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Supplemento settimanale a l’Automobile.

INNOVAZIONE I MOTORI I LIFESTYLE

Settimanale digitale • 1 • 30/06/2017

electri

city ALESSANDRO MARCHETTI TRICAMO ■ Lo leggerete nelle prossime pagine: anche Aston Martin ha deciso che avrà in gamma un’elettrica. Ovviamente supersportiva. Obiettivo competere con Tesla e con i futuri modelli dell’industria tedesca. Ovviamente c’è molto marketing e voglia di immagine “verde” dietro questi annunci, il messaggio però è chiaro: avanti con l’elettrico, indietro non si torna. Che sia una Casa premium o generalista, l’elettrica è ormai al centro di programmi e strategie per il futuro. In Italia però la rete di ricarica continua ad essere inesistente. In autostrada è impossibile fare il pieno di

energia e la “lite” tra Aiscat ed Enel non aiuta. Il prezzo di acquisto resta elevato e di incentivi non se ne parla. Fate la somma e scoprirete cosa manca realmente alla diffusione dell’elettrica: il cliente. Piace a tutti ma nessuno la compra. D’altronde i numeri parlano chiaro: in Italia dall’inizio dell’anno se ne sono vendute poche centinaia (791 unità in 5 mesi). Eppure lo stato dell’aria nelle nostre città avrebbe bisogno di veicoli elettrici. L’anzianità del parco circolante potrebbe agevolare un ricambio più virtuoso. Tocca ora a governi e amministratori sposare la causa delle zero emissioni. Ma proprio loro finora hanno mostrato di amare ben poco l’auto elettrica. Peccato. 27 Marzo 2017 ·

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AUTO E MOTO

Aston Martin sfida Tesla. COLIN FRISELL

■ A meno di due anni dalla presentazione come concept, la RapidE assume il ruolo in modo ufficiale di diventare la prima vettura a batteria del marchio inglese Aston Martin. Il debutto è previsto nel 2019. Ad annunciarlo è stato direttamente il Ceo Andy Palmer, che ha anche confermato che l’auto avrà una produzione limitata a 155 esemplari e un prezzo indicativo di oltre 260 mila euro. Zero emissioni per pochi. Autonomia da 320 chilometri Aston Martin svilupperà la RapidE in collaborazione con la Williams Advanced Engineering, l’azienda di Grove, nell’Oxfordshire, che già aveva lavorato al concept e attiva anche in Formula 1. Quattro porte e basata sulla Rapide versione Amr, il motore sei litri con 12 cilindri a V sarà sostituito da un propulsore 100 per 100 elettrico, le cui caratteristiche non sono state ancora diffuse. Comunicati invece i dettagli sulle prestazioni: velocità massima

autolimitata di 250 chilometri orari, una accelerazione da 0 a 100 in meno di tre secondi e un’autonomia – promessa dalla Casa – di 320 chilometri. Made in Galles L’impianto di produzione per la RapidE dovrebbe essere quello di St Athens, in Galles. Il primo modello a batteria del marchio si inserisce nella strategia di marketing chiamata “Second Century Plan” che vuole contrastare l’influenza della Case straniere sul mercato delle elettriche sportive e premium, con particolare attenzione alla politica aggressiva di Tesla. Parlando della nuova scommessa di Aston Martin, Palmer ha detto, “mettere in produzione la RapidE, soltanto due anni dopo averla annunciata come concept è il simbolo di un futuro sostenibile, nel quale i valori della nostra azienda, stile seduttivo e performance di livello, non sopravvivono accanto allo sviluppo delle auto elettriche, ma ne sono parte integrante”. 30 Giugno 2017 ·

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AUTO E MOTO

Fabbrica Tesla a Shangai. PAOLO BORGOGNONE

■ Elon Musk al centro del mondo. Il Ceo di Tesla, tra tunnel da costruire a Los Angeles, incidenti con l’autopilota da investigare e nuove fabbriche da costruire, continua a curare in prima persona i vari aspetti dei suoi affari, sempre più globali. E anche quando è assente, fa notizia. Shanghai, arriva Tesla La notizia è riportata da Bloomberg: Tesla avrebbe chiuso un accordo con il governo locale di Shanghai per realizzare in territorio cinese una fabbrica di auto elettriche di lusso. L’informazione non ufficiale proverrebbe da fonti vicine all’azienda di Musk che, sempre secondo l’organo di stampa, starebbe cercando partner locali per avere un più facile accesso al mercato. L’accordo – il primo del suo genere e che prevederebbe la nascita di una fabbrica nella zona industriale di Lingang – dovrebbe essere reso pubblico entro la fine della settimana. Tesla spera così di migliorare ancora le sue performances in Cina dove, nell’ultimo anno, ha già guadagnato quasi un miliardo di dollari: assemblare i veicoli direttamente sul posto permetterebbe all’industria di aggirare i dazi al 25% che rendono le Model S e le Model X più care in Cina che negli States. Vai coi tunnel Intanto l’idea di Musk di alleviare la congestione del traffico di Los Angeles attraverso la costruzione di tunnel ha trovato una sponda inattesa quanto autorevole. Intervenendo ad un programma televisivo dell’emittente Abc, Eric Garcetti, il sindaco della città ha detto: “Mi piacerebbe vedere realizzato anche qui un sistema di tunnel come 4

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quelli che ha proposto Elon Musk. Si potrebbero collegare l’aeroporto internazionale e la Union Station in breve tempo”. Immediatamente il fondatore della Boring Company, la società che dovrebbe realizzare le gallerie sotto la città, ha risposto in un tweet: “Promettente conversazione con il sindaco sulla costruzione di tunnel che trasportino auto, bici e pedoni. Ottenere i permessi è più complicato della tecnologia necessaria”. Schiaffo a Trump In mezzo a tutta questa frenetica attività spicca l’assenza di Musk all’incontro, tenutosi alla Casa Bianca, tra il 45esimo Presidente degli Stati Uniti e i Ceo delle più importanti aziende tecnologiche del Paese. Si trattava della prima riunione dell’American Technology Council,

che riunisce le più grandi aziende americane del settore innovazione per un confronto sul da farsi con l’amministrazione di Washington. Trump, seduto tra il Ceo di Microsoft Satya Nadella alla sua sinistra e Tim Cook di Apple alla sua destra, ha ospitato anche Jeff Bezos di Amazon, Julie Sweet di Accenture, Safra Catz di Oracle e un’altra trentina di pezzi da novanta dell’industria del tech. Si è parlato – non senza qualche tensione – di immigrazione, di machine learning, di intelligenza artificiale. Gli unici grandi nomi assenti erano, Tesla appunto e Facebook. Per quanto riguarda il social network un portavoce ha parlato di “impossibilità a causa di precedenti impegni”. Silenzio, invece, sull’assenza di Musk che, nominato consigliere da Trump aveva minacciato di non ripresentarsi a Washington dopo la controversa decisione del presidente di abbandonare gli accordi di Parigi sul clima. È davvero rottura? Alibaba a Detroit L’intensificarsi dei rapporti Usa–Cina è confermato anche da un’altra notizia. È di queste ore l’annuncio che in settimana a Detroit – significativamente la città che dell’auto a stelle e strisce è sempre stata la patria – parlerà Jack Ma, cioè il fondatore di Alibaba, definito lo scorso gennaio da Trump “uno dei migliori imprenditori del mondo”. A Gateway 17, il più importante business event statunitense, non si parlerà di auto, ma di come si possano fare affari (e soldi). Tema su cui Trump è molto sensibile, oltre le relazioni con la Silicon Valley a cominciare da Musk.


AUTO E MOTO

Il Bulli elettrico si farà. LUCA GAIETTA

Buzz Concept, potrebbe impiegare due motori elettrici, montati su entrambi gli assi. Un’architettura in grado di offrire il vantaggio dalla trazione integrale, capace di sviluppare una potenza totale di circa 370 cavalli per consentire al veicolo di raggiungere i 160 chilometri orari di velocità (autolimitata), accelerando da zero a cento in poco più di 5 secondi. Il tutto con un’autonomia di marcia intorno ai 500 chilometri, grazie a un pacco batterie da 111 chilovattora, ricaricabile all’80% in soli 30 minuti tramite l’interfaccia Combined Charging System.

INNOVAZIONE

Auto elettrica, c’è posta per te. FRANCESCO PATERNÒ

■ Il numero uno di Volkswagen, Herbert Diess, ha confermato la produzione di un modello di serie derivato dall’I.D. Buzz Concept: minivan elettrico presentato allo scorso Salone di Detroit. In una intervista rilasciata alla pubblicazione britannica AutoExpress, Diess ha dichiarato: “Le vetture emozionali sono molto importanti per la Volkswagen, ancora oggi vendiamo tantissime Bettle soprattutto negli Usa e nella nostra gamma c’è spazio per un veicolo ispirato al celebre Bulli” Nelle concessionarie entro il 2020 Il “Bulli elettrico” dovrebbe arrivare nelle concessionarie entro il 2020 e verrà sviluppato sulla nuova piattaforma multifunzionale MBE del Gruppo Volkswagen, messa a punto proprio per equipaggiare le auto a batteria. Se dovesse replicare le caratteristiche del prototipo americano, sarà caratterizzato nella linea della carrozzeria da una livrea bicolore, riprendendo anche la tradizione del Type 2 degli anni ’50 Progettato pensando a Moia Destinato molto probabilmente a essere impiegato anche nei servizi di Moia, il neonato brand fondato da Volkswagen per offrire soluzioni smart di mobilità sulla falsariga di Uber, il minibus tedesco avrà un abitacolo con delle ampie vetrature e tre file di sedili per offrire estrema versatilità d’uso ed elevata capacità di carico. Tanta potenza e autonomia La meccanica, sempre considerando quanto visto sul I.D.

■ Le Poste, intese come servizio pubblico di spedizione di corrispondenza e pacchi, sono ovunque dei giganti dovendo operare in modo capillare per il proprio Paese. Un sistema che funziona ogni giorno nello stesso modo: giro di consegne, tempo pianificato e chilometraggio sono parametri fissi. L’ideale per sviluppare l’auto elettrica, il cui punto debole – l’autonomia delle batterie – viene così messo alla frusta in modo da tener conto sullo stesso percorso di ogni variabile, legata al traffico o ai valori climatici. Ci ha pensato per prima la Nissan, seguita adesso in forme diverse anche dalla Honda e dalla Ford. Il via in Giappone Patrick Pélata, ex capo della Nissan e numero due del gruppo Renault fino all’agosto del 2012 quando si sacrifica per salvare il capo Carlos Ghosn in seguito a una storia di spionaggio industriale a carico di alcuni dirigenti rivela30 Giugno 2017 ·

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tasi poi falsa, ci ha raccontato nell’estate del 2010 nel suo ufficio a Billancourt come proprio in Giappone la Nissan mise a punto per primi la sua auto elettrica, sperimentando le batterie d’intesa con il mastondotico quanto efficiente servizio postale del Paese. Il business model “A Tokyo cercavo un business model – ci ha spiegato quella volta Pélata – ma non ne avevo trovato uno che funzionasse. In Renault, che all’epoca era indietro sull’auto elettrica, trovo tra i progetti uno con la Dassault. E mi accorgo che lì c’è un business model, funzionante con auto delle poste. Le macchine facevano giri regolari di quaranta o cinquanta chilometri ogni giorno per distribuire lettere e cartoline. Poteva funzionare. Facciamo una prova e ci rendiamo conto che, con un incentivo pubblico, si sarebbero potute produrre quattro, cinquemila auto all’anno, o magari arrivare anche a ventimila coinvolgendo i sistemi postali pubblici di altri paesi europei. Ne parlo con Ghosn che mi dice: ok, cominciamo così”. La batteria mobile di Honda Erano i primi anni del nuovo millennio, quell’idea è andata avanti e di recente Honda e Ford l’hanno ripresa per svilupparla in modo originale. In un centro ricerche e sviluppo vicino Tokyo, all’inizio di giugno il presidente del gruppo giapponese Takahiro Hachigo ha confermato un forte impegno all’elettrificazione del marchio fra ibrido, ibrido plug–in, elettrico e idrogeno (due terzi dei veicoli in vendita entro il 2030, con anticipo per l’Europa al 2025) per poi annunciare una sperimentazione con il colosso delle Poste giapponesi. Su cosa? Su una batteria mobile, staccabile facilmente appena scarica e subito sostituita da una col “pieno” in modo da ovviare ai tempi di ricarica ancora troppo lunghi, soprattutto su veicoli di servizio destinati a trasportare più persone. Più o meno come si fa con un telefonino quando si spegne. Honda, ha detto Hachigo, “sta pensando di fare delle prove su strada con le Poste”, puntando a sviluppare la batteria mobile sia per veicoli di trasporto pubblici che personali, due ruote comprese. Troppo presto, Agassi Va detto che l’idea di sostituire in pochi minuti la batteria a un’auto elettrica era venuta in mente per primo all’israeliano Shai Agassi, che con la sua società Better Place fece un accordo con Ghosn e Pélata, ma senza successo. Agassi aveva immaginato non piccole batterie mobili come Honda (mancava la tecnologia giusta, a quel tempo), ma stazioni di servizio dove far sostare il tempo necessario le auto scariche. Un’idea forse troppo in anticipo sui tempi. Sic Transit Ford ha appena siglato un accordo di altro tipo con le Poste tedesche, già impegnate a distribuire lettere e pacchi con mezzi elettrici prodotti in casa come il minivan Streetscooter. L’intesa è da classico fornitore, sulla base della quale tuttavia il costruttore amplierà la propria esperienza oltre che naturalmente guadagnare. L’accordo prevede infatti che la Ford ceda al nuovo partner la tecnologia basata sul Transit per far produrre direttamente a Deutsche Post 2.500 furgoni entro la fine del 2018. Obiettivo 20.000 all’anno, che le Poste tedesche as6

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sembleranno in un nuovo sito in Nord Reno–Westphalia, mentre nell’altro sito di Aachen continueranno a produrre il più piccolo Streetscooter. L’operazione è da volumi importanti per veicoli elettrici, “il progetto congiunto più grande di questo tipo in Europa”, esulta la Ford. Anche se ci sarebbe da domandarsi se il caso Deutsche Post non possa diventare nel prossimo futuro un ulteriore modello di business in concorrenza diretta con tutti i costruttori di veicoli.

AUTO E MOTO

Seat Arona, piccolo suv. CARLO CIMINI

■ A due passi dal mare di Barcellona, Seat si tuffa per la prima volta nel segmento dei crossover e suv di piccoli con Arona, presentato in anteprima a Barcellona in attesa del debutto ufficiale al Salone Internazionale dell‘Auto di Francoforte, in programma dal 14 al 24 settembre. Sempre connessa Il nuovo B-suv allarga la gamma della Casa spagnola e si affianca alla sorella più grande Ateca: Arona è stata sviluppata sulla nuova piattaforma Mqb AO (Modular Querbaukasten) del gruppo Volkswagen. Il suv della Seat ha una lunghezza di 4,138 metri, mentre all‘interno sulla plancia c‘è un display da 8 pollici touchscreen con a disposizione tutti i sistemi di connettività di ultima generazione, tra cui CarPlay di Apple, Android Auto di Google e il Mirrorlink. Sicurezza e potenza Per la sicurezza attiva, la Seat Arona dispone di diversi sistemi di assistenza alla guida, tra i quali il Front Assist,


regolatore automatico della distanza, lo Hill Hold Control, che monitora la stanchezza del guidatore e il Multi Collision Brake, sistema di frenata anticollisione multipla. Si potrà scegliere tra diverse motorizzazioni: benzina 1.0 Tsi 3 cilindri 95 o 115 cavalli o il 4 cilindri Tsi 150 cavalli, mentre il diesel sarà disponibile con un 1.6 da 95 e 115 cavalli, a scelta cambio automatico o manuale. Nel 2018 arriverà anche la versione a metano 1.0 Tsi da 90 cavalli. Per la guida, con il Seat Drive Profile si potranno scegliere quattro modalità di guida: Normal, Sport, Eco e Individual.

AUTO E MOTO

Bmw X3 cosa cambia. PAOLO ODINZOV

tetto fortemente abbassato, i doppi terminali di scarico e le luci posteriori full led a richiesta. Clima a tre zone Aggiornati anche gli interni con un abitacolo maggiormente curato nelle finiture, che può contare su un tetto panoramico in vetro ad aumentare la luminosità, e su delle dotazioni esclusive: tra le quali il climatizzatore automatico a tre zone, il pacchetto Ambient Air, l’aerazione attiva dei sedili e lo schienale del divanetto posteriore frazionabile e reclinabile in vari modi per garantire una capacità di carico del bagagliaio da 550 a 1.600 litri. Display Key e Co-Pilot Sul frionte degli equipaggiamenti hi-tech, la X3 offre poi ora la chiave Bmw Display Key, con cui è possibile aprire e chiudere le portiere via radio e visualizzare a distanza numerose informazioni di bordo, e propone per la massima sicurezza il sistema di guida semi-autonoma Co-Pilot, comprendente le ultime versioni dell’Active Cruise Control e del pacchetto di sicurezza Driving Assistant Plus. Motori per tutti Il suv tedesco è stato “rivisto e corretto” con alcuni interventi sullo chassis e nell’assetto in modo da garantire un comportamento stradale ancora più preciso e confortevole. Prevista nelle concessionarie a novembre con un listino a partire da 49.900 euro, nelle motorizzazioni potrà contare all’esordio su un 6 cilindri benzina di 3.0 litri da 360 cavalli, destinato alla grintosissima versione M40i e su tre unità diesel da 190, 249 e 265 cavalli, tutte associate di serie al cambio automatico sequenziale Steptronic a otto rapporti. Consumi ed emissioni - dichiarati - ridotti fino 3,7 litri ogni 100 chilometri nel ciclo extra-urbano e 132 grammi per km di CO2.

AUTO E MOTO

■ Dal debutto nel 2003 la Bmw X3 ha conquistato oltre 1,5 milioni di immatricolazioni nel mondo, riuscendo nelle due generazioni che si sono succedute fino ad oggi, a catalizzare l’attenzione del pubblico, grazie ai contenuti tecnici e stilistici sempre in linea con le tendenze del mercato. Adesso la tedesca si rinnova per l’ennesima volta e, mantenendo le caratteristiche tradizionali del modello, lancia un’altra sfida nel segmento dei suv medio - grandi, all’interno del quale le principali competitor da battere sono al momento Audi Q5, Mercedes GLC e la neo arrivata Alfa Romeo Stelvio. Doppio rene tridimensionale Proposta nelle versioni X Line, M Sport e Luxury Line, rispetto al precedente modello, la X3 cambia anzitutto nella linea della carrozzeria: sfoggia ora un frontale più grintoso, segnato nell’aspetto dalla mascherina a doppio rene tridimensionale e dalle luci fendinebbia a forma esagonale. Appare maggiormente dinamica, con un Cx che scende da 0,32 a 0,29, adottando soluzioni come lo spoiler del

Lamborghini, c’è posto per 4. ENRICO ARTIFONI ■ Una supersportiva a 4 posti? “Ci stiamo pensando”, ha detto al congresso di Automotive News il presidente di Lamborghini, Stefano Domenicali. Il nuovo modello, quasi un ritorno agli inizi nella produzione della casa di Sant’Agata Bolognese (risalgono alla seconda metà degli anni sessanta la coupé 400 GT 2+2 e l’erede Espada) potrebbe arrivare “fra il 2025 e il 2030”. Non prima di cinque anni potrebbe vedere la luce, inoltre, una moderna interpretazione della leggendaria coupé Miura. Intanto gli sforzi di Lamborghini si concentrano sulla preparazione di un altro modello di svolta per la marca: il suv Urus, la cui commercializzazione dovrebbe cominciare entro la metà del 2018. 30 Giugno 2017 ·

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Ferrari ha venduto 8.014 vetture). Per centrare l’obiettivo sarà fondamentale il contributo di Urus, che Domenicali prevede di vendere in 4.000 unità l’anno. ...e 600 posti in più Per Urus e per un eventuale altro modello che potrebbe ampliare ulteriormente la gamma composta attualmente solo dall’Aventador e dall’Huracán, a Sant’Agata si sta raddoppiando la superficie della fabbrica, da 80 a 160.000 metri quadri. La nuova ala ospiterà una linea di assemblaggio, un reparto di verniciatura e un centro logistico. L’espansione dovrebbe portare anche alla creazione di 600 nuovi posti di lavoro in quattro anni, in aggiunta agli attuali 1.400.

7.000 auto... Il costruttore italiano di supercar controllato dal gruppo Volkswagen tramite Audi è impegnato in un programma di espansione senza precedenti. L’obiettivo è passare dalle 3.457 auto vendute lo scorso anno a 7.000 nel 2019. Un raddoppio che avvicinerebbe i volumi della marca del Toro a quelli del Cavallino di Maranello (nel 2016 l’eterna rivale

Ammesso e non concesso che Lamborghini realizzi davvero una quattro posti, è presto per ipotizzarne le caratteristiche. Si può tuttavia immaginare un’architettura con motore anteriore e trazione integrale e una configurazione 2+2. Più difficile invece pensare che, oltre ai posti, possano diventare quattro anche le porte. Quanto alla Miura, un riferimento potrebbe darlo la concept presentata alcuni anni fa, quando il capo del design del gruppo Volkswagen era l’italiano Walter de’ Silva.

AUTO E MOTO

“Naked”, che passione. ANTONIO VITILLO

Dalla moda al mercato La moda ispirò la produzione industriale al punto di diventare un preciso segmento di mercato. Le “nude” erano, e sono, moto per chi fa del minimalismo uno stile, o per chi, irriducibile, strizza nostalgicamente l’occhio agli anni ’70. Epoca in cui fra due ruote era contenuto un motore, moto vestite di sella e serbatoio e basta. Di una semplicità intrigante, economicamente più accessibili, nel tempo le “naked” hanno prevalentemente abbracciato le medie cilindrate, di conseguenza pure facili da gestire e guidare. Mostro italiano Eppure uno dei primi esempi di moto “naked” è stata la Ducati Monster, di 900 centimetri cubici. Disegnata da Michel Galluzzi, era fatta di due elementi diffusamente ritenuti seducenti, il motore “desmodromico”, che è sinonimo in tutto il mondo di motore Ducati - ed il telaio a traliccio. Che però nulla erano sotto quell‘enorme serbatoio rotondo. La Monster, più che essere genericamente una moto, era proprio il suo serbatoio seducente e morbido, particolare così intensamente percepito da decretarne il successo mondiale. Soprattutto della versione di 600 cc.

■ La passione per le “naked” è nata fra gli anni ottanta e novanta. Le moto “spogliate” sono figlie delle inglesi “streetfighter”, modelli nati sportivi ai quali venivano tolte le carenature, alzati i manubri e alleggeriti di ogni inutile orpello. 8

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Sbarco in Giappone Erano i primi anni ’90, passarono un paio d’anni e Honda, ma solo in Giappone, mostrò e commercializzò una dinamica 250, la Hornet. Diversamente dalla moto di Borgo Panigale, l’appeal arrivava dal potente motore ben in vista, nato per spingere veloce la sportiva Cbr 600. Il quattro cilindri aveva però linee pulite, era un pezzo di design più che un semplice propulsore esteticamente poco curato. La Hornet divenne un modello leader di mercato, non solo fra le “naked”. La storia è passata, le “nude” hanno via via


assunto vigore commerciale. Grazie pure a modelli come le Suzuki Bandit e Sv650, la Kawasaki Z750, la Yamaha Diversion, le Moto Guzzi. La passione per loro è inossidabile. Nei primi mesi del 2017, in Italia, il segmento è quello più florido di immatricolazioni, più delle enduro. Oggi le “naked” si chiamano Ducati Scrambler, Honda CB, o Bmw R NineT, moto talvolta proposte in varie livree e versioni proprio per coinvolgere le varie personalità di motociclista. Lunga vita alle “naked”. Al vento integrale.

STORICHE

Maserati quattroporte nobiltà italiana. MASSIMO TIBERI

■ Oggi nessuno si stupisce della presenza, anche nelle gamme dei più blasonati marchi sportivi, di berline, wagon o suv, ma all’inizio dei passati anni Sessanta praticamente soltanto la Jaguar, con le Mk II e Mk X, metteva in campo auto in grado di conciliare lusso, spazio abbondante e prestazioni da granturismo. In Italia, certo le Alfa Romeo Giulia o le 20002600 erano capaci di andare forte, però appartenevano pur sempre a fasce di mercato inferiori, se non altro per qualità degli allestimenti e dotazioni. Risposta italiana È allora la Maserati, nel 1963, a rispondere ai britannici con un modello che al prestigio della vera ammiraglia unisce una meccanica che deriva, e neppure troppo alla lontana, dalla

straordinaria esperienza agonistica della Casa del Tridente. Al Salone di Torino viene presentata la Quattroporte, frutto delle capacità tecniche del progettista Giulio Alfieri, oltre che degli appassionati suggerimenti di un giornalista esperto come Gino Rancati e della determinazione dei detentori del marchio, Adolfo Orsi e il figlio Omer, eredi della grande tradizione dei fondatori fratelli Maserati. Dualismo con Ferrari La nuova vettura nasce in una fase importante di rilancio dell’azienda modenese, dopo le difficoltà che avevano portato all’abbandono dell’impegno in Formula 1, centrato in particolare proprio sullo sviluppo di una gamma di granturismo in aperta rivalità con quanto stava facendo anche la Ferrari. E se a Maranello il rifiuto è, e resterà, netto per una tipologia di auto considerata non in sintonia con le prerogative sportive, la Quattroporte, invece, punta a dimostrare il contrario. La debuttante va così ad affiancare le coupé e convertibili 3500, protagoniste del momento favorevole per il Tridente, la più originale Mistral e la fuoriserie (una trentina di esemplari costruiti, tutti diversi) 5000 GT, apprezzata da clienti esclusivi come lo Scià di Persia o l’Aga Khan. Vera gran turismo Da quest’ultima, la neonata grossa berlina (lunghezza di 5 metri) riprende la vocazione al lusso e, sotto un vestito di classica eleganza disegnato da Pietro Frua e realizzato dalla Vignale, offre un abitacolo ampio rivestito di moquette e pelle Connolly (quella delle Rolls Royce), impreziosito da accessori d’élite per l’epoca, dal volante regolabile, agli alzacristalli elettrici, al condizionatore, alla radio. C’è un po’ di emulazione dello stile anglosassone, ma il discorso cambia quando si passa all’eccellenza della meccanica. La Quattroporte ha contenuti da granturismo sotto tutti gli aspetti. A partire dal motore, montato su un telaio ausiliario: un 8 cilindri a V di 4,1 litri, parente di quello montato sulla 450 S da competizione, con 4 alberi a camme in testa e 4 carburatori doppio corpo, accoppiato ad un cambio a 5 rapporti che vanta anche la sincronizzazione della retromarcia. Alle sospensioni anteriori indipendenti, con bracci triangolari, fa riscontro il ponte posteriore De Dion (insieme di raffinatezza sportiva), mentre i freni a disco sono supportati da un doppio servofreno. Un complesso di caratteristiche che, pur non trascurando la necessità di garantire comfort, permettono di sfruttare bene i 260 cavalli di potenza per prestazioni ineguagliabili da qualsiasi berlina del tempo (circa 230 km/h di velocità massima e 8,5 secondi per passare da 0 a 100, nonostante 1.700 chili di peso a vuoto). Le nuove versioni Nel 1966 arriverà poi una versione aggiornata, con doppi fari circolari al posto dei singoli rettangolari, interni impreziositi dall’abbondanza di legno pregiato e accessori come il servosterzo e la trasmissione automatica. Cambiano le sospensioni posteriori, più semplici ma meno rumorose, e il motore è disponibile anche con cilindrata portata a 4,7 litri, per 290 cavalli e temperamento ancora più spinto. La produzione terminerà nel 1970, dopo circa 800 esemplari costruiti, in buona parte destinati a teste coronate o artisti, da Ranieri di Monaco ad Alberto Sordi: un buon risultato per un’auto che poteva superare i 6 milioni e mezzo di lire. 30 Giugno 2017 ·

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Termina così la prima tappa di un lungo percorso, che vedrà il nome Quattroporte seguire il difficile evolversi aziendale della Maserati. Nel 1974, sotto l’egida Citroen, Bertone firma un prototipo a trazione anteriore e, nel 1979, De Tomaso affida a Giugiaro lo stile della terza generazione, quella che farà discutere perché utilizzata dal presidente Pertini in una visita a Maranello. Dal 1994 è la volta dei modelli della stagione Fiat, con le compatte biturbo disegnate da Gandini e le ultime serie, con l’apporto della Pininfarina, che adesso devono battersi con un nugolo di agguerritissime rivali. Altro che lo splendido isolamento del 1963.

BUSINESS

La Cina boicotta Hyundai e Kia. ENRICO ARTIFONI

Se Pechino si arrabbia... Di boicottaggio si parla spesso più a parole che nei fatti. I cinesi, invece, fanno sul serio. Cinque anni fa, in seguito alla disputa per la sovranità su alcune isole, misero nel mirino i prodotti giapponesi, auto comprese, venduti in Cina. E per Toyota, Nissan, Honda & co. cominciò un periodo di magra da cui i costruttori del Sol levante si sono ripresi a fatica solo dopo un paio di anni. Lo stesso trattamento è stato riservato ora alle marche coreane, per le quali la Cina è da tempo il primo mercato. Già lo scorso anno Hyundai e Kia avevano patito un calo della quota di mercato all’8,1%, il minimo dal 2009. E ora viaggiano attorno al 5%. Problemi di immagine La disputa per i missili ha solo accelerato un calo dovuto più che altro a un problema di immagine. Soprattutto per Hyundai, che in Cina tramite le joint ventures ha cominciato a costruire auto 15 anni fa, ma è nota più che altro come costruttore di taxi (un quarto di quelli che circolano a Pechino). Un primo tentativo di affermarsi come costruttore “premium” con la berlina di lusso Genesis è andato a vuoto (le vendite sono crollate da 1.016 unità nel 2015 a 74 lo scorso anno). E ora la marca deve decidere se rilanciare con l’assemblaggio di kit della Genesis su territorio cinese, per ingraziarsi il governo e cancellare i dazi all’import, oppure limitarsi a portare avanti la già programmata apertura di uno store a proprio nome, sull’esempio di Bmw e Daimler, nell’art district della capitale. Sotto esame è anche l’ipotesi di lanciare un nuovo Suv. Kia a sua volta punta a risalire la china con la commercializzazione di un piccolo crossover, atteso sul mercato per il prossimo novembre, e forse anche della berlina sportiva Stinger.

BUSINESS

■ Non è un bel momento per Hyundai e la controllata Kia. Alle difficoltà in patria, dove una parziale liberalizzazione ha aperto le porte del mercato sudcoreano alle marche straniere, si sono aggiunte le prime battute a vuoto dopo diversi anni di crescita negli Usa e in Europa. E da ultimo le conseguenze del via libera agli Usa da parte del governo di Seoul per l’installazione sul proprio territorio di sistemi anti-missile. Una risposta alle minacce della Nord Corea che la Cina, grande protettore del regime di PyongYang, considera a sua volta come un possibile attentato alla propria sicurezza. Dunque da Pechino è partito l’ordine di boicottare le marche sudcoreane. Risultato? Un vero e proprio crollo: il sentimento anticoreano si è tradotto per Hyundai e Kia messe insieme in un calo del 65% delle vendite in Cina nello scorso maggio (per un totale di 52.385 unità) e del 43% con 377mila immatricolazioni nei primi 5 mesi dell’anno. 10

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Quanto è diversa Mazda? LUCA BEVAGNA ■ La strada dello stile passa per Hiroshima. Almeno quello automobilistico giapponese. In Mazda ne hanno fatto quasi una ragione di vita: rendere le loro auto diverse dalle altre per fare tendenza. E conquistare clienti. Una filosofia dell’unicità – le radici sono in un prodotto senza rivali come MX-5 che solo negli ultimi mesi ha trovato una concorrente (con meno personalità) nella gemella Fiat 124 Spider – portata avanti per spingere in alto la percezione del marchio verso i profitti del mondo premium. In attesa della nuova generazione di modelli Il design in primo piano. Con in più una maniacale scelta


Mazda chiamano “Jinba Ittai”, la perfetta integrazione tra uomo ed auto. Funziona? Lo vedremo nei prossimi mesi anche con l’arrivo della nuova generazione di prodotti derivati, nello stile, dal concept RX Vision e anticipata in autunno al prossimo salone di Tokyo.

dei colori ad esaltare il tutto come dimostra il nuovo soul red crystal sviluppato per la nuova generazione della CX5. Al resto ci pensa la qualità dei materiali, la precisione degli assemblaggi tipicamente giapponese e quello che in

Le opportunità del mercato italiano Nel frattempo i numeri sembrano andare nella giusta direzione: in Europa sono quattro gli anni consecutivi di crescita. L’attesa per il lancio della nuova generazione del suv CX-5 ha rallentato il ritmo in questi primi mesi del 2017 (-5,8% e 0,2 punti percentuali di quota persi), i numeri a fine anno però dovrebbero consolidare il risultato del 2016 o presentare una lieve segno positivo. Una spinta attesa anche sul mercato italiano dove Mazda deve ancora esprimere completamente le sue potenzialità: il calo da inizio dell’anno è del 7,6% e soprattutto la quota è allo 0,5% rispetto all’1,5% europeo. C’è molto spazio per crescere. Anche e soprattutto in termini di conoscenza del marchio. E quello stile unico di Hiroshima può fare la differenza.

BUSINESS

Supercar in vendita a Goodwood. MARCO PERUGINI

ranello durante la tappa modenese del tour “Momentary Lapse of Reason”, anche a seguito delle insistenze del batterista Nick Mason, grande appassionato di supercar italiane. Esposta nello stand Pininfarina al Motorshow di Birmingham dopo la conclusione del tour, l’auto è in perfette condizioni e dopo 30 anni è ancora una regina con le sue linee scolpite dal vento, il V8 biturbo posteriore da 478 cavalli e il telaio tubolare in acciaio e materiali compositi. In considerazione dello stato di conservazione e della fama del suo primo intestatario, è facile prevedere che l’asta si spinga ben oltre un milione di euro. Dalla musica al cinema Nello stesso giorno a Goodwood saranno battute altre due perle per i collezionisti: la Bentley Continental Convertibile del 1985 che fu di Sir Elton John e la Porsche 911 Tipo 930 Turbo Coupè del 1978 originariamente di proprietà di Peter Sellers, a tutti noto come l’ispettore Clouseau nei film della Pantera Rosa. La prima, nella sua livrea in rosso carminio, è la protagonista del video musicale “Nikita” in cui il baronetto inglese tenta di sedurre una guardia di confine di un Paese dell‘est europa, prima della caduta del muro di Berlino: la base d’asta parte da 90.000 sterline, 20.000 in più rispetto all’ultima quotazione del 2015, per un’auto resa unica pure dalla targa personalizzata “B20 ELT”.

■ Venerdì 30 giugno al Festival of Speed di Goodwood si comprano sogni: la casa d’aste Bonhams propone in vendita la Ferrari F40 del 1988 appartenuta a David Gilmour, il chitarrista dei Pink Floyd nominato nel 2005 Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico per meriti artistici. L’auto è stata acquistata da Gilmour a luglio del 1988 a Ma-

La Porsche è stata invece una delle ultime auto acquistate da Sellers prima di morire nel 1980 e sfoggia tanti accessori fortemente voluti dall‘attore, come gli anelli colorati sui fari, paraurti e sedili personalizzati, tante cromature e il tettuccio apribile. Con oltre 225.000 chilometri e quasi 30 anni all’attivo, l’auto è stata oggetto di molti lavori di restauro, soprattutto nelle parti meccaniche, e la sua quotazione parte da 60.000 sterline. 30 Giugno 2017 ·

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LIFESTYLE

Michael Jackson: thriller al volante. GIUSEPPE CESARO

■ È uno degli artisti di maggior successo commerciale di tutti i tempi: 1 miliardo di dischi venduti (solo i Beatles ed Elvis Presley hanno fatto di più), ma il conto continua a crescere (come per i ‘Baronetti’ e ‘The Pelvis’, del resto); il suo “Thriller” (1982) è l‘album più venduto di sempre: oltre 100 milioni di copie; è l’unico artista presente nella Top 10 di ‘Billboard’ in cinque decadi; è il più premiato nella storia della musica popolare: 39 Guinness World Record, 15 Grammy Award, 40 Billboard Award, 26 American Music Award, 16 World Music Award; è una delle pochissime superstar (22) inserite per due volte nella “Rock and Roll Hall of Fame”; è nella “Songwriters Hall of Fame” e - unico ballerino di estrazione pop-rock - nella “Dance Hall of Fame”. „Uomo più famoso del pianeta“ (1997) e „più famoso essere umano vivente“ (Guinness 2006), è l‘artista con i maggiori guadagni della storia - ha guadagnato più di 800 milioni di dollari in un solo anno (2016) - ed è universalmente conosciuto come „The King of Pop“. Super12

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fluo – se non addirittura offensivo – ricordare che parliamo di Michael Joseph Jackson, nato a Gary (Indiana), il 29 agosto 1958 - ottavo di dieci figli di una modestissima famiglia afroamericana - e morto a Los Angeles (California), il 25 giugno 2009: otto anni fa esatti. Patente? Meglio l’autista Di lui è stato detto tutto e il contrario di tutto. Impossibile, dunque, riuscire a scoprire qualcosa di inedito. Va da sé, però, che una simile miniera nasconde sempre qualche preziosa pepita non ancora estratta. Il rapporto tra Michael e la guida, ad esempio. Pare che, all’inizio, il nostro non fosse particolarmente interessato a guidare. Anzi. “Se devo andare da qualche parte, chiamo l’autista”, rispondeva ai suoi, ogni volta che gli chiedevano come mai non si decidesse a prendere la patente. “Supponi che tu sia fuori e il tuo autista sia ammalato?”, lo incalzava mamma Katherine. Alla fine Mi-


chael si era deciso a prendere lezioni di guida e la patente era finalmente arrivata. Era il 1981 e lui aveva già 23 anni. L’esperienza con i Jackson Five si stava per concludere e “Off the Wall”, il primo album solista per la Epic (1979), si era rivelato un autentico trionfo: primo 33 giri della storia a piazzare ben 4 singoli nella Top 5 di ‘Billboard’, vendendo più di 15 milioni di copie. L’anno successivo sarebbero arrivati tre American Music Award e un Grammy Award, per l’interpretazione di “Don‘t Stop ‚Til You Get Enough”. Guida da far rizzare i capelli Una volta rotto il ghiaccio, però, pare che il nostro ci avesse preso gusto a stare al volante. Il problema, semmai, era lo stile di guida non esattamente irreprensibile, che destava più di qualche preoccupazione a famiglia ed entourage. Difficilmente mamma Katherine dimenticherà la prima volta che salì in macchina col figlio, per un giretto inaugurale lungo la tortuosa, collinare e “vipposissima” Mulholland Drive. “Un’esperienza da far rizzare i capelli”, dichiarerà. “Mi sono slogata il collo e mi sono fatta male a un piede”. Testimonianza ancora più preoccupata quella di LaToya, sorella del maldestro guidatore: “Cercavo di frenare al posto di Michael e di prendere il controllo del volante, per tenere l’auto sulla strada: ero spaventatissima! Michael guidava troppo veloce e aveva la stessa abitudine che avevo io: si incollava alla macchina davanti, frenando all’improvviso”. “Non dovresti andartene in giro da solo – prese ad ammonirlo la madre. Perché non dici a Bill Bray (ex-poliziotto di Los Angeles, per molto tempo capo della sicurezza di Jackson: figura paterna e una delle persone più vicine all’artista, ndr.) di venire con te?”. “Sono stanco – rispondeva Michael – di portarmi dietro la security ogni volta che voglio andare da qualche parte”. Pare che, dopo quella prima volta, il “Re del pop” abbia deciso di viaggiare da solo. Superstrade? No grazie Sembra che, agli inizi, il neopatentato Michael non ne volesse sapere di prendere tangenziali e superstrade: le considerava troppo pericolose (da quale pulpito). Immaginate, quindi, lo stupore di mamma Katherine quando una bella mattina vide l’amato e prezioso figliuolo imboccare, per la prima volta, una rampa. “Aspetta un attimo, Michael: cosa stai facendo?”. “Ci so andare in superstrada, adesso”, rise Jacko. “Aveva cambiato idea – ricorderà Katherine – appena si era reso conto di quanto tempo ci volesse ad attraversare Los Angeles senza usare le tangenziali”. La Rolls rubata La prima machina del Re del pop è stata una Mercedes (a lungo tra le sue favorite), ma subito dopo Jacko aveva acquistato una Rolls-Royce, che aveva fatto riverniciare completamente di blu. Fu proprio a bordo di quella Rolls che il nostro venne fermato da un poliziotto del distretto di Van Nuys (Los Angeles). “Ha tutta l’aria di essere un’auto rubata”, disse il sospettoso agente, che non aveva affatto riconosciuto l’artista. Pare che quella mattina, Michael fosse eccezionalmente uscito di casa “in borghese”, vale a dire senza nessuno dei suoi vistosi e inconfondibili “travestimenti”. Jackson aveva provato a spiegare, in modi più che affabili, che la Rolls era davvero la sua, ma il poliziotto non aveva voluto sentire ragione. E, così, aveva effettuato i controlli del caso e scoperto che l’artista aveva una multa in sospeso. Tempo mezz’ora, Jackson si era ritrovato in una cella del distretto di polizia di Van Nuys, in attesa che il fido Bill Bray lo tirasse fuori. L’esperienza, però,

non lo aveva demoralizzato. Jacko, al contrario, si era detto felice: “Ero curioso di vedere come si sta in prigione”, aveva dichiarato. Probabilmente lo zelante poliziotto californiano – non del tutto immune da pregiudizi razziali - aveva ritenuto fortemente improbabile che un così giovane ragazzo di colore potesse permettersi un’auto del genere. Chissà cosa avrà pensato – col tempo - scoprendo le meraviglie a quattro (e più) ruote che animavano il fantasmagorico parco auto dell’artista più ricco della storia.

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...dal nostro mensile PUBBLICATO SUL NUMERO 4, FEBBRAIO 2017


AUTO TOYOTA

Toyota, guarda che Mirai. LUCA BEVAGNA

La berlina giapponese a idrogeno consegna all’auto le chiavi del futuro. Nessun compromesso e zero emissioni. Ora tocca ai governi pensare alla rete di rifornimento.

■ I grandi sogni non finiscono mai. E quando tornano sono più forti. Far viaggiare un’auto ad acqua è uno di questi. Oggi è diventato realtà. Non una vettura da scienziato di laboratorio pazzo ma prodotta in serie insieme alle altre e destinata al mercato. È la Toyota Mirai, nome che in giapponese non a caso significa futuro. E non è neppure la sola visto che a crederci (e a mettere in strada auto “vere”) ci sono già anche i coreani di Hyundai e gli “altri” giapponesi di Honda. Il principio per Mirai e le altre è identico: acqua che si trasforma in idrogeno, che a sua volta diventa energia per un motore elettrico, rilasciando dal tubo di scarico solo vapore. Acqua che muta in energia e ritorna ancora acqua. E l’auto va. Nessuna no-

vità, la tecnologia è la stessa che negli anni novanta aveva fatto sognare politica, addetti ai lavori e stampa: il cuore della Mirai sono le fuel cell (celle a combustibile), una sorta di batteria “magica”, dove l’idrogeno reagisce con l’ossigeno dell’aria, generando la “corrente” necessaria al motore elettrico e lasciando come unica traccia del suo passaggio del vapore acqueo, così pulito (volendo) da poterlo bere. Nulla di più dallo scarico. Le fuel cell hanno un rendimento “nominale” pari a circa il doppio di quello dei tradizionali motori a combustione, rendimento che risulta anche costante ai diversi regimi di funzionamento, aspetto che aumenta il vantaggio competitivo nei confronti dei tradizionali benzina e Diesel. La macchina perfetta, difficile oggi ottenere di più. Febbraio 2017 |

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Bolzano, capitale dell’idrogeno Walter Huber è il presidente dell’Istituto per Innovazioni Tecnologiche (IIT) di Bolzano, è lui che ha fortemente voluto la realizzazione di un distributore di idrogeno all’interno del suo centro scientifico sull’autostrada A22: “Qui produciamo idrogeno tramite energie rinnovabili e lo possiamo utilizzare per rifornire fino a 15 bus o 300 auto al giorno”. La rivoluzione può dunque partire anche se gli ostacoli restano: “La normativa di riferimento è quella del 2006 che non ha più nulla a che fare con l’evoluzione tecnologica attuale, non ha senso limitare le pressioni di erogazione di idrogeno a 350 bar, riducendo così l’autonomia dei veicoli, quando gli impianti a bordo garantiscono oggi un funzionamento in totale sicurezza a 700 bar”. Huber poi continua: “Secondo la stessa norma, in Italia i distributori non possono sorgere all’interno di centri abitati mentre oltre il Brennero le stazioni di rifornimento sono addirittura all’interno di centri commerciali. I nostri vicini sono folli? Non credo: l’idrogeno è 15 volte più leggero dell’aria e già negli anni 60 il gas utilizzato per uso domestico in Italia conteneva il 60 - 70% di idrogeno”. Nel frattempo Huber e l’IIT vanno avanti: “Nel 2018 apriremo un nuovo distributore a Brunico in grado di erogare fino a 400 kg di idrogeno al giorno, per un investimento complessivo di 2 milioni di euro”. Gas verde: “Contiamo di ricavare idrogeno dall’acqua attraverso elettrolisi, sfruttando l’energia a zero emissioni generata dalla combustione di biomassa e cippato di legno (trucioli)”. Il domani parte da Bolzano.

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L’idrogeno è stoccato a bordo della berlina giapponese in due serbatoi, posti sotto il sedile e sull’assale posteriore, in forma gassosa a 700 bar. Non pochi se si considera – per dare un’idea - che una pressione di soli 10 bar corrisponde a quella che avrebbe un sub 100 metri sotto acqua. Per questo la sicurezza non può essere un dettaglio: i serbatoi sono in plastica rinforzata con fibra di carbonio, progettati a resistere a pressioni di oltre 1.000 bar e dotati di sensori in grado di individuare eventuali perdite d’idrogeno. Tutte le parti interessate dal passaggio dell’idrogeno a bordo della Mirai, sono poste fuori dell’abitacolo e protette da strutture adatte a resistere a qualsiasi tipo di urto. In ogni caso, l’idrogeno, più leggero dell’aria, in caso di fuoriuscita, tende comunque a dissiparsi velocemente senza formare, come per i combustibili tradizionali, pericolose concentrazioni sotto la vettura. Più sicura delle altre, garantiscono i giapponesi. In 9 anni costi giù del 95% Resta da risolvere il problema costi: “Con la Mirai siamo riusciti ad ottenere, rispetto al prototipo del 2008, un taglio dei costi di circa il 95%, reso possibile anche grazie all’adozione di alcuni sistemi e tecnologie già a bordo delle nostre ibride, come inverter, controllo di gestione del sistema e batterie, per i quali si può già contare sulle economie di scala”, ci ha spiegato qualche tempo fa Takeshi Uchiyamada, presidente del Board di Toyota. Tradotto: la Mirai nei Paesi dove è commercializzata, è in vendita a circa 70 mila euro (prezzo variabile in funzione del mercato). Poi resta l’infrastruttura di rifornimento, ancora inesistente. Almeno da noi: l’unico distributore attivo in Italia è quello di Bolzano (vedi box a lato). In strada, a dispetto della sua “complicazione” tecnologica, la Mirai si apprezza piuttosto per la semplici-

Dal tubo di scarico della Toyota Mirai esce solo vapore acqueo.


tà di guida: le dimensioni da grande berlina di altri tempi la rendono ben ancorata alla strada, al resto ci pensa il baricentro spinto in basso dai serbatoi e dalle fuel cell. Una sensazione di solidità che rassicura. Nel massimo silenzio Idrogeno o meno, la Mirai è un’auto elettrica: difficile quindi non apprezzare in viaggio la silenziosità neppure “disturbata”, come accadeva sui primi prototipi, dal sibilo del compressore utilizzato per inviare l’aria necessaria alle fuel cell. Per il pieno dimenticatevi i litri, l’idrogeno è in forma gassosa e come per il metano ci si riferisce ai chilogrammi: per riempire i due serbatoi della berlina Toyota sono necessari 5 kg d’idrogeno, sufficienti a garantire un’autonomia di circa 500 km. Un’in-

L’idrogeno costa poco più di 11 euro al kg: per la Mirai sono circa 55 euro per un pieno, Nessun sacrificio per le prestazioni 10 euro per 100 km

dicazione di spesa: nel distributore di Bolzano, l’idrogeno costa poco più di 11 euro al kg ovvero, circa 55 euro per un pieno, 10 euro per 100 km. (nonostante un peso non proprio leggero di 1.850 kg): la Mirai può contare su 114 chilowatt, l’equivalente dei “vecchi” 155 cavalli, raggiunge una velocità massima di 178 km/h e passa da 0 a 100 in 9,6 secondi, tempi da tranquilla berlina familiare. D’altronde per la sportività è giusto cercare altrove. Semmai qualche compromesso si ha nell’abitabilità con i sedili posteriori che possono ospitare un massimo di due persone, comunque più che sufficiente alla vita di tutti i giorni. Il bagagliaio da 361 litri consente una visita senza problemi al super-

mercato e offre una sorpresa dal sapore del mondo che cambia: sulla sinistra si può trovare l’attacco per un connettore per collegare la Mirai ad una abitazione. Con i serbatoi pieni di idrogeno, l’auto è in grado di fornire energia elettrica al fabbisogno di una abitazione per una settimana. Lavatrici e frigoriferi compresi. La Mirai di fatto è una piccola centrale di energia di emergenza. I ruoli si invertono e il futuro si avvicina. Febbraio 2017 |

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Il nuovo settimanale online de l'Automobile (30 giu - 6 lug)

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