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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 183 - MERCOLEDI 25 SETTEMBRE 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

Telecom, Ansaldo, Alitalia Cominciata la campagna acquisti dei concorrenti europei

NEL MARASMA

Il rigore e le riforme che mancano

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vremmo volentieri spiegato la situazione politica italiana parlando di normale confusione, ma la realtà di questi giorni ci mostra un autentico e travolgente marasma. Il ministro Saccomanni ne è il testimone più evidente. Ad agosto andava su Sky a dire che “la crisi era finita”, parole testuali, adesso sembrerebbe convinto che dalla crisi non si possa uscire, soprattutto se dopo l’abolizione dell’Imu, si negasse anche l’aumento dell’Iva, sforando il patto del 3 per cento. Il Pdl - o sarebbe meglio dire “Forza Italia”, tanto per capire che il tempo scorre all’indietro e non in avanti - è insorto indicando tagli alla spesa pubblica sufficienti per rientrare del mancato gettito temuto dal ministro dell’Economia. Vorremmo possedere noi il beato ottimismo dell’onorevole Gasparri. In tanti anni di vita parlamentare non si è accorto che i governi al più sono riusciti a tagliare un nastro e adesso, in due mesi, questo governo raccogliticcio dovrebbe tagliare la spesa per un miliardo e mezzo. Dispiace definire il governo “raccogliticcio”, ma questo governo aveva un solo punto programmatico chiaro all’ordine del giorno, quale appunto l’abolizione dell’Imu, e metà maggioranza non lo condivide e, soprattutto, il ministro dell’Economia lo ritiene un errore. Fortuna, direbbe Guglielmo Epifani, che c’è il Pd con le sue spalle robuste che si accolla tutti i danni causati dai suoi alleati, un Pd che è serio è responsabile. E’ vero, tanto che quando ascoltiamo Epifani ci chiediamo come mai ancora non sia stato fatto santo. Purtroppo nel Pd c’è Renzi, ogni giorno a spiegarci che lui, come presidente del Consiglio, sarebbe molto meglio di Letta, ed è stupito di

trovarsi ancora a bighellonare per i corridoi di Palazzo Vecchio, quando le folle lo vorrebbero in trionfo a Palazzo Chigi. Al contrario dell’attuale coalizione che annaspa su posizioni contraddittorie, l’Unione europea ha definito, attraverso il suo commissario agli affari economici, “ondivaga”, la linea del governo, Renzi ha idee chiarissime. Lui non avrebbe governato con il Pdl, perché lo avrebbe sconfitto secco e mandato all’opposizione, e soprattutto non avrebbe governato con la nomenclatura del Pd che avrebbe spedito a piantare il cotone. Renzi avrebbe in pratica governato da solo, forte del suo eccezionale consenso popolare, che le primarie del Pd non gli hanno riconosciuto perché taroccate da regole assurde. Questa idea di un uomo solo al potere, che immaginiamo piacerà parecchio, è anche molto suggestiva. Fatto salvo che si tratti di un pazzo schizofrenico, si eliminerebbero il contradditorio, tutte le esitazioni e i vari turbamenti del ministro dell’Economia. Diamo i poteri a Renzi, ci penserà lui. Ci dicesse solo come, perché non abbiamo capito se ha una sola idea su cosa si debba fare, oltre a sostituire Letta ed asfaltare il Pdl, Forza Italia o chi per lui. Purtroppo per Renzi, “cosa si debba fare” è questione dirimente, perché mentre l’Italia a pochi mesi dal voto è quasi sul punto di tornarci nuovamente, in Germania, Angela Merkel ha piantato le tende e c’è poco da scherzare. La politica europea dei prossimi anni non cambierà, chiedendoci rigore e riforme. L’Italia finora ha dimostrato abbondantemente di non riuscire a fare né una cosa né l’altra.

L’Italia ha perso il controllo E’

stato raggiunto l’accordo tra i soci italiani di Telco e l’azionista spagnolo Telefonica a cui andrà il controllo del 66% della holding che detiene il 22,4% della società di tlc. Generali, Intesa SanPaolo e Mediobanca hanno modificato il patto parasociale di Telco in due fasi di esecuzione. La prima comporta un aumento di capitale riservato a Telefonica, per 324 milioni di euro valorizzando così la quota detenuta da Telco in Telecom a 1,09 euro per azione. Generali, postaumento di capitale, deterrà il 19,33% di Telco, Intesa SanPaolo e Mebiobanca avranno il 7,34% ciascuna. Telefonica ha assunto l’impegno a sottoscrivere un altro aumento di capitale per 117 mln a seguito del quale salirà al 70%. Dal primo gennaio 2014 il gruppo spagnolo avrà un’opzione call per acquistare tutte le azioni di Telco dai soci italiani. “La vendita di Telecom alla spagnola Telefonica rappresenta un vero disastro per il sistema industriale italiano. Per di più la Telefonica è oberata di debiti per cui non si sa il destino complessivo di tutta l’operazione”. Il commento del presidente della Commissione Esteri della Camera, Fabrizio Cicchitto. “L’esito complessivo - ribadisce l’esponente del Pdl - è una catastrofe che pagheremo caro per quello che riguarda la qualità del sistema industriale italiano”.

ISPETTORI ONU IN SIRIA

DI NUOVO

Il vice ministro degli Esteri russo, Sergei Riabkov , ha annunciato che gli ispettori dell'Onu torneranno in Siria mercoledì, nell'ambito delle loro indagini sull'uso delle armi chimiche. "Siamo soddisfatti che i nostri insistenti appelli per far tornare gli

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opo mesi di litigi ed incomprensioni il Pd siciliano ha reso noto di non riconoscersi più nel governo Crocetta e quindi di non sentirsi più vincolato a sostenere l’azione di un governo che starebbe deliberatamente commettendo “errori gravi che si ripercuoteranno sui siciliani”. Nello specifico il Pd prima ha accusato il governatore di voler allargare la maggioranza ai suoi danni, il dicembre scorso, e poi di “buttarla in rissa”, quasi ci fosse l’intenzione di far passare l’idea che il Pd sia interessato solo alle poltrone, o che sia il partito degli scandali, invece che un serio

esperti dell'Onu siano stati ascoltati", ha dichiarato all'agenzia Itar-Tass.

IRAQ: ANCORA ATTACCHI, 8 AGENTI UCCISI E' di almeno otto poliziotti iracheni uccisi il bilancio di un duplice assalto compiuto da non meglio precisati uomini armati a ovest

di Baghdad. Lo riferisce l'agenzia ufficiale Nina, dando notizia dell'ennesimo fatto di sangue in Iraq. Secondo le fonti, due gruppi di miliziani hanno assaltato altrettanti commissariati in due villaggi lungo la strada che dalla capitale porta nella provincia di al Anbar. Attentati ed eccidi si ripetono con cadenza quotidiana nel Paese.

“LE QUATTRO GIORNATE REPUBBLICANE: LA RELAZIONE DI SAVERIO COLLURA SUL QUADRO ECONOMICO DELLA CALABRIA (ULTIMA PARTE) a pag. 4

ELENCO E INFORMAZIONI PER IL PAGAMENTO DELLE TESSERE PRI 2013 a pag. 4

Croce e Crocetta alleato di governo. E pure il Pd siciliano non ritiene di dover passare all’opposizione, “valuterà – come ha spiegato il segretario Lupo - i singoli provvedimenti che il governo porterà in Assemblea regionale”. Crocetta in pratica è dimissionato, potendo contare su poco meno di trenta deputati su 90, il Pd ne ha 18, ma pure non se ne potrà andare, perché sa che quei 18 voti sono pur sempre lì a disposizione, basta intercettarli. Se poi cedesse sui nomi alle richieste di rimpasto, probabilmente tutto tornerebbe normale, perché di politico in questa vicenda si vede poco, di litigi sugli assessorati, invece molto.

Così vanno le cose in Sicilia. Si vantano nobili origini nella lotta alla mafia, e Crocetta ne ha sul serio, si nominano illustri assessori, da Zichichi a Battiato, e si finisce con litigare per l’incarico più adeguato da affidare alla propria segretaria. Passare da Raffaele Lombardo a Rosario Crocetta è un balzo mica da ridere, eppure a conti fatti i problemi non sembrano molto cambiati fra un governatore e l’altro. Per lo meno i tormenti del Pd sono più o meno gli stessi. Se il Pd non ha un suo uomo alla guida del governo deve sempre sopportare il peso di una croce anche se si tratta di una Crocetta.

Presupposti di un’alleanza tra Cdu e Spd Rigore all’esterno, lassismo in patria

La generosa Germania di Angela Merkel

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era già chi si illudeva che il successo di Angela Merkel con cui la Cdu/Csu è giunta al di sopra del 40% dei consensi, come ai tempi di Adenauer, potesse comportare la fine delle politiche di austerity. Costoro hanno avuto già modo di ricredersi piuttosto in fretta. Perché se era vero che la linea ultraliberista della Fdp aveva subito una sconfitta clamorosa, tale da far sì che per la prima volta il partito che era di Genscher estasse fuori dal Bundestag dopo più di mezzo secolo di storia in Germania, questo si spiega soprattutto con l’eccesso di entusiasmo mostrato dai liberali nei confronti della leadership della Merkel. Se il cancelliere Merkel era davvero eccezionale come hanno sempre sostenuto i suoi alleati della Fdp, tanto valeva votare direttamente per lei, cosa che i tedeschi hanno fatto volentieri, negando ai liberali persino il secondo voto, indispensabile per salvarsi. La Cdu, forza prudente, ha lasciato che la linea oltranzista pesasse interamente sui suoi alleati, dando loro poi il benservito. Attenta e comprensiva verso le ragioni del welfare tedesco già messe a dura prova da Schroeder e poi minacciate ulteriormente dai liberali, la Cdu non cadeva in una specie di schizofrenia politica, per cui si predica austerità in Europa, quando si è di manica larga in patria. Al contrario: la manica larga in patria si fonda sull’austerità in Europa e i tedeschi lo hanno capito al volo. Nel caso si realizzasse nuovamente un’intesa con la Spd, ipotesi sempre più plausibile, quest’ultima si sente ancora in dovere di riparare ai torti subiti dai cittadini tedeschi medi con le riforme di Shroeder. Per cui i socialisti aumenteranno volentieri le pretese di rigore nei confronti dei paesi terzi per salvare il proprio. La Germania è stata sempre piuttosto abile a riguardo, il boom economico lo ebbe grazie ai lavoratori turchi introdotti in massa nel paese, mentre i costi dell’unità fra Est ed Ovest, sono stati spalmati sui membri che aderivano alla moneta unica. Una linea vincente non si cambia e, persa l’utile spalla della Fdp la cancelliera ne cercherà una ancora più utile e magari più robusta cui appoggiarsi.

Tutto pur di non cambiare i presupposti della sua politica economica, soprattutto all’esterno, tanto che Angela Merkel in campagna elettorale ha ribadito con fermezza il suo no agli eurobond. Se la Spd vorrà andare al governo si piegherà docilmente a questa richiesta, anche perché ha altri problemi per la testa, tipo la necessità di veder aumentare i salari dei lavoratori tedeschi, piuttosto che di condividere i debiti contratti da greci ed italiani. Che i socialdemocratici possano mai mettere con forza sul tavolo la necessità di proseguire più speditamente sulla strada dell’Unione bancaria e magari di una maggiore solidarietà europea nella strategia anti-crisi, è pura illusione. La Spd ha guadagnato solo il 2 per cento dei consensi ed è rimasta staccata da un abisso. Dovrà semplicemente preoccuparsi di tutelare il suo elettorato riottoso alle diseguaglianze sociali e non certo preoccupato del rispetto o meno del patto di stabilità. Angela Merkel saprà come convincerla, lo ha già fatto una volta, vi riuscirà di nuovo. Formidabile campionessa della tattica, con il suo fare suadente e rassicurante, Angela ha cambiato il suo partito, la Germania e magari riuscirà a cambiare anche l’Europa. Perché sia chiaro, l’Europa non è mai piaciuta ai tedeschi, l’han sempre temuta e ritenuta ostile. Angela sa prenderla a calci più duramente della Thatcher e poi mostrarsi mite e compassionevole, cosa che alla Thatcher non riusciva proprio. Assicurato un miglioramento delle condizioni del suo popolo, ammorbidite le opposizioni, disinnescato ogni potenziale rivale all’interno, a loro modo l’Fdp lo era, la Germania potrà porsi al rango dell’America o della Cina, e a quel punto non intenderà tiranneggiare i poveri, piccoli stati europei che hanno saputo restare al loro posto pericolanti. La generosa Germani di Angela “Die Mutte”, darà loro una mano, gli verrà incontro. Basta un po’ di buona volontà, ad esempio che rispettino quel parametro del rapporto deficit pil al 3%, che non escano dalla moneta unica, che non svalutino, che non insistano con l’unificazione politica ed altre astruserie. Unificare e rendere indistruttibile la Germania basta e avanza.

Rodotà e le Br

Più un pessimo allievo che un cattivo maestro

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bbiamo perfettamente capito cosa intendesse esattamente dire il professor Stefano Rodotà con le sue parole sulle Br, “deprecabili, ma comprensibili” e per quanto la sua spiegazione successiva fosse rivolta alle polemiche scaturite, la sua affermazione non ci era piaciuta lo stesso. Non che il professor Rodotà civettasse con le Br a tempo perso, le Br appunto sono pur sempre “deprecabili” aveva detto, ma è il voler salvar quello che difendono le Br ad essere inaccettabile, perché se diviene “comprensibile” che le Br sostengano il movimento “no Tav”, evidentemente il movimento “no Tav” i limiti di guardia li ha già superati da parecchio. Tanto è vero che all’interno delle sue file sono stati riconosciuti e in alcuni casi arrestati degli ex brigatisti. Sono comunque i “no Tav”, non le nuove Br incarcerate, ad aver rivolto esplicite minacce alla magistratura inquirente. Solo che il professor Rodotà sembra non volersi accorgere che nel cuore della protesta ambientalista ed ecologista si annida il germe della violenza brigatista, e che questo in parte era inevitabile, perché nell’ambientalismo e nell’ecologismo estremo si riflette un sentimento anticapitalistico e antimoderno, che non dispiace ai vecchi comunisti. Quanto avvenuto in termini di scontri violenti e di minacce intorno ai cantieri negli ultimi anni, dovrebbe essere piuttosto esaustivo. Per cui se il professor Rodotà davvero comprende le parole delle nuove Br, dovrebbe condannare anche la tipologia di lotte scelte dai “no Tav” che suscitano tali parole e l’entusiasmo dei nuovi brigatisti. Non che si possa impedire a coloro che sono contrari alla Tav di essere tali, ma certo dovrebbero interrogarsi sulla loro scelta di tipologia di lotta per le conseguenze che si sono innestate e considerare se non si dovesse necessariamente prendere le distanze, che quel tipo di protesta organizzato in moto popolare di strada, portasse con sé inevitabilmente delle conseguenze radicali, tali da divenire inaccettabili per il sistema democratico. I sindaci possono farsi sentire in altro modo, l’occupazione delle autostrade è illegale, il presidio dei cantieri altrettanto, l’assalto alle forze dell’ordine eversivo e quant’altro. Non crediamo poi lo stesso che il professor Rodotà nel suo esercizio comprensivo della posizione dei brigatisti, sia elevabile alla figura di un “cattivo maestro”. I cosiddetti cattivi maestri erano convinti della ragione rivoluzionaria, indipendentemente dalle esigenze politiche e storiche contingenti in cui si trovavano. Quella ragione su loro premeva lo stesso. Non c’è nulla di rivoluzionario nella storia politica di Rodotà, tutt’altro: la sua carriera è stata politicamente corretta all’insegna del conformismo più assoluto. Al limite ci troveremmo di fronte, non ad un “cattivo maestro”, ma ad un pessimo allievo.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Mercoledì 25 settembre 2013

economia

Giustizia e dintorni di Guido Camera I referendum dei radicali in materia di giustizia: vari motivi per dare la propria firma. Ed ecco cosa potrebbe cambiare in Italia

No a quella vendetta sociale

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pero che abbiate firmato in molti per sostenere i referendum dei Radicali in materia di giustizia. Sono cinque e riguardano temi di grande rilevanza: nel presente e, soprattutto, per il futuro della nostra società. Franco De Angelis ed io abbiamo firmato la scorsa settimana scegliendo il banchetto organizzato dalla Camera Penale di Milano proprio nell’atrio centrale del Palazzo di Giustizia di Milano. Abbiamo voluto un luogo fortemente simbolico per dare ancor più importanza ai cinque quesiti referendari. Partiamo dal quesito inerente la responsabilità civile dei magistrati; l’obiettivo è quello di modificare l’attuale legge - che prevede una responsabilità risarcitoria dello Stato solo nei casi di dolo o colpa grave del magistrato – estendendola anche ai casi di travisamento dei fatti o di manifesta violazione delle leggi. Il quesito, inoltre, si pone l’obiettivo di eliminare gli ostacoli di carattere formale che l’attuale legge pone alle richieste di risarcimento: tanto è che dal 1988, anno in cui venne promulgata la legge, sono pochissime le sentenze di condanna. Eppure ingiustizie ce ne sono tante. Il secondo quesito riguarda i magistrati “fuori ruolo” che, dunque, non svolgono attività giurisdizionale ma compiti amministrativi nelle

pubbliche amministrazioni. Obiettivo del referendum è garantire una piena separazione tra poteri e, nel contempo, agevolare lo smaltimento dei numerosi fascicoli che intasano i Tribunali aumentando le situazioni di ingiustizia collegata alla lentezza del sistema giudiziario. Il quesito relativo alla separazione tra le carriere di magistrati requirenti e giudicanti è il doveroso corollario del codice di procedura penale del 1998 e dell’articolo 111 della Costituzione, significativamente modificato nel 1999 dal Parlamento recependo i principi del “giusto processo”. Chi accusa non può essere collega di chi giudica. Lo auspicava, del resto, anche Giovanni I quesiti sono molti Falcone in “Cose di Cosa Nostra”. e mirano ad una Gli ultimi due quesiti riguardano la riforma di tipo custodia cautelare in carcere e l’abocomplessivo che lizione dell’ergastolo. fino ad oggi qui Nel primo caso il quesito auspica che in Italia ancora il carcere venga ricondotto alla funnon si è vista zione di pena e, solo in casi eccezionali e per reati gravi, svolga la funzione di carcerazione preventiva. Si tratta, in definitiva, di un rafforzamento anche del principio costituzionale della presunzione di innocenza. Per quanto concerne l’abolizione dell’ergastolo, invece, il referendum si pone l’obiettivo di attribuire alla pena una funzione realmente rieducativa, come previsto dalla Costituzione, e non di vendetta sociale. Anche se fa poca notizia, è un principio fondamentale di civiltà.

Intervista di Lanfranco Palazzolo Terzi, ex min. Esteri, parla della drammatica situazione che oggi vede coinvolto Camp Liberty, struttura che ospita 3mila iraniani

Dare la voce a chi si oppone

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a Comunità internazionale e l’Onu non possono restare indifferenti di fronte alla sorte che corrono i 3000 iraniani che si trovano a Camp Liberty e che rischiano di essere massacrati nel silenzio di tutti i mezzi di informazione mondiale. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata. Ministro Terzi, all’inizio di settembre il Consiglio Nazionale della “L'Unione europea Resistenza Iraniana (CNRI), che si e gli Stati Uniti batte contro l’attuale regime teocrahanno tolto questa tico iraniano, è stato duramente colorganizzazione pito da un massacro perpetrato da dalla lista nera militari iracheni con la complicità delle sigle degli iraniani a Campo Ashraf. E terroristiche” molti Mujaheddin del popolo iraniano sono attualmente tenuti sotto ostaggio dagli iracheni. La scorsa settimana si è tenuta un’importante riunione del CNRI a Ginevra, al quale lei ha partecipato. “Ho partecipato a questa importane riunione indetta dal Consiglio Nazionale della Resistenza iraniana, la governance degli ex Mujaheddin che si oppongono al regime iraniano. In passato, que-

sta organizzazione è stata accusata di essere coinvolta in atti di terrorismo. Ma da oltre 10 anni questa organizzazione ha solo una caratterizzazione politica. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno tolto questa organizzazione dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche. Quindi si tratta di un’organizzazione che ha una sua marcata caratterizzazione di opposizione forte al regime teocratico iraniano”. Quali sono stati i recenti sviluppi politici del CNRI? “In un convegno che si è svolto tre mesi fa vicino a Parigi, questo movimento ha presentato una carta politica, costituente, nella quale è riaffermata la perfetta uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge fra uomini e donne, la laicità dello Stato, i principi della democrazia elettiva e i principi che dovrebbero essere il punto di riferimento dell’Iran, qualora il paese si aprisse ad un sistema interamente democratico. Questo è lo sfondo nel quale si muove in CNRI”. Perché il CNRI è ignorato da tutti? “La riunione che si è svolta la scorsa settimana a Ginevra aveva proprio questo obiettivo. Si è cercato di mobilitare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale di fronte al dramma accaduto lo scorso 1° settembre, quando dei gruppi militari o paramilitari di forze speciali sono entrati a campo Ashraf, situato a pochi chilometri da Baghdad che dal 2003 rappresenta una zona dove risiedono persone protette dalle Nazioni Unite, e hanno ucciso a bruciapelo 52 residenti su 100. Questo campo è stato evacuato. E gli iraniani rimasti sono stati portati vicino all’aeroporto di Baghdad, a Campo Liberty. Il massacro di Campo Ashraf ha destato una grande impressione. Adesso la preoccupazione si sposta sulla sorte degli altri 3000 iraniani che si trovano a Camp Liberty”.

CASA: IL MERCATO RALLENTA LA CADUTA,

fatti e fattacci

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erché la sinistra italiana non difende i diritti delle donne palestinesi? Come tutti sanno, la sinistra italiana non transige sui diritti delle donne. In questo periodo il Parlamento italiano è intasato di provvedimenti che cercano di frenare la discriminazione su base sessuale e la violenza contro le donne. Il Partito democratico – tanto per fare un esempio – è in prima fila per sconfiggere la piaga del femminicidio. Ma in altri paesi il problema non si pone affatto. Gli stessi esponenti politici che in Italia premono per una legislazione più dura nei confronti del femminicidio non hanno nulla da ridire contro la violenza che tocca le donne in altri paesi. Basterebbe osservare quello che accade in Palestina, paese amico di tanti esponenti del Partito democratico come, ad esempio, Massimo D’Alema. Nel 2013, sono almeno 25 le donne palestinesi rimaste vittime di delitti d’onore quest’anno, contro le 13 uccise nel 2012 e le quattro del 2011. Lo denuncia il Centro palestinese delle donne per l’aiuto legale e la consulenza. L’ultima di queste vittime,Thamar Zeidan, è stata trovata strangolata sabato nel villaggio di Tulkarem a Deir alGhosoun, come ha riferito il Centro palestinese per i diritti umani. A ucciderla è stato il padre, che ha confessato. Un familiare della donna uccisa ha raccontato all’agenzia di stampa “Ma’an” che Thamar era una vittima da quando, a 15 anni, era

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stata costretta a sposarsi con un uomo dal quale, quattro anni dopo, ha divorziato. Il padre della vittima si è difeso puntando il dito contro Hamas, e in particolare contro il deputato Abdul-Rahman Zeidan, che lo avrebbe costretto a uccidere la figlia dopo aver fatto una petizione in famiglia per disconoscere il suo ruolo di genitore dopo il divorzio della donna. Come si può evincere da questa vicenda, si tratta di femminicidi che hanno un carattere evidentemente politico sul quale dovrebbero riflettere tutti. Chi sostiene in Italia i diritti di Hamas e di questa parte della politica palestinese dovrebbe pensare a cosa potrebbe succedere nel caso di un’affermazione totale di questa forza politica e di come questi esponenti della fazione estremista palestinese intendono considerare le donne. In questa società, donne e bambini sono le “categorie” più a rischio di aggressioni e di attacchi da parte dei maschi adulti conviventi. Denunciare violenze fisiche, psicologiche, stupri e incesti non è assolutamente facile per donne e minori palestinesi: la struttura sociale, per molti versi patriarcale e maschilista, e la mancanza di una giurisprudenza adeguata, rendono la persecuzione dei colpevoli quasi impossibile. Prima di battersi per una società indipendente e per uno Stato palestinese, gli amici di questa realtà dovrebbero impegnarsi a costruire una società nella quale l’uguaglianza sia la base per costruire altro.

Secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate nel secondo trimestre dell’anno rallenta il trend negativo del mercato immobiliare. Il calo rispetto allo stesso periodo del 2012 è sempre consistente, -7,7%, ma in recupero rispetto al dato del primo trimestre, che aveva fatto segnare un -13,8%. Il volume delle compravendite si attesta a quota 242.817. Anche i prezzi continuano il loro trend di discesa: un’abitazione costa oggi in media 167mila euro, cioè 2.400 euro in meno (pari all’1,4%) rispetto allo stesso periodo del 2012. A Roma, la città più cara sul fronte del mattone, una casa costa circa 298.200 euro, cioè 3.276 euro al metro quadrato, il 2,4% in meno rispetto al secondo semestre del 2012. Dopo la Capitale c’è Milano, dove il prezzo medio di un’abitazione è di 246.500 euro, 2.976 a metro quadrato.

primo piano

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on era per fare i profeti di sciagura che appena visionato il piano industriale dell’amministratore di Alitalia, Gabriele Del Torchio, all’inizio di questa estate ci siamo detti, che sarebbe stato difficile per i soci recuperare l’investimento fatto nel 2008. Il nostro capitalismo non è in grado di salvare più se stesso, figurarsi se era in grado di salvare la compagnia di bandiera.Tanto è vero che Air France-Klm è tornata all’assalto e punta oggi a prendere il 50 per cento delle azioni senza grandi resistenze, quando domani, appena si vedranno i magnifici frutti del piano Del Torchio, si prenderà il resto per un pezzo di pane. Aveva ragione Romano Prodi che voleva vendere ai francesi subito, e con il che, abbiamo davvero detto tutto.

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a n a l i s i

Basilicata: la strategia del Pd

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hi ha vinto le elezioni primarie del centrosinistra in Basilicata? Mentre il Partito democratico ha perso giorni ed energie per fare modifiche statutarie che nessuno voleva realizzare, nell’ultimo appuntamento dell’assemblea nazionale del Partito democratico si è notato un vuoto: quello della delegazione della Basilicata. Infatti, in questi giorni tutti i “democratici” della Basilicata erano impegnati a mettere a punto il meccanismo delle elezioni primarie del centrosinistra per le prossime elezioni regionali. A quanto LA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: 06/6833852 Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

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pare il risultato di queste consultazioni non è stato negativo. Infatti, sono state oltre 55 mila (circa 39mila in provincia di Potenza e 16mila in quella di Matera) le persone che hanno votato per le primarie per scegliere il candidato governatore della coalizione di centrosinistra in occasione delle elezioni regionali del 17 e 18 novembre prossimi. C’è stato un testa a testa sui risultati tra i due candidati del Pd: Piero Lacorazza (attuale presidente della Provincia di Potenza) e Marcello Pittella (vicepresidente della giunta regionale). Alla fine l’ha spuntata Marcello Pittella (Pd). Sarà lui il candidato della coalizione di centrosinistra alla carica di governatore della Basilicata nelle elezioni regionali in programma il 17 e 18 novembre prossimi. Nella notte tra domenica e lunedì, dopo l’ennesimo conteggio dei dati provenienti dai 162 seggi, è stato proprio l’altro candidato del Pd, Piero Lacorazza, ad ammettere la sconfitta. Secondo quanto si è appreso, il distacco tra Pittella e Lacorazza è stato circa 350-400 voti. Pittella, che ricopre il ruolo di vicepresidente della giunta provinciale e assessore alle attività produttive ha sovvertito i pronostici che davano favorito Lacorazza (presidente della Provincia di Potenza e sostenuto dalla maggior parte dei dirigenti lucani del Pd). Tuttavia, nessuno è autorizzato a dare una risposta definitiva a questa vicenda. Infatti, non è detto che questo voto non farà registrare nessuna polemica. Ma stavolta si tratterà di una polemica sotterranea. In passato è accaduto in Campania assistere a risvolti assurdi, legati alle elezioni primarie del centrosinistra. Se non accadrà, questa situazione avrà una spiegazione logica. Nel Partito democratico della Basilicata nessuno intende gettare discredito sul candidato alle primarie del Pd nazionale Gianni Pittella e si farà di tutto per evitare figuracce al capogruppo del Pd alla Camera dei deputati Roberto Speranza. Il risultato di queste primarie lucane resta considerevole per una serie di motivi, soprattutto perché dopo uno scandalo come quello di rimborsopoli, nessuno si aspettava un afflusso alle urne così alto.

c o m m e n t i

Nuove formazioni anche in Austria

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nche dalle parti di Vienna soffia il vento del grillismo. Molti italiani sono distratti rispetto alle vicende politiche della vicina Austria. Questo paese è molto importante per gli equilibri politici del nostro paese visto che in Italia ci sono partiti che si occupano più di quello che avviene a Vienna piuttosto che di quello che accade a Roma. Polemiche a parte, domenica prossima si vota in Austria e dai sondaggi appare probabile una riconferma della “Grande coalizione” attualmente al governo. Pur senza entusiasmo gli austriaci dovrebbero quindi tornare a essere governati da un esecutivo misto tra i socialdemocratici della Spo, il partito popolare Ovp, di orientamento democratico cristiano. Attualmente la guida del governo è affidata al cancelliere Werner Faymann, socialdemocratico. L’unica incertezza, secondo gli analisti, riguarda la possibile estensione della ‘coalizione’ a un terzo partito visto che sia la Spo che l’Ovp dovrebbe accusare un calo di consensi che potrebbe non garantirgli la maggioranza. In questo caso dopo che i socialdemocratici hanno escluso qualsiasi alleanza con l’estrema destra, seguito con qualche dubbio dall’Ovp, l’unica possibilità sembra un accordo con i verdi, accreditati secondo i sondaggi del 14%. Spo e Ovp, secondo le ultime stime, dovrebbero attestarsi attorno al 49%, con un calo di 6 punti rispetto al voto di cinque anni fa (55%). Per quanto riguarda la destra, in netta ascesa gli estremisti dell’Fpo di Heinz Christian Strache, dati al 20% mentre la più moderata Bzo (il partito fondato da Jorg Haider) è vicina al 4%. La politica austriaca ha anche una sua variabile. Si tratta del Beppe Grillo viennese. Il suo nome è Frank Stronach, leader del “Team Stronach”, soggetto politico che si è presentato al voto con una piattaforma semplice: proporre la legalizza-

zione delle droghe leggere e l’introduzione della pena di morte. Il partito di Frank Stronach viene inquadrato come un movimento di centrodestra, vista la prevalenza di tematiche classicamente ascrivibile alle formazioni conservatrici. I partiti conservatori o moderati dell’Austria, i liberali della Fpö, formazione dai toni xenofobi portata al governo da Haider a inizio 2000, e i popolari dell’Övp hanno attaccato in modo netto la proposta pro marijuana. L’idea di legalizzare la marijuana è stata definita assurda come l’introduzione della pena di morte, le due proposte che più hanno fatto rumore. I partiti conservatori austriaci sono stati messi a disagio da questo posizionamento di Stronach, che avrebbe potuto rivelarsi anche un potenziale alleato in caso di formazione di un nuovo governo. Ma questo lo ha messo fuori gioco. Ma quanti voti prende Stronach? Nelle elezioni regionali di alcuni Bundesländer la formazione di Stronach ha ottenuto buoni risultati, drenando consenso sopratutto ai liberali. Nei sondaggi in vista delle elezioni di domenica 29 settembre però il Team Stronach viene stimato intorno all’8%, una percentuale buona ma che non dovrebbe essere in grado di cambiare gli equilibri della Grande coalizione austriaca che si prepara ad accogliere i Verdi.

Svizzera: vecchio e caro esercito

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a Confederazione elvetica resta “mazziniana” sulla formazione dell’esercito di popolo. Le tradizioni dell’esercito svizzero sono antiche. La formazione effettiva dell’esercito di questo paese risale al 1848, anno in cui la Costituzione della Confederazione elvetica stabilì la nascita dell’esercito di leva. Lo scorso fine settimana gli svizzeri sono stati chiamati a rivedere quel modello nato nel 1848. Quell’anno fu molto importante per le battaglie democratiche e repubblicane europee. La Costituzione

federale della Confederazione elvetica del 1848 prevedeva il servizio militare obbligatorio, ma fu conservato il sistema del reclutamento in base a delle quote, che furono innalzate da due a tre uomini ogni 100 abitanti. Ne risultava un effettivo di poco superiore ai 100.000 uomini, suddivisi in attiva e riserva. La Costituzione federale e la legge federale sull’organizzazione militare del 1850 si limitarono a regolare l’esercito: la Confederazione assunse integralmente l’istruzione militare dei quadri superiori e delle truppe speciali. I risultati non furono molto confortanti. Ci furono molte critiche a quel modello. Infatti, durante la guerra franco-prussiana del 18701871, il generale Hans Herzog stigmatizzò le carenze e l’impreparazione militare di parecchi contingenti cantonali. Contro l’opinione del generale Herzog, che riteneva più adatto alla difesa del Paese un esercito più ridotto, ma qualitativamente migliore, fu realizzato il principio del servizio militare obbligatorio. Quel modello è arrivato fino ai giorni nostri senza che la Confederazione elvetica potesse metterlo alla prova. Sono negli ultimi anni dello scorso secolo sono stati ridotti gli effettivi di questo esercito. Con il programma “Esercito ‘95” il quale, oltre ad avere ridotto gli effettivi da 700mila a 400mila e ad avere introdotto il limite di età dei militi (42 anni) ha, rivisto verso il basso la durata del servizio. Il grande progresso è stata l’introduzione del codice di “Condotta Umana”, che puntava ad un clima più morbido all’interno delle caserme. Tutto questo accadeva mentre la sinistra elvetica intendeva smantellare l’esercito svizzero. Il referendum dello scorso fine settimana ha chiarito le idee a tutti. L’esito ha confermato la tendenza verso la tradizione. Il servizio militare in Svizzera resta obbligatorio. L’iniziativa per l’abolizione della leva è stata bocciata dal 73,2% dei votanti, come i sondaggi avevano ampiamente previsto. Tutti i cantoni hanno detto “no”, con percentuali che in buona parte del paese hanno raggiunto proporzioni bulgare, a parte in quelli francofoni. Niente esercito di soli volontari, quindi, e niente servizio civile facoltativo.


terza pagina-archivio della settimana

Mercoledì 25 settembre 2013

Gli etruschi e i loro misteri

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on ci hanno creduto (ma era solo scaramanzia) sino a quando, in una nuvola di polvere millenaria, la grande pietra che da 2.700 anni sigillava il sepolcro è stata rimossa. Solo allora gli archeologi dell’Università di Torino e della Sovrintendenza

per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale hanno avuto la conferma: quell’ipogeo del VII secolo avanti Cristo era inviolato. All’interno ancora lo scheletro del principe etrusco adagiato sulla tomba di pietra e accanto armi, vasellami, persino un aryballos, un unguentario, ancora affisso alla parete. E, nascosti in vasi votivi, gioielli e sigilli di quel nobile scomparso chissà come e chissà quando all’epoca di Tarquinio Prisco. La tomba inviolata, rinvenuta nella necropoli della Doganaccia a Tarquinia, è una scoperta eccezionale. “L’ultima tomba non violata è stata trovata più di trent’anni fa ma era crollata - spiega Alessandro Mandolesi, professore di Etruscologia e antichità italiche all’università di Torino -. Questa è assolutamente intatta e potrebbe riservare altre sorprese”. Insieme ai vasi finemente decorati, gli archeologi hanno già individuato una lancia e un giavellotto. Le pareti sono affrescate, semplicemente, ma con un gusto insolito per l’epoca. I lavori di scavo, che sono stati finanziati da imprenditori privati, proseguiranno per diverso tempo perché il Tumulo del Principe potrebbe riservare altre grandi sorprese. Ne è convinto Lorenzo Benini, patron di Kostelia Group, e anch’esso un archeologo che trascorre parte delle sue vacanze insieme alla moglie a cercare tesori delle civiltà sepolte. L’équipe del professor Mandolesi da anni lavora al sito della Doganaccia. La tomba del principe è l’ultima scoperta, la più eccezionale, di una vera e propria agorà che univa il mondo dei vivi a quello dei morti: quella del Tumulo della Regina, un grande spazio ancora da esplorare dell’enorme necropoli di Tarquinia, paesaggio incantato tra mare e colline, vento di maestrale che non manca mai. Un paio di anni fa gli stu-

diosi hanno rinvenuto frammenti della Sfinge, una statua di due metri collocata sul punto più alto del tumulo, ultimo guardiano per i vivi e per i morti. E in un’altra tomba è affiorato un piccolo cortile (appena sei metri per quattro) scavato per tre metri nel calcare con le tre camere sepolcrali che si aprono sui tre lati chiusi e con le pareti affrescate grazie a una tecnica mai vista prima in Etruria e in tutta Italia. La cosa più sorprendente e unica è che pare non rappresentino scene di oltretomba, ma momenti di vita quotidiana. Insomma, gli affreschi dovevano forse servire per ragioni diverse, legate alla funzione di quel cortile, una piccola agorà, abbiamo detto, e dunque un luogo di collegamento tra vivi e morti. Gli studiosi ipotizzano che nell’area furono deposti sovrani e principi etruschi. Si hanno testimonianze leggendarie di una sepoltura di un certo Demarato di Corinto, ricco mercante greco. Si trasferì a Tarquinia intorno alla metà del VII secolo avanti Cristo, Demarato, e sposò una nobildonna locale, la più bella della città. Nacque un figlio, lo chiamarono Tarquinio Prisco e divenne il primo sovrano di origine etrusca di Roma. Marco Gasparetti, “Corriere della Sera”, 21 settembre 2013

Merkel, vince la continuità

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a vittoria, anzi il trionfo di Angela Merkel, non dovrebbe influenzare più di tanto la politica europea della Germania, con le sue luci e le sue ombre. Si proseguirà in una linea di continuità, solo con una Cancelliera più forte, ancor più padrona delle sue strategie e del suo paese. Tutto questo, come è ovvio, non renderà felici le nazioni del Sud, a cominciare dalla nostra. Ma almeno si tratta di una certezza che evita scossoni imprevedibili e questo è positivo: in materie complesse e delicate che investono la stabilità internazionale e la politica monetaria, il fattore più rischioso è appunto l’incertezza. Occorrerà vedere se i dati finali confermeranno gli “exit poll” che in Germania di solito sono molto attendibili. Se così sarà, avremo il partito anti-euro, favorevole al ripristino del marco, fuori del Bundestag. Era il dato più pericoloso,

suscettibile di influenzare in forme decisive le scelte della Cancelliera e di renderle ancora più intransigenti. La partita a questo riguardo è tutt’altro che finita. I restauratori sono sotto la soglia del 5 per cento, ma ad essa pericolosamente vicini. Più di quanto non siano i liberali, i veri sconfitti del voto: fagocitati e digeriti della personalità della loro ingombrante super-alleata Merkel. Certo, se la Fdp dovesse alla fine superare la soglia di sbarramento, avremo il rinnovo della coalizione che ha governato in questi anni: con la sola differenza di una Merkel molto più forte e dei liberali molto più deboli. Sarebbe un monocolore democristiano mascherato, considerando che già stasera il partito cattolico è a un passo dalla maggioranza assoluta: anzi, secondo alcune proiezioni la Merkel ha ormai superato i 300 seggi, quota che in teoria la solleva dall’obbligo di cercare alleati. Sarà così? La Cancelliera è apparsa cauta. E si capisce. In tempi lontani Adenauer rispose a chi gli faceva notare che una maggioranza di due seggi era troppo esigua per governare: “Due seggi? Uno di troppo”. Al contrario Alcide De Gasperi, che Angela Merkel di sicuro conosce, cercava sempre alleati, anche nel momento in cui la Dc usciva trionfante dalle urne. “Mai soli” era la frase che De Gasperi ripeteva. E stasera a Berlino ci si interroga: o si governa da soli con pochissimi seggi di maggioranza ovvero si cerca l’alleanza (da posizioni di forza) con un altro partito. La Spd, naturalmente. Benché qualcuno non escluda un tentativo con i verdi. Insomma, la signora deve decidere se seguire le orme di Adenauer oppure quelle di De Gasperi. E’ ovvio che a sud delle Alpi si guarda soprattutto alla prospettiva della grande coalizione fra Cdu, Csu e socialdemocratici. E’ di gran lunga la soluzione più probabile, a meno di non voler considerare - come si è detto l’ipotesi poco plausibile, ma non del tutto assurda, di un negoziato fra la Merkel e il partito ecologista. Restiamo per ora allo scenario grancoalizionista. Sarà fra un centro moderato forte e vincitore (oltre il 42 per cento) e una socialdemocrazia che esce ridimensionata dal voto (intorno al 25-26 per cento). Sarà quindi un centrosinistra a salda guida moderata sfidato a sinistra da un arcipelago variegato: i Verdi, la Linke massimalista. Mentre a destra non ci saranno sfidanti, nell’ipotesi che liberali e anti-euro siano esclusi dal Parlamento; oppure ce ne sarà uno assai insidioso, appunto il movimento anti-euro, nel caso in cui questa formazione nuova di zecca (paragonabile in un certo senso, ma solo in parte,

LA VOCE REPUBBLICANA

ai nostri Cinque Stelle grillini) riesca a piazzare una trentina di eletti al Bundestag. In ogni caso il sistema garantirà stabilità, a differenza di quanto accade in Italia. Con alcune precisazioni. Nell’ipotesi non positiva che gli anti-euro finiscano per essere rappresentati, avremo una mappa europea in cui gli scettici e gli avversari dichiarati dell’integrazione guadagnano terreno: Grillo in Italia, Farage in Inghilterra, i lepenisti in Francia. La solidità del modello tedesco è in grado di fronteggiare la minaccia, ma altrove la musica sarà diversa. Noi italiani non abbiamo niente, ma proprio niente da guadagnare da un successo degli anti-euro tedeschi. Viceversa dobbiamo guardare con attenzione all’ipotesi di una grande coalizione. Sarebbe uno di quegli eventi molto rari in Germania, ma destinati a lasciare il segno. Le larghe intese a Berlino diventerebbero un punto di riferimento e di riflessione per tutta la politica italiana. Per quella che contesta l’intesa Pd-Pdl-centristi con l’argomento che si tratta di un “inciucio”. O per quella che sogna la fine prematura dell’esperienza, temendo di pagare un prezzo elettorale troppo grande per aver governato con il “nemico”. La coalizione tedesca, al contrario, potrebbe indicare una strada più virtuosa e molto più riformatrice per giustificare un’alleanza con gli avversari politici di ieri e di domani. Un passaggio eccezionale, imposto dalle circostanze, ma proprio per questo meritevole d’essere interpretato con assoluta concentrazione. L’opposto di quello che sta avvenendo a Roma. Da ultimo, un’annotazione. Alla Merkel non basta un oggettivo trionfo e il 42 per cento dei consensi per governare: ha bisogno di alleati, anche lontani da lei. Se fosse in Italia, si gioverebbe del pessimo “porcellum” e farebbe quello che vuole con il premio di maggioranza. Ma, chissà perché, gli esiti della falsa stabilità italiana sono molto diversi da quelli della vera stabilità tedesca. Stefano Folli, “Sole 24 Ore”, 22 settembre 2013

Gli scrittori in cerca di nobiltà

Giancarlo Siani. E oggi, nello stesso punto di Napoli dove fu ucciso il giornalista del Mattino, l’auto-simbolo delle sue lotte, la Mehari verde, riparte. E’ stato appunto Roberto Saviano a metterla in moto, in una staffetta che vuole lanciare il messaggio: la camorra non è più forte della voglia di raccontare la verità. Siani raccontò la verità su clan come i Gionta e i Nuvoletta e fu assassinato. In Italia negli ultimi 50 anni sono stati uccisi 26 tra giornalisti e operatori dell’informazione. “In viaggio con la Mehari” vuole “riconnettere” le storie a volte dimenticate di giornalisti, fotoreporter, operatori dell’informazione, donne e uomini della società civile uccisi, spesso anche solo per essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. La Mehari riprende, dunque, il suo cammino da dove si è fermata. A guidarla saranno volti conosciuti del mondo del giornalismo, della cultura, della giustizia legati alla storia di Giancarlo Siani e a quella delle vittime innocenti di criminalità, come don Luigi Ciotti, Giovanni Minoli, Alfredo Avella, del coordinamento familiari vittime innocenti criminalità. Una staffetta, quella iniziata alle Rampe Siani, che terminerà alla sede del quotidiano “Il Mattino”. E’ un Roberto Saviano molto emozionato quello che ha guidato la Mehari di Giancarlo Siani. Accolto dagli applausi degli studenti del liceo Vico, Saviano ha detto: “E’ stato bellissimo, emozionante guidare la Mehari. Sembra che tutto possa ripartire nel nome di Giancarlo. Ho sentito una sorta di empatia, di gratitudine anche con la famiglia di Giancarlo Siani. Per me essere qui è soprattutto un omaggio alla sua memoria e alla sua famiglia”. “Mentre la guidavo sentivo il cuore a mille - ha aggiunto Saviano - durante tutto il tragitto ho pensato oltre che a Giancarlo anche al fratello Paolo e alla famiglia perché loro in questo momento sono il simbolo reale della possibilità della ripresa. Per dieci anni hanno custodito la verità, hanno subito piste false, diffamazioni, miopia. Tutti tendevano ad allontanare lo spettro camorra per dire no, no è una ingenuità. Chissà cosa ha pestato, che ambienti ha frequentato. Loro hanno resistito, la verità è arrivata dopo dieci anni e questa Mehari che riparte la dedico - ha aggiunto - in qualche modo a loro perché per me loro sono un esempio, l’esempio che ha difeso la verità di Giancarlo”. “la Repubblica”, 23 settembre 2013

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a ripartenza della Mehari significa che riparte tutto. Riparte anche Napoli”. Così stamani Roberto Saviano, poco prima di salire a bordo della Mehari, l’auto simbolo del giornalista ucciso dalla camorra, Giancarlo Siani, auto che riparte oggi a 28 anni dall’omicidio. Saviano ha ricevuto le chiavi della Mehari dal fratello di Giancarlo, Paolo Siani. Ora la guiderà nel centro di Napoli, fino al liceo Vico. Era il 23 settembre 1985 quando la camorra uccise

La mossa di Saviano è antichissima, si perde nella notte dei tempi. Trovata pubblicitaria efficace? Certo, specialmente quando c’è un nuovo volume da vendere ed è opportuno costruire una linea di nobiltà fra i nuovi nomi antimafia, Saviano, e gli eroi del passato, Siani, ammazzato nel 1985. Saviano ultimo anello della catena, per l’appunto, in quanto ultima penna coraggiosa. Cosa si perde nella note dei tempi? La ricerca della nobiltà, specialmente quando questa è assente.

z i b a l d o n e

L’impronta che viola la privacy

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i battiamo le mani da soli, non so se ci permettete, per la sùbita intuizione che avemmo parlando di nuovo aggeggio Apple, telefonino questo sì, pochi dubbi in proposito, eccezionalmente smart, visto che ti prende l’impronta digitale per funzionare. Cosa scrivemmo a caldo (andate a vedere qualche numero fa)? Che per la nuova creatura ci sarebbero stati subito questioni spinose relative all’impronta, questioni palesi di privacy. E’ mai possibile che possa passare la storia dell’impronta, unica, immodificabile, quando si fanno questioni di privacy per molto meno? Un deputato americano l’altro giorno ha immediatamente sollevato il sipario sul futuro scenario. E

così ecco gli hacker che entrano nel quadro e rubano l’impronta. Dato che l’impronta è quella, è unica, alla fine è come avere una sorta di utente scisso, quello che fa il bene e quello che fa il male. Un utente è innocente, l’altro è colpevole. Il ginepraio che sta per esplodere è di quelli epocali, basta lasciar correre le cose e vedrete. Oppure bisogna intervenire prima? Cioè bloccare tutto. Dal momento che a nostro avviso la violazione clamorosa della privacy non si situa post, nella fase in cui interviene il pirata digitale, ma ben prima, con la consegna della propria impronta. Non si tratta, già, con tale atto, di una messa in comune di dati sensibili, e sensibili nel più alto ordine? Non importa, insomma, di quanta protezione venga promessa. E’ l’atto di consegna dell’impronta che ci rende perplessi. E figuriamoci che si sono messi di buzzo buono a spaccare le protezioni, come fosse una gara con trofeo, e forse era una gara con trofeo sul serio. Magari un trofeo di poco valore intrinseco ma di alto rilievo simbolico, etc, etc.. Se ne riparlerà di certo.

Google entra nella medicina?

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a nuova gestione di Google da parte di Larry Page, fondatore e Ceo dal 2011, ci ha abituato a progetti tanto innovativi quanto lontani dal suo “core business”, prima con i superocchiali GoogleGlass, poi con le Driveless Car che si guidano senza conducente. Sulla scia dei precedenti successi, l’azienda di Mountain View ha in questi giorni pubblicamente inaugurato la sua avventura in campo medico, dedicando particolare attenzione alle problematiche legate all’invecchiamento. L’entrata in campo bio-medico non è innovativa di per sé, ed alcuni giornali statunitensi lo hanno fatto notare, ma neanche la scelta di entrare nel mercato automobilistico sarebbe stata poi così geniale se non fosse uscita dalla loro fabbrica un’automobile che si guida da sola. Per questa sfida è stata creata la Calico (da “California Life Company”), una società satellite di Google che lavorerà in completa autonomia dalla casa madre. A guidarla sarà Arthur D. Levinson, chairman ed ex-Ceo di Genentech, una società specializzata in attività biotecnologiche con un occhio di riguardo al Dna ricombinante, e una poltrona nel consiglio d’amministrazione della Apple. Per vedere i primi risultati si dovrà ancora attendere, ha scritto Page poco prima della presentazione in un comunicato sul sito: “È una scommessa che potrà essere vinta solo sul lungo periodo. Crediamo si possano fare buoni progressi con tempistiche ragionevoli se riusciremo a centrare i giusti obbiettivi con il giusto staff”. Durante la presentazione non si è però mai entrati nello specifico, nulla su investimenti e non è stato nemmeno dichiarato il luogo in cui avrà sede la Calico. Gli interessi di Google sono comunque comprensibili. Il periodo della vecchiaia, prolungato significativamente negli ultimi decenni, sarà uno dei grandi problemi delle future società, chiamate a mantenere un sempre maggior numero di anziani. Il giro d’affari crescerà di pari passo, e la compagnia di Mountain View vuole esserci. Il mondo della salute è anche un’area d’interesse personale per i cofondatori di Google, Page e Sergey Brin. Il primo ha annunciato lo scorso maggio di avere una rara malattia che limita il movimento delle corde vocali e non gli permetterà di prendere parte alle presentazioni in pubblico. Gli è poi stata diagnosticata anche la tiroidite di Hashimoto, una condizione infiammatoria della tiroide che però non sembra dargli troppi problemi. Brin ha invece dichiarato di avere forti probabilità di contrarre il morbo di Parkinson, come la madre. Questo non è comunque il primo tentativo di entrare nel mondo della medicina da parte di Google. Prima della gestione Page,

sotto il comando di Eric Schmidt, era stato lanciato nel 2007 il progetto Google Health, che si proponeva di vendere medicinali online; l’avventura non andò bene e nel 2011 venne dichiarato il fallimento. Sembra giunto il momento di riprovarci. Federico Capurso

Blackberry, una fine ingloriosa?

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visto che il ramo è lo stesso, ora parliamo di Balckberry, intorno al quale il web non si risparmia, per descriverne cioè il declino. L’autunno freddo di Blackberry, la fine di un mito, un declino che ha molto da insegnare, la cessione, la tristezza, la perdita, i bei tempi, spezzatino, tagli, riposizionamento, e via col vento, insomma. Cosa dunque accadde? Ci furono rivali, fior di rivali, ma questo non basta, purtroppo. Blackberry era nato come oggetto business, volle proseguire come oggetto consumer e la frittata fu fatta. La salvezza è la vendita, ma non deva tradursi in svendita, che sarebbe fra l’altro la cosa più facile e tragica. Insomma, chi mai se la comprerebbe? Il tutto sta lì poi a dimostrare quanto sia spaventosa quest’epoca di miti e di spazzatura elettronica. Il sim-

bolo del successo finì nella polvere e nell’irrilevanza. E pensare che piace tanto a Barack. Dall’alta parte, poi, ecco Tim Cook di Apple che gufa come un pazzo, contando uno a uno i pezzi del nuovo telefono Apple venduti nel week end. E ci fa anche un sorriso sopra e dice: “Visto, voi che vi credevate, superiori, visto come vi siete ridotti a contare le scorte di magazzino?”. Blackberry si è poi costruita tutto pezzi da sé. Il che è un rischio che è difficile da manovrare. Costruirsi in casa uno smartphone in tutte le sue componenti è una missione ai limiti dell’impossibile. Non è un caso che tutte le grandi avversarie della Mela da Samsung a Lg, da HTC a Nokia - abbiano scelto di lasciare

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ad altri lo sviluppo del software. In questo senso, la decisione di non cedere alla tentazione di Android per puntare tutto sul sistema operativo di casa può essere considerata - col senno di poi la più grande presunzione di BlackBerry. Che oggi si ritrova con una divisione hardware di scarso valore e una serie di risorse software confinate in un ecosistema chiuso. Un tempo anche Apple viveva in clausura, poi dovette cambiare idea.

Mani spagnole sulla telefonia

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ccordo di Telefonica con Generali, Mediobanca e Intesa Sanpaolo per salire dal 46 al 66% di Telco che controlla il 22,4% di Telecom Italia e nomina la maggioranza dei membri del consiglio di amministrazione. E’ la notizia di ieri. L’intesa, che dunque consegna in mani spagnole la maggioranza relativa del principale gruppo italiano di telecomunicazioni è stata annunciata lunedì dopo che per tutta la giornata si erano susseguite le voci di un’intesa ormai vicina e mentre i titoli Telecom venivano attivamente scambiati in Borsa con una quotazione di chiusura in rialzo del 4% a 0,59 euro. In una prima fase, gli spagnoli saliranno dal 46 al 66% di Telco, con un’opzione per incrementare a breve la partecipazione al 70 per cento. L’accordo è stato salutato positivamente dai mercati. In Borsa, martedì mattina, Telecom Italia ha aperto in rialzo e, dopo aver essere salita del 2,5% circa, ha ritracciato limitando il guadagno intorno all’1 per cento. Boom di scambi: poco prima delle 10 erano già passati di mano 210 milioni di pezzi, a fronte dei 220 milioni dell’intera seduta di lunedì. In lieve calo, invece, Telefonica, che a Madrid cede lo 0,75% circa. Siamo ordunque in mani iberiche? L’amministratore delegato di Generali Mario Greco ha espresso la propria soddisfazione per l’accordo raggiunto precisando che è in linea con gli “obiettivi di rafforzamento patrimoniale” del gruppo, a cui “permette di guardare con ottimismo alla distribuzione di un dividendo soddisfacente a fine anno”. L’operazione non dovrebbe avere ricadute sul piano occupazionale, almeno a dare credito all’amministratore delegato di Telecom, Marco Patuano, che poche ore prima dell’intesa aveva rassicurato: “Non sono intenzionato a licenziare proprio nessuno”, aggiungendo però che serve “un modello sostenibile nel lungo termine, che favorisca gli investimenti e quindi regole stabili pro-competitive e pro-investimenti”. Uno dei punti dolenti dell’operazione Telefonica è lo scorporo della rete di Telecom Italia, voluta dalle regole europee ma che diminuirebbe di molto il valore della società italiana. Mannaggia alla Ue!


4 LA VOCE REPUBBLICANA

Mercoledì 25 settembre 2013

Il problema infinito: il Mezzogiorno e il caso regionale calabrese Fra le voci negative: sanità, spesa pubblica e le diverse ricadute di tipo occupazionale

Quali sono le manovre dedicate alla crescita? Le Quattro Giornate Repubblicane: la relazione di Saverio Collura sul “Quadro economico della Calabria”, terza e ultima parte. di Saverio Collura

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a crisi produttiva che ha investito la Regione Calabria ha ovviamente avuto effetti negativi sull’occupazione. Nel 2012, infatti, si è registrato un consistente ridimensionamento dei posti di lavoro pari a -1,9%; nettamente superiore al corrispondente valore del mezzogiorno (-0,6%) e dell’interno Paese (0,3%). Il fenomeno in Calabria si era già registrato in

ELENCO PAGAMENTO TESSERE PRI 2013 Sez. Pri Trieste; Sez. Pri “Camangi” Roma; Sez. Pri “Bonfiglioli” Bologna; Sez. Pri Grottaglie (BA); Sez. Pri Spilamberto (PN); Sez. Pri “Aurelio Saffi” Ravenna; Sez. Pri Varese; Sez. Pri Bottiroli” Voghera (PV); Sez. Pri “Mameli” Cologno Monzese (MI); Sez. Pri Cremona; Sez. Pri “Flaminio Prati (Roma); Sez. Pri “F.lli Bandiera” San Pietro in Campiano (RA). Sono pervenute all'Ufficio Amministrazione del PRI versamenti di pagamenti tessere di singoli iscritti. E' chiaro che ai fini congressuali l'iscrizione singola non consente la partecipazione ai lavori dell'Assise repubblicana. Chi non è nelle condizioni di avere una sezione dovrà iscriversi a quella territoriale più vicina. Per ogni ulteriore informazione o chiarimento si prega di rivolgersi all'Ufficio Organizzazione (Maurizio Sacco) ai seguenti numeri: 338/6234576 - 334/2832294 - oppure orgpri@yahoo.it

MODALITÀ PAGAMENTO TESSERE PRI 2013 Conto Corrente Postale n. 33579004 intestato a Partito Repubblicano Italiano Bonifico IBAN IT03N0760103200000033579004 intestato a Partito Repubblicano Italiano

tutto il periodo 2007-2012, durante il quale il numero di occupati è diminuito di circa 36.000 unità. Gli effetti si sono verificati in tutti le classi in età lavorativa, ed hanno fortemente penalizzato i lavoratori con contratto a tempo indeterminato (-3,6%), mentre si è avuto un incremento occupazionale di personale con contratti a termine (+1,5%). Conseguentemente si è registrata una riduzione delle ore lavorate pari, nel 2012 a -2,7%; valore questo superiore a quello del Mezzogiorno (-1,2%). Il tasso occupazionale nella popolazione calabrese in età lavorativa (15-64 anni) è decresciuto attestandosi al 41,6% (era il 42,5% nel 2011), a fronte del corrispondente valore del Mezzogiorno (43,8%) e del Paese (56,8%) Due questioni infine che, pur non sembrando riconducibili alle attività produttive, innescano effetti non secondari sul sistema economico calabrese: sono la spesa pubblica, e la sanità regionale. Data la consistente quantità di risorse finanziare ad esse finalizzate, queste due voci di spesa esercitano una significativa influenza sul sistema Calabria; sia per gli effetti diretti conseguenti all’impiego di risorse, sia per i vincoli conseguenti che essi impongo al Bilancio della Regione, rendendolo estremamente rigido, e limitando conseguentemente la possibilità di manovre finanziarie finalizzate allo sviluppo, alla crescita e quindi all’occupazione. Spesa pubblica La spesa pubblica primaria complessiva annualmente erogata ammonta a circa 6,3 miliardi di Euro, pari ad una spesa pro-capite di 3.146 Euro; in ciò lievemente inferiore alla media delle Regioni a statuto ordinario. La spesa corrente assorbe circa l’85% del totale, e di essa il 40% (oltre 2 miliardi di Euro) è rappresentata dalla spesa per il personale. La spesa in conto capitale, pari nel 2011 all’1,8% del PIL regionale, è quindi una parte marginale del totale, ed è sostanzialmente di competenza dei Comuni, per il ruolo peculiare che gli stessi svolgono nell’ambito degli investimenti infrastrutturali. La quota più consistente della spesa pubblica è di competenza dell’Istituzione Regione, e rappresenta il 60% del totale.

E ciò in conseguenza dell’imponente livello raggiunto dalla spesa sanitaria, che assorbe a sua volta il 90% del Bilancio della stessa Istituzione. Solo il 25% della spesa primaria è di competenza dei Comuni; dato questo che, estrapolate le città capoluogo ed i centri con oltre 15.000 abitanti, fa intravedere le difficoltà di numerosi piccoli comuni a realizzare un’efficace autonoma amministrazione. I vincoli posti sia dal “Patto di stabilità interna” che quelli connessi dal “Piano straordinario di rientro del deficit sanitario” hanno condizionato soprattutto la voce di spesa in conto capitale, che si è ridotta nel biennio 2009-2011 di circa il 16,1% ogni anno; mentre la spesa corrente si è contratta, nello stesso periodo, solamente dell’1,5% all’anno. La spesa per il personale, che incide per circa 1000 Euro per abitante, è sempre aumentata nel triennio prima indicato, con una media annua del +1,3%. Per completezza di esposizione si ricorda il dato del deficit cumulato dalla Regione Calabria nel quadriennio 2008-2011, che è il quinto in graduatoria per quanto riguarda il valore assoluto tra tutte le Regioni, ed addirittura il terzo in termine di incidenza pro-capite. Sanità Come noto la gestione della Sanità della Calabria è sottoposta al regime di “Piano di rientro per eccessivo deficit”. Nel periodo 2009-2011 la spesa sanitaria procapite nella Regione è stata pari a 1.845 Euro, per un totale medio annuo di 3,78 miliardi di Euro. Dopo la crescita insostenibile (+4,5% medio annuo) registrata nel triennio 20072009, nel successivo biennio, in regime di “Piano di rientro per eccessivo deficit”, la spesa si è mediamente ridotta dell’1,7%. Non ritenendo opportuno, per questioni di competenza, entrare nel merito della qualità del servizio erogato, pur tuttavia è utile evidenziare due questioni molto significative. La prima riguarda la decisione assunta dal Governo Nazionale di prorogare la gestione commissariale sino al 2015 a causa dei ritardi riscontrati nella realizzazione degli interventi previsti dal predetto Piano. La seconda si riferisce all’inadempienza circa il

Recensione di Stefano Folli del libro di Giancarlo Tartaglia "Francesco Perri, dall'antifascismo alla Repubblica" di prossima uscita. La recensione è apparsa sul "Sole 24 Ore" del 18 agosto. La Storia non è fatta solo dai grandi personaggi. Soprattutto la storia politica di un popolo o di una nazione, è fatta di individui - magari poco noti che hanno offerto energie e ideali alla causa comune. Studiare queste vicende, solo in apparenza minori, significa decifrare la chiave di lettura più profonda di un evento o di un'epoca. La battaglia per la Repubblica, ad esempio, fu tutto tranne che un itinerario lineare. E l'avvento di una nuova classe dirigente, nell'Italia che usciva dalla guerra civile, era il prodotto anche contraddittorio della mescolanza di cuore e ragione. Ecco allora che la biografia di Francesco Perri, un repubblicano intransigente che fu testimone e protagonista di anni intensi, dall'età giolittiana al fascismo, dalla lotta alla dittatura alla ricostruzione democratica, apre uno spaccato di eccezionale rilievo su sessant'anni almeno di storia italiana. L'osservatorio non è quello di un protagonista assoluto, bensì di un osservatore privilegiato, i cui ideali poggiavano su di una solida preparazione economica e sociale (Perri si era formato alla scuola di Einaudi) e la cui penna tagliente e colta era sempre in prima linea: dalle colonne dei fogli di polemica politica e soprattutto, quando le circostanze lo permisero, della "Voce Repubblicana". Si deve a Giancarlo Tartaglia, il direttore della Fnsi che da tempo, nel solco di Giovanni Spadolini, propone lavori di primo piano sulla storia del giornalismo e sulle vicende del movimento repubblicano, l'aver tratto Perri dal relativo oblìo in cui era calato. La biografia è un tassello che aiuta a ricostruire vari aspetti della lunga sfida per la democrazia nel nostro Paese, che si sarebbe voluta innovativa, pragmatica, senza aggettivi, aperta alle correnti più moderne del pensiero economico. Dopo tante traversie Perri si trovò a suo agio nel Pri di Ugo La Malfa. Il che non vuol dire che in Italia si fossero ormai affermati pienamente quegli ideali. L'opera di Tartaglia si giova dell'ampia prefazione di Roberto Balzani, uno dei più intelligenti fra i giovani storici, che spiega con chiarezza come i primi nemici di Perri fossero i fanatici e i populisti, agli antipodi di qualsiasi serio progetto riformatore. Allora come oggi.

mancato rispetto degli standard qualitativi nazionali nelle prestazioni erogate dal Servizio Sanitario Calabrese nell’anno 2010, ultimo anno di cui sono al momento disponibili i dati. Tutto ciò ha comportato che alla Calabria è stato attribuito un indice di qualità pari al 43,9%, essendo il 100% l’optimum. La media complessiva per tutte le Regioni dell’Italia è stata del 65%; ed anche quella relativa alle altre Regioni con “Piano di rientro per eccessivo deficit” è stata superiore al valore della Calabria, e pari al 52.8%. Tutto ciò, nonostante che la spesa pro-capite della Calabria sia allineata ai valori medi nazionali. Il deficit della gestione della sanità ed il conseguente Piano di rientro ha comportato che la Regione Calabria insieme ad altre due Regioni, è costretta ad applicare l’aliquota più alta in assoluto (2,03%) dell’addizionale regionale IRPEF, con un carico fiscale annuo a carico dei cittadini mediamente di 406 Euro, a fronte di una media nazionale di circa 388 Euro. Ciò vuol dire che la stragrande maggioranza delle Regioni dispone di possibili risorse finanziarie da richiedere, eventualmente, ai cittadini per finalizzarli a sostenere programmi e progetti di sviluppo economico, sociale ed occupazionale. (fine della terza e ultima parte-le precedenti puntate sono state pubblicate il 20 e 21 settembre)

La Voce Repubblicana del 25 settembre 2013  

Quotidiano del Partito Repubblicano Italiano - n. 183 di mercoledì 25 settembre 2013

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