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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 119 - GIOVEDI 20 GIUGNO 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

RIGORE IN CRISI

La politica keynesiana fa proseliti

I

l presidente Berlusconi ha puntualizzato come la sua posizione sulla politica economica europea sia propria di importanti economisti statunitensi a cominciare da Paul Krugman. Tutta la scuola keynesiana è in rivolta contro i tagli alla spesa e la difesa della moneta in epoca di recessione, mentre gli economisti liberisti sostengono tesi diverse. Il dibattito negli Usa è appassionante tanto da travalicare persino negli attacchi personali fra accademici che non se le mandano a dire. In Italia i keynesiani hanno fatto proseliti. Il professor Palo Savona era arrivato persino a sostenere l’eventualità di uscire dall’euro e Guido Rossi si è convertito, sostenendo che il rigore tedesco ci sta affossando. Il quotidiano che non risparmia un articolo al giorno su questa polemica è “l’Unità”, dove oramai Keynes ha preso il posto di Marx. Ora è l’autore della “Teoria generale della moneta” a disporre di un pensiero essenziale sia negli anni trenta del secolo scorso, sia oggi e sia domani. Eppure Keynes non è affatto Marx. La sua elaborazione non ha presunzione scientifica tale da assicurarne l’inconfutabilità con il passare degli anni e soprattutto le sue previsioni non erano profezie. Keynes è molto attento alle società in cui vive e non crediamo che avrebbe consigliato necessariamente le sue ricette tali e quali per l’Inghilterra degli anni trenta e per l’Europa di oggi. Se non altro si sarebbe aggiornato. In ogni caso è una discussione di scuola: gli economisti keynesiani vedono i disagi e suggeriscono di tornare a Keynes e nessuno oggi è più keynesiano del governo giapponese, l’unico paese che riesca a crescere. E pure in questo caso sono tanti ad essere

50 anni dopo JFK Datagate, Siria e Afghanistan crucci della Casa Bianca

Obama sotto pressione a Berlino “T

convinti che una crescita tanto dirompente finirà per piegarsi su se stessa. L’America di Obama è con più prudenza su quella stessa linea, ma i risultati sono più lenti. Le società sono diverse. In Italia il politico più vicino a Berlusconi è il sottosegretario all’Economia Stefano Fassina che ha iniziato con il contestare le politiche di rigore del governo Monti e che ancora in questi giorni, alle titubanze dei ministri Saccomanni e Zanonato, ha risposto che bisogna sospendere l’Imu e l’Iva e che il rinvio serve a questo. Su un piano generale non c’è un motivo per non avallare una politica di espansione, dopo una lunga fase di austerity. L’importante è che siano i governi europei a convincersene e non l’Italia ad assumere una posizione unilaterale. Per questo ha fatto bene il premier Letta a tenere il punto. L’Italia, al contrario di molti paesi europei, ha fondamentali discutibili e la spesa pubblica storicamente è corrisposta ad uno sperpero di denaro che non può permettersi nemmeno uno Stato sano, figurarsi uno malato come il nostro. Sergio Marchionne, che è un imprenditore importante, ha persino proposto un piano “Marshall” per l’Italia, cosa che nessun imprenditore proporrebbe per l’Olanda che pure contesta il rapporto deficit - pil del 3%. Ma è l’Olanda e se va avanti un paese con quelle caratteristiche, meglio. Possiamo sostenerla preoccupandoci di fare tutto il possibile per attenerci alle convenzioni adottate fin che queste sono vigenti. Solo allora potremo anche chiedere di cambiarle. Caso mai le cose andassero peggio, eviteremmo che si dicesse: l’Italia voleva cambiare perché non riusciva a rispettare, come al solito, i parametri.

utti dobbiamo tenere i conti in ordine, fare le riforme, e concentrarci sulla crescita. Sono fiducioso che il cancelliere abbia a cuore le sorti dell’eurozona. Se perdiamo milioni di posti di lavoro dei giovani, non possiamo permettercelo”. Barack Obama a Berlino 50 anni dopo il discorso di John Fiztgerald Kennedy sotto il muro si trova a fronteggiare una situazione economica ancora controversa. La creazione di un’area di libero scambio tra Ue e Usa è la sua grande scommessa: assicurerà “vantaggi per tutti” anche se per superare la peggiore recessione dei 13 milioni di posti di lavoro promessi bisognerà non perderne nemmeno uno. Forte pressing della stampa internazionale per capire gli sviluppi della politica interna ed estera degli Usa. In merito al Datagate, Obama ha detto che gli Stati Uniti hanno mantenuto un “equilibrio appropriato” tra le esigenze dell’intelligence e i diritti civili: “gli Usa non frugano nelle email dei cittadini”, ha assicurato il presidente statunitense. Più in difficoltà sull’Afghanistan, dove Karzai ha sospeso le trattative con gli Usa, ed in Siria, dove l’amministrazione americana non sa letteralmente cosa fare. Putin è contrario all’intervento militare occidentale e armare i ribelli potrebbe rivelarsi solo inutile e pericoloso, oltre ad indispettire comunque i russi.

KABUL, KARZAI INTERROMPE NEGOZIATO CON USA Il presidente Karzai ha deciso di sospendere il negoziato con gli Usa a causa delle dichiarazioni diffuse e le iniziative invece intraprese riguardo al processo di pace. Washington ha ufficialmente affermato di sostenere un processo di pace “guidato

S

econdo un’analisi di Mediobanca, la Rai varrebbe circa 2,47 miliardi di euro e dalla sua vendita al netto dei 366 milioni di debiti registrati al 31 dicembre 2012, lo Stato potrebbe incassare “circa due miliardi di euro”. Una cifra che di questi tempi non è da buttar via, soprattutto se si considerano le perdite dell’Azienda: solo l’anno scorso di 244 milioni. Considerati i più di 13mila lavoratori impegnati in Rai e quindi i risvolti sociali che procurerebbe una privatizzazione improvvisa, Mediobanca ha messo allo studio anche ipotesi di cessioni parziali di alcuni asset. Ray

dagli afghani” ma nello stesso tempo ha annunciato la partenza verso Doha dell’inviato speciale per l’Afghanistan e Pakistan, James Dobbins, per negoziati diretti con i talebani. A poche ore dall’annuncio dei talebani di voler riprendere il dialogo con il governo afghano e gli Usa, la base aerea di Bagram, 60 km a nord di Kabul è stata

attaccata da colpi di mortaio. 4 militari americani sono rimasti uccisi.

I NOMINATIVI DI CHI AVEVA CONTRIBUITO PER "SALVARE" LA SEDE, OPERAZIONE NON ANDATA A BUON FINE, E CHE COMUNQUE LASCIANO IL CONTRIBUTO AL PRI VISTI I PROBLEMI FINANZIARI CHE AFFLIGGONO IL PARTITO

I NOMINATIVI DI CHI RICHIEDE IL CONTRIBUTO

Elenchi a pag. 4

PER CONTATTARE IL PRI E “LA VOCE REPUBBLICANA” 06/9310812

Il precedente greco Way, proprietaria delle torri di trasmissione, vale 600 milioni di euro. Non è la prima volta che ci sono piani di privatizzazione parziale o totale, della Rai ovviamente. Il Pri ne avanzò uno nel 1987 sul ricalco della Bbc inglese. Si potevano mettere sul mercato due reti e mantenerne una finalizzata al servizio pubblico ed all’informazione. All’epoca non c’erano nemmeno le piattaforme digitali, i satelliti, internet, che riducono di molto il bacino di utenza della Rai e con le quali fa i conti il canone oramai evaso al 44 per cento. E anche se ci si accorge che la pubblicità è in calo e le aziende perdono valore, le obiezioni al

progetto sono le stesse di 26 anni fa. E’ vero che in Europa finora la proprietà pubblica è rimasta saldamente al comando della Televisione di Stato, ma è anche vero che le perdite in Europa sono diverse dalle nostre e dove sono simili, come in Grecia, si è creato un precedente, ovvero la vendita di un sistema di sprechi divenuto insostenibile. Crediamo che questo precedente sarà destinato a fare strada. Considerata la nostra situazione per come si trascina, sarebbe ora di muoversi fino a che siamo in tempo. Altrimenti la Rai sarà semplicemente chiusa perché priva di qualsiasi valore.

“L’Unità” da Togliatti a Travaglio C’era una volta il socialismo reale

Una lunghissima odissea senza ritorno

N

ella polemica fra Michele Prospero e Marco Travaglio che infuria tra “l’Unità e “il Fatto quotidiano” vi sono molti elementi controversi e degni di nota. Non tutti edificanti. Il primo già è stato rilevato: non si può accusare Travaglio di essere un servo destrorso quando lavora per un altro giornale, dopo che è stato considerato un giornalista indipendente nei sette anni in cui scriveva per “l’Unità”. Le due cose insieme non si tengono. Tanto vale ammettere che “l’Unità” avesse preso un abbaglio sulla vera natura di Travaglio che ora si è dimostrata interamente. Farebbe una miglior figura. Anche perché “l’Unità” ai tempi del mandato affidato a Bersani, si rivolgeva a Grillo ed al Movimento 5 stelle come ad un soggetto indispensabile per formare quel “governo del cambiamento” che l’intesa con Berlusconi avrebbe negato completamente. Ora il quotidiano di Claudio Sardo ha difficoltà persino a sostenere le ragioni di quell’intesa. Il fatto che Travaglio vi si opponesse dimostra invece solo che “l’Unità”, così come non comprendeva la natura del suo ex editorialista, e magari neppure quella di Padellaro che all’epoca la dirigeva, non comprendeva nemmeno quella di Grillo e dei suoi. “L’Unità” invece ha più ragioni su Berlinguer, che non si può considerare quale una sorta di padre nobile del giustizialismo di oggi opposto ad un Togliatti padre del vizio partitocratico. Travaglio qui si mostra infantile. Berlinguer era infatti, quale che fosse la sua inclinazione morale, il padre del compromesso storico, la stessa formula che il presidente Napolitano ha rieditato per far nascere l’attuale governo Letta a cui Travaglio è contrario. Scindere la morale dalla politica del compromesso nella visione dello storico segretario del Pci, significa ridurlo ad una barzelletta, come del resto lo è anche ignorare l’importanza che aveva per Berlinguer l’austerità in economia. Altra epoca che anche “l’Unità” farebbe meglio a guardare con maggiore attenzione. Sarà pure che Berlinguer è “rimasto sempre fedele non solo a Togliatti ma anche a Lenin e alla vicenda storica e ideale del comunismo” e pure fu colui che ritenne esaurita la spinta propulsi-

va dell’ottobre russo, prefigurando altri scenari ed incrinando il rapporto con Mosca. Per considerarlo un leninista, poi, occorre davvero beneficio di inventario. A volte abbiamo come l’impressione che a “l’Unità” facciano una certa fatica a ricostruire la figura di Berlinguer nella sua verità storiografica. Prospero ha più ragioni, magari, riguardo a Togliatti. Non solo Berlinguer ne fu a tutti gli effetti un suo interprete e successore, aggiornando la via italiana al comunismo, ma soprattutto Togliatti fu un padre ispiratore di quella “Costituzione” di cui Travaglio si riempie sempre la bocca. Una costituzione scritta da quei partiti che Travaglio vorrebbe abolire. Un bel guaio. Se non fosse che l’articolo “Dimenticare Togliatti ed il socialismo reale”, non apparve su “il Fatto quotidiano” che ancora non esisteva, ma proprio su “l’Unità” a firma Achille Occhetto. Era il 1989 e Togliatti andava riposto in soffitta e ovviamente c’erano delle ragioni. Solo che si è finito con il mettere in soffitta anche Occhetto e con il rimpiangere Togliatti. Per questo venne D’Alema, il quale dispiacque a tutto il suo partito quando disse, con coraggio, di non aver dubbio come nella contesa secolare fra Psi e Pci, “avessero ragione loro e non noi”. Non Togliatti e Berlinguer dunque, ma Nenni e Craxi. Apriti cielo. Tornò Prodi e non andava più bene nemmeno Prodi – a pensarci bene, con buona pace di occupy Pd, da Togliatti a Prodi il salto è davvero clamoroso - . Si fece il Pd che in 6 anni ha cambiato tre segretari e tre volte linea politica. Da partito a vocazione maggioritaria e forza antiberlusconiana, è diventato alleato di Berlusconi e questo ovviamente è duro da accettare, soprattutto a “l’Unità”. Tanto che si prepara un altro cambiamento ed entro l’anno. Vai a sapere cosa ne verrà fuori. Ora, dare tutte le colpa a Travaglio ci pare un po’ troppo. Non che ci si potesse aspettare grandi cose da uno che quando viene criticato tira fuori “la pagnotta”, come se lui campasse solo d’ideali. In compenso da “l’Unità” ci aspettiamo sempre qualcosina di più. Lo scontro con Travaglio ci sembra evidenziare le tante lacune che si sono accumulate negli anni di un lunghissimo viaggio. Quasi un’odissea senza ritorno.

Risorgimento lontano

Morire a vent’anni per l’Islam

L’

età è la stessa quella dei fratelli Dandolo, di Mameli, di Luciano Manara, morti a vent’anni o poco più. Come loro si tratta di un volontario che è caduto armi alla mano per una causa, un ideale. Come loro era un ribelle. Facile dire che il genovese - la città di Mazzini - Giuliano Ibrahim Delnevo sia stato manipolato come tanti altri giovani europei dalla causa islamista che ti seduce ed uccide. Più difficile ammettere che di cause nobili l’occidente non ne fornisca più. Da noi si lotta per sopravvivere, o se va bene, per avere successo. Rischi piuttosto limitati. In genere a quell’età si muore per un botto in auto, magari il sabato sera un po’ fatti. Arruolarsi in una brigata sunnita di quelle che combattono in Siria è una cosa diversa che non si spiega con la propensione al fanatismo. Di inquieti fanatici ne abbiamo conosciuti tanti a vent’anni, alcuni capaci di impugnare persino un fucile, ma andare ad usarlo in un altro paese, con un’altra cultura, una diversa religione, ce ne vuole. Il salto è troppo ampio, c’è troppa strada da percorrere. Eppure non stiamo parlando di un’ipotesi, ma di un fatto, di un giovane italiano morto in battaglia in Siria e certo non per denaro. Da mesi l’occidente si interroga su un intervento in Siria a difesa di una popolazione oppressa da un regime immutabile, capace di trasmettersi dal padre al figlio. L’occidente ha esitato per tante ragioni. Innanzitutto perché un intervento nel mondo arabo può rivelarsi controproducente. Accadde a Bush in Iraq che un esercito di liberazione straniero assunse presto i tratti dell’invasore. Anche in Afghanistan non sono i soli talebani ad opporsi alle truppe della Nato e non c’è bisogno degli abusi commessi ad Abu Grahib per trasformare la ragione in torto. Assad poi è combattuto anche in quanto difensore di uno Stato laico da chi vuole un potere religioso. Molti ribelli non vogliono la democrazia ma l’applicazione della legge coranica, il potere dei mullah. Un esercito straniero di infedeli potrebbe anche ritrovarsi fra due fuochi. Poi certo ci sono delle questioni strategiche di fondo. Che garanzie avremmo dal nuovo equilibrio? Vedi la crisi in Libia, caduto Gheddafi il paese si è spaccato ed è divenuto più instabile ed oscuramente minaccioso. Gheddafi poneva meno problemi. Vai a sapere come sarà la Siria del dopo Assad, quale fazione finirebbe per prevalere e con quali intenzioni. Dalla stessa rivoluzione iraniana c’è una lezione da imparare. Cacciato lo scià i rapporti con l’occidente sono precipitati. Già si rimpiange Gheddafi, ci mancherebbe solo rimpiangere l’ordine del partito baath. Tutti problemi che Giuliano Ibrahim non si è posto. Ha fatto il suo zaino ed è partito. Vedeva una causa di cui qui non trovava nemmeno la traccia. Il Risorgimento è lontano.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Giovedì 20 giugno 2013

economia

Giornalaio di Carter I partiti italiani, quelli grandi, non si tengono insieme: hanno bisogno del capo oppure precipitano nelle tensioni interne

E i democratici si afflosciano

“V

iviamo in un regime non di ‘partito unico’, ma di ‘unico partito’. Con tutti i suoi difetti, la sola organizzazione politica che assomiglia ai grandi partiti di un tempo è il Pd, radicato nella società sia a livello nazionale che a livello locale, con legami articolati nello Stato e nelle pubbliche amministrazioni, con diffuse capacità di reclutamento di quadri tecnici in grado di cooperare a funzioni di governo, con una connotazione ideologica sufficientemente chiara. I difetti (... un grande partito, non un vero partito) li vedremo subito, e sono profondi. Ma assai più grandi sono quelli delle altre organizzazioni politiche. Il fallimento della Seconda Repubblica, al di là delle politiche inadeguate che ha adottato, sta nel non essere riuscita a creare un secondo grande partito, un secondo stabilizzatore politico, dotato delle stesse caratteristiche del primo, così risolvendo un problema di fondo della nostra democrazia: l’assenza di un grande partito di destra democratica”. Vediamo dunque quali dovrebbero essere le prerogative del partito di destra. “Berlusconi aveva le risorse di consenso necessarie a creare una grande e stabile destra liberal-conservatrice, che nel tempo si rendesse autonoma dal carisma del suo fondatore. Non ha voluto o potuto guidare il delicato passaggio dal carisma all’istituzione; in ogni caso, non ci è riuscito. Ancor oggi, o scende in

campo il suo attempato fondatore, o la destra balbetta e perde”. Salvati scrive che il Pd “è ancora (e chissà per quanto) un grande partito, e di un partito svolge le principali funzioni. Ma questo aggrava, non attenua, le critiche che gli possono essere rivolte. Passare dal carisma all’istituzione, dal potere personale ad una solida struttura ideologica e organizzativa - il compito di Berlusconi - era un’operazione difficilissima, e il nostro ‘Cavaliere” non è un De Gaulle. Il compito che attendeva la leadership della sinistra di governo, dall’Ulivo al Partito democratico, nei vent’anni che sono passati dalla crisi politica del 1992-93, era invece accessibile a un ceto politico Non abbiamo uno capace ed esperto come quello di orispirito molto unito: gine comunista e democristiana”. Già, il Pd, partito assai ma cosa hanno fatto? esteso, non trova più Accontentiamoci di un Salvati che la sua disciplina ma scrive che “nonostante le capacità e i affonda allegramente meriti che prima ho riconosciuto, il Pd nelle sue correnti è un grande partito, ma non è ancora un vero partito: nel Labour, nel Ps, nella Spd, nel Psoe si combatte, ma nessuno mette in dubbio l’appartenenza al partito delle diverse tendenze che in essi si confrontano”. Il caso Renzi è esemplare. “Difficile negare che Renzi sia il migliore acchiappavoti che il Pd ha oggi a disposizione. Se nel prossimo congresso Renzi corresse per la segreteria e vincesse, quanti, nei circoli, tra i militanti, nei quadri intermedi, riconoscerebbero in lui il ‘loro’ segretario e collaborerebbero con lealtà, se non con entusiasmo?

Intervista di Lanfranco Palazzolo Francesco Muzzioli, docente universitario, ha ripercorso il cammino assai vario delle idee delle avanguardie italiane

E la Poesia si ritrovò all’attacco

I

l codice del “Gruppo ‘63” oggi è andato perso nell’attuale panorama editoriale. Lo ha detto alla “Voce” Francesco Muzzioli, docente universitario di critica letteraria all’università “La Sapienza” di Roma e autore de “Il gruppo ‘63. Istruzioni per la lettura” (Odradek). Francesco Muzzioli, lei ha scritto un saggio molto interessante che ci permette di riflettere sulla neoavan“Anni Sessanta: è guardia italiana. l'ultimo periodo “Questo libro nasce da una lunga freavventuroso della quentazione con il ‘Gruppo ‘63’. La poesia in Italia. Poi mia tesi di laurea ha riguardato questo più nessuno ritroverà argomento. Questo tema è stato oggetil coraggio della vera to del primo numero di ‘Quaderni di contestazione” critica’, gruppo uscito dalla temperie del ‘68. Negli ultimi tempi sono tornato spesso su questi argomenti. E visto che quest’anno ricorreva il 50° anniversario dalla nascita del ‘Gruppo ‘63’ ho pensato bene di pubblicare questo saggio che raccoglie alcuni atti di convegni e riflessioni che avevo scritto in passato proprio su questo argomento, collegandolo al filo rosso della contestazione del testo letterario. Questa idea sembra

molto lontana dalle scelte che oggi sono compiute dall’attuale mercato editoriale”. Come spiega che altri analoghi movimenti letterari, alludo al “Gruppo ‘47”, hanno avuto una parabola molto lunga. Mentre il “Gruppo ‘63” ha avuto una storia breve. “E’ senza dubbio vero che il ‘Gruppo ‘63’ nasce con il convegno di Palermo. Però potremmo retrodatare questo movimento con ‘L’antologia dei novissimi’ che può essere considerato il primo nucleo di questo movimento. Anche se è vero che la fine della neoavanguardia viene collocata nel 1969, fino alla seconda metà degli anni ‘70 continuano ad esserci degli incontri di una certa atmosfera. Il clima cambia nella seconda metà degli anni ‘70. Anche il futurismo ebbe una storia breve con una prosecuzione analoga a quella della neoavanguardia. Nel 1968 questo ‘Gruppo’ si incontra anche con la contestazione politica. Ed è lì che salta in aria. Qualcuno disse che la contestazione era passata di mano”. Il “Gruppo ‘63” aveva una connotazione politica marxista, ma la sua produzione letteraria era solo per pochi. “Questo discorso è stato affrontato molte volte e riguarda la nozione di avanguardia nel suo complesso. Potremmo ricondurre questo dissidio al confronto tra realismo e avanguardia. In questo periodo il tema del realismo è tornato in primo piano”. Il “Gruppo ‘63” ha inneggiato alla violenza? “Violenza verbale semmai....”. Nel suo libro c’è una raffigurazione di un manifesto di Nanni Balestrini che inneggia alla violenza operaia.... “La contestazioni dell’avanguardia riguardano il linguaggio. Nessuno inneggia alla violenza terrorista. Lo stesso Edoardo Sanguineti aveva una grossa chiusura contro il ‘68. La sua visione marxista lo portava a pensare che la rivoluzione dovevano farla gli operai”.

CONFESERCENTI: NEGOZI-IMPRESE -134 AL GIORNO

fatti e fattacci

C

osa ci fa quel libro sulla scrivania del Compagno ministro? La politica internazionale ci ha abituato ad ogni genere di paradosso. Anche di vedere ogni genere di assurdità politica. Molto spesso si dice che gli opposti estremismi si attraggono. Ma è anche vero che c’è un limite a tutto. Anche alla passione inaspettata del capo del regime comunista Nordcoreano nei confronti del peggiore dittatore della storia dell’umanità: Adolf Hitler. Il numero uno nordcoreano, Kim Jong-Un ha regalato inaspettatamente una copia di “Mein Kampf ” a diversi suoi collaboratori al vertice del regime, incoraggiandoli ad ispirarsi ai principi proposti da Adolf Hitler. Pyongyang ha rapidamente smentito questa informazione minacciando gli autori di questa notizia di rappresaglie “impietose”. Secondo “New Focus International”, Kim JongUn avrebbe distribuito il pamphlet del Fuhrer in occasione del suo compleanno a gennaio. L’articolo, che si basa sulle confidenze anonime di un responsabile nordcoreano in Cina, è stato ripreso dalla stampa sudcoreana. “Sottolineando che Hitler è riuscito a ricostruire la Germania poco dopo la sconfitta della Prima Guerra Mondiale, Kim Jong-Un ha dato l’ordine di studiare il Terzo Reich e ha chiesto che ne vengano tratte conseguenze pratiche”, ha detto la fonte citata dal sito internet. Kim Jong-Un, in particolare, avrebbe sottolineato il

ruolo dello sport nell’unificazione del popolo tedesco attorno al progetto nazista e avrebbe incoraggiato i nordcoreani ad allenarsi fisicamente. L’agenzia stampa ufficiale nordcoreana KCNA ha denunciato la calunnia e minacciato di uccidere i “rifiuti umani” all’origine dell’articolo, promettendo una “vendetta impietosa” per Seoul e Washington, accusati da Pyongyang di incoraggiare queste campagne diffamatorie. Certo, il dubbio di come la notizia è trapelata resta. Le minacce del regime comunista sono state molto dure, come è lecito attendersi da un regime assolutista come quello di Pyongyang. Certo, sarebbe interessante scoprire – qualora la notizia fosse vera – perché il dittatore Nordcoreano abbia attribuito tanta importanza ad Hitler. Questo resta davvero un mistero. La storia di quel regime è nota a tutti.Anche se Hitler ha ricostruito la Germania è anche stato l’uomo che l’ha portata alla totale rovina con la sconfitta nella Seconda guerra mondiale. E proprio questo dovrebbe essere l’insegnamento più importante che dovrebbe recepire il dittatore di Pyongyang. E le conseguenze pratiche da trarre dalla vicenda umana e politica di Hitler. Questo dittatore ha fatto della discriminazione e della persecuzione delle minoranze e degli ebrei il punto caratterizzante della sua politica, proprio come fanno i comunisti nella distinzione tra ricchi e poveri. E con questa logica non si va troppo lontano.

Il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, parlando nel corso dell'assemblea annuale, ha rilevato che tra il 2008 e il 2013, fra commercio e turismo c'è stata un'enorme quantità di chiusure. Mancano all'appello 224.000 titolari e tantissimi collaboratori. Ha poi aggiunto che si tratta di un'ecatombe: ogni giorno chiudono 5 negozi di ortofrutta, 4 macellerie, 42 di abbigliamento, 43 ristoranti, 40 pubblici esercizi. In totale 134 negozi in meno.

PIL PRO CAPITE ITALIA: -10% MEDIA UE Dalla prima stima Eurostat emerge, per il 2012, dove, posta pari a 100 la media dei 27 espressa in termini di potere d'acquisto, che l'Italia è a 98 punti, contro la media di 108 dei 17. Il pil pro capite dell'Italia è inferiore del 10% alla media dell'eurozona e leggermente inferiore anche alla media Ue.

primo piano

S

apere che il presidente dello Fmi non avesse “ambizioni politiche personali” e che non desiderasse “diventare un’ambiziosa servile” come tanti di quelli che attorniavano il presidente Sarkozy, come abbiamo letto in una lettera resa pubblica della signora Lagarde, non è cosa disdicevole. Anche il fatto che Lagarde chieda di essere utilizzata per il tempo che conveniva all’azione politica dell’Eliseo, significa poco. Preoccupa invece molto la frase “ho bisogno di te come guida e come sostegno: senza guida, rischio di essere inefficace; senza sostegno, rischio di essere poco credibile”. E’ una questione di credibilità quella che è stata messa in forse.Visto che Sarko è uscito di scena sarebbe il caso che allo Fmi si trovasse un’altra guida.

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a n a l i s i

Comitato d’affari, al terzo piano

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l Comitato d’affari lo trova al terzo piano della Regione, alla quarta porta a destra nel sottoscala. Le presunte follie della politica italiana non mancano di provocare sorprese amare. Se ne sono accorti alla Regione Sicilia, dove è stato scoperto un presunto traffico di viaggi ed escort elargiti ai politici. Questi “beni” sarebbero arrivati nelle mani dei politici che, invece di investire i finanziamenti emessi dalla Regione per la Formazione, avrebbero pensato bene ad emettere fatture inesistenti e appalti pilotati. C’è anche questo nell’operazione della LA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: 06/6833852 Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

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Guardia di Finanza di Palermo che martedì scorso ha portato all’arresto di 17 persone, tra cui il manager Faustino Giacchetto. I magistrati hanno messo individuato in Giacchetto il personaggio centrale di questa inchiesta. Sarebbe stato lui a controllare persino la gestione delle gare d’appalto e a gestire eventi importanti come il “Taormina Fashion Award”, il torneo internazionale di golf organizzato a Castiglione di Sicilia, i mondiali di scherma di Catania, tanto per citare qualche esempio. Le indagini hanno messo fine a un vero e proprio “Comitato d’affari” che per anni, anche corrompendo politici e dirigenti pubblici e ricorrendo a fatture per operazioni inesistenti, ha pilotato gli appalti dei grandi eventi in Sicilia e si è appropriato di rilevanti fondi comunitari destinati ai principali progetti per la formazione professionale. Delle 17 persone arrestate dodici sono in carcere e 5 agli arresti domiciliari. L’ordinanza è stata emessa dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo che ha accolto le richieste formulate dal Procuratore Aggiunto della Repubblica Leonardo Agueci e dai Sostituti Procuratori Calogero Gaetano Paci, Pierangelo Padova, Sergio Demontis, Maurizio Agnello e Alessandro Picchi. Contestualmente le Fiamme Gialle stanno eseguendo il provvedimento, emesso dal G.I.P. di Palermo su richiesta della locale Procura della Repubblica, di sequestro del capitale sociale e dei beni aziendali di 5 società, nonché delle disponibilità patrimoniali e finanziarie riconducibili agli indagati, per un valore complessivo di oltre 28 milioni di euro.

Se lo streaming finisce in Aula

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a Commissione Ambiente non viene trasmessa perché questo non aiuterebbe il dibattito. Anche se viviamo nell’era delle Comunicazione e in tempi in cui lo streaming è diventata una forma di trasmis-

c o m m e n t i

sione ineludibile anche per la Camera dei deputati. Martedì mattina si è svolto il primo incontro fra la presidente della Camera, Laura Boldrini, e i presidenti delle commissioni di Montecitorio. Sul tavolo la possibilità di ampliare - per una maggiore trasparenza - la diffusione dei lavori delle commissioni. L’obiettivo è adeguare gli impianti di ripresa, visto che solo 9 commissioni su quattordici hanno un impianto web. Da valutare saranno però i costi che possono andare dai 600mila euro ai 2 milioni se si vorrà aumentare la capacità tecnica di diffusione contemporanea delle sedute di 9 commissioni invece che di tre, come accade oggi. Ma, al di là dei costi da affrontare, sullo streaming “sempre” qualche dubbio è stato sollevato. Potrebbe, si è osservato, non aiutare il dibattito in commissione. Questa parte della discussione è quella che sorprende di più. E’ incredibile che qualche Presidente di Commissione possa pensare una cosa del genere. La trasparenza è un requisito importante della pubblicità dei lavori parlamentari. Non ci possono essere Commissioni aperte o chiuse. Altrimenti si potrebbe pensare che i parlamentari non vogliono che si sappia quello che si dice in Commissione. Ed è assurdo pensare che possano esserci Commissioni al buio e Commissioni in streaming. Tutte le Commissioni sono importanti e tutte dovrebbero godere degli stessi requisiti di pubblicità. E’ importante conoscere i contenuti di queste discussioni che – molto spesso – si svolgono in sede referente. E sarebbe inammissibile pensare che il dibattito in Commissione Esteri sia aperto mentre in un altra commissione venga lasciato all’interpretazione degli stenografici. Questo va detto anche per un migliore utilizzo dei canali satellitari della Camera e del Senato che potrebbero mandare questi lavori proprio nelle fasi della giornata in cui non si svolgono i lavori dell’aula e mandare in differita quelle commissioni che non possono essere trasmesse in diretta. Il bello della democrazia è proprio questo. Quando questa discussione sarà allar-

gata anche alla partecipazione dei capigruppo sarà molto interessante vedere quello che succede e quali saranno gli atteggiamenti dei gruppi parlamentari. Sul tavolo il rilancio del ruolo del Parlamento, la razionalizzazione dei lavori, la maggior trasparenza delle procedure d’esame, la necessità di porre al centro il lavoro delle commissioni permanenti, un maggior raccordo con le istanze della società civile ed il coordinamento dei lavori fra i due rami del Parlamento. Ora, pensare che su questi argomenti non ci sia l’unanimità di tutte le forze politiche è assurdo. E a quel punto la domanda è d’obbligo. Cosa c’è da nascondere? Nulla! Queste sono le nostre istituzioni.

Brasile, pallone e contraddizioni

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a politica ci mette Fifa. Il rapporto tra il calcio è il pallone non è mai stato ottimo. I giocatori di calcio si tengono sempre molto distanti dalla politica. E la massima organizzazione calcistica mondiale fa di tutto per lasciare il calcio fuori dai dibattiti politici. Eppure il calcio stesso è un grande evento politico. Dietro le grandi squadre ci sono le curve e le tribune, una sorta di emiciclo parlamentare pronto a schierarsi a sinistra e a destra. Quando poi il calcio internazionale passa attraverso il Sudamerica sono dolori per tutti. All’epoca dei mondiali del 1978 in Argentina tutti i giocatori della Nazionale italiana, in primis Paolo Rossi, fecero di tutto per manifestare la loro distanza da quello che succedeva in quel paese. In particolare, l’attaccante della nazionale disse che il calcio non aveva nulla a che vedere con quello che accadeva fuori dagli stadi. E men che meno a quello che succedeva in Argentina. Sulla stessa linea d’onda è schierato anche il Presidente della Fifa Blatter. “Chi protesta, non dovrebbe usare il calcio per le proprie rivendicazioni”. Joseph Blatter, presidente della

Fifa, si esprime così sulle proteste che stanno facendo da cornice alla Confederations Cup, in corso in Brasile. Ogni giorno, dall’inizio del torneo, vanno in scena manifestazioni che stigmatizzano in particolare lo spreco di denaro pubblico e la scarsa trasparenza nei lavori in vista della Coppa del Mondo del prossimo anno. “Il Brasile ha chiesto i Mondiali, non siamo stati noi ad imporli. I brasiliani sapevano che, per organizzare una buona edizione dei Mondiali, dovevano costruire stadi. Ma insieme agli impianti ci sono altre opere: strade, hotel, aeroporti... Fanno parte dell’eredità che i Mondiali lasceranno per il futuro”, ha detto Blatter in un’intervista trasmessa dall’emittente TV “Globo”. Blatter ha cenato lunedì con il ministro dello Sport, Aldo Rebelo. “Il ministro ha parlato delle proteste, ma è un argomento di cui deve occuparsi il governo. Non è un tema che riguarda la Fifa. Posso solo dire che il buon calcio e gli stadi eccellenti sono qui per offrire divertimento e emozioni”, dice il dirigente svizzero. Sabato, prima del match Brasile-Giappone, il pubblico dello stadio Nacional di Brasilia ha fischiato il presidente Dilma Rousseff. Blatter non ha tutti i torti, ma sarebbe un grosso errore stigmatizzare e denigrare le manifestazioni che si sono svolte in questi giorni in Brasile e ridurre la questione solo alla semplice richiesta delle autorità brasiliane di organizzare il campionato mondiale di calcio. E’ vero indubbiamente vero che la questione non riguarda la Fifa. Ma è altrettanto sconfortante vedere quella che i commentatori chiamano, con un termine molto generico, “una festa dello sport”, si trasformi in una grande espressione di malcontento. Un paese grande come il Brasile non può pensare di risolvere i suoi problemi attraverso uno stadio migliore o una struttura ben fatta in una grande città. Chi guida il Brasile dovrebbe conoscere bene i problemi che toccano il paese. E i fischi che hanno ferito la Rousseff dovrebbero essere indicativi del fatto che con le grandi manifestazioni sportive non risolve nessuno problema. Anzi, forse certe contraddizioni vengono alla luce molto più facilmente.


Giovedì 20 giugno 2013

il Paese VIVA RAFFA Beatrice Dondi, giornalista dell’Espresso, si immagina che la vita della Carrà divenga una serie televisiva. La Carrà ha oggi 70 anni. E perché no, potrebbe essere un successo. Queste sue riflessioni sono apparse sull’”Huffington post”. “Se fosse era un gioco che ha lanciato lei, con gli occhioni spalancati, parlando proprio con te, spettatore attento, guardandoti proprio negli occhi. Allora chiediamoci: e se fosse una serie tv?”. Sarebbe Raffa. Punto e basta. Una parola sola, come un tempo si titolavano le grandi soap made in America latina, tipo Celeste, Floribella, Maddalena, Manuela... “E un po’ se lo meriterebbe anche Pelloni Raffaella, attrice diplomata, ballerina indomita, icona gay, soubrette venerata, madrina di Spagna, innovatrice imbattuta e campionessa di share, che festeggia in letizia i suoi 70 anni. Proprio lei, che ha cominciato a recitare con i più grandi, da Vancini a Monicelli, a Lizzani, fino a volare a Hollywood per Frank Sinatra, che poi decise di sposare la sua vicina di casa, Mia Farrow”. Raffa che ha mostrato l’ombelico, e se lo è fatto toccare da Alberto Sordi nel Tuca Tuca a “Canzonissima” quando ancora le Kessler facevano scandalo perché portavano le calze nere e la Rai di Bernabei si mangiava i gomiti dalla rabbia. Che ha retto la sfida con Mina quando nel 1974 si trovarono sotto gli stessi riflettori in Milleluci. E che al palco del Sistina con Garinei e Giovannini ha preferito comunque il varietà da piccolo schermo”. Oculata, precisa, risparmiosa, coraggiosa. E ancora Raffa “che conosce l’inglese e che canta in italiano e in spagnolo, portando a casa la bellezza di 13 dischi d’oro e una serie innumerevole di successi planetari: Ma che sera, Fiesta, Rumore, Tanti auguri (il federalismo era lontano eppure lei già si opponeva all’idea: “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù...”), Soca dance...Raffa che canta appena può e che in terra spagnola diventa una tale stella che quando decide di tornare a casa la gente piange per le strade”. Meglio di Madonna, statene certi. Parliamo di una delle rarissime eroine nazionali. Amiamola e teniamola di conto, anche perché son finite, a occhio e croce, si direbbe. Raffa, ultima grande protagonista per ogni età.

LA VOCE REPUBBLICANA

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Gli occhiali Google, per qualcuno avrebbero degli effetti collaterali perlomeno contraddittori. Ma è così?

Realtà accresciuta, migliorata, colorata, variata, digitalizzata e che si può anche trasmettere da persona a persona. E il rischio di perdere qualunque privacy

Un mondo forse più interessante nel quale ognuno di noi sarà controllato per 24h

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isogna dire che tutto sommato la visione coi Google Glasses, gli oggetti dello scandalo e della mazzata finale al libero arbitrio, offre qualcosa di speciale. Fondamentalmente i Glasses sono una telecamera al posto degli occhi, potete ovviamente fare fotografie e video, magari ottenere informazioni via web su cosa state vedendo (es., vedete il Colosseo dal vivo, date un comando e vi danno indicazioni sul Colosseo, tanto Google in pratica sa dove siate e ci mette poco a scoprirlo, dunque non li usate se non volete essere rintracciati dopo 5 minuti). Potete poi comunicare la visione di ciò che vedete a un altro paio d’occhi che indossino i Google Glasses, all’anima che amate, cercando di trasmettere le vostre stesse sensazioni in modo spettacolare, suggestivo. Insomma, ora come ora danno l’impressione di essere più di un gadget, molto di più, altro. Una cosa desiderabile. Ma, come al solito, tutto ciò che riguarda Google, il grande fratello, finisce ad avere a che fare con la privacy. E come mai? Qualche anno fa la grande testata capital-comunista “Liberation” (che col capitale ti fa un gran giornale, di sinistra) disse che la dannazione di Google era la sua grandezza. Google, per esistere nell’unico modo concepibile, si sarebbe dovuto allargare, spalmare sempre e sempre di più perché i suoi spazi sono infiniti, sarebbero stati infiniti. In una guerra giocabile solo con i soldi dei big: chi? In pratica solo tre soggetti nati con scopi diversi: Microsoft, ditta di brevetti, di software puro dilagante in tutto il mondo; Google, rivale nata sul web per il web e al web ancorata, dunque ancorata al mondo; Apple, a metà del guado: produttore di macchine sofisticate, robuste, eleganti, ingegnerizzate in maniera semplicemente straordinaria, tanto da dare l’idea di avere una vita segreta, anche se non pare. Benissimo, nel trio, finora chi mai è sfuggito ai guardiani è Google. Leggiamo ad esempio dall’Huffington Post: “Quali informazioni raccoglie Googli attraverso i glass, i famosi occhiali a realtà aumentata? Con chi le condivide? Come intende utilizzarle? Come viene garantito il rispetto delle legislazioni sulla privacy?”. Come si vede, è un bel mucchio di domande. E ancora,

seguendo i vecchi tracciati: come pensa Google di risolvere il problematico aspetto della raccolta di informazioni di persone che, a loro insaputa, vengono ‘riprese’ e ‘registrate’ tramite i Glass? Lettera Si tratta, oltretutto, di domande che non solo una testata si pone. Sono solo alcune delle questioni che le autorità di protezione dati di diversi continenti riunite nel Gpen (Global privacy enforcement

network), hanno messo nero su bianco in una lettera inviata alla multinazionale californiana sullo sviluppo di Google Glass, una tecnologia in via di sperimentazione legata all’elaborazione elettronica dei dati, indossabile, la tecnologia, sotto forma di occhiali, che comprende una microcamera, un microfono ed un dispositivo gps con accesso ad internet. Le autorità per la pri-

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Obama rischia molto

es we scan. Che è una brutta espressione. Yes we scan. Che vuol dire sfiducia, grande sfiducia. Yes we scan. Vi passiamo allo scanner. Tutti. Terribile la reinterpretazione del celebre Yes we can, colonna sonora di pavloviano impulso quando l’impero di Obama ancora non era e lui rappresentava l’America di domani. Sì, possiamo, possiamo farcela: a vincere le elezioni e a rivincerle di nuovo. Fatto questo, possiamo anche pigliarci il paese, checché ne dicano quei vecchioni repubblicani brontoloni e via di seguito. Sì, aveva l’America con lui, senza dubbio, un congresso pronto ai suoi voleri - da una parte. E mezzo appisolato - dall’altra. Secondo mandato a gonfie vele. Peccato per quello scandalo di cui, fosse stato in Italia, Obama avrebbe letto forse in un taglio centrale, mentre negli States, e in Italia non ce ne rendiamo conto, occupa le prime pagine, dilaga all’interno, scivola via e unge anche le ultime. Lo scandalo delle intercettazioni. “Ma mica per ascoltarle”, ha precisato Obama, anzi. Nessuno avrebbe mai potuto udire quelle telefonate, per legge. Uno scandalo ramificato, col suo colpevole fuggiasco, “passafile” disgraziato, nascosto non si sa dove, forse Hong Kong. Lunedì il fuggiasco ha risposto a mille domande via web. Ha dato un ritratto di sé da idealista, da ragazzo pulito. Che sperava che Obama facesse pulizia, ma non ha fatto nulla. Meno della metà dei cittadini Usa lo considera attendibile, scrive il perfido Wsj. E’ chiaro il peso che oscilla sul suo capo ma non è chiaro tale destino al resto del mondo. Anzi, non è chiaro al resto del mondo fuorché agli americani. Lì la privacy conta, eccome. Martedì era a Berlino. Cosa gli accadrà al rientro non è certo. Yes we can, Yes we scan. Noi scannerizziamo (passiamo la gente allo scanner, che è un esotismo, un neologismo, mah) e dunque vi teniamo sotto controllo. Tutti. Parola di Obama. Per la cronaca: a Berlino, oltre ai tedeschi plaudenti, il presidente è stato ricevuto dai contestatori, proprio per la storia della privacy violata, una faccenda più vasta del Watergate. Ieri il comizio stile Kennedy, l’atro ieri una intervista di scuse (per la privacy). Ma chi ti ha chiesto di scusarti, se ti dichiari innocente? E poi, con tutte queste scannerizzazioni, non è che siamo finiti in un futuro già scritto e non ce ne rendiamo conto? vacy, tra le quali il Garante italiano (ma quanti organi d’informazione ne hanno parlato? quante testate, quanti siti web? E ne ha dato informazione, il governo?) hanno espresso preoccupazione riguardo all’impatto privacy che può derivare dall’uso del device e forti timori sul possibile futuro uso di sistemi di “riconoscimento facciale”. Le autorità hanno quindi chiesto alla società un sollecito riscontro sulle implicazioni privacy legate allo sviluppo di questa nuova tecnologia e sulle misure che intende prendere per garantire il rispetto della vita privata “in

tutti i paesi del mondo”. Google è stata invitata ad un confronto, attraverso incontri e dimostrazioni pratiche sull’uso degli occhiali. Nonostante l’esigenza più volte affermata che la privacy sia parte integrante della progettazione di ogni prodotto e servizio prima del lancio, nessuna autorità di protezione dati è stata sentita dalla multinazionale e le uniche informazioni di cui dispongono i garanti, derivano in gran parte dai media o dalla pubblicizzazione del dispositivo ad opera della stessa Google. Detto così, vuol dire che ne sanno quanto noi. Magari meno di molti di noi. E’ altresì incredibile, o increscioso, che i garanti non abbiano gli occhiali, che non li abbiano chiesti, magari d’urgenza, accontentandosi delle rassegne-stampa. Di cosa parlano, dunque, codeste autorità? Del sentito dire? Il rischio c’è “Le nuove tecnologie sono state sempre connotate dal binomio opportunità-rischi” afferma Antonello Soro, presidente del Garante privacy “ma certo i Google Glass lasciano prevedere grandi pericoli per la vita privata”. Chiunque finisse nel raggio visivo di chi indossa questi occhiali - continua Soro - potrebbe, “a quanto è dato sapere, venire fotografato, filmato, riconosciuto e, una volta avuto accesso ai suoi dati sparsi sul web, individuato nei suoi gusti, nelle sue opinioni, nelle sue scelte di vita.

La sua vita gli verrebbe in qualche modo sottratta per finire nelle micro memorie degli occhiali o rilanciata in rete. Ci sono già norme che vietano la messa on line di dati personali senza il consenso degli interessati. Ma di fronte a questi strumenti le leggi non bastano: serve un salto di consapevolezza da parte di fornitori i servizi internet, degli sviluppatori di software, e degli utenti. È indispensabile ormai riuscire a promuovere a livello globale un uso etico delle nuove tecnologie”. Attenzione, non sono stati usati termini tanto leggeri. Anzi, si sono usati termini drammatici. Rileggiamoli: i “Google Glass lasciano prevedere grandi pericoli per la vita privata”. Grandi pericoli. Non un vago rischio, ma grandi pericoli. E ancora: “La sua vita gli verrebbe in qualche modo sottratta”. Chi finisce negli occhiali è vittima di una sottrazione: della vita, addirittura? Di una parte importante di essa, quella privata. Insomma, della vita. Il web diverrebbe un grande schedario di carcerati virtuali fuori dalle carceri. Cioè tutti. Ecco un motivo in più per rendere la galera del tutto obsoleta: e poi è costosa e fonte di sofferenze, questo è sicuro.

z i b a l d o n e

Claudio Rocchi, addio al cantante misterioso

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i dispiace veramente per Claudio Rocchi, un artista a tutto tondo (sono i famosi 360 gradi) del panorama musicale italiano, e non solo musicale, perché nel caso si parla di cinema, libri, di parti recitate come ospite, come protagonista, ma anche come comparsa che, in un strana banca della prestazione d’opera, sia spinta ad esprimere se stessa tramite una tecnolo-

stare praticamente a letto evitando movimenti di ogni genere che potrebbero, nel caso di un’invasione midollare più alta del D11 odierno, pregiudicare anche l’uso degli arti superiori. Non male, vero, per mettere alla prova il buonumore? Sappiate che il buonumore tiene, la Coscienza pure e il libro è iniziato stamane... . Si riferiva alla sua autobiografia ‘La settima vita’”.

Moto lucidate, belle, rombanti e benedette

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arley-Davidson Europe, questo un comunicato sui fatti di Roma e dintorni. Motociclisti Harley-Davidson provenienti da tutto il mondo hanno preso parte al grande evento di quattro giorni organizzato a Roma (dal 13 al 16 giugno), per festeggiare la tappa europea delle celebrazioni mondiali dedicate al 110° Anniversario del brand americano. Oltre 100.000 fan si sono riversati nella Città Eterna per partecipare al più grande evento mai organizzato da Harley-Davidson in Europa. Una serie di appuntamenti hanno preso vita in diverse zone di Roma per permettere ai presenti di vivere il 110° Anniversario. Tra i principali appuntamenti ricordiamo la lunga parata di migliaia di motociclisti, scortati dalla Polizia locale, che da Ostia ha attraversato i più suggestivi siti di Roma tra cui lo storico Colosseo e uno strepitoso Bike Contest Show, che ha riempito il Foro Italico con decine di moto preparate e customizzate su base Harley-Davidson. Nelle stesse ore al Porto Turistico di Roma, Ostia, l’Harley Village è stato protagonista di musica varia e anche un poco nostalgica. Mercoledi sera è stata presengica civiltà dello scambio. E prima ancora ci furono i dischi, e molti, alcuni di riferimento assoluto nell’avant guarde anni Settanta. Rocchi, per noi, fu da principio musicista, poi venne tutto il resto, il monaco, gli altri mestieri, un fama mai in realtà troppo avvertita fuori da una cerchia illuminata e ricca di stima. Una malattia invalidante progressiva ce lo ha tolto. Così lo ricorda Flavio Brighenti su “Repubblica”: “Claudio Rocchi, protagonista e lucido testimone del rock italiano, se ne è andato. Aveva 62 anni e da tempo soffriva di una malattia degenerativa, che aveva annunciato lui stesso, con straordinaria serenità, attraverso la sua pagina Facebook. ‘Dopo vari accertamenti a tutto campo, il quadro clinico è fissato”, scriveva il 25 maggio scorso. ‘Patologia non reversibile che innesta la perdita d’uso degli arti inferiori sulla patologia ossea degenerativa. Sono ultra fragile, e devo

tata a Papa Francesco, forse la più popolare personalità in Roma, laFreedom Jacket, e con essa la storia del lungo viaggio di questo capo simbolo, un percorso iniziato lo scorso anno dall’altopiano del Tibet. Durante la celebrazione di domenica, Papa Francesco è passato attraverso centinaia di Harley-Davidson rombanti, benedicendo moto e proprietari. E guai se una Harley non facesse il tipico di rumore che ci aspetta da un dueruote simile. Chi ce l’ha, certo lo sa.

La maturità, beato chi l’ha sostenuta oggi

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ono quasi mezzo milione gli studenti che hanno sostenuto la prima prova dell’esame di Stato. 4 le tipologie della prova di italiano: analisi del testo, articolo di giornale/saggio breve, tema di ordine storico, tema di ordine generale. I ragazzi avevano sei ore per

completarla. Anche quest’anno l’invio delle tracce è avvenuto tramite il cosiddetto ‘plico telematico’ e non più attraverso fascicoli cartacei. Le prove erano disponibili sul sito del Miur dopo le 14. Oggi sarà la volta del secondo scritto, mentre la terza e ultima prova prima degli orali sarà lunedì prossimo. Non uscì il mitico tema su Pirandello che tutti attendevano, ma in compenso le varie tracce non sono poi da buttare. Una delle tracce era su Pasolini e Canetti, e c’è da chiedersi quando mai alle superiori da noi si studi Canetti. Mai. La ministra ha letto la password sblocca - temi e si è impappinata. L’ha riletta ancora, ma forse c’era bisogno tutto sommato di una terza lettura perché la password ancora non era chiara. Ha detto la ministra: “Mi ricordo una grande ansia...”. Così il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza a Sky Tg24 racconta il suo esame di maturità. Nel giorno degli scritti “avevo una grande ansia per la prova di italiano e soprattutto per quella di matematica. Poi agli orali mi

rilassai. Mi ricordo che parlai di Baudelaire e della poesia ‘L’albatros’, la mia preferita...”. Sì l’albatros è assai suggestiva. Ai ragazzi piace molto. Beati loro.

Uno, due, tre: e la Gambaro fu espulsa

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rrori parlamentari. La scomunica della Gambaro. La sua espulsione dalla capsula grillesca. Ci spiace ragazza, ma ti sei comportata male. Ora devi pagare. I giurati non sono convintissimi, si mordono le labbra, sono preda del dubbio. Eppure hanno giurato. E non si giura alla leggera. Quando c’è da difendere il capo, allora il valvassore deve intervenire. E’ una legge scritta, punto. Ma la prova del nove lascia i segni, scrive il Corriere. E cioè: l’assemblea che ha decretato l’inizio dell’iter d’espulsione per Adele Gambaro ha visto anche una nutrita pattuglia di dissenzienti, 42 no e 9 astenuti. Senza contare gli assenti: tra loro molti parlamentari che nei giorni scorsi erano stati bollati come pontieri, indecisi con chi schierarsi per ragioni di stima o di militanza. Una razza pericolosa, una razzaccia. Alla fine c’è anche chi si è allontanato dall’Aula poco prima della scelta, come Elena Fattori: “Mi sembrava non ci fosse intenzione di procedere con il voto. Non condivido il modo in cui si è deciso di affrontare il caso”. “Avrei cercato di far calmare le acque, anche se Adele ha sbagliato tanto”. Francesco Molinari, senatur: prediligo il “Dio d’Amore del Vangelo, quello della parabola del figliol prodigo, piuttosto che quello dell’antico testamento, che ha chiesto ad Abramo il sacrificio del figlio quale prova d’amore”. Serenella Fucksia, Facebook: “Per chi critica sempre, per chi vede sempre il male, la malafede in tutti, per chi è favorevole alle espulsioni, per chi è gratificato dalla lotta anche fine a se stessa, ho una domanda: cos’è per voi il movimento?”. Maurizio Buccarella, web: “Personalmente ho votato per lo streaming e contro la proposta di espulsione. Rimango del parere che la Gambaro dovrebbe dimettersi”. Lorenzo Battista: “Ho detto la mia e ho votato contro: non è che con le espulsioni si risolve questo tipo di problemi”. Altre epurazioni? “No, non credo, altrimenti qua... Ne resterà soltanto uno”. Tancredi Turco, ‘Huffington Post’: “La senatrice è venuta tra noi e ha letto una lettera con la quale ha chiesto scusa per il disagio che aveva creato. Per me questo era più che sufficiente”. Oltre a queste amenità, ricordatevi che c’è anche un paese, l’Italia, che soffre e che se ne frega delle piccolezze e degli sgarbi a sua maestà.


4 LA VOCE REPUBBLICANA

Giovedì 20 giugno 2013

Biorisanamento grazie a procedure che sono state messe a punto

Ottenute informazioni sui meccanismi posti in atto per adattarsi al particolare ambiente biologico

Contraffazione, è una vera piaga per tutti

mente in questa battaglia, negli ultimi mesi ha denunciato all’Antitrust più siti web che commerciavano illegalmente prodotti Made in Italy di Ray-Ban, Hogan, Prada e Gucci. Anche grazie alle nostre segnalazioni si è arrivati alla la chiusura e all’oscuramento di tali siti.

possibile arginare, fino a sconfiggere, l’odioso fenomeno della contraffazione”. Commenti favorevoli anche da Maurizio Bernardo, deputato del Pdl: “Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha fornito oggi all’esecutivo delle indicazioni precise da seguire se si vuole riportare l’Italia sulla strada della crescita, indicazioni che il presidente Brunetta ripete da giorni. Si deve rilanciare la competitività economica dell’Italia

Sono state vittorie dei consumatori e del sistema Italia, a dimostrazione che attraverso il lavoro e la collaborazione è

basta con le inutili discussioni causate dalle indecisioni di una parte del centrosinistra sui temi economici”.

Siti web che commerciavano illegalmente beni di lusso

Degradare gli idrocarburi: il batterio miracoloso Competitività, parola chiave

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solato nella laguna di Venezia nel 1996, l’ ‘Acinetobacter venetianus VE-C3’ è un batterio marino che vive nelle acque inquinate e ha sviluppato la capacità di metabolizzare composti come gli idrocarburi rendendoli meno dannosi per l’ambiente; tale processo, quando sfruttato dall’uomo viene chiamato ‘biorisanamento’.Il genoma completo del batterio è stato ora sequenziato, grazie a un gruppo di ricerca internazionale, coordinato da Renato Fani, associato di Genetica presso l’Università di

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Firenze, in collaborazione con l’Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Itb-Cnr) di Milano. I risultati dello studio sono stati pubblicati su Research in Microbiology.“Lo studio del genoma di Acinetobacter venetianus VE-C3”, spiega Marco Fondi, ricercatore dell’Università di Firenze, “fornisce importanti informazioni sui meccanismi messi in atto dai batteri per adattarsi al particolare ambiente biologico in cui vivono; permette di

I nominativi di chi aveva contribuito per “salvare” la sede, operazione non andata a buon fine, e che comunque lasciano il contributo al Pri visti i problemi finanziari che affliggono il partito Qui di seguito l’elenco degli amici repubblicani che, tempestivamente, rispondendo alla e-mail della Segreteria Nazionale del Pri, hanno deciso di lasciare al partito il contributo destinato al salvataggio della Sede storica. Alcuni amici che hanno contribuito in maniera importante alla sottoscrizione suddetta chiedono di non comparire in questo elenco. Nucara Francesco, Bertuccio Paolo, Colombi Alberto, Carbone Rocco, De Modena Bruno, Serrelli Giovanni, Posenato Sergio, Gusperti Anselmo, La Cava Antonio, Mastronardi Alessandro e Alessandra, De Andreis Marco, Cipriani Paolo, Direzione Regionale PRI Liguria, Tartaglia Giancarlo, Ravaglia Gianni, Pasqualini Carlo, Galizia Bernardino, Africa Leonardo, Lucarini Carlo, Scandiani Martino, Eramo Michele, Garavini Roberto, Sbarbati Luciana, Morellini Africo, Mastronardi Alessandra, Suprani Claudio, Sezione PRI Bonfiglioli Bologna, Attisano Marcello, Torchia Franco, Buggè Giuseppe, Savoia Antonio, Dolfini Gianezio, Ghizzoni Giuseppe, Dal Pan Roberto, Chioccarello Claudio, Baccarini Alberto, Pasquali Silvano, Saccani Pierdomenico, Borlenghi Sergio, Giunchi Benito, Sezione “G. Pasini” Bacciolino di Mercato Saraceno, Del Giudice Franco, Morabito Domenico, Gizzi Giuseppe, Algeri Renato, Ferretti Sergio, Famiglia Tampieri, Pio Berardo, Proietti Omar. L’elenco continuerà nei prossimi giorni.

Elenco dei nominativi che richiedono il contributo versato per “salvare” la sede: Pagano Aldo, Morgagni Giuseppe, Ferrara Paolo Antonio, Gallo Riccardo, FIN.COOP.RA S.r.l.

comprendere i meccanismi alla base del metabolismo degli alcani e dell’adesione dei batteri alle gocce di idrocarburi (come il diesel) e di resistenza ai metalli pesanti”.“Il sequenziamento del genoma batterico”, aggiunge Ermanno Rizzi, ricercatore dell’Itb-Cnr di Milano, “è stato possibile grazie all’utilizzo di nuove tecnologie, in grado di produrre un’elevata quantità di sequenze, che consentono di decodificare un intero genoma batterico senza informazioni genetiche a priori. Grazie ai dati genetici e genomici ottenuti, è stato possibile ampliare le conoscenze dell’intero genere batterico Acinetobacter, rilevandone l’estrema diversità, rispetto ad altri batteri che pur appartenendo allo stesso genere, sono patogeni aggressivi per l’uomo”.I batteri, per la loro capacità di degradare gli idrocarburi, possono essere sfruttati per il biorisanamento di ambienti inquinati da petrolio.

Adoc, l’Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori promossa dalla UIL, ha espresso il proprio apprezzamento per l’intervento del Presidente Carlo Sangalli, all’Assemblea di Confcommercio in particolare quando questi ha rimarcato l’importanza della lotta alla contraffazione. “Apprezziamo in toto l’intervento del Presidente di Confcommercio Sangalli – dichiara Lamberto Santini, Presidente dell’Adoc – in particolare abbiamo apprezzato il suo sottolineare l’importanza della lotta alla contraffazione, una piaga che danneggia profondamente sia le imprese che i cittadini. L’Adoc è da sempre impegnata strenua-

lettera al Direttore

Ambiente, storia di ingiustizie

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egli anni dal 2006 al 2009 all’aumento delle fatture emesse dall’ATO ME2 spa, per il servizio di igiene ambientale, sono seguiti numerosi ricorsi alla Commissione Tributaria tutti conclusosi con l’accoglimento. A seguito di ciò si è verificata una grave disparità di tratta-

mento per i cittadini. Quelli che hanno pagato la tariffa intera, fino ad ora, inutilmente hanno atteso di veder riconosciuto il loro credito, mentre quelli che hanno ottenuto le sentenze favorevoli hanno beneficiato di tale pronuncia ed hanno pagato molto di meno. I Comuni interessati, per difficoltà di bilancio, non sono in grado di dare risposte positive a quei migliaia di cittadini che non hanno fatto ricorso alla Commissione Tributaria.

Al di là della ricerca di responsabilità politiche riteniamo siano questi fatti che aumentano il distacco fra amministratori ed amministrati. Questa disparità di trattamento prima di essere un fatto economico è un fatto morale e di credibilità delle istituzioni, per la credibilità delle quali, dinanzi alle acclarate difficoltà dei Comuni, dovrebbe intervenire la Regione. Luigi Celebre


La Voce Repubblicana - 20 Giugno 2013