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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 216 - MARTEDI 12 NOVEMBRE 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

TRASVOLATA OCEANICA

3000 emendamenti aspettano al varco la Legge di stabilità

I

l presidente del Consiglio Enrico Letta ha confermato che non sarà pagata la seconda rata dell’Imu. Non è però stata chiarita quale sarebbe la copertura, visto che il premier ha parlato genericamente di misure finanziarie – la tobin tax? – su cui intervenire. La stampa sospetta un aumento delle accise sulla benzina, magari anche sui giochi. Dei dettagli, comunque, si occuperà e sicuramente ne sarà felice, l’ottimo Saccomanni. Non possiamo certo rimproverare il premier per questa sua vaghezza dal momento nel quale la Legge di stabilità è attesa da più di tremila emendamenti alle Camere. Così tanti, che Confindustria ha sospeso ogni giudizio. Il fatto che il sindacato, invece, abbia scelto di organizzare comunque delle giornate di protesta, assume un significato più politico che di merito. Tutti temono Berlusconi, e con delle ragioni ovviamente, ma il governo è scoperto a sinistra, non solo per le velleità, più o meno plausibili, di Renzi. Domenica scorsa il segretario del Pd Epifani ha dato via libera alla manovra, quando all’inizio della settimana precedente aveva detto che doveva essere cambiata. Ancora Epifani chiede degli aggiustamenti. Vista la mole degli emendamenti è plausibile che le modifiche avvengano e a quel punto il Pdl si spaccherà, indipendentemente da cosa decida di fare Berlusconi. Il ministro Alfano potrà pure sventolare come una bandiera il successo ottenuto sull’Imu, ma buona parte del suo partito sostiene che le tasse siano comunque aumentate, e lo sostiene sulla base dei dati che circolano negli istituti di ricerca delle categorie, da quelli di Confcommercio a quelli di Confartigianato. Per cercare di ridurle si chiede persino di vendere le spiag-

ge. Di un’idea che sia una, per un piano serio di pubbliche dismissioni, non c’è traccia. E’ vero che il ministro Saccomanni sforna proposte come ciambelle, ma non succede mai che la maggioranza gliene mangi una. Piuttosto che tagliare i rami secchi – è montata anche una polemica bipartisan sui conti esorbitanti della Consulta – il governo vorrebbe tornare a riempire pozzi senza fondo come Alitalia e Telecom. Non vorremmo dire, ma abbiamo la netta impressione che Bruxelles stia perplessa alla finestra, perché non capisce cosa stia succedendo in Italia. Ha promesso 300 euro di bonus ma teme che non saranno sufficienti. Può essere che il premier conti che la Germania, ora che è stata rimproverata dal Tesoro statunitense ed è prossima ad un governo con la Spd, allenti la presa del rigore. Purtroppo Letta si illude - e lo ha spiegato bene Alessandro Leipold su “Il Sole 24 Ore”: non c’è una particolare testardaggine tedesca, ma semplicemente il fatto che la pressione internazionale non è mai riuscita ad imporre aggiustamenti ai paesi creditori. Sono gli interessi interni a cambiare le rotte economiche e la Germania ha ancora tutto l’interesse a non mutare un bel niente della sua politica. Il presidente del Consiglio ha descritto in maniera letteraria il suo formidabile incarico. Si tratta di affrontare una traversata transatlantica e di riuscire a far atterrare il triplano che conduce in un aeroporto lontano ma sicuro. Ci ha ricordato Italo Balbo. Ma non quello che ammarava in America entusiasmando il mondo: quello che avrebbe fatto un tonfo a terra, magari abbattuto dalla sua stessa contraerea.

L’allarme di Confcommercio Irrisolti i problemi strutturali della nostra economia

Imprese allo stremo,nessuna ripresa “L

e imprese del commercio, turismo, servizi sono stremate, da Nord a Sud. E purtroppo il 2014 non sarà certo l’anno della ripresa sostanziale”, Lo ha detto il presidente di Confcommerico Carlo Sangalli il quale chiede di correggere la Legge di stabilità che altrimenti “lascerà irrisolti i problemi strutturali della nostra economia”. Secondo un’indagine di Confcommercio, ogni impresa commerciale perde 202 mila euro di fatturato l’anno a causa di abusivismo e illegalità. Dall’indagine emerge che in media il 7,1% degli esercizi commerciali è abusivo o irregolare. Percentuale che è più che raddoppiata nel Mezzogiorno. Si stima che a causa dell’illegalità rischiano di sparire 43mila negozi regolari all’anno e 79mila lavoratori regolari. E’ calcolata una perdita di imposte dirette e contributi di circa 1,5 miliardi di pil. Confcommercio, parla di “stime per difetto”, dopo aver considerato un campione di 15 comuni italiani in cui sono stati emessi oltre 9mila verbali. Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, continua invece a sostenere che “il Paese si sta avviando verso una graduale ripresa: nel 2014 la dinamica del prodotto è stimata pari all’1,1%”. Per conseguire gli obiettivi di crescita e di riforma sarà comunque “fondamentale che rimangano condizioni di stabilità politica”.

MANILA, CATASTROFE UMANITARIA NELL’ARCIPELAGO FILIPPINO Ridotti a zombi in cerca di cibo migliaia di persone nell’isola filippina di Leyte barcollano tra i rottami e il fango dopo il passaggio del tifone Haiyan. Tra il 70 e l’80 per cento della provincia è stato raso

C

redevamo di aver capito che le primarie servissero al Pd per far eleggere una leadership e che questa leadership fosse indicata poi necessariamente alle primarie di coalizione per scegliere il presidente del consiglio. Nel caso in cui alle primarie di coalizione si fosse scelto un candidato diverso dal segretario del Pd, Tabacci o Vendola al posto di Bersani, ne sarebbe scaturito che il Pd non fosse il principale partito della coalizione, ma il secondo o il terzo, oppure, il suo candidato, che poi corrispondeva al segretario stesso del partito, si scoprisse clamorosamente sbagliato. Se ora accadesse

al suolo venerdì. 10 mila morti e 2 mila dispersi sono solo quelli di Tacloban, il capoluogo di Leyte. Si tratta di vittime annegate o schiacciate dai crolli. Con Leyte sono state colpite almeno altre sei isole centro-orientali dell’arcipelago che compone le Filippine. Le devastazioni più

gravi sono a Samar e Cebu. Da Samar sono 300 i morti confermati e 2 mila dispersi. Intere comunità sono isolate e dalle quali non provengono segni di vita. Manila ha mobilitato 15 mila soldati e le squadre di soccorso cercano notizie di Guiuan, città di 40 mila abitanti che è stata la prima ad essere investita dal tifone. Baco, 35 mila abitanti nella provincia orientale di Mindoro, è sott’acqua per l’80 per cento. Molti cadaveri si vedono sulle onde. Si scavano fosse comuni. Più di 330 mila sono gli sfollati, mentre sono oltre 4 milioni i filippini colpiti dal tifone in 36 province.

ELENCO E INFORMAZIONI PER IL PAGAMENTO DELLE TESSERE PRI 2013 a pag. 4

Le primarie rese inutili invece, come ha detto Epifani, che oltre al segretario del Pd alle primarie di coalizione possa partecipare un qualche altro esponente del Pd, a cosa servirebbero le primarie? Non a stabilire la leadership sugli alleati visto che la leadership non sarebbe stabilita nemmeno sul proprio partito poiché c’è un esponente del partito pronto a concorrere contro il suo segretario. Tanto valeva che questo esponente si presentasse già alla segreteria, in modo di poter valutare il suo appeal sul popolo delle primarie. Sarebbe altresì curioso un candidato del Pd che non partecipa alle primarie per la segreteria, ma a quelle di

coalizione perché non ci è mai parsa una buona idea orientare il Pd sulla linea democristiana di distinguere il capo del partito dal capo del governo. E’ questa una causa di instabilità superiore a qualsiasi frammentazione elettorale, tanto è vero che non si riesce a stabilire un piano gerarchico. Nel caso poi in cui Renzi e Letta dovessero competere alle primarie di coalizione - e perché non un terzo esponente del Pd a questo punto? - sarebbe chiaro che il Pd stesso sarebbe rimasto diviso in due o più parti e che sarebbe una causa foriera di instabilità politica, tale da rendere inutili le primarie.

La Francia ha battuto un colpo Sergio Romano non ne azzecca più una

Conclusione di una trattativa sconsiderata

L’

Ambasciatore Sergio Romano sabato scorso si chiedeva, con un editoriale del “Corriere della Sera”, chi avesse paura della pace con l’Iran, dal momento che sembrava “ormai chiaro che tutti i Paesi coinvolti vogliano creare intorno alle trattative un clima di reciproca fiducia e di benevole aspettative”. Per cui anche senza avere ancora trovato un accordo, era palese “il desiderio” di evitare di finire “su un binario morto”. E visto che i due principali e inediti interlocutori come Teheran e Washington sembravano convinti della necessità di avere un qualche concreto risultato, “il segnale più promettente” sarebbe stato secondo Romano e probabilmente secondo la stessa bozza di intesa in corso “un alleggerimento delle sanzioni contro una temporanea sospensione del programma nucleare di Teheran”. Condizioni che avrebbero consentito, come scriveva Romano, un negoziato più “disteso e promettente”. Curiosa poi la divagazione dell’ambasciatore sul fatto che la possibilità di un accordo sarebbe stata rafforzata dal malumore di coloro che lo avversano. L’Arabia Saudita in primis, nemica dell’Iran e già inquieta a sufficienza per la piega che gli americani hanno preso in Siria. Poi i piccoli regni sunniti della regione, che temono un Iran protettore dello loro enclave sciite con gli effetti destabilizzanti che si sono visti in Libano. Infine Israele che si è subito messo di traverso senza nemmeno considerare l’ipotesi di un dialogo con un regime ritenuto comunque una minaccia. Romano sottolineava infine come l’Unione europea vedesse favorevolmente un accordo con l’Iran: “il solo segnale di pace proveniente da una regione in cui soffiano, dalla Siria al Pakistan, soltanto venti di guerra”. Va detto che l’analisi di Romano è durata meno di 48 ore, il tempo che il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, dicesse che allo stato delle trattative non vi era la certezza di raggiungere un’intesa, proprio perché la Francia non era disposta ad accettare una bozza iniziale come quella elaborata. Fabius, più precisamente di Romano chiedeva la sospensione delle operazioni al reattore al plutonio di Arak durante la fase negoziale e soprattut-

to una decisione nei confronti dello stock di uranio già arricchito al 20% dall’Iran. Sul piano strettamente politico, il capo della diplomazia francese riteneva che fossero “tenute nel debito conto le preoccupazioni per la sicurezza espresse da Israele” oltre che dagli altri Paesi della regione, Arabia Saudita ed Emirati, che invece per Romano potevano essere tranquillamente bastonati. Tanto è bastato perché la televisione statale iraniana definisse la posizione della Francia degna dei “rappresentanti di Israele ai colloqui”. Se la televisione iraniana avesse ragione, la Francia sarebbe d’accordo con le parole del ministro della Difesa israeliano, Moshe Yaalon, che ha subito detto di ritenere l’intesa un “errore storico”, chiedendo, ai 5+1 riuniti a Ginevra , intransigenza nei confronti della repubblica islamica. A contrario di Romano, Tel Aviv è convinta che una sospensione delle sanzioni permetterebbe soltanto a Teheran di perseguire il suo programma nucleare più tranquillamente. Ora noi non siamo così certi come gli iraniani che la Francia socialista di Hollande, tradizionalmente più vicina ad Israele di quanto lo fosse ad esempio, la Francia di Chirac, sia un portavoce del governo israeliano. Saremmo più propensi a credere che gli interessi francesi nella Regione, lo si è capito anche sulla posizione presa nei confronti della crisi siriana, si sposino con gli interessi dell’Arabia saudita. La Francia è preoccupata da quella legittimità che conseguirebbe il regime iraniano nel perseguire obiettivi espansionistici in tutto il Medio oriente. In ogni caso, dopo la presa di posizione di Fabius, anche la diplomazia iraniana si è espressa scetticamente sulle prospettiva del negoziato. Con buona pace di Romano, Obama è rimasto spiazzato da questi repentini sviluppi. Alla Casa Bianca il presidente statunitense avrà potuto vedere, con un leggero senso di inquietudine del resto, la simulazione della tv iraniana di un attacco missilistico ad Israele. Un’enfasi eccessiva nelle immagini in cui gli obiettivi militari a Tel Aviv e dintorni, saltavano per aria. Di buono c’è che il giorno in cui Israele perderà la pazienza, non farà nessuna simulazione televisiva.

La prossima crisi

Compromesso storico e larghe intese

Q

uando Berlinguer e Moro si convinsero pur nelle reciproche differenze di varare un governo di solidarietà nazionale, i loro partiti fecero non poche resistenze. Dc e Pci erano due poli distinti della vita politica italiana, tali per i quali appariva impossibile, o inaccettabile, ogni loro forma di collaborazione. Nella Democrazia cristiana ci furono estremizzazioni durissime, dal Pci si dissociò un nucleo militante che confluirà nelle Brigate rosse. La capacità di gestione di una fase tanto difficile dipese dalla forza della leadership di quei partiti, quella di Berlinguer quasi indiscutibile e quella di Moro sufficientemente autorevole per districarsi dalle correnti democristiane fino a riuscire ad affermarsi su di esse. Ci volle l’uccisione di Moro e l’isolamento drammatico di Berlinguer per cambiare completamente il corso di quella stagione. E se nell’Italia del sistema proporzionale e “della democrazia acefala” come fu definita la prima Repubblica, era tanto difficile stilare un accordo fra due partiti contrapposti, figurarsi se non sia lo stesso nell’Italia che ha fatto del mito dell’alternanza la cifra di ogni sua ideologia. Le larghe intese hanno visto impegnati, con ruoli istituzionali diversi, Napolitano e Berlusconi. Napolitano è il Capo dello Stato non del Partito democratico e Berlusconi non finirà chiuso in una prigione delle Br, ma potrebbe finire con l’esserlo in un carcere della giustizia ordinaria, tanto che tutto il cammino politico avviato sembra essersi subito interrotto. E’ vero che il capo del governo, Enrico Letta, non ha nessun interesse alle “larghe intese”. Il premier sembra più interessato ad affinare le convergenze che esistono fra settori del Pd e del Pdl senza preoccuparsi troppo delle divergenze che si possono perfettamente trascurare. Tanto queste sono state trascurate che ora e Pd e Pdl sono in preda ad autentici sintomi scissionisti. Nel caso le scissioni si consumassero, ecco che Letta potrebbe contare sul suo nuovo partito con cui concorrere alle elezioni, mentre difficilmente potrebbe tenere in piedi il governo. Questo è il punto a cui siamo arrivati. Lo scontro fra l’ala lealista e quella cosiddetta “innovatrice” del Pdl ha funto come preambolo; lo scontro sull’organizzazione del congresso Pse rappresenta invece l’epilogo del Pd. Difficilmente tornerà la “Margherita”, se non altro per ragioni finanziarie, certo tutta l’area che ha sempre ritenuto necessario superare il Pse dentro il Pd, ha già iniziato a muoversi. Non è un caso che nella stessa direzione si ponga Renzi che vede nel socialismo europeo il retaggio di un’epoca passata. Più difficile capire poi quale epoca si prepara, perché non è affatto detto che il partito sorto dalle implosioni di Pd e Pdl sia in grado di gestire la crisi in corso, piuttosto che scoprirsi così debole da venir spazzato via tanto in fretta da non poter lasciare nemmeno rimpianti.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 12 novembre 2013

economia

Giustizia e dintorni di Guido Camera Il legislatore italiano, e le Corti, sono sempre più vincolati ai vari principi giuridici sovranazionali propri del diritto nell’Ue

L’Europa è messa lì per vigilare

C

hi è costretto a frequentare quotidianamente le aule dei tribunali può ben rendersi conto – meglio di altri - del fatto che il legislatore italiano, e le corti italiane – così come accade in tutti gli Stati d’Europa ��� sono sempre più vincolati ai principi giuridici sovranazionali del diritto europeo. Non è solo una considerazione tecnica, o meglio non è soprattutto una considerazione tecnica, bensì principalmente politica e sociale, della quale tutti dovremmo tenere grande conto. Sono infatti sempre più frequenti i casi in cui una legge italiana, oppure un consolidato orientamento giurisprudenziale italiano, soccombe di fronte alle sentenze di condanna pronunciate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Mi vengono subito in mente due casi, ma ce ne sono molti di più: le disposizioni penali italiane che criminalizzavano l’immigrazione clandestina, e l’orientamento della Corte di Cassazione a proposito della natura della confisca delle opere oggetto di lottizzazione abusiva. Nel primo caso fu una legge ad essere dichiarata contrastante con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, mentre nel secondo fu un datato orientamento giurisprudenziale ad essere – di fatto – stato dichiarato “antieuropeo”. Ma cosa significa, tutto ciò?

Dal punto di vista professionale, la conseguenza è che nei codici italiani non troviamo più tutte le risposte che ci servono per capire come affrontare un processo: prima di tutto, infatti, gli avvocati italiani devono diventare degli avvocati europei, che non devono solo conoscere le norme europee, ma devono assimilarne il substrato culturale. Altrettanto devono fare i giudici italiani, consapevoli del fatto che, a loro volta, sono dei giudici europei e, se sbagliano, rischiano di esporre l’Italia a condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Altrettanto devono fare i nostri rappresentanti politici e istituzionali quando scrivono le leggi; agitare gli spettri Sono infatti antieuropei, infatti, serve forse ad sempre più acchiappare qualche voto, non certo a frequenti i casi in rendere un buon servigio agli italiani. cui una nostra Siamo infatti ad un tale punto del perlegge soccombe corso di integrazione europea – giurididi fronte alle co, prima forse che economico e sociasentenze Ue le – che sta diventando un fattore culturale, non solo tecnico. Dunque, una cosa è non condividere ciò che gli altri partner europei possono volere da noi, un’altra volere leggi incompatibili con i principi fondamentali dell’Europa. Nel primo caso si fa politica, nel secondo solo confusione, che ci presenterà presto un conto molto salato: l’incertezza sui confini dei nostri diritti. Ovvero il terreno su cui prolificano malaffare, corruzione e prepotenza.

Intervista di Lanfranco Palazzolo E’ un errore impiegare le forze armate italiane per aiutare gli immigrati. Lo ha detto alla “Voce” il generale Ramponi

Per evitare dei nuovi decessi

E’

un errore impiegare le forze armate italiane per aiutare gli immigrati. Lo ha detto alla “Voce” il generale Luigi Ramponi. Senatore Ramponi, dopo il tragico incidente di Lampedusa crede che le forze armate italiane possano fermare l’immigrazione clandestina? “Per ora le forze armate stanno facendo il contrario. Stanno cercando di "Paradossalmente evitare che ci siano nuovi decessi. il nostro esercito Anzi, paradossalmente il nostro esersta facendo in cito sta facendo in modo che l’immimodo che grazione si svolga senza problemi, l’immigrazione si garantendo la cosiddetta immigraziosvolga senza ne scorretta. Io sono favorevole al saltroppi problemi” vataggio del maggior numero possibile di vite umane, ma temo le conseguenze di questa situazione. Temo che da oggi in poi – come è capitato ad Agrigento durante la cerimonia dei funerali – se non riusciamo a salvarli tutti veniamo accusati di essere degli incapaci. Inoltre, il rischio è che si sparga la voce che se gli italiani vedono un gommone all’orizzonte corrono a salvarlo. E quindi questo rischia di facilitare

l’immigrazione selvaggia e scorretta. Quindi l’operazione in atto evita che ci siano persone che muoiono, però francamente mi sembra che sia una cosa non fatta bene. Si pensa e si dice che l’Europa verrà a collaborare vedendo che noi ci impegniamo. Ma vedendo come lo facciamo, i massimi esponenti politici della Commissione europea diranno: ‘gli italiani sono in grado di farlo’. E si chiederanno perché anche la Grecia, la Spagna e la Francia non lo fanno. Quindi ci troviamo di fronte ad un grave errore. Ed è impensabile che una marea di immigrati possa venire da noi per poi aumentare la massa dei disoccupati nel nostro paese”. Crede che la strategia migliore sia quella degli accordi con i paesi che si affacciano sul Mediterraneo? “Questa è la strada più logica. Gli accordi con i paesi di partenza è un principio molto saggio che ci permetterebbe di evitare questi flussi. A suo tempo l’Italia fornì dei mezzi per fare il pattugliamento. E poi la Rivoluzione libica ha sconvolto tutto. Anche la rivoluzione egiziana e tunisina ha portato ad una grave situazione di precarietà in campo economico. E quindi, gli stessi egiziani e tunisini e libici si aggiungono alle altre nazionalità che fuggono dai loro paesi per arrivare in Italia”. In questi giorni il Presidente della Repubblica Napolitano è intervenuto sulla legge che rifinanzia le missioni italiane all’estero. Crede che questa legge sia fondamentale per salvare l’esercito italiano dal crack? “Non c’è dubbio che da 15 anni a questa parte le nostre forze armate vivono questa realtà. Non si possono tagliare i fondi per il personale, per l’ammodernamento. Si taglia sul funzionamento e sull’esercizio e sulle scorte. Però, a tutt’oggi alcune risorse per le missioni servono all’addestramento e la manutenzione delle forze armate in Italia”.

CGIA: CROLLA NUMERO PARTITE IVA

fatti e fattacci

G

li ordini del sesso, della corruzione e di Lady Gaga. L’esercito degli Stati Uniti – per esercito intendiamo tutti i corpi di difesa americani – è forse pervaso da un clima di corruzione? In questi giorni è spuntata un’inchiesta che ha portato alla sospensione di due ammiragli, a dei dirigenti dell’intelligence della US Navy.Tutto nasce da alcune indagini che ha già portato all’arresto di diversi ufficiali e funzionari, accusati di aver fornito informazioni “classificate” ad un contractor privato in cambio denaro, viaggi, servizi di prostitute e persino biglietti di un concerto di Lady Gaga in Thailandia. Secondo quanto reso noto dalla Marina, il vice ammiraglio Ted Branch, direttore della Naval Intelligence, e il contrammiraglio Bruce Loveless, direttore delle operazioni di intelligence della US Navy, sono stati posti in congedo temporaneo e il loro accesso ad informazioni riservate è stato sospeso. La Marina ha precisato che non ci sono indicazioni che abbiano passato informazioni segrete e contro di loro non è stata sollevata alcuna accusa formale, mentre secondo altre fonti, la sospensione è dovuta ad accuse di “condotta inappropriata”.Tuttavia, il loro nome viene accostato a quello di Leonard Francis, proprietario di una società di Singapore, la Glenn Defense Marine Asia (Gdma), arrestato a settembre con l’accusa di essere all’origine del giro

di corruzione. Dopo il suo arresto, nei giorni scorsi è finito dietro le sbarre anche un comandante, Michael Vannak Khem Misiewicz, con l’accusa di aver accettato favori e denaro per spostare navi militari americane “come pezzi di scacchi”, dirigendole verso porti in Asia dove poi pagavano alla Gdma a prezzi gonfiati servizi di manutenzione e rifornimento. Sempre con gli stessi mezzi, Francis avrebbe corrotto anche un agente del “Naval Criminal Investigative Service”, John Bertrand Beliveau, pure lui finito in prigione. L’indagine interna della US Navy è iniziata nel 2010, e Francis, cittadino malese residente a Singapore noto per il suo stile di vita stravagante, apparentemente ne era costantemente aggiornato da Beliveau. La Gdma è un’agenzia con sede a Singapore a cui da 25 anni la Difesa americana appalta i lavori di manutenzione, rimorchio e rifornimenti di navi e sottomarini nei porti asiatici. Nel 2011 ha ottenuto nuovi contratti, per un valore di circa 200 milioni di dollari. La sicurezza della marina americana non deve temere nulla. Si tratta di un semplice caso di corruzione che è costato moltissimo alle finanze della marina americana. Certo, la vicenda è inquietante perché mette in gioco la sicurezza degli spostamenti delle navi. Ed è un messaggio inequivocabile ed un invito alla corruzione della marina americana, un tempo vanto degli Usa.

Crolla il numero delle partite Iva. Dal 2008 al giugno del 2013, secondo la Cgia, hanno cessato l’attività 400mila lavoratori indipendenti. In questi cinque anni e mezzo di crisi economica la contrazione è stata del 6,7%. Sempre nello stesso periodo di tempo, ogni 100 lavoratori autonomi, ben 7,2 hanno cessato l’attività. Al 30 giugno di quest’anno il cosiddetto popolo delle partite Iva ammontava a 5.559.000 lavoratori. “A differenza dei lavoratori dipendenti rileva il segretario Cgia Giuseppe Bortolussi - quando un autonomo chiude l’attività non dispone di nessuna misura di sostegno al reddito. Tranne i collaboratori a progetto che possono contare su un indennizzo una tantum, le partite Iva non usufruiscono dell’indennità di disoccupazione, di nessuna forma di cassa integrazione o di mobilita’ lunga o corta”. “Spesso si ritrovano solo con molti debiti da pagare e un futuro tutto da inventare”.

primo piano

A

contrario dei Plenum del partito comunista cinese che dal 1978 hanno prodotto riforme fondamentali per l’emancipazione dell’economia socialista, i conclave retti da Hu Jintao e Wen Jabao si sono rivelati piuttosto conservatori.Ad esempio, il pacchetto di stimolo da 4mila miliardi, varato lo scorso anno, ha prodotto soltanto un buco economico di 10mila miliardi.Anche per questo, insieme ad un rallentamento della crescita che preoccupa, la nuova leadership di Pechino sembra prossima a puntare dritta sulle liberalizzazioni varando riforme di portata storica degne dell’epoca di Deng Xiaoping quando ci si aperse all’economia di mercato. Proprio ora che la Bce ha raccomandato ai governi europei in difficoltà di approntare le riforme, si scopre che le fanno prima a Pechino.

&

a n a l i s i

Tv, orologi e altri regalucci

U

fficio omaggi, premiata ditta Rai. In più di un’occasione i mezzi di informazione hanno sottolineato che la Rai non è mai stata toccata da riforme o da riduzioni di spesa. La crisi economica ha morso ovunque, ma ha lasciato indenne la Rai. La Presidente della Rai Anna Maria Tarantola non è stata in grado di cambiare nulla rispetto all’andazzo della situazione Rai, azienda nella quale alcuni dirigenti sono abituati da sempre a fare quello che vogliono. Ed è assurdo che un’azienda seria, come dovrebbe essere la Rai, tenga in LA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: 06/6833852. Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

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vita – qualora ce ne fosse mai stato bisogno – un ufficio dedicato agli omaggi. Infatti, l’ultimo scandalo in casa Rai ruota attorno ad orologi, penne, gemelli, bracciali, ciotole, ovetti da orologeria e molto altro. Materiale spesso regalato a non si sa a chi. Un giro di presenti da mezzo milione di euro in quattro anni e mezzo, un vero e proprio “ufficio omaggi”. Ora, però, in viale Mazzini hanno deciso di cambiare. I tanti regali ai vip del Bel Paese sono finiti, grazie soprattutto ad un’interrogazione parlamentare del senatore Salvatore Margiotta del Pd. La nota diramata dalla Rai in risposta parla di “criticità relative alla gestione degli omaggi e dei beni promozionali in ordine alla loro movimentazione e tracciabilità. La Rai ha adottato opportune azioni correttive. E dopo rituale procedimento disciplinare ha preso adeguati provvedimenti verso il responsabile di processo”. Dunque, ecco partire la lettera di licenziamento per un responsabile non meglio identificato, manager operativo che avrebbe disatteso il Codice Etico aziendale (capitolo 7, paragrafo 8, punto c) quando obbliga il dipendente a “documentare con precisione l’impiego dei beni aziendali, ove necessario”. Il tutto nacque diverso tempo fa, quando al direttore generale della Rai Luigi Gubitosi e ad altri dirigenti arrivò una lettera anonima ma dettagliata. Avviata l’indagine, si è stimato un qualcosa come mezzo milione di euro di uscite. Tra i regali ci sono sei orologi Jaeger-LeCoultre, altri 500 orologi di minori pregio, 92 oggetti di argenteria, 40 gemelli per camicia in oro, 20 ciotole d’argento e molto altro. C’è da chiedersi se una persona sola potesse effettivamente orchestrare un giro del genere.

Ricetta inglese per risparmiare

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i conservatori inglesi piace spegnere la luce. Ecco come la Gran Bretagna si adegua alla crisi. In questi ultimi

c o m m e n t i

due anni molti municipi europei hanno avviato una politica di risparmi tesa a mettere in atto politiche per evitare sprechi inutili. I primi ad essere colpiti sono stati i cittadini dei municipi che non hanno più beneficiato della pubblica illuminazione. Molti comuni hanno deciso di abbandonare l’illuminazione pubblica. E lo hanno fatto in silenzio. Altri hanno preferito comunicarlo al mondo intero evitando pietose bugie. Per esempio, nel Comune di Roma si assiste periodicamente a qualche quartiere in pieno coprifuoco, ma l’ente preferisce evitare forme di pubblicità a questi spegnimenti. Ma il record di questi fenomeni avviene in Gran Bretagna. Due terzi dei municipi in Inghilterra hanno abbassato o spento del tutto le luci nelle loro strade. Le amministrazioni locali continuano ad accusare le conseguenze della crisi, nonostante l’economia nazionale sia in ripresa. Ormai si parla chiaramente di un Paese che sta ripiombando nelle tenebre, col conseguente timore di un aumento del crimine e degli incidenti stradali. I mezzi di informazione citano i risultati di una ricerca, pubblicata dall’ex ministro all’Ambiente laburista, Hilary Benn, secondo cui i provvedimenti presi dalle autorità locali riguardano 750 mila illuminazioni pubbliche in tutta l’Inghilterra. Sui 122 municipi che hanno risposto all’indagine, ben 81 hanno spento i lampioni o ridotto le ore di accensione, limitandola solo a quando è buio pesto. Ci sono poi aree che sembrano tornate a quando l’illuminazione elettrica non esisteva. Metà delle luci che rientrano sotto il controllo della contea del Devon sono state spente, mentre si raggiunge il 61% nel Warwickshire e il 66% nel Nord Somerset. L’anno scorso era stato denunciato il fatto che oltre cinquemila chilometri di autostrade e altre strade principali non fossero illuminate. Fra queste l’esempio della M1, una delle maggiori arterie stradali del Paese, nel tratto tra Luton e Milton Keynes, che è lasciata al buio fra la mezzanotte e le cinque di mattina, le ore più pericolose. Il governo di David Cameron, spesso criticato per l’austerità imposta al settore pubblico, ha affermato che è un diritto dei municipi, laddove possibile, tentare di ridurre la pro-

pria ‘bollettà. Ma poi si è scoperto che solo il 7% dei municipi che spegnevano la luce erano guidati da un’amministrazione laburista. Sono immediatamente scoppiate polemiche infinite tra i laburisti e i conservatori, fino a quando non si è scoperto che era stato lo stesso Benn, autore dell’inchiesta sulle luci a chiedere lo spegnimento delle luci. Inutile dire che dopo questa figuraccia, i riflettori si sono definitivamente spenti su questo parlamentare.

Anche l’Africa pensa a crescere

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cco come l’Africa promuove il suo futuro e la sua crescita. Mentre l’Europa e gli Stati Uniti sono alle prese con una depressione che sta distruggendo le prospettive di ogni forma di crescita, l’Africa è alle prese con una crescita inattesa e sorprendente. Basta leggere “l’African Economic Outlook (AEO) Report”, che è uno strumento per il monitoraggio dello sviluppo economico del continente africano. Questo importante documento fornisce previsioni a medio termine sulla crescita economica e alcuni indicatori macroeconomici riguardanti 53 dei 54 paesi africani (solo la Somalia non è ancora coperta dal monitoraggio). L’edizione 2013 contiene anche una parte dedicata ad un tema speciale: “trasformazione strutturale e risorse naturali” nella convinzione che queste ultime siano il motore della trasformazione economica del continente. Come in precedenza, il Rapporto nasce dalla collaborazione tra la Banca africana di sviluppo, il Centro per lo sviluppo dell’OCSE, l’UNECA (Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa) e l’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo). Il Rapporto informa che l’economia africana, nel suo insieme, continua a mostrare un alto grado di resistenza alla crisi economica globale. Nel 2012 la crescita è stata al suo massimo del 6,6% grazie in particolare alla produzione di

petrolio libico; con l’esclusione della Libia, la crescita è stata calcolata intorno al 4,2%. In molte regioni dell’Africa, però, (Nord Africa, Mali, Repubblica Democratica del Congo e Nigeria) la crescita è stata ostacolata da tensioni politiche o da problemi inerenti la sicurezza. Di fondamentale importanza per l’economia africana il flusso di capitali proveniente dall’estero che, nel 2012, ha raggiunto la cifra record di 186,3 miliardi di dollari: di questi, 60,4 miliardi erano costituiti da rimesse e 56,1 da aiuti ODA (Official Development Aid proveniente dai paesi donatori dell’OCSE). Il Rapporto individua due linee di tendenza, che sono andate delineandosi dopo la crisi del 2008: per la prima volta il volume delle rimesse ha superato quello degli aiuti e degli investimenti esteri diretti e, in secondo luogo, la crescente integrazione dell’Africa con le economie emergenti, specie con i paesi in cerca di materie prime. I flussi finanziari provenienti dall’estero si concentrano però su pochi paesi, e in particolare su Nigeria, Sudafrica, Egitto, Marocco e Repubblica democratica del Congo che, nel complesso, assorbono oltre il 50% dei finanziamenti esteri. Circa la metà dei paesi africani, invece, conta ancora sugli aiuti internazionali, che per essi costituiscono la fonte di maggior finanziamento dello sviluppo: si tratta di paesi da poco usciti da un conflitto, o poveri di materie prime, oppure paesi che non hanno sbocco al mare o a grandi vie di comunicazione. Come accennato, i paesi emergenti sono sempre più alla ricerca di materie prime africane. Fra essi primeggiano Cina, India e Brasile, che si sono inseriti nel mercato delle esportazioni africane, dapprima occupato solo da Europa e Stati Uniti. Dal 2000 al 2011, le esportazioni verso il paesi emergenti sono passate dall’8 al 22%; contestualmente, quelle verso l’Europa sono diminuite dal 47 al 33 per cento e quelle verso gli USA dal 17 al 10%. Tutti questi dati dovrebbero fornire un elemento di grande riflessione per tutti i ministri dell’Economia dell’area euro che vedono sotto i loro occhi un boom economico che oggi loro stessi sognano di notte e annunciano tutti i giorni inutilmente.


terza pagina-archivio della settimana

Martedì 12 novembre 2013

Contro il disastro Facebook è ok

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gnuno come può. Donna Rose usa Facebook e la ricreazione: “Ho chiesto ai miei compagni di classe di raccogliere tonno, pasta, riso, vestiti usati”. Da mandare nella regione devastata dal tifone, dove viveva fino a quattro anni fa. “Sono cresciuta con nonni, zii e cugini. Poi ho raggiunto i miei genitori a Mariano Comense”. Diciassettenne, si esprime in italiano corretto, preferisce frequentare i ragazzi che hanno le sue origini - “sono più comoda a parlare il tagalo” - e sugli studenti dell’istituto professionale che frequenta a Milano ha un buon ascendente: nel 2013 è stata lei a vincere la fascia di Miss Filippine in Italia. Le immagini che vede in Tv la riportano ai luoghi che conosce. Samar e Leyte, le due isole più esposte. Bastioni sul Pacifico battuti dai tifoni. C’è anche un’associazione in Italia: persone che vengono proprio da quelle due isole. Parlano lo stesso dialetto. Hanno creato una rete di comunità unita e riconoscibile tra i 152 mila filippini che vivono nel nostro Paese. In queste ore stanno gonfiando un’onda che si perde nella Rete. Perché Facebook, stavolta, non risponde. “Stiamo provando, ogni minuto”. Non possono fare altro. I social network sono un canale privilegiato di contatto tra gli emigrati e i loro parenti; oggi è intasato di messaggi. Ma non arrivano repliche. “E’ saltato tutto. Abbiamo contattato anche le televisioni locali, ma neppure loro riescono ad arrivare per poterci inviare qualche notizia”, racconta Mylene Bernas, ‘milanese’, referente dell’associazione Filipino Women Migrants’ Association of Northern Italy . ‘Mio fratello - continua - è un consigliere comunale. I miei cugini stavano partendo, avevano l’aereo proprio oggi (ieri, ndr ), saranno bloccati in aeroporto. Almeno spero. Non lo so. Abbiamo tre grandi compagnie telefoniche nelle Filippine e nessuna ha copertura. I segnali sono crollati. Il vento ha spazzato e distrutto tutto’. Donne che hanno fatto la storia della comunità immigrata in Italia e ragazze appena arrivate. Il tifone sta avvicinando le loro storie. Quando ieri ha deciso di spendersi per la raccolta di aiuti, la giovane miss Donna Rose ha chiesto consiglio a Noemi Manalo, organizzatrice del concorso e fondatrice del trimestrale Kabayan Times International, free press della comunità, 30 mila copie, tre uscite al mese, sede a Milano. “Il prossimo numero, venerdì, sarà tutto dedicato alla tragedia”. Da oltre vent’anni in Italia, un passato da colf e badante, Manalo, 55 anni, è un punto di riferimento: “In molti stanno già portando beni di prima necessità nella sede della mia associazione italofilippina non profit”. E lei si già accordata con un corriere di Manila per le spedizioni. In una comunità fortemente religiosa, centro di raccordo in queste ore sono le chiese (cattoliche, ma anche evangeliche), che da anni riservano funzioni in tagalog. Ricky Gente, padre scalabriniano filippino a Roma, ha avuto una giornata frenetica e la segreteria telefonica perenne: “Siamo molto occupati - spiega in un messaggio, in serata - cerchiamo di contattare i connazionali qui, di organizzarci per aiutare chi si trova in difficoltà”. Maricel Argenal l’ha scoperto guardando la tv satellitare Abs-Cbn News , ed è rimasta molto colpita: Non è la zona della mia famiglia, noi siamo del Nord, ma sono stata nelle Filippine lo scorso gennaio in vacanza dopo 16 anni di assenza e c’era il primo tifone del 2013... Era un’esperienza che non mi apparteneva più da anni”. Già esponente della Rete G2-Seconde generazioni, Maricel ha 34 anni, fa l’impiegata a Como, e nonostante sia qui fin da bambina, ancora non ha la cittadinanza italiana. Come non ce l’hanno molti altri ragazzi che in Italia vivono e lavorano. E giocano a pallacanestro, passione comune. Solo a Milano ci sono quaranta squadre di basket. In quattro anni, in città, è nata e cresciuta una lega della comunità filippina. Palestra della periferia nord, domenica (oggi) è giorno di campionato: “E questa sarà anche una domenica per ritrovarsi tutti - spiega Carlito Manahan, fondatore e presidente - per fare la nostra riunione, capire come muoversi, come mandare aiuti. E per dire una preghiera”. “Corriere della Sera”, 12 novembre 2013

Singapore non ama le Filippine

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ltre alla questione più importante - il terribile costo umano - la tragedia del tifone Haiyan alle Filippine segna la fine di una serie di buone notizie per una nazione del Sud-Est asiatico

che finora non aveva condiviso troppi successi della regione. Speriamo che la forza e la credibilità che le precedenti buone notizie avevano portato al governo del presidente Benigno Aquino III gli permettano di tenere insieme il Paese e recuperare rapidamente. Corruzione, cattiva gestione, guerre separatiste e guardaroba pieni di scarpe di Imelda Marcos, hanno per decenni reso le Filippine il peggior attore del Sud-Est asiatico. Un Paese che, nonostante i cento milioni di abitanti, è stato talvolta guardato con un misto di disprezzo e pietà dai suoi vicini, specialmente l’influente, disciplinata e ricca città-stato di Singapore. Ma negli ultimi anni tutto questo ha iniziato a cambiare. L’anno scorso il governo finalmente ha firmato la pace con il Fronte di Liberazione Islamico Moro, forza separatista che ha condotto una lotta armata per più di 25 anni nella regione meridionale del Mindanao, conflitto ignorato dal resto del mondo nonostante abbia ucciso più di 120 mila persone. C’è molto lavoro da fare prima che la pace sia finalmente garantita, ma dato che il patto promette di dare al Mindanao un alto livello di autonomia, analoga a quella della Catalogna in Spagna, sembra davvero uno spartiacque. Nel frattempo le Filippine hanno mostrato una forte crescita, grazie a un’espansione annuale del prodotto interno lordo maggiore del 4% in nove degli ultimi 12 anni, e con previsioni della Banca di Sviluppo Asiatico per il 7% nel 2013. La sua valutazione di credito internazionale è stata innalzata di grado quest’anno da tutte le tre maggiori agenzie internazionali, l’ultima, Moody’s, giusto un mese fa. Grazie alle tasse crescenti e ai soldi inviati dai numerosi filippini che lavorano all’estero, il Paese è anche diventato un creditore netto mondiale, con riserve di valuta straniera che superano i debiti. Questo sviluppo economica non è avvenuta prima del tempo. Le Filippine si trovano in una regione dove è facile scontrarsi con i vicini - l’ultima lite è sul territorio sottomarino con la Cina - e hanno dovuto chiedere aiuto diplomatico agli Stati Uniti, di cui un tempo erano colonia, per fronteggiare i cinesi. Regimi corrotti, troppo disfunzionali e screditati per garantire che le necessarie infrastrutture venissero costruite, in precedenza avevano reso difficile la creazione di alleanze. Il presidente Aquino viene dalla più famosa famiglia politica del Paese. Suo padre Benigno fu assassinato nel 1983 perché si opponeva all’allora dittatore Ferdinand Marcos, e sua madre Corazon condusse la rivoluzione “potere al popolo” che nel 1986 rovesciò Marcos e la rese il primo Presidente democraticamente eletto. Fin dalla sua elezione nel 2010, il compito di ripulire il Paese dalla corruzione è stato rinforzato e le infrastrutture hanno iniziato a essere ricostruite. Ora, di fronte ai danni compiuti dal tifone Haiyan, il compito del presidente Aquino di tenere insieme il Paese e ricostruirlo è più grande e più duro che mai. Eppure disastri naturali di questo tipo hanno alcune caratteristiche che rendono il recupero più semplice. Prima di tutto l’aiuto e assistenza materiale che viene da grandi e piccole potenze, e che per lo meno sospende le baruffe diplomatiche. E’ quel che è successo circa tre anni fa, quando il Giappone fu colpito da terremoto e tsunami, e lo stesso è probabile che accada nel caso delle Filippine. Una seconda caratteristica è che l’effetto economico dei disastri naturali è temporaneo e relativamente poco importante. Con una forte posizione di credito e supporto internazionale, le Filippine saranno in buona posizione per ricostruirsi in fretta e potranno installare migliori infrastrutture e edifici più moderni di prima. Il boom della ricostruzione neutralizzerà, e forse supererà, i costi economici di breve termine. L’effetto economico, ripeto, non è importante. Quello su cui bisogna concentrarsi è l’impatto umano e sociale di un disastro naturale come questo. Il vero pericolo per le Filippine è che la tragedia sia una nuova fonte di divisioni, risentimenti e rabbia, causati da qualsiasi ingiustizia o corruzione percepita nel periodo successivo al disastro e nella ricostruzione. Per affrontare questo pericolo, saranno necessarie tutta la determinazione e le capacità politiche ereditate dal Presidente Aquino. Bill Emmott, “La Stampa”, 11 novembre 2013

Natale? Ma è dietro l’angolo!

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amma mia, che confusione di uscite, di dischi che tornano, edizioni deluxe, cofanetti e chi più ne ha più ne metta, specie adesso che s’approssima Natale. E’ proprio un destino curioso, quello della musica: quanto più si

smagnetizza, diventa memoria, perde di materia, tanto più si riconverte in immagini che a loro volta si caricano di materia, diventano pagine, diventano libri. Pesantissimi e costosissimi. Diventano cofanetti, massicci e ingombranti, con dentro di tutto. Capita ormai a tutti, e capita, buoni ultimi, agli Abba, questa fontana di pop leggiadro, d’irresistibili motivetti cui nessuno resisteva (e resiste), che arrivò a un tale livello di successo da uscire dal tempo, rendendosi immortale. Anche per loro, la legge della nostalgia è implacabile e così ritorna sul mercato il primissimo disco, roba di 40 anni fa spaccati. Il titolo era un po’ tanto stupidino, Ring Ring, ma nessuno all’epoca sospettava quello che sarebbe accaduto: un successo stellare, per dire più che planetario. Questa edizione deluxe ripesca gli Abba ai primissimi passi dell’album originale, cui si aggiunge un secondo cd con non meno di 13 bonus, tra cui versioni di brani in diverse lingue europee, dal tedesco allo spagnolo fino allo svedese natio, b-side mai uscite su lp, rarità assortite come i promo per solo parlato del disco. I successi spaccatutto, naturalmente, sono di là da venire. Ma partiva tutto da qui, mentre i Pink Floyd realizzavano The Dark Side of the Moon, i Rolling Stones Goat’s Head Soup e David Bowie era un Aladino sano che diventava un ragazzo pazzo (Aladdin Sane). Chi se li sarebbe mai filata, quella doppia coppia di svedesi un po’ slavati, sublimemente kitsch, che sorridevano beati da una copertina realizzata con un patetico effetto fotografico? Invece il mondo di lì a poco chiese aiuto con loro, un Sos in una sola lingua ma capace di contagiare 100 Paesi. Da quel 1973, l’Abbamania non passò più, a dispetto del precoce sciogliersi del quartetto. Canzoni conficcate nell’immaginario planetario, diventate modi di dire (non c’è partita di calcio con protagonisti gli italiani che non venga titolata: Mamma Mia), perfino una curiosa carriera postuma come icone gay. Eppure, malgrado fossero arrivati a fatturare più della compagnia di bandiera della Svezia, non avevano mai avuto un book fotografico ufficiale. Voilà, detto fatto. Dopo 31 anni dallo scioglimento, era il caso di ripercorrere istanti di un’eternità con questa raffica di scatti, 600, 100 dei quali inediti. Il libro, Abba - The official photo book, in uscita la prossima primavera, precisamente dal 6 aprile 2014, sarà tirato in soli 10 mila esemplari ed è stato approvato personalmente da Agnetha Fältskog, Anni-Frid Lyngstad, Björn Ulvaeus e Benny Andersson, cioè i fantastici quattro degli Anni 70 (e uno spicchio di 80). Davvero un’altra epoca, per look, costumi, pettinature. E musica. La freschezza malandrina di Sos, Mamma Mia, Fernando, I Do, I Do, I Do e tante altre non passa, e ha originato, oltre a una marea di raccolte, tutte uguali, anche un musical e continue voci di un ritorno mai avvenuto: i quattro, le due dame in particolare, già si sopportavano poco nel pieno del successo e non si son potute vedere per anni (poi sarebbero scoppiate le coppie e infine, fatalmente, la band). Una vita scintillante all’esterno, non sempre (anzi: quasi mai) facile dietro le quinte, gli Abba. Quattro svedesi in capo al mondo? Ebbene sì, con quella loro proposta zuccherina, un pop che non lasciava scampo, vagamente snob, patinato, un immaginario sonoro che poteva andar bene per tutte le radio del mondo come per l’Eurofestival o una puntata di Giochi Senza Frontiere. Ma, se pure era tutto oro quel che luccicava, il prezzo da pagare era un’invidia delirante, che insinuava una incredibile doppia vita al servizio del male tramite quella “musichetta del diavolo”, peggio ancora del peggiore dei metallari che, almeno, non si nascondeva. La prova? Evidentissima: quella “B” rovesciata, a volte, nel logo del loro nome.Loro non hanno mai replicato (e cosa avrebbero potuto rispondere?), così come non hanno mai raccolto i continui richiami di un mercato che avrebbe offerto ponti d’oro, milioni di euro anche per un solo disco, anche per una sola serata: più imbottiti di moneta di quanto potessero mai riuscire a contarne, gli Abba non sono mai tornati e questo ha permesso loro di non sparire, avvolti nel mito. Adesso però si riaffacciano, senza niente di nuovo se non il passato. Ma un passato, va da sé, perfettamente adeguato ai tempi: le copie di Abba - The official photo book arriveranno sul mercato autografate dai due autori, Bengt Wanselius e Petter Karlsson, i pre-ordini viaggiano sulla piattaforma on line PledgeMusic, chi ordinerà prima del prossimo 15 dicembre troverà il proprio nome stampato all’interno dell’edizione deluxe del libro.Note dorate, note dolenti: il librone è per tutte le tasche, purché piene: l’edizione base costa 90 sterline, circa 107 euro. Più del doppio tocca scucire per l’edizione limitata Super trouper, 5 mila esemplari a 205 sterline, circa 244 euro, che però racchiude pure un fotodocumentario in dvd (sai che sforzo). È una operazione che richiede il suo tempo e nel tempo si disten-

LA VOCE REPUBBLICANA

derà, le foto di primavera sembrano annunciare il risveglio dopo un’era glaciale.?Forse è davvero ora di nuovi fiori, nel giardino fatato, ma da troppo tempo incolto, degli Abba. Massimo Del Papa, “Lettera 43”, 6 novembre 2013

Apple, la lotta non ha soste

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n iPhone con lo schermo curvo, come quelli di Samsung ed LG, e con un sofisticato sistema multitouch in grado di rilevare differenti livelli di pressione sul vetro. Secondo indiscrezioni che sono state raccolte dalle agenzie, Apple starebbe lavorando per la seconda metà dell’anno prossimo a due modelli di iPhone dotati di schermo di dimensioni maggiorate rispetto agli attuali 4 pollici che avrebbe anche le caratteristiche di avere lo schermo inclinato verso l’interno, sulla falsariga dei modelli presentati poche settimane fa dai colossi coreani come il Galaxy Round di Samsung. Inoltre, Apple lascerebbe la sua strategia di produrre telefoni di dimensioni contenute (le prime generazioni dell’iPhone avevano uno schermo da 3,5 pollici, l’attuale da 4 pollici contro i 5,7 pollici del Galaxy Note 3 di Samsung) e starebbe lavorando allo sviluppo di apparecchi da 4,7 e 5,5 pollici di dimensione. Le indiscrezioni, raccolte da una persona informata dei fatti che ha chiesto a Bloomberg di rimanere anonima, punterebbero a descrivere una linea di telefoni di Apple per il finale del 2014 completamente differenti dalle attuali generazioni. Apple ha appena presentato i suoi iPhone 5s e iPhone 5c, basati sullo stesso fattore di forma con schermo da 4 pollici della precedente generazione e con novità solo per quanto attiene ai materiali del 5c (realizzato con una struttura di policarbonato anziché alluminio) e al processore del 5s (il processore A7 a 64-bit, il primo di questo tipo per uno smartphone, oltre al sensore di impronte Touch ID). Apple sta lavorando attivamente per riportare la produzione di componenti e l’assemblaggio di prodotti finiti negli Stati Uniti: il nuovo Mac Pro che verrà commercializzato entro la fine dell’anno viene assemblato negli USA e non più in Asia, mentre l’azienda sta facendo una serie di investimenti, tra cui 578 milioni di dollari per pagare in anticipo una fornace che produce cristalli di zaffiro nel New Hampshire da utilizzare per i suoi futuri telefoni. La diffusione di telefoni con schermo grande è in questo momento il trend dominante dell’industria degli smartphone e Samsung sta guidando la carica dei cosiddetti “phablets”, mezzi telefoni e mezzi tablet. Secondo una ricerca Canalys e relative al terzo trimestre del 2013, degli oltre 250 milioni di apparecchi venduti, circa 56 milioni, e quindi il 22%, sono di dimensioni extra large. Secondo la ricerca, nel 2014 i telefoni più popolari presso il grande pubblico avranno uno schermo compreso tra i 4,1 e i 5 pollici. Apple, secondo questa ricostruzione delle dinamiche di mercato, avrebbe motivo per spostarsi in una fascia di posizionamento che ha finora consapevolmente evitato: fu lo stesso Steve Jobs a sostenere che gli apparecchi di quelle dimensioni erano troppo grandi. Una delle ragioni per le quali Apple potrebbe cedere alle pressioni del pubblico che chiede telefoni più grandi sarebbe dovuta, secondo alcuni analisti, al declino della crescita di fatturato in questo segmento: Bloomberg mostra, sulla base di dati finanziari di previsione presentati da Apple stessa nei suoi bilanci, che vendite dell’azienda nel trimestre natalizio, storicamente il migliore dell’anno per l’azienda, nel 2013 potrebbero essere quelle con la crescita più lenta dal 2008. Antonio Dini,“Sole 24 Ore”, 11 novembre 2011 Apple che cede ai gusti del pubblico? La storia suona assai strana, visto che la Mela ha sempre diretto i gusti della massa. Attendiamo con interesse. Non è che per caso la mancanza di Jobs si fa sentire?

Un ringraziamento anche alla Sojuz

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ollici alzati, esultante e sorridente. Luca Parmitano è rientrato a Terra, dopo un rientro perfetto, e con il solito atterraggio (poco morbido) nel Kazakhistan della versatile Sojuz. Un’impresa estrema alla quale non ci si abitua come spettatori, figuriamoci come cosmonauti. Parmitano, l’astronauta italiano dell’ESA europea in orbita dallo scorso 29 maggio, è rientrato concludendo così la sua missione “Volare”, frutto della collaborazione tra la Nasa e la nostra ASI. La sua Sojuz TM-09M, la stessa con la quale era partito, ha toccato il suolo nella steppa del Kazakhistan, puntuale alle 3.49 ora italiana, dopo la lunga discesa appesa al suo paracadute principale, alla velocità di sette metri al

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secondo. Quel contatto con il suolo, piuttosto brusco, e attutito da un piccolo “colpo” di propulsori, con quella piccola fiammata finale che spaventa un po’ gli spettatori. Poi la grande nuvola di sabbia, e il recupero da parte di elicotteri e squadre di recupero. E tra i cosmonauti, mentre escono dalla navicella, spunta anche la torcia olimpica portata in orbita dall’ultimo equipaggio, e ora riportata a Terra. Assieme a Luca, c’erano i suoi due compagni di spedizione (la numero 37) sulla Stazione Spaziale Internazionale: il comandante russo Fyodor Yurchikhin e l’ingegnere di bordo americana Karen Nyberg. I tre cosmonauti avevano iniziato i preparativi già da ieri mattina: indossate le tute pressurizzate bianche con striature blu, alle 21 hanno salutato i sei compagni di missione rimasti sulla Stazione Spaziale Internazionale a proseguire anche loro la missione di lunga durata, per circa sei mesi. Poi, dopo i controlli delle fasi di pressurizzazione della Sojuz, chiusura del portellone, e via con le operazioni di sgancio dalla Stazione. Il distacco è avvenuto a mezzanotte e 26 minuti, e la Sojuz si è allontanata lentamente dal complesso orbitante, grande come un campo di calcio e pesante circa 130 tonnellate. Alle 3 in punto, è terminata la fase di “deorbit”: la Sojuz ha concluso le manovre per immettersi nel corretto “corridoio” di rientro, e poi il modulo di discesa, quello occupato dai cosmonauti, si “liberato” dalle altre due sezioni che componevano l’intera Sojuz. Il rientro è durato poche ore, ma in poco tempo è concentrato molto di quanto sia “estremo” un rientro dallo spazio su una navicella spaziale. Con i tre cosmonauti legati in modo assai stretto ai loro sedili, la Sojuz TMA-09 si è tuffata nella coltre atmosferica, e come una meteora si è incendiata con i 1750 gradi centigradi che la avvolgono, protetta dal suo scudo termico. Sono le 3.30 ora italiana. Nella fase iniziale del rientro, la navicella scende a circa 25.000 chilometri orari, e gli astronauti subiscono la compressione delle forze “g”, fino a 4 / 5 volte il peso del proprio corpo. Poi l’arrivo nel cielo che da nero è diventato azzurro, il forte rallentamento, prima con il paracadute primario, poi con quello principale, e la discesa finale verso la steppa tra le regioni di Arkalyk e Saraganda. Già alle 4 i tre cosmonauti iniziano ad uscire uno dopo l’altro dal portellone di uscita della Sojuz: sono, come sempre un po’ provati, perché arrivano da quasi sei mesi in orbita. Il primo a uscire è il russo Yurchikhin, poi tocca a Karen Nyberg (che chiede subito occhiali da sole), e infine esce Luca Parmitano: pollici in alto e sorridente, Luca esulta e pare subito in ottime condizioni. Dei tre, in assoluto quello più in forma. Già gli astronauti dello shuttle faticavano un po’ a scendere dalla scaletta della navetta, dopo due settimane in orbita. A maggior ragione lo è chi arriva da una permanenza di mesi. Ogni cosmonauta viene accolto da due persone, uno dei quali è un medico che ne controlla e ne gestisce subito le condizioni. Ok per tutti e tre, compreso Luca. E quindi, trasporto sull’elicottero, e si torna (questa volta davvero ) a casa. Ora, per Luca, inizia un breve periodo di riabilitazione. Un fatto del tutto normale e facilmente superabile: la conferma ci arriva da due testimonianza autorevoli, quella dell’astronauta dell’ESA, il belga Frank De Winne, primo europeo ad assumere il comando sulla Stazione Spaziale, e dal russo Valerij Tokarev, in orbita per 190 giorni sulla Stazione: “Un equipaggio che resta per mesi sulla ISS” – ci spiega De Winne – “lavora complessivamente ad un centinaio di esperimenti, per un totale di 1.000 ore, che poi vengono suddivisi per ogni astronauta. Mediamente, ognuno di noi lavora a 25, massimo 30 esperimenti”. Come ci si sente dopo sei mesi in orbita, appena rientrati a Terra? – chiediamo: “All’inizio non è facile. Bisogna riadattare il nostro corpo alla gravità, abbiamo qualche problema con la postura” – dice l’astronauta – “ci vogliono una decina di giorni per rimettersi in sesto, e tre settimane per recuperare del tutto. Tanto che, in via precauzionale, per i primi venti giorni non possiamo nemmeno metterci alla guida dell’automobile…Però, superato questo periodo di tempo, un po’ alla volta si torna alla normalità”. “Il riadattamento è un fattore molto individuale” – ci ha detto Valery Tokarev, cosmonauta russo – “per la mia massa corporea si è rivelato facile: il secondo giorno facevo già delle nuotate in oceano. Comunque per l’apparato vestibolare ci vogliono alcuni giorni: personalmente io sin dall’inizio mi muovevo da solo, ho superato tutti i test senza l’utilizzo dei farmaci, o altro. Di solito è di grande aiuto la piscina, la sauna, l’esercizio fisico, più il cibo normale, terrestre, naturalmente... Qual è l’importanza delle lunghe permanenze, anche per il futuro dell’astronautica?, chiediamo a De Winne: “Verificare con maggiore cura come il fisico e la psiche si adattano alle lunghe permanenze, anche guardando al futuro, e magari ad un viaggio a Marte. La stazione è il primo passo per preparare bene donne e uomini alla futura esplorazione, al ritorno alla Luna e alla conquista di Marte. E poi è uno straordinario, e unico, laboratorio in cui lavorare con continuità sugli esperimenti scientifici, su biologia, medicina, fisica, scienza dei materiali e a tante altre discipline che ormai sono entrate in questo orizzonte nuovo e promettente che è la scienza nello spazio”. (...) Antonio Lo Campo,“La Stampa”, 11 novembre 2013


4 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 12 novembre 2013

Repubblicani di Massa: sì alla necessaria fusione dei tre Comuni

inutile pensare ricorrere al referendum. Se spariranno le Province spetterà ai Comuni il compito di rafforzarsi facendo uno sforzo verso l’alto potenziando il proprio ruolo fino a dimostrare di esser capaci a governare territori più ampi. Impossibile tutto ciò avendo di fronte Comuni con un migliaio di residenti”.

I primi tentativi furono del sindacalista Ivo Longhi che fin dagli anni ’70 aveva lanciato l’idea

L’unica vera soluzione per attenuare le spese

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Repubblicani di Massa insistono per avere un Comune solo nell’Alta Maremma fondendo Massa, Monterotondo e Montieri. I primi tentativi furono del sindacalista Ivo Longhi che fin

dagli anni ’70 aveva lanciato l’idea. Finora però tutto vano. Oggi però con la riforma delle autonomie locali in Toscana la fusione dei tre comuni ritorna d’attualità. Sorretta in primo luogo dalla “possibilità di risparmi non indifferenti”, così come ELENCO PAGAMENTO TESSERE PRI 2013 Sez. Pri Albano Laziale, Roma; Sez. Pri “Mazzini” Ariccia, Roma; Sez. Pri sostiene il Pri. Ne abbiamo Lanuvio, Roma; Sez. Pri Padova; Sez. Pri “Cattaneo”, Rovigo; Sez. Pri perciò parlato con il capoCesenatico (FC); Sez. Pri Paola (CS); Sez. Pri “R. Pacciardi” Grosseto; Sez. gruppo Luca Santini. Pri “Chiaravalle” Soverato (CZ); Sez. Pri Jesi e Chiaravalle (AN); Sez. Pri Quali sono le vostre motiCatanzaro; Consociazione Pri Cesena; Federazione Provinciale Pri Ravenna; vazioni? Sez. Pri “Silvagni-Mazzini-Valconca”, Rimini; Sez. Pri “Mazzini”, Rimini; Sez. “Bisogna essere ciechi per Pri, Novi Ligure (AL); Sez. Pri, Lamezia Terme; Sez. Pri Vomero Arenella non vedere la catastrofe (NA); Sez. Pri “Ugo La Malfa”, Codigoro (FE); Sez. Pri “Pisacane”, Foggia; economica in cui sta versanSez. Pri “Sant’Andrea Borgo Mazzini” Rimini; Sez. “Ugo La Malfa”, Napoli; do l’Italia, dovuta in larga Sez. Pri “Celli” Cagli (PU); Sez. Pri “Centro”, Caserta; Sez. Pri “Garbarino”, parte al debito pubblico e Chiavari (GE); Sze. Pri Fano (AP); Sez. Pri “Mazzini”, Comacchio (FE); Sez. Pri “Giovine Europa”, Andora (SV); Sez. Pri Mantova; Sez. Pri Dro (TN); dalla classe politica che si è Gruppo Pri Lucchese, Lecco; Sez. Pri “G. Spadolini”, Viareggio; Sez. Pri “R. succeduta in questi ultimi Sardiello”, Reggio Calabria; Sez. Pri Melicucco (RC); Sez. Pri Locri (RC); Sez. trent’anni pensando che ha Pri Samo (RC); Sez. Pri Africo (RC); Sez. Pri Bovalino (RC); Sez. Pri Gioia pensato solo al proprio torTauro (RC); Sez. Pri Pavona, Roma; Sez. Pri Cecchina, Roma; Sez. Pri naconto”. Palombara Sabina, Roma; Sez. Pri Tuscolana, Roma; Sez. Pri "Pisacane", Recentemente nell’Alta Foggia; Sez. Pri "G. Mazzini", Ferrara; Sez. Pri "L. Santini",Viterbo; Sez. Pri Maremma è sorta Trieste; Sez. Pri “Camangi” Roma; Sez. Pri “Bonfiglioli” Bologna; Sez. Pri l’Unione dei Comuni. queGrottaglie (BA); Sez. Pri Spilimbergo (PN); Sez. Pri “Aurelio Saffi” Ravenna; sta potrebbe essere suffiSez. Pri Varese; Sez. Pri Bottiroli” Voghera (PV); Sez. Pri “Mameli” Cologno ciente? Monzese (MI); Sez. Pri Cremona; Sez. Pri “Flaminio Prati (Roma); Sez. Pri “L’Unione dei Comuni altro “F.lli Bandiera” San Pietro in Campiano (RA). Sono pervenute all'Ufficio Amministrazione del PRI versamenti di pagamenti tessere di non è che la fotocopia della vecchia Comunità Montana singoli iscritti. E' chiaro che ai fini congressuali l'iscrizione singola non consente la partecipazione ai e serve esclusivamente per lavori dell'Assise repubblicana. razionalizzare alcuni serviChi non è nelle condizioni di avere una sezione dovrà iscriversi a quella territoriale più zi. Niente però a che vedere vicina. con la fusione che senza Per ogni ulteriore informazione o chiarimento si prega di rivolgersi all'Ufficio dubbio rappresenterebbe la Organizzazione (Maurizio Sacco) ai seguenti numeri: 338/6234576 - 334/2832294 soluzione ideale”. oppure orgpri@yahoo.it Perché? “Unire Massa con Montieri MODALITÀ PAGAMENTO TESSERE PRI 2013 e Monterotondo sarebbe Conto Corrente Postale n. 33579004 l’unica vera soluzione per intestato a Partito Repubblicano Italiano attenuare le spese. Perché tenere tre sindaci, con tre Bonifico IBAN IT03N0760103200000033579004 consigli comunali e tre intestato a Partito Repubblicano Italiano apparati burocratici?”.

da “La Nazione” del 17 Ottobre 2013 Dal Pd un sì, seppure con diverse motivazioni

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Non crede che sia difficile convincere i tre enti a coagularsi? “Può darsi, però almeno proviamoci. A Massa è sempre convissuto un alto senso civico che si esprime in una miriade di associazioni di volontariato. Questo senso civico ci dovrebbe far riflettere e farci fare quel salto di qualità indispensabile in questo momento di crisi”. Si tratta di un’idea che potrebbe essere seguita anche altrove? “Sicuramente sì, intanto diamo noi, un piccolo paese di poco più di 8mila abitanti, l’esempio: non perdiamoci in rivoli e non facciamo finta di cambiare marcia. L’unico modo per cambiare è la fusione, solo così si avrà da subito un vero risparmio”. Ma Montieri e Monterotondo hanno già fatto sapere che preferirebbero unirsi con i Comuni dell’area geotermica. “L’ennesima prova questa che l’Unione dei Comuni Colline Metallifere è sbagliata, come del resto abbiamo sempre sostenuto”. Potete fare qualcosa di concreto? “Se va avanti la riforma delle autonomie locali il campanilismo non avrà più senso. Purtroppo queste riforme al momento sono attuabili solo dall’alto”. E quindi? “A questo punto bisogna saper guardare in avanti,

Recensione di Antonio Angeli del libro di Giancarlo Tartaglia "Francesco Perri, dall'antifascismo alla Repubblica" di prossima uscita. La recensione è apparsa su “Il Tempo" del 13 ottobre 2013

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ome è possibile nascere repubblicani in una monarchia, quale era l’Italia alla fine dell’Ottocento? Significa anteporre il ragionamento e l’amor di patria a qualunque convenienza. Accadde a Francesco Perri, acutissimo osservatore e al tempo stesso protagonista della vita democratica del nostro paese. Perri nacque nel 1885 in un paesino in provincia di Reggio Calabria, dal quale si distaccò subito per vivere tra il nord d’Italia e il cuore dell’Europa, mantenendo sempre, però, l’occhio e la mente rivolti a quella che per decenni si è chiamata “Questione Meridionale”. Perri fu, nella sua vita di intellettuale, lunga e difficile, “schiavo” del pensiero. Il ragionamento lo fece essere repubblicano nell’Italia dei Savoia, antifascista quando marciavano le camicie nere e poi meridionalista, legato alle realtà locali al tempo dell’Impero... La storia di questo intellettuale, giornalista e politico, uno di quelli che hanno costruito dal basso, con lacrime e sangue (veri), l’Italia felix del boom economico, è scritta in un completissimo saggio biografico: “Francesco Perri. Dall’antifascismo alla Repubblica”, di Giancarlo Tartaglia, Gangemi Editore, 320 pagine, 25 euro. Tartaglia, storico, giornalista e docente universitario descrive, con una minuziosa opera documentale, da Giolitti alla Ricostruzione, l’evoluzione e la vita di quest’uomo che aveva come obiettivo l’affermazione di un principio modernissimo: la selezione dell’élite di governo deve essere realizzata per via meritocratica e non per mero diritto di successione. Individuò nella monarchia, con i suoi rituali e le sue clientele, un ostacolo insuperabile per la realizzazione di un paese moderno. Nel Ventennio visse un antifascismo appartato, di poco clamore, ma di costanti sofferenze. Si dedicò alla politica nel difficile periodo dell’occupazione nazista finché, dopo la liberazione, nel ’45, il partito lo volle alla guida del “Tribuno del Popolo”, foglio repubblicano genovese, e poi della stessa “Voce Repubblicana”. Fu protagonista delle battaglie per la Costituente e per la Repubblica fino ai giorni della vittoria referendaria. Roberto Balzani, nella sua introduzione, definisce il libro “un bel contributo alla storiografia sul repubblicanesimo, che sarebbe piaciuto a Giovanni Spadolini”. E a tutti quelli che costruiscono e vivono la democrazia “dal basso”. Antonio Angeli,“Il Tempo”, 13 ottobre 2013

rriva dal Pd di Monterotondo una replica a Luca Santini sulla fusione dei tre comuni (Massa, Monterotondo e Montieri. Il Pd è favorevole seppur con motivazioni e dimensioni diverse. “La ragione principale — dicono — è avere una visione uniforme del territorio che consenta di attuare politiche infrastrutturali di sviluppo sulla sanità, sulla scuola, sul lavoro e altro”. Ma a Monterotondo vanno oltre: “Meglio sarebbe prevederela fusione dei sei Comuni della zona Nord (Grosseto, Massa, Montieri, Monterotondo, Scarlino, Gavorrano, Follonica) e a questo punto tutti insieme ragionare sulla proposta di Piombino, di voler aderire, con tutta la zona Sud della Provincia di Livorno, alla zona grossetana, per poter costituire un unico Comune con una popolazione di oltre 100mila abitanti, che avrebbe un peso politico-amministrativo di dimensioni più rilevanti a livello regionale con benefici di sicuro spessore”. da “La Nazione” del 5 novembre 2013


La Voce Repubblicana del 12 novembre 2013