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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 138 - MERCOLEDI 17 LUGLIO 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

DE PROFUNDIS

Quali possibilità di ripresa per il nostro Paese

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a Banca d’Italia ha fatto stilare da otto economisti un documentato rapporto sul sistema industriale italiano “tra globalizzazione e crisi “. Il quadro è a dir poco desolante. L’approccio del rapporto non è pessimista e insiste continuamente sulle possibilità di ripresa dell’industria italiana, nonostante l’evidenza dei dati. Per Bankitalia la priorità non è il costo del lavoro, ma l’alto prelievo fiscale e il costo dell’energia. Ammesso che si possa pure abbassare il primo, come si fa a limare il secondo, quando il nostro è l’unico paese occidentale privo del nucleare e senza risorse prime? Scoprire che l’alto costo energetico – e lo sappiamo almeno dalla fuga dell’Alcoa dalla Sardegna – è uno dei principali elementi di penalizzazione per le imprese, significa considerarle spacciate, altro che trasformazione. Provate a lavorare l’acciaio con i pannelli solari, Poi uno si indigna che si cerchino relazioni privilegiate con Putin e con Gheddafi. La crisi è stata durissima, il rapporto di Bankitalia lo conferma, probabilmente la peggiore dalla fine della seconda Guerra Mondiale e basta vedere il pil che nel 2007 è sceso di 7 punti. Però i vicini francesi e tedeschi l’hanno patita molto meglio di noi. Il che significa che i fondamentali del sistema di quegli Stati erano più solidi, che se la barca fa acqua da tutte le parti, non c’è bisogno di un maremoto per andare a fondo. Standard & Poor’s ha declassato noi. E il ministro del Tesoro Saccomanni ha risposto mostrando le tabelle. Solo che la Cnn, come gran parte del mondo, non legge le tabelle, manda in onda le immagini di Schettino che ancora deve esser processato e da ragione ad S&P’s,

fine della storia. Alla crisi industriale del paese si accompagna il trionfo burocratico, il ritardo della macchina giudiziaria, la continuità degli scioperi. Piero Ichino è stato testimone di una vicenda esemplare a proposito di una tassa da pagare, ma possiamo dirgli di considerarsi ancora fortunato, perché conosciamo casistiche più sconcertanti in cui lo Stato diventa un vessatore di prim’ordine ed il cittadino un autentico perseguitato. E che dire della divisione ed articolazione dei poteri? E’ successo che un comune autorizza un’impresa a impiegare un terreno per i suoi uffici e la provincia vi si oppone, senza contare il contenzioso legislativo fra Stato e Regioni che intasa i Tar dalla riforma del titolo V. Morale, al primo problema, le imprese fanno meglio ad andarsene da qualche altra parte, come sta succedendo. “C’era una volta un bel paese”, ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” di lunedì scoro, manifestando più di una punta di nostalgia. Non che l’Italia fosse priva di difetti, ma ancora nessuno la considerava consegnata in un tunnel senza uscita come oggi. E pure questa è la condizione. La domanda però, non è se ci sono forze politiche che sono consapevoli di questa situazione o capaci di provare angoscia per quello che sta avvenendo; ma come mai, le forze politiche consapevoli e angosciate dalla crisi, hanno pagato un dazio maggiore di quelle che invece sul disastro hanno prosperato. Se sapremo rispondere a questa domanda troveremo anche la forza di mettere da parte le nostre beghe interne e di batterci per riscattare il Paese e la sua storia. Altrimenti davvero non sapremmo dire chi potrà riuscire a farlo.

Disoccupati ancora in aumento Per l'Ocse la crisi continua per tutto il 2014

Intrappolati nella recessione P

er l’Ocse l’Italia rimane intrappolata nella recessione ed è probabile che la disoccupazione continui ad aumentare restando a livelli superiori alla media europea. Commentando le prospettive aperte dalla riforma Fornero del 2012, l’Ocse scrive che “ci si può aspettare che, avendo limitato i casi di licenziamento senza giustificato motivo in cui il reintegro nel posto di lavoro può essere ordinato dal giudice e reso le procedure di soluzione dei conflitti più veloci e previsibili, la riforma dia un impulso alla crescita della produttività e alla creazione di lavoro nel prossimo futuro”. Invece l’Italia rimane uno dei paesi Ocse con “la legislazione più restrittiva sui licenziamenti, in particolare per quello che riguarda la compensazione in assenza di reintegro e la definizione restrittiva di licenziamento ingiustificato che domina nella giurisprudenza”. Sono guai per i giovani compresi tra i 15 e i 24 anni. Il rapporto Ocse definisce “preoccupante” l’aumento dei giovani “che non studiano e non lavorano”. In Italia questa categoria di giovani ha raggiunto il 21,4% alla fine del 2012, la terza più grande percentuale nell’Ocse dopo Grecia e Turchia. Per questi giovani italiani “c’è un rischio crescente di conseguenze di lungo termine sulle loro prospettive occupazionali e di guadagno”.

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a Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha espresso apprezzamento alla presidente della Rai Tarantola, per quella che considera “una scelta moderna e civile”, ossia di rinunciare a mandare in onda Miss Italia. Il presidente Boldrini ha ricordato che solo il 2% delle donne riprese in televisione esprimerebbero pareri, quando “il resto è muto, a volte svestito” e ha detto che “le ragazze italiane debbono poter andare in tv senza sfilare con un numero”, che “dispongono di altri talenti”. Boldrini si è anche chiesta se sia più grave che una donna debba togliersi i vestiti in tv, come per

CONGRESSO: COSTITUZIONE DEL GRUPPO DI LAVORO In vista del prossimo Congresso del Pri il segretario nazionale, Francesco Nucara, ha inviato una lettera agli amici Roberto Cangiamila, Saverio Collura, Giuseppe Ossorio, Luciana Sbarbati, Antonio Suraci. Cari Amici, sulla base della delega conferitami dalla Direzione Nazionale vi prego di costituirvi in Gruppo di Lavoro per la preparazione della piattaforma congressuale per la prossima Assise repubblicana. Il riferimento per convogliare le vostre idee tramutate in scritti sarà l’amico Saverio Collura. Resta inteso che qualunque componente del Consiglio Nazionale può proporre proprie tesi che potranno

essere accolte nel documento finale o essere allegate come contributo autonomo. Il lavoro degli amici segnati in epigrafe sarà svolto in piena autonomia anche, se necessario, con il contributo di personalità esterne al PRI. Nel ringraziarvi per il lavoro che andrete a compiere vi invio i più cordiali saluti, Francesco Nucara P.s. Vi ricordo che presumibilmente a metà settembre ci sarà il Consiglio nazionale e per quella data dovrà essere pronta la proposta congressuale. Il Gruppo di Lavoro, come sopra definito, viene integrato dagli amici Franco Torchia e Widmer Valbonesi.

Boldrini e Miss Italia miss Italia, o che si debba completamente coprire, come chiede la religione talebana, quasi ci fosse un parallelo tra il consumismo del corpo femminile e i precetti dell’integralismo islamico. Infine Boldrini si è augurata che il no a Miss Italia sia solo “l’inizio”, una calamita per tutte le altre tv e network. La decisione del presidente Tarantola, di carattere editoriale, che riguardava anche “l’Isola dei famosi” era inserita in un contesto per il quale la Rai deve concedere meno o niente alla tv sensazionalistica e del dolore. I due programmi epurati sono molto diversi fra loro e va detto che ogni tentativo di

intellettualizzare negli anni Miss Italia è fallito miseramente: la trasmissione era comunque nel complesso piuttosto penosa. La rai ha anche problemi di budget e quindi mandare in onda miss Italia deve essere stato ritenuto sconveniente al netto della raccolta degli sponsor. Sostanzialmente condividiamo la scelta e l’impostazione del presidente Tarantola, saremmo attenti però a non ideologizzarla come sembra incline invece a fare il presidente Boldrini. Anche perché si rischia di assomigliare a Morsi che voleva impedire miss Egitto, simbolo dell’occidentalizzazione dei costumi del paese.

Confronti impietosi Matteo Renzi all’inseguimento del mito blairiano

Splendori britannici e miserie italiane

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onfessiamo volentieri una mai sopita ammirazione per il popolo britannico. I civilissimi romani volevano conolizzarli e quelli, bruti e selvaggi, li hanno costretti a rintanarsi dietro un vallo. Allocati su una specie di grande scoglio su un mare tempestoso, hanno costruito una flotta agile e leggera per circumnavigarlo e visto che gli spagnoli ne avevano una molto più potente, si sono inventati la pirateria. La Chiesa li opprimeva? Si sono fatti la loro e hanno costruito lo Stato moderno. Bonaparte li disprezzava come dei bottegai e di quest’accusa hanno fatto un vanto. Il bottegaio tiene pulito il suo esercizio, controlla i conti e cerca pure il profitto per se e l’azienda, facendo guadagnare tutta la società. Un militare, in tempi di pace, serve a poco o nulla. Quando Sergio Marchionne dice che vanno bene i diritti, ma se non c’è il lavoro non ci sono nemmeno i diritti, ecco un abruzzese calarsi perfettamente nella logica anglosassone. La stessa che spiegò a suo tempo la Thatcher e che apprese volentieri Tony Blair. Pensate che Tony Blair è andato al governo nel ’91 e in Italia ancora lo si aspetta. Può darsi che sia Renzi il Blair italiano, con la particolarità che nel 2013 non solo non ha vinto ancora le elezioni politiche, ma deve pure aspettare nella sua aspirazione a divenire segretario del partito. L’Inghilterra ha alla guida del Labour un Ed Miliband più giovane di Renzi e che non è nemmeno tanto male. Ed ha avuto una grana con il sindacato in Scozia e ne ha approfittato per rilanciare il modello stesso del partito, e le “Union” sono potentissime nel Labour e tuttavia in Inghilterra non accadrebbe che con il Labour al governo le “Union” protestino in piazza. Mai lo facessero, il segretario del Labour non si metterebbe a dire che hanno ragione, come pure è successo ad Epifani. Vi sarebbe invece uno scontro durissimo, perché in Inghilterra, altra prassi consolidata, il leader del partito è il capo del governo. Oltre Manica non ci sono stati decenni di congressi democristiani intenti a destabilizzare tale semplice realtà politica. Se invece domani Renzi divenisse finalmente segretario del Pd si troverebbe subito a doversi confrontare con una teoria che lo vorrebbe distinto dalla leadership del governo. Non abbiamo ben capi-

to nelle complicate geografie politiche del Pd, come siano esattamente schierati il potente Bettini e l’emergente Barca. In compenso è chiarissimo che per entrambi, il segretario del partito deve principalmente pensare al partito e che al paese ci penserà qualcun altro. A costo di sembrare impertinenti, siamo costretti ad osservare che tale logica è degna di un segretario organizzativo, perché un partito dovrebbe preoccuparsi appunto del Paese, non di se stesso. Purtroppo la crisi dei partiti deriva anche da dettagli del genere. L’Inghilterra non conosce la crisi dei partiti anche causa il formidabile impianto politico che li sorregge: non è degli inglesi la teoria “liberal socialista”, da loro liberali e socialisti sono ben distinti e entrambi lo sono dai conservatori, tre scuole che possono anche collaborare, se mai occorresse, ma non assimilarsi fra loro. Da noi è nata una tale confusione che si è persino voluto mettere insieme popolari ed ex comunisti. Ad un dato momento il chiarimento si imporrà da se e con esiti traumatici. Anche qui Renzi capita a fagiolo. Il Pd nella sua lunga traversia, lo abbiamo visto affaccendato per commisurarsi con la realtà socialista europea che presenta molte varianti nonostante una matrice unica. E’ vero che ora il Pse si muove in una direzione più ampia di centrosinistra, capace ad includere anche i democratici americani, ma il Pse ha definizione ben precisa, tanto che Bersani si sentiva prossimo al francese Hollande, non certo al britannico Miliband. Renzi è a destra persino di Miliband avendo spiegato quello che Miliband magari pensa, ma non dice e cioè che il socialismo è una causa persa. Vogliamo vederlo Renzi esporre questa tesi al congresso che dovrebbe eleggerlo segretario. Non perché gli mancherebbe il coraggio, ma perché subito gli mancherebbero i numeri e se i numeri li trovasse all’esterno del partito, all’interno ci si sentirebbe assediati. Una vita da socialisti non finisce di colpo senza ferite sanguinanti. Allora può darsi anche che vedremo finalmente Renzi segretario del Pd, ma lo scriviamo fin da ora, in quel momento inizierebbe la scissione del partito. Fenomeno anche questo poco britannico, dove i partiti si vogliono coesi nella propria identità al loro interno.

Luci dell'Est

Dall’igiene istituzionale a quella mentale

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uando parliamo del dissenso nei paesi dell’est dovremmo stendere per carità di patria un velo pietoso. Vi sono autorevoli personalità del nostro paese che in passato difesero con atti pubblici provvedimenti dell’Unione sovietica contro il dissenso ed i dissidenti. Tutto il popolo sovietico amava e si riconosceva nel compagno Stalin. Prese di posizioni del genere non erano dovute a degli originali strampalati, ma al vincolo d’obbedienza a cui il principale partito dell’opposizione in Italia si atteneva nei rapporti “fraterni e di amicizia” con l’Urss. Il Pci una volta approvata la repressione della Repubblica Ungherese nel ’56, fu quasi costretto a condannare l’invasione di Praga nel ’69 e persino a malincuore. Nel 1974 “l’Unità” si prodigava nel difendere l’espulsione di Solgenitsin e silenziare il dissenso sovietico. La rivoluzione d’ottobre aveva “esaurito la sua spinta propulsiva”, avrebbe detto tre anni più tardi Enrico Berlinguer, quando semmai quella spinta si era già esaurita con i massacri dei kulaki nel 1918 e se proprio si voleva giustificare il terrorismo leniniano, quando si preferì negarlo, dall’accordo con la Germania nazista del 1939. In Russia non esisteva più un partito comunista e in Italia bisognava ancora disfarsi di quello che portava quel nome. Come si spiega allora tutto l’odio che vediamo riversare nei confronti del presidente del Kazakistan, uno zelante dirigente del Pcus per tutta la sua esistenza, proprio da parte di ex dirigenti del Pci, ora campioni dei diritti umani alla Nichi Vendola? Che Nichi Vendola sia un giovane bolscevico invecchiato male lo si capisce dal linguaggio usato: “l’igiene” istituzionale la raccomandavano i cekisti quando ripulivano il partito dai corrotti o presunti tali. Un democratico cerca di salvaguardare le istituzioni, non ha la pretesa di purificarle, le istituzioni non appartengono a nessuno. Qualunque cosa poi oggi possa avvenire in Kazakistan è sempre meglio di quelle che si sono verificate in tutto il secolo scorso fino al dissolvimento delle Repubbliche socialiste. Basta pensare che si accusa il Kazakistan di brogli elettorali, quando per decenni la sola idea di votare veniva perseguita. Per di più con il Kazakistan abbiamo migliori rapporti dovuti alla cooperazione internazionale, alla lotta al narcotraffico, al terrorismo. L’America li fa con Russia e Cina, noi li facciamo con il Kazakistan con cui abbiamo anche relazioni commerciali. Tutto questo può aver inciso in maniera grave nel caso Shalabayeva? Sicuramente. A pensar male ci si azzecca sempre, soprattutto in vicende come questa possono emergere le cose più scandalose. Motivo per non partire lancia in resta alla ricerca di un bersaglio, prima di avere la maggior conoscenza possibile degli avvenimenti. Ma i cekisti di un tempo cercano solo un bersaglio per abitudine. Non cambiano mai.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Mercoledì 17 luglio 2013

economia

Giustizia e dintorni di Guido Camera Attenzione alla stratificazione normativa che contribuisce alle tensioni sociali e può anche ammazzare l’economia

Ma quella legge pare oscura

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ttenzione alla stratificazione normativa, perché sta contribuendo ad alimentare le tensioni sociali, e ad ammazzare l’economia, non meno della soffocante tassazione della quale tutti ci lamentiamo. Accanto a leggi e gabelle che risalgono all’800, è impressionante la crescente quantità di norme, circolari, regolamenti, etc. etc. che un comune cittadino deve prendere in considerazione per poter esercitare i propri diritti più elementari; ieri, scrivendo una memoria per cercare di spiegare a un giudice che l’errore del mio cliente nell’individuare il termine per estinguere un debito era dovuto all’oscurità della legge, ho iniziato a perdermi cercando di individuare la norma che spiegasse in modo chiaro al cittadino cosa fare. Ogni volta che mi sembrava di essere giunto al traguardo, la disposizione che mi trovavo ad esaminare rinviava ad un altro articolo e/o legge. Per curiosità, ho contato quanti rinvii ad altre leggi ho dovuto affrontare prima di trovare una soluzione al mio problema: 17! (forse la sfortuna del mio cliente è stata causata dal numero; speriamo che non sia superstizioso….) Una volta trovata la disposizione (apparentemente) applicabile, ho però appreso, leggendo una rivista (ultra)specialistica, che, per capire come il mio cliente avrebbe dovuto comportarsi, avrei dovuto leggere

anche una circolare che, a sua volta, doveva essere interpretata considerando i diversi orientamenti giurisprudenziali nel frattempo formatisi. Ma se questo è il travagliato iter che un cittadino deve compiere per capire come risolvere una situazione banale, come può un’azienda di grosse dimensioni risolvere i numerosi, e vari, problemi che quotidianamente si possono porre? Quello della stratificazione normativa selvaggia, peraltro, è un problema che trova causa nella demagogia; appena si verifica un eclatante caso giudiziario, scatta la corsa a chi urla più forte: “ci vuole una legge!” Leggi e gabelle scritte Eppure oggi siamo invasi da leggi, nel sec. XIX, norme e sulla carta anche severissime, che, vecchie circolari. Ora ahimè, finiscono soprattutto per se l'avv. si orienta con ingessare la vita dei cittadini, delle una certa fatica, cosa imprese e della pubblica amministrafa il cittadino? zione, senza però garantire un miglioramento in termini di difesa sociale. Anzi, la pletora di norme, in taluni casi, viene sfruttata dagli imprenditori più spregiudicati per “coprire” situazioni di reale illiceità. Abbiamo bisogno di avere poche leggi, ma buone e, soprattutto, che possano rispecchiare con chiarezza i valori e le esigenze del nostro tempo: solo così potrà essere garantita uniformità e prevedibilità nella risoluzione dei casi concreti. Ovvero il punto di partenza per rendere la legge veramente uguale per tutti.

Intervista di Lanfranco Palazzolo Mara Carfagna, Popolo della libertà, critica i toni che Grillo usa per attaccare una ben nota personalità politica italiana

Alimentare un pessimo clima

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eppe Grillo deve abbandonare i toni ai quali ha abituato tutti in questo periodo. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Mara Carfagna del Pdl. Onorevole Carfagna, in questi giorni tutti hanno potuto constatare l’imbarbarimento dello scontro politico in atto in questo paese. Gli inqualificabili attacchi contro il ministro Kyenge e le minacce rivolte alla sua persona “La nozione legata sono dei segnali preoccupanti. al rispetto fra varie Come valuta questo clima? personalità sembra “Non credo che questo clima politiscomparire quando si co sia la conseguenza del disagio tratta di Grillo. Deriva sociale ed economico diffuso. Gli da questo un clima italiani non vogliono vedere la clasanche pericoloso...” se politica sconfinare nell’insulto e nella violenza o, addirittura, arrivare minacce di morte. Penso che la responsabilità e la colpa sia in capo a chi fomenta la violenza, la rabbia e il disagio sociale. Questi sentimenti ci sono, esistono, ma qui bisogna trovare delle risposte. Responsabile di questa situazione è chi fomenta questi sentimenti e chi – in qualche maniera – mira ad incancrenire il confronto politi-

co, tendendo a spostarlo sul piano della violenza verbale e degli insulti”. Come dovrebbe essere il confronto politico? “Il confronto può anche essere duro rispetto a chi la pensa in modo diverso su questioni che vengono considerate importanti e rilevanti. Ma non bisogna mai dimenticare che, anche nel momento più aspro, c’è il dovere del rispetto anche nei confronti delle idee diverse e soprattutto della persona che queste idee intende rappresentare”. La discesa in campo di Grillo ha cambiato qualcosa in questo modo di fare polemica politica? “Non molto tempo fa, la regola non scritta del rispetto reciproco veniva osservata da gran parte degli attori della politica prima dell’affermazione di Beppe Grillo. Dopo l’arrivo di Grillo questa regola è stata abbandonata da molti. E Grillo e i suoi seguaci utilizzano ogni tipo di attacco e di insulto e di violenza verbale per compromettere la sicurezza e la libertà di chi esprime le proprie idee. Mi auguro che Grillo abbandoni i toni a cui ci ha abituato in questo periodo. E se vuole davvero essere quel leader politico che proclama di essere la smetta di utilizzare i toni che usa, di esacerbare gli animi e di alimentare la rabbia e il disagio”. Cosa consiglia a Grillo e ai grillini? “Di misurarsi davvero con le cose da fare perché – fino ad oggi – di cose concrete il Movimento 5 Stelle non ne ha fatte. Anzi, abbiamo visto tanti passi indietro come quello del sindaco di Parma Pizzarotti sul termovalorizzatore del capoluogo emiliano. Questa è solo vecchia politica, come quella messa in campo dai gruppi parlamentari del M5S che mirano esclusivamente all’ostruzionismo parlamentare. Di cose concrete per la cittadinanza ne abbiamo viste poche. E della nuova politica di Grillo non si è accorto ancora nessuno”.

INPS, SOTTO 1.000 EURO IL 45% DEI PENSIONATI

fatti e fattacci

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eno male che sono fuori dal Parlamento. Qualche giorno fa il neo-segretario dell’Idv Ignazio Messina ha detto che la mancata riconferma dei parlamentari dell’Italia dei Valori alle Camere è stato un vantaggio per il suo partito. “Noi siamo fuori dal parlamento ma accanto ai cittadini. Oggi chi è dentro il parlamento è lontano dai problemi della gente. Non essere nel parlamento - ha spiegato Messina - paradossalmente è un vantaggio. L’Italia sta vivendo uno dei momenti più tragici, e noi intendiamo utilizzare lo strumento della proposta di legge di iniziativa popolare per combattere le nostre battaglie. In settembre presenteremo 10 punti programmatici sul lavoro, e allora vedremo chi è davvero a fianco dei lavoratori e chi no”. Il discorso di Messina ha una logica precisa. Ma se il segretario dell’Idv dovesse davvero prendere alla lettera questa considerazione dovrebbe ammettere che anche gli altri rappresentanti dell’Idv negli altri enti locali e nelle regioni dovrebbero alzare i tacchi ed andarsene. Se ne sono indubbiamente accorti dalle parti di Genova, dove i consiglieri del Comune di Genova Stefano Anzalone e Salvatore Mazzei “non fanno più parte di Italia dei Valori e di conseguenza sono diffidati dall’utilizzo del simbolo del partito stesso in qualsiasi iniziativa politica e istituzionale”. Lo ha annunciato Maruska Piredda, vicecommissario di Idv in

Liguria e capogruppo Idv in Regione Liguria. Il provvedimento è stato preso, spiega Piredda, per il fatto che Anzalone e Mazzei non hanno rinnovato la tessera del partito per il 2013 e perché i due da mesi “assumevano, in assoluta autonomia, posizioni politiche anche in aperto contrasto con la linea nazionale del partito”, per esempio avevano votato contro il registro delle unioni di fatto. Questa squallida vicenda dimostra la realtà di questo soggetto politico che non ha una collocazione politica ben precisa. Il problema dell’Idv è che dietro la falsa facciata progressista e giustizialista, questo partito ha portato nelle istituzioni un gruppo di esponenti politici che si richiamano ad altri valori, come quelli del ventennio fascista. Non è un caso che più di un esponente politico di quel partito venga proprio dal Movimento sociale. Ecco perché, quando si arriva al dunque, questi consiglieri si trovano a votare insieme a Fratelli d’Italia e con la Destra. Detto questo, il segretario dell’Idv ha detto una grande verità quando ha legittimato la defenestrazione dell’Idv dal Parlamento.Tra non molto, il nuovo leader del partito che fu di Antonio Di Pietro sarà costretto a fare un’analoga dichiarazione politica. Però, in questo caso dovrà anche dire che la mancata riconferma dei consiglieri comunali e regionali è dovuta al fatto che anche loro si sono dimostrati lontani anni luce dai cittadini.

Nel rapporto annuale Inps si legge che nel 2012 circa 7,2 milioni di pensionati (il 45,2% del totale) avevano un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro. Inoltre si rileva che se si escludono gli ex dipendenti pubblici il 47,2% degli assegni (non quindi i beneficiari che possono avere più di una pensione) era sotto i 500 euro.

CISL, BRACCIANTI AFRICANI FANNO VERTENZA Cinquanta lavoratori africani hanno deciso di ribellarsi e denunciare alla Fai Cisl di Foggia, lo sfruttamento subito la scorsa estate, nelle campagne da parte dei ‘caporali’ stranieri e del datore di lavoro foggiano e l’organizzazione sindacale ha avviato le vertenze di lavoro. Erano in 287 a lavorare nei campi di pomodoro di una azienda agricola, tra Foggia e l’Alto Tavoliere ma terminata la raccolta, i caporali che li avevano reclutati sparirono e i braccianti non furono pagati.

primo piano

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opo la cessione di Loro Piana ai francesi sono molti coloro che iniziano a chiedersi cosa stia accadendo al lusso italiano. Ferragamo e Brunello Cucinelli sono quotate in Borsa con successo, Loro Piana ha preferito diventare parte di un impero francese da 65,4 miliardi di euro anche quando una quotazione sarebbe stata ben accolta dal mercato. Loro Piana devono essersi convinti che vendere era un’opzione più facile e rapida. Mantengono la loro posizione di leadership e ricevono i soldi all’interno di un gruppo poderoso come Lwm. “l’Indipendent” scrive che “la disastrosa economia italiana non è stata d’aiuto” e una piccola azienda “non può crescere più di tanto in un’economia che soffre”, soprattutto con una concorrenza delle multinazionali che hanno maggiore potere d’acquisto.

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Renzi a Berlino Firenze perplessa

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entre Don Matteo corre a Berlino, Firenze “brucia”. Il sindaco di Firenze non è molto interessato alle sorti della sua città. La sua ossessione è quella di conquistare qualcosa. E assistere al progressivo avanzamento della crisi economica senza riuscire a fare niente. Ma mentre Renzi continua a pensare a Palazzo Chigi, i partiti politici fiorentini pensano a come sbarazzarsi di Renzi per lasciarlo al suo impegno politico “nazionale”. Una delle ultime tegole che stanno per abbattersi sulla testa di Matteo LA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: 06/6833852 Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

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Renzi si chiama Movimento 5 Stelle. Alle prossime elezioni comunali a Firenze il Movimento Cinque Stelle si presenterà con un proprio candidato a sindaco. E’ quanto annunciato oggi dal portavoce fiorentino del movimento Andrea Vannini, a margine di un convegno che ha visto per la prima volta esponenti grillini partecipare ad un’iniziativa in Consiglio regionale contro la “Disneyland della cultura”, organizzata dallo stesso M5s insieme al consigliere toscano Gabriele Chiurli (Gruppo misto). “Le candidature per Firenze - ha spiegato Vannini – le faremo al 99% sul nostro portale dove sceglieremo i candidati a sindaco, i consiglieri ma anche i portavoce e quant’altro. Saremo indipendenti ma ben venga anche confrontarsi con forze e liste civiche anche se non penso che questo avverrà con i partiti, come sul modello di Roma”. Secondo Vannini, “non siamo preclusi a parlare con le forze politiche ma è naturalmente sui punti e sui temi che questo viene fatto. Nasciamo come forza politica per realizzare un cambiamento e realizzare proposte, e questo vogliamo fare anche qui a Firenze”. “Credo e spero - ha detto ancora - che presto avremo Beppe Grillo a Firenze, perché la politica fiorentina è in ebollizione. Abbiamo un sindaco latente ormai da mesi in Consiglio comunale e non sappiamo chi gestisca il Comune”. Per il portavoce, “la stessa questione del Ponte Vecchio ne è un esempio. Due anni fa Renzi aveva emanato un regolamento e lui stesso non lo ha rispettato. E’ un problema come questa città viene gestita, tanto più che anche Firenze sta sentendo la crisi, e non si può andare dalla Merkel o da Obama a chiedere risposte”. Il disagio che manifesta il Movimento 5 Stelle contro Matteo Renzi è lo stesso di tanti altri partiti di opposizione che certo non sono più disposti a sopportare un altro mandato da sindaco part time a Palazzo Vecchio. Tutti questi errori torneranno al pettine quando i fiorentini saranno interpellati per il prossimo sindaco. Ma in fondo, a Renzi, rivale di Letta, cosa mai importa di una poltrona cittadina.

c o m m e n t i

Spacchettamento: interviene Vladimir

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l legittimo sospetto di Vladimir Luxuria. Sono settimane difficili per le nostre istituzioni. Dopo la polemica sugli assurdi insulti lanciati dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli al ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge, adesso ritorna la polemica sulla disattenzione di questo governo alle Pari Opportunità a alla politica dei diritti. A riaprire la questione è una dichiarazione dell’ex parlamentare comunista Vladimir Luxuria. Non ripristinare il ministero delle Pari Opportunità, distribuendone le deleghe ad altri dicasteri “dimostra la totale indifferenza dell’Italia a temi quali coppie di fatto, omofobia e violenza contro le donne”. L’attivista per i diritti Lgbt, commentando la richiesta rivolta dalle donne del Pd al premier Enrico Letta di “reinsediare una ministra per le Pari opportunità”. Luxuria, nota come il governo continui ad “inciampare” su questo dicastero, “prima con la gaffe della nomina della Biancofiore, poi con le dimissioni della Idem”, avanza un sospetto: “non vorrei - dice – che sia stata strumentalizzata la vicenda dell’Imu che ha portato alle dimissioni di Josefa Idem per fare fuori il ministero”. E ancora: “è abbastanza contraddittorio - sostiene Luxuria - che si riconoscano i diritti dei figli, parificando legittimi e naturali, e si neghino i diritti alle coppie conviventi. E’ la solita schizofrenia tutta italiana”. E si chiede: “Possibile che si blocchino i lavori parlamentari per le vicende giudiziarie di Berlusconi? Che Calderoli continui a rimanere al suo posto nonostante le offese razziste al ministro Kyenge? Perché - aggiunge - non si presta la stessa attenzione ai temi dei diritti, in un momento in cui aumentano i femminicidi, i casi di omofobia e di violenza di genere?”. “Idem si è dimessa, ha pagato, mentre altri restano. Ma senza più un ministero - osserva - ora a paga-

re saranno tutti quelli che hanno finora trovato in quel dicastero un referente e un interlocutore attento”. Sicuramente “si tratta di un passo indietro in tema di diritti ma anche di una dichiarazione d’intenti”, conclude. Le accuse di Vladimir Luxuria sono un poco deboli. Il problema del Governo Letta non è certo quello di far fuori il ministero delle Pari Opportunità. Questo esecutivo non si è mai posto questo obiettivo politico. Il problema è l’approssimazione con la quale questo tema è stato trattato. E magari, cosa ancora più grave, pareva un tema che non interessasse a nessuno, più che altro. Nonostante nelle società sempre più complesse sia ormai un ministero centrale, centralissimo. Come per ogni cosa, sconteremo il solito cronico ritardo. Altro che spacchettamento.

Spagna in crisi, partiti assai ricchi

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uanto prendono i partiti politici in Spagna? La vicenda dell’ex tesoriere del Partito popolare spagnolo, Luis Barcenas, trasportato lunedì mattina dal carcere davanti ai giudici per fornire la sua versione sui presunti finanziamenti occulti al partito ha riaperto il confronto, anche a livello europeo, su quanto prendono i partiti politici in Spagna. Questo interrogatorio ha messo davvero in crisi il partito di governo che ha ereditato gli sconquassi politici provocati dal governo Zapatero. Ma come funziona il sistema di finanziamento pubblico ai partiti in Spagna? I partiti politici spagnoli sono destinatari di finanziamenti a carico sia dello Stato sia delle Comunità autonome. Dopo la Legge organica 3/1987, la normativa generale vigente in materia di finanziamento pubblico dei partiti è costituita dalla Legge organica del 4 luglio 2007, n. 8 (Ley orgánica sobre financiación de los partidos políticos), modificata dalla Legge organica 5/2012

in alcuni punti. La legge individua, all’articolo 2, cinque forme di finanziamento pubblico a partiti politici, federazioni, coalizioni o gruppi di elettori: le sovvenzioni pubbliche conferite a titolo di rimborso delle spese elettorali, nei termini previsti dalla Legge organica del 19 giugno 1985, n. 5 (Ley organica del Régimen Electoral general) a livello statale, e dalle leggi regionali sui procedimenti elettorali delle singole Comunità autonome; le sovvenzioni statali annuali per le spese generali di funzionamento; le sovvenzioni annuali stabilite dalle Comunità autonome e, se del caso, dagli enti locali, per le spese generali di funzionamento nel proprio ambito territoriale; le sovvenzioni straordinarie per la realizzazione di campagne di propaganda in occasione dello svolgimento di referendum; gli apporti che i partiti politici, se del caso, possono ricevere dai gruppi parlamentari delle Camere, delle Assemblee legislative delle Comunità autonome e dai gruppi di rappresentanza negli organi degli enti locali. Il finanziamento pubblico attribuito ai partiti politici, a titolo di rimborso parziale delle spese sostenute in occasione delle campagne elettorali, è rimasto inalterato con l’approvazione della legge del 2007. Per le elezioni politiche del 20 novembre 2011 le somme erogate sono state pari a: 21.633,33 euro per ciascun seggio ottenuto al Congresso dei Deputati o al Senato; 0,83 euro per ciascun voto ottenuto da ogni candidato al Congresso, nelle circoscrizioni nelle quali il partito abbia conseguito almeno un eletto al Congresso; 0,33 euro per ciascun voto ottenuto dai candidati che siano risultati eletti al Senato. Sia per l’anno 2011 che per il 2012 risultavano iscritti a bilancio 44.495.950 euro quale sovvenzione alle spese elettorali dei partiti politici (Legge organica 5/1985). A tale voce sono invece assegnati 10.841.000 euro nel bilancio dello Stato per il 2013. Come è possibile constatare i partiti politici spagnoli navigano nell’oro mentre il paese affonda nella crisi e nessuno dovrebbe stupirsi se una vicenda del genere portasse ben presto alla fine del governo conservatore di Mariano Rajoy.


Mercoledì 17 luglio 2013

LA VOCE REPUBBLICANA

terza pagina

Come mettere la mani nella rete e bloccare il lavoro degli altri Putin, ovvero: qui comando io. E così Mosca di colpo si è posta all’inseguimento di Pechino

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Carroccio scatenato: non si sa più se ridere o piangere

E Calderoli trova anche dei valenti imitatori. Ma Letta esplode e alla fine pare minaccioso

I blog: ecco cosa teme un vero tiranno Senatore in cerca di qualche voto in più?

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uasi ci sarebbe da annoiarsi nel regno putiniano se ogni tanto il nuovo zar non provvedesse al solito giro di vite cautelativo di tipo censorio. Ovviamente il mare magnum dove gettarsi a pesce per bloccare qualcosa nel caso è internet, un mondo che si smuove o per qualche meraviglia di largo consumo o per il pugno forte di qualche allergico alla democrazia in senso lato. E del web al nostro interessa l’entità più ambigua e meno controllabile, vale a dire il blog, Il blog, inteso come sito internet che ospita opinioni libere su qualsiasi argomento, è il nuovo nemico del Cremlino. Vladimir Putin in persona, come se la cosa gli premesse chissà quanto, ha dato il via all’ennesima preparazione di una legge che restringa, controlli e censuri tutte le opinioni dissenzienti e dunque fatalmente pericolose. Ostile da sempre al mondo di internet e preoccupato per la clamorosa diffusione del web, come se l’avesse scoperta ora, il presidente russo resta da un lato attaccato alla sua mentalità da ex burocrate dei servizi segreti e cerca come sempre una via almeno apparentemente legale, si fa per dire, per mettere il bavaglio a tutte le voci contrarie. In Russia è cominciato un dibattito - che potrebbe apparire normale, ma è solo strumentale - sulla necessità di regolamentare internet. Una speciale commissione governativa intende proporre la seguente disposizione: entro la fine dell’estate che ogni blog venga equiparato a una testata giornalistica. Dunque con ciò che ne consegue, con le minacce, le restrizioni, le responsabilità, la licenza di essere spiati, controllati, magari pur denunziati, mal interpretati e via dicendo. Le possibilità sono sconfinate per chi voglia allestire un serio e intollerabile regime in stile cinese, magari cercando, come si usa a Pechino, di fornire pezze ideologiche di tipo giustificativo sempre più ridicole e contestualmente deboli. Ma non del tutto avulse - e qui facciamo l’esempio cinese - da quello che può essere un retroterra middle class pechinese. Che, rimosso l’incubo Tienanmen, preferisce godersi quella frazione di consumismo disponibile senza problemi eccessivi. Addirittura è più opaco il quadro russo, che da poco tempo ha visto l’approvazione di una confusa legge in stile Stop Online Piracy, che a ben vedere potrebbe essere una sorta di anticamera per altro. Con i nuovi progetti putiniani si mira a colpire il piccolo, senza andare troppo per il sottile. Si tende, in sostanza, a beccare tutti senza occhio di riguardo o specie tutelate. Chi apra e gestisca una pagina destinata a un libero scambio di opinioni avrà dunque una responsabilità diretta sui contenuti e dunque risponderne legalmente. L’idea è presa a prestito - raccontano voci ben informate - dal codice dell’amico regno magico del Kazakistan (un paese che ogni tanto ritorna) dove il dittatore Nursultan Nazarbaev (non si capisce

se l’ultimo di una serie o il primo dei tiranni post-post-moderni), non si fa scrupolo di usare la mano pesante contro ogni forma di informazione non controllata. Anche se spesso non è chiaro cosa si debba controllare. Più attenti all’aspetto formale e ai ritorni di immagine negativi - notava “la Repubblica” - i legislatori russi pensano comunque a una soluzione più moderata che limiti l’obbligo di verifica di ogni informazione solo ai siti che raccolgano più di mille contatti alla settimana. Cifra comunque “ridicola” in un paese dove internet si diffonde sempre più e dove i blog critici nei confronti del governo hanno un minimo di cinquantamila contatti al giorno. Le cifre, anziché apparire liberali o concessive, sono palesemente repressive. L’operazione - è ancora “Repubblica” - è poi molto più mirata di quanto possa sembrare. Colpirà per esempio molte testate giornalistiche che usano i blog per lanciare dubbi e pareri negativi, oggi senza incappare nelle severissime leggi sui media ufficiali. Come, per esempio, la liberale Radio Eco di Mosca che sul suo sito ospita una decina di agguerritissimi blogger indipendenti che non ne perdonano una al governo. O il prestigioso quotidiano “Kommersant”, quasi servile nell’edizione cartacea, ma durissimo e spregiudicato nella colonnina riservata ai blog del suo sito on line. Evviva i blog! Ma la stretta potrebbe non finire qui. Il blogger russi sanno quale sia la natura del potere che devono fonteggiare. Da legge si ricava legge, non fosse per il fatto che nuovi dettati repressivi paiono derivare con sinistra naturalezza da ciò che è già stato messo nero su bianco e già si trova nella legislazione vigente. Uno strato dopo l’altro, inesorabilmente, in modo sempre più soffocante. Parallelamente alla legge sui blog se ne sta preparando una contro la pirateria su internet e le violazioni del copyright, poi se ne penserà un’altra che promette nuove restrizioni e che potrebbe portare a realizzare il vero grande obiettivo del Cremlino, e così via. Ove con grande obiettivo cosa mai si intenderà? La grande parabola, il far chinare la testa, obbligare tutti i social network a fornire preventivamente alle autorità dati e generalità dei loro abbonati. Insomma, l’atmosfera, continuata, mai interrotta, è quella di un golpe costantemente in atto. E pensare che ieri citavamo sempre da queste colonne un entusiastico articolo dell’Economist ove si mettevano in relazione i mitici caffè letterari inglesi, fucine adatte allo scambio delle idee, un po’ come i blog adesso, un po’ come l’intero web oggi. Caffè letterari Settecenteschi, si badi bene. E qualche idea di codesti novatori penetrava in quel secolo di “Illuminati” magari con sede a Mosca. Oggi si fa di tutto perché le idee controcorrente, non omologate, vengano rubricate sotto la voce della sedizione pericolosa.

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“Resilienza”: un termine che forse può esserci utile Riproduciamo una sintesi delle previsioni Ocse sul mercato del lavoro

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a disoccupazione nei Paesi dell’OCSE rimane a livelli appena inferiori al picco del dopoguerra dell’8,5% e il tasso di disoccupazione dovrebbe rimanere alto per tutto il prossimo anno. Circa 48 milioni di persone sono senza lavoro, ossia circa 14,5 milioni di persone in più rispetto all’inizio della crisi finanziaria nel 2007. Da quando è iniziata la ripresa, quasi tre anni fa, la crescita non è stata abbastanza forte e regolare e ha contribuito a flettere solo in minore misura l’aumento del tasso ciclico della disoccupazione in tutta l’area OCSE. Variazioni Al tempo stesso, ci sono state enormi variazioni nella disoccupazione tra paesi e nei costi sociali associati con il rallentamento dell’economia. Il tasso di disoccupazione è rimasto inferiore al 5,5% in nove Paesi dell’OCSE – Australia, Austria, Giappone, Corea, Lussemburgo, Messico, Paesi Bassi, Norvegia e Svizzera, mentre nove Paesi registrano ancora tassi di disoccupazione a due cifre – Estonia, Francia, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Portogallo, Repubblica Slovacca e Spagna. In molti Paesi, la debolezza della ripresa ha condotto a una crescente emarginazione dei disoccupati. I disoccupati di lungo termine – persone che sono senza lavoro e che sono alla ricerca di un lavoro da più di un anno – rappresentano oggi più di un terzo del totale della disoccupazione nei Paesi OCSE. La proporzione di persone in cerca di lavoro scoraggiate che lasciano la forza lavoro è ugualmente cresciuta in modo significativo. Inoltre, la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli pericolosi in alcuni Paesi: più del 50% in Grecia e in Spagna (ma solo l’8% in Germania). Oltre i danni immediati per le vite delle singole persone e dei nuclei familiari che non riescono a trovare lavoro, si esclude sempre di meno che una parte dell’aumento ciclico della disoccupazione diventi strutturale, con più alti livelli di disoccupazione in maniera permanente, in quei Paesi in cui l’aumento della disoccupazione è stato peggiore. Ciò rischia di diminuire la futura offerta di lavoro e di compromettere la ripresa vera e propria in grado di creare posti di lavoro.

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In quale modo devono rispondere i responsabili delle politiche? Nel breve termine, devono intervenire almeno su quattro fronti : promuovendo la creazione di posti di lavoro in generale; facendo fronte alla crescente disoccupazione di lungo termine; migliorando le prospettive occupazionali per i giovani; e assicurandosi che il numero più limitato possibile di disoccupati lasci per sempre la forza lavoro. A più lungo termine, la sfida è di rafforzare la resilienza (resistenza) del mercato del lavoro, rendendolo più adatto a superare le future difficoltà con costi sociali limitati. In larga misura, la ripresa del mercato del lavoro dipende da una più ampia ripresa economia, circa la quale ci sono notevoli incertezze, specie nella zona Euro. Le politiche volte a stimolare la domanda contribuirebbero ad aumentare la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. Porre l’accento sulle riforme strutturali nei mercati dei prodotti e del lavoro sarà essenziale per favorire la ripresa, tenuto conto dei vincoli ad interventi monetari e fiscali esistenti nella maggior parte dei Paesi dell’OCSE. Un pacchetto La minaccia di un aumento della disoccupazione strutturale esige altresì un pacchetto di politiche del mercato del lavoro ben congegnato per riuscire a riportare i disoccupati nel mercato del lavoro il più rapidamente possibile e aiutare le persone che rischiano una disoccupazione di lungo termine di conservare le loro competenze attraverso opportunità di lavoro temporanee. Si stima che le misure più efficaci potrebbero comprendere sussidi mirati per l’impiego come anche un’assistenza per la ricerca di lavoro, colloqui faccia a faccia, piani d’azione individuali e club di sostegno alla ricerca di un lavoro. I programmi attivi per il mercato del lavoro possono anche svolgere un’azione correttiva. Tali programmi potrebbero concentrarsi sugli ostacoli strutturali che impediscono ai datori di lavoro di ricoprire posti vacanti e intralciano le possibilità dei disoccupati di ritrovare un lavoro, forse perché le loro competenze non sono più aggiornate a seguito di un lungo periodo di disoccupazione. Ciò esige di individuare il più rapidamente possibile qualsiasi penuria di competenze dovesse emergere e gruppi specifici di persone senza lavoro con competenze inadeguate, in modo da poter fornire programmi di formazione ed esperienze lavorative per aiutarli a ritornare nel mondo del lavoro. Ma sono state rese disponibili sufficienti risorse per tali politiche attive? Nonostante l’aumento della spesa durante questa fase di rallentamento sia stato notevolmente più alto rispetto alle precedenti recessioni economiche, non è stato purtroppo sufficiente per sostenere il valore delle risorse disponibili per le per-

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effetto è a valanga, inarrestabile. A nulla valse il durissimo aut aut del premier Enrico Letta diretto proprio a Maroni per chiedergli di indurre Calderoli a scegliere le dimissioni. La storia è quella che conoscono tutti. Ora, gli incarichi di presidenza e vicepresidenza delle Camere infatti non prevedono la sfiducia. L’insulto alla Kyenge, diceva Letta, “è un’altra pagina vergognosa nel nostro Paese su questi temi, oggi l’Italia è presente sulla stampa estera per questa vicenda: una vergogna che fa male all’Italia”. Quindi Letta si è rivolto a Maroni “perché chiuda rapidissimamente questa pagina altrimenti si entra in una logica di scontro totale”. La richiesta del premier è chiarissima: dobbiamo collaborare e lavorare insieme soprattutto in vista di Expo 2015. Una collaborazione impossibile se la Lega non cambia i toni. A far infuriare Letta non sono state soltanto le parole di Calderoli contro la Kyenge ma anche un’uscita di Matteo Salvini contro il presidente della Repubblica. Sulla sua pagina Facebook, Salvini ha scritto: “Io mi indigno con chi si indigna. Napolitano, taci che è meglio”. Ma tacere su cosa? E perché sarebbe meglio? Il vicesegretario della Lega accusa Napolitano di essersi indignato “per una battuta di Calderoli” ma non quando “la Fornero, col voto di Pd e Pdl, rovinò milioni di pensionati e lavoratori”. Altre parole inaccettabili per Letta. “Non ci provino nemmeno a chiamare in causa Napolitano - attacca il premier - Si chiuda questa vicenda, la vergogna è già stata abbastanza. Poi in serata la parziale retromarcia di Salvini: “Me ne dispiaccio”, e la presa d’atto del Quirinale. Maroni però decide di lasciare la questione in mano a Calderoli anche se riconosce che ha sbagliato. “Non si devono mai insultare le persone - scrive il governatore della Lombardia su Facebook -. Ma Calderoli ha riconosciuto l’errore e si è scusato sia pubblicamente che personalmente con la ministra Kyenge. Ora basta alimentare polemiche e strumentalizzazioni”. Poi la chiamata con Letta: “Sono sicuro che non ci sarà nessuna ritorsione su Expo perché questo sarebbe dannoso per Milano, la Lombardia, l’Italia”. Certo, da una battuta infame si è giunti a... Innanzi tutto si è giunti a cose che parrebbero esulare da certe bassezze, a cosa di altra natura. A cose che pesano parecchio. Si è giunti all’Expo. Toni ultimativi, anche se non con riferimento all’Expo, da Epifani e Renzi. “Definire Calderoli un uomo politico mi pare eccessivo - dice Renzi - Ha detto cose vergognose: in un paese civile va a casa e va a casa per sempre”. Epifani osserva che quelle frasi

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sone in cerca di lavoro. Ciò potrebbe suggerire che i governi non sono convinti del fatto che gli investimenti aggiuntivi saranno efficaci sotto il profilo dei costi. Potrebbe indicare altresì le difficoltà incontrate per reclutare rapidamente e formare dirigenti con qualifiche adeguate e per estendere i tempi dedicati alla formazione mantenendo nello stesso tempo la qualità. Risorse Non è da escludere il rischio che in molti Paesi le politiche di consolidamento fiscale restringeranno ulteriormente le risorse disponibili per le politiche attive del lavoro. Tuttavia, tagliare le risorse per tali programmi potrebbe essere poco saggio, giacché i tagli potrebbero peggiorare le difficili condizioni del mercato del lavoro e mettere a repentaglio la crescita di lungo termine. E’ chiaro che le differenze nelle politiche e nelle istituzioni spiegano una parte sostanziale delle differenze registrate tra i Paesi dell’OCSE nell’impatto della contrazione economica sulla disoccupazione, sui redditi da lavoro e sulla disparità delle retribuzioni. Le politiche possono far sì che i mercati del lavoro siano più resilienti, moderando gli effetti sul mercato del lavoro di una fase discendente e mitigando l’impatto della diminuzione delle retribuzioni sulle famiglie. Per esempio i sistemi di tassazioni-sussidi possono svolgere un ruolo importante nella mitigazione dei costi sociali delle fasi di rallentamento economico. Le politiche e le istituzioni che sono buone per la resilienza del mercato del lavoro tendono altresì a favorire buoni risultati strutturali del mercato del lavoro. Generalmente, i Paesi con bassi livelli di disoccupazione strutturale risentono meno di un aumento nella disoccupazione a seguito di crisi economiche. Ciò implica che molte delle raccomandazioni contenute nello studio dell’OCSE del 2006 intitolato “Reassessed OECD Jobs Strategy” per conseguire buoni risultati strutturali del mercato del lavoro possono contribuire alla resilienza del mercato del lavoro. Le istituzioni che promuovono contrattazioni salariali coordinate tendono ad aiutare al tempo stesso la performance strutturale del mercato del lavoro e la resilienza del mercato del lavoro: mentre le istituzioni che favoriscono un uso intensivo dei contratti temporanei, con clausole stringenti di protezione del lavoro per i lavoratori regolari, riducono la resilienza del mercato del lavoro. Due altre preoccupazioni di più lungo termine riguardo al mercato del lavoro sono fonte d’interrogativi per i responsabili delle politiche. La prima riguarda la quota delle retribuzioni, salari e sussidi rispetto al totale del reddito nazionale che ha segnato una fase discendente, in

“a sfondo razzista non sono compatibili con chi ha un incarico istituzionale e la Lega non può far finta di non capire” ed è bene che Calderoli si dimetta spontaneamente. Il pensiero... Commenti dai commentatori, scontati. Severgnini, “Il Corriere”. “‘Quando vedo il ministro Kyenge non posso non pensare a un orango’. È incoraggiante sapere che il senatore Roberto Calderoli pensa, ogni tanto. Non abbastanza, però. Se riflettesse, l’inventore del Porcellum, nefasta legge elettorale, capirebbe che zoologia e politica non vanno d’accordo. Se s’informasse, e sapesse cosa dicono di lui e di noi nel mondo, il vicepresidente del Senato lascerebbe l’incarico e chiederebbe scusa. Non solo a Cécile Kyenge, ma agli italiani che rappresenta”. E ogni affermazione aggrava la sua posizione: “Amo gli animali. E poi il mio era un giudizio estetico, non politico”. “Non faccia l’ingenuo, il senatore Calderoli: non può non sapere che certi accostamenti fanno parte dell’arsenale dei razzisti. L’impressione è un’altra. Superato lo stupore per la reazione pubblica, il leader leghista ha capito che quell’uscita offensiva gli serve a riconquistare il centro della scena, dove la Lega ultimamente è transitata solo per litigi grotteschi, appropriazioni indebite e scandali in famiglia. Se questo sospetto fosse fondato, sarebbe grave. Significa che tutto vale, per alcuni personaggi e per certi movimenti, quando serve a raccattare qualche applauso e un po’ di consenso. La Lega non è sola, infatti, a scegliere questa strategia: altri, in questi mesi e anni, l’hanno utilizzata con cinismo. Il disagio della maggioranza degli italiani non conta; l’imbarazzo internazionale nemmeno. L’importante è eccitare le proprie truppe”. “Chi lo conosce lo sa: Roberto Calderoli è tutt’altro che uno sprovveduto. Quella frase - come altre simili che l’hanno preceduta - rappresenta una sorta di istinto calcolato, comune ai populisti di tutto il mondo. Non importa se un’affermazione è volgare, aggressiva, imbarazzante. Basta che piaccia ai potenziali elettori”. “È un calcolo pericoloso. Perché le parole sono semi: chi li sparge non può disinteressarsi di cosa crescerà. Se i capi si permettono di paragonare una donna di colore a un orango, i seguaci si riterranno autorizzati a giudicare una persona per il colore della sua pelle. Si sentiranno giustificati quando la liquideranno con una battuta, la offenderanno con un paragone, la umilieranno con uno sguardo o un ‘tu’ ingiustificato”.

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quasi tutti i Paesi dell’OCSE. La seconda preoccupazione, passata al secondo piano con la crisi, ma che dovrebbe tornare alla ribalta, è come conseguire la “crescita verde” e cosa significa una transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio per il mercato del lavoro. La diminuzione della quota del lavoro rispetto al reddito nazionale indica principalmente il peggioramento della posizione dei lavoratori poco qualificati e meno istruiti dovuto alla crescente concorrenza domestica e internazionale e alle nuove tecnologie, con la sostituzione dei lavoratori con i macchinari, segnatamente nei posti di lavoro che comprendono mansioni di routine. Rallentare? Le politiche devono rispondere alla diminuzione della quota del reddito da lavoro? Rallentare il progresso tecnologico e la globalizzazione può difficilmente essere considerata una scelta d’intervento praticabile. Tuttavia, i governi possono meglio equipaggiare la manodopera dei propri Paesi per competere più efficacemente in quella che è stata definita “la gara contro la macchina”. Maggiori investimenti nel capitale umano – e assicurare un miglior abbinamento tra competenze insegnate a scuola e quelle ricercate dai datori di lavoro – potrebbe essere una buona strada a lungo termine per far fronte al declino nella quota di lavoro. Probabilmente, quando la ripresa economica sarà solidamente ancorata, i responsabili delle politiche faranno di nuovo fronte alla sfida di attuare una rapida, efficiente e corretta transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio ed efficiente rispetto allo sfruttamento delle risorse. La transizione verso la crescita verde è considerata come un fattore trainante del cambiamento strutturale dell’economia, nel quale le politiche del mercato del lavoro, comprese le politiche dell’istruzione e delle competenze, dovrebbero svolgere un ruolo attivo per aiutare i lavoratori e i datori di lavoro ad attuare i necessari adattamenti. Le politiche individuate nella pubblicazione “Reassessed OECD Jobs Strategy” forniscono il quadro di riferimento essenziale per una riuscita gestione di tali cambiamenti strutturali. Nell’azione di adattamento di tali politiche generali per la transizione verso la crescita verde, il punto focale potrebbe includere il sostegno all’”innovazione ecologica” e la diffusione delle tecnologie verdi. Una migliore formazione scolastica e professionale potrebbe essere uno degli obiettivi da conseguire, come anche l’azione volta ad assicurare che una protezione dell’impiego troppo stringente e le regolamentazioni dei mercati dei prodotti non indeboliscano l’incentivo all’innovazione.


4 LA VOCE REPUBBLICANA I lavoratori dipendenti oggi finanziano con la loro doppia ritenuta E intanto lo Stato paga sempre di meno le proprie pensioni e quelle di tipo assistenziale

Ma chi mantiene i pensionati in questa Italia?

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ul “Sole24 Ore” e sul “Mattino” di Napoli venivano pubblicati quasi in contemporanea, mesi fa, due articoli rispettivamente con i titoli: “Ministro Fornero, spieghi al Paese le nuove pensioni” e “Bomba pensioni, come rivedere i diritti acquisiti”. Sin dall’incipit di ciascuna delle due collaborazioni giornalistiche di prima pagina si offrono alla pubblica opinione rappresentazioni della realtà curiosamente in un assoluto contrasto di vita o di morte, anche se il livello di preparazione degli autori indurrebbe a gettare nel cestino la presunta bomba pensionistica iettatoria del “Mattino” per appoggiare l’opinione di compiacimento al Governo, espresso dal quotidiano vicino agli ambienti confindustriali.

Sul “Sole24 Ore”, con lettera aperta al “Caro Ministro Fornero” - non sappiamo se sarà gradito alla Ministra il genere maschile - si attesta che la riforma previdenziale, che ne prende il nome, “ha dato un grande contributo alla stabilità del sistema pensionistico italiano” che avrebbe conquistato finalmente “una più robusta prospettiva di stabilità, aspetto essenziale per poter rassicurare i futuri pensionati che riceveranno una pensione.” Pur lamentando che, nonostante l’obbligo d’informazione previsto per legge con l’invio della famosa busta arancione alla svedese, “i destinatari della riforma non sanno quale sarà verosimilmente la loro pensione futura”, gli estensori dell’articolo del Sole24ore asseriscono che con l’uso, a partire dal 1992, “di una combinazione di strumenti quali l’aumento dei contributi, la riduzione I nominativi di chi aveva contribuito per “salvare” la sede, degli importi di pensione operazione non andata a buon fine, e che e...lo spostamento dell’età comunque lasciano il contributo al Pri visti i pensionabile” l’obiettivo problemi finanziari che affliggono il partito di “ristabilire un equiliQui di seguito l’elenco degli amici repubblicani che, tempestivamente, rispondendo alla brio tra erogazioni e cone-mail della Segreteria Nazionale del Pri, hanno deciso di lasciare al partito il contributo tribuzioni pensionistiche” destinato al salvataggio della Sede storica. è stato raggiunto con la Alcuni amici che hanno contribuito in maniera importante alla sottoscrizione suddetta chieriforma Fornero. dono di non comparire in questo elenco. Nucara Francesco, Bertuccio Paolo, Colombi Alberto, Carbone Rocco, De Modena Bruno, E’ ciò che, d’altra parte, Serrelli Giovanni, Posenato Sergio, Gusperti Anselmo, La Cava Antonio, Mastronardi ripeteva il Presidente del Alessandro e Alessandra, De Andreis Marco, Cipriani Paolo, Direzione Regionale PRI Consiglio Monti: siamo Liguria, Tartaglia Giancarlo, Ravaglia Gianni, Pasqualini Carlo, Galizia Bernardino, Africa all’avanguardia in Europa Leonardo, Lucarini Carlo, Scandiani Martino, Eramo Michele, Garavini Roberto, Sbarbati e precediamo la Germania Luciana, Morellini Africo, Mastronardi Alessandra, Suprani Claudio, Sezione PRI Bonfiglioli nella razionalità del sisteBologna, Attisano Marcello, Torchia Franco, Buggè Giuseppe, Savoia Antonio, Dolfini ma previdenziale! Gianezio, Ghizzoni Giuseppe, Dal Pan Roberto, Chioccarello Claudio, Baccarini Alberto, Manco per idea, denuncia Pasquali Silvano, Saccani Pierdomenico, Borlenghi Sergio, Giunchi Benito, Sezione “G. il profeta di sventura del Pasini” Bacciolino di Mercato Saraceno, Del Giudice Franco, Morabito Domenico, Gizzi “Mattino” di Napoli: “Il Giuseppe, Algeri Renato, Ferretti Sergio, Famiglia Tampieri, Pio Berardo, Proietti Omar. Governo Monti ha varato L’elenco continuerà nei prossimi giorni. una riforma i cui effetti Elenco dei nominativi che richiedono il contributo versato per “salva- verranno apprezzati solo tra cinque-dieci anni” re” la sede: quando il malato sarà già Pagano Aldo, Morgagni Giuseppe, Ferrara Paolo Antonio, Gallo Riccardo, FIN.COOP.RA morto e il motivo é che S.r.l. “non si sono voluti mette-

Mercoledì 17 luglio 2013

re in discussione i diritti acquisiti.” Afferma l’autore: “Il problema e’ che il sistema pensionistico italiano non e’ solo quello più caro d’Europa (il 17,1% del PIL rispetto ad una media europea del 12,8%). Il problema è che le pensioni hanno perso quella funzione di manifestazione concreta di solidarietà, che pure hanno svolto con merito nel passato.” E prosegue: “La riforma Fornero, così come gli interventi legislativi che si sono succeduti da venti anni, ha il difetto di agire sulla parte decisamente più piccola del problema, il flusso delle nuove pensioni e non lo stock di quelle esistenti” da tagliare ricalcolandole tutte con il sistema contributivo, in quanto spendiamo quattro volte di più per “mantenere le pensioni.” Nessuna delle due opposte affermazioni può essere condivisa; né la pretesa nascita di un sistema previdenziale pervenuto all’equilibrio, né la sua preconizzata imminente dipartita, per difetto d’intervento sui privilegi acquisiti per legge e foraggiati dal salario differito dei lavoratori. Insomma un sistema di previdenza obbligatoria italiana in equilibrio tra erogazioni e contribuzione é venuto alla luce con la riforma Fornero o é alla fine dell’esistenza? Tutti hanno nel nostro Paese il diritto di affermare dalla ribalta dei quotidiani, nazionali o locali che siano, quello che vogliono assumendosene la responsabilità, ma la bizzarra circostanza che vede presentare dalla stampa, sull’ennesima riforma della previdenza appena varata, due giudizi di valore agli antipodi di vita o morte del sistema, ci induce a ripetere dalle colonne di questo giornale ai lavoratori dipendenti in attività e in pensione ciò che, a nostro modesto ma convinto avviso, nessuna forza politica ha mai tentato di risolvere in materia di riforma del sistema previdenziale, per garantirne la duratura indispensabile sostenibilità. Confermiamo, dunque, ancora una volta che l’equilibrio tra contribuzione e prestazioni previdenziali non può che essere raggiunto con la separazione di finanziamento e gestione tra la previdenza obbligatoria e l’assistenza sociale, prevista e mai attuata dagli articoli 3 e 38 della nostra

Costituzione. Se li rileggano bene, prima di rivolgersi al pubblico, alcuni giornalisti. Da mezzo secolo e oltre lo Stato impone ai lavoratori dipendenti l’onere di sostenere, con il proprio salario differito e una busta paga decurtata di oltre la metà (oltre il 33% per l’AGO + almeno il 23% per l’IRPEF) le pensioni di chi non ha accumulato contributi previdenziali ma, versando in condizioni di bisogno, deve essere sostenuto dalla solidarietà generale con le risorse derivanti esclusivamente dall’imposizione fiscale.

Essa e’ l’unico strumento con il quale si può e si deve garantire il concorso, in proporzione al proprio reddito, di tutti i cittadini al sostegno degli indigenti e di chi non ha potuto o voluto contribuire alla formazione della propria pensione per la vecchiaia. Vogliamo vedere nei fatti come vanno le cose, implicitamente dando una risposta a chi dirotta la pubblica opinione su falsi problemi o plaude ad equilibri previdenziali raggiunti con la doppia costrizione impositiva fiscale e contributiva di una sola parte dei cittadini, i lavoratori dipendenti? Abbiamo messo a confronto in tabella i dati ufficiali tratti dal bilancio annuale dell’INPS, relativi alle entrate previdenziali contributive e ai trasferimenti dal bilancio dello Stato, negli anni 2002 e 2011 ed ecco quanto é emerso: lo Stato italiano sostiene sempre di meno le pensioni, i lavoratori dipendenti di ieri e di oggi “mantengono” le proprie e quelle altrui sempre di più, alla faccia dell’equità... di ieri e di oggi. Tommaso Testa

La La Voce Repubblicana del 17 Luglio 2013  

QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - n. 238 del 17 Luglio 2013

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