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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 137 - MARTEDI 16 LUGLIO 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

I MAGISTRATI E LA MAGISTRATURA

Né rose, né crisantemi di Francesco Nucara

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utti i media in questo periodo non fanno altro che discutere del processo a Berlusconi (uno dei tanti), la cui udienza finale della Cassazione è fissata per il 30 luglio. Si disquisisce tra salvacondotti, grazie da parte del Presidente della Repubblica, magistratura partigiana e via dicendo. E’ purtroppo vero che parte della magistratura non è degna di vestire la toga, tanto che anche recentemente un magistrato del tribunale fallimentare di Roma è stato arrestato. E se quel magistrato fosse lo stesso che, superando concetti procedurali, ha fatto perdere la sede storica del PRI? Qualche dubbio potremmo averlo sull’imparzialità del giudice? Difendiamo la magistratura in quanto potere autonomo dello Stato, così come previsto nella Costituzione, ma abbiamo il diritto e il dovere di criticare gli atti dei magistrati e le loro sentenze, quando le riteniamo sbagliate o ingiuste, anche se fossero passate in giudicato. Gaetano Sardiello, nel suo discorso alla Costituente sulla Magistratura, cita un documento redatto da giudici del tribunale di Milano e plaude ad esso che nella parte finale così recita: “Bisogna riconoscere onestamente che oggi è la condotta di una parte non trascurabile di magistrati che costituisce il più grave intralcio al conseguimento delle mete”. La meta era il “riconoscimento del potere autonomo”. Possiamo quindi ben concordare con quei magistrati che già nel 1947 paventavano quello che poi effettivamente sarebbe successo. Orbene, il caso Berlusconi è diventato materia di disquisizioni politico-giudiziarie che interessano trasversalmente tutto l’arco politico ed opinionista del nostro Paese. Da Marco Travaglio, oggi direttore de “Il Fatto Quotidiano”, a Giampiero Mughini, oggi opinionista di “Libero”, ma antiberlusconiano, e già direttore di “Lotta Continua”. Noi non possiamo sapere se Berlusconi è colpevole o non colpevole (l’innocenza è una categoria dei peccatori non dei rei) e forse non riuscirà a stabilirlo nemmeno la Cassazione, viste le recenti affermazioni del primo presidente, dottor Santacroce. Certo è sospetta la celerità del processo e la scrittura delle motivazioni della condanna (8 giorni), quando lo stesso presidente redigente la motivazione, per una condanna per stupro, da più di un anno deve scriverne la motivazione, e senza la motivazione il reo non può ricorrere in Cassazione. Insomma per quest’ultimo

tutto è bloccato. Appare pure sproporzionata la condanna, ma dura lex sed lex, e nel nostro sistema giudiziario, anche senza prove evidenti, esiste il libero convincimento del giudice, che però mai si dovrebbe tramutare in libero arbitrio. Affermare apoditticamente che il giudice applica la legge, in un sistema giudiziario, quello italiano, che fa acqua da tutte le parti, ci sembra quanto meno ingenuo. Prendiamo ad esempio l’iniziativa del pubblico ministero di Palermo sul problema della trattativa mafia-Stato. Il magistrato Ingroia, rispettoso delle leggi e degli ordinamenti, si oppone al trasferimento deciso dall’organo di autocontrollo dei magistrati, il CSM. Neanche i magistrati vogliono rispettare le decisioni che derivano dal loro ordinamento! Certo una decisione del CSM non è paragonabile ad una sentenza, ma un magistrato dovrebbe avere un comportamento diverso da un comune cittadino, che sia reo o meno. L’iniziativa della magistratura di Palermo, che porta a giudizio generali e ufficiali dei carabinieri che hanno reso onore alla loro divisa e al nostro Paese, nonché ministri e politici, adoperandosi pure per coinvolgere il Capo dello Stato, è stata deplorata da personaggi che certamente non possono essere definiti conservatori e tanto meno di destra. L’illustre prof. Giovanni Fiandaca, ordinario di diritto penale legato alla sinistra e già componente del CSM, con un saggio sulla rivista “Criminalia” demolisce totalmente la tesi del pubblico ministero Ingroia, anche se quest’ultimo considera il professore il suo Maestro. La rivista “Criminalia” tratta solo di problemi scientifici e non è un giornale che si legge in aereo o sul treno: è una rivista per specializzati. Della stessa idea del prof. Fiandaca è l’ex senatore del PCI e poi del PDS, l’avvocato Giovanni Pellegrino. Autorevoli cultori del diritto e del garantismo, non certo sospettabili di partigianeria politica. Né rose né crisantemi quindi ai magistrati, ma giudizi critici quando è il caso, e apprezzamenti quando si ritengono giusti. D’altra parte bisognerebbe fare un’analisi attenta sui guasti che una mala giustizia, o più propriamente una giustizia inefficiente, arreca all’economia del Paese. E infine apprendere che il Capo della Procura di Palermo è sotto provvedimento disciplinare perché “succube” di un suo procuratore non induce certamente ad avere molta fiducia nella giustizia.

Calderoli si scusa, i suoi rilanciano Intimidazioni al Capo dello Stato

La Lega ha perso la testa

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oberto Calderoli era stato ripreso persino dalla sua compagna, aveva riconosciuto di aver fatto una battuta infelice e si era scusato. Ma il fronte leghista lo difende e un assessore veneto che chiosa che è stato “offeso l’orango”, frase che è stata poi fatta propria anche da Paola Gregato, consigliere provinciale della Lega Nord a Monza. Senza contare i leghisti che respingono le reprimente al loro già ministro delle Riforme. Matteo Salvini, ad esempio, non ha gradito l’intervento del Presidente della Repubblica. “Napolitano si indigna per una battuta di Calderoli. Ma Napolitano si indignò quando la Fornero, col voto di Pd e Pdl, rovinò milioni di pensionati e lavoratori?”, ha scritto l’esponente leghista su Facebook. “Io mi indigno con chi si indigna. Napolitano, taci che è meglio!”, ha aggiunto. La Kyenge resta un bersaglio anche per il segretario della Lega Nord dell’Emilia Romagna, Fabio Rainieri: “Mi dà fastidio che la Kyenge sia ministro di quel Ministero, semplicemente perché lei è entrata nel nostro Paese come clandestino, e non credo che una persona che entra così nel nostro Paese possa poi fare il Ministro dell’integrazione”. Pacata la reazione del ministro Kyenge: “L’Italia non è razzista e chi vuole soffocare questa parte dell’Italia non razzista farà fatica a farlo”.

CONGRESSO: COSTITUZIONE DEL GRUPPO DI LAVORO In vista del prossimo Congresso del Pri il segretario nazionale, Francesco Nucara, ha inviato una lettera agli amici Roberto Cangiamila, Saverio Collura, Giuseppe Ossorio, Luciana Sbarbati, Antonio Suraci. Cari Amici, sulla base della delega conferitami dalla Direzione Nazionale vi prego di costituirvi in Gruppo di Lavoro per la preparazione della piattaforma congressuale per la prossima Assise repubblicana. Il riferimento per convogliare le vostre idee tramutate in scritti sarà l’amico Saverio Collura. Resta inteso che qualunque componente del Consiglio Nazionale può proporre proprie tesi che potranno

essere accolte nel documento finale o essere allegate come contributo autonomo. Il lavoro degli amici segnati in epigrafe sarà svolto in piena autonomia anche, se necessario, con il contributo di personalità esterne al PRI. Nel ringraziarvi per il lavoro che andrete a compiere vi invio i più cordiali saluti, Francesco Nucara P.s. Vi ricordo che presumibilmente a metà settembre ci sarà il Consiglio nazionale e per quella data dovrà essere pronta la proposta congressuale. Il Gruppo di Lavoro, come sopra definito, viene integrato dagli amici Franco Torchia e Widmer Valbonesi.

E il governo non c’è più!

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e la ricordate la vecchia réclame dell’olio Sasso, e “la pancia non c’è più”? Ora è rivissuta con Beppe Fioroni che correva su Twitter a scrivere che il governo Letta “non c’è più”. E sì perché non si capisce come diavolo possa essere che un primo ministro si incontri con un sindaco, ovvero Angela Merkel con Matteo Renzi. La lettura dell’evento dovrebbe essere obbligata: Renzi conta sulla fine del governo Letta e l’inizio del suo, indi per cui intende farsi accreditare in Europa cominciando con Berlino. In fondo è quello che i renziani confermano quando ricordano che servirà un

premier con un mandato pieno, ovvero, un’elezione vinta sul serio e non costretto ad allearsi con l’avversario. E però potrebbe anche essere che la Merkel, giunta a fine mandato, conti di diventare un domani il sindaco di Templin, e quindi si incontri volentieri con il primo cittadino di Firenze. Non poniamo limiti alla provvidenza. Il dramma è questa divisione fra filo renziani e filolettiani che nel Pd si sorvegliano e scrutano l’un l’altro. E cosa fa Renzi e cosa pensa Letta e chi ammirava La Pira e chi si emozionava per Andreatta. Una divisione che rischia di diventare una faida tale da scuotere il partito

e minacciare da subito l’esecutivo. “Renzi incontra chi gli pare”, “a Enrico gliel’ha detto la Merkel, se no non lo sapeva nemmeno”, e giù bronci, diffidenza e sospetti. Resta il fatto che nel Pd a pochi piace il superattivismo di Renzi. Su “l’Unità” di domenica scorsa campeggiava il titolo “più potere agli iscritti”, come a dire: scordatevi di dare il partito a quelli che non sono il partito. In realtà ci sono due partiti nel Pd, uno dei quali è proprio quello in cui stanno Renzi e Letta, in conflitto fra di loro, ma entrambi guardano alla Merkel. L’altro partito è quello che guarda ad Hollande.

Come rilanciare il Pri

Prima la politica e poi un segretario che la interpreti al meglio di f. n.

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on la formazione del Gruppo di Lavoro per la scrittura di una piattaforma congressuale, che sia di aiuto al dibattito che ne scaturirà, si è aperta una diatriba nel web che sinceramente mi fa ricordare la legge aurea della stupidità umana: “Una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita”. (Carlo M. Cipolla “Allegro ma non troppo”). Offese e insulti gratuiti anche da persone che comunque, se non altro per il ruolo di educatori che essi svolgono, dovrebbero essere più accorti nell’uso del linguaggio. Sembra di stare sul “Corriere dei Piccoli”, con sor Pampurio: “Alla prima che mi fai ti licenzio e te ne vai.”! Il segretario del PRI non è stato licenziato e abbiamo validi motivi di ritenere che, caso mai, dovrà resistere agli inviti, che gli pervengono quotidianamente, di rimanere al suo posto. Scrivo queste righe per chiarire in via definitiva ciò che è successo, sta succedendo e succederà nel PRI. Non è corretto dire che il segretario del PRI si presenta dimissionario al Congresso. E’ corretto dire che il segretario si presenta al Congresso da semplice iscritto, non ricandidandosi più alla segreteria. Egli crede sia corretto lasciare il Congresso libero di discutere e di scegliersi il segretario che più ritiene confacente agli odierni obiettivi repubblicani. E’ corretto dire che il segretario non si ritira per motivi personali afferenti al suo stato di salute, si ritira perché crede che un ricambio sia utile e necessario dopo dodici anni di segreteria. E’ necessario ri-cominciare, sapendo che il “cominciamento” è iniziato a metà dell’Ottocento. E senza il “cominciamento” non si potrebbe “ricominciare”. Tanti amici, senza nulla sapere e non avendo la pazienza nemmeno di leggere fino in fondo i comunicati, si lamentano, e se si lamentano vuol dire che non sono repubblicani, altrimenti ragionerebbero come ci hanno insegnato: il Partito Repubblicano è il partito della ragione, che non è esattamente la ragione propria ma la ragione di tutti. Sulla base di una delega conferita al segretario nazionale e in virtù

di quanto sopra scritto e ancor prima dichiarato in Direzione Nazionale è stato nominato un Comitato. Se ciò non fosse stato fatto e fossimo in una pubblica amministrazione, il segretario sarebbe stato suscettibile di denuncia per omissione di atti d’ufficio. Il comunicato sostiene che tutti gli iscritti possono o meglio “dovrebbero” dare un loro contributo. Materialmente questi contributi, e questo lo capiscono anche i professori universitari, devono essere assemblati da qualcuno, e all’uopo si è scelto l’amico Collura. A chi lamenta il mancato coinvolgimento della minoranza vorrei ricordare che alle celebrazioni dei Congressi si parte tutti dalla stessa linea; non si parte con maggioranze o minoranze precostituite: queste si formano, se sono necessarie, nel corso del dibattito congressuale. Tuttavia un esponente dell’attuale minoranza è stato invitato a partecipare. Come in altre occasioni, costui aveva l’urgenza di consultarsi con qualcuno, ma avendo in altre occasioni, una volta concluse le consultazioni (manco fosse il Presidente del Consiglio incaricato), rifiutato le proposte, non è sembrato il caso di insistere. Si è deciso di lasciar le cose come stavano. Ribadisco ancora una volta che il frutto di questo lavoro sarà portato in Consiglio Nazionale a metà settembre, sarà discusso e potrà essere modificato, se si ritiene. A tutti i Repubblicani, quelli iscritti al PRI, possiamo consigliare di evitare polemiche inutili e dannose. Se hanno idee e le vogliono esternare scrivano articoli per la “Voce Repubblicana”: consentirebbero così a tutti di conoscere il loro pensiero sull’economia, sulla scuola, sul lavoro, sulla giustizia, sulle libertà civili ecc ecc. La domanda ricorrente è questa: chi sarà il nuovo Segretario? Dovrebbe invece essere: quale politica bisogna attuare per rilanciare il PRI? Ma evidentemente ciò interessa poco e a pochi. Torna in mente l’attività d’un giovane e non influente repubblicano, quando nel corso di congressi locali, prima dell’Assise, richiedeva una riunione per decidere l’organigramma. La politica non gli interessava! Cogliamo l’occasione per ringraziare Daniela Memmo per il contributo che ha dato agli amici di Reggio Calabria, redigendo una diffida per il Comune e per il contributo che ha dato sulle riforme statutarie; contributo che è stato accolto con soddisfazione.

Il caso Ablyazov

Pasticcio italiano in salsa kazaka

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opo aver visto Kappler fuggire in una valigia, gli assassini dell’Achille Lauro in volo di linea, Ocalan ospitato e protetto dal governo in una villetta di Ostia, ecco che per lo meno il caso della moglie e della figlia del signor Ablyazov consente un margine di equivoco. Il marito della donna rimpatriata dall’Italia è un dissidente politico in Kazakistan, ma questo non esclude che sia anche “un criminale” come sostiene l’ambasciatore kazako in Italia. Ci vorrebbe la penna di Joseph Roth del “Viaggio in Russia” per descrivere il mondo sconvolto delle ex repubbliche socialiste sovietiche dove tutti gli estremi si toccano. Che il più grande criminale del paese sia anche il capo dell’opposizione kazaka, al di là delle suggestioni letterarie, è verosimile. E anche se nutriamo più simpatia per un oppositore criminale che per un dittatore comunista, come Nazarbaev, sotto il profilo strettamente legale l’espulsione potrebbe essere stata corretta e le autorità italiane avrebbero semplicemente seguito le leggi vigenti. Come sostiene l’ambasciatore Kazako, “Ablyazov è fuggito dal Kazakistan portandosi 15 miliardi di dollari, i suoi complici sono sotto accusa e ricercati come lui, l’Interpol lo ricercava e per questo la polizia italiana aveva provato a catturarlo”. Il problema però non è più quello della legalità o meno dell’operazione, ma il parapiglia scatenatosi, con il presidente del consiglio che la sconfessa, il ministro degli Interni che cade dal letto, il ministro degli Esteri che sostiene di aver allertato il ministro degli Interni dal 2 giugno scorso. Dalle affermazioni del ministro degli Esteri, verrebbe da credere che anche la Farnesina non avesse elementi sufficienti per tracciare un quadro della situazione, tanto da chiedere all’Interno di interessarsi direttamente del caso. Il governo avrebbe potuto benissimo limitarsi a dire che sulla base delle leggi internazionali era stato fatto quello che è giusto. L’unico punto sospetto è se la signora Ablyazov godesse di immunità diplomatica (e non risulta) o di uno stato di rifugiato (e non si capisce). Certo che anche se la polizia avesse dovuto procedere al rimpatrio, la procedura non è del tutto convincente, in quanto sembra nascondere una fretta sospetta. Pur non avendo completamente chiaro il quadro di questa vicenda, una cosa sembra indiscutibile, ovvero siamo di fronte al solito pasticciaccio all’italiana, in cui i piani bassi e i piani alti del governo non comunicano fra loro e tutto sommato nemmeno gli stessi piani alti. Alcuni opinionisti vedono chissà quali trame sospette: al momento è evidente la disorganizzazione e un bel po’ di inesperienza. Davvero non crediamo ci sia di che infierire. Visto il groviglio mediorientale in cui si perde persino Obama, figurarsi se il buon Letta poteva districarsi in Kazakistan.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 16 luglio 2013

economia

Giornalaio di Carter Caso Ilva: alcune strane dichiarazioni non fanno che rendere la situazione più tesa del normale. Ed è guerra fra i vari studi

Una città marinara e i fumatori

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al “Corriere”: “Taranto e la sua storia tra la fabbrica, il lavoro, l’inquinamento e il mare è ancora al centro della bufera. Politica, prima di tutto. Proprio quando l’approvazione alla Camera del decreto legge sull’Ilva e l’impegno dell’azienda ad accelerare l’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale sembravano aver aperto un periodo di tregua dopo un anno di tensioni - risale al 25 luglio scorso, infatti, il primo sequestro della magistratura - le dichiarazioni del commissario Enrico Bondi, che ha negato la correlazione fra inquinamento e tumori, nonché contestato la Valutazione del danno sanitario, rischiano di inaugurare una nuova fase difficile”. La smentita del commissario Bondi arriva a un giorno di distanza: “Non ho mai detto, né scritto che il tabacco fa più male delle emissioni dell’Ilva”, si difende. Il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando a breve incontrerà il commissario, soprattutto per verificare il contenuto del documento su cui si sarebbero basate le affermazioni di Bondi. “Non l’ho ancora visto. Oggi pomeriggio vi comunicherò quando ci sarà questo incontro”. Sia il ministro, sia il leader di Sinistra e Libertà Nichi Vendola commentano l’accaduto parlando di “arretratezza culturale”. Ma insomma, le ha dette quelle parole oppure non le ha dette per niente? Fondamentale per abbassare i toni della polemica sarà quindi capire da dove nasce e su quali motivazioni scientifiche si poggia lo studio dell’Ilva

che il commissario Enrico Bondi ha allegato nella lettera inviata al presidente della Regione Puglia e alle autorità sanitarie pugliesi. Lo studio è firmato da Paolo Boffetta, Carlo La Vecchia, Marcello Lotti e Angelo Moretti e Bondi nella lettera condivide le conclusioni cui giungono i consulenti dell’Ilva: non esiste correlazione fra picco dei tumori a Taranto e l’inquinamento dell’Ilva, a Taranto i tumori dipendono dall’elevato consumo di sigarette e quindi dal fumo essendo Taranto città portuale e marittima. A tal proposito, infatti, Bondi scrive che “dalla memoria emerge come i criteri adottati e la procedura valutativa seguita presentino numerosi profili critici, sia sotto il profilo dell’attendibilità scientifica, sia C'è anche chi lega sotto il profilo delle conclusioni raggiunil dato di Taranto, te”. Città portuale, più sigarette? Nel città portuale, con caos totale, effettivamente, tali frasi, tali il contrabbando assai motivazioni, appaiono francamente tirasviluppato, e il fatto te per i capelli. Intanto, da una videoinche si fumi di più. Ma chiesta del “Corriere” si apprende che: a chi credere? “In questo quartiere attorno al quale è stata costruita l’Ilva, in ogni appartamento c’è almeno un malato di tumore. ‘E’ solo la punta dell’iceberg’ dice il dottor Patrizio Mazza, primario di Ematologia all’ospedale S. Annunziata di Taranto. I dati in suo possesso parlano di un incremento dei tumori di circa il 30% rispetto alla media nazionale. I più colpiti, secondo il professore, sono i bambini. ‘I bambini iniziano con malattie che coinvolgono il sistema respiratorio o il sistema immunitario ma sono solo il preludio per patologie maggiori che si scopriranno con il tempo’”.

Intervista di Lanfranco Palazzolo Alessandro Gilioli, giornalista, ci ha detto che a suo avviso il Pd non mostra una identità politica certa. Troppo caos e indecisioni

Troppe anime in una sola sigla

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l Pd non ha una sua identità politica. Lo ha detto alla “Voce” il caporedattore de “l’Espresso” Alessandro Gilioli, autore di “Chi ha suicidato il Pd” (Imprimatur Editore), libro che analizza gli errori del Partito democratico nell’ultima campagna elettorale fino alla rielezione del Presidente della Repubblica Napolitano e alla formazione del governo tra Pd e Pdl. Alessandro Gilioli, qualche mese “No, non mi pare fa lei aveva pubblicato un libro che quello del Pd oggi dal titolo “Bersani ti voglio bene”. possa definirsi come Oggi ne pubblica un altro dal titoun progetto con linee lo molto polemico. chiare. Qui dominano “Il precedente libro su Bersani era imprecisione e grande polemico nei confronti della segreoscillazione” teria del Partito democratico. Si trattava di un appello a non fare le cose che poi i dirigenti del Partito democratico e Bersani hanno poi fatto. Non voglio rivendicare la coerenza ad ogni costo, ma le cose stanno così. In quel libro era contenuto un appello al segretario del Pd Bersani affinché non si suicidasse. Alla fine è andata proprio così, ahimè! Devo dire che tra questi due libri c’è una continuità di

fondo. ‘Bersani ti voglio bene’ era anche un libro ironico, rappresentava un rifacimento del ‘Berlinguer ti voglio bene’”. Qual è il problema del Partito democratico? “Oggi ci troviamo di fronte ad un Partito democratico praticamente indeciso su tutto, che si trova a fare i conti con una grossa carenza identitaria e incapacità di darsi degli obiettivi. L’unico obiettivo del gruppo dirigente attualmente in carica sembra essere solo quello dell’autoperpetuazione. Questo gruppo di potere non ha nessuna strategia perché in realtà non ha nessun obiettivo a cui tendere. Questo comportamento ha portato ad una campagna elettorale del tutto assurda. Tutto questo accadeva mentre Berlusconi ha fatto una campagna elettorale basata sulla riduzione della pressione fiscale e sull’abolizione dell’IMU. Lo stesso ha fatto Beppe Grillo, che ha incentrato la sua campagna elettorale sulla lotta alla casta”. Che tipo di campagna elettorale ha fatto il Pd? “Il Pd ha fatto quel poco di campagna elettorale su quanto avrebbe dovuto discostarsi dall’agenda Monti. Si è trattato di acqua tiepida senza alcuna identità politica. Questo comportamento ha portato ad un risultato pessimo. Questa crisi identitaria ha portato a tutti gli errori successivi. Nel giro di pochi giorni il Pd ha cambiato e stravolto la propria strategia politica. In un primo tempo sembrava che questo partito potesse allearsi con Mario Monti e poi ha tentato di allearsi con il Movimento 5 Stelle. Gli altri errori sono arrivati nel momento in cui si doveva decidere il candidato al Quirinale. E’ stato scelto Franco Marini, candidato favorevole alle larghe intese per poi passare all’antiberlusconiano Romano Prodi, per tornare a Giorgio Napolitano. Questi cambiamenti hanno manifestato una carenza identitaria”.

BENZINA: NON SI FERMANO I RINCARI

fatti e fattacci

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quel giorno l’Orlando non divenne furioso. I produttori di sigarette elettroniche possono stare tranquilli. Da questo fine settimana possono contare su un alleato in più, il commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi che, in una sua consulenza in qualità di commissario straordinario dell’Ilva ha dichiarato apertamente che l’azienda non ha colpa sull’inquinamento di Taranto e che le cause del tumore ai polmoni dei tarantini sono da ricercare in altri fattori, a cominciare dal “fumo di tabacco e alcol, nonché nella difficoltà nell’accesso a cure mediche e a programmi di screening”. Ma l’aspetto più divertente della questione non sono tanto le dichiarazioni di Bondi, che erano del tutto prevedibili, ma l’atteggiamento del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando che, invece di sputare fuoco e fiamme contro Bondi, ha deciso di convocare il Commissario straordinario dell’Ilva nelle prossime ore. Nella lettera Bondi contesta i criteri adottati dall’Arpa e dalla Regione Puglia sul danno sanitario prodotto dal siderurgico. Ma quello che colpisce è il dossier firmato dai consulenti dell’Ilva Paolo Boffetta, Carlo La Vecchia, Marcello Lotti e Angelo Moretti, che contestano le conclusioni dell’Arpa, della magistratura e degli esperti del ministero della Salute autori dello studio ‘Sentieri’ sull’impatto delle emissioni dello stabilimento. Riferendosi proprio alla

diffusione del tumore ai polmoni, i consulenti sembrano riproporre vecchie tesi care alla famiglia Riva. Scrivono che le neoplasie non dipendono dall’inquinamento prodotto dal siderurgico ma dagli stili di vita dei tarantini perché “è noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni ‘70”. Su questa “versione dei fatti” il ministro dell’Ambiente non ha voluto dire niente. Anzi, il ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, ha scelto i tre esperti che contribuiranno a redigere il piano di risanamento e riqualificazione dello stabilimento Ilva di Taranto. I tre esperti sono Marco Lupo, commissario all’emergenza rifiuti della regione siciliana e già dirigente del Ministero dell’Ambiente; Giuseppe Genon, docente di ingegneria dell’ambiente al Politecnico di Torino; e Lucia Bisceglia, medico epidemiologo, dirigente dell’Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) Puglia. Questi tre esperti collaboreranno con il commissario straordinario per l’Ilva Enrico Bondi e con il subcommissario Edo Ronchi. Sarà una collaborazione molto difficile se queste saranno le premesse. Ma è certo che la situazione dei rapporti tra gli esperti non migliorerà dopo questa relazione, sulla quale il ministro avrebbe comunque potuto dire una parola invece di tacere.

Ancora aumenti dei prezzi dei carburanti mentre i mercati internazionali non danno tregua. A muovere sui prezzi raccomandati sono Ip e Esso con +0,5 cent euro/litro su benzina e diesel. Medie nazionali della benzina e del diesel rispettivamente a 1,836 e 1,739 euro/litro (Gpl a 0,789). Per la 'verde' punte in alcune aree del Paese al livello di inizio 2013, ovvero 1,877 euro/litro.

CONFCOMMERCIO, +500% GETTITO LOCALE DAL '92 Da uno studio della Confcommercio in collaborazione con il Cer che analizza le dinamiche legate al federalismo fiscale a partire dal 1992 emerge che negli ultimi venti anni le imposte riconducibili alle amministrazioni locali sono aumentate da 18 a 108 miliardi di euro, con un eccezionale incremento di oltre il 500%.

primo piano

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a crescita del Prodotto interno lordo nel secondo trimestre del 2013 in Cina si è fermata al 7,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Un’ulteriore frenata rispetto al 7,7% del primo trimestre e al 7,9% del quarto trimestre 2012.Anche i dati della produzione industriale di giugno sono più deboli del previsto: l’incremento è all’8,9%, quando a maggio era 9,2%. E’ vero che il premier Li Keqiang aveva spiegato che invece della “quantità” il suo governo persegue ora una “qualità” della crescita del Pil, ma a Pechino sono nervosi lo stesso: la crescita prevista del 7%, potrebbe arrestarsi al 6,5. Che significherebbe per la prima volta da 15 anni a questa parte il fallimento dell’obiettivo. Se il capitalismo non può più contare nemmeno sui comunisti cinesi, cosa gli resta?

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a n a l i s i

Avvenimento storico nella città dei Cesari

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gnazio Marino e l’orazione funebre per Cesare. Sono giornate di grande tensione per i romani. Quando i cittadini della capitale torneranno in città dopo le vacanze, se le avranno fatte, troveranno una città in quale stato? Il sindaco Ignazio Marino non pensa nemmeno di fare un passo indietro sulla decisione di chiudere via dei Fori Imperiali. Secondo Marino, il progetto di pedonalizzazione della strada che collega il Colosseo a Piazza Venezia, che partirà a inizio agosto, è di “portata planetaria”. Il sindaco di Roma si è limitato a LA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: 06/6833852. Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

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rispondere così a criticava la sua decisione di chiudere questa strada. “Certamente ascoltiamo tutti i cittadini, soprattutto quelli del rione Monti” ha detto il sindaco. “Però non vorrei continuare a parlarne come un progetto di semafori, sensi unici, svolte a destra o a sinistra. Questo è un progetto planetario per dare a Roma il parco archeologico più grande e importante del mondo: non parliamo di semafori ma del luogo dove Marco Antonio pronunciò l’orazione funebre per Cesare”. I cittadini della capitale sono interessati ad arrivare presto al lavoro e vogliono vivere in una città dove lo smog e il traffico possono essere sconfitti. Ce la farà Marino? Chi mai lo sa. Marino non vuole nemmeno ascoltare i commercianti. Che si lamentano sempre. I più arrabbiati di tutti contro il sindaco sono quelli di Fratelli d’Italia. “A un mese dall’affermazione di Marino, Roma e i romani si trovano a commentare come primi atti del neo sindaco la più che discutibile scelta di pedonalizzare l’area dei Fori Imperiali, lo spoil system nella Polizia Municipale, i vigili in bicicletta sottratti al servizio cittadino, e l’acqua in brocca della buvette. I romani ne hanno già le tasche piene di queste pagliacciate”. E’ quanto dichiara Dario Rossin, consigliere capitolino di Fratelli d’Italia. “Su quanto accaduto con il comandante Buttarelli e dei costi del nucleo che scorta Marino - dice Rossin - stiamo già depositando interrogazioni scritte al sindaco che dovrà soprattutto illustrare in Aula le sue linee programmatiche annacquate nelle correnti della sinistra che lo tengono già in pugno”. La chiusura di via dei Fori Imperiali avrà un effetto dirompente. Bello, brutto? Stiamo a vedere, se non si prova non si saprà mai. Attenzione: il sindaco di Roma ha preparato un piano alternativo per il traffico? A quanto pare no, visto che in via Labicana sono in corso dei lavori che stanno già creando dei grossi disagi. Ma per capire le possibilità di questo progetto bisognerà attendere il mese di settembre e vedere come reagiranno i romani al loro ritorno. Chi non è andato in vacanza potrebbe dare un mano alla pedonalizzazione, nel mentre. O no?

c o m m e n t i

Ripresa francese solo immaginata

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a ripresa immaginaria del Presidente della Repubblica francese. Il 14 luglio è un anniversario troppo importante e succulento per il capo dello Stato francese. Quest’anno François Hollande ha cercato di sfruttare l’evento per portare un po’ di acqua nel suo mulino. Il tentativo è parso agli occhi di molti come maldestro. Il Presidente della Repubblica è consapevole del suo calo di popolarità e che il suo governo ha fatto davvero ben poco per risollevare la situazione del paese. Anzi, da quando sono arrivati i socialisti al potere la Francia è sprofondata in una depressione economica mai vista. Ma all’ottimismo di Hollande non c’è fine. La ripresa economica “è alle porte”, secondo il presidente francese François Hollande, che nella tradizionale intervista del 14 luglio, si è impegnato ad aumentare le tasse “idealmente il meno possibile” (che vuol dire?), a realizzare tagli agli sprechi e a “favorire gli investimenti”. “La ripresa è qua, la produzione industriale sta ripartendo”, ha affermato il presidente francese ieri; ma ieri molti quotidiani lo hanno letteralmente preso per i fondelli: “Comprendo bene la volontà del presidente di applicare il metodo Coué”, ha commentato l’economista Marc Touati, per il quale invece “il debole riavvio della produzione industriale è solo una correzione delle debolezza passata”. Una “vera ripresa è una crescita del 2% e proprio non ci siamo”. Venerdì la Francia è uscita dal circolo dei paesi virtuosi perdendo la tripla A da parte delle agenzie di rating internazionali, Fitch, Standard and Poor’s e Moody’s. La Corte dei Conti ha avvertito il governo che il deficit rischia di toccare nel 2013 il 4,1% del pil invece del 3,7% calcolato dall’esecutivo. Intanto l’uomo simbolo del malgoverno delle sinistre francesi, l’ex ministro delle Finanze Jerome Cahuzac, accusato di frode

fiscale, se la vede sempre più brutta. Pierre Condamin-Gerbier, ex dirigente di una banca svizzera e testimone chiave nell’ambito dell’inchiesta sulla fuga dei capitali dell’uomo politico è stato fermato in Svizzera. Lo ha confermato la Procura elvetica. Condamin-Gerbier è stato arrestato il 5 luglio e “si trova in custodia cautelare”, ha precisato in una mail inviata alla “France Presse” l’ufficio della procura, che ha “ordinato l’avvio di un’indagine penale” nei suoi confronti. Ora, il governo Ayrault non sembra alle prese con misure che possano rilanciare l’economia francese e nemmeno sembra in grado di abbassare le tasse o rimuovere quelle condizioni di debolezza strutturale del sistema economico francese. Perciò è molto probabile che Hollande abbia fatto un sogno nel quale gli è apparsa la Marianna che gli ha annunciato una ripresa che, molto probabilmente non ci sarà. E se ci sarà non avverrà con un governo socialista, che certo pensa solo ad aumentare le tasse.

Russia: matrimoni e scambi di spioni

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estituiteci i nostri spioni. La Russia è la patria delle spie. Anche gli Stati Uniti non scherzano, ma a Mosca tengono molto alle attività di intelligence e a curare il proprio vivaio di spie. In questi giorni, caso Snowden a parte, Mosca vuole scambiare una coppia sposata di spie russe condannate in Germania nelle scorse settimane per almeno un prigioniero nelle carceri russe accusato di spiare per l’Occidente. I servizi segreti russi vogliono portare la coppia, nota con i nomi in codice di Andreas e Heidrun Anschlag, a casa in Russia dopo decenni in Germania come ‘dormienti’, in cambio di almeno una spia per Berlino o per i suoi alleati detenuta in Russia. “La consultazione con Berlino è iniziata da poco, dopo la condanna”, avvenuta il 2 luglio, ha detto al quotidiano una fonte della

sicurezza russa. “Porteremo i nostri fuori di lì”. Secondo un’altra fonte Mosca ha atteso fino alla fine del processo per proporre lo scambio, nel caso in cui il procedimento avesse gettato luce su come la che due spie copertura sia stata bruciata. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha smentito che lo scambio sia stato oggetto dei colloqui tra il presidente Vladimir Putin e la cancelliera Angela Merkel in occasione della visita di quest’ultima in Russia a giugno. L’uomo noto come Andreas Anschlag è stato condannato a sei anni e mezzo, la moglie Heidrun Anschlag a cinque anni e mezzo dal tribunale regionale di Stoccarda. La coppia era stata inviata nell’ex Germania occidentale nel 1988 dal defunto Kgb sovietico e aveva continuato a lavorare per i servizi russi. Nella vicenda viene citato il legale della coppia Horst-Dieter Petschke, secondo quale lo scambio “potrebbe avvenire in qualunque momento”. I candidati in Russia sarebbero Andrei Dumenkov, in prigione per 12 anni dal 2006 per aver cercato di consegnare alla Germania dati su progetti missilistici russi, e Valery Mikhailov, ex colonnello del servizio segreto russo condannato a 18 anni nel 2012 per aver spiato per gli Usa. Dunque, anche l’attività di spionaggio made in Russia è molto attiva, ma nessun diplomatico europeo non ha mai avuto un’alzata di scudi contro questo paese come è avvenuto nei giorni scorsi nei confronti degli Stati Uniti. La verità è che la Russia agisce contro l’Occidente e questa attività incute molto timore nelle diplomazie europee al punto che nessuno ha il coraggio di fare una dichiarazione pubblica contro Mosca. Questo paese utilizza molto bene le sue capacità di ricatto nei confronti dell’Unione europea ben sapendo delle sue ricchezze nel campo energetico. E l’Unione europea e anche la Germania non possono far altro che trattare con Mosca lo scambio di spie, cosa che certamente non possono fare gli Stati Uniti nel caso di Snowden, la spia che ha rivelato di segreti dell’amministrazione americana che sta pensando di chiedere asilo alla Russia.


Martedì 25 giugno 2013

Twitter? Ma non è cosa moderna

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econdo un popolare quanto discutibile infografico che gira in rete, l’uso di Facebook, Twitter e altri siti del genere durante l’orario di lavoro costa all’economia americana 650 miliardi di dollari all’anno. I nostri intervalli di attenzione si stanno atrofizzando, i nostri punteggi ai test sono in calo: e tutto a causa di queste “armi di distrazione di massa”. Ma non è la prima volta che si sentono lanciare allarmi di questo genere. In Inghilterra, alla fine dei Seicento, c’erano timori simili su un altro ambiente di condivisione dell’informazione, che esercitava un’attrattiva tale da minare, apparentemente, la capacità dei giovani di concentrarsi sugli studi o sul lavoro: i caffè, il social network dell’epoca. Come il caffè stesso, anche il caffè inteso come locale era stato importato dai paesi arabi. La prima coffeehouse in Inghilterra fu inaugurata a Oxford all’inizio degli anni Cinquanta del Seicento e negli anni successivi spuntarono centinaia di locali simili a Londra e in altre città. La gente andava nei caffè non solo per consumare

l’omonima bevanda, ma per leggere e discutere gli ultimi pamphlet e le ultime gazzette, e per tenersi al corrente su dicerie e pettegolezzi. I caffè erano usati anche come uffici postali: i clienti ci si recavano più volte al giorno per controllare se erano arrivate nuove lettere, tenersi aggiornati sulle notizie e chiacchierare con altri avventori. Alcuni caffè erano specializzati in dibattiti su argomenti come la scienza, la politica, la letteratura o il commercio navale. Dal momento che i clienti si spostavano da un caffè all’altro, le informazioni circolavano con loro. Il diario di Samuel Pepys, un funzionario pubblico, è costellato di varianti dell’espressione “lì nel caffè”. Le pagine di Pepys danno un’idea della vasta gamma di argomenti di conversazione che venivano trattati in questi locali: solo nelle annotazioni relative al mese di novembre del 1663 si trovano riferimenti a “una lunga e accesissima discussione fra due dottori”, dibattiti sulla storia romana, su come conservare la birra, su un nuovo tipo di arma nautica e su un processo imminente. Una delle ragioni della vivacità di queste conversazioni era che all’interno delle mura di un caffè non si teneva conto delle differenze sociali. I clienti erano non solo autorizzati, ma incoraggiati ad avviare conversazioni con estranei di diversa estrazione sociale. Come scriveva il poeta Samuel Butler, “il gentiluomo, il manovale, l’aristocratico e il poco di buono, tutti si mescolano e tutti sono uguali”. Non tutti approvavano. Oltre a lamentare il fatto che i cristiani avessero abbandonato la tradizionale birra in favore di una bevanda straniera, i detrattori del fenomeno temevano che i caffè scoraggiassero le persone dal lavoro produttivo. Uno dei primi a lanciare l’allarme, nel 1677, fu Anthony Wood, un cattedratico di Oxford. “Perché l’apprendimento serio e concreto appare in declino, e nessuno o quasi ormai lo segue più nell’Università?”, chiedeva. “Risposta: a causa dei caffè, dove trascorrono tutto il loro tempo”. Contemporaneamente, a Cambridge, Roger North, un avvocato, lamentava la “smisurata perdita di tempo originata da una semplice novità. Perché chi è in grado di applicarsi seriamente a un argomento con la testa piena del baccano dei caffè?”. Questi posti erano “la rovina di tanti giovani gentiluomini e mercanti seri e di belle speranze”, secondo un pamphlet pubblicato nel 1673 e intitolato Ecco la spiegazione del grande problema dell’Inghilterra. Tutto questo riporta alla mente i duri moniti lanciati da tanti commentatori moderni. Un comune motivo di preoccupazione, allora come oggi, è il fatto che le nuove piattaforme di condivisione dell’informazione possano rappresentare un pericolo in particolare per i giovani. Ma qual era l’impatto effettivo dei caffè sulla produttività, l’istruzione e l’innovazione? In realtà i caffè non erano nemici dell’industria: al contrario, erano crocevia di creatività perché facilitavano la mescolanza delle persone e delle idee. I membri della Royal Society, la pionieristica società scientifica inglese, spesso si ritiravano nei caffè per prolungare le loro discussioni.

terza pagina-archivio della settimana Gli scienziati spesso realizzavano esperimenti e tenevano conferenze in questi locali, e dato che l’ingresso costava solo un penny (il costo di una singola tazza), i caffè venivano definiti a volte penny universities. Fu una discussione con altri scienziati in un caffè che spinse Isaac Newton a scrivere i suoi Principia mathematica, una delle opere fondamentali della scienza moderna. I caffè erano piattaforme per l’innovazione anche per il mondo degli affari. I mercanti li usavano come sale di riunione, e nei caffè nascevano nuove aziende e nuovi modelli d’impresa. Il Jonathan’s, un caffè londinese dove certi tavoli erano riservati ai mercanti per realizzare le loro transazioni, diventò poi la Borsa di Londra. Il caffè di Edward Lloyd, popolare luogo d’incontro per capitani di nave, armatori e speculatori, diventò il famoso mercato di assicurazioni Lloyd’s. Inoltre, l’economista Adam Smith scrisse buona parte della sua opera più famosa, La ricchezza delle nazioni, nella British Coffee House, un popolare luogo di incontro per intellettuali scozzesi, ai quali sottopose le prime bozze del libro per avere il loro parere. Sicuramente i caffè erano anche posti dove si perdeva tempo, ma loro meriti sono di gran lunga superiori ai loro demeriti. Offrirono un ambiente sociale e intellettuale stimolante, che favorì un flusso di innovazioni che ha dato forma al mondo moderno. Non è un caso che il caffè sia ancora oggi la bevanda per eccellenza della collaborazione e del networking. Ora lo spirito dei caffè rinasce nelle nostre piattaforme di social network. Anche queste sono aperte a tutti e consentono a persone di diversa estrazione sociale di conoscersi, discutere e condividere informazioni con amici e sconosciuti allo stesso modo, forgiando nuovi legami e stimolando nuove idee. Sono conversazioni interamente virtuali, ma che offrono potenzialità enormi di produrre cambiamenti reali. Certi capi deridono l’uso di questi strumenti durante il lavoro dicendo che non si tratta di social network, ma di social NOTwork, ma altre aziende, più lungimiranti, stanno adottando i “social network d’impresa” (sostanzialmente versioni aziendali di Facebook) per incoraggiare la collaborazione, scoprire talenti e competenze nascosti fra i dipendenti e ridurre l’uso dell’e-mail. Uno studio pubblicato nel 2012 dalla società di consulenza McKinsey & Company ha scoperto che l’utilizzo dei social network all’interno delle aziende ha incrementato del 20-25 per cento la produttività dei “lavoratori della conoscenza”. L’uso dei social media nell’istruzione, peraltro, è sostenuto da studi che dimostrano che gli studenti imparano più efficacemente quando interagiscono con altri studenti. L’OpenWorm, un rivoluzionario progetto di biologia computazionale, è partito da un singolo tweet e ora coinvolge collaboratori di tutto il mondo che si incontrano attraverso Google Hangouts. Chi sa quali altre innovazioni stanno fermentando nel caffè globale di Internet? C’è sempre un periodo di aggiustamento quando compare una nuova tecnologia. Durante questa fase di transizione, che può richiedere anni, le tecnologie sono spesso oggetto di critiche perché sconvolgono il modo tradizionale di fare le cose. Ma la

lezione dei caffè ci insegna che le moderne paure sui pericoli dei social network sono esagerate. In realtà questo tipo di comunicazione ha una lunga storia: l’uso dei pamphlet da parte di Martin Lutero durante la Riforma getta nuova luce sul ruolo dei social media nella Primavera Araba, per esempio, e ci sono paralleli fra le maldicenze in versi che circolavano nella Francia prerivoluzionaria e l’uso del microblogging nella Cina moderna. Per affrontare le problematiche sollevate dalle nuove tecnologie, è al passato che dobbiamo guardare. Tom Standage, “The New York Times” - “la Repubblica”, 12 luglio 2013 Finalmente uno di quei cari articoli in stile pragmatico/anglosassone dove il badare al sodo, l’analisi spiccia e l’utopia sono mescolati insieme. Finalmente un po’ d’ottimismo fra tante stupidaggini che ancora oggi si dicono su internet. Compresa l’idea che faccia perdere tempo. Ovvio che, nel computo generale, alla fine possa anche far perdere tempo. Ma, da un punto di vista “macro”, i benefici paiono certo superiori numericamente allo spreco. Evidentemente nel Settecento si facevano gli stessi discorsi, se un Ton Standage, che è direttore digitale dell’Economist, sente il bisogno di un tale intervento. Attenzione: trattasi di articolo che nasce in un ambiente oggi digitalmente maturo come

quello anglo-statunitense, segno che anche in quelle latitudini qualcosa langue, e che - soprattutto - il discutere fra galantuomini può apparire sospetto. Meglio, allora, i paesi innocenti un po’ ebeti digitalmente come l’Italia, scarsi di infrastrutture e di penetrazione mediatica, ma dove almeno (ed è solo un’ipotesi) le idee nuove o rivoluzionarie impiegano più tempo a trovare una loro forma concreta, leggibile, chiara. E dunque operativa. Il web spacca un’impostazione “piramidale” rendendola orizzontale, estesa a 360 gradi; mentre il vecchio ordine si basa per l’appunto sul comando che piove dall’alto, indiscutibile. (f. be.)

Nuovi fascismi, una mappa Ue

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l nuovo libro di Guido Caldiron è una sorta di vademecum, con un ampio repertorio di indicazioni e una ricognizione, con relativa mappatura, pressoché esaustiva, della realtà e del panorama del radicalismo fascista in Occidente. Il suo volume dedicato all’”Estrema destra” (Newton Compton, pp. 470, euro 9,90), si impegna a circoscrivere e a definire il fenomeno nei suoi tratti prevalenti. Lo fa scandendo la sua ricerca intorno a tre momenti: la costruzione del consenso sociale, la messa in campo di una strategia d’azione basata sulla violenza e la persistente offensiva ideologica. L’autore è giornalista noto per essersi occupato, a più riprese, delle subculture giovanili e dei mutamenti dell’estremismo politico, avendone seguito le numerose evoluzioni. Di quest’ultimo, della sua filosofia reazionaria e del suo violento ritorno sulla scena, ne rende quindi un ritratto inquietante, denunciandone l’attualità. Il transito culturale consumatosi in questi ultimi trent’anni è stato segnato dal ritorno di temi e di motivi che sono passati dall’essere patrimonio di piccole nicchie, ai margini della scena politica, a oggetto di discussione e di considerazione nell’agenda dei governi e dell’opinione pubblica. Più che un ritorno del fascismo, ci segnala Caldiron, abbiamo a che fare con uno spostamento a destra dell’asse politico che ha investito tutta l’Europa e gli Stati Uniti. Con riflessi anche in altre parti del mondo, laddove i processi di globalizzazione hanno ulteriormente agevolato le capacità espansive di atteggiamenti, pensieri e condotte basate sull’intolleranza. Vincoli di stirpe Il nesso tra questo andamento, che si intreccia con la dirompenza dei populismi, e l’egemonia culturale del liberismo è netto e indiscutibile. Il declino della democrazia partecipativa ne è il suggello, insieme al riaffermarsi della liceità delle diseguaglianze come paradigma culturale di fondo delle nostre società. Il radicalismo di destra, che non è più la stanca riedizione dei regimi degli anni Trenta, avendo sviluppato semmai una sua autonomia politica da quelle esperienze storiche, si presenta oggi come una complessa e stratificata galassia. I moventi e le radici, insieme agli sviluppi e alla sua capacità di adattarsi alle condizioni date, inducono quindi a parlare più di “estrema destra postindustriale”, sulla scorta di quando già il politologo Piero Ignazi sottolineava anni fa, che non di fascismo di ritorno. La cifra comune tra i diversi movimenti che affollano la scena continentale e americana è un radicalismo, non solo politico ma anche culturale e morale, dichiarato e compiaciuto di sé. Questo, in più circostanze, si intreccia con le destre di governo, mantenendovi rapporti di contiguità e scambio. Un caso emblematico è l’Ungheria di Viktor Orban, il laboratorio di una trasformazione all’insegna dell’attacco al pluralismo. Se per molto tempo il vincolo antifascista aveva impedito tali invasioni di campo oggi, invece, il panorama è mutato. È questo il vero punto dolente: abbiamo a che fare con un neofascismo da salotto buono, la cui funzione è rendere non solo leciti ma anche possibili esercizi di autoritarismo della cui traduzione in atti concreti si incaricano forze politiche falsamente moderate. È un gioco di reciprocità, che sta producendo i suoi effetti. Si pone in quest’ottica il ricorso all’anticomunismo come ideologia di riferimento e di mobilitazione per i ceti medi così come per le classi subalterne. La destra radicale vive peraltro la crisi di rappresentanza della sinistra come un’opportunità senza pari. Fondamentale è, per il suo programma, rielaborare i legami sociali da un punto di vista etnico. Il suo fattore di forza è che parla ad una intera collettività, denunciandone i problemi (omessi in campo liberale), ma offrendovi una soluzione dichiaratamente regressiva. Alla società sostituisce il concetto di comunità, quest’ultima costituita da soggetti affratellati da “vincoli di stirpe”; ai percorsi di spaesamento e di smarrimento della soggettività contrappone l’idea di una identità forte, basata sul binomio “sangue e suolo”; contro il senso di espropriazione materiale e di subalternità economica statuisce l’idea che la difesa degli interessi sia prerogativa di un tradizionalismo che trova nella cristallizzazione feudale delle appartenenze di ceto la sua falsa realizzazione. C’è questo e molto altro nelle riflessioni di Caldiron. Tre però sono i fattori di maggiore tensione che egli individua: il declino di ogni residua forma di democrazia sociale, la crisi dei

sistemi di Welfare e gli effetti di lungo periodo delle immigrazioni. Tutti e tre segnalano la grande movimentazione che ha coinvolto le società a sviluppo avanzato, inserendosi a pieno titolo dentro le logiche di mutamento che si accompagnano al capitalismo contemporaneo. Della insicurezza che da essi deriva, così come dal mutamento di statuto del lavoro, oramai retrocesso a figura ancillare nella creazione delle identità collettive, il radicalismo ha tratto un enorme giovamento. Ha saputo infatti rilanciare la carta della socialità, abbandonata oramai da una parte della stessa sinistra, declinandola però sul versante delle appartenenze razziali. E alla crisi del capitalismo industriale risponde indicando la necessità di una guerra senza quartiere a quello finanziario, al quale dà il nome e il volto del “mondialismo” giudaico. Non è però una destra che non si confronti con la modernità, semmai incorporandone numerosi aspetti, a partire dalla dimensione tecnologica. La presenza sul web, così come il ricorso alla musica come fattori di aggregazione, sono due indici significativi della capacità pervasiva dei suoi messaggi. A caccia del nemico Ma se in questo caso propende ad occupare e colonizzare culturalmente la parte più giovane di società, il recupero in chiave fobica di due temi come l’omosessualità e l’immigrazione musulmana diventano i cavalli di Troia del binomio “legge ed ordine”, da rivolgere indistintamente a tutti. Ciò che il radicalismo fascistizzante prefigura non è quindi la restaurazione di qualcosa che è già stato ma la distruzione di ciò che esiste e che, a suo dire, avrebbe fallito: la democrazia. (...) Claudio Vercelli, “il Manifesto”, 10 luglio 2013

Musicisti: rivali con amicizia

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e c’è una categoria il cui grado di egocentrismo è talmente elevato da superare quasi sempre il limite della patologia, è quella dei musicisti. In certe epoche la palma andava ai cantanti, in altre a pianisti e violinisti, in tempi recenti ai direttori d’orchestra. Ma più ancora che degli interpreti, il vizio è dei compositori. Difficile trovarne uno che non pensi che il mondo gira attorno a sé, con tutte le fobie, le gelosie e le invidie che arrivano puntuali quando il mondo, in qualche modo, ricorda loro che esiste anche altro. Se poi questo altro è “qualcun altro”, ecco allora scattare la molla della competizione: quella spira vorace e tremenda di un tipo di rivalità che nemmeno gli uomini di sport, quella che vuole il male del nemico forse anche più del bene proprio.Di esempi è piena la storia passata (e prossima e remota) e la storia presente. Rivalità feroci - Händel e Bononcini a Londra, Gluck e Piccinni a Parigi, Mozart e Salieri a Vienna, Wagner e Brahms (anzi, wagneriani e brahmsiani) nella Germania dell’Ottocento - che hanno provocato ulcere agli interessati, nonché accese polemiche tra i commentatori. Rare, ma esistono anche le eccezioni. Rossini che dà una mano a Bellini e Donizetti perché facciano breccia nel cuore dei parigini è un bell’esempio (anche se i maligni possono sempre dire che lo fece perché si era già ritirato dall’agone operistico). E l’amicizia tra Puccini e Mascagni, per dire dei musicisti compresenti nel cartellone di questa estate al festival di Torre del Lago, ne è un altro. Toscani, l’uno di Lucca, l’altro di Livorno, si conobbero nel 1882, entrambi allievi del Regio Conservatorio di Milano, Puccini all’ultimo anno, Mascagni al primo, e condivisero per un anno scolastico un alloggio in Vicolo San Carlo. Non ne sortì un’amicizia da libro Cuore, ma quel tempo bastò loro per stabilire un rapporto di reciproco rispetto. Si può dire anzi affettuoso. Poi ciascuno per la propria strada, come è naturale. Puccini, che all’epoca attendeva alla composizione delle “Villi”, prese presto il largo diventando, già da vivo, uno dei più amati operisti di ogni epoca. Mascagni, oggi ricordato quasi solo per lo strepitoso successo di “Cavalleria rusticana”, non ebbe (e soprattutto non avrà) la stessa fortuna del collega, ma intraprese a sua volta una carriera piena di soddisfazioni e riconoscimenti. In ogni caso, seppur posizionati su diversi gradini della scala della fama, i due continuarono a farsi visita e a scriversi, manifestandosi stima, anche in seguito. Mascagni non mancò a una prima di Puccini e questi non mancò di rallegrarsi con il collega per il trionfo di “Cavalleria”. Né incrinò il loro sodalizio l’episodio che contrappose i rispettivi editori, Ricordi per Puccini e Sonzogno per Mascagni, allorché nel 1915 si disputarono i diritti per la riduzione a libretto del romanzo Two little wooden shoes (Due zoccoletti) di Maria Louise de la Ramée, ovvero Ouida, strana scrittrice inglese morta nel 1908 coperta dai debiti: la battaglia la vinse Ricordi ma, rinunciando Puccini al soggetto poiché più attratto da altri, la guerra la vinse Sonzogno e quel romanzo divenne “Lodoletta” di Mascagni. Non mancarono ombre come in tutti i rapporti, anche i più cordiali. Puccini si espresse sfavorevolmente a riguardo delle “Maschere” del livornese, il quale contraccambiò unendosi al coro dei detrattori di “Madama Butterfly”. Piccole cose, tutto sommato. E nel 1930, quando Giovacchino Forzano, librettista di entrambi, ebbe l’idea di commemorare il lucchese (morto nel 1924) organizzando una “Bohème” a Torre del Lago, quello che rappresenterà a tutti gli effet-

LA VOCE REPUBBLICANA

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ti l’atto di nascita del festival pucciniano, sarà proprio Mascagni a pronunciare il discorso commemorativo e a dirigere la recita. Enrico Girardi,“Corriere della Sera”, 10 luglio 2013

La storia? Quella scritta da noi

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iviamo un tempo incerto in cui il vecchio mondo è finito, ma il nuovo non nasce ancora. Le diverse discipline del sapere sono da tempo consapevoli di questa crisi che può costituire anche un’opportunità per riflettere sui propri statuti e sulle nuove direzioni da intraprendere. Anche la storia non sfugge alla tensione di questo destino analitico come rivela il libro di Franco Benigno, “Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia” (Viella, euro 26), in cui l’autore, che insegna storia moderna all’Università di Teramo, riflette su alcune categorie utilizzate nel suo mestiere. Come nascono le rivoluzioni? Che cosa si intende per opinione pubblica? Come si formano le generazioni? Cosa è il potere? Il libro analizza questi concetti insieme con quelli di violenza, di cultura popolare, di Stato moderno, di identità e di Mediterraneo. Ricostruisce la genesi del loro utilizzo nel pensiero storico sociale, l’evoluzione e ne prospetta un restyling critico rispetto all’uso (e all’abuso) che ne è stato fatto nel corso del Novecento, un secolo – scrive Benigno – “che non vuole finire e che continua a riemergere con il volto scomposto dei suoi errori e dei suoi orrori”. L’analisi parte da una constatazione ormai condivisa: il moderno ha cessato di essere un valore ed è progressivamente invecchiato trasformandosi, di metafora in metafora, in modernità liquida (Zygmunt Bauman), sbriciolata (Roger Chartier) o polverizzata (Arjun Appadurai). Nell’arena pubblica si assiste a una progressiva marginalizzazione del ruolo dell’intellettuale come mediatore e a una crescente insoddisfazione nei riguardi di una storia scientificamente asettica, distante, se non indifferente al discorso che la circonda, incapace di afferrare il presente che di continuo le sfugge. Quando e come si è giunti a questa crisi della cosiddetta storia tradizionale, quella sperimentata intorno all’uso della filologia? Secondo Benigno l’inizio del progressivo slittamento va collocato nel 1989, ossia con la fine di un ciclo storico cominciato con la rivoluzione francese e caratterizzato dalla ricerca messianica di un uomo nuovo. Per un verso entra in crisi l’idea di sviluppo e si inizia a riflettere sui rischi e sui costi che esso impone, per un altro si attenua la credenza che il progresso debba comportare automaticamente l’affermazione della democrazia e l’espansione dei diritti della cittadinanza. Questi mutamenti hanno prodotto un cambio di paradigma anche nel campo della storia. La storia tradizionale è stata incalzata e scalzata da una nuova storia incentrata sulla memoria (“un nuovo sole dotato di luce abbagliante”) che sta producendo una musealizzazione della società occidentale e ha ridotto la “storia tradizionalmente intesa a una pallida luna, vivente di luce riflessa”. Questa storia memoriale è fondata sul trauma e non sulla rivoluzione, sulla coppia vittima/carnefice e non su quella – hegeliana – servo/padrone. Al centro non si ha più la lotta tra oppressi e oppressori, ma il rapporto sacrificale tra una vittima individuale o collettiva e il suo carnefice. Se il cuore della modernità è stato la rivoluzione francese, quello della contemporaneità è costituito dalla shoah che diviene il modello implicito del trauma memoriale e condiziona la matrice di ogni racconto possibile. Ciò porta la storia ad assumere un carattere liturgico e sacrale che produce una storiografia emotiva, partecipata, impressionistica, tutta schiacciata sul presente e sul continuo consumo di emozioni, gioie e sofferenze del teatro dell’umano. Attenzione però: l’overdose di memoria e di testimonianza che stiamo vivendo presenta il limite di far rivivere la tragedia, senza tuttavia superarla. Il pubblico crede di ricordare un evento storico, ma in realtà lo memorializza, ossia l’attualizza privo di prospettiva storica. Perché per ricordare bisogna prima saper dimenticare. E arriva il momento in cui la memoria, con i suoi doveri e le sue liturgie, non basta più perché una ferita, anche se disincarnata dal trascorrere del tempo, resta tale. Ed è nella cura di questa ferita ormai disincarnata che da qualche millennio la storia si prende le sue rivincite, un raggio di luna che riesce a eclissare la dittatura della memoria e quella del testimone, restituendo loro, proprio perché sono per davvero finiti e finalmente dimenticati, nuova, imprevedibile e libera vita. Miguel Gotor,“la Repubblica”, 12 luglio 2013 Si potrebbe magari aggiungere che la “rilucidata” alla storia passata è pratica non così desueta fra, chiamiamoli così, i vincitori, ovvero coloro magari incaricati della riscrittura. Anzi, nel passato, per imporre nuove coordinate di lettura di ciò che era stato, si accettavano pratiche brutali di cancellazione e vera modificazione del dato reale, vissuto. Si pensi all’antica Roma e alla dannazione del nemico, la damnatio memoriae, atto consentito all’instaurarsi di un nuovo regime. Se magari dobbiamo porci la questione della lettura “storiografica” del secolo appena trascorso, il Novecento, allora può anche darsi che i nostri strumenti non siano, fino ad oggi, soddisfacenti. Che sia solo questione di tempo?


4 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 16 luglio 2013

Friedrich Münter e gli Illuminati nella Biblioteca di Villa “Il Vascello”

Una importante e varia corrispondenza epistolare utilissima per tutti gli studiosi interessati

Viaggio in Italia: non ci fu solo quello di Goethe

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a Biblioteca del Grande Oriente d’Italia si è arricchita di un prezioso fondo donato dallo studioso di storia della Massoneria Ruggiero di Castiglione, autore di importanti opere quali: Alle sorgenti della Massoneria (1989), Corpus Massonicum (2007) e la serie di cinque volumi su La Massoneria nelle Due Sicilie (2007-2013). Si tratta della corrispondenza intercorsa, negli anni dal 1786 al 1820, fra il teologo protestante e storico della Chiesa riformata Friedrich Münter e importanti personalità della Massoneria italiana del Meridione. Ad anticipare il famoso Grand Tour di Goethe in

Italia, tra il 1786 e il 1788, vi fu il viaggio di un altro intellettuale tedesco, Friederich Christian Carl Heinrich Münter (1761-1830), un viaggio meno noto ma assai più decisivo per le sorti della massoneria italiana. A spingerlo alla scoperta della Penisola furono certamente i suoi interessi di filologia, archeologia e numismatica, la sua passione per le lingue antiche e orientali, nonché il suo desiderio di ricostruire la storia dell’Ordine dei Templari di cui, qualche anno dopo, pubblicò gli statuti interni (Statutenbuch des Ordens der Tempelherren, 1794). E’ quanto si evince dai preziosi documenti autobiografici che Münter ha lasciato del suo viaggio, che si concentrò soprattutto nelle tappe del Regno di Napoli e delle Due Sicilie: le I nominativi di chi aveva contribuito per “salvare” la sede, Nachrichten über beide Sizilien operazione non andata a buon fine, e che (Notizie sulle Due Sicilie, del 1790) e i comunque lasciano il contributo al Pri visti i Diari (Aus den Tagebüchern Friedrich Münters, pubblicati postumi in problemi finanziari che affliggono il partito Qui di seguito l’elenco degli amici repubblicani che, tempestivamente, rispon- Danimarca nel 1944). dendo alla e-mail della Segreteria Nazionale del Pri, hanno deciso di lasciare al partito il contributo destinato al salvataggio della Sede storica. Alcuni amici che hanno contribuito in maniera importante alla sottoscrizione suddetta chiedono di non comparire in questo elenco. Nucara Francesco, Bertuccio Paolo, Colombi Alberto, Carbone Rocco, De Modena Bruno, Serrelli Giovanni, Posenato Sergio, Gusperti Anselmo, La Cava Antonio, Mastronardi Alessandro e Alessandra, De Andreis Marco, Cipriani Paolo, Direzione Regionale PRI Liguria, Tartaglia Giancarlo, Ravaglia Gianni, Pasqualini Carlo, Galizia Bernardino, Africa Leonardo, Lucarini Carlo, Scandiani Martino, Eramo Michele, Garavini Roberto, Sbarbati Luciana, Morellini Africo, Mastronardi Alessandra, Suprani Claudio, Sezione PRI Bonfiglioli Bologna, Attisano Marcello, Torchia Franco, Buggè Giuseppe, Savoia Antonio, Dolfini Gianezio, Ghizzoni Giuseppe, Dal Pan Roberto, Chioccarello Claudio, Baccarini Alberto, Pasquali Silvano, Saccani Pierdomenico, Borlenghi Sergio, Giunchi Benito, Sezione “G. Pasini” Bacciolino di Mercato Saraceno, Del Giudice Franco, Morabito Domenico, Gizzi Giuseppe, Algeri Renato, Ferretti Sergio, Famiglia Tampieri, Pio Berardo, Proietti Omar. L’elenco continuerà nei prossimi giorni.

Elenco dei nominativi che richiedono il contributo versato per “salvare” la sede: Pagano Aldo, Morgagni Giuseppe, Ferrara Paolo Antonio, Gallo Riccardo, FIN.COOP.RA S.r.l.

Legami profondi A muovere Münter erano, tuttavia, soprattutto obiettivi di carattere massonico. “Seine Zwecke kenne ich nicht”, “non conosco i suoi scopi”, affermava Goethe nella Italienische Reise (Viaggio in Italia) a proposito del viaggio di Münter nella Penisola. In realtà, un legame profondo univa Goethe e Münter al di là dei loro interessi “profani”. Entrambi erano infatti affiliati all’Ordine paramassonico degli Illuminati, una società segreta di carattere spiccatamente politico schierata a favore del progresso sociale e della libertà, e impegnata nella lotta contro l’assolutismo. Addirittura, Goethe e Münter, il primo con lo pseudonimo di “Abaris”, il secondo con quello di “Syrianus”, furono iniziati nello stesso luogo, a Weimar, e nello stesso anno, nel 1783. C’è dunque motivo di dubita-

re dell’affermazione di Goethe. In realtà il viaggio di Münter è una testimonianza del forte interesse avvertito dagli Illuminati per le sorti della Penisola. Se l’obiettivo della formazione latomistica, sin dai suoi inizi in Baviera, era stato quello di guadagnare alla sua dottrina libertaria, repubblicana e democratica esponenti del mondo della politica, della cultura, dell’arte, si desiderava ora agire allo stesso modo anche sulle élite intellettuali e letterarie operanti in Italia. A Roma, a Catania e a Napoli Münter fondò nuclei di logge “illuminate”, che si riconoscevano cioè nei princìpi e nelle pratiche dell’Illuminatismo tedesco. Come dimostra la sua corrispondenza (in parte redatta in italiano), nel corso del suo viaggio Münter stabilì intensi e duraturi rapporti con Francesco Mario Pagano, Donato Tommasi, Gaetano Filangeri, Domenico Cirillo, Pascale Baffi, Niccola Pacifico, Giuseppe Albanese, Vincenzio Russo, Eleonora de Fonseca Pimentel, i quali saranno altresì i promotori della Repubblica Napoletana nel 1799. E non è un caso che le idee dell’Illuminatismo promosse da Münter trovarono un terreno fertile soprattutto nei Regni di Napoli e delle Due Sicilie, allora schiacciati dal pesante giogo del governo borbonico e della Chiesa cattolica. La Baviera Le ricostruzioni storiche di Carlo Francovich, Ruggiero di Castiglione e Nico Perrone hanno evidenziato in che misura l’esperienza di Münter in Italia, in favore della diffusione dell’Illuminatismo, fu un episodio decisivo per la trasformazione della massoneria italiana alla fine del Settecento. Studi recenti hanno dimostrato come le prime sette cospirative a carattere massonico della Penisola presero a modello la struttura interna, le aspirazioni libertarie e le pratiche rituali degli Illuminati di Baviera. Lo storico germanista Gianluca Paolucci ha rilevato come questa sia un’interessante linea di indagine sui legami massonici tra Italia e Germania nel tardo Settecento che non è stata ancora verificata in profondità e che potrebbe aprire nuovi e inediti scenari di ricerca. Mentre in Germania l’esperienza degli Illuminati è di nuovo al centro dell’attenzione della critica per il rinvenimento di documenti non ancora trascritti e studiati che certificano la continuazione dell’Ordine dopo la sua fine “ufficiale” in seguito al bando in Baviera - e dunque proprio nel momento in

cui Münter intraprese il suo viaggio in Italia -, il fondo contenente l’intera corrispondenza di Münter intercorsa con i massoni italiani dal 1786 al 1820 che Ruggiero Ferrara di Castiglione ha donato al Servizio Biblioteca del GOI potrebbe contribuire alla ricostruzione di questo affascinante capitolo nella storia dei rapporti tra la Germania e l’Italia nell’epoca del Settecento massonico, dell’Illuminismo e del Classicismo di Weimar.

RAFFI

E IL RICORDO DELLA

SCIENZIATA SCOMPARSA on Margherita Hack scompare un simbolo della scienza e della cultura italiana, protagonista di tante battaglie laiche e di giustizia civile”. Così Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, ricorda l’astrofisica scomparsa giorni fa, la prima donna a dirigere un osservatorio astronomico nel nostro Paese. “La signora delle stelle - prosegue il Gran

“C

Hack e Raffi

Maestro - guardava sempre lontano, nello spazio e nel tempo, trovandovi ogni volta meraviglie utili alla libertà dell’Uomo e al progresso dell’umanità”. La scienziata che fu ospite del Grande Oriente, a Villa il Vascello, per le celebrazioni del XX Settembre, “parlava in modo brusco e diretto - ricorda Raffi - per il rispetto dell’interlocutore e della verità scientifica, che non sopporta le parole fumose dei mistificatori. Era particolarmente amata dalle giovani generazioni, che vedevano in lei un modello di schiettezza e di libero pensiero. Ci mancherà la sua tenacia nella ricerca di una parola sempre possibile, oltre ogni limite e dogma”.

La Voce Repubblicana - 16 Luglio 2013  

QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - n.137 del 16 Luglio 2013

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