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Supplemento settimanale a l’Automobile.

INNOVAZIONE I MOTORI I LIFESTYLE

Settimanale digitale • Anno 2 • Numero 29 • 23/2/2018

Formula Ferrari più Alfa. PAOLO BORGOGNONE ■ La data è quella del 25 marzo, il luogo Melbourne: riparte da lì il campionato mondiale di Formula 1, giunto alla 69esima edizione. Con nuove regole e nuove speranze per chi vi partecipa. A cominciare dalla Ferrari, che questa settimana ha presentato la SF71H, la 64esima creatura del Cavallino per la F1, che spicca per il suo colore rosso acceso. Stessa cosa hanno fatto quelli della Mercedes, i campioni da battere. Ad anticipare tutte e due (per ora soltanto sui tempi della presentazione) è stata Alfa Romeo, che torna

in F1 dopo 30 anni. Nel frattempo è cambiato il mondo e anche quello delle corse non è più lo stesso. Alfa Romeo in passato ha significato soprattutto vittorie: il marchio milanese si è aggiudicato i primi due titoli – 1950 e 1951 – quando correva con vetture proprie. Poi è passato a fornire solo motori e oggi torna di fatto come sponsor della scuderia Sauber. Che è – ironia della sorte – motorizzata Ferrari, per anni la più grande rivale di Alfa. Il ritorno in pista con Sauber è stato voluto da Sergio Marchionne per trainare le vendite delle Alfa Romeo di tutti i giorni. Non è poco. Ma una volta accesi i motori, è lecito aspettarsi qualcosa in· più. 27 Marzo 2017

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SPORT

F1, la nuova Ferrari si chiama SF71-H. MARCO PERUGINI

■ È così bella da far ben sperare, perché una Ferrari vincente deve essere bella. La SF71-H, presentata a Maranello, sfoggia eleganza ed aggressività con tante soluzioni innovative. L’Halo, che quest’anno sconvolge la silhouette delle monoposto di Formula1, si inserisce alla perfezione nella vettura del Cavallino, anch’esso dipinto di rosso. Come tutta rossa è la livrea, con una linea grigia lungo la pancia della vettura e una fascia bianca sulla pinna centrale, dove spicca il tricolore. Il corpo è più stretto della SF70, con il muso affusolato e il posteriore fortemente rastremato. Cinque ali sovrapposte formano l’alettone anteriore, due quello posteriore con una pinna centrale a controllare il movimento dell’ala mobile DRS. Due quadrifogli verdi tra le ruote richiamano il marchio Alfa Romeo.

Nuovo V6 turbo Il passo è allungato, con ingombri laterali rivisti e un nuovo sistema di raffreddamento. Le sospensioni sono state aggiornate, mantenendo lo schema push-rod davanti e pull-rod dietro. Il motore V6 turbo e la powerunit sono sviluppati per esaltare potenza ed affidabilità, viste le novità regolamentari che riducono da 4 a 3 i propulsori per la stagione. “Abbiamo lavorato consapevoli di costruire una Ferrari – ha affermato il team principal Maurizio Arrivabene – e questa SF71-H fatta a Maranello è un’eccellenza italiana”. Entusiasti anche i piloti Vettel e Raikkonen, ansiosi di provarla in pista nei test a Barcellona dal 26 febbraio. 23 Febbraio 2018 ·

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SPORT

F1 2018, la Mercedes W09. REDAZIONE

– ma non vedo l’ora di fare sul serio. Il mio obiettivo è confermare quanto di buono fatto nel 2017, facendo tesoro degli errori commessi per essere più competitivo e confrontarmi con Lewis”.

SPORT

F1 2018, l’Alfa Romeo Sauber C37. REDAZIONE

■ Piove e nevica a Silverstone, in Inghilterra, dove si è svolta la presentazione della Mercedes W09 che parteciperà dal 25 marzo al mondiale di F1, ma l’atmosfera intorno alla squadra è già caldissima. Il campione del mondo Lewis Hamilton, il collega finlandese Valtteri Bottas e il team principal Toto Wolff hanno svelato al pubblico la freccia d’argento che cercherà di confermare lo squadrone anglo-tedesco ai vertici del mondiale. L’obiettivo di tutti è ottenere per la quinta volta consecutiva il “double”, l’accoppiata titolo piloti e titolo costruttori. Era buona la prima Nel corso della presentazione non sono stati svelati i particolari della vettura che – adozione dell’Halo a parte – somiglia molto a quella che ha trionfato nel 2017. Almeno esternamente. Toto Wolff ha detto: “Abbiamo cercato di mantenere le caratteristiche dell’auto vincente dell’anno passato, ma facendo tesoro delle esperienze”. La F1 non dorme mai Emozionato anche Lewis Hamilton. “La F1 non dorme mai – sono state le sue parole – e dietro questo risultato c’è un lavoro enorme. Io sono ancora giovane e ho voglia di vincere ancora”. La più evidente novità sulle monoposto 2018 è rappresentato dall’Halo, il sistema di protezione dell’abitacolo in caso di ribaltamento. “Anche se lo abbiamo già provato – ha detto Hamilton, che salirà a bordo della W09 per la prima volta nel pomeriggio – è qualcosa di nuovo per tutti. Vedrete che fra sei mesi le auto dell’anno passato ci sembreranno obsolete”. “Oggi abbiamo solo preso confidenza – ha detto Valtteri Bottas 4

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· 23 Febbraio 2018

■ La scuderia Alfa Romeo Sauber ha svelato la C37, l’auto che segna il ritorno del costruttore italiano in Formula 1 a fianco del team svizzero. La nuova vettura – molto differente dalla C36 che ha gareggiato lo scorso anno – sarà affidata ai piloti Marcus Ericsson e Charles Leclerc e sarà motorizzata con un propulsore Ferrari 2018. Alla presentazione della monoposto il team principal della scuderia, Frederic Vasseur non ha nascosto il propio entusiasmo: “Nel 2018 – ha detto – vogliamo recuperare il gap rispetto agli altri team e migliorare le prestazioni durante la stagione. Il ritorno di Alfa Romeo in Formula 1 rappresenta un’altra pietra miliare nella storia di Sauber. Sono orgoglioso che un marchio cosi prestigioso si sia rivolto a noi per riproporsi nel nostro sport”. Torna il mito Il rientro in F1 del marchio italiano rappresenta un evento storico. La prima Alfa Romeo in competizione fu la RL del 1923 quando Ugo Sivocci vinse la 15esima edizione della Targa Florio. Al "biscione" è legata anche la nascita della F1: furono infatti due Alfa Romeo, le celebri "Alfetta", rispettivamente guidate da Nino Farina e Juan Manuel Fangio a imporsi – nel 1950 e nel 1951 – nelle prime due edizioni del campionato mondiale. L’ultima presenza, invece, risale al Gp di Australia del 1985.


La Alfa Romeo Sauber C37 muoverà i primi passi a fine di questo mese suo Circuit de Catalunya, a Barcellona, durante i test invernali previsti dal 26 febbraio al 1 marzo. Prima gara del campionato il 25 marzo a Melbourne.

SPORT

F1 2018, regolamento tutto nuovo. MARCO PERUGINI

pendici permesse da lacune normative. Via anche i piccoli “monkey seat” che generavano carico sotto l’alettone posteriore. La coda delle auto sarà quindi più pulita, con nuovi terminali di scarico arretrati. Nella parte anteriore del telaio sarà inoltre fissata la telecamera per riprese a 360°. Gomme hypersoft e superhard Ad esaltare lo spettacolo, Pirelli annuncia l’ammorbidimento di tutte le mescole con le nuove slick HyperSoft (rosa) e SuperHard (arancione) a completare agli estremi la gamma di cinque opzioni finora disponibili: Hard (blu), Medium (bianca), Soft (gialla), SuperSoft (rossa) e UltraSoft (viola). Ne conseguiranno GP più combattuti e un maggiore numero di soste ai box. Vietata ogni modifica alle sospensioni anteriori, ora prive di accorgimenti finalizzati a variare l’altezza da terra. Nuove penalità e più sicurezza Troppo spesso nel 2017 il pubblico è rimasto disorientato dagli sconvolgimenti in griglia di partenza per le penalità inflitte ai piloti. Da quest’anno ogni arretramento maggiore di 15 posizioni si tramuterà in una partenza dal fondo dello schieramento. Chi apporterà ingenti modifiche al venerdì partirà sempre dal fondo, ma davanti a quanti sostituiranno componenti importanti nella giornata di sabato. Nuove regole anche per la sicurezza, incrementata – oltre che dall’Halo – da specifici protocolli di crash-test anteriore per le monoposto e dai tre cavi a treccia che fissano le ruote al corpo vettura in caso di incidente.

SPORT

■ Il 25 marzo riparte in Australia il Mondiale di Formula 1, che terminerà dopo 21 gare il 25 novembre ad Abu Dhabi. Tutti gli appuntamenti saranno trasmessi esclusivamente da Sky, ad eccezione del Gran Premio d’Italia del 2 settembre, unica corsa “in chiaro” sulla Rai. Tante le novità in programma per la stagione che assegnerà il 69° titolo piloti e il 61° costruttori, a cominciare dalle nuove regole per i dieci team e i venti piloti in pista.

Nuova Formula Alfa Romeo. MASSIMO TIBERI

Tre motori La Federazione Internazionale dell’Automobile ha colmato le lacune nel regolamento, cercando di incrementare la spettacolarità delle gare e diminuire i costi per le squadre. Da quest’anno ogni pilota avrà a disposizione solo tre motori per completare la stagione (nel 2017 erano quattro per 20 corse): nei box si studieranno, quindi, strategie più conservative e un range più limitato di aggiornamenti della power unit. Novità nel consumo di olio, che non deve superare i 6 litri per 1000 chilometri percorsi, e soprattutto nel peso minimo delle vetture che aumenta di sei chilogrammi, arrivando a 734. Arriva l’Halo Novità anche nell’aerodinamica, con l’adozione dell’Halo a proteggere l’abitacolo in caso di ribaltamento e la scomparsa al retrotreno di pinne di squalo, T-wing e altre ap-

■ Alfa Romeo e le corse: praticamente sinonimi. Tanto indissolubile, già dalla nascita stessa del marchio, il rapporto stretto, strettissimo con le competizioni. E di qualsiasi 23 Febbraio 2018 ·

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tipo, senza naturalmente trascurare le massime categorie. Quest’anno il marchio ritorna in Formula 1, affiancato dal team svizzero Sauber e sfruttando il partenariato tecnico dell’antica rivale Ferrari. Sempre ai vertici Imperversando negli anni Venti e Trenta in gare mitiche, come Targa Florio, Mille Miglia o 24 Ore di Le Mans, la Casa milanese si impone anche, nel 1925, nel primo Campionato Mondiale della storia riservato alle monoposto. Autentica pietra miliare la P2 progettata da Vittorio Jano e guidata da Antonio Ascari e Gastone Brilli-Peri: una 8 cilindri in linea, due litri con compressore, dalle straordinarie prestazioni per l’epoca. La successiva P3 sarà degna erede e protagonista della leggendaria vittoria di Tazio Nuvolari al Gran Premio di Germania al Nurburgring nel 1935, quando il “mantovano volante” umilia le ben più potenti vetture dello squadrone tedesco Mercedes e Auto Union. Campioni in F1 Nel dopoguerra, ancora una grande affermazione dell’Alfa Romeo terrà a battesimo nel 1950 il neonato Mondiale di Formula 1, firmato da Nino Farina al volante della 158, ribattezzata popolarmente Alfetta ed equipaggiata con un 8 cilindri 1.500 sovralimentato da due compressori. Successo bissato l’anno successivo dalla 159, un’auto capace di raggiungere i 300 all’ora, e da Manuel Fangio, che lasceranno l’amaro in bocca agli appassionati dopo il ritiro del Biscione dal Campionato. Negli anni Sessanta, mentre le Giulia TI Super e GTA fanno il vuoto fra le “turismo”, inizia la lunga fase di collaborazione, e in particolare di fornitura di motori, con le scuderie britanniche di monoposto, dalla Cooper alla McLaren, dalla March alla Brabham. Un periodo che mette comunque in evidenza, nelle alterne vicende, le capacità dell’Alfa Romeo, che si ripropone con una Formula 1 tutta sua nel 1979. 30 anni di attesa In campo la 177 12 cilindri tre litri guidata da Bruno Giacomelli e Vittorio Brambilla, ma i risultati, anche dei modelli a seguire, non saranno soddisfacenti nella massima categoria, contrariamente a quanto accade invece, nel corso degli anni Settanta, in Formula 3 e nel Campionato SportPrototipi, dove le eccellenti 33 si fanno onore. Un nuovo abbandono dei gran premi dunque nel 1988, per tornare in pista oggi, dopo trent’anni.

AUTO E MOTO

Lunga vita alla Lancia Ypsilon. ROBERTO SPOSINI 6

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· 23 Febbraio 2018

■ La Lancia Ypsilon? Il nuovo miracolo italiano. Non quello politico di berlusconiana memoria, ovvio. E nemmeno quello cinematografico ritratto nell’omonimo film del ’94 con Renato Pozzetto e la dimenticabile Claudia Koll. Però sempre di “miracolo” si tratta. L’ultima notizia è di questi giorni: “Lancia Ypsilon si reinventa” e torna, nei panni rivisti e corretti di tre nuovi allestimenti: Elefantino Blu e le versioni superchic Gold e Platinum. “Tre nuovi modi di interpretare e di vivere la contemporaneità, uno diverso dall’altro, tutti inconfondibilmente Ypsilon”, recita una nota. Questioni d’età La promessa: offrire, alla ragionevole cifra di 9500 euro, un’auto capace di interpretare stile, carattere, gusti e abitudini delle persone. Tutto questo in una citycar nata nel lontano 2011. Già. L’età anagrafica in questo Paese si sa, dalla politica in giù sembra essere un fatto trascurabile. La Ypsilon la amano per quel suo essere diversa, unica. Una citycar erede universale di un ex marchio del lusso è già un fatto raro. Se poi è anche l’auto più amata dalle donne italiane, oltre che saldamente al secondo posto della classifica delle più vendute in Italia, dopo Fiat Panda, l’unicità assume i contorni di un miracolo. Italiano perché fuori dai confini italici Ypsilon non c’è, o quasi: oltreconfine, francesi e tedeschi sono ancora lì che aspettano il ritorno di Delta, Fulvia e Stratos. Poveri illusi, Sergio Marchionne è stato più volte lapidario: il marchio Lancia è spacciato, sacrificato definitivamente sull’altare del rilancio di Alfa Romeo. Tre versioni Eppure lei, l’ex “auto che piace alla gente che piace” (ricordate? era la campagna della progenitrice Autobianchi Y 10 del 1987, coi volti di Milly Carlucci, Michele Placido, Nicola Pietrangeli e una carrellata di personaggi simbolo degli anni ’80) non ne vuole sapere di cedere lo scettro di citycar più glamour del mercato. Anzi, fa di meglio. Cavalca tendenze, interseca trend, si infila nei pertugi del lifestyle, si tuffa nel mainstream e riemerge nelle culture underground. E alla fine ritorna. Lei, l’auto, rimane la stessa. Ma per l’ennesima volta cambia l’abito e il miracolo italiano si compie di nuovo, puntuale come la liquefazione del sangue di San Gennaro. Ypsilon è una e trina: più aggressiva e maschile nell’ennesima edizione Elefantino Blu, diventa aspirazionale con la versione Gold e icona fashion con la Platinum, “tre nuovi modi di interpretare e di vivere la contemporaneità”, dicono in Lancia. Intanto, allestimento dopo allestimento, fino ad oggi ne hanno vendute 2 milioni 900 mila, mica noccio-


line. Stile e personalità rimangono le “keywords” di Ypsilon. Era così nel 1985 con la prima Y10, strana con quella coda tronca. Era così nel 2011, quando nell’erede Lancia Y si miscelavano sapienti citazioni del passato, rubate a celebri antenate come Ardea e Appia. Le unicità sono sempre state il suo forte, a costo di complicare la vita a rete di vendita e stabilimenti: il programma Kaleidos prevedeva di poter personalizzare la piccola Lancia con cento colori extra serie. Era solo l’inizio. Oggi ci sono gli accessori esclusivi firmati Mopar: il batticalcagno con logo Ypsilon illuminato, i tappetini in moquette con logo in strass, le vernici tristrato Grigio lunare e Bianco glacé, roba che nemmeno certe berline di lusso. Stile vincente Lo stile Ypsilon è rutilante. La sostanza rimane immutata: rimane il motore a benzina da 1.2 litri e 69 cavalli, rimangono le versioni Gpl e metano. Rimangono, ancora, il due cilindri TwinAir da 80 cavalli e il diesel milletrè da 95 cavalli. No news, good news dicono gli inglesi. Così, la camaleontica citycar italiana continua a piacere. Anche oggi, che quella “gente che piace alla gente” è ormai in pensione.

INNOVAZIONE

Volkswagen I.D. Vizzion, il quarto elemento.

I primi quattro La Vizzion è il quarto prototipo della nuova strategia di auto elettriche del colosso tedesco. La prima è stata la I.D. una berlina due volumi presentata al Salone di Parigi nel 2016. La seconda è stata la I.D. Buzz (erede del mitico Bulli) al Salone di Detroit nel 2017, la terza la crossover I.D. Crozz al Salone di Francoforte sempre nel 2017. La strategia elettrica Rispetto ai primi tre prototipi, che anticipano il lancio sul mercato di 20 veicoli elettrici entro il 2020, sul concept portato a Ginevra esordisce il nuovo sistema di guida autonoma cui marchio e gruppo stanno lavorando. Presumibilmente di livello 5, il massimo, visto che dalle prime foto si nota l’assenza del volante e dei comandi fisici per la guida. Affidata qui a un robot.

AUTO E MOTO

Mercedes Classe C, tempo di restyling. LUCA GAIETTA

REDAZIONE

■ Si chiama Volkswagen I.D. Vizzion, ha la silhouette di una grande berlina sportiveggiante di 5,11 metri di lunghezza, ha due propulsori elettrici con una autonomia dichiarata fino a 665 chilometri e una potenza equivalente a 306 cavalli.

■ Al Salone di Ginevra (8-18 marzo) Mercedes presenterà il restyling della Classe C nelle varianti di carrozzeria berlina e station wagon. Erede di una vettura che solo lo scorso anno ha venduto 415.000 esemplari nel mondo, la tedesca è stata aggiornata soprattutto nel design e, rispetto alla precedente versione, si differenzia per alcuni particolari nella linea: come ad esempio la mascherina del radiatore Matrix di serie, il diffusore posteriore ridisegnato e i nuovi gruppi ottici a led disponibili per la prima volta sul modello con proiettori frontali Multibeam led e Ultra Range. 23 Febbraio 2018 ·

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Prodotta in 4 stabilimenti Prodotta in quattro stabilimenti nel mondo, Brema (Germania), East London (Sudafrica), Tuscaloosa (Usa) e Pechino (Cina) dove nasce anche la versione a passo lungo per il mercato locale, la Classe C è stata "rivista e corretta" anche all’interno. Materiali tra i quali noce marrone e quercia antracite sono stati impiegati per dare un tono più elegante all’abitacolo. La funzione Keyless-go Start è poi offerta ora come equipaggiamento standard e scegliendo nella lista degli optional il pacchetto sedili Multicontour è possibile impostare in modo personalizzato sia i supporti laterali che quello lombare delle sedute, oltre ad attivare la funzione massaggio.

INNOVAZIONE

Dyson, tre elettriche per il futuro. COLIN FRISELL

terie agli ioni di litio. Si dovrebbe trattare di una vettura di medie dimensioni e con una autonomia relativamente limitata. Ne verrebbe prodotto un numero ridotto - si parla di 10.000 unità - che servirebbe soprattutto per rodare la catena di montaggio e saggiare la risposta del pubblico all’offerta. Sfida a Elon Musk A questo primo modello dovrebbero poi farne seguito altri due, più impegnativi. Quello che cambierebbe, secondo le indiscrezioni, non sarebbe soltanto la dimensione - in questo caso si arriva a parlare di un’auto che potrebbe sfidare la Tesla Model 3 - ma soprattutto il tipo di batteria. Alla Dyson, infatti, quasi metà del colossale budget impegnato nel progetto sarebbe destinato alla realizzazione di nuovi accumulatori allo stato solido, quindi maggiormente performanti, soprattutto in termini di autonomia e che sarebbero in grado di accorciare i tempi necessari per la ricarica.

INNOVAZIONE

Volkswagen si ispira alla Mela. SERGIO BENVENUTI

■ LONDRA - Sir James Dyson fa sul serio. Quando a settembre il geniale inventore dell’aspirapolvere ciclonico, originario del Norfolkshire, annunciò che la sua azienda si sarebbe messa a costruire automobili elettriche, qualcuno la prese come una battuta. O una stravaganza. E invece Dyson ha in testa un piano ben preciso. Entro il 2020 non realizzerà solo una vettura a zero emissioni ma addirittura tre. Una linea completa di auto a batteria per competere sul mercato coi giganti del settore. 400 ingegneri al lavoro Dyson ha investito nel progetto una cifra vicina ai 2,8 miliardi di sterline. Sono oltre 400 gli ingegneri attualmente al lavoro nella sede di Malmesbury, contea del Wilshire, un centinaio di chilometri a ovest di Londra. Il progetto prevede la nascita di un primo modello che utilizzi le bat8

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· 23 Febbraio 2018

■ Il Gruppo Volkswagen sta studiando lo stile dei prodotti Apple - quelli che hanno influito sui gusti di milioni di persone nel mondo, come l’iPhone o l’iPad - da usare come fonte d’ispirazione per ridisegnare la sua nuova generazione di automobili elettriche che vedremo a partire dal 2020. Lo ha dichiarato a Reuters il direttore Klaus Bischoff, responsabile design del costruttore tedesco. L’esempio è Apple Il gruppo automobilistico più grande d’Europa vuole prendere spunto dalla semplicità delle linee e dal facile utiliz-


zo che ha reso celebri i prodotti del colosso tecnologico di Steve Jobs, per farne il principio della linea estetica nei futuri veicoli a batteria. Uno stile che, come ha dichiarato Bischoff, "dovrà essere puro, chiaro e minimalista". Entro il 2022, Volkswagen ha promesso 34 miliardi di euro di investimenti in veicoli elettrici, tecnologia di guida autonoma e mobilità digitale, di cui 6 miliardi dedicati alla piattaforma modulare Meb sviluppata per venti vetture completamente elettriche. Al prossimo Salone di Ginevra (8-18 marzo), il gruppo potrebbe fornire delle anticipazioni riguardo il design del nuovo corso dei mezzi a batteria.

BUSINESS

Toyota e Uber, un futuro insieme. REDAZIONE

con una compensazione in azioni di 245 milioni di dollari a favore della società di Google - Khosrowsahi e i suoi sono al lavoro per progredire nello sviluppo della guida robot. Per il ceo di Uber, parlando agli azionisti all’inizio della settimana, "dobbiamo essere sicuri di avere accesso a tutte le tecnologie necessarie per la guida autonoma. Possiamo sviluppare il nostro progetto come stiamo facendo - lavorando contemporaneamente a fianco di altri soggetti interessati. Toyota è un nostro partner privilegiato anche in questo settore". Ancora in Asia La visita in Giappone di Khosrowsahi è servita a confermare anche che Uber non ha intenzione di abbandonare il mercato asiatico del ride hailing - cioè del servizio taxi con auto private - nonostante voci in proposito si rincorrano con molta frequenza e l’uscita dalla Cina. In questo settore la concorrenza in Giappone è spietata. La Nihon Kotsu Co. - la principale azienda di taxi di Tokyo - ha da poco lanciato una propria app e anche i cinesi di Didi Chuxing hanno stretto un’alleanza con un operatore nipponico, Dalichi Koutsu Sangyo per sviluppare un proprio servizio. Dal canto suo Sony ha chiuso un accordo con altri sei operatori che gestiscono una flotta di oltre 10.000 auto pubbliche nella zona di Tokyo e ha annunciato che sta studiando una propria app dedicata al ride hailing. Dopo il Giappone Dara Khosrowsahi si recherà in India dove Uber è alle prese con la concorrenza della start up locale Ola.

SICUREZZA

Una Tesla a prova di proiettile. ■ Toyota e Uber lavorano insieme per sviluppare la tecnologia dell’auto autonoma. La conferma di una collaborazione già in atto - anche se non se ne conoscono precisamente i dettagli - viene da una immagine pubblicata sul suo profilo twitter dal ceo dell’azienda californiana Dara Khosrowsahi ritratto in Giappone insieme ai vertici del marchio automobilistico, il presidente Akio Toyoda e il vice Shigeki Tomoyama.

CARLO CIMINI

Guida autonoma I rapporti tra i due colossi non sono una novità. Nel 2016 Toyota ha acquisito una quota azionaria di Uber, anche se non sono mai stati diffusi i particolari dell’operazione e non si conosce quindi il peso del marchio auto tra gli azionisti della società di ride hailing. Quello che si sa è che - dopo la conclusione della vicenda giudiziaria che ha contrapposto Uber a Waymo, sanata 23 Febbraio 2018 ·

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■ La Armormax - società americana dell’International Armoring Corporation specializzata nella produzione di veicoli blindati - ha prodotto la prima Tesla a prova di proiettile. Si tratta di una Model S P100D corazzata: 225 chilogrammi di materiale composito nascosto sotto i pannelli della carrozzeria e criteri di protezione balistica variabili (da B4, il meno sicuro fino a B6 che garantisce in pratica l’impenetrabilità), a seconda delle esigenze dei clienti. Più sicurezza, stesse prestazioni Lo speciale esemplare di Model S non teme alcun arma ma l’inserimento dei pannelli corazzati (a protezione anche delle batterie), progettati per mantenere gli occupanti al riparo dal fuoco, non rallentano le prestazioni che sono quelle di sempre: da 0 a 100 chilometri orari in 2,4 secondi. Inoltre, la vettura è dotata della modalità di auto difesa contro i gas nocivi: è in grado di filtrare l’aria e impedire a qualsiasi sostanza pericolosa di agire nell’abitacolo. La blindatura non intacca il design originale. Il vetro è sostituito da uno di tipo acrilico stratificato con laminati in policarbonato. Le sospensioni sono rinforzate e gli pneumatici sono anti proiettile. Il cliente può aggiungere anche degli optional come, ad esempio, le maniglie elettrificate che, una volta attivate, daranno uno scossa da 120 volt. Questo particolare esemplare è stato costruito per un cliente in Medio Oriente, ma l’International Armoring ha reso disponibili gli ordini sul sito per chiunque volesse scegliere di viaggiare "armato".

BUSINESS

Lo scontro con Macron Lo stato francese detiene il 15% di Renault. Ghosn ha avuto in passato scontri sulla governance del gruppo (insieme a Nissan dal 1999 e a Mitsubishi dal 2016) con Emmanuel Macron, quando questi era ministro dell’economia e ora diventato presidente. Al punto che per Ghosn si prospettava la presidenza non operativa del gruppo e la nomina di un nuovo amministratore delegato con pieni poteri. Numeri e record Così non è stato. Ghosn è rimasto in sella grazie a profitti stellari pari a 3,85 miliardi di euro, a un fatturato in crescita del 14,7% a 58,8 miliardi e al primato mondiale di vendite raggiunto nel 2017 dal gruppo Renault-Nissan-Mitsubishi da lui guidato. Tutti numeri che hanno consigliato all’azionista pubblico di non forzare la mano più di tanto in questa fase ed eventualmente rinviare lo scontro sulla governance. Il governo francese preme in particolare perché Renault si fonda con Nissan per salvaguardare gli interessi della propria industria nazionale.

Ghosn resta in sella grazie Toyota, a profitti un motore stellari. al neodimio. INNOVAZIONE

FRANCESCO PATERNÒ

■ Carlos Ghosn, 64 anni il prossimo 9 marzo, per ora ce l’ha fatta. Il consiglio di amministrazione di Renault gli ha rinnovato il mandato di amministratore delegato per altri quattro anni e per la terza volta, decisione che dovrà essere confermata dall’assemblea degli azionisti il prossimo giugno. In cambio del rinnovo, Ghosn ha accettato la nomina di un numero due, Thierry Bollorè che in teoria dovrebbe prendere deleghe maggiori, e la riduzione del 30% del suo compenso, duramente contestato l’anno scorso dall’azionista pubblico. 10

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· 23 Febbraio 2018

REDAZIONE ■ I motori elettrici contengono - tra gli altri - anche alcuni elementi naturali rarissimi e costosi, le cosiddette terre rare, utilizzati come magneti. Toyota sta lavorando per ridurne al minimo l’uso, sostituendoli con altri di più facile reperimento e dai costi sensibilmente più bassi che consentiranno di far calare il prezzo delle vetture a batteria.


■ La Moto Guzzi Air Force, più che una moto, sembra una scultura in armonia col vento. Scolpita con la passione per l’aria, per rendere omaggio a un giovane pilota d’aerei della Prima Guerra Mondiale. Giovanni Ravelli, per le sue missioni in combattimento, ricevette diverse onorificenze al valor militare. Come fu per il suo amico e compagno di squadriglia Giorgio Parodi. Ravelli amava l’aria di ogni genere, in volo come quella a terra a bordo di una moto.

Tagli ai costi La Casa giapponese ha annunciato che monterà sui motori elettrificati un magnete che sostituirà alcune terre rare fino ad oggi utilizzate, come il Terbio e il Disprosio (nome derivato dalla espressione Dysprositos che in greco antico significa "difficile da raggiungere", tanto per chiarire) e dimezzerà l’uso del Neodimio. Al loro posto gli ingegneri giapponesi utilizzeranno altre sostanze come il Lantanio e il Cerio che hanno un costo di almeno 20 volte inferiore e sono molto più facili da reperire in natura anche in grandi quantità. Prezzi in crescita I prezzi dei minerali oggi utilizzati per i motori elettrici sono in crescita, in particolare quello del Neodimio, che è aumentato negli ultimi mesi dell’80%, soprattutto dopo che l’anno passato il governo cinese è intervenuto chiudendo alcune miniere illegali. La Cina, infatti, è il primo produttore mondiale di questo elemento. La mossa del costruttore serve ad anticipare la prevista carenza di terre rare come proprio il Neodimio che, secondo i tecnici giapponesi, potrebbe iniziare a scarseggiare nel 2025, quando Toyota conta di affiancare una versione elettrificata a tutti i suoi modelli in commercio.

Competizioni comprese Tutto questo finché non perse prematuramente la vita, nel 1919, precipitando durante il collaudo di un nuovo velivolo. Con Parodi e il meccanico aeronautico Carlo Guzzi, ebbe però il tempo di sognare un’impresa. Alla cui realizzazione mai assistette. E che sarebbe durata molto più a lungo di un volo o di una gara in moto. Nel 1921, a Genova, Parodi e Guzzi comunque fondarono la “Società Anonima Moto Guzzi”. Come logo, in onore dell’amico scomparso, scelsero un’aquila. Che ancora “vola”: oggi è definita “Aquila di Mandello”. Due ruote, una storia Nella Air Force realizzata dal workshop inglese Death Machines of London, c’è quest’intera storia. In una moto che è celebrativa dei 130 anni dalla nascita di Giovanni Ravelli, commemorati nel gennaio 2017. Costruita sulla base di una Moto Guzzi Le Mans MK II del 1982, che a seguito di un sinistro era stata abbandonata in un cortile di una non precisata località marina del sud Italia, la Air Force è divenuta un’opera degna di essere esposta in qualche museo del design. In essa è perfettamente rappresentata la passione, così come intesa da Giovanni Ravelli, per il volo e per le moto. Immaginario richiamato anche dalle forme aerodinamiche dell’alluminio battuto a mano, così come dalla ruota posteriore lenticolare. Elegante e nostalgica, tuttavia la Air Force racchiude soluzioni tecnologiche moderne ed elementi di design proiettati al futuro, come le luci a Led o le particolari leve dei comandi al manubrio. L’avviamento del motore, curiosamente, non avviene inserendo la chiave, ma il jack da un quarto di pollice di una chitarra elettrica. Chissà se Ravelli, oggi, non sarebbe stato anche un appassionato di musica rock.

AUTO E MOTO

Air Force, la Moto Guzzi volante. ANTONIO VITILLO

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PAESE

Mobilità urbana, come fare meglio. MARINA FANARA

■ Se Milano si conferma la migliore in Italia in materia di mobilità sostenibile, resta debole sul piano della qualità dell’aria e per l’alto tasso di congestione dell’hinterland. Anche Torino è ancora ad alto rischio inquinamento insieme a Venezia, mentre Genova è la realtà urbana con la più bassa percentuale di spostamenti in auto. Sono questi alcuni risultati che emergono da "MobiitAria 2018", il rapporto su mobilità e inquinamento, elaborato da Kyoto Club, in collaborazione con il Cnr (Centro nazionale ricerche), in occasione del 13esimo anniversario dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto. Metropoli al miscroscopio Lo studio ha passato in rassegna le 14 città metropolitane d’Italia (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia), analizzando non solo i dati sulla mobilità urbana e sulla qualità dell’aria, ma anche le iniziative e i provvedimenti anti smog adottati dalle rispettive Amministrazioni nell’ultimo decennio: per esempio, l’istituzione di Ztl, zone 30, programmi e infrastrutture per la ciclabilità e Piani Urbani del traffico e della mobilità sostenibile. Al Sud regna l’auto Il quadro generale che emerge dal rapporto conferma una crescente attenzione da parte delle grandi realtà urbane nei confronti dell’ambiente e, in particolare, per incentivare forme di trasporto più eco-compatibili, ma con risultati diversi tra le città: ancora una volta, il Nord è più virtuoso rispetto al 12

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· 23 Febbraio 2018

Meridione. Un esempio lampante è il livello di "auto dipendenza" che impera al Sud: Cagliari è in cima alla lista (il 78% degli spostamenti avviene in automobile), a seguire Reggio Calabria (76%), Catania e Messina (68%). Viceversa, a Genova l’uso della macchina si ferma al 33%, a Milano e Venezia è al 35% e a Firenze al 41%. Nord allarme smog A parte le differenze geografiche sulle abitudini di mobilità, la ricerca evidenzia un generale miglioramento della qualità dell’aria nell’ultimo decennio, ma nelle città le emissioni inquinanti prodotte dai veicoli, ovvero ossidi di azoto e polveri sottili, restano al di sopra dei limiti di legge, soprattuto nell’area padana. Servono misure più incisive, sostengono gli esperti del Kyoto Club e del Cnr: a Torino, per esempio, la Ztl andrebbe estesa sia come dimensione che come orario, visto che oggi è attiva solo dalle 7,30 alle 10,30. Le proposte degli esperti Alla luce di quanto emerso dallo studio, i ricercatori chiedono di mettere all’ordine del giorno nella prossima legislatura una serie di questioni urgenti, tra cui l’aumento delle centraline per il monitoraggio della qualità dell’aria, provvedimenti per aumentare la mobilità ciclabile e pedonale, la diffusione dei veicoli elettrici e il trasporto pubblico urbano e metropolitano, lo stop ai diesel e benzina entro il 2040 e, finalmente, la riforma del Codice della strada che introduca regole per una mobilità urbana moderna e amica dell’ambiente.


LIFESTYLE

John Travolta: sempre in pista. GIUSEPPE CESARO

■ “Ehi, Vince: hai ancora la tua vecchia Malibu?” “Amico: vuoi sapere cos’ha fatto qualche bastardo l’altro giorno?” “Cosa?” “Me l’ha graffiata con una chiave!” “Bastardo!” “Dillo a me, Lance. L’ho tenuta in un deposito per tre anni, l’ho tirata fuori da cinque giorni e quel pezzo di merda me l’ha rovinata”. “Dovrebbero ammazzarli tutti. Niente processo, niente giuria: dritti alla sedia elettrica”. “Mi sarebbe piaciuto beccarlo mentre lo faceva. Avrei dato qualunque cosa per cogliere quello stronzo sul fatto. Sarebbe valso la pena lasciarglielo fare solo per poterlo beccare mentre lo faceva”. “Che stronzo”. “Sei un vigliacco se fai lo stronzo con l’auto di un altro! Voglio dire: non s’incasinano le auto degli altri”. “Non si fa”. “È semplicemente contro le regole”. Lance e Vince Chi sono Lance e Vince? E di quale Malibu stanno parlando? Anche se dal dialogo (lievemente ammorbidito rispetto ai ben più crudi toni originali) può non sembrare, Lance è uno spacciatore e Vince - Vincent Vega - un killer. Ed è proprio il contrasto tra la “professione” – non esattamente nobile - dei due personaggi e il modo nel quale si scandalizzano per come uno sconosciuto è andato “contro le regole” graffiando una macchina, a rendere quello che avete appena letto uno dei dialoghi più surreali e divertenti di “Pulp Fiction” (1994), capolavoro di narrazione cinematografica di Quentin Tarantino. Lance è interpretato da Eric Cameron Stoltz; Vince, da John Joseph Travolta (En-

glewood, New Jersey, 18 febbraio 1954: 64 anni domani). Al quale quel ruolo drammatico regala - oltre a un David di Donatello - la seconda nomination a Oscar e Golden Globe ma, soprattutto, una seconda vita artistica, finalmente libera dall’ombra un po’ troppo lunga del ruolo-icona del ballerino italo-americano Tony Manero ne “La febbre del sabato sera” (1977). Era questo il ruolo che gli era valso la prima nomination sia agli Oscar che ai Globe. Un’interpretazione – secondo la rivista Première al 73esimo posto tra le 100 più grandi di tutti i tempi - per la quale Travolta dovette studiare per ben nove mesi i balli di quella che allora veniva chiamata “disco music” e che lo portò a perdere più di dieci chili. Chevrolet Chevelle Malibu 1964 La Malibu sfregiata, è l’auto di Vince, una Chevrolet Chevelle Malibu rosso ciliegia decappottabile del 1964, con la quale - in una scena dagli esiti inaspettati e fortemente drammatici - il killer porta a cena fuori Mia Wallace (Uma Thurman), moglie del suo boss Marsellus Wallace ("Ving" Rhames), su incarico dello stesso boss. Per tutti gli anni ’60 e ’70, la Malibu resterà uno dei modelli di maggior successo della General Motors: la versione base montava un 6 cilindri da 3.185 cm3 e 120 cavalli, cambio manuale a 3 marce, per una velocità massima di 148 chilometri all’ora e una accelerazione, in verità, piuttosto tranquilla: da 0 a 100 in 16.2 secondi. Nella realtà, alla Malibu – di proprietà dello stesso Tarantino – accadrà ben di peggio di quanto 23 Febbraio 2018 ·

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racconta Vince nella finzione cinematografica. Durante le riprese di Pulp Fiction, infatti, l’auto, verrà rubata. Passeranno quasi vent’anni prima che venga ritrovata - del tutto casualmente e in circostanze piuttosto singolari - dal vice sceriffo Carlos Arrieta della Polizia di Victorville (Contea di Oakland, California), nelle mani di un tizio che si dichiarerà vittima di un raggiro. Curioso il destino di quest’auto che, tra finzione e realtà, sembra proprio incapace di stare alla larga dai guai. Chrysler New Yorker cabrio 1956 La Malibu, però, non è l’unica meraviglia a quattro ruote presente in “Pulp Fiction”. La sera in cui Vince porta Mia a divertirsi, infatti, i due si ritrovano al “Jack Rabbit 14

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· 23 Febbraio 2018

Slim’s”, un ristorante in pieno stile “American Graffiti”, tra camerieri sosia di star immortali come Marilyn Monroe o James Dean e tavolini decisamente… particolari. Quando la tradizionale gara di twist del locale ha inizio e la conturbante moglie di Marsellus convince il suo riluttante bodyguard a scendere in pista - “Sbaglio o mio marito - il tuo capo - ti ha detto di portarmi fuori, e farmi fare tutto ciò che voglio? E io voglio ballare, voglio vincere e voglio quel trofeo!” - scopriamo che i due sono seduti sui sedili in pelle verde-acqua di una delle 921 Chrysler New Yorker decappottabili, prodotte nel 1956. Lunga più di 5 metri e mezzo e larga poco più di 2, montava un Chrysler FirePower V8 da 5.787cm3 e 280 cavalli, in grado di raggiungere i 180km all’ora, passando da 0 a 100 in 11.4 secondi. Una


luxury che le brochure dell’epoca presentavano come “La macchina più intelligente d’America, con il nuovo look da 100 milioni di dollari!” Ma cosa ballano il killer e la pupa del boss? “You Never Can Tell” (1964) firmata da uno dei padri del rock’n’roll: Chuck Berry. Un super-classico, esattamente come la New Yorker. Pare che, prima di girare, la Thurman non fosse granché convinta di quel brano. “È perfetto: credimi”, tagliò corto Tarantino. Non sbagliava: il twist tra Vince e Mia, infatti – ispirato a quello (magnifico) ballato da Barbara Steele e Mario Pisu in 8½ (1963) di Federico Fellini – è diventato una delle scene-simbolo dell’ars cinematografica di quello che è considerato uno dei registi più influenti della sua generazione. New Yorker berlina 1979 Quella del ’56, però, non è l’unica New Yorker che incrocia la strada di John Travolta. Una berlina bianca del 1979, infatti, è la protagonista della scena chiave di “Blow out” (1981), scritto e diretto da Brian De Palma. Uno dei tre film preferiti da Quentin Tarantino, anche questo ispirato a un grande capolavoro italiano: “Blow-up” (1966) di Michelangelo Antonioni, Palma d’Oro a Cannes nel ’67. Nella scena di cui parliamo, a causa dello scoppio di uno pneumatico, la New Yorker finisce in un torrente. Alla guida, il governatore della Pennsylvania e candidato alla presidenza Usa. L’uomo non sopravviverà. Grazie alla brillante intuizione di Jack (Travolta) - un expoliziotto divenuto tecnico del suono, che si trova per caso nei pressi del torrente, intento a registrare suoni e voci della notte - quello che sembra a tutti un incidente, si rivelerà un omicidio politico. Prodotta in 54,640 esemplari tra il ’79 e l’‘81, questa berlina - 4 porte, trazione posteriore, lunga più di 5 metri e mezzo e larga quasi 2 - montava un V8 Chrysler-LA da 5.210cm3, in grado di raggiungere una velocità massima di 164km/h e passare da 0 a 100 in poco meno di 15 secondi. Sin dalla sua apparizione (1939), il nome New Yorker è sempre stato associato a ricchezza e lusso. Il ’79 è l’anno nel quale questo modello fa registrare il suo picco di vendite. Una Harley per lo “svalvolato” Non solo le quattro ruote, però, movimentano la vita del nostro eroe. “Guido le moto da quando avevo 18 anni”, ha dichiarato, in occasione della presentazione alla stampa del film “Wild Hogs” (letteralmente “cinghiali”, ma, nello slang Usa, “moto selvagge”), uscito in Italia nel 2007 col titolo di “Svalvolati on the road”. “La moto è stato il mio primo mezzo di trasporto quando sono arrivato a Hollywood, perché era poco costosa e facile da guidare. E poi ho guidato Harley con la Daytona Bike League diverse volte prima di cominciare a lavorare a questo film. Questa è la mia storia”. Moto sì, ma quale? Una Screamin’ Eagle Fat Boy Softail 1.690cc del 2006. Harley, ovviamente. Un “boulevard cruiser” (“incrociatore da grandi viali”) come la definiscono alla Casa di Milwaukee, lasciando intendere che dà il meglio di sé quando le chiediamo di trasformare in passerella l’affollato lungomare di qualche prestigiosa località turistica. L’abbacinante scintillio delle cromature e le meravigliose colorazioni fatte a mano (fiamme rosse su fondo nero per lo “svalvolato” John), infatti, garantiscono che non a un solo paio d’occhi sfuggirà il nostro fascino di “cavalieri elettrici”.

Se chiedete a Travolta se si riconosce nel suo personaggio (un uomo di mezza età, stressato dal lavoro e stanco della routine cittadina) e cos’ha in comune con lui, però, vi risponderà con un insospettabile mix di equilibrio e saggezza: “Sono troppo fortunato per essere stressato. L'unica cosa che ci avvicina è il fatto che ho sempre voglia di viaggiare. Per me ogni occasione è buona per prendere famiglia e amici e andare a esplorare il mondo. Faccio il giro del mondo una volta l’anno: Africa, Russia, dappertutto, lo adoro. Probabilmente l’unica cosa che io e il mio personaggio abbiamo in comune è questo: la voglia di viaggiare e il senso dell’avventura…”. Il volo nel sangue Attenzione, però: in questo caso, l’espressione “il giro del mondo una volta l’anno” non è un modo di dire: va intesa alla lettera. Travolta non si limita a guidare solo auto e moto: pilota anche aeroplani. “Avevo cinque anni – ricorda - quando mi sono innamorato dell'aviazione: ce l’ho sangue”. La sua tenuta di Ocala (Florida) - situata accanto all’aeroporto privato Greystone - oltre che di un garage che ospita una ragguardevole collezione di sedici supercar - è dotata anche di due piste d’atterraggio, che arrivano letteralmente davanti alle porte di casa. “Abbiamo progettato la casa per i jet - spiega - per poter avere accesso al mondo in un attimo”. Aerei veri, non giocattoli, che Travolta è abilitato a pilotare e pilota. Tra questi, un Bombardier Challenger CL-601 del 1988, un Eclipse Aviation EA500 del 2007, un Gulfstream II e – udite, udite! – un Boeing 707 della Qantas, compagnia della quale è “ambasciatore straordinario” dal 2002. “La migliore compagnia del mondo”, giura. Che dire? Pista sembra la parola chiave della sua vita. Quella da ballo, a scacchi luminosi colorati de “La febbre del sabato sera”, gli ha regalato il successo; quella del suo aeroporto personale, gli regala emozioni indescrivibili, e gli consente di realizzare il suo più grande sogno di bambino. Niente male, per il sesto figlio di un gommista italoamericano e di una ballerina irlandese, che, sfruttando al meglio i suoi talenti di ballerino, cantante, attore e intrattenitore è, da quasi 50 anni, ininterrottamente sulla breccia. In pista, pardon!

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IL PERSONAGGIO

Juan Manuel Fangio, il campione meticoloso. CARLO BAFFI

■ Il suo record di cinque titoli mondiali

pareva inarrivabile: resiste dal 1957 al 2002, quando Michael Schumacher riesce ad eguagliarlo e poi a batterlo. È il primato del mitico Juan Manuel Fangio. Di origini italiane, Fangio nasce quarto di sette figli, il 24 giugno 1911, a Balcarce in Argentina e sviluppa sin da ragazzo la passione, lavorando in un’officina. Ancora 18enne, disputa la sua prima gara su un taxi Ford di un amico, mettendosi in luce nel campionato “Turismo Carretera”, dove le corse hanno luogo su lunghe distanze e strade sterrate, a bordo di vetture poco maneggevoli e pesanti. Nel ‘48, Fangio sbarca in Europa aiutato dal governo argentino di Peron. Malgrado i 37 anni, mostra subito una grande tecnica, a cui si aggiungono grinta ed intelligenza. Memorabile la sua vittoria a Monaco del ’50, quando evita la carambola di vetture ferme alla curva del Tabaccaio. “Uscito dalla chicane del porto – rivelerà poi – vidi che la folla guardava verso la curva successiva e non il leader della gara,

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· 23 Febbraio 2018

che ero io. Mi ricordai di una foto del 1936, quando ci fu un groviglio simile e frenai il più possibile.” Doti che lo salvano anche da drammatici incidenti. Meticoloso in pista, quanto negli affari, Fangio è tra i primi ad avere un segretario-manager, Marcello Giambertone, che cura le relazioni esterne. Il suo primo mondiale è del 1951, con l’Alfa Romeo 159. Seguiranno i titoli del ‘54 e ‘55, come portacolori delle Frecce d’Argento, le potenti Mercedes W196. Quando la casa di Stoccarda esce di scena, Fangio approda a Maranello. Un’ambientazione difficile, complice il rapporto con Enzo Ferrari, che incoraggia la rivalità tra i piloti della rossa. Difficoltà a parte, Fangio si riconferma campione del mondo 1956 a Monza, grazie anche alla sportività del compagno Peter Collins. Ritiratosi dopo 20 giri, l’argentino assiste rassegnato alla marcia trionfale della Maserati di Stirling Moss, rivale nella corsa all’iride. Ma ecco

il miracolo, Collins rientra ai box e gli cede il volante della sua D50: “Io sono giovane, avrò ancora tempo per vincere il mondiale.” Commosso, Juan Manuel torna in pista, chiude secondo e vince il mondiale. L’anno dopo sulla Maserati, firma la cinquina, cogliendo uno storico trionfo al Nurburgring. Nel 1958, Fangio disputa ancora qualche gara ed è vittima di un rapimento a Cuba ad opera dei ribelli castristi in cerca del solo effetto mediatico. Ritiratosi a vita privata, l’asso argentino si spegnerà a Buenos Aires, il 17 luglio 1995.

18 settembre 1970, Juan Fangio sul circuito di Monza, al volante dell’Alfa Romeo Alfetta 159 con la quale vinse il Campionato Mondiale 1951.


...dal nostro mensile Getty.

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