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1/ 2018 marzo

#editoriale #musica

MÅNESKIN

#innovazione COS’È UN COMPUTER? #intervista

IL POTERE DI VIVERE E PERDONARE

#film

RECENSIONE INTERVISTA COL VAMPIRO

#spettacolo

IL VOLTO NASCOSTO DEL “VATE” DEGLI ITALIANI

#consigli

della redazione

Una superstite dell’Olocausto racconta i dettagli di una vita segnata dalla violenza nazista

La vie en… romance

3 film per San Valentino

Tratto da una storia

#c’arusta furia vera...la leggenda dei ravioli di castagne…

#racconto

VELOCI VANNO E VENGONO… prima parte...

periodico studentesco del Liceo Classico Stabili - Trebbiani, anno X n° 1 marzo 2018 www.liceostabilitrebbiani.gov.it


Editoriale

Un nuovo anno si lascia sempre alle spalle una buona

#online Sommario

quantità di propositi non rispettati e si apre con una nuova carrellata di speranze e sogni pronti a vedere il proprio coronamento. Personalmente la mia speranza principale, come credo quella di tutti gli studenti che si avvicinano al tanto temuto esame, è quella di riuscire ad arrivare ancora viva alla fine dell’anno scolastico per poter finalmente cominciare una nuova vita. La paura di non essere all'altezza del mondo è tanta, il timore della fine di questa beata infanzia ancora maggiore, ma sono impaziente di fare finalmente il grande balzo e scoprire quale sia davvero la mia strada al di fuori di queste quattro mura. La scuola può insegnarti tutto, ma purtroppo non potrà mai essere maestra di vita. C'è una cosa, tuttavia, che nessun'altra scuola avrebbe mai potuto darmi, e di cui sono ogni giorno immensamente grata: dei compagni d'avventura straordinari, che mi hanno accolta e amata nonostante le mie stranezze e i miei innumerevoli difetti. Per cui, a tutti coloro che si lamentano di questa scuola chiedo semplicemente di guardarsi attorno e cercare. Nessun'altro istituto raccoglie più casi umani del nostro, e probabilmente ce n'è uno della redazioene o più di uno che vi aspetta impaziente. Sembra assurdo pensare che in una generazione come la nostra, basata sulla quantità di amici e di likes, si sia persa la capacità di conoscere le persone che ci stanno accanto. Eppure è così, ed è proprio quella dimensione di intimità e di profonda comprensione che andrebbe recuperata da un passato che consideriamo 'fuori moda' per poter costruire una scuola migliore e più collaborativa. E forse è proprio questo Caporedattore il senso più vero e più profondo della scuola: la collaborazione e la condiviSilvia Strambi sione di persone diverse che, per i motivi più disparati, si ritrovano a dover Isaia Belardinelli trascorrere cinque anni della propria vita insieme. Lucrezia Belardinelli Come è vero che Dante non sarebbe mai riuscito ad orientarsi e a sopravvivere Silvia Corvaro all'Inferno senza l'aiuto di un Virgilio personale, è impensabile riuscire a sopravviAndrea De Berardinis Noemi Ferretti vere a qualsiasi scuola senza un amico a cui appoggiarsi nei momenti più cupi di Giacomo Forcina questo periodo così vitale e denso di accadimenti. Elisa Rosati Silvia Strambi E l'unica cosa che vorrei fare, col piede in bilico sull'abisso e le gambe pronte a spiccare il Alessia Tomassi Galanti balzo, è ringraziare tutti i Virgilio che mi hanno accompagnato in questa straordinaria (ed estenuante) avventura. Coordinatori

Musica

Innovazione Intervista Film

Spettacolo Consigli

C'arusta furia Racconto

Silvia Strambi

Prof.ssa Roberta Baldini Prof.ssa Roberta Ciotti Prof.ssa Annarita Siliquini Prof. Furio Tarquinio

Progetto grafico e impaginazione Prof.ssa Stefania Pierantozzi

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MÅNESKIN

#musica

obrietà, determinazione, trasgressione; questi sono solo tre degli aggettivi che differenziano i Maneskin dalle altre band. Dopo già il primo live ad X Factor hanno segnato un posto nel nostro cuore e serata dopo serata hanno alzato l’asticella della competizione.

Con “Chosen”, nome del singolo e dell’album, volano in finale, dove Il loro secondo posto è stato criticato dagli innumerevoli fan, che hanno dimostrato tutto il loro affetto per il gruppo (mandando) il tour italiano sold out a meno di quattro ore dall’uscita dei biglietti. “Chiaro di luna”, questo il significato del loro nome, una parola danese, che ormai vediamo spesso nelle classifiche delle più grandi piattaforme musicali. Il gruppo pop trasgressivo è composto da soli minorenni escluso il cantante e front man Damiano David, da poco 19enne, che rappresenta il leader per eccellenza, invidiato dalle più importanti band. Tra gli altri membri non passa di certo inosservata Victoria, la bassista nonché unica donna; “è lei che in realtà comanda” ci hanno comunicato gli artisti in molte delle loro innumerevoli interviste. Alla batteria troviamo il più giovane; Ethan che a soli 16 anni è già un musicista professionista. I suoi capelli lunghi e il suo stare quasi sempre in silenzio gli hanno fatto spazio tra gli esuberanti elementi del complesso. Infine alla chitarra troviamo Thomas, in arte Er Cobra, che ha conquistato tutti, compresi gli altri partecipanti al talent con la sua simpatia e originalità. Nonostante siano così giovani già hanno già regalato tantissimine emozioni, e continueranno a stupirci. Lucrezia Belardinelli

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Cos’è un computer? In origine si poteva definire un semplice calcolatore, ed è proprio questo il modo in cui lo usò Alan Turing (1912-1954) considerato il suo ideatore durante la seconda guerra mondiale. Negli anni 80 è divenuto semplice da usare e fautore della rivoluzione che ha investito tutti i settori della società, per divenire nel decennio scorso il cuore pulsante di internet, il quale ha cambiato ancora una volta tutto. Ora è intelligenza artificiale. Siamo abituati a pensare all’intelligenza come una prerogativa di esseri umani oppure degli animali, ma quest’anno, grazie anche ai tentativi fatti nel 2017, i computer sapranno anche imparare ed evolversi in base alle nostre abitudini, gusti, domande e dati biometrici. Tanto è importante questa tecnologia che enormi aziende come Google, che compirà tra qualche mese vent’anni, hanno cambiato nel tempo definizione del proprio business. Infatti da essere motore di ricerca è divenuta AI (Artificial Intelligence ovvero Intelligenza Artificiale) in cui ogni smartphone, tablet, smartwatch, tv e computer connesso al Web costituisce allo stesso tempo una cellula ed un cervello completo. Il sistema così facendo può analizzare una enorme mole di dati apprendendo da diverse situazioni, amministrando a breve anche la viabilità urbana, ma anche personalizzandosi fornendo al singolo utente risposte utili sul lavoro, sulla sua salute fisica ed emotiva e molto altro ancora. Con queste prospettive il computer risponde alle domande del proprietario ancora prima che gli vengano poste. E questa tecnologia, che ridefinisce lo stesso oggetto della ricerca nel settore, si intreccia con l’altro grande tema che dominerà il 2018, ovvero IoT (Internet of Things, in italiano Internet delle cose). Finora abbiamo goduto solo di una rete di persone che interagiscono in uno stesso spazio virtuale. Il prossimo passo è un Internet delle cose, una connessione tra AI che coIn termini pratici questo si traduce nel ritrovarsi l’auto che, in base alle sveglie impostate nel municano creando un’ulteriore Intelligenza anch’essa a livello sia globale sia individuale.

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#innovazione

In termini pratici questo si traduce nel ritrovarsi l’auto che, in base alle sveglie impostate nel corso della settimana sullo smartphone, la mattina esce da sola dal garage pronta per portarti a lavoro. Oppure entrando a casa non dovremo preoccuparci di accendere luci e termostato, alzare le tapparelle e disattivare il sistema di sicurezza dato che lo smart speaker, cioè l’altoparlante intelligente dotato di Assistente Personale svolgendo il ruolo di segretario nelle nostre faccende, rileverà la nostra presenza nell’abitazione. Altri esempi potrebbero essere portati avanti nel mondo della salute, in cui orologi dotati di cardiofrequenzimetro ed in futuro anche di sensore glicemico, bilance, app conta calorie, frigoriferi, forni, piani cottura si scambieranno continuamente informazioni mostrando a noi, e se lo vorremo anche a medici, un quadro completo dei nostri parametri vitali ed abitudini alimentari. Allo stesso tempo, data la capacità del sistema di evolversi, la privacy e la sicurezza saranno sempre meno un problema, unendo queste capacità dei computer alle varie migliorie di processori e software dedicati alla crittografia dei dati. Inoltre, a livello macroscopico, né aziende né enti potranno risalire alle informazioni anagrafiche o estremamente personali degli utenti poiché la rete associa qualsiasi operazione ad un codice univoco legato al singolo dispositivo (denominato tecnicamente indirizzo IP ovvero Internet Protocol). A questo si aggiungono nuove componenti hardware con la funzione di cassaforte in contatto solo con le altre componenti interne all’apparecchio, con il compito di archiviare password biometriche o tradizionali e dati sensibili, comunicando esclusivamente se la chiave di accesso corrisponde a quella archiviata. Pertanto il computer non potrà mai né conoscerla né registrarla altrove. All’alba dell’era digitale la rivoluzione consisteva nell’uomo capace di interagire con una macchina che per la prima volta, attraverso dei semplici zeri ed uno, riproduceva il più semplice dei pensieri, quello di un neurone. Quest’anno come non mai assisteremo alla nascita di un piccolo cervello in grado di capire gli umani e assisterli, rendendo la loro vita migliore.

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Il potere di vivere e perdonare UNA SUPERSTITE DELL’OLOCAUSTO RACCONTA I DETTAGLI DI UNA VITA SEGNATA DALLA VIOLENZA NAZISTA. Milioni di vite segnate dal dolore, dal terrore, dalla morte. Risulta amaro pensare che la tragedia del genocidio ebreo possa venire in mente alla popolazione soltanto una volta l’anno, o che addirittura per alcuni sia un evento completamente trascurato. Anna Frank, Primo Levi, EttyHillesum, DenisAvey, Luigi Ferri, Nedo Fiano, Frida Misul: tutti martiri che ci rivelano dettagli dell’orribile sterminio. Ma oggi vogliamo aggiungere un nome a questo elenco di vittime. Riportiamo qui il vissuto di una donna, Eva MozesKor, che ci mostra la delicata forma del perdono di fronte al barbarico marchio dell’angelo della morte, il dottor Josef Mengele.

Sono nata nel 1934 da un parto gemellare. Miriam e io eravamo rispetti-

vamente la terza e la quarta figlia nella famiglia. Vivevamo in un villaggio molto piccolo della Transylvania, in Romania. Nel maggio del 1944 io e la mia famiglia arrivammo nel campo di concentramento di Auschwitz in un vagone per il bestiame. Scendemmo. Le persone venivano selezionate per vivere o morire, piangevano, spingevano, si spintonavano, i cani abbaiavano, tutti cercavano di trovare un senso a quel posto e io piuttosto giravo lì intorno provando a capire che posto fosse. Non ne avevo mai visto uno così. E come mi voltai, mi accorsi che mio padre e le mie due sorelle più grandi non c’erano più. Non li ho mai più visti. Nostra madre ci teneva per mano per salvarci la pelle. Un soldato nazista correva nel mezzo del binario di selezione, urlando in tedesco “Gemelli, gemelli.” Ci notò e ci domandò se fossimo gemelle. Mia madre chiese se fosse una cosa buona e il soldato disse di sì. In quel momento arrivò un altro nazista che spinse mia madre a destra, mentre noi fummo spinte a sinistra. Noi piangevamo, lei piangeva, e tutto quello che ricordo sono le braccia di mia madre tese nella disperazione mentre veniva trascinata via. Non le ho mai detto addio, ma non compresi che quello sarebbe stato l’ultimo momento in cui l’avrei vista. Tutto questo durò 30 minuti partendo da quando scendemmo dal vagone del bestiame. Tutta la mia famiglia intera se n’era andata. Eravamo rimaste solo io e Miriam, mentre ci tenevamo le mani e piangevamo. Noi fummo “gemelle di Mengele”, che capimmo più tardi cosa volesse dire. Il dottor Josef Mengele, conosciuto come “l’Angelo della Morte”, compì degli esperimenti sui gemelli. La sua missione era quella di scoprire come incrementare il tasso di nascite di una razza superiore ariana. Era solito contarci ogni mattina. Voleva sapere quante cavie aveva ogni giorno, per così dire. Io fui utilizzata in due tipi di esperimenti. Il lunedì, il mercoledì e il venerdì mi facevano posizionare, nuda, in una stanza con la mia gemella e molti altri fratelli gemelli, per oltre otto ore al giorno. Mi controllavano e misuravano ogni parte del corpo, lo mettevano a confronto con quello di mia sorella, e poi lo comparavano con i dati. A giorni alterni, il martedì, il giovedì e il sabato ci portavano in un laboratorio del sangue e mi legavano entrambe le braccia per limitare il flusso sanguigno. Mi prelevavano molto sangue dal braccio sinistro e nel braccio destro mi facevano come minimo 5 iniezioni. Il loro contenuto non lo conoscevamo allora e non lo conosciamo oggi. Dopo una di queste iniezioni, divenni molto malata con una febbre davvero alta. Le mie gambe si gonfiarono e facevano molto male. Io tremavo nonostante il sole di agosto bruciasse la mia pelle. Ebbi enormi macchie rosse su tutto il corpo. Durante la visita successiva al laboratorio delle analisi non mi legarono le braccia. Al posto di ciò, mi misurarono la temperatura. Fui immediatamente portata in ospedale. Esso non era altro che un’altra baracca, ma era piena di persone che mi osservarono con uno sguardo più da morti che da vivi. Il giorno dopo Mengele venne da me con altri quattro medici. Non mi esaminarono mai ma guardarono i documenti sulla mia febbre e poi lui dichiarò “Peccato. È così giovane. Le rimangono solo due settimane di vita.”. Delle due settimane seguenti ho solo un ricordo rimasto impresso: lo strisciare lungo il pavimento della baracca perché non riuscivo più a camminare e quindi strisciavo per raggiungere un rubinetto d’acqua che era dall’altra parte, e spesso svenivo, passando dall’essere cosciente a non esserlo più, e dicevo a me stessa che dovevo sopravvivere. Dopo due settimane la mia febbre passò e da subito mi sentii un po’ più forte. Ci misi altre tre settimane prima che i miei dati sulla febbre tornassero normali. Miriam. Quando tornai da lei, la vidi che sedeva sul letto, fissando il vuoto. Quando le chiesi cosa le fosse successo lei disse che non poteva parlarne e che non ne avrebbe parlato. E non parlammo più di Auschwitz fino al 1985, quando le domandai se si ricordasse di quando io fui portata in ospedale. Lei disse di sì. Le chiesi “Cosa ti accadde nel frattempo?” lei rispose: “Ero sotto la diretta supervisione di un dottore nazista per 24 ore al giorno.” Erano le stesse due settimane nelle quali secondo Mengele sarei dovuta morire.

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Così la interrogai su cosa successe dopo le due settimane e lei disse che era stata trasportata nei laboratori, le iniettarono molte sostanze che la fecero stare male. Come capimmo anni più tardi, quado crebbe e si sposò ad Israele ed era in attesa del suo primo figlio, aveva sviluppato numerose infezioni ai reni le quali non venivano eliminate da alcun antibiotico. Durante la sua seconda gravidanza nel 1963 l’infezione crebbe così tanto che un dottore di Israele la studiò e capì che i reni di Miriam non erano mai cresciuti più della misura di quelli di un bambino di 10 anni. Così pregai Miriam di non avere più figli perché ogni gravidanza era un rischio per la sua vita, ma lei ebbe un altro bambino, e dopo che questo nacque, i suoi reni cominciarono a deteriorarsi e a partire dal 1987, fallirono. Perciò le donai il mio rene sinistro. Avevo due reni e una sola sorella, quindi la scelta fu semplice. Ma un anno più tardi sviluppò dei polipi cancerogeni nella vescica. I dottori continuarono a chiedermi di trovare i documenti di Auschwitz. Non trovammo mai quei documenti, non scoprimmo mai cosa fu iniettato nei nostri corpi. Miriam morì il 6 giugno del 1993. Mesi dopo che Miriam morì ricevetti una chiamata da un professore da Boston, che diceva che mi aveva sentito parlare e che gli avrebbe fatto piacere di vedermi a boston per parlare e che quando sarei andata lì avrei dovuto portare un dottore nazista. Ero sbalordita per questa richiesta. Quando pensai a questo, ricordai che l’ultimo progetto in cui avevamo lavorato io e Miriam prima che morì fu nel 1992. Era un documentario fatto da una televisione tedesca riguardo i gemelli di Mengele, e in quel documentario c’era un dottore nazista che era stato ad Auschwitz. Pensai che se era vivo nel 92, poteva benissimo esserlo nel 93. Così trovai il suo numero di telefono, lo chiamai e lo invitai a Boston ma mi disse che non voleva venire a Boston, ma che piuttosto avrebbe preferito incontrarmi nella sua casa in Germania. Nell’agosto del 1993 arrivai nella casa del dottor Munch in Germania. Non avevo pianificato di chiedere alcune di queste cose, ma improvvisamente gli domandai “tu eri ad Auschwitz. Sei mai entrato in una camera a gas? Sai come funzionava?” Lui acconsentì mormorando. “È l’incubo con cui vivo ogni singolo giorno della mia vita.”, disse. Poi passò a descrivere il funzionamento delle camere a gas. Lui era collocato fuori, per guardare attraverso uno spioncino mentre il gas si diffondeva e le persone morivano. Quando tutti erano morti e nessuno si muoveva più, lui segnava un solo certificato di morte senza alcun nome, solo col numero delle persone che erano state assassinate. Gli chiesi di venire con me ad Auschwitz nel 1995, quando dovevamo ricordare i 50 anni dalla liberazione del campo, perché volevo che firmasse un documento riguardo ciò che mi aveva detto, ma volevo che lo firmasse nelle rovine della camera a gas ad Auschwitz. Lui acconsentì immediatamente. Avrei avuto un documento originale firmato da un nazista. E se mai incontrassi un revisionista che ha detto che l’Olocausto non è accaduto, io potrei prendere questo documento e sbatterglielo in faccia. Volevo ringraziare questo dottore nazista per la sua buona volontà nel documentare l’operazione delle camere a gas.

#intervista

Non sapevo come ringraziare un nazista. Non lo dissi a nessuno, perché anche a me suonava strano. Non volevo che qualcuno mi facesse cambiare idea. Dopo 10 mesi, una mattina mi svegliai e la semplice idea che mi saltò in mente fu pensare di fare una lettera di perdono da me al dottor Munch. Sapevo che la avrebbe apprezzata e che sarebbe stato un regalo pieno di significato: un superstite di Auschwitz che dà una lettera di perdono a lui, un dottore nazista. Quello che scoprii per me fu un cambiamento esistenziale: scoprii che avevo il potere del perdono. Nessuno poteva darmi quella forza, nessuno poteva portarmela via. Era tutta mia e utilizzabile in ogni via possibile. E questo fu interessante, perché, essendo una vittima per 50 anni, non avevo mai pensato che avevo un qualche potere sulla mia vita. Iniziai a scrivere la lettera ma non sapevo come farlo. C misi 4 mesi. Pensai che qualcuno avrebbe potuto leggerla e la mia pronuncia inglese è buona, ma la mia scrittura no. Così volli che la mia insegnante di inglese mi correggesse, così la chiamai. Ci incontrammo 3 volte e alla terza volta disse che era contenta che perdonassi il dottor Munch ma il mio problema non era lui, ma Mengele. Non ero abbastanza pronta per perdonare Mengele. Lei mi disse che voleva che le facessi un favore: quando sarei tornata a casa, la sera, avrei dovuto immaginare che Mengele fosse nella stanza e che io lo perdonassi, perché voleva sapere come mi sarei sentita a farlo. Pensai che fosse un’idea interessante. Quando andai a casa feci qualcosa di diverso. Presi il dizionario e scrissi 20 brutte parole che pronunciai ad alta voce, come se lui fosse nella stanza. E alla fine dissi “Nonostante tutto ciò, io ti perdono”. E mi fece sentire molto meglio. Io, la piccola cavia dei 50 anni prima, avevo un potere superiore di quello dell’angelo della morte di Auschwitz. E questo è il modo con cui arrivammo ad Auschwitz. Il dottor Munch venne con suo figlio, sua figlia e sua nipote. Io ho portato mio figlio e mia figlia. Ho letto la mia dichiarazione di amnistia e l’ho firmato insieme al dottor Munch. Mi sono sentita libera, libera da Auschwitz, libera da Mengele. Così adesso li ho perdonati, so che molti dei superstiti mi hanno denunciato, e continuano a farlo tutt’oggi. Ma cos’è il mio perdono? È un atto di auto-guarigione, auto-liberazione, auto-legittimazione. Tutte le vittime, tutti i feriti si sentono senza speranza, senza aiuto, senza potere. Voglio che tutti ricordino che non possiamo cambiare ciò che è successo. Questo è il brutto. Ma possiamo cambiare il modo in cui ci rapportiamo ad esso.

Silvia Corvaro

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Ti darò la scelta che a me non fu mai data… “Dio uccide indiscriminatamente, e così faremo noi, perché nessuna creatura di Dio è come noi, nessuno è simile a lui quanto lo siamo noi”. Queste sono le parole che, per descrivere la propria natura, pronuncia il vampiro Lestat de Lioncourt (interpretato da Tom Cruise) nel film “Intervista col vampiro”, capolavoro del regista Neil Jordan, uscito nelle sale italiane a dicembre del 1994, ma che tutt’oggi continua ad essere attuale e di grande effetto. Film, tra l’altro, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Anne Rice, autrice della fortunata serie di libri “Cronache dei Vampiri”. All’inizio di questo lungometraggio, ci troviamo a San Francisco, in un anonimo locale di un altrettanto anonimo albergo, dove prende forma un’intervista assolutamente “insolita”: il giornalista Daniel Malloy (interpretato da Christian Slater) si trova, seppur in un primo momento scetticamente, ad intervistare un autentico vampiro, Louis de Point du Lac (interpretato da Brad Pitt). Ed è sull’onda delle parole di Louis che velocemente ci spostiamo a New Orleans, camminando indietro nel tempo fino al 1791. Louis in questo periodo, è un proprietario terriero molto ricco, ma la ricchezza che possiede non riesce a renderlo felice; in seguito alla morte della moglie e del figlio, infatti, egli è caduto in uno stato fortemente depressivo. Quel che ancora non sa, mentre si trascina indolentemente da un giorno all’altro sperando di terminare la propria esistenza al più presto, è che qualcuno lo sta osservando, qualcuno del tutto inaspettato, qualcuno che ben presto entrerà nella sua vita e la stravolgerà completamente: Lestat, un vampiro alla ricerca di un essere umano da rendere come lui, per poter condividere la propria immortalità, per poter sfuggire alla solitudine eterna. Quest’ultimo permetterà a Louis di abbandonare la propria penosa condizione di totale apatia, aprendogli i portoni della non-vita eterna… ma non tutto andrà come Lestat spera. Louis infatti, nonostante i beffardi tentativi del suo creatore di renderlo cinico e spregiudicato come lui, non riesce ad abbandonare il suo lato umano: spezzare vite innocenti per saziare la sua sete di sangue lo disgusta, trattare gli esseri umani come sacche di nutrimento intercambiabili tra loro lo ripugna. SSarà a causa di queste profonde difficoltà che Louis inizierà a covare un forte odio nei confronti di se stesso e del mostro che è diventato. Il suo odio aumenterà sempre di più, per poi esplodere quando, accecato dalla sete, non riuscirà a trattenersi e si nutrirà del sangue di una bambina, Claudia (interpretata da una giovanissima Kirsten Dunst), incontrata nel rudere di un’abitazione nella quale la piccola si trova con la sola compagnia del cadavere della madre, la cui vita è stata risucchiata dalla peste che imperversa nel quartiere. Grazie all’intercessione di Lestat, la bambina non morirà, verrà infatti trasformata anche lei in un vampiro, ma questo contribuirà a rendere la situazione di Lestat e Louis sempre più tesa, fino al tragico finale, che porterà Louis al definitivo rifiuto della sua condizione di immortale. Il mito del vampiro, eternamente solo, eternamente anelante ed eternamente giovane, costretto a celarsi nelle tenebre per nascondersi dalla luce del Sole (Louis, infatti, ha occasione di rivedere l’alba per la prima volta dopo la trasformazione in vampiro, solo grazie all’invenzione del cinema), cristallizzato in un presente senza fine, destinato a veder scorrere il tempo senza mai invecchiare, condannato a veder morire tutti coloro che ama e a restare da solo per l’eternità della sua non-vita… questa creatura ha camminato attraverso i millenni e i continenti, penetrando in tutte le credenze popolari, a tratti spaventando e a tratti affascinando le genti di tutti i tempi, divise tra gli scettici, i superstiziosi, e, banalmente, gli appassionati.

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#film

E’ dunque quasi naturale comprendere come una figura tanto misteriosa e controversa abbia riscosso un notevolissimo successo mediatico, nella cinematografia (pensiamo a capolavori come “Nosferatu il vampiro”, “Dracula di Bram Stoker”, “Lasciami entrare”, “30 giorni di buio”, i film della Hammer con Christopher Lee come interprete del conte Dracula, il succitato “Intervista col vampiro” e successivamente “La regina dei dannati”, ugualmente tratto dai romanzi di Anne Rice, etc.); nella letteratura (basti fare riferimento a colossi come John Polidori con “Il vampiro”, Joseph Sheridan Le Fanu con “Carmilla”, Bram Stoker con “Dracula”, Anne Rice con “Cronache dei vampiri”, senza considerare autori recenti come Laurell K. Hamilton, Lisa J. Smith, Richelle Mead, Stephenie Meyer etc.); e persino nel panorama musicale (con esempi dei più svariati: brani italiani come “Vampiro” dei Blind Fool Love, inglesi come “Moon over Bourbon Street” di Sting, portoghesi come “Vampiria” dei Moonspell, tedeschi come “Vampire” degli Xandria, etc.). La dannazione del vampiro può affascinare o può spaventare, ma c’è una costante che non è possibile ignorare: il vampiro, in quanto tale, ha sconfitto la morte. E probabilmente è questo il vero motivo per cui egli è così onnipresente nelle tradizioni di tutti i secoli. L’uomo, come tutti sappiamo, nutre un terrore arcano nei confronti della morte, anela all’immortalità, o spera in una vita dopo la sua dipartita, perché fa innegabilmente paura immaginare il nulla della morte, il silenzio assordante della cessazione della nostra coscienza. Ma tutto questo, per una creatura mitologica come il vampiro, non è che un futile passaggio: egli muore per rinascere, e stavolta rinasce in un’esistenza che non avrà fine (se non si considerano i pochi metodi adatti ad uccidere un non-morto, differenti a seconda delle tradizioni). L’eternità, che è salvezza ma allo stesso tempo dannazione, è infatti ciò che, più di tutto il resto, contraddistingue un vampiro da altre figure di fantasia, ciò che più gli dona quel fascino perverso e oscuro che sempre lo ha accompagnato in tutte le sue più svariate rappresentazioni.

Noemi Ferretti

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Il volto nascosto del “Vate” degli italiani C

osa si cela realmente dietro la figura di Gabriele D’Annunzio? Quali segreti si nascondono dietro il poeta abruzzese e dietro la sua poesia elegante e sofisticata? Sono questi gli interrogativi a cui lo spettacolo teatrale“D’Annunzio segreto” si propone di rispondere. “D’Annunzio segreto” è andato in scena ad Ascoli Piceno, al teatro Ventidio Basso, il 3 febbraio 2018, alle ore 20.30, con replica alle 23.30.Era incluso nella rassegna teatrale “Incontri con la storia”, una nuova sezione della stagione teatrale realizzata dal Comune e dall’AMAT, grazie anche al contributo di Regione Marche, MiBACT e al sostegno di Bim Tronto. Fine della rappresentazione è quello di porgere uno sguardo più attento agli ultimi anni di vita del poeta. D’Annunzio infatti è spesso noto ai più per aver vissuto in modo dissoluto, per le sue scelte politiche controverse, per le sue travagliate vicende sentimentali e per la volontà di rendere la propria vita un’opera d’arte . Questi aspetti, seppur colti dal regista e dal drammaturgo, rappresentano però un solo lato della personalità dannunziana, della quale viene messa in luce, durante la rappresentazione, la natura più intima e fragile. Quello che ci viene proposto è un D’Annunzio turbato e ossessionato dalla paura di invecchiare. Reso quasi cieco da un incidente di guerra, egli si è rifugiato nella sua dimora a Gardone Riviera, oggi parte del museo del “Vittoriale degli italiani”. Isolato in questa dimensione artificiosa, D’Annunzio si dedica ai piaceri mondani, si circonda di amanti e spesso e volentieri mette zizzania tra di loro. Rievoca i fasti dell’antica Roma e si rifiuta addirittura di parlare al telefono con Mussolini, elevandosi così al di sopra di tutto e di tutti. Tuttavia, nel silenzio della notte, il “Vate” pare tutt’altra persona. Frustrato dall’incombere della morte, D’Annunzio avverte la mancanza di Eleonora Duse, l’unica donna che abbia mai realmente amato, e instaura con lei un dialogo immaginario in cui ricordo e dimensione onirica si fondono. Eleonora, interpretata da Viola Pornaro, è oramai morta ma la sua immagine eterea e impalpabile continua a farsi strada nella mente del poeta, portandolo a provare angoscia e dolore. Ecco allora che D’Annunzio percorre un viaggio a ritroso nel tempo, soffermandosi su alcuni dei momenti più significativi della sua vicenda biografica e della sua storia d’amore con la Duse. Rivive i preparativi per “La Città Morta” e i litigi con l’amante, che scelse di rimpiazzare per la prima rappresentazione in francese con Sarah Bernhardt.

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#spettacolo

Ci si sposta poi nel 1900, anno della pubblicazione de “Il fuoco”, romanzo oggetto di scandalo e critiche in cui i riferimenti alla vicenda amorosa con l’attrice italiana sono più che mai espliciti. Protagonista indiscusso della rappresentazione è Edoardo Sylos Labini, che interpreta D’Annunzio stesso, e al quale lo spettacolo è valso nel 2016 il Premio Penisola Sorrentina. L’attore è un volto già noto al mondo del teatro italiano e ha anche ricoperto dei ruoli in alcune serie televisive andate in onda sui canali Rai o su Mediaset. Alla regia troviamo Francesco Sala, mentre la drammaturgia è ad opera di Angelo Crespi. Quest’ultimo aveva già lavorato con Sylos Labini, attraverso la stesura di “Nerone. Duemila anni di calunnie” e “La grande guerra di Mario”. L’intero spettacolo è pervaso da un’atmosfera di malinconia, atmosfera in cui a D’Annunzio arrogante e ossessionato dal piacere si alterna la figura di un uomo esausto, che sta prendendo coscienza dell’inconsistenza della propria visione superomistica. Il risultato è un personaggio comico, ma di una comicità amara, tanto che il poeta stesso arriva a mettere in crisi tutti i propri ideali. Elemento rilevante è anche la scenografia, ad opera di Marta Crisolini Malatesta, attraverso la quale è riprodotto sulla scena uno squarcio del Vittoriale. La lussuosa dimora incarna perfettamente i canoni dell’estetismo e la ricerca, attraverso l’isolamento, di un risarcimento dalla realtà. La scenografa è riuscita a cogliere tale aspetto creando un’ambientazione costituita da tende pensili e da broccati,cupa, dai toni sfatti e decadenti. Tema fondamentale e ricorrente è quello della morte, che seppur non rappresentata da una persona fisica, costituisce una presenza costante all’interno di ogni scena. All’incombere di essa è dovuta infatti l’angoscia provata dal poeta. La rappresentazione si chiude con una versione magistrale de “La pioggia nel pineto”, poesia emblematica dell’Alcyone, dove quel processo panico in cui uomo e natura si fondono trova finalmente compimento. Si conclude così uno spettacolo coinvolgente che, oltre a celebrare la figura del “Vate” invita a conoscere l’arte e la letteratura in modo più approfondito, senza lasciarsi condizionare dai pregiudizi.

Elisa Rosati

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La vie en… romance

LaLvie en… romance a festa di San Valentino, giorno prediletto delle coppie di innamorati e dei venditori di rose di tutto il mondo. Molti sono i film romantici entrati nella storia del cinema, la cui visione è stata resa obbligatoria per molti fidanzati sfortunati (si pensi soltanto ai pluripremiati "Titanic" e "Moulin Rouge", o all'ormai iconico" Le pagine della nostra vita", o ancora al classico per ragazzi "Colpa delle stelle"). Ma quali sono i film adatti a persone alla ricerca di storie d'amore originali e avvincenti?

La vie en… romance SE MI LASCI TI CANCELLO (2004)

Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet) sono una coppia in rotta di collisione. Dopo l'ennesimo litigio lei decide di affidarsi a una società, la Lacuna, per far estirpare dalla sua mente i ricordi del compagno. Joel, venuto a conoscenza del fatto, decide di sottoporsi alla stessa procedura e cancellare Clem dalla sua vita. Attraverso i ricordi del protagonista lo spettatore vive a ritroso la nascita e la crisi di un rapporto amoroso, in una visione allucinata e onirica che procede freneticamente in un crescendo emozionale. Tuttavia non mancano i momenti di stasi, dedicati all'analisi dei protagonisti e della loro storia d'amore, che sembra non essere del tutto irrecuperabile, nonostante tutto. Ed ecco che da un'idea bizzarra e apparentemente semplice nasce una riflessione delicata e poetica sulla potenza dell'amore, sulle difficoltà della vita umana e dei rapporti interpersonali. Il tutto supportato da interpretazioni ottime e uno stile visivo originale che si rinnova continuamente, immergendo lo spettatore in un travolgente viaggio emotivo. LEI (2013) Theodore, romantico scrittore di lettere interpretato da Joaquin Phoenix, si innamora perdutamente della spigliata e briosa Samantha. Niente di strano, se non fosse che lei è un'assistente vocale, un'intelligenza artificiale generata da computer. Il film, partendo da un presupposto bislacco che sarebbe potuto scadere facilmente nel banale o nel comico, sviluppa in maniera originale una storia di reciproca crescita. La "relazione" con Theodore causa infatti in Samantha la scoperta di emozioni tipicamente umane, e al contempo il protagonista inizia un processo di riscoperta di sé che lo porterà a conciliarsi col suo passato. Con grande finezza si tratta il tema dell'impossibilità dell'uomo moderno, inibito dalla tecnologia e spaventato dalle possibili ripercussioni emotive, di provare sentimenti 'veri', e al contempo mette in dubbio quali siano e quanto siano effettivamente reali. Un plauso particolare va a Scarlett Johansson, che in originale doppia Samantha. Con la sola voce l'attrice riesce a portare alla vita l'intelligenza artificiale, facendo innamorare non solo Theodore, ma anche lo spettatore.

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#consigli della redazione

CHIAMAMI COL TUO NOME (2017) Estate 1983. 'Da qualche parte nel Nord Italia' il diciassettenne Elio P e r l m a n (TimothéeChalamet), figlio di un professore universitario, ospita in casa sua il ventiquattrenne americano Oliver (ArmieHammer), studente che sta preparando la tesi di dottorato. Tra i due si consumerà una relazione che cambierà la vita del più giovane in eterno. La pellicola assume uno stile tipico dei film indipendenti, caratterizzato da lunghe inquadrature con primi piani frequenti, poca musica, dialoghi scarni e scene spesso prolungate più del necessario. L'utilizzo di queste sequenze rischia di far risultare freddo e 'distante' un film che ruota interamente attorno alle emozioni umane. Tuttavia, se ci si lascia trasportare ed 'immergere' nella vicenda, si vivrà assieme ai protagonisti una storia travolgente di amore e passione giovanile, in tutto il suo splendido ardore ed inevitabile drammaticità. Quella tra Elio e Oliver è un'unione di sensi prima che di menti, nata da un'attrazione palpabile che per il giovane italiano rappresenta il primo, più doloroso risveglio sessuale. Ecco dunque che la macchina da presa indugia sui corpi dei due protagonisti e non risparmia i dettagli più scabrosi del processo di crescita di Elio, senza mai scadere nel volgare o nel pornografico. Ma a far scattare la scintilla tra i due sono forse, in primis, la natura lussureggiante che li circonda e l'ambiente impregnato di cultura della villa dei coniugi Perlman. Galeotta qualche scorrazzata in bici nelle campagne lombarde e l'atmosfera cosmopolita (in originale nel film si parlano addirittura quattro lingue: italiano, inglese, francese e tedesco), i due protagonisti si innamorano inevitabilmente e perdutamente. Una storia delicata che sviluppa le sue premesse con grande maestria e lirismo, lasciando ogni spettatore con qualcosa di prezioso da riportare con sé.

Silvia Strambi

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Tratto da una storia vera... la leggenda dei ravioli di castagne…

“Quanto il Carnevale è alle porte...nel giro di qualche giorno una forza superiore fin ora quieta si risveglia...temete, poiché nonne, zie, prozie, e chi più ne ha più ne metta, si scatenano sui fornelli, impastando, tagliando, friggendo, con il solo obiettivo di sfamare la propria prole ritenuta sempre “un po’ sciupata”…e di tanto in tanto mormorando strani incantesimi in una lingua apparentemente incomprensibile…quale il dialetto ascolano.”

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#c’arusta furia

Ecco quindi la ricetta presentata in modo originale, dei gustosissimi Ravioli di Carnevale!

Ravioule de castagne E’ ‘nu dogge ch’ se fa pe’ li feste de Carnavale, ‘nsieme a li raviuole de carne e de recotta; se po’ fa come se vò, ch’ lu cacao, ch’ la cecculata in polvere, ch’ lu maraschine, ma recòrdete che se vvuò magnà ‘na cosa bona ha’ da ‘mpastà li marrù de li Spiagge, la cecculata amara sciodda dentre lu caffè vellite e l’udure de lu rum, quille vere, no quille fatte ch’ lu vastò. E quanne fa’ la pannella cià da ‘mpastà nuccò de vi’ cuotte viecchie. Da “La ‘Liva Fritta” di Domenico Bruni

Alessia Tomassi Galanti

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VELOCI VANNO E VENGONO… Pensieri di un ignoto in perpetuo moto. Fossero i colori malinconici, fosse la pallida luce del

mattino, il cielo cinerino e le nuvole che parevano inermi: uomini e cose avevano allora qualcosa d’indifferente, di meccanico, quasi fosse una scena legata da tempo immemore alla memoria, e ciò dava una tale sensazione di quieta normalità, che pareva persino privo di senso domandarsi il perché. Quel silenzio sembrava parlare chiaro, un gruppo di estranei passeggiava quasi ritmicamente sulla stessa via, e a turno ognuno ricercava l’occhio dell’altro, come per cercare di scambiarsi un conforto, e fosse il torpore per il sonno, fosse il vento giunto in silenzio, nessuno pensava di mirare innanzi, alzare lo sguardo, guardarsi attorno o porsi davvero in ascolto. Non avevano niente a mente in quel momento che li rendesse uno più invidiabile dell’altro, oltre il fatto che potessero per fortuna immaginare l’uno di quello accanto, e tutto girava attorno quello stare assieme e non sapere niente. Si muovevano a passi lenti e con una meta in mente, e la direzione pareva l’unica loro certezza, eppure uno strano disinteresse che avvinghiava i loro volti faceva trasparire quella monotonia interiore che appare quando la normalità diventa una sorta di costrizione, che genera quella stessa indifferenza che rende un uomo superbo. Perché, cosa c’era dietro quella sensazione di vuoto e di noia, che attraversava i corpi di quei giovani distratti dal suono dei loro pensieri a volte giocondi, se non una evidente superbia interiore, che li rendeva estranei a se stessi e presenti soltanto a quella solita e solida circostanza, che li radunava nello stesso posto? Giacomo era di uno di quelli, si trovava lì per volere del caso, quel grande contenitore nel quale credeva di ritrovarsi sempre, la parvenza umbratile e futile di un destino, soltanto entro i limiti del quale, a suo dire, un uomo può sentirsi davvero libero. E chi mai si sarebbe aspettato che lì in mezzo fosse lui a prendere la parola in pugno, lo stesso che usava trattare le persone come delle semplici cifre sul quadrante di un orologio, e rimetteva sempre tutto nelle mani dell’oscuro miracolo del caso. Ecco che sull’onda della sua voglia di sentirsi meno solo, spostò su di sé l’attenzione di tutti, e così si alzarono quegli occhi spenti, e vere parole si levarono da quello sguardo che straripava un bisogno, mentreun docile anelito di dolore guidava la sua voce: “Vi confesso che ho passato a guardare ciascuno di voi tutto il tempo, e ho pensato che se non ci fossi sarebbe lo stesso, e tolto chiunque altro fra voi non sarebbe diverso. E’ questa infatti la bellezza, nessuno fa la differenza, io sono uguale per tutti adesso, o almeno fino a poco tempo fa, prima che prendessi la parola, gli estranei sono tutti uguali, e siamo noi. Eppure ho pensato ancora che a essere uguali siamo bravi tutti quanti, a immaginare di te e di me è un gioco da ragazzi, ma nel momento in cui uno dice soltanto una parola, la vita smette di essere un punto di vista. Con questo non voglio affatto raccontarvi della mia vita, se sapeste di me non sarebbe di certo giusto qualunque vostro giudizio, il passato permetta di dire qualcosa sul mio conto, mai! Voglio, come disse qualcuno prima di me, separare il grano dal loglio, vedere oltre tutto il vero che difendete con orgoglio.

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#racconto

Di nuovo disse qualcuno prima di me che “si conosce solo ciò che si ama”, e io vi sfido a trovare qualcosa che amate, ma che non avete mai visto; eppure so di certo che non è vero il contrario: non credo di essere l’unico qui che ama qualcosa che non conosce, o che non ha mai conosciuto, e questo vale anche con le persone, vale con tutto, dacché non c’è cosa più rivoluzionaria di amare chi non si conosce, o chi si conosce appena, o persino chi non si vuole conoscere. Ecco, provate a capire perché vi dico questo e cosa c’entra con l’essere qui adesso. Vi confesso subito che non sto affatto cercando di catechizzarvi, ma solo di trasmettervi la pura cognizione di quello che sta accadendo ora, e dapprima rinunciate alla paura.

Non vi agitate per chissà quale avvenire o scoperta, vi pongo una domanda, non serve stare all’erta: “ Sareste capaci di vivere tutta la vita come la giornata di oggi, come qui e adesso, come estranei in una piazza, in un caffè o in ogni dove, e se fosse vero vi sentireste forse più liberi?” Non rispondetemi adesso, e se volete non rispondetemi mai. Se però anche solo uno di voi volesse sentire la risposta di chi vi parla adesso, sappiate che potrebbe diventare la vostra di riflesso, perché non si può tradire quello che tocca un uomo nel petto. Questo mi sono sempre chiesto, di fronte a un dovere, davanti a melliflue chiacchiere, davanti a quello che non voglio, chi sarei io adesso senza le persone a cui sono caro? Per questo non posso essere straniero tutta la vita, perché non immaginerei nessuna strada, nessuna rotta, chi amo e quelli da cui sono amato plasmano la mia strada a loro immagine e somiglianza, più di quello che voglio e che non voglio. E dunque vi chiedo adesso, se l’amore forgia quello che voglio, quello che faccio ogni giorno davvero, e non riuscirei ad immaginarmi nient’altro che un eterno esule e straniero se non mi sentissi amato da qualcuno adesso, sarei forse senza questo più libero di essere me stesso?

TO BE CONTINUED… Andrea De Berardinis Giacomo Forcina

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Lavoce 01/marzo 2018  

Giornale Studentesco del Liceo Classico "F. Stabili - E. Trebbiani" di Ascoli Piceno.

Lavoce 01/marzo 2018  

Giornale Studentesco del Liceo Classico "F. Stabili - E. Trebbiani" di Ascoli Piceno.

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