Issuu on Google+

QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 134 - GIOVEDI 11 LUGLIO 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

LA SEZIONE FERIALE

Sbarazzarsi di Berlusconi ad ogni costo i sarebbe piaciuto, fra le tante inchieste aperte, vederne una concernere i rapporti che corrono fra alcuni giornalisti e la procura di Milano. Ma non saremo soddisfatti: eppure rapporti del genere esistono da almeno vent’anni, vent’anni in cui il sistema politico democratico si è modificato profondamente ed in maniera completamente imprevedibile rispetto al corso della storia. Nessuno oramai ricorda più un’intervista a “l’Espresso” del vicesegretario del Psi Di Donato all’indomani della repressione sanguinosa di piazza Tienanmen. Di Donato si rivolgeva al Pci come se il Psi fosse l’unica ancora di salvezza. Bastava aderire al suo partito e si sarebbe stati perdonati, evitando le forche caudine dell’elettorato. Tempo due anni e Di Donato sarebbe stato inquisito come tutto il gruppo dirigente socialista e i misfatti reali del comunismo posti in ombra, occultati da quelli veri e presunti dell’universo craxiano. C’era solo una caratteristica rilevante allora e cioè che la magistratura si era mossa e la stampa dietro, sulla base di un calo di consensi elettorali del partito socialista. Nonostante la fine del comunismo, il socialismo mostrava scarsa salute e le procure ebbero gioco facile nello smantellare il partito che era stato di Nenni e Lombardi. E’ possibile che, anche senza un massiccio intervento giudiziario, il Psi si sarebbe comunque consegnato al declino politico, più o meno in breve tempo. Completamente diverso lo scenario che concerne le inchieste su Berlusconi. Queste sono state avviate nel pieno del suo fulgore politico, utili a corroderne il consenso. Non si capirebbe altrimenti come mai la procura di Milano, che affronta quotidianamente una realtà in cui la prostituzione assume fenomeni di violenza sociale angoscianti e diffusi, si sia concentrata con tanto clamore sulle colorate nottate di Arcore. Guardando l’incredibile sequela di processi contro Berlusconi con le accuse più disparate, dovremmo pensare che Berlusconi per le

C

nostre procure sia il nemico pubblico numero uno. I cittadini italiani Berlusconi lo hanno votato e lo votano, eccome, e questo nonostante le accuse sollevate dalle procure. Berlusconi può non piacerci, ma il rispetto per la vita democratica e lo spirito costituente della Repubblica avrebbero voluto che, quando un uomo politico assolve un mandato, le procure possano perseguirlo solo in flagranza di reato. Il timore dei padri costituenti era quello che le procure potessero ingerirsi nella vicenda politica del Paese, magari compiacendo interessi finanziari e di parte, estranei al controllo popolare. Timori fortunatamente scomparsi. Le procure sono libere di indagare persino gli uomini politici nella loro vita privata e discettare delle loro attività sessuali. Se qualcuno poi pensasse che questo è l’esordio di un sistema totalitario, si sbaglia. Si tratta solo del materno e protettivo controllo della nostra magistratura sullo Stato italiano. Berlusconi è un tale discolo per cui bisogna rinunciare anche alle ferie per toglierselo di torno. La Cassazione sarà riunita in sezione feriale, la giunta del Senato per le autorizzazioni sarà richiamata dagli ombrelloni. Non sia mai che Berlusconi possa rischiare di giovarsi della prescrizione come un qualsiasi altro cittadino alle prese con i ritardi della macchina della Giustizia. “l’Unità” è sardonica e titola: “il processo breve non piace più”. A noi piace, eccome, ma vogliamo che valga per tutti i cittadini italiani ed il Csm dovrebbe intervenire perché non si può fare una corsia preferenziale “ad personam”. Non osiamo nemmeno dire che la carriera politica di Berlusconi si sarebbe conclusa comunque come pareva lo fosse quella di Craxi. Le larghe intese hanno infatti rilanciato il Cavaliere politicamente. Per il suo famoso declino c’è ancora tempo. Ora è stato posto rimedio a questo inconveniente del Cavaliere che non voleva scendere da cavallo. Quali conseguenze per la stabilità politica del Paese, alle procure e ai loro fans, non interessa.

Scacco matto giudiziario Il Pdl difenderà il Cavaliere, il Pd potrebbe mollare Letta

Larghe intese ad alto rischio i prepara un’estate rovente, con la presumibile condanna di Berlusconi, il voto del Senato che lo dichiarerebbe decaduto, una sentenza che lo renderebbe ineleggibile. Tanto che nel Pdl pronto a tutto si pensa persino alla carta elettorale da giocare prima di ricevere lo scacco matto giudiziario, sempre che fatto cadere il governo Letta non ne nasca uno con Grillo. In quel caso sbagliati i calcoli, non solo non ci sarebbe il ritorno alle urne, ma una nuova maggioranza, innescatosi sul profilo dell’azione giudiziaria e a suo sostegno. Un suicidio vero e proprio per il Pdl, tanto che il premier Letta continua a ripetere di sentirsi tranquillo e che il governo non è a rischio. Letta ha persino assicurato la cancellazione dell’Imu sulla prima casa, rendendo pubblica la promessa fatta a Berlusconi. Più preoccupato appare il Quirinale che inizia a considerare le “larghe intese” ad alto rischio, dato anche l’avvenuto declassamento dell’Italia da parte di Standard & Poor’s. Poi c’è il Pd che è in sofferenza da tempo e questo indipendentemente dalla vicenda giudiziaria di Berlusconi. Anche se Berlusconi venisse prosciolto è ovvio che parte di quel partito le larghe intese non le ha mai digerite e aspetta solo di mandarle a picco, costi quel che costi e nonostante la guida del governo affidata a Letta.

S

EGITTO, ARRESTO PER LEADER FRATELLI SU ORDINE DELLA PROCURA Fonti della procura generale del Cairo hanno riferito che la giustizia egiziana ha ordinato l'arresto del leader della Fratellanza musulmana egiziana e

di altri otto dirigenti del movimento islamico. Intanto il presidente egiziano ad interim Adly Mansour ha incaricato Hazem Beblawi di formare il nuovo governo. Hazem el Beblawi, ha annunciato che avvierà i lavori per la formazione

del nuovo governo. I primi ad essere consultati saranno i leader liberali Mohamed el Baradei and Ziad Bahaa-Eldin.

I NOMINATIVI DI CHI AVEVA CONTRIBUITO PER "SALVARE" LA SEDE, OPERAZIONE NON ANDATA A BUON FINE, E CHE COMUNQUE LASCIANO IL CONTRIBUTO AL PRI VISTI I PROBLEMI FINANZIARI CHE AFFLIGGONO IL PARTITO

I NOMINATIVI DI CHI RICHIEDE IL CONTRIBUTO

Elenchi a pag. 4

PER CONTATTARE IL PRI E “LA VOCE REPUBBLICANA” 06/9310812

Cosa vuole Grillo unedì scorso Grillo ha dedicato il suo blog al Pd. “Non è vero ha scritto - che Bersani volesse un governo Pd-Cinque stelle”. E allega un video dello stesso Bersani, alla festa de “l’Unità” di Cremona, che ovviamente prova tutto e nulla. Per la verità più che la necessità di fornire prove su cosa davvero volesse Bersani, varrebbe il ragionamento politico, e Grillo avrebbe detto il vero, nel senso che Bersani voleva principalmente il governo Bersani e l’appoggio dei 5 stelle. Piuttosto, sarebbe interessante sapere da Grillo che cosa vuole lui ora e non cosa avrebbe voluto Bersani tre mesi fa. Ad esempio Grillo è

L

convinto che sia utile al suo movimento un governo Pd Pdl, o pensa che forse gli sarebbe più convenuto offrire quel sostegno a Bersani o magari negoziarlo... Perché in politica capita spesso che uno abbia un’idea di partenza e pure che debba modificarla in corso d’opera. Grillo, ad esempio, avrebbe preteso che tutti i partiti gli si arrendessero, ma in pochi mesi si è accorto, dopo le amministrative, non solo che i partiti resistono, ma che pure il l’elettorato 5 stelle è pronto a lasciarlo, così come alcuni suoi deputati. Allora considerato che il rapporto PdPdl è messo a dura prova e che a breve

potrebbe persino interrompersi, serve sapere cosa è disposto a fare lui, se puntare a spingere la situazione al precipizio o collaborare ad una nuova stabilità politica. L’impressione è che lo stesso Grillo non lo sappia con esattezza. Grillo è bravo a vedere difetti e lacune, soprusi e storture, ma per raddrizzarli non sa da dove iniziare e con chi, e se non rimedia in fretta a questo difetto il suo movimento avrà vita breve. Poi non è detto che sia cosa così traumatica per la vita degli italiani e nemmeno per la stessa di Grillo che, amando le vacanze e la Sardegna, avrà più tempo per dedicarsi alle sue passioni.

Pri: verso un Congresso decisivo Quali strade per una prospettiva futura

Le nostre carte per tornare oggi a contare di Paolo Arsena a politica è acqua tumultuosa ricondotta negli argini, non stagno dove galleggiano i tronchi marci dei nostri ideali”. Questa efficace definizione di Massimo Gramellini ci suona al tempo stesso come monito per un partito immobile, con lo sguardo troppo spesso rivolto al passato, e come esortazione per il futuro, affinché le tante energie di cui ancora dispone lo incanalino verso la rinascita. D’altronde viviamo ancora da nobili decaduti, avvezzi ai costumi di un tempo, ai riti, agli agi e alle ricchezze svanite. Il partito, i suoi organi, le sue regole, sono lo specchio di questa condizione. Ma nel frattempo la società ci ha emarginato, ci ha dimenticato. Ecco che il prossimo congresso potrà scuoterci da questa inquietudine. Ma ridestarsi significa tornare tra la gente comune. Respirarne gli umori, capire cosa chiede ai partiti, cosa si attende dalla politica. Arriveremo al congresso con uno statuto modificato. Difficile definirlo “nuovo”, perché i ritocchi apportati, pur necessari, non introducono elementi di vero cambiamento. Spetterà dunque alla prossima classe dirigente immaginare un partito più snello, più aperto, più vicino ai suoi iscritti. Un partito del Duemila. Un partito in cui anche il tema della trasparenza diventi centrale e trovi il giusto modo di coniugarsi. Occorre trovare una via per ridare al PRI una prospettiva futura. E paradossalmente il contesto in cui viviamo, pur scomodo e ostile, ci suggerisce qualche lampo di ottimismo e non pochi spunti per ripartire. Il perdurare, nella politica italiana, di una fase di transizione estremamente lunga e incerta, segnata da una generale condizione di debolezza e di volatilità delle forze politiche, è infatti alla base di un fenomeno di mobilità dell’elettorato, volubile nelle scelte e crescente nella decisione non andare a votare. Si tratta di un fattore di straordinaria potenzialità per chi è sparito dalla scena e può riproporsi come insolita novità. Del resto sono venuti meno i punti di riferimento tradizionali degli ultimi venti anni. Le forze minori della destra e della sinistra, in buona parte estromesse dal parlamento, si cimentano in tentativi di riaggregazione

“L

timidi e per lo più effimeri. Il PD è connaturato a una contraddizione politica che oggi si mescola al profondo ricambio generazionale in atto e si materializza nella faida per la leadership. E’ un partito sempre sull’orlo della guerra civile, che deve ancora decidere se rimanere un contenitore senz’anima, frutto della media al ribasso tra le varie fazioni che lo compongono, o se virare verso una direzione precisa (liberal, laburista o socialdemocratica), sul cui tragitto però cova sempre lo spauracchio di una scissione. Il PdL si regge politicamente non più sui numeri (che marcano un progressivo e pesante declino elettorale dal 2008 ad oggi), ma sull’inabilità politica dei suoi avversari. Non dimentichiamo che dopo le elezioni di febbraio Berlusconi era potenzialmente morto, e solo il fallimento di Bersani e la totale insipienza politica dei grillini sono state in grado di rianimarlo, conferendogli un ruolo ancora centrale. Il Cavaliere ha gioco facile a fare di necessità virtù: deve mascherare le proprie enormi responsabilità di governo degli ultimi dieci anni (che pesano come un macigno sulla crisi in atto), e deve mantenere uno status politico sufficientemente incisivo per sperare di non crollare sotto il peso delle condanne. Da qui la sua aura inedita di padre nobile, di statista responsabile che promuove e sostiene un governo di larghe intese, da far intendere “nell’esclusivo interesse del Paese”. Ma il dopo-Berlusconi resta un problema e il centrodestra è destinato alla deflagrazione, perché non ha un partito, non ha un altro leader, non ha un elettorato che sappia prescindere dal Cavaliere. Sul Movimento 5 Stelle c’è poco da dire. Non è una sorpresa assistere al dilettantismo, all’ipocrisia e all’infantilismo di un gruppo di sprovveduti annunciati. Grillo, dal canto suo, indomabile autocrate populista, sta disperdendo il consenso acquisito, nel segno della cattiveria e dell’inconcludenza. Lo sfogatoio “a cinque stelle”, come previsto, durerà al massimo la parentesi di una legislatura. Infine, il centro è alla continua ricerca del proprio spazio vitale. Mario Monti si è rivelato in principio un coraggioso riformatore, ma alla distanza un pessimo politico, e la sua creatura rischia di non sopravvivere. Ma quel terreno distinto dai grandi partiti di destra e di sinistra continua ad essere fertile, in un clima di disarSegue a pag. 4

Sorvegliato speciale

Gli occhi puntati sull’Italia e persino gli Istituti internazionali possono sbagliare le loro stime, ci vuole un discreto coraggio per affidarsi interamente alle agenzie di rating. Per lo meno i clienti di Lehman Brothers che confidavano nella tripla A concessa a quella banca da Standard & Poor’s, ed altre come lei, ne sanno qualcosa. Per questo è più che lecito pensare anche che i dati su cui S&P’s elabora il suo giudizio sull’Italia siano superati. E però va detto che seguono quelli dell’ultimo outlook del Fondo monetario internazionale che ritraeva una situazione pessimistica sull’uscita dalla recessione dell’Eurozona, rivedendo quasi tutte le stime previste al ribasso. Secondo Fmi, prima del 2014 l’Italia non si riprenderebbe. Indi per cui le valutazioni dello Fmi e di S&P’s si sono incrociate fra loro e sostanzialmente coincidono. Siamo sicuri che se ne possa discutere, gli analisti hanno le loro sensibilità ed anche i loro interessi, bisogna saper prendere i dati forniti con una discreta prudenza. Fra l’altro si è aperta tutta una letteratura, dopo la crisi della Grecia, sul danno che possono arrecare proprio determinate valutazioni da parte delle agenzie di rating, e solo due giorni fa scrivevamo degli errori politici commessi dagli Istituti che in Grecia si sono impegnati per risanare senza riuscirvi. Per questo, mentre noi non venivamo particolarmente colpiti dal venire a sapere che l’Italia invece di una tripla B era divenuta solo una tripla B senza nessun segno +, ci siamo preoccupati dalla reazione immediata del ministro Saccomanni. Avevamo criticato il ministro Scajola quando dallo Sviluppo polemizzava con i centri studi sulla crisi italiana, lo stesso verrebbe da fare con Saccomanni. Può benissimo essere che S&P’s dia valutazioni sbagliate, purtroppo per il Ministro, e per noi, le dà sulla base delle analisi che ritiene più opportune. Ha colto la situazione meglio del ministro del Tesoro il premier Enrico Letta che, senza mettersi a fare le pulci al rapporto dell’agenzia americana, si è limitato a dire che restiamo dei sorvegliati speciali. La pura verità. Inutile farsi illusioni. Il governo si è mosso bene in questi mesi ma ha combinato poco o niente, e per quanto possa combinare, ha pur sempre una montagna davanti di errori gravi precedenti e una sorta di sfiducia generalizzata nei confronti dell’Italia. Abbiamo sempre scritto al premier che 18 mesi non sarebbero stati sufficienti per il suo governo, che doveva puntare sull’impiego di tutta la legislatura e mettere al centro l’economia, il vero tallone d’Achille del Paese, anche se capiamo bene i nodi istituzionali e politici che si aggravano. Purtroppo per Letta la questione giudiziaria che concerne Berlusconi non avrà effetti diretti sul governo, ma ne ha intanto sul Pdl che sostiene il governo e ora vuole invece sostenere il suo leader, distraendosi quasi inevitabilmente dai compiti che si è impegnato ad assolvere in questa legislatura e con le migliori attenzioni. Lo ha già detto Renzi, che ora tutta la crisi pesa sul Pd. Il che significa che c’è solo il Pd come credibile forza di governo e che quindi l’attuale esecutivo è giocoforza superato. In questo caso, il Paese, precipitando in una crisi di governo a seguito giudiziario, indicherebbe che le stime di S&P’s sull’Italia possono essere azzeccate.

S


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Giovedì 11 luglio 2013

Avviso ai naviganti di Erberto

Gli italiani e internet: se ne parla anche in terza pagina. Qui trattiamo della relazione che è stata svolta da A. M. Cardani

Utente “medio” privo di stimoli uanto è significativo Internet nella società e nella vita del cittadino?”. Questa la domanda con cui il presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni (Agcom) Angelo Marcello Cardani è entrato nel vivo dell’annuale relazione al Parlamento sui programmi svolti dall’ente. Una relazione incentrata sulla Rete e sulla digitalizzazione, che ha messo insieme le varie voci dell’attività di comunicazione degli italiani per quantificarne i consumi giornalieri e ne ha tratto un quadro che ben riflette il sostanziale disequilibrio tra le varie realtà del Paese. “La rappresentazione sintetica più brutale della domanda di Internet in Italia - esordisce Cardani - è quella che ci vede al quarto posto in Europa nella non invidiabile classifica del numero di individui che non ha mai avuto accesso a Internet (37,2% contro una media Eu27 di 22,4%)”. In sostanza, più di un italiano su tre non sarebbe nemmeno in grado di accedere alla home page di Google. Allo stesso tempo però - e qui sta un primo contrasto - siamo anche il Paese in Europa in cui gli utenti hanno la più alta frequenza di accesso alla Rete (oltre il 91% degli internauti accede regolarmente ogni giorno, mentre la media Eu27 è del 79%). Che manchi una politica di sensibilizzazione sul territorio? Ad ogni modo, “trentotto milioni di italiani dichiarano di accedere ad Internet

“Q

da qualunque luogo e device” - sottolinea ancora il presidente dell’Agcom -; anche se, curiosamente, l’accesso alla rete non favorisce, per ora, la gamma di utilizzo delle attività online. Le attività degli italiani rimangono quindi tanto frequenti quanto fossilizzate su alcuni ristretti campi d’esplorazione: ogni giorno ventitré minuti vengono passati sui social network, dieci al telefono, quasi due ore davanti alla tv, ventuno email, trenta tra sms e messaggi di chat, e vengono letti 276 Byte di e-book. In totale, oltre quattro ore e mezza di operazioni e interazioni in Rete. La dieta digitale degli italiani copre i tempi di un lavoro part-time, ma lo scarso dinamismo dell’“utente medio” non riesce a dare prospettive di crescita troppo ottimistiche. Non guardiamo solo Sembra che la partita si sia finora giocata alle nuove leve o agli con troppa inerzia e l’iniziativa del goveresperti del ramo. Il no Letta che ha presentato l’Agenda compito più difficile Digitale e il suo commissario, dà speranè dare qualche stimolo ze ma non lascia crescere illusioni. Lo agli utenti medi che stesso Cardani denuncia come “le nuove usano il web reti stentino a svilupparsi in Italia” con l’intento di ridare attenzione ad uno dei problemi messi in cima alla lista dell’Agenda Digitale e ovviare all’ormai dichiarata “doppia velocità nello sviluppo digitale”. Ultimo tema sensibile, quello del diritto d’autore online, sul quale l’Agcom si è proposta, dopo aver già esortato le Camere in un intervento dello scorso mese in un’audizione fatta a palazzo Montecitorio, di sviluppare le linee guida per una regolamentazione del diritto d’autore su piattaforme digitali. Il messaggio è abbastanza chiaro: qualcuno dovrà pur farlo.

Intervista di Lanfranco Palazzolo Per una giustizia che sia anche “giusta”: è questa la visione espressa dai referendum dei radicali. Ne parla Paolo Martini

Quella prudenza istituzionale ilvio Berlusconi conosce perfettamente i referendum radicali sulla giustizia e se li firmasse questa scelta gli farebbe onore e confermerebbe il suo impegno per una giustizia giusta. Lo ha detto alla “Voce” il direttore di Radio Radicale Paolo Martini. Direttore Martini, il capogruppo del Pdl alla Camera Renato Brunetta ha chiesto lo stop dei “Il Pdl mi pare che sia lavori della Camera dei deputati preoccupato per per tre giorni. E’ sorpreso per quel'esito e l'iter dei sta posizione espressa dal partito di processi. Ecco perché Silvio Berlusconi all’indomani delè intervenuto nei l’annuncio della sentenza in modi espliciti che Cassazione per il processo ben conosciamo ” Mediaset? “Il Pdl è evidentemente preoccupato per questa accelerazione del processo sui diritti Mediaset sul quale Silvio Berlusconi si è sempre definito innocente. La reazione di stupore è legittima perché in questi mesi sono arrivati a conclusione tanti processi e il Pdl manifesta una grande preoccupazione per la sorte del suo leader. Ma questo partito politico – almeno finora – non ha volu-

S

economia

= = = = = = = = = = = = = = = = = =

to far pesare questa situazione sugli equilibri di governo. Infatti, sia quando c’è stata la sentenza di primo grado sul processo Ruby e anche nel caso della sentenza di secondo grado sui diritti Mediaset il comportamento di Silvio Berlusconi è stato improntato alla massima prudenza istituzionale come testimonia l’incontro avuto con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E’ anche giusto che – in una fase delicata come questa – il Pdl chieda una verifica con gli alleati. Questo è del tutto legittimo”. Pensa che questa situazione indurrà Silvio Berlusconi a sostenere i quesiti referendari radicali sulla giustizia giusta che toccano le prerogative dei magistrati, la loro intoccabilità e il cosiddetti magistrati fuori ruolo? “Devo dire che l’iniziativa di Marco Pannella è stata molto intelligente in quanto è giunta in un momento cruciale della vita politica italiana. Il leader radicale ha dimostrato una grande lungimiranza e confermato si saper scegliere il momento giusto per affrontare la questione che è oggetto da anni dell’iniziativa radicale. Silvio Berlusconi è informato dell’iniziativa radicale e sta riflettendo su questo. Sarebbe un atto molto positivo se il leader del centrodestra decidesse di sostenere questi referendum e confermerebbe il suo impegno per una giustizia giusta”. Il Governo Letta arriverà a vedere la luce del prossimo anno? “La situazione economica del Paese è particolarmente difficile. In questi giorni abbiamo visto le critiche di molti esponenti del Pdl all’indirizzo del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni. Tuttavia, per la connotazione di questo governo, mettere un politico in un ruolo così importante potrebbe rappresentare un boomerang perché sia l’una che l’altra grande parte del governo potrebbero accusarlo di partigianeria. E alimentare altre polemiche non serve”.

fatti e fattacci l Resto del Carlino”. L’ultimo congresso straordinario dell’Italia dei valori è andato malino. Gli elettori del partito che fu di Antonio Di Pietro hanno scelto un segretario, l’avvocato Ignazio Messina, che certo non ha scaldato il cuore della vecchia guardia del partito. Infatti, l’emorragia dell’Idv non si è fermata e sta toccando i fedelissimi di Di Pietro. Nessuno avrebbe mai immaginato che avrebbe lasciato anche l’ex senatrice Giuliana Carlino. “Ho lasciato l’Idv e mi sono dimessa da Commissaria Regionale in Lombardia. Sono troppo delusa ed amareggiata e non credo nel ‘nuovo’ progetto politico. Non posso condividere l’esito di un congresso farsa e un partito di tanti generali e pochi soldati. Aderisco al “Movimento 139” di Orlando, Belisario e Costantini perché rappresenta un’occasione per rilanciare la buona politica, aggregare le forze sane del Paese e difendere i valori della nostra Costituzione”. La Carlino, che ha comunicato formalmente le sue dimissioni dal partito ha messo in atto questo passaggio della sua carriera politica in questi termini: “Sono forse l’unica attivista di base - scrive nella lettera inviata a Di Pietro e in un messaggio agli attivisti - che ha visto premiare il suo impegno e la sua dedizione con l’elezione al Senato. Oggi però sono in evidente disagio: non mi riconosco in un partito di molti iscritti ma che

“I

LETTA: SERVE CREDITO

non vanta più militanti sul territorio, fatico veramente a trovare persone disponibili a lavorare e mi ritrovo sempre più sola nel portare avanti le istanze dei cittadini. Mi spiace dell’ingloriosa fine dell’Idv e non credo nell’alternativa prospettata dal cosiddetto congresso. Continuerò ad occuparmi di politica anche attraverso la mia Associazione “VALORI per MILANO” e, in collaborazione con altre associazioni territoriali, mi impegnerò - ha concluso - in progetti di educazione alla legalità, in difesa della Costituzione e delle pari opportunità”. Sarà molto difficile che l’ex senatrice Giuliana Carlino torni a far parlare di se per il suo impegno in politica. Questa uscita ha un grande significato politico perché dimostra che proprio in un soggetto politico come quello di Antonio Di Pietro, dove tutti si richiamano ai valori, non esiste il valore della fedeltà e dell’amicizia. Il “Movimento 139” che si richiama al conservatorismo della nostra Carta Costituzionale è un soggetto troppo debole. Lo è almeno tanto quanto l’Italia dei Valori. Non si è mai visto un soggetto politico affondato dare vita ad un partito altrettanto forte. Soprattutto se il suo leader è impegnato a fare il sindaco e ha precisi doveri istituzionali. L’iniziativa politica non può certo essere affidata a Felice Belisario, a Giuliana Carlino o ad altri. Da questo punto di vista Antonio Di Pietro resta insuperabile.

“L’Italia ha dinanzi a sé ancora un periodo impegnativo di riforme”. E la nostra economia si riprenderà difficilmente se non ci sarà “una comunità coesa”, cioè una comunità che, appunto, si riveli in grado di “viaggiare insieme”. Lo dice il premier Enrico Letta rivolgendosi con un messaggio all’assemblea Abi (Associazione bancaria italiana), aggiungendo l’appello ad essere “alleati in questo gioco di squadra” perché “oggi più che mai occorre il massimo gioco di squadra”. “Senza liquidità le imprese non avranno la forza e il fiato di sostenere la salita prima della discesa” aggiunge ancora il premier. “Restituire liquidità alle imprese è il primo passo per la ripresa economica”. Fra le cose dette da Letta, questa ci è parsa la più impellente e rilevante, il punctum dolens, insomma. Quindi il premier guarda all’Europa: “E’ indispensabile completare al più presto l’unione bancaria europea”. Ma certo è più immediato aprire i rubinetti casalinghi. Un tema cui gli istituti (di credito, che quindi dovrebbero erogare il credito) sono piuttosto sordi.

primo piano Italia è un Paese dove fare impresa è divenuto difficilissimo tanto che nel 2012 gli investimenti diretti dall’estero sono crollati dal 70%. Per le multinazionali il maggior problema che abbiamo è la grande incertezza del diritto, la mancanza di sicurezze per chi investe. Ora il governo sta facendo un tentativo encomiabile di incentivare le assunzioni di giovani. Ma, ad esempio, il presidente dell’Eni, Giuseppe Recchi, rivela un problemino: “si prescinde dal fatto che le imprese abbiano bisogno o meno di lavoratori”. Le aziende non si preoccupano tanto di pagare di meno per qualche mese un nuovo assunto, ma quello del lavoro da fargli fare, per quali prodotti e per quale mercato.Tutte questioni che solo una classe politica estranea alla cultura imprenditoriale nemmeno considera.

L’

a n a l i s i

&

c o m m e n t i

Ergastolo: non si sa bene a cosa serva alvate quei serial killer dal carcere a vita. La Corte europea per i diritti umani di Strasburgo ha decretato che degli ergastoli inflitti in Gran Bretagna hanno portato a trattamenti “disumani e degradanti”, dopo la denuncia fatta da tre dei più noti assassini del paese. La Corte di Strasburgo, nell’est della Francia, ha sottolineato che le sentenze contro Jeremy Bamber, in carcere per avere ucciso cinque familiari nel 1985, del serial killer Peter Moore e del pluri-omicida Douglas Vinter dovrebbero includere la possibilità di una revi-

S

LA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile

Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: 06/6833852 Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

Indirizzo e-mail: vocerepubblicana@libero.it Abbonamenti Annuale: euro 100,00 - Sostenitore (con omaggio): euro 300,00 Utilizzare il conto corrente postale n° 43479724 - Intestato a: Nuove Politiche Editoriali s.c.a.r.l. - La Voce Repubblicana Specificando la causale del versamento. “Impresa beneficiaria, per questa testata, dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche ed integrazioni”. Pubblicità Pubblicità diretta - Roma, Corso Vittorio Emanuele II, 326 00186 - Tel. 06/6833852

sione. L’applicazione di questa pena pone al legislatore una riflessione non superficiale alla luce di numerosi episodi che accadono nelle carceri di tutto il mondo. Dopo 48 anni vissuti dietro le sbarre di una prigione, il più anziano detenuto di Francia si è tolto la vita nella sua cella del carcere di Ducos, sull’isola della Martinica, dove stava scontando un ergastolo per omicidio. Pierre-Just Marny aveva 68 anni. Soprannominato la “Pantera Nera”, Marny era stato condannato al carcere a vita per omicidio nel 1969 dal tribunale di Parigi. Secondo uno dei suoi avvocati, l’uomo, che soffriva di disturbi psichiatrici, si sarebbe ucciso dopo aver perso ogni speranza di essere liberato. Questo è uno dei casi assurdi che il diritto dell’ergastolo ha prodotto nelle carceri italiane. La Chiesa cattolica era favorevole all’ergastolo per una motivazione religiosa. L’impiego della pena dell’ergastolo da parte della Chiesa aveva la finalità di recuperare il condannato peccatore attraverso l’utilizzo di “medicine forti”, quali “l’isolamento perpetuo” con una motivazione che lasciava, però, sempre viva la speranza di una futura liberazione, conquistata attraverso l’espiazione, il pentimento, il perdono ottenuto. Il caso della “Pantera nera” dimostra che la “medicina” della Chiesa non funziona. Né della Chiesa né dello Stato. Casomai funziona in chi ha qualche aspirazione mistica nel favorire stati di allucinazione. Ovviamente negli altri, sempre cattivi. La Corte europea dei diritti dell’Uomo non si schiera apertamente contro l’ergastolo, ma ne chiede una revisione. Tuttavia, il nostro paese ha la necessità di seguire una sua linea e di non applicare più questa pena. La pena dell’ergastolo, per la sua estrema importanza, ha determinato fin dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, un intenso dibattito, tanto in sede parlamentare che dottrinale, con riflessi giurisprudenziali sull’opportunità politica e sull’ammissibilità giuridica della stessa nell’ambito dell’ordinamento costituzionale vigente. In particolare per quanto attiene all’ammissibilità giuridica, l’attenzione si è incentrata sulla questione della compatibilità della pena dell’ergastolo, ‘perpe-

tua’ per definizione, con i principi sanciti dal terzo comma dell’art. 27 della Costituzione, secondo il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. E visto che tutti magnificano la nostra Costituzione, tanto bella quanto inapplicata in maniera direttamente proporzionale, forse sarebbe il caso di magnificare anche questo articolo.

Titano: ma quel monte è xenofobo? a xenofobia sul Monte Titano che mette in imbarazzo Ban Ki Moon. I rapporti tra il nostro paese e la Repubblica di San Marino non sono buonissimi. Su questo paese sta cadendo una tegola: l’accusa di essere razzista. In questi ultimi anni a San Marino è apparso un sentimento di latente ostilità nei confronti degli “italiani”, soprattutto verso i 6 mila che attraversano ogni giorno la frontiera per lavorare e che rappresentano circa il 38% dei dipendenti del settore privato sanmarinese. Questa la “preoccupazione” espressa dall’Ecri, l’organismo del Consiglio d’Europa specializzato nel monitoraggio del razzismo e della discriminazione, nel suo quarto rapporto su San Marino. Il rapporto è stato elaborato a seguito della visita dell’Ecri a San Marino nel marzo 2012. Il quadro fornito dall’Ecri è sconfortante. “Il codice penale ha introdotto nuove disposizioni contro la discriminazione fondata sulla razza, l’origine etnica, etc.”, rileva la Presidente dell’Ecri Eva Smith. “La cittadinanza, tuttavia, continua a essere concessa unicamente con leggi straordinarie, che possono imporre ogni volta esigenze, procedure e tempi diversi. D’altro canto, il fatto che il contratto di lavoro del personale impiegato presso i privati come ‘badanti’ preveda un’interruzione di un mese ogni anno, penaliz-

L

za particolarmente questa categoria di lavoratori stranieri. Per di più San Marino non dispone ancora di un organo indipendente specializzato nella lotta contro il razzismo”. Ma questa situazione nasconde il paradosso dei paradossi, quello che ha mostrato il Segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, che si era recato in visita a San Marino lo scorso marzo. In quella occasione il principale esponente dell’Organizzazione delle Nazioni Unite aveva rivolto parole lusinghiere nei confronti di questa Repubblica, definendola “modello di democrazia”. Ban Ki-moon ha avuto parole di elogio per l’opera appassionata che la Repubblica del Titano svolge presso le Nazioni Unite ribadendo che anche i piccoli Paesi possono svolgere un ruolo importante. In seno all’Organizzazione. Lì resta.

Viva la svapa che ti dà un posto di lavoro! norevole, le posso offrire una sigaretta? Le casse dello stato sono vuote. E per riempirle ci vuole tanta fantasia. In questo obiettivo si stanno impegnando i ministri del Governo Letta che stanno facendo di tutto per evitare l’aumento dell’Iva e il ripristino dell’IMU sulla prima casa cercando di trovare nuove risorse. Intanto l’unica alternativa possibile è tassare tutto il tassabile. E ad andarci di mezzo sono le sigarette elettroniche. A quanto pare sembra che le lobby del tabacco siano scese in campo per fare pressione sul governo per imporre una tassa sulle sigarette elettroniche. Il criterio “equitativo” che l’esecutivo ha deciso di seguire è un classico dell’ingiustizia che sembra giustizia: dato che sono tassate le sigarette normali, vanno tassate anche quelle elettroniche. E così, con la tassa è arrivata anche la manifestazione di piazza. I venditori e i produttori di

O

sigarette elettroniche si sono dati appuntamento martedì mattina davanti a Montecitorio. Si tratta di un centinaio di rappresentanti di lavoratori del settore delle sigarette elettroniche. Questo prodotto ha conosciuto un boom inatteso. La decisione del Governo mette inoltre a rischio un settore che sta dimostrando grandi potenzialità, fatto di imprenditori che, continua l’Anafe, “hanno affittato negozi mentre tutti li chiudono, hanno assunto giovani e sostengono alti dazi doganali”. Tra i motivi della protesta anche la decisione del ministro della Salute Lorenzin di vietare la vendita ai minori di 18 anni di sigarette elettroniche con presenza di nicotina. “Non siamo fumo” si legge su diversi cartelli inalberati dai manifestanti, mobilitatati dall’Associazione nazionale fumo elettronico, in rappresentanza di circa 3000 aziende e 5000 lavoratori. Fra gli slogan, “Noi il pizzo non lo paghiamo”, “Abbiamo smesso di fumare per tornare a vivere ma così ci ammazzate”, e un più romanesco: “Ve siete fumati er cervello?”. A incontrarli, in piazza, sono arrivati il vice presidente della commissione Finanze Enrico Zanetti e Adriana Galgano, vice presidente dei deputati di Scelta civica. Certo, negli ultimi mesi, è vero che in Italia l’unico settore che è parso in forte crescita è sembrato proprio questo. Tutti gli italiani hanno potuto constatare che gli unici negozi che aprono sono quelli che vendono le sigarette elettroniche. Nonostante questo sviluppo, che dimostra quanto l’assenza di una tassazione dello Stato sia un volano di sviluppo, il Governo ha pensato immediatamente di stroncare questa attività. E il ministro della Salute Beatrice Lorenzin si è dimostrata inflessibile nei confronti di questi produttori. Sono in molti a pensare che nei prossimi mesi ci saranno tante altre fumate elettroniche sotto Montecitorio. Certo, scriviamolo chiaramente: ogni ambiguità intorno al marchingegno va rimossa. L’idea della ministra non pare del tutto errata. E in ogni caso, se proprio un minore vuole inebriarsi della mistica sostanza, il modo lo trova, come del resto lo abbiamo trovato anche noi, sempre.


terza pagina

Govedì 11 luglio 2013

il Paese ASSASSINO “Non mi restituirà mia figlia, ma spero lo prendano. Non si fa così”. Con un filo di voce, gli occhi pieni di lacrime che non vogliono scendere, papà Nerio parla dell’incidente che, nella notte, ha ucciso Beatrice, 16 anni ancora da compiere, studentessa al liceo artistico, travolta da un’auto pirata mentre, in bicicletta con il cugino 18enne Giovanni, stava tornando a casa. Beatrice e Giovanni avevano trascorso una serata con gli amici a Gorgonzola, poi come sempre si sono diretti verso casa, a cascina Mirabello, un complesso residenziale ricavato da un’antica cascina, al di là della statale Padana Superiore, dove la famiglia Papetti, papà, mamma e due figlie, si era trasferita un anno e mezzo fa. Un percorso abituale, ma pericoloso: per attraversare la statale e raggiungere il viottolo che porta alla Cascina Mirabello non ci sono attraversamenti protetti, e nemmeno illuminazione. E sulla statale le auto corrono veloci. Come quella che poco dopo la mezzanotte ha travolto i due ragazzi. E ha proseguito la sua corsa scappando verso Gessate, senza nemmeno pensare a prestare soccorso. Il solito bastardo killer che si spera venga rintracciato presto e che non ha scusanti di alcun genere. E speriamo proprio si rigiri nel letto in preda agli incubi. “Non si fa così”, ripete papà Nerio, che ha ancora negli occhi le immagini tremende della notte: lui era di servizio, come ormai da 30 anni, su una ambulanza del Vos Gorgonzola, e la sua ambulanza è stata la prima ad accorrere quando Giovanni ha chiamato il 118. Una scena tremenda. “Ho capito subito”, sussurra. “L’auto andava sicuramente forte, dal punto dell’ impatto a dove era il corpo di mia figlia c’erano circa 70 metri e la bicicletta era a 100 metri”. E lancia un appello: “Questo criminale si consegni. Io faccio il volontario su ambulanza e gli dico: fermati, perché quando investi una persona non puoi non avere la coscienza di fermarti e invece andare via”. Beatrice è stata portata all’ospedale di Melzo, ma le lesioni erano troppo gravi e la giovane è morta nella notte. A cascina Mirabello per tutto il giorno si sono presentati per portare conforto ai genitori, e in tanti ricordano che da anni i residenti aspettano un sottopasso.

LA VOCE REPUBBLICANA

3

Siamo la patria degli smartphone, ma questo non basta. La nostra ignoranza digitale conosce alti livelli Lo Stivale è in effetti il paradiso delle compagnie telefoniche ma limita lo sviluppo generale della rete. Con quali pieghe negative non è difficile immaginare

Ieri: il gap Nord e Sud. Oggi: il divario tecnologico fra chi sa e chi è tagliato fuori iamo telefoninomani, parola che non esiste, il cui succo si intuisce e che forse rende bene cosa siamo noi italiani. Le compagnie telefoniche e quelle che fabbricano smartfonini come fossero lattine (ebbene sì, dietro c’è il sistema schiavistico del lontano oriente, basta però che l’oggetto sia stato pensato in California, si sa) quando pensano all’Italia non fanno altro che fregarsi le mani dalla contentezza. La terra dove tutti chiamano tutti (mutazione antropologica?), dove il fenomeno ha subito preso. Non c’è età non c’è censo che tenga. E poi, la mania di rinnovare il parco telefonini, una smania impellente, non domabile. Leggiamo, tanto per arricchire l’argomento, un passo tratto da un autore di un certo successo, non italiano, Colm Tóibín, già recensito qui tempo fa. Il passo appunto fa al caso nostro: “Quasi tutte le persone che vennero a comprare un cellulare ne possedevano già uno. Malik sapeva che il suo mestiere non era di spiegare loro che erano ben poche le differenze tra quello che stavano usando e un qualche nuovo modello luccicante e più costoso in vetrina. E tuttavia, quando i suoi clienti arrivavano da soli o in coppia e chiedevano di vedere i cellulari di ultima generazione, c’era in loro qualcosa di così serio, di così sincero che gli appariva chiaro come per mesi, e forse per l’intero anno, non sarebbe accaduto loro nulla di più importante di questo acquisto, di questo passaggio da un modello perfettamente funzionale a uno totalmente nuovo”. Ecco, questo scrittore irlandese, al Nord assai incensato, non sta descrivendo degli italiani, a dire il vero, né gli irlandesi, ma non si vede proprio dove la differenza possa esistere fra la gente protagonista di questo racconto e gli italiani di tutti i giorni, magari anche noi stessi. La nostra pancia, il nostro buzzo non è mai sazio di smartphone. Avere un cellulare semplice o vecchio è in pratica una vergogna. La vita si illumina, e magari anche a lungo, con un telefono nuovo. Forse è il momento, l‘acquisto di un cellulare, che riveste più importanza in un anno, chi mai lo sa. E, ancora: una nota compagnia telefonica, nell’ultimo dei suoi spot mandati a bombardamento in questi giorni, mostra che non si può andare da nessuna parte senza uno smartphone. Se non lo hai sono guai, sei un emarginato del mondo a colori. Se lo hai, devi mostrarlo ad un butta-

S

dentro benevolo che sicuramente ti farà partecipare al grande party globale. Ma senza l’aggeggio, non si passa. Dottrine varie Il perché di questo preambolo è presto spiegato. Riprendendo una serie di studi la cui dottrina è già abbastanza nota e diffusa, Laura Sartori, ricercatrice nel dipartimento di Scienza politiche e sociali

dell’Università di Bologna, ci ri-spiega quanto sia elevato il nostro analfabetismo digitale. L’autrice ha scritto vari articoli sulla rivista “il Mulino”. L’ultimo, 3 luglio 2013, recava il titolo “Un Paese a 56k”. Ecco un esempio del suo argomentare: “Il nostro Paese è sempre stato indietro nelle classifiche europee per quanto riguarda dapprima la diffusione dei computer, poi dell’accesso a internet; questo vale sia per la disponibilità di connessione a 56k sia, in seguito, di banda larga. Neanche l’ampia diffusione di smartphone (i tassi di crescita sono maggiori rispetto agli altri Paesi europei) sembra ridurre il gap nell’accesso e spingere a un uso ‘a tutto tondo’ della Rete. Il vero problema è che l’Italia continua a registrare su tutti gli indicatori della società dell’informazione crescite modeste, mentre altri Paesi con gli stessi ritardi tecnologici e culturali nei confronti delle nuove tecnologie sembrano aver trovato una loro via digitale allo sviluppo”. Ecco il problema, peraltro antico. E’ come se il web, la rete, non andasse bene per tutto. Ma solo per alcuni scopi. Ludici, spensierati. Una sorta di “bag” antinevrosi. Per molti un sogno che si realiza. Messaggiare, chattare, postare, ridere, scherzare, pompare all’inverosimile un ego fittizio, esibire foto ove si è “carini”, perlomeno buffi nei limiti dell‘accettabile o dell’interessante. Tutto fuorché il senso orrendo dell’esclusione (il buttadentro-buttafuori, tatuatissimo!, che non ci fa entrare se non abbiamo lo smartphone della pubblicità incubo di cui sopra), da evitarsi senza dubbio. Anche se, le costellazioni amicali del web (quelle di Facebook, le più classiche) sono talmente estese e labili, e si sparpagliano sul web come l’olio, che la loro riproduzione è incessante, un lavorìo che non conosce soste. E alla fine? Siamo tutti tiranni sulla troppo vasta e ignota fetta di regno digitale che ci spetta. Che reclamiamo e otteniamo per noi. E il sentimento di esclusione può essere sedato con relativa celerità, purché ovviamente si eviti di scendere in un vis à vis troppo coinvolgente. La giusta, infinita distanza, i giusti digitali approcci. Tutto si può fingere. Ma con i sorrisini, paiono dire gli studi che pesano, non si fa “sistema” né si cresce. “Il dato forse più utile a interpretare la scarsa perfomance italiana - scrive Sartori - è l’alta percentuale di chi dichiara di non provare interesse per internet, di non averne bisogno o ancora di non avere le competenze per sfruttarlo: quasi un terzo degli italiani denuncia scarso interesse (47% la media europea) e due quinti ritengono di non avere sufficienti e-skills (34% la media europea). Il tema delle competenze digitali assume dimensioni rilevanti quando si pensa che il 90% dei lavori prevederà nei prossimi anni una qualche forma di e-skills”. Un po’ come, in altri anni, ormai bui, che a malapena ci ricordiamo (erano i Novanta, all‘incirca), si richiedeva di saper digitare al computer o giù di lì, cosa oggi scontata, ma che un tempo poteva anche far impensierire. Ebbene, ancora in quegli anni senza nemmeno iPod, se la chiamata alle armi di quegli scatoloni detti computer sollevò le masse di ogni latitudine ed età, oggi l’italica popolazione è più lenta, restia, pigra. E’ vero, come scrive la studiosa, che l’Italia era indietro nelle classifiche europee sulla diffusione dei computer (vedi

sopra). Ma non come oggi, dove le cose si sono complicate, mescolate. E il numero dei nativi digitali, altro capitolo che prima o poi bisognerà affrontare (nel senso che ci penseranno loro - e peseranno quando saranno grandi), non compensa numericamente la mancanza di adesioni alla realtà (digitale) che caratterizza la penisola. Intanto dall’Europa, dalla malefica Ue che sa solo imporre (da cui nulla, per non turbare le coscienze, dovrebbe giungere), ecco provenire impegni, desideri e mobilitazioni. Arriva come la calza della befana la strategia “Europe2020” per la crescita. La situazione italiana non solo non è rosea, ma conferma nell’ultimo anno le performance peggiori. I tecnici... Ci fu, ricorderete, un governo tecnico dalla nostre parti. Cosa ha fatto per alimentare, far bollire, la non proprio eccitante predisposizione degli italiani in tema? “Dopo i ritardi clamorosi del governo Monti nell’istituire l’Agenzia per l’Italia digitale (il cui Statuto fu

presentato e ritirato di corsa prima dell’esame alla Corte dei conti), il percorso indicato sembra ben strutturato burocraticamente, ma privo di obiettivi chiari. Di conseguenza, anche i contenuti faticheranno a emergere. L’unico traguardo che dovrebbero tutti tenere a mente è quello di imbrigliare seriamente l’Italia in una corsa verso gli obiettivi di ‘Europe 2020’. Agganciarsi al treno della Digital agenda europea è veramente l’ultima chance per la crescita economica e sociale del Paese. La governance e soprattutto l’attuazione dell’Agenda digitale non sono temi facili, ma – tra tavoli ed esperti – qualche errore si può evitare”. Poiché pare ne siano stati fatti tanti. Spostiamoci fra le annate del “Mulino”. Anno 2010, ancora Laura Sartori: “L’Italia si trova ancora una volta di fronte a un bivio e deve decidere se imboccare con decisione la via dell’innovazione o lasciarsi andare alla deriva, verso i mari ignoti dell’ignoranza tecnologica. Accumulare nuovi ritardi nella costruzione della società dell’informazione avrà conseguenze negative per lo sviluppo economico, politico e sociale del Paese nel suo complesso. Ma forse potrà continuare a garantire ancora per qualche tempo gli ascolti delle tv generaliste ai loro azionisti di maggioranza”. Il che è un po’ come ai tempi della concorrenza fra nuclearisti e petrolieri, con le lunghe code che ne seguirono.... fino ad oggi, in pratica. (a cura di f. be.)

z i b a l d o n e

Biblioteche pubbliche: ecco un’indagine che va a fondo iovedì 11 luglio 2013, alle ore 11.00, nella exChiesa di S. Marta (Roma, P.za del Collegio Romano) viene presentato il rapporto finale dell’Indagine statistica sulle biblioteche pubbliche degli enti territoriali italiani, promossa dal Centro per il libro e la lettura e dall’Associazione italiana biblioteche. Obiettivo della ricerca, condotta con la supervisione dell’ISTAT e d’intesa con l’ANCI, è stato quello di effettuare una rilevazione per descrivere le dotazioni, le caratteristiche di base e le prestazioni delle biblioteche di ente locale, con particolare riferimento alle strutture appartenenti ai comuni. Si è inteso far emergere l’insieme dei servizi culturali e informativi che queste realtà territoriali, per lo più medio-piccole, forniscono alle comunità. La fase iniziale dell’indagine ha comportato un censimento delle biblioteche di pubblica lettura regionali, provinciali e comunali, realizzato a partire dall’Anagrafe

G

rio telematico elaborato dai promotori. l risultato della raccolta di dati è stato elaborato e ha prodotto una rappresentazione uniforme e comparabile dell’universo delle biblioteche di pubblica lettura attive in Italia, in un quadro aggiornato di dati analizzati e – novità assoluta – aggregati a livello nazionale. Fino ad oggi per il tipo di informazioni indagate si disponeva infatti soltanto dei dati sulle biblioteche statali, curate dal Sistema statistico del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (SISTAN), e di dettagliati rapporti di un numero ristretto di regioni. Grazie a questa indagine, oggi abbiamo a disposizione dati utili per analisi comparative su base internazionale: analoghe ricerche vengono svolte infatti in paesi europei assimilabili all’Italia, quali Inghilterra, Germania, Francia, Spagna. Molteplici gli effetti attesi dalla divulgazione del rapporto; primo fra tutti, un sostegno alla valorizzazione di un settore di grandissima importanza per la crescita del nostro paese, che dovrebbe orientare le politiche culturali delle amministrazioni centrali e locali. Sarà presente Flavia Barca (Assessore alla cultura, creatività e promozione artistica del Comune di Roma). E’ stato invitato a partecipare all’incontro l’on. Massimo Bray, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo.

legge 2013 in prima nazionale. Figlio d’arte Martin Amis è nato a Londra, il 25 agosto 1949. E’ figlio d’arte: suo padre, Kingsley, morto nel ‘95, è uno scrittore piuttosto noto in Gran Bretagna. Martin ha trascorso parte dell’infanzia a Princeton, negli Usa, poi si è trasferito in Spagna. Ha conseguito una laurea in letteratura alla Oxford University e, soltanto ventunenne, è divenuto recensore di punta dell’Observer prima, quindi del Times

Coniugare con abilità la storia e lo stile narrativo il noto autore inglese Martin Amis il vincitore del Premio FriulAdria “La storia in un romanzo” edizione 2013, giunto alla sua sesta edizione, promosso dal festival pordenonelegge di Pordenone con il festival èStoria di Gorizia, su iniziativa di Banca Popolare FriulAdria-Crédit Agricole, che sostiene da tempo entrambe le manifestazioni. Dopo Arturo Peréz-Reverte, Abraham Yehoshua, Art Spiegelman, Ian McEwan, il premio viene quest’anno assegnato a uno scrittore che ha spesso incrociato il suo percorso letterario con la “Storia”, attraverso ritratti memorabili e feroci come quello di Stalin, Koba il Terribile e critiche “ragionate” e caustiche ai vari “ismi” che hanno caratterizzato sanguinosamente il Novecento. L’autore sarà a Pordenone sabato 21 settembre, e subito dopo la premiazione terrà un incontro per il pubblico del festival incentrato sul nuovo libro “Lionel Asbo. Lo stato dell’Inghilterra” (Einaudi), in uscita proprio in quei giorni, a pordenone-

E’

delle biblioteche italiane e dall’elenco dei Poli e delle Biblioteche SBN (ICCU). L’elenco è stato integrato con i dati forniti dall’Osservatorio lavori e professioni dell’AIB e dall’indirizzario della fondazione Gates, oltre che con informazioni desunte da siti regionali ufficiali e non, dedicati all’argomento. Questo ha permesso di rintracciare 4658 biblioteche con un indirizzo attivo di posta elettronica, attraverso il quale è stato inviato il questiona-

Literary Supplement. Vale a dire i fogli che contano. E’ entrato così precocemente a fare parte dei circoli dell’intellighentsia londinese. È considerato una delle migliori penne della prosa inglese. Per quanto bravo ed ammirato, vive in una terra dalla acuta concorrenza in qualsiasi campo. Un po’ quello che manca a noi in Italia in ogni settore, letteratura contemporanea inclusa. E quando le stantie baronìe italiche, ormai consunte, saranno ridotte a ossa spolpate, una generazione di autori giovani italiani si troverà di botto invecchiata, perennemente ostacolata da chi crede di stare al comando (starà pure al comando, costui o costei, ma se vedesse bene cosa comanda...). Comunque Amis è un virtuoso che tende ad un dettato

frermo e polito, non arraffazzonato o rimediante il tutto in uno pseudo impressionismo sospetto. Lontano dalla poetica postmoderna, per fortuna, fa del realismo “classico” una forza della sua scrittura. In verità molti detrattori lo considerano assai sconclusionato, ma questo è un altro discorso... Incontri e non solo L’iniziativa di cui sopra si inquadra in pordenonelegge (vedi anche il sito apposito) in programma da mercoledì 18 a domenica 22 settembre, come sempre nel centro storico di Pordenone, dove una trentina di suggestive location ospiteranno oltre 250 protagonisti italiani e stranieri, chiamati a confrontarsi in centinaia di incontri, dialoghi, lezioni magistrali, anteprime editoriali, degustazioni, percorsi espositivi e spettacoli. Manifestazione più che necessaria: buona per gli addetti ma anche per chi cerca di contrastare l’analfabetismo di ritorno che serpeggia nello Stivale, un tempo patria di titani letterari. Un fecondo intreccio tra storia e narrazione unisce il tutto: pordenonelegge e èStoria - festival internazionale della storia di Gorizia. Due rami di un grande albero che crescono su un unico tronco, che ha radici profonde, vicine e aggrovigliate, ma che “rampolla fronde differenti da innesti diversi”, come precisano gli organizzatori. Banca Popolare FriulAdria-Crédit Agricole è stata artefice della collaborazione tra i due festival e, con l’attenzione che in molte e diverse forme ha dimostrato per i valori che il territorio produce, ha voluto dare il suo nome a questo gemellaggio culturale, allargandolo successivamente ad un’altra eccellenza regionale: il Premio giornalistico internazionale “Marco Luchetta” dove, dal 2012, si assegna il Premio FriulAdria “Testimoni della Storia” al giornalista che abbia saputo raccontare in maniera avvincente un fatto, un periodo o un personaggio storico. “Il passato si trasforma continuamente nel movimento di conoscenza e immaginazione, invenzione e memoria che il presente offre e, a suo modo, chiede agli individui e alla società. Per questo motivo il passato non è mai raccontato una volta per tutte, ma è incessante il bisogno di rievocarlo sempre di nuovo – osservano il direttore artistico di pordenonelegge Gian Mario Villalta e i curatori Alberto Garlini e Valentina Gasparet - I documenti, le testimonianze, sono fondamentali per accertare i fatti storici, con le ragioni che li hanno determinati, ma è altrettanto decisivo riconoscere le passioni che fanno agire i singoli, le conseguenze dell’intreccio con le vicende di altre persone, i disegni sorprendenti del destino. Ecco perché la storiografia deve a suo modo approdare a una forma di narrazione e le forme dell’arte narrativa attingono spesso al passato, per provocare il senso del nostro sentire e dei nostri comportamenti”.


4 LA VOCE REPUBBLICANA L’analisi di Nucara: oggi non è più un problema di settore Turismo in Calabria: per attirarlo è necessario che tutto il sistema funzioni

“Un bel panorama? Non è sufficiente” l problema economico della Calabria, e in particolare della nostra provincia, è così acuto che non ci sono parole e aggettivi sufficienti per poterlo descrivere. Un segretario della Cisl ha affermato che il turismo da solo non risolve i problemi, ed è vero. Tuttavia, se il turismo si vuole vedere nella sua trasversalità economica e politica, diventa un problema di sistema e non più un

problema di settore, poiché per sviluppare turismo in maniera seria tutto deve funzionare”. L’affermazione giunge da Francesco Nucara, segretario nazionale Pri, che mette il “dito nella piaga” con una serie di considerazioni sul settore. “Il turismo va quindi considerato come elemento trainante di un territorio, in cui i vari segmenti dello sviluppo devono integrarsi in maniera interdipendente. Per sviluppare turismo in maniera seria I nominativi di chi aveva contribuito rimarca Nucara - bisogna che tutto per “salvare” la sede, il sistema funzioni. Non bastano da soli né il mare bello, né il sole per operazione non andata a buon fine, e che lunghi periodi se non sappiamo comunque lasciano il contributo al Pri visti i trarne vantaggi. Il cielo terso rischia problemi finanziari che affliggono il partito di scomparire anch’esso, se un’altra Qui di seguito l’elenco degli amici repubblicani che, tempestivamente, rispondendo alla e-mail della Segreteria Nazionale del disgrazia si dovesse abbattere sulla Pri, hanno deciso di lasciare al partito il contributo destinato al città metropolitana: la costruzione della centrale a carbone a Saline. E salvataggio della Sede storica. Alcuni amici che hanno contribuito in maniera importante alla sot- preoccupa l’affermazione del toscrizione suddetta chiedono di non comparire in questo elenco. governatore della Calabria: ‘sono Nucara Francesco, Bertuccio Paolo, Colombi Alberto, Carbone stato contro la centrale a carbone e Rocco, De Modena Bruno, Serrelli Giovanni, Posenato Sergio, lo sono tutt’ora’. Sarebbe stato più Gusperti Anselmo, La Cava Antonio, Mastronardi Alessandro e chiaro se avesse detto: “Sono conAlessandra, De Andreis Marco, Cipriani Paolo, Direzione tro la realizzazione della centrale”. Regionale PRI Liguria, Tartaglia Giancarlo, Ravaglia Gianni, Quanto alle presenze turistiche, Pasqualini Carlo, Galizia Bernardino, Africa Leonardo, Lucarini Carlo, Scandiani Martino, Eramo Michele, Garavini Roberto, “sono crollate nel 2009 e nel 2010 e Sbarbati Luciana, Morellini Africo, Mastronardi Alessandra, si sono riprese nel 2011, ma sono Suprani Claudio, Sezione PRI Bonfiglioli Bologna, Attisano purtroppo sempre inferiori rispetto Marcello, Torchia Franco, Buggè Giuseppe, Savoia Antonio, agli anni dal 2002 al 2009; e bisoDolfini Gianezio, Ghizzoni Giuseppe, Dal Pan Roberto, gna ricordare anche le presenze Chioccarello Claudio, Baccarini Alberto, Pasquali Silvano, Saccani negli esercizi ricettivi nell’anno Pierdomenico, Borlenghi Sergio, Giunchi Benito, Sezione “G. 2011 che, rispetto all’Italia, in Pasini” Bacciolino di Mercato Saraceno, Del Giudice Franco, Calabria sono il 2,17% mentre a Morabito Domenico, Gizzi Giuseppe, Algeri Renato, Ferretti Reggio e provincia sono lo 0,14%! Sergio, Famiglia Tampieri, Pio Berardo, Proietti Omar. Nell’allarmante relazione del presiL’elenco continuerà nei prossimi giorni. dente di Union Camere si rileva che Elenco dei nominativi che richiedono il contributo tutti i dati economici della provincia di Reggio sono un segno tangiversato per “salvare” la sede: bile della drammaticità della situaPagano Aldo, Morgagni Giuseppe, Ferrara Paolo Antonio, Gallo zione civile e sociale. Né miglior Riccardo, FIN.COOP.RA S.r.l. sorte ci riserva il rapporto di

“I

Giovedì 11 luglio 2013

Bankitalia regionale. Nel rapporto Svimez del 2011, i cui dati sulle presenze turistiche sottolineano ancora la drammatica situazione di Reggio Calabria, c’è scritto pure che in tutto il Mezzogiorno bisognerebbe attivare il turismo ambientale, accentuando il ruolo dei Parchi nazionali. L’unico che ha funzionato finora è quello dell’Abruzzo. Speriamo sia di buon auspicio la recente nomina del prof. Bombino a presidente dell’Ente Parco dell’Aspromonte. Ci auguriamo quindi che il Parco non sarà servito a ‘sistemare un amico’…” Nucara inviata poi a “fare sistema, e la realizzazione della città metropolitana potrebbe aiutare a coinvolgere tanti piccoli segmenti, soprattutto nel settore ambientale. Bisogna però sfatare l’illusione che tutto sia risolto, per il fatto che la città metropolitana è inserita in Costituzione. Grave errore pensarla così. Il sistema dei trasporti non funziona e qui, per esempio, la Costituzione non viene applicata. La classe politica viene convocata spesso dalla magistratura; pur non potendo, ovviamente, incidere sulle decisioni dei magistrati, ci vada anche per protestare, per esempio chiedendo di risolvere, attraverso i curatori, l’annoso problema dell’ex Roof Garden o dell’ex cinema Orchidea, completamente fatiscenti e ricettacolo di sporcizia e animali di vario genere. Se necessario o possibile, gli Enti pubblici attivino procedure d’esproprio, d’intesa con i dettami legislativi”. E quanto al lungomare: “Non si riesce ad affidare la gestione dei gazebo e siamo ad inizio luglio: daranno l’autorizzazione all’apertura a novembre?”. “Nella classe politica reggina si bada solo al potere e non all’azione politica. L’esercizio del potere – chiosa Francesco Nucara -, se è il solo motivo dello stare in politica è disastroso e spesso si ricorre all’azione della magistratura per ristabilire il riequilibrio. L’esercizio del potere serve miseramente solo a qualcuno, l’azione politica serve a tutti. La mia, oltre che critica, è anche autocritica; ma l’autocritica su ciò che è stato, per essere credibile, deve produrre morti e feriti (politici!): diversamente, sono solo chiacchiere”. da “Gazzetta del Sud”, 4 luglio 2013

dalla prima

Le nostre carte per tornare oggi a contare continua - mo tra le fazioni e di generale insofferenza verso le forze che hanno fallito nella Seconda Repubblica. Se tutti i partiti vacillano, se l’elettore cerca qualcosa di diverso, se esiste un terreno tutt’oggi libero per costruire la propria casa, il PRI ha ancora in mano le carte da giocare. Tutte, tranne una: la costituente liberaldemocratica. Un asso calato male, valso come il due di picche. Non si vuole qui criticare la sostanza del progetto liberaldemocratico. Sotto questo profilo si può anzi riconoscere al partito sia di aver avviato un importante cantiere programmatico, sia di aver sottolineato con decisione l’identità politica che ci appartiene. Ma è risultata vana l’illusione di spendere un vecchio simbolo per una formula, la “Costituente Liberaldemocratica” appunto, che richiama le eco politichesi del passato. Una formula, tra l’altro, disgiunta da una collocazione politica che ne rendesse meno pretenziosa l’esclusività, e che marcasse con forza la differenza con la destra sedicente “liberale” e con la sinistra sedicente “democratica”. Guai poi, se la liberaldemocrazia diventasse un mantra, un’ossessione ideologica scollata dalla realtà. Le nostre buone carte, piuttosto, sono quelle che sanno coniugare la garanzia del vecchio marchio repubblicano con l’immagine chiara di una vera novità politica: quella di un partito antico che raccoglie la sfida del nuovo. Il PRI di domani deve comprendere che solo incarnando con estrema coerenza le giuste istanze di cambiamento e di buona politica invocate dall’opinione pubblica, sarà possibile spendere la nostra solida tradizione ideale e di partito, in brillante contrasto con l’effimera temporaneità di gran parte dell’offerta odierna. Dovremo farlo anzitutto sotto il profilo formale, attualizzando la

nostra idea di partito e rinverdendo la classe dirigente. E insieme sotto quello propositivo, affiancando alle tematiche della crisi riflessioni e proposte sulle questioni cruciali più scomode, lasciate in ombra dal dibattito. Si pensi ad esempio al tema dell’integrazione e ai tanti suoi risvolti che informano il concetto di laicità, in una società che è sempre più multiculturale, anche se finge di non saperlo. Oppure a quello di una riforma radicale e non convenzionale della pubblica amministrazione, che passi per l’abolizione dei concorsi pubblici, per la ristrutturazione capillare dei suoi organismi, per la messa a frutto delle professionalità interne, per i licenziamenti, per la sburocratizzazione: in buona sostanza per l’assimilazione del suo apparato ai più avanzati modelli aziendali. Consci della nostra vocazione minoritaria, che sappiamo valorizzare come punto di forza, avremo un ruolo e un futuro se sapremo rinnovarci e se al contempo staremo un passo avanti sulle grandi questioni e sulle proposte, dando voce ai problemi insoluti che i partiti di massa, per fisiologico tornaconto elettorale, non vogliono e non possono sciogliere. È così, coi fatti, che potremo declinare la nostra identità. Con l’ambizione non di “definirci” ma di “essere definiti” di stampo democratico e liberale. Queste sono le basi affinché il prossimo congresso possa segnare il sospirato punto di svolta. È su questi obiettivi di rigenerazione personale e politica che possiamo costruire una finalità unitaria, scrollandoci le diatribe del passato e scovando al nostro interno tutte le risorse in grado di rilanciarci. Non è più il tempo delle attese, dobbiamo metterci in gioco sul serio. Per tornare non più a contarci ma a contare, nella politica che conta.


La Voce Repubblicana - 11 Luglio 2013