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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 179 - GIOVEDI 19 SETTEMBRE 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

L’AUTUNNO DI LETTA

Le foglie cadranno a novembre

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na volta costituzionalizzato il principio del pareggio di bilancio, come l’Italia pure ha fatto nel dicembre 2012, mai potremmo dire che poi non ci importa del pareggio di bilancio stesso. Per lo meno, non lo potremo dire alla Commissione europea ed ai suoi funzionari, e state sicuri che non lo diremo. Per cui entro il 15 ottobre, ordinati, ben vestiti e pettinati, Letta e Saccomanni trasmetteranno la Legge di Stabilità, non solo come di prassi al Parlamento italiano, ma anche alla Commissione di Bruxelles e al coordinamento europeo dei ministri delle Finanze e dell’Economia dei Paesi euro (l’Eurogruppo). Il prossimo novembre, la Commissione a sua volta esprimerà un pubblico parere sul nostro piano di bilancio del 2014. E nel caso in cui questo piano non venisse ritenuto in linea con gli impegni presi dall’Italia o che non rispettasse le raccomandazioni di Bruxelles, la Commissione imporrerà di correggerlo, secondo la propria volontà che non contempla né quella dell’onorevole Brunetta, né tantomeno quella del sottosegretario Fassina. Tutto questo è stato spiegato molto esaurientemente dal commissario Olli Rehn, in visita nel nostro paese. Rehn non è “un caporale di giornata”, come qualcuno elegantemente si è espresso nei suoi confronti, ma l’inviato che la Commissione ha scelto per indicarci meglio la strada da seguire nel caso qualcuno stesse per smarrirla. Se poi l’Italia non dovesse rispettare gli obiettivi assunti in termini di deficit con l’Unione europea, scatterebbe immediatamente una nuova procedura d’infrazione, proprio quella che il governo Letta si era vantato di aver concluso positivamente.

Rehn ci ha detto piuttosto bruscamente che Bruxelles non ha capito come si intenda sopperire all’abolizione dell’Imu, dal momento che, così facendo, sono venute a mancare delle entrate fondamentali per rispettare i parametri indicati. Altrettanto, il commissario agli Affari economici non è parso particolarmente convinto dei risultati della prossima “service tax”, visto che ancora questa tassa è interamente da scrivere. E poiché il governo non ha tagliato nemmeno le province, figurarsi la spesa corrente, e sulle dismissioni ha prodotto solo parole, il commissario di Bruxelles si è raccomandato di evitare di abolire l’aumento dell’Iva. Se si facesse pure questo, l’Italia presenterebbe una Legge di Instabilità, non di Stabilità. Con tutto il rispetto per l’abolizione dell’Imu, l’aumento dell’Iva oramai imminente avrà una ricaduta pesante sulle prospettive di ripresa economica del Paese, visto che colpisce proprio i consumi. Al governo non rimarrà che diminuire le tasse sul lavoro e sulle imprese, dopo che con l’Iva le ha alzate a tutto il resto e se, come temiamo al mancato gettito dell’Imu si rimedierà alla fine con altre nuove accise, ecco le scenario paventato da settimane: non muoveremo un passo per la ripresa e resteremo impantanati. Qualcuno sperava che sotto i colpi giudiziari e l’imminente decadenza da Senatore, Berlusconi provasse a far cadere il governo. Il Cavaliere non è in politica con successo da vent’anni per caso. Aspetterà che si mettano le mani nelle tasche degli italiani, due mesi quindi, e allora dirà che la gogna personale per lui, andava bene, ma se qualcuno viene vessato da uno Stato sottomesso a Bruxelles, Berlusconi si ribella. A questo punto come Zorro.

Il passo indietro del governo Pd e Pdl chiedono al premier di smentire

L’Iva aumenterà al 22 per cento S

embra oramai assodato che il governo intenda rinunciare allo stop dell’aumento dell’Iva dal 21 al 22%, consentendo il passaggio alla nuova aliquota già dal primo ottobre. Il premier Enrico Letta e il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni sarebbero stati convinti dal commissario europeo Olli Rhen in visita a Roma. Rehn aveva giù criticato il decreto per l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. Nel caso non si aumentasse l’Iva, la collisione con Bruxelles sarebbe stata certa. Il Pdl non l’ha presa bene. Per Daniele Capezzone, presidente della Commissione Finanze della Camera e coordinatore dei dipartimenti del Pdl, “se davvero scattasse l’aumento Iva, ci troveremmo dinanzi a un caso paradossale di suicidio-omicidio del Governo e della maggioranza che dovessero deciderlo”. Incredulo Brunetta: “E’ bastata la visita di un giorno a Roma del commissario per gli Affari economici e monetari dell’Ue, Olli Rehn, con le sue inopportune dichiarazioni, che tutti adesso reputano inevitabile l’aumento dell’Iva a ottobre”. Anche il capogruppo Pd alla Camera Roberto Speranza ritiene l’aumento dell’Iva come “un duro colpo per le famiglie e le imprese” che “finirebbe per deprimere ulteriormente i consumi”. e si augura che “il governo faccia tutto il possibile per scongiurare tale aumento”.

CONVOCATO CONSIGLIO NAZIONALE DEL PRI Il Consiglio Nazionale del PRI è convocato per sabato 21 settembre p.v., alle ore 10.00, presso la Federazione Nazionale della Stampa in Corso Vittorio Emanuele II n. 349 a Roma. L'ordine del giorno sarà il seguente: 1) Presentazione relazione congressuale prepara-

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na nave da crociera italiana venti mesi fa è riuscita a fare naufragio a poche decine di metri dalla costa di una nostra isola, piuttosto rinomata nel mondo, come il Giglio, e questo per una manovra sconsiderata del suo comandante. Ancora non si è capito come sia stato possibile un errore di navigazione tanto marchiano e la cosa più grave non è tanto che il capitano si trovasse in plancia con una ragazza a brindare a champagne, quanto l’ipotesi che la stessa Costa Crociere consigliasse di deviare la rotta per emozionare i passeggeri. Quello che certo è che mentre ci si dibatteva ancora per

ta dall'apposito comitato; 2) Approvazione regolamento congressuale; 3) Relazione del Segretario Nazionale sulla situazione amministrativa; 4) Varie ed eventuali.

MOSCA, LE ARMI CHIMICHE USATE DAI RIBELLI SIRIANI

LAGOS, GUERRA AGLI

INTEGRALISTI

L’esercito nigeriano ha ucciso 150 militanti islamici di “Boko Haram” in un raid contro un campo fortificato del gruppo estremista nel Nordest del Paese. Gli insorti disponevano di armi pesanti.

BOZZA DI REGOLAMENTO PER IL 47° CONGRESSO NAZIONALE DEL PRI a pag. 4

Il Cremlino ritiene di avere elementi che pro-

Orgoglio italiano? calarsi in mare e mettersi in salvo sulle lance, il comandante fosse già sceso a riva e veniva richiamato a ritornare sulla nave - come si è sentito dalla conversazione registrata in tutto il mondo – dalla capitaneria di porto. Ovviamente il comandante recalcitrante a bordo non c’è tornato. Morale, abbiamo avuto il nostro inglorioso Titanic con tanto di morti annegati e corpi ancora da recuperare. Per venti mesi la nave è rimasta là sdraiata su un fianco a ricordare il fattaccio ed anche l’amara ironia di una tragedia che pure sarebbe stato facile evitare. Tale spettacolo, che banalmente o meno è stato interpretato

Elezioni in Germania

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verebbero un coinvolgimento delle forze di opposizione siriane nell’uso di armi chimiche l’agosto scorso. Il vice ministro degli esteri Serghiei Riabkov, ha detto che “queste prove devono essere analizzate”, e che comunque “senza una fotografia completa degli eventi in Siria non possiamo che definire la natura delle conclusioni tratte dagli esperti Onu come politicizzata, faziosa e unilaterale”.

come la metafora del nostro paese, affondare in pochi metri d’acqua, causa guide irresponsabili, si è finalmente concluso, il relitto è stato recuperato con perizia ed impegno. Una prova tecnico professionale un po’ tardiva, ma egregia. Il minimo che si dovesse fare nel rispetto delle vittime e di tutti coloro che hanno assistito a tale scempio. Per questo ci sono parse un po’ fuori misura le parole del premier che ha parlato di “orgoglio italiano”. Volersi congratulare con coloro che hanno concluso questa vicenda, è giusto. “L’orgoglio” proprio non riusciamo a condividerlo.

Cadono i liberali salgono i socialdemocratici

La zuppa di patate di Angela Merkel

l magazine della “Süddeutsche Zeitung” ha pubblicato una recente foto dello sfidante socialdemocratico alla Cancelleria tedesca Peer Steinbrück, che lo ritrae con le braccia incrociate nel gesto dell’ombrello e il dito medio alzato. Di sicuro viene mostrato il carattere esuberante, non necessariamente consono ad occupare il ruolo a cui aspira. C’è persino chi teme che non riuscendo a distinguersi sufficientemente sul piano politico da Angela Merkel, il candidato socialdemocratico ricorra a eccessi. Un peccato, perché nel duello televisivo in corso dall’inizio di settembre Steinbrück aveva dato il meglio di sé, più determinato, concreto e incisivo della sua rivale nel confronto con il pubblico. E’ vero che per i britannici dello “Economist”, siamo passati alla “discesa nella banalità”: un eufemismo visto che in campagna elettorale la Germania si appassiona alla sorte delle salsicce. I verdi vogliono togliere la carne dalle mense almeno un volta alla settimana. Parlano di carne, ma in realtà sono alla frutta, tanto che se la Spd è in ripresa nei sondaggi e a leggere analiticamente il voto in Baviera, + 2 %, nonostante la sconfitta, ci se ne accorge, i verdi sono in caduta libera con il loro leader accusato persino di scarsa durezza contro la pedofilia. Altrettanto male vanno i liberali. Troppo rigorosi, troppo liberisti e soprattutto, troppo entusiasti del loro alleato maggiore. La Fdp, al di là del tonfo scontato in Baviera, rischia davvero di restare fuori dal parlamento. A quel punto Angela Merkel, contando sulle sue sole forze, anche sconfiggendo i socialdemocratici nettamente, avrebbe delle difficoltà nel formare una maggioranza solida. Già si parla apertamente di “Grosse Koalition” che significa mettere in questione lo stesso timoniere del governo, in particolare aumentasse la Spd, come sostengono i sondaggi. Angela Merkel ha poi anche un’altra spina, quella rappresentata dagli euroscettici di “Alleanza per la Germania”, prossima invece a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento. Se questa formazione si man-

giasse i voti dell’Fdp, sarebbe la fine del governo giallo nero. Lo slogan che si legge sui cartelloni della Cdu, “La Germania in buone mani” verrebbe in fretta smentito da una realtà che impone un cambiamento. “Frau Kanzlerin” può anche atteggiarsi alla brava mamma che ha cucinato sempre una sostanziosa zuppa di patate per i suoi piccoli, i cittadini, ma in verità la sua forza è stata il pugno di ferro mostrato dietro un apparente mitezza. Sarà pure che la maggioranza dei tedeschi vuole una politica più sociale, meno liberista, più solidale, meno maniacale sulla disciplina di bilancio. Infatti in Baviera trionfa la Csu. Ma vuole anche continuare a tenere l’Europa al guinzaglio, senza rinunciare a tirare qualche bello strattone. La Fdp è stata utilissima, ma ora, troppo appiattita sulla Cdu, non incanta più. Le stesse istanze rappresentate negli anni, dal rifiuto della partecipazione tedesca al salvataggio dell’euro, all’avversione per le “stravaganze” di “quell’italiano di Draghi”, fino a ventilare l’ipotesi di un’Europa a due velocità, hanno fatto da battistrada alle istanze anti europeiste. A quel punto la stessa Merkel si troverebbe costretta ad inclinare verso i socialisti. Nulla può ancora assicurarci che il voto in Germania non produca un profondo cambiamento, nulla ci assicura poi che questo cambiamento possa essere in meglio. Già non si capisce esattamente cosa vogliano fare i socialdemocratici in caso di vittoria, figurarsi se dovessero finire nuovamente a governare in posizione subordinata, con grandi mal di pancia insieme ai popolari. Angela Merkel sa fare invece solo la Merkel. Può guidare un esecutivo che penda interamente dai suoi desideri, non è incline al compromesso. E’ ossessionata da dati elementari: l’Europa rappresenta il 7 per cento della popolazione mondiale, il 25 per cento della produzione industriale e ben il 50 per cento del welfare. Quest’ultimo va ridotto necessariamente e senza i liberali che la sostengono rischia di fare un buco nell’acqua, nonostante vincesse ancora una volta.

Giù le mani dal welfare

Krugman è tornato all’assalto

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ingalluzzito dalla bocciatura dell’ex segretario al Tesoro Larry Summers, candidato da Obama alla successione di Bernanke alla Fed, Paul Krugman è tornato sugli scudi. Summers aveva avuto il torto di voler ridurre le misure di stimolo all’economia e questo basta è avanza. Mai mettere in questione la spesa pubblica per dei ridicoli tagli fiscali che lasciano il tempo che trovano e Krugman, sempre più influente, ha vinto la partita. Summers se ne andrà a spasso, tanto i desideri di Obama, si è visto anche in Siria, contano un piffero. Riuscire ad incidere sulle decisioni del capo della Casa Bianca - Obama si lascia guidare - deve dare una specie di ebbrezza e a questo punto Krugman invece di brindare, ha alzato il tiro. L’America non gli basta, tanto si fa, più o meno sempre, quello che suggerisce lui. Il banco di prova per la sua volontà di potenza è l’Europa. Nemico per eccellenza, l’omologo a Bruxelles di Summers, il Commissario agli Affari economici, Olli Rehn. Odio a prima vista. Krugman un raffinato “maitre a penser” cresciuto nelle più prestigiose università statunitensi, da Yale a Princeton; Rehn, un qualsiasi ex giocatore di calcio, finlandese, (scarsa tecnica) per giunta. E’ bastato che il Commissario si sia permesso di criticare le scelte di politica economica della Francia, dove il governo invece di tagliare le spese ha alzato le tasse, che Krugman gli è balzato alla gola. “Non è una questione di rigore nei conti pubblici, non lo è mai stata”, ha gridato: “lo scopo è sempre stato usare lo spauracchio ingigantito dei pericoli del debito per smantellare lo Stato sociale”. I francesi che si sono permessi di non prendere alla lettera gli allarmi sul deficit e che da buoni socialisti rifiutano di organizzare la loro società secondo i dettami del neoliberismo, sono dunque finiti nel mirino della Commissione. E con che coraggio, visto che la Francia rispetta i parametri e mostra energia da tutti i pori? Questo Rehn stesse zitto, la Francia oltretutto è uno stato sovrano, e vedendo la capacità di proliferazione francese, in un momento di autentica contrazione demografica continentale, ecco che Parigi possiede la forza lavoro per divenire la nazione guida di una delle più grandi potenze economiche mondiali, sempre che l’Europa possa restare in piedi ancora a lungo. “Benvenuti nel nuovo impero francese!” Persino Krugman, uno studioso intelligente, si accorge che forse la sua passione lo ha portato ad esagerare, quando è probabile che proprio sotto questo profilo veda bene. Uno Stato che torchia i suoi cittadini più ricchi, e non risente della crisi generale delle nascite e che soprattutto mette a punto un sistema di inculcazione civile nella scuola, estromettendo i genitori e la religione, ha qualche ambizione in più che voler rispettare i parametri di Maastricht.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Giovedì 19 settembre 2013

economia

Giornalaio di Carter La storia italiana che si crea addirittura prima del fenomeno di Tangentopoli. L’ascesa del Cav. si colloca proprio allora

Rileggere certi fatti del passato

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nodi che vengono al pettine. Un editoriale di Giovanni Orsina su “La Stampa”. Che mette insieme due notizie: la Corte di Cassazione, al termine di un contenzioso giudiziario durato anni e passato attraverso innumerevoli meandri, ha confermato ieri la condanna a Fininvest a pagare una cifra di circa mezzo miliardo di euro alla Cir di Carlo De Benedetti. La notizia è uscita proprio mentre si attendeva che Berlusconi diffondesse un messaggio che, stando alle voci, avrebbe avuto un robusto contenuto politico e forse condizionato in profondità il futuro dello schieramento di centro destra. E oggi (ieri, cioè), infine, la questione della decadenza di Berlusconi da senatore, a motivo di un’altra condanna ottenuta anch’essa non come politico ma come imprenditore. “La confluenza di questi tre avvenimenti rafforza sempre di più l’impressione, viva da almeno un mese e mezzo, che nell’attuale sfortunatissimo torno di tempo siano venuti al pettine tutti o quasi i nodi politici irrisolti degli ultimi vent’anni. Una sorta di ‘tempesta perfetta’. Fra i nodi più ingarbugliati troviamo naturalmente il conflitto di interessi: l’anomalia macroscopica di un imprenditore – e imprenditore televisivo! – di grossissimo calibro che si trasforma dalla sera alla mattina in un leader politico di calibro altrettanto rilevante, e lo resta per vent’anni. Sebbene occupi una posizione senz’altro centrale nel groviglio italiano, tuttavia, il conflitto di interessi deri-

va a sua volta da un evento anomalo precedente”. Ossia da Tangentopoli. Dall’improvviso e fragoroso collassare, privo di precedenti storici o di alcuna corrispondenza altrove in Europa, dei partiti di governo sotto i colpi delle inchieste giudiziarie. Partiti per altro che – lo si rammenti – ancora nell’aprile del 1992, un mese e mezzo dopo l’arresto di Mario Chiesa, erano riusciti a raccogliere milioni e milioni di voti. E’ stata Mani Pulite l’anomalia primaria che, aprendo una voragine paurosa sul centro destra del sistema politico italiano, ha reso possibile – potrebbe quasi dirsi, come fosse un buco nero, ‘risucchiato’ – l’anomalia secondaria berlusconiana. Le risorse del Cavaliere Le risorse del Cavaliere hanno così preso a svolgere una funziohanno così preso a ne straordinaria di supplenza in un’area svolgere una politica rimasta ormai pressoché deserfunzione speciale ta. E gli elettori di centro destra – o forse di supplenza meglio: quelli che non erano disposti a in un’area politica votare a sinistra – hanno accettato rimasta deserta volenti (molti) o nolenti (non pochi) questa supplenza anche perché non avevano alternative. Dal 1994 a oggi insomma il centro destra italiano, che ha rappresentato milioni e milioni di elettori, ha vinto tre elezioni e governato il paese per quasi dieci anni, è potuto esistere unicamente grazie al conflitto di interessi. “Una frase quest’ultima dalla quale, al solo leggerla, è possibile misurare tutta l’assurdità della situazione italiana”. E prima di Tangentopoli? Tangentopoli figlia di una malattia lunghissima. La Storia va riletta.

Intervista di Lanfranco Palazzolo Serena Pellegrino, Sel, afferma che il partito ha una comune posizione sull’eutanasia. Nel Pd, come al solito, sono troppe

La coscienza che fa comodo

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l Partito democratico non ha una posizione comune sulla legge che riguarda l’eutanasia. Noi di Sinistra ecologia e libertà ce l’abbiamo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” la deputata di Sinistra Ecologia e libertà Serena Pellegrino. Onorevole Pellegrino, perché ha firmato la proposta di legge di iniziativa popolare sull’eutanasia anche se l’esperienza della pdl di iniziativa popolare è sconfortante? “Dico che noi “Ricordo che Sinistra ecologia e liberpossiamo decidere tà e io stessa ci siamo fatti promotori – tutto sulla nostra in questa legislatura – di alcune propovita e non possiamo ste di legge di iniziativa popolare come decidere sul fine vita. quella sull’acqua tanto per fare un Una sciocchezza e esempio. Per noi è indispensabile che una assurdità” ci siano anche queste proposte di iniziativa popolare. E poi è necessario dare gambe a queste proposte. Ci vuole qualcuno che dia forza a queste iniziative. Noi ci siamo resi promotori di questo. Per quanto riguarda invece questa proposta ritengo indispensabile per l’Italia non può eludere un argomento come l’eutanasia legale sul quale altri paesi hanno una legislazione all’avanguardia. Noi dobbiamo evitare che ci siano italiani

costretti ad espatriare per assolvere a questo loro desiderio”. Lei ha avuto modo di riflettere sulla scelta compiuta dall’ex deputato del Pdup e del Pci Lucio Magri che ha deciso di ricorrere all’eutanasia in Svizzera senza ricorrere ad una battaglia politica su questo argomento? “Ho condiviso la scelta di Lucio Magri. E l’ho rispettata perché ritengo che noi possiamo decidere tutto sulla nostra vita e non possiamo decidre sul fine vita. Questa è una grande sciocchezza. C’è un grande medico che ha detto: ‘possiamo citare in giudizio un parrucchiere perché ci ha tagliato male i capelli, ma non possiamo decidere sul nostro fine vita’. Questo per me è sostanziale”. Ha capito qual è la posizione di altri partiti politici su questo argomento? Ha compreso cosa pensa il Partito democratico sull’eutanasia? “Credo che il Partito democratico non abbia assunto una posizione comune su questo argomento. Invece, noi di Sinistra ecologia e libertà abbiamo il nostro documento su questo argomento. Se il Partito democratico sarà chiamato ad esprimersi su questa legge troverà la formula del voto secondo coscienza”. Come parlamentare, lei si è occupata spesso dei Centri di identificazione ed espulsione. Qual è la situazione del CIE di Gradisca d’Isonzo dove spesso scoppiano gravi disordini? “Nel mese di agosto e settembre mi sono impegnata molto su questo Centro di identificazione e accoglienza. Io mi sto battendo per far entrare in questi centri anche i consiglieri regionali. Quel Centro è un autentico lager dove nessuno può uscire. E’ una situazione assurda. Non si possono costringere in questa condizione delle persone. Un paese democratico non può permettere che si verifichino situazioni come queste”.

CRISI, ITALIANI MENO AL RISTORANTE

fatti e fattacci

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a che fine hanno fatto le donne? I nostri ingegneri costituzionali hanno trovato un argomento favorevole alle loro tesi politiche. Basta osservare le difficoltà che deve affrontare il nuovo premier australiano Tony Abbott, che ha prestato ieri giuramento: “Questo giorno non è solo di cerimonie ma un giorno d’azione”, ha dichiarato in un comunicato promettendo di mettersi subito al lavoro. La coalizione conservatrice di Abbott è uscita vincitrice dalle elezioni legislative del 7 settembre scorso conquistando una solida maggioranza alla Camera bassa, ma al Senato il nuovo premier dovrà trattare con una serie di partiti minori per garantire il passaggio parlamentare delle misure adottate dal suo esecutivo. Critiche sono state mosse ad Abbott per la sua decisione di nominare una sola donna nel suo nuovo governo, il ministro degli ESteri Julie Bishop. la senatrice conservatrice uscente Susan Boyce ha parlato di “vergogna a livello internazionale”. Accusato di “sessismo” in un memorabile scontro in parlamento con l’allora primo ministro Julia Gillard, il nuovo primo ministro conservatore aveva cercato in campagna elettorale di mitigare la sua immagine spesso considerata troppo “maschilista”, ma ora la sua scelta si attira molte critiche e ironie. E il leader ad interim del partito laburista, Chris Bowen, non ha mancato di far notare che vi sono più donne nel governo afgha-

no. Anche se si tratta di un dicastero importante, quello degli Esteri, affidato a Julie Bishop, la presenza di una sola donna su 15 nel governo Abbott stride con le sei ministre del governo del laburista Kevin Rudd, che si era voluto così far perdonare di aver scalzato la compagna di partito Julia Gillard, prima donna alla guida di un governo australiano. Donne o meno, il nuovo leader del governo sta facendo di tutto per guadagnare nuovi consensi. Lo dimostra il fatto che, non appena si è insediato, e prima di ottenere il via libera del Parlamento, ha immediatamente annunciato la cancellazione della carbon tax, introdotta lo scorso anno dai laburisti per ridurre le emissioni inquinanti prodotte dal Paese. Il premier ha subito incaricato i suoi collaboratori di “preparare l’abrogazione della carbon tax”. Stando a quanto promesso in campagna elettorale, Abbott intende sostituire la tassa con incentivi finanziari alle aziende che puntano a migliorare la loro efficienza energetica. Il premier si è anche impegnato a piantare 20 milioni di alberi. Con molta probabilità Abbott sarà giudicato per quello che realizzerà. Certi suoi tratti reazionari appaiono immediatamente, come le azzerate quote di rappresentanza femminile all’interno del governo. Quanto ai piani energetici, si vedrà cosa mai realizzerà. Non basta certo inanellare una serie di proclami per essere un bravo premier. Un ottimo premier.

Secondo i dati Fipe Confcommercio a causa della crisi gli italiani vanno meno al ristorante, e quando anche lo frequentano spendono meno. Il settore lamenta così un calo della spesa delle famiglie di 2,5 miliardi di euro (il 4%) nel biennio 2011-2012. Nel 2012 il settore ha perso consumi per 1,6 miliardi, e nel 2013 è atteso un calo nuovo dell’1,3%, pari a 800 milioni di euro.

ALIMENTARE: ITALIA LEADER UE PER QUALITÀ L’Istat certifica che l’Italia fa ancora il pieno di etichette di qualità per i prodotti della tavola, confermandosi primo Paese per numero di riconoscimenti Dop (Denominazione di origine protetta), Igp (Indicazione geografica protetta) e Stg (Specialità tradizionale garantita) conferiti dall’Unione europea. Un primato quello dell’Italia forte di 248 prodotti di qualità riconosciuti al 31 dicembre 2012, nove in più rispetto alla fine del 2011.

primo piano

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l ministro Saccomanni nega in una lettera al “Foglio” di essere stato smentito da quasi tutti gli indicatori economici e gli istituti di ricerca, per non parlare dell’Unione europea e della Bce, sulle prospettive di uscita dalla recessione. Avrebbe infatti “sempre sostenuto che il 2013 sarebbe stato un anno di recessione, a causa della forte contrazione del pil realizzata nella prima metà dell’anno, in concomitanza con la lunga fase di incertezza politica”. Ha persino fatto notare sin dal luglio scorso “che il profilo dell’attività economica in corso d’anno mostrava chiaramente segni di inversione del ciclo per la seconda metà del 2013”. Peccato che ad agosto Sky titolasse una sua intervista: “Saccomanni: la crisi è finita”.

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Civati parla e Renzi ringrazia

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e Matteo Renzi vincerà la corsa alla segreteria del Partito democratico questa affermazione politica sarà merito di personaggi come il deputato Pippo Civati. Avrebbe voluto candidarsi alle primarie per la premiership del centrosinistra dello scorso anno e ha ritirato la candidatura; ha riproposto la sua candidatura per la segretaria del Pd e tutti gli hanno consigliato di ritirarsi di nuovo. Ma stavolta il deputato lombardo ha deciso di non mollare. Il bello degli interventi di Civati è che questo parlamentare interviene LA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: 06/6833852 Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

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esclusivamente sui temi e gli argomenti che riguardano la vita del Partito democratico e chiede agli altri di esprimersi su temi sui quali lui stesso non sa cosa dire. Da buon burocrate di partito, Civati dimostra di non avere suoi argomenti da portare nel dibattito politico. Il congresso, secondo il democratico “è una grande rappresentazione collettiva, un po’ ipocrita e un pò gattopardesca per alcuni. Io faccio semplicemente un’altra cosa”. Civati si permette di dire qualcosa solo per commentare quello che dice il sindaco di Firenze Matteo Renzi, facendo eco alle parole dell’ormai segretario in pectore del Pd: “Renzi dice che sostiene il governo Letta e che si va fino al 2015 senza un percorso davanti - ha spiegato Civati -. Non capisco nemmeno perché candidarsi ora alla premiership. Chi si candida a premier dicendo che si vota fra due anni è un po’ strano”. Invece “io sostengo che questo governo debba terminare il suo lavoro” fino “all’inizio dell’anno prossimo - ha aggiunto -; andare quindi a votare nel 2014, prima del semestre europeo, facendo la legge elettorale e la legge di stabilità. Per me Letta non è un parafulmine e non faccio ‘battutine’, faccio una considerazione di ordine politico”. Anche in questo caso Civati non propone nulla, ma esprime un auspicio. Poi, il giorno successivo, Civati torna a parlare ma solo per contestare l’appoggio di Vendola a Renzi: “Vendola sbaglia quando dice speriamo vinca Renzi così Sel fa la sinistra. Io penso ha aggiunto - a un solo soggetto politico di sinistra dove ci sia anche Sel che dialoghi con la sinistra costituzionale di Rodotà. Francamente mi sembra un ragionamento molto basso”. Ma ieri Civati ha superato se stesso dichiarando di non voler commentare una dichiarazione di Renzi, facendo l’esatto opposto: “Ho smesso di commentare gli slogan di Renzi, vorrei ogni tanto sentirlo parlare di politica, di questo Governo, di quanto debba durare, di quello che è successo a Taranto, del gruppo Riva”. Ma Civati su questo non dice assolutamente nulla.

c o m m e n t i

Soldi ai partiti e accordi Pd-M5S

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a legge sul finanziamento pubblico dei partiti suggella l’alleanza tra Pdl e M5S. Il ddl governativo sul finanziamento pubblico dei partiti sta diventando un autentico spettacolo politico. E’ un peccato che nessun network internazionale si occupi di questa vicenda che svela la vera natura dei grandi partiti politici italiani che non riescono a mettersi d’accordo su nulla e pretendono di appoggiare lo stesso governo. Se non altro, il ddl del governo ha permesso di verificare che esistono solide basi sulle quali il Pdl e il M5S possono mettere in piedi un’alleanza. Martedì scorso, dopo mesi di impasse, è iniziato il voto in commissione degli emendamenti del governo sul finanziamento ai partiti. Ma per l’inizio dell’esame in Aula, previsto per il pomeriggio di martedì si è stabilito un nuovo rinvio a giovedì. Mentre una spaccatura tra Pd e Pdl su un emendamento sugli statuti dei partiti svela che alcune divergenze non sono superate. E difficilmente lo saranno, in commissione come in Aula. Intanto è certamente una buona notizia che in commissione si sia iniziato a votare gli emendamenti: si rischiava di dover votare il testo del governo senza modifiche, per il blocco creato dalle posizioni contrapposte dei partiti della maggioranza. E invece in commissione si riesce ad arrivare a votare i primi 5 articoli su 17 con la prospettiva di arrivare finalmente all’esame in Aula giovedì, sfruttando le 48 ore in più concesse in extremis dalla capigruppo, a meno di un’ora dalla scadenza inizialmente prevista. In commissione vengono approvati anche alcuni emendamenti di iniziativa dell’opposizione, come uno del M5S che estende ai parlamentari europei le regole di trasparenza o uno di Sel che impone di indicare nello statuto dei partiti la cadenza delle assise congressuali. Ma il problema, nel merito, è che manca l’accordo nella

maggioranza: “C’è sul 90% dei punti, non su tutto”, afferma un deputato del Pd. Così, quando viene messa in votazione una proposta di modifica del tesoriere del Pdl Maurizio Bianconi per cancellare il comma 2 dell’articolo 3 del ddl che, in maniera secondo lui troppo rigida, prevede una serie di requisiti da indicare negli statuti dei partiti, si verifica la prima spaccatura. Il relatore Emanuele Fiano, che è del Pd, dà parere contrario, la relatrice Maria Stella Gelmini, che è del Pdl, positivo. Anche il M5S, in un inedito asse tra forza politiche allergiche (per motivi diversi) agli statuti, sostiene il Pdl. Ma il Pd in commissione ha una larga maggioranza che gli permette di bocciare l’emendamento Bianconi. Una situazione particolarmente difficile che si riproporrà in aula e potrebbe provocare sconquassi politici in concomitanza con il voto della Giunta sulla decadenza di Silvio Berlusconi. Nessuno può dire se ci sia una strategia politica dietro tutto ciò. Ma se ci fosse bravo a chi l’ha messa in atto. Il botto in Aula è pronto. Adesso non resta che tapparsi le orecchie.

Omofobia: ma quanto si aspetta?

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ivisi su tutto. Il governo di unità nazionale sta dimostrando tutta la sua inconsistenza politica. Dopo le vicissitudini vissute dal duopolio Pd-Pdl in Commissione Affari costituzionali sul ddl sul finanziamento pubblico ai partiti, la maggioranza si è presa a schiaffi in faccia nel Comitato ristretto incaricato di occuparsi del ddl sull’omofobia. Sin dalle prime battute del provvedimento è apparso chiaro a tutti che il percorso del provvedimento è in salita per la legge sull’omofobia, arrivata martedì all’esame dell’aula di Montecitorio. Complici le fibrillazioni sul caso Berlusconi, Pd e Pdl si sono spaccati al momento di decidere i contenuti della nuova legge,

mandando in frantumi i vincoli di maggioranza. Il comitato ristretto chiamato a preparare il testo per l’aula, è stato il teatro dove sono esplose le divisioni più vistose. Pd e Pdl si sono trovati su fronti opposti quando si è trattato di decidere sull’aggravante di omofobia e sulla tutela di transessuali e transgender. Su questo punto c’è stata la saldatura di un asse tra Pd, Sel e Movimento cinque stelle, compatti nel votare a favore delle regole contestate dal Pdl. La riunione del comitato ha visto momenti di confusione quando è stato approvato l’emendamento del M5S che estendeva le norme contro la discriminazione ai transessuali e transgender. I rappresentanti del Pdl hanno fatto fuoco e fiamme sostenendo che il “blitz” della sinistra faceva saltare tutti gli accordi. Nel caos che è seguito, la presidente della commissione Giustizia Donatella Ferranti ha revocato la votazione rinviando il contenzioso all’aula, dove subito dopo la legge ha cominciato il suo faticoso cammino. La Lega Nord ha tentato di far saltare tutto chiedendo il voto segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità. Sperava che protetti dall’anonimato i deputati affossassero un disegno di legge giudicato troppo sbilanciato e pericoloso. Tentativo andato a vuoto: nonostante il voto segreto, le pregiudiziali sono state respinte da un’ampia maggioranza (405 si’, 100 no). Adesso sarà davvero curioso vedere quando scoppierà la rissa in aula. Le divisioni e i disaccordi sono tantissimi. Quando il governo Letta ha varato questo provvedimento sapeva che stava andando incontro ad una grossa difficoltà, ma l’esecutivo aveva bisogno di dimostrare che stava facendo qualcosa. e aveva intenzione di dimostrare che stava facendo qualcosa. Se su questo provvedimento si formerà una maggioranza diversa da quella attuale è probabile che ci saranno delle conseguenze politiche. In tutto questo spicca il silenzio di Scelta civica. Nessuno è in grado di capire cosa vuole questo gruppo parlamentare e cosa proponga su questo provvedimento. Di fronte ad uno scenario del genere non si è data prova di coesione in un momento particolarmente difficile.


Giovedì 19 settembre 2013

il Paese GUERRA

DI

SEGRATE

La Cassazione ha respinto il ricorso della Fininvest contro la Cir per il risarcimento del Lodo Mondadori, che rimane confermato con un ritocco al ribasso, un taglio di circa 23 milioni di euro sulla cifra liquidata dai giudici e pari a 564,2 milioni di euro (in una nota successiva la holding De Benedetti ha precisato che la cifra ammonterebbe in realtà a 494 milioni di euro). Lo scrive la Cassazione. E’ l’ultima tappa della cosiddetta “guerra di Segrate”, la vicenda giudiziaria della casa editrice milanese. Soddisfazione è stata espressa da parte di Carlo Benedetti: “Dopo più di 20 anni viene definitivamente acclarata la gravità dello scippo che la CIR subì a seguito della accertata corruzione di un giudice da parte della Fininvest di Berlusconi, il quale, a quel tempo, era ancora ben lontano dall’impegnarsi in politica”. “La Cir non ha subito alcun danno, lo sa per primo Carlo De Benedetti che continua a straparlare di ‘scippo’ . Neppure un euro da parte nostra era ed è dovuto”. Lo afferma nella sua nota il presidente di Fininvest Marina Berlusconi dopo la sentenza della Cassazione sul Lodo Mondadori. Ecco il dispositivo del verdetto di 185 pagine depositato dalla Cassazione sul Lodo Mondadori: “La Corte accoglie il tredicesimo motivo di ricorso e rigetta i restanti motivi. In conseguenza dell’accoglimento del tredicesimo motivo, cassa senza rinvio il capo della sentenza di appello contenente la liquidazione del danno in via equitativa, come stimata nella misura del 15% del danno patrimoniale già liquidato. Conferma nel resto l’impugnata sentenza”. Etc. Etc. Secondo alcune fonti lo sconto del pagamento fatto dalla Cir alla Fininvest dovrebbe salire a oltre 70 milioni di euro. Secondo quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, è stato riconosciuto uno sconto del 15%. La sentenza della Corte d’appello aveva stabilito 564,2 milioni di euro, di cui circa 180 milioni di danno netto, il resto interessi. Lo sconto di 24 milioni deciso dalla Cassazione è riferibile a quei 180 milioni di euro, come fanno notare fonti legali. Ma una volta ridotta quella cifra, vanno ricalcolati anche gli interessi e questo porta quindi a una riduzione di oltre 70 milioni di euro complessivi.

LA VOCE REPUBBLICANA

terza pagina

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Renzi, il rottamatore che oggi si è forse convinto ad adottare una tecnica più morbida nella scalata al Pd Inutile dire che la sua presenza spacca in varie parti il partito e porta alla formazione di più correnti. Chi lo sostiene e chi gli è contrario in modo netto

Metamorfosi e trasformazione della vecchia Dc,che porta soccorso alla sinistra

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ritica il governo. E agita il partito. E preoccupa pure Berlusconi. Così scrive “l’Espresso” su Matteo Renzi, l’uomo nuovo, che ci pare in realtà eternamente uomo nuovo. L’uomo nuovo sta iniziando a convincere solo adesso, il suo successo non è affatto universale, e pure sono mesi e mesi, diciamo anni, che sta lì a scalpitare, a schiumare, a fare finta di essere calmo. Per Weltroni “Matteo” è il successore, nessun dubbio. “Quando votavamo il Pd, nel 2008, facevamo una cosa ‘cool’, una cosa figa, nessuno ci rideva dietro”. Così Renzi a Roma martedì rievocando lo spirito veltroniano di un tempo, pionieristico. Dopo quello spirito, quel periodo felice, ecco la decadenza, non quella del Cav., ma il decadimento, il disfarsi del Pd, colpa dei dirigenti, certo, ma anche di un elettorato imbambolato che ne ha perdonate parecchie. Più che imbambolato, elettorato demotivato, più propenso a farsi trascinare per stanchezza e mancanza d’iniziativa. Roba che le vecchiette sostenitrici del Cav., quelle che si vedono alla tv, truccate e con la tuta da ginnastica, appaiono più energiche e più in forma. Almeno loro sono capaci di qualche entusiasmo, di uno scopo. Ma lasciamo perdere. Ora per fortuna c’è Renzi che metterà le cose a posto, e farà piacere l’Italia agli italiani - non solo alle stagionate - e sarà finanche in grado di farla piacere agli stranieri. Questo, ovviamente, se tutto andrà bene secondo i piani (ancora misteriosi, a dire il vero) di Don Matteo, indubbiamente l’unica energia nuova e credibile espressa dal Pd. Nel senso che gente nuova ce ne sarebbe, inutile fare i nomi (li faremo solo se servirà), ma Renzi pare l’unico in grado di muoversi in maniera credibile e non fantasmatica o catatonica. Per una rivista ancora ragionante come “il Mulino”, si tratterebbe - è Renzi - addirittura di leader carismatico. Ora, è vero che l’espressione ultimamente è citata a sproposito nella maggioranza dei casi. Eppure è usata. Ha scritto sul “Mulino” Carlo Galli, direttore della rivista “Filosofia Politca”: “Insomma, abbiamo un leader carismatico, che, come tutti quelli come lui, esprime discontinuità, e presenta come prima proposta politica se stesso, la propria novità, la propria sintonia con i

‘nostri’; e la propria ostilità a ‘loro’, i vecchi, i traditori (in questo caso, del Pd, che ‘loro’ hanno sequestrato e che ‘lui’ restituirà al popolo, suo legittimo proprietario; ma forse il concetto va esteso a tutta l’Italia, che attraverso lui viene restituita a se stessa). In certe circostanze, i leader carismatici si propongono come lo strumento

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Alla scuola del senatur

ella materia si è già trattato brevemente ieri. Per chi ha perso la puntata, ricordiamo che si tratta del dolce stil novo renziano, che non è così grave né greve come lo stile bossiano, quello degli anni ruggenti. Bossi fu un inventore di quelli mica male, anche se la sua creazione maggiore resta legata a Roma ladrona, un termine che va bene anche oggi, un po’ come 2001 Odissea nello spazio. Termini nati per altri scopi (comunque comunicativi) che sono entrati nell’immaginario collettivo. Bossi ci riprova qualche tempo più tardi col “maialino del Nord”, ad indicare i risparmi dei lombardi su cui Roma ladrona vorrebbe mettere le mani. Ma la Lega difenderà il maialino del Nord etc. Dopo più nulla di significativo. Interviene al posto suo il simpatico (si fa per dire) Calderoli che definisce la sua propria legge - senza provare vergogna - una porcata, da cui deriva il porcellum, con tutte le sue nefaste conseguenze. Don Matteo tira fuori il verbo rottamare, che ha un immenso successo. Poi, più avanti, un fiorentinismo moderno, cioè “spompo” al posto di spompato (una cosa un po’ da provincia, diciamola tutta) e infine “questi li asfaltiamo”, nel senso che si augura di stendere ilPdl alle elzioni, o qualcosa di simile. Inventane un’altra, Matteo, ci fa piacere. di un’Idea che grazie a loro si afferma nella Storia; in questo caso l’Idea coincide con il leader stesso: non c’è nessuno che voti Renzi per adesione al pallido blairismo un po’ vintage di cui è portatore; chi lo vota vuole proprio lui come persona, perché cacci gli altri, perché rivolti il partito come un calzino e ne faccia una macchina di consenso a disposizione del leader”. Parrebbe, diciamolo pure, il ritratto del Cav., per il quale l’aggettivo carismatico è stato usato fino a nuocere all’interessato stesso, come se fosse una sorta di proprietà sovrumana priva della quale il soggetto in questione perda ogni potere, con conseguenze negative non solo d’immagine, ma dal punto di vista operativo, visto che ogni novità ma anche ogni valore d’azione resta legato ad un concetto rischiosissimo. Carisma: oggi c’è, domani non si sa. Tant’è che il soggetto stesso è costretto ogni minuto a mostrare le stimmate o a sfoggiare poteri sovrumani. Per ora Renzi, visto che è giovane, può muoversi in questo binario dove lo hanno incastrato: si suppone abbia ancora molto da sfoggiare, carte da giocare, personaggi. Scriviamo che lo hanno incastrato poiché non siamo poi così certi che la posizione in cui si trova oggi sia proprio quella che si è cercato; a meno che non sia una strategia precisa quella di

collocarsi dove la folla vorrebbe porlo, e dunque adattarsi alla volontà popolare, almeno in apparenza. Dovrebbe essere conscio del dato, ma sicuramente lo sarà, che ciò che ha alle spalle non è un partito bambino o neonato, ma il Pd, cioè l’incarnazione ultima del Pci: storia, tradizione, modi di fare. Ma anche secrete stanze, complotti, corridoi, parlatòri, tattiche e ovviamente correnti, anche se sul tema il Pci è sempre stato reticente, mentre oggi i vari feudatari stanno facendo a pezzi il regno, in maniera confusa e controproducente. Il Pd si offre oggi in una evidenza multipolare che spesso e volentieri assume l’aspetto di un ginepraio, di un vespaio. Quanto Renzi agita il partito, quanto il partitone lo agita e lo scuote? Quanto è sua intenzione domarlo, questo partito? Quanto il partito si è rotto le scatole e vuole eliminarlo, fosse pure tagliando il ramo su cui siede? Carlo Galli ricorda che Renzi è democristiano e non comunista, non discende dunque da quest’ultima tradizione ma, essendo il Pd un aggregato molecolare di Pci e Dc, ecco che Renzi rappresenta le vive e giovani e immortali speranze Dc, sebbene essere un Dc nel Pd non rappresenti per forza un lasciapassare cui tutto viene perdonato. Renzi ha contro, grosso modo, gente come Letta, cioè il premier, Franceschini, Bindi, Marini, Fioroni e pure Bersani, l’ultimo dei grigi burocrati di partito, come lo hanno ingiustamente definito. Le fatiche per il nostro sembrano decisamente infinite. E’ vero che dalla sua parte ha Veltroni, Fassino, Serracchiani, Emiliano; e che, in avvicinamento al suo cerchio, si trovano D’Alema e Errani. Così, almeno dice “l’Espresso”. Il fatto poi di essere democristiano, ormai, alle nostre latitudini non è più una mezza onta; né al contrario un puro momento d’orgoglio, il che è atteggiamento ingenuo. Ma, si badi bene, è visto come una sorta di qualità politica in più, utilissima, peraltro. Ecco Galli: “Sia chiaro: ‘democristiano’ non può e non vuole essere una connotazione negativa; designa semmai il moderatismo politico unito a un perfetto know how di potere. Né ambizioso può valere come insulto – se non, ipocritamente, in bocca ad Antonio nel Giulio Cesare – ché anzi l’ambizione personale è il sale della politica; piuttosto, si vuole sottolineare che se Matteo Renzi ha molto sale (non è sciocco, come si dice dalle sue parti), non è ancora chiaro quale pietanza ne sia insaporita. Quale piatto, insomma, si appresta a servirci il nuovo aspirante capo-cuoco, pur bravo maneggiatore di spezie”. Questo è il punto, che non si sa bene dove voglia andare a parare. Svecchiare, questo è sicuro. E, guarda caso, se prima la Dc era il vecchiume partitizzato, ora il progresso, il nuovo, dimora per caso in un uno scudo crociato ripittato per l’occasione? A vedere tanto non pensavamo si potesse giungere, ma ormai bisogna procedere senza più paraocchi, visto che il caos è massimo e Renzi rappresenta quella genia nuova di cui egli è un primo rappresentante. Sono incroci di nuovo conio di cui si deve prendere nota. E del resto è pur giusto che l’età stia dalla loro parte (fino ad oggi si è vissuti col mito del Cav., oggi troppo avanti con l’età per imbarcarsi in imprese più moderne di lui). E poi, visto che di meglio al momento non ce n’è, cominciamo (certo, chi ne ha voglia e desiderio) con Don Matteo il rottamatore. Al quale hanno ultimamente consigliato di abbassare le penne con questa storia del rottamare. Si può rottamare - e rottamare anche meglio - mentre si trama e non lo si fa sapere all’esterno, no? (f. be.)

z i b a l d o n e

Incontro fra il giovane filosofo e l’attore noto

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margine dell’evento trattato ieri, a proposito di una originale mostra selezionata da B H Lévy, una nota curiosa tra le tante la troviamo nell’ultima pagina del diario che BHL inserisce nel libro, a render vivace il racconto del percorso biennale di incubazione della mostra. La tipografia in cui il libro venne stampato è a Saint Christophe, alle porte d’Aosta: e non deve stupire, visti i costi contenuti che la regione autonoma permette, richiamando così i cugini d’oltralpe. La cosa comunque consente a Lévy una digressione sulla città, con un sottile (e malizioso) accenno alla sua vocazione filofrancese: città ‘strana’ (odeurs mêlées d’Italie et de France), tra monti e nubi troppo vicine, e “un potente (?) movimento che predica da un

secolo (?) l’annessione alla Francia”. (E qui si va davvero un po’ sopra le righe: si sa che la ‘potenza’ del movimento si può restringere all’immediato dopoguerra, e le bout era, per i più, quello di una totale autonomia). Calzante, invece, la constatazione che gli imprenditori, i tipografi di qua, ’italiani fino alle unghie’, pensano, rileggono, correggono, maquettano in francese decine di libri all’anno: come questo, della Maeght-Gasset, che Bernard-Henri si appresta a rivedere nella capricciosa primavera aostana. Ma l’approccio alla città induce nel nostro il rimescolio sottile della memoria, un flash che lo riporta a cinquant’anni prima, quando, autostoppando, zaino in spalla e men che ventenne, era giunto con l’amico -filosofo in erba- Philippe Nemo ad una stazione Agip alle porte di Aosta: (-può esser la stessa in cui oggi fa benzina?). Eran diretti, ostello dopo ostello, fino a Brindisi, in cerca dei musei ‘les plus beaux du monde’. Il luogo, l’occasione, la scena gli si intimizzano; il

ricordo si fa immagine: a raccoglierli è un tipo ancor giovane, su una vettura sportiva, pantaloni di lino troppo eleganti, camicia di seta attillata, che adesso, capelli al vento nell’auto rumorosa, tanto per attaccar discorso, butta là: “Cosa fate, nella vita?”. Mentendo un poco, rispondono: “Siamo alla Normale (la prestigiosa École Normale Supérieure)”, mentre in realtà frequentano ancora il corso propedeutico. “Anormale!” ribatte quello, divertito. “E voi?” fa Bernard, con un briciolo di degnazione, ma intendendo essergli simpatico, dimostrandosi interessato a quello sbruffoncello su di una grottesca bagnole decapottabile. “Faccio l’attore”. “Conosciuto, come attore?”. “Mi chiamo Jean-Louis Trintignant”. Dopo un attimo di sconcerto, lui disponibile, i due senza imbarazzo, parlano di E Dio creò la donna (già vecchio di dieci anni), delle Relazioni pericolose, di com’era la Moreau fuor di scena, e la Bardot, e Gérard Philipe, e Robbe-Grillet... Trintignant veniva in Italia per la promozione di Un uomo e una donna; e vien da chiedersi se -Lévy non vi accenna-, passando su quelle strade tirreniche senza autostrada, non fosse stato rievocato, tra l’attore e il futuro filosofo, su quella bagnole e a ruolo di guida invertito, l’epilogo drammatico del Sorpasso, un film di appena qualche anno prima. Là, in ogni modo, ad Aosta, aveva preso avvio il viaggio iniziatico di Lévy nell’Italia dell’arte; ed è ancor qui -accenna lui stesso, quasi a cogliervi un segno del destino- che si conclude un’avventura (Les aventures..., appunto) durata due anni, in uno stimolante interloquio con la bravissima maquettiste Michela; e nel clima surreale, un po’ alla Marienbad di “un albergo dai lunghi corridoi, dalle stanza fredde, tra quelle case un po’ tristi, paesaggi nella pioggia bizzarramente funerari, e poi in questa stamperia, ‘oasis de culture et d’intelligence dans la zone industrielle’...”. “Qui, prende avvio la disputa, lo scontro, l’accrochage” tra pittura e pensiero: “quello che rimarrà, impresso com’è sul solo marmo che tiene, che è quello dei libri”. Parole suggestive, delle quali Aosta, elegantemente coinvolta senza piaggeria, potrà esser ben fiera. Riccardo Brondolo

Re della fantascienza di nuovo sullo scaffale

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orna nelle librerie in una nuova edizione, curata dal professor Carlo Pagetti, con la traduzione di Fabio Zucchella, Menzogne S.p.a. (già The Unteleported Man e Lies, Inc), un romanzo del “mitico” Philip K. Dick in cui

la ricerca della verità è un’azione bizzarra, tragicomica, eppure eroica, proprio come il viaggio che Rachmael, il protagonista, vuole intraprendere. Siamo in un futuro in cui per risolvere il problema della sovrappopolazione della Terra è stata fondata una Neocolonia nel sistema di Fomalhaut, chiamata Bocca di Balena. Laggiù sembra che tutti siano felici: ma anche se qualcuno fosse scontento, non potrebbe mai tornare indietro, perché il Telpor, il teletrasporto con cui i terrestri arrivano sulla colonia lontana ventiquattro anni luce, non funziona come viaggio di ritorno. Per questo Rachmael si ostina a volerla raggiungere con la sua nave, a costo di viaggiare per diciotto lunghi anni, affrontando peregrinazioni psichedeliche in ‘quasimondi’ (paraworlds) confusi, accompagnato da personaggi che subiscono, anch’essi continue metamorfosi. Odissea nello spazio, viaggio attraverso lo specchio, sfida alla realtà e ai suoi simulacri, all’identità e al potere che vuole plasmarla, questo libro mostra il percorso che conduce a una sia pur provvisoria verità come tortuoso e difficile. E nella narrativa dickiana non esiste un intervento divino che salvi Rachmael dalla falsa utopia di Bocca di Balena, come un novello Giona. Ma almeno, come osserva Carlo Pagetti nella sua introduzione, il fatto che il protagonista si ponga la domanda su quale sia la via della conoscenza – What way? – ‘implica che una risposta, seppure parziale o insoddisfacente, possa ancora esistere.’ Ma in Dick, come sempre avviene, verità e suo svelamento costituiscono una complessa macchina, anzi, la stessa macchina narrativa del romanzo. Philip K. Dick nasce a Chicago il 16 dicembre 1928. Nel 1955 esce il suo primo romanzo, Lotteria dello spazio. Durante un’esistenza segnata dalle difficoltà economiche, scrive capolavori come La svastica sul sole, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, da cui è tratto Blade Runner di Ridley Scott, e Ubik. La notorietà di Philip K. Dick deve molto agli adattamenti cinematografici, tra cui Atto di forza (1990), Screamers – Urla dallo spazio (1995), Impostor (2002), Minority Report (2002), Paycheck (2003) e Un oscuro scrutare (2006), Ubik (Michel Gondry ha annunciato che si occuperà dell’adattamento per il grande schermo). Con l’arrivo in libreria degli ultimi quattro romanzi e de L’Esegesi (curata da Pamela Jackson e Jonathan

Lethem), tra febbraio e novembre 2013 Fanucci completa la pubblicazione dell’opera omnia del tormentato e geniale scrittore americano, considerato il padre della fantascienza postmoderna, di cui detiene i diritti assoluti dal 1999. Complimenti.

La Corona e gli animali: una storia vergognosa

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na notizia che dà il voltastomaco dall’indignazione, e si spera che gli animalisti convinti si facciano sentire. Ecco come la dava il Corriere ieri. “Al Ministero della Difesa britannico sostengono si sia trattata solo di una coincidenza, ma a leggere la prima pagina del ‘Sun’ di oggi con quel ‘Rexecuted’ sparato a caratteri cubitali, la posizione del tabloid non sembra affatto incline ad accettare la spiegazione della sfortunata contingenza temporale come motivo della soppressione dei due cani da guardia, in servizio fino a venerdì scorso alla base militare Raf come elementi aggiunti della squadra di sicurezza del principe William. Che gira con la scorta, poveretto. Guarda caso, il Duca di Cambridge aveva annunciato giusto il giorno prima che avrebbe lasciato le Forze Armate per dedicarsi a tempo pieno ai suoi obblighi reali e ora sono in molti a chiedersi se Brus, pastore belga di 7 anni e mezzo, e Blade, pastore tedesco di due anni più anziano, sarebbero ancora regolarmente al loro posto se Will fosse rimasto alla base di Anglesey, nel Galles del Nord. Il dottor Roger Mugford, psicologo esperto in terapia del comportamento animale, accusa apertamente l’esercito di ‘eutanasia di convenienza’, sostenendo che ‘spesso i problemi comportamentali dei cani sono solo una scusa banale per sopprimerli’. In realtà, pare che solo Brus avesse mostrato segni di squilibri comportamentali tali da non poter essere mandato in un centro di accoglienza o rispedito al Defence Animal Centre da dove era arrivato, mentre il povero Blade soffriva da tempo di displasia all’anca e quindi la sua soppressione sarebbe stata originata da motivi di salute, ma l’idea trasmessa dal tabloid è che si sia deciso di addormentare per sempre i due cagnoloni non appena capito che non servivano più. Ovvero, non appena Will ha fatto le valigie. ‘Blade e Brus erano arrivati, rispettivamente, nel 2011 e 2012 – rivela una fonte protetta da anonimato – ed erano stati assegnati alla squadra appositamente istituita per proteggere il principe, con il compito di pattugliare la base, ma non appena William se n’è andato, l’unità è stata chiusa e i due cani sono stati affidati ad un ispettore per vedere se potevano essere riassegnati altrove, ma non sono stati ritenuti idonei a stare con le persone, perché addestrati ad attaccare’. Quindi la loro fine era praticamente segnata. Che schifezza made in England.


4 LA VOCE REPUBBLICANA BOZZA DI REGOLAMENTO PER IL 47° CONGRESSO NAZIONALE DEL PRI Norme di partecipazione 1) Partecipanti Partecipano al Congresso nazionale del 25-27 ottobre 2013 con voto deliberativo i delegati eletti dalle assemblee delle sezioni appositamente convocate in base ai riepiloghi inviati alle stesse e alle organizzazioni locali dall’ufficio tesseramento della D.N. Qualora non siano delegati, partecipano con solo diritto alla parola, i membri del Consiglio nazionale uscente, sempre che siano in possesso della tessera del 2013. Potranno altresì partecipare in veste di invitati e svolgere relazioni e interventi su specifici punti all’ordine del giorno cittadini di particolare qualificazione anche se non iscritti al PRI. 2) Tesseramento e rappresentanza congressuale Partecipano al Congresso Nazionale del 25-27 ottobre 2013 i delegati delle sezioni che hanno effettuato il pagamento delle tessere relative all’anno 2013 entro la data del 25 settembre 2013 e restituito alla Direzione nazionale, il Riepilogo dei rinnovi e delle nuove iscrizioni entro la stessa data. Se il pagamento è avvenuto per posta farà fede la data del timbro, in casi diversi ne farà fede la ricevuta rilasciata dagli uffici della D.N. Le nuove sezioni costituite nell’anno in corso partecipano al Congresso se sono state ratificate almeno 60 giorni prima della data del Congresso (26 agosto 2013). Il numero degli iscritti valido ai fini della rappresentanza congressuale sarà, comunque, quello definito non oltre la data di ratifica. 3) Voti congressuali delle sezioni Ogni sezione ha diritto a tanti “voti congressuali” risultanti dal numero dei suoi iscritti al 26 agosto 2013 con l’aggiunta dei voti elettorali calcolati ai sensi dell’art. 33 dello Statuto approvato dal Consiglio nazionale del Partito nella seduta del 5 luglio 2013. In caso di più sezioni di una stessa città la ripartizione dei voti congressuali tra le singole sezioni

Giovedì 19 settembre 2013

viene effettuata in misura proporzionale agli iscritti. 4) Partecipanti alle assemblee di sezione I delegati effettivi e supplenti al Congresso nazionale vengono eletti dalle assemblee di sezione, con voto segreto attribuito a liste concorrenti, legate a mozioni secondo il metodo proporzionale. Partecipano all’assemblea gli iscritti alla sezione e gli eventuali gruppi associati, in regola con il tesseramento 2013. Ai fini dell’assemblea e del calcolo dei voti congressuali l’aggregazione di un gruppo ad una sezione, decisa secondo le modalità previste dall’art. 18 dello S.N., deve essere riportata nei riepiloghi inviati alla sezione e agli organi provinciali e regionali dall’Ufficio tesseramento della D.N, e comunque prima della diramazione dell’avviso di convocazione dell’assemblea . Partecipano a pieno titolo all’assemblea pre-congressuale i nuovi iscritti, anche se non in possesso di tessera, purché la loro iscrizione sia stata ratificata dagli organi previsti dallo Statuto entro i sessanta giorni precedenti il congresso nazionale. Possono partecipare all’assemblea e al Congresso, con il solo diritto all’elettorato passivo, anche gli iscritti la cui ratifica sia avvenuta successivamente ai sessanta giorni. 5) Elezione delegati Ogni sezione ha diritto di eleggere un delegato ogni 50 voti congressuali o frazione di esso. I voti congressuali spettanti a ciascuna sezione sono in primo luogo ripartiti in modo proporzionale ai voti raccolti da ciascuna delle liste presentate, sempre che alle stesse spetti un delegato. Qualora una lista di minoranza non conquisti un delegato non partecipa alla ripartizione dei voti. Se la sezione ha meno di 50 voti congressuali totali o frazione, essa può eleggere un delegato di minoranza qualora la mozione presentata raggiunga in assemblea almeno il 15% dei voti validi, in tale caso i voti congressuali saranno ripartiti proporzionalmente. Analogamente, se una sezione ha più di 50 voti congressuali e sono presenti una o più mozioni di minoranza, ciascuna di queste ottiene un delegato, oltre quello della maggioranza, se ciascuna mozione raggiunge il 15% dei voti validi. Anche in questo caso i voti congressuali saranno ripartiti tra le mozioni che ne hanno diritto con il metodo proporzionale.

6) Ripartizione voti congressuali tra delegati e numero massimo di deleghe All’interno di ciascuna lista quando ad essa spettino più delegati i voti congressuali spettanti alla sezione andranno ripartiti in parti uguali fra i delegati della stessa, con la possibile differenza di un’unità per arrotondamento. Le sezioni possono eleggere anche iscritti di altre sezioni ma della stessa federazione regionale. Ogni delegato non potrà ricevere più di cinque deleghe da sezioni della stessa Federazione regionale e non potrà superare i 300 voti congressuali. 7) Convocazione Assemblee di sezione Le assemblee di sezione dovranno essere convocate dal segretario o in caso di assenza o impedimento da un suo sostituto almeno cinque giorni prima della data prevista per l’assemblea. La convocazione dell’assemblea dovrà essere fatta per posta o anche per via telematica e dovrà contenere l’indicazione della sede della riunione, la data e l’ora di svolgimento e il numero dei gruppi aggregati. Prima delle votazioni l’assemblea stabilisce le modalità per l’elezione dei delegati all’interno di ciascuna lista presentata. 8) Estratto verbale e deleghe Un estratto verbale dell’assemblea, compilato utilizzando l’apposito modulo inviato dalla Direzione nazionale, o una sua copia deve essere fatto pervenire, anche via Fax, agli uffici della D.N. oppure potrà essere consegnato direttamente all’ufficio deleghe del congresso non oltre le ore 13 di sabato 26 ottobre 2013. L’estratto verbale, oltre a riportare la denominazione della sezione e degli eventuali gruppi associati che hanno partecipato all’assemblea dovrà contenere: la data di svolgimento dell’assemblea, il numero dei votanti e dei voti validi espressi, le liste presentate e i voti conseguiti, i nomi dei delegati effettivi e supplenti per ciascuna lista. Le deleghe devono essere singole e vanno intestate a ciascun delegato effettivo e contenere l’indicazione di un supplente. 9) Tessera di rappresentanza L’ufficio deleghe del congresso rilascia una tessera nominativa di rappresentanza per ciascun delegato contenente le cedole per le votazioni e l’indicazione dei voti congressuali spettanti al delegato. Per poter ritirare la tessera è necessario:

Recensione di Stefano Folli del libro di Giancarlo Tartaglia "Francesco Perri, dall'antifascismo alla Repubblica" di prossima uscita. La recensione è apparsa sul "Sole 24 Ore" del 18 agosto. La Storia non è fatta solo dai grandi personaggi. Soprattutto la storia politica di un popolo o di una nazione, è fatta di individui - magari poco noti che hanno offerto energie e ideali alla causa comune. Studiare queste vicende, solo in apparenza minori, significa decifrare la chiave di lettura più profonda di un evento o di un'epoca. La battaglia per la Repubblica, ad esempio, fu tutto tranne che un itinerario lineare. E l'avvento di una nuova classe dirigente, nell'Italia che usciva dalla guerra civile, era il prodotto anche contraddittorio della mescolanza di cuore e ragione. Ecco allora che la biografia di Francesco Perri, un repubblicano intransigente che fu testimone e protagonista di anni intensi, dall'età giolittiana al fascismo, dalla lotta alla dittatura alla ricostruzione democratica, apre uno spaccato di eccezionale rilievo su sessant'anni almeno di storia italiana. L'osservatorio non è quello di un protagonista assoluto, bensì di un osservatore privilegiato, i cui ideali poggiavano su di una solida preparazione economica e sociale (Perri si era formato alla scuola di Einaudi) e la cui penna tagliente e colta era sempre in prima linea: dalle colonne dei fogli di polemica politica e soprattutto, quando le circostanze lo permisero, della "Voce Repubblicana". Si deve a Giancarlo Tartaglia, il direttore della Fnsi che da tempo, nel solco di Giovanni Spadolini, propone lavori di primo piano sulla storia del giornalismo e sulle vicende del movimento repubblicano, l'aver tratto Perri dal relativo oblìo in cui era calato. La biografia è un tassello che aiuta a ricostruire vari aspetti della lunga sfida per la democrazia nel nostro Paese, che si sarebbe voluta innovativa, pragmatica, senza aggettivi, aperta alle correnti più moderne del pensiero economico. Dopo tante traversie Perri si trovò a suo agio nel Pri di Ugo La Malfa. Il che non vuol dire che in Italia si fossero ormai affermati pienamente quegli ideali. L'opera di Tartaglia si giova dell'ampia prefazione di Roberto Balzani, uno dei più intelligenti fra i giovani storici, che spiega con chiarezza come i primi nemici di Perri fossero i fanatici e i populisti, agli antipodi di qualsiasi serio progetto riformatore. Allora come oggi.

a) che sia stato consegnato alla D.N. o all’ufficio deleghe nei termini previsti dal presente regolamento l’estratto verbale dell’assemblea e che lo stesso sia riconosciuto valido; b) che il delegato fornisca un documento di riconoscimento o che rappresentanti del PRI conoscenti ne attestino l’identità e si accerti la corrispondenza del nominativo indicato in verbale; c) che venga sottoscritto l’abbonamento al quotidiano del Partito “La Voce Repubblicana” ad un costo promozionale di euro 50,00; d) che venga versata la quota di partecipazione fissata dal Consiglio nazionale e che ammonta a 1 euro per ciascun voto congressuale rappresentato; e) in caso di assenza del delegato effettivo, il supplente designato potrà, sotto la sua responsabilità, svolgere tutte le operazioni previste dal presente regolamento. Le operazioni per la sostituzione del delegato effettivo dovranno concludersi entro le ore 12.00 di sabato 26 ottobre 2013; f) il congresso potrà autorizzare sino al limite che lo stesso stabilirà il trasferimento della tessera di rappresentanza ad altro delegato, dopo che questa sia stata ritirata. 10) Commissione verifica poteri e ricorsi Una commissione formata da cinque rappresentanti nominati dal Congresso deciderà sui casi in contestazione e definirà, entro le ore ventidue del penultimo giorno del congresso (sabato), un Riepilogo conclusivo dei voti congressuali, suddiviso per regioni, in base al quale sarà consegnata a ciascun delegato la tessera definitiva di rappresentanza. La commissione coordinerà il rilascio delle deleghe e presiederà alle operazioni di scrutinio. Eventuali ricorsi relativi al solo calcolo dei voti congressuali della Commissione dovranno essere inoltrati per iscritto all’Ufficio di presidenza del Congresso prima che abbiano inizio le operazioni di voto, che assumerà le determinazioni conseguenti. 11) Ufficio di presidenza del congresso Un ufficio di presidenza presiederà i lavori e curerà lo svolgimento dell’O.d.g deliberato dal C.N. del 21 settembre 2013 e l’ordine degli interventi e deciderà se sottoporre alle valutazioni del Congresso gli eventuali ricorsi presentati alla Commissione verifica poteri. L’ufficio di presidenza redigerà un apposito verbale delle operazioni congressuali.


La Voce Repubblicana del 19 settembre 2013  

Quotidiano del Partito Repubblicano Italiano - n. 179 di giovedì 19 settembre 2013

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