Page 1

LA Jonio VOCE Anno LXII - N. 5

Maggio-Giugno 2019

dell’

Sul caso della Sea Wacht

www.vdj.it lavocedelljonio@hotmail.it

Periodico cattolico fondato da Orazio Vecchio

CASO MONTANTE

Un grido che proclami il pieno diritto alla vita

CASA DELLA CARITÀ

Bolzoni: “Occorre che la società si attivi per dare forza alla lotta antimafia” Redazione e Rita Messina

3

SOLIDARIETÀ

Alla Sagra di Macchia giovani della Parrocchia raccolgono fondi per l’Oratorio che verrà

Inaugurata la struttura donata alla Diocesi Adesso i Camilliani vi ospitano bisognosi Sefora Monaco e Teresa Scaravilli

8-9

Giulia Guarrera

10

Post-terremoto Interviste col vicario generale e col direttore dell’Ufficio beni ecclesiastici

Primi passi per riaprire le chiese

Enormi difficoltà per le comunità Quaranta persone (al momento) stanziano poco fuori del porto di Lampedusa, soffrono, penano, si pongono mille domande anche sulle ragioni del diritto e su quelle della solidarietà, oltre che sul loro futuro. Sono fuggite dai loro Paesi per cercare una vita migliore; non sappiamo se sono in regola, non sappiamo neanche chi sono e che storia hanno dietro; sappiamo però che hanno bisogno. L’Italia, nei suoi attuali governanti, nega lo sbarco, chiesto, implorato, oltre che dai naufraghi, dalla coraggiosa capitana Carola Rackete, che ha violato lo spazio territoriale italiano e contravvenuto alla legge del nostro Paese; mentre si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà. Così come stanno le cose, può succedere di tutto; mentre pare che neanche il diritto possa dirimere la questione. Ci vorrebbe un’azione creativa, nuova, che rompe tutti gli schemi. Neanche forse con i compromessi, che pure sono il salvagente della politica e della diplomazia soprattutto quando le parti sono ferme su posizioni rigide, si può riuscire a venirne fuori. Ed è difficile soprattutto perché questi migranti bloccati sulla nave sono diventati oggetto di una battaglia politica che i contendenti non intendono non solo non perdere, ma neanche abbandonare. Ci vorrebbe una voce, nobile e alta, la più alta che esiste sulla Terra, che gridi il diritto alla vita di tutti, nessuno escluso, dal quale diritto dipendono, da parte degli altri, la solidarietà, l’accoglienza, l’avere cura. Noi speriamo, nonostante tutto. Dir

Ricostruzione, ritorno alla vita, con la riapertura, appena possibile, di sette edifici di culto nei Comuni colpiti dal sisma del 26 dicembre 2018. Delle conseguenze sulla vita religiosa delle comunità più danneggiate, del conseguente rischio di spopolamento dei piccoli centri e dei primi interventi di ricostruzione, da parte della Conferenza episcopale italiana, abbiamo parlato con il vicario generale della Diocesi di Acireale, don Giovanni Mammino, e con il direttore dell’Ufficio per i beni culturali ecclesiastici, don Carmelo Sciuto. Gabriella Puleo (alle pagine 6 e 7)

ACIREALE Il Rotary Club acese ha regalato la “Lancia Y” del primo premio alla Comunità Giovanni XXIII

Lotteria di Carnevale: ha vinto la solidarietà La Lotteria del Carnevale acese 2019, alla fine, è stata vinto dalla Comunità Papa Giovanni XXIII di Linera, che però non aveva acquistato biglietti. Così è stata la vittoria della solidarietà, grazie al Rotary Club di Acireale, che aveva acquistato il tagliando vincente il primo premio. La mattina di oggi, venerdì 28 giugno, nella sede della Fondazione del Carnevale di Acireale ha avuto luogo la cerimonia di consegna dell’automobile (Lancia Y) vinta, appunto, dal Rotary Club acese. La Comunità, presente nella diocesi di Acireale, accoglie diversi ragazzi con disabilità; l’automobile servirà per il trasporto degli assistiti. Sono intervenuti, tra gli altri, il vescovo di Acireale mons. Nino Raspanti, il sindaco Stefano Alì, il vicesindaco e assessore al Turismo Salvatore Pirrone, il presidente del Rotary Club Antonino Borzì e il responsabile della Comunità Marco Lovato.

SCUOLA - LAVORO

VITA MIGRANTE

Mohamed Alì Saleh autore di un libro sulla sua Odissea dal Ciad in Italia R. Messina, G. Puleo, T. Scaravilli

12

RICORDO

Il gruppo di studenti di Classico e Scientifico sull’esperienza alternanza a “La Voce dell’Jonio” Nino De Maria

13

ACIREALE Festeggiato il primo quarto di secolo dalla comunità che ha nell’accoglienza la sua ragion d’essere

“Madonna della Tenda” compie 25 anni e rilancia” La comunità “Madonna della tenda” che ha sede a San Gioanni Bosco di Acireale, ha festeggiato con un convegno, dal titolo significativo “Allarga lo spazio della tua Tenda”, i primi 25 anni di vita. L’evento, al quale ha partrecipato il vescovo di Acireale, mons., Antonino rasoanti, si è svolto nel cortile della chiesa della “Beta Vergine Maria”, nel cui territorio parrocchiale la comunità ha sede. Si è fatto un bilancio e si è rilanciato nell’accoglienza. (pagina speciale la 11)

Don Alfio Raciti visto da un amico “Uomo integerrirmo e buon pastore” Turi Bella

14 /15

INFIORATA Con l’effigie di S. Sebastiano

“Coriandolata a Roma”

Domani, sabato 29 giugno, la “Coriandolata” di Acireale partecipèerà all’”Infiorata storica” in Vaticano dove verrà composto un quadro del Compatrono acese San Sebastiano. (a pag. 2)


2

maggio-giugno 2019

In Seconda

ISTITUTO SAN MICHELE Il tradizionale convegno annuale degli ex alunni

dell’

Jonio

CATANIA La visita dell’ambasciatrice Rita Adam

Nel ricordo di padre Cantarella Scuola svizzera modello In primavera è tornato puntualmente, come ogni anno, il ‘Convegno’ di primavera degli ex-alunni dell’Istituto San Michele di Acireale, diretto dai Padri della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri. All’insegna della santa letizia filippina, il glorioso Collegio si è animato con l’incessante vocìo degli ex-alunni che nell’occasione celebravano il cinquantesimo, il venticinquesimo o, i più recenti, il quindicesimo anniversario del conseguimento del rispettivo diploma di maturità, classica o scientifica, secondo gli indirizzi di studio delle varie epoche. Oggi il ‘nostro’ glorioso ‘San Michele’ è l’unico tra i diversi istituti ‘confessionali’ di scuola superiore che ancora, pur dibattendosi tra notevoli difficoltà, sopravvive e che un tempo aveva anch’esso, con le altre istituzioni consimili, largamente contribuito a che Acireale guadagnasse l’appellativo di ‘Città degli Studi’. Nel tempo, infatti, larghe schiere di discenti, interni, seminterni ed esterni, hanno popolato le aule dell’Istituto che oggi resta l’unico portabandiera di un mondo fervido di valori spirituali e culturali e che nacque nel 1875 quale erede della ‘Real Casa di Educazione’ che dal 1761 (ancora vivente il padre Mariano Patanè Leotta, fondatore dell’Oratorio acese) fino al 1863 (quando venne soppresso dalle leggi eversive dello Stato italiano) fu attivo nei locali della casa dell’Oratorio. La ‘Real Casa’ ed il ‘San Michele’, suo erede, hanno nel tempo portato avanti un’avventura che oggi non si è ancora interrotta grazie alla caparbietà

dei Padri oratoriani che hanno voluto mantenere viva questa fiamma che avversità di ogni genere (su tutto la mancanza di contribuzioni da parte dello Stato oltre al progressivo forte decremento di iscrizioni) minacciano di estinguere. Quanto alla cronaca della giornata del ‘Convegno, lo schema è stato quello solito di queste occasioni: in apertura, la Santa Messa nella cappella dell’Istituto, nell’occasione celebrata da padre Dino Magnano, ex-alunno dell’Istituto, in ricorrenza del cinquantesimo anniversario del conseguimento del diploma di Maturità Classica; nell’omelia alla pericope evangelica era immancabile il ricordo di quanti (Padri oratoriani, docenti e discenti oggi non più tra i vivi) hanno nel tempo animato la vita della comunità sanmichelina. Di seguito, nel grande salone-teatro in stile liberty, vari interventi ‘culturali’, prima della consegna di pergamene e medaglie agli ex-alunni in anniversario. Nel proprio intervento, padre Salvatore Alberti, preposito della Congregazione acese, intratteneva i presenti sull’esortazione apostolica ‘Christus vivit’ di Papa Francesco, nella quale il Pontefice esorta i giovani a che costoro vogliano porsi in cammino con la Chiesa, istituzione che rimane aperta, comunque, ai segni dei tempi, con l’invito ad una ‘fusione di mente, cuore e mani’ che consenta loro l’annunzio della testimonianza senza lasciarsi attrarre da inganni e strade sbagliate, ma operando scelte coraggiose, dinamiche, forti e condivise. Nel successivo intervento, il pre-

side del liceo scientifico paritario dell’Istituto, prof. Giovanni Vecchio, ricordava la figura di padre Alfio Cantarella, direttore dell’Istituto, la cui recente scomparsa ha inevitabilmente lasciato un segno profondo nei cuori di tutti e particolarmente di quanti con lui avevano condiviso l’avventura dei tempi d’oro dell’Istituto del quale egli era stato fino all’ultimo respiro guida instancabile ed attenta. Ancor oggi, l’azione educativa dell’Istituto continua sulle orme da lui tracciate e vuol proporsi costantemente all’avanguardia anche attraverso un ammodernamento che valorizzi adeguatamente le inestimabili risorse offerte dall’Istituto, in tema, per esempio, dell’utilizzo del laboratorio scientifico o le riuscite esperienze in tema di visite guidate ai luoghi di Quasimodo e Verga o le attività del progetto ‘Alternanza scuola-lavoro’. Altra parte ‘culturale’ era curata dal prof. Domenico Bella, per diversi anni docente di scienze nell’Istituto prima di accedere ai ruoli della scuola statale. Egli briosamente intratteneva l’attento uditorio sulla tematica del recente terremoto del 26 dicembre scorso, con riferimenti ad altri analoghi eventi che da tre secoli ad oggi hanno interessato le nostre zone. La foto di gruppo nel grande cortile interno ed il pranzo conviviale nel refettorio dell’Istituto suggellavano, infine, una giornata memorabile come tutte quelle annualmente vissute nell’Istituto, con un festoso arrivederci alla prossima occasione. Nando Costarelli

Il 17 maggio 2019 per la comunità svizzera catanese è stata una data importante per la visita dell’ambasciatrice svizzera in Italia Rita Adam. Da tempo la comunità elvetica etnea non riceveva la visita dell’ambasciatore che è stato accolto nella prestigiosa sede della scuola svizzera, che è anche la sede delle riunioni della comunità elvetica presente in città. Rita Adam, nata a Bienne, città del Canton Berna, tra il 2005 e il 2008 è stata Capo degli affari giuridici e della stampa presso l’ambasciata svizzera a Parigi e per 4 anni ambasciatrice in Tunisia. Tanti i presenti che hanno calorosamente accolto Rita Adam, il console Marinella Menghetti Coutinho, il console onorario Sandra Brodbeck, la direttrice della scuola svizzera Loretta Brodbeck e il presidente del circolo degli svizzeri di Catania Giuseppe Basile. Durante la serata sono state proiettate foto d’epoca che hanno ripercorso l’arrivo a Catania di giovani svizzeri nella seconda metà dell’800 e che sono state raccolte in una pregevole pubblicazione. Nel XIX secolo la città di Catania aveva un fiorente commercio di prodotti agricoli e minerari siciliani, grazie anche al suo porto nel Mediterraneo. I giovani di lingua tedesca, che nel frattempo si erano trasferiti in città, fondarono il “Deutsch Schweizer Club” che nel 1916 divenne “Schweizer Club”. La comunità elvetica nel giro di alcuni decenni crebbe rapidamente e così nacque l’esigenza della scelta del percorso scolastico da far intraprendere ai figli, nati a Catania. In un primo tempo i bimbi studiarono nelle scuole locali ma, la famiglia Caflisch preferendo il sistema scolastico svizzero,decise di far venire a Catania una insegnante svizzera a cui affidare l’apprendimento scolastico dei propri figli. Presto si aggiunsero altri bambini e il 1° gennaio 1904 nacque l’associazione scuola svizzera di Catania. Nel 1925 la colonia svizzera decise di acquistare un terreno in via Matteo Renato Imbriani dove sorse di lì a poco una bella villa che è sede del circolo degli svizzeri ed anche

della scuola. Una magnifica scuola, nel cuore della città, che permette agli alunni che frequentano la scuola di avere una eccellente preparazione con insegnanti sia italiani che madrelingua. Dagli anni ’70 anche bimbi di nazionalità italiana sono stati accolti nella scuola, per questo motivo è stato modificato il programma degli studi che permette di poter proseguire agli studenti svizzeri gli studi sia nella madrepatria che nella nazione che li ospita. Oggi il corpo insegnanti è composto da 10 professori, la scuola è iscritta all’albo regionale delle scuole non paritarie e gli alunni sostengono la licenza media presso una scuola statale catanese. Gli alunni partecipano attivamente alle lezioni in aule grandi e luminose, arredate con gusto e creatività, secondo la fascia di età degli scolari. Visitando la scuola e passando dalle classi degli alunni della scuola primaria e dell’infanzia si arriva poi alle aule dei giovanissimi della secondaria di primo grado. Lo studio delle lingue è fondamentale per preparare i bimbi ad essere a pieno titolo cittadini europei, in grado di poter proseguire nel futuro i loro studi in qualsiasi stato dell’Unione europea e perché no anche oltre i confini del vecchio continente. Avere al giorno d’oggi la possibilità di affrontare il percorso di studi e lavorativo senza barriere linguistiche è un arricchimento fondamentale, perché oggi più che mai tutti dovremmo essere cittadini del mondo. Per la comunità svizzera presente in Italia il rapporto con la madrepatria viene tenuto vivo dai circoli presenti in varie città. I compiti fondamentali dei circoli sono i vincoli tra gli svizzeri residenti in Italia e tra questi e la Svizzera, informare i cittadini svizzeri attraverso le pagine della “Gazzetta svizzera” dei principali avvenimenti in Italia, creando una rete di scambi di informazioni e notizie. Ogni anno si tiene un congresso nazionale, momento di confronto e di scambio di idee ed informazioni utile per mantenere sempre vivo il collegamento con le istituzioni. Gabriella Puleo

ACIREALE E SAN SEBASTIANO Sette posatori lavoreranno per realizzare un quadro raffigurante il Compatrono dell’

Jonio

Direttore responsabile Giuseppe Vecchio Editore Associazione La Voce dell’Jonio Via Mons. Genuardi, 14 95024 Acireale Iscrizione Tribunale Catania n. 220 del 5/4/1958 Iscrizione al ROC (Registro operatori della comunicazione) n° 22076 Redazione Via Mons. Genuardi 16, 95024 Acireale - Ct (casella post. 174) tel. 095601992 www.vdj.it lavocedelljonio@hotmail.it Conto Corrente Postale 7313800 intestato a Associazione La Voce dell’Jonio Via Genuardi, 14 95024 Acireale Membro FISC - Federazione Italiana Settimanali Cattolici

La “Coriandolata” all’Infiorata storica in Vaticano Da Tusa a Roma. Lasciatisi alle spalle l’esperienza del “Rito della luce” di Antonio Presti, i posatori dell’associazione Coriandolata® di Acireale, si accingono a vivere un altro momento emozionante. Il 29 giugno, voleranno alla volta della Capitale, per prendere parte alla IX edizione dell’”Infiorata storica di Roma”, promossa dalla Pro Loco Roma e dall’UNPLI, alla quale prenderà parte anche la Pro Loco Acireale, tra le Pro Loco d’Italia. La partecipazione – si legge in un comunicato della Coriandolata - è stata ufficializzata in conferenza stampa al Caffè Ristobistrot Famiglia Espedito, in piazza Garibaldi n.1/2, da parte del vicepresidente Salvo Raffa e i dirigenti della Pro Loco Acireale, Alessio Paradiso, Angelo Grasso e Angelo Peluso.L’incontro, moderato dal giornalista Gaetano Rizzo, ha visto la presenza del presidente della Coriandolata® Dario Liotta, che ha illustrato l’opera che sarà presentata nella Città del Vaticano proprio nel giorno dedicato alla Solennità dei Santi Pietro e Paolo, patroni della città. I posatori si cimenteranno nella realizzazione in loco di una gigantografia raffigurante San Sebastiano, compatrono di Acireale. Un omaggio alla città, ma anche per mettere

in evidenza il forte legame con i suoi devoti. “Acireale è San Sebastiano - cita la descrizione – un legame che si perde nella notte dei tempi, storia che fonde in se fede e devozione, religione e folklore, gioia e appartenenza ad una comunità fiera, legata alle tradizioni. San Sebastiano è un momento d’in-

contro, di ritrovo, di sentimento per tutti gli acesi, ovunque essi siano.” Sette posatori (Annalisa Liotta, Valeria Castorina, Lillo Di Maria, Miriana Raciti, Federica D’Agostino, Daniele Lorenzon, Francesca Laudani), lavoreranno sul luogo, con l’ausilio di coriandoli monocromatici e sabbia vulcanica, nel pieno rispetto

della tecnica con cui è nata l’associazione. Ma non saranno i soli: con loro maestri infioratori che da Via della Conciliazione fino a Piazza Pio XII, si riuniranno realizzando opere sacre. Le origini della manifestazione risalgono alla prima metà del XVII secolo da un’idea di Gian Lorenzo Bernini. In conferenza stampa era presente anche il fotografo Marcello Trovato che renderà omaggio alla Città di Acireale, con foto dei suoi siti più belli accompagnati da minuziose descrizioni. Per l’associazione Coriandolata®, prima presenza alla manifestazione, si va a chiudere un mese carico di appuntamenti che oltre a Tusa e a Roma, ha visto la sua partecipazione anche a Randazzo in occasione dell’iniziativa “Randazzo in Fiore tra natura ed arte 2019” che si è tenuta domenica 9 giugno. Per l’occasione sono stati esposti tre quadri: “Dama con il ventaglio”, “Tempo di raccolto” e “Frida Kahlo”. Al contempo i posatori hanno dato dimostrazione dell’uso della loro tecnica ai curiosi, lavorando su parte dei quadri che saranno per l’occasione presentati a Milo a luglio, in occasione di un’estemporanea di arte che avrà come tema “I 4 elementi”


dell’

Jonio

Cultura Antimafia

maggio-giugno 2019

3

CASO MONTANTE -1 Attilio Bolzoni presenta il suo libro ad Acireale nella Casa del volontariato del Csve

«Non bastano un buon sindaco e buoni amministratori, non bastano buoni magistrati né buoni poliziotti: se non apriamo un fascicolo nella nostra testa anziché solo in procura, gli obiettivi di cambiamento e di liberazione dal sistema mafioso che ci proponevamo dopo le stragi del ’92 resteranno ancora lontani[…]».

È – questo che apre una nota stampa del Csve – uno dei passaggi di una serata di immersione nell’oscuro mondo dei legami tra mafia e istituzioni, promossa nella Casa del Volontariato di Acireale lo scorso 16 giugno dal Centro di Servizio per il Volontariato Etneo, in occasione della presentazione del volume intitolato “Il padrino dell’antimafia, una cronaca italiana sul potere infetto”, pubblicato da Zolfo Editore, alla presenza dell’autore, il giornalista Attilio Bolzoni. Una serata ricca di partecipazione all’insegna della legalità, scandita dal confronto di Bolzoni con il moderatore, Santo Carnazzo, presidente onorario della rete della Misericordia di Librino, e con il presidente del CSVE, Salvo Raffa, e conclusa da una cena organizzata dall’Associazione di volontariato Soccorso e Fratellanza. “Un’altra tappa che rientra in un percorso di impegno formativo e civile per la legalità impostato dal CSVE e rivolto potenzialmente tanto ai giovani come gli stessi ragazzi impegnati nei progetti di Servizio Civile e ai tanti volontari all’opera ogni giorno” – ha ricordato Raffa nei saluti iniziali. Un articolato scambio, franco e non banale, partito dall’analisi fenomenologica del sistema di malaffare orbitante attorno alla figura di Calogero Antonio Montante, in arte “Antonello”, personaggio che come pochi ha segnato l’oscura stagione delle “mafie incensurate” che hanno dettato legge dopo le stragi del ‘92, passando addirittura per presunto simbolo della legalità sotto l’egida di Confindustria ma divenuto in realtà riferimento di una centrale clandestina di spionaggio, fra affari e patti indicibili tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra. “Non c’è un esclusivo sistema Montante: è più complesso – ha spiegato Bolzoni – . E’ un’articolazione italiana e non solo siciliana che è stata stato usato per riconvertire gli effetti mafiosi. Non c’era più bisogno, per certi sporchi affaristi, di vedere Santapaola e Riina, ma c’era l’esigenza di mostrare gente più pettinata e profumata, ben vestita e ammantata di anti-mafia, inventando una falsa rivoluzione nella nostra Sicilia. La mafia non si è nascosta, è semplicemente tornata sé stessa dopo una pausa di 25 anni fatta di stragi e attacchi frontali allo stato. E’ tornata ad essere ciò che è sempre stata in due secoli: una criminalità che sta dentro la società, protetta da titoli e istituzioni.Non a caso a Palermo dal ’93 a oggi non è scoppiato più neanche un mortaretto…”. La figura di Montante, coinvolto peraltro nelle gravissime controversie legate alla presunta trattativa Stato-mafia, sulla quale sono ancora in corso delicatissime indagini – si sottolinea nel comunicato stampa – , viene presentata in circa 300

pagine come emblema di un ingranaggio molto più ramificato e innestato nelle classi dirigenti, paragonato dall’autore alla nefasta doppia piramide, una gerarchica e una rovesciata, della quale parlò già Tina Anselmi in Parlamento dettagliando l’analisi della Commissione sulla massoneria deviata coordinata da Licio Gelli, nota come P2. Non a caso, rivela Bolzoni, le categorie della società riscontrabili negli elenchi di P2 e sistema Montante sono le stesse, dimostrando, pur distinguendone una natura diversa dei gruppi criminogeni, il simile risvolto in termini di risultati mortiferi per il sistema democratico: controllo delle decisioni politiche, della stampa, di sindacati, di appalti e mezzi, per raggiungere quegli obiettivi di mantenimento di una sorta di stato parallelo strutturato su interessi elitari e privatistici. Un “sistema” dai connotati gravemente similari, incardinato sulla ricattabilità e la complicità, addirittura manifesta in virtù di alcune frettolose dichiarazioni di solidarietà all’arrestato Montante, di politici, pezzi delle forze di polizia, industriali, funzionari pubblici e giornalisti. Una “piovra” orchestrata anche grazie alle negligenze e alle superficialità di tanti altri professionisti chiamati, secondo le diverse responsabilità, a controllare, sorvegliare, indagare, giudicare, e rivelatisi invece in alcuni casi paradossalmente “talpe”, persino nei Ministeri. “Un sistema portato avanti alla luce del sole – sottolinea Bolzoni – che sotto l’egida di Confindustria in Sicilia si è tutelato con la compiacenza di diversi ministri, dirigenti e colori politici, creando addirittura una ‘zona franca della legalità vestita di antimafia che si sospettava già ai tempi di Falcone e Borsellino e ha presentato chiaramente elementi di contiguità e anche di identità: mafiosi che si presentavano come antimafiosi e diventano presunti anche paladini della lotta a Cosa Nostra, mentre ci sono antimafiosi che continuano a fare i mafiosi nell’ombra, facilitati dai tempi lunghi della giustizia o dalla compiacenza di colleghi giornalisti che non hanno parlato di questo sistema”. Nonostante questo, ha concluso Bolzoni, vi sono spazi e speranze per una necessaria risposta della società civile e della politica stessa, che in virtù delle forze positive presenti in tutte le categorie, può riuscire ad adottare anticorpi adeguati alla cultura mafiosa. Una conclusione rafforzata dalle parole finali di Carnazzo il quale, in ragione del proprio trentennale impegno nel volontariato, in particolare nella grande periferia troppo spesso dimenticata di Librino, ha sottolineato la necessità di scardinare, attraverso azioni sinergiche sul territorio e cultura della legalità, quell’insana fierezza di appartenere alla cultura mafiosa ancora a tratti riscontrabile in diversi giovanissimi: “non dobbiamo temere alcuna parola o fatto increscioso – ha concluso – ma, citando Martin Luther King, dobbiamo temere piuttosto il silenzio degli onesti e di quella classe dirigente della società che sceglie di non parlare di temi così cruciali per la vita dei nostri territori”.

LA “CHIACCHIERATA”

“La società dia forza all’antimafia” Utile e partecipato incontro di confronto e riflessione

“Un incontro con l’autore in una fresca serata estiva, durante la quale il termine “legalità” è stato predominante. L’autore in questione è Attilio Bolzoni, con il suo libro “Il padrino dell’antimafia, una cronaca italiana sul potere infetto” (Zolfo Editore), che ha incontrato un vasto pubblico e vi ha anche dialogato nella Casa del Volontariato di via Aranci ad Acireale, la scorsa domenica 16 giugno. Si è trattato di una “chiacchierata leggera su temi pesanti”, come l’ha definita Santo Carnazzo, presidente onorario della rete della Misericordia di Librino, che ha moderato l’evento. L’iniziativa, promossa dal Centro di Servizio per il Volontariato Etneo, ha coinvolto un uditorio in cui era notevole la presenza di giovani. Il presidente del CSVE, Salvo Raffa, ha puntato, infatti, l’attenzione sull’importanza che riveste la “sensibilizzazione” degli stessi verso aspetti sociali particolari: “credo che sia importante affrontare questi temi e farli passare tra i giovani, fa parte di un percorso formativo e civile da noi impostato e proprio per questo abbiamo voluto realizzare l’incontro nella Casa del Volontariato”, ha dichiarato. Il giornalista Bolzoni ha dedicato il suo lavoro alla figura di Calogero Antonio Montante, noto come “Antonello”, e nelle sue trecento pagine circa di scritto propone la storia di questo controverso personaggio, per lungo tempo, in passato, simbolo dell’Antimafia siciliana e, dunque, della legalità, ex presidente di Confindustria Sicilia, ma, successivamente, indagato, processato e condannato dal Tribunale di Caltanissetta in relazione al cosiddetto “Sistema Montante” e la sua complessa reti di rapporti. E’ stata una discussione ampia, che ha riguardato varie componenti dell’assetto sociale, di ciò che, a volte, avviene all’interno di esso in modo illecito e quale sia la reazione della comunità nei confronti di determinate vicende. Ecco perché, dinnanzi ad un argomento di tale portata e complessità, lo scrittore ha scelto di realizzare il suo libro. “Il sapere di un giornalista deve andare in profondità e un libro lo può fare”, ha dichiarato Bolzoni. Altro aspetto su cui quest’ultimo si è soffermato è la retorica della legalità. “Fare memoria non significa solo slogan, bandiere, frasi ripetute. La predicazione della legalità in questi termini ci ha portati contro un muro. I cambiamenti non si fanno in questo modo, ma sono frutto di percorsi lunghi e faticosi”, ha affermato lo scrittore. Un momento di riflessione, dunque, che ha interessato i presenti, intervenuti in uno scambio di considerazioni ai fini costruttivi e di disamina sociale. Rita Messina

CONVEGNO A CATANIA Testimonianza di Paolo Borrometi che ha fatto della lotta all’illegalità la sua missione

Fare il giornalista consapevole di rischiare la vita Il coraggio di esprimere le proprie idee, il non tirarsi indietro quando bisogna indagare per informare, vivere la professione di giornalista con la consapevolezza che dire la verità, anche a costo di compromettere in maniera irreversibile la propria tranquillità, è una scelta difficile, ma essere coerenti e affrontare i rischi per scelta personale. In queste parole si potrebbe trovare la chiave di lettura della scelta coraggiosa del giornalista Paolo Borrometi, nato a Ragusa, una laurea in giurisprudenza e una carriera professionale piena di soddisfazioni e grandi risultati, costruita a costo di compromettere seriamente la propria incolumità. Conoscerlo e sentirlo parlare della sua ultima pubblicazione dal titolo “Un morto ogni tanto” è una esperienza che lascia il segno, perché sentire dalla voce diretta di un uomo che ha fatto dell’informazione legata agli eventi di mafia e malaffare del nostro paese quasi una “missione” non può essere facilmente dimenticata. Lascia il segno al punto tale che una platea di giovani studenti, in questo caso quelli dell’Università di Catania del Dipartimento di scienze umanistiche, ha seguito con attenzione e vivo interesse il convegno svoltosi nell’Auditorium “Giancarlo De Carlo” nel monastero dei Benedettini di Catania che ha trattato il tema “Territorio, legalità, sviluppo”. E proprio in occasione di questo evento, svoltosi il 24 maggio scorso, Paolo Borrometi ha avuto modo di incontrare una vasta platea e raccontare in sintesi, attraverso una intervista fattagli dal collega del quotidiano “La Sicilia”, Mario Barresi (che è stato anche il moderatore del convegno) la sua esperienza di uomo che vive ormai da tempo sotto protezione dello Stato per le innumerevoli minacce di morte da parte della criminalità organizzata. LEGALITA’, una parola di 8 lettere, una parola che tutti noi dovremmo tenere sempre a mente, perché comportarsi in maniera conforme alla legge dovrebbe essere il credo di tutti coloro che si definiscono esseri civili, appartenenti cioè ad una comunità regolata da doveri e diritti che garantiscono una pacifica convivenza. Ma comportamenti illegali si riscontrano in vari settori, dalle istituzioni al campo dell’imprendi-

toria, dal commercio al riciclo dei rifiuti e non ultimo nell’orrido mercato degli esseri umani. E allora cosa fare? Tacere? No, significherebbe assumere a vari livelli comportamenti omertosi che non fanno parte del corretto comportamento umano. Proprio per questo se un giornalista come Borrometi ha il coraggio di scrivere e parlare, ben vengano allora le occasioni di incontro con il pubblico, con i cittadini, che devono essere sempre più sensibilizzati a queste realtà. L’incontro, organizzato dalla Cattedra di Geografia culturale, è stato aperto dal titolare professore Salvatore Cannizzaro che, rivolgendo un saluto agli illustri ospiti presenti al tavolo dei relatori, ha posto l’accento sul connubio tra il territorio e le forme di illegalità che tanto influiscono negativamente sullo sviluppo in ogni settore. A prendere la parola subito dopo il professore Giancarlo Magnano San Lio, Prorettore dell’Università di Catania, che ha sottolineato l’importanza del ruolo delle università che si devono aprire al territorio uscendo dalle aule, mentre il professore Andrea Riggio, presidente dell’associazione dei Geografi italiani, attraverso la proiezioni di immagini, ha fornito all’attenta platea informazioni e percentuali degli affari illegali che imperversano non solo nella nostra isola ma in buona parte d’Italia ed è un fenomeno sempre più in espansione anche all’estero. Tanti i temi che vengono trattati nel libro del giornalista e ripresi dal professore Riggio nel suo intervento, dalla raccolta rifiuti ai reati ambientali, dall’ “Oro Rosso” di Sicilia al malaffare nel Ragusano. Interessanti gli interventi del professore Girolamo Cusimano, presidente della scuola delle Scienze umane e del Patrimonio culturale presso l’Università di Palermo e del professore Piero Di Giovanni, docente di Storia della filosofia, che nel suo intervento ha riflettuto sulle inchieste del giornalista e su quanto sta emergendo da questo scrupoloso e difficile lavoro. Gabriella Puleo


4

maggio-giugno 2019

Cultura e Spettacolo

dell’

Jonio

INTERVISTA La dirigente scolastica Fortunata Daniela Vetri parla dell’“Archimede” di Catania e della formazione

Una serata all’insegna della condivisione e apertura al “mondo esterno” per l’Archimede di Catania, storico istituto tecnico sito nel cuore della città etnea, in viale Regina Margherita, una delle grandi arterie della città. Tutto inizia nel lontano 1882 e la storia continua ancora oggi con una scuola moderna, pronta ad accogliere i giovani del terzo millennio con programmi, laboratori e strumenti sempre più all’avanguardia. La dirigente scolastica professoressa Fortunata Daniela Vetri ci racconta di questa iniziativa, svoltasi alla fine di maggio. Come è nata l’idea di aprire per una sera le “porte” dell’istituto? E’ stata una scommessa ben riuscita, da tanto tempo volevamo organizzare un evento con i ragazzi protagonisti. Questa prima edizione è stata molto partecipata, sia dagli alunni che dai genitori. Abbiamo chiesto ai ragazzi di esprimere non solo quello che hanno imparato nel corso di questi anni ma anche di essere e di esprimersi per quello che sono. Hanno cantato, hanno scritto poesie, c’era quella sera una energia positiva che emozionava. L’evento finale è stato lo spettacolo di luci e fuochi nel chiostro, organizzato interamente dai ragazzi di secondo anno. Devo ringraziare alcuni docenti che insieme a me hanno lavorato per la riuscita dell’evento. Un ringraziamento va agli sponsor, siamo riusciti a convincere alcuni esercenti che operano nel territorio a supportarci come sponsor tecnici. Abbiamo scoperto tanto dei nostri alunni in questa occasione, educati, cortesi, gentili, accoglienti e grandi talenti. C’è il luogo comune che le eccellenze siano solo nei licei, invece c’è un mondo, che è quello della tecnologia che sta facendo venir fuori nuove abilità e competenze. Vogliamo brevemente accennare alla storia di questo istituto? La scuola è nata alla fine del XIX secolo, era ai tempi scuola di arti e mestieri. Nel 1919 il Comune vendet-

te alla scuola l’ex convento di Santa Maria del Gesù con l’annesso terreno di circa 10000 metri quadrati dando, l’anno dopo, inizio alla costruzione. Intanto nei locali dell’ex convento nascevano le prime officine per realizzare materiale d’arredo per la nascente scuola, tavoli, sedie, armadi, alcuni ancora oggi visibili e utilizzati. Nel vostro istituto ci sono studenti di altre nazionalità? Se si, come è stato il processo di integrazione? Si, abbiamo studenti di nazionalità diverse, per loro non è facile inserirsi. Se sono nati in Italia è più semplice. Un discorso a parte va fatto per gli studenti cinesi, sono ragazzi molto intelligenti ma hanno enormi difficoltà per via della lingua e del loro alfabeto totalmente diverso dal nostro. E’ anche vero che la comunità cinese è una comunità chiusa che non ama integrarsi. Per gli altri studenti di nazionalità diversa bisogna dire che il più delle volte vivono un disagio familiare. Sono famiglie che vengono da noi alla ricerca di una vita migliore di quella che hanno lasciato nel loro paese. I ragazzi quando rientrano a casa dopo la fine dell’orario scolastico spesso non trovano nessuno, i genitori sono impegnati nelle loro attività lavorative per molte ore del giorno e nel contesto familiare comunicano nella loro lingua d’origine, alimentando la difficoltà di integrazione dei figli. Come istituzione scolastica cosa potete fare per favorire la loro integrazione? Stiamo cercando di creare delle opportunità attraverso anche dei progetti PON, molti ragazzi vanno a casa e stanno davanti al computer, aumentando invece la possibilità di trascorre altre ore in istituto; socializzare con gli insegnanti e gli altri studenti può essere la strada vincente per la loro graduale integrazione. Gli alunni di quinto anno possono inserire il loro curriculum vitae nel sito dell’istituto. Da quanto tempo è possibile farlo? Da tre anni, gli anni scorsi era obbligatorio. Un momento importante perché riflettono su se stessi compilando il loro piccolo ma già importante curriculum. Le aziende in assoluta libertà possono così contattare i ragazzi che hanno ricevuto il consenso delle famiglie nel caso della minore età. Oggi non è obbligatorio ma credo che non farlo è sprecare una importante opportunità. Mi fa piacere dire che i dati statistici sull’occupazione dei nostri studenti, dopo la fine del quinquennio, sono più che soddisfacenti, nel giro di poco tempo quasi tutti riescono ad inserirsi bene nel mondo del lavoro.

RECENSIONE

Racconti tra arte, scienza e tecnologia La bellezza dell’anima nella poesia emozionale di Antonio Bonanno “E sento la mia sera”, titolo suggestivo della nuova pubblicazione di Antonio Bonanno: nelle sue poesie, l’autore rivela la profondità del suo spirito, attraverso l’ideale proiezione di originali immagini. Vibranti i contenuti, densi di sensazioni, che inebriano l’ essere e lo immergono nel mondo dei sogni, dove non c’è posto per la realtà: il poeta approda ad un umanesimo al di là del tempo, svelando la bellezza dell’anima e i suoi riflessi, venati talvolta da un sottile senso di smarrimento, talaltra soffusi d’intenso sentimento vissuto nella quotidianità, alla luce dell’amore. Il libro, con acuta prefazione di Gregorio Monaco, è dedicato dall’Autore ai genitori, con una loro significativa foto, da cui trapela un forte legame. E’ suddiviso in due sillogi: “Incerto cammino- Tra Sogno e Infinito”, con detto di Alda Merini; “L’Amore e oltre”, con detto di Giuseppe Ungaretti. La poesia di Antonio Bonanno è abbastanza comunicativa: il lettore ne viene inebriato, indotto a rientrare in se stesso alla ricerca di emozioni, da cui trapelano segreti, innestati nell’essere, forse in grado di chiarire i recessi misteriosi dell’anima. La vita appare nel suo cammino: amore per la propria terra e per “antiche civiltà contadine”; amore per la “Montagna”, interesse per il suo magma, per la rigogliosa natura della Sicilia. Affascinante, la foto 1987 di un meraviglioso albero; inoltre, la foto di “Antiche mura”, con la campagna incolta, con le sue ginestre, con gigli tra ortiche. Inebriante, la musica sublime del mare, con relativa foto, stupenda. Antonio Bonanno, attraverso la voce dell’Infinito, manifesta il suo amore sconfinato per la parola, per la libertà, per il sogno “dove tutto è luce”, senza alcuna ombra d’ipocrisia. Il coraggio alimenta la vita intima del poeta e lo fa vivere in una testimonianza spirituale, traducendo le sue esperienze in virtuali proposte di vita, attraverso il linguaggio poetico, innovativo: quasi inconsapevolmente dalla sua esistenza esso si sprigiona in bagliori, trasmettendo al lettore, nel nostro tempo di vita difficile dove non c’è più lo spazio del passato per la poesia, il desiderio d’immergersi nel mondo sempre nuovo dell’Arte, trovando così la forza di dare un senso sublime alla propria vita. Credere nella potenza della parola leale potrebbe essere un riflesso del “Logos” divino. La poesia “Maria”, a fianco di un’artistica foto della Madonna con il Bambino, è un inno di gioia, di fede, di amore per un mondo di pace contro la “stupidità della guerra”: l’umanità intera invoca Maria, quale Madre di vita e pace. Da segnalare la magnifica copertina, molto allusiva al titolo. Nel retro, foto dell’Autore, sia delle poesie che delle foto; cenni biografici, pubblicazioni e riconoscimenti. Antonio Bonanno, E sento la mia sera, Edizioni Nuova Prhomos, 2018, Città di Castello (PG) Anna Bella

Gabriella Puleo

CONCERTI Un grande successo caratterizzato dagli acuti e dalle agili movenze la recente esibizione al “Pal’Art” di Acireale

Motivi romantici e brani da discoteca per la voce di Giorgia Da Jovanotti a Whitney Houston, dalle canzoni romantiche con luci basse e cuori proiettati a quelle da discoteca con il DJ Mylious Jonson, che al centro del palco cambiava brano velocemente alla consolle, e i fari che producevano luci psichedeliche, mentre la voce possente di Giorgia siglava con splendidi acuti la serata del “Pal’Art Hotel” di Acireale. Venerdì 24 maggio, la cantante romana ha incontrato i suoi fans siciliani nell’ultima tappa del suo “Pop Heart Tour”, in un variare continuo di ritmi, come è tipico dell’artista, ma senza eccedere in balli e coreografie, ponendo in primo piano la musica e le sensazioni che produce. “Le note danno alla vita un sapore di eterno”, ha dichiarato Giorgia, che voglia di comunicare questo valore di infinito, insito nella musica, ne ha avuta tanta nel corso del suo concerto, conducendo i presenti in un percorso musicale e cronologico di canzoni proprie, di artisti nazionali ed internazionali. “L’eternità” della musica, insomma. Spontanea, serena, dal sorriso costante e la dolcezza frammista alla consapevolezza delle sue capacità canore, messe alla prova con note tenute alte soltanto dalla sua voce, Giorgia ha dialogato con i suoi fans, come si fa tra amici, in modo semplice ma diretto e con il chiaro intento di divertirli. Ha cantato costantemente vicino a loro, tenendoli a ridosso del palco, li ha riconosciuti, interpellati ed ha accettato i loro doni. La dolcezza di Le tasche piene di sassi di Jovanotti insieme al sentimentalismo di Una storia importante di Ramazzotti e

di Scelgo ancora te della stessa Giorgia hanno caratterizzato l’avvio della serata, subito movimentata dall’interpretazione della cantante di Sweet Dreams degli Eurytmics. Poi il suo repertorio: Quando una stella muore, È L’amore che conta, che Giorgia ha ancora incrociato con un altro artista, quale Zucchero, e la sua Un viaggio in fondo ai tuoi occhi, preludio dei momenti da discoteca successivamente regalati. Le note della chitarra elettrica della musicista Greta Giannotti hanno offerto un lungo monologo rock. Il mio giorno migliore le ha permesso di ballare liberamente sui tacchi alti e tra le morbide pieghe del lungo abito scuro luccicante di paillettes, con l’agilità di una gazzella. Viaggio a ritroso nei suoi esordi come cantante, che lei stessa ha progressivamente commentato, con E poi, Come saprei, Un amore da favola, Girasole, quest’ultima nata su una “Punto cabrio” mentre andava in giro per la Sicilia, come ha ricordato divertita, ed ancora Di sole e d’azzurro. Con Strano il mio destino ha aperto una parentesi personale su ciò che possa rappresentare l’amore. Una sorta di domanda aperta al pubblico su un argomento di difficile interpretazione. “Io tuttora non ci ho capito niente e ne sono fiera”, ha ironizzato Giorgia, che, intanto si esibiva in duetti con Diana Winter e Andrea Faustini. Con Io fra tanti, L’essenziale e Oro nero l’approdo temporale ai suoi recenti brani. Verso il finale diversi omaggi: a Pino Daniele con Anima, ai suoi fans, a cui ha dichiarato il suo amore con Will always Love you della Houston, al suo staff che ha reso possibile il tour. Rita Messina


dell’

Jonio

Cultura e Scienze

maggio-giugno 2019

5

ETNA COMICS 85.000 presenze e oltre 300 eventi alle Ciminiere di Catania, in evidenza il sacro

Oltre 85.000 presenze e nuovo record nei quattro giorni tra il 6 ed il 9 giugno, alla nona edizione di “Etna Comics – Festival internazionale del fumetto e della cultura pop” organizzato da Antonio Mannino col suo staff (citiamo solo i decani Matteo Belfiore, Salvo Di Paola e Carlo Lo Re, il responsabile dell’Area Comics Enrico Scarpello, il responsabile delle mostre Marco Grasso e quello dei Games Giuseppe Scrivano) ed ospitato a Catania dal complesso “Le Ciminiere” che, nonostante i numerosi, eleganti ed attrezzatissimi padiglioni, appare sempre più stretto per accogliere le decine di migliaia di visitatori. Enzo Di Maria dei “Bonelliani Siculi” con i disegnatori Di Vincenzo, Coniglione, Chiacchiera, Piccioni, Zuccheri e Mammucari Come puntualmente siamo costretti a ribadire, è pressochè impossibile citare gli oltre 300 eventi svoltisi nel corso di questa importante manifestazione. Nella consapevolezza di poter apparire parziali e per nulla esaustivi, ci limitiamo a segnalare qualcuno degli eventi e degli ospiti davvero memorabili. Il cosiddetto “botto” è rappresentato sicuramente dalla presenza di due Galecki divi della TV come Johnny Galecki, il Leonard dell’esilarante sit-com “The Big Bang Theory” scritta da Chuck Lorre, che da pochissimo ha chiuso i battenti dopo dodici anni di trionfali stagioni; e l’inimitabile Giancarlo Esposito, ovverosia il villain Gus Fring dell’acclamata serie “Breaking Bad”. Quindi, va registrata la numerosa presenza di autori che collaborano con la Sergio Bonelli Editore, alla cui assenza ufficiale ha ampiamente sopperito lo stand dei Bonelliani Siculi: Laura Zuccheri, Giovanni Freghieri, Maurizio Di Vincenzo, Val Romeo, Valerio Piccioni, Marcello Mangiantini, Emiliano Mammucari, Luigi Siniscalchi, Gianluigi Gregorini, Val Romeo Salvo Coniglione e Moreno Chiacchiera hanno incontrato e firmato albi e sketch agli appassionati dei personaggi storici e nuovi del fumetto italiano; grandi autori come Alfredo Castelli, Alessandro Bilotta, Lorenzo Calza, Luca Maresca, Pasquale Qualano e Werther Dell’Edera hanno impreziosito l’Area Comics con la loro presenza; per non parlare di stars internazionali al servizio dei supereroi americani come Neal Adams, Peter Milligan, Gary Frank, Alex Maleev e i “nostri” Giovanni Timpano e Giulio Rincione; dalla Disney americana il grande regista dell’animazione Tony Bancroft, per la Disney italiana –tra gli altri- Giada Perissinotto, Paolo Mottura, Andrea Freccero e Lorenzo Pastrovicchio. E ancora gli immancabili Claudio Castellini, Don Alemanno, Megna & Lauro e i numerosi autori della Bugs Comics, tra cui il talentuoso disegnatore Mastrantuono. Mangiantini Meravigliose e curatissime le tante mostre della fiera, tra cui quelle dedicate agli 80 anni di Batman, al sacro nei fumetti, ai primi eroi del fumetto italiano, al vignettista Coco e a Simone Bianchi. E ancora: i superoi realizzati dal siracusano Andrea Chisesi su car-

telli stradali dismessi col significativo slogan “la strada ha bisogno di eroi”; la mostra di disegni dedicati al compianto Stan Lee; l’anteprima di “Boom”, assaggio della mostra -che si terrà a Catania in settembre- dedicata a preziosissime tavole originali che appartengono alla storia del fumetto. Anche quest’anno ci piace menzionare le lodevoli iniziative di beneficenza e solidarietà collegate ad Etna Comics: anzitutto, la tradizionale raccolte di fondi grazie all’asta con i disegni originali donati dai celebri illustratori presenti, la raccolta a cura della onlus “Il sorriso di Riccardo” per supportare le famiglie dei bambini disabili presenti nel territorio catanese e la vendita di beneficenza del fumetto di “Superhugs”, il simpaticissimo supereroe che sconfigge la tristezza con gli abbracci, a cura dell’associazione “Linfoamici” che è impegnata a diffondere l’importanza della donazione di midollo osseo e del sangue. “Questa nona edizione –dichiara il direttore di Etna Comics Antonio Esposito Mannino- è stata dedicata particolare a tutte le donne, che abbiamo voluto omaggiare con il manifesto di Simone Bianchi che celebra la leggendaria Gammazita e lancia un messaggio forte contro la violenza, e ai bambini, soprattutto quelli meno fortunati. I proventi dell’asta di beneficenza serviranno a realizzare un’aula multimediale presso la Clinica Pediatrica del Policlinico Vittorio Emanuele di Catania. Perché la molla che davvero ci spinge ogni anno a superarci, a spostare l’asticella sempre più in alto, pur tra mille difficoltà, è l’amore smisurato per Catania e la sua gente, la voglia di darle la dimensione che merita facendo qualcosa di concreto”. Volendo citare e promuovere gli artisti ed autori siciliani, anzitutto va ricordata l’uscita del terzo albo di “Van Helsing”, albo horror gotico scritto da Barbara Daniele e disegnato da Salvo Coniglione. E ancora, il bravissimo Lelio Bonaccorso unisce il giornalismo sociale ai comics; Cinzia Barone ed Umberto Giampà continuano a deliziarci con i loro disegni, Angelo Iozza stupisce con la colorazione di tavole di autori affermatissimi; un plauso a parte merita Maurizio “Mautorr” Torrisi, autore del graphic novel ironico “Savigna Bonazzi, una milf alla ribalta”. Freghieri Anime e manga, youtubers (Caleel, Rick Du Fer, Gio Pizzi, Croix89, il famoso doppiatore Maurizio Merluzzo…), videogames, giochi di ruolo, anteprime cinematografiche e concerti dal vivo (citiamo tra gli altri Giorgio Vanni e i Goblin di Claudio Simonetti) hanno scandito altri momenti importanti e spazi affollatissimi, assieme alla sfilata ed al concorso Cosplay Contest coi ragazzi in costumi che riproducono perfettamente i personaggi interpretati. Il giovane Tindaro Idotta, cosplayer di Guts da Berserk, ha vinto un viaggio in Giappone. Appuntamento al 2020, dal 29 maggio al 2 giugno, per una decima edizione che si preannuncia ricca di celebrazioni. Mario Vitale

PILLOLE DI SCIENZA

Un Festival del fumetto da record Buco nero e Corpo nero ma non è la stessa cosa

Qualche settimana fa si sparse la notizia che era stato fotografato un “buco nero”. Il nostro prof. Angelo Pagano, sempre attento a questi eventi, ci ha fornito in merito questa piccola e “gustosa” pillola di scienza, con la quale rimette le cose al posto giusto, anche con un tocco di ironia. L’immagine qui riportata si attribuisce ad un Buco nero di massa pari a 6,5 miliardi di masse solari, che si trova a 55 milioni di anni luce dalla Terra, al centro della galassia Messier 87. A “scattare” la storica “fotografia” (che è frutto di assai complesse ricostruzioni) sono stati gli scienziati della collaborazione internazionale Event Horizon Telescope (EHT). L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e l’Istituto Nazionale di Astrofisica vi partecipano per l’Italia. La rete EHT è distribuita su tutta la Terra. Fin qui la cronaca scientifica. Si insegna nelle scuole che ‘’Corpo nero’’ è ciò che assorbe tutta l’energia che su di esso incide, per riemetterla sotto la forma di radiazione termica in condizioni di equilibrio termodinamico. Mai nome (Corpo ‘’nero’’) è stato più infelice. Il filamento di una lampada ad incandescenza è ‘’Corpo nero’’: assorbe tutta l’energia elettrica (effetto joule) che su di esso incide e la riemette tutta. Esso (tenuto in ampolla in vuoto) diventa incandescente e ben visibile all’occhio, di colore giallo (grosso modo) ed indica alta temperatura (centinaia di gradi Centigradi). Il corpo umano è ‘’nero’’: assorbe tutta l’energia chimica fornita dal cibo e la riemette nell’infrarosso (invisibile agli occhi) alla temperatura 36,5 gradi centigradi. La legna che arde è “nera”: assorbe tutta l’energia chimica (combustione) e la riemette in forma visibile (rosso-giallo della fiamma). E via di questo passo. Si potrebbe affermare che prima o poi (all’equilibrio) tutti i corpi diventano “neri”. Il “Buco nero” è concetto ben diverso: assorbe tutta l’energia che su di esso incide, ma non la riemette. La ingoia e basta. Non abbiamo alcun esempio di buco nero nella nostra esperienza quotidiana. Forse ne esiste qualcuno (o molti o infiniti, nessuno lo sa) nell’universo. Il Buco nero si pensa essere talmente pieno di materia (denso) che nessun corpo può sfuggire alla sua attrazione gravitazionale, nemmeno la luce! Si ritiene che esso sia stato predetto da Einstein nella sua teoria della relatività generale (o teoria della gravitazione). Stephen Hawking (Fisico teorico recentemente scomparso) affermò, però, che anche i buchi neri emettono segnali di energia, flebili, ma insistenti, a causa delle proprietà quantistiche (che spesso fanno a pugni con le proprietà della teoria di Einstein). I Corpi Neri hanno grande influenza nella nostra vita quotidiana (come abbiamo visto). Non altrettanto si può dire dei Buchi neri, a meno di non identificarli con i falsi in bilancio di amministrazioni infedeli, che sperperano denaro pubblico e privato. Angelo Pagano (dirigente di ricerca dell’Istituto di Fisica Nucleare di Catania)

TAOBUK 2019’ Concluso con una grande serata nel magìco scenario del Teatro Antico il Festival del libro di Taormina

Eventi ricchi di arte, letteratura, cinema e grande musica Si è svolta sabato 22, al teatro Greco di Taormina, la serata di gala del Taobuk, prestigioso Festival della letteratura, giunto alla sua IX edizione. L’evento è stato condotto da Antonella Ferrara , ideatrice e direttore artistico del festival , e da Alessio Zucchini, giornalista del tg 1. La bella notizia, per chi non avesse partecipato, è che sarà possibile vedere la registrazione, sabato 13 luglio in seconda serata su Rai 3. Per la prima volta in tv, pagando però uno scotto: i tempi della diretta sono stati leggermente influenzati da quelli della televisione e si è quindi spezzato quell’incantesimo che aveva regalato magia alle precedenti edizioni. Questa serata è lo scrigno all’interno del quale vengono conferiti i Taobuk Aword for Literatury Excellence, ai diversi scrittori premiati e quelli alla carriera ad altri personaggi del mondo dello spettacolo, come attori e cantanti. Quest’anno il fil rouge dell’intero festival è stato”il desiderio” e i due scrittori che hanno ricevuto l’onorificenza sono stati: Ian McEvan, definito dal Times uno dei 50 scrittori britannici più influenti di ogni tempo, e Jhumpa Lahiri, premio Pulitzer Price for Fiction nel 2000.La serata si è aperta sulle note della Carmen, suonate magnificamente dall’Orchestra Sinfonica del Teatro Massimo Bellini di Catania, diretta da Valter Silviotti con la splendida voce della cantante, mezzo soprano, Nino Surguladze. Subito dopo, Massimo Ghini ha letto appassionatamente un brano tratto dal libro “Ogni maledetta domenica”, nel quale si parla di una squadra di football e il desiderio messo in luce è chiaramente quello della vittoria. ‘E stato quindi conferito a Massimo Ghini un riconoscimento alla carriera. Successivamente è stato intervistato lo scrittore Ian McEvan, al quale sono state rivolte domande che hanno spaziato dalla sua produzione letteraria, al suo interesse per le neuroscienze, alla sua opinione in merito alla Brexit. McEvan non fa mistero infatti di essere contrario alla Brexit, per via delle opportunità che verranno sottratte ai propri figli e nipotini. Qualche cenno è stato fatto al suo ultimo libro, “Nel Guscio”, il cui protagonista, nonchè voce narrante, è un feto. Nel parlare del desiderio

McEvan si riferisce a quello amoroso, facendo riferimento a Dante e Petrarca. Nina Zilli , apre il suo momento sul palco con l’interpretazione di due canzoni, che mettono in risalto la sua voce potente e penetrante, il titolo di una di queste è “50.000 lacrime”, suo grande successo e colonna sonora del film Mine Vaganti. Ma la cantante è anche autrice di un libro, Dream City, nel quale tutti i desideri, da quelli più aulici, a quelli più pragmatici (riaccoppiare i calzini spaiati) vengono esauditi. Il Taobuk Aword le viene consegnato dal Magnifico rettore dell’Università degli studi di Messina, Cuzzocrea.Sale a questo punto sul palco Nancy Brilli che, dopo aver letto uno splendido brano de “Il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa, confessa di conoscere l’inquietudine di cui parla Pessoa e di ritenere che probabilmente tutti gli esseri umani la conoscano. Si tratta della sensazione che si prova quando, realizzato un desiderio, per il quale si è lottato, magari molto, si avverte un senso di insoddisfazione e di vuoto al quale subentra poi la spinta a cercare qualcosa di nuovo.I 13 minuti di applausi ricevuti a Cannes, assieme a tutto il cast del film “il traditore”, per la sua interpretazione del ruolo di Pippo Calò, sono impossibili da superare, afferma Alessio Zucchini riferendosi a Fabrizio Ferracane. Questi recita il canto della Divina Commedia che parla del desiderio di Ulisse di superare le colonne d’Ercole affinchè la sua gloria possa essere immortale. Dante, il teatro greco, l’interpretazione di un vero attore: emozioni difficili da trascrivere. Un altro premiato, l’ultimo solo in ordine cronologico, è Simone Cristicchi, che legge un brano tratto da “Novecento”, di Alessandro Baricco, e che ci regala straordinarie sensazioni cantando la sua ultima canzone, presentata al festival di Sanremo 2019, dal titolo “Abbi cura di me”. Annamaria Distefano


6

maggio-giungo 2019

Chiese chiuse

dell’

Jonio

INTERVISTA 1- Il vicario generale della Diocesi, don Giovanni Mammino, sulle conseguenze delle chiese chiuse

Si rischia lo spopolamento... pastorale Il 26 dicembre 2018 è una data che purtroppo rimarrà scolpita nella memoria degli acesi. Il terremoto della notte di Santo Stefano ha modificato lo scenario territoriale di molte frazioni che da quel momento vivono una situazione di difficoltà, non solo sul piano materiale per gli ingenti danni che hanno subito gli edifici, ma anche perché un evento di così grande impatto ambientale ha modificato la quotidianità di intere comunità che non hanno più un luogo di aggregazione e di incontro, quasi luoghi fantasma in attesa di una ricostruzione, di una rinascita, che si spera non diventi, come è già capitato spesso in passato, una lunga ed infinita attesa. Molte chiese hanno subito danni che non permettono l’apertura al culto e quindi i parroci hanno dovuto trovare altri luoghi per le funzioni religiose e tutte le attività connesse alla parrocchia. Cercando di capire lo stato attuale della situazione abbiamo sentito il vicario generale della diocesi di Acireale don Giovanni Mammino e il direttore dell’Ufficio Beni Ecclesiastici don Carmelo Sciuto. Don Mammino, dopo l’evento sismico quando sono ar-

rivati i primi risultati dei danni agli edifici di culto? Nei giorni immediatamente dopo il sisma i vigili del fuoco hanno visitato questi luoghi ma i veri sopralluoghi sono stati del gruppo tecnico che ha stilato delle schede nelle quali è stata fatta la diagnosi precisa di ogni edificio sacro e delle pertinenze. Il sindaco in base a questa scheda ha emesso l’ordinanza di inagibilità. I preti di queste comunità che vivevano negli edifici vicino al luogo di culto oggi dove sono stati accolti? Attualmente molti di loro sono sfollati, tre hanno trovato sistemazione provvisoria in luoghi vicini, come il parroco di Pennisi, perché la canonica dove viveva è andata completamente distrutta, colpita dal crollo del campanile della chiesa. Anche la canonica di Fiandaca e quella di Cosentini sono inagibili, chi può torna nelle case private. Per le chiese inagibili quali luoghi sono stati individuati per celebrare le funzioni religiose? Le parrocchie che hanno il salone parrocchiale agibile celebrano lì le funzioni religiose come Santa Venerina, Santa Maria La Stella, Dagala del Re. Ad Aci Catena hanno le chiese filiali, la chiesa della Sanità per la chiesa di Santa Lucia, la Matrice. la chiesa dei Santi Elena e Costantino, Santa Maria della Consolazione usa attualmente le sale di una scuola elementare, Aci Platani usa il salone parrocchiale. Le celebrazioni già programmate come matrimoni, prime comunioni, cresime dove si sono svolte?

Sono state celebrate in altre chiese quando possibile, ma anche all’aperto, in piazza, quando le condizioni atmosferiche lo hanno permesso. A Pennisi le celebrazioni si svolgono nella cappella del villaggio San Giuseppe centro di assistenza per disabili sito nella piccola frazione acese. Gli abitanti delle zone colpite dal sisma, in questo difficile periodo e senza le loro storiche chiese potrebbero trovarsi disorientati? Purtroppo questa piaga affliggerà i piccoli centri, già vivono quotidianamente la loro crisi di identità, ma con questi fatti può accadere che la gente non si affezioni più alla propria identità. Quando non è più possibile celebrare nel luogo prime comunioni, cresime, matrimoni, funerali, i legami vengono meno e ognuno va dove vuole, c’è una diaspora. Potrebbe essere la morte dei piccoli centri. Speriamo al più presto di poter riaprire alcune chiese con l’aiuto delle somme dell’8 per mille e anche il contributo delle singole parrocchie. Le chiese del centro storico di Acireale hanno subito danni notevoli? No, solo lievi danni già riparati. Attualmente è chiusa solo la chiesa di San Domenico, non di proprietà della diocesi ma del Ministero degli Interni fondo degli edifici di culto data in comodato, e quindi l’iter per la ristrutturazione non compete alla diocesi acese. Gabriella Puleo


dell’

Jonio

Chiese chiuse

maggio-giugno 2019

7

INTERVISTA - 2 Il direttore dell’Uffico Beni culturali ecclesiastici, don Carmelo Sciuto, sui primi interventi

Dalla Cei 500mila euro per sette chiese Nella sua veste di direttore dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici quali notizie può darci circa la riapertura delle chiese colpite dal sisma? La CEI, Conferenza episcopale italiana, attualmente ha stanziato 500.000 euro per diocesi per le chiese terremotate, si è pensato di dare un contributo del 70% a più chiese e per il restante 30% saranno le singole parrocchie a contribuire. Le chiese individuate sono la Matrice di Aci catena, la chiesa di Aci Platani, Lavinaio, Sacro Cuore di Santa Venerina, Sant’Andrea di Milo, ed ancora le chiese di Santa Maria la Stella e Piano D’Api. Si sta procedendo con dei contatti da parte dei tecnici incaricati con la Soprintendenza per coordinare gli interventi della messa in sicurezza che non significa restauro, significa la fruizione della chiesa nel miglior modo possibile. Se

sarà possibile anche il restauro ovviamente rientrerà nel programma dei lavori. Anche i rilievi geologici saranno importanti per approntare al meglio tutta la fase di esecuzione dei lavori. La chiesa e i locali annessi ad essa della frazione di Pennisi sono pesantemente danneggiati. Qui quale potrebbe essere l’intervento? E’ necessario in questo caso fare accurate indagini perché visti gli ingenti costi per la ricostruzione di un patrimonio altamente danneggiato forse la scelta migliore potrebbe essere abbattere totalmente quel che resta e passare ad una nuova costruzione. Economicamente in questo caso è assolutamente necessario l’intervento dello Stato. Quale è lo stato d’animo della popolazione di questi luoghi? Critica, difficile, il nostro Vescovo come anche il Vicario generale conoscono bene la situazione. Sono scoraggiati e fiaccati da quello che è successo ed è difficile proporre la rac-

colta privata di fondi per la contribuzione alla ricostruzione dei luoghi di culto. Importante il supporto dei parroci delle comunità parrocchiali vicine ma è pur vero che la popolazione del luogo preferisce celebrare le funzioni religiose anche nei saloni disponibili senza allontanarsi. Le radici e il cuore restano lì. Per le imminenti feste patronali che spesso si svolgono durante il periodo estivo quali decisioni sono state prese? Si faranno, certo senza tante coreografie esterne e conseguenti spese, ma cancellarle sarebbe stata un’altra ferita da aggiungersi a quelle che già ha la comunità. Lo Stato italiano alla data odierna cosa sta facendo per gli edifici di culto? Il decreto da convertire in legge c’è, il commissario dovrà poi attuare il tutto. Gabriella Puleo


8

maggio-giugno 2019

Casa della CaritĂ

dell’

Jonio

RELAZIONE Teresa Scaravilli sul signiďŹ cato del gesto del dono dei benefattori e l’opera dei Camilliani

â€?La vita, dono ricevuto, da offrireâ€? Pubblichiamo integralmente la relazione che Teresa Scaravilli ha tenuto in occasione della recente inaugurazione (della quale diamo conto nella pagina accanto) della “Casa della CaritĂ â€? di San Giovanni Bosco (Acireale), relazione dal tema “Il valore del dono: la vita, dono ricevuto, da orireâ€? che lei ha deďŹ nito “Riessioniâ€?. Sono stata incaricata da fratel Carlo a prendere la parola stasera per esprimere i sentimenti di gratitudine che tutti avvertiamo per il dono che è stato fatto ai Camilliani, che da tempo operano nel territorio di Acireale. 1. Siamo qui riuniti stasera per l’ Accoglienza del dono Questa “Casa della CaritĂ â€?, che ci accoglie, è stata donata ai Camilliani dai coniugi Salvatore Garozzo e Rosa Maugeri, con lascito testamentario, perchĂŠ diventasse luogo di accoglienza per anziani, poveri, persone in diďŹƒcoltĂ , sole e prive di risorse, per vivere dignitosamente l’ultimo tratto della loro vita. E NOI siamo qui convenuti per accogliere uďŹƒcialmente questo dono, non solo i Camilliani, ma tutta la Chiesa di Acireale, a partire dal nostro Vescovo, e tutti gli abitanti di questo territorio, di questa cittĂ , dal Sindaco a tutti i nostri concittadini. Il DONO, infatti, non è per i Camilliani, a cui è stato consegnato, ma è per quanti ne avranno bisogno, nei limiti dei posti letto, ovviamente, e con il contributo di quanti si uniranno a questo progetto per sostenerne la funzionalitĂ , in termini di servizi e di costi, e per renderlo fruibile. t %JSFw(3";*&w La prima parola che sento di dover dire è: “Grazie!â€?, non solo a nome dei Camilliani, ma a nome dei presenti e per conto di quanti in questa casa troveranno accoglienza e cura. “Grazie!â€? è una delle prime parole che si insegnano ai bambini, dopo le parole “mammaâ€?, “papĂ â€?, “ciaoâ€?, nella nostra cultura, insegniamo a dire “grazie!â€? quando si riceve un dono e “scusa!â€? quando si fa un torto a qualcuno. Esprimere i Sentimenti che si accompagnano al dono: In questa circostanza mi pare importante condividere con Voi tutti il signiďŹ cato e il valore che noi attribuiamo al Dono e ai sentimenti di Gratitudine, che si accompagnano al dono. 1. Il Dono per chi lo ore è un segno tangibile di “Stimaâ€?, di “ Riconoscenzaâ€?. 2. Ricevere un dono o orire un dono è sempre motivo di gioia, per il dono in sĂŠ, per il sapersi “riconosciutiâ€?, apprezzati, ricordati, stimati, ‌ Al dono non si dice mai di no. “Chi non accetta non merita!â€? Il DONO si fa a chi riteniamo sia degno! Mai si dice di NO quando ci viene fatta un’ oerta mentre spesso diciamo NO ad una richiesta. t %POPPĉFSUP BDDPMUP SFTPGSVJCJMF Noi qui rappresentiamo sia il dono oerto, che il dono accolto. Ci siamo per renderlo fruibile. Noi tutti desideriamo che quanti saranno accolti in questa casa dovranno ricevere benessere, trovare soluzioni ai bisogni della loro vita, in questo momento storico. Perciò, spetta a noi renderlo degno per gli ospiti che vi abiteranno. Ciascuno di noi presenti è coinvolto in questo dono. A partire da me. Io ci sono per un Dono di Amicizia che, da oltre 30 anni, mi lega a fratel Carlo. (Dalla Tenda di Mangano per i Malati di AIDS) Come me, penso, anche ognuno dei presenti abbia un legame con i Camilliani. t $IJGBVO%POPMPGBTQPOUBOFBNFOUF%POBSFOPOĂ’VOEPvere ma un gesto spontaneo che viene dal cuore, perciò è gratuito, perchĂŠ il dono non è richiesto. Se è richiesto assume altri connotati, altri nomi, può dirsi un contratto, una convenienza, potrebbe anche essere un ricatto. Se donassimo dicendo: “a patto che tu ‌ fai o ti comporti come ti dico ioâ€?, sarebbe un compromesso, non un dono, un regalo. Per questo il dono ha un valore inďŹ nito, non ha un prezzo, non si compra e non si vende, è un gesto di GenerositĂ , di Altruismo, di SolidarietĂ . t $JBTDVOPEJOPJĂ’VO%POPDPNQMFNFOUBSFFSFDJQSPDP Ci è stata donata la Vita, i Talenti che man mano abbiamo scoperto, la ProfessionalitĂ  acquisita, ‌ Alcuni dei presenti sono anche Volontari per i servizi di caritĂ  che i Camilliani orono nel nostro territorio, esprimendo in tal modo la complementarietĂ  e la reciprocitĂ  nel bene operare, nel fare il il bene, nel farsi Solidali Possiamo donare poco, molto, tutto, ma tutti abbiamo qualcosa da poter donare: dal sorriso al denaro, dal tempo alla casa, dalla compagnia al consiglio. C’è chi dona la vita per mettersi al servizio di un ideale, di un progetto, della vita del prossimo ‌ Il dono paciďŹ ca e genera sentimenti di gratitudine Il dono in sĂŠ produce immediatamente gioia, benessere psicoďŹ sico, ‌ mette in relazione, crea amicizia; subentra un’alleanza spontanea tra la vita di chi dona e quella di chi riceve t %FMEPOPEFMMB7*5"TJBNPUVUUJEFCJUPSJ Se riettiamo un momento sui doni che accompagnano la nostra vita, ci accorgiamo di essere tutti debitori. Pensiamo al dono della VITA. t 4JBNPOBUJFEPOBUJBJOPTUSJHFOJUPSJFBMNPOEPJOUFSPTFO[B la nostra richiesta. t 4JBNPTUBUJBMMFWBUJ DSFTDJVUJJONPEPEFMUVUUPHSBUVJUPEBJ nostri genitori, da quanti hanno avuto cura di noi e ci hanno fatto crescere e maturare ďŹ no a farci diventare adulti, auto-

nomi, liberi. t -B7*5"DJIBBQFSUPPSJ[[POUJTDPOPTDJVUJ DJIBGBUUPJODPOtrare volti, cuori, vite ‌ e ci ha permesso di intrecciare relazioni di scambio, di amicizia, di esperienze varie che hanno contribuito a farci diventare quelli che siamo oggi. Noi siamo il frutto di tanti doni ricevuti, doni non richiesti PerchĂŠ mi pare bello riettere su questo sentimento di gratitudine questa sera? t -B7*5"Ă’VO%0/0EBDPMUJWBSFOFMMBHSBUVJUĂ‹FOFMMB SFDJQSPDJUĂ‹ PerchĂŠ io credo che la vita sia umanamente condizionata dalla reciprocitĂ . Anche a voler fare soltanto un discorso semplicemente umano senza entrare nel mistero della vita di fede, dettata dal Vangelo, umanamente la nostra vita è condizionata dalla reciprocitĂ , nessuno può fare a meno dell’aiuto e della collaborazione degli altri. In maniera gratuita o in maniera retribuita, per vivere noi abbiamo bisogno degli altri da quando veniamo al mondo ďŹ no a quando lasciamo questa terra. Nella vita dell’uomo per legge naturale nessuno di noi può dire “Io non ho bisogno di nessunoâ€?, “io basto a me stessoâ€?. Eppure c’è chi lo dice. Come c’è chi pretende ed attende il dono di qualcosa da qualcuno ogni giorno e vive da infelice e rende infelici gli altri, perchĂŠ nulla mai lo soddisfa. Proviamo a pensare quanta dierenza passa nel vivere in attesa di qualcosa che riteniamo come dovuta e la sorpresa di qualcosa che ci giunge all’improvviso, inaspettata e gradita. Quante volte, ci è capitato di sorprenderci davanti ad un volto amico, incontrato per caso! $IFHJPJB DIFGFTUB DIFCFMMF[[B E, quanta amarezza, invece, quanto si viene accolti da un volto stanco e triste che ci rimprovera perchĂŠ siamo arrivati in ritardo o perchĂŠ non abbiamo capito le reali esigenze dell’altro: “Che sei venuto a fare? Mi sono stancato di aspettarti, ora non ho voglia di niente. Da te non voglio niente!â€? La pretesa di ricevere e l’insoerenza di aspettare, la referenzialitĂ  delle nostre esigenze e l’insoerenza per l’incapacitĂ  dell’altro! Se ci rendessimo conto che niente ci è dovuto ma tutto ci è donato, come cambierebbe la nostra vita! t -B(*0*"FMB(3"5*56%*/&4FTJBNPDPOTBQFWPMJEJ BWFSFSJDFWVUPUBOUJEPOJTJBNPQFSTPOFHSBUF DIFWJWPOP OFMMB(*0*"FDPMUJWBOPTFOUJNFOUJEJ(3"5*56%*/& Diversamente, se riteniamo di non avere ricevuto DONI o se siamo convinti che tutto quel che abbiamo ci è dovuto o ce lo siamo guadagnato da soli, siamo insoddisfatti, uggiosi, scontenti, non conosciamo la gratitudine. 1. Abbiamo sperimentato nella Vita la GIOIA per avere ricevuto aetto, stima, collaborazione, consigli, in modo spontaneo e gratuito. B) Ma abbiamo sperimentato, qualche volta anche noi, di essere stati DONO per qualcuno. – Abbiamo donato il nostro tempo, la nostra esperienza professionale, la nostra vita di fede, la nostra compagnia a qualcuno, perchĂŠ ci è stato richiesto, perchĂŠ noi stessi spontaneamente lo abbiamo oerto. Sappiamo, quindi, che questo scambio di doni porta Gioia, dona Sorrisi, matura sentimenti di gratitudine t "CCJBNP BODIF TQFSJNFOUBUP DIF QFOTBOEP EJ GBSF VO HFsto di attenzione a qualcuno abbiamo ricevuto in cambio un DONO piĂš grande, che ha cambiato i nostri sentimenti e il nostro umore. Magari diciamo: “Ma io non ho fatto niente, l’ho soltanto accompagnato!â€?, eppure l’altro non ďŹ nisce di ringraziarci. Alla ďŹ ne la gratitudine dell’altro ci lega in modo indissolubile e ci vincola a vita. L’uomo grato è un uomo FELICE

Potremmo dire che l’uomo grato è un uomo FELICE, è un costruttore di PACE, capace di creare comunione, La gratitudine aggrega, sostiene, merita e dona gioia, ďŹ ducia, speranza, ‌ t *M40(/0EFMM6NBOJUĂ‹*PTPHOPVOBTPDJFUĂ‹DIFTBGBSTJ EPOPFTBFTTFSFHSBUB TBDPTUSVJSFDPNVOJPOFFTBFTTFSF TPMJEBMF TBDPOEJWJEFSFFTBQSFWFOJSFJCJTPHOJFTPEEJTGBSMJBMNPNFOUPPQQPSUVOP t 6OB 4PDJFUĂ‹  VOB DPNVOJUĂ‹ TJ EJTUJOHVF EB VOBMUSB QFS MBUUFO[JPOFDIFTBEBSFBHMJVMUJNJ BDIJĂ’QJĂĄQJDDPMP QJĂĄ GSBHJMF BDIJQJĂĄĂ’OFMCJTPHOP t 6OBDPNVOJUĂ‹EJDSFEFOUJ EJDSJTUJBOJ EJQFSTPOFBEVMUFTJBEPQFSBQFSDPTUSVJSFDJUUĂ‹TPMJEBMJ BDDPHMJFOUJ DIF TBQQJBOP PĉSJSF BEFHVBUBNFOUF B DJBTDVOP EFJ QSPQSJ BCJUBOUJRVFMDIFĂ’OFDFTTBSJPBMMPSPCFOFTTFSFQFSTPOBMF FGBNJMJBSF QTJDPmTJDPFWJUBMF Il mio messaggio vuole essere un invito al dono di sĂŠ: è un invito a educarci, a esercitarci a vivere il nostro tempo, la nostra terra, la nostra vita da uomini e donne pieni di gratitudine e capaci di farsi dono. La gratitudine è il segno di una vita buona e piena. Se non mi aspetto e non esigo, so dire grazie a tutto ciò che la vita mi ore e vivo grato. Al contrario, se vivo in atteggiamento di attesa, di pretesa aspettando che l’altro sia capace di leggere il mio bisogno e di soddisfarlo, vivo da infelice, resto sempre scontento. La gratitudine richiede umiltĂ . L’umiltĂ  non è il rinnegamento della propria identitĂ , ma è il riconoscimento del proprio limite e del proprio bisogno, è fare la veritĂ  di se stessi, con le proprie risorse ma anche con le molte insuďŹƒcienze, per cui ci riconosciamo disponibili a dare e bisognosi di ricevere, nella reciprocitĂ  di gesti necessari e utili in cui ci riconosciamo tutti alla pari, uguali e distinti, in cui ciascuno riconosce il diritto dell’altro, le necessitĂ  dell’altro, alla pari con i nostri diritti e le nostre necessitĂ , ma anche con la capacitĂ  di valutare uno stato di benessere e uno stato di necessitĂ , dove ogni diritto cede il passo all’amore. Chi ama di piĂš, generosamente dona e prende l’iniziativa, cedendo il primo posto all’altro.  "MMBTDVPMBEFM7BOHFMP Questo ce lo insegna in molti modi il Vangelo quando ci dice: “Ama il prossimo tuo come te stesso!â€?, o “Fai agli altri quel che vorresti fosse fatto a te!â€?, “Portate gli uni il peso degli altri!â€?, “Chiedete e vi sarĂ  dato!â€? E ancora la vita della prima comunitĂ  dei cristiani narrata negli Atti degli Apostoli ci dice che tra loro non c’era alcuno che fosse nel bisogno perchĂŠ tutti avevano il necessario per vivere. La societĂ  si compone di singoli, ma ha bisogno di ciascuno sia nel dare che nel ricevere, sia nell’orire servizi che nel riceverli, si possono mettere insieme le singole facoltĂ  creative e le varie capacitĂ  in termini di abilitĂ  e capacitĂ  professionali ma anche di beni materiali. Una societĂ  a misura del Vangelo può dirsi anche evoluta se tra i suoi membri non c’è chi manchi del necessario per una vita dignitosa. t 4FVOPBCCPOEBEJRVBMDPTBFVOBMUSPNBODB RVFMDIFBWBOza si possa destinare a chi ne è privo; se quel che l’uno non sa fare, lo può chiedere ad un altro che sa farlo bene e viceversa; se ci si possa scambiare reciprocamente quel che si ha, perchĂŠ nessuno ha tutto. Io credo che, anche soltanto per necessitĂ , ma nella reciprocitĂ  e nella lealtĂ , potremmo vivere una paciďŹ ca convivenza e trattarci da umani, rispettando i limiti di ciascuno e valorizzando i meriti di ognuno. 1. Il senso di un lascito: il senso della vita stessa Il gesto di un lascito testamentario, quale quello della coppia di coniugi, i signori Garozzo-Maugeri che hanno voluto destinare questa bella casa perchĂŠ altri anziani possano trascorrere gli ultimi anni della loro vita in un ambiente bello, con una vista sul mare, uno spazio proprio, sano e curato e accuditi, è segno di una vita che ha compreso il senso ed il valore di qualcosa che non si compra e non si vende, che è la vita stessa, che ha valore se la si vive come dono e che si vaniďŹ ca se la si vive centrata nel proprio io. L’uomo è fatto per il NOI. L’io si trasforma in noi quando il bambino acquista la sua autonomia e comincia a condividere e a imitare i gesti degli adulti, lavorando insieme e mettendo a disposizione della comunitĂ  quel che ha o per dono di natura o per formazione umana e professionale, man mano che vive e cresce.  -BUSBEJ[JPOFBTTPDJBUJWBEFMMBDJUUĂ‹EJ"DJSFBMF Acireale ha una tradizione associativa, culturale, religiosa antica, penso a tutte le associazioni cattoliche, le confraternite, i Club Service, ma anche le Cooperative sociali, ‌ Il VenerdĂŹ Santo, vedevo sďŹ lare gli stendardi e i soci di tantissime forme di raggruppamenti che esprimono valori umani e religiosi, di fede e di tradizioni locali, sono una grande ricchezza di risorse umane e potrebbe essere il luogo fecondo per alimentare la cultura del dono e della reciprocitĂ  attraverso le molteplici esperienze di solidarietĂ  che sa esprimere non solo a livello individuale e privato ma facendo un serio programma di formazione per rendere visibile e diusiva la cultura della solidarietĂ  e della reciprocitĂ  nella nostra bella cittĂ . 1. Sentirsi a casa Concludo con un invito a sostenere la Casa della CaritĂ  nei modi che ciascuno può e sa: con le risorse di cui dispone: tempo, professionalitĂ , beni materiali, anche semplicemente come compagnia, presenza anche silenziosa ma aettuosa, perchĂŠ chi sarĂ  accolto e dovrĂ  vivere in questa casa, si senta a casa, senta il calore e l’aetto di una famiglia. Auguri e buon lavoro a tutti! Grazie per la vostra attenzione. Teresa Scaravilli


dell’

Chiesa e Società

Jonio

maggio-giugno 2019

9

SOLIDARIETÀ L’inaugurazione della “casa della Carità” donata da Salvatore Garozzo e Rosa Maugeri

I Camilliani vi accolgono i bisognosi Si è svolta martedì 28 maggio, l’inaugurazione della “Casa della Carità”, una nuova opera camilliana nel territorio di Acireale, frazione di san Giovanni Bosco, in via Nazionale per Guardia 26. La Casa è il frutto della donazione di un anziano signore deceduto nel 2014, che ha voluto destinare la sua casa all’accoglienza di poveri e anziani abbandonati e intitolarla a lui stesso e alla sua defunta moglie. Dopo cinque anni dal dono, finalmente il sogno di questi due sposi è diventato realtà e, per rendere ufficiale e condividere l’opera nel territorio acese, i religiosi camilliani hanno inaugurato la Casa organizzando un incontro dal titolo “La vita: dono ricevuto da offrire” tenuto, in maniera sentita e appassionata, dalla dott.ssa Teresa Scaravilli, alla presenza, tra gli altri, del vescovo della diocesi di Acireale, mons. Antonino Rasanti, del sindaco della città, ing. Stefano Alì e del superiore provinciale dei camilliani, padre Rosario Mauriello. La “Casa della Carità Salvatore Garozzo e Rosa Maugeri” darà riparo a persone per le quali non è prevista accoglienza dalle altre realtà presenti nel territorio, siano esse pubbliche, private o di organizzazioni di carità religiose. La Casa, nello specifico, vuole accogliere chi, per motivi di salute o di età, non può più lavorare e quindi autosostenersi o non percepisce neanche dei sussidi statali per sopravvivere. La Casa della Carità, quindi, prevede un’accoglienza incondizionata a quei fratelle e sorelle per cui non esiste possibilità di reinserimento sociale nel

Scienza e Vita Incontro a Giarre: “Non c’è bisogno della fecondazione artificiale”

breve e nel medio termine e per quei fratelli e sorelle anziani che sono stati abbandonati dalla propria famiglia e sono rimasti del tutto soli. La Casa consta di due parti: una zona notte che è già utilizzabile ed è composta di nove stanze per circa dieci posti letto e una zona giorno, ancora da ristrutturare, che verrà utilizzata per l’avvio di un centro diurno per anziani o per incontri destinati a gruppi vari del territorio che potranno anche svolgere un servizio di volontariato in compagnia degli ospiti del centro. Per la ristrutturazione della zona notte sono stati necessari molti interventi edilizi per i quali si è grati alla Provvidenza che si è resa evidente attraverso il supporto economico di tanti benefattori. Per la riabilitazione degli ambienti della zona diurna, composta da un

grande salone destinato a una sorta di centro ricreativo per anziani, refettorio, dispensa e piccolo appartamento occorrono ancora molti lavori prima che siano operativi. A tal fine i Camilliani hanno organizzato per giovedì 30 maggio, presso il Cinema Margherita di Acireale, tre proiezioni del film “Conta su di me”, con l’obiettivo di raccogliere fondi per questi lavori edilizi. Con la speranza che la divina Provvidenza si renderà ancora una volta tangibile per il completamento dei lavori di ristrutturazione, si ringrazia di vero cuore quanti hanno donato con generosità e si invitano quanti lo desiderano, a visitare e a frequentare la Casa per iniziare una amicizia di solidarietà con gli operatori e gli ospiti della Casa. Sefora Monaco

OTIUN ET NEGOTIUM - 23 ........................................................................

Unità e Trinità in Dio e nella Chiesa Così come la festa dell’Epifania si porta via tutte le feste natalizie – ci fa notare il nostro Nino Ortolani –, con la Pentecoste finisce il tempo pasquale, si riprende la liturgia del tempo ordinario e a mezzogiorno si torna a recitare l’Angelus al posto del “Regina coeli”. La prima domenica dopo Pentecoste si festeggia poi la Santissima Trinità, con cui si ribadisce la divinità dello Spirito Santo, ma anche l’unità di Dio (uno e trino), unità che deve essere pure della Chiesa. Carissimo lettore, Uno più uno uguale? Due, direbbero i matematici. Uno più uno più uno verrebbe tre, sempre per i matematici. Ma Gesù ha scandalizzato tutti insegnando che nella sua persona esistono due nature, che due persone (un maschio e una femmina)

possano divenire “una sola carne” se uniti in matrimonio; naturalmente a condizione che “l’uomo lasci suo padre e sua madre...” (Mc 10,7). Inoltre ha consegnato ai suoi discepoli, perché lo predicassero dai tetti, il mistero trinitario: tre persone distinte, aventi in comune la stessa natura divina, costituiscono l’unico vero Dio. Da qui la preghiera “Vera et una Trinitas, una et summa Deitas, sancta et una Unitas”. Infine uno più uno... fino a raggiungere il numero dei compo-

nenti del Corpo Mistico siamo chiamati ad essere “una sola cosa” secondo la preghiera dell’ultima cena: “... perché siano tutti una sola cosa...”(Gv 17,21). Nell’immediato dopo guerra in Azione Cattolica cantavamo: “...al tuo cenno alla tua voce un esercito ha l’altar”, rivolgendoci al “Santo Padre che da Roma ci sei meta, luce e guida”. Molti si sono scandalizzati considerando questo esercito come un partito... democratico... e cristiano. Le nuove generazioni per capire il dramma di quel periodo e le lacerazioni all’interno del mondo cattolico devono leggere molte pagine di storia, ma tutti siamo chiamati a distinguere la “unità” voluta da Gesù dalla uniformità conseguente alla appartenenza a una squadra, un esercito...

La settecentesca chiesa dell’Oratorio di San Filippo Neri di Giarre, nei giorni scorsi, ha ospitato l’ultimo appuntamento per l’ anno 2018-2019 degli “Incontri di Bioetica” organizzati dall’Associazione Scienza &Vita sezione di Giarre-Riposto. “L’Associazione – ci dichiara il suo presidente dott. Salvo Mauro, medico ginecologo – è una realtà attiva sul territorio jonico etneo da quasi 10 anni e, in linea con le direttive nazionali, si occupa di fare cultura e informazione su tematiche di bioetica di forte impatto etico e di stretta attualità”. Non a caso l’incontro sul tema “Fertilità tra metodi naturali e tecnologia: quanto bisogno abbiamo della fecondazione artificiale?“, attuale ed eticamente forte, ha registrato una notevole partecipazione di pubblico Relatori della serata il dott. Pietro Russo, endocrinologo S.R.Bios-Progetto PNEI Fert, e il consulente in discipline bionaturali dott. Sebastiano Longo, operatore professionale Shiatsu. Ospite d’eccezione il presidente nazionale dell’associazione Scienza & Vita prof. Alberto Gambino, ordinario di Diritto Privato e prorettore dell’Università Europea di Roma, che ha introdotto i lavori della serata con carisma e competenza professionale. Nel corso dell’incontro, al di là di ogni perplessità nel voler giustificare eticamente una pratica che tende a dissociare il gesto procreativo dalla relazione intima della coppia, è stata confermata la scarsa efficacia della fecondazione artificiale, per la quale vengono sacrificati consapevolmente circa il 90% di embrioni. Peraltro Scienza & Vita precisa che le tecniche vengono ormai stabilmente applicate in donne di età progressivamente più avanzata: il che non giova al benessere complessivo della coppia, dei figli e della relazione parentale. L’attività dell’associazione Scienza & Vita trae la sua origine da quella dell’omonimo comitato che è stato protagonista, dal febbraio al giugno del 2005, dei referendum sulla legge 40. Attraverso la consultazione il Paese ha espresso chiaramente la sua opinione in materia di fecondazione medicalmente assistita, rigettando i quesiti che avrebbero peggiorato la legge. I cittadini italiani hanno nella stragrande maggioranza (il 74,1%) fatto propria la posizione assunta dal comitato: l’astensione attiva e consapevole. Proprio gli uomini e le donne provenienti dai mondi della scienza, della cultura, delle professioni, dell’associazionismo e della politica, che diedero vita al Comitato in difesa della legge 40, hanno in seguito (dicembre 2005) fondato l’associazione Scienza & Vita. Criterio ispiratore della loro azione è stato e resta l’approfondimento dei problemi legati alle ricadute della scienza e della tecnica sulla vita umana, con effetti che configurano una vera e propria “questione antropologica”. “Su questi temi – sottolinea il presidente di Scienza & Vita Salvo Mauro – occorre confrontarsi al di là delle contrapposizioni ideologiche. L’impegno per la vita e per una scienza che non rinneghi l’etica non è iniziato nel 2005 e non è finito con i fuochi della battaglia referendaria. Prosegue l’opera di sensibilizzazione, informazione e formazione sui temi cruciali per il nostro futuro”. L’ associazione territoriale Scienza &Vita Giarre-Riposto, in linea con le direttive associative nazionali, da quasi 10 anni si occupa della questione antropologica e della difesa del valore della vita, dal concepimento alla morte naturale, mediante incontri di sensibilizzazione ed informazione, momenti importanti di riflessione ed approfondimento su temi di bioetica di scottante attualità. Gli “Incontri itineranti di bioetica“, rappresentano ormai un appuntamento ben consolidato nell’hinterland ionico-etneo, che vede la partecipazione attiva non solo di relatori qualificati, ma di una platea di uditori attenti ed interessati. “Il nostro impegno per il futuro – prosegue il presidente dott. Mauro – è il coinvolgimento delle nuove generazioni mediante incontri da attuare nelle scuole del territorio su temi che riguardano l’educazione all’affettività, ai sentimenti e alla sessualità”. Un plauso al dott. Mauro e all’associazione Scienza & Vita per le interessanti iniziative che annualmente mettono a servizio della collettività.

Ricevi cordiali saluti da Nino Ortolani

Mario Vitale

RECENSIONE Don Roberto Strano presenta “Il tempo di morire”, ultima opera del magistrato napoletano Eduardo Savarese

3HUQRQVXELUHODPRUWHPDD௺URQWDUOD “A moriri c’e’ sempri tempu”, recita un antico motto popolare siciliano, quasi ad indicare che della morte non bisogna parlarne, come se essa non ci appartenesse. C’e’ un senso di paura, quasi un tabu’ che avvolge la morte, ecco perche’ tentiamo di esorcizzarla. Eppure essa, per il solo fatto di essere nati, ci appartiene. E’ vero che non dobbiamo essere fautori del “memento mori”, ma e’ pur vero che non possiamo vivere senza pensare a “Sora nostra morte corporale, da cui nullo homo vivente po’ scappare”, come recita Francesco d’Assisi nel suo bellissimo Cantico di Frate Sole. Nel mio ormai trentennale ministero presbiterale, ho avuto molte, moltissime, occasioni di accostarmi al mondo della morte, nelle sue piu’ svariati forme, da quella “naturale”, per limiti di eta’, a quelle precoci per malattie, incidenti stradali, morti improvvise a quelle di suicidio. Ogni volta bisogna entrare sempre in “punta di piedi”, perche’ taluni momenti richiedono la compartecipazione solo attraverso il silenzio (che non e’ mutismo) e la vicinanza. Sara’ stata, forse, mera curiosita’ che mi ha spinto a leggere l’ultimo di Libro del Magistrato napoletano Eduardo Savarese, “Il tempo di morire” (Wojtek edizioni). Un lucido, scorrevole, agile e nel contempo profondo riflettere sulla morte di cui, come scrive lui stesso nella dedica, “parla con disinvoltura”. Il testo si compone di undici Capitoli in cui l’A . affronta,

da laico credente, “l’enigma della morte” (come lo definisce la Gaudium et Spes al n. 18). Egli parte dalla sua prima esperienza della morte avuta a soli quattro anni, per la morte improvvisa del papa’ trentanovenne. Da questa esperienza muove i passi analizzando e riflettendo sul senso della debolezza umana; sull’orrore della morte; la morte improvvisa; la morte precoce; il suicidio; il tema dell’Eutanasia e le leggi sulla morte; le esperienze di uomini e donne che hanno segnato, in questi anni, il tema della morte. Insomma, egli si muove, su un circuito quotidiano, dove – a dirla con la sequenza pasquale – “mors et vita duello conflixere mirando”. La lucida analisi del tema, accompagnato da esperienze bibliche e da vari autori della letteratura e della storia della musica, oltre all’esperienza di testimoni autorevoli, rende la lettura piacevole e immerge in un mondo nuovo, che e’ proprio quella della morte. Nella quarta di copertina, Mario Fortunato scrive: “Noi occidentali quasi sempre giochiamo a nascondino con la morte, ma lei di solito ci frega. Questo libro, che sul tema non da’ lezioni e non fa prediche, ci insegna a non farci fregare piu’”. A conclusione della lettura, mentre tenevo il libro tra le mani, mi sovvenivano alla mente le parole di don Tonino Bello nella meditazione su Maria, donna dell’ultima ora, in cui il Servo di Dio scrive: “Santa Maria, donna dell’ultima ora,

quando giungerà per noi la grande sera e il sole si spegnerà nei barlumi del crepuscolo, mettiti accanto a noi perché possiamo affrontare la notte. È un’ esperienza che hai già fatto con Gesù, quando alla sua morte il sole si eclissò e si fece gran buio su tutta la terra. Questa esperienza, ripetila con noi. Piàntati sotto la nostra croce e sorvegliaci nell’ ora delle tenebre. Liberaci dallo sgomento del baratro. Pur nell’eclisse, donaci trasalimenti di speranza. Infondici nell’ anima affaticata la dolcezza del sonno. Che la morte, comunque, ci trovi vivi! Se tu ci darai una mano, non avremo più paura di lei”. Credo che in sintesi il libro voglia spronarci proprio a questo non a subire la morte, ma ad affrontarla,: non a morire prima, ma a farci trovare da essa vivi ! Don Roberto Strano


10

Chiesa e Società

maggio-giugno 2019

dell’

Jonio

SOLIDARIETÀ Intensa attività del Gruppo Giovani parrocchiale alla recente "Sagra delle ciliegie e delle rose"

Raccolta fondi pro Oratorio di Macchia Nei giorni 14, 15 e 16 giugno, Macchia di Giarre ha ospitato, anche quest’anno, la tradizionale “Sagra delle Ciliegie e delle Rose”. Giunta alla 30a edizione, la Sagra riporta in vita gli usi ed i costumi di una Sicilia folcloristica e pittoresca che, tra carretti siciliani ed orchestrine folk, si appropria vivacemente della piazza e delle strade del paese. La manifestazione, che affonda le radici nella storica presenza delle vaste coltivazioni di giardini di ciliegi, si è colorata, quest’anno, delle tinte della solidarietà: tra i numerosi stand presenti, i giovani della parrocchia “Maria SS. della Provvidenza” hanno allestito un proprio spazio, dedicato alla promozione della “Raccolta Fondi pro Oratorio”. L’impegno dei giovani che, nelle settimane precedenti alla Sagra, si sono cimentati nella preparazione della confettura di ciliegie e nel confezionamento di barattoli da vendere per l’occasione, si è concretizzato, nei tre giorni della manifestazione, in una corsa alla solidarietà da parte della gente del luogo e dei visitatori, i quali hanno sposato con fervore la causa, dando fondo alle scorte di marmellate e di altri prodotti artigianali proposti. L’attività di promozione lanciata dal Gruppo Giovani, non si è limitata alla raccolta di proventi da destinare allo scopo, ma attraverso l’esposizione aperta al pubblico di una dettagliata documentazione fotografica, ha consentito, alla comunità ed ai visitatori, di prendere visione e conoscenza degli

RASSEGNA DI CORALI A S. VENERINA

Laude alla Misericordiosa Bellezza

spazi su cui saranno eseguiti gli interventi di costruzione e delle attività a cui la futura opera sarà dedicata. In un clima di festa, in cui i ricordi dei più anziani, attraversati dal mutare dei tempi, si fondono con l’entusiasmo dei più giovani, tra musiche, costumi e colori, si è fatta spazio la solidarietà: i giovani della parrocchia, guidati dal parroco Don Alfio Privitera e dal viceparroco Don Maurizio Guarrera, hanno confezionato - oltre alla confettura - una conserva fatta di aggregazione, positività ed entusiasmo, racchiusa nel barattolo della fraternità e donata alla comunità, perché si rammenti che è dalle piccole cose che prendono forma le più grandi realtà. Giulia Guarrera

“Laude alla Misericordiosa Bellezza”è il tema dato al concerto di canti sacri eseguiti da diverse corali che si terrà, mercoledì 31 Luglio, con inizio alle ore 20.30, nell’Anfiteatro “Princessa”, in Santa Venerina (nella foto). La serata, promossa dall’Associazione culturale “La Voce dell’Jonio”, è organizzata in collaborazione con le parrocchie Santa Venera e Sacro Cuore di Santa Venerina e la Schola Cantorum Maria Sanctissima Salus Infirmorum di Santa Maria Ammalati (nella foto), in Acireale, col patrocinio del Comune di Santa Venerina. L’iniziativa di questa serata è animata dal desiderio di annunciare l’amore di Dio attraverso l’espressione del cuore tra le più alte, quale è la lode a Dio che sgorga dal canto sacro. Spinti da questo desiderio si è pensato di vivere questo momento di annuncio del Vangelo, in un luogo dove si richiama la misericordiosa Bellezza, che è Dio, attraverso la bellezza del suo dono e cioè, il Creato, al fine di raggiungere l’uomo nelle periferie del suo quotidiano, come ci ricorda spesso Papa Francesco nel suo invito di una Chiesa in uscita. “Uscite fuori per le strade, nei crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso” (cfr. Mt 22,9 ), ricorda il Papa per indicare lo stile di vita della Chiesa “In uscita”, capace di consolare, soccorrere, curare e soprattutto rendere visibile la misericordia di Dio. Una Chiesa “In uscita”, per essere una Chiesa missionaria capace di quel coraggio che animò i primi discepoli ad annunciare la Bella notizia lungo le strade del mondo, cantando le lodi alla misericordiosa Bellezza. Letizia Franzone

“Nella vignetta del Signore", don Berti ACIREALE “Iftar”, festa mussulmana con cattolici in piazza spiega come illustra il Vangelo con ironia Incontro di culture, popoli e religioni La sede dell'Azione Cattolica di Aci San Filippo, vivace e popolosa frazione del Comune di Aci Catena, ha ospitato la presentazione del libro Nella vignetta del Signore, una raccolta di vignette creata dal sacerdote veronese don Giovanni Berti, in arte “Gioba”, con la collaborazione del giornalista laico, nonché suo grande amico ed ammiratore, Lorenzo Galliani. La prima cosa che salta all'occhio del lettore è il titolo ad effetto “Nella vignetta del Signore”. Gioba fa riferimento alla descrizione che troviamo in Giovanni (15, 5-6) in cui i cristiani vengono raffigurati come tralci di vite nella vigna del Signore ed utilizza le vignette per aiutare il lettore a comprendere meglio il Vangelo. Questo libro non ha limiti d'età: viene letto da bambini, con il supporto dei catechisti, da ragazzi, da giovani e da adulti. Insomma, piace a tutti! Le 80 vignette, corredate da un commento, sono un mix di colori ed espressioni, con un unico scopo: la riflessione. Con la sua ironia, a vol-

te anche un po' tagliente, Gioba spinge il lettore che sa già di cosa parla il Vangelo a smontarlo, per conoscerlo ancora più in profondità, ed il lettore che non lo conosce ad incuriosirsi, a prendere in mano il Vangelo e vedere cosa racchiude al suo interno. Durante la presentazione, il sacerdote veronese ha spiegato il motivo della sua scelta di rappresentare il Vangelo tramite le vignette. Nel periodo storico in cui stiamo vivendo, afferma don Giovanni Berti, “... quello delle immagini è il modo migliore per far arrivare un messaggio in maniera chiara e senza interferenze”. Se aggiungiamo alle immagini, poche parole racchiuse in una nuvoletta bianca il risultato è ancora più evidente. Il lettore, una volta percepito il messaggio e colpito dall'ironia e dall'originalità di quella rappresentazione, lo condivide con qualcun altro. Ecco allora, che accade il “miracolo”: inizia così la diffusione della Buona Novella. Ylenia Consoli

Sono stato tra gli entusiasti che hanno accolto l’iniziativa della Federazione Islamica della Sicilia, della Città di Acireale, dell’associazione Costarelli, della Diocesi di Acireale e del Consorzio “Il Nodo” di celebrare l’iftar in piazza Duomo ad Acireale, presenti mussulmani e non, tra i quali il vescovo mons. Antonino Raspanti e il sindaco Stefano Alì. A pochi giorni dalla conclusione del Ramadan, attorno ai tavoli, in un giorno simbolico per l’Italia, la festa della Repubblica, Acireale lancia un messaggio chiaro di reciproca appartenenza dei popoli all’umano comune (l’espressione è di Angelica Edna Livnè Calò), senza sincretismi, nel rispetto pieno delle individualità culturali e della singolarità delle loro espressioni. L’identità non contiene necessariamente la realtà del conflitto. Ed è vero che a tavola i popoli si incontrano, dialogano, costruiscono la pace. L’iftar è la rottura serale del digiuno di Ramadan, una festa giornaliera che ha voluto abbracciare tutti coloro, non mussulmani, ma che sono credenti nella pace, quella che si costruisce vivendo insieme, condividendo, imparando la lingua dell’altro, entrando in punta di piedi nel suo mondo. Cous-cous, dolci vari, zuppa di ceci (harira), il

thè versato in pregiati bicchieri di colori diversi hanno accompagnato “questo viaggio”, come lo ha definito il sindaco Alì, in un mondo che non è ostile, come purtroppo oggi si tende a dipingere, e che ha regalato alla nostra terra di Sicilia cultura, bellezza e modi di incontro: basti pensare all’architettura della Sicilia occidentale, ai tratti somatici di alcuni siciliani, ad alcuni idiomi del siciliano. E mentre l’iftar si svolgeva, in Cattedrale e nella chiesa di S. Pietro si celebrava l’Eucaristia della Solennità dell’Ascensione: se per tanti benpensanti questa concomitanza pare essere blasfema, agli occhi del credente di ogni religione essa appare come la manifestazione del linguaggio comune dell’amore in lingue diverse, in suoni e musiche varie, secondo quella “fantasia” molteplice che solo il vero amore sa creare. Sono rientrato a casa respirando il profumo di popoli in cammino verso la pace, portando con me, insieme agli odori della cena, volti e sorrisi che ho amato e l’incanto di una città, Acireale, che spero si risvegli presto dal suo torpore e accenda di vita il suo barocco e le sue vie celebrando cultura e soprattutto vita. Carmelo Raspa


dell’

Jonio

Madonna della Tenda

maggio-giugno 2019

11

VENTICINQUESIMO Un evento per fare il punto dell’attività di accoglienza e rinnovare l’impegno per gli altri

Provvidenza, solidarietĂ , dono, presenza di Dio, volontariato, missione. Sono questi termini maggiormente citati, ieri pomeriggio, nel cortile della Parrocchia “Beata Maria Vergineâ€? della frazione acese di San Giovanni Bosco, dove sono stati ricordati i primi 25 anni di attivitĂ  della ComunitĂ  “Madonna della tendaâ€?, che ha sede poco distante. &TUBUP TPUUPJMUJUPMPUFNBi"MMBSHBMPTQB[JP della tua tendaâ€?,, un evento sobrio ma signiďŹ cativo che, moderato da Margherita Matalone e Carmela BorzĂŹ, ha registrato gli interventi del 7FTDPWP  NPOT "OUPOJOP 3BTQBOUJ  EFM QSPG .BVSJMJP"TTFO[B EJSFUUPSFEFMMB$BSJUBTEJPDFTBOBEJ/PUPFQSFTJEFOUFEFMMB'POEB[JPOFi%PO 1JOP1VHMJTJwEJ.PEJDB EJ4VPS"MGPOTJOB'JMFUUJ e di suor Rosalba Lapegna, motori, insieme con fratel Gianni, della ComunitĂ , dei coniugi Salvatore Garao e Cecilia BelďŹ ore, ex osttetrico-ginecologo lui ed ex dirigente scolastica lei, dei coniugi di origine pakistana Irfan e Shaheen, Salvo Raa, presidente del centro servizi per il voMPOUBSJBUPFUOFP $TWF EPO0SB[JP5PSOBCFOF  EJSFUUPSFEFMMB$BSJUBTEJPDFTBOBEJ"DJSFBMF EPO Carmelo Raspa, parroco di San Giovanni Bosco e assistente della ComunitĂ . Mons. Raspanti si è detto contento di vivere questo anniversario, “che segna anche una svoltaâ€?. E ha ricordato che, sin dai primi incontri con i responsabili della comunitĂ  ha consigliato di guardare molto avanti, con spirito profetico. Cioè BiEPQPEJMPSPwUSF TVPS"MGPOTJOB TVPS3PTBMCB e fratel Gianni). CosĂŹ ha sottolineato il radicamento nella vita consacrata e il totale aďŹƒdamento alla volontĂ  divina; e ha ricordato i rapporti con il Brasile, grande Paese dal quale sono venuti un gruppetto di giovani che si preparano al sacerdozio (che hanno accompagnato con canti sacri alcuni momenti della serata). InďŹ ne, il Vescovo ha chiesto a tutti di pregare e aiutare la comunitĂ . I coniugi Garao e BelďŹ ore hanno parlato della loro esperienza di volontariato nella comunitĂ , ciascuno per la propria specializzazione professionale. Lui ha cantato un inno alla vita che nasce, parlando della vita che sboccia, della partoriente che grida per il dolore durante il travaglio e, appena ha dato alla luce, dimentica la soerenza e fa esplodere tutta la sua felicitĂ , insieme con la meraviglia e lo stupore per avere procreato. Lei ha parlato della vita che si forma, del bambino che cresce, dei suoi diritti, delle sue diďŹƒcoltĂ , della necessitĂ  che abbia intorno chi se ne prende cura, dai genitori, se ci sono, agli insegnanti e agli altri educatori. Tutte persone responsabili che dovrebbero accostarsi al bambino che si fa ragazzo, che poi è adolescente e giovane e seguirlo con amore,

MAURILIO ASSENZA

�Allarga lo spazio della tua Tenda�

ma anche con sacriďŹ cio e competenza; per farne una persona responsabile e matura. Irfan e Shaheen, coniugi pakistani, lui docente di informatica al suo Paese, arrivati sette anni fa, hanno ricordato, con emozione, la propria esperienza. Di religione mussulmana, sono stati accolUJTFO[BEJÄŠDPMUĂ‹BMDVOBEBMMB$PNVOJUĂ‹"EFTTP vivono fuori della Tenda e, a loro volta, si sono presi cura di tre bambini a a loro aďŹƒdati; perchĂŠ hanno detto - è giusto che “ricambiamo un po’ di quello che ci è stato datoâ€?. Salvo Raa ha sottolineato il ruolo dei volontari, in genere, e, in particolare, nella vita della comunitĂ Madonna della tenda; ruolo che è sempre prezioso e diventa necessario in particolari situazioni, come quelle in cui si trova la comunitĂ  di san Giovanni Bosco, che si trova a gestire condizioni umane particolari di fragilitĂ  e di bisogno. %PO 0SB[JP 5PSOBCFOF IB QBSMBUP EFMMB SJDchezza della esperienza umana quando si pone al servizio degli altri. Don Carmelo Raspa ha invitato a sostenere, anche economicamente, i seminaristi brasiliani che si preparano al sacerEP[JPFIBSJDPSEBUPMJNNBHJOFCJCMJDBEJ"CSBmo che sedeva fuori della tenda “per vedere se passasse qualcuno che aveva bisognoâ€?. InďŹ ne, suor Rosalba ha ringraziato tutti; ha sottolineato l’essere famiglia, insieme la comunitĂ  e quanti l’aiutano, e ha chiesto ancora di sostenere la Tenda. L. V.

“Come Maria, ciò che accade lo meditiamo leggendo la storia con gli occhi di Dioâ€? Di seguito lo schema della relazione del dott. Maurilio Assenza, Direttore della Caritas Diocesana della Diocesi di Noto. Premessa: Quando - come accade da 25 anni con un’iniziativa come La Tenda si allargano i paletti della tenda di Dio che è una Chiesa locale leggiamo un dono grande che rende piĂš autentica la vita ecclesiale, la rende piĂš estroversa e quindi piĂš simile a cuore di Dio. Fare memoria diventa approfondire la consapevolezza della vita nuova generata dai doni di Dio. 1. Il primo elemento in gioco è l’accoglienza dentro una relazione. Che accade come segno che rimanda ad un tessuto piĂš ampio di relazioni. Le persone accolte, infatti, avranno da inserirsi nella vita, e dovranno trovare altri che stanno accanto. Cosa chiede la relazione? Anzitutto un contatto, oltre che con il bisogno, con il dolore e con la gioia. Quindi, una capacitĂ di restare comunque nel legame, nel vincolo della caritĂ . E un linguaggio adeguato capace di dire Dio con tutto se stessi, con la relazione prima che con le parole. Don Puglisi alle donne della Casa di Buonfornello molto ferite nelle relazioni familiari diceva: “Dovrei dirvi che Dio è Padre, mi rendo conto di quanto sia difďŹ cile per voi la ďŹ gura del padre. Vi dico, sperando che lo comprendiate, che GesĂš è fratello ... E comunque io ci sonoâ€?. 2. Il secondo elemento è che accogliere veramente comporta educare. Diversamente si resta dove si è. Meglio dire comunque: educare avendo a cuore, avere a cuore educando. Un’arte da rinnovare ogni giorno nell’ascolto di Dio, mettendo insieme fedeltĂ  (che da sola diventa rigida) e tenerezza (che da sola diventa spontaneismo), per generare quella costanza che fa crescere. Consapevoli di tante difďŹ coltĂ  ma anche che sempre “ogni vita merita un romanzoâ€? e va cercato il tratto da cui poter continuamente ripartire. Entra in gioco la famiglia, la rete di famiglie cristiane che si aprono ad afďŹ ancare altre famiglie, nel possibile anzitutto ma anche nella veriďŹ ca saggia e con prospettive di lungo terminre. 3. Le famiglie rimandano al tessuto piĂš ampio della Chiesa e della cittĂ . Ove “risvegliare - come amava dire il Cusmano - la caritĂ  sopitaâ€?, ove ricostruire un welfare comunitario e generativo. Con un allargarsi di attenzioni (ho visto quella ai diversamente abili, c’è tutta una progettualitĂ  in Italia per le povertĂ  educative attenta all’insuccesso scolastico) e al mondo (il Brasile), con il Sud del mondo che aiuta a relativizzarsi e a ritrovare ciò che conta, compreso Dio che i poveri del mondo sentono molto vivo a differenza del nostro Occidente stanco. Un dettaglio non secondario è un carisma di vita consacrata fortemente legato alla Chiesa locale ... dice come tutto il Corpo ecclesiale sia coinvolto e dice come la vita religiosa abbia un compito profetico che ci spinge a vivere piĂš attenti al compimento in Dio della storia. Come Maria quello che ci accade lo meditiamo, lo rendiamo simbolo e ci alziamo visitandoci gli uni gli altri e leggendo la storia con gli occhi di Dio. Rinnovando ďŹ ducia, speranza, caritĂ  che spinge al vino della festa. Maurilio Assenza

SUOR ALFONSINA Il non facile percorso sulla strada lastricata di difďŹ coltĂ di ogni genere e tanti progetti realizzati

“Dall’emarginazione a una realtĂ che sa della Grazia divinaâ€? Ecco la sintesi dell’intervento di suor Alfonsina Filetti, dal titolo “Dalla memoria alla profeziaâ€? 50 anni di vita spesa nel servizio, anche se solo da 25 attraverso la comunitĂ  Madonna della Tenda; l’ inizio mi vede giovanissima tra l’istituto delle Salesiane oblate impegnata nel vivere: Caritas Christi Urget Nos! La caritĂ  ci spinge, motto coniato dal fondatore mons. Cognata, vescovo salesiano inviato nella diocesi di Bova (RC). Lo zelo che lo spingeva a ricercare chiunque vivesse ai margini, lo portò a percorrere tutta la zona aspromontana a dorso di mulo, trovando spesso situazioni da terzo mondo: bambini legati agli alberi insieme alle capre per evitare di ďŹ nire nei dirupi, donne stuprate e violentate frequentemente, degrado e povertĂ  e lui, da buon Pastore, volle inviare delle persone che riportassero, con uno stile semplice e con stile di famiglia, una nuova faccia del Vangelo. Durante il percorso della mia vita tra le salesiane oblate, mi nutrii di questo carisma: essere madre dei piĂš bisognosi, trovare una risposta concreta per chiunque il Signore invia alla mia porta, non rimandare nessuno indietro senza aver procurato il necessario, se sei nella possibilitĂ  di farlo. Nel 1992 un momento epocale che ci spinge a rispondere con nuovo slancio a quello che il Signore chiede attraverso i segni dei tempi. Dopo un anno di discernimento vissuto nel nascondimento e nella preghiera, con il sostegno di un gesuita direttore spirituale , mi ritrovai a condividere la mia esperienza di vita con un’altra consorella che voleva vivere la sua consacrazione nella coerenza iniziale. Il percorso che ci caratterizzò è ancora oggi sotto gli occhi di tutti. t 3BDDPOUBSF MF WJDJTTJUVEJOJ MF BNBSF[[F  MB TPMJUVEJOF  MFNBSHJOB[JPOF  JM EVCCJP  MB TUBOchezza, le frustrazioni, il sospetto, le diamazioni, le criticitĂ , del “â€?cu su chisti?â€?â€?â€? ancora ti porta il nodo in gola‌..ma il Signore che è Padre misericordioso è lĂŹ pronto a dare il suo sostegno. t -BOPTUSBBTTPDJB[JPOF JOJ[JBMNFOUF TĂ’JTQJSBUBFTJĂ’BQQPHHJBUBBMMB5FOEBEJ$SJTUP BTsociazione fondata nell’85 da fr. Zambotti, camilliano, oggi sacerdote. Il suo sostegno concreto, a cui saremo sempre grate lo è stato ďŹ no a qualche anno fa; E’ stato il sostegno di un fratello maggiore che ha mostrato con chiarezza la volontĂ  di Dio nei nostri confronti: Non vi preoccupate di quello che mangerete o vestirete, il Padre vostro che è nei cieli ne provvederĂ . E “ La Tenda di Cristoâ€?, fu la risposta provvidente in quanto essa ha una struttura laica che si impegna su progetti ďŹ lantropici sia in Italia che in altre parti del mondo, sostenne concretamente ed economicamente la nostra piccola realtĂ  nascente senza la

quale non avremmo potuto continuare. L’ associazione “Madonna della tendaâ€? nasce nel 93 e vuole vivere la propria consacrazione a servizio dei poveri, dei piĂš bisognosi ed i laici che ne fanno parte sono e devono essere una forza carismatica spinta dal voler essere famiglia per chi ha trovato nella vita solo tristezza ed abbandono. t %B DIF DPTB USBF PSJHJOF MB QBSPMB UFOEB JOOBO[JUVUUP Ă’ dinamicitĂ e non staticitĂ . Soltanto se ci sentiamo protetti ed accuditi dalla mamma, non sentiamo i timori della quotidianitĂ . soltanto se c’è casa, una tavola, la famiglia si ritrova e si sente serena ad affrontare e curare le ferite che la vita ti procura,questo è stato il motore iniziale che ci ha spinte a procurare e preparare una casa, per poter accogliere tutti quei ďŹ gli che il Signore ci avrebbe degnato di avere e non per colmare la sete di maternitĂ  frustrata, come sentenziò un giudice “ La Sicilia 27. 03.95â€? t "MMBSHBSF MP TQB[JP EFMMB UFOEB  OFM TFOTP NBUFSJBMF  Ă’ molto piĂš semplice che rompere gli schemi mentali, le radicate abitudini, lasciare che altri occupano i tuoi spazi. In una societĂ  che ti porta alla ricerca spasmodica di primeggiare,di accaparrare i primi posti, di “non ti curar di loro, ma guarda e passaâ€?; la comunitĂ  Madonna della Tenda vuole essere la pietra di scandalo, la piccola Davide che vuole combattere la frenesia della societĂ , di chi crede ancora nei sogni e non teme la tracotanza di Golia; presentandosi in semplicitĂ , caratteristica di chi si aďŹƒda nella forza che viene da Dio. E’ cosĂŹ che ci presentiamo dopo 25 anni con la grande famiglia che è rappresentata dalle tante ragazze ormai donne che vivono la loro maternitĂ , i tanti volontari che ci hanno sostenuto ed i tanti che si accostano per sostenerci, la chiesa locale che è passata dal guardarci con sospetto all’essere parte integrante dei progetti che stiamo portando avanti. Inoltre, come dice il Vangelo: l’albero si riconoscerĂ  dai frutti ‌ t 'SVUUJDIFJORVFTUJBOOJDJIBOOPWJTUFJNQFHOBUFOFMTPDJBMFFOFMWPMPOUBSJBUPBUUSBWFSTPJM CSVE; t EBUSFBOOJ JODPMMBCPSB[JPOFDPOQFSTPOBMFRVBMJmDBUPTUJBNPMBWPSBOEPDPOVO$&/530 %*63/0QFSNJOPSJBSJTDIJP t 4UJBNPSJTQPOEFOEPBUBOUFGBNJHMJFDIFWJWPOPJMHSBOEFESBNNBEFM%010%*/0*QFOsando ai propri ďŹ gli speciali costruendo per loro e con loro il futuro facendolo da protagonisti. t &EJOmOF NBOPOVMUJNPVO$"7$FOUSPBTDPMUPQFSJMDPOUSBTUPBMMBWJPMFO[BSFBMJ[[BUP con il contributo dell’8x1000, fortemente voluto dal nostro Vescovo e a completamento del servizio una Casa rifugio ad indirizzo segreto.


12

Vita Migrante

maggio-giugno 2019

dell’

Jonio

STORIE DI VITA Presentato ad Acireale dalla Comunità “Papa Giovanni XXIII” il libro di Mohamed Alì Saleh

Ha raccontato la sua storia, le difficoltà incontrate, ciò che lo ha spinto ad andare avanti e trovare la forza di ricominciare. Mohamed Alì Saleh, ragazzo del Ciad, ha parlato ai presenti, nel salone della parrocchia San Paolo ad Acireale, durante l’incontro in cui è stato presentato il suo libro. L’opera, dal titolo “224 puntozero” (Centro Gandhi Edizioni), è la testimonianza, attraverso la trascrizione e la revisione di Michela Lovato e di Martina Marcuccetti, della sua esperienza, a partire dal momento in cui ha aderito alle idee politiche dei ribelli in Ciad, che differivano da quelle di Idriss Deby. Questa scelta ha determinato il suo cammino: fuga successiva in Libia, approdo in Italia, a Lampedusa, e poi a Pisa. Fasi della sua vita diverse e caratterizzate da esperienze che lo hanno visto resistere, nonostante le difficoltà. Sentimenti forti, emozioni, stati d’animo che Mohamed Alì Saleh vuole fortemente condividere. “Come me, ci sono molti altri giovani che hanno scelto di impiegare la vita per amore degli altri”, ha affermato lo stesso, e colpisce vedere che gli “altri” sono stati sensibili alla sua storia e a lui come persona innanzitutto. Nel caso specifico, il gruppo di Arte migrante, aperto ed attento a chi, come lui, ha una vicenda particolare da divulgare. Ed è a Pisa che Mohamed vi è entrato in contatto. Lui che torna indietro con i ricordi, anche a quelli meno piacevoli, per offrirli agli altri, per raccontare di una guerra, quella del suo paese, di un allontanamento, il proprio. “Io ho deciso di scappare dal Ciad, non sono riuscito a tornare a casa ma sono andato in Libia tre anni”, dice Mohamed, mantenendo un atteggiamento sereno, lucido, pacato nel testimoniare la sua esperienza. Una storia fuori dal comune, diversa da come può presentarsi la “normalità” di una vita appagata da tutti i punti di vista: economico, sociale, affettivo. Anche gli affetti, forse, proprio quelli, pagano per primi il conto di quanto consumato. “Quando la mamma ha saputo che ero vivo si è messa a piangere”, continua il giovane, che ha sperimentato la difficoltà degli affetti vissuti in lontananza e di quelli interrotti a causa della lontananza. In Libia, dopo aver lasciato il Ciad, la vita si riapre al ragazzo che si innamora.

INTERVISTA

Sfuggito alla guerra e rinato in Italia

“L’amore era forte, è sempre più forte di tutto, nessuno può ignorarlo”, spiega lo stesso nel suo libro che, tuttavia, ne sperimenta di lì a breve la fine, per le “difficoltà”. Poi lo spostamento in barca, la condizione vissuta di chi affronta viaggi incerti e ai limiti della sopravvivenza per trovare un approdo sicuro. “Quando ci mettevano in barca non puoi dire niente. Non ti puoi muovere. Se possono, gli altri ti buttano in acqua per trovare posto” ha affermato Mohamed. Lui ha resistito ed è approdato a Lampedusa. L’identificazione con un numero, il 224, lo spostamento a Pisa dove, a piccoli passi e fra tante esperienze, ha camminato lungo un percorso che lo ha portato, oggi, a raccontare di sé, del suo agire, del suo modo di muoversi fra le vicissitudini. “Adesso faccio una vita normale” ha continuato Mohamed, che si sofferma a parlare, nel suo intervento, di come ci si senta nel gruppo di Arte Migrante. Ha descritto la naturalezza con cui si riesce a dire di sé stessi nel corso di una serata tipica del gruppo, di cena e scambi culturali, anche attraverso l’arte, appunto, manifestata con canzoni e poesie, che chiedono solo di esprimere un concetto fondamentale: “la condivisione”. Mohamed, il ragazzo del Ciad, determinato nelle sue parole, ha provato sulla sua pelle oltre alla sofferenza ed alla difficoltà anche la solidarietà, che in una condizione come la sua può essere determinate per ripartire dal “puntozero”.

Mohamed: “Tornerei nel mio Ciad solo se non fossi in pericolo di vita” Mohamed Alì Saleh, 31 anni appena e una vita segnata da avvenimenti e vicissitudini che lo hanno segnato nel corpo e nello spirito, senza però fargli perdere la speranza di continuare a pensare al suo futuro. Nato nel 1988 in una città del Kanem, regione del Ciad, in una famiglia semplice dedita al lavoro nei campi e all’allevamento degli animali, trascorre i suoi primi 18 anni di vita nel suo paese studiando il Corano e aiutando la famiglia nel lavoro. Il Ciad nel Medioevo fu un crocevia di commerci dei mercanti musulmani divenendo nel 1891 colonia francese. L’indipendenza arrivò nel 1960 ma il Ciad dal 1965 vivrà sanguinose guerre interne fino al 1996 anno della stesura della Costituzione. Dal 1990 è saldamente al potere come presidente Idriss Deby, eletto per la prima volta nel 1990, dopo aver rovesciato il regime dittatoriale di Hissene Habrè. Il Ciad è un paese ricco di risorse naturali, terreni coltivabili e giacimenti di petrolio eppure gran parte della popolazione vive in condizioni di povertà, mancano le scuole, gli ospedali, le infrastrutture e ci sono famiglie che non hanno l’energia elettrica in casa. Tutto questo può sembrare un paradosso viste le risorse. Proprio a causa della difficile situazione del suo Paese, Mohamed Alì Saleh decide di entrare a far parte del gruppo di ribelli chiamati “UFDD” (Unione forza democrazia e sviluppo) con l’obiettivo di combattere il regime dittatoriale, indire nuove elezioni e stabilire un governo democratico. Purtroppo i progetti del gruppo si sono infranti nel corso degli avvenimenti politici che hanno sempre più rinsaldato l’attuale regime, e così l’unica strada da percorrere, per coloro che avevano aderito a questo progetto, è stata la fuga. Mohamed decide di andare in Libia, e in questo Paese per un po’ di tempo si fermerà, facendo saltuari lavori e trovando anche l’amore. Pensare di stabilirsi definitivamente e iniziare un percorso di vita accanto alla persona amata era nei suoi progetti ma, anche questa volta, gli avvenimenti politici gli sono stati avversi col rovesciamento del regime di Gheddafi che lo costringerà alla fuga, una vera odissea che lo porterà a raggiungere con un terribile viaggio in mare le coste dell’Italia. Da qui in poi la sua giovane vita continua nel nostro Paese e oggi Mohamed Alì Saleh ha iniziato un cammino di speranza e di progetti, ma questo lo abbiamo chiesto direttamente a lui: Oggi che la tua vita è in Italia, con un lavoro e una prospettiva di vita futura, cosa ricordi della resistenza in Ciad? Vivo tranquillamente in Italia ora, con un lavoretto e non sono più in pericolo di vita, questa è la cosa più importante. Ma non ho dimenticato il Ciad, la mia famiglia e l’obiettivo dei ribelli, che non è stato ancora raggiunto. Il dittatore è sempre più forte e a me piace essere sempre partecipe del cambiamento, ma questa volta senza armi. Hai provato a ricominciare in Libia ma non è stato possibile. Saresti rimasto in quel Paese se gli eventi (la caduta di Gheddafi) non fossero precipitati? Si, sarei rimasto in Libia dove avevo iniziato a creare una famiglia, riorganizzandomi una nuova vita. Senza però dimenticare mai la mia missione con i ribelli in Ciad. Prima di arrivare in Italia lo conoscevi questo Paese? Saresti voluto venire qui? Conoscevo l’Italia come nome ed importanza, ma non conoscevo niente sul come vanno le cose qui. Non avrei mai pensato di sceglierla ma hanno scelto per me i trafficanti. In quel momento avevo altre priorità, salvare la mia vita. Oggi hai un lavoro ed una stabilità economica, ti piacerebbe formarti una famiglia? Si, mi piacerebbe creare una famiglia, così da non sentirmi solo come sono ora in Italia. Potendo farlo, vorresti tornare nel tuo Paese? Si, la mia seconda mamma è il Ciad, mi piacerebbe tornare solo se non fosse in pericolo la mia vita. Mohamed Alì Saleh ha voluto raccontare attraverso le pagine di un libro la sua esperienza di ribelle, del suo popolo che soffre e della sua fuga, la vita oggi in Italia. Il titolo è “224 punto zero” numero che rappresenta il suo “nome” all’arrivo in Italia. Da quel momento lui sarà il numero 224!

Rita Messina

Gabriella Puleo

RECENSIONE Il racconto di una giovane esistenza provata da violenze e umiliazioni di ogni genere, tutto suo malgrado

Novello Odisseo, diventa pure soltanto un numero Il racconto a viva voce dell’avventuroso viaggio di Mohamed Alì Saleh, come un novello Odisseo, coinvolge gli ascoltatori di Arte Migrante di Pisa, da indurli a destinarlo alla stampa. Con l’audacia della giovane età, due studentesse dell’Università di Pisa, Facoltà di Scienze per la Pace, entrambe facenti parte del Coordinamento Arte Migrante, Michela Lovato e Martina Marcuccetti, offrono la loro collaborazione ad Alì per la traduzione e per la stesura del testo. Con la compiacenza di Rocco Altieri, direttore per la casa editrice “Centro Gandhi”, viene alla luce tra i Quaderni Satyagraha, un volume: Mohamed Alì Saleh, 224 puntozero. Il viaggio di Odisseo al tempo di oggi. Colpisce il titolo. Alì è soltanto un numero, quello assegnatogli dalla guardia costiera appena sbarcato a Lampedusa il 17 luglio 2011, proprio come Ulisse è “nessuno” nel racconto di Omero. “Eravamo 231 in tutto, compreso il ragazzo morto nella stiva della barca. […] Ognuno veniva chiamato […] Ho detto il mio vero nome, ero Mohamed Alì dal Ciad. Poi mi hanno dato un numero. Da quel momento sono diventato il 224” pg 49. Mohamed Alì racconta l’amore per la sua terra, il CIAD, che vorrebbe fosse un Paese libero, democratico, che accogliesse tutti i colori dei ciadiani. Egli scrive “per raccontare cosa significa migrare”. Nel suo racconto, c’è la sua storia, ma non ci sono nomi di quanti fanno parte del suo viaggio, perché non vuole coinvolgere persone senza il loro permesso e molti non sono raggiungibili o non ci sono più. La sua è una scelta di coraggio e di speranza, fatta di piccoli ma rischiosi e avventurosi passi, per costruirsi una vita normale: “Quando ero sulla barca, speravo di mettere i piedi per terra e non desideravo altro. Quando ero al centro di accoglienza non volevo altro che un documento e costruirmi una vita normale”, pag 15 La narrazione è composta da tre parti, una per ogni Nazione: il Ciad, la Libia e l’Italia.

Alì è un giovane, che a 18 anni, nel 2006, decide di allontanarsi di nascosto dalla sua famiglia per una scelta politica di libertà dalla dittatura e dal colonialismo; auspicando libertà per il suo popolo e la sua gente, si unisce ai ribelli ma non per essere un terrorista. Costretto a scappare, per non restare prigioniero e non essere un traditore, trova rifugio in Libia. Dal mese di marzo del 2008 Alì da solo comincia una nuova vita, in Libia, da clandestino. Quando sembra che anche per lui ci possa essere una vita normale, un lavoro, un documento, e perfino l’amore di una giovane donna, spontaneamente sbocciato e corrisposto, Alì è costretto a scappare di nuovo, per lo scoppio di insurrezioni durante il governo di Geddafi, a tre anni circa dal suo arrivo in quel Paese. Era nel mese di febbraio del 2011. “Sono partito da Libia per Italia. Era difficile! 2 giorni sul mare”, era il 15 luglio 2011 e dopo un avventuroso viaggio il 17 luglio “alle dieci del mattino abbiamo toccato la terra di Lampedusa”. In Italia ha inizio un nuovo percorso e comincia con l’assegnazione e il riconoscimento di un numero, il 224. “Sono diventato immigrato e clandestino, da un paese a un altro. E non mia scelta tutti questi problemi. Quindi non vergogno di raccontare la mia storia” pg 48

Alì nella sua permanenza in Italia ha ricominciato ancora una volta, da zero, a ricostruire la sua identità, a risvegliare i suoi sogni, a modellare la sua personalità con lucida consapevolezza e libertà di coscienza, rimanendo fedele ai valori che la sua famiglia e l’istruzione religiosa gli hanno offerto; lo fa con l’orgoglio di un uomo che crede nella fraternità universale, da musulmano, che ha studiato il Corano. Alì racconta la sua storia in un diario, che il Centro Gandhi Edizioni ha pubblicato tra i Quaderni Satyagraha, al n. 35, per le attività di Arte Migrante di Pisa, nel 2019. Alì ritrova la sua identità di persona, il suo nome, il suo volto, i suoi connotati umani, non è più un numero, perché nel suo cammino ha mantenuto fede ai valori che la famiglia e la religione gli hanno insegnato da bambino e perché nel suo migrare ha trovato accoglienza e ascolto di persone che come lui vogliono costruire ponti di pace e cammini di fraternità universale. Il racconto coinvolge per la semplicità e la spontaneità dello stile, per la trasparenza dei sentimenti, per la grandezza dei valori e degli ideali, che Alì porta scalfiti nel suo cuore. Semplici appunti di viaggio, quei pensieri sgorgano da sentimenti carichi di umanità pur segnati da esperienze umanamente impensabili. Il racconto di Alì penetra nel profondo del cuore del lettore, che è costretto a chiedersi quale futuro si sta consegnando alla storia. Siamo noi lettori italiani, responsabili della civiltà di domani, noi popolo cresciuto e allevato nella culla del diritto, ereditato dai Romani e nella culla del cristianesimo consegnatoci dai primi Apostoli, Pietro e Paolo, noi custodi della libertà, conquistata con il sangue dei nostri padri, noi abitanti nel crocevia del Mediterraneo. Mohamed Alì Saleh chiede a noi di rimanere umani! Teresa Scaravilli


dell’

Scuola-Lavoro

Jonio

maggio-giugno 2019

13

BILANCIO Un gruppo di studenti motivati dei Licei Classico e Scientifico a “La Voce dell’Jonio”

Per il terzo anno consecutivo, la nostra redazione ha ospitato un gruppo di studenti dei licei acesi (classico “Gulli e Pennisi” e scientifico “Archimede”) che hanno scelto di svolgere le attività di alternanza scuola-lavoro presso la nostra sede. La modifica delle norme ministeriali che hanno ridotto il numero delle ore di attività da svolgere da parte dei ragazzi ha fatto sì che quest’anno si sia iniziato a lavorare più tardi degli altri anni, e quindi le attività si sono svolte da febbraio a metà giugno. L’organizzazione ed i rapporti con le scuole sono stati curati dalla Fondazione “Città del Fanciullo” (nella persona della dott.ssa Marina Scandura), mentre referenti d’istituto sono state le professoresse Barbara Condorelli per il “Gulli e Pennisi” e Ivana Patanè per l’“Archimede”. Da parte nostra, gli studenti sono stati inizialmente accolti dal direttore Giuseppe Vecchio e successivamente seguiti dal nostro Nino De Maria, il quale, data la limitatezza dei tempi a disposizione, ha riservato più spazio ad una conoscenza della vita di redazione ed alle attività laboratoriali, a preferenza delle informazioni teoriche sull’impostazione e sulla preparazione di un giornale, che sono state quindi ridotte all’essenziale. Molto spazio quindi all’elaborazione di articoli e pezzi giornalistici di vario genere, anche di tipo particolare quali interviste e recensioni, o rielaborazione di notizie tratte dalle agenzie di stampa. Gli studenti, tutti frequentanti il terzo anno del loro corso di studi (ad eccezione di una dell’ultimo anno, che è una ragazza già frequentante lo scorso anno e che ha continuato a collaborare con la nostra redazione), si sono dimostrati molto interessati e motivati nei riguardi delle attività svolte, che risultavano per loro (quasi) totalmente nuove. I pezzi migliori da loro prodotti sono stati pubblicati nella nostra edizione web (dove sono tuttora visibili), il che ha pure dato loro il piacere e la soddisfazione di vedere “in pagina” i loro prodotti, con tanto di firme. Gli spunti per scrivere sono stati forniti dalla realtà quotidiana (a partire dal terremoto di Santo Stefano, che ha colpito la nostra zona ed ha interessato direttamente qualcuno dei ragazzi), per cui eventi come il Carnevale di Acireale e la Festa dei Fiori, oppure il tragico episodio della morte di tre ragazzi a Santa Maria La Scala o le elezioni europee, non sono passati inosservati. In aggiunta a tutto questo, alcune attività sono state svolte al di fuori della redazioni, sempre

RIFLESSIONI FINALI

Un laboratorio la nostra redazione Ragazze e ragazzi “Esperienza che risulterà certamente utile” Le attività svolte in questi ultimi mesi presso “La Voce dell’Jonio” sono state veramente d’aiuto sia sull’aspetto tecnico e formativo dell’esperienza sia per quello sociale, perché ha sviluppato le relazioni interpersonali tra i miei coetanei accomunati tutti dallo stesso interesse per l’informazione e la cultura. Inoltre ho accresciuto le mie conoscenze sul campo giornalistico grazie all’aiuto e all’attenzione di Nino e della redazione. (Sarah Fortuna) Ho sempre desiderato svolgere un’attività inerente al campo giornalistico e questa esperienza di alternanza scuola-lavoro, oltre ad essere stata di grande aiuto, ha rappresentato un momento in cui questo desiderio si è concretizzato. Incontro dopo incontro ho potuto apprezzare e approfondire meglio il mondo del giornalismo. Ho appreso molte nozioni e spero di essere migliorata nello scrivere, provando ad esporre ordinatamente i vari argomenti. Nonostante la stanchezza, dovuta alla scuola, che poteva incombere durante le due ore di alternanza, ritengo che questa esperienza sia stata più che positiva. Inoltre, ho apprezzato le visite che abbiamo fatto nel corso di questi mesi, perché in un modo o nell’altro ho arricchito il mio bagaglio culturale con curiosità che fino al quel momento ignoravo. (Elisa Grasso) alla ricerca di spunti su cui scrivere, ed i risultati si sono anche visti, come dimostrano i pezzi pubblicati sul web: in vista dell’equinozio di primavera, siamo andati a scoprire la Cattedrale di Acireale con la sua monumentale meridiana astronomica; dopo Pasqua abbiamo visitato il Museo diocesano con la mostra sulla “Grande Passione” dell’incisore tedesco del XVI secolo Albrecht Dürer ed il percorso collegato delle tre principali basiliche acesi; ed infine il percorso naturalistico delle Chiazzette, con la fortezza del Tocco ed il borgo marinaro di Santa Maria La Scala, ci ha fatto chiudere in bellezza le attività. Tante cose potevano ancora essere fatte, e tante persone – specialisti, professionisti, esperti – si pensava di incontrare, ma il tempo è stato piuttosto limitato. Per cui preferiamo pensare soprattutto a ciò che abbiamo fatto – comunque utile e formativo – e poi... possiamo riprendere l’anno prossimo, e qualche ragazzo si è già ripromesso di continuare. In uno spazio a parte, pubblichiamo le impressioni espresse dai nostri “aspiranti giornalisti” a conclusione delle attività.

Sicuramente, le attività di alternanza svolte quest’anno presso “La Voce dell’Jonio” ci hanno permesso di conoscere meglio il mondo del giornalismo, proiettandoci all’interno di esso. Abbiamo avuto l’occasione di comprendere come funziona una redazione, seppur non a pieno regime, come quella della “Voce dell’Jonio”, di apprendere le varie tecniche di scrittura giornalistica e di acquisire il lessico specifico del settore. Particolare attenzione è stata posta sulle nostre capacità creative, dandoci sempre la possibilità di esprimere il nostro pensiero, mettendo sul foglio la nostra opinione sui più disparati argomenti. Per queste cose mi sento di ringraziare “La Voce dell’Jonio”, e soprattutto il prof. De Maria, che ci ha permesso di svolgere un’attività di Alternanza scuola-lavoro realmente formativa, donandoci il suo tempo e mettendo a nostra completa disposizione la sua conoscenza globale e territoriale, che ci ha permesso di apprendere molto su ciò che magari vediamo tutti i giorni, ma che non conosciamo. (Dario Panebianco) Quest’ anno ho iniziato il percorso di alternanza scuola lavoro a “La Voce dell’Jonio”. Durante questo tempo ho avuto modo di conoscere come si lavora nell’ambiente giornalistico e come si crea un giornale. Ho anche avuto la possibilità di scrivere diversi articoli che sono stati pubblicati sul giornale online. Questo percorso mi ha permesso di accrescere le mie conoscenze personali in un ambiente più che piacevole. (Gabriele Russo) Riportiamo infine la comunicazione verbale di una ragazza che sta per affrontare gli esami di Maturità; questa ragazza frequentava già l’anno scorso ed ha continuato a collaborare con la nostra redazione anche al di fuori delle attività di alternanza: “Mi scuso se ultimamente non ho scritto niente, ma ci sono tanti impegni di studio in questo periodo. Appena finisco con gli esami però prometto di rimediare e scrivere qualche articolo durante l’estate.” (Eugenia Castorina) Porgiamo i migliori auguri sia ad Eugenia per gli esami di Maturità, sia a tutti gli altri per un’ottima conclusione dell’anno scolastico. Li ringraziamo per la loro presenza e per l’interesse e l’apprezzamento dimostrati nei nostri confronti. Buone vacanze a tutti!

AD

FUORI SEDE Le attività esterne che hanno lasciato il segno nei giovani protagonisti

Meridiana, Museo diocesano a Chiazzette 1 – Visita alla Meridiana della Cattedrale in vista dell’equinozio di primavera (18 marzo 2019) “Progettata nel 1843 da Christian Friedrich Peters, la meridiana della Cattedrale di Acireale sarà testimonianza dell’equinozio di primavera giorno 20 marzo. La meridiana è composta da tre strisce realizzate in vari marmi, tra cui il noto marmo di Carrara; inoltre ai lati sono presenti dei tasselli raffiguranti i segni dello zodiaco. Purtroppo nel corso degli anni alcuni di essi sono stati deteriorati come anche buona parte della meridiana. La sua funzione è quella di indicare il mezzogiorno astronomico mediante un foro presente sul tetto, da cui un raggio di luce illumina una zona precisa nella retta nera; durante l’anno si sposterà fino alla fine e dopo il solstizio d’inverno tornerà indietro.” (Elisa Grasso) “Le cose che più mi hanno colpito della Meridiana di Acireale sono le diverse unità di misura segnate in essa, ed i vari danni arrecati dalla noncuranza dell’opera che ne hanno inficiato lo stato di conservazione negli anni.” (Dario Panebianco) “Ciò che ho trovato maggiormente interessante è la lapide marmorea posta alla fine della meridiana in cui sono riportate le cinque misure metriche utilizzate nell’Ottocento: il metro francese, il piede parigino, il piede inglese, il palmo napoletano e il palmo siciliano. Grazie a queste misure poi nasceranno le attuali misure fondamentali.” (Sarah Fortuna) 2 – Visita al Museo diocesano e percorso delle tre basiliche (29 aprile e 6 maggio 2019) «A maggio ci siamo recati al Museo Diocesano di Acireale, dove è in corso una mostra dedicata ad Albrecht Dürer. Infatti recentemente sono pervenute dalla Biblioteca centrale della Regione Siciliana le “dodici stampe della Grande Passione” di Dürer. Esse sono state realizzate nel Sedicesimo secolo e sono riconosciute per il segno molto preciso e per una grande quantità di dettagli. Oltre alle stampe dell’incisore tedesco, nella mostra l’opera che può essere considerata più im-

portante è sicuramente la “Maddalena” di Pietro Paolo Vasta, un’opera pressoché sconosciuta che è esposta al museo solo per un periodo di tempo limitato. Tra le altre opere possiamo trovare anche la “Pace in avorio” e la tavola della “Pietà”, due opere del Quindicesimo secolo provenienti da Randazzo. La prima, realizzata con materiali preziosi, è una tavoletta impreziosita da una reliquia, la seconda è invece una delle opere più rappresentative della pittura siciliana del ‘400.» (Gabriele Russo) «Alla visita del museo diocesano di Acireale ha fatto seguito l’itinerario delle tre basiliche acesi dedicato alla Passione di Cristo: la Cattedrale, la Basilica di San Pietro e San Paolo e infine la Basilica di San Sebastiano. La chiesa di S. Pietro, in stile barocco, è identificabile come la chiesa delle illusioni: difatti dall’esterno la chiesa sembra composta da tre navate, ma appena entrati ci si rende conto che la navata in realtà è una sola; l’altra illusione riguarda le colonne pitturate che sembrano essere in marmo; l’ultima è il presbiterio che sembrerebbe sovrastato da una cupola, ma in effetti dall’esterno si può notare che non c’è nessuna cupola; inoltre è anche presente, all’interno della chiesa, una statua di Cristo alla colonna che sembra essere in legno, ma in realtà è in cartapesta.» (Elisa Grasso - Gabriele Russo) «Nei giorni 30 aprile e 6 maggio abbiamo visitato la mostra del Museo Diocesano di Acireale “Passio Domini Nostri Jesu” sulle xilografie di Albrecht Dürer e le basiliche di Acireale, nelle quali prosegue il medesimo percorso artistico. La visita delle basiliche fa parte infatti del percorso della mostra “Passio Domini Nostri Jesu”, collegata dalle molte opere riguardanti la passione di Cristo che sono presenti all’interno delle suddette Chiese.» (Vittorio Buscemi - Michelangelo Marino - Dario Panebianco) 3 – Percorso naturalistico delle Chiazzette e borgo marinaro di Santa Maria La Scala (10 giugno 2019)


14

maggio-giugno 2019

Speciale

dell’

Jonio

IN VITA Don Alfio Raciti, che fu pilastro de “La Voce dell’Jonio”, nelle parole del vecchio amico Turi Bella

“Un uomo di profondi convincimenti” Doveroso ricordo per un caro amico Nella mia Aci Catena, che stento a riconoscere da come è cambiata, mi capita spesso, in occasione del rito del caffè che quasi quotidianamente celebro con il mio amico Turi Bella, di ricordare con lui un nostro Amico, don Alfio Raciti, da qualche anno scomparso, e anche pilastro de “La Voce dell’Jonio”. A Lui, Turi era legato da una profonda amicizia, risalente agli anni della loro fanciullezza. L’ho avuto vicino in un momento poco felice della mia vita, quando ha assistito mia Madre negli anni della sua malattia, e avrei molte cose da dire sul Suo modo di essere sacerdote, sulla Sua umanità, sulla Sua ironia. Adesso, ignorando deliberatamente la volontà di Turi Bella, ritengo sia il caso di pubblicare le sue parole pronunciate il giorno 8 agosto 2004, in occasione del 50° di sacerdozio di don Alfio. Inoltre, trascrivo l’intervento che lo stesso Turi bella avrebbe dovuto e voluto pronunciare - per ricordarLo dopo la scomparsa - durante la novena di un Santo Natale nella Chiesa della Consolazione, la Sua Chiesa. Mi ricordo che a Turi Bella non fu concesso di parlare come avrebbe voluto e ancora oggi se ne rammarica. Leggendo questi due interventi, sarà possibile conoscere don Alfio Raciti anche a coloro che non hanno avuto la gioia di “conoscerLo”. E voglio salutarLo, prendendo in prestito le parole che Giovanni Verga mise in bocca a Mastro don Gesualdo: Ti ho voluto bene, anch’io, quanto ho potuto, come ho potuto! Mario Patanè

Caro don Alfio, non è che mi riconosca tanti titoli per dire la mia in questa lieta circostanza, solo che tu ed io abbiamo vissuto una parte della nostra vita, quella che comunemente si usa dire la più bella, nella condivisione delle esperienze quotidiane. Siamo stati compagni di scuola fmo al quinto ginnasio, quando la scuola si raggiungeva ogni mattina, pedibus calcantibus, lungo una via Sciarelle fangosa e polverosa, a seconda della stagione. Ma non erano le asperità di via Sciarelle che ci toglievano la gioia di vivere di quella età e nemmeno i brutti tempi che si vivevano nelle nostre famiglie. Eravamo in sei a percorrere ogni mattina quella via, in uno stato di giovanile esuberanza rumorosa e spensierata. Dei sei, oggi, ne mancano quattro che, comunque, mi piace vedere qui con te, stasera, ognuno con le note caratteristiche della sua personalità: l’esuberante Nino D’Agostino, il po’ scontroso Nino Grasso, il salace Pippo Ferito, l’imperturbabile Sarino Pappalardo. Mi piace immaginarci tutti qua per rivivere un momento del tempo che fu, quando nemmeno la fame, che era delle più nere, in quel triste periodo del dopoguerra, riusciva a toglierci il brio e l’esuberanza.

Mi piace vederci tutti qua a far festa con te. E non sempre via Sciarelle ci conduceva in via Marchese di San Giuliano, dove allora, aveva la sua sede il Liceo Ginnasio “Gulli e Pennisi”; qualche volta ci portava dritti dritti alla villa Belvedere, in una panchina di un vialetto appartato, a sottrarre all’esercizio dell’intelletto delle ore preziose, così avrebbero detto i grandi, ma per noi erano salutari quelle ore, perché non sempre l’atmosfera delle aule scolastiche o il sentir dire di consecutìo temporum o di aoristi o di odiosi paradigmi si addiceva al nostro spirito scioperaiolo ed intemperante. E poi, la notte, in quelle prime arroventate campagne elettorali, si andava ad imbrattare i muri, tu da una parte ed io dall’altra; tu ad inneggiare alla libertas ed io al sole dell’avvenire. E spesso si litigava, o magari si scrivevano delle parole oscene sotto il simbolo dell’avversario. E sì, perché ci mettevamo tanta passione al primo sbocciare degli ideali. E gli ideali davano luce ai tempi oscuri che si vivevano, non perché avrebbero riportato tutto il pane che si voleva, sulle nostre mense, ma perché riuscivano a scaldarci il cuore, a suscitare degli entusiasmi. Il pane rimaneva poco, duro e nero, ma gli ideali erano tanti, anche se non ancora chiaramente indirizzati. Oggi, il secolo scettico e pragmatico irride gli ideali, ecco perché stagna e stenta a librarsi, ecco perché noi dell’altro secolo ci ritroviamo spesso disorientati. Poi quegli ideali, per te, in un momento doloroso della tua vita, quando hai dovuto vivere l’esperienza drammatica di un crudele male che s’è portata, ancora giovane, la tua povera mamma, quella propensione agli ideali, voglio dire, ti ha dischiuso una via, quella che la Provvidenza ha assegnato per te. E le nostre vie si sono così divise per tanto tempo, tu nella luce della tua missione, io nei chiaroscuri della mia. E non ho capito subito che Alfio Raciti aveva trovato la via giusta. Però, a distanza, mi capitava di fare le mie riflessioni, specie nelle rare volte che mi trovavo a sentirti parlare dall’altare. E mia moglie, che se ne intende più di me, mi ha fatto sempre rilevare come le tue parole

non fossero quelle della banalità o della ritualità, ma quelle dettate da profondi convincimenti, atte a produrre altrettanto profondi convincimenti. Ed io, che ho letto sempre i Vangeli, per il fascino che hanno esercitato sul mio spirito, anche se non ne ho osservato sempre i dettami, quando mi sono trovato con te a parlare di Vangeli, specie di quelli difficili, per usare una icastica espressione di un grande studioso della cristianità, voglio dire dei Vangeli che riescono più impenetrabili ai duri di spirito, sono stato aperto, con il tuo dire sobrio, semplice, non cattedratico ma ispirato, alla comprensione di essi. E quando, poi, per un mistero che io non riesco bene a spiegare ma che tu puoi ricondurre a certi disegni infiniti, le nostre vie si sono ricongiunte, io ho capito perché tu hai risposto a quella chiamata di più di mezzo secolo fa. La tua serenità, 1’attaccamento alla tua missione di fede e di bene, la tua sapienza di cose dello spirito, mi dicono che allora ti si è aperta la via giusta. Ecco perché, quando mi capita d’incontrarti, di sentirti, avverto un senso di pace interiore che non tutti gli incontri della vita sanno produrre, e ti ritrovo complice, non giudice, come quando si marinava la scuola o come quando facevamo disperare il caro professore Solarino, che sapeva tanto di greco e di latino, ma che spesso non riusciva a comunicare come avrebbe voluto con i suoi riottosi discepoli. Caro don Alfio, come vedi, ho fatto girare queste mie povere parole sulle reminiscenze, e qualcuno potrebbe dire che ciò è ovvio: di che cosa possono parlare due poveri anziani se non di nostalgie, quelle che inducono ai rimpianti e non aprono alla speranza, due poveri anziani, che non avrebbero da proiettarsi sul futuro: questo può valere per me, ma non per te! La tua è una missione di speranza! Tu hai fatto tanto bene e tanto te ne rimane ancora da fare e rimangono tante pecore da ricondurre all’ovile, a te che sei un buon pastore. E perciò il tuo futuro sarà lungo, ma molto lungo. Questo è il mio augurio. Turi Bella Aci Catena,  agosto 


dell’

Jonio

Speciale

maggio-giugno 2019

15

POST MORTEM Il ricordo che Turi Bella non lesse e il riconoscimento che non chiese durante una novena di Natale

“Don Alfio nella storia di Acicatena” Caro don Alfio, il tuo rapporto con questo tempio, e con questi luoghi, risale agli anni della nostra adolescenza, quando il quartiere della Consolazione era un’oasi di pace, immerso·nei suoi silenzi, con una cintura di verde che lo accarezzava; dove le acque sgorgavano limpide e fresche e dissetavano popolazioni anche lontane; e dove gli abitanti vivevano una vita grama, ma semplice e sana, col tempo segnato dai rintocchi del campanile; dove le feste erano solo quelle del tempio e si celebravano nel solco delle tradizioni agresti, magari con qualche vestito nuovo rabberciato alla meglio e con qualche rattoppo. E si ha tanta nostalgia per il modo di condurre la vita in questo sito, in una coralità che solo gli umili sanno instaurare nella condivisione di gioie e di dolori; e col solo tempio come punto di riferimento. E tu avevi scelto questo tempio e questi luoghi per i tuoi ritagli di tempo che ti avanzavano dalla frequenza della scuola e dall’assolvimento di qualche compito domestico. E mi ricordo che ogni tardo pomeriggio percorrevi tutta la via Consolazione, dal basso in alto, per raggiungere questo tempio e questi luoghi, passando davanti a casa mia, e io non mi rendevo conto di cosa cavolo andavi a cercare alla Consolazione. Fatto sta che venivi attratto da questo tempio e da questi luoghi, quasi per un mistero, destinato col tempo a sciogliersi in una realtà quarantennale di missione di bene e di amore. Mi ricordo che all’inizio di via Consolazione facevi una fugace sosta nell’abitazione del nonno di un nostro amico del tempo, dove eri sicuro che non mancava la biada, sì, dico la biada per il cavallo del nonno. Ma tu ti accontentavi di un pugno di fave, una scorta per la serata; intanto rosicchiavi lungo il percorso di via Consolazione, e fischiettavi e canticchiavi, con quei tratti del viso caratteristici del miope, con gli occhi socchiusi e il mento prominente. Ed eri contento, in barba ai tempi tristissimi. E non disdegnavi una partita al pallone nell’ampia piazza ancora allo stato naturale, non violata, come oggi avviene, dalle macchine e dai loro veleni, da quelle macchine che hanno lascato il segno sul tuo corpo, nell’ampia piazza non ancora defraudata dalla dolce, olezzante brezza che scendeva dalla timpa. Certo non venivi a cercare una di quelle avventure di gioventù che lì erano destinate a risolversi spesso nel matrimonio e come capitò, per altre vie, a chi ti parla, il quale, trovandosi per caso a far da spettatore alle simpatiche esibizioni di una fiorente filodrammatica della quale tu eri uno dei più rappresentativi organizzatori, gli capitò di iniziare un’avventura che ancora dura dopo circa sessant’anni: si rappresentava La vita di Sant’Agata, si innamorò di “Sant’Agata” ed è vissuto tutta la vita con “Sant’Agata”! Ma queste non erano cose per te. Tu ci scherzavi su e non risparmiavi i tuoi amici con battute salaci; e, perché no, un po’ spinte per i tempi che correvano, ma innocentissime per oggi. E la sera ti ritrovavi a casa, forse con un senso di pace pur con i tempi duri che correvano, un senso di pace che era presagio di un’altra pace che avresti vissuto col passare degli anni. La tua era una sana famiglia della tradizione artigiana di Aci Catena. In seno ad essa un padre, un po’ burbero in verità, ma un burbero benefico, come vedremo, che lavorava sodo di pialla e di sega, per sopperire alla meno peggio alle necessità della famiglia. Ed era la figura caratteristica del mangiapreti del tempo, di quelli, però, che serbano intatta solo nel cuore una

Foto di Pippo Fichera religiosità autentica, non bacchettona, una religiosità vissuta tutta per loro, nel segreto della loro anima, non ostentata e perciò non ipocrita. Vero è che, devoto com’era in cuor suo della Madonna della Catena, non lo dava a capire, e si recava nella chiesa madre quasi di soppiatto, il giorno della festa, in un’ora insolita per i devoti. E son sicuro che pregava e che le sue preghiere trovavano la via giusta per arrivare al posto giusto, meglio di quelle di tanti devoti ipocriti di cui il vangelo ci menziona. Quando si dice di disegni imperscrutabili: in casa del mangiapreti Turi Raciti doveva germinare e fiorire una vocazione, un’autentica chiamata alla quale fu data una convinta e pronta risposta. E quando lo hai informato, non successe niente di quello che ti attendevi: la sua reazione fu il silenzio. Ma che silenzio? Silenzio che è passività reattiva? Silenzio che è offuscamento della mente incapace di coordinare le idee? Silenzio che è perplessità, che è rabbia, forse? Son sicuro: niente di tutto questo. Silenzio che è un mistero, silenzio che si spiega come suggello, e suggello è stato quello di Turi Raciti. Ma torniamo agli anni della tua adolescenza, facendo qualche passo indietro. Frequentavi il liceo classico di Acireale e ogni mattina percorrevi a piedi l’allora accidentata via Sciarelle, sbocconcellando un qualcosa che si insisteva a chiamare pane, sebbene ottenuto da un intruglio di crusca, di orzo, di fave macinate, di patate bollite e di quant’altro si riusciva a racimolare. E sì, perché Turi Raciti sapeva ben fare il suo mestiere di artigiano, ma non quello del mercato nero, il solo che poteva assicurare un tozzo di pane di frumento con qualche fetta di salame. E tu trovavi modo di sfottere uno di noi, non me in questo caso, che mangiava pane e salame. Intanto fischiettavi e canticchiavi. E a scuola non eri un secchione, e studiavi come tutti noi, del resto, quel tanto che poteva bastare per una risicata promozione. E chissà se nel profondo del tuo subconscio non avvertivi, sebbene ancora confusamente, che i tuoi studi andavano coltivati in un altro posto e per altri fini. Intanto non ti mancava il buon umore, anche se i tempi erano tristi. E sì perché quella era l’età in cui si “sale il limitar di gioventù lieti”, se

non ancora profondamente pensosi. Finché casa tua non divenne un luogo di dolore per la malattia di tua mamma che, per quei tempi, significava sofferenze indicibili, proprio in quel momento in cui tu salivi “il limitar di gioventù”, questa volta non più lieto, per il dramma che si viveva a casa tua, ma “pensoso” sì. Pensoso per l’avvertire in un modo sempre più meno confuso, di una voce che tu capivi da dove veniva, che ti sconvolgeva dal profondo, e che ti faceva intravvedere nuove e più impegnative prospettive di vita. Vedi, io non trovo le parole giuste per spiegarmi questo mistero, profano quale mi sento. E quando dico profano, do’ al vocabolo l’esatto significato etimologico di chi è rimasto per tutta la vita fuori o nei pressi del tempio, del “fanum”. Posso però dire che la tua vocazione, passando attraverso i filtri delle angustie e del dolore, ne è rimasta sublimata, esaltata. Ed è per questo che è rimasta per più di sessant’anni forte e prolifera. E pur non sapendo tanto di cose di chiesa, ignorante, ripeto, come ne sono, posso dire di averti visto sempre come prete. Ti ho visto prete quando gioiosamente guidavi il-tuo gregge; ti-ho visto prete quando amministravi una istituzione che era il fiore all’occhiello per Acireale, una istituzione di altri tempi, voglio dire la “Città del fanciullo”; e ti ho visto prete quando insegnavi il Vangelo alle future educatrici dell’infanzia ad Aci Bonaccorsi; e ti ho visto prete quando, con l’età, hai lasciato le cure di questa parrocchia, con la differenza di non ritrovarti a curare un gregge nel chiuso di questo ovile, ma tante altre pecorelle vaganti lungo i sentieri della vita, come chi ti parla in questo momento. Non per niente ti avevano detto che tu saresti stato pastore “in Aeternum”. In quella circostanza non ebbi la presunzione di darti qualche consiglio di come affrontare un momento che a volte si vive con qualche difficoltà, sicuro che tu, con la tua potente carica umana e spirituale, di fronte all’alternativa di rincantucciarti nel passato o di inventarti un futuro, avresti accettato la sfida del domani. E non ebbi mai la presunzione, io povero disorientato, di capire appieno il tuo lungo percorso di curatore di anime, pronto a scrutare nelle pieghe più recondite dell’animo umano, a cogliere le benché minime angosce, le benché minime inquietudini, senza usare violenza. Uno di quei preti che hanno saputo coniugare l’esercizio pastorale con l’amicizia, la quale non è di quelle gridate, ma di quelle sussurrate, che per ascoltarle bisogna tendere l’orecchio, ma non l’anima che le percepisce immediatamente. E tu parlavi sottovoce, ma sapevi farti ascolta-

re, col tuo eloquio pacato, misurato, sobrio, ma profondo. Un eloquio non di quelli che dicono e non dicono, o non sanno quello che dicono, ma di quelli in cui le parole sono contate e contano perché ognuna ha la sua pregnanza che suscita emozioni da tempo sopite, sentimenti da tempo compressi dalla durezza della vita, coraggio da tempo smarrito lungo fallaci itinerari. Parole che non condannano, ma aprono alla speranza. Quando mi capitava di ascoltare le tue omelie, sì, dovevo tendere l’orecchio, ma ho imparato a cogliere le parole sulle tue labbra, e meglio di quando esse vengono gridate; e mi accorgevo che non assumevi l’atteggiamento del fustigatore, ma di chi, nonostante ne avesse l’autorità morale, manifestava l’umiltà tutta cristiana di chi attende fiducioso che le sue parole possono far germinare la luce, laddove magari incombono le tenebre o i chiaroscuri. Ed io che ti ho conosciuto “ab antiquo”, e vieppiù nell’esercizio della tua missione successiva di uomo e di sacerdote in questa contrada e in questo tempio, ho avuto modo di cogliere e di sperimentare una disponibilità a calarti nei bisogni di tutti, una vocazione all’altruismo, a dare sempre una mano quando spesso si è sul punto di vacillare, un’apertura all’amicizia, quella che è valore assoluto della vita, e che perciò non ammette limitazioni, riserve, condizioni, soppesa menti, il tutto frammisto di comportamento tollerante, solidale, comprensivo, protettivo, io ti devo dire grazie assieme a questa comunità di fedeli. Nella circostanza, mi sovviene di una bella poesia di Kipling, intitolata semplicemente Se. Quel se che in grammatica ha valore condizionale e che egli dedica ad una persona molto cara, per vivere una vita piena e serena. Ed ecco uno dei suoi se: “Solo se riuscirai a costringere cuore, tendini e nervi a servire al tuo scopo, riuscirai a tener duro anche quando il tempo può sembrarti che lasci il suo segno e che volga alla sera”. Ed io son sicuro che tu sei riuscito a costringere cuore, tendini e nervi, ma anche sentimenti e ragione, corpo e anima, a servire al tuo scopo, quando è venuta la tua sera. Ti chiedo scusa per la pochezza delle mie parole, Ma lasciami concludere che l’affetto di tutti noi qui convenuti è così grande da considerarti “pleno iure” meritevole di un altissimo posto nella storia di questa comunità, tu che in questi luoghi hai avuto modo di esprimerti e di realizzarti in tutta la tua pienezza umana e spirituale, in tutta la tua pienezza cristiana. Turi Bella


16

maggio-giugno 2019 dell’

Jonio

Profile for La Voce dell'Jonio Periodico

La Voce dell'Jonio (Maggio-Giugno 2019)  

La Voce dell'Jonio (Maggio-Giugno 2019)  

Advertisement