono appena stato assunto da una banca di Zurigo. Guadagnerò sopra gli 80 mila franchi”. Niente male. Se pensi che nella busta paga di Lemma finiranno ogni mese quasi 7 mila franchi svizzeri - 5 mila e 600 euro al cambio attuale -, e se aggiungi che 38 giovani italiani su 100 sono senza lavoro, ti chiedi se davvero è qui l’officina che asciuga la disoccupazione europea. Quasi 3mila iscritti, insegnamento informatico in lingua inglese, dalle aule di Lugano e Mendrisio escono e usciranno, promettono i formatori, professionisti a reddito sicuro. Gente che, stipendio alla mano, ribalterà il luogo comune che vuole l’informatico lavoratore grigio e frustrato. “E’ un’immagine sbagliata - ragiona ancora il preside Mauro Pezzè - Invece oggi l’informatico è la figura professionale che ha più possibilità di trovare lavoro”. Ci sono storie esemplari. Storie di italiani che con il software si sono fatti largo in Canton Ticino. Come Sebastiano Cobianco, imprenditore bolognese, in Svizzera nel 2005. Laurea in Fisica, clienti come Assicurazioni Generali, VolareGratis, Poste Svizzere. “Qui c’è un’economia sana e una burocrazia leggera. Si può costruire impresa in un pomeriggio. Ho 25 dipendenti e cerchiamo continuamente

Disoccupazione? Ma in Svizzera non c'è...

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er un futuro assicurato, studia informatica”, è scritto sugli annunci pubblicati su quotidiani e periodici italiani. Il tutto ad opera della Svizzera, che alla fine alza il sipario sulle rovine. Sì insomma, rovine: la mancanza di lavoro che però potrebbe anche non essere tale. Un bel servizio di “Repubblica” illustra l’iniziativa. AAA cercasi 700 mila informatici. L’invito all’occupazione arriva dall’Università della Svizzera italiana, sedi a Lugano e Mendrisio. Si parla di contraddizione di un Paese che si avvia verso l’addio al segreto bancario e che, per quanto riguarda l’occupazione, gioca talmente in chiaro da danzare su un disequilibrio perfetto. “Qui per gli informatici è facile trovare lavoro - dice Mauro Pezze’, preside della facoltà di Scienze informatiche - Il settore informatico è il quinto più importante del-

nuovi talenti. Ogni due mesi ne assumo uno”. Analisti e programmatori avranno anche avuto uno scarso appeal, in questi anni, ma la musica è cambiata. I dati che fotografano il settore - una ricerca di “e-Skills” in Europa dice che solo il 18% dei laureati ha scelto Scienze informatiche - sono destinati a mutare se è vero che il Vecchio Continente, da qui a tre anni, avrà bisogno di 700 mila “cervelloni”. Il punto, semmai, è un altro. Perché proprio la Svizzera cerca lavoratori (anche e soprattutto) stranieri per le proprie aziende? in realtà una risposta netta non viene fornita. Cos’è? Un mistero?


4 LA VOCE REPUBBLICANA

Mercoledì 29 maggio 2013

Quando il campanilismo frena lo sviluppo delle nostre risorse Però la soluzione del vecchio ambito territoriale ha sostanzialmente fallito

Una proposta: passiamo ora alla “fusione”

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l federalismo ha sempre individuato l’organizzazione del potere periferico in primo luogo nel comune che ha gestito, per secoli, la cultura e lo sviluppo dei singoli territori.La regione Emilia Romagna, con la legge 21.12.2012, indica soluzioni che difficilmente si avvereranno se sono simili a quella dei vecchi ambiti territoriali, che hanno

fallito.La forzatura dell’Unione a quindici per il comprensorio forlivese, nasce dalla scelta del Pd, propedeutica al sistema di potere della Giunta regionale, per continuare a gestire le risorse proprie e quelle dello Stato (con l’Unione dei comuni la Regione non vuole rinunciare ad intaccare il proprio peso politico). Per Forlimpopoli, ad esempio, non è arrivato “un euro” per far fronte alle spese che il Comune ha dovuto sostenere per l’abbondante nevicata del 2012; il bilancio consuntivo del 2012 registra, fra i residui attivi, 625.500 euro di competenza della Regione. Sono esempi che dimostrano l’importanza della fusione dei Comuni. I limiti dell’Unione non si superano proponendo un’Unione più grande, ma passando, subito, alla fase della concreta attuazione della fusione. La fusione non modifica le norme della convivenza sociale delle popolazioni, le incardina su diverse modalità partecipative che, per gradi successivi, convergono in nuova forma di governo locale. Cosa che

non fa l’Unione, che non aiuta a diminuire la burocrazia e che ha in sé il limite strutturale della permanenza dei singoli sindaci che pensano, prima di tutto, per la propria comunità. L’Unione dei comuni indebolisce il perimetro programmatico e non ne promuove la partnership. La fusione è concreta, tangibile, territorialmente definita da un unico governo, dotata dei poteri che danno a tutte le attività quell’indispensabile coordinamento, quell’efficienza, quel rispetto della cultura e dell’arte che i cittadini conservano e realizzano nei luoghi di residenza. Mediante una governance unica, la fusione diventa una “piccola patria” dove nelle singole realtà si uniscono le forze per il bene dell’intera comunità, dove ciascun cittadino, mantenendo il suo “status”, sa di essere parte di un’unica partnership istituzionale. Con la fusione si inizia a ragionare in termini di sviluppo economico idoneo al territorio. Sulle vere sfide, come la pianificazione e le infrastrutture, si rafforza la politica delle comunità e si abbatte quel campanilismo che ha frenato e frena la crescita e lo sviluppo. A Forlimpopoli non avremmo avuto l’area artigianale Melatello, una mensa centralizzata sovradimensionata, la chiusura dello stabilimento della Sfir (imposta dalla Regione), e avremmo avuto una gestione diversa di Casa Artusi.Il punto all’ordine del giorno del C. C. di questa sera è un freno sul percorso della fusione tra i Comuni di Bertinoro e Forlimpopoli che non cercano, dopo l’autoesclusione del Sindaco del Comune di Meldola, di insistere per realizzare quella dei tre Comuni. Consideriamo un errore politico la bocciatura dell’ordine del giorno da noi presentato nel Consiglio del 19.02.2013. Una bocciatura che, con la delibera odierna conferma, le contraddizioni del Pd a concretizzare il percorso della fusione. A cosa serve una commissione congiunta dei due Comuni, se non ad allungare i tempi.Proponiamo che, anziché la costituzione di una Commissione congiunta, operino i rispettivi Consigli comunali di Bertinoro e Forlimpopoli. Antonio Zoli, Pri Forlimpopoli

lettere alla Voce

Enti locali da riscrivere?

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ulla scia delle necessaria riscrittura della legge elettorale nazionale non dovrebbero essere trascurate le norme sulle elezioni delle amministrazioni comunali perché, anch’esse, hanno necessità di una revisione anche alla luce della esperienza di questi anni. Segnalo alcuni casi con la speranza che il partito si faccia carico di dibattiti per l’approfondimento del problema. Bisognerebbe evitare il ricorso a nuova consultazione elettorale nel caso di morte o dimissioni del Sindaco. In tali casi , anche per un risparmio di spese, basterebbe abilitare il consiglio ad eleggere il successore. Limitare la possibilità di cambio degli assessori designati all’atto della candidatura. Evitare che eventuali decadenze del consiglio comunale per dimissioni contemporanee o per

CONVEGNO "MASSONERIA

inadempienze ad obblighi di legge ne determinino, anche per lunghi periodi, la mancanza che non può essere sostituita da un commissario, che spesso, non conosce i problemi della città. Luigi Celebre E IMPEGNO NEL SOCIALE:

STORIA E REALTÀ ATTUALE"

In occasione del 40esimo anniversario della fondazione, la Loggia "Giustizia e Libertà" di Massa Marittima organizza un convegno pubblico sul tema: "Massoneria e impegno nel sociale: storia e realtà attuale". L'evento, che si terrà il 1° giugno a partire dalle 9,30, presso la sala congressi del Palazzo dell'Abbondanza, vedrà la partecipazione di Marco Novarino, storico dell'Università di Torino, di Sergio Rosso, Gran Maestro Onorario e presidente degli "Asili Notturni" e dell'associazione "Piccolo Cosmo" di Torino, Giorgio Fedocci del Laboratorio Solidarietà di Milano, Stefano Bisi presidente del Collegio circoscrizionale della Toscana e il Sindaco della cittadina Lidia Bai.


La Voce Repubblicana - 29 maggio 2013