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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 221 - MARTEDI 19 NOVEMBRE 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

TUTTO IN SEI MESI

Un bilancio amaro per il governo

E’

pur vero quanto detto dal ministro degli Interni, nonché vice premier, Angelino Alfano, e cioè che un governo non si giudica in soli sei mesi: però era difficile immaginare i tanti pasticci in cui il suo governo è inciampato in un così ridotto arco di tempo. Sorvoliamo sul penoso caso del ministro Idem, che non pagava la tassa sulla prima abitazione mentre si discuteva sull’Imu, e arriviamo davanti all’incidente kazaco. Il caso Shalabayeva pesa interamente sullo stesso Alfano, e non solo perché il ministro si è mostrato per lo meno incapace di leggere una vicenda tanto particolare, ma per l’aver smentito le forze di polizia che l’hanno condotta. Se nel governo Letta gli errori li pagano i funzionari e non i ministri, a che servono i ministri? Per non parlare della ricaduta sulla credibilità dell’operato delle forze dell’ordine dovuta ai “non sapevo” del ministro degli Interni. Altri due mesi e arriviamo al caso Ligresti che ha coinvolto il ministro Cancellieri. Il ministro Guardasigilli ha cercato di far apparire davanti alle Camere le sue relazioni con la famiglia Ligresti come dovute ad un interessamento legato alla sua funzione istituzionale e non viziate dai rapporti personali che riguardano lei stessa, il marito e suo figlio. La difesa del ministro Cancellieri in Aula ci era parsa peggiore di quella tenuta a suo tempo da Alfano, e le circostanze erano molto più gravi. Alfano non aveva implicazioni personali nella vicenda kazaca: il ministro degli Interni si è ritagliato una figura non troppo simpatica, quella dell’inconsapevole. Il ministro Cancellieri invece prendeva per “fessi” noi. Solo che la sceneggiata non ha retto, sono emerse nuove conversazioni telefoniche e a questo punto non c’è più solo Renzi a dire che il mini-

Dimissioni obbligate Telefonate inopportune da parte del ministro della Giustizia

La nube Cancellieri oscura Letta S

stro si deve dimettere, ma tutto il Pd. Ci sembra molto difficile che Letta possa salvare il ministro della Giustizia, dopo esser riuscito a salvare per il rotto della cuffia il ministro degli Interni. Se il governo pensa che una casistica di questo genere non sia compromettente a livello internazionale, si illude. Comunque vada a finire, il prestigio della compagine ministeriale è sotto i tacchi. Non si tratta solo di prestigio visto che ora è giunta la solenne bocciatura della Commissione europea alla legge di Stabilità. Si potrebbe anche porre rimedio, ma la risposta del governo alla Commissione europea fa perdere ogni speranza. Prima si nega che ci sia una bocciatura e già questo fa ridere, poi il ministro dell’Economia Saccomanni dice che Bruxelles si è limitata a contemplare il dispositivo scritto e non le magnifiche idee che stanno nella sua testa, rimprovero che il ministro dell’Economia nuove oramai a tutti gli istituti che - dall’Istat, ai centri studi di Confcommercio smentiscono i dati del governo. Solo che questa volta si tratta della stessa Commissione e sarebbe compito del governo convincerla e non polemizzarci. Poi c’è stata la replica di Letta, che ha detto che di solo rigore si muore, e questo smentisce Saccomanni. Infine l’ineffabile sottosegretario Fassina si è messo a spiegare che comunque la legge di stabilità verrà cambiata dal Parlamento. Tre posizioni inconciliabili, senza che chi le esprima si accorga della loro inconciliabilità - o più probabilmente se ne infischia. Tutto questo in soli sei mesi. Figurarsi cosa saranno capaci di fare nei prossimi sei, se mai li avranno a disposizione.

econdo fonti del governo italiano il ministro Cancellieri potrebbe dimettersi prima del voto sulla mozione di sfiducia di mercoledì in Parlamento. Anche Mario Monti che, da premier, scelse la Cancellieri come ministro dell’Interno, ha riconosciuto che “alcune telefonate sono state inopportune fatte da parte di un ministro”. D’Alema difende il ministro: “La Cancellieri non ha fatto nulla di scorretto, semmai è ille-

gale la pubblicazione dei tabulati di telefonate private tra lei e altre persone non indagate”. Tuttavia anche l’ex leader del Pds riconosce come “evidente che c’è un problema delicato che la procura di Torino ha il dovere di chiarire al più presto. Se riterranno atto dovuto mettere sotto accusa il ministro della Giustizia, si crea un problema di opportunità. Questa novità cambierebbe lo scenario e richiederebbe al ministro Cancellieri un atto di

responsabilità”. Nel Pd il sostegno al ministro è oramai agli sgoccioli. Dopo gli attacchi di Renzi anche quelli di Civati; “un ministro della Giustizia non può mettersi a disposizione di chi è coinvolto pesantemente in una vicenda giudiziaria, anche se con lui o con la sua famiglia intrattiene rapporti di amicizia antichissimi”. A Forza Italia se la ridono: per molto meno a Berlusconi sono stati comminati sette anni. Gasparri al Tg di Sky.

A 75 anni dalle leggi razziali

Ad Auschwitz per imparare la lezione della storia Discorso di Spadolini del 27 gennaio 1994 in occasione della visita ai campi di sterminio

A

uschwitz è il simbolo più eloquente della tragedia del razzismo. Simboleggia l’evento più oscuro, più crudele, più incomprensibile della storia. E’ il prodotto di una volontà perversa determinata a umiliare, a perseguitare, a sterminare un intero popolo: una guerra senza quartiere volta a cancellare dal pianeta il popolo ebraico. “Per questi crimini – scrisse Hannah Arendt in una lettera del 1946 a Karl Jaspers - , non esiste una punizione adeguata. Questo tipo di colpa va bene al di là e distrugge ogni sistema di legge e di giustizia. E così come questa colpa è inumana, ineguale misura le vittime sono innocenti. Nessun essere umano potrebbe mai essere tanto innocente quanto le vittime che si trovarono di fronte alle camere a gas. Questo tipo di colpa va oltre qualunque crimine”. Non sarà mai possibile comprendere fino in fondo le radici di un odio tanto selvaggio e di una crudeltà così spietatamente sottratta a una qualunque luce di umanità. Ma il nostro problema, oggi, non è quello di capire. E’, in primo luogo, quello di conoscere e di far conoscere l’aberrazione della mente nota come “soluzione finale”. Un’operazione sistematica

che è stata ampiamente documentata e che non è possibile sminuire attraverso le cosiddette teorie “negazioniste”, le teorie, cioè, di coloro che negano la stessa esistenza dei lager. Alla presunta scientificità di queste teorie dobbiamo riservare l’attenzione che esse meritano: cioè nessuna. Il nostro dovere è trarre insegnamento da quanto accadde, nelle città e nei villaggi d’Europa, cinquanta anni fa, nei ghetti e nelle prigioni e nei campi di sterminio, per evitare che l’umanità conosca ancora una volta simili tragedie. E il nostro impegno assume un significato particolare nel momento in cui tornano a risuonare parole e slogan sinistri, che credevamo sepolti insieme con i loro propugnatori. Parole come “pulizia etnica”, tornate ad echeggiare in Bosnia in questi giorni crudeli e alle quali riserviamo tutta la nostra condanna ed esecrazione. Pensavamo che il razzismo come elemento della politica di governo fosse caduto largamente in discredito dopo la seconda guerra mondiale. Perfino il tramonto dell’“apartheid” e dell’“Afrikanerdom”, impostato non senza difficoltà e sacrifici dagli uomini di buona

volontà del Sudafrica, ci induceva ad essere ottimisti. Ci induceva a ritenere che i propositi razzisti si avviassero ad essere ripudiati ovunque. Così non è stato. Il virus del razzismo, l’aberrante idea che l’aspetto esteriore sia associato alla vera moralità e agli ideali in campo estetico, ha ripreso a serpeggiare in Europa. E dobbiamo fare i conti con una realtà che ci dimostra ogni giorno come il razzismo rappresenti un movimento di tale potenza e influenza da lasciare la sua impronta e le sue ferite sulla storia per molte generazioni. Di fronte a questa realtà le parole non bastano più. Non è possibile rimanere inerti ed assistere passivamente al tormento di individui la cui unica colpa consiste nell’essere diversi. Serve una rinnovata e forte volontà politica, e quindi nuovi strumenti giuridici capaci di recepirla. Occorre mobilitare le nostre migliori risorse umane e intellettuali in vista di organizzare uno statuto giuridico generale della comunità internazionale, volto ad individuare e reprimere qualunque forma persecutoria fondata sulla differenza di razza.

Governo, non conquista del potere Definire il vero compito dei repubblicani

Il problema di questa Italia nel caos politico di Widmer Valbonesi

N

on ho mai visto una scissione come quella che ha investito la destra italiana con tanto bon ton dei leaders, dopo che per settimane sui mass media erano rimbalzati insulti e reciproche accuse di tradimento, di anteporre gli interessi personali a quelli del paese, di essere degli ingrati e di essere solo degli egoisti attaccati alla conservazione delle poltrone etc. etc. L’invito di Berlusconi ai falchi di non essere insolenti verso il futuro alleato Alfano - e le dichiarazioni di amore di Alfano verso il secondo padre, Berlusconi - liquidano sul nascere le speranze che questa possa essere, come dice Eugenio Scalfari, la nuova destra moderata capace di modernizzare il paese. A me sembra piuttosto un’operazione tattica tesa a recuperare una parte dei moderati che avevano premiato Monti e a riportare a casa verso destra Casini che non poteva rientrare direttamente in un partito egemonizzato da Berlusconi. Un’operazione che se non porterà alla democrazia cristiana di vecchia memoria, perché non c’è il sistema proporzionale, riproporrà nella coalizione la logica pluralista e di sottopotere che nelle correnti democristiane si esprimeva col manuale Cencelli nella distribuzione del potere (ma comunque tutti uniti alle elezioni nell’affrontare la sinistra del paese). Si illude chi pensa che il raggruppamento di Alfano possa essere la sponda moderata della destra che consenta al PD di essere la parte socialista e di sinistra di un nuovo centro sinistra. E’ la risposta tattica abilmente giocata affinché Renzi non penetri in quell’elettorato tradizionalmente moderato e che si ispira al popolarismo europeo e lo confina a rincorrere quell’elettorato di sinistra che è minoritario nel paese e che in larga parte è di ispirazione socialista europea - che non è esattamente l’area culturale in cui si è allevato e cresciuto Matteo Renzi. Le elezioni europee costringeranno le forze politiche a schierarsi, anche perché l’Europa politica che tutti dicono sia necessaria per correggere i limiti e le storture di una Europa solo mometaria dominata dalla Germania, richiede un sistema politico che corrisponda al quadro europeo. La destra nella vecchia e nuova versione di FI e il nuovo partito di Alfano aderiscono con chiarezza all’Internazionale Popolare Europea, mentre il PD rimane un ibrido, un meticciato di culture senza identità che nel momento della scelta socialista o della non scelta, si spaccherà ulteriormente. Le ambizioni di Renzi lo portano a marcare giornalmente i distinguo dal governo Letta, pur con la cautela necessaria a non provocare un’irritazione in coloro che sono indecisi nella corsa alla segreteria

del PD, ma è evidente che una segreteria Renzi che si concretizzasse in un mantenimento delle larghe intese paralizzanti, le larghe intese dei rinvii e dei compromessi, minerebbe alla radice l’immagine dell’innovatore con cui Renzi affabula la gente. Una resa dei conti in casa PD fra Renzi e Letta favorirebbe il centro- destra che ha bisogno di tempo relativo per preparare la successione a Berlusconi ma che nella conquista del potere, frutto della debolezza suicida della sinistra, potrebbe ricementare le ambizioni di tutti in un’alleanza ampia del moderatume italico fatto di assistenzialismo caritativo, di evasione fiscale, di istituzioni burocratiche, di un capitalismo incapace, di speculazioni finanziare tollerate, di intreccio pervasivo fra politica e affari. Quindi il futuro ci riserva questa deriva moderata, l’incapacità della sinistra senza un’identità e un populismo di protesta senza speranza alla Beppe Grillo. Povera Italia, Povera Europa, povere speranze di giovani disoccupati od emigrati all’estero, povere speranze di imprenditori che vogliono competere potendo disporre di servizi e di un sistema paese moderni, povera giustizia che rimarrà terreno di scontro e di rivalsa fra opposte fazioni politiche e non il saldo baluardo a garanzia dello stato di diritto, poveri ricercatori, studenti, professori, povere innovazioni che saranno le prime a pagare le conseguenze delle logiche di potere corporative. A meno che non si sveglino le coscienze repubblicane, liberal-democratiche , laiche, quelle capaci di lanciare il messaggio delle idee nuove, della modernità del taglio agli sprechi dei santuari del potere clientelare bipolare, per investire nelle riforme di un sistema politico ed istituzionale che sia un confronto sulla cultura di governo di un paese e non un trattato di tattica militare sulla conquista del potere. E’ questa la missione di un progetto liberal-democratico pensato e diretto da veri democratici e liberali, repubblicani e non dal meticciato del riformismo che ha prodotto quell’aborto senza identità che è il PD o quel coacervo di interessi assistenziali corporativi che è il centro destra in tutte le salse e versioni che ogni tanto cercano di appropriarsi della cultura liberal-democratica per vantare una nobiltà di intenti resa poi inutile dalla pratica e dall’influenza negativa delle loto radici. Bisogna crederci tutti, azzerare le divisioni e stringerci tutti con un gruppo dirigente che voglia portare verso questo sbocco moderno il paese. Ce la possiamo fare se siamo disposti ad investire su un progetto chiaro, su dei giovani decisi e sulla saggezza dei più vecchi che possono aiutare un percorso senza interferire con le divisioni del passato.

La strega cattiva

Vendola si è specchiato in se stesso

“P

ossiamo dire che la sinistra con le sue élite intellettuali e i suoi gruppi dirigenti in questi anni è riuscita ad apparire veramente antipatica”, Ritanna Armeni, una gioventù in “Potere Operaio”, scrive su “Il Foglio” del 18 novembre che oramai l’immagine che la sinistra ha costruito di sé e quella con la quale viene identificata fa acqua da tutte le parti. La sinistra per la sua immagine è ritenuta semplicemente “imbrogliona, bugiarda, ipocrita”. Non che l’immagine debba poi corrispondere integralmente alla realtà, ma, quale che sia la realtà, quella immagine prevale. “I progressisti – così si pensa, scrive Armeni – parlano dei poveri ma vivono da ricchi. Propongono di abolire il privilegio, ma sono privilegiati. Vogliono essere vicini al popolo, ma non lo conoscono”. L’esempio fondamentale proviene dalla Francia, dove Marine Le Pen e il suo Front National hanno svuotato le riserve elettorali del partito socialista. Nella società francese i socialisti occupano la parte “alta”, che guarda al “basso” e cerca di evitare ogni possibile contatto tanto che la patria della “gauche” è diventata la patria del “radical chic”. L’incidente che ha coinvolto Strauss Kahn è esemplare a riguardo: un potente seduce una cameriera di albergo e vorrebbe pagarne il silenzio, e non si tratta di un capitalista, ma di un compagno. Ritanna Armeni poi è di Brindisi, non ha bisogno di recarsi in Francia per capire cosa diamine è successo alla sinistra, basta dare un’occhiata alla vicina Bari. Lì c’è un leader costretto a scusarsi, letteralmente, con il suo popolo. Il governatore della Puglia, il capo di Sel, si è reso contro che al telefono con Archinà, portavoce dei Riva dell’acciaieria di Taranto, aveva “un tono di indecente intrinsechezza, una intimità un po’ oscena fra potenti, alle spalle di un giornalista rompicoglioni”. Testuale. E visto che Vendola ha “sempre predicato e trasmesso valori rovesciati rispetto a quell’immagine” si è accorto che quella stessa gli è esplosa contro con incredibile fragore. “Ora mi vergogno profondamente”, dice Vendola e forse queste sono parole oneste, tanto da chiedere che gli venga concesso un periodo di astensione e di raccoglimento, per “il senso di futilità e di doppiezza morale che quelle risate pastose e servili hanno gettato su ciò che penso o pensavo di essere”. Questo è il bello della vicenda: Vendola finalmente si è specchiato in se stesso, non quello che si mostra in pubblico ma quello che è in privato e non si è piaciuto. Tanto da sentirsi oppresso e al punto di non sapere se riuscirà a cancellare quanto fatto per riprendere il suo posto nelle fila della sinistra. Vorremmo tranquillizzarlo. Magari ci metterà un po’ di tempo ad accettarlo, ma sicuramente presto vi riuscirà. In fondo può contare di trovarsi in ottima compagnia.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 19 novembre 2013

economia

Giornalaio di Carter Gesti folli: nessuno ne è escluso, neppure la Francia. Ieri un tipo entra a Libération e ferisce gravemente un uomo

Parigi, è caccia aperta. Ma a chi?

N

otizia che riguarda un giornale ma forse anche il giornalaio. Soprattutto le edicole francesi. Speriamo che fatti simili non avvengano anche da noi. Comunque: Mattinata di paura a Parigi. Prima nella sede del giornale Libération dove un uomo ha sparato due colpi, lasciando gravemente ferito a terra un giovane fotografo. Poi davanti alla sede della banca Societé Generale alla Defense, il quartiere degli affari di Parigi. E mentre la capitale francese è in allerta, con la polizia dispiegata sotto le sedi dei principali media, le prime informazioni - secondo un identikit - indicherebbero che a sparare sarebbe stata la stessa persona. “Se i giornali e i media devono diventare dei bunker, significa che qualcosa non sta andando per il verso giusto nella nostra società”, commenta Nicolas Demorand, direttore di Libération, dopo la drammatica mattina in redazione. Venerdì scorso un episodio apparentemente insignificante, ma che potrebbe rivelarsi invece il primo minaccioso avvertimento: un uomo armato, entrato nella sede di BFM TV, aveva minacciato un giornalista, poi aveva espulso due cartucce dal fucile a pompa, aggiungendo “la prossima volta non mancherò il colpo”. La polizia sta cercando di capire se c’è un legame con gli episodi di ieri, quando un uomo - sempre armato di fucile a pompa - è entrato

nella hall del quotidiano Libération. L’usciere di guardia si è riparato dietro il bancone, ma nulla ha potuto un ventisettenne assistente di un fotografo del supplemento Next, rimasto a terra dopo essere stato raggiunto all’addome e al torace (non sappiamo se sia in realtà maschio o femmina). I primi soccorsi, mentre lo sconosciuto riusciva a fuggire senza lasciare tracce, sono arrivati dai colleghi del giornale, terrorizzati. In pochi minuti è arrivata l’ambulanza, il giovane è stato curato sul posto ma subito dopo trasferito in ospedale, in prognosi riservata. Si sa che le sue condizioni sono gravi. Il Prefetto Bernard Boucault, subito sul posto, Non solo negli Usa ha ordinato l’immediato dispiegaogni tanto esce fuori mento di pattuglie di polizia con il pazzoide che si giubbetti antiproiettile davanti alle mette a sparare nel sedi dei principali media di Parigi. In mucchio. L'ultimo tarda mattinata si sono avuti spari fatto che è accaduto anche davanti alla sede della banca in Francia Societé Generale alla Defense, il quartiere degli affari di Parigi: un nuovo episodio che non avrebbe causato feriti e il cui autore - secondo i primi identikit della polizia - sarebbe lo stesso di Libération. Le Parisien, le Monde, les Echos, le Figaro e Europe 1 sono le prime redazioni ad aver visto le auto della polizia arrivare per una rigida protezione armata. “Catturare chi ha sparato”, ordina Hollande...Vedremo, vedranno di accontentarlo. E poi Libération, Libé, simbolo stesso della sinistra...

Intervista di Lanfranco Palazzolo Massimo Battaglia, segretario Federazione Confsal-Unsa, racconta cosa pensa dell’operato del premier Enrico Letta

Un sit-in davanti alla Camera

I

dipendenti pubblici vogliono lo sblocco dei loro contratti. La crisi non può gravare solo sulle spalle dei lavoratori pubblici. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Massimo Battaglia, segretario della Federazione Confsal-Unsa. Massimo Battaglia oggi scenderete in piazza per tutelare i dipendenti pubblici. Ci spiega cosa chiedete? “Questa mattina, la Federazione "La legge di stabilità Confsal-Unsa terrà un sit-in insieme ai aggrava, invece lavoratori pubblici davanti alla che risolvere, Camera dei Deputati, per chiedere al la grave condizione Parlamento di eliminare la norma dei dipendenti nella Legge di stabilità che proroga il pubblici sulla blocco dei contratti al 31/12/2014, trosoglia di povertà” vando la copertura finanziaria negli sprechi della spesa pubblica. Come rappresentante sindacale parlerò tra le 10.30 e le 11.00 per difendere gli interessi degli iscritti che rappresentiamo come sindacato. La legge di stabilità aggrava, invece che risolvere, la drammatica condizione dei dipendenti pubblici che patiscono ancora il blocco del contratto e il blocco dello stipendio che sta impoverendo fino alla soglia di povertà

le loro famiglie. Questa legge ribadisce il blocco dello stipendio, il blocco del salario accessorio e prevede l’ulteriore rateizzazione della liquidazione. Ma ciò che è ancor più intollerabile è la determinazione dell’indennità di vacanza contrattuale per gli anni 2015-2017 cosa che fa intendere la chiara volontà politica di non procedere alla riapertura dei contratti fino al 2017”. Cosa denunciate al Parlamento e cosa chiedete che cambi per migliorare le condizioni dei dipendenti della pubblica amministrazione e dei lavoratori che difendente? “Il sindacato denuncia che il blocco del contratto, scaduto dal 31 dicembre 2009, unito al blocco dello stipendio, sarebbe costato finora più di 6 mila euro netti ad ogni lavoratore pubblico. Parallelamente, le tasse sono aumentate e l’inflazione ha corroso il potere d’acquisto della busta paga. Così, interi nuclei di dipendenti pubblici sarebbero sulla soglia di povertà”. Qual è la ragione che vi ha spinto a scendere i piazza davanti al Parlamento? “Scendiamo in piazza per rivendicare il rispetto dovuto a una categoria che giornalmente, anche senza risorse adeguate per il personale e per la strumentazione, fa funzionare tra mille difficoltà la macchina pubblica, erogando i servizi a cittadini e imprese e per protestare contro il trattamento persecutorio che da anni viene rivolto ad ogni Finanziaria, da tutti i governi, nei confronti dei dipendenti pubblici”. In un comunicato di qualche settimana fa lei ha utilizzato dei toni molto duri nei confronti del Presidente del Consiglio Enrico Letta. Cosa aveva detto in quella circostanza? “Il governo Letta, sostenuto da un ampio arco parlamentare, sta uccidendo i lavoratori pubblici. Spero di cambiare opinione nei prossimi giorni”.

CRISI, GLI ITALIANI

fatti e fattacci

L

a Lega Nord delle ampolle contro i maghi. La Chiesa cattolica non ha mai tollerato gli indovini, i maghi e i fattucchieri. Non è una novità. Ma è sorprendente che una forza politica, che ha fatto della mitologia politica un suo punto di forza, si scagli contro questi maghi. La Lega Nord, forza politica che ha caratterizzato la sua storia con la logica delle ampolle del fiume po’, vuole un giro di vite contro questi maghi, assumendo una posizione molto più dura della Chiesa cattolica. Il recente “Nuovo Catechismo”, approvato dal Concilio Vaticano II, si pronuncia sulla materia della magia, dedicandogli un apposito paragrafo peraltro molto breve, segno che tali problemi non sono certo in cima ai pensieri e alle preoccupazioni della Chiesa intitolato “Divinazione e magia”. Da una attenta lettura di queste “norme” si evince con tutta chiarezza che non c’è assolutamente nulla contro e per vietare il ritrovamento per amore e attraverso la messaggistica spirituale e per via paranormale i propri cari scomparsi. Quello di cui parla la Chiesa, nell’esercizio del proprio Magistero, per mettere in guardia i fedeli sono soltanto: a) la divinazione, cioè le pratiche per voler conoscere il futuro; b) la magia, cioè il ricorso a potenze soprannaturali, preternaturali e, comunque, sovrumane fatto allo scopo di ottenerne un potere non naturale, fosse anche a

RISPARMIANO SUL CIBO:

-2 MILIARDI DI SPESA

fin di bene. Insomma, la Chiesa non vuole che i maghi si sostituiscano a Dio. In questi giorni, la Lega a presentare un disegno di legge del senatore Giacomo Stucchi, presidente del Copasir e una proposta di legge del suo collega alla Camera Caparini. In queste iniziative, la Lega propone di colpire maghi, streghe, indovini e venditori di prodotti miracolosi che veicolano attraverso la tv ed ora anche il web il loro catalogo di sogni, guarigioni miracolosi e illusioni pagate a caro prezzo sono ormai “un esercito”, denuncia l’esponente del Carroccio, che li accusa di truffare persone “facilmente suggestionabili e inclini alle superstizioni, facendo leva sulle loro debolezze, le loro paure, i loro sentimenti personali e religiosi”. Gli strumenti previsti dal codice per contrastarli, sottolinea Stucchi, sono ormai inefficaci. E’ indispensabile inasprire le pene. L’ammenda prevista per questi comportamenti illeciti deve salire: da 50mila a 250mila euro. Ma se l’abuso della credulità è riferito al sentimento religioso, la multa come per “magia”, raddoppia, passando a 500mila euro. Se poi alla pressione psicologica si aggiunge l’intimidazione, allora per i ciarlatani scatta la pena detentiva da 2 a 5 anni. Inoltre, una condanna di questo tipo comporterebbe anche l’interdizione perpetua dall’esercizio di attività commerciali e promozionali, pubbliche e private, e dalla partecipazione a qualsiasi tipo di società.

SUGLI ALIMENTARI

Meno merendine e bibite gassate e più dolci fatti in casa: gli italiani, secondo uno studio di Unioncamere, risparmiano sul cibo e hanno ridotto la spesa di due miliardi l’anno. Nel 2013 la spesa alimentare dovrebbe tornare ai livelli degli anni Sessanta mentre nel 2014 è attesa una stabilizzazione dei consumi. Sei anni di crisi, secondo l’indagine dell’Indis, Istituto dell’Unioncamere specializzato nella distribuzione dei servizi, hanno cambiato le abitudini di consumo, rendendo gli italiani più cauti nella spesa e più attenti agli sprechi. Oggi, un italiano su due compra solo l’essenziale, acquista facendo ricorso a promozioni e offerte, riscoprendo il valore della cucina domestica e delle attività amatoriali di coltivazione e cura del verde. Uno su tre ha addirittura ridotto le quantità, cioè compra semplicemente di meno. L’insieme di queste strategie di risparmio permette alle famiglie italiane di ridurre la spesa alimentare di oltre 2 miliardi all’anno.

primo piano

E’

bello non aver dubbi nella testa, convinti che la ripresa sia vicina e che l’Italia abbia dato un contributo molto importante per salvare l’euro. Mica tutti i meriti vanno dati alla Germania. Solo al Fondo salva stati abbiamo elargito dieci volte la cifra data dalla Finlandia del signor Olli Rehn. E poi il consolidamento fiscale, voi non ve ne accorgete perché non capite niente, ma è un treno in corsa.Tempo una settimana e avremo anche il piano delle privatizzazioni. Sono 40 anni che non si ottiene un piffero, ma ora ci siamo: potremo risparmiare subito seicento milioni di euro, magari anche di più. E il recupero dall’evasione? Quei gonzi di Bruxelles mica ci hanno pensato al lavoro svolto dalla Guardia di Finanza. Del resto i ristoranti sono pieni.

&

a n a l i s i

Obamacare: una roba da comunisti

E

io licenzio. Anche l’amministrazione “democratica” di Barack Obama non ama il dissenso. E chi mette in discussione il verbo del Presidente degli Stati Uniti finisce davvero male. L’episodio che stiamo per raccontarvi è la spia di questa situazione. In questo periodo c’è molto nervosismo nell’amministrazione Obama e tra i democratici per la sequela di brutte figure che stanno inanellando i democratici con l’entrata in vigore zoppicante della riforma sanitaria. Ed a farne le spese è stato un funzionario che non aveva nessuna responsabiliLA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: 06/6833852. Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

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tà in merito ai rovesci dell’amministrazione Dem. Si tratta del povero William White, capo della commissione assicurazioni sanitarie del distretto della capitale, che è stato cacciato via senza troppi complimenti perché aveva osato criticare la clamorosa marcia indietro con cui Barack Obama è stato costretto a sospendere una delle parti principali della riforma, per frenare la cancellazione di milioni di polizze che gli americani con volevano che fossero cancellate. “La tempestica è quanto mai sospetta”, ha detto il funzionario raccontando di essere stato convocato dal vice sindaco, il democratico Vincent Gray, che gli comunicava la decisione di rimuoverlo appena 24 ore dopo aver diffuso una dichiarazione in cui criticava la decisione del presidente. “La decisione di oggi mina gli stessi obiettivi degli exchanges”, aveva detto il funzionario riferendosi al sito dell’Obamacare, che dal suo lancio ha registrato solo malfunzionamenti e migliaia di polemiche, e “minaccia la realizzazione di un nuovo mercato e rischia di portare ad un aumento dei premi per il 2014 ed oltre”. Questa vicenda tradisce una certa inquietudine nell’amministrazione Usa. Barack Obama è sempre più nella bufera. Lo sapevamo. Il disastro della sua riforma sanitaria lo sta travolgendo oltre le attese. E il clamoroso “mea culpa” pronunciato davanti agli americani (da molti giudicato tardivo) non solo rischia di tramutarsi in un boomerang, ma non è riuscito nemmeno a fermare la ‘rivolta’ all’interno del partito dello stesso presidente. La Camera dei rappresentanti ha infatti approvato un testo presentato dai repubblicani grazie al quale le compagnie di assicurazione potranno continuare a offrire, almeno per un anno, piani di copertura sanitaria che non rientrano negli standard della Obamacare. Una proposta che la Casa Bianca ha definito un vero e proprio “sabotaggio”. E lo è di sicuro. Nessuno è mai riuscito a dare una sanità pubblica decente agli Usa. Pensava di riuscirci Obama? Certo. Ma il sito lento, le soluzioni pachiderma hanno solo aggravato la situazione. Sabotaggio o non sabotaggio, la riforma punta di diamante della politica di Obama si è trasformata in una sorta di fal-

c o m m e n t i

limento politico oltre le aspettative. Questo significa che ormai ad Obama non resta che aspettare la fine del suo mandato come Presidente degli Stati Uniti. Il resto è solo retorica democratica. Mettiamoci pure la demenza irrazionale di certi filoni repubblicani ed otteniamo il resto.

Merkel, sbrigati a fare un governo

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a quando arriva il nuovo Governo tedesco? Angela Merkel ha perso tutta la sua sicurezza politica. Il nuovo governo tedesco, che era dato in arrivo già da due settimane resta ancora una chimera. La Spd ha compreso che per togliere dalla scena politica Angela Merkel deve logorarla in un negoziato politico molto lungo. I negoziati fra cristiano democratici e socialdemocratici per una grande coalizione in Germania vanno avanti senza sosta, inclusa la domenica, ma col tempo gli intoppi aumentano e il governo si allontana. Lo scenario che si presenta agli occhi dei tedeschi è quello dell’ingovernabilità e delle elezioni anticipate. Dopo che la Spd ha rialzato la posta ponendo come condizione, oltre al salario minimo, anche il doppio passaporto per gli stranieri nati nel paese, e strappato anche una quota ‘rosa’ nei vertici delle aziende, dalla Cdu della cancelliera Angela Merkel è arrivato un grande stop. Attenti a non tirare troppo la corda la Cdu “non è un fornitore di servizi”, ha messo in guardia il ministro dell’Ambiente, Peter Altmaier. La Spd deve “smetterla di inviare in continuazione ordini che deve poi pagare la gente in Germania”, perché nasca una coalizione serve realismo. Il leader Spd Sigmar Gabriel deve finirla di mettere “una linea rossa dopo l’altra”, ha detto la numero due Cdu, Julia Kloeckner, l’accordo deve essere buono per la Germania, non “un simbolo per la base Spd”, ha detto alludendo alla votazione sul programma di governo cui gli iscritti Spd dovranno pronunciarsi. Il vice capogruppo Cdu Michael Meister ha evoca-

to addirittura nuove elezioni se la base Spd boccerà l’accordo: “allora ci saranno nuove elezioni, la Spd lo deve sapere”. In tal caso però la colpa sarebbe loro non dell’Unione. Prima di ritornare al voto la Cdu-Csu tenterebbe comunque di riparlare con i Verdi. Altolà anche dalla bavarese Csu: “non possiamo ribaltare il risultato elettorale, vogliamo una grande coalizione e siamo pronti a compromessi ma non a rinunciare alla nostra sostanza”, ha sottolineato il leader Horst Seehofer. “Non è nostro compito vincere la consultazione nella Spd, non ci sarà “nessun accordo di governo socialdemocratico”, ha detto il segretario generale della Csu, Alexander Dobrindt. In questa sequenza di dichiarazioni manca la voce di Angela Merkel. Cosa pensa il cancelliere di quello che sta succedendo sotto i suoi occhi. E la Merkel è disposta a qualsiasi compromesso per riuscire a tornare ad essere la cancelliera di prima. Quello che è certo resta il dato che non vedremo più la cancelliera degli ultimi cinque anni. Una volta ripreso il potere, la Spd non farà più sconti alla leader della CDU-CSU. Il futuro della Germania e della Merkel è nelle mani di Giove. Molti europei possono tirare un sospiro di sollievo.

Chi o cosa potrà salvare Pechino?

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l socialismo e la salvezza cinese. Quando finirà il regime comunista cinese? E’ una domanda che si stanno ponendo in molti dopo l’ultimo Comitato centrale del partito. Nel paese si sente forse aria di rivolta contro il regime? E la risposta di una rivolta popolare arriva da una delle zone più calde della Cina. Senza esagerare... Tutto questo accade mentre il presidente cinese Xi Jinping ribadisce che “solo il socialismo può salvare la Cina” e “solo le riforme economiche e l’apertura possono far sviluppare il Paese, il socialismo e il marxismo”. Ma la storia del comunismo insegna l’esatto contrario. Regimi come questi riescono a reggere solo quando si chiudono all’esterno. Il leader cinese,

riporta l’agenzia Nuova Cina in un dispaccio diffuso a tarda notte, ha “spiegato” in un intervento il significato delle riforme decise nei giorni scorsi dal Comitato centrale comunista. Il comitato ha deciso di ammorbidire la politica del figlio unico, permettendo di avere due figli alle coppie uno dei cui componenti sia un figlio unico, e di abolire il sistema di rieducazione attraverso il lavoro. Inoltre, il massimo organo del Partito comunista ha annunciato una serie di riforme tese a rafforzare il ruolo del settore privato nell’economia, limitando lo strapotere delle imprese e della banche statali. Ma questi annunci, che ricordano la politica di socializzazione delle imprese di Mussolini nel 1945 non hanno sortito alcun effetto. E la cronaca parla chiaro. Undici persone sono rimaste uccise nell’attacco di una centrale di polizia nella regione nord occidentale cinese dello Xinjiang. Secondo quanto riporta “Radio Free Asia” nove uiguri “armati di coltelli, spade e falci” hanno assalito il posto di polizia di Bachu, uccidendo due agenti ausiliari, che non erano armati, prima di cercare di avanzare ed essere fermati dagli agenti che li hanno uccisi tutti. L’attacco è un nuovo episodio di violenze nella provincia dove vive una minoranza musulmana che rivendica l’indipendenza e dove nei mesi scorsi sono morte 21 persone in scontri tra forze di sicurezza e uiguri. E soprattutto dopo l’attento compiuto da tre uiguri che si sono fatti esplodere a bordo dell’auto in cui viaggiavano che hanno gettato contro la folla a piazza Tienanmen, uccidendo due persone. Gruppo etnico turcofono, gli otto milioni di uiguri rappresentano il 40% della popolazione della provincia occidentale cinese dello Xinjiang. “Chiaramente qualcosa non funziona con le politiche nella regione”, commenta Dru Gladney, studioso americano, autore di vari libri sullo Xinjiang. Il governo di Pechino, aggiunge, “ha compiuto enormi sforzi” per reprimere le rivolte fra gli uiguri, da quando una sommossa a Urumqi, capitale dello Xinjiang, provocò 20 morti e 1600 feriti nel 2009. Ora lo spettro degli attentati terroristici ritorna proprio mentre si avverte di più il clima di sfiducia nei confronti del regime comunista cinese.


terza pagina-archivio della settimana

Martedì 19 novembre 2013

Lessing, Nobel che fa la spesa

L’

11 ottobre 2007 Doris Lessing (per l’anagrafe Doris X Taylor) ricevette il premio Nobel. La notizia arrivò alla sua agenzia in tarda mattinata, quando lei era a fare la spesa. Cellulare, come al solito, spento. Così, quando tornò alla sua casa di Hampstead, carica di frutta e carciofi, trovò una folla di giornalisti ad aspettarla, e lo seppe da loro. “Cristo!” le scappò detto. E subito dopo: “Erano trent’anni che lo aspettavo. Ho vinto tutti i premi che ci sono, tutti i dannati premi. Mi mancava solo quello”. Le chiesero

se non ritenesse di dover rifiutare per ragioni politiche. Rispose, candidamente: “Non ci avevo pensato. Dovrei? Beh, ci penserò seriamente, va bene?”. L’ho intervistata quattro o cinque volte, ma una Doris Lessing così informale non mi è mai capitato di vederla. Anche se sospettavo fortemente che esistesse perché ho letto quasi tutti i libri dell’autrice morta ieri nella sua casa di Londra, a 94 anni. Da L’erba canta (1950) al famoso Taccuino d’oro (1962): ne sapeva decisamente troppo della vita quotidiana delle donne per non averla vissuta. Col manoscritto di L’erba canta aveva lasciato nel ‘49 la Rhodesia del Sud (oggi Zimbabwe), cacciata per essere comunista e dunque contro l’apartheid in quel Paese e in Sudafrica. Era cresciuta lì e ci aveva vissuto quasi trent’anni. Infatti, nell’intera esistenza e opera, l’amore per l’Africa non è mai venuto meno. Si veda anche il tardivo Il sogno più dolce (2002), un inno sia all’Africa, benché a suo avviso morente per corruzione, sia all’anticomunismo, con tutto il livore di una “ex”. Il romanzo è anche un’implacabile descrizione del “maschio comunista: “So quel che dico, ne ho sposato uno”, aggiunse per essere più convincente. Tornando a L’erba canta, il libro narra di una donna bianca che in pieno regime segregazionista osa amare un domestico nero. Ne Il taccuino d’oro invece (ma in mezzo ce ne sono molti altri) parla, con enorme anticipo rispetto alla realtà italiana, di donne intelligenti, anzi intellettuali, (benché lei detestasse il termine) e autoconsapevoli, logorate da una fatica quotidiana che restava, malgrado i tempi, invisibile agli occhi padronali dei maschi, per i quali non aveva valore. Come avveniva per gli schiavi una volta. Quel libro fece presto a diventare la bibbia delle femministe di tutto il mondo. E la chiave in cui fu letto indispettì enormemente la sua autrice. Nell’82 dichiarò al New York Times: “Quello che le femministe vogliono da me è qualcosa che loro non hanno preso in considerazione perché proviene dalla religione. Vorrebbero potermi dire: “sorella, starò al tuo fianco il giorno che quegli uomini bestiali non ci saranno più”. Con rammarico sono arrivata a questa conclusione”. Di questo atteggiamento posso testimoniare, e in prima persona. La intervistai per la prima volta nell’83, e mi presentai a casa sua come se effettivamente stessi per conoscere una “sorella”. Avrei dovuto sospettare che qualcosa non funzionasse quando il suo agente mi chiese se la Repubblica fosse un giornale femminista. Non sospettai nulla e mal me ne incolse. Alla trepidante domanda se non si ritenesse una scrittrice femminista, rispose con britannico gelo: “Almeno in questo Paese non sono considerata una scrittrice per sole donne”. Aggiunse, con disprezzo, che le femministe si erano autocastrate limitandosi ai discorsi fra loro. Dichiarando guerra agli uomini, disse, avevano perso una grande occasione per salvare il mondo. Eppure la motivazione del Nobel le riconosce il merito di avere sempre scritto dalla parte delle donne. Con ragione. La sua grandezza consiste infatti non solo nell’aver sempre messo a fuoco temi scottanti, controversi, trasgressivi, non conformisti, avveniristici se non addirittura profetici, ma nell’averlo sempre fatto dal punto di vista delle donne. Come quella di “femminista”, Doris Lessing ha sempre rifiutato qualunque altra etichetta politica, letteraria o culturale che, a suo parere, potesse in qualche modo restringere l’arco del suo amplissimo orizzonte immaginativo (per esempio, scrittrice di fantascienza quando lo è stata). Temi e problemi di ogni genere dell’ultimo secolo tumultuano fra le pagine dei cinquanta libri che ha prodotto nei suoi 94 anni

(era nata in Iran nel 1919), fino all’ultimo: Alfred e Emily, uscito nel 2008 e dedicato ai suoi genitori. È difficile immaginare qualche tema culturalmente scandaloso di cui non abbia scritto: comunismo, anticomunismo, futuro, Aftica, realismo, fantascienza, rapporto razionale-irrazionale, libertà interiore. Ha scritto dello “scandaloso” amore di una donna avanti negli anni con uomo più giovane (Amare, ancora, 1996), di una terrorista in realtà ridotta a fare l’”angelo del ciclostile” per i terroristi maschi (La brava terrorista, 1985), di un mondo in cui l’azione si svolge nella dimensione del sogno mentre quella tangibile e tradizionale è secondaria e per giunta orribile (Mara e Dunn, 1999, con un seguito nel 2005). Ha narrato di mostri distruttivi, inspiegabilmente e irreparabilmente presenti nelle nostre “buone” famiglie (Il quinto figlio, 1988) ha scritto di Africaprima e dopo la decolonizzazione, ha fatto denunce sociali, ha esplorato il concetto di libertà (Le prigioni che abbiamo dentro, cinque lezioni sulla libertà, 1986). Ha perfino saputo prendersi gioco dei critici letterari scrivendo due libri, (il diario di Jane Somers, 1983, malinconica e realistica storia di decadenza e vecchiaia, naturalmente al femminile, e Se gioventù sapesse, 1984) con pseudonimo di Jane Somers, che nessuno ha riconosciuto. Non solo: ma i testi sono stati stroncati. Ebbe a dirmi, ancora, che gli scrittori sono dei contatori Geiger della cultura. Lei certamente lo è stata. Nell’introduzione al “fantascientifico” Shikasta (1979) scrive: “Credo sia possibile (e non solo per i romanzieri) inserire la spina in una sorta di Uhr-mente, o mente superiore, o inconscio o quant’altro, e questo spiega un gran numero di “coincidenze” e “avvenimenti improbabili””. In realtà, questa oscillazione tra realistico e fantastico si inserisce perfettamente in una grande tradizione inglese che, se peri il realismo (femminile) può far capo a Jane Austen, per il fantastico va indietro fino a Thomas More e alla sua Utopia, passando poi da Jonathan Swift, da H. G. Wells, da Aldous Huxley, dal George Orwell di 1984 e de La fattoria degli animali. I suoi precedenti vanno dunque ricercati in quel policromo fascio di luci che è la “narrativa ragionante” inglese, fatta di realismo e di immaginazione, di conversazione su fatti quotidiani e di opinioni, di satira mondi diversi, che magari sono qui e ora, paralleli e contemporanei al nostro. Varie volte le ho chiesto quale fosse la morale di questa o quella su afavola. Ogni volta mi ha risposto, indignata, di avere “semplicemente raccontato una storia”. Forse anche Aldous Huxley, a chi gli avesse chiesto se Brave New World avesse una sua morale, avrebbe risposto così. Laura Lilli, “la Repubblica”, 18 novembre 2013

Libertà, il pane dello scrittore

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ruman Capote ebbe l’idea di scrivere un romanzo meno romanzo del romanzo, cioè un racconto basato su una storia vera. Divenne un’idea dominante del tardo XX secolo e degli anni nostri. Nel corso della stesura di quel libro gli accadde d’innamorarsi di uno dei protagonisti, che erano due assassini. Più o meno indirettamente, egli, l’autore, entrò nella storia che stava raccontando. Ne divenne per necessità di cose, oltre che il regista, un attore. Quel libro celeberrimo e stupendo fu pubblicato nel 1965, è A sangue freddo, ed è il primo vero capitolo del genere oggi detto autofiction, qualcosa di diverso dalla semplice autobiografia. Capote aveva una piena consapevolezza di ciò che stava scrivendo, ossia di ciò che stava mutando rispetto al racconto (che egli voleva oggettivo) dei fatti. Questa premessa è per dire che in forma meno consapevole, ma ugualmente ricca di futuro, a Doris Lessing, scomparsa ieri all’età di 94 anni, era successa la stessa cosa scrivendo il suo libro più importante (non il più bello, che resta Il diario di Jane Somers): Il taccuino d’oro fin nel titolo annuncia la sua ambigua natura. C’è l’aspetto puramente narrativo e c’è quello diaristico, di registrazione d’un fatto realmente accaduto; ci sono i quattro taccuini, il nero, il rosso, il giallo e il blu, e c’è il sovrapporsi, l’intersecarsi dell’uno nell’altro, vale a dire dell’una zona d’esperienza con altra, tutt’affatto diversa, percezione; c’è insomma il romanzo di Doris Lessing e c’è il romanzo della protagonista Anna Wulff. Il taccuino d’oro è un libro del 1962, siamo negli anni delle avanguardie europee e americane, l’Inghilterra rimane un mondo a sé, un mondo separato, eppure Il taccuino d’oro, che nella forma apparente si inscrive nella storia del

romanzo anglosassone tradizionale, di fatto è un libro radicalmente nuovo. La novità fu intesa tutta dalla parte dei ‘contenuti’: il femminismo primo tra gli altri, l’omosessualità poi, e quindi il comunismo (Lessing era stata una militante comunista), la psicoanalisi, la nevrosi, l’engagement come valore in sé e come cura della nevrosi stessa. Ma in quanto a contenuti e a temi, se a essi ci richiamiamo per uno sguardo d’insieme a un’opera monumentale, il mondo di Doris Lessing è straordinariamente ricco. Ciò che oggi più di prima colpisce sono gli esordi. La maggior parte degli scrittori contemporanei di rango sono nati in un Paese e scrivono vivendo in un altro Paese, spesso utilizzando una lingua che non è quella nativa. Lessing era nata nel 1919 in Iran, ma fino ai suoi trent’anni visse nella Rhodesia meridionale, oggi Zimbabwe. Nel 1949 si trasferì in Inghilterra, dove pubblico L’erba canta. Se si leggono i suoi primi romanzi, l’apertura d’orizzonte per una scrittrice così giovane resta ineguagliata, specie nel contesto della narrativa inglese degli anni Cinquanta. In questione c’è il rapporto uomo-donna, e tale rapporto rispetto alle istituzioni, prima fra tutte quella matrimoniale. Qui comincia la ribellione di Lessing come donna e come scrittrice. Di fronte a quei mariti smaniosi di avventure e di fuga, se alla fine non impugnassero il loro destino, alle donne non rimarrebbero che solitudine, meditazione e sofferenza. In Africa Lessing tornerà nei suoi anni tardi con scritti di viaggio e di riflessione sulla storia dei Paesi in cui aveva vissuto gli anni di gioventù. Scriverà anche un’autobiografia in due volumi, che è tutt’altro rispetto a quel vecchio romanzo, Il taccuino d’oro. E scriverà un libro di memorie, Mia madre, che della sua autobiografia è un capitolo a sé. Due libri bellissimi sono però La buona terrorista (che vinse il Mondello nel 1987, quando era un vero premio), una risposta sia agli anni di terrorismo in Europa sia ai suoi di militante politica. Guido Almansi notava come l’aggettivo good del titolo contenesse un mucchio d’ironia: poteva significare La buona terrorista, La terrorista brava, La terrorista di buon cuore o La terrorista efficiente. Il romanzo era tuttavia un libro tragico, nel quale la protagonista diventa ciò che è quasi per caso. Non lo sarebbe stata, se le circostanze minime fossero state diverse. Dicevo che Il diario di Jane Somers del 1983 è il suo capolavoro. Intanto c’è la questione del nome dell’autore (sempre a proposito di autofiction). Lessing lo pubblico come se l’autore fosse Jane Somers e nessuno se ne occupò, il discorso del nome, dunque dell’identità, divenne plateale e scandaloso quando Lessing rivelò d’esserne l’autrice. Ne descrisse il punctum morale Edoardo Albinati: quale impulso spinge una donna felice a deviare dal proprio stile di vita e a occuparsi d’un altro essere umano, una donna vecchia e maleodorante? Albinati così riassume il problema difficile e severo del romanzo, che è anche un libro sulla vecchiaia: ‘Si può essere generosi verso il prossimo per altre ragioni che il semplice bisogno di tacitare il proprio egoismo?’. Franco Cordelli, “Corriere della Sera”, 18 novembre 2013

JFK, anch’egli vera icona pop

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ohn Fitzgerald Kennedy, il più amato presidente degli Stati Uniti che la storia ricordi, fu assassinato il 22 novembre del 1963, cinquant’anni fa. Al di là di ogni considerazione sulla vicenda umana e politica di quest’uomo che accese speranze e alimentò pettegolezzi, vogliamo commemorarlo come una delle più potenti icone pop dell’immaginario collettivo occidentale. Attraverso due film, due canzoni, due libri, due opere d’arte e due serie televisive che, più o meno direttamente, ce lo hanno raccontato. ‘Jfk - Un caso ancora aperto’ di Oliver Stone Prendi un’inchiesta penale, scartoffie processuali o un reportage giornalistico e ne fai un’opera di fiction. Arte nella quale Oliver Stone, regista di biopic abbastanza engagé, che vi piaccia o meno è maestro indiscusso. Nel 1991 racconta a modo suo l’assassinio di Kennedy in ‘Jfk – Un caso ancora aperto’, film basato sugli appunti di Jim Garrison, procuratore distrettuale di New Orleans che, non accontentandosi della versione ufficiale dei fatti, volle andare a fondo sull’omicidio di Mr. President. A interpretarlo c’è un certo Kevin Costner all’epoca all’apice della notorietà (aveva appena fatto ‘Balla coi lupi’. Di sicuro il migliore dei tre film ‘presidenziali’ di Stone. ‘Io e Annie’ di Woody Allen Non è un film su Jfk, ma Jfk entra ‘dalla finestra’ in una delle scene più spassose. La finestra di una camera da letto, per la precisione: quella in cui Woody Allen prova a

distrarsi dalla delusione d’amore inflittagli da Diane Keaton ‘intrattenendosi’ con una intellettualoide del Village. Prova ma non ci riesce, perché ama ancora la sua Annie. E allora si sottrae al talamo chiamando in causa il fantasma di Mr. President: ‘Allora, com’è possibile – dice - che Oswald abbia sparato contemporaneamente da due punti su Kennedy? Non ha senso’. La ragazza, però, è alquanto sveglia: ‘Tu adoperi questa teoria della cospirazione per evitare di fare l’amore con me’. Il film è del 1977 e ci aiuta a comprendere quanto il mistero dell’omicidio di Kennedy nei vent’anni a seguire appartenesse a ogni americano. Intimamente. ‘Sympathy for the Devil’ dei Rolling Stones Nonostante una laurea di primo livello in economia, giocare a fare l’intellettuale non è esattamente la specialità di Mick Jagger. Nel 1968, però, spinto dalla lettura de ‘Il Maestro e Margherita’ indossa i panni di un Lucifero ‘ricco e di gusto’ e si auto attribuisce tutte le sciagure dell’umanità. Non manca un epico accenno ai fatti di Dallas e Los Angeles: ‘Guardai con gioia/ mentre i vostri re e le vostre regine/ lottarono per cento anni/ per gli dei che loro stesso avevano creato/ Gridai: chi ha ucciso i Kennedy?/ Quando dopo tutto eravamo tu ed io’. Del sublime. ‘The Day John Kennedy died’ di Lou Reed Dov’eri il giorno in cui hanno ucciso Kennedy? Domanda che ogni americano che conservi memoria dei fatti di cinquant’anni fa si è sentito rivolgere almeno una volta nella vita. Lou Reed rispose pubblicamente nel disco ‘The Blue Mask’ del 1982, attraverso ‘The Day John Kennedy died’. Risposta che sulle prime appare ordinaria: ‘Ricordo che quel giorno me ne stavo in un bar/ La squadra dell’università stava giocando una partita di football in Tv/ Poi l’immagine sparì e un annunciatore disse:/ È successo qualcosa di tragico’. Straordinari i versi che l’evento ispira al Poeta: ‘Ho sognato che ero il presidente degli Stati Uniti/ Ho sognato di avere sostituito l’ignoranza, la stupidità e l’odio/ Ho sognato la perfetta intesa e la perfetta legge, innegabile/ E soprattutto ho sognato di aver dimenticato il giorno in cui morì John Kennedy’. Che, purtroppo per tutti, c’è stato. ‘American Tabloid’ di James Ellroy Il noir è un’arma potentissima nelle mani di uno scrittore che lo padroneggia. Pochi in America sanno farlo con la stessa maestria di James Ellroy, capace di concentrare in diverse centinaia di pagine fatti e misfatti, vero storico e vero poetico, cronaca e storia degli States, tenendo sempre – e costantemente – il lettore con il fiato sospeso. La sua cosiddetta ‘trilogia americana’ si inaugura nel 1995 con ‘American Tabloid’, un romanzo che incrocia con sapienza le manovre pericolose di mafia, Ku Klux Klan, Cia, Fbia, castristi, poliziotti e criminali comuni facendole culminare proprio nell’omicidio di Jfk. Una pagina imprescindibile. ‘22/11/’63’ di Stephen King Chissà cosa succederebbe se uno avesse la possibilità di tornare indietro nel tempo e impedire l’omicidio di Jfk. Quesito che si è posto Mr. Bestseller Stephen King, l’autore di pietre miliari del fanta-horror come ‘Shining’, ‘Carrie’ e ‘It’. Nel 2011 ha dato infatti alle stampe un romanzo dal titolo assolutamente evocativo, ‘22/11/’63’, per l’appunto data dell’assassinio di Kennedy. C’è Jake, professore d’inglese della solita anonima cittadina del Maine che, con l’aiuto del gestore di una tavola calda ammalato di

LA VOCE REPUBBLICANA

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cancro, scopre in un retrobottega una porta che apre un varco spazio-temporale. Da lì a tornare indietro nel tempo per provare a sventare l’omicidio, il passo e breve. Salvo poi accorgersi che, se ti metti a cambiare il passato, ottieni un presente persino peggiore. ‘Jackies’ di Andy Warhol Il 22 novembre del ‘63, tra quanti assistettero attoniti all’omicidio di Kennedy attraverso l’occhio mediatico, c’era anche un certo Andy Warhol, profeta della Pop Art che da poco aveva scoperto la tecnica della serigrafia, adottandola come strumento privilegiato per rappresentare miti e riti della società (dello spettacolo) statunitense. Come avvicinarsi con originalità al mito di Jfk? Attraverso l’inconsolabile vedova Jacqueline, meglio nota come Jackie. Da first lady, accanto al marito, portava il sogno americano in giro per il mondo. Dopo il tragico evento, con il volto rigato dalle lacrime durante dei funerali di Stato, sarà la fine del sogno. Metafore potentissime che non sfuggono all’artista. Nella sua serie delle ‘Jackies’ acquisteranno una carica iconica deflagrante.

‘Now’ di Maurizio Cattelan Per il padovano Maurizio Cattelan l’opera d’arte è un dito nell’occhio di chi la guarda. Non fa eccezione la sua personalissima interpretazione del caso Kennedy: ‘Now’, istallazione del 2004, non è altro che una bara aperta con all’interno il cadavere-manichino di Jfk senza scarpe. Rappresentazione ancora più irritante, se consideriamo il contesto che la ospitò due anni dopo la sua creazione, ossia il Guggenheim Museum, nel cuore di New York. Un po’ come se il Nostro intendesse dire all’America che adesso (‘Now’) il caso è ancora aperto. ‘Mad Men’ di Matthew Weiner Serie televisiva capolavoro quella che utilizza le vicende di un’agenzia pubblicitaria newyorchese degli anni Sessanta come espediente narrativo per raccontare i mutamenti epocali che si concentrarono in quel decennio. La figura di Kennedy getta un’ombra ingombrante su tutta la saga. In particolare, il dodicesimo episodio della terza stagione, trasmesso nel 2009 da Amc e qui da noi da Cult, ha come sfondo i fatti di Dallas. Regista di tutto rispetto: Barbet Schroeder, allievo di Jean Luc Godard. Titolo? ‘La fine di un’era’. ‘The Simpsons’ di Matt Groening Non c’è icona occidentale - grande o piccola che sia - che non sia apparsa almeno una volta nell’epopea dei Simpson, famiglia media per eccellenza della provincia americana fotografata (ed ‘evidenziata’ in giallo) da quel genio di Matt Groening. Jfk ovviamente c’è. E non è nemmeno la prima volta che incontra personaggi immaginari: nel luglio del 1964, a poco meno di un anno dal suo decesso, in un albo della Dc conferì addirittura una missione a Superman. Tornando ai Simpson, Jfk compare ben cinque volte in 25 stagioni. Le apparizioni più divertenti? Lo pseudo-filmato d’epoca in cui Kennedy e Richard Nixon, nel bel mezzo della campagna elettorale del 1960, pubblicizzano la birra Duff e il flashback di nonno Abraham Simpson che millanta di essere stato il primo a venire a conoscenza del terribile segreto di Jfk: era una spia nazista. Lui lo sa, perché ai tempi della Guerra, lo sentì che pronunciava: ‘Ich bin ein Berliner’. Spartaco Lavagnini, “Sole 24 Ore”, 18 novembre 2013 Tutto perfetto in questo interessante articolo (e a cercare magari si troverebbe dell’altro intorno ad un tale enciclopedico personaggio stile Jfk). Una sola cosa: “Regista di tutto rispetto: Barbet Schroeder”, così scrive il nostro. In realtà dovrebbe essere: grande regista, Barbet Schroeder. (f. be.)


4 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 19 novembre 2013

Ue, introduzione di sistemi di sorveglianza nelle politiche di bilancio

“Semestre europeo” per garantire norme più chiare, un migliore coordinamento delle iniziative

Decisioni intraprese e interessi di diversi partner

G

li insegnamenti tratti dalla recente crisi economica, finanziaria e del debito sovrano hanno portato a

successive riforme delle norme UE con l’introduzione di nuovi sistemi di sorveglianza nelle politiche economiche e di un nuovo piano di

ELENCO PAGAMENTO TESSERE PRI 2013 Sez. Pri Albano Laziale, Roma; Sez. Pri “Mazzini” Ariccia, Roma; Sez. Pri Lanuvio, Roma; Sez. Pri Padova; Sez. Pri “Cattaneo”, Rovigo; Sez. Pri Cesenatico (FC); Sez. Pri Paola (CS); Sez. Pri “R. Pacciardi” Grosseto; Sez. Pri “Chiaravalle” Soverato (CZ); Sez. Pri Jesi e Chiaravalle (AN); Sez. Pri Catanzaro; Consociazione Pri Cesena; Federazione Provinciale Pri Ravenna; Sez. Pri “Silvagni-Mazzini-Valconca”, Rimini; Sez. Pri “Mazzini”, Rimini; Sez. Pri, Novi Ligure (AL); Sez. Pri, Lamezia Terme; Sez. Pri Vomero Arenella (NA); Sez. Pri “Ugo La Malfa”, Codigoro (FE); Sez. Pri “Pisacane”, Foggia; Sez. Pri “Sant’Andrea Borgo Mazzini” Rimini; Sez. “Ugo La Malfa”, Napoli; Sez. Pri “Celli” Cagli (PU); Sez. Pri “Centro”, Caserta; Sez. Pri “Garbarino”, Chiavari (GE); Sze. Pri Fano (AP); Sez. Pri “Mazzini”, Comacchio (FE); Sez. Pri “Giovine Europa”, Andora (SV); Sez. Pri Mantova; Sez. Pri Dro (TN); Gruppo Pri Lucchese, Lecco; Sez. Pri “G. Spadolini”, Viareggio; Sez. Pri “R. Sardiello”, Reggio Calabria; Sez. Pri Melicucco (RC); Sez. Pri Locri (RC); Sez. Pri Samo (RC); Sez. Pri Africo (RC); Sez. Pri Bovalino (RC); Sez. Pri Gioia Tauro (RC); Sez. Pri Pavona, Roma; Sez. Pri Cecchina, Roma; Sez. Pri Palombara Sabina, Roma; Sez. Pri Tuscolana, Roma; Sez. Pri "Pisacane", Foggia; Sez. Pri "G. Mazzini", Ferrara; Sez. Pri "L. Santini",Viterbo; Sez. Pri Trieste; Sez. Pri “Camangi” Roma; Sez. Pri “Bonfiglioli” Bologna; Sez. Pri Grottaglie (BA); Sez. Pri Spilimbergo (PN); Sez. Pri “Aurelio Saffi” Ravenna; Sez. Pri Varese; Sez. Pri Bottiroli” Voghera (PV); Sez. Pri “Mameli” Cologno Monzese (MI); Sez. Pri Cremona; Sez. Pri “Flaminio Prati (Roma); Sez. Pri “F.lli Bandiera” San Pietro in Campiano (RA). Sono pervenute all'Ufficio Amministrazione del PRI versamenti di pagamenti tessere di singoli iscritti. E' chiaro che ai fini congressuali l'iscrizione singola non consente la partecipazione ai lavori dell'Assise repubblicana. Chi non è nelle condizioni di avere una sezione dovrà iscriversi a quella territoriale più vicina. Per ogni ulteriore informazione o chiarimento si prega di rivolgersi all'Ufficio Organizzazione (Maurizio Sacco) ai seguenti numeri: 338/6234576 - 334/2832294 oppure orgpri@yahoo.it

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bilancio. Le nuove disposizioni sono state integrate nel calendario decisionale dell’UE, denominato “Semestre europeo” per garantire norme più chiare, un migliore coordinamento delle politiche nazionali nel corso dell’intero anno, una verifica regolare e un’applicazione più rapida di sanzioni in caso d’irregolarità. Gli Stati membri sono in tal modo sollecitati a rispettare i loro impegni di riforma e di bilancio rendendo così più solida l’Unione economica e monetaria nel suo complesso. Il coordinamento e l’orientamento delle nuove regolamentazioni avviene grazie il ruolo svolto dal programma del “Semestre europeo”, introdotto nel 2010, il quale assicura che gli Stati membri discutano i loro programmi economici e di bilancio con i partner dell’UE in momenti specifici dell’anno, consentendo loro di fare osservazioni sui programmi altrui e permettendo alla Commissione di offrire un orientamento politico prima che vengano adottate decisioni a livello nazionale. La Commissione verifica, inoltre, l’impegno degli Stati membri nella realizzazione degli obiettivi in materia di occupazione, istruzione, innovazione, clima e riduzione della povertà fissati da Europa 2020, a partire dal mese di novembre, con l’analisi annuale della crescita della Commissione, che fornisce

orientamenti politici per l’anno successivo. In seguito, le raccomandazioni specifiche per Paese, pubblicate in primavera, offriranno agli Stati membri una consulenza specifica sulle riforme strutturali di più vasta portata, mentre il monitoraggio dei bilanci nella zona euro si intensificherà verso la fine dell’anno, quando i Paesi presenteranno i loro documenti programmatici di bilancio che verranno valutati dalla Commissione e discussi dai ministri delle finanze della zona euro. Per quanto riguarda le disposizioni adottate, esse mirano a migliorare l’applicazione delle regole stabilite, grazie ad una sorveglianza rafforzata nella zona euro, poiché la crisi ha dimostrato che le difficoltà in uno Stato membro possono avere importanti effetti di contagio sui Paesi confinanti. Pertanto, una maggiore tutela è giustificata dall’impegno a contenere i problemi prima che diventino sistemici. Le riforme intraprese negli ultimi tre anni sono senza precedenti, ma la crisi ha dimostrato in che misura è aumentata l’interdipendenza delle nostre economie dalla creazione dell’Unione economica e monetaria. È particolarmente importante, perciò, che i Paesi collaborino più strettamente per adottare decisioni politiche che tengano conto degli interessi degli altri membri della zona euro. Infine, le idee della Commissione europea per il futuro figurano nel piano per un’Unione economica e monetaria, pubblicato il 28 novembre 2012, che delinea come procedere passo per passo nei prossimi mesi e anni sulla base dell’architettura di cui l’Ue dispone.

Recensione di Antonio Angeli del libro di Giancarlo Tartaglia "Francesco Perri, dall'antifascismo alla Repubblica" di prossima uscita. La recensione è apparsa su “Il Tempo" del 13 ottobre 2013

C

ome è possibile nascere repubblicani in una monarchia, quale era l’Italia alla fine dell’Ottocento? Significa anteporre il ragionamento e l’amor di patria a qualunque convenienza. Accadde a Francesco Perri, acutissimo osservatore e al tempo stesso protagonista della vita democratica del nostro paese. Perri nacque nel 1885 in un paesino in provincia di Reggio Calabria, dal quale si distaccò subito per vivere tra il nord d’Italia e il cuore dell’Europa, mantenendo sempre, però, l’occhio e la mente rivolti a quella che per decenni si è chiamata “Questione Meridionale”. Perri fu, nella sua vita di intellettuale, lunga e difficile, “schiavo” del pensiero. Il ragionamento lo fece essere repubblicano nell’Italia dei Savoia, antifascista quando marciavano le camicie nere e poi meridionalista, legato alle realtà locali al tempo dell’Impero... La storia di questo intellettuale, giornalista e politico, uno di quelli che hanno costruito dal basso, con lacrime e sangue (veri), l’Italia felix del boom economico, è scritta in un completissimo saggio biografico: “Francesco Perri. Dall’antifascismo alla Repubblica”, di Giancarlo Tartaglia, Gangemi Editore, 320 pagine, 25 euro. Tartaglia, storico, giornalista e docente universitario descrive, con una minuziosa opera documentale, da Giolitti alla Ricostruzione, l’evoluzione e la vita di quest’uomo che aveva come obiettivo l’affermazione di un principio modernissimo: la selezione dell’élite di governo deve essere realizzata per via meritocratica e non per mero diritto di successione. Individuò nella monarchia, con i suoi rituali e le sue clientele, un ostacolo insuperabile per la realizzazione di un paese moderno. Nel Ventennio visse un antifascismo appartato, di poco clamore, ma di costanti sofferenze. Si dedicò alla politica nel difficile periodo dell’occupazione nazista finché, dopo la liberazione, nel ’45, il partito lo volle alla guida del “Tribuno del Popolo”, foglio repubblicano genovese, e poi della stessa “Voce Repubblicana”. Fu protagonista delle battaglie per la Costituente e per la Repubblica fino ai giorni della vittoria referendaria. Roberto Balzani, nella sua introduzione, definisce il libro “un bel contributo alla storiografia sul repubblicanesimo, che sarebbe piaciuto a Giovanni Spadolini”. E a tutti quelli che costruiscono e vivono la democrazia “dal basso”. Antonio Angeli,“Il Tempo”, 13 ottobre 2013

Effetto Carmen, combattiamo la violenza Venezia, quando le vittime sono sempre le donne

Numerose madri in difficoltà

A

l Teatro La Fenice di Venezia è stata premiata Chiara Farnea, autrice del miglior messaggio pervenuto ai social network del teatro nell’ambito della campagna Effetto Carmen. Il Sovrintendente Cristiano Chiarot ringraziando la vincitrice e tutte le donne che hanno supportato l’iniziativa, ha ribadito il ruolo fondamentale della cultura nella lotta contro la violenza sulla donne e ha fatto omaggio a Chiara Farnea della spilla della Fenice in argento e smalto. Ottavia Piccolo a nome di tutta la giuria ha avuto parole di elogio per l’iniziativa del Teatro e ha consegnato alla premiata una maglietta e un cappellino della Fenice oltre ai due biglietti per l’ultima replica di Carmen, diretta dal Maestro Omer Meir Wellber con la regia di Calixto Bieito. Chiara Farnea ha ringraziato il Teatro La Fenice per aver promosso un’iniziativa così importante e ha spiegato “Come è saltato fuori Carmen non lo so, mi è venuto

e basta, ma le parole che ho scelto invece vengono fuori direttamente dalle donne, in particolare da tutte quelle donne, da tutte quelle mamme che ho conosciuto in questi anni a Casa Famiglia San Pio X alla Giudecca. Sono delle donne coraggiosissime che, se aiutate, riescono a depositare un po’ delle loro sofferenze e a fare passi da gigante perché diventano consapevoli che c’è la possibilità di avere un’altra vita, che non esiste soltanto ciò che di terribile hanno dovuto subire fino a quel momento.” Chiara Farnea, veneziana, coordinatrice del programma della Warwick University a Venezia, impegnata nel volontariato, da anni si dedica alle attività di Casa Famiglia San Pio X, che accoglie e offre assistenza a madri in difficoltà.

La Voce Repubblicana del 19 novembre 2013  

Quotidiano del Partito Repubblicano Italiano - n. 221 di martedì 19 novembre

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