Issuu on Google+

QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 197 - MARTEDI 15 OTTOBRE 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

SULL’ORLO DEL COLLASSO

Strategie e credibilità del governo

I

l “Wall Street Journal” di sabato scorso ha scritto che le banche italiane sarebbero “sull’orlo del collasso”. Non si tratterebbe solo del Monte dei Paschi di Siena, che è pur sempre la terza banca del paese, ma anche di Intesa Sanpaolo. E’ possibile che dopo due anni di recessione consecutiva le banche abbiano finito con il rispecchiare le difficoltà in cui si dibattono le nostre imprese. Secondo i dati di Morgan Stanley gli accantonamenti per i crediti che verranno cancellati coprono solo il 44% delle sofferenze bancarie e parte di queste difficoltà dipenderebbero anche dalla burocrazia italiana. Occorrono in media sette anni per chiudere il fallimento di un’azienda e in questo modo si ampliano nel tempo crediti inesigibili intossicando i bilanci. Quella che ad un osservatore comune parrebbe una situazione devastante, al ministro Saccomanni, e di banche il ministro se ne intende, sembra una bagatella. Saccomanni non si è lasciato impressionare dall’articolo del quotidiano finanziario statunitense, perché confida nella “strategia del governo italiano” che presto darà “i suoi frutti”. Intanto fa piacere sapere che il governo abbia una strategia. Saccomanni è convinto che con i tagli alle spese potremo allentare la tassazione sul lavoro ed è incline a vedere rosa. Capiamo. Se invece confidasse, come pure ha detto, nel fatto che le prospettive dell’economia dopo otto trimestri consecutivi di contrazione del Pil debbano necessariamente migliorare, “in linea con il ritmo della ripresa europea e come risultato delle misure anticicliche prese dal nuovo governo”, avremmo dei dubbi. Se non altro perché la ripresa nell’area euro, lo dice sempre Mario Draghi, appare ancora

“debole e fragile”. Allora, in attesa di vedere gli eccezionali risultati di spending review promessi dal governo - quando non si sono nemmeno toccate le Province - le banche assumono un rilievo determinante. Se, al contrario di quanto scrivono sul “Wsj”, il loro stato di salute non mostra “un problema di vulnerabilità”, e quindi, nonostante le vicende del Monte dei Paschi e di San Paolo, il nostro settore del credito è più solido di quanto credano all’estero, allora bene, vuol dire siamo a posto. Molti però non riescono a capire lo stesso come sia possibile che in un Paese dove in soli cinque anni si è perso il 9% del Pil e il 25% della produzione industriale, il sistema bancario non sia collassato. Non solo: che anzi, osi sfidare persino il mercato. O siamo dei geni della finanza o ci illudiamo. Comunque ce ne accorgeremo presto. E’ vero che, “Wsj” a parte, dell’Italia ci si preoccupa meno, visto che il principale problema a livello di Fondo monetario internazionale ora appare l’intesa da raggiungere sul bilancio statunitense per evitare il default. Saremmo comunque prudenti. Perché anche se Saccomanni conosce le eccezionali strategie che il governo sta per mettere in campo, così come i conti delle banche che quelle teste vuote del “Wsj” ignorano, i comuni mortali vedono solo davanti ai loro occhi la sconcertante situazione di Alitalia, su cui da Saccomanni non abbiamo sentito una sola parola. Fa un certo effetto che un governo prossimo a tagliare e dismettere, abbia riacquistata un’azienda fallita già 5 anni fa e dimostratasi capace di bruciare decine di miliardi di euro ogni anno. Un effetto di scarsa credibilità.

Letta vuole ammorbidire i vincoli Incertezza sull’Imu e sulla Tares

Una manovra da 12 miliardi

I

l Presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta, e il Ministro dell’Economia e delle Finanze, Fabrizio Saccomanni, hanno illustrato le linee guida dei disegni di legge di stabilità e del bilancio dello Stato al capo dello Stato Giorgio Napolitano. “Giornali a caccia di indiscrezioni spacciate per fatti su Legge Stabilità” aveva scritto su twitter il premier, invitando a leggere il testo autentico nel Cdm di martedì. All’interno del governo sono circolate indiscrezioni e imprecisioni, tanto da aumentare il ventaglio delle ipotesi. Escluso il reddito minimo caldeggiato dall’M5S si punta alla riduzione del cuneo fiscale ed al rifinanziamento della Cig. Interventi strutturali che porterebbero l’impatto complessivo nel triennio a circa 10 miliardi. Ancora incompleto il dossier sulla Service Tax e il Patto di Stabilità. Il governo ha promesso 2 miliardi per attenuare il peso della nuova tassa. Non è chiaro però sulla Service peseranno Imu e Tares. Si vuole invece liberare risorse ammorbidendo i vincoli del Patto di Stabilità interno. In totale la manovra sarà fra i 10-12 miliardi: 5 per il cuneo, 2 per il Patto di Stabilità, 4 sarebbero destinati alle spese indifferibili (missioni, contratti vari, 5 per mille, trasporto pubblico locale) e al rifinanziamento della Cig in deroga.

MOSCA, TUTTI I NAZIONALISTI RILASCIATI DOPO GLI SCONTRI CON IMMIGRATI CAUCASICI Centinaia di abitanti di un distretto del sud di Mosca sono stati coinvolti in una notte di guerriglia dopo aver attaccato un deposito di frutta gestito da caucasici. I nazionalisti accusavano un immigrato dell’uccisione di un giovane russo.

S

Tutti i fermati, 238, sono stati rilasciati. Il blogger anti-Putin Alexiei Navalni, ha chiesto comunque le dimissioni dei vertici della polizia moscovita e l’introduzione dei visti.

DAMASCO, VENTI MORTI PER ESPLOSIONE AUTO BOMBA

ha ucciso almeno 20 persone. Lo ha riferito la tv panaraba al Arabiya, citando l’Osservatorio siriano per i diritti umani in Siria (Ondus), la piattaforma che monitora le violenze commesse nel Paese.

TRIPOLI, ZEIDAN ACCUSA MEMBRI CONGRESSO DI COINVOLGIMENTO NEL SEQUESTRO

Il premier libico Ali Zeidan ha accusato cinque membri del Congresso generale nazionale di essere coinvolti nel suo rapimento. Zeidan svelerà i nomi delle persone coinvolte davanti al Gnc. Il gruppo di uomini armati che lo aveva sequestrato il 10 ottobre scorso aveva fatto irruzione nell’albergo di Tripoli in cui Zeidan risiedeva con un falso mandato d’arresto, rubando oggetti personali e documenti confidenziali del premier.

ELENCO E INFORMAZIONI PER IL PRI 2013

PAGAMENTO DELLE TESSERE

a pag. 4

Un’autobomba a Idlib, nella Siria nord-occidentale

Renzi, da Fonzie a Quentin Tarantino

messi gli abiti di Fonzie, Matteo Renzi ha subito indossato quelli dei “Reservoir Dogs” di Quentin Tarantino. Vittima predestinata, manco a dirlo, l’inquilino del Quirinale, in poche parole, il tutore stesso dell’equilibrio delle “larghe intese”. Renzi ha promesso fedeltà a Letta? Attacca Napolitano. Scordatevi di mettere in riga il sindaco di Firenze, una autentica mina posta sotto equilibri politici che già di per sé sembrano piuttosto precari. Quando mai la base della sinistra tradizionale è stata contraria ad ipotesi di amnistia ed indulto? Si è sempre spellata le mani, purché venissero liberati

quei poveri disgraziati finiti in galera, non per colpa loro, ma per l’ingiustizia della società. Nella visione marxista, il criminale non è il ladro che ha fame, ma lo Stato borghese e capitalista che riduce un essere umano al furto. Non c’è mai responsabilità individuale, o per lo meno non c’era da quando finalmente Berlusconi è stato condannato. Non fa mica parte del Lumpenproletariat, Berlusconi, non scherziamo. Se per caso gli si mettono le mani sopra e lo si butta in cella gettiamo pure la chiave. Ha voluto le leggi a persona? Ed ora eccone una che è accessibile a tutti fuorché a lui, questa sì che è giustizia. E il mini-

stro Cancellieri ha dato garanzie in questo senso, ma Renzi mica è scemo. Non si fida di Napolitano, figurarsi se si fida della Cancellieri. Vai a sapere che poi Berlusconi si trovi libero da ogni accusa? Per cui meniamo fendenti. Se poi la questione non concerne Berlusconi, concerne Letta che l’amnistia e l’indulto dovrebbe gestirli, povero lui. Come insegna Tarantino, i “Reservoir Dogs”, cioè le iene, non si muovono mai da soli. E c’è chi è convinto che, con Renzi, anche Denis Verdini si sia infilato gli occhiali a specchio. Uno colpisce a sinistra, l’altro a destra, vedi che alla fine Letta cade al tappeto.

Tramonto di una stella Quelli per cui “gli americani sbagliano sempre”

Obama ha finito con il deludere la sinistra

L

a sinistra italiana si sta lentamente disinnamorando di Obama. “I care” scimmiottava Veltroni ai tempi della nascita del Pd, e sembra un’epoca lontanissima. E’ bastato che il presidente americano inviasse due portaerei nel Mediterraneo per la crisi siriana ed i pacifisti nostrani erano già sul punto di tirar fuori le vecchie bandiere arcobaleno. Non sappiamo cosa sia peggio, se bombardare Assad, o andare tutti ad Assisi appassionatamente per protestare contro l’imperialismo guerrafondaio degli yankee. Fortunatamente Obama ci ha tratto di impaccio e preferito dare ragione ai russi con un repentino cambio di programma. E, nonostante ci abbia rimesso la faccia, non basta. Venerdì scorso il quotidiano di area Pd, “Europa”, è passato all’attacco. Riferendosi alla crisi in Libia ed in Egitto, scrive che “gran parte della responsabilità dei fatti degli ultimi giorni ricade sulle spalle degli americani”. Avrebbero persino ripetuto in Libia gli errori commessi in Iraq. E qui dobbiamo spezzare una lancia a favore di Obama, visto che l’intervento in Libia ha avuto come protagonista la Francia che dall’Iraq si era tenuta lontana, così come Obama è rimasto passivo di fronte all’attacco al colonnello. Qualche drone al posto dei soldati fa una bella differenza, e non in meglio. Che poi gli Usa in Egitto non siano stati in grado “di mediare tra le forze in campo”, tanto che oggi osservano “con preoccupazione l’esplodere di una guerra civile tra esercito e islamisti”, è un altro paio di maniche. L’America aveva un solo punto di riferimento al Cairo: il vecchio Mubarak. Caduto il raìs non era tanto facile orientarsi. Vero che poi di errori ne sono stati commessi a bizzeffe, ed ancora se ne commettono. Purtroppo le rivoluzioni arabe non assomigliano alla rivoluzione americana e visti gli sviluppi, a Washington iniziano a pensare che sia meglio lasciar sopravvivere i vecchi dittatori piuttosto che sostenere i ribelli. Veniamo al “rapimento” del premier libico Ali Zeidan. “Europa” scrive che “Tripoli non dispone di un esercito funzionante né di una vera forza di polizia”. In effetti tutto

è in mano alle milizie che hanno combattuto Gheddafi, e che impazzano. Dalla Libia sono partite le armi per l’attacco jihadista dell’anno scorso al nord del Mali, come per l’assalto alla raffineria algerina di In Amenas. Gli americani sono ora costretti ad usare a Tripoli più o meno gli stessi metodi impiegati in Yemen o nel Waziristan. Da qui il blitz contro Abu Anas al Libi. I miliziani libici considerano il terrorista di al Qaeda, causa la sua lunga militanza contro il colonnello Gheddafi, una specie di “padre della patria”. Va a finire che l’America rimpiangerà il vecchio colonnello. E’ vero invece che di fronte alla deriva autoritaria del presidente Morsi, come scrive “Europa”, Obama si sia trovato “senza una strategia”. Prima ha dato il via libera ai militari che preparavano il colpo di stato, senza rendersi conto che questi non volevano la pacificazione, ma spazzare via la Fratellanza islamica. Da qui l’insurrezione che si accoppia con la repressione. Ora la Casa Bianca tentenna. Solo che se in Sinai gli jihadisti si sono concentrati per dichiarare una guerra aperta col Cairo, Washington dovrà lasciar perdere i sospetti di golpismo e sostenere l’esercito, il suo unico interlocutore. Se invece l’amministrazione americana decidesse davvero di tagliare gli aiuti economici ai militari, si scordi che il generale al-Sisi decida di cercare una mediazione con la Fratellanza. Anche perché a questo punto saranno i Fratelli Mussulmani a rifiutarla. Oramai sono mobilitati per prendersi nuovamente il potere, aprendo la strada al califfato. C’è davvero una bella differenza fra l’America di Obama e quella di Bush. La prima è convinta sull’utilità di mediazioni che Bush escludeva. Obama e Kerry pensano che si possa trovare ancora un accordo persino a Damasco fra Assad e i ribelli. La verità è che quasi non si riesce a raggiungere un accordo sul tetto del debito statunitense nemmeno fra democratici e repubblicani. Figuratevi se mai si potrà trovarne uno fra qaedisti e lealisti, fra fratelli musulmani e militari egiziani. Per non parlare di uno fra le tribù e le bande che stanno facendo a pezzi la Libia. Ma dalla Casa Bianca deve essere bello crederci comunque.

Cadavere non eccellente

Una tomba per la SS Priebke

P

oiché anche il cadavere di Erich Priebke finirà con il decomporsi e puzzare è il caso di sbrigarsi e prendere una decisione. Non siamo esperti di diritto canonico, ma se la Chiesa non vuole svolgerne le esequie avrà le sue ragioni. Si afferri la carcassa della ex Ss, la si porti in periferia, si scavi una fossa e le si dia fuoco. Priebke non si era mai pentito, gli toccherebbe la stessa fine toccata a Hitler e al suo ministro Goebbels che scelsero di far tumulare i loro cadaveri fuori dal bunker. Quelli si suicidarono, lui ha avuto una lunga esistenza tranquilla. Bisognerebbe bruciare il corpo di notte, senza annunci ed in silenzio, perché altrimenti le telecamere si precipiterebbero a riprendere l’evento per diffonderlo su tutti i siti web del mondo. Roma ed il sindaco Marino hanno lo stesso problema che ha avuto Obama con il cadavere di Osama Bin Laden. Lo sceicco era il simbolo stesso della principale organizzazione terroristica al mondo, Priebke un vecchio isolato che godeva della simpatia di qualche fascista della Balduina. Eppure, come Obama temeva la rabbia islamica, Marino teme il rigurgito neo nazista e anche la comunità ebraica è preoccupata. Se il comune di Roma non è in grado di controllare la situazione, avvolgiamo il cadavere di Priebke in un lenzuolo, mettiamolo in una bara e imbarchiamolo sulla prima nave militare destinata nel Mediterraneo. Lo si getterà in mare in pasto ai pesci. Senza clamori, il contrario di quello che si sta facendo ora, dove da Vendola a Veltroni tutti sembrano divenuti impresari di pompe funebri che danno consigli. Si trattasse di Kappler, responsabile nazista della piazza di Roma durante la guerra, potremmo anche capire, ma Priebke era un capitano come migliaia ne avevano le Ss in tutta Europa. I capitani eseguivano ordini, non elaboravano strategie. Ufficiali di grado maggiore di Priebke sono arrivati persino alla segreteria dell’Onu o ai vertici di partiti democratici nel dopoguerra. I nazisti avevano dietro di loro un tale sostegno popolare che tanti l’hanno scampata: su trenta milioni di tedeschi iscritti alle sa nel 1930, donne, vecchi, bambini in camicia bruna, i numeri fanno la forza. Sono tutti responsabili, perché il programma nazista era chiaro e soprattutto, da quanto prometteva, faceva sul serio. Eppure tutta quelle gente, praticamente il ’90 per cento del popolo tedesco più milioni di collaborazionisti e affiliati europei, non è stata condannata. Ci si è limitati a perseguire i capi e i criminali di guerra. Priebke c’era sfuggito? Benissimo lo abbiamo ripreso e lo abbiamo condannato, e visto che finalmente è morto, facciamola finita, rimandate la bara in Germania: è un suo figlio legittimo. Non infliggiamo solo un ulteriore mortificazione al Paese offendendo la memoria di coloro che sono morti per mano di quel tedesco.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 15 ottobre 2013

economia

Avviso ai naviganti di Erberto Un po’ di sano (speriamo) ottimismo all’americana: giunge in visita in Italia il presidente di Google e così torna il sole

Questa penisola straordinaria

L’

arrivo del presidente di Google Eric Schimdt a Roma ha dato una sferzata di freschezza al mondo della tecnologia italiana. Il suo intervento al “Big Tent Made in Italy: la sfida digitale”, organizzato dall’azienda di Mountainview e Unioncamere, ha voluto rimettere la digitalizzazione al centro del dibattito sulla crescita del paese. A dare maggior risalto al discorso è arrivato anche un annuncio: “Google investirà in Italia per sostenere le eccellenze del Paese”. Sì, ma ad una condizione. “Il Governo dovrà garantire la banda larga veloce ovunque; nulla può accadere senza questo”. D’altronde gli ostacoli individuati da Schmidt all’interno del sistema tecnologico italiano non sono pochi. E gli imprenditori sono i primi a risentirne: “Le imprese hanno bisogno di connessione veloce. Questa deve essere una priorità dello Stato, solo che in Italia ci vuole troppo tempo”. Un sistema ingessato va comunque stimolato, “si deve incoraggiare il libero mercato”, ha suggerito Schmidt. “Molti pensano che sia il Governo a creare posti di lavoro ma non è cosi. Il settore privato dà lavoro, il Governo deve concentrarsi sulla scuola, sulla formazione”. Le nuove generazioni di italiani, nella teoria del presidente di Google, dovranno considerare il corso di informatica importante come quello di italiano, scienza o matematica. “E’ poi importante che la scuola prenda disoc-

cupati e li formi al digitale. Negli Stati Uniti tutti fanno corsi di programmazione dei computer. La tecnologia non deve essere più per un mondo di specialisti, ma patrimonio di tutti”. I motivi per investire in Italia, nonostante i suoi endemici problemi, sono numerosi. Su tutti, ovviamente, la previsione di un profitto. Le strade per arrivarci sono diverse. La disoccupazione giovanile arrivata a sfondare la soglia del 40%; così come il solo 40% di internauti ad avere, almeno una volta, fatto un acquisto su Internet; o i soli 28 milioni di italiani che hanno avuto accesso al web nel corso del 2013: non sembrano prospettive allettanti. Il quadro, nell’ottica di Google, va però Un sistema ingessato rovesciato. L’alta disoccupazione giovava stimolato: libero nile viene vista come un enorme bacino mercato e settore da cui pescare nuove risorse. Si stima privato il quale infatti che una crescita della diffusione di dà lavoro. Il Governo Internet del 10% possa incrementare deve concentrarsi l’occupazione giovanile dell’1,47%. sulla formazione Allo stesso modo, più del basso numero di utenti che acquistano via web, la “grande G” guarda con interesse a quel 60% che non lo ha ancora fatto, e a quei milioni di italiani che non hanno finora avuto la possibilità di connettersi. La scommessa di Google sull’Italia è comunque un buon segnale. “L’Italia è straordinaria nel mondo”, ha concluso Schmidt. “Se questa straordinarietà riusciamo a portarla online, un piccolo pezzettino per volta, ne deriverà un grande contributo alla crescita del Paese. E noi siamo qui per fare la nostra parte”.

Intervista di Lanfranco Palazzolo “Ho voluto scrivere un saggio sulla menzogna, includendo anche recenti polemiche italiane”, confessa Mario Guarino

Vita: cioè un inno al mentire!

H

o voluto scrivere un saggio sulla menzogna, nel quale ho anche ricordato alcune polemiche su Roberto Saviano. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Mario Guarino, autore de “Il potere della menzogna. Amore, politica, religione, informazione, pubblicità, scienza. Vince chi sa raccontare falsità” (Edizioni Dedalo). Mario Guarino, cosa ha voluto raccontare con questo libro? "Il libro ruota “La vita è un inno alla menzogna. La su un tema cronaca di ogni giorno lo conferma preciso: ‘Perché sempre di più. Il libro ruota su un mentiamo?’. interrogativo preciso: ‘Perché menFin dall’infanzia, tiamo?’. Fin dall’infanzia, infatti, l’einfatti, l’esistenza sistenza di tutti noi è immersa nella è una bugia" bugia. La società stessa è prevalentemente bugiarda e finisce per influenzare in modo spesso determinante carattere e personalità di ciascuno. La manipolazione dei fatti e della realtà avviene in ogni settore vitale della società: dalla politica all’informazione, dalla pubblicità alla scienza, dalla religione, ai rapporti personali, vita compresa. Ne siamo tutti protagonisti e al contempo vittime. Questo libro è basato

su fatti concreti. Nel libro mi sono occupato degli aspetti legati all’ambiente e all’ecologia. Certamente nella nostra società prevale chi, grazie all’uso abile della parola, riesce a modificare fatti e realtà”. Tra le “vittime” del suo libro c’è anche Roberto Saviano. Cosa ha fatto lo scrittore campano per meritarsi la citazione nel suo libro? “La prima vicenda si è verificata nel corso del programma di successo “Vieni via con me” (Rai 3) condotto da Fabio Fazio. In questa trasmissione lo scrittore parla di un aneddoto relativo a Benedetto Croce. Il grande filosofo avrebbe dato una mancia di migliaia di lire alla persona che lo trasse in salvo dalle macerie del terremoto di Casamicciola avvenuto nel 1883. Marta Herling, nipote di Croce e segretaria dell’Istituto italiano per gli studi storici, l’8 marzo 2011 scrive un articolo sul ‘Corriere del Mezzogiorno’ per confutare l’episodio, sollevando dei dubbi. Sentitosi leso anche da altri articoli, per quella che ritiene una campagna diffamatoria, Saviano si rivolge alla magistratura chiedendo - come rivelerà il direttore del quotidiano, Marco Demarco - 4 milioni di euro per danni non patrimoniali e 700 mila euro per danni patrimoniali. Cifre mostruose”. Ci sono state altre polemiche su Roberto e sulle sue apparizioni televisive Saviano? “Il giornalista-scrittore Giampiero Rossi scrive un articolo sul “Fatto quotidiano” del 18 maggio 2012 in cui accusa Saviano di aver citato, in un’altra trasmissione (“Quello che non ho”, Rai3), in un lungo efficace monologo, ben nove passaggi di un suo libro (“La lana della salamandra”). Il libro è incentrato sulla grande tragedia che colpì Casal Monferrato qualche decennio fa. Lo stesso quotidiano provvede a riportare tutti i passi del libro di Rossi citati da Saviano”.

CISL: ORE CIG VALGONO 500MILA POSTI

fatti e fattacci

L

e “promesse” (mancate) di Hollande sulle centrali nucleari. La Francia avrebbe già deciso di prorogare di 10 anni la durata di vita delle sue centrali nucleari, da 40 a 50 anni. L’annuncio, scrive Le “Journal du Dimanche”, dovrebbe arrivare presto. Lo stato vuole allungare la durata dei 58 reattori delle 19 centrali del paese e la decisione “potrebbe essere ufficializzata” nel consiglio di politica nucleare del 15 novembre. Gli ecologisti, che hanno due ministri nel governo, sono già sul piede di guerra. E pensare che il Presidente della Repubblica François Hollande, durante la campagna elettorale per le presidenziali, aveva promesso ai Verdi, per assicurarsene l’appoggio, di chiudere tutte le centrali nucleari. E all’inizio della legislatura e del suo mandato presidenziale François Hollande, il 13 settembre 2012, aveva iniziato a pagare la sua cambiale. Aprendo i lavori dell’Assemblea nazionale sull’ambiente, presentato come uno dei motori di sviluppo economico per i prossimi anni, l’esponente socialista aveva annunciato la chiusura della prima delle 58 centrali nucleari di cui dispone la Francia e grazie alle quali copre più del 75 per cento del fabbisogno di energia elettrica del paese. Si trattava di un annuncio evidentemente falso perché l’annuncio riguardava la chiusura della prima centrale nucleare nel 2016. L’annuncio riguardava il sito di

Fessenheim, la più anziana tra le centrali nucleari in servizio sotto la gestione di Edf, il colosso transalpino dell’energia controllato per il 70 per cento dall’Eliseo. La centrale è situata geograficamente in Alsazia, a un paio di chilometri dal confine con la Germania e a 260 dall’Italia, la sua costruzione è iniziata nel 1971 ed è entrata in servizio nel 1978. “La centrale di Fessenheim, la più vecchia del nostro parco, sarà chiusa alla fine del 2016 in condizioni che garantiranno la sicurezza dei rifornimenti di questa regione, la riconversione del sito e la conservazione di tutti i posti di lavoro”, ha detto il presidente Hollande. La centrale in questione era da tempo al centro delle polemiche con gli ambientalisti. E l’incidente che si è verificato il 5 settembre 2012 aveva accelerato una decisione che era già nell’aria. Ma la Francia non può fare a meno dell’energia nucleare. E i dirigenti della sinistra francese se ne sono accorti subito. Infatti, al Presidente della Repubblica francese Hollande è bastato far passare qualche tempo per rimangiarsi una delle tante promesse fatte durante la campagna elettorale. Una promessa mancata che molti amici della sinistra gli rinfacceranno per tutto il tempo che gli resta da passare all’Eliseo. Basterebbe raccontare questo episodio per far comprendere a tutti perché l’estrema destra del Fronte nazionale è in testa in tutti i sondaggi.

“Il numero delle ore di Cig nei primi nove mesi dell’anno corrisponde a oltre 500mila lavoratori equivalenti”. E’ quanto calcola l’Osservatorio su Cig e Occupazione della Cisl secondo il quale sono 187.000 i lavoratori che rischiano di perdere il posto. La Cisl chiede il rifinanziamento della Cig con la legge di Stabilità. “La cassa integrazione - dice il segretario confederale, Luigi Barra - resta su livelli elevatissimi”. L’impiego della cassa integrazione resta notevole, “con uno spostamento da cassa ordinaria a cassa straordinaria, comunque entrambe in crescita, e quindi una transizione verso crisi più strutturali. O addirittura verso la disoccupazione, visto l’aumento del 22,3% delle domande di mobilità e disoccupazione nel periodo gennaio-agosto 2013, rispetto al 2012”. La notevole riduzione della cassa in deroga - sottolinea“rispecchia i noti problemi di finanziamento”.

primo piano

A

ir France-Klm ha approvato il piano d’urgenza da 500 milioni messo a punto da Palazzo Chigi per Alitalia, precisando che questo non comporta automaticamente la partecipazione all’aumento di capitale. I francesi chiedono che si cambi strategia, per cui Alitalia dovrebbe consegnare senza condizioni agli hub di Parigi e Amsterdam, il bacino di utenza italiano. L’obiettivo di Air FranceKlm è arrivare al 50% dell’azionariato Alitalia per prendere il controllo della compagnia, se non fosse che anche Air France-Klm si trova un piede nella fossa, in piena ristrutturazione, con i sindacati contrari al salvataggio oneroso di Alitalia visto che sono 2800 i dipendenti francesi in mobilità. La prima delle due compagnie che crepa, è che quella vince.

&

a n a l i s i

Ombre verdi sulla cancelliera

I

nuovi alleati di Angela Merkel. Il capo ufficio del deputato Verde Tom Koenigs è stato arrestato per sospetto reato di pedofilia. L’uomo, 61 anni, la cui identità non viene resa nota, avrebbe abusato per anni di bambini. Lo stesso Koenigs ha reso noto di avere ricevuto mercoledì scorso una lettera anonima in cui si accusava il collaboratore. “Sono scioccato e sorpreso delle accuse”, ha reagito il deputato. La notizia arriva alla vigilia dell’incontro dei Verdi con la cancelliera Angela Merkel per sondare l’ipotesi di un governo nero-verde. Il deputato Koenigs ha precisato di avere subito consegnato la LA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: 06/6833852. Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

Indirizzo e-mail: vocerepubblicana@libero.it Abbonamenti Annuale: euro 100,00 - Sostenitore (con omaggio): euro 300,00 Utilizzare il conto corrente postale n° 43479724 - Intestato a: Nuove Politiche Editoriali s.c.a.r.l. - La Voce Repubblicana Specificando la causale del versamento. “Impresa beneficiaria, per questa testata, dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche ed integrazioni”. Pubblicità Pubblicità diretta - Roma, Corso Vittorio Emanuele II, 326 00186 - Tel. 06/6833852

lettera anonima alla polizia. Venerdì sono stati perquisiti il suo ufficio nel collegio di Giessen (Assia) e l’abitazione del suo collaboratore. Polizia e procura hanno reso noto che l’uomo è stato arrestato già ieri. E’ sospettato di avere abusato per oltre 160 volte dal 2007 di tre bambine e un bambino fra i sei e 12 anni. Secondo la “Bild” online, l’uomo avrebbe reso docili le vittime con marijuana. Koenigs ha detto di non poter dire nulla sulla vicenda e di appoggiare polizia e procura. Da giovane, alla fine degli anni ‘70, Koenigs apparteneva al gruppo di sinistra “Lotta rivoluzionaria” dove militavano anche i futuri verdi Joschka Fischer e Daniel Cohn-Bendit. Con Fischer agli Esteri, era stato nominato incaricato per i diritti umani del Ministero. Negli ultimi mesi i Verdi sono stati confrontati con loro posizioni permissive sulla pedofilia negli anni ‘80 e hanno anche incaricato una commissione di esperti di fare luce. La leadership ha reagito scioccata: “l’abuso di bambini è un reato terribile, che deve essere perseguito con fermezza”, ha detto la capogruppo dei Gruenen, Katrin GoeringEckardt. Tuttavia, la polemica è destinata a restare in piedi vista l’importanza politica che potrebbero assumere i Verdi nelle prossime ore per la formazione del governo. La Merkel sa benissimo qual è l’attaccamento al potere dei Verdi e cosa vogliono gli ambientalisti tedeschi: tante poltrone. E la Merkel è disposta a darle ai Verdi a patto che non la disturbino troppo. E poi al resto ci penserà lei. In fondo alla Merkel fa comodo avere degli alleati sul filo di un delicato equilibrio politico. E’ accaduta la stessa cosa anche con i liberali dell’FDP, che hanno dimostrato di essere politicamente inconcludenti e poco concreti. Se i Verdi accetteranno l’offerta della Merkel, per la cancelliera tedesca si annunciano tempi di grande prosperità politica, mentre gli ambientalisti di Germania dovranno ben presto rassegnarsi a scomparire. Non è la prima volta che il nome dei Verdi viene associato al reato della pedofilia. In piena campagna elettorale lo stesso statuto dei Verdi, che fino al 1993 propugnava l’amore libero e senza condizionamenti legati all’età, era stato pubblicamente messo sotto accusa. E questa polemica, insieme a certe frasi pronunciate dal leader storico dei Verdi tedeschi Daniel Cohn Bendit nel suo libro dal titolo “Gran Bazar”, non aveva fatto altro che aggravare la posizione di questo partito...

c o m m e n t i

I monasteri e la fuga del criminale

Q

uel criminale nazista e la posizione della Chiesa. All’indomani della morte di uno dei responsabili del massacro delle fosse Ardeatine, il vicariato di Roma ha fatto sapere che “Non sono previste esequie per Erich Priebke in una chiesa di Roma”. La voce che aveva diffuso l’avvocato del criminale nazista, Paolo Giachini, che si sarebbe celebrata una funzione funebre nella Capitale ha trovato l’immediata smentita da parte del portavoce del Vicariato, don Walter Insero. La posizione della Chiesa è netta ed è frutto di una meditata riflessione tenendo conto dei motivi di opportunità e probabilmente anche per non creare sconcerto tra i fedeli, visto che Priebke fino all’ultimo, sia negli scritti che ha lasciato, che nelle affermazioni raccolte poco prima di morire, non ha dato segni di pentimento, non ha arretrato di un millimetro dalle sue tesi negazioniste. Ora, la Chiesa potrà assumere tutte le posizioni che vuole nei confronti di Priebke, ma dovrebbe riflettere sul suo comportamento complessivo nelle vicende di questo criminale. Molti italiani hanno la memoria corta. L’opinione pubblica del nostro paese dovrebbe riflettere sui momenti che hanno determinato per decenni la salvezza e il giudizio di Priebke da un tribunale italiano. Dopo la sconfitta della Germania nel 1945, Priebke fuggì da un campo di prigionia in Romagna e, dopo aver ricevuto documenti falsi a Roma, si rifugiò in Argentina, a San Carlos de Bariloche, ai piedi delle Ande argentine, dopo essere passato per Bolzano grazie all’assistenza dell’organizzazione ODESSA. Priebke fu appoggiato in particolare da alcuni preti altoatesini, quali Johann Corradini di Vipiteno e Franz Pobitzer di Bolzano, ma anche dal vicario separazionista Alois Pompanin, che gli concesse il battesimo cattolico, e fu aiutato nella sua fuga dalla rete di contatti gestita dal sacerdote croato Krunoslav Draganoviæ. L’organizzazione ODESSA altro non e che la “Der Ehemaligen SS-Angehörigen”, “l’Organizzazione

degli ex-membri delle SS”, che aveva come scopo quello di salvare questi criminali che avevano tentato di sterminare gli ebrei. Uki Goñi, nel suo libro “The Real Odessa: Smuggling the Nazis to Perón’s Argentina”, racconta che il Vaticano abbia avuto un ruolo attivo nella copertura dei gerarchi nazisti in fuga. Analoga ricostruzione fanno Daniel Jonah Goldhagen, e Michael Phaye nei loro libri. Alludiamo a questi testi: “Una questione morale. La chiesa cattolica e l’olocausto”, Mondadori, Milano, 2003. Trad. Alessio Catania; Michael Phayer “La chiesa cattolica e l’olocausto”, Newton & Compton, Roma 2001. Priebke si è salvato grazie alla cosiddetta “Via dei Monasteri” chiamata così per il fatto che i fuggiaschi riparavano nei luoghi di culto, memori di una tradizione medievale per cui tali luoghi erano inviolabili e quindi sicuri per definizione, tra l’Austria e l’Italia, dove parte del clero cattolico anticomunista faceva passare i nazisti ricercati attraverso una lunga serie di “case rifugio” di religiosi. Oltre a ciò l’organizzazione manteneva importanti contatti con il personale delle ambasciate di Spagna, Egitto, Siria e di numerosi Paesi sudamericani, in primo luogo l’Argentina. E allora il vicariato di Roma, memore di queste imprese di molti fratelli cattolici, avrebbe dovuto tacere.

Oro nero: e pensare che in Italia ce n’è...

I

l petrolio questo sconosciuto. Le prossime elezioni regionali della Basilicata si presentano come uno specchietto per le allodole. I partiti politici di questa regione si occupano di tutto tranne di una cosa: lo sviluppo economico della Regione. I partiti politici di questa regione, che si sono distinti per altro, ignorano la risorsa del petrolio. Eppure, la situazione e le prospettive dell’estrazione del petrolio in Basilicata saranno esaminate il 18 ottobre prossimo, a Roma, in una riunione presieduta dal Ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato. Lo hanno annunciato Cgil, Cisl, Uil, Confindustria e “Pensiamo Basilicata”, che ave-

vano chiesto al Ministro la convocazione del “tavolo a livello nazionale’”. Nella sede del Ministero i temi da affrontare saranno diversi, dalle estrazioni alle royalties ma anche la richiesta di lavoro. Infatti, alla fine di settembre il ministro Zanonato ha firmato un decreto sull’utilizzo degli idrocarburi che ha lasciato molte perplessità perché non permette di creare nuovo sviluppo visto che in questi cantieri estrattivi sono impegnati solo 201 operai della Basilicata. E pensare che il giacimento petrolifero della Val d’Agri copre il 6 per cento del fabbisogno nazionale, che, nel memorandum d’intesa StatoRegione Basilicata siglato il 29 aprile 2011, si presume di incrementare al 10 per cento nel 2015 quando entrerà in produzione il giacimento Tempa Rossa. Con riferimento alla concessione principale, quella della Val d’Agri, nel sito web dell’Osservatorio Ambientale Val d’Agri viene ricordato che lo sviluppo dell’attività petrolifera in tale zona è iniziato negli anni ‘90 con il rilascio all’AGIP, da parte dell’allora Ministero dell’Industria, con il rilascio di numerose concessioni. La nuova concessione Val d’Agri, con scadenza fissata al 26 ottobre 2019, è intestata alle società ENI S.p.A. e Shell Italia E&P S.p.A., con quote rispettivamente del 66% e del 34%. Nel 2011 è stato avviato l’ammodernamento del COVA ed approvato il nuovo programma di sviluppo della Concessione Val d’Agri. Il COVA, essendo un impianto con potenza termica installata di oltre 50 MWt, è soggetto ad AIA. Secondo quanto riportato nel Local Report 2012 – Eni in Basilicata, le attività operative in Val d’Agri sono state certificate secondo i migliori standard internazionali: il Sistema di Gestione Ambientale secondo la Norma UNI EN ISO 14001:2004 e il Sistema di Gestione della Sicurezza secondo la Norma OHSAS 18001:2007. Ora, i partiti che si stanno impegnando nella corsa alle elezioni regionali devono occuparsi di questo argomento per creare sviluppo. E non lasciare tutto ai sindacati e al Governo che certo non ha dimostrato di essere lungimirante sulle risorse che questa regione potrebbe sfruttare per creare occupazione. Anzi, si sono preoccupati solo di spianare la strada alle multinazionali del petrolio. E’ da qui che nasce la strada di uno sviluppo che ancora tarda?


Martedì 15 ottobre 2013

La breve gioia della scrittura

D

a quel puntino sulla mappa del Canada occidentale che è la cittadina di Wingham, Ontario, Alice Munro si rivolge da decenni al mondo raccontando le vicende dei suoi personaggi, che certamente non sono marginali, né ‘locali””. Cominciò lavorando nel tempo sottratto alle cure domestiche, senza rivelare la sua professione nemmeno agli amici e ai vicini di casa, rifiutando ogni richiesta di apparire sulla scena letteraria, per arrivare, ora, al palcoscenico di Stoccolma, sognato da scrittori molto più ambiziosi di lei. Almeno in apparenza. Perché Alice Munro aspira in realtà nientemeno che alla perfezione. Gli archivi di Calgary, custodi delle sue carte, traboccano di racconti scritti, riscritti, ripensati, corretti all’ultimo momento, sottratti alle pressioni degli editor, anche di quelli severi del New Yorker. E caparbiamente, ignorando le insistenze degli editori perché si decidesse a scrivere un romanzo, Alice è sempre rimasta fedele alla forma che predilige e le è più congeniale, fino a quando i critici non hanno dovuto coniare per lei l’espressione “autrice di racconti densi come romanzi”, insistendo, forse inconsciamente, sul mai superato concetto che per essere scrittori veri si deve produrre qualcosa di “lungo”. In realtà non è la densità la caratteristica più evidente della scrittura di Alice Munro: ciò che la distingue da qualunque altra è quel procedere per sottrazione, quell’ignorare il trascorrere di anni o decenni tra un’esperienza e l’altra dei personaggi, quel trascinare il lettore avanti e indietro nel tempo, sempre lasciandogli spazio per immaginare soluzioni possibili, sorprendendolo poi con rivelazioni improvvise, squarciando il velo meticolosamente tessuto della narrazione con una sola frase essenziale ma densa di tutti i particolari necessari. Per capire come Munro riesca nell’impresa di sondare e immaginare la realtà fisica e mentale dei personaggi che crea bisogna immaginarla bambina nella piccolissima città permeata di cultura protestante, di severità, di rigore e della ritrosia tipiche dei dettami della religione presbiteriana, quella della famiglia di Alice. E di violenza, appena celata, spesso anche fisica. Alice osserva, critica e si ribella, legge e comincia a scrivere, attingendo alla realtà circostante e trasformandola. Non a caso, il rapporto tra realtà autobiografica e invenzione artistica in Alice Munro è una questione di grande importanza: perché la giovane donna che fugge da Wingham, grazie a un matrimonio che la porta all’altro capo del paese, ubbidisce sì a un desiderio di libertà, a una vera e propria vocazione letteraria, ma soprattutto vuole mettere la maggior distanza possibile tra sé e la famiglia, tra sé e una madre ambiziosa e oppressiva, addirittura fisicamente violenta, come riconoscerà nell’ultima delle sue raccolte (in uscita il 22 ottobre da Einaudi), Dear Life, in un racconto eponimo. Trentacinque anni prima la scrittrice aveva già raccontato la stessa storia, travestendola e spostandola su Rose, la protagonista “inventata” di “Botte da re”: arrivata alla vecchiaia, e alla fine della propria carriera artistica, tante volte annunciata ma sempre rimandata, l’autrice riconosce, o meglio, “confessa”, in un racconto dichiaratamente autobiografico, quale risentimento nei confronti della madre l’abbia spinta a affrontare per un’intera vita, artistica e non, i difficili rapporti che ciascuno ha con la famiglia d’origine, l’amore, il sesso, la maternità. E a raccontarli, trasfigurando situazioni e personaggi, naturalmente, ma andando dritta alla coscienza, o all’inconscio, del lettore. Sono questo assillo e questa inquietudine a tradursi in prosa, in racconto, in personaggi con i quali è facile identificarsi: non è necessario raccontare nel dettaglio e in modo “cronologicamente corretto” una storia per far sì che chi la legge possa rendersi conto che sta leggendo di sé. La scrittura di Alice Munro lavora come la memoria, portando alla superficie ricordi, sensazioni, esperienze, incontri, senza apparente sforzo. In realtà, lo sforzo che l’autrice fa per “rispettare” questo talento inconscio è gigantesco, e richiede proprio quella severità verso se stessa che ha attinto alla prime esperienze di vita in quella piccola comunità presbiteriana, in quella piccolissima cittadina dell’Ontario che è solo un puntino sulla mappa del Canada occidentale. Marisa Caramella, “il Manifesto”, 11 ottobre 2013

Racconto come metro del mondo

“L

a ragione per cui scrivo così spesso della zona a est del Lago Huron”, disse una volta Alice Munro a commento della singolarità (e appa-

terza pagina-archivio della settimana rente monotonia) della sua opera, “è che la amo”: così, semplicemente. A dispetto della sua fuga ventennale, e poi della scarsa importanza storica di quella patria regionale, della povertà dei suoi valori estetici e architettonici, o della convenzionalità paesaggistica (con l’eccezione dell’imponente lago), o - ancora a dispetto dell’inconveniente alternarsi di estati torride e inverni da eschimesi, Munro si dichiara “intossicata” dalla terra piatta e rurale della Huron County, a tratti paludosa, lacustre o ormai sfoltitamente boscosa, costellata da cittadine o fattorie di umile stile coloniale, da cui spuntano esili e austeri campanili in falso gotico. Wingham, dove è nata, Clinton, dove ora vive, colonizzate a metà Ottocento per lo più da scozzesi presbiteriani e poi da irlandesi cattolici (con non poche tensioni di classe sociale e religione) sono lontane parecchie miglia dal primo centro metropolitano che è London, più a sud in Ontario, dove Munro ha studiato per breve tempo, e dove le capitò, per caso, di iniziare la sua singhiozzante carriera letteraria. Il punto è - dice Munro - che in quell’area eletta a centro universale, dove ci sono le pulsanti, grette piccole città che compaiono nei suoi racconti - per esempio la Hanratty in Chi ti credi di essere o la Jubilee in Lives of Girls and Women - lei si sente “a casa”. E soprattutto di quell’area conosce la “lingua”, come Faulkner conosceva la lingua del suo Sud, o Hemingway del Michigan, e Joyce di Dublino. Bisogna infatti parlare la lingua di un luogo, di una geografia, speciale o anonima che sia per tradurne il senso, il senso geometrico (mappale) e quello più nascosto, quello intimo da “romance di famiglia”, da “scena primaria”, non privo, anch’esso, nella sua pochezza di superficie, di aura misterica. C’entra anche - in questo caso - il mistero dei margini, notoriamente vuoti, eppure vibranti di sfaccettature di vita umana - banale, comune, non straordinaria - al quale Munro miracolosamente approda nei suoi racconti: quattordici raccolte, che raramente abbandonano quel centro provinciale (eccettuata la parentesi di Vancouver dovuta a un primo matrimonio, o la saltuaria Toronto), e in cui sa restituirci, senza mai avvizzirla, l’eccezionalità nella relegazione. Alla “marginalità” che caratterizza il mondo dei suoi racconti si è spesso imputata la mancanza del riconoscimento che era dovuto a Alice Munro da tempo: il fatto che la sua opera risulti collocata ai confini regionali di un paese (il Canada) dal passato letterario modesto è certamente un motivo. E c’è poi il limitarsi alla forma del racconto, un genere solitamente ritenuto ancillare rispetto all’abbraccio universalizzante del romanzo; e il circoscrivere la rappresentazione a una normalità qualsiasi, sia pure dotata di non rari risvolti perturbanti. Di conseguenza, l’imperdonabile ritardo nella scoperta di questa scrittrice ormai più che ottantenne è stato ammesso, di recente, in modo quasi corale. Tutto giusto, naturalmente, senza attardarci a aggiungere che Munro, in quanto donna, appartiene a una classe culturalmente e dunque anche artisticamente marginale, per tradizione e pregiudizio. Lo afferma lei stessa in una bella osservazione sulle sue maestre statunitensi Eudora Welty, Carson McCullers, Flannery O’Connor, Willa Cather: “Avevo la sensazione che solo le donne riuscissero a scrivere di cose marginali, strane, anomale... Sono arrivata alla conclusione che era quello il nostro territorio, mentre il grande romanzo sulla vita reale era territorio degli autori di sesso maschile... Sapevo che c’era qualcosa, qualche modo di vedere il mondo, proprio dei grandi autori, da cui ero tagliata fuori, ma non capivo bene cosa fosse”. Insomma, nel suo caso, la marginalità è stata penitenza e riscatto. Ma ha avuto la meglio infine la tenacia di un’arte e di una visione della vita esemplari. E non è certo un caso che ai personaggi femminili Munro rivolga uno sguardo speciale. Come la sua generazione - e in particolare le donne canadesi impegnate, al tempo degli esordi di Munro, a dar lustro, con il loro giovane genio, a una ex colonia appena affrancata, nel 1967 - le adolescenti, e poi le giovani donne, e quindi le donne mature che popolano i suoi racconti, seguono lo stesso percorso di fuga dal territorio di nascita per correre, liberate dalle strette dell’arretratezza culturale, verso la scoperta di nuovi sentieri di vita, a loro stesse prima negati. Il ciclo narrativo di questa scrittrice è, a rivederlo oggi, il grande romanzo di una nazione e della sua anima femminile che si afferma su binari nuovi. In questo senso, l’autobiografia romanzata di Munro è anche biografia collettiva. Ma tutto in Munro sarebbe troppo personale, sebbene sia più corretto dire - come fa Marisa Caramella nella sua prefazione al Meridiano Mondadori dedicato alla scrittrice canadese - che le sue sono “storie inventate dal vero”, una formula che la scrittrice condividerebbe, se accettiamo quanto dichiara nell’introduzione a Castle Rock, i cui pezzi, pur “non essendo vere e proprie memorie, restavano più personali degli altri racconti, anche di quelli scritti in prima persona. In quei casi avevo sì attinto al materiale del mio privato, ma poi l’avevo lavorato come mi pareva. Perché il mio

intento vero era quello di scrivere una storia. Mentre nei racconti fuori raccolta avevo fatto una cosa diversa. Più simile a quella che si verifica quando si redige un memoir: avevo esplorato una vita, la mia, secondo criteri di non troppa rigorosa attualità. Mettevo al centro me stessa e di quell’io centrale scrivevo, il più meticolosamente possibile. Le figure di contorno però prendevano vita e colore e cominciavano a fare cose che non avevano fatto nella realtà”. È proprio ciò che in genere fa un grande scrittore, uno capace di trasfigurare l’esperienza personale verso sconfinamenti imprevedibili, perché di pertinenza del dono dell’arte, con le sue sorprese visionarie. Che con il tempo (gli anni, l’età, gli acciacchi, l’esperienza, la maestria nelle pratiche della vita) l’attenzione di Munro si sia concentrata non tanto sulle miserie di campioni di umanità, quanto sulla loro insondabile crudeltà - e meno sulla crudeltà della natura (un topos stagionato dell’immaginario canadese) - lo si intravede come un filo rosso nelle opere più recenti - Troppa felicità, Nemico, nemico, amante, In fuga. Le sue ultime creature, sempre molto ordinarie, siano esse uomini e donne lasciano il segno: abitano un mondo irragionevolmente impietoso, e impietoso fuori dai confini di ogni condizione regionale. Sono dotate di una parola spesso ambigua e deviante, una parola che rinuncia a esibire i suoi fondali segreti, che si astiene (perché spesso anch’essa non sa) dall’ultima parola, quella che il lettore facile pretende. E questo proprio perché Alice Munro è tra coloro che possiedono la visione saggia e umile di chi, con l’arte della scrittura, è arrivato alla consapevolezza della relatività di ogni chiave di accesso agli abissi della vita. Caterina Ricciardi, “il Manifesto”, 11 ottobre 2013

Don Benedetto, l’antiscientifico

L

a scienza e il pensiero scientifico non hanno mai trovato, nel nostro Paese, un terreno favorevole, né nell’alta cultura né nelle ideologie politiche. Agli inizi del Novecento, Benedetto Croce affermava, nella sua Logica come scienza del concetto puro, che “le scienze naturali non erano altro che edifizi di pseudoconcetti’, che con le loro “astrazioni e matematizzazioni”, “mutilavano la vivente realtà del mondo, onde le cose venivano fermate e contrassegnate per ritrovarle e servirsene all’uopo. Non già per intenderle”: talché esse venivano ridotte a “oggetti senz’anima”. E parimenti “senz’anima” era per Giovanni Gentile la scienza: in essa “c’era

Sessantotto e negli anni successivi le opere della Scuole di Francoforte. Fu uno straordinario revival di autori tedeschi emigrati negli Stati Uniti (Adorno, Horkheimer, Marcuse, eccetera), i cui scritti non avevano avuto largo corso prima. Gli autori della Scuola di Francoforte si ispiravano a un hegelo-marxismo, in cui Hegel aveva completamente sopraffatto Marx: mentre per questi, infatti, il capitalismo aveva un ruolo fondamentale nella storia, quello di sviluppare enormemente le forze produttive, con l’applicazione della scienza ai processi produttivi (e di qui un alto apprezzamento per la scienza medesima), per i filosofi “francofortesi”, invece, la struttura metodica delle scienze naturali era un prodotto della reificazione capitalistica, sicché le scienze venivano messe sotto accusa in quanto manifestazione genuina del capitalismo. Se questa critica era importata (massicciamente) dall’estero, non mancarono da noi teorizzazioni fatte da studiosi italiani in questa direzione. Nel 1976 un gruppo di fisici pubblicò un libro (che ebbe allora vasta eco), L’ape e l’architetto, a cura di un noto fisico, Marcello Cini, il quale scriveva che non era sufficiente “fermarsi alla critica dell’uso capitalistico della scienza, ma occorreva spingersi oltre, fino a esaminare se anche nel tessuto stesso della scienza – nei suoi contenuti e nei suoi metodi, nella scelta dei problemi da risolvere e nella definizione delle priorità da rispettare, nella stessa formulazione delle sue ipotesi e nella costruzione dei suoi strumenti – non si potessero rintracciare le impronte dei rapporti sociali di produzione capitalistici, nell’ambito dei quali essa veniva prodotta”. Di conseguenza, “non solo la cosiddetta razionalità economica, ma la stessa pretesa razionalità scientifica si identificavano con la logica irrazionale del capitalismo”. Era assolutamente necessario, pertanto, denunziare in tutti i modi la natura irrimediabilmente classista della scienza.?Questo atteggiamento negativo verso la scienza, proveniente da tante direzioni e da tanti rivoli diversi, ha inciso senza dubbio sulla mentalità media degli intellettuali italiani, e quindi della nostra classe dirigente in senso lato. Così non può meravigliare il fatto che il nostro Paese mostri una stupefacente insensibilità per i problemi della ricerca e dello sviluppo scientifici, e che in questo settore vitale siamo inchiodati da quasi trent’anni a una spesa che oscilla tra l’1,1 e l’1,3 % del Pil (che è la metà della media europea). E non solo: in Italia c’è il numero più basso di ricercatori in campo scientifico rispetto ai Paesi del G8: solo 70mila rispetto ai 640mila del Giappone o ai 147mila del Regno Unito. Tutto ciò non è certo frutto del caso, come Cadelo e Pellicani mostrano in capitoli appassionanti. Giuseppe Bedeschi, “Sole 24 Ore”, 13 ottobre 2013 Sarà sicuramente vero ciò che si sostiene nel libro di cui sopra, ma ad una domanda lì non c’è risposta. Come mai la diffidenza verso la scienza è più accentuata in Italia? Basta l’influenza di un Don Benedetto per determinare le percentuali odierne di pil investito? Suvvia...

Confronto tra parola e sacro

U

sempre un difetto, una certa materialità e astrattezza, che era, in fondo, l’astrattezza del logo astratto (e di un logo concreto decaduto a logo astratto)”: donde la “tendenza logicamente necessaria della scienza” a percepire la natura come una realtà “senza fini, estranea allo spirito”.?Nelle ideologie politiche, dicevamo, le cose non sono andate meglio: anche qui la scienza, e l’organizzazione industriale del mondo moderno intimamente legata agli sviluppi della scienza, sono state spesso oggetto di critiche aspre e distruttive. Il fascismo, in nome dell’Uomo Nuovo che doveva nascere dalla Rivoluzione nazionale, contrappose alla società industriale l’ideale arcaicizzante del “ritorno alla terra”, per salvare l’Italia da quello che Mussolini chiamava con disprezzo il “supercapitalismo”: al quale imputava la “standardizzazione del genere umano dalla culla alla bara”, che aveva trovato nella società americana la sua realizzazione più compiuta e pericolosa. Di qui l’accanita, instancabile polemica degli intellettuali fascisti contro l’America.?Su queste premesse filosofiche e ideologico-politiche si soffermano largamente, e giustamente, Elio Cadelo e Luciano Pellicani nel loro bel saggio ‘Contro la modernità. Le radici della cultura antiscientifica in Italia. Gli autori mostrano anche come questa ispirazione antiscientifica caratterizzi non solo le ideologie “di destra”, ma anche importanti filoni delle ideologie “di sinistra”. Basti pensare alla enorme fortuna che da noi ebbero nel

n agnostico come Franco Fortini, in un articolo sul ‘Manifesto’ del 24 luglio 1992, la definiva ‘signora della notte, donna dell’eccesso, erratica della conoscenza, visionaria dell’intelletto’, echeggiando le parole di uno dei massimi e più raffinati esperti di letteratura religiosa, il cappuccino svizzero Giovanni Pozzi che, nella sua introduzione all’edizione del Libro dell’esperienza presso Adelphi (1992), aveva scritto: “L’oscurità è la sigla di Angela. Se non la notte, un’ombra di crepuscolo attornia la sua figura anche al di là di un dettato testuale in parte insondabile e sfuoca i suoi tratti biografici di santa e di scrittrice”. Effettivamente, l’icona di Angela da Foligno ruota in un’atmosfera ora luminosa, ora offuscata, sospesa tra le due date della nascita, 1248, e della morte, 1309, che la rendono quindi contemporanea di Dante, e incastonata nello spazio umbro della Foligno medievale. Angela si ripresenta ora davanti al lettore con la sua autobiografia dalla curiosa stesura “mediata”: essa è la prima parte, intitolata Memoriale, di un più vasto corpus di testi raccolti dalla sua voce e denominati semplicemente Liber. Parlavamo di stesura “mediata” perché quelle pagine così personali sono, in realtà, la trascrizione parola per parola in un latino un po’ balbettante ed elementare della testimonianza della mistica che si esprimeva in dialetto folignate. Lo scriba è presentato come A. frater ossia frate Arnaldo, un francescano confessor et consanguineus et etiam consiliarius precipuus et singularis, quindi il confessore e il direttore spirituale di Angela. Siamo, dunque, in presenza di un racconto trascritto, che non può comprimere

LA VOCE REPUBBLICANA

3

l’incandescenza dell’esperienza originaria, le cui onde di fuoco escono dalla bocca di una donna straordinaria. Donna dalla storia tutt’altra che eremitica o monacale: infatti, essa imbocca la sua strada spirituale di penitenza e di preghiera solo dopo la morte della madre, del marito e dei figli, in un vuoto esistenziale creatosi in un breve arco di tempo, un vuoto anche economico-sociale perché Angela si spoglierà di tutti i beni ereditati distribuendoli ai poveri. Nel 1291 si recherà pellegrina alla tomba di Francesco ad Assisi e sarà là che inizierà il suo itinerario d’altura nella contemplazione mistica, attestato appunto dal Memoriale. In queste pagine brulicanti di visioni, sospese tra l’autobiografismo e l’estasi, affacciate su abissi tenebrosi e irradiate da luci trascendenti, incapaci di raggelare nello stampo freddo della parola scritta il fremito che sgorga da un’esperienza ineffabile, non è certo facile scoprire un filo conduttore. A questo punto è necessario ricorrere a una guida qualificata, come accade a chi esplora una grotta misteriosa. L’aiuto viene proprio dall’edizione critica esemplare approntata dal professor Enrico Menestò. Egli con coraggio ha preso in mano l’ampio dossier dei 35 testimoni testuali sicuri finora censiti, dei quali, però, 11 sono traduzioni in italiano (otto) e in catalano (tre), privilegiando quattro codici-base, gli unici che non abbiano operato revisioni, cuciture, ristrutturazioni sulla matrice originaria. Si tratta di un manoscritto del 13061309 della Biblioteca Comunale di Assisi, di un altro della metà del Trecento della Biblioteca romana di sant’Isidoro, di un testo del Quattrocento della Biblioteca Paroniana di Rieti e, infine, del quattrocentesco codice del Monastero di santa Scolastica a Subiaco. Su questa base, a cui si aggiunge un esile frammento conservato nella Bodleian Library di Oxford, si può ricomporre un ideale archetipo e la relativa genealogia testuale e, in tal modo, leggere dal vivo quel messaggio la cui potenza brilla nelle righe latine così povere e spesso impotenti a esprimerlo, tant’è vero che la stessa Angela, riascoltando la propria voce cristallizzata in quello scritto, reagirà riconoscendo che esso è verità, ma anche truffa e bestemmia! Menestò giustamente osserva che ‘l’itinerario di Angela non è tanto un andare verso Dio, ma un andare dentro Dio’, un pellegrinaggio dell’anima che comprende tre tappe: il momento dell’amore, quello del nulla e, infine, l’aurora della risurrezione. Come è evidente, in questa trilogia si ha anche la fase della notte oscura, un topos di molte esperienze mistiche (si pensi al grande mistico spagnolo san Giovanni della Croce). Ma la meta è luminosa ed è un abisso di splendore, un gorgo di fulgore che attira la donna che in esso precipita, lasciando alle spalle la tenebra della croce nella quale essa è stata concrocifissa con Gesù. Quella voragine che accoglie Angela è il mistero trinitario. ‘L’esperienza suprema di Angela – scrive ancora Menestò – è l’unione con Dio. Angela ha un nuovo giaciglio, non più sulla croce o nel sepolcro, ma in mezzo alla Trinità’. Dal ‘letto’ di morte della croce essa ora è trasferita per giacere nell’intimità divina trinitaria (la metafora del ‘letto’ è usata proprio da Angela che, come spesso avviene ai mistici, non teme il ricorso al linguaggio amoroso). La meta finale, però, non sarà il giacere nella Trinità, bensì il giacere della Trinità in lei, un po’ come accade a san Paolo quando ai Galati confessa di essere ‘stato crocifisso con Cristo’, per cui ‘non vivo più io, ma Cristo vive in me’ (2, 19-20). Lapidaria è, allora, la conclusione di Angela in una delle ultime pagine del suo Memoriale, quando Dio le dice: ‘Figlia della divina sapienza, tempio del Diletto, gioia del Diletto e figlia della pace, in te riposa tutta la Trinità, tutta la verità, così che tu tieni me e io tengo te’ (IX, 127,420-422). L’intimità piena con Dio è, così, compiuta, in un infinito abbraccio d’amore. Un importante teologo del secolo scorso, lo svizzero Charles Journet (1891-1975), ricordava che la lettura dei mistici è un’esperienza rischiosa, ma è un rischio che dev’essere assolutamente corso. Ed è ciò che abbiamo visto compiersi, anche nel maggio scorso, quando nel Teatro Argentina a Roma, una gran folla ha seguito per due ore figure tra loro profondamente diverse – come una scrittrice e critica, Nadia Fusini, un filosofo, Massimo Cacciari, due giornalisti come Monica Maggioni e Federico Rampini, un politico, Anna Finocchiaro, e un cardinale come chi ora scrive – interrogarsi sul tema del fallimento umano e sociale vissuto, interpretato e illuminato dall’esperienza mistica. Essa, infatti, contrariamente allo stereotipo, è tutt’altro che un decollare dalla realtà verso cieli mitici ed eterei; è ciò che insegnavano proprio due sorprendenti autori spirituali letti quella sera, il secentesco Angelo Silesio (della Slesia) e il diplomatico svedese Dag Hammarskjöld (1905-1961), segretario generale dell’Onu, Nobel per la pace 1961, uomo dalla forte temperie spirituale. Gianfranco Ravasi, “Sole 24 Ore”, 13 ottobre 2013


4 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 15 ottobre 2013

Massa Marittima: è in arrivo quale autunno?

Adriatico e parchi eolici: quali investimenti?

Novembre, l’ora della convention

Una sola domanda: conviene?

Gli interventi di Santini, Pri. Occorre oggi un cambiamento

P

ochi giorni fa si è tenuta una riunione ristretta dei Repubblicani di Massa Marittima per un giro d’orizzonte sui problemi del Comune e sulle prospettive economiche del territorio. L’incontro è stato definito informale, giusto per una rassegna sulla situazione difficile massetana, a estate ormai alle spalle e con il lungo inverno economico ormai iniziato, e

Convegno di questi giorni dedicato al complesso tema

C

per un “assaggio” di posizioni in vista delle elezioni di primavera quando si andrà a votare per rinnovare l’amministrazione comunale. Le rappresentanze attorno a quel tavolo, però, erano di quelle “buone” ed è difficile credere che si sia trattato di un incontro solo interlocutorio. “Il Sindaco Lidia Bai uscirà di scena per fine del 2° mandato, quindi non sarà un turno elettorale banale e scontato. Per di più si è molto aggra-

ELENCO PAGAMENTO TESSERE PRI 2013 Consociazione Pri Cesena; Federazione Provinciale Pri Ravenna; Sez. Pri “Silvagni-Mazzini-Valconca”, Rimini; Sez. Pri “Mazzini”, Rimini; Sez. Pri, Novi Ligure (AL); Sez. Pri, Lamezia Terme; Sez. Pri Vomero Arenella (NA); Sez. Pri “Ugo La Malfa”, Codigoro (FE); Sez. Pri “Pisacane”, Foggia; Sez. Pri “Sant’Andrea Borgo Mazzini” Rimini; Sez. “Ugo La Malfa”, Napoli; Sez. Pri “Celli” Cagli (PU); Sez. Pri “Centro”, Caserta; Sez. Pri “Garbarino”, Chiavari (GE); Sze. Pri Fano (AP); Sez. Pri “Mazzini”, Comacchio (FE); Sez. Pri “Giovine Europa”, Andora (SV); Sez. Pri Mantova; Sez. Pri Dro (TN); Gruppo Pri Lucchese, Lecco; Sez. Pri “G. Spadolini”, Viareggio; Sez. Pri “R. Sardiello”, Reggio Calabria; Sez. Pri Melicucco (RC); Sez. Pri Locri (RC); Sez. Pri Samo (RC); Sez. Pri Africo (RC); Sez. Pri Bovalino (RC); Sez. Pri Gioia Tauro (RC); Sez. Pri Pavona, Roma; Sez. Pri Cecchina, Roma; Sez. Pri Palombara Sabina, Roma; Sez. Pri Tuscolana, Roma; Sez. Pri "Pisacane", Foggia; Sez. Pri "G. Mazzini", Ferrara; Sez. Pri "L. Santini", Viterbo; Sez. Pri Trieste; Sez. Pri “Camangi” Roma; Sez. Pri “Bonfiglioli” Bologna; Sez. Pri Grottaglie (BA); Sez. Pri Spilimbergo (PN); Sez. Pri “Aurelio Saffi” Ravenna; Sez. Pri Varese; Sez. Pri Bottiroli” Voghera (PV); Sez. Pri “Mameli” Cologno Monzese (MI); Sez. Pri Cremona; Sez. Pri “Flaminio Prati (Roma); Sez. Pri “F.lli Bandiera” San Pietro in Campiano (RA). Sono pervenute all'Ufficio Amministrazione del PRI versamenti di pagamenti tessere di singoli iscritti. E' chiaro che ai fini congressuali l'iscrizione singola non consente la partecipazione ai lavori dell'Assise repubblicana. Chi non è nelle condizioni di avere una sezione dovrà iscriversi a quella territoriale più vicina. Per ogni ulteriore informazione o chiarimento si prega di rivolgersi all'Ufficio Organizzazione (Maurizio Sacco) ai seguenti numeri: 338/6234576 334/2832294 - oppure orgpri@yahoo.it

MODALITÀ PAGAMENTO TESSERE PRI 2013 Conto Corrente Postale n. 33579004 intestato a Partito Repubblicano Italiano Bonifico IBAN IT03N0760103200000033579004 intestato a Partito Repubblicano Italiano

vata la situazione politica nazionale con forti tensioni tra i partiti politici, senza contare la gran voglia di cambiamento dei cittadini di ogni ceto e condizione. Massa Marittima è esausta, sfinita per il calo dell’economia locale degli ultimi anni ed è certo che i massetani faranno sentire la loro voce per ottenere un cambio di marcia radicale - riflette così Alessandro Giuliani”. Gli fa eco Luca Santini, Consigliere comunale in carica “Non ne possiamo più di vertenze, debiti da pagare, errori madornali degli Amministratori; i massetani potevano aspettarsi di meglio di certi risultati di gestione della cosa pubblica degli ultimi quindici anni”. Altro non è trapelato e nessuno si è sbilanciato sui prossimi orientamenti di schieramento elettorale anche se qualcuno si è lasciato scappare una battuta: “Questa volta il solito conteggio dei voti ed i vecchi schemi non funzioneranno” una frase sibillina forse non lontana dal vero. Il gruppo si è sciolto con l’intento comune di organizzare per i primi di novembre una convention della centralità politica massetana per progredire su un percorso di ipotesi elettorale e di programmi per il futuro del Comune di Massa Marittima. Pri Massa Marittima

onviene realizzare dei parchi eolici off-shore in Adriatico per produrre energia pulita? Quali sono gli impatti socio-economici e ambientali derivanti dall’eventuale installazione di centinaia di turbine dislocate in alto mare alte decine di metri? Quanta energia “verde” si potrebbe produrre con questo sistema e a quali costi? E’ a queste domande che cerca di rispondere il progetto transfrontaliero europeo Powered (Off-shore wind energy: research, experimentation, development) che punta ad analizzare in maniera scientifica la convenienza (o meno) di poter sfruttare in futuro la forza del vento che soffia lungo tutto il mare Adriatico, da Trieste, alla Puglia, dalle isole croate all’Albania. Su questo importante argomento, Veneto Agricoltura ha promosso a Verona, nell’ambito della manifestazione Smart Energy Expo, un convegno utile a fare il punto sullo stato di avanzamento del progetto finanziato dall’Unione Europea. Va subito chiarito che l’iniziativa non ha come obiettivo la costruzione di un parco eolico in Adriatico, bensì capire attraverso la realizzazione di uno studio scientifico se in futuro sarà conveniente realizzarlo. Le aspettative per i risultati che fornirà Powered sono tante, sia perché il bisogno di energia pulita da parte dei Paesi che si affacciano sull’Adriatico è enorme, sia perché non mancano le preoccupazioni derivanti dai possibili impatti ambientali di una “cosa” nuova quale può essere per quest’area un parco eolico off-shore. Numerosi i soggetti coinvolti nel progetto: Regione Abruzzo (leader partner), le Regioni Marche, Puglia e Molise, la Provincia di Ravenna, il Ministero dell’Ambiente,

l’Università delle Marche, il Consorzio Cetma, la “Micoperi Marine Contractors srl” e Veneto Agricoltura. Per la Croazia il Comune di Komiza, per il Montenegro il Ministero dell’Economia (Dipartimento Energia), per l’Albania il Ministero dell’Economia del Commercio e dell’Energia. Negli ultimi anni in Italia l’eolico “terrestre” è cresciuto notevolmente (5% dell’energia complessiva prodotta), al contrario di quello off-shore, appunto in mare aperto, che è rimasto al palo. Fenomeno, quest’ultimo, che invece è esploso soprattutto nei mari del nord Europa, dove si sta procedendo con la costruzione off-shore di 1,5 turbine al giorno. Inghilterra e Danimarca sono i Paesi che più credono nella costruzione di questi parchi eolici in mare, ma Germania, Spagna e Francia seguono a ruota. Powered rappresenta dunque uno strategico punto di partenza per valutare se anche il Mare Adriatico e i suoi venti possono essere sfruttati per la produzione di energia

pulita. Il progetto, nella sua complessità, prevede anche l’installazione di una serie di torri anemometriche per verificare le potenzialità del vento in ognuna delle aree interessate e raccogliere una grande mole di dati che saranno poi convogliati in una rete pubblica, la cui fornitura, installazione, manutenzione e smantellamento a fine ciclo sarà a carico dell’Università Politecnica delle Marche, referente scientifico del progetto. I risultati finali dello studio rappresenteranno un documento indispensabile per la valutazione non solo dei costibenefici ma anche delle interazioni fra i parchi eolici, l’ambiente marino e le attività umane ad esso connesse. Da parte sua, Veneto Agricoltura ha verificato la possibilità di installare una delle torri a Caorle (VE) all’interno della propria Azienda “ValleVecchia” (la richiesta di autorizzazione è in corso). Veneto Agricoltura sarà impegnata in particolare nell’approfondimento degli impatti delle strutture sull’ambiente marino e costiero, sulle attività economiche legate al mare Adriatico, con particolare riferimento alla pesca, e sulle opere di mitigazione/opportunità ambientali legate a queste grandi opere.


La Voce Repubblicana del 15 ottobre 2013