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QUOTIDIANO DEL PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO - ANNO XCII - N° 172 - MARTEDI 10 SETTEMBRE 2013 Euro 1,00 NUOVA SERIE POSTE ITALIANE S.P.A. - SPED. IN ABB. POST. - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27.02.2004, N. 46) ART. 1, COMMA 1, DCB (RM)

VERSO IL NUOVO PRI

La nostra missione: dire la verità sullo stato dell’Italia di Giovanni Pizzo

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l documento pubblicato il 19 luglio scorso individua il nocciolo dell’attuale crisi di identità del Pri, collocandola nel contesto della deflagrazione del sistema politico – partitico del Paese, immerso in una crisi devastante, vittima anche delle contraddizioni della costruzione europea. Il prossimo Congresso dovrà decidere con quale modello di Partito, come selezionarne la classe dirigente e con quale “proposta politica” il nuovo Pri dovrà affrontare la difficilissima fase politico – economica e sociale che ci attende nei prossimi 2 – 5 anni. Si è fatto riferimento alle tre questioni fondamentali, collegate ed interdipendenti: il Paese (con le sue debolezze strutturali), l’Unione Europea, il cui cammino verso l’assetto federale sembra avere invertito la rotta, l’Euro, la cui costruzione su fondamenta non ancora solidificate ne ha fatto una creatura “innaturale” almeno dal punto di vista delle normali teorie economiche; come i mostri descritti in famose pagine di letteratura, potrebbe sfuggire al controllo del “creatore” diventando letale. Il documento tocca anche un punto nevralgico della crisi di democrazia: l’informazione. E’ evidente ormai che nella morsa della “concordanza di interessi intrecciati” fra la politica, il sistema finanziario e quello dei media, le informazioni sui temi economici che riguardano la vita dei cittadini sono sempre più addomesticate e distanti dalla realtà. Il Pri deve proseguire nella sua funzione storica che è stata sempre quella di analizzare e raccontare la realtà per il bene del Paese. E dunque se bisognerà dire come stanno effettivamente le cose, sarà necessario uscire dal coro dei “luogocomunisti” (il termine è di A. Bagnai in “Il tramonto dell’euro”, Imprimatur editore) che sembrano recitare un copione scritto nelle stanze di qualche banca centrale. Se da un lato non si deve sottovalutare il peso dei difetti strutturali del Paese, a cominciare dall’entità del debito pubblico, dall’altro non si può svilire al rango di una Grecia o una Irlanda un paese che resta ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa, e, nell’export, la seconda nazione più competitiva al mondo, dopo la Germania e prima della Cina (Trade Performance Index, WTO 2012), che dal 1993 al 2000 ha registrato saldi positivi della bilancia dei pagamenti ed era esportatore di capitali e “dal 1995

al primo trimestre 2013, con la sola eccezione del 2009, (ha) mantenuto il bilancio statale costantemente in avanzo primario. Nessuno è stato capace di fare altrettanto. In quel periodo abbiamo accumulato un surplus statale primario pari a 593 miliardi. Abbiamo rimborsato interessi sul debito pubblico per 1445 miliardi, metà dei quali finanziati senza creare nuovo debito” (…) Non servono gli occhiali rosa, serve tenere gli occhi aperti. Non serve tacere le ombre, ma è utile conoscere le luci. Anche perché abbiamo il dovere di farle valere nel condominio europeo. Abbiamo un debito pubblico troppo alto (rispetto al pil), ma per il resto non abbiamo lezioni da prendere. In qualche caso possiamo darle”. (D. Giacalone 23 agosto 2013). Ha ragione il nostro amico Davide Giacalone che non perde occasione per rimarcare questo aspetto addossando alla pessima qualità della classe politica il vero problema del Paese. E, così, arriviamo alla questione dell’euro: bisogna avere il coraggio di dire come stanno le cose e non temere la reazione indignata dei “luogocomunisti”. Nel percorso di costruzione dell’ideale europeo si è voluto mettere il carro davanti ai buoi con l’unione monetaria senza realizzare le riforme strutturali che potessero consentire ai partecipanti di sostenere la rigidità infinita dei tassi di cambio. Noi non crediamo ai complotti dei signori di Bildenberg, ma crediamo ai nostri occhi: e quello che vediamo è che il “mostro” di una moneta senza Stato sta soffocando gli Stati senza moneta e rischia di affossare le democrazie dei Paesi periferici e di trascinare nel baratro le speranze di un’Europa federale. L’Italia può e deve far sentire la sua voce e non può accettare la distruzione del proprio tessuto industriale. Il Pri, la cui funzione storica è stata sempre quella di anticipare il futuro per il bene del Paese, deve ritrovare il senso della propria funzione politica; davanti ad una situazione economica e sociale di una gravità senza precedenti ha l’obbligo di definire un progetto strategico innovativo, un “green new deal” basato sul lavoro, ambiente e programmazione economica, che traguardi il futuro e, sulla base di questo progetto strategico, individuare la nuova classe dirigente e la futura leadership che deve guidare il Partito nella battaglia politica per l’attuazione del progetto e la conquista del consenso.

Una scappatoia per Obama Assad ha il sostegno di Mosca, Londra si defila

L’America non sa cosa fare I

l ministro degli Esteri siriano Walid al-Mualem ha incontrato a Mosca il capo della diplomazia russa Serghiei Lavrov. “Assad ha chiesto di trasmettere i suoi saluti e la sua gratitudine a Putin per la sua posizione sulla Siria prima e dopo il summit G20”, ha detto Walid Muallem. Il leader del Cremlino ha garantito che Mosca continuerà ad aiutare Damasco anche in caso di attacco. Assad potrebbe evitare un attacco se consegnasse “le sue armi chimiche alla comunità internazionale entro la settimana prossima”, ha detto il segretario di Stato Usa John Kerry. Che pure sembra rendersi conto che il presidente siriano non abbia alcuna intenzione del genere. Kerry a Londra dal ministro degli Esteri britannico Hague, non ha potuto ringra-

ziare il premier Cameron fermato dal Parlamento. Hague si è limitato a dire che non c’è nessuna differenza di visione strategica tra Gran Bretagna e Usa, ma uno Stato parteciperà all’intervento militare contro il governo siriano, l’altro no. “Obiettivi e sforzi con gli Stati Uniti restano allineati” ha detto Hague aggiungendo che gli Stati Uniti hanno il “totale sostegno diplomatico” della Gran Bretagna sulla Siria. “La soluzione politica resta la soluzione ultima per la fine del conflitto in Siria”, che non si può concludere con un’azione militare, ha detto il segretario di Stato Usa. Considerato però che la strada della soluzione politica “è stata perseguita per anni”, non agire in Siria, per Kerry presenterebbero rischi “maggiori di quelli di un’azione”.

NUOVA SEDE PRI

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ari amici, sono lieto di comunicarVi che, nella giornata di mercoledì 4 settembre, il Segretario nazionale on. Francesco Nucara ha stipulato il contratto di locazione per la nuova sede del Partito. Gli uffici si trovano in Roma, Corso Vittorio Emanuele II n. 184. Nei prossimi giorni attiveremo tutte le utenze e probabilmente riusciremo a mantenere gli stessi numeri di telefono. E’ necessario altresì provvedere con urgenza ad effettuare il trasloco di arredi ed archivi dalla precedente sede. La macchina organizzativa del Partito potrà riprendere a funzionare normalmente, anche in

vista dei prossimi appuntamenti a cui il Partito è chiamato. E’ chiaro che le prime urgenze riguardano le formalità di partecipazione al Congresso fissato per il prossimo 25-26-27 ottobre. A tale proposito, rinnovo l’invito a tutti gli amici che ancora non hanno provveduto a regolarizzare il tesseramento 2013 a farlo rapidamente e nei termini prescritti dallo Statuto, ovvero il 25 settembre p.v., nonché a trasmettere alla Segreteria nazionale tutta la documentazione necessaria per la definizione del computo dei voti congressuali e richiesta con la mia precedente comunicazione del 18 luglio scorso. Franco Torchia

Violante si è convinto

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l capo partigiano monarchico, medaglia d’oro per la Resistenza, Edgardo Sogno, era un incallito “tombeur des fammes”. Nel dopoguerra, di notte, girava da una casa all’altra della buona società torinese in incognito come quando era in clandestinità. Solo che non erano riunioni politiche, ma incontri con signore spesso sposate. Tanta attività misteriosa insospettì alcuni magistrati che si convinsero che Sogno di giorno amava mandare a quel paese i governi di centrosinistra, e di notte preparasse un golpe. Nacque il “caso Sogno” che tempo quindici anni si risolse in burla. Da allora Luciano

Violante, il magistrato torinese in questione, ha avuto modo di comprendere che anche i procuratori possono pigliare delle belle cantonate. Certo che se poi proprio il magistrato del caso Sogno è colui che difende Berlusconi sostenendo che il leader del Pdl ha diritto di farsi ascoltare dalla Giunta delle immunità e perfino ricorrere alla Consulta, le cose negli anni devono essere cambiate parecchio. Tanto da aver letto che sulla porta della casa di Violante a Cogne, nei pressi del Gran Paradiso, è stato appeso il cartello: “Venduto, vattene”. E sì perché era proprio Violante che nel 1992 veniva

considerato il punto di contatto, se non addirittura il consigliere delle procure. Magari un’altra leggenda. Fatto sta che nel 2010 Violante ha riscoperto Francesco Bacone: “I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono”. Lo stesso che sosteneva Gianfranco Miglio quando era consigliere di Craxi, ovvero che i magistrati devono essere magistrati del re, anche se a Miglio, fossero leoni o conigli, non interessava gran che. L’importante è comprendere che in una repubblica democratica il potere spetta alla sovranità popolare e a chi la rappresenta. Ci ha messo qualche anno, Violante, ma ci è arrivato.

Randolfo Pacciardi dimenticato Dal potere dei partiti a quello delle procure

La “Repubblica delle Banane” ha quasi 50 anni di Riccardo Bruno

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ispiace per l’onorevole Epifani, ma in una “Repubblica delle Banane” viviamo da molto tempo, per lo meno da quando i grandi partiti non sono più in grado di fornire una lettura conseguente della Costituzione. I partiti in quanto tali erano “i Principi” del nostro ordinamento, tanto che Randolfo Pacciardi, ed era la seconda metà del secolo scorso, inveiva contro la “Repubblica partitocratica” e voleva riscrivere la Costituzione. La riforma della Costituzione, che avremmo avuto a colpi di maggioranza trent’anni dopo, la riforma del titolo V, avrebbe fatto orrore persino a Pacciardi. Non è forse tipico di una “Repubblica delle Banane” inscrivere nella Costituzione la legislazione concorrente fra Stato e Regioni, così come è stato fatto con la riforma del titolo V nel 2001? E pensare che proprio Pacciardi ci aveva avvertiti su quello che avrebbe rappresentato l’istituzione delle Regioni per le sorti dello Stato unitario. Solo in una “Repubblica delle Banane” ci si dimentica di Pacciardi, e qui abbiamo un’intera classe politica che nemmeno sa di cosa si parla. Pacciardi voleva abbatterli questi partiti protetti dalla Costituzione per liberare il popolo dal gioco delle loro decisioni. Ce l’aveva pure con il Pri: “Non ho rovesciato la monarchia per divenire suddito di Oronzo Reale”. Difficilmente però “il leone” di Guadalajara avrebbe considerato l’ipotesi di abbatterli questi partiti, attraverso un rovesciamento dello stesso ordinamento costituzionale, quale quello che si è verificato dal 1992 in avanti, con il peso che hanno conquistato le procure. Le procure sono infatti meno democratiche dei partiti, per cui se siamo passati dalla Repubblica dei partiti a quella delle procure, abbiamo perso in democrazia, e pesantemente. Solo una “Repubblica delle procure” può infatti far dire ai membri del Senato della Giunta delle immunità che, essendoci stata una sentenza, loro la faranno applicare. Allora, scusate, a che serve una Giunta per le immunità? Se la legge “è uguale per tutti”, per il senatore come per il fornaio, sciogliete la Giunta, dato che non ha bisogno di valutare. Solo che è sulla base della Costituzione e dei poteri del Parlamento che esiste la Giunta, intanto perché nel vecchio impianto costituzionale c’era l’immunità e poi perché soprattutto il Parlamento fa le leggi

e i magistrati si limitano ad applicarle, per cui va da sé che il legislatore nei confronti della legge goda di una posizione diversa, perché egli è colui che la legge può cambiarla. Ma a chi risponde il legislatore, nel nostro ordinamento, forse al magistrato? No, risponde al popolo sovrano. Per decenni i magistrati torinesi non riuscirono mai nemmeno a comminare una condanna all’onorevole Giusy La Ganga che pure accusavano di tutto, nemmeno fosse Gambadilegno, l’arcinemico di Topolino. E pure La Ganga veniva sempre prosciolto. In compenso i cittadini torinesi dimezzarono i voti al suo partito. Questo era un corretto funzionamento dell’ordinamento costituzionale davanti a cui si sarebbe inchinato anche Pacciardi: i giudici fanno il loro operato, i partiti, se ritengono, si difendono, il popolo sovrano giudica nell’urna. L’idea che un capo di un partito condannato dalla Giustizia non debba nemmeno essere ascoltato dalla Giunta, che tanto ha già deciso persino prima di un eventuale ricorso alla Corte europea, dà il senso della “Repubblica delle procure” che ha preso il posto di quella dei partiti. Per quanto criticabile fosse divenuta questa Repubblica almeno agli esordi, anche Pacciardi la ritenne una cosa seria. Ad esempio, un sindacalista non sarebbe mai divenuto in quella Repubblica leader di un partito, come mai sarebbe divenuto leader di un partito un imprenditore. I partiti avevano i loro referenti e si preoccupavano della formazione politica, contemplando anche lo studio della Costituzione. Ricordiamo Pacciardi che fu il primo a mettere in urto il dettato della Costituzione con la sua degenerazione partitocratica, ma la “degenerazione” era pur sempre vizio dello Costituzione: i partiti sono il modo in cui i cittadini partecipano alla vita democratica, art. 49. La stessa Costituzione non ne individuava un altro. In base alla Costituzione, invece, la Repubblica garantiva l’indipendenza della Magistratura come “un ordinamento” che certo non poteva interferire nella vita democratica. Oggi invece siamo arrivati al punto che la determina. Difficile immaginare una “Repubblica della Banane” migliore di quella guidata dai magistrati. Quelle guidate dai militari si appoggiano sulle baionette, sui carri armati, su stadi trasformati in campi di concentramento. Alle “Repubbliche delle procure” bastano comuni sentenze, magari persino scritte in cattivo italiano.

Illazioni illecite

La guerra in Siria è scoppiata da più di due anni

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l Pontefice ha il dovere di riunire in preghiera la comunità dei fedeli, soprattutto se ritiene necessario scongiurare la tragica eventualità di una guerra. La guerra è sempre la soluzione peggiore, ripugna alla cristianità e, se il sentimento religioso è l’unica speranza per evitarla, non resta che rivolgersi a questo. Questione diversa è dire, come pure ha detto il Pontefice all’indomani della veglia per la pace nell’Angelus, che la guerra viene fatta per soddisfare interessi commerciali. L’illazione potrebbe essere lecita se una guerra non fosse già in corso da due anni e mezzo in Siria con più di centomila morti e due milioni di profughi. In questo caso non ci sono interessi commerciali, ma una lotta per emanciparsi da una dittatura che non intende soccombere. Chiedersi cosa debba fare il mondo perché il conflitto termini, indipendentemente dall’uso delle armi chimiche, sarebbe una domanda che il pontefice farebbe bene a porsi. Capiamo che il Papa ritenga palese il rischio di un’estensione della guerra, ma, davanti ad un prezzo di sangue tanto elevato, levare gli occhi da un’altra parte e lasciare che si concluda - in un modo o nell’altro - tale massacro, non ci sembra scelta edificante, e il Papa ne converrà. Eppure questo è stato finora fatto in Siria, e l’Europa e il mondo hanno vissuto come se laggiù non succedesse niente. Vi è poi un precedente in Libia, quando un regime poco dissimile da quello di Damasco è stato colpito ed abbattuto grazie all’intervento Nato tempestivamente. La comunità occidentale si è mossa prima che si compisse qualsiasi azione contro la popolazione civile, bombardando ogni giorno Gheddafi che, in meno di un anno, è stato deposto. Una guerra circoscritta, ma comunque tragica nel suo epilogo senza che nessun papa evocasse il dubbio che fosse fatta per vendere armi costose che pure sono state impiegate per tutto il tempo della no fly zone. Perché mai si può bombardare serenamente il regime libico e si deve invece restare inerti davanti ai crimini commessi del regime siriano? Se il motivo è dettato dal fatto che la Siria è protetta da Russia e Iran, mentre Gheddafi era isolato, lo si dica pure, è argomento sufficiente a comprendere le ragioni del mancato intervento e del tentativo del negoziato diplomatico che va perseguito. Ma si tratta di scelta politica, non morale, tale per cui non si può far passare un eventuale intervento americano come causato dall’interesse commerciale. Obama avrà sbagliato tutto, ma certo non voleva la guerra, forse non la vuole nemmeno ora che l’ha annunciata, e questo dovrebbe apparire chiaro anche al Vaticano. E’ plausibile che la presidenza statunitense si renda conto dei rischi di un intervento; c’è però una questione di diritto che verrebbe trascurata, per cui non si può tollerare chi impiega i gas.


2 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 10 settembre 2013

economia

Giornalaio di Carter Gioia per il noto reporter finalmente tornato a casa. Ottimo lavoro delle autorità che hanno seguito modi assai lineari

La forza della cocciutaggine

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ioia de “La Stampa” per il ritorno di Quirico. Calabresi: “Domenico è un uomo libero. Libero di raccontare: ‘E’ stata una terribile esperienza’, è la prima cosa che mi ha detto ‘ma sai qual è la mia idea del giornalismo: bisogna andare dove la gente soffre e ogni tanto ci tocca soffrire come loro per fare il nostro mestiere’. La notizia del suo ritorno è arrivata ieri sera, poco prima di cena: è stata un’emozione fortissima. Quando ho chiamato Giulietta, la moglie, non riuscivamo quasi a parlare, poi lei ha detto: ‘Non so neanche come sto, ma so che ce l’abbiamo fatta’. La forza è stata di averci sempre creduto, di non aver abbandonato la speranza, di aver tenuto vivo un filo, anche in quei due primi terribili mesi nei quali non arrivava nessun segnale, quando Domenico sembrava scomparso nel nulla. Crederci ha significato non lasciarsi sprofondare nello sconforto e non perdere la testa. Giulietta e le figlie sono state capaci di farlo, anche con un velo di ironia, tanto che per scaramanzia non avevano voluto tagliare l’erba del prato di fronte a casa, era un lavoro del papà e spettava a lui tornare e farlo. Anche qui, al suo giornale, gli amici e colleghi hanno saputo aspettare con fiducia e hanno rispettato il silenzio, dando prova fortissima di essere una vera squadra. Poi è arrivata quella telefonata, il 6 giugno, e avevamo sperato che tutto potesse finire in fretta. E’ stato durissimo ren-

dersi conto che invece sarebbe stata ancora lunga. E durissimo è stato non farsi contagiare dalle voci e dalle segnalazioni che raccontavano che era morto. Se oggi Domenico Quirico, che era stato rapito dopo essere entrato in Siria dal confine libanese, è stato liberato lo dobbiamo a un formidabile impegno di tutti gli apparati dello Stato che hanno lavorato al caso con una passione e una dedizione incredibili”. E passiamo a Bonino, ancora “La Stampa”: Ministro Bonino, qual è stata la dinamica che ha portato alla liberazione, e che cosa ha fatto sì che uno stallo di 5 mesi si sbloccasse? “Ci sarà tempo e modo per informarne la pubblica opinione, e ricostruire le fasi del sequeBonino: il punto stro. Adesso, la procedura prevede non di forza di tutta a caso come prima cosa che Domenico questa operazione Quirico sia ascoltato dalla magistratura si chiama riserbo. italiana, è evidente che non è possibile Unito però anche in questo momento aggiungere altro. ad un bella dose Quello che di certo ha agevolato e ci ha di cocciutaggine premiato è stata una cosa semplice e difficilissima, in un caso delicato come un sequestro di persona in uno scenario devastato e complesso com’è quello siriano: il riserbo. Ha premiato la tenuta della famiglia e del giornale, la costanza nel mantenere un profilo basso, non cogliendo mai il benché minimo accenno di polemica. Ha premiato la tenuta nel seguire le nostre indicazioni per il riserbo. E naturalmente ha premiato la cocciutaggine operosa di tutta la Farnesina, a cominciare dall’Unità di crisi, e di tutti gli apparati dello Stato. A loro devo e dobbiamo dire grazie”.

Intervista di Lanfranco Palazzolo Federico Orlando, condirettore “Europa”, ci ha detto su quali dei vari referendum dei Radicali italiani metterà il suo segno

Un’operazione di democrazia

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oterò 9 sì e 3 no ai referendum radicali. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il condirettore di “Europa” Federico Orlando. On. Orlando, cosa pensa dei referendum radicali sulla giustizia e sui diritti civili e come ha visto l’appoggio di Berlusconi a tutto il pacchetto referendario? “L’ho visto molto male. Noi radicali – io sono liberale-radicale – sappiamo “"Mi è dispiaciuto benissimo qual è la storia dei rapporti che alcuni iscritti di Silvio Berlusconi con i referendum del Pd abbiano sulla giustizia. Questa firma dell’ultiimpedito la raccolta ma ora, in una situazione che rende delle firme radicali legittimo il sospetto della strumentain una delle feste lizzazione, a me non sta bene”. in questi giorni"” Ritiene che Berlusconi abbia fatto un gesto da disperato? “Non lo so. Diciamo che è un modo per richiamare l’attenzione di molti cittadini sullo sforzo che, in solitudine, il partito radicale sta facendo. Se poi questa iniziativa berlusconiana si concretizzerà in un’azione di sostegno concreto lo vedremo. Ci sono stati episodi di segno contrario. Mi è dispiaciuto che alcuni iscritti del Partito democratico abbiano

impedito la raccolta delle firme radicali in una delle feste che si sono svolte in questi giorni. Questo è un fatto che mi è molto dispiaciuto. Non capisco cosa abbia a che fare un’azione del genere con la democrazia”. Per quanto riguarda il pacchetto referendario si sente di sposare tutti i quesiti referendari? “No, anche se voterò a favore di quasi tutti i referendum radicali. Ad esempio voterò a favore del quesito referendario sull’8 per mille; sì alla custodia cautelare; sì al divorzio breve; si a quello sulla droga; sì all’abolizione dell’ergastolo. Per quest’ultimo quesito dipenderà anche dal Parlamento. Abolire l’ergastolo è un nobile fine, ma non sempre l’ergastolano riesce ad essere rieducato. In questi giorni i giudici hanno deciso di allentare la sorveglianza nei confronti di un pericoloso mafioso, che continua a mandare pizzini”. Quali altri referendum sosterrà? “Voterò a favore dell’abrogazione della legge sull’immigrazione; sì al referendum sui magistrati fuori ruolo; no alla responsabilità civile dei magistrati e alla separazione delle carriere. Credo che queste riforme debbano essere fatte nel quadro di una riforma costituzionale sulla separazione dei poteri dello Stato”. E sugli altri referendum? “Voterò no al referendum sul finanziamento pubblico dei partiti perchè ritengo che tutti i cittadini, si tratti di miliardari o di poveracci, devono partecipare alla vita politica. Questi costi devono essere dimostrati e documentati e rimborsati nei limiti della legge. Si tratta di 9 sì e 3 no”. Cosa pensa dell’iniziativa referendaria in relazione alla paralisi del Parlamento che non riesce ad approvare leggi di sua iniziativa? “Io sono sempre stato un referendario convinto. Condivido la cultura delle due schede. Credo che sia un bene esercitare questo diritto”.

BANKITALIA, SCENDONO I PRESTITI AI PRIVATI, -3,3%

fatti e fattacci

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arrivato il dottore. La Chiesa cattolica di Papa Francesco è cambiata, ma non abbastanza per evitare certe situazioni ridicole e ambigue. In questi giorni è stata istituita una “Commissione Documentazione e Studi su Padre Pio da Pietrelcina” per studiarne la spiritualità e verificare se ci sono le basi per attribuirgli il titolo di dottore della Chiesa. Questo titolo è concesso o dal papa stesso o da un Concilio. Si tratta di un riconoscimento attribuito eccezionalmente (attualmente si contano 35 persone che coprono circa duemila anni di storia della Chiesa) ed è dato solo postumo e dopo un opportuno e preventivo processo di canonizzazione. In origine vi appartenevano solo santi e teologi della Chiesa d’occidente, per esempio Sant’Ambrogio, Agostino da Ippona, san Girolamo e papa Gregorio I, che furono proclamati dottori della Chiesa nel 1298. La notizia è stata resa nota da frate Francesco Colacelli, ministro provinciale dei Frati Minori Cappuccini della Provincia religiosa di Sant’Angelo e Padre Pio, che in questo periodo ricopre anche gli incarichi di presidente della Conferenza Italiana dei Ministri Provinciali Cappuccini e di presidente di turno dell’Unione dei Ministri Provinciali delle Famiglie Francescane d’Italia. La commissione è stata istituita dalla Provincia religiosa di Sant’Angelo e Padre Pio. La commissione è composta da cinque

frati e due esperti laici che dovranno studiare la “spiritualità - ha concluso – del nostro santo Confratello e, in particolare, quella che emerge dai suoi scritti per poi verificare se questi studi possano costituire la base di partenza per ottenere il titolo di dottore della Chiesa per Padre Pio”. A giudicare dalle prime notizie che arrivano dalle parti di Pietrelcina, l’iniziativa è davvero singolare e in Vaticano dovrebbero preoccuparsi prima di dare il via libera all’operazione “dottore della Chiesa”. Sarebbe interessante sapere cosa pensa il Papa di questa trovata. Nessuno deve dimenticare che facendo una mossa del genere si arreca un grave danno all’immagine di un altro Papa come Giovanni XXIII che certo non fu da meno di Padre Pio e che ha illustrato il ruolo della Chiesa meglio del santo di Pietrelcina. E’ bene ricordare che questo titolo viene attribuito dalle Chiese cristiane a personalità religiose che hanno mostrato nella loro vita e nelle loro opere particolari doti di illuminazione della dottrina sia per fedeltà sia per divulgazione o per riflessione teologica. Con tutta la buona volontà di Padre Pio non si ricorda una particolare riflessione teologica, ma ritornano alla mente solo i suoi frequenti miracoli che hanno fatto discutere per decenni la Chiesa. Fare un altro regalo ai fedeli del santo di Pietrelcina è uno sgarbo a chi, in questi secoli, ha elaborato davvero la teologia della Chiesa.

Secondo i dati comunicati dalla Banca d’Italia, relativi a luglio, si riducono ulteriormente i prestiti bancari ai privati e si è registrata una contrazione su base annua del 3,3% (-3,0% a giugno). I prestiti alle famiglie sono scesi dell’1,1% sui dodici mesi (-1,0% a giugno); quelli alle società non finanziarie sono diminuiti, sempre su base annua, del 4,1%, come a giugno. Sempre secondo Palazzo Koch, a luglio il tasso di crescita dei depositi del settore privato si è fermato al 5,9% (era al 6% a giugno), mentre la raccolta obbligazionaria è diminuita del 6,3% nell’arco dei dodici mesi. I tassi d’interesse, comprensivi delle spese accessorie, sui finanziamenti erogati nel mese alle famiglie per l’acquisto di abitazioni sono stati pari al 3,96% (erano al 3,90% a giugno); quelli sulle nuove erogazioni di credito al consumo sono stati pari al 9,52% (9,55% a giugno).

primo piano

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e riforme e i risparmi di bilancio cominciano a produrre effetti. Per la prima volta, abbiamo avvertito un accento di soddisfazione nel ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, che ha sottolineando come il deficit di bilancio medio nell’Eurozona si è quasi dimezzato rispetto al 2010. “La competitività aumenta ed i costi del lavoro si riducono, come pure gli squilibri economici”. Persino l’Italia e la Spagna starebbero migliorando. Per cui se il rigore tedesco produce questi effetti formidabili, e la Germania è pronta persino ad aiutare ancora la Grecia e senza farle tagliare oltre il debito, perché mai bisognerebbe cambiare? Stiamo vivendo nel migliore dei mondi possibili, solo che non ce ne accorgiamo.

&

a n a l i s i

Prima la poltrona dopo la proposta

L’

Harry Potter del Partito democratico non si ritira. Mentre nel Partito democratico tutti si affrettano a salire sulla corazzata del sindaco di Firenze Matteo Renzi, esiste un giovane ragazzo che non demorde e continua nella sua intenzione di volersi candidare a tutti i costi alla segreteria del partito. Stiamo parlando dell’enfant prodige del Partito democratico Pippo Civati. L’esponente lombardo del Pd non demorde e rilancia la sua proposta politica anche di fronte alle voci che lo vogliono ormai prossimo al ritiLA VOCE REPUBBLICANA Fondata nel 1921 Francesco Nucara Direttore Giancarlo Camerucci Vicedirettore responsabile Iscritta al numero 1202 del registro stampa del Tribunale di Roma - Registrata quale giornale murale al Tribunale di Roma con decreto 4107 del 10 novembre 1954/1981. Nuove Politiche Editoriali, Società cooperativa giornalistica - Sede Legale - Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326. Amministratore Unico: Dott. Giancarlo Camerucci Direzione e Redazione: Roma - Corso Vittorio Emanuele II, 326 Tel. 06/6865824-6893448 - fax. 06/68210234 - Amministrazione: 06/6833852 Progetto grafico e impaginazione: Sacco A. & Bernardini.

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ro della tenzone congressuale. E per informare i suoi fans che non fugge, Civati ha messo in moto il suo potentissimo blog: “Il Corriere scrive di me dopo qualche mese. Ma solo per dire che mi ritiro dalla corsa alla segreteria (ovviamente senza avermi nemmeno sentito). Non bastavano evidentemente i tweet degli editorialisti che mi prendono poco sul serio (eufemismo). Lo ripeto per la milionesima volta: se mi ritirerò sarà solo dopo aver fatto il segretario, non prima”, sottolinea. “La corsa c’è, e se smettessero di scrivere scemenze, e magari raccontassero quello che stiamo facendo, non mi e ci penalizzerebbero in continuazione. Domani certamente sul Corriere rettificheranno. Sì, ciao...”, conclude. Poche ore dopo, nel suggestivo scenario della festa democratica di Pontelagoscuro, Civati ha ribadito le sue intenzioni, attaccando nuovamente il primo quotidiano italiano: “Sono molto felice di non essermi ritirato” dalla candidatura per la segreteria del partito. Probabilmente, ha sostenuto, il Corriere della Sera “non vede con molta simpatia chi non è d’accordo” con le “larghe intese”. Ritirarmi? “Al massimo - scherza - mi ritiro in una festa del Pd”. Poi, ha stigmatizzato lo “schierarsi” nel partito, in vista del congresso, per un candidato o l’altro: così - ha detto - sembra un “calciomercato”. Civati ha ragione quando parla di Calciomercato. La sparizione politica dell’ultimo uomo d’apparato, Pierluigi Bersani, ha costretto il Partito democratico a ripiegare su Matteo Renzi. I vertici del partito democratico hanno capito che bisognava aggrapparsi a qualcuno. E alla fine hanno scelto Matteo Renzi. Lo hanno fatto senza convinzioni e senza nemmeno capire cosa vuole Matteo Renzi. Per la verità non lo ha capito nemmeno Renzi cosa intende fare. Tutti sono convinti che, al momento di essere eletto segretario del Pd Renzi guarderà i suoi collaboratori e dirà la stessa frase di Robert Redford nel film “Il candidato”: “E adesso cosa facciamo?”. La stessa frase risuonerà anche nella mente di Civati dopo essersi misurato con il suo ex alleato Matteo Renzi. La verità è che questi giovani

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del Partito democratico pensano alla poltrona. Poi alla proposta. Ecco perché si candidano in ogni dove. Civati, al contrario di Renzi, non ha ancora compreso che per vincere e convincere è necessario fare i patti con il diavolo. E questi accordi Renzi li ha stetti da tempo. Ecco perché ai suoi colleghi di partito importa davvero poco quello che dice Renzi. E sono interessati soprattutto a sapere dove Renzi li porterà. Purché Renzi lo sappia, s’intende.

Siria: gli inglesi hanno detto di no

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li inglesi non vogliono guerre. In questi giorni molti politologi e analisti delle relazioni internazionali hanno discusso molto sul voltafaccia inglese nei confronti della possibilità di un attacco alla Siria per rispondere all’utilizzo delle armi chimiche contro Assad. La Camera dei comuni ha respinto l’ipotesi di un attacco militare alla Siria, diversamente da quanto fece nel 2003 Tony Blair alla vigilia dell’attacco contro il regime di Saddam Hussein. Gli inglesi non vogliono avere più responsabilità come queste. Se davvero devono intervenire lo fanno a ragion veduta e quando esista la possibilità di un intervento concreto, come è accaduto in Libia. Ma la Siria, almeno per il Parlamento inglese, resta un terreno molto scivoloso e gli inglesi sono d’accordo. L’opinione pubblica britannica resta in gran parte contraria a una azione militare in Siria al fianco degli Stati Uniti, anche se dovessero emergere prove certe della responsabilità del regime di Assad nell’uso di armi chimiche e non vede con favore alcun eventuale secondo voto in parlamento. Lo rivela un nuovo sondaggio pubblicato dal “Sunday Telegraph” domenica scorsa. Il 46% degli interpellati non vuole che i deputati tornino a votare anche nel caso in cui gli ispettori Onu dovessero indica-

re responsabilità di Assad, mentre il 36% si dice favorevole. Più in generale, sulla politica adottata da Londra rispetto alla crisi siriana, il 19% sosterrebbe un intervento anche a prescindere dal parlamento, mentre il 47% preferisce che il governo britannico si impegni sul fronte dell’emergenza umanitaria, come ha confermato al G20 di San Pietroburgo il premier David Cameron, annunciando lo stanziamento di aiuti per altri 52 milioni di sterline (circa 60 milioni di euro). Certo, se la decisione fosse stata nelle mani di David Cameron sarebbero davvero stati problemi per tutti. Il premier inglese non ci avrebbe pensato due volte a dare man forte ad Obama, scatenando una polemica infinita sull’interventismo occidentale in una delle aree più delicate del Medio Oriente. Ma per l’Inghilterra questa è stata la scelta più saggia. In un momento di profonda crisi economica ed internazionale, un intervento di massa dei paesi occidentali avrebbe creato problemi infiniti di fronte alle timide aperture del regime iraniano e agli sconquassi che stanno travolgendo paesi cruciali per gli assetti del Medio Oriente, come il vicino Egitto. Anche gli Stati Uniti e la Francia hanno ridimensionato i loro progetti di attacco militare. Anche Obama e il socialista Hollande hanno ben compreso che con un intervento di carattere limitato si potrà fare ben poco. Insomma, il ginepraio resta.

Libano: gli scopi di una missione

C

he fine faranno i nostri soldati impegnati in Libano? Anche se l’operazione militare nei confronti della Siria dovesse avere un carattere molto limitato, gli effetti di un’iniziativa del genere potrebbero essere dirompenti. Dopo la liberazione di Domenico Quirico, il ministro della Difesa Mario Mauro dovrebbe occuparsi di

quel migliaio di soldati impegnati nel Sud del Libano che rischiano molto e riflettere sulla permanenza dei nostri soldati in caso di un conflitto in quella delicatissima area. In queste ore i mezzi di informazione libanesi hanno fatto sapere che le milizie del movimento sciita libanese Hezbollah hanno condotto ampie esercitazioni nel sud del Libano, dove sono schierati circa un migliaio di caschi blu italiani, in vista di eventuali ripercussioni regionali che potrebbero verificarsi in caso di attacco americano contro il regime siriano. Lo riferisce il quotidiano di Beirut “an Nahar”, che cita un rapporto d’intelligence circolato nei giorni scorsi in ambienti diplomatici europei in Libano. “Hezbollah è aperto a ogni scenario, ma al momento non ha deciso di rispondere in Libano a un attacco americano”, afferma il rapporto citato dal giornale vicino alla coalizione politica libanese rivale del movimento sciita filo-iraniano. Nel sud del Libano sono schierati oltre 10mila caschi blu dell’Onu, tra cui un migliaio di italiani responsabili della regione occidentale. Del resto, anche le autorità libanesi si stanno mobilitando. Le autorità del Libano hanno rafforzato le misure di sicurezza attorno alle missioni diplomatiche straniere a Beirut per il timore di possibili rappresaglie all’eventuale intervento militare in Siria guidato dagli Usa. Lo riferiscono fonti della sicurezza libanese, spiegando che viene monitorato il passaggio delle auto che percorrono le strade che conducono alle ambasciate occidentali e arabe a Beirut. Alcune strade sono invece state chiuse alla circolazione per motivi di sicurezza. Se è vero che vengono prese misure del genere è chiaro che le ragioni di una missione internazionale sotto l’egida dell’Onu vengono meno. Se l’Organizzazione delle Nazioni Unite non è messa in condizioni di operare in uno scenario delicato come quello del Libano tanto varrebbe lasciare quella zona. In ogni caso non si tratta certamente di soldatini di plastica che sia facile spostare ora qui ora là, sua ben chiaro.


terza pagina-archivio della settimana

Martedì 10 settembre 2013

Il destino del Cav. è nelle sue mani

I

l governo di larghe intese è stato voluto dal Pdl molto più che dal Partito democratico. Angelino Alfano fa bene a ricordarlo. Pier Luigi Bersani, sotto choc per la mancata vittoria elettorale, tentò in tutti i modi di formare un esecutivo diverso, appoggiato dagli eletti di Grillo. Solo dopo numerosi fallimenti, e grazie al presidente della Repubblica, il Pd accettò con sofferenza di varare una grande coalizione, nella quale non ha mai creduto fino in fondo. Ma proprio questi dati di fatto rendono ancora più incomprensibile il comportamento del Pdl, o almeno di una sua parte, nell’estate politica dominata dalla condanna di Silvio Berlusconi. L’impegno a tenere separati la vicenda giudiziaria e il destino del governo è stato rimosso. Le minacce si sono moltiplicate fino a questi giorni di tregua apparente. Falchi e pitonesse hanno calcato la scena con dichiarazioni incendiarie contro tutto e tutti: dal capo dello Stato al presidente del Consiglio, dai giudici ai presunti traditori che si anniderebbero nel Pdl. C’è qualcosa di misterioso nell’ossessione di aprire una crisi. Far cadere il governo e andare alle elezioni (ammesso che al voto si vada) non cambierà di un millimetro la situazione giudiziaria di Berlusconi. Il 15 ottobre la condanna diventerà operativa con la scelta tra arresti domiciliari e affidamento ai servizi sociali. Poco dopo arriverà la Corte d’appello che ricalcolerà gli anni di interdizione dai pubblici uffici. Non c’è nessuno, in uno Stato di diritto, che possa ragionevolmente pensare che tutto ciò si possa cancellare con un colpo di spugna prima dell’esecuzione della sentenza e senza che l’ex premier ne prenda atto. Certamente molte dichiarazioni di esponenti del Pd sulla decadenza in base alla legge Severino stanno dando una mano al partito della crisi. C’è una fretta sbandierata. Il diritto di difesa riconosciuto a tutti (compreso quello di valutare nel merito il ricorso alla Corte europea) e le obiezioni avanzate da importanti giuristi sembrano un fastidio. La voglia di eliminare l’avversario per via giudiziaria, un tratto distintivo della fallimentare politica dei Democratici nei confronti di Berlusconi, è fortissima. È bene che la giunta che si riunisce oggi avvii un esame approfondito e lasci il tempo necessario alla difesa. Così la vicenda tornerà su un binario corretto. Perché lascerà nelle mani di Berlusconi una decisione che nessuno può prendere al suo posto. Riguarda il suo futuro personale e il destino del partito che ha fondato. Un atteggiamento rispettoso della legalità gli permetterà di continuare a svolgere, anche

fuori dal Parlamento, un ruolo politico importante. E, dopo una richiesta avanzata da lui o dalla sua famiglia, il Quirinale potrà esaminare con serenità le ipotesi di clemenza o di commutazione della pena. Ma, soprattutto, il leader del centrodestra italiano potrà riflettere su un punto decisivo. Dopo venti anni è tempo di avviare con serietà la costruzione di una nuova formazione dei moderati italiani. Nel Pd è in atto un processo di cambiamento generazionale, la coppia Enrico Letta-Matteo Renzi porterà questo partito fuori dalla tradizione post comunista. Il centrodestra può restare a guardare senza dare una prospettiva agli italiani che non si riconoscono nella sinistra? Non è possibile: anche in questo campo c’è bisogno di idee nuove e di una classe dirigente che sappia interpretarle e proporle al Paese. Tocca a Berlusconi, con i gesti e gli atteggiamenti giusti, decidere se esercitare una vera leadership favorendo questo processo. Altrimenti si consegnerà agli urlatori di professione in un cupo finale di partita. Luciano Fontana, “Corriere della Sera”, 9 settembre 2013

Silenzio, ora parla il guru

E’

quando appaiono sullo schermo di Cernobbio i volti impacciati di Richard Nixon e John Fitzgerald Kennedy che la sala capisce che qualcosa sta per accadere. Gianroberto Casaleggio, 59 anni, consulente di strategie di mercato con sede a Milano vicino a Mediobanca, vegetariano, ispiratore di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle, è arrivato fra i suoi avversari al Forum Ambrosetti a spiegare come si fa a batterli. Quell’istantanea di Nixon e Jfk al loro primo dibattito televisivo è l’inizio di un’era della comunicazione, dice, che ora sta tramontando. In platea ascoltano il premier Enrico Letta, il suo predecessore Mario Monti, il presidente del Consiglio Ue Herman van Rompuy, almeno quattro ministri e tutti i banchieri più importanti del paese. Un’ampia selezione del ceto che M5S vuol spazzare via prende appunti di fronte al guru di Grillo. Politici e banchieri hanno molto da segnare sui taccuini, in verità. Casaleggio sa di cosa parla. “Internet non è un nuovo media ma il punto di svolta di un cambiamento sociale - dice - Le organizzazioni politiche diventano da piramidali, gerarchiche, a stella e con molteplici interconnessioni”. Secondo i dati della presentazione, negli Stati Uniti internet ha già superato la tivù per-

ché l’americano medio passa in media 5 ore al giorno sul primo e quattro e mezzo sul secondo. Casaleggio riconosce che in Italia non è ancora così, perché la televisione cattura ancora quattro ore, mentre il web meno di una e mezza. “Ma la tendenza è ineluttabile - afferma - . Mostratemi un candidato che non capisce internet e io vi farò vedere un perdente”. In platea Angelino Alfano, il ministro dell’Interno con un eloquio da avvocato d’altri tempi, non si perde un colpo. Sia Letta che Monti, altri due leader dotati di Twitter ma decisamente di vecchia scuola, seguono con attenzione e poi dichiarano il rapporto di Casaleggio “molto interessante”. Meno chiaro è se si riferiscano anche al momento in cui il guru di Grillo cita il “Contratto Sociale” di Jean-Jacques Rousseau nel passaggio sui rappresentanti eletti che “diventano oligarchia e i cittadini sono sempre più alienati”. O se ad interessare la rappresentanza del governo, da Fabrizio Saccomanni e Flavio Zanonato, è il richiamo di Casaleggio all’istituzione americana del “recall”: l’opzione di sfiduciare un rappresentante eletto. “Pensate a come lo strumento del recall cambierebbe la politica in Italia”, dice l’ideologo dei Cinque Stelle. Non che Casaleggio si conceda facilmente. Nell’arrivare a Villa d’Este, poco prima delle otto, aveva accuratamente evitato le domande dirette di giornalisti in carne ed ossa, dichiarandoli obsoleti. Per sfuggire ai taccuini, forse troppo low tech, stava perfino per infilarsi nella sala delle cassette di sicurezza dell’hotel. Poi si è rivolto agli uomini della scorta per farsi proteggere. Non per la prima volta Villa d’Este diventa così un castello dei destini incrociati, in cui l’élite di Cernobbio plaude al guru di M5S e questi si affida allo status symbol ultimo della casta, la scorta pagata dai contribuenti per difendersi i cronisti. Del resto Cernobbio esiste forse proprio perché è una specie di mondo a parte, in cui si finge per un po’ che le leggi del mondo di fuori siano sospese. Non devono averlo detto a Michael Slaby, consigliere Internet delle campagne di Barack Obama, perché è il solo che risponde colpo su colpo a Casaleggio. L’italiano annuncia la fine irreversibile dei media tradizionali (“strumento del potere”) e l’americano avverte: “I giornali non sono più il martello pneumatico che erano, ma contano ancora”. L’italiano avverte che il web sta soppiantando gli altri mezzi di comunicazione, e l’americano nota: “Non è un gioco a somma zero, oggi i giovani stanno sui social network e davanti a giornali o tivù allo stesso tempo”. E mentre Casaleggio si irrita per i tweet inviati dalla sala sul suo intervento, rifiuta i fotografi in sala e ignora i cronisti, l’americano controbatte: “Dobbiamo accettare che non abbiamo più il potere di controllare l’informazione”. Ma in fondo a Cernobbio la coerenza degli

LA VOCE REPUBBLICANA

argomenti non conta poi molto. L’importante per una mattina è incrociare l’avversario e farlo proprio. I banchieri Enrico Cucchiani (Intesa Sanpaolo) e Federico Ghizzoni (Unicredit) esprimono il loro apprezzamento per Casaleggio. Solo Renato Brunetta ha qualcosa da eccepire: “Niente di nuovo”, brontola il capogruppo del Pdl alla Camera. Forse lui sospetta che Casaleggio per un giorno all’Ambrosetti si è calato nel ruolo che un tempo qui spettava a Fausto Bertinotti: il nemico ideale, benvenuto fra gli avversari perché in fondo innocuo nella sua radicalità. E chissà che l’anno prossimo anche il guru di Grillo si ammorbidisca un po’ e si lasci fotografare. Magari accanto alla scorta. Federico Fubini, “la Repubblica”, 9 settembre 2013 Certo, addirittura perdere tempo a scrivere appunti. Che abbia ragione Brunetta, non c’è dubbio. Chiunque direbbe: niente di nuovo. Anche perché il quadro descritto dal guru pare corrispondere alle cose com’erano due o tre anni fa. Il cosiddetto “mobile” non era diffuso come oggi, e questo pur vuol dire qualcosa in quel fragile universo di rottami continui che è il web. Rifiuti continuamente prodotti un po’ perché mantenere attivi i motori di ricerca e tutto il resto è un’attività energivora, e poi perché non è affatto detto che lo spazio virtuale sia anche infinito. Pur verrà il giorno in cui le stanze saranno dichiarate piene. E allora...

L’atomo non fermerà Tokyo

to il maggior numero di delegati della Commissione internazionale olimpica vincendo uin maniera schiacciante il duello con Istanbul (60 voti a 36). All’insegna della concretezza, il Giappone ha infatti scommesso su due-tre punti fondamentali: un progetto “affidabile, ora e fra sette anni”, ha sottolineato Abe, in una Tokyo sicura e con alle spalle la forza dell’economia nipponica, che continua a essere la terza al mondo. Una “ricetta” di successo, condita poi dalla sottolineatura della tradizionale ospitalità giapponese e dall’immagine di una megalopoli efficiente e internazionale ormai da decenni. “Hanno parlato meno di altre cose, e si sono concentrati invece proprio sullo sport, tenendosi alla larga di discorsi vaghi”, è stato il commento di più di un giornalista al centrostampa di Buenos Aires, dove in tanti hanno apprezzato uno dei video di presentazione dei giapponesi, quello nel quale si racconta come `Tokyo 2020´ sia una città divisa in due zone, il cuore della metropoli e la baia. Tutto in un raggio di appena 8 km, fatto che indubbiamente agevolerà gli spostamenti degli atleti, ha più volte ripetuto la delegazione nipponica. Ha pesato poi, e molto positivamente, il fatto che la città sia stata quella meno bersagliata dalle critiche e le domande sia al Cio sia dei giornalisti sul tema doping, problema che ha invece colpito al cuore la Turchia e che, a sorpresa, ha finito per mettere un bastone tra le ruote anche nel caso di Madrid. Tokyo si è quindi presentata con grinta ma senza esagerare o sbagliare approccio, uscendo vincente anche su quello che era il rischio maggiore, e cioè il “dossier Fukushima”. Il dramma nucleare giapponese ha sempre aleggiato sulla candidatura, ma in un modo o in un altro Tokyo è riuscita ad andare oltre.

U

n progetto compatto, innovativo all’insegna della tecno-efficienza, a servizio dello sport. All’assemblea Cio a Buenos Aires, è stata questa la carta vincente della delegazione giapponese guidata dal premier Shinzo Abe per presentare Tokyo quale sede dei Giochi 2020. Se la Turchia ha puntato sulla novità e originalità che avrebbe rappresentato vedere ospitare le Olimpiadi una città euro-asiatica, ponte tra Occidente e Oriente, per spingere Madrid la Spagna ha provato a presentare un paese non lontano dall’uscita della crisi e una metropoli “magica e divertente”, come ha detto la sindaco, Ana Botella. In un modo o in un altro, nessuna delle due metropoli è riuscita a essere superiore - per contenuti e forse anche per stile - alla capitale giapponese, che ha convin-

Probabilmente ha presento anche la presentazione fatta da Mami Sato, l’atleta paralimpica che ha perso una gamba a causa di un cancro e che viveva in una località spazzata via dal tsunami del 2011. Sato ha raccontato, con emozione ma senza eccessi, come dopo quella tragedia sia riuscita a “dare più valore, grazie allo sport, a quello che ho, non ha quello che ho perso”. “La Stampa”, 7 settembre 2013

z i b a l d o n e

Crocetti, la scultura che supera le varie correnti

N

el centenario della nascita, una grandiosa esposizione delle astrali opere di Venanzio Crocetti: sono 85 opere divise in tre sezioni disposte con eleganza e proficua visibilità. Il luogo d’esposizione è a Roma, nel Museo Nazionale di Palazzo Venezia, dal 2 settembre al 30 ottobre, a cura di Paola Goretti e Raffaella Morselli. Oltre al Museo Crocetti che l’ha promossa, c’è la partecipazione della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico-Artistico ed Etnoantropologico, il Polo Musicale della Città di Roma diretto da Daniela Porro. Fra i grandi temi: “Elegantiae” (la traccia classicheggiante con ballerine, modelle, teste e busti), “Etternale Ardore” (La visione tragica dei soggetti epici con Maddalene, fughe, ratti, incendi), “Clementiae” (Il lessico dei memoriali rusti-

cani con pescatori, bagnanti, animali). E’ un calarsi nell’umano, un forgiare con maestosità figure gigantesche che si appropriano di te, ti attirano e ti sovrastano, ma con grazia e sensualità. Sono plastiche immagini senza tempo, perché accorpano i secoli e penetrano nella voragine dell’anima. L’antico è sviluppato in ogni sfumatura e ispirazione, e Crocetti non si fa sommergere totalmente dai tumulti della

contemporaneità, si nutre soprattutto di sentimento e coscienza della bellezza che, in quanto tale, porta con sé l’imperativo della ricerca interiore e della successiva esternazione dei suoi risultati. Armonia delle forme e della loro essenza, dal “Pescatorello” al “Cavaliere della pace”. E’ forse la decadenza degli ideali borghesi, un dissidio tra la vita e lo spirito, tra la vuota esistenza di ogni giorno e le manifestazioni dell’arte come una benefica struttura in cui disciogliere tutti gli istinti e i desideri inappagati. Crocetti ci sembra figlio diretto del suo tempo, ma in verità è ancora l’erede di tutte le esperienze del passato. Non può non ammettere in tutto o in parte ciò che, tuttavia, combatte. Crocetti mostra, appunto, il suo martirio che si riflette quando lo stridente contrasto tra la creazione e il notevole avvicendarsi delle correnti di pensiero, delle condizioni di vita, viene pacificato momentaneamente nella sincrona rispondenza della sua forma d’arte, rispecchiando e traducendo, interpretando in bellezze e novità ciò che è l’immanente. Vi sono nelle sue creazioni gigantesche delle grida di gioia dolorosa, echi ed aspetti romantici che palesano smarrimento e disorientamento verso i primi conati di uno stile, di forme, mezzi e linguaggi che mettono in discussione eredità estetiche come “l’individualismo” e “lo spirito polemico”. La sua decisa, coraggiosa presa di posizione estetica è tutta nel meraviglioso cavallo rovesciato a testa in giù, la cui perfetta incisione ti annienta, ti assale, mostrando l’impeto creativo, la tensione drammatica dell’originale artista. Opportunamente Paola Goretti e Raffaella Morselli osservano, fra l’altro, che Crocetti rappresenta “un costante dialogo con l’antico sostanziato da infiniti rimandi al lessico figurativo della tradizione classica, sia essa aulica (Arturo Martini, Donatello, Poussin, Agostino Duccio) italica o mediterranea”; o “un dialogo sentimentale carico di memorie, estraneo alle istanze delle avanguardie in corso, mosse dai tumulti della contemporaneità” (Manzù, Greco, Messina). Crocetti stesso confessa: “Le mie idee sull’arte sono di poche pretese, non ho teorie, apprezzo e curo molto la raffinatezza della materia”. Notiamo che la decisione e la ripetizione aspirano alla ricerca della novità e all’intensità dell’esperienza. Nel concetto di forma (pensiamo alle creazioni delle danzatrici nelle varie pose, pensiamo alla vacuità dei volti senza pupilla e, pertanto, senza sguardo, perché esso è racchiuso nell’anima dalle splendide pose in cui l’artista le rappresenta). La Fondazione Museo Crocetti di Roma (in Via Cassia) che ha promosso la mostra, ha giustamente esibito l’opera di un “Maestro” nel suo dialogo col mondo, nella sedimentazione, nel tramando, nella memoria del fare e del “fare umanità”. Nel concetto di forma di Crocetti è implicito il riferimento a qualcosa di obiettivo e stabile che sembra adeguarsi all’essenza dell’opera d’arte. In questo modo, dinanzi al continuo

ed inarrestabile trascorrere del tempo, il riferimento alla forma rende manifesta la pulsione a superare il carattere effimero, caduco e perituro della vita. Ma tale pulsione trascende la propria forma, divinizzandola e a volte demonizzandola (come nelle creazioni di animali) esaltandone la bella apparenza, ma anche la sua denigrazione. Crocetti resisterà alla grande prova del tempo, anche se non ha completamente dato una risposta immediata alle domande del presente. L’importante è che, immessi nelle sue opere d’arte, siamo certi delle risposte. Venanzo Crocetti è nato a Giulianova nel 1913. Nel 1931 gli fu assegnato il Premio Nazionale dell’Accademia di S. Luca di cui era accademico. Dal 1934 partecipò alle Biennali di Venezia. Fece parte della Pontificia Commissione Centrale per l’Arte Sacra in Italia. Nel 1949 vinse il concorso nazionale per le “Porte Bronzee” della Basilica Vaticana. Ha insegnato scultura all’Accademia di Venezia dal 1946 al 1955, e dal 1956 al 1963 presso quella di Firenze ed era titolare di scultura all’Accademia di Roma. Ha realizzato il Monumento ai Caduti di Teramo di grandi dimensioni e suggestioni. Il Maestro, prima della sua morte, 2003, ha dotato di un ricchissimo patrimonio artistico i circa tremila metri quadri della Fondazione con statue in bronzo, in marmo, disegni, opere su carta e grafiche. Dieci sculture in marmo sono nella Cappella che accoglie le sue ceneri. Liliana Speranza

Ricetta per cucinare un leader carismatico

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arlo Galli, sul supplemento “elettronico” de “Il Mulino”, sempre molto gradito, offre un ritratto di Renzi per il quale il Pd pare stravedere. Pare. Dopo l’apparire si vedrà. Comunque Renzi risulta “democristiano e molto ambizioso” “Sia chiaro: ‘democristiano’ non può e non vuole essere una connotazione negativa; designa semmai il moderatismo politico unito a un perfetto know how di potere. Né ambizioso può valere come insulto – se non, ipocritamente, in bocca ad Antonio nel Giulio Cesare –, ché anzi l’ambizione personale è il sale della politica; piuttosto, si vuole sottolineare che se Matteo Renzi ha molto sale (non è sciocco, come si dice dalle sue parti), non è ancora chiaro quale pietanza ne sia insaporita. Quale piatto, insomma, si appresta a servirci il nuovo aspirante capocuoco, pur bravo maneggiatore di spezie. La sua indeterminatezza è tanto affascinante quanto ambigua, e non ha in sé alcuna caratteristica ascrivibile alla sinistra, comunque que-

sta possa essere declinata. Eppoi, Renzi non è neppure un moderato per scelta – come invece è Letta –; lo è per necessità, perché vuole parlare a una platea così vasta da essere costretto a lanciare messaggi indeterminati e generici, messaggi in cui la forma prevale di gran lunga sul contenuto. La forma è l’entusiasmo e lo sdegno, con un po’ di vittimismo e molta sfrontatezza; è l’acuto che strappa l’applauso, è la mossa che ammicca e conquista, il luccichio dello slogan furbetto. Il contenuto è: il cambiamento è necessario, e io sono il cambiamento; le vecchie oligarchie, le vecchie correnti, hanno fallito e stanno distruggendo l’Italia con la loro incapacità politica, mentre la soluzione sono io, con la mia corrente che è una non-corrente perché le sostituirà tutte. E non per un conflitto di idee, perché le mie idee sono più forti; sì, perché io sono più forte, perché ho dalla mia la giovinezza (è vero, beato lui), la novità (non è vero, ma non importa), e ho i voti perché ho fatto innamorare mezza Italia dicendo agli italiani quello che vogliono sentirsi dire (è vero, soprattutto dopo i silenzi e i vaneggiamenti dei vecchi oligarchi, dalle cui parole e dalle cui azioni gli italiani si sono sentiti respinti, rifiutati). Il moderatismo generico coesiste con un forte espressionismo comunicativo”. Un’analisi brillante, ci sembra, che mostra le armi vincenti del neo-tribuno e scannerizza con una certa precisione, finalmente, ciò che c’è da porre in luce. Vale a dire: una genericità di messaggio che è anche un po’ la sua arma vincente, del resto incardinata nella sua volontà, più volte sottolineata, di strappare avversari al campo opposto. Poiché questa, se vogliamo, è anche una delle novità renziane. Cerco voti ovunque, non mi frega niente da dove vengono. Per cui il messaggio ha da essere generico per forza. E così generico mai era giunto dal Pd, o Pds o Pci (anzi, figuriamoci dal Pci!). Ciò, insieme ad altri dettagli, basterebbe per farne un leader carismatico. Galli ne è convinto. “Insomma, abbiamo un leader carismatico, che, come tutti quelli come lui, esprime discontinuità, e presenta come prima proposta politica se stesso, la propria novità, la propria sintonia con i ‘nostri’; e la propria ostilità a ‘loro’, i vecchi, i traditori (in questo caso, del Pd, che ‘loro’ hanno sequestrato e che ‘lui’ restituirà al popolo, suo legittimo proprietario; ma forse il concetto va esteso a tutta l’Italia, che attraverso lui viene restituita a se stessa). In certe circostanze, i leader carismatici si propongono come lo strumento di un’Idea che grazie a loro si afferma nella Storia; in questo caso l’Idea coincide con il leader stesso: non c’è nessuno che voti Renzi per adesione al pallido blairismo un po’ vintage di cui è portatore; chi lo vota vuole proprio lui come persona, perché cacci gli altri, perché rivolti il partito come un calzino e ne faccia una macchina di consenso a disposizione del leader”. Come a dire: il contenuto può attendere. In effetti: oltre alla ninna nanna della rottamazione e a un po’ (un po’?) di liberismo, c’è dell’altro?


4 LA VOCE REPUBBLICANA

Martedì 10 settembre 2013

Quale ruolo per la risorsa Ente del Parco dell’Aspromonte

Francesco Nucara: è fondamentale lo sviluppo di un turismo di tipo ambientale

Alimentare una politica della “montagna”

L

e “Giornate repubblicane” cominciano in Aspromonte con….il veleno in testa. L’assenza del prof. Giuseppe Bombino, presidente dell’Ente Parco, al confronto “sul ruolo economico del Parco dell’Aspromonte” non è stata certo gradita dall’on. Francesco Nucara. Il segretario nazionale del Pri ha censurato, con parole anche dure, questa scelta del prof. Bombino comunicata “con quattro righe di una lettera non firmata – sottolinea Nucara – a mezzogiorno di un dibattito che doveva cominciare un’ora prima. Ha giustificato la sua decisione con i giudizi che ho espresso nei suoi confronti nei giorni precedenti a questo appuntamento. Giudizi che non avevano nulla di personale e che non cambio perché ritengo che a

guidare il Parco debba essere un manager e non un docente, sia pure bravo, di Botanica. E comunque il Pri ha promosso questo dibattito per aiutare, con le sue analisi e con le sue proposte, chi è alla guida di questo ente che può avere un ruolo importante nello sviluppo del territorio reggino”. L’on. Nucara ha aggiunto: “Non mi fermo qui, ma ripeterò questo episodio di scorrettezza istituzionale in tutte le iniziative delle nostre ‘Giornate’ che mi auspico possano essere proficue per Reggio e la sua Provincia”. Il tema del Parco è stato così trattato dal dott. Antonio Alvaro, già commissario e poi presidente facente funzione dell’ente, il quale ha sostenuto che la legge 394 del 1991 che regola la materia va oggi “rivisitata”. A suo giudizio manca un reale collegamento tra i cittadini e le amministraELENCO PAGAMENTO TESSERE PRI 2013 zioni con l’ente. “Invece – sottolinea – si Sez. Pri CremonaSez. Pri CremonA, Sez. Pri deve lavorare per favorire una lettura “Flaminio Prati (Roma), Sez. Pri “F.lli Bandiera” unica che comprende tutte le componenti San Pietro in Campiano (RA). Sono pervenute all'Ufficio Amministrazione del PRI versa- del territorio compresa la politica. E da questa sinergia dovrebbe nascere un menti di pagamenti tessere di singoli iscritti. E' chiaro che ai fini congressuali l'iscrizione singola non piano di sviluppo socio-economico indiconsente la partecipazione ai lavori dell'Assise repubblica- rizzato per i bisogni del territorio. A quena. sto bisogna aggiungere un bilancio Chi non è nelle condizioni di avere una sezione dovrà iscriambientale aggiornato continuamente versi a quella territoriale più vicina. della situazione della ricca flora Per ogni ulteriore informazione o chiarimento si prega di rivolgersi all'Ufficio Organizzazione (Maurizio Sacco) ai dell’Aspromonte perché la biodiversità seguenti numeri: 338/6234576 - 334/2832294 - oppure non può essere un optional”. La sua conclusione: “Serve una vera e propria poliorgpri@yahoo.it tica della montagna per trasformare MODALITÀ PAGAMENTO TESSERE PRI 2013 l’Aspromonte in un attrattore turistico. Conto Corrente Postale n. 33579004 Le condizioni ci sono, ma servono strateintestato a Partito Repubblicano Italiano gie adeguate e costanti”. Su questa lunghezza d’onda si è sintonizBonifico IBAN IT03N0760103200000033579004 zato l’on. Nucara: “Il turismo – ha detto – intestato a Partito Repubblicano Italiano è il vero obiettivo, l’autentico fattore di

sviluppo. Bisogna mettere in moto i meccanismi necessari. Come base serve un piano per utilizzare al meglio le tante risorse del Parco, altrimenti non si va da nessuna parte. Ovviamente è tutta questione di volontà politica. Il Pri s’impegna a promuovere iniziative, a sostenere progetti di sviluppo. La Regione deve credere e investire, utilizzando pure i fondi europei. Ecco perché ribadisco che serve un impegno corale. C’è un patrimonio da sfruttare, un patrimonio ricco. Cinque anni fa Fulco Pratesi, durante una sua visita, ebbe a dire che la flora dell’Aspromonte è una cosa meravigliosa. Occorre valorizzare con una giusta programmazione questa risorsa”. Una battuta in favore del prof. Tonino Perna, ex presidente dell’Ente già elogiato da Alvaro: “Ha avuto il merito di aver fatto uscire il Parco dal recinto dell’Aspromonte”, ha detto Nucara. Prima di questo dibattito all’hotel Miramonti, la delegazione repubblicana, nel rispetto di una tradizione, ha commemorato a Sant’Eufemia di Aspromonte presso il “Cippo Garibaldi” il ferimento dell’Eroe dei due Mondi da parte dell’esercito italiano guidato dal generale Cialdini. Anche in questa occasione non sono mancate le frecciate dell’on. Nucara: “Cinque giorni prima del suo ferimento Garibaldi scrisse: ‘Io mi inchino alla Maestà di Vittorio Emanuela, re eletto della nazione, ma sono ostile ad un ministro che non ha nulla di italiano fuorché il nome…’. Ebbene noi del Pri ci inchiniamo davanti alla Costituzione ma non ai ministri dei governi che non hanno nulla di italiano, visto che considerano la Calabria un lembo strappato, lacero e inutile”. Nel pomeriggio l’on. Nucara ha inaugurato il “Villaggio Pri” sul Lungomare nell’area di piazza Indipendenza. In serata c’è stata la presentazione del libro su Francesco Perri. Tonio Licordari, “Gazzetta del Sud”, venerdì 30 agosto 2013

Recensione di Stefano Folli del libro di Giancarlo Tartaglia "Francesco Perri, dall'antifascismo alla Repubblica" di prossima uscita. La recensione è apparsa sul "Sole 24 Ore" del 18 agosto. La Storia non è fatta solo dai grandi personaggi. Soprattutto la storia politica di un popolo o di una nazione, è fatta di individui - magari poco noti che hanno offerto energie e ideali alla causa comune. Studiare queste vicende, solo in apparenza minori, significa decifrare la chiave di lettura più profonda di un evento o di un'epoca. La battaglia per la Repubblica, ad esempio, fu tutto tranne che un itinerario lineare. E l'avvento di una nuova classe dirigente, nell'Italia che usciva dalla guerra civile, era il prodotto anche contraddittorio della mescolanza di cuore e ragione. Ecco allora che la biografia di Francesco Perri, un repubblicano intransigente che fu testimone e protagonista di anni intensi, dall'età giolittiana al fascismo, dalla lotta alla dittatura alla ricostruzione democratica, apre uno spaccato di eccezionale rilievo su sessant'anni almeno di storia italiana. L'osservatorio non è quello di un protagonista assoluto, bensì di un osservatore privilegiato, i cui ideali poggiavano su di una solida preparazione economica e sociale (Perri si era formato alla scuola di Einaudi) e la cui penna tagliente e colta era sempre in prima linea: dalle colonne dei fogli di polemica politica e soprattutto, quando le circostanze lo permisero, della "Voce Repubblicana". Si deve a Giancarlo Tartaglia, il direttore della Fnsi che da tempo, nel solco di Giovanni Spadolini, propone lavori di primo piano sulla storia del giornalismo e sulle vicende del movimento repubblicano, l'aver tratto Perri dal relativo oblìo in cui era calato. La biografia è un tassello che aiuta a ricostruire vari aspetti della lunga sfida per la democrazia nel nostro Paese, che si sarebbe voluta innovativa, pragmatica, senza aggettivi, aperta alle correnti più moderne del pensiero economico. Dopo tante traversie Perri si trovò a suo agio nel Pri di Ugo La Malfa. Il che non vuol dire che in Italia si fossero ormai affermati pienamente quegli ideali. L'opera di Tartaglia si giova dell'ampia prefazione di Roberto Balzani, uno dei più intelligenti fra i giovani storici, che spiega con chiarezza come i primi nemici di Perri fossero i fanatici e i populisti, agli antipodi di qualsiasi serio progetto riformatore. Allora come oggi.

Le famiglie italiane di fronte alla spesa

Sondaggio: quale città risulta la più conveniente di tutte?

Qualche idea per risparmiare

U

na famiglia italiana usa un quarto dell’intero budget a disposizione per la spesa alimentare e prodotti per l’igiene personale e per la casa. Per l’Istat nel 2012 ogni famiglia ha speso complessivamente in media in un mese 2.419 euro, -2,8% rispetto all’anno precedente. Una voce consistente del bilancio, su cui è possibile realizzare risparmi concreti, fino a 1400 euro in un anno se si sceglie il punto vendita meno caro nella propria città. E’ chiara la mappa della convenienza per la spesa che Altroconsumo ha disegnato con la ventiquattresima edizione dell’inchiesta annuale sui supermercati. Visitati 907 punti vendita, rilevato un milione di prezzi. L’indice di convenienza è stato calcolato sui prezzi di un paniere di 500 prodotti di marca, costruito su 105 tipologie merceologiche e ponderando l’acquisto e l’utilizzo più frequente (latte e pasta, per esempio) nella spesa tipo degli italiani. La città in media più conveniente è Pistoia: qui in un anno una famiglia spende 5.876 euro. Anche altre città toscane si distinguono per gli ottimi prezzi sulla spesa media, come Firenze e Pisa, confermando la Toscana

la regione dove le tensioni concorrenziali da sempre frizzanti tra i diversi punti vendita, super e iper, svolgono un ruolo virtuoso e salutare per le tasche dei consumatori. Buone possibilità di risparmio anche nei super e iper a Cuneo e Verona. Al contrario, dove c’è un’offerta povera – poche insegne, punti vendita solitari, la concorrenza non esiste e i prezzi si livellano verso l’alto: è il caso di Aosta, la città più cara dell’inchiesta, con 6.850 euro per la spesa tipo. I consumatori non hanno scelta e a rimetterci è il budget familiare. Le grandi città si posizionano tutte poco sopra la media nazionale: Napoli, Torino (6.400 euro di spesa) poco meglio di Milano (6.500 euro) e Roma. Care anche Messina, Siracusa, Reggio Calabria, Sassari, per poi chiudere con Aosta. Se si sceglie di acquistare negli hard discount prodotti non di marca o a marchio commerciale il risparmio s’impenna di oltre il 50%. Altroconsumo ribadisce che risparmiare è possibile: consultate le tabelle dell’inchiesta, scegliete il punto vendita meno caro nella vostra città e siate costanti nel frequentarlo, invece che seguire lo specchietto per la allodole dell’offerta stagionale o occasionale.

La Voce Repubblicana di martedì 10 settembre 2013  

Quotidiano del Partito Repubblicano Italiano - n. 172 di martedì 10 settembre 2013

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