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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 117 - MARTEDI 18 GIUGNO 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

OTTANTA PASSI

Il governo nella giusta direzione

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n un momento molto delicato per la maggioranza, dove emergevano visioni contrastanti e ci si trovava sottoposti ai timori e alle pressioni della Bce, il Consiglio dei ministri di venerdì scorso ha saputo produrre uno scatto in avanti, sufficiente a dare respiro al governo. Da una parte sono stati individuati un’ottantina di provvedimenti utili a ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini, dall’altra i due principali partiti si sono detti, per una volta finalmente, entrambi soddisfatti. Ora possiamo anche discutere se i provvedimenti in questione non siano troppi o se saranno modificati piuttosto che rispettati, e persino, se una volta presi, si riveleranno davvero efficaci, misurando i pro e i contro. Preferiamo lasciare ad altri l’esercitarsi in queste incombenze e limitarci a dire semplicemente che questa è la direzione di marcia giusta, e che è stata imboccata proprio quando si vanno profilando complicazioni ancora più gravi, come la decisione sull’Iva. Se si vorrà evitare l’aumento che potrebbe deprimere ulteriormente la nostra economia, il governo si prepari ad incidere davvero sulla spesa. L’ampia maggioranza serve a questo: ad assumersi la responsabilità di voler cambiare il Paese, resistendo alla forza delle corporazioni che hanno saputo invece sempre piegare ai loro interessi gli esecutivi precedenti, di destra o sinistra che fossero. Abbiamo visto che c’è chi sostiene che i veri costi insostenibili vengono dalle forniture per lo Stato, ecco un altro capitolo da mettere sotto la lente di ingrandimento. Sono tanti da essere quasi inutile riepilogarli. L’importante è che il

Divisi sulla Siria A Belfast i grandi della terra presentano opzioni diverse

Obama e Putin faccia a faccia I

governo abbia saputo battere un colpo quando tutti ci si aspettava stesse per subirne uno tale da intorpidirlo. Il ministro Kyenge ha detto che il governo sembra un “suq” e se per lei questo è positivo, noi speriamo che maturi invece all’interno dell’esecutivo una convergenza migliore, tale da assicurare l’efficacia necessaria. Non ci nascondiamo purtroppo che la soddisfazione annunciata di Berlusconi, crei invece degli autentici malumori in chi è convinto che se Berlusconi è contento questo comporti un danno al Paese. Basta poco perché si agitino vecchi fantasmi - ad esempio Bersani ha posto quello della copertura a sinistra - Renzi quello del Congresso e Veltroni persino quello della necessità che il segretario del partito di maggioranza sia anche il capo del governo. Non per dire, ma Veltroni come noi ricorderà la storia. Quando il suo partito pose questo problema del doppio incarico c’era un premier che si chiamava Prodi e c’era un segretario del partito di maggioranza relativa che si chiamava D’Alema. E quando D’Alema divenne premier, Veltroni che era al governo divenne il segretario del partito. Appena il premier Letta sembra aver ingranato la marcia giusta, ecco qualcuno pronto a bucargli le gomme. Quando sarebbe il caso di ripensare alla politica italiana sulla base di questa nuova esperienza. Perché se la collaborazione fra Pd e Pdl serve a rimettere in carreggiata il Paese, non vorremmo vederla interrompere, facendo precipitare la situazione, in nome di un bipolarismo astratto.

sorrisi fra i grandi sbarcati a Belfast finiscono quando si parla di Siria. Cameron vorrebbe imitare gli States nell’armare i ribelli, il francese Hollande lo appoggia timidamente, la Merkel e Letta non lo seguono, il russo Putin non ne vuol sentir parlare, visto che lui i lanciarazzi li fornisce ad Assad. Mosca ha smentito le accuse degli Stati Uniti al regime di Bashar Assad, secondo le quali avrebbe usato armi chimiche. Il vertice internazionale si è aperto con un’ombra, quella dell’Intellingence britannica che nel 2009 ha spiato i leader mondiali. La nota lieta è stata data invece dalla conferenza stampa congiunta del presidente americano, con quelli del Consiglio Ue (Van Rompuy) e della Commissione (Barroso) per tenere a battesimo il round per l’accordo di libero scambio UeUsa che si vuol chiudere nel 2015. E’ un negoziato su cui si lavora da oltre due anni, un meccanismo capace di tonificare la fabbrica di Pil e posti di lavoro, con un vantaggio di 550 euro a famiglia. Venerdì la Francia ha saputo ottenere l’esclusione di cultura e audiovisivi dal mandato. C’è poca crescita un po’ ovunque fra i benestanti della terra. In Europa. Si cerca di curare i malanni recuperando gettito e dando la caccia agli evasori. Si inseguono anche risorse a miglior prezzo, vai a sapere quali.

ISTANBUL, 441 ARRESTATI, ANCHE UN FOTOGRAFO ITALIANO

441 sono le persone arrestate ad Istanbul durante la giornata di scontri in cui la polizia ha fatto uso di idranti con sostanze urticanti e gas lacrimogeni contro le migliaia di dimostranti antigovernativi che volevano radunarsi in piazza Taksim. Cinquantasei le persone fermate ad

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“l’Unità” si sono improvvisamente accorti che Marco Travaglio proviene “da quella destra italiana che ha sempre avuto come sua ossessione la sinistra”. Pensate che già nel 1994, “proprio per far deragliare i nipotini di Stalin”, Travaglio accarezzò persino la Lega, cioè dei ribelli “agli ordini di Berlusconi”. Invece nel febbraio scorso Travaglio ha puntato sul M5S, sempre un movimento ribelle e tuttavia secondo “l’Unità”, sostanzialmente garante del “buon mondo antico presidiato dal grato Cavaliere”. Come anche il lettore più distratto potrà accorgersi questa biografia di Marco

colloquio telefonico con il presidente Barack Obama, all’indomani della proposta della Corea del Nord per frenare le tensioni militari nella penisola coreana.

I NOMINATIVI DI CHI AVEVA CONTRIBUITO PER "SALVARE" LA SEDE, OPERAZIONE NON ANDATA A BUON FINE, E CHE COMUNQUE LASCIANO IL CONTRIBUTO AL PRI VISTI I PROBLEMI FINANZIARI CHE AFFLIGGONO IL PARTITO

I NOMINATIVI DI CHI RICHIEDE IL CONTRIBUTO

Ankara. Anche il fotografo italiano Daniele Stefanini di 28 anni è stato ferito dalla polizia e fermato a Istanbul durante gli incidenti. La polizia lo ha messo in stato di fermo.

SEUL VERSO DISTENSIONE CON IL NORD

Elenchi a pag. 4

PER CONTATTARE IL PRI E “LA VOCE REPUBBLICANA” 06/9310812

La presidente sudcoreana Park Geun-hye ha avuto un

Nipotini di Paperino Travaglio costruita su soli due anni, il ’94 ed il 2013, presenta per lo meno qualche evidente lacunosità. Ad esempio ci si dimentica che nel 2002 Travaglio venne chiamato proprio a “l’Unità” dai direttori Colombo e Padellaro. Travaglio non venne messo sotto contratto come fattorino, ma come editorialista e commentatore per ben sette anni, cioè fino al 2009. Sette anni nei quali a “l’Unità” nessuno aveva niente da eccepire su sto “destro” di Travaglio che descriveva la sinistra con “le mani insanguinate e gli scarponi chiodati”. Lasciamo perdere poi che la Lega nella seconda metà del 94 fece cadere Berlusconi e fu persino

definita “una costola della sinistra”. Ma il movimento 5 stelle non era per la segreteria Bersani l’interlocutore ideale del governo del cambiamento? A “l’Unità” la storia se la ricostruiscono sempre come pare a loro. Una volta era Trotskji, divenuto un pericolo fascista, poi Rosselli, poi Nagy, Dubcek, e c’erano la guerra calda e quella fredda. Ma adesso che motivo c’è per non fare i conti nemmeno seriamente con uno come Travaglio? Non è poi così grave essere nipotini di Stalin. E’ grave non crescere mai, tanto che a “l’Unità” oramai si rischia di assomigliare ai nipotini di Paperino.

Una nuova Torre di Babele L’ebbrezza di libertà che rende schiavi

Papa Bergoglio contro egoismo e profitto

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ell’Omelia pronunciata alla celebrazione della messa per la giornata dell’Evangelium Vitae, nell’ambito dell’Anno della Fede, dal sagrato della basilica di san Pietro in Vaticano, il pontefice ha parlato di “idoli umani e passeggeri”, capaci di infondere “l’ebbrezza di un momento di libertà”. Solo che questo si rivelerebbe presto come un “portatore di schiavitù e morte”. Il Papa ha spiegato che “spesso l’uomo non sceglie la vita, non accoglie il Vangelo della vita, ma si lascia guidare da ideologie e logiche che mettono ostacoli alla vita, che non la rispettano, perché sono dettate dall’egoismo, dall’interesse, dal profitto, dal potere, dal piacere e non dall’amore, dalla ricerca del bene dell’altro”. Il Pontefice ha dunque illustrato mirabilmente un processo di dissoluzione riconoscibile da tutti, senza però illustrare le cause, ovvero il perché l’uomo è così miope da non comprendere quale sia il vero ed autentico bene per la sua vita. Come si spiega questa “costante illusione di voler costruire la città dell’uomo senza Dio, senza la vita e l’amore di Dio”, la “nuova Torre di Babele”, descritta dal Pontefice? E bisognerebbe anche comprendere da dove arriva questo rifiuto di Dio e del messaggio di Cristo, convinti di potersi procurare una libertà e una piena realizzazione dell’uomo, proprio sacrificando quello che il papa chiama il “Vangelo della vita”. Sappiamo che il Pontefice ha dichiarato di credere nel diavolo, ma si può spiegare un tale processo di dissoluzione con l’esistenza del diavolo? Il diavolo che non seppe convincere il Nazareno a perdersi e a gettarsi in basso, avrebbe consumato dunque la sua rivalsa sull’uomo, perché nelle parole del Pontefice prevale un’eccezione negativa, ovvero come la cristianità oggi si senta attaccata da questi idoli di morte: l’uomo sbaglia “spesso”, ha detto il Papa, la scelta che va compiuta e se si dovesse spiegare questa erroneità con il demonio, bisogna chiedersi come sia possibile che il demonio riesca ad allettare una maggioranza dell’umanità rispetto a quanto riesca a fare il nostro Signore. Perché il demonio è tanto seducente? Se ci si dicesse che il peccato esalta la forza di Dio e del riscat-

to che offre, risponderemmo volentieri che allora questo comporterebbe un invito a continuare a peccare e sbagliare. Più pecchiamo, più il bene acquisterebbe forza per redimerci e quindi il bene sarebbe dipendente dal male e Dio, dal diavolo, e una tale tesi teologicamente non ci sembra plausibile: Dio è il primo, il “prius”, ciò che precede la creazione del mondo e quindi anche quella del diavolo. Perché allora il demonio acquista tale potenza, e perché “spesso” gli uomini sbagliano seguendolo? Anche nell’ambito del libero arbitrio se Dio ed il bene precedono il mondo, “spesso” gli uomini dovrebbero seguire la retta via e solo “raramente”, dovrebbe essere il contrario, il mito di “Faust”, era strettamente individuale, non accadeva che spesso l’uomo si vendesse al diavolo. Invece il papa ci descrive una realtà diversa. Per cui se noi eravamo preparati ad un discorso religioso ed etico per eccellenza, quale quello che richiede di rinunciare ai propri meri interessi individuali per porsi nella logica della fede, cattolico cristiana o quale essa sia, l’impostazione è la stessa, stupisce apprendere che l’inclinazione al peccato sia così vasta tanto da ricorrere alla parola “spesso”. Se l’egoismo, l’interesse, il profitto, il piacere, il potere, sono gli idoli di Babele che bisogna abbattere, possibile che in tutti questi secoli la Chiesa non abbia fatto i passi sufficienti per far si che “solo ogni tanto”, questi idoli affiorassero? Se poi guardiamo alle condizioni della stessa Chiesa, Ratzinger ne lamentava “la sporcizia”, tanto che Papa Bergoglio è stato chiamato ad impiegare tutte le sue energie per ripulirla, potremmo essere propensi persino a temere una qualche incomprensione di fondo sulla natura umana, così distante e diversa da quella di Dio. Nel ‘500 vi erano mistici convinti che Dio avesse “abbandonato” la natura dell’uomo al suo destino. Se poi questa natura umana fosse affine a quella del demonio, o ispirata da essa come sembrerebbe credere il pontefice, dispiace per lui, ma temiamo che una tale battaglia non potrebbe che essere persa. Da qui la domanda se la Chiesa potrebbe mai perdere la sua battaglia contro il male.

Rohani presidente

Un timer innescato per la Rivoluzione

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l giro di vite repressivo imposto dal governo Ahmadinejad e l’alta conflittualità internazionale creata dalla sua politica, hanno stremato la società iraniana che è molto più europeizzabile di quanto si creda, nonostante la rivoluzione e il corano. Tanto più questa presentava tratti ed elementi assimilabili alla cultura occidentale, tanto è stato maggiore il furore integralista imposto dagli ayatollah. L’elezione di Rohani denuncia che siamo arrivati al limite, oltre il quale la coercizione integralista si spezza. Rohani è di tutta un’altra levatura rispetto ad Ahmadinejad, ma non rappresenta certo una discontinuità rispetto alla tradizione rivoluzionaria. In esilio con Khomeini, poi mullah combattente, incarna perfettamente la tradizione di potere della Repubblica islamica e la particolarità sensibilità diplomatica di cui dispone – e che lo ha fatto accusare di eccessiva morbidezza nel confronto sul nucleare – è frutto di una intelligenza conservatrice. La diplomazia iraniana in cui Rohani ha svolto principalmente la sua carriera, dopo essere stato comandante dell’aeronautica durante la guerra con l’Iraq di Saddam, ha studiato con grande attenzione l’esito del governo sovietico negli anni di Gorbaciov, e si è convinta che le riforme non salvano la rivoluzione, semmai la seppelliscono. Nello stesso tempo l’enclave politica a cui Rohani appartiene, si rende conto che il semplice modello rivoluzionario, se portato alle estreme conseguenze, non regge, ma nemmeno è riformabile. Lo si era visto nella Francia del lontano 1793, ma soprattutto l’avevano confermato la glasnost e la perestrojka in Russia. Rohani è dunque un rivoluzionario che si preoccupa di come la rivoluzione possa sopravvivere nonostante il timer innescato sia destinato ad un’esplosione. Ahmadinejad accelerava il timer, Rohani, intende rallentarlo il più possibile, e questa è la sostanziale differenza fra il nuovo corso e quello vecchio dell’Iran. Da qui la preoccupazione condivisa da buona parte della popolazione, che l’incedere minaccioso di Ahmadineyad nella politica estera comportasse più rischi che vantaggi. Per cui sarà difficile che Rohani lanci proclami per la distruzione di Israele e non confermi i segnali di dialogo, già dati precedentemente da lui stesso sul nucleare. Egli sa benissimo che occorre evitare nuove tensioni, ma questo proprio per mantenere inalterata l’avversione ad Israele e continuare l’arricchimento dell’uranio. Francia ed America si accorgeranno presto che avranno a che fare con un osso duro e abile, molto più raffinato nelle liturgie di governo del rozzo e scostumato Ahmadinejad e crediamo già dalle trattative sulla Siria, Rohani mostrerà appieno la sua scorza. State certi che non ci sarà una perestrojka a Teheran, per lo meno sotto la sua presidenza.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 18 giugno 2013

economia

Giornalaio di Carter C’è un gruzzoletto, un tesoretto che il governo Letta tiene ben stretto a sé e che potrà di sicuro rivelarsi di una grande utilità

Piccoli passi per non smarrirsi

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assi concreti, pochi annunci (e pochi effetti speciali), ma tante piccole e grandi azioni di sostanza. E’ lo stile-Letta applicato all’azione di governo. Così la pensa Paolo Baroni su “La Stampa”. Che un consiglio dei ministri dopo l’altro continua a tenere il suo ritmo ben cadenzato, ogni settimana un passo avanti, un problema che va a soluzione, un impegno rispettato: prima le emergenze economiche, le tasse (col congelamento dell’Imu) ed il rifinanziamento della cassa integrazione, poi il taglio dei finanziamenti ai partiti, quindi le riforme e adesso il decreto “del fare”. Che contiene decisioni importanti, come quella di riprogrammare 3 miliardi di investimenti su opere pubbliche già in via di realizzazione o immediatamente cantierabili, o di mettere in campo 5 miliardi di fondi agevolati a favore delle imprese, e assieme a questi interventi meno “pesanti” economicamente ma ugualmente significativi, dalla messa in sicurezza delle scuole, di strade, ponti e gallerie, al progetto “Seimila campanili” a favore dei piccoli Comuni, a tante altre misure di buon senso. Dunque, “ottanta passettini in avanti sul terreno della semplificazione e quindi anche della ripresa dell’economia, senza stanziare nuove somme (perché si sa le casse son quasi vuote), ma tutte molto meditate, concertate a lungo con le forze di maggioranza in modo tale da fungere anche da elemento di stabilizzazione del governo”. Dunque, un pic-

colo gruzzolo di consenso che in questa fase rafforza il governo e che Letta si deve tenere ben stretto in vista delle prossime settimane, giornate che si annunciano non certo facili. Mentre per Berlusconi arrivano al pettine alcuni decisivi nodi giudiziari (la sentenza della Consulta sul legittimo impedimento e la fine del ‘processo Ruby’) che in caso di esiti negativi rischiano di produrre un forte contraccolpo sulla tenuta della maggioranza, per il governo arrivano infatti le scadenze più importanti. Mercoledì il cdm discuterà le altre misure di semplificazione ed il pacchetto carcerisicurezza, entro venerdì il governo dovrà poi trovare risorse certe per finanziarie le misure a favore dell’occupazioPer qualche ne giovanile, che per essere efficaci commentatore il richiedono una dotazione significativa governo ha oggi di fondi, ed entro fine mese occorrerà un tesoretto tutto reperire i 2 miliardi necessari per rinviasuo che ben presto re di altri sei mesi l’aumento dell’Iva ed si rivelerà di una evitare così di deprimere ulteriormente i grande utilità consumi. Una richiesta questa ben vista dal Pd, ma soprattutto sostenuta con forza dal Pdl, “che vincola a questa scelta la conferma o meno della fiducia al premier, e che a sua volta rimanda ad un’altra scelta altrettanto difficile. Sterilizzare l’aumento dal 21 al 22% dell’imposta sui consumi è possibile ad una sola condizione: che al di là dei proclami e delle promesse si trovi davvero la forza di tagliare, per 2, 4, 6 o 8 miliardi, a seconda delle soluzioni che si deciderà di adottare (sull’Iva come sull’Imu), la spesa pubblica”. Detto così pare troppo facile.

Intervista di Lanfranco Palazzolo I grillini vogliono una nuova maggioranza di governo? Ora è ancora presto per dirlo. E’ l’opinione di E. Buemi, sen. del Psi

E qui il malumore serpeggia

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ggi è ancora presto per verificare se i grillini dissidenti vogliono una nuova maggioranza di governo. Lo ha detto alla “Voce” il senatore del Psi Enrico Buemi. Senatore Buemi, cosa pensa di quello che sta accadendo nel gruppo parlamentare dei grillini. Pensa che i senatori pentastellati possano creare una nuova maggioranza per provocare la caduta dell’attuale governo? “Da quanto posso “Oggi è difficile fare previsioni del vedere mi pare che genere. E’ logico che in questa fase ci la situazione stia sono molte tensioni e posizioni che si peggiorando. Ma è stanno divaricando. C’è una parte dei presto parlare oggi grillini che non condivide l’atteggiadi un esecutivo mento ostile su tutto al di la delle quealle porte” stioni di merito sulle singole questioni. E’ difficile dire che questa polemica possa sfociare in una nuova politica autonoma di una costola di questo movimento. I malumori sono sotto gli occhi di tutti. Da quello che vedo i malumori sono davvero molto forti”. Qual è il limite di questo movimento? “L’assenza di regole di democrazia interna. Nel medio periodo questo

sistema potrà provocare e anche dar luogo a separazioni politiche ed organizzative”. Che contributo danno ai lavori dell’aula i senatori grillini oltre a denunciare continuamente i pianisti? “La mia postazione in aula è vicina a quella dei senatori grillini. E con loro ho ingaggiato una polemica sulle questioni relative alle denunce contro i ‘pianisti’. La presenza dei grillini dovrebbe comportare un certo senso di responsabilità nei confronti dei contenuti delle questioni affrontate. Invece il gioco è di tattica politica, a prescindere dai contenuti. Molti di questi senatori non intervengono mai nel merito delle questioni. Anzi, il merito è assente dalle questioni che i grillini sollevano”. Lei ricorda qualche intervento costruttivo su qualche provvedimento da parte dei senatori grillini? “Devo dire che il loro comportamento cambia molto dall’aula ai lavori delle Commissioni permanenti. Io sono in Commissione Giustizia. E in molti casi ho visto un atteggiamento costruttivo da parte di questi parlamentari. In aula vedo questi parlamentari silenti oppure dissentono su tutto al di là del buon senso. Mentre il Pdl e il Pd tendono ad un maggiore senso di responsabilità nel merito dei provvedimenti”. Lei è stato accusato dal sito ‘Libero.it’ di essere uno dei parlamentari meno assidui pur essendo arrivato al senato il 23 maggio in sostituzione del senatore Ignazio Marino. Come è possibile? “Chi ha scritto l’articolo su ‘Libero.it’ era in malafede. Io sono arrivato al Senato il 24 maggio in sostituzione del Senatore Marino e pochi giorni dopo mi sono ritrovato nell’elenco dei senatori più assenti. Il calcolo su di me è stato fatto dall’inizio della legislatura. Ma io non ero ancora senatore. Ecco perché la mia collocazione in questa classifica è frutto o di malafede o di scarsa professionalità”.

TERMINI IMERESE: PROTESTA OPERAI FIAT

fatti e fattacci

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echino inquinata, nazione infetta. La Cina non deve combattere solo contro la corruzione dei suoi burocrati di partito. La Repubblica Popolare Cinese deve fare i conti anche con il suo inquinamento. Per mettere nei guai un paese bastano pochi anni di incuria politica, mentre per sanare la situazione ci vogliono decenni. La massima vale non solo per le questioni economiche, ma anche per il degrado ambientale. Il piano annunciato la scorsa settimana dal governo cinese per combattere l’inquinamento dell’aria è “il più aggressivo” adottato finora, ma rappresenta solo “l’inizio” di una campagna di lungo periodo contro le emissioni nocive, che durerà “almeno 18 anni”.Tanto ci vorrà per rimettere in piedi la nazione infetta dall’inquinamento in stile comunista. E’ quanto si legge in un rapporto della “Deutsche Bank”, in cui si sottolinea tuttavia come le misure adottate dal Consiglio per gli affari di Stato siano “una pietra miliare nella campagna contro l’inquinamento del paese”.Tra le misure annunciate figura anche la possibilità di far ricadere sui funzionari locali la responsabilità per la qualità dell’aria. L’obiettivo fissato dalle autorità cinesi è di ridurre del 30% le emissioni inquinanti in cinque anni nelle principali industrie del Paese. Secondo il rapporto delle “Deutsche Bank”, tuttavia, gli sforzi di Pechino “potrebbero durare 18 anni prima che la media delle parti-

celle 2,5 scendi a un livello di 30 nelle città cinesi”, ritenuto accettabile per la salute pubblica. Le particelle 2,5 sono le più temute per la salute umana, perché penetrano più profondamente nelle vie respiratorie. A Pechino e nelle altre metropoli cinesi questa densità di particelle 2,5 di solito raggiunge tassi molto preoccupanti, superando anche quasi di 40 volte il tetto raccomandato dall’Organizzazione mondiale della Sanità. In Cina, seconda economia del mondo e primo mercato automobilistico mondiale, l’ambiente è minacciato da molte industrie inquinanti, dal crescente traffico su strada e dal lassismo delle autorità nella tutela dell’ambiente. Inoltre, il Paese ricava oltre il 70% della sua energia dalla combustione di carbone. Una situazione che ha portato l’inquinamento dell’aria a diventare la causa di 1,2 milioni di decessi nel 2010, secondo uno studio pubblicato a marzo sul periodico “Lancet”. Anche il nostro paese contribuirà a sconfiggere l’inquinamento cinese grazie ad un laser. L’accordo interuniversitario siglato tra Italia e Cina e prevede la realizzazione di un laser che intercetta l’aria inquinata e la ripulisce. Questo laser si chiama Lidar (Laser Imaging Detection and Ranging) ed è stato progettato nell’ateneo napoletano della Federico II, grazie al progetto del gruppo di ricerca di Nicola Spinelli, e realizzato dall’azienda Bright Solutions di Pavia.

Circa 500 metalmeccanici, secondo i sindacati, che hanno indetto la giornata di mobilitazione unitaria, sono radunati in piazza Indipendenza davanti a Palazzo D'Orleans, sede della presidenza della Regione. Gli operai della Fiat e dell'indotto di Termini Imerese sono tornati manifestare a Palermo per chiedere ai governi nazionale e regionale risposte a tutela dei livelli occupazionali e per il rilancio della fabbrica del Lingotto, chiusa dal 1° gennaio 2012.

ISTAT: COMMERCIO ESTERO +4,4% SU BASE ANNUA L'Istat rileva che le esportazioni italiane ad aprile 2013 restano ferme rispetto a marzo, ma aumentano del 4,4% su base annua. Il risultato è una bilancia commerciale in avanzo per 1,9 miliardi di euro, in forte miglioramento a confronto con aprile dello scorso anno (-0,3 miliardi). L'Istituto, inoltre, evidenzia che per l'import proseguono le flessioni, sia in termini congiunturali (-0,9%) sia tendenziali (-2,6%).

primo piano

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onostante le manifestazioni di protesta e qualche incidente, davanti allo stabilimento della Fiat di Pomigliano, contro i sabato di recupero produttivo concordati fra azienda e sindacati l’attività è stata condotta regolarmente all’interno dello stabilimento. Questo grazie al grande senso di responsabilità della maggioranza dei dipendenti che si sono presentati regolarmente al lavoro riconoscendo l’importanza del primo dei due sabati lavorativi con recupero. Il che significa che gli operai sono perfettamente consapevoli di come per crescere occorra aumentare la produttività per tornare ad essere competitivi e non ci sono scorciatoie a riguardo in un momento di crisi come l’attuale. Prima i vertici Fiom se ne convincono, meglio sarà.

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a n a l i s i

Sindaco al debutto fra moto e gay pride

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romani hanno trovato il loro sindaco. I primi passi del primo cittadino della Capitale Ignazio Marino hanno lasciato delusi alcuni dei suoi sostenitori. All’indomani della vittoria del neo sindaco di centrosinistra tutti si aspettavano dal sindaco in bicicletta un rottura più decisa con i metodi di Gianni Alemanno. Ma così non è stato. Infatti, il sindaco di Roma ha dato immediatamente “buca” agli organizzatori del “gay pride” che lo aspettavano a braccia aperte. La delusione degli organizzatori è LA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

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stata troppo grande e non si è fatta attendere: “Il sindaco non può stare a casa”, hanno avvertito gli organizzatori, ma offrono una via d’uscita: “Ci ripensi”. “Il sindaco Marino declina il nostro invito a partecipare al Roma Pride 2013 per trascorrere qualche giorno in famiglia”, spiega il Comitato Roma Pride 2013, sottolineando: “E’ una risposta irrispettosa e offensiva nei confronti di una comunità che si batte da anni e domani – hanno scritto venerdì scorso gli organizzatori del Pride - scenderà in piazza proprio per vedere riconosciuti i diritti, la visibilità e la dignità delle proprie famiglie”. Ma il sindaco – che aveva incassato tutti i voti della comunità gay di Roma – è stato irremovibile. E non ha voluto lasciare la sua famiglia. In compenso ha trovato il tempo per scrivere una bella lettera a mons. Paolo Salvadagi, nominato da Papa Francesco vescovo ausiliare di Roma Ovest. Mentre si trovava in famiglia, il sindaco di Roma ha preso carta e penna e ha scritto questo importante messaggio: “Voglia accettare a nome mio e dell’intera città di Roma i miei più devoti auguri per il nuovo e prestigioso incarico al quale e’ stato chiamato da Papa Francesco. Mi piace notare anche la coincidenza, quasi in contemporanea, della mia elezione come primo cittadino di Roma e la sua come vescovo ausiliare del settore Ovest della nostra città conclude - Un segno ben augurante che mi permette di confermare la nostra piena disponibilità a collaborare con la Diocesi di Roma per il bene dei romani mettendo al centro della nostra azione di governo la persona umana e i suoi inalienabili diritti”. Chissà cosa devono avere pensato gli esponenti della comunità gay di Roma e gli organizzatori del Pride una volta letta questa lettera. Certo, l’impegno del sindaco con la famiglia non deve avergli portato grande fortuna. Infatti, il primo cittadino di Roma non ha impedito che la capitale fosse invasa dal cosiddetto popolo delle “Harley Davidson”. Con tanto di benedizione.

c o m m e n t i

Scandali, caduta l’ultima cortina

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aese dell’Unione che vai, scandalo politico che trovi. Dieci anni fa nessuno avrebbe mai pensato che la Repubblica Ceca si trasformasse nella patria degli scandali dei paesi dell’ex Cortina di ferro. Tutti erano convinti che il paese riuscisse ad affrontare tranquillamente le sue vicissitudini politiche senza problemi. Ma ben presto il populismo di destra si è impossessato del paese. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Petr Necas, travolto dallo scandalo corruzione, dai risvolti piccanti spionistici, che ha portato in carcere, fra gli altri il suo capo di gabinetto e amante Jana Nagyova e una serie di figure di primo piano della politica e dei servizi segreti, ha concluso la sua parabola politica ed è stato costretto alle dimissioni da capo dell’esecutivo. Il rifiuto del primo ministro a farsi da parte è durato quattro giorni, sino a domenica sera, quando si è riunito in forma straordinaria il vertice dei Democratici civici (Ods), il principale partito della coalizione di governo e di cui lo stesso Necas è presidente. In nottata è stato lo stesso premier ad annunciare le dimissioni. L’intenzione dell`Ods, una volta scaricato l’attuare premier, è di mantenere in piedi l’attuale maggioranza di centro destra, formata anche dai conservatori del “Top09” e dal partito liberaldemocratico “Lidem”, e indicare un nuovo capo del governo. Il candidato più accreditato a succedergli è l’attuale ministro dell’Industria e del Commercio Martin Kuba, il quale è anche vicepresidente dell`Ods. A rendere insostenibile la posizione di Necas e a convincerlo della necessità di farsi da parte è il livello di coinvolgimento nello scandalo della Nagyova, la quale, come è ormai dimostrato, avrebbe in passato persino incaricato i servizi segreti militari di spiare la rivale Radka Necasova, la moglie di Necas, dalla quale il premier sta ora divorzian-

do. Persino l’ultima linea difensiva opposta dal premier – “Non sapevo nulla di quanto facesse la Nagyova con mia moglie” – è crollata davanti all’evidenza, in quanto lo stesso Necas di recente, poco prima di annunciare il divorzio dalla moglie, avrebbe visto alcune foto della consorte durante i pedinamenti. “Mi rendo conto di quanto le peripezie della mia vita personale siano di peso per la scena politica ceca e del mio partito e ho deciso di assumermi la piena responsabilità politica di quanto accaduto” ha detto Necas, dopo una drammatica riunione con gli altri dirigenti dell`Ods. Necas si dimetterà anche da presidente del partito, carica che ricopre dal 2010. Una brutta storia che dimostra il grado corruzione di questo paese. A finire in manette sono: il capo dell`Ufficio del governo Lubomír Poul, l`ex capogruppo Ods alla Camera Petr Tluchor, l`ex ministro Ivan Fuksa (Ods), il direttore dei servizi segreti militari Milan Kovanda, l`ex capo dei medesimi servizi Ondrej Páleník e il consigliere di amministrazione delle Ferrovie ceche Roman Bocek. Tra poco arriverà anche Necas.

Condomini, ecco le ultime novità

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arte la riforma del condominio, che prevede molte novità in particolare per quanto riguarda le assemblee. La nuova legge prevede la costituzione di un fondo per le opere straordinarie. La riforma interviene su diversi aspetti della vita condominiale. In particolare: modifica le maggioranze per deliberare (che quindi, dovranno trovare applicazione in tutte le assemblee, da martedì in poi), introducendo anche specifiche ipotesi prima non disciplinate quali, ad esempio, la videosorveglianza; stabilisce che le deleghe per partecipare all’assemblea debbano essere in forma scritta, non possano essere attribuite all’amministratore e che, se i condo-

mini sono più di 20, il delegato non possa rappresentare più di un quinto dei condomini e dei millesimi. La riforma del condominio sancisce anche il diritto di accedere alla documentazione condominiale, con la conseguenza che i condomini potranno prendere visione dei giustificativi di spesa ed estrarne copia. La nuova legge prevede altresì, in caso di opere di manutenzione straordinaria o innovazioni, la costituzione di un fondo obbligatorio di importo pari all’ammontare dei lavori. Con riferimento a quest’ultimo punto, è opportuno segnalare, peraltro, come possa ritenersi rispettata la previsione costituendo il fondo in questione, per gradi, in relazione allo stato di avanzamento dei lavori, laddove ciò trovi riscontro nelle modalità di pagamento previste nel contratto sottoscritto con l’impresa che esegue le opere. In questo modo non occorrerà precostituire l’intera provvista prima di dare avvio ai lavori (ma solo quella relativa al primo pagamento contrattuale previsto) e così via per i successivi stati di avanzamento. Una delle norme più dibattute della nuova legge è stata quella relativa alla presenza degli animali nei condomini. Per loro sarà più facile la vita in casa con la nuova legge sul condominio. Non potranno infatti essere più inserite, né ritenute più valide, all’interno dei regolamenti condominiali clausole che vietino di tenere in casa un animale domestico. Infatti l’articolo 16 della Legge 220/12 (GU n.293 del 17 dicembre 2012), integra l’articolo 1138 del Codice Civile con la disposizione: “Le norme del regolamento condominiale non possono vietare di possedere o detenere animali da compagnia”. Gli amministratori dei condomini sono molto preoccupati per questa nuova legge che cambia le maggioranze e alimenterà molti più dissidi che in passato all’interno dei grandi condomini nei quali sono dibattute questioni spinose come quelle della videosorveglianza che non vedono sempre tutti uniti nella logica dell’unanimità. Ecco perché per i proprietari e gli amministratori è in arrivo una stagione caldissima, anzi rovente.


terza pagina-archivio della settimana

Martedì 18 giugno 2013

Sacrifici acuti: fase invertita?

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ttanta articoli “per gli italiani che vogliono fare”, dice il presidente del Consiglio Enrico Letta. Col provvedimento approvato venerdì il governo prova a invertire le aspettative, superando la fase dei sacrifici acuti che ha caratterizzato il montismo. Le aspettative sono importanti, ma il decreto “del fare” è solo un primo passo. Ora ci vuole che il Parlamento lo approvi rapidamente, che le imprese facciano la loro parte e che l’esecutivo affronti con coraggio il taglio della spesa e la lotta all’evasione una vita. Le misure più importanti del decreto sono indirizzate agli imprenditori. I 5 miliardi della Cassa depositi per i prestiti agevolati; il potenziamento del fondo di garanzia; l’alleggerimento del costo dell’energia; i tre miliardi spostati sulle infrastrutture comunali; l’allentamento della morsa di Equitalia e il piano per smaltire un milione di cause civili prefigurano un ambiente meno ostile all’impresa. Che si spera venga colto. Anche le famiglie, con più difficoltà, possono trovare qualcosa di buono: dalle bollette che si ridurranno (ma prima vediamo di quanto) alle borse di studio per gli studenti fuori sede. Oggettivamente segnali modesti, in attesa delle decisioni che il governo deve ancora prendere su Iva, Imu e occupazione giovanile, cruciali per stabilire se l’esecutivo Letta sarà capace di una manovra a tutto tondo per la crescita. Il decreto varato venerdì è la dimostrazione che si possono prendere decisioni utili senza dover ricorrere per forza a manovre lacrime e sangue. E ciò è buono per far tornare un clima di fiducia e ottimismo. Ora però è auspicabile continuare con coerenza e trovare le risorse, questa volta denari sonanti, per le scelte più difficili. Servono svariati miliardi per sciogliere tre nodi ineludibili: l’Iva, l’Imu e gli incentivi alle assunzioni dei giovani. Poiché non ci sono i soldi per far tutto, bisogna partire dalle cose più urgenti. In questo senso, un rinvio sull’Iva, spostando di qualche mese l’aumento dal 21 al 22%, consentirebbe intanto di investire sul lavoro, priorità fra l’altro in linea col percorso cominciato venerdì, e di cercare le risorse per la riforma del prelievo sulla casa. Come hanno scritto Alesina e Giavazzi sul Corriere , ogni anno lo Stato spende 350 miliardi di euro, al netto delle pensioni: possibile che non si riesca a trovare qualche miliardo per coprire Iva e Imu? Possibile se il Tesoro continua ad essere sommerso da richieste dei partiti di nuove e ingenti spese da coprire “in qualche modo”, mai con tagli di spesa e spesso con nuove e improbabili tasse: sulle sigarette, gli alcolici, i giochi e via dicendo. Del resto, anche la copertura degli ecobonus è stata alla fine trovata aumentando alcune aliquote agevolate

dell’Iva. Si rischia così di perdere l’occasione unica di un governo di larghissima maggioranza per affondare il coltello negli sprechi della spesa pubblica. Una considerazione analoga si può fare anche dal lato delle entrate. Sappiamo che ogni anno ci sono almeno 120-150 miliardi di euro di tasse evase. Possibile che non si riesca a recuperarne 4-6-8 in più di quanto fatto finora? Il “CorrierEconomia” spiega che ci sono 129 banche dati che se fossero incrociate tra loro permetterebbero una lotta più efficace all’evasione. A chi paga le tasse interessa certo che il fisco sia amico, ma anche che faccia pagare chi finora non lo ha fatto. Sono anni che non si va oltre 1012 miliardi di maggiori entrate da lotta all’evasione. Quanti ne incasseremo nel 2014 grazie al fisco amico? Enrico Marro, “Corriere della Sera”, 17 giugno 201

Larghe intese: gradite o no?

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gli italiani non piacciono le larghe intese. Ma il “governo di larghe intese” sì. E ancor più il “premier delle larghe intese”: Enrico Letta. Questo strano contrasto di opinioni non è facile da spiegare. Perché appare contraddittorio e, comunque, controintuitivo. Però esiste, come sottolineano i sondaggi. Per prima, la rilevazione dell’Osservatorio di Demos-Coop, che risale a una settimana fa. L’alleanza fra centrodestra e centrosinistra: non piace. Meno di un elettore su tre le attribuisce un voto positivo (pari o superiore a 6). Anche e soprattutto nella base del Pd e di sinistra. Mentre è accettata nel centrodestra. Ma in particolare nel Pdl (57%). Eppure questo “governo” dispone di un consenso molto “largo”. E’, infatti, apprezzato da quasi il 60% degli elettori. Che sale a oltre il 70% fra quelli del Pdl. Ma anche fra gli elettori del Pd. Peraltro, Enrico Letta, personalmente, dispone di un sostegno ancor più ampio. L’azione del presidente del Consiglio, infatti, è valutata positivamente (con un voto pari o superiore a 6) da quasi i due terzi degli elettori (secondo i più recenti sondaggi di Ipsos). Si tratta, in questo caso, di un consenso trasversale. Da centrodestra a centrosinistra, passando per il centro. Con “l’astensione” delle opposizioni. Pare di assistere a un remake del film sul “governo tecnico”, interpretato da Mario Monti, l’anno scorso. Diretto dal medesimo regista: Giorgio Napolitano. Il quale, in effetti, aveva pensato a una riedizione, affidata allo stesso Monti. Se il Professore non si fosse messo in testa di girare il film da solo. Regista e protagonista, insieme. Con il risultato di venire declassato, immediatamente, al ruolo di comprimario, se non di comparsa. Tuttavia, il governo tecnico e Mario Monti otten-

nero, per molti mesi, un sostegno elevatissimo. Naturalmente, le differenze, rispetto ad allora, sono profonde. In primo luogo, quello attuale è un governo “politico”, guidato da un leader “politico”, con una squadra di ministri di cui fanno parte molti “politici”. Inoltre: questo governo è stato istituito non alla fine, ma all’inizio della legislatura. Due mesi dopo il voto e dopo due mesi di tentativi, inutili, di costruire una maggioranza politica diversa. Così non sorprende il limitato consenso alle “larghe intese”. Soprattutto fra gli elettori del Pd. Che avevano partecipato a una campagna elettorale “contro” il Pdl e Berlusconi. Convinti di (stra) vincere. E, invece, si ritrovano ancora “alleati” con il Pdl. Berlusconi, invece, aveva condotto la sua campagna elettorale soprattutto “contro Monti”. Per far dimenticare agli italiani di aver governato dal 2001, quasi ininterrottamente. Per fingere che lui e il Pdl, con il Governo tecnico, non c’entravano. Anzi erano l’opposizione. La vittoria mancata del Pd ha permesso a Berlusconi di rientrare in gioco. Nonostante che alle elezioni politiche il Pdl avesse perso quasi metà dei voti, rispetto al 2008. Per questo, le larghe intese, a Berlusconi, piacciono. Lo ha ribadito anche ieri. Perché gli permettono di contare ancora. Tanto più ora, dopo il disastro delle elezioni amministrative, che evocano la scomparsa del centrodestra sul territorio. Ma il governo (delle larghe intese) e Letta (Enrico) piacciono di più. Anche - e soprattutto - agli elettori del PD. Per alcune ragioni, che vanno oltre la prima e più banale: Letta è del Pd. 1. Anzitutto, perché, da oltre tre anni, viviamo in uno Stato di Emergenza. Che giustifica anche le scelte “contro-natura” (almeno, sul piano politico). I Governi Tecnici e quelli Politici, sostenuti da (quasi) tutti. Amici e Nemici. Alleati e avversari. Perché lo richiedono la Crisi globale, la UE, le Autorità monetarie internazionali... 2. In secondo luogo, Enrico Letta marca una discontinuità, rispetto ai premier precedenti. Dal punto di vista generazionale. È giovane. E, non a caso, ha posto in testa alla sua agenda di governo la questione del lavoro dei “giovani”. Per sottolineare la distanza dal passato. Anche e soprattutto, ripeto, dal punto di vista “generazionale”. 3. Peraltro, dal punto di vista “programmatico”, ha risposto alla prima “emergenza” espressa dai cittadini. I costi della politica. Attraverso l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Discussa e discutibile, sul piano dell’attuazione. (Io, personalmente, non la condivido, invece, per motivi sostanziali). Ma, dal punto di vista della comunicazione, ha funzionato. 4. La comunicazione, appunto. Questo governo e questo premier riescono a gestirla con efficacia. Si pensi alle misure annunciate per la crescita. Riassunte in un unico testo dal nome suggestivo. Quasi un manifesto: Decreto del “Fare”. Tuttavia, io penso che vi sia dell’altro, dietro a un consenso così elevato per un governo e un premier a capo di una maggioranza che non piace. La definirei: “nostalgia democristiana”. Che attraversa la storia della Repubblica, fin dalle origini. La stagio-

LA VOCE REPUBBLICANA

ne della Democrazia Cristiana, durata quasi cinquant’anni, ha impresso un marchio indelebile nella memoria degli italiani. Anche dei più giovani. “Quelli che” sono nati e cresciuti “dopo”. Quando Dc e Pci non esistevano più. Perché la storia della Prima Repubblica è stata scritta, insieme, dalla Dc e dal Pci. Democristiani e comunisti: alternativi e complementari. Governo e opposizione. Senza alternanza possibile. Alleati, nelle grandi “emergenze” - come negli anni Settanta, durante la stagione del terrorismo. Ma, comunque, (com) partecipi di un sistema “consociativo”, dove tutte le grandi scelte erano condivise. Come le nomine degli enti e delle istituzioni. A ogni livello e in ogni ambito. Il governo guidato da Letta piace a gran parte degli italiani perché rinnova questa memoria. Non solo perché Enrico Letta ha una biografia democristiana - e “popolare”. E propone, comunque, uno stile politico e di comunicazione che evoca quella tradizione. Ma perché questa strana maggioranza costituisce un rimedio al “disagio bipolare”. Assai diffuso nella Seconda Repubblica - fondata su Berlusconi e, appunto, sul bipolarismo. A cui gli italiani non si sono mai rassegnati fino in fondo. Perché non amano vincere. Ma neppure perdere. Governare da soli. Oppure fare opposizione. Vera. Così le larghe intese non piacciono. Ma il governo di larghe intese sì. Perché permette a tutti - destra, sinistra e centro, berlusconiani e antiberlusconiani - di governare insieme, ma senza sentirsi coinvolti. Provvisoriamente. Fino alle prossime elezioni. Quando in molti sperano che nessuno vinca. Come in questa occasione. Per poter governare ancora (quasi) tutti insieme. Ma senza ammetterlo. Perché l’Italia, in fondo, è uno Stato di Necessità. Perenne. Ilvo Diamanti,“la Repubblica”, 17 giugno 2013

Sette decenni e ancora in gamba

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ette decenni. E non sentirli, né dimostrarli. Se si vogliono attraversare i mutamenti del mondo (e della società) nel corso della storia italiana della seconda parte della Repubblica il nome giusto è, sicuramente, quello di Raffaella Carrà. Inimitabile e intramontabile, ancora oggi scoppiettante e pronta a calcare palcoscenici che hanno via via rinnovato codici e mode, così come ha saputo fare sempre l’artista di origini emiliano-romagnole, dalle apparizioni cinematografiche degli Anni 50 al “talent”, quintessenza della modalità odierna di fare tv. Da quella in bianco e nero e con tratti pedagogici, nella quale contribuì a introdurre elementi di entertainment al ruolo da protagonista nella stagione trionfante della neotelevisione e, ancor più, della transtelevisione (come l’ha chiamato il sociologo Vanni Codeluppi), con format

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che fecero epoca quali “Pronto Raffaella?” e “Carràmba! Che sorpresa”. Smentita vivente del cliché del personaggio di spettacolo disordinato e sregolato, con la sua notoria enorme capacità di lavoro (e disciplina), la Raffa Nazionale è diventata, canzone dopo film, serie televisiva dopo conduzione di show, da “Canzonissima” a “Domenica In” sino a “The voice of Italy”, un’artista totale della scena pop italiana (e anche internazionale, venerata da un angolo all’altro del continente latino-americano), oltre che una rabdomante capace di scovare, di volta in volta, pubblici diversi e nuovi. Così, dal corpo in libertà (tra il giocoso e il sessuatissimo) del tuca tuca che segnò l’immaginario collettivo, al corpo a corpo con l’esuberante Roberto Benigni a “Fantastico 12”, nel 1991, ha accompagnato il divenire della rappresentazione della corporeità su quel piccolo schermo che rappresenta la religione civile (e non di rado incivile) della nazione. Tanto che se qualcuno volesse fare un’archeologia foucaultiana dei cambiamenti del modo di mettere in scena la sessualità in Italia non potrebbe prescindere dalla showgirl che non per niente campeggia con una voce dedicata anche sulla versione internettiana dell’Enciclopedia Treccani. E, infatti, assai verosimilmente, oltre alla colorata allegria almodovariana, la ragione della sua trasformazione in icona gay risiede proprio nel suo essere stata un sex symbol a proprio agio con la corporeità, democratico e alla portata di tutti, senza mai tirarsela. In questa caratteristica è dato ritrovare l’altro motivo del suo successo e degli ascolti elevatissimi che hanno salutato le sue innumerevoli performance: una celebrity a tutto tondo, ma della porta accanto, o del pianerottolo di sopra. Un divismo acqua e sapone e “di prossimità” che ha visto l’abbattimento del diaframma e delle barriere tra l’animatore-conduttore e i telespettatori; e di cui Raffa, tra telefonate, “carrambate” e ricongiungimenti familiari ad alto impatto emotivo (con conseguenti attivazioni delle ghiandole lacrimali) è stata insuperabile maestra. La Carrà è stata la campionessa indiscussa del genere nazionalpopolare non unicamente dal punto di vista – decisivo e fondamentale, ovviamente – dello show. Ma, a ben guardare, anche e soprattutto sotto il profilo più autenticamente “filosofico”, in virtù del suo inguaribile e incrollabile ottimismo riguardo la natura e il carattere degli italiani. Un amore sincero per gli abitanti della Penisola che l’ha resa la profetessa di un nazionalpopolare praticato innanzitutto perché professato e creduto. E se non è mai stata, chiaramente, un’artista “engagée”, ha saputo essere una donna dei propri tempi, con incursioni nel presente, dalla politica alla promozione della causa femminile. E, dunque, buon compleanno, e mille di questi giorni! Masssimo Panarari,“La Stampa”, 17 giugno 2013

z i b a l d o n e

Licei prestigiosi, un mito della Francia di Riccardo Brondolo

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ncora, l’esame par excellence: per milioni di noi, maturità se italiani, baccalauréat se francesi, sono questi i giorni di un rito di passaggio, discrimine della maggiore età ben più polposo di quello dell’anagrafe, 18 o 21 che ne indichi. Con l’ironia che, in campo figurativo, sostenne il linguaggio degli artisti della Young British Art, e con l’esperienza acquisita sul campo, potremmo, in chiave lieve, considerare questo cimento e il cerimoniale che lo accompagna come una vera distopia, una situazione cioè in cui è l’ambiente a modellare l’individuo, la sua reattività e suoi istinti: e questo vale tanto per l’esaminato che per il giudice. Fino

ad esasperare le conseguenze di un rituale che, di luogo in luogo, e con diversi protagonisti, può dar esito a imprevedibili risvolti comici, a efferate compromissioni, a fantastiche divagazioni, complici l’ambiente appunto e il soggetto che lo pratica. Si pensi soltanto a quanto può incidere un clima ed un contesto inusuale e inusitato sulla sensibilità e sull’equilibrio di un candidato privatista; e parimenti quanto quel luogo (regione, città, quartiere, palazzo), sortito da una inoppugnabile scelta ministeriale o coincidente con i vagheggiamenti dell’esaminatore esterno, possa creare nell’animo di questi un’aura di benevolenza, di apertura ragionata ed equanime, o al contrario produrre in lui un atteggiamento di ripulsa, o quanto meno di freddezza o di noia. (Le ultime disposizioni, poi, tendenti a ridurre o annullare le distanze tra la sede e la destinazione del commissario, sono chiaramente dettate non

dalla sensibilità a quanto accennato, ma da pressanti ragioni di bilancio). Statistiche In genere i giornali italiani si perdono in trattazioni piuttosto generiche dell’evento, discutono analiticamente dei temi, della loro liceità; ma non affrontano statistiche o problematiche di fondo. Ho sott’occhi da qualche giorno gli articoli che invece, con assidua cura, dedica Le Figaro al baccalauréat, e m’ha colpito tra i tanti risvolti da cui si snidano problemi e quistioni, quello dei diversi esiti conseguiti dai candidati delle minoranze etniche in Francia. È singolare ad esempio la spettacolare riuscita dei figli di immigrati asiatici, figli per lo più di artigiani, commercianti e impiegati, che non li possono seguire nei devoirs a casa: ma che ne sorvegliano rigidamente gli orari di studio, ne limitano la TV, li stimolano nella pratica del bilinguismo, alla frequentazione delle biblioteche, e li collocano spesso presso istituti privati: con una responsabilizzazione morale molto forte. Ne conseguono risultati nettamente superiori alla media sia nelle scuole secondarie che al bac, sino all’università: l’eccellenza è raggiunta specie nelle facoltà tecnologiche. Gli allievi turchi e marocchini che frequentano istituti privati, essendo figli per lo più di operai e manovali, sono invece appena la metà degli asiatici; ed è interessante notare come, a parità di condizioni sociali, i figli degli immigrati nel loro complesso si comportino meglio dei francesi. Un risvolto più leggero di queste indagini del giornale sul baccalauréat è la raccolta delle perle da foires aux cancres, le fiere degli asini nelle aule scolastiche: ma ritornando alla particolare atmosfera distopica e surreale che aduggia spesso questo esame, qualche strafalcione ci pare possa essere colto come una boutade, quasi un ironico, o un più o meno consapevole sberleffo del candidato alla seriosità del rito: leggiamo così che “De Gaulle è diventato una porta aerei”, e che “La guerra fredda ci fa venire ancor oggi i brividi”; si frana poi su lapsus marchiani: “ I Nazisti hanno commesso crimini umanitari”; alleggerendosi poi il dialogo nell’ambigua valenza di una battuta: “Una volta morto, Kennedy non poteva più fare granché”, e , in geografia, “La Russia, interamente colorata di blu, ha, per unica legenda, Il Freddo”, e “I Paesi poveri si sono raggruppati tutti in Africa, quando avrebbero dovuto, come han fatto Messico e Canada, accostarsi agli USA”. Si passa così, da infortuni esilaranti come “I vegetali fissano l’ossigeno sulle foglie grazie ai globuli verdi”, a quelle che paiono piuttosto spiritose provocazioni filosofiche: “Descartes col suo ‘cogito’, cioè il ‘penso dunque sono’, ci dimostra che se penso di esser utile, lo sono”: ma qui l’errore è nell’ortografia: ‘je pense’ è scritto “pence”;

...ah, la terribile ortografia del Francese... Ma torniamo a noi, per portarci, coi ricordi, a personali esperienze nostrane: sul fronte opposto però, quello sul quale, a cadere in stranianti performances e comici lapus, erano stati i professori. Fu il caso di un programma d’esame, sottopostomi -vistato dal preside- da una collega (si dice così...) di Inglese, in cui tra le varie voci si parlava di “Erection (sic) of the members of the parliament”: ora, atteso che sulla tastiera la l e la r stanno ai lati opposti, era piuttosto convincente pensare ad un lapsus freudiano piuttosto che ad un errore di battitura. Mi si assicurò che l’insegnate era graziosa e avvenente. Al Plank di Roma un keniota si arrabattava come poteva in letteratura italiana: cercai di aiutarlo, avviando il dialogo in inglese, lingua che ben conosceva: quel che contava era veder se sapeva i concetti; un collega mi interruppe bruscamente, facendomi notare che il colloquio doveva svolgersi in lingua italiana. Altra volta ebbi invece a giudicare la preparazione letteraria di un candidato sulla base di un programma nel quale il docente aveva inserito le proprie liriche, precedute da una autobiografia: questi, con inavvertita e straziante comicità, dopo il proprio nome e la data di nascita aveva scritto: “Fin dai primi anni diede prova di un’intelligenza e di una sensibilità eccezionali...”. Ma la perla, fulgida sulla cimasa della memoria, è quella di un presidente, barbetta alla mefisto, che, per porgere aiuto ad una candidata, titubante di fronte ad una mia domanda su versi danteschi che postulava la risposta “Dio”, cominciò a gorgheggiare, sull’aria di un inno devozionale, “Al ciel, al ciel, al ciel!”, accompagnando il crescendo con ampi gesti della mano, e precipitando nel panico la già turbata fanciulla. Scherzi e distopie d’esame, con esiti tra il comico e lo sconfortante, come si diceva...

Ultim’ora, ecco lo ius soli alla veneta

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us soli ma alla leghista, alla veneta. Ecco un esempio. Favorevole allo ius soli. Il presidente della regione Veneto Luca Zaia, Lega Nord, a Venezia ha risposto ad una domanda sul diritto di cittadinanza. “Sollevo il tema dei bambini che sono nati qui e vanno a scuola qui - ha detto - sui quali un ragionamento al di là dello ius soli debba essere fatto anche perché spesso parlano il dialetto quasi meglio di me. Sono bambini che in molti casi hanno identità veneta e non quella del Paese

d’origine della loro famiglia, cosa che è accaduta spesso ai nostri emigranti”. Identità sì ma più che altro regionalizzata. Dal punto di vista leghista, vale a dir il loro, il ragionamento non fa grinza alcuna anche perché costoro odiano l’Italia unita e dunque viva il dialetto. Zaia ha

espresso anche la sua opinione sulle questioni riguardanti l’omosessualità: “Per me non esiste il problema. Non mi avventuro su temi quali quelli delle coppie di fatto, i gay hanno diritto di rispetto e basta, non c’è nulla da aggiungere”. “Nel mio partito - ha osservato anche - la maggior parte delle persone hanno ragionevolezza da vendere, se poi il palcoscenico viene dato al fondamentalista di turno è ovvio che la posizione sembra essere un’altra”. Il tutto mentre la Lega vive ore concitate. Dopo la riunione chiarificatrice di domenica a Milano, la Lega Nord si rinforza. Lo ribadisce il presidente del Veneto Luca Zaia: “Dalla riunione di ieri esce un movimento compatto, fermo sul pezzo - ha detto oggi - che ha chiesto all’unanimità a Roberto Maroni a rimanere segretario federale il più possibile per dar corso a quello che si è deciso e cioè la questione del Nord che per noi resta irrinunciabile”. Nessun commento, invece, di Zaia sull’assenza di Umberto Bossi. Il quale ormai parrebbe fuori di giochi, anche se non ci crediamo fino in fondo.


4 LA VOCE REPUBBLICANA Sabato scorso presentazione di un volume su G. Bruno

Il suo contributo all’evoluzione del pensiero. Una figura valida ancora oggi

La fenice filosofica risale dalle ceneri

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uella vissuta sabato sera a Napoli, nella sala riunioni dell’Associazione lucana Giustino Fortunato è stata una serata da ricordare. Sul palco tre personaggi d’eccezione, che hanno dato lustro, ciascuno a suo modo, alla figura del grande pensatore Nolano. L’occasione è stata la presentazione del recente fortunato volume di Guido del Giudice “Io dirò la verità. Intervista a Giordano Bruno”. Un libro che è riuscito nel difficile compito di coniugare studio, ricerca e divulgazione.

L’intento didattico, infatti, non sacrifica l’accuratezza storico-documentale, ma anzi apporta inediti contributi alla conoscenza della triste vicenda processuale del filosofo di Nola. Ad aprire il dibattito è stato il giornalistascrittore Ermanno Corsi il quale, con la consueta professionalità e competenza, ha individuato gli aspetti pregnanti e le finalità del testo. Acutamente ne ha evidenziato l’impostazione di tipo giornalistico, ma di un giornalismo, non puramente cronistico, bensì garbatamente “di parte”. La lettura di Corsi ha individuato il preI nominativi di chi aveva contribuito per “salvare” la sede, gio principale deloperazione non andata a buon fine, e che l’opera nel consenticomunque lasciano il contributo al Pri visti i re, con uno stile piacevole e coinvolgenproblemi finanziari che affliggono il partito Qui di seguito l’elenco degli amici repubblicani che, tempestivamente, rispon- te, la messa a fuoco dendo alla e-mail della Segreteria Nazionale del Pri, hanno deciso di lasciare al dei caratteri fondapartito il contributo destinato al salvataggio della Sede storica. mentali della specuAlcuni amici che hanno contribuito in maniera importante alla sottoscrizione lazione del filosofo, suddetta chiedono di non comparire in questo elenco. inquadrandoli nella Nucara Francesco, Bertuccio Paolo, Colombi Alberto, Carbone Rocco, De giusta prospettiva. Modena Bruno, Serrelli Giovanni, Posenato Sergio, Gusperti Anselmo, La Cava Lucido ed immagiAntonio, Mastronardi Alessandro e Alessandra, De Andreis Marco, Cipriani nifico, come di conPaolo, Direzione Regionale PRI Liguria, Tartaglia Giancarlo, Ravaglia Gianni, Pasqualini Carlo, Galizia Bernardino, Africa Leonardo, Lucarini Carlo, sueto, il successivo Scandiani Martino, Eramo Michele, Garavini Roberto, Sbarbati Luciana, intervento del filoMorellini Africo, Mastronardi Alessandra, Suprani Claudio, Sezione PRI sofo Aldo Masullo Bonfiglioli Bologna, Attisano Marcello, Torchia Franco, Buggè Giuseppe, ha trascinato l’affeSavoia Antonio, Dolfini Gianezio, Ghizzoni Giuseppe, Dal Pan Roberto, zionato uditorio con Chioccarello Claudio, Baccarini Alberto, Pasquali Silvano, Saccani quelle dotte disquiPierdomenico, Borlenghi Sergio, Giunchi Benito, Sezione “G. Pasini” sizioni ricche di Bacciolino di Mercato Saraceno, Del Giudice Franco, Morabito Domenico, affascinanti riferiGizzi Giuseppe, Algeri Renato, Ferretti Sergio, Famiglia Tampieri, Pio Berardo, menti filosofici, cui Proietti Omar. ci ha ormai abituato, L’elenco continuerà nei prossimi giorni. sottolineando a sua Elenco dei nominativi che richiedono il contributo versato volta il valore e la piacevolezza del per “salvare” la sede: testo di Del Giudice. Pagano Aldo, Morgagni Giuseppe, Ferrara Paolo Antonio, Gallo Riccardo, Masullo ha sottoliFIN.COOP.RA S.r.l. neato come questo

Martedì 18 giugno 2013

saggio, faccia seguito ad una lunga serie di lavori sul Nolano, di colui che ha definito un “dilettante che lavora meglio di un cattedratico, dilettante nel senso che si occupa di certi problemi non per necessità professionale ma per passione”. Dunque, pur essendo un medico e non un accademico di professione, Guido del Giudice si pone all’avanguardia tra i conoscitori della storia e del pensiero di un personaggio che ha avuto una tale influenza sul nostro modo di pensare, che per Masullo, parafrasando Benedetto Croce, “oggi non possiamo non dirci bruniani”. Ha concluso degnamente la serata il brillante intervento dell’autore. Guido del Giudice ha voluto esternare la sua soddisfazione per giudizi tanto lusinghieri, che assumono particolare significato considerando il valore di chi li ha espressi: giudizio più competente ed autorevole difficilmente uno scrittore potrebbe desiderare. Pur non ripudiando, ma anzi riconoscendo il valore fondamentale degli studi accademici e di un’adeguata formazione culturale, l’autore ha rivendicato con orgoglio la definizione di ”Achademico di nulla achademia”, che lo stesso Nolano coniò per descrivere se stesso. L’attività e l’impegno culturale di questo medico-filosofo (come ci tiene a definirsi) costituisce l’esempio di come la cultura, e la filosofia in particolare, non debbano essere appannaggio di una casta, ma costituire patrimonio comune a tutti gli uomini di libero pensiero e agli uomini di scienza. Fu questo uno dei principali messaggi di cui Bruno si fece paladino fino alle estreme conseguenze. Del Giudice ha quindi intrattenuto i presenti con l’analisi di alcuni interessanti spunti di modernità presenti nel pensiero del Nolano, rivolti soprattutto ai giovani. Il folto pubblico presente ha dimostrato viva partecipazione e apprezzamento per un evento da ricordare: chi c’era ha avuto la fortuna di assistere all’intarsio di un piccolo inimitabile cammeo con l’effigie di Giordano Bruno.

lettera alla Voce

Un patentino per chi si reca al seggio

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lla radice del mio “essere repubblicano” c’è una cultura positivista, illuminista, laica e mazziniana, che scorre nel mio sangue da più di una generazione. Avere avuto il privilegio di lavorare per molti anni sotto l’egida di Randolfo Pacciardi, ha, di più, rafforzato questo mio stato d’animo, modo di essere, al punto da affermare in più di un’occasione il mio “voler morire repubblicano”. La prima volta che presi la tessera dell’Edera fu nel 1980, allorquando, tra le lacrime, mi trovai tra coloro che sciolsero il movimento presidenzialista Unione Democratica Nuova Repubblica, per seguire Pacciardi nel P.R.I. Da allora ogni anno ho sempre rinnovato questo impegno. La struttura partitica, comunque, resta solo un aspetto del mio convincimento; se c’è tanto meglio; ma se non c’è, i cardini che regoleranno la mia esistenza fino alla fine resteranno gli stessi. Fatto questo preambolo vengo a commentare il fenomeno della rarefazione degli elettori, che, sempre più numerosi, disertano le urne. Io, che vivo e risiedo ad Arezzo, in Toscana, da molti anni non torno più a votare; quindi mi considero un precursore di questi “astensionisti”. Però io non mi sento tale. Non ci vado perché questa piccola cittadina di imprenditori industriosi, oggi in crisi profonda, poco e male ha, nel passato, dimostrato attitudine alle tematiche risorgimentali laiche e repubblicane. A dimostrazione di ciò basti ricordare il mancato appoggio al generale Garibaldi, durante la trafila del 1849, fuggiasco da Roma, con Anita gravemente malata; o cinquant’anni prima, negli entusiasmi clericali

del “viva maria” contro il generale Napoleone. Non sono più tornato ad esprimere il mio voto, io, perché non posso e non voglio più votare diversamente dal simbolo dell’Edera, come più volte è accaduto per volere dei nostri vertici, dal triclico del 1975, con altri partiti laici, al Partito della Ragione e della Bellezza, degli anni duemila. Dunque, anche questa volta l’affluenza è in calo. I mass media, i politologi, i giornalisti specializzati ed il personale di palazzo si allarmano.! Il mio punto di vista? Eccovelo: “Per me sono ancora in molti ad esercitare un diritto alla democrazia!”. Se ancora il cinquanta per cento dei cittadini continua a recarsi alle urne, sarebbe curioso riuscire a stabilire, tramite una indagine conoscitiva, cosa questa torma di persone è consapevole di andare a fare. Secondo me non è, oggi, non può più essere, bastevole il requisito anagrafico, per partecipare alle scelte della democrazia rappresentativa. Se è ritenuto logico frequentare appositi corsi, per guidare l’automobile, cercare funghi, pescare pesci e cacciare selvaggina, se non per esercitare professioni, e conseguire opportuni brevetti... perché no? Per andare a votare? RenatoTraquandi,Arezzo

La Voce Repubblicana - 18 Giugno 2013  

QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - n.117 del 18 Giugno 2013

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