Page 1

Raymond Carver

Da dove sto chiamando (Where I’m Calling)

Edizioni Minimum Fax > Ottimizzazione a cura di Yorikarus @ forum.tntvillage.scambioetico.org <


Dedica

a Tess Gallagher

Non si sa mai che cosa volere, perché, vivendo una sola vita, non possiamo né paragonarla con le precedenti, né migliorarla in quelle a venire. Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere

2


Prefazione dell’autore

(Nota

1

) Ho scritto e pubblicato il mio primo racconto nel 1963, 2 cioè

venticinque anni fa, e da allora sono sempre stato attirato dalla forma racconto. Penso che in parte (ma solo in parte) la mia propensione verso questa forma breve e intensa sia collegata al fatto che oltre che narratore sono anche poeta. Ho cominciato a scrivere e pubblicare poesie e racconti più o meno nello stesso periodo, all’inizio degli anni Sessanta, quando andavo ancora all’università. Ma questa doppia identità di poeta e narratore non spiega tutto. Ho sviluppato una specie di dipendenza dalla scrittura di racconti e non sarei in grado di smettere neanche se lo volessi. E infatti non ci penso nemmeno. Mi piace il salto rapido di un buon racconto, l’emozione che spesso comincia già nella prima frase, il senso di bellezza e mistero che si riscontra nei migliori esemplari; e il fatto - di un’importanza cruciale per me all’inizio della mia carriera, ma una caratteristica essenziale anche ora - che un racconto può essere scritto e letto in una sola seduta (proprio come una poesia!). All’inizio - e forse ancora adesso - i migliori scrittori di racconti per me erano Isaac Babel’, Anton Čechov, Frank O’Connor e V.S. Pritchett. Non ricordo più chi è che mi ha passato una copia di Tutti i racconti di Babel’, ma ricordo benissimo il momento in cui mi sono imbattuto in una riga di uno dei suoi migliori racconti. Me la copiai su un taccuino che a quei tempi portavo sempre con me. Il narratore, parlando di Maupassant e dell’arte del narrare, dice: «Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto». Appena l’ho letta la prima volta, questa frase mi ha colpito con tutta la forza di una rivelazione. Era proprio quello che volevo fare con i miei racconti: mettere in fila le parole giuste, le immagini precise, ma anche la punteggiatura più efficace e corretta, in modo che il lettore venisse trascinato dentro e coinvolto nella storia, e 1

La «Prefazione dell’autore» è stata originariamente pubblicata con il titolo «Messaggio speciale

per la prima edizione» in Where I’m Calling From, The Signed First Edition Society, Franklin Center, Pa. - The Franklin Library, 1988. 2

In realtà Raymond Carver pubblicò il suo primo racconto, «The Furious Seasons», nel 1960.

Si veda in No Heroics, Please, a cura di William L. Stull, Harvill, 1991.

3


non potesse distogliere lo sguardo dal testo a meno che non gli andasse a fuoco la casa. Forse, è un vano desiderio chiedere alle parole di assumere la forza di azioni, ma è ovvio che si tratta del desiderio di un giovane scrittore. Ad ogni modo, l’idea di scrivere in maniera abbastanza chiara e autorevole da coinvolgere il lettore mi è rimasta. È tuttora una delle mie principali ambizioni. Il mio primo libro di racconti, Vuoi star zitta, per favore?, non è uscito fino al 1976, tredici anni dopo aver scritto il primo racconto. Il lungo intervallo tra la composizione, la pubblicazione in rivista e quella in libro è dovuto in parte al mio precoce matrimonio, alle esigenze del dover tirare su due figli, ai molti lavori umili che ho dovuto fare, a quel poco di istruzione universitaria che sono riuscito a procurarmi al volo. E poi non c’erano mai abbastanza soldi in casa alla fine del mese. (È stato proprio in questo lungo periodo che ho cercato di imparare il mestiere di scrivere e di essere sottile come la corrente di un fiume quando pochissimo altro nella mia vita era altrettanto sottile.) Dopo i tredici anni che mi ci sono voluti per mettere insieme il primo libro e per trovare un editore che, bisogna aggiungere, era molto riluttante a imbarcarsi in un’impresa tanto bislacca - pensate un po’, il primo libro di racconti di un autore sconosciuto! - ho cercato di imparare a scrivere rapidamente quando avevo tempo, componendo racconti quando lo spirito era con me e lasciando che si accumulassero nel cassetto; e poi tornare a rileggerli con attenzione e freddezza in seguito, da una certa distanza, dopo che le acque si erano calmate, dopo che le cose, purtroppo, erano tornate alla «normalità». Inevitabilmente, visto che la vita è quello che è, ci sono anche stati grossi pezzi della mia vita che sono semplicemente spariti, lunghi periodi in cui non ho scritto narrativa. (Quanto vorrei poter recuperare quegli anni ora!) A volte passavano uno o due anni in cui non riuscivo neanche a immaginare di scrivere racconti. Spesso, però, riuscivo a impiegare un po’ di quel tempo a scrivere poesie e questo fatto si è rivelato importante perché scrivendo poesie ho evitato che la fiamma vacillasse e si spegnesse del tutto, come a volte temevo sarebbe successo. In qualche modo misterioso, almeno così mi pareva allora, sarebbe tornato un tempo in cui dedicarsi di nuovo alla narrativa. Le circostanze della mia vita si sarebbero aggiustate o perlomeno migliorate e il feroce desiderio di scrivere si sarebbe ancora una volta impossessato di me e avrei ricominciato.

4


Ho scritto Cattedrale - otto di questi racconti sono ristampati qui - nell’arco di quindici mesi. Ma nei due anni precedenti l’inizio del lavoro su questo libro, mi ero trovato in una fase di inventario, avevo bisogno di capire dove volevo arrivare con le storie che avrei scritto e come le avrei scritte. La raccolta precedente, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, aveva per molti versi rappresentato uno spartiacque per me, ma era anche un libro che non volevo riscrivere né duplicare. E così mi sono limitato ad aspettare. Ho insegnato all’università di Syracuse. Ho scritto poesie e recensioni, uno o due saggi. E poi una mattina è successo qualcosa. Dopo una buona notte di sonno, sono andato alla scrivania e ho scritto il racconto «Cattedrale». Sapevo che per me quello era un racconto diverso, non avevo dubbi. Non so bene come, ma avevo trovato l’altra direzione verso la quale volevo andare. E ci sono andato. Di corsa. I nuovi racconti pubblicati qui3 sono stati scritti dopo Cattedrale e dopo che, per fortuna, avevo deciso di prendermi «una vacanza» di due anni per scrivere due libri di poesia. Sono sicuro che questi racconti sono di natura e di livello diversi rispetto a quelli precedenti (o perlomeno, io sono convinto che lo siano e credo che anche i lettori siano d’accordo con me. Però uno scrittore vi dirà sempre che vuole credere che la sua opera subirà una metamorfosi, un cambiamento di rotta, un processo di arricchimento se si è dedicato al suo lavoro per parecchio tempo). La definizione che V.S. Pritchett dava di racconto è: «qualcosa di intravisto con la coda dell’occhio, di sfuggita». Prima c’è qualcosa di intravisto. Poi quel qualcosa viene dotato di vita, trasformato in qualcos’altro che illumina l’attimo fuggente e magari si insedierà in modo indelebile nella consapevolezza del lettore. Entrerà a far parte dell’esperienza del lettore, come ha detto benissimo Hemingway. Per sempre, spera lo scrittore. Per sempre. Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, 3

«I nuovi racconti» a cui ci si riferisce sono gli ultimi sette di questo volume. Sono stati

pubblicati per la prima volta in Inghilterra con il titolo Elephant, Harvill, 1988. [In Italia, Garzanti li ha pubblicati nel 1992 in Chi ha usato questo letto - [N.d.T.]

5


non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, ÂŤcreature di sangue caldo e nerviÂť, come

dice

un

personaggio

di

Ä&#x152;echov,

occupazione: la vita. Sempre la vita.

6

passeremo

alla

nostra

prossima


Nessuno diceva niente

Li sentivo, di là in cucina. Non sentivo quello che dicevano, ma stavano litigando. Dopo un po’ hanno smesso, ma lei s’è messa a piangere. Ho dato di gomito a George. Pensavo si sarebbe svegliato e magari gli avrebbe detto qualcosa, così si sarebbero sentiti in colpa e avrebbero smesso. Ma George certe volte è proprio stronzo. M’ha cominciato a prendere a calci e a urlare. «La pianti di sgomitare, brutto bastardo?», ha detto. «Guarda che glielo dico». «Sei più scemo di una cacca di gallina», gli ho detto io. «Possibile che non capisci mai niente? Stanno litigando e mamma piange. Ascolta». Si è messo in ascolto alzando la testa dal cuscino. «Non me ne frega niente», ha detto poi, si è rigirato verso la parete e s’è rimesso a dormire. George è proprio uno stronzo coi fiocchi. Più tardi ho sentito papà che usciva per andare a prendere l’autobus. S’è sbattuto la porta alle spalle. La mamma me l’aveva detto che lui voleva distruggere la famiglia. Non avevo voluto darle retta. Dopo un po’ ci è venuta a chiamare per andare a scuola. Aveva una voce strana, non so bene. Le ho detto che mi faceva male la pancia. Eravamo nella prima settimana di ottobre e ancora non avevo fatto nessuna assenza, perciò che poteva dire? M’ha guardato, ma era come se stesse pensando ad altro. George era sveglio e ha sentito tutto. Che era sveglio lo capivo da come si muoveva nel letto. Aspettava di vedere come sarebbe andata a finire per poi fare la sua mossa. «E va bene». Poi ha scosso la testa. «Non lo so mica. Allora resta pure a casa. Ma ricordati, niente televisione». George s’è tirato subito su. «Anch’io non mi sento bene», le ha detto. «Ho mal di testa. Questo qua è stato tutta la notte a sgomitare e a prendermi a calci. Non m’ha fatto chiudere occhio». «Adesso basta!», ha detto lei. «George, fila subito a scuola! Non voglio che resti qui a litigare con tuo fratello tutto il giorno.

7


Alzati subito e vestiti. Guarda che parlo sul serio. Non ce la faccio a combattere un’altra battaglia stamattina». George ha aspettato che uscisse da camera nostra. Poi è sceso dal fondo del letto. «Brutto bastardo», ha detto e m’ha sfilato di un colpo tutte le coperte. Quindi s’è rifugiato in bagno. «Guarda che t’ammazzo», gli ho gridato dietro, ma non troppo forte per non farmi sentire da lei. Sono rimasto a letto fin quando George non è andato a scuola. Quando lei ha cominciato a prepararsi per andare al lavoro, le ho chiesto se mi preparava il letto sul divano. Le ho detto che volevo studiare. Sul tavolo del salotto avevo i libri di Edgar Rice Burroughs che m’avevano regalato per il compleanno e il testo di storia. Ma non mi andava neanche di leggere. Volevo che lei se ne andasse, così mi mettevo a guardare la televisione.

Ho sentito che tirava lo sciacquone. Non ce la facevo più ad aspettare così ho acceso lo schermo con l’audio tutto abbassato. Sono andato in cucina dove aveva lasciato il pacchetto delle sigarette e ne ho tirate fuori tre. Le ho nascoste nella credenza e sono tornato sul divano a leggere La principessa di Marte. Lei s’è affacciata e ha lanciato un’occhiata alla televisione, però non ha detto niente. Avevo il libro aperto davanti a me. S’è aggiustata i capelli davanti allo specchio e poi è andata in cucina. Quando è tornata ad affacciarsi, mi sono rimesso a guardare il libro. «Sono in ritardo. Ciao, tesoro». Non avrebbe tirato in ballo la storia della televisione. La sera prima aveva detto che ormai non lo sapeva neanche più cosa voleva dire andare a lavorare senza essere «agitata». «Non devi cucinare niente. Non c’è bisogno di accendere i fornelli per niente. Se hai fame, in ghiacciaia c’è del tonno». Mi ha guardato. «Però se ti fa male la pancia, mi sa che è meglio che non mangi niente. Ad ogni modo non hai bisogno di accendere i fornelli. Hai capito? Prendi la medicina, tesoro, e spero che la pancia non ti dia più fastidio stasera. Magari staremo tutti un po’ meglio, stasera». Sulla porta si è fermata e ha girato la maniglia. Sembrava volesse dire qualche altra cosa. S’era messa la camicetta bianca, la cintura alta e la gonna nera. A 8


volte la chiamava la sua tenuta, altre volte, la sua uniforme. Da quando me la ricordavo, era sempre o appesa nell’armadio o sul filo ad asciugare o era lavata a mano la sera o stirata in cucina. Lavorava dal mercoledì alla domenica. «Ciao, ma’». Ho aspettato finché ha messo in moto la macchina e ha scaldato il motore. Sono rimasto in ascolto finché non ho sentito la macchina staccarsi dal marciapiedi. Allora mi sono alzato, ho messo la tele a tutto volume e sono andato a prendere le sigarette. Me ne sono fumata una e mi sono tirato una sega guardando un programma su medici e infermiere. Poi ho cambiato canale. Poi l’ho spenta. Non mi andava più di guardarla.

Ho finito il capitolo dove Tars Tarkas s’innamora di una donna verde, ma poi il giorno dopo il cognato geloso le taglia la testa. Quella storia era almeno cinque volte che l’avevo riletta. Poi sono andato in camera loro e mi sono messo a rovistare. Non è che cercassi qualcosa di preciso se non, come al solito, i preservativi, e anche se avevo cercato dappertutto non ne avevo mai trovato nemmeno uno. Una volta avevo scovato un barattolo di vaselina in fondo a un cassetto. Sapevo che aveva qualcosa a che fare col sesso, ma non avevo idea come. M’ero messo a studiarne l’etichetta nella speranza che mi rivelasse qualcosa, che so, una descrizione di che ci faceva la gente o come la si applica, roba del genere. Macché. Vaselina pura era l’unica cosa scritta sull’etichetta. Ma bastava leggere quello per farmelo venire duro. Ottimo ausilio nella cura dell’infanzia, diceva l’etichetta sul retro. Avevo cercato il collegamento tra l’infanzia - che a me faceva venire in mente l’asilo nido - e quello che quei due facevano a letto. L’avevo aperto un sacco di volte quel vasetto, annusato il contenuto e perfino controllato quanto ne avevano usato dalla volta prima. Questa volta ho rinunciato pure alla Vaselina pura. Cioè, ho solo dato un’occhiata per vedere se il barattolo c’era ancora. Ho rovistato in un paio di cassetti, senza veramente aspettarmi di trovarci niente. Ho guardato sotto al letto. Niente da nessuna parte. Ho controllato il barattolo nell’armadio dove tenevano i soldi per la spesa. Non c’erano spicci, solo un biglietto da cinque e uno 9


da uno. Se ne sarebbero accorti. Allora m’è venuta l’idea di vestirmi e di andare giù al Birch Creek. La stagione delle trote sarebbe durata un’altra settimana o giù di lì, ma quasi tutti avevano già smesso di pescare. Stavano tutti ad aspettare che s’aprisse la caccia ai cervi e ai fagiani. Mi sono tolto i vestiti vecchi. Ho infilato calze di lana sopra a quelle normali e mi sono allacciato gli stivaloni alti con molta cura. Ho preparato un paio di panini al tonno e un po’ di gallette con il burro di arachidi. Ho riempito la borraccia e me la sono attaccata alla cinta insieme al coltello da caccia. Quando stavo già per uscire, ho deciso di lasciare un biglietto. Così ho scritto: «Mi sento un po’ meglio e vado giù al Birch Creek. Torno presto. R. 3,15». Mancavano quasi quattro ore ed era quindici minuti prima che George tornasse da scuola. Prima di uscire mi sono mangiato uno dei panini e ci ho bevuto sopra un bicchiere di latte.

Fuori era bello. Era autunno. Però ancora non faceva freddo, a parte la notte. La notte, nei frutteti, avevano cominciato ad accendere i falò antigelo nei bidoni e così la mattina ci si svegliava con un cerchio di roba nera attorno al naso. Ma nessuno diceva niente. Si diceva che i falò evitavano che i giovani peri gelassero, perciò andava bene così. Per arrivare a Birch Creek bisogna percorrere tutta la nostra strada fino a sboccare sulla Sixteenth Avenue. Lì si gira a destra e si risale la collina fin dopo il cimitero, poi giù fino a Lennox, dove c’è il ristorante cinese. Dall’incrocio si vede l’aeroporto e sotto l’aeroporto scorre Birch Creek. All’incrocio la Sixteenth cambia nome e diventa View Road. La si segue per un po’ finché si arriva al ponte. Ai lati della strada ci sono frutteti. Certe volte, passando accanto ai frutteti si vedono i fagiani scorrazzare lungo i filari, ma lì non si può cacciarli, perché potresti rimediare una schioppettata da un greco che si chiama Matsos. Mi sa che a piedi ci vogliono una quarantina di minuti per arrivarci. Ero arrivato a metà circa della Sixteenth quando una donna con una macchina rossa s’è accostata alla spalletta poco davanti a me. Ha tirato giù il finestrino dalla mia parte e mi ha chiesto se volevo un passaggio. Era magra e aveva un sacco di bollicine attorno alla bocca. Aveva i bigodini in testa. Però era carina lo stesso. Indossava un maglione marrone con bel paio di tette dentro. 10


«Hai marinato scuola, eh?» «Mi sa di sì». «Ti serve un passaggio?» Ho annuito. «Salta su. Vado di corsa». Ho appoggiato la canna e il cestino sul sedile posteriore che, come il pavimento, era pieno di buste della spesa che aveva fatto al negozio di Mel. Ho provato a pensare a qualcosa da dire. «Vado a pesca», ho detto alla fine. Mi sono tolto il berretto, ho tirato su la borraccia per sedermi e mi sono seduto tenendomi stretto al finestrino. «Be’, chi l’avrebbe mai detto». È scoppiata a ridere e si è rimessa in carreggiata. «Dove vai? Giù a Birch Creek?» Ho annuito di nuovo. Ho fissato il berretto. Me l’aveva comprato mio zio a Seattle quando era andato a vedere una partita di hockey. Non mi veniva in mente più niente da dire. Mi sono messo a guardare fuori dal finestrino e a succhiarmi le guance. Ci si immagina sempre di venir rimorchiati da una donna del genere. Colpo di fulmine: lei ti porta a casa sua e si fa scopare dappertutto. Solo a pensarci, ha cominciato a venirmi duro. Ci ho messo sopra il berretto, ho chiuso gli occhi e ho provato a pensare al baseball. «Mi dico sempre che un giorno o l’altro mi metto a pescare anch’io», ha detto. «Dicono che sia molto rilassante. Io sono un po’ nervosa, come persona». Ho riaperto gli occhi. Eravamo fermi all’incrocio. Volevo dirle: Va proprio tanto di fretta? Le piacerebbe cominciare stamattina stessa? Ma non avevo neanche il coraggio di guardarla. «Ti va bene qui? Io svolto di là. Mi dispiace, ma stamattina vado un po’ di fretta», ha detto lei. «No, va bene. Qui va benissimo». Ho tirato fuori la mia roba. Poi mi sono rimesso in testa il berretto, ma me lo sono tolto di nuovo quando le ho detto: «Arrivederci. Grazie. Magari l’estate prossima...», ma non sono riuscito a finire la frase. «Vuoi dire a pescare? Come no!» Mi ha fatto un cenno di saluto con due dita, come fanno le donne. Mi sono messo a camminare, rimuginando quello che avrei dovuto dire. Adesso mi venivano in mente un sacco di cose. Ma che mi succedeva? Ho frustato 11


l’aria con la canna da pesca e ho lanciato due o tre urla. Quello che avrei dovuto chiederle per mettere in moto le cose era se voleva venire a pranzo con me. A casa mia non c’era nessuno. All’improvviso siamo in camera mia, sotto le coperte. Mi chiede se può tenersi su il maglione e io le dico che a me sta bene. Non si toglie neanche i pantaloni. Mi va bene, le dico. Non importa. Un Piper Cub m’è passato sopra la testa in fase d’atterraggio. Ero ormai a pochi metri dal ponte. Sentivo già l’acqua scorrere. Mi sono buttato giù per la scarpata, ho tirato giù la lampo e ho fatto uno schizzo d’un paio di metri fin dentro il torrente. Devo aver stabilito qualche record. Ci ho messo un bel po’ a mangiarmi l’altro panino e a finire le gallette al burro d’arachidi. Ho bevuto metà dell’acqua che tenevo nella borraccia. A quel punto ero pronto a mettermi a pescare.

Ho provato a pensare dove cominciare. Erano tre anni ormai che pescavo lì, da quando c’eravamo trasferiti. Papà ci portava qua in macchina, a George e a me, e ci aspettava, ci sistemava l’esca sugli ami e metteva insieme nuove lenze ogni volta che un finale ci s’impigliava. Cominciavamo sempre dal ponte e poi scendevamo piano piano a valle: ne prendevamo sempre un bel po’. Ogni tanto, all’inizio della stagione, raggiungevamo addirittura il limite di legge. Ho armato la canna e ho provato qualche lancio sotto il ponte. Ogni tanto lanciavo vicino a riva oppure dietro a un grosso scoglio. Ma non succedeva niente. In un posto dove l’acqua era stagnante e il fondo ricoperto da foglie gialle mi sono messo a guardare e ho visto un po’ di granchi che strisciavano levando in alto quelle loro orribili pinze. Da un mucchio di sterpi s’è levata in volo una quaglia. Ho tirato un bastone e un fagiano s’è alzato strepitando a neanche quattro metri di distanza. A momenti mi è cascata la canna di mano. Il torrente era lento e non tanto largo. Potevo guadarlo quasi dappertutto senza che l’acqua mi entrasse negli stivali. Ho attraversato un pascolo costellato di cacche di mucca e sono arrivato a un punto dove l’acqua sboccava da un grosso tubo. Sapevo che alla fine del tubo c’era una pozza profonda, perciò sono stato molto attento. Appena sono arrivato abbastanza vicino per gettare la lenza, mi sono inginocchiato. L’amo non aveva neanche quasi toccato l’acqua, quando 12


ho sentito qualcosa abboccare, ma poi l’ho perso. L’ho sentito che tirava via l’esca, ma poi è sparito e la lenza è schizzata fuori dall’acqua. Ho innescato un altro uovo di salmone e ho provato a fare qualche altro lancio. Ma lo sapevo che ormai lì mi diceva sfiga. Sono risalito lungo la riva e sono passato sotto una staccionata su cui era attaccato un cartello: divieto d’accesso. Una delle piste dell’aeroporto cominciava proprio da lì. Mi sono fermato a guardare certi fiori che crescevano tra le crepe dell’asfalto. Si vedeva dove le ruote degli aerei avevano toccato terra, lasciando segni neri e grassi tutt’intorno ai fiori. Una volta arrivato di nuovo al torrente dall’altra parte della pista, mi sono rimesso a pescare su e giù per un po’ fino ad arrivare alla pozza. Pensavo di non spingermi oltre. La prima volta che ero arrivato fin lì, tre anni prima, l’acqua schiumava con forza fino al bordo delle sponde. La corrente era così forte che non ci si riusciva a pescare. Adesso invece la corrente scorreva a un paio di metri sotto la riva. Gorgogliava saltellando in una piccola rapida che finiva in una pozza così profonda che quasi non si vedeva dove finiva. Un po’ più a valle, il fondale risaliva pian piano e il torrente tornava a essere poco profondo come se non fosse successo niente. L’ultima volta che c’ero venuto avevo preso due pesci lunghi venticinque centimetri e me n’ero fatto scappare uno lungo almeno il doppio una trota iridata, mi spiegò papà quando glielo raccontai. Disse che risalgono il torrente quando è in piena all’inizio della primavera, ma poi la maggior parte se ne torna giù al fiume prima che il livello delle acque ritorni normale. Ho fissato altri due piombi alla lenza, stringendoli con i denti. Poi ho innescato un altro uovo di salmone e ho lanciato in un punto dove l’acqua si gettava nella pozza da una specie di gradino. Ho lasciato che la corrente la trascinasse a fondo. Sentivo i pesi che rimbalzavano lungo le rocce; è una sensazione diversa da quella che si prova quando un pesce mordicchia l’esca. Poi la lenza si è tesa di nuovo e la corrente ha riportato l’esca alla vista dall’altra parte della pozza. Mi scocciava esser venuto fino a qui per niente. Ho provato a ritirare fuori tutta la lenza e ho fatto un altro lancio. Poi ho appoggiato la canna a un ramo e mi sono acceso la penultima sigaretta. Ho gettato un’occhiata su per la vallata e mi sono messo a pensare a quella signora. Stavamo andando a casa sua perché voleva l’aiutassi a portare dentro le buste della spesa. Suo marito era oltremare. 13


La sfioravo e lei cominciava a tremare. Eravamo lì sul divano che ci baciavamo con la lingua in bocca quando a un certo punto lei si scusava perché doveva andare al bagno. Io la seguivo. La guardavo tirarsi giù le mutandine e sedersi sulla tazza. M’era venuto duro come un tronco e lei mi faceva segno d’avvicinarmi. Proprio mentre stavo per tirarmi giù la lampo, ho sentito un tonfo nel torrente. Ho alzato gli occhi e ho visto la punta della canna che s’agitava.

Non era un gran pesce e non ha lottato quasi per niente. Però gli ho dato corda finché ho potuto, ma poi s’è girato su un fianco ed è rimasto a galleggiare nella corrente poco lontano. Non sapevo cosa fosse. Aveva un aspetto strano. Ho ritirato la lenza e l’ho tirato su dall’acqua e adagiato sull’erba, dove ha cominciato a contorcersi. Era una trota. Però era verde. Non ne avevo mai vista una così, prima. Aveva i fianchi verdi con le macchie nere delle trote, la testa verdastra e anche la pancia verde. Del colore del muschio, quel tipo di verde. Era come se fosse stata avvolta nel muschio per un sacco di tempo e ne avesse preso il colore. Era bella grassa e mi sono chiesto come mai non avesse lottato di più. Chissà, magari era malata. Me la sono guardata ancora un po’, poi l’ho fatta finire di soffrire. Ho strappato una manciata d’erba, l’ho messa nel cestino e ci ho adagiato sopra la trota. Ho fatto qualche altro lancio, ma mi è venuto in mente che ormai s’erano fatte le due o le tre. Ho pensato bene di ritornare giù al ponte, magari potevo pescare un po’ sotto al ponte prima di tornarmene a casa. E ho anche deciso che avrei aspettato la sera prima di ripensare alla signora. Ma non ho fatto neanche in tempo a immaginare come mi sarebbe venuto duro allora, che m’è venuto duro davvero. Ho pensato anche che era meglio la smettessi di farmi tante seghe. Un mese prima, un sabato che erano usciti tutti, subito dopo essermene fatta una, avevo preso in mano la bibbia e avevo promesso e giurato che non l’avrei fatto mai più. Ma ero solo riuscito a sporcare la bibbia di sborra e tutte le promesse e i giuramenti sono durati un giorno o due, finché non sono rimasto di nuovo solo in casa.

14


Sulla strada del ritorno non ho fatto altri lanci. Quando sono arrivato al ponte ho visto una bici in mezzo all’erba. Ho dato un’occhiata in giro e ho visto un ragazzino, grande suppergiù come George, che correva lungo la riva. Mi sono avviato verso di lui. A un certo punto, lui s’è girato e ha cominciato a correre verso di me, fissando qualcosa nell’acqua. «Ehi, che c’è?», gli ho gridato. «Che t’è successo?» Credevo non m’avesse sentito. Ho visto che aveva posato la canna e la borsa da pesca sulla riva, così ho messo giù anche la mia attrezzatura. Sono corso verso di lui. Aveva l’aspetto di un grosso sorcio o qualcosa del genere. Cioè, aveva i denti sporgenti, le braccia magre e una camicia a maniche lunghe tutta sbrindellata troppo piccola per lui. «Oddio, giuro che è il pesce più grosso che ho mai visto!», m’ha gridato. «Vieni a vedere, svelto! Guarda! Eccolo là!» Ho guardato dove indicava lui e il cuore mi ha fatto una capriola. Era lungo un braccio. «Oddio! Oddio! Ma l’hai visto?», gridava il ragazzo. Non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. Se ne stava tranquillo sotto l’ombra di un ramo che sporgeva sopra l’acqua. «Dio onnipotente!», ho detto, rivolto al pesce. «E tu da dove sei venuto fuori?» «Che si fa?», ha chiesto il ragazzo. «Vorrei tanto avere il mio fucile adesso». «Ora lo prendiamo», ho detto io. «Dio, guarda che bestia! Cerchiamo di spingerlo verso la rapida.» «Allora, mi aiuti? Lo prendiamo insieme!», ha detto il ragazzino. Intanto il grosso pesce s’era lasciato trascinare qualche metro a valle e se ne stava lì tranquillo muovendo piano le pinne nell’acqua limpida. «Allora, che si fa?», ha chiesto il ragazzino. «Io vado di sopra e mi metto a camminare in mezzo al torrente per farlo spostare. Tu mettiti lì dove l’acqua s’increspa e quando cerca di passare di lì, prendilo a calci più forte che puoi. Spingilo verso la riva meglio che puoi, non m’importa come. Poi acchiappalo per bene e tienilo stretto». «Va bene. Cazzo, guarda che roba! Attento, se ne va! Ma dove va?», s’è messo a strillare il ragazzino. Tenevo d’occhio il pesce che stava risalendo lentamente la corrente e poi s’era fermato vicino alla riva. «Non va da nessuna parte. Non ha dove andare. Lo vedi? Ha una paura che se la fa sotto. Sa che siamo qui. Sta solo girando in cerca di un 15


posto dove andare. Vedi, s’è fermato di nuovo. Non sa dove andare. Se ne rende conto. Lo sa benissimo che lo beccheremo. Lo sa benissimo che per lui sono cazzi acidi. Io risalgo un po’ e lo spingo giù verso di te. Tu cerca di beccarlo appena tenta di passare». «Vorrei tanto avere qui il mio fucile», ha detto il ragazzino. «Con quello lo sistemerei subito». Ho risalito la riva per qualche metro, poi sono sceso in acqua e mi sono incamminato verso il pesce, tenendo gli occhi ben aperti. D’un tratto il bestione ha fatto uno scarto, allontanandosi dalla riva, ha virato a destra proprio davanti a me con un guizzo che ha alzato una nuvola nell’acqua e poi è schizzato via a tutta birra. «Eccolo che arriva!», ho strillato. «Ehi, ehi, eccolo che arriva!» Invece il pesce ha fatto dietrofront prima di arrivare alla rapida e ha cominciato a tornare indietro. Mi sono messo a strillare e a far schizzare l’acqua finché non s’è rigirato di nuovo. «Sta arrivando! Piglialo, piglialo! Eccolo che arriva!» Ma quello stronzo di un idiota s’era procurato un bastone e quando il pesce è arrivato sulla rapida, non s’è messo a menare bastonate invece di prendere a calci quel figlio di puttana come avrebbe dovuto fare? Il pesce, impazzito, ha avuto una specie di scarto ed è filato via nell’acqua bassa scivolando su un fianco. C’è riuscito. Quello stronzo di un idiota di ragazzino gli si è buttato addosso, ma è cascato in acqua a faccia in giù. Si è trascinato a riva bagnato fradicio. «L’ho beccato!», s’è messo a strillare. «Mi sa che è pure ferito. Gli ho messo le mani addosso, ma non sono riuscito a tenerlo». «Non hai beccato un bel niente!» Ero senza fiato. Mi faceva piacere che fosse finito lungo in acqua, quello scemo. «Non ci sei manco andato vicino, brutto stronzo. Che volevi farci con quel bastone? Avresti dovuto prenderlo a calci. Ormai sarà già a un miglio di distanza». Ho tentato di sputare e ho scosso la testa. «Non lo so. Non l’abbiamo ancora preso. Può darsi che non riusciremo a prenderlo». «Accidenti, sì che l’ho beccato, invece!», ha cominciato a strillare il ragazzino. «Ma non hai visto? L’ho beccato eccome e gli ho anche messo le mani addosso. Tu, invece, quanto gli sei andato vicino, eh? E poi, di chi è il pesce, eh?» Mi ha 16


squadrato con aria di sfida. L’acqua gli scolava giù per i pantaloni e sopra le scarpe. Non ho aggiunto altro, ma dentro di me me lo stavo chiedendo anch’io. Poi ho alzato le spalle. «Be’, va bene. Pensavo fosse di tutti e due. Cerchiamo di prenderlo questa volta e di non fare cazzate, nessuno dei due», ho detto io. Scendemmo a guado lungo la corrente. Avevo gli stivali pieni d’acqua, ma il ragazzino era zuppo fino al collo. Stringeva quei suoi dentoni sporgenti sopra le labbra per impedirgli di battere dal freddo.

Il pesce non era nel pezzo di torrente subito dopo la rapida e non lo abbiamo visto neanche più giù. Ci siamo scambiati un’occhiata: cominciavamo a preoccuparci davvero che il pesce fosse riuscito a scendere la corrente abbastanza da finire in una delle pozze profonde. Invece, quell’accidenti di pesce d’un tratto è saltato vicinissimo alla sponda, spazzando addirittura un po’ di terra nell’acqua con la coda, e ha ricominciato a filar via. Ha superato un’altra piccola rapida, con la coda tutta fuori dall’acqua. L’ho visto accostarsi alla sponda e poi fermarsi, con la coda mezza fuori e le pinne che s’agitavano quel tanto che basta a resistere alla corrente. «Lo vedi, laggiù?», ho chiesto al ragazzino. Lui s’è dato un’occhiata intorno. Allora gli ho preso il braccio e gli ho puntato la mano nella direzione giusta. «Eccolo là. Va bene, adesso stammi bene a sentire. Io arrivo fino a quel rivoletto in mezzo a quelle due sponde. Hai capito dove dico? Tu aspetta qui finché non ti faccio un segnale. Allora comincia a correre. Va bene? E stavolta vedi di non lasciartelo sfuggire, tante volte dovesse tornare indietro». «Va bene», ha detto il ragazzo, continuando a biascicarsi le labbra con i dentoni. «Stavolta lo becchiamo», ha aggiunto, con l’aria di uno che ha un freddo boia. Sono uscito dall’acqua e ho camminato lungo la riva cercando di non fare rumore. Quindi mi sono lasciato scivolare giù per la sponda e ho guadato di nuovo il torrente. Ma non riuscivo più a vederlo, quel gran figlio di puttana e il cuore mi ha fatto una capriola in petto.

17


Temevo che se ne fosse già andato. Bastava che arrivasse un po’ più a valle e si poteva nascondere in una delle pozze profonde e allora non l’avremmo certo beccato più. «È ancora lì?», gli ho chiesto a gran voce. Trattenevo il fiato. Il ragazzino ha agitato le braccia. «Pronto?», ho gridato di nuovo. «Eccolo che arriva!», ha gridato lui per tutta risposta. Mi tremavano le mani. Il torrente in quel punto era largo poco più di un metro e scorreva tra due sponde di terra. L’acqua era bassa, ma veloce. Il ragazzino scendeva la corrente con l’acqua che gli arrivava alle ginocchia, lanciando sassi davanti a sé, schizzando acqua e gridando come un matto. «Eccolo che viene!» Il ragazzino agitava le braccia. Adesso lo vedevo anch’io, il pesce; filava dritto verso di me. Appena mi ha visto, ha cercato di virare ma ormai era troppo tardi. Mi sono inginocchiato cercando di afferrarlo nell’acqua gelida. L’ho sollevato con le mani e le braccia alzandolo su, sempre più su, gettandolo fuori dell’acqua e siamo finiti tutti e due sulla riva. Lo tenevo stretto al petto mentre si contorceva tutto a scatti finché non sono riuscito a risalirne i fianchi sdrucciolevoli con le mani fino ad afferrarlo alle branchie. Ci ho infilato una mano dentro fino a ficcargliela in bocca e a stringergli forte la mascella. Adesso ero sicuro di averlo in pugno. Si contorceva ancora ed era difficile da tenere, ma ormai l’avevo in pugno e non me lo sarei fatto sfuggire. «L’abbiamo preso!», gridava il ragazzino mentre correva sguazzando. «Perdio se l’abbiamo preso! Guarda che bestia! Oddio, fammelo tenere anche a me». «Prima dobbiamo ammazzarlo», ho detto io. Gli ho fatto scorrere l’altra mano lungo la gola e poi gli ho tirato indietro la testa con tutta la forza che avevo, cercando di stare attento ai denti, e ho sentito un forte scrocchio. Il pesce ha avuto un lungo fremito rallentato e non s’è mosso più. L’ho adagiato sulla riva e ce lo siamo guardato. Era lungo almeno sessanta centimetri, stranamente macilento, ma più grosso di qualsiasi cosa avessi mai catturato. L’ho ripreso per la mascella. «Ehi», ha detto il ragazzino, ma poi non ha aggiunto altro quando ha visto quello che stavo per fare. Ho sciacquato via il sangue e poi l’ho riadagiato sulla sponda. 18


«Non vedo l’ora di farlo vedere a mio padre», ha detto il ragazzino. Eravamo tutt’e due bagnati fradici e tremanti. Continuavamo a guardarlo e a toccarlo. Gli abbiamo forzato l’enorme bocca e tastato le fila di denti. Aveva un sacco di cicatrici lungo i fianchi, rigonfiamenti bianchicci grossi come una moneta. Tutt’intorno alla testa e sul muso aveva parecchi graffi, dove aveva sbattuto contro qualche roccia o aveva combattuto con altri pesci. Però era così magro, troppo magro per quanto era lungo, le strisce rosa lungo i fianchi quasi non si vedevano e aveva la pancia grigia e floscia invece che bianca e tesa come avrebbe dovuto essere. Però era pur sempre una gran bella bestia.

«Mi sa che è meglio che comincio ad andare», ho detto io, dopo aver dato un’occhiata alle nuvole sopra le colline dove il sole stava ormai tramontando. «Meglio tornarsene a casa». «Mi sa di sì. Anch’io. Sto gelando», ha detto il ragazzino. «Ehi, lo voglio portare io». «Prendiamo un bastone. Glielo passiamo per la bocca e così lo portiamo tutti e due», ho proposto io. Il ragazzino ne ha trovato uno. Glielo abbiamo infilato sotto le branchie e spinto finché il pesce non pendeva in mezzo al bastone. Poi ne abbiamo preso un capo per uno e ci siamo avviati, gli occhi fissi sul pesce che dondolava tra noi. «Che cosa ne facciamo, ora?», ha chiesto il ragazzino. «Non lo so», gli ho risposto. «Mi sa che l’ho preso io», ho aggiunto. «L’abbiamo preso insieme. E poi, l’ho visto prima io». «È vero», ho ammesso. «Be’, vuoi lanciare una monetina in aria o che?» Mi sono tastato le tasche con la mano libera, ma non avevo un soldo. E che cosa avrei fatto, se avessi perso? Comunque, il ragazzino ha detto: «No, la monetina, no». «Ok, sono d’accordo: niente monetina». Ho squadrato bene il ragazzino: aveva i capelli ritti, le labbra grigiastre. L’avrei potuto battere facilmente, se si finiva a fare a botte. Ma non è che ne avessi una gran voglia. Siamo arrivati al punto dove avevamo lasciato le nostre cose e le abbiamo raccolte con la mano libera, senza mollare la presa sul bastone. Poi ci siamo 19


avviati verso la sua bici. Ho stretto il bastone un po’ più forte, in caso il ragazzino provasse a scappare o qualcosa del genere. A quel punto mi è venuta un’idea. «Ce lo possiamo smezzare», gli ho detto. «Che vuoi dire?», ha chiesto il ragazzino, che s’era rimesso a battere i denti. Sentivo che anche lui aveva stretto la presa sul bastone. «Ce lo smezziamo. Il coltello ce l’ho. Lo tagliamo in due e ognuno se ne prende un pezzo. Non so, potremmo fare così». Ha cominciato a tirarsi un ciuffo di capelli e a guardare il pesce. «E useresti quel coltello lì?» «Perché, tu ne hai un altro?» Il ragazzo ha scosso la testa. «Ok, allora», ho detto io. Ho sfilato il bastone e ho adagiato il pesce sull’erba accanto alla bici del ragazzino. Ho tirato fuori il coltello. Un aereo ruggiva sulla pista mentre tracciavo una linea a occhio. «Qui va bene?», gli ho chiesto. Lui ha annuito. L’aereo s’è messo a correre sulla pista col motore imballato ed è decollato proprio sopra le nostre teste. Ho affondato il coltello nel pesce. Arrivato alle interiora, l’ho rivoltato e ho tirato via tutto. Ho continuato a tagliare finché non c’è rimasto che un pezzo di pelle della pancia che lo teneva insieme. Ho preso le due metà e le ho tirate e rigirate finché non si sono staccate. Ho dato la parte della coda al ragazzino. «No», ha detto lui, scuotendo la testa. «Voglio l’altra metà». «Ma sono uguali! Senti, perdio, sta’ attento che adesso m’incazzo sul serio». «Chi se ne frega», ha ribattuto lui. «Se sono uguali, prendo quell’altra. L’hai detto tu che sono uguali, no?» «Sì, sono uguali, ma mi sa che mi tengo questa qui. Dopotutto, l’ho tagliato io». «La voglio io. L’ho visto prima io». «Di chi era il coltello che abbiamo usato?», gli ho chiesto io. «Non la voglio la coda», ha insistito lui. Mi sono dato un’occhiata intorno. Non c’erano macchine sulla strada e nessun altro pescava. C’era un aereo che ronzava nell’aria e il sole che stava per tramontare. Il freddo mi arrivava alle ossa. Anche il ragazzino tremava tutto, ma aspettava. 20


«M’è venuta un’idea», gli ho detto, aprendo il cesto. Gli ho fatto vedere la trota. «Vedi? È una trota verde. L’unica che abbia mai visto. Facciamo così: chiunque si prende la testa, l’altro oltre la coda si prende la trota. Ti pare giusto?» Il ragazzino guardava la trota verde, poi l’ha tirata fuori dal cesto e l’ha soppesata bene in mano. Intanto studiava le due metà del pesce. «Mi sa di sì», ha detto alla fine. «Ok, facciamo così: tu ti prendi quella parte lì. La mia ha più carne». «Non me ne importa niente. Adesso lo vado a sciacquare. Da che parte abiti?» «Giù alla Arthur Avenue». Ha infilato la trota verde e la sua parte del pesce in una sporta di tela bisunta. «Perché?» «Dov’è? Dalle parti del campo di baseball?», ho insistito. «Sì, ma perché me lo chiedi, dico io». Il ragazzino adesso sembrava spaventato. «Abito anch’io da quelle parti», gli ho spiegato. «Allora immagino che posso chiederti un passaggio in canna. Possiamo fare a turno a pedalare. Ho pure una cicca che potremmo fumarci, se non mi si è bagnata tutta». Ma per tutta risposta il ragazzino ha detto solo: «Sto gelando». Sono andato a sciacquare la mia parte nel torrente. Gli ho tenuto la grande testa sotto l’acqua e gli ho spalancato la bocca. La corrente gli è entrata in bocca ed è uscita dall’altra parte di quel che rimaneva. «Sto gelando», ha ripetuto il ragazzino.

Ho visto George che girava con la sua bici all’altro capo della strada. Ma lui non m’ha visto. Sono andato sul retro di casa nostra per sfilarmi gli stivali. Mi sono tolto il cesto di dosso per poter esser pronto ad aprire il coperchio e fare il mio ingresso a casa con un gran sorriso di trionfo. Ho sentito le loro voci e allora ho guardato dalla finestra. Erano seduti al tavolo di cucina che era piena di fumo. Mi sono reso conto che veniva da una padella sul fornello. Ma nessuno dei due ci faceva caso. «Ti sto dicendo la sacrosanta verità», le ha detto lui. «Che ne sanno i ragazzi? Vedrai». Lei ha risposto: «Non vedrò un bel cavolo. Se la pensassi così, preferirei vederli morti». E lui le ha detto: «Ma che ti piglia? Faresti bene a stare attenta a come parli!» 21


Allora lei s’è messa a piangere. Lui ha schiacciato una cicca nel posacenere e si è alzato. «Edna, lo sai che quella padella sta andando a fuoco?», ha detto. Lei ha guardato la padella. Ha spinto indietro la sedia, ha afferrato la padella per il manico e l’ha sbattuta sulla parete sopra al lavandino. Lui le ha gridato: «T’ha dato di volta il cervello? Guarda che hai combinato!» Ha preso uno straccio e ha cominciato a pulire la roba che era uscita dalla padella. Ho aperto la porta sul retro e ho sfoderato un gran sorriso. Ho detto: «Non crederete mai a quello che ho preso giù al Birch Creek. Date un po’ un’occhiata. Guardate qua! Guardate che roba. Guardate che cosa ho preso». Mi tremavano le gambe. Riuscivo a malapena a stare dritto. Le tenevo il cesto sotto gli occhi e alla fine lei ci ha guardato dentro. «Oh! Oh! Oddio mio! Che cos’è? Una serpe! Che cos’è? Ti prego, ti prego, buttala via prima che mi venga da vomitare». «Buttala via!», ha urlato anche lui. «Hai sentito che ti ha detto tua madre? Buttala subito via!» Io ho provato a dire: «Ma papà, guarda. Guarda che cos’è». «Non voglio guardare!» «È una trota iridata gigantesca che è rimasta nel Birch Creek dall’estate. Guarda! Non è una gran bestia? È un mostro. L’ho inseguita come un matto su e giù per il torrente!» Avevo una voce da folle. Ma non riuscivo a smettere. «Ce n’era anche un’altra», mi sono affrettato ad aggiungere. «Una verde. Te lo giuro! Era verde! L’hai mai vista una trota verde?» Lui ha guardato nel cesto ed è rimasto a bocca spalancata. Ha urlato: «Porta quell’accidenti subito fuori di qui! Che diavolo ti piglia? Portala subito fuori da questa cucina e buttala nella spazzatura!» Sono riandato fuori. Ho guardato nel cesto. Quel che c’era dentro appariva argentato sotto la lampadina sul retro. Quel che c’era dentro riempiva l’intero cesto. L’ho tirato fuori. L’ho tenuto in mano. Ho tenuto stretta quella mia metà.

22


Biciclette, muscoli, sigarette

Erano due giorni che Evan Hamilton aveva smesso di fumare e gli sembrava che tutto quello che aveva detto e pensato in quei due giorni avesse qualcosa a che fare con le sigarette. Si esaminò le mani sotto la luce in cucina. Si annusò le nocche e le dita. «Ne sento ancora l’odore», disse. «Lo so. È come se trasudasse dalla pelle», disse Ann Hamilton. «Quando ho smesso io, me lo sono sentito addosso per tre giorni. Anche appena uscita dalla vasca. Era disgustoso». Stava apparecchiando la tavola per cena. «Mi dispiace, caro. So benissimo quello che stai passando. Se ti può consolare, sappi che il secondo giorno è il peggiore. Certo, anche il terzo è duro, ma dopo, se sei riuscito a resistere tanto, il peggio è passato. Non sai quanto mi fa piacere che ci stai provando sul serio a smettere». Gli toccò il braccio. «Allora, se adesso chiami Roger, possiamo metterci a tavola». Hamilton aprì la porta di casa. Era già buio. All’inizio di novembre le giornate si erano fatte corte e fredde. Un ragazzino più grande di Roger che lui non aveva mai visto prima era in sella a una bici piccola, ma bene attrezzata, nel bel mezzo del vialetto. Il ragazzino si sporse in avanti scendendo dal sellino, poggiando a terra le punte dei piedi per tenersi in equilibrio. «È lei il signor Hamilton?» «Sì. Che c’è?», disse Hamilton. «È successo qualcosa a Roger?» «Be’, vede, Roger mi sa che sta a casa mia a parlare con mia madre. C’è anche Kip e un ragazzo che si chiama Gary Berman. Si tratta della bici di mio fratello. Non so bene perché», disse il ragazzino, tormentando le manopole del manubrio, «ma mia madre mi ha detto di venirla a chiamare. Vuole uno dei genitori di Roger». «Ma lui sta bene?», chiese Hamilton. «Sì, certo, vengo subito». Rientrò in casa a infilarsi un paio di scarpe. «L’hai trovato?», chiese Ann Hamilton.

23


«S’è cacciato in qualche pasticcio», rispose Hamilton. «Non so, una bici. C’è un ragazzino - non so come si chiama - qui fuori. Vuole che uno di noi vada giù a casa sua». «Ma lui sta bene?», disse Ann Hamilton, togliendosi il grembiule. «Ma certo che sta bene». Hamilton la guardò e scosse la testa. «Vedrai, sarà qualche baruffa tra bambini e la madre del ragazzino si è messa di mezzo». «Vuoi che vada io?», chiese Ann Hamilton. Ci pensò su un attimo. «Sì, preferirei ci andassi tu, ma ci vado io. Tieni la cena in caldo finché non torniamo. Non ci dovremmo mettere tanto». «Non mi piace che rimanga fuori dopo che fa buio», disse Ann Hamilton. «Non mi piace per niente».

Il ragazzino era ancora fuori sulla bici e ora tormentava i freni. «È lontano?», chiese Hamilton avviandosi con lui per strada. «No, abitiamo giù ad Arbuckle Court», rispose il ragazzino e quando vide che Hamilton lo guardava perplesso, aggiunse: «Non è lontano. Da qui sono solo un paio di isolati». «Che problema c’è?», chiese Hamilton. «Non ne sono tanto sicuro. Non è che l’ho capito bene. Lui, Kip e questo Gary Berman dovevano usare la bici di mio fratello mentre eravamo in vacanza e a quanto pare l’hanno scassata. L’hanno fatto apposta. Però, non so. Comunque, di questo stavano parlando. Mio fratello non ritrova la sua bici e gli ultimi che l’hanno avuta sono Kip e Roger. Mia madre sta cercando di scoprire che fine ha fatto». «Kip lo conosco», disse Hamilton, «L’altro ragazzo chi è?» «Gary Berman. Mi sa che è appena arrivato da queste parti. Suo padre verrà appena torna dal lavoro». Svoltarono in un’altra strada. Il ragazzino pedalava qualche metro davanti a Hamilton. Oltrepassarono un frutteto e poi svoltarono di nuovo in una strada senza uscita. Hamilton non sapeva neanche che questa strada esistesse ed era sicuro che non avrebbe riconosciuto nessuna delle persone che ci abitavano. Si

24


guardò intorno: le case non avevano affatto un aspetto familiare. Rimase colpito dal fatto che la vita privata del figlio fosse arrivata fino a questo posto. Il ragazzino girò nel vialetto d’ingresso di una delle case, smontò dalla bicicletta e l’appoggiò contro il muro. Appena aprì la porta, Hamilton lo seguì oltre il soggiorno fino in cucina, dove vide suo figlio seduto al tavolo accanto a Kip Hollister e a un altro ragazzino. Hamilton lo osservò attentamente e poi si voltò verso il donnone dai capelli neri che si trovava a capotavola. «Lei è il papà di Roger?», gli chiese la donna. «Sì, mi chiamo Evan Hamilton. Buonasera». «Io sono la signora Miller, la mamma di Gilbert. Mi dispiace averla trascinata qui, ma c’è da risolvere un problema». Hamilton si sedette all’altro capo del tavolo e si guardò attorno. Accanto alla donna c’era un ragazzino di nove-dieci anni, probabilmente quello della bici sparita, pensò Hamilton. Un altro ragazzo, sui quattordici anni, se ne stava seduto sul piano del lavello con le gambe penzoloni e osservava un ragazzo più grande che parlava al telefono. Dovevano avergli appena detto qualcosa di buffo all’altro capo del telefono perché in faccia gli si stampò un sorriso furbesco e si allungò verso il lavello con una sigaretta in mano. Hamilton udì lo sfrigolio della cicca immersa in un bicchier d’acqua. Il ragazzino che l’aveva accompagnato fin lì si era intanto appoggiato al frigorifero a braccia conserte. «Hai avvertito uno dei genitori di Kip?», gli chiese la donna. «La sorella ha detto che stavano facendo la spesa. Sono andato a casa di Gary Berman e suo padre sarà qui fra poco. Gli ho lasciato l’indirizzo». «Signor Hamilton», disse la donna, «ora le racconto i fatti. Il mese scorso siamo andati in vacanza e Kip ha voluto prendere in prestito la bici di Gilbert in modo che Roger potesse aiutarlo a distribuire i giornali. Mi pare che la bici di Roger avesse una gomma a terra o qualcosa del genere. Be’, adesso si scopre che...» «Papà, Gary ha cercato di strozzarmi», disse Roger. «Che cosa?», disse Hamilton, osservando attentamente suo figlio. «Ha cercato di strozzarmi. Guarda, ho ancora i segni». Roger si tirò giù il collo della maglietta per farglieli vedere. «Erano dentro il garage», riprese la donna. «Non sapevo cosa stessero combinando finché Curt, mio figlio maggiore, non è andato a controllare». 25


«Ha cominciato lui!», disse Gary Berman, rivolto a Hamilton. «Mi ha chiamato stronzo». Gary Berman spostò lo sguardo verso la porta d’ingresso. «Io dico che la mia bici valeva sessanta dollari, ragazzi», disse il ragazzino chiamato Gilbert. «Adesso me li rimborsate». «Gilbert, tu resta fuori da questa storia», gli disse la madre. Hamilton tirò un respiro profondo. «Continui pure», disse. «Be’, come dicevo, adesso si scopre che Kip e Roger hanno sì usato la bici di Gilbert per distribuire i giornali, ma poi, insieme a Gary, a quanto dicono, a turno l’hanno fatta rotolare». «Come sarebbe a dire “l’hanno fatta rotolare”?», chiese Hamilton. «L’hanno fatta rotolare», ripeté la donna, «cioè l’hanno spinta giù per la strada da sola fino a che non cadeva. Poi - e badi bene, questo l’hanno ammesso solo poco fa - Kip e Roger l’hanno portata su fino alla scuola e l’hanno sbattuta contro un palo della porta del campo sportivo». «È vero quello che dice la signora, Roger?», chiese Hamilton, fissando di nuovo suo figlio. «Sì, papà, in parte è vero», ammise Roger, tenendo gli occhi bassi e sfregando un dito sulla superficie del tavolo. «Però l’abbiamo fatta rotolare solo una volta. Prima Kip, poi Gary e poi io». «Una volta è già troppo», disse Hamilton. «Una volta è già una volta di troppo. Roger, sono sorpreso e deluso dal tuo comportamento. E anche dal tuo, Kip». «Però vede», disse la donna, «stasera qualcuno mente o non dice tutto quello che sa, perché il fatto è che la bici non si trova più». I ragazzi più grandi, intanto, scherzavano e ridevano con quello che stava ancora parlando al telefono. «Noi non lo sappiamo dov’è la bici, signora Miller», disse il ragazzino di nome Kip. «Glielo abbiamo detto e ripetuto. L’ultima volta che l’abbiamo vista è stato quando io e Roger l’abbiamo riportata a casa mia da scuola. Cioè, quella è stata la penultima volta. L’ultimissima è stata quando l’ho riportata qui la mattina dopo e l’ho appoggiata dietro casa». Kip scosse la testa. «Non lo sappiamo che fine ha fatto poi». «Sessanta dollari», il ragazzino di nome Gilbert disse a quello di nome Kip. «Me li potete ridare un po’ alla volta, tipo cinque dollari a settimana». 26


«Gilbert, te lo dico per l’ultima volta», disse la donna. «Vede, secondo loro», riprese la donna, accigliata, «la bici è sparita da qui, da dietro la casa. Ma come si fa a credergli quando non è che siano stati del tutto sinceri finora?» «Abbiamo detto la verità», disse Roger. «Tutta la verità». Gilbert si appoggiò allo schienale della sedia e scosse la testa in direzione del figlio di Hamilton. Suonò il campanello e il ragazzo seduto sul ripiano del lavello saltò giù e andò in soggiorno ad aprire. Un uomo con i capelli a spazzola, le spalle rigide e occhi grigi e taglienti entrò in cucina senza dire una parola. Lanciò uno sguardo alla donna e prese posizione alle spalle di Gary Berman. «Lei deve essere il signor Berman», disse la donna. «Felice di conoscerla. Io sono la madre di Gilbert e questo è il signor Hamilton, il padre di Roger». L’uomo piegò leggermente la testa verso Hamilton, ma non gli tese la mano. «Che cos’è questa storia?», Berman chiese al figlio. I ragazzini intorno al tavolo cominciarono a parlare tutti insieme. «Silenzio!», disse Berman. «Sto parlando con Gary. Arriverà anche il vostro turno». Gary cominciò a raccontare la sua versione della storia. Il padre lo ascoltava attentamente, stringendo ogni tanto gli occhi per osservare meglio gli altri due ragazzini. Appena Gary Berman ebbe finito, la donna disse: «Vorrei arrivare in fondo a questa faccenda. Sia ben chiaro, signor Berman, signor Hamilton, non è che io accusi uno di loro in particolare... Voglio solo chiarire questa storia fino in fondo». Intanto non staccava lo sguardo da Roger e da Kip che continuavano a scuotere la testa verso Gary Berman. «Non è vero, Gary», disse Roger. «Papà, posso parlarti un momento da solo?», chiese Gary Berman. «Andiamo di là», rispose il padre e andarono in soggiorno. Hamilton li guardò uscire dalla cucina. Aveva la sensazione che avrebbe dovuto fermarli e non permettergli di parlarsi in segreto. Si sentiva le mani sudate e se ne portò una al taschino come per prendersi una sigaretta. Poi, tirando un profondo respiro, si passò il dorso della mano sotto il naso e disse: «Roger, ne sai

27


qualcosa di più di questa storia, oltre a quello che hai già detto? Sai dov’è la bicicletta di Gilbert?» «No, non lo so», disse il figlio. «Lo giuro». «Quando è stata l’ultima volta che hai visto la bicicletta?» «Quando l’abbiamo riportata dalla scuola e l’abbiamo lasciata a casa di Kip». «Kip», disse Hamilton, «lo sai che fine ha fatto la bicicletta di Gilbert?» «Giuro che non lo so nemmeno io», rispose il ragazzo. «La mattina dopo l’ho riportata qui e l’ho parcheggiata dietro al garage». «Mi pareva che prima avessi detto d’averla lasciata dietro casa», s’affrettò a dire la donna. «Sì, voglio dire la casa! Volevo dire la casa», disse il ragazzo. «Non è che sei venuto qui un altro giorno per farci un altro giretto?», disse lei, sporgendosi in avanti. «No», rispose Kip. «Kip?», disse la donna. «Ho detto di no! Non so dove sta!», urlò il ragazzo. La donna si strinse nelle spalle. «Come si fa a decidere a chi o a che cosa credere?», disse a Hamilton. «L’unica cosa certa è che Gilbert è rimasto senza bicicletta».

Gary Berman e il padre tornarono in cucina. «L’idea di farla rotolare è stata di Roger», disse Gary. «No, è stata tua!», disse Roger, scendendo dalla sedia. «Sei tu che volevi farlo! E poi la volevi anche portare giù al frutteto e smontarla tutta!» «Zitto tu!», Berman disse a Roger. «Parla solo quando ti viene richiesto, giovanotto, non prima. Gary, adesso ci penso io... Essere trascinato qui di sera per colpa di un paio di teppistelli! Allora, se uno di voi due», disse Berman, guardando prima Kip e poi Roger, «sa dov’è la bicicletta di questo ragazzino, farebbe bene a cominciare a dirlo». «Un momento, secondo me, lei sta sbagliando strada», disse Hamilton. «Che cosa?», disse Berman, aggrottando la fronte. «E secondo me, lei farebbe bene a farsi gli affari suoi!»

28


«Roger, andiamocene», disse Hamilton, alzandosi. «Kip, o vieni con me o rimani qua». Si rivolse quindi alla donna. «Non so che cos’altro potremmo fare stasera. Ho intenzione di discutere ancora di questa faccenda con Roger, ma se è questione di risarcire il danno, secondo me, siccome Roger ha contribuito a rovinare la bici, può pagare un terzo della somma, se è il caso». «Non so cosa dire», rispose la donna, seguendo Hamilton nel soggiorno. «Ne parlerò con il padre di Gilbert - in questo momento è fuori città. Vedremo. Probabilmente, alla fine non si arriverà da nessuna parte; comunque ne parlerò con suo padre». Sulla soglia, Hamilton si spostò di lato in modo che i ragazzi potessero uscire sulla veranda prima di lui e alle sue spalle sentì che Gary Berman stava dicendo: «Papà, Roger mi ha chiamato stronzo». «Ah sì, davvero?», Hamilton sentì dire da Berman. «Be’, lo stronzo è lui. Ci ha pure la faccia da stronzo». Hamilton si voltò e disse: «Sono proprio convinto che stasera lei stia sbagliando di grosso, signor Berman. Cerchi di darsi una controllata». «E io le ripeto che lei non dovrebbe impicciarsi tanto!», rispose Berman. «Torna a casa, Roger», disse Hamilton, bagnandosi le labbra. «Dico sul serio. Comincia ad andare!» Roger e Kip uscirono sul marciapiedi. Hamilton rimase sulla soglia a guardare Berman che stava attraversando il soggiorno con il figlio. «Signor Hamilton», cominciò a dire la donna in tono un po’ nervoso, ma poi non finì la frase. «Che cosa vuole?», gli disse Berman. «Stia attento e si tolga dai piedi». Berman urtò la spalla di Hamilton che fu spinto giù dalla veranda e andò a finire in un cespuglio secco e spinoso. Non riusciva a credere che stesse succedendo davvero. Si districò dal cespuglio e s’avventò sull’uomo che ora era sulla veranda. Caddero pesantemente sul prato. Si rotolarono sull’erba, con Hamilton che, lottando, riuscì a mettere Berman con le spalle a terra e a buttarglisi sopra con forza fino a inchiodargli i bicipiti con le ginocchia. Poi lo prese per il bavero e cominciò a sbattergli la testa sull’erba mentre la donna gridava: «Dio santo, fermateli! Per l’amor di Dio, qualcuno chiami la polizia!» Hamilton si fermò. Berman lo guardò e disse: «Mi lasci». 29


«Vi siete fatti male?», la donna chiese ai due uomini che si stavano separando. «Per l’amor di Dio», ripeté. Li guardò mentre, a qualche passo di distanza l’uno dall’altro e dandosi le spalle, cercavano di riprender fiato. I ragazzi più grandi s’erano accalcati sulla veranda per osservare la scena; ora che era finita restavano in attesa e anche loro guardavano i due, poi cominciarono a scambiarsi pugni su braccia e fianchi e a schivarli, così, per gioco. «Voialtri rientrate subito in casa», disse la donna. «Non avrei mai immaginato di dover assistere a una scena del genere», aggiunse poi, mettendosi una mano sul petto. Hamilton era tutto sudato e sentì i polmoni bruciargli quando cercò di tirare un respiro profondo. Aveva un groppo in gola e per un po’ non riuscì a deglutire. Cominciò a camminare, con suo figlio da una parte e il ragazzino di nome Kip dall’altra. Sentì porte che sbattevano e una macchina messa in moto. I fari lo inondarono di luce mentre camminava. Roger ebbe una specie di singulto e Hamilton gli mise una mano sulla spalla. «Devo proprio andare a casa», disse Kip, scoppiando a piangere. «Mio padre mi starà già cercando», e corse via.

«Mi dispiace», disse Hamilton. «Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a una cosa del genere», Hamilton disse al figlio. Continuarono a camminare e quando arrivarono vicino casa, gli tolse il braccio dalla spalla. «E se avesse tirato fuori un coltello, papà? o un bastone?» «Non avrebbe mai fatto niente del genere», disse Hamilton. «Ma se lo avesse fatto?», domandò il figlio. «È difficile dire che cosa farà la gente quando s’arrabbia», rispose Hamilton. Imboccarono il vialetto di casa. Il cuore di Hamilton ebbe un sobbalzo appena vide le finestre illuminate. «Mi fai sentire i muscoli?», gli disse il figlio. «Non è il momento», disse Hamilton. «Tu vai dentro, cena e sbrigati ad andare a letto. Di’ a tua madre che sto bene e che me ne starò seduto qui sotto la veranda per qualche minuto».

30


Il ragazzino esitò, spostando il peso da un piede all’altro e guardando il padre, poi entrò di corsa in casa chiamando «Mamma! Mamma!»

Hamilton si sedette sul pavimento della veranda con la schiena appoggiata alla parete del garage e allungò le gambe. Il sudore gli si era asciugato sulla fronte. Sotto i vestiti si sentiva ancora la pelle appiccicosa. Una volta aveva visto suo padre - un uomo pallido, con le spalle curve, che parlava lentamente - in una situazione del genere. Era stata una brutta rissa ed entrambi gli uomini s’erano fatti male. Era successo in un bar. L’altro tizio era un bracciante. Hamilton aveva voluto molto bene a suo padre e si ricordava un sacco di cose sul suo conto. Ma adesso l’unica scazzottata del padre sembrava la sola cosa di lui degna d’essere ricordata. Era ancora seduto lì quando sua moglie venne fuori. «Dio santo», disse lei prendendogli la testa tra le mani. «Vieni dentro, fatti una doccia e poi mangia un boccone e raccontami com’è andata. La cena è ancora in caldo. Roger è andato a letto». Ma proprio allora sentì la voce del figlio che lo chiamava. «È ancora sveglio», disse lei. «Vado su e riscendo subito», disse Hamilton. «Poi magari dovremmo bere qualcosa». Lei scosse la testa. «Ancora non riesco a crederci». Hamilton entrò nella stanza del ragazzo e si sedette ai piedi del letto. «È abbastanza tardi e sei ancora sveglio, perciò ti do solo la buonanotte», disse Hamilton. «Buonanotte», rispose il ragazzo, con le mani dietro la nuca e i gomiti in aria. S’era infilato il pigiama ed emanava un odore caldo e fresco insieme, che Hamilton inalò profondamente. Carezzò il corpo del figlio da sopra le coperte. «Cerca di darti una calmata d’ora in poi, capito? Sta’ alla larga da quella parte del quartiere e non mi far più sentire storie di biciclette o qualsiasi altro oggetto personale rovinati. Chiaro?», disse Hamilton. Il ragazzo annuì. Tolse le mani da dietro la nuca e cominciò a stuzzicare la coperta con le dita. 31


«Bene, allora», disse Hamilton. «Ti do la buonanotte». Fece per baciare il figlio, ma Roger cominciò a parlare. «Papà? Anche nonno era forte come te? Cioè, quando aveva la tua età, sai, e tu...» «E io avevo nove anni? È questo che vuoi dire? Sì, mi sa che era forte». «Certe volte non me lo ricordo quasi più», disse il ragazzo. «Non è che voglio dimenticarlo, davvero no, sai? Capisci che voglio dire, papà?» Siccome Hamilton non rispose subito, il ragazzo continuò a parlare. «Quando eri giovane, era come è tra noi due? Gli volevi più bene di me? O come me?», chiese bruscamente il ragazzo. Mosse i piedi sotto le coperte e distolse lo sguardo dal padre. Siccome Hamilton ancora non rispondeva, il ragazzo disse: «Nonno fumava? Mi pare di ricordare una pipa o qualcosa del genere». «S’è messo a fumare la pipa prima di morire, è vero», disse Hamilton. «Tanto tempo fa fumava sigarette, ma poi si deprimeva per qualcosa e smetteva. Poi cambiava marca e ricominciava. Adesso ti faccio sentire una cosa», disse Hamilton. «Odorami un po’ il dorso della mano». Il ragazzo gli prese la mano tra le sue, l’annusò e disse: «Mi sa che non sento niente, papà. Che c’è?» Hamilton si annusò la mano e le dita. «Adesso non sento più niente neanch’io», disse. «Prima c’era qualcosa e adesso non c’è più». Magari è stato lo spavento a cancellarlo dalla mia pelle, pensò. «Niente, volevo solo farti sentire una cosa. Coraggio, adesso s’è fatto tardi. Faresti meglio a dormire», disse Hamilton. Il ragazzo si girò su un fianco e guardò il padre allontanarsi e mettere la mano sull’interruttore. Poi disse: «Papà? Penserai che sono proprio matto, ma vorrei tanto averti conosciuto quando eri piccolo, cioè quando avevi suppergiù la mia età di ora. Non so spiegartelo, ma mi manca tanto. È come se... come se sentissi già la tua mancanza quando ci penso adesso. Sono proprio matto, vero? Ad ogni modo, lascia la porta aperta, per favore». Hamilton lasciò la porta aperta, ma poi ci ripensò e la socchiuse.

32


La moglie dello studente

Le aveva letto Rilke, un poeta che gli piaceva, e lei s’era addormentata con la testa sul suo cuscino. Gli piaceva leggere a voce alta, e leggeva bene - con voce sonora e sicura, ora con un tono basso e cupo, ora crescente, ora penetrante. Non staccava mai gli occhi dalla pagina che stava leggendo e faceva pause solo per allungare la mano verso il comodino e prendersi una sigaretta. La sua voce ricca l’aveva spinta in un sogno di carovane in partenza da città circondate da mura e uomini barbuti avvolti in ampie vesti. Lei l’aveva ascoltato per qualche minuto, poi aveva chiuso gli occhi e si era lasciata andare. Lui aveva continuato a leggere a voce alta. I bambini dormivano ormai da ore e fuori di tanto in tanto una macchina sgommava sull’asfalto bagnato. Dopo un po’ mise giù il libro e si rigirò nel letto per spegnere la luce del comodino. Lei all’improvviso aprì gli occhi, come spaventata, e sbatté le palpebre due o tre volte. A lui parvero stranamente scure e carnose, quelle palpebre, a vederle aprirsi e chiudere rapidamente su uno sguardo fisso, vitreo. Si mise a osservarla attentamente. «Stai sognando?» Lei annuì, tirò su una mano e con le dita si toccò i bigodini di plastica che aveva su entrambi i lati della testa. Domani era venerdì, il suo turno per badare ai bambini dai quattro ai sette anni degli appartamenti Woodlawn. Lui continuò a osservarla, appoggiato su un gomito, cercando allo stesso tempo di spianare la coperta con l’altra mano. Aveva la pelle del volto liscia e morbida sugli zigomi pronunciati; quegli zigomi, insisteva ogni tanto con gli amici, li aveva ereditati dal padre, che per un quarto era un Nez Percé. Poi: «Mike, preparami un tramezzino con qualcosa dentro. Magari, il pane imburrato e salato con una foglia di lattuga in mezzo». Lui non si mosse e non disse niente perché voleva dormire. Ma quando aprì gli occhi lei era ancora sveglia e lo guardava. «Cos’è, non riesci ad addormentarti, Nan?», disse lui in tono solenne. «È tardi». «Prima vorrei mangiare qualcosa», disse lei. «Non so perché ma mi fanno male le gambe e le braccia, e ho fame». 33


Lui si rotolò sul letto per alzarsi, borbottando in modo esagerato. Le preparò il tramezzino e glielo portò su un piattino. Lei si era tirata su a sedere e, mentre lui entrava in camera, le sistemava un cuscino dietro la schiena e le porgeva il piattino, gli sorrideva. Gli venne in mente che lei sembrava una paziente d’ospedale con la camicia da notte bianca che portava. «Che sogno buffo ho fatto». «Che ti sei sognata?», le chiese, rinfilandosi nel letto e girandosi dall’altra parte. Rimase in attesa, fissando il comodino. Poi, pian piano, chiuse gli occhi. «Davvero vuoi che te lo racconti?», disse lei. «Certo», disse lui. Lei si sistemò più comoda, appoggiandosi al cuscino e si tolse una briciola dal labbro. «Be’, sembrava uno di quei sogni che non finiscono mai, sai, quelli con tante storie dentro, ma ora non ricordo bene tutto. Era ancora ben chiaro appena mi sono svegliata, ma adesso comincia a dissolversi un po’ tutto. Quanto tempo ho dormito, Mike? Non importa poi molto, ormai, mi sa. Comunque, era come se stessimo passando la notte da qualche parte. Non so che fine avessero fatto i bambini, ma eravamo solo noi due in un alberghetto o qualcosa del genere. Era su un lago che non conoscevamo. C’era anche un’altra coppia, più anziana, volevano portarci a fare un giro sul loro motoscafo». Rise, al ricordo, piegandosi un po’ in avanti. «Poi eravamo giù al molo dove era attraccato il motoscafo. Solo che poi si è scoperto che sulla barca c’era un solo sedile, una specie di panca sul davanti, e c’entravano solo tre persone. Allora noi due ci siamo messi a discutere su chi dovesse sacrificarsi e accovacciarsi sul fondo della barca. Tu dicevi che l’avresti fatto tu e invece io insistevo che toccava a me. Però alla fine sono riuscita a stringermi in fondo alla barca. Era così stretto che mi facevano male le gambe e avevo anche paura che l’acqua sarebbe entrata da sopra i bordi. E poi mi sono svegliata». «Caspita, che sogno!», riuscì a dire lui mentre, assonnato, si rendeva vagamente conto che avrebbe dovuto aggiungere qualcosa. «Te la ricordi Bonnie Travis? La moglie di Fred Travis? Lei diceva sempre che sognava a colori».

34


Lei guardò il tramezzino che aveva tra le mani e ne staccò un morso. Dopo che l’ebbe inghiottito, si passò la lingua sui denti tenendo le labbra serrate e si appoggiò il piattino sulle gambe per rigirarsi e sprimacciare il cuscino. Poi, con un sorriso, tornò ad appoggiarsi al cuscino. «Te la ricordi quella volta che ci siamo fermati una notte sul fiume Tilton, Mike? Quando la mattina dopo hai preso quel pesce enorme?». Gli poggiò una mano sulla spalla. «Te la ricordi, eh?», disse. Lei se la ricordava benissimo. Dopo che per tanti anni non ci aveva praticamente pensato più, da un po’ di tempo quel ricordo era cominciato a riaffiorare con insistenza. Era stato un mese o due dopo che si erano sposati e avevano deciso di passare il fine settimana fuori. Quella sera si erano seduti accanto a un piccolo falò, con un cocomero in fresco nelle acque gelide del fiume, e lei aveva cotto carne in scatola, uova e fagioli per cena e frittelle, ancora carne in scatola e uova per la prima colazione il giorno dopo, nella stessa padella annerita. Era riuscita a bruciare la padella in entrambe le occasioni, mentre l’acqua del caffè, invece, non bolliva mai, eppure era stata una delle volte in cui si erano divertiti di più. Si ricordava che anche quella notte lui le aveva letto poesie ad alta voce: Elizabeth Browning e alcuni passi del Rubàiyát. Si erano messi addosso tante di quelle coperte che quasi lei non riusciva a spostare i piedi sotto tutto quel peso. Il giorno dopo lui aveva preso all’amo una grossa trota e la gente si fermava con la macchina sulla strada dall’altra parte del fiume per guardarlo mentre lottava per tirarla fuori dall’acqua. «Be’, te la ricordi o no?», disse dandogli dei colpetti sulla spalla. «Mike?» «Certo che me la ricordo», disse lui. Si spostò un po’ su un fianco e riaprì gli occhi. Però gli pareva di non ricordarsela mica tanto bene. Quello che si ricordava bene erano capelli pettinati con cura e un sacco di idee altisonanti e mezzo elaborate sulla vita e sull’arte e quelle non voleva certo ricordarsele. «È passato tanto tempo, Nan», disse. «Avevamo appena finito il liceo. Tu non avevi ancora cominciato l’università», disse lei. Lui rimase un po’ in attesa, poi si sollevò su un gomito e si voltò per guardarla al disopra della spalla. «L’hai finito o no quel tramezzino, Nan?» Lei era ancora seduta in mezzo al letto. Annuì e gli porse il piattino. 35


«Adesso spengo la luce», disse lui. «Se vuoi», disse lei. Allora lui si rimise giù e stese un piede fino a toccare quelli di lei. Rimase fermo qualche secondo cercando di rilassarsi. «Mike, che fai? Non starai mica dormendo?» «No», rispose lui. «Figurati!» «Be’, cerca di non addormentarti prima di me», disse lei. «Non mi va di stare sveglia da sola». Lui non rispose, ma si spostò nella sua parte di letto per avvicinarsi un po’ a lei. Quando lei gli mise un braccio sopra e gli piantò l’altra mano in mezzo al petto, lui le prese le dita e gliele strinse con delicatezza. Ma dopo qualche istante lasciò che la mano gli scivolasse sul letto e tirò un gran sospiro. «Mike? Tesoro? Vorrei tanto che mi massaggiassi un po’ le gambe. Mi fanno male», disse lei. «Oddio», sussurrò lui. «Ormai m’ero addormentato». «Be’, vorrei tanto che mi massaggiassi le gambe e mi parlassi un po’. Mi fanno male anche le spalle. Però le gambe di più». Lui si voltò e prese a massaggiarle le gambe, poi si riaddormentò con la mano ancora sull’anca della moglie. «Mike?» «Che c’è, Nan? Dimmi, cos’è che hai?» «Vorrei tanto che mi massaggiassi dappertutto», rispose lei, voltandosi sulla schiena. «Stasera mi fanno male sia le gambe che le braccia». Sollevò le ginocchia creando una torre con le coperte. Lui aprì per un attimo gli occhi al buio e poi li richiuse subito. «Dolori di crescita, eh?» «Oddio, proprio così», disse lei, agitando le dita dei piedi, felice di averlo riscosso dal torpore. «Quando avevo dieci o undici anni avevo la stessa statura che ho ora. Avresti dovuto vedermi! A quei tempi crescevo così in fretta che le braccia e le gambe mi facevano sempre male. E a te no?» «A me no, cosa?» «A te non capitava di sentirti crescere?» «Non che io ricordi», disse lui.

36


Alla fine si sollevò su un gomito, accese un fiammifero e guardò la sveglia. Si girò il cuscino sul lato più fresco e si ridistese. Lei disse: «Tu dormi già, Mike. Vorrei tanto che ti andasse di parlare». «E va bene», disse lui, senza muoversi. «Ti prego, abbracciami e fammi addormentare. Non riesco ad addormentarmi», disse lei. Lui si voltò, le mise un braccio sopra la spalla e lei si voltò dall’altra parte, verso la parete. «Mike?» Lui le diede un colpetto con la punta del piede. «Perché non mi dici tutte le cose che ti piacciono e quelle che non ti piacciono?» «Non me ne viene in mente nessuna in questo momento», disse lui. «Dimmele tu, se ti va», disse lui. «Se poi tu prometti che mi dici le tue. Prometti?» Di nuovo rispose dandole un colpetto con la punta del piede. «Be’...», disse lei, rigirandosi compiaciuta sulla schiena. «Mi piace mangiare roba buona, bistecche e patate rosolate, cose del genere. Mi piace leggere libri e riviste, viaggiare in treno di notte e quelle volte che ho viaggiato in aereo». Fece una pausa. «Naturalmente non sto elencando le cose in ordine di preferenza. Dovrei pensarci meglio per elencarle in ordine di preferenza. Però mi piace, viaggiare in aereo. C’è un momento quando ci si stacca da terra che si ha la sensazione che qualsiasi cosa succeda, va tutto bene». Gli passò una gamba sopra la caviglia. «Mi piace stare alzata fino a notte alta e poi restare a letto fino a tardi il giorno dopo. Vorrei tanto potessimo farlo sempre, invece che una volta ogni tanto. E poi mi piace il sesso. Mi piace essere toccata di tanto in tanto quando non me l’aspetto. Mi piace andare al cinema e farmi una birra con le amiche dopo. Mi piace avere amiche. Janice Hendricks mi piace un sacco. Mi piacerebbe andare a ballare almeno una volta a settimana. E avere sempre dei bei vestiti. Mi piacerebbe poter comprare bei vestiti anche per i bambini ogni volta che gli servono, senza dover aspettare. Per esempio Laurie ha bisogno di un vestito nuovo adesso per Pasqua. E mi piacerebbe comprare a Gary un completino o 37


qualcosa del genere. Ormai è grandicello. Vorrei che anche tu avessi un completo nuovo. Anzi, tu ne hai veramente più bisogno di Gary. E mi piacerebbe che avessimo una casa tutta nostra. Vorrei piantarla di traslocare ogni uno o due anni. Ma soprattutto vorrei tanto che noi due potessimo vivere una buona vita, onesta, senza doverci sempre preoccupare dei conti, dei soldi e roba del genere. Ma tu dormi», disse. «No che non dormo», disse lui. «Non riesco a pensare ad altre cose. Ora tocca a te. Dimmi che cosa piacerebbe a te». «Non so. Un sacco di cose», bofonchiò lui. «Be’, dimmele. Si fa tanto per parlare, no?» «Vorrei tanto che mi lasciassi in pace, Nan». Si rigirò dalla sua parte e lasciò penzolare il braccio oltre il bordo. Anche lei si girò e si strinse a lui. «Mike?» «Gesù», disse lui. Poi: «E va bene, fammi sgranchire un attimo le gambe, così mi sveglio un po’». Dopo qualche secondo lei disse: «Mike? Dormi?» Lo scosse delicatamente per la spalla. Ma senza alcuna reazione. Rimase per un po’ raggomitolata contro il suo corpo, cercando di addormentarsi. All’inizio restò in silenzio, senza muoversi, schiacciata addosso a lui, respirando piano piano, a intervalli regolari. Ma non riuscì ad addormentarsi. Cercò di non ascoltare il respiro di lui, ma ben presto cominciò a procurarle disagio. Quando respirava, c’era come un rumore che proveniva dal naso di Mike. Lei tentò di regolare il proprio respiro in modo da espirare e inspirare allo stesso ritmo di lui. Ma era inutile. Quel rumorino nasale rendeva tutto inutile. E poi c’era come uno squittio impacciato che gli veniva dal petto. Si girò di nuovo e spinse il sedere contro quello del marito, allungò un braccio fino all’orlo del letto e con molta cautela sfiorò la parete fredda con la punta delle dita. Le coperte s’erano sfilate in fondo al letto e avvertiva una specie di spiffero ogni volta che muoveva le gambe. Sentì due persone salire le scale fino all’appartamento accanto. Qualcuno scoppiò in una risata profonda, di gola, prima di aprire la porta. Poi sentì una sedia trascinata sul pavimento. Si girò di nuovo. Dall’appartamento accanto si sentì il rumore dello sciacquone, due volte. Tornò a rigirarsi, stavolta 38


sulla schiena, e cercò di rilassarsi. Ricordava d’aver letto su una rivista che se tutte le ossa, i muscoli e le giunture del corpo si fossero riusciti a rilassare perfettamente e tutti insieme, il sonno sarebbe quasi certamente arrivato. Fece un respiro profondo, chiuse gli occhi e rimase perfettamente immobile, con le braccia distese lungo i fianchi. Cercò di rilassarsi. Tentò d’immaginare le proprie gambe sospese, immerse in una sostanza soffice, una specie di velo impalpabile. Si girò sulla pancia. Chiuse di nuovo gli occhi, poi li riaprì. Pensò alle sue dita chiuse sul lenzuolo poco distanti dalle labbra. Alzò un dito e poi lo riabbassò sul lenzuolo. Si toccò con il pollice la fede che portava all’anulare. Si girò ancora una volta, prima su un fianco e poi di nuovo sulla schiena. Tutto a un tratto cominciò a provare paura e in un momento di desiderio irrazionale si mise a pregare perché s’addormentasse. O Signore, ti prego, fammi addormentare. Cercò di addormentarsi. «Mike», sussurrò. Non ebbe risposta. Sentì che uno dei bambini, nella stanza accanto, si stava rigirando nel letto e lo sentì urtare contro la parete. Si mise in ascolto sempre più intensamente ma non ci furono altri rumori. Si portò la mano sotto il seno sinistro e sentì il battito del cuore balzarle contro le dita. Si voltò sulla pancia e cominciò a piangere, con la testa leggermente staccata dal cuscino, la bocca premuta contro il lenzuolo. Pianse. E alla fine scese dal letto passando per il fondo. In bagno si lavò le mani e la faccia. Si lavò i denti, osservando il proprio volto allo specchio. Passò in soggiorno e alzò il riscaldamento. Quindi si sedette al tavolo della cucina, tirando su i piedi in modo che fossero coperti dalla camicia da notte. Pianse ancora una volta. Si accese una sigaretta dal pacchetto sul tavolo. Dopo un po’ tornò in camera da letto a prendersi la vestaglia. Andò a controllare i bambini. Rimboccò le coperte sopra le spalle del maschio. Tornò in soggiorno e si sedette nella grande poltrona. Sfogliò una rivista, cercando di leggere qualcosa. Diede un’occhiata alle foto e tentò di leggere ancora. Di tanto in tanto fuori passava una macchina e lei alzava gli occhi dalla rivista. Mentre ogni macchina passava, restava in attesa, in ascolto. E poi riabbassava lo sguardo sulla rivista. Il portariviste accanto alla poltrona era stracolmo. Le sfogliò tutte. 39


Quando fuori cominciò a farsi chiaro, si alzò. Andò alla finestra. Il cielo limpido verso le colline si stava facendo sempre più bianco. Gli alberi e la fila di case a due piani dall’altra parte della strada iniziarono a prendere forma sotto il suo sguardo. Il cielo si faceva sempre più chiaro e la luce si espandeva rapidamente da dietro le colline. A parte le volte che era dovuta restare sveglia con uno o l’altro dei figli (che comunque non contavano perché non s’era mai messa a guardare fuori, ma s’era affrettata a tornare in camera da letto o in cucina) aveva osservato pochissime albe in vita sua e solo quando era ancora piccola. Però sapeva che nessuna di quelle era mai stata come questa. Né nei film che aveva visto o nei libri che aveva letto s’era mai resa conto che l’alba potesse essere tanto terribile come questa. Rimase in attesa e poi andò alla porta, girò la maniglia e uscì sulla veranda. Si strinse la vestaglia alla gola. L’aria era umida e fredda. Gradualmente tutte le cose stavano diventando molto visibili. Lasciò che gli occhi assorbissero tutto finché non si fissarono sulla luce intermittente rossa in cima all’antenna radio sulla vetta della collina di fronte.

Riattraversò l’appartamento in penombra e tornò in camera da letto. Lui se ne stava tutto aggrovigliato al centro del letto, con le coperte ammucchiate sulle spalle, la testa mezza sepolta sotto un cuscino. Aveva un’aria disperata, immerso com’era in quel sonno profondo, le braccia gettate sopra la parte del letto dove avrebbe dovuto essere lei, le mascelle serrate. Mentre lo guardava, la stanza si fece sempre più chiara e le lenzuola pallide sbiancarono in modo quasi osceno sotto i suoi occhi. S’inumidì le labbra con uno schiocco e cadde in ginocchio. Appoggiò le mani sopra il letto. «O Dio», disse. «Dio mio, per favore, aiutaci tu!»

40


Loro non sono mica tuo marito

Earl Ober faceva il rappresentante di commercio: aveva appena lasciato un lavoro e ne stava cercando un altro. Però sua moglie Doreen aveva trovato un posto di cameriera nel turno di notte di una tavola calda di periferia aperta ventiquattr’ore su ventiquattro. Una sera che se ne stava andando in giro a bere, Earl decise di fare un salto in quel locale per mangiare un boccone. Voleva vedere dove lavorava Doreen e provare magari a scroccare qualche cosa. Si sedette al bancone e si mise a esaminare il menù. «Che ci fai tu qui?», gli chiese Doreen appena lo vide seduto lì. Si voltò per passare un’ordinazione in cucina. «Che cosa vuoi ordinare, Earl?», disse poi. «Tutto bene a casa, i ragazzi?» «Tutto bene», rispose Earl. «Dunque, vorrei del caffè e uno di quei panini del Numero Due». Doreen prese nota sul suo blocchetto. «C’è mica modo di... hai capito?», le disse, strizzando l’occhio. «No», disse lei. «Non mi parlare. Ho da fare». Earl sorseggiò il caffè e aspettò il panino. Due tizi in completo grigio, ma con la cravatta allentata e il colletto della camicia aperto, si sedettero accanto a lui e ordinarono un caffè. Appena Doreen si allontanò da loro con il bricco del caffè, uno dei tizi disse all’altro: «Guarda che culo ha quella. Da non crederci». L’altro rise. «Ne ho visti di meglio», disse. «Appunto, dico», disse il primo. «Ma a qualche buffone, la fica piace grassa». «Be’, a me no». «Nemmeno a me», disse il primo. «Appunto, dico». Doreen mise il panino davanti a Earl. Era contornato da patatine fritte, insalata di verza in maionese, cetriolini. «Vuoi qualcos’altro?», gli chiese. «Un bicchiere di latte?» Lui non rispose. Quando vide che lei era ancora lì davanti, scosse la testa. «Ti porto un altro caffè», disse lei. Tornò poco dopo con il bricco e versò caffè per lui e per i due tizi. Quindi prese una scodellina e si voltò per riempirla di gelato. 41


Si abbassò sul contenitore per immergervi la spatola e tirarne fuori il gelato. La gonna bianca le si tese sui fianchi e le scoprì il dietro delle gambe, mettendo in mostra un reggicalze rosa, cosce rugose, grigiastre e un po’ pelose e una rete di vene che s’irradiava all’impazzata. I due tizi seduti accanto a Earl si scambiarono un’occhiata. Uno di loro sollevò le sopracciglia. L’altro fece un ghigno e si portò la tazza alla bocca senza staccare gli occhi di dosso a Doreen che intanto guarniva il gelato con del cioccolato fuso. Quando cominciò ad agitare lo spray della panna montata, Earl si alzò lasciando il cibo nel piatto e andò verso la porta. La sentì che lo chiamava, ma tirò dritto.

Andò a dare un’occhiata ai ragazzi che dormivano, poi andò a spogliarsi in camera da letto. Tirò su le coperte, chiuse gli occhi e si lasciò andare a pensare. La sensazione gli si sparse prima sul viso e poi gli scese giù verso lo stomaco e le gambe. Aprì gli occhi e si mise ad agitare la testa avanti e indietro sul cuscino. Quindi si girò su un fianco e s’addormentò. La mattina, dopo aver mandato i figli a scuola, Doreen entrò nella camera da letto e tirò su le tapparelle. Earl era già sveglio. «Guardati un po’ allo specchio», le disse. «Che c’è?», disse lei. «Che vuoi dire?» «Ho solo detto di guardarti un po’ allo specchio», disse lui. «Cos’è che dovrei vedere?», disse lei. Però si guardò lo stesso nello specchio sopra il comò e si spostò i capelli dietro le spalle. «Allora?», disse Earl. «Allora cosa?» «Lo sai che detesto dire certe cose», disse Earl, «ma secondo me faresti bene a pensare di metterti un po’ a dieta. Sul serio. Secondo me, ti farebbe bene perdere qualche chilo. Senza offesa». «Ma che dici?» «Quello che ho detto. Secondo me, ti farebbe bene perdere qualche chilo. Mica tanti». «Non ne hai mai parlato prima», disse. Si alzò la camicia da notte fino alla vita e si esaminò i fianchi e la pancia allo specchio.

42


«Be’, prima non mi era sembrato un problema», disse, cercando di scegliere attentamente le parole. Con la camicia da notte ancora raccolta attorno alla vita, Doreen si voltò e si guardò la schiena allo specchio. Si tirò su una natica con la mano e poi la lasciò ricadere. Earl chiuse gli occhi. «Magari mi sbaglio», disse. «No, mi sa che farei bene a perdere un po’ di peso. Ma sarà dura», disse lei. «In questo hai ragione: sarà dura», disse Earl. «Però ti do una mano io». «Forse hai ragione», disse lei. Lasciò ricadere la camicia da notte, lo guardò e poi se la tolse del tutto. Si misero a parlare di diete. Parlarono di diete proteiche, di diete vegetariane, della dieta del succo di pompelmo. Ma decisero che non si potevano permettere di comprare le bistecche richieste dalle diete proteiche. E Doreen disse che non è che le andasse molto di mangiare solo verdure. E dato che il succo di pompelmo non le piaceva, non vedeva come potesse fare neanche quella dieta. «E va bene, allora lascia perdere», concluse lui. «No, hai ragione», disse lei. «Qualcosa farò». «Che ne dici di un po’ di ginnastica?», disse Earl. «Già ne faccio abbastanza di ginnastica, giù al locale», disse lei. «E allora smetti di mangiare», disse Earl, «almeno per qualche giorno». «E va bene», disse lei. «Ci proverò. Proviamo un po’ per qualche giorno. M’hai convinto». «Non per niente è il mio mestiere», disse Earl.

Calcolò il saldo del loro conto in banca, poi andò in macchina a un grande magazzino a comprare una bilancia. Squadrò bene la commessa che gli batteva lo scontrino. A casa, fece spogliare Doreen e la fece salire sulla bilancia. Arricciò un po’ il naso nel vedere le vene varicose. Con la punta del dito ne seguì una che s’irradiava lungo tutta la coscia. «Ma che fai?», chiese lei. «Niente», rispose lui. Guardò il quadrante della bilancia e scrisse il peso su un pezzo di carta. 43


«Va bene», disse Earl. «Va benissimo». Il giorno dopo rimase fuori tutto il pomeriggio per un colloquio di lavoro. Il principale, un omone che zoppicando gli fece fare il giro del magazzino di componenti idraulici, chiese a Earl se era libero di viaggiare. «Come no? Liberissimo». L’uomo annuì. Earl sorrise.

Sentì il televisore acceso prima di entrare in casa. I ragazzi neanche alzarono la testa mentre attraversava il soggiorno. In cucina, Doreen, già in uniforme, stava mangiando uova strapazzate e pancetta. «Ma che fai?», le chiese Earl. Lei continuò a masticare con le guance gonfie. Poi però sputò tutto in un tovagliolo. «È stato più forte di me», disse lei. «Sei una porca», disse Earl. «Dai, continua a mangiare! Continua pure!» Se ne andò in camera, chiuse la porta e si sdraiò sul letto. Sentiva ancora la televisione a tutto volume. Si mise le mani dietro la nuca e fissò il soffitto. Doreen aprì la porta. «Ci proverò un’altra volta», disse. «Va bene». Due mattine dopo lo chiamò in bagno. «Guarda», gli disse. Earl guardò l’ago della bilancia. Aprì un cassetto e ne tirò fuori il foglio di carta, poi guardò ancora la bilancia, mentre lei sorrideva. «Quasi tre etti», annunciò lei. «È già qualcosa», disse lui, dandole qualche leggera pacca sul fianco.

Leggeva

tutti

i

giorni

gli

annunci

economici.

Passava

all’ufficio

di

collocamento. Ogni tre o quattro giorni prendeva la macchina e andava in giro per colloqui di lavoro; la sera contava le mance della moglie. Lisciava le banconote sul

44


tavolo e sistemava le monete in mucchietti da un dollaro l’uno, ordinati per nichelini, decini e quarti. Ogni mattina la metteva sulla bilancia. In due settimane aveva perso poco più di un chilo e mezzo. «Spizzico», diceva lei. «Sto a digiuno tutto il giorno e poi quando sto al lavoro spizzico un po’ qua e là, ma insomma qualcosa accumulo». Però una settimana dopo era scesa di due chili e mezzo. Due settimane dopo, era a quattro chili e mezzo. I vestiti cominciarono ad andarle larghi. Dovette prelevare dei soldi dall’affitto per pagarsi una nuova uniforme. «La gente comincia a fare dei commenti, al lavoro», disse. «Che tipo di commenti?», chiese Earl. «Per esempio che sono troppo pallida», rispose lei. «Che non sembro più me stessa. Hanno paura che stia perdendo troppo peso». «E che male c’è a perdere peso?», disse lui. «Non gli dar retta. Digli che si facessero i fatti loro. Non sono mica tuo marito, loro. Non devi mica vivere assieme a loro». «Ci devo lavorare assieme, però», disse Doreen. «Giusto», disse Earl. «Ma loro non sono mica tuo marito».

Ogni mattina la seguiva fino in bagno e restava in attesa finché non saliva sulla bilancia. Quindi si inginocchiava con la matita e il foglio di carta. Il foglio si era riempito di date, giorni della settimana e cifre. Leggeva l’indicazione dell’ago della bilancia, consultava il foglio e poi, secondo il caso, annuiva o arricciava le labbra. Ora Doreen passava più tempo a letto. Dopo che i bambini erano andati a scuola, si rimetteva sotto le coperte e anche nel pomeriggio, prima di andare al lavoro, schiacciava lunghi pisolini. Earl le dava una mano con le faccende domestiche, guardava la televisione e la lasciava dormire. Pensava lui alla spesa e ogni tanto andava a fare colloqui di lavoro. Una sera mise a letto i bambini, spense la televisione e decise di andare a bere un po’ in giro. Appena i bar chiusero, andò in macchina fino alla tavola calda. Si sedette al bancone e rimase in attesa. Quando lei lo vide gli chiese: «I ragazzi, tutto a posto?» 45


Earl annuì. Se la prese comoda, prima di ordinare. Continuava a osservare la moglie mentre si spostava su e giù per il bancone. Alla fine si decise a ordinare un cheeseburger. Lei passò l’ordinazione al cuoco e andò a servire un altro cliente. Arrivò l’altra cameriera con il bricco del caffè e riempì la tazza di Earl. «Chi è la tua amica?», le chiese, indicando la moglie con la testa. «Si chiama Doreen», rispose la cameriera. «È cambiata un sacco dall’ultima volta che sono stato qui», disse. «Non saprei», disse la cameriera. Mangiò il cheeseburger e bevve il caffè. I clienti continuavano ad alternarsi al bancone. Li serviva quasi tutti Doreen, anche se ogni tanto anche l’altra cameriera veniva a prendere un’ordinazione. Earl osservava la moglie e ascoltava attentamente ogni commento. Per due volte fu costretto a lasciare il suo punto di osservazione per andare in bagno. Ogni volta si chiese se nel frattempo gli fosse sfuggito qualche cosa. La seconda volta, tornando dal bagno, la sua tazza non c’era più e il suo posto era occupato da un altro. Prese uno sgabello in fondo al bancone, accanto a un signore più anziano che indossava una camicia a strisce. «Cos’altro vuoi?», Doreen gli chiese quando lo vide di nuovo seduto al bancone. «Non dovresti essere a casa?» «Dammi un altro caffè», rispose lui. Il signore accanto a Earl stava leggendo il giornale. Alzò lo sguardo quando Doreen versò una tazza di caffè per Earl. Lanciò un’occhiata a Doreen mentre lei si allontanava e si rimise a leggere il giornale. Earl sorseggiò il caffè e attese che l’uomo dicesse qualcosa. Lo osservava con la coda dell’occhio. Il signore aveva finito di mangiare e aveva già spinto il suo piatto da una parte. Si accese una sigaretta, piegò il giornale e continuò a leggere. Doreen arrivò, tolse il piatto sporco e gli versò dell’altro caffè. «Che ne dice di quella, eh?», Earl chiese all’uomo, accennando con la testa a Doreen che si allontanava lungo il bancone. «Non le pare una cosa eccezionale?» L’uomo alzò lo sguardo dal giornale. Lanciò un’occhiata a Doreen, una a Earl e poi si rimise a leggere. «Allora? Che ne pensa?», insisté Earl. «Dico io: è o non è uno schianto? Che ne dice?» L’uomo scosse il giornale, infastidito. 46


Quando Doreen si riavvicinò a loro, Earl diede di gomito al vicino e disse: «Le voglio dire una cosa. Stia a sentire. Le guardi bene il culo. E adesso stia a vedere. Potrei avere un gelato guarnito al cioccolato?», ordinò ad alta voce, rivolto a Doreen. Lei si fermò davanti a lui e tirò un gran sospiro. Quindi si voltò, prese una ciotola e la spatola per il gelato. Si chinò sopra al freezer e s’abbassò per affondare la spatola nel gelato. Earl guardò l’uomo e gli strizzò l’occhio quando la gonna di Doreen cominciò a risalirle sulle gambe. Ma lo sguardo dell’uomo incrociò quello dell’altra cameriera. Allora si mise il giornale piegato sotto il braccio e s’infilò una mano in tasca. L’altra cameriera andò dritta da Doreen. «Ma chi è quel personaggio?», le chiese. «Quale?», domandò Doreen, voltandosi con la ciotola del gelato ancora in mano. «Quello là», disse la cameriera indicando Earl con un cenno del capo. «Chi è quel buffone, eh?» Earl sfoggiò il suo miglior sorriso. Continuò a sorridere finché non sentì che quel sorriso forzato gli stava deformando la faccia. Ma l’altra cameriera continuava a osservarlo, mentre Doreen cominciava a scuotere lentamente la testa. Intanto l’uomo aveva posato qualche spicciolo accanto alla tazza e si era alzato in piedi, ma anche lui restava in attesa di sentire la risposta. Tenevano tutti gli occhi puntati su Earl. «È un commesso viaggiatore. È mio marito», disse infine Doreen, alzando le spalle. Poi piazzò il gelato davanti a lui senza nemmeno guarnirlo di cioccolato e gli andò a battere il conto.

47


Che cosa si combina a San Francisco?

In questa storia io non c’entro niente. È la storia di una giovane coppia con tre bambini che si era trasferita in una casa del mio giro all’inizio dell’estate scorsa. Mi è rivenuta in mente quando ho letto il giornale di domenica scorsa e ho visto la foto di un tizio che era stato arrestato a San Francisco per aver ucciso la moglie e il suo amante a colpi di mazza da baseball. Non è la stessa persona, certo, anche se c’è una certa somiglianza per via della barba. Comunque la situazione era abbastanza simile da farmi pensare a loro. Mi chiamo Henry Robinson. Faccio il postino, impiegato federale sin dal 1947. Sono sempre vissuto qui a ovest, a parte i tre anni che ho passato nell’esercito durante la guerra. Sono divorziato da vent’anni, ho due figli che praticamente non vedo da allora. Non sono un uomo frivolo, ma neanche, secondo me, troppo serio. Credo che si debba essere un po’ tutti e due, di questi tempi. Credo anche nel valore del lavoro... più è duro, meglio è. Se uno non lavora, ha troppo tempo a disposizione, troppo tempo per pensare a se stesso e ai suoi problemi.

Sono convinto che questo fosse in parte il guaio del giovanotto che abitava qui - il fatto che non lavorava. Ma anche per questo, secondo me la responsabilità era tutta di lei. Della donna. Era lei che lo incoraggiava. Beatnik, immagino li avreste chiamati così anche voi, se li aveste visti. Lui portava una barbetta castana a punta e aveva l’aspetto di chi farebbe bene a sedersi a tavola e godersi un buon pranzetto alla fine del quale fumarsi un bel sigaro. La donna era attraente, non posso negarlo, con lunghi capelli neri e la carnagione chiara. Ma vi posso assicurare che non era certo il tipo della buona moglie e della buona madre. Faceva la pittrice. Lui, non so cosa faceva probabilmente qualcosa di simile. Nessuno dei due aveva un lavoro regolare. Però l’affitto lo pagavano e se la cavavano - almeno quell’estate. La prima volta che li ho incontrati saranno state le undici, undici e un quarto, un sabato mattina. Ero a circa due terzi del mio giro quando sono arrivato a quell’isolato e ho notato una Ford berlina del ‘56 parcheggiata nel vialetto con un 48


grosso carrello a rimorchio, di quelli che si prendono a nolo. Su Pine Street ci sono solo tre case, e la loro era l’ultima; nelle altre abitavano i Murchinson, che vivevano ad Arcata da poco meno di un anno, e i Grant, che erano lì da un paio di anni. Murchinson lavorava alla Simpson Redwood, mentre Gene Grant faceva il turno di mattina come cuoco da Denny’s. C’erano quelle due case, poi un lotto vuoto e poi la casa in fondo che una volta apparteneva ai Cole. L’uomo era sul prato dietro al carrello, mentre lei stava uscendo di casa con una sigaretta in bocca, con indosso un paio di jeans bianchi molto attillati e una canottiera da uomo bianca. Appena mi ha visto si è fermata ed è rimasta a osservarmi mentre mi avvicinavo. Arrivato all’altezza della loro cassetta delle lettere ho rallentato e le ho fatto un cenno di saluto con il capo. «Tutto bene, la sistemazione?», ho domandato. «Ci vorrà ancora un po’», ha risposto lei, scostandosi un ciuffo di capelli dalla fronte senza togliersi la sigaretta di bocca. «Ah, bene», le ho detto. «Benvenuti ad Arcata». Appena l’ho detto mi sono sentito un po’ impacciato. Non so bene perché, ma mi sono sempre sentito un po’ a disagio le poche volte che sono stato a contatto con questa donna. È uno dei motivi per cui non mi è mai stata tanto simpatica, sin dall’inizio. Mi ha rivolto un sorrisetto stentato e io ho ripreso a camminare quando l’uomo - si chiamava Marston - è spuntato da dietro il carrello con in mano uno scatolone pieno di giocattoli. Ora, Arcata, si sa, è una città né piccola né grande, anche se mi sa che si può dire che è più piccola che grande. Non è certo la fine del mondo, Arcata, per carità, ma la maggior parte della gente che vive qui lavora nelle segherie o ha qualcosa a che fare con le industrie del pesce, oppure lavora in qualche negozio del centro. La gente qui non è abituata a vedere uomini con la barba - e neanche uomini che non lavorano, se è per questo. «Salve», ho detto io e gli ho teso la mano quando ho visto che stava appoggiando lo scatolone sul paraurti della macchina. «Mi chiamo Henry Robinson. Voialtri siete appena arrivati, eh?» «Ieri pomeriggio», ha detto lui. «Che viaggio! Per arrivare qui da San Francisco ci sono volute quattordici ore», ha detto la donna da sotto la veranda. «Con quel maledetto coso dietro». 49


«Pensa un po’», ho detto io, scuotendo la testa. «San Francisco, eh? Ci sono appena stato anch’io a San Francisco, vediamo un po’, quando è stato, aprile o marzo». «Ah, sì? Davvero? E cosa ha combinato giù a San Francisco?» «Niente di che. Scendo giù una o due volte l’anno. Mi faccio un giretto a Fisherman’s Wharf e vado a una partita dei Giants. Tutto lì». C’è stata una piccola pausa e Marston si è messo a studiare qualcosa nell’erba, spostandola con la punta della scarpa. Stavo per ripartire, ma i ragazzini hanno scelto proprio quel momento per uscire di casa correndo, urlando e facendo a gara per arrivare in fondo alla veranda. Quando la zanzariera si è spalancata di colpo, sotto la spinta dei ragazzini, credevo proprio che Marston sarebbe schizzato fuori dalla pelle. Invece la donna era rimasta lì a braccia conserte, fredda come un ghiacciolo, senza battere ciglio. Lui non aveva certo una bella cera. Ogni volta che stava per fare qualcosa si muoveva a scatti, con piccoli movimenti nervosi. E gli occhi, poi - ti si posavano addosso e scivolavano via da qualche altra parte, per tornare a posartisi addosso. I ragazzini erano tre, due bambine ricciolute di quattro o cinque anni e un soldo di cacio di bambino ancora più piccolo che cercava di star dietro agli altri. «Molto carini», ho detto io. «Be’, sarà meglio che mi avvii. Dovreste cambiare il nome sulla cassetta delle lettere». «Certo, certo. Ci penserò io tra un giorno o due. Comunque non ci aspettiamo di ricevere molta posta, ancora, perlomeno per un po’», ha detto lui. «Non si può mai sapere», ho risposto io. «Non si può mai sapere che cosa viene fuori da questa vecchia borsa della posta. Sempre meglio essere pronti», ho detto mentre mi avviavo. «A proposito, se cerca un posto su alle segherie, le potrei indicare con chi parlare alla Simpson Redwood. C’è un mio amico che fa il caposquadra lì. Può darsi che abbia qualche cosa da...». Non ho neanche finito la frase, visto che non sembravano molto interessati. «No, grazie», disse lui. «Non sta cercando lavoro», è intervenuta lei. «Be’, allora, arrivederci». «A presto», ha detto Marston. Lei non ha detto nient’altro.

50


Come ho già detto, questo è successo di sabato, il giorno prima del Memorial Day. Lunedì abbiamo fatto festa e perciò non sono passato da quelle parti fino al martedì. Devo dire che non sono rimasto per niente sorpreso nel trovare il carrello ancora in mezzo al vialetto. Mi ha sorpreso invece accorgermi che non lo aveva ancora scaricato. Direi che solo un quarto della roba era riuscita ad arrivare fino alla veranda una poltrona imbottita e una sedia da cucina in acciaio cromato, più uno scatolone di vestiti con i lembi del coperchio strappati. Magari un altro quarto era stato portato dentro, ma il resto era ancora tutto nel carrello. I ragazzini giravano lì intorno con dei piccoli bastoni in mano e martellavano le fiancate del rimorchio, salendo e scendendo sul pianale. Mamma e papà non si vedevano da nessuna parte. Il giovedì l’ho rivisto fuori in giardino e gli ho ricordato di cambiare il nome sulla cassetta. «Sì, è una delle cose che devo trovare il tempo di fare», ha detto. «Ci vuole un po’», ho detto io. «Ci sono tante di quelle cose da fare quando ci si trasferisce in un posto nuovo. Quelli che abitavano qui prima, i Cole, se ne sono andati solo due giorni prima che arrivaste voi. Lui doveva andare a lavorare a Eureka. Al Dipartimento di Caccia e Pesca». Marston si stava carezzando la barba come se stesse pensando a tutt’altro. «Be’, ci vediamo», ho detto io. «A presto», ha detto lui.

Insomma, per farla breve, non ha mai cambiato il nome sulla cassetta. Qualche tempo dopo arrivavo lì con posta indirizzata a lui e lui diceva qualcosa tipo: «Marston? Sì, è per noi, Marston... Bisogna che mi decida a cambiare il nome su quella cassetta uno di questi giorni. Mi tocca procurarmi un barattolo di vernice e coprire quell’altro nome, Cole», e intanto il suo sguardo vagava qua e là senza posa. Poi mi guardava un po’ con la coda dell’occhio e annuiva un paio di volte. Ma non ha mai cambiato il nome sulla cassetta e dopo un po’ ci ho rinunciato anch’io e non ci ho pensato più. 51


Si sa, le voci girano. Diverse volte ho sentito dire che era un detenuto uscito in libertà vigilata e che era venuto ad Arcata per sottrarsi all’atmosfera malsana di San Francisco. Secondo questa versione, la donna era sì sua moglie, ma nessuno dei tre ragazzini era suo. Un’altra storia che circolava era che avesse commesso qualche crimine e si stesse nascondendo da queste parti. Ma non ci credevano in molti, a questa storia. È che proprio non ce l’aveva la faccia di uno che farebbe qualcosa di veramente criminale. La storia a cui la maggior parte della gente sembrava credere, o perlomeno quella che circolava di più, era la più terribile: la donna era una tossicodipendente, si diceva, e il marito l’aveva portata quassù per aiutarla a uscire dal vizio. Come prova veniva sempre portata la visita che Sally Wilson gli aveva fatto - Sally Wilson era una che lavorava per il Comitato di Benvenuto. Era andata da loro un pomeriggio e in seguito aveva raccontato che, parola sua, c’era qualcosa di strano nel loro modo di fare. Un momento la donna stava seduta ad ascoltare le chiacchiere di Sally, apparentemente tutta orecchi, il momento dopo si alzava, mentre Sally era ancora lì che parlava, e si metteva a lavorare sui suoi quadri come se Sally non fosse neanche lì. E poi c’era anche il fatto che coccolava e sbaciucchiava i figli e poi, senza motivo, cominciava a strillarli. Be’, bastava l’espressione che avevano i suoi occhi a guardarli da vicino, diceva Sally. Ma è risaputo che Sally Wilson sono anni che ficca il naso dappertutto con la scusa del Comitato di Benvenuto. «Non si può mai sapere», dicevo io ogni volta che qualcuno tirava fuori questa storia. «Chi può dirlo? Certo, se lui si mettesse a lavorare...» Comunque sia, a parer mio, sembrava che avessero avuto la loro parte di guai giù a San Francisco e, di qualsiasi tipo di guai si trattasse, avevano deciso di allontanarsene il più possibile. Anche se è difficile dire come mai avessero scelto di sistemarsi proprio ad Arcata, visto che di sicuro non erano venuti qui per cercare lavoro.

Per qualche settimana non c’era stata praticamente posta per loro, solo qualche pubblicità, della Sears oppure della Western Auto, roba così. Poi sono cominciate ad arrivare le prime lettere, una o due alla settimana. A volte, quando

52


passavo, vedevo uno di loro intorno alla casa, altre volte no. Ma i ragazzini erano sempre lì che correvano fuori e dentro casa o giocavano nel lotto vuoto accanto. Naturalmente non era certo una casa modello già di per sé, ma dopo un po’ che erano lì sono cominciate a spuntare un sacco di erbacce, e quel po’ di prato che c’era ha cominciato a ingiallirsi e a seccarsi. Fa male al cuore vedere una cosa del genere. Mi pare di capire che il vecchio Jessup è andato da loro una o due volte a pregarli di annaffiare un po’ il prato, ma loro sostenevano che non potevano permettersi un tubo. Allora lui gliene ha prestato uno. Ma poi ho notato che i ragazzini ci giocavano in un campo e la cosa è morta lì. Due volte ho visto una macchina sportiva bianca parcheggiata davanti casa, una macchina che non era certo di queste parti. Solo una volta ho avuto qualcosa a che fare direttamente con la donna. C’era una lettera a carico del destinatario e così sono andato a bussare alla porta. Una delle ragazzine mi ha aperto e mi ha fatto entrare, poi è corsa a chiamare la mamma. Il posto era in disordine, con mobili di ogni genere accatastati alla rinfusa e vestiti sparsi dappertutto. Però non si sarebbe potuto definirlo sporco. In disordine, forse sì, ma non sporco. Nel soggiorno c’erano un vecchio divano e una poltrona allineati contro una parete. Sotto la finestra c’era una libreria fatta di tavole e mattoni, piena zeppa di tascabili. In un angolo diverse tele erano accatastate faccia contro il muro e dall’altra parte un quadro era ancora sul cavalletto, coperto da una specie di lenzuolo. Mi sono aggiustato la borsa della posta sulla spalla e sono rimasto lì in piedi in attesa, cominciando però a rimpiangere di non aver pagato l’affrancatura di tasca mia. Mentre aspettavo, ogni tanto guardavo il cavalletto e stavo quasi per avvicinarmi e sollevare il lenzuolo, quando ho sentito dei passi. «Che cosa posso fare per lei?», mi ha chiesto, comparendo nel corridoio con un’aria tutt’altro che cordiale. Mi sono toccato la visiera del berretto e le ho detto: «Ho qui una lettera con affrancatura a carico del destinatario, se non le dispiace». «Faccia un po’ vedere. Da dove viene? Ma è di Jer! Che scemo. Ci manda una lettera senza francobollo. Lee!», ha cominciato a chiamare.

53


«È arrivata una lettera di Jerry». Marston è arrivato, ma non sembrava esattamente felice della notizia. Sono rimasto in attesa, spostando il peso del corpo prima su una gamba, poi sull’altra. «Pago io», ha detto lei, «visto che è una lettera del vecchio Jerry. Ecco qua. E adesso, arrivederci». Le cose andarono avanti in questo modo, che secondo me non è poi un gran bel modo. Non dico che la gente di queste parti si fosse abituata a loro - non erano tipi a cui ci si possa veramente abituare. Ma, insomma, dopo un po’ nessuno sembrava farci più troppo caso. Magari se lo incontravano che spingeva il carrello giù al supermercato Safeway, la gente gli fissava ancora la barba, ma tutto finiva lì. Non si sentivano più tante storie sul loro conto. Poi un bel giorno sono scomparsi. In due direzioni opposte. Sono venuto a sapere in seguito che lei se n’era andata una settimana prima con qualcuno - un uomo - e pochi giorni dopo lui aveva portato i bambini da sua madre, dalle parti di Redding. Per sei giorni di fila, dal giovedì al mercoledì seguente, la loro posta è rimasta nella cassetta. Le finestre erano chiuse e nessuno sapeva di sicuro se se n’erano andati per sempre oppure no. Ma poi il mercoledì ho notato la Ford parcheggiata davanti casa; le finestre erano ancora chiuse, ma la posta era stata prelevata. A partire dal giorno dopo lui è stato sempre lì accanto alla cassetta tutti i giorni ad aspettare che gli portassi la posta, oppure se ne stava seduto sui gradini della veranda a fumare una sigaretta, in attesa, era evidente. Quando mi vedeva arrivare, si alzava, si spolverava il fondo dei pantaloni e si avvicinava alla cassetta. Se per caso avevo della posta per lui, lo vedevo passare in rassegna i nomi dei mittenti prima ancora che gliela mettessi in mano. Raramente ci scambiavamo una parola, ma solo un cenno del capo se i nostri sguardi per caso s’incrociavano, il che non capitava spesso. Però, lui soffriva - se ne sarebbe accorto chiunque - e io avrei voluto in qualche modo dargli una mano, se avessi potuto. Ma non sapevo bene cosa dirgli. È stato più o meno una settimana dopo il suo ritorno che una mattina l’ho visto camminare avanti e indietro nei pressi della cassetta con le mani infilate nelle tasche posteriori, e così ho deciso di dirgli qualcosa. Che cosa, non lo sapevo ancora, ma qualcosa gli avrei detto di sicuro. Mentre mi avvicinavo, lui mi dava le spalle. Quando gli sono arrivato vicino, s’è girato all’improvviso e aveva una faccia 54


tale che mi ha gelato le parole in bocca. Mi sono bloccato con in mano la posta che gli dovevo dare. Lui mi è venuto incontro e io gliel’ho data senza fiatare. Lui se l’è guardata attonito. «Residente», ha detto. Veniva da Los Angeles ed era la pubblicità di un’assicurazione sanitaria. Ne avevo consegnate almeno settantacinque solo quella mattina. Lui l’ha piegata in due e se n’è tornato in casa. Il giorno dopo era lì fuori come al solito. Aveva un’espressione più normale, come una volta, e sembrava aver riacquistato un po’ di autocontrollo rispetto al giorno prima. Questa volta avevo l’impressione di portargli quello che stava aspettando. Giù all’ufficio, quella mattina, gli avevo dato un’occhiata mentre sistemavo la posta nella borsa. Era una semplice busta bianca e l’indirizzo era scritto a mano con una calligrafia femminile tutta arricciata e occupava quasi l’intera superficie della busta. Il timbro postale era di Portland, e nello spazio per il mittente c’erano le iniziali J. D. e un indirizzo di Portland. «‘Giorno», gli ho detto, porgendogli la lettera. Lui l’ha presa senza dire una parola ed è impallidito tutto. Ha barcollato un secondo e poi s’è avviato verso casa, tenendo la lettera in controluce. Gli ho gridato dietro: «Ragazzo mio, quella là è una poco di buono. Te l’avrei potuto dire appena l’ho vista. Perché non te la scordi? Perché non ti metti a lavorare e te la togli dalla testa? Che cos’hai contro il lavoro? È stato il lavoro, notte e giorno, il lavoro che mi ha permesso di dimenticare quando anch’io sono stato nei tuoi panni e c’era pure la guerra in cui anch’io ero...»

Dopo quella volta, non mi ha aspettato più là fuori e s’è fermato in quella casa solo altri cinque giorni. Però ogni giorno lo intravedevo che mi aspettava lo stesso, solo che se ne stava dietro una finestra e mi guardava da dietro la tenda. Non usciva finché non mi ero allontanato e allora sentivo la zanzariera aprirsi. Se mi voltavo a guardare, non sembrava avere alcuna fretta di raggiungere la cassetta della posta. L’ultima volta che l’ho visto era in piedi dietro la finestra e aveva un’aria calma e riposata. Le tende erano tirate, ma le tapparelle erano alzate e ricordo di aver 55


pensato che stava preparando le sue cose per andarsene. Però ricordo anche che dall’espressione della sua faccia ho capito che questa volta non mi stava aspettando. Guardava oltre me, sopra di me, si sarebbe detto, verso i tetti e le cime degli alberi, verso sud. Ha continuato a fissare così anche quando sono arrivato all’altezza della casa e poi ho proseguito sul marciapiedi. Mi sono voltato. Lo vedevo ancora lì alla finestra. La sensazione era così forte che anch’io mi sono dovuto girare a guardare nella stessa direzione in cui guardava lui. Ma, come potete immaginare, non ho visto nient’altro che i soliti boschi, le montagne e il cielo. Il giorno dopo non c’era più. Non ha lasciato alcun indirizzo per l’inoltro della posta. Ogni tanto arriva una lettera o una pubblicità indirizzata a lui o alla moglie o a entrambi. Se è roba di prima classe, la tratteniamo un giorno e poi la rispediamo al mittente. Non ce n’è molta. E non fa niente. È sempre lavoro, in un modo o nell’altro, e io sono sempre contento di lavorare.

56


Grasso

Sto prendendo il caffè dalla mia amica Rita, mentre ci fumiamo una sigaretta, le racconto quello che è successo. Ecco che cosa le racconto. È un mercoledì sera un po’ fiacco, sul tardi, quando Herb fa accomodare un signore grasso a un tavolo del mio settore. Questo signore grasso è la persona più grassa che io abbia mai visto, anche se ha un aspetto curato ed è abbastanza ben vestito. È grosso in ogni particolare. Ma la cosa che mi ha fatto più impressione sono le dita. Quando mi sono fermata al tavolo accanto al suo per servire la coppia anziana, la prima cosa che noto sono le dita. Sembrano tre volte più grandi delle dita di una persona normale lunghe, spesse, sembravano fatte di panna. Servo gli altri tavoli: un gruppo di quattro uomini d’affari, molto esigenti; un altro tavolo da quattro, tre uomini e una donna, più la coppia anziana. Leander ha già riempito d’acqua il bicchiere del signore grasso e io gli do tutto il tempo per decidere cosa ordinare prima di andare da lui. Buonasera, gli faccio. Cosa desidera?, faccio. Guarda Rita, ti dico che era grosso, ma grosso sul serio. Buonasera, mi fa. Salve. Sì, mi fa. Penso proprio che ora siamo pronti per ordinare, mi fa. È il suo modo di parlare - strano, capisci? E ogni tanto sbuffa anche un po’, ma appena appena. Credo che cominceremo con un’insalata Caesar, mi fa. E poi una scodella di minestra con pane e burro a parte, se non le dispiace. Le costolette d’agnello, credo. E una patata al forno con panna acida. Per il dolce, vedremo dopo. Grazie tante, mi fa, porgendomi il menù. Dio mio, Rita, avresti dovuto vedere quelle dita. Corro in cucina e passo l’ordinazione a Rudy che la prende facendo una smorfia. Lo sai com’è fatto Rudy, no? Che ci vuoi fare, quando lavora Rudy è fatto così. Mentre esco dalla cucina, Margo - te ne ho parlato di Margo, no? 57


Quella che corre dietro a Rudy? Be’, comunque, Margo mi fa: Chi è il tuo amico grassone? È veramente ciccione, eh?

Ora sta’ a sentire, perché secondo me, c’entra. Altroché se c’entra. Dunque, gli preparo l’insalata Caesar lì al tavolo, con lui che osserva ogni mia mossa e nel frattempo s’imburra le fette di pane e le mette da parte, sempre sbuffando delicatamente a modo suo. Ad ogni modo, non so se perché sono così tesa, ma fatto sta che gli rovescio il bicchiere dell’acqua. Mi dispiace, faccio io. Succede sempre così quando si fanno le cose di fretta. Mi dispiace tanto, gli faccio. Si è bagnato? Adesso chiamo il ragazzo e faccio pulire subito tutto. Non fa niente, fa lui. Tutto a posto, mi fa, e sbuffa. Non si preoccupi, non ci dà fastidio, mi fa. Poi sorride e mi fa un cenno con la mano quando vado a chiamare Leander, e quando ritorno per servirgli l’insalata vedo che s’è già mangiato tutto il pane e burro. Poco dopo, quando gli porto l’altro pane, ha fatto già fuori l’insalata. E sai che quelle insalate là non sono mica piccole. Lei è molto gentile, mi fa. Questo pane è fantastico, fa. Grazie, faccio io. Be’, è davvero buono, mi fa, diciamo sul serio. Non ci capita spesso di gustare pane come questo, fa lui. Da dove viene?, gli chiedo allora. Non mi sembra di averla vista prima, gli faccio. Non è certo il tipo che passa inosservato, interviene Rita con una risatina. Denver, fa lui. Non aggiungo altro al proposito, anche se la cosa mi ha incuriosito molto. La minestra arriva tra un attimo, signore, gli faccio. Scappo a dare gli ultimi ritocchi al gruppo dei quattro uomini d’affari molto esigenti. Quando gli servo la minestra, vedo che il pane è sparito di nuovo. Se ne sta mettendo l’ultimo pezzetto in bocca. Mi creda, mi fa, non mangiamo mica sempre così, fa lui. E giù uno sbuffo. Ci scuserà, mi fa.

58


Non si preoccupi, prego, faccio io. A me piace vedere una persona che quando mangia si diverte, gli faccio. Non so, fa lui. Immagino sia come dice lei. E giù uno sbuffo. Si sistema meglio il tovagliolo. Poi prende in mano il cucchiaio. Dio mio, quanto è grasso!, fa Leander. Non è mica colpa sua, faccio io, perciò piantala. Gli metto davanti un altro cestino del pane e altro burro. Com’era la minestra?, gli chiedo. Grazie. Molto buona, fa lui. Davvero buona. Si asciuga le labbra con il tovagliolo e poi anche il mento. Le pare che faccia caldo qui o è una mia impressione?, mi fa. No, fa proprio caldo, faccio io. Allora forse ci toglieremo la giacca, fa lui. Faccia pure. È meglio mettersi comodi, no?, faccio io. È vero, fa lui, è proprio vero. Ma dopo un po’ mi accorgo che non se l’è mica tolta, la giacca. I miei tavoli da quattro se ne sono andati ormai e anche la coppia anziana. Il locale si sta svuotando. Quando gli porto le costolette e la patata al forno, insieme ad altro pane e burro, lui è l’unico cliente rimasto. Gli metto una porzione extra di panna acida sulla patata e poi la cospargo di pancetta ed erba cipollina. Gli porto altro pane e burro. È tutto di suo gradimento?, gli faccio. Buonissimo, fa lui e giù uno sbuffo. Eccellente, grazie, fa lui e giù un altro sbuffo. Si gusti la cena, faccio io. Sollevo il coperchio della zuccheriera sul suo tavolo e controllo il livello. Lui annuisce e continua a guardarmi finché non mi sposto. Allora mi rendo conto che stavo cercando qualcosa, ma non mi ricordo cosa. Come va con quella palla di lardo? Ti farà correre stasera, vedrai, mi fa Harriet. Sai com’è fatta Harriet, no? Per dessert, faccio al signore grasso, c’è una specialità della casa, la Lanterna Verde, cioè torta-budino con sciroppo, oppure torta di formaggio, gelato alla crema o sorbetto all’ananas. Non è che le stiamo facendo fare tardi, eh?, fa lui, sbuffando con aria preoccupata. 59


Niente affatto, faccio io. Certo che no. Se la prenda comoda, gli faccio. Intanto che decide le porto altro caffè. Be’, saremo franchi con lei, fa lui. E si sposta un po’ sulla sedia. Ci piacerebbe assaggiare la specialità, ma vorremmo anche una porzione di gelato alla crema, magari con una goccia di cioccolato fuso, se non è di disturbo. L’avevamo avvertita che avevamo un certo appetito, mi fa. Vado in cucina a preparargli personalmente il dessert e Rudy mi fa: Harriet dice che là fuori hai una specie di uomo cannone del circo. È vero? Rudy s’è già tolto grembiule e cappello, se capisci cosa voglio dire. Senti, Rudy, per essere grasso è grasso, gli faccio, ma non è mica tutto lì. Rudy si limita a farsi una risatina. Mi pare di capire che hai un debole per gli uomini un po’ in carne, fa poi. Ehi, Rudy, sta’ attento, fa Joanne che entra in cucina proprio in quel momento. Uh, mi sta facendo ingelosire, fa Rudy, rivolto a Joanne. Metto la specialità della casa davanti al signore grasso e, a fianco, una porzione abbondante di gelato alla crema con il cioccolato fuso. Grazie, fa lui. Non c’è di che, faccio io... e provo, non so, come una sensazione di tenerezza. Ci creda o no, fa lui, non abbiamo mica mangiato sempre così. Io, invece, mangio mangio e non aumento mai di peso, faccio io. Eppure mi piacerebbe mettere su qualche chilo. No, fa lui. Se dipendesse da noi, a noi no. Ma non abbiamo molta scelta. Quindi prende il cucchiaio e comincia a mangiare. E poi?, fa Rita, mentre si accende una delle mie e si avvicina con la sedia al tavolo. Questa storia si sta facendo davvero interessante, fa Rita. Tutto qui. Non c’è altro. S’è mangiato i suoi dessert e se ne è andato. E allora io e Rudy siamo tornati a casa. Che ciccione!, fa Rudy, stirandosi come fa di solito quando è stanco. Poi si fa una risatina e se ne torna a guardare la televisione. Metto a bollire l’acqua per il tè e mi faccio una doccia. Mi passo una mano sulla pancia e mi chiedo che cosa succederebbe se avessi dei bambini e uno di loro finisse per essere come quello, così grasso.

60


Verso l’acqua nella teiera, sistemo le tazze, la zuccheriera, il cartone di latte scremato e porto il vassoio di là da Rudy. Come se ci stesse ancora pensando, Rudy mi fa: Una volta conoscevo un tizio grasso, anzi due, due tizi, ma grassi sul serio, quando ero piccolo. Dio mio, se erano grossi, due palloni. Non mi ricordo neanche come si chiamavano. Ciccio, era l’unico modo in cui lo chiamavano uno di quei ragazzini. Lo chiamavamo tutti Ciccio, quello che abitava vicino a me. Era del quartiere. L’altro è arrivato più tardi. Si chiamava Bombolo. Cioè, lo chiamavano tutti Bombolo, tranne i professori a scuola. Ciccio e Bombolo. Quanto vorrei avere le loro foto, fa Rudy. Non mi viene niente da dire, perciò ci beviamo il tè e dopo un po’ mi alzo per andare a letto. Anche Rudy si alza, spegne la televisione, chiude a chiave la porta d’ingresso e si comincia a sbottonare. M’infilo a letto e mi tiro tutta dalla mia parte, sdraiata sulla pancia. Ma appena spegne la luce e si mette a letto, ecco che Rudy comincia a darsi da fare. Mi volto sulla schiena e cerco di rilassarmi un po’, anche se non ne ho proprio voglia. Ma ecco il punto. Quando mi monta sopra, all’improvviso mi sento grassa. Sono così tremendamente grassa al punto che Rudy diventa minuscolo e quasi non si sente più. Be’, è proprio una storia buffa, mi fa Rita, ma mi rendo conto che mica l’ha capita. La cosa mi deprime un po’. Ma non mi va di spiegargliela. Già le ho detto troppo. Lei rimane lì seduta, in attesa, si aggiusta i capelli con le dita tutte laccate. Ma che aspetta? Mi piacerebbe saperlo. Siamo ad agosto. La mia vita cambierà, presto. Lo sento.

61


Che ci sarà mai in Alaska?

Jack staccò alle tre. Lasciò la stazione di servizio e raggiunse in macchina un negozio di calzature dalle parti di casa sua. Appoggiò il piede sullo sgabello e lasciò che il commesso gli slacciasse gli scarponi da lavoro. «Qualcosa di comodo», disse Jack. «Scarpe da tempo libero». «Abbiamo quel che fa al caso suo», disse il commesso. Gli portò tre paia di scarpe e Jack scelse quelle morbide di color beige perché gli facevano sentire il piede elastico e libero. Pagò e si mise la scatola con gli scarponi da lavoro sotto il braccio. Mentre camminava si guardò le scarpe nuove ai piedi. Tornando a casa in macchina, sentiva il piede muoversi a proprio agio da un pedale all’altro. «Ti sei fatto un paio di scarpe nuove», disse Mary. «Fammele un po’ vedere». «Ti piacciono?», chiese Jack. «Il colore non tanto, ma scommetto che sono comode. Avevi bisogno di scarpe nuove». Lui si guardò di nuovo le scarpe. «Ho bisogno di farmi un bagno», disse. «Si cena presto», disse lei. «Helen e Carl ci hanno invitato da loro, stasera. Helen ha regalato un narghilè a Carl per il suo compleanno e non vedono l’ora di provarlo». Mary lo guardò. «Ti va bene?» «A che ora?» «Verso le sette». «Va bene», disse lui. Lei gli guardò di nuovo le scarpe e tirò in dentro le guance. «Vatti a fare il bagno», disse.

Jack fece scorrere l’acqua e si tolse scarpe e vestiti. Rimase sdraiato nella vasca per un po’ e poi prese uno spazzolino per togliersi il grasso del lubrificante da sotto le unghie. Poi lasciò cadere le mani in acqua e se le portò agli occhi per esaminarle.

62


Lei aprì la porta del bagno. «Ti ho portato una birra», disse. Il vapore s’alzò vagando, la circondò e poi si disperse verso il soggiorno. «Tra un attimo esco», disse lui. Bevve un po’ di birra. Lei si sedette sul bordo della vasca e gli poggiò una mano sulla coscia. «Il ritorno del guerriero», disse. «Il ritorno del guerriero», ripeté lui. Lei gli passò la mano tra i peli bagnati della coscia. Poi d’un tratto batté le mani. «Ehi! Ho una notizia da darti! Oggi ho avuto un colloquio di lavoro e credo proprio che mi offriranno un posto... pensa un po’, a Fairbanks». «In Alaska?», chiese lui. Lei annuì. «Che ne dici?» «Ho sempre voluto andare in Alaska. Sembra una cosa abbastanza sicura?» Lei annuì di nuovo. «Gli sono piaciuta. Mi hanno detto che si faranno sentire la settimana prossima». «Fantastico. Mi passi l’asciugamano, per favore? Adesso esco». «Vado ad apparecchiare», disse lei. Le punte delle dita delle mani e dei piedi gli si erano raggrinzite e scolorite. Si asciugò con cura e indossò vestiti puliti e le scarpe nuove. Si pettinò i capelli, poi andò in cucina. Sorseggiò un’altra birra mentre lei metteva in tavola la cena. «Hanno detto di portare qualche gazzosa e roba da sgranocchiare», disse lei. «Dobbiamo fare un salto al supermercato». «Gazzosa e roba da sgranocchiare. Ottimo», disse lui. Dopo mangiato, lui l’aiutò a sparecchiare. Quindi andarono in macchina al supermercato e comprarono gazzose, patatine, mais tostato e salatini alla cipolla. Arrivati alla cassa, lui vi aggiunse una manciata di tavolette di cioccolata caramellata. «Ah, che bello!», esclamò lei appena le vide.

Tornarono a casa, parcheggiarono e percorsero a piedi l’isolato che li separava dalla casa di Carl e Helen. Helen li accolse sulla porta. Jack poggiò la busta sul tavolo della camera da pranzo. Mary si sedette sulla sedia a dondolo e annusò l’aria. «Siamo arrivati tardi», disse. «Hanno cominciato senza di noi, Jack». 63


Helen rise. «Ce ne siamo fatti uno quando Carl è arrivato. Però non abbiamo mica ancora acceso il narghilè. Volevamo aspettare che arrivaste voi». Rimase in piedi in mezzo alla stanza, guardandoli con uno strano sorriso sulle labbra. «Vediamo un po’ cosa c’è nella busta», disse. «Oh, caspita! Mi sa che mi sgranocchio subito un po’ di mais tostato. E voi, ragazzi, ne volete un po’?» «Abbiamo appena cenato», disse Jack. «Fra poco assaggiamo qualcosa anche noi». Il rumore dell’acqua che scorreva era finito e Jack sentì Carl fischiettare nel bagno. «Noi abbiamo dei ghiaccioli e un po’ di M&M’s», disse Helen. Stava in piedi accanto al tavolo e frugava nel sacchetto delle patatine. «Se mai uscirà dalla doccia, Carl preparerà il narghilè». Aprì la scatola dei salatini e se ne infilò uno in bocca. «Oh, ma sapete che sono veramente buoni?», disse. «Non so mica che direbbe di te Emily Post», disse Mary. Helen scoppiò a ridere e a scuotere la testa. Carl uscì dal bagno. «Ciao a tutti. Ciao, Jack. Che c’è da ridere tanto?», disse, con un largo sorriso stampato sulle labbra. «Vi sentivo ridere di là». «Ridevamo di Helen», disse Mary. «No, era Helen che se la rideva», disse Jack. «È un tipo buffo», disse Carl. «Guarda quante buone cose! Ehi, ragazzi, siete pronti per un bicchiere di gazzosa? Intanto preparo il narghilè». «Io un bicchiere lo bevo volentieri», disse Mary. «E tu, Jack?» «Anch’io, certo», disse Jack. «Jack è un po’ giù di corda stasera», disse Mary. «Come ti salta in mente?», le chiese Jack. Le lanciò uno sguardo. «È il modo migliore per mettermici davvero». «Dicevo così, per scherzo», disse Mary. Si alzò e andò a sederglisi vicino sul divano. «Dicevo per scherzo, tesoro». «Ehi, Jack. Non metterai mica il muso, eh?», disse Carl. «Adesso ti faccio vedere che cosa m’hanno regalato per il compleanno. Helen, apri una di quelle bottiglie di gazzosa mentre io metto in funzione il narghilè. Ho la bocca secca». Helen portò le patatine e i salatini e li sistemò sul tavolinetto. Poi tirò fuori una bottiglia di gazzosa e quattro bicchieri. «Sembra proprio che qui si farà una festa», disse Mary. 64


«Se non mi costringessi a soffrire la fame tutto il giorno, metterei su cinque chili alla settimana», disse Helen. «Come ti capisco», disse Mary. Carl tornò dalla camera da letto con il narghilè. «Be’, che te ne pare?», chiese a Jack. Lo sistemò sul tavolinetto del soggiorno. «È proprio forte», disse Jack. Prese il narghilè e lo esaminò. «Si chiama hookah», disse Helen, «Almeno così l’hanno chiamato giù al negozio dove l’ho comprato. Questo è un modello piccolo, ma funziona benissimo». Si mise a ridere. «Dove l’hai preso?», chiese Mary. «Come? Ah, in quel negozietto giù sulla Quarta Strada. Lo conosci, no?», rispose Helen. «Certo che lo conosco», disse Mary. «Anzi ci devo passare, uno di questi giorni». Giunse le mani e si mise a osservare Carl. «Com’è che funziona?», chiese Jack. «Si mette la roba qui, vedi?», spiegò Carl. «E poi si accende qui. Questo coso qui serve per inalare e così il fumo passa attraverso l’acqua. Ha un buon sapore e ti va dritto al cervello». «Magari ne regalo uno a Jack per Natale», disse Mary. Lanciò un’occhiata a Jack, gli sorrise e gli toccò un braccio. «Mi piacerebbe averne uno», disse Jack, allungando le gambe e guardandosi le scarpe sotto la luce. «Ecco, prova un po’», disse Carl, buttando fuori un sottile sbuffo di fumo e passando il cannello a Jack. «Senti che roba! Dimmi se non è forte!» Jack fece un tiro, trattenne il fumo e passò il cannello a Helen. «Prima Mary», disse Helen. «Io sto dopo Mary. Voi ragazzi vi dovete rifare». «Non mi metterò certo a discutere», disse Mary. S’infilò il cannello in bocca e fece due rapide tirate, una dopo l’altra, mentre Jack osservava le bollicine che si sollevavano nell’acqua. «È veramente forte», disse Mary. Passò il cannello a Helen. «Noi l’abbiamo inaugurato ieri sera», disse Helen, ridendo forte. «Era ancora strafatta stamattina, quando s’è alzata insieme ai bambini», disse Carl e scoppiò a ridere. Si mise a guardare Helen che succhiava dal cannello. «Come stanno i bambini?», chiese Mary. 65


«Stanno bene», rispose Carl, prima di rimettersi il cannello in bocca. Jack sorseggiò la gazzosa e si mise a osservare le bollicine nell’acqua. Gli fecero venire in mente quelle che escono dallo scafandro di un palombaro. S’immaginò una laguna e banchi di pesci sgargianti. Carl passò il cannello. Jack si alzò in piedi e si stiracchiò. «Dove te ne vai adesso, tesoro?», chiese Mary. «Da nessuna parte», rispose Jack. Si risedette, scosse la testa, sorrise ed esclamò: «Gesù!» Helen scoppiò a ridere. «Che c’è di tanto divertente?», disse Jack dopo una lunga pausa. «Oddio, non lo so mica», disse Helen. Si asciugò gli occhi, rise di nuovo e anche Carl e Mary scoppiarono a ridere. Dopo un po’ Carl svitò il coperchio del narghilè e soffiò in uno dei tubi. «Questo qui ogni tanto s’ottura». «Che volevi dire prima quando hai detto che ero un po’ giù di corda?», Jack chiese a Mary. «Che cosa?», disse Mary. Jack la fissò, poi sbatté le palpebre. «Hai detto qualcosa su di me che ero giù di corda. Che cosa te l’ha fatto dire?» «Ora non me lo ricordo, ma di solito me ne accorgo quando lo sei», disse Mary. «Però ti prego, non metterti a tirar fuori le cose negative adesso, va bene?» «Va bene», disse Jack. «Dico solo che non so perché l’hai detto. Se non ero giù di corda prima che lo dicessi, è bastato che lo dicessi per mandarmici». «Se ti sta bene così», disse Mary. Si piegò sul bracciolo del divano e si mise a ridere fino a farsi uscire le lacrime. «Che è successo?», chiese Carl. Guardò prima Jack, poi Mary. «Mi sono perso la battuta», disse Carl.

«Avrei dovuto preparare una salsetta per le patatine», disse Helen. «Ma non c’era un’altra bottiglia di gazzosa?», chiese Carl. «Noi ne abbiamo prese due», disse Jack. «Non le abbiamo mica bevute tutt’e due?», disse Carl. 66


«Ma ne abbiamo bevuta qualcuna?», disse Helen e scoppiò a ridere. «No, io ne ho aperta solo una. Mi pare di averne aperta solo una. Non ricordo di averne aperta più di una», disse Helen, ridendo. Jack passò il cannello a Mary. Lei gli prese la mano e la guidò fino a infilarsi il cannello in bocca. Lui osservò il fumo riaffiorare dalle sue labbra parecchio tempo dopo. «Che ne dite di un po’ di gazzosa?», disse Carl. Mary e Helen si misero a ridere. «Che ne dite?», disse Mary. «Be’, pensavo che ci potremmo fare un bicchiere», disse Carl. Guardò Mary sorridendo. «Che c’è di tanto buffo?», chiese Carl. Guardò prima Helen e poi Mary. Scosse la testa. «Non vi capisco mica, voialtri». «Può darsi che ce ne andiamo in Alaska», annunciò Jack. «In Alaska?», disse Carl. «Che ci sarà mai in Alaska? Che cosa ci andate a fare lassù?» «Magari potessimo andare da qualche parte anche noi», disse Helen. «Perché, cosa c’è che non va qui?», disse Carl. «No, sul serio, che cosa ci andreste a fare in Alaska? Vorrei proprio saperlo». Jack s’infilò una patatina in bocca e sorseggiò la sua gazzosa. «Non lo so. Che dicevi?» Dopo un po’ Carl ripeté: «Che ci sarà mai in Alaska?» «Non lo so», disse Jack. «Chiedilo a Mary. Lo sa Mary. Mary, che ci farò io lassù? Magari mi metterò a coltivare quei cavoli giganti di cui si legge tanto». «Oppure le zucche», disse Helen. «Perché non coltivi le zucche?» «Faresti fortuna», disse Carl. «Spedisci quaggiù le zucche per Halloween. Io ti curo la distribuzione». «Carl ti cura la distribuzione», gli fece eco Helen. «Proprio così», disse Carl. «Faremo fortuna». «Diventeremo ricchi», disse Mary. Dopo un po’ Carl si alzò. «Lo so io che cosa ci starebbe bene adesso: un po’ di gazzosa», disse. Mary e Helen si misero di nuovo a ridere. «Ridete pure», disse Carl, sorridendo. «Chi ne vuole un po’?» «Un po’ di che?», chiese Mary. 67


«Un po’ di gazzosa», disse Carl. «No, perché ti sei alzato come se volessi fare un comizio», disse Mary. «Non ci avevo pensato», disse Carl. Scosse la testa e si mise a ridere. Si risedette. «Questa roba è proprio buona», disse. «Ne avremmo dovuta prendere di più», disse Helen. «Di più di che?», chiese Mary. «Più soldi», disse Carl. «Macché soldi», disse Jack. «Mi sbaglio o c’erano anche delle tavolette di cioccolato in quella busta?», disse Helen. «Sì, ne ho prese un po’», disse Jack. «Le ho viste all’ultimo momento». «Queste sono buone», disse Carl. «Sono cremose», disse Mary. «Ti si sciolgono in bocca.» «Abbiamo anche le M&M’s e dei ghiaccioli, se a qualcuno interessano», disse Carl. Mary disse: «Io un ghiacciolo lo prendo volentieri. Vai in cucina?» «Certo, così prendo anche la gazzosa», disse Carl, «me ne sono appena ricordato. Voialtri ne volete un bicchiere?» «Porta tutto di qua e poi decidiamo», disse Helen. «Anche le M&M’s». «Sarebbe più facile spostare tutta la cucina di qua», disse Carl. «Quando abitavamo in città», disse Mary, «si diceva che si poteva capire chi si era fatto la sera prima solo guardando in che stato era la cucina al mattino. Quando abitavamo in città avevamo una cucina minuscola», disse. «Anche noi avevamo una cucina minuscola», disse Jack. «Vado a vedere quello che riesco a trovare», disse Carl. «Vengo con te», disse Mary. Jack li guardò andare in cucina. Si riappoggiò allo schienale e li guardò avviarsi. Poi si chinò in avanti lentamente. Strizzò gli occhi. Vide Carl allungare un braccio per arrivare a uno sportello in alto. Vide Mary accostarsi a Carl da dietro e mettergli le braccia attorno alla vita. «Ma voialtri dite sul serio?», chiese Helen. «Molto sul serio», disse Jack. «Voglio dire, sull’Alaska», disse Helen. Lui la fissò. 68


«Mi pareva che avessi detto qualcosa», disse Helen. Carl e Mary tornarono in soggiorno. Carl portava una grossa busta di M&M’s e una bottiglia di gazzosa. Mary succhiava un ghiacciolo all’arancio. «Qualcuno vuole un tramezzino?», chiese Helen. «Abbiamo la roba per fare dei tramezzini». «Non è buffo?», disse Mary. «Si comincia dal dessert e poi si passa al primo piatto». «È buffo sì», disse Jack. «Stai facendo del sarcasmo, tesoro?», disse Mary. «Chi vuole la gazzosa?», disse Carl. «È in arrivo un giro di gazzosa». Jack sollevò il bicchiere e Carl glielo riempì. Jack lo posò sul tavolino, ma poi, cercando di riprenderlo, lo urtò e la gazzosa gli colò sulle scarpe. «Porca miseria!», esclamò Jack. «Guarda che roba. Me la sono versata sulla scarpa». «Helen, ce l’abbiamo uno straccio? Porta uno straccio a Jack», disse Carl. «Sono pure nuove, le scarpe», disse Mary. «Se le è appena comprate». «Scommetto che sono comode», disse Helen parecchio tempo dopo, porgendo uno straccio a Jack. «È la stessa cosa che gli ho detto io», disse Mary. Jack si tolse la scarpa e asciugò la pelle con lo straccio. «Ormai è rovinata», disse. «Quella gazzosa non se ne andrà più». Mary, Carl e Helen si misero a ridere. «Mi fa venire in mente una cosa che ho letto sul giornale», disse Helen. Si premette la punta del naso con un dito e strinse gli occhi. «Solo che ora non mi ricordo più che cos’era», disse. Jack si rinfilò la scarpa. Mise i piedi sotto la lampada e si guardò bene le scarpe.

«Che cos’è che hai letto?», chiese Carl. «Come?», disse Helen. «Hai detto di aver letto una cosa sul giornale», disse Carl.

69


Helen rise. «No, è che stavo ripensando all’Alaska e mi sono ricordata che hanno trovato un uomo preistorico in un blocco di ghiaccio. Qualcosa me l’ha fatto tornare in mente». «Sì, ma non era mica in Alaska», disse Carl. «Forse no, ma me l’ha fatto tornare in mente», disse Helen. «Ma insomma, cos’è questa storia dell’Alaska, ragazzi?», disse Carl. «Non c’è un bel niente in Alaska», disse Jack. «Ecco fatto, è giù di corda», disse Mary. «Che cosa farete di preciso in Alaska, ragazzi?», chiese Carl. «Non c’è niente da fare in Alaska», insisté Jack. Rimise i piedi sotto il tavolinetto. Poi li rispostò un’altra volta sotto la luce. «Chi vuole un paio di scarpe nuove?», chiese Jack. «Cos’è questo rumore?», disse Helen. Si misero in ascolto. Qualcosa grattava alla porta. «Dal rumore sembrerebbe Cindy», disse Carl. «Sarà meglio che la faccia entrare». «Dato che stai in piedi, prendi un ghiacciolo anche per me», disse Helen. Rovesciò la testa all’indietro e si mise a ridere. «Ne prendo un altro anch’io, tesoro», disse Mary. «Oddio, che ho detto? Voglio dire Carl», si corresse Mary. «Scusate, credevo di parlare con Jack». «Un giro di ghiaccioli in arrivo», disse Carl. «Vuoi un ghiacciolo anche tu, Jack?» «Che?» «Vuoi un ghiacciolo all’arancia?» «Sì, all’arancia», disse Jack. «Quattro ghiaccioli in arrivo», annunciò Carl. Dopo un po’ tornò con i ghiaccioli e li distribuì agli altri. Si risedette e sentirono ancora grattare alla porta. «Lo sapevo che mi ero scordato qualcosa», disse Carl. Si alzò di nuovo e andò ad aprire la porta d’ingresso. «Cristo Santo!», disse. «Guardate che roba. Mi sa che Cindy è andata a cena fuori stasera. Ehi, ragazzi, guardate un po’!» La gatta entrò in soggiorno con un topo in bocca, si fermò a guardarli, poi proseguì con il topo giù per il corridoio. 70


«Avete visto anche voi quello che ho visto io?», disse Mary. «Altro che giù di corda». Carl accese la luce nel corridoio. La gatta portò il topo in bagno. «Se lo sta mangiando, il topo», annunciò Carl. «Non credo mi faccia piacere che se lo mangi nel mio bagno», disse Helen. «Falla uscire di lì. Ci sono un po’ di cose dei bambini lì». «Non ha alcuna voglia di uscire di lì», disse Carl. «E il povero topo?», disse Mary. «E che diamine», disse Carl. «Cindy deve pure imparare a cacciare se andiamo in Alaska». «In Alaska?», chiese Helen. «Che cos’è questa storia dell’Alaska?» «Non chiederlo a me», disse Carl. Era rimasto in piedi vicino alla porta del bagno e guardava la gatta. «Mary e Jack hanno detto che se ne vanno in Alaska. Cindy deve imparare a cacciare». Mary appoggiò il mento sulle mani e si mise a fissare il corridoio. «Si sta mangiando il topo», annunciò Carl. Helen finì l’ultimo pezzo di mais tostato. «Eppure gliel’ho detto che non voglio che la gatta si mangi il topo in bagno. Carl?», chiamò Helen. «Che c’è?» «T’ho detto di farla uscire dal bagno», disse Helen. «Cristo d’un Dio», imprecò Carl. «Guardate», disse Mary. «Che schifo! Quell’accidenti di gatta sta venendo qua». La gatta trascinò il topo sotto il tavolinetto del soggiorno. Si sdraiò lì sotto e cominciò a leccare il topo. Lo teneva stretto tra le zampe e se lo leccava tutto, dalla testa alla coda.

«Quella gatta è strafatta», disse Carl. «Certo che fa venire i brividi», disse Mary. «È la sua natura», disse Carl. «Guardatele gli occhi», disse Mary. «Guardate come ci guarda. Davvero sembra strafatta». Carl si avvicinò al divano e si sedette accanto a Mary. Mary si spostò leggermente verso Jack per fargli spazio. Posò una mano sul ginocchio del marito. 71


Osservarono la gatta che si mangiava il topo. «Ma glielo date mai da mangiare alla gatta?», Mary chiese a Helen. Helen rise. «Ragazzi, siete pronti a farvi un’altra fumata?», chiese Carl. «Dobbiamo andare», disse Jack. «Che fretta c’è?», chiese Carl. «Fermatevi ancora un po’», disse Helen. «Non c’è mica bisogno di andare via così presto». Jack fissò Mary che stava fissando Carl che a sua volta fissava qualcosa sul tappeto ai suoi piedi. Helen s’era messa a scegliere tra le M&M’s che s’era versata sul palmo della mano. «Quelle che mi piacciono di più sono le verdi», disse. «Io devo andare a lavorare domani mattina», disse Jack. «Altroché se è giù di corda», disse Mary. «Volete vedere uno giù di corda, gente? Eccolo qua, uno che più giù non si può». «Andiamo?», le disse Jack. «Qualcuno vuole un bicchiere di latte?», chiese Carl. «Di là abbiamo anche il latte». «Io sono troppo piena di gazzosa», disse Mary. «Non ce n’è più di gazzosa», disse Carl. Helen si mise a ridere. Chiuse gli occhi, li riaprì e si mise di nuovo a ridere. «Dobbiamo proprio andare a casa», disse Jack. Dopo un po’ si alzò e disse: «Avevamo i cappotti? Non mi pare che avessimo i cappotti». «Come? No, non mi pare che avessimo i cappotti», disse Mary, rimanendo seduta. «Faremmo meglio ad andare», disse Jack. «Devono andarsene», disse Helen. Jack infilò le mani sotto le ascelle di Mary e la tirò su. «Arrivederci, ragazzi», disse Mary. Abbracciò Jack. «Sono così piena che a momenti non riesco a muovermi». Helen rise. «Helen trova sempre qualcosa per cui ridere», disse Carl, sorridendo. «Si può sapere che hai da ridere, Helen?» 72


«Non lo so. Qualcosa che ha detto Mary», rispose Helen. «Che cosa ho detto?», chiese Mary. «Non me lo ricordo», disse Helen. «Su, dobbiamo andare», disse Jack. «A presto», disse Carl. «Statemi bene, eh?» Mary cercò di ridere. «Andiamo», disse Jack. «‘Notte a tutti», disse Carl. «Buonanotte, Jack». Jack sentì Carl pronunciare queste parole molto, molto lentamente.

Appena usciti, Mary s’aggrappò al braccio di Jack e si mise a camminare a testa bassa. Percorsero lentamente il marciapiedi. Lui ascoltava il rumore strascicato dei passi della moglie. Sentì distintamente l’abbaiare acuto di un cane e sopra a quello il brusio lontano del traffico. A un certo punto, lei alzò la testa. «Appena arriviamo a casa, Jack, voglio che mi scopi, che mi parli, che mi distrai. Devi distrarmi, Jack. Ho bisogno d’essere distratta, stasera». Strinse la presa sul braccio del marito. Lui sentiva ancora l’umido della scarpa. Aprì la porta di casa e accese la luce. «Vieni a letto», gli disse. «Arrivo subito», disse lui. Andò in cucina e bevve due bicchieri d’acqua. Spense la luce in soggiorno e procedette a tentoni lungo la parete fino alla camera da letto. «Jack!», urlò lei, «Jack!» «Cristo santo, sono io!», esclamò lui. «Sto cercando l’interruttore». Accese la luce e lei si tirò su a sedere. Aveva gli occhi lucidi. Lui caricò la sveglia e cominciò a spogliarsi. Gli tremavano le ginocchia. «C’è qualcosa da fumare in casa?», chiese lei. «No, non abbiamo niente», rispose lui. «Allora preparami qualcosa da bere. Beviamoci qualcosa. Non mi dire che non abbiamo neanche niente da bere». «Solo un po’ di birra». Si guardarono negli occhi. «Allora, mi faccio una birra», disse lei. 73


«Ma davvero vuoi una birra?» Lei annuì lentamente, mordicchiandosi il labbro. Lui tornò con la birra. Lei se ne stava seduta con il cuscino in grembo. Lui le porse la lattina di birra, poi s’infilò a letto e tirò su le coperte. «Mi sono scordata di prendere la pillola», disse lei. «Cosa?» «Mi sono scordata la pillola». Jack si alzò da letto e le portò la pillola. Lei aprì gli occhi e lui le fece cadere la pillola sulla lingua che intanto aveva tirato fuori. La mandò giù con un sorso di birra e lui si rimise a letto. «Prendi qua. Non riesco a tenere gli occhi aperti», disse lei. Lui poggiò la lattina sul pavimento, poi rimase dal suo lato a fissare il buio del corridoio. Lei gli passò una mano sopra le costole e con le dita cominciò a stuzzicargli il petto. «Che ci sarà mai in Alaska?», disse lei. Lui si girò sulla pancia e si tirò più in là possibile dalla sua parte. Dopo un attimo, lei russava già. Proprio mentre stava spegnendo la luce, gli parve di vedere qualcosa muoversi in corridoio. Continuò a fissare l’oscurità finché gli parve di vedere di nuovo qualcosa, un paio d’occhietti. Il cuore gli fece una capriola in petto. Sbatté le palpebre e continuò a fissare davanti a sé. Si abbassò per trovare qualcosa da tirare. Raccolse una delle sue scarpe. Si tirò su a sedere, tenendo la scarpa con tutt’e due le mani. Sentì lei che russava e strinse i denti. Rimase in attesa. Aspettava che quella cosa facesse ancora una mossa, il benché minimo rumore.

74


Vicini

Bill e Arlene Miller erano una coppia felice. Ma ogni tanto avevano come l’impressione di essere i soli, nella loro cerchia, a essere rimasti in qualche modo fuori: Bill, perso nel suo lavoro di ragioniere e Arlene, impegnata nei suoi compiti segretariali. Qualche volta ne discutevano, facendo dei confronti soprattutto con la vita dei loro vicini, Harriet e Jim Stone. Ai Miller pareva che gli Stone conducessero una vita più intensa e brillante della loro. I vicini andavano sempre a cena fuori, invitavano gente a casa o viaggiavano per tutto il paese in occasione di impegni di lavoro di Jim. Gli Stone abitavano nell’appartamento di fronte a quello dei Miller. Jim faceva il rappresentante per una ditta che fabbricava pezzi di macchinari e riusciva spesso a combinare le trasferte di lavoro con i viaggi di piacere. Ora, per esempio, si sarebbero assentati per dieci giorni, andando prima a Cheyenne e poi a Saint Louis, a trovare certi parenti. In loro assenza, i Miller avrebbero badato all’appartamento degli Stone, dato da mangiare a Kitty e annaffiato le piante. Bill e Jim si scambiarono una stretta di mano accanto alla macchina. Harriet e Arlene si tennero a vicenda per i gomiti mentre si sfioravano le labbra con un bacio. «Divertitevi», Bill disse a Harriet. «Come no», rispose Harriet. «Anche voi, ragazzi!» Arlene annuì. Jim le strizzò l’occhio. «Ciao, Arlene. Mi raccomando, trattalo bene il tuo vecchio». «Come no», disse Arlene. «Divertitevi», ripeté Bill. «Ci puoi scommettere», disse Jim, colpendo scherzosamente Bill sul braccio. «E grazie ancora, ragazzi». Gli Stone agitarono le mani in segno di saluto dalla macchina mentre si allontanavano e i Miller risposero al saluto. «Be’, mi piacerebbe essere al posto loro», disse Bill.

75


«Dio solo sa se non farebbe bene anche a noi una vacanza», disse Arlene. Mentre risalivano nel loro appartamento, prese il braccio del marito e se lo mise attorno alla vita. Dopo cena Arlene disse: «Non ti scordare. La prima sera Kitty deve mangiare il cibo a base di fegato». Rimase in piedi sulla soglia della cucina a piegare la tovaglietta fatta a mano che Harriet le aveva portato da Santa Fe l’anno prima.

Entrando nell’appartamento degli Stone, Bill trasse un respiro profondo. L’aria s’era già fatta pesante e vagamente dolce. L’orologio a forma di sole sopra al televisore segnava le otto e mezza. Ricordava ancora quando Harriet aveva portato a casa quell’orologio e aveva attraversato il pianerottolo per mostrarlo ad Arlene, cullandone la cassa d’ottone tra le braccia e parlandogli attraverso la carta velina che lo avvolgeva quasi fosse un bambino. Kitty gli si strofinò contro le pantofole e si sdraiò su un fianco, ma saltò su subito appena lui si diresse in cucina e scelse una delle scatolette allineate in bell’ordine sul piano immacolato del lavello. Lasciò la gatta a sbocconcellare il cibo e si diresse in bagno. Si guardò nello specchio, chiuse gli occhi e si guardò di nuovo. Aprì lo sportello dei medicinali. Trovò un flacone di pillole e ne lesse l’etichetta - Harriet Stone. Una compressa al giorno come da ricetta - quindi se l’infilò in tasca. Tornò in cucina, riempì la brocca d’acqua e andò in soggiorno. Finito di annaffiare le piante, poggiò la brocca sulla moquette e aprì la credenza dove erano conservati i liquori. Allungò una mano fino in fondo e ne tirò fuori la bottiglia di Chivas Regal. Prese due sorsi attaccandosi alla bottiglia, si asciugò le labbra sulla manica e ripose la bottiglia nella credenza. Kitty s’era messa a dormire sul divano. Bill spense le luci e lentamente si tirò la porta alle spalle, controllando che fosse chiusa bene. Aveva come la sensazione di essersi scordato qualcosa. «Come mai ci hai messo tanto?», gli chiese Arlene. Guardava la televisione con le gambe piegate sotto di sé. «Niente. Mi sono messo a giocare un po’ con Kitty», rispose lui, poi andò da lei e le carezzò i seni. 76


«Andiamocene a letto, tesoro», le disse.

Il giorno dopo Bill si prese solo dieci dei venti minuti di pausa previsti nel pomeriggio e staccò un quarto d’ora prima delle cinque. Parcheggiò la macchina nel posto riservato a lui proprio mentre Arlene scendeva dall’autobus. Attese che lei entrasse nell’edificio e poi corse su per le scale per sorprenderla all’uscita dall’ascensore. «Bill! Oddio, a momenti mi fai prendere un colpo. Sei in anticipo», disse. Lui si strinse nelle spalle. «Non c’era niente da fare, in ufficio», disse. Lei gli diede la sua chiave per aprire la porta. Bill lanciò un’occhiata alla porta dell’appartamento di fronte prima di seguirla in casa. «Andiamocene a letto», disse lui. «Adesso?», Arlene fece una risatina. «Ma Bill, che t’ha preso?» «Niente. Togliti i vestiti». Cercò goffamente di afferrarla e lei esclamò: «Dio Santo, Bill!» Lui si slacciò la cintura. Dopo, ordinarono cibo cinese per telefono e quando arrivò lo mangiarono con appetito, senza parlare, e si misero ad ascoltare dei dischi. «Non ci scordiamo di dare da mangiare a Kitty», disse lei. «Stavo proprio pensando la stessa cosa», disse lui. «Vado subito».

Scelse una scatoletta al gusto di pesce per la gatta, poi riempì la brocca e andò ad annaffiare. Quando tornò in cucina, la gatta grattava la sabbia della lettiera. Lo fissò intensamente prima di rimettersi a grattare. Aprì tutti gli sportelli e passò in rassegna le scatolette, le scatole di cereali, il cibo confezionato, i bicchieri da cocktail e da vino, tazze, bricchi, piatti, piattini, pentole e padelle. Aprì il frigo. Annusò un gambo di sedano, staccò due morsi di cheddar e mangiucchiò una mela avviandosi in camera da letto. Il letto sembrava immenso, con una sovracoperta bianca e morbida che arrivava fino a terra. Aprì un cassetto del comodino, vi trovò un pacchetto di sigarette semivuoto e se l’infilò in tasca. Si avvicinò quindi al guardaroba e stava per aprirlo quando sentì bussare alla porta d’ingresso. 77


Mentre andava ad aprire si fermò in bagno e tirò lo sciacquone. «Ma come mai ci metti tanto?», chiese Arlene. «È più di un’ora che sei qui». «Ah, sì?», disse lui. «Eh, già». «Sono dovuto andare in bagno». «Guarda che il bagno ce l’hai anche a casa», disse lei. «Era urgente», disse lui. Quella sera fecero di nuovo l’amore.

La mattina dopo chiese ad Arlene di chiamare l’ufficio per avvertire che non sarebbe andato al lavoro. Si fece una doccia, si vestì e si preparò una colazione leggera. Provò a cominciare a leggere un libro. Uscì a fare una passeggiata e si sentì meglio. Però dopo un po’ se ne tornò a casa con le mani in tasca. Si fermò davanti alla porta degli Stone per sentire se per caso la gatta gironzolava dentro l’appartamento. Poi aprì la porta di casa sua e andò in cucina a prendere la chiave dei vicini. Una volta all’interno gli parve che facesse più fresco qui che a casa sua; era pure più scuro. Si chiese se le piante avessero qualcosa a che fare con la temperatura dell’aria. Guardò fuori dalla finestra e poi attraversò lentamente ciascuna delle stanze esaminando qualsiasi cosa cadesse sotto il suo sguardo, con attenzione, una cosa alla volta. Guardò posacenere, mobili, utensili di cucina, l’orologio. Tutto. Alla fine entrò in camera da letto e la gatta apparve ai suoi piedi. La carezzò una volta, la portò in bagno e la chiuse dentro. Si stese sul letto e fissò il soffitto. Rimase lì a occhi chiusi qualche minuto, poi s’infilò una mano sotto la cintura. Cercò di ricordarsi che giorno era. Cercò di ricordare quand’era che gli Stone dovevano tornare e poi si chiese se sarebbero mai tornati. Non ricordava già più che faccia avevano e neanche come si vestivano o come parlavano. Con un sospiro e qualche difficoltà rotolò sul letto per alzarsi e si appoggiò al comò per guardarsi allo specchio. Aprì il guardaroba e scelse una camicia hawaiana. Rovistò finché non trovò un paio di bermuda, ben stirati e appesi sopra un paio di calzoni di gabardine marroni. Si tolse i vestiti che portava e s’infilò i calzoncini e la camicia. Si riguardò nello specchio. Andò in soggiorno e si versò da bere. Tornando in camera 78


da letto, sorseggiò dal bicchiere. Provò una camicia azzurra, un completo scuro, una cravatta bianca e blu, scarpe nere eleganti. Intanto il bicchiere s’era svuotato e andò a versarsene un altro. Tornato di nuovo in camera da letto, si sedette su una poltroncina, accavallò le gambe e sorrise, osservandosi allo specchio. Il telefono squillò un paio di volte e poi tacque. Svuotò di nuovo il bicchiere e si tolse il completo. Rovistò nei cassetti superiori finché non trovò un paio di mutandine e un reggiseno. S’infilò le mutandine e si agganciò il reggiseno, poi frugò nel guardaroba in cerca di un vestitino. Si mise una gonna a scacchi e cercò di chiudere la cerniera. Indossò una camicetta bordeaux con l’abbottonatura davanti. Esaminò le scarpe di Harriet, ma capì subito che non gli sarebbero entrate. Passò parecchio tempo dietro le tende della finestra del soggiorno a guardare fuori. Poi tornò in camera da letto e rimise a posto ogni cosa.

Non aveva appetito. Neanche lei mangiò molto, del resto. Si scambiarono uno sguardo impacciato e un sorriso. Arlene si alzò da tavola e andò a controllare che la chiave dei vicini fosse al suo posto sulla mensola, poi sparecchiò in tutta fretta. Lui rimase in piedi sulla soglia della cucina a fumare, poi la vide prendere la chiave. «Mettiti comodo intanto che vado di là», disse lei. «Leggiti il giornale o qualcosa del genere». Strinse la chiave in pugno. Aveva un’aria stanca, gli disse lei. Lui cercò di concentrarsi sulle notizie. Lesse il giornale e accese la televisione. Alla fine andò di là anche lui. La porta era chiusa. «Sono io. Sei ancora lì, amore?», chiamò. Dopo un po’ la serratura scattò e Arlene uscì e si chiuse la porta alle spalle. «Sono stata via tanto?», chiese. «Be’, insomma, sì», rispose lui. «Sul serio?», disse lei. «Credo di avere giocato tutto il tempo con Kitty». Lui la scrutò, ma lei distolse lo sguardo, la mano ancora poggiata sul pomello. «È strano, sai?», disse lei. «Voglio dire... entrare così, in casa d’altri...» Lui annuì, le tolse la mano dal pomello e la guidò verso la loro porta. Entrarono nel proprio appartamento. «Infatti è strano», disse lui. 79


Notò della lanugine bianca attaccata sul retro del golf di Arlene e che aveva le guance molto colorite. Cominciò a baciarle il collo e i capelli. Lei si girò e cominciò a baciarlo a sua volta. «Oh, accidenti!», esclamò di colpo Arlene. «Accidenti, accidenti!», si mise a cantilenare come una bambina, battendo le mani. «Mi sono appena ricordata di una cosa. Non ci crederai, ma mi sono dimenticata di fare quello che ero andata a fare. Non ho dato da mangiare alla gatta né ho annaffiato le piante». Lo guardò. «Si può essere più stupidi?» «Ma no, dai», la rassicurò lui. «Aspetta un attimo. Prendo le sigarette e torniamo di là insieme». Lei attese che lui chiudesse la porta di casa loro per attaccarglisi al braccio, poco sopra al gomito, e disse: «Mi sa che è meglio che te lo dica subito. Sai, ho trovato delle foto». Lui si fermò in mezzo al pianerottolo. «Che genere di foto?» «Adesso le vedrai», disse e lo guardò negli occhi. «Ma va’!» Sorrise. «E dove?» «In un cassetto», disse lei. «Ma va’!» disse lui. E poi lei disse: «Magari non tornano più», e rimase subito stupefatta da quello che aveva appena detto. «Potrebbe succedere», disse lui. «Potrebbe succedere di tutto». «O magari, per tornare tornano, ma...» Non finì la frase. Attraversarono il pianerottolo tenendosi per mano e quando lui le parlò, lei quasi non lo udì. «La chiave», disse lui. «Dalla a me». «Cosa?», chiese lei. Si mise a fissare la porta. «La chiave», disse lui. «Ce l’hai tu». «Oddio mio!», disse lei. «L’ho lasciata dentro!» Lui provò a girare il pomello. Ma era bloccato. Non girava affatto. Lei era rimasta a bocca aperta e ansimava un po’, in attesa. Lui spalancò le braccia e lei ci si rifugiò. «Non ti preoccupare», le disse all’orecchio. «Per l’amor di Dio, non ti preoccupare».

80


Rimasero lĂŹ. Si tenevano stretti. Si appoggiarono contro la porta, come per ripararsi dal vento, e si fecero forza.

81


Provi a mettersi nei miei panni

Il telefono si mise a squillare mentre passava l’aspirapolvere. Aveva già pulito gran parte dell’appartamento e stava finendo il soggiorno, usando il pezzo a becco stretto per togliere bene i peli del gatto tra i cuscini del divano. Si fermò ad ascoltare e spense l’aspirapolvere. Andò a rispondere al telefono. «Pronto?», disse. «Myers», disse una voce di donna. «Come stai? Cosa fai?» «Niente», rispose lui. «Ciao, Paula». «C’è una festa qui in ufficio, oggi pomeriggio», disse lei. «Sei invitato. Ti ha invitato Dick». «Non credo di poter venire», disse Myers. «Proprio adesso Dick mi ha detto telefona un po’ a quel rudere di tuo marito. Cerca di farlo venire qui a bere un bicchiere. Tiralo fuori dalla sua torre d’avorio e riportalo per un po’ nel mondo reale. Dick diventa spiritoso quando beve. Myers, ci sei?» «Ho sentito», disse Myers. Myers aveva lavorato per Dick. Dick diceva sempre che sarebbe andato a Parigi a scrivere un romanzo, e quando Myers si era licenziato per mettersi a scriverlo lui, il romanzo, Dick aveva detto che un giorno o l’altro si aspettava di vedere il nome di Myers nella classifica dei libri più venduti. «In questo momento non posso venire», disse Myers. «Stamattina ci è arrivata una notizia terribile», proseguì Paula, come se non lo avesse sentito. «Ti ricordi Larry Gudinas? Lavorava ancora qui quando sei stato assunto. Per un po’ ha dato una mano sui testi scientifici, poi l’hanno mandato sul campo e infine l’hanno licenziato, hai presente? Be’, stamattina abbiamo saputo che si è suicidato. Si è sparato un colpo in bocca. Te l’immagini? Myers?» «Ho sentito», disse Myers. Cercò di ricordare Larry Gudinas e gli tornò in mente un uomo alto e un po’ curvo, con gli occhiali di metallo, cravatte vistose, stempiato. Immaginò l’impatto, la testa che sussultava violentemente all’indietro. «Gesù!», esclamò Myers. 82


«Be’, mi dispiace tanto». «Fai un salto qui in ufficio, tesoro, d’accordo?», disse Paula. «Siamo tutti qui a chiacchierare, a bere qualcosa e ad ascoltare musica natalizia. Dai, vieni anche tu», disse. Myers sentiva tutto all’altro capo del filo. «Non mi va di venire», disse. «Paula?» Vide qualche fiocco di neve svolazzare fuori dalla finestra. Passò le dita sul vetro e poi cominciò a scriverci sopra il proprio nome, in attesa della risposta. «Che c’è? Ti ascolto», disse lei. Poi: «E va bene», aggiunse, «allora, perché non ci vediamo un attimo da Voyles e beviamo una cosa insieme? Myers?» «D’accordo», disse lui. «Da Voyles. Va bene». «Ci rimarranno tutti male qui se non vieni», disse lei. «Specialmente Dick. Lo sai quanto ti ammira, Dick. Sul serio. Me l’ha detto lui. Ammira il tuo coraggio. Dice che se ce l’avesse lui, il tuo coraggio, si sarebbe licenziato da un pezzo. Secondo Dick, ci vuole coraggio per fare quello che hai fatto tu. Myers?» «Sono qui, sono qui», disse Myers. «Spero di far partire la macchina. Se non ci riesco, ti richiamo». «Va bene», disse lei. «Ci vediamo da Voyles, allora. Se non ti risento, tra cinque minuti esco di qui». «Salutami Dick», disse Myers. «Presenterò», rispose Paula. «Sta parlando proprio di te». Myers mise a posto l’aspirapolvere. Scese le due rampe di scale e andò alla macchina, parcheggiata in fondo e ricoperta di neve. Salì e si mise a schiacciare più volte il pedale del gas, poi provò a girare la chiave d’avviamento. Il motore si accese. Tenne il piede premuto sull’acceleratore.

Guidava guardando la gente che s’affrettava sui marciapiedi, carica di buste della spesa. Lanciò un’occhiata verso il cielo grigio, pieno di fiocchi, e agli edifici alti con la neve che si accumulava nelle fessure e sui davanzali delle finestre. Cercava di assorbire tutto, di metterlo da parte per dopo. Aveva appena finito di scrivere un racconto e ne doveva cominciare un altro. Si sentiva insignificante.

83


Arrivò da Voyles, un piccolo locale d’angolo, accanto a un negozio di abbigliamento maschile. Parcheggiò sul retro ed entrò. Rimase seduto al bancone per un po’, poi si portò il bicchiere a un tavolinetto vicino alla porta. Appena arrivò, Paula gli disse: «Buon Natale!», e lui si alzò e la baciò su una guancia. La fece accomodare, scostandole la sedia. «Scotch?», le chiese. «Scotch», disse lei. «Scotch con ghiaccio», precisò alla ragazza che venne a prendere le ordinazioni. Paula gli prese il bicchiere e se lo scolò. «Ne porti un altro anche a me», Myers disse alla ragazza. «Non mi piace questo posto», disse lui dopo che la cameriera si era allontanata. «Che c’è che non va, adesso?», chiese Paula. «Ci veniamo sempre». «Non mi piace e basta», disse lui. «Beviamoci una cosa e poi andiamo da qualche altra parte». «Come vuoi», disse lei. La ragazza tornò con i bicchieri pieni. Myers la pagò e brindò con Paula. Myers la fissò. «Ti saluta Dick», disse lei. Myers annuì. Paula sorseggiò il suo whisky. «Come te la sei passata oggi?» Myers si strinse nelle spalle. «Che hai combinato?», chiese lei. «Niente», rispose lui. «Ho passato l’aspirapolvere». Lei gli sfiorò la mano. «Ti mandano tutti i saluti». Finirono di bere. «M’è venuta un’idea», disse lei. «Perché non facciamo un salto a salutare i Morgan? Non li abbiamo mai conosciuti, Dio santo, eppure sono tornati da mesi. Facciamogli un’improvvisata: salve, siamo i Myers. Oltretutto ci hanno pure mandato una cartolina. Ce l’avevano detto loro di passare durante le feste. Ci hanno invitato. Non mi va di tornare a casa», disse infine e si mise a rovistare nella borsa in cerca delle sigarette. Myers si ricordò che prima di uscire aveva regolato la caldaia e aveva spento tutte le luci. Poi gli tornarono in mente i fiocchi di neve che volteggiavano davanti alla finestra. 84


«E quella lettera d’insulti che ci hanno mandato dicendo che avevano sentito dire che tenevamo un gatto in casa?», disse lui. «Ormai quell’episodio se lo saranno dimenticato», disse lei. «E poi, non era niente di serio, dai. Oh, su, Myers, andiamo! Facciamo un salto a trovarli». «Dovremmo prima chiamarli se vogliamo fare una cosa del genere», disse lui. «E no», obiettò lei. «Fa parte della sorpresa. Non li chiamiamo. Andiamo lì, bussiamo e diciamo salve, noi abitavamo qui prima. Che ne dici? Myers?» «Dico che dovremmo prima chiamare», insisté lui. «Ma siamo nel periodo delle feste», disse lei, alzandosi dalla sedia. «Andiamo, piccolo». Lo prese per un braccio e uscirono sotto la neve. Lei suggerì di prendere la sua macchina e di passare più tardi a riprendere quella di Myers. Lui le tenne aperta la portiera e poi girò attorno alla macchina per raggiungere il sedile del passeggero.

Quando vide le finestre illuminate, la neve sul tetto e la station-wagon parcheggiata nel vialetto, fu assalito da una strana sensazione. Le tende erano aperte e le luci intermittenti dell’albero di Natale ammiccavano dalla finestra. Scesero dalla macchina. Lui la sorresse per il gomito nello scavalcare un mucchio di neve e si avviarono su per il vialetto verso la veranda. Avevano fatto solo pochi passi quando un grosso cane peloso arrivò a tutta velocità da dietro il garage e puntò dritto verso Myers. «Oddio!», esclamò, cercando di rannicchiarsi, arretrare e proteggersi con le mani allo stesso tempo. Scivolò sul vialetto, il cappotto gli svolazzò tutto attorno e cadde sull’erba gelata con l’orribile certezza che il cane l’avrebbe azzannato alla gola. Invece l’animale si limitò a ringhiare una sola volta e poi si mise ad annusare il cappotto di Myers. Paula raccolse una manciata di neve e la tirò al cane. Le luci della veranda si accesero, la porta si aprì e una voce maschile chiamò: «Buzzy!» Myers si rialzò e si spazzolò il cappotto. «Che succede là fuori?», domandò l’uomo dalla soglia di casa. «Chi è? Buzzy, vieni qua, bello, vieni!» 85


«Siamo i Myers», disse Paula. «Siamo venuti ad augurarvi Buon Natale». «I Myers?», ripeté l’uomo sulla soglia. «Via! Va’ subito in garage, Buzzy. Su, su! Sono i Myers», disse alla donna in piedi dietro di lui che cercava di guardare oltre le sue spalle. «I Myers. Be’, falli entrare, no? Falli entrare, per carità», disse la donna, uscendo sotto la veranda. Poi si rivolse direttamente a loro: «Prego, accomodatevi, fuori si gela. Io sono Hilda Morgan e lui è Edgar. Piacere di conoscervi. Ma prego, accomodatevi». Si scambiarono rapide strette di mano lì sotto la veranda. Myers e Paula entrarono ed Edgar Morgan chiuse la porta. «Datemi qua i cappotti. Vi prego, toglietevi i cappotti», disse il signor Morgan. «Tutto a posto?», chiese a Myers, scrutandolo da vicino. Myers annuì. «Sapevo che quel cane era un po’ matto, ma non ha mai fatto uno scherzo del genere. Ho visto tutto. Stavo guardando fuori dalla finestra quando è successo». Questa osservazione sembrò strana a Myers che squadrò un po’ il suo interlocutore. Edgar Morgan era sulla quarantina, quasi calvo, indossava un paio di pantaloni sportivi, un golf e pantofole in pelle. «Si chiama Buzzy», disse Hilda Morgan, facendo una smorfia. «È il cane di Edgar. Personalmente, a me non piace tenere animali in casa, ma Edgar ha comprato quella bestia e ha promesso di tenerlo là fuori». «Dorme nel garage», disse Edgar Morgan. «Sta sempre lì a chiederci di lasciarlo entrare in casa, ma capirete bene che non possiamo permetterglielo». Il signor Morgan ridacchiò. «Ma prego, sedetevi, prego, sempre che riusciate a trovare un po’ di spazio in questa confusione. Hilda, cara, togli un po’ di quella roba dal divano in modo che i signori Myers possano accomodarsi». Hilda Morgan tolse pacchetti, carta da regalo, forbici, nastro e fiocchi dal divano e li posò per terra. Myers notò che Morgan lo stava di nuovo fissando, senza sorridere, stavolta. Paula disse: «Myers, tesoro, hai qualcosa tra i capelli». Myers si passò una mano dietro la nuca e trovò un fuscello. Se lo mise in tasca. «Quel matto d’un cane», disse Morgan e ridacchiò di nuovo. «Stavamo giusto preparandoci qualcosa di caldo da bere mentre incartavamo i regali dell’ultimo

86


minuto, sapete com’è. Volete farci compagnia e bere qualcosa per festeggiare? Che cosa preferite?» «Qualsiasi cosa, grazie», disse Paula. «Sì, sì, qualsiasi cosa», le fece eco Myers. «Non avevamo intenzione di disturbare». «Che sciocchezze», disse Morgan. «Eravamo molto... come dire? curiosi di conoscere i Myers. Le andrebbe qualcosa di caldo?» «Va bene», rispose Myers. «E a lei, signora?» Paula annuì. «Arrivano subito due belle tazze calde», disse Morgan. «Cara, mi sa che anche noi siamo pronti per un altro giro, eh?», disse rivolto alla moglie. «Dobbiamo assolutamente festeggiare». Raccolse la tazza della moglie e andò di là in cucina. Myers sentì uno sportello della credenza sbattere e sentì un’esclamazione soffocata che sembrava proprio un’imprecazione. Myers sbatté le palpebre. Lanciò un’occhiata a Hilda Morgan, che si stava accomodando su una poltrona accanto al divano. «Sedetevi qua, voi due», disse Hilda Morgan, dando dei colpetti al bracciolo del divano. «Qua, davanti al fuoco. Quando torna, diremo al signor Morgan di mettere un po’ più di legna». Si sedettero. Hilda Morgan giunse le mani in grembo e si piegò un po’ in avanti per osservare meglio la faccia di Myers. Il soggiorno era tale e quale a come se lo ricordava, tranne per il fatto che dietro la poltrona di Hilda Morgan c’erano tre piccole stampe incorniciate. In una, un signore in panciotto e giacca lunga si toglieva il cappello davanti a due signore con il parasole. La scena era un ampio viale pieno di carrozze e cavalli. «Com’era la Germania?», chiese Paula. Sedeva sul bordo del divano e si teneva la borsa stretta sulle gambe. «Oh, ci siamo innamorati della Germania», disse Edgar Morgan, di ritorno dalla cucina con un vassoio e quattro grosse tazze. Myers le riconobbe. «È mai stata in Germania, signora Myers?», chiese Morgan. «No, ma ci piacerebbe andare», disse Paula. «Non è vero, caro? Magari l’anno prossimo, d’estate. Oppure l’anno dopo. Appena potremo permettercelo. Forse appena Myers riesce a piazzare qualcosa. Sapete, lui scrive».

87


«Penso proprio che un viaggio in Europa possa essere molto utile per uno scrittore», disse Morgan. Sistemò le tazze sui sottobicchieri. «Servitevi pure, prego». Si sedette sulla poltrona di fronte a quella della moglie e fissò di nuovo Myers. «Nella sua lettera diceva che avrebbe smesso di lavorare per cominciare a scrivere». «Proprio così», disse Myers, e bevve un sorso dalla sua tazza. «Scrive qualcosa quasi tutti i giorni», disse Paula. «Ma davvero?», disse Morgan. «Impressionante. E che cosa ha scritto oggi, se non sono indiscreto?» «Niente», rispose Myers. «È per via delle feste», disse Paula. «Be’, dev’essere fiera di lui, signora Myers», disse Hilda Morgan. «Oh, sì», disse Paula. «Mi fa piacere per lei», disse Hilda Morgan. «L’altro giorno ho sentito una cosa che potrebbe interessarle», disse Edgar Morgan. Tirò fuori la borsa del tabacco e cominciò a riempirsi la pipa. Myers si accese una sigaretta e si guardò attorno in cerca di un posacenere, poi, non trovandolo, lasciò cadere il fiammifero dietro il divano. «In effetti è una storia terribile. Ma forse può esserle utile, signor Myers». Morgan accese un fiammifero e aspirò dalla pipa. «Tutto fa brodo, come si dice, no?», disse Morgan, ridendo e agitò il fiammifero per spegnerlo. «Dunque, c’è questo tizio, no? All’incirca della mia età. È stato un mio collega per un paio d’anni. Ci conoscevamo un po’ e inoltre abbiamo dei buoni amici in comune. Poi lui se n’è andato, ha accettato un posto in un’università non troppo lontana. Be’, sapete come vanno certe cose, a volte... insomma il tizio ha avuto una relazione con una delle sue studentesse». La signora Morgan schioccò la lingua in segno di disapprovazione. Si abbassò per raccogliere un pacchetto avvolto in una carta verde e ci attaccò un fiocco rosso. «Secondo quanto si dice in giro, è stata una relazione molto appassionata ed è andata avanti per parecchi mesi», continuò Morgan. «Anzi, fino a poco tempo fa. Una settimana fa, per essere precisi. Quel giorno, verso sera, lui ha annunciato alla moglie - la donna con cui era sposato da vent’anni - insomma le ha annunciato che voleva divorziare. Potete 88


immaginare come quella poveraccia ha accolto la notizia, un fulmine a ciel sereno, praticamente. C’è stata una grossa lite. Vi ha preso parte tutta la famiglia. Lei gli ha intimato di andarsene da casa, così, su due piedi. Ma proprio mentre il tizio se ne stava andando, il figlio gli ha lanciato contro una scatola di minestra di pomodoro e l’ha centrato in piena fronte. Gli ha provocato una commozione cerebrale tale che l’hanno dovuto ricoverare in ospedale. È ancora lì, in gravi condizioni». Morgan aspirò dalla pipa e fissò lo sguardo su Myers.

«È una storia inaudita», disse la signora Morgan. «Edgar, che brutta storia!» «Terribile», disse Paula. Myers le fece un ampio sorriso. «Be’, ecco pronto un racconto per lei, signor Myers», disse Morgan, cogliendo il sorrisetto e stringendo gli occhi. «Pensi a che bel racconto ne potrebbe ricavare se solo riuscisse a entrare nella testa di quel tizio». «O in quella di lei», disse la signora Morgan. «Voglio dire, della moglie. Pensi alla sua, di storia. Essere tradita in quel modo dopo vent’anni. Pensi un po’ a come dev’essersi sentita». «Ma provate anche a immaginare a quello che starà passando il ragazzo, poverino», intervenne Paula. «Pensate un po’, a momenti ammazza il padre». «Sì, è tutto vero», disse Morgan. «Però c’è una cosa a cui, secondo me, nessuno di voi ha pensato. Riflettete un attimo su questa cosa. Signor Myers, mi segue? Mi dica che cosa ne pensa. Provi a mettersi nei panni di quella studentessa diciottenne che s’è innamorata d’un uomo sposato. Pensi un attimo a lei, e poi vedrà quante possibilità ci sono per il suo racconto». Morgan annuì e si appoggiò allo schienale della poltrona con un’espressione soddisfatta sul volto. «Temo proprio di non riuscire a provare alcuna compassione per quella lì», disse la signora Morgan. «Già lo so che tipo è. Lo sappiamo tutti che tipo è, il tipo che dà la caccia agli uomini maturi. E non provo compassione nemmeno per lui l’uomo, il dongiovanni, no, neanche un po’. Temo che in questo caso le mie simpatie siano decisamente dalla parte della moglie e del figlio».

89


«Ci vorrebbe un Tolstoj per raccontarla, e raccontarla come si deve, una storia del genere», disse Morgan. «Niente di meno che un Tolstoj. Signor Myers, l’acqua è ancora calda». «È ora di andare», disse Myers. Si alzò e gettò la cicca nel caminetto. «Fermatevi ancora un po’», disse la signora Morgan. «Non abbiamo ancora fatto conoscenza. Non sapete quanto abbiamo cercato di... immaginare come eravate. Ora che finalmente siamo riusciti a incontrarci, fermatevi ancora un po’. È stata proprio una bella sorpresa». «Abbiamo molto apprezzato la cartolina e il biglietto che ci avete mandato», disse Paula. «La cartolina?», chiese la signora Morgan. Myers si sedette. «Noi, quest’anno, abbiamo deciso di non spedire biglietti d’auguri», disse Paula. «Non sono riuscita a occuparmene quando avrei dovuto e mi sembrava inutile farlo all’ultimo minuto». «Gradisce un’altra tazza, signora Myers?», domandò Morgan, in piedi davanti a lei, ora, con la mano già posata sulla sua tazza. «Così dà il buon esempio a suo marito». «Era davvero buono», disse Paula. «Riscalda». «Esatto», disse Morgan. «Riscalda. Proprio così. Cara, hai sentito che cosa ha detto la signora Myers? Riscalda. Ha detto bene. Signor Myers?», disse Morgan, in attesa. «Ci fa compagnia anche lei?» «E va bene», disse Myers, lasciando che Morgan gli prendesse la tazza. Il cane cominciò a guaire e a grattare la porta. «Quel matto di un cane. Non so proprio che gli ha preso», disse Morgan. Andò di là in cucina e stavolta Myers sentì benissimo che imprecava, mentre sbatteva il bollitore sul fornello.

La signora Morgan si mise a canticchiare. Raccolse un pacchettino confezionato a metà, tagliò un pezzo di nastro adesivo e cominciò a sigillare la carta intorno al regalo.

90


Myers

si

accese

un’altra

sigaretta.

Posò

il

fiammifero

spento

sul

sottobicchiere. Guardò l’orologio. A un certo punto, la signora Morgan alzò la testa. «Mi pare di sentire cantare», disse. Si mise in ascolto. Poi si alzò dalla poltrona e andò alla finestra. «Ma stanno cantando davvero! Edgar!», chiamò. Anche Myers e Paula andarono alla finestra. «Erano anni che non sentivo i canti natalizi per strada», disse la signora Morgan. «Che c’è?», disse Morgan, arrivando con il vassoio e le tazze. «Che c’è? Cos’è successo?» «Non è successo niente, caro. Ci sono i cantori di Natale. Sono laggiù, dall’altra parte della strada», gli disse la moglie. «Signora Myers», disse Morgan, offrendo il vassoio. «Signor Myers. Cara». «Grazie», disse Paula. «Muchas gracias», disse Myers. Morgan mise giù il vassoio e si avvicinò anche lui alla finestra con la sua tazza. Alcuni giovani s’affollavano sul vialetto d’ingresso della casa di fronte, ragazzi e ragazze, guidati da un ragazzo più grande con sciarpa e cappotto. Myers riusciva a vedere la famiglia di fronte - gli Ardrey - affacciata alla finestra. Quando i cantori finirono, Jack Ardrey uscì dalla porta e diede qualcosa al ragazzo più grande. Il gruppo si spostò più giù sul marciapiedi, facendo oscillare i raggi delle torce elettriche, e si fermò davanti alla casa successiva. «Qui non ci arriveranno mai», disse la signora Morgan dopo un po’. «Cosa? E perché non dovrebbero arrivare anche qui?», domandò Morgan alla moglie. «Perché accidenti dici una stupidaggine del genere? Perché mai non dovrebbero arrivare anche qui?» «Tanto lo so che non ci arriveranno», insisté la signora Morgan. «E io invece scommetto di sì», disse Morgan. «Signora Myers, secondo lei quei cantori arriveranno qui o no? Lei che dice? Torneranno a benedire questa casa? Lascio decidere a lei». Paula si avvicinò ancor più al vetro. Ma i cantori ormai erano troppo lontani, dall’altra parte della strada. Non rispose alla domanda.

91


«Be’, e così lo spettacolo è finito», disse Morgan, tornando alla sua poltrona. Si sedette, accigliato, e cominciò a riempirsi la pipa. Myers e Paula tornarono a sedersi sul divano. Alla fine, anche la signora Morgan lasciò la finestra. Si sedette. Sorrideva e fissava assorta il contenuto della sua tazza. Quindi la posò sul tavolinetto e si mise a piangere. Morgan le porse il suo fazzoletto. Guardò Myers. Subito dopo cominciò a tamburellare le dita sul bracciolo della poltrona. Myers cambiò la posizione dei piedi. Paula rovistò nella borsa a caccia di una sigaretta. «Avete visto che cosa avete combinato?», disse Morgan, fissando un punto della moquette accanto ai piedi di Myers. Myers fece per alzarsi. «Edgar, vai a preparare un’altra tazza», disse la signora Morgan, asciugandosi gli occhi. Quindi usò il fazzoletto per soffiarsi il naso. «Voglio raccontare la storia della signora Attenborough. Il signor Myers è uno scrittore. Credo che la storia gli interesserà molto. Aspetterò che tu sia tornato, prima di cominciare a raccontare».

Morgan raccolse tutte le tazze e le portò di là in cucina. Myers sentì un rumore di stoviglie che si urtavano e sportelli che sbattevano. La signora Morgan gli lanciò uno sguardo e un vago sorriso. «Noi dobbiamo andare», disse Myers. «Sul serio. Paula, prendi il cappotto». «Ma no, no, insistiamo, signor Myers», disse la signora Morgan. «Vogliamo che lei ascolti la storia della signora Attenborough, la povera signora Attenborough. Anche a lei, signora, la storia potrebbe interessare parecchio. Avrà la possibilità di assistere in diretta alla mente di suo marito che elabora il materiale grezzo di una storia». Morgan tornò in soggiorno e distribuì le bevande calde. Poi si affrettò a sedersi al suo posto. «Raccontagli la storia della signora Attenborough, caro», disse la signora Morgan. «Quel cane a momenti mi stacca una gamba», disse d’un tratto Myers, rimanendo subito lui stesso stupito dalle parole che aveva appena detto. Mise giù la tazza. 92


«Oh, andiamo, non è stato poi così tragico», disse Morgan. «Ho visto tutto». «Si sa come sono gli scrittori», la signora Morgan disse a Paula. «Hanno un po’ il gusto dell’esagerazione». «Potenza della penna, eccetera eccetera», intervenne Morgan. «Esatto», disse la signora Morgan. «Trasformi la penna in aratro, signor Myers». «Lasciamo che mia moglie ci racconti la storia della signora Attenborough», disse Morgan, ignorando Myers che in quel momento si era di nuovo alzato in piedi. «Mia moglie è stata intimamente coinvolta in questa storia. Io ho già raccontato quella del tizio steso dalla lattina di minestra». Morgan ridacchiò tra sé e sé. «Questa la facciamo raccontare alla signora Morgan». «No, raccontala tu, caro. E lei, signor Myers, stia bene a sentire», disse la signora Morgan. «Noi dobbiamo andare», disse Myers. «Su, Paula, andiamocene». «A proposito di franchezza», disse la signora Morgan. «Già, proprio così», disse Myers. Poi aggiunse: «Allora, Paula, vieni o no?» «Voglio che ascoltiate questa storia», disse Morgan, alzando la voce. «Mia moglie si riterrà insultata, tutti e due ci riterremo insultati, se non la ascoltate». Strinse i denti attorno al cannello della pipa. «Per favore, Myers», si raccomandò Paula, in preda all’ansia. «Io la voglio sentire. Poi ce ne andiamo. Myers? Ti prego, tesoro, rimettiti a sedere per qualche minuto». Myers la guardò. Lei fece un gesto con le dita, una specie di segnale. Lui esitò, ma poi si sedette accanto a lei. La signora Morgan cominciò a raccontare: «Un pomeriggio, a Monaco, Edgar e io siamo andati al Dortmunder Museum. C’era una mostra sulla Bauhaus quell’autunno, ed Edgar ha detto che diamine, prendiamoci un giorno di vacanza - capite, era molto impegnato nelle sue ricerche - che diamine, oggi facciamo vacanza. E così abbiamo preso il tram e abbiamo attraversato tutta Monaco per raggiungere il museo. Abbiamo passato diverse ore a guardare la mostra e a visitare nuovamente le altre gallerie per rendere omaggio ad alcuni dei nostri vecchi maestri preferiti. Proprio quando stavamo per andarcene, ho fatto un salto al bagno delle signore. E lì mi sono dimenticata la borsetta. 93


Dentro c’era l’assegno mensile che mandavano a Edgar da casa e che era arrivato il giorno prima, più centoventi dollari in contanti che volevo depositare in banca insieme all’assegno. Inoltre c’erano tutti i miei documenti d’identità. Non mi sono accorta dell’assenza della borsa finché non siamo tornati a casa. Edgar ha subito telefonato alla direzione del museo. Ma proprio mentre lui era al telefono, ho visto arrivare un taxi davanti a casa nostra. Ne è scesa una signora anziana molto elegante. Era una signora piuttosto robusta e aveva due borsette. Ho avvertito Edgar e le siamo andati incontro. La donna si è presentata come la signora Attenborough, mi ha restituito la borsetta e ha spiegato che anche lei era andata al museo quel pomeriggio e nel bagno delle signore aveva notato la borsetta in un cestino dei rifiuti. Naturalmente l’aveva aperta nel tentativo di rintracciare la proprietaria. Dentro c’erano i documenti d’identità e tutto il resto, e c’era anche il nostro indirizzo di Monaco. Così aveva lasciato immediatamente il museo e aveva preso un taxi per restituire di persona la borsetta. L’assegno di Edgar era ancora lì, ma i soldi, i centoventi dollari, erano spariti. Ad ogni modo, ringraziai il cielo che le altre cose fossero ancora intatte. Ormai si erano fatte le quattro, e così abbiamo invitato la signora a restare da noi per un tè. Lei accettò, si sedette e dopo un po’ cominciò a parlarci di sé. Era nata e cresciuta in Australia, si era sposata giovane, aveva avuto tre figli, tutti maschi, era rimasta vedova e abitava ancora in Australia con due dei suoi figli. Allevavano pecore in una grande tenuta in cui le greggi potevano pascolare liberamente, con tanti mandriani e tosatori e tutto il resto, che lavoravano per loro in determinati periodi dell’anno. Quando è venuta a casa nostra a Monaco, stava tornando in Australia dall’Inghilterra, dov’era stata ospite del figlio più giovane che faceva l’avvocato lì. Insomma, quando l’abbiamo incontrata stava facendo ritorno in Australia», disse la signora Morgan. «Si fermava strada facendo per vedere un po’ il mondo. Aveva ancora parecchie tappe previste nel suo itinerario». «Arriva al punto, cara», disse Morgan. «Certo. Insomma, ecco che cosa è successo. Signor Myers, arriverò subito al punto culminante, come dite voi scrittori. All’improvviso, dopo che ci eravamo intrattenuti in piacevole conversazione per un’ora, dopo che questa donna ci aveva raccontato di sé e della sua avventurosa vita agli antipodi, lei si è alzata per andarsene. 94


Proprio mentre mi stava porgendo la sua tazza di tè, ha spalancato la bocca, ha lasciato cadere la tazza, si è accasciata sul divano ed è morta. Morta. Nel bel mezzo del nostro salotto. È stato il momento più scioccante della nostra vita». Morgan annuì solennemente. «Dio!», disse Paula. «Il destino l’aveva mandata a morire in Germania sul nostro divano», disse la signora Morgan. Myers scoppiò a ridere. «Il destino... l’aveva mandata... a... morire... in Germania... sul... vostro divano?», disse ansimando. «È così buffo, signore?», chiese Morgan. «Lo trova tanto divertente?» Myers annuì, non riusciva a smettere di ridere. Si asciugò gli occhi con la manica della camicia. «Scusate», disse, «ma non riesco a trattenermi. Quella frase: Il destino l’aveva mandata a morire in Germania sul nostro divano... Scusate, davvero. E poi che cosa è successo?», riuscì a dire, ricomponendosi un po’. «Mi piacerebbe sapere che cosa è successo dopo». «Signor Myers, naturalmente non sapevamo cosa fare», disse la signora Morgan. «Lo shock è stato terribile. Edgar le ha sentito il polso, ma non dava segni di vita. E poi aveva subito cominciato a cambiare colore. Il viso e le mani le stavano diventando grigi. Edgar è andato al telefono per chiamare qualcuno. Poi mi ha detto: “Aprile la borsetta, vedi se riesci a scoprire dove alloggia”. Così ho preso la sua borsetta, sempre tentando di non guardare quella povera cosa accasciata sul divano. Immaginate la mia sorpresa e il mio turbamento, il mio profondo turbamento, quando per prima cosa, nella borsetta, ho visto i miei centoventi dollari, ancora tenuti insieme dalla graffetta che ci avevo messo io. Non sono mai rimasta così sconvolta in vita mia». «E delusa», disse Morgan. «Non te lo scordare. Per te è stata un’acuta delusione». Myers ridacchiò. «Se lei fosse un vero scrittore, come sostiene di essere, signor Myers, non riderebbe mica», disse Morgan, alzandosi in piedi. «Non oserebbe ridere! Si sforzerebbe di comprendere. Sonderebbe i recessi del cuore di quella povera anima e si sforzerebbe di comprendere. Ma, se lo lasci dire, lei non è affatto un vero scrittore!» Myers intanto continuava a ridacchiare. 95


Morgan batté il pugno sul tavolinetto facendo tintinnare le tazze sui sottobicchieri. «Ma la vera storia ha luogo qui, in questa casa, in questo stesso salotto, ed è ora che qualcuno la racconti! La vera storia ha luogo qui, signor Myers», disse Morgan. Cominciò a camminare nervosamente avanti e indietro, calpestando la carta da regali a colori vivaci che si era un po’ srotolata e sparsa sulla moquette. Si fermò per lanciare un’occhiata di fuoco a Myers, che si teneva la fronte ed era ancora scosso dalle risate. «Signor Myers! Prenda in considerazione anche la possibilità di scrivere questa storia», urlò Morgan. «Stia a sentire! Un amico - chiamiamolo il signor X - conosce due coppie... il signore e la signora Y e i coniugi Z. Gli Y e i Z non si conoscono tra loro, purtroppo. Dico purtroppo perché se si fossero conosciuti questa storia non esisterebbe perché non sarebbe mai successa. Dunque, il signor X viene a sapere che il signor Y e sua moglie sono in partenza per la Germania, dove rimarranno un anno, e nel frattempo avrebbero bisogno di qualcuno che badi alla loro casa. I coniugi Z sono in cerca di casa e il signor X gli dice che ha proprio quello che fa al caso loro. Ma prima che il signor X riesca a mettere in contatto i Z e gli Y, il signore e la signora Y debbono partire, in anticipo rispetto al previsto. Siccome il signor X è un amico, gli viene affidato l’incarico di affittare la casa degli Y a chiunque ritenga opportuno, compresi i coniugi Y, voglio dire, Z. Dunque, i signori... Z si trasferiscono nella casa, portandosi dietro un gatto di cui gli Y vengono a sapere solo in seguito tramite una lettera di X. Il signore e la signora Z introducono un gatto in casa nonostante i termini del contratto prevedessero espressamente il divieto di tenere gatti o altri animali in casa per via dell’asma di cui soffre la signora Y. La vera storia, signor Myers, è tutta nella situazione che le ho appena descritto: i signori Z - voglio dire, i signori Y che si trasferiscono a casa degli Z, invadono la casa degli Z, se vogliamo dirla tutta, la verità. Dormire nel letto degli Z è una cosa, ma aprire il guardaroba privato degli Z, chiuso a chiave, badi bene, usare la biancheria che vi si trova e vandalizzarne il contenuto sono azioni contrarie sia allo spirito che alla lettera del contratto d’affitto. E questa stessa coppia, gli Z, ha anche aperto scatole di utensili di cucina su cui era stato scritto a chiare lettere «Da non aprire». E hanno perfino rotto dei piatti, quando nel contratto era specificato, specificato nel testo del contratto, che gli inquilini

96


non avrebbero dovuto usare gli effetti personali, e sottolineo personali, dei proprietari, cioè dei signori Z». Le labbra di Morgan erano livide. Continuò a passeggiare nervosamente avanti e indietro sulla carta da regalo, fermandosi ogni tanto per guardare Myers e lanciare piccoli sbuffi dalle labbra. «E gli accessori del bagno, tesoro - non ti scordare gli accessori del bagno», disse la signora Morgan. «Non bastava usare le coperte e le lenzuola degli Z, hanno dovuto mettere il naso anche negli accessori del bagno e rovistare tra gli oggetti personali conservati in soffitta, insomma, si è superato ogni limite». «Ecco la vera storia, signor Myers», concluse Morgan. Tentò di riempirsi di nuovo la pipa. Le mani gli tremavano tanto che il tabacco cadde sulla moquette. «Questa è la vera storia che attende di essere scritta». «E non ci vuole certo Tolstoj per raccontarla», disse la signora Morgan. «No, non ci vuole certo Tolstoj», disse Morgan.

Myers si fece una risata. Lui e Paula si alzarono dal divano nello stesso momento e si mossero verso la porta. «Buonanotte», disse Myers allegramente. Morgan lo tampinò. «Se lei fosse un vero scrittore, signore, metterebbe questa storia bianco su nero e senza neanche fare tanti complimenti, glielo dico io». Myers continuò a ridere. Afferrò il pomello della porta. «E c’è un’altra cosa», disse Morgan. «Non avrei voluto tirar fuori anche questo, ma alla luce del vostro comportamento stasera, voglio dirvi che mi manca un album doppio di «Jazz at the Philarmonic». Sono dischi che per me hanno un grande valore sentimentale. Li ho comprati nel 1955. E ora esigo che mi diciate che fine hanno fatto!» «Per la verità, Edgar», disse la signora Morgan mentre aiutava Paula a infilarsi il cappotto, «quando hai fatto l’inventario dei dischi, hai ammesso tu stesso che non ricordavi quando avevi visto quei dischi l’ultima volta». «E invece adesso ne sono sicurissimo», disse Morgan. «Sono assolutamente certo di aver visto quei dischi subito prima di partire e ora, ora vorrei proprio che il signor scrittore qui m’informasse su dove sono finiti. Allora, signor Myers?»

97


Ma Myers era ormai fuori e, presa la moglie per mano, s’affrettava a trascinarla lungo il vialetto, verso la macchina. Colsero Buzzy di sorpresa. Il cane lanciò un guaito che pareva di paura e fece un salto di lato. «Esigo di saperlo!», gli gridò dietro Morgan. «Sto aspettando una risposta, signor Myers!» Myers fece entrare Paula in macchina e accese il motore. Si voltò a guardare la coppia che era rimasta sulla veranda. La signora Morgan li salutò con la mano, poi lei e il marito rientrarono e chiusero la porta. Myers si allontanò dal marciapiedi. «Quei due sono matti da legare», disse Paula. Myers le carezzò una mano. «M’hanno messo una paura...», disse lei. Lui non rispose. La voce della moglie sembrava provenire da una distanza remota. Si concentrò sulla guida. La neve si avventava contro il parabrezza. Lui rimase in silenzio e osservava la strada. Era arrivato proprio alla fine di un racconto.

98


Creditori

Ero disoccupato. Ma aspettavo notizie dal nord da un giorno all’altro. Me ne stavo sdraiato sul divano e ascoltavo la pioggia. Ogni tanto mi alzavo e attraverso le tendine guardavo se arrivava il postino. Non c’era nessuno in strada, niente. Non erano neanche cinque minuti che mi ero rimesso giù, quando ho sentito dei passi sotto la veranda, una pausa, e poi qualcuno che bussava. Non mi sono mosso. Sapevo che non era il postino. Ormai conoscevo i suoi passi. Quando si è disoccupati e si ricevono solleciti di pagamento per posta o infilati in una busta sotto la porta, non si è mai troppo prudenti. A volte vengono pure da te con la scusa di volerti parlare, specialmente se non hai il telefono. Hanno bussato di nuovo, più forte. Brutto segno. Mi sono tirato su per cercare di vedere fuori, sotto la veranda. Ma chiunque fosse, là fuori, stava attaccato alla porta. Altro brutto segno. Sapevo che il pavimento scricchiolava, perciò non c’era modo di sgattaiolare nell’altra stanza e guardare dalla finestra. Hanno bussato di nuovo e io ho detto: Chi è? Sono Aubrey Bell, ha risposto una voce di uomo. Lei è il signor Slater? Che cosa vuole?, ho gridato senza muovermi dal divano. Ho qualcosa per la signora Slater. Ha vinto una cosa. La signora è in casa? La signora Slater non abita qui, ho detto io. Be’, comunque, lei è il signor Slater, no?, ha detto lui. Signor Slater... e giù uno starnuto. Mi sono alzato dal divano. Ho tolto il catenaccio e ho aperto un poco la porta. Era un tipo anziano, grasso e infagottato dentro l’impermeabile. L’acqua gli scolava giù per l’impermeabile per gocciare su una complicata valigia che aveva in mano. Ha sorriso e ha poggiato a terra il valigione. Mi ha teso la mano. Piacere, Aubrey Bell, ha detto. Non ci conosciamo mica, ho detto. La signora Slater, ha cominciato a dire. La signora Slater ha riempito una scheda. Da una tasca interna ha tirato fuori un mazzetto di schede e le ha 99


sfogliate una a una. Ecco qua, Signora Slater, 225, South Sixth East, giusto? Be’, la signora Slater è una vincitrice nata. Si è tolto il cappello e ha annuito solennemente, poi lo ha sbattuto contro l’impermeabile come se non ci fosse nient’altro da aggiungere, la corsa finita, il capolinea raggiunto. Poi è rimasto in attesa. La signora Slater non abita qui, ho detto. Che cosa ha vinto? Ve lo devo far vedere, ha detto lui. Posso entrare? Non so. Se non è una cosa lunga, ho detto. Sa, ho un sacco da fare. Va bene, ha detto. Mi lasci solo togliermi quest’impermeabile. E le galosce. Non vorrei bagnarle la moquette. Vedo che lei ce l’ha la moquette, signor... Alla vista della moquette lo sguardo gli si è prima illuminato, poi velato. È stato scosso da un brivido. Quindi si è tolto l’impermeabile. L’ha scrollato per bene e lo ha appeso sul pomello della porta. Qui starà benissimo, ha detto. Accidenti che tempaccio! Si è chinato per slacciarsi le galosce. Poi ha spinto il valigione nella stanza. Si è sfilato le galosce e si è infilato in casa con un paio di pantofole ai piedi. Ho richiuso la porta. Ha visto che stavo fissando le pantofole e così ha detto: Lo sa che W.H. Auden, la prima volta che è andato in Cina, ha sempre e soltanto calzato pantofole? Non se l’è mai tolte. Calli. Ho alzato le spalle. Ho dato un’altra occhiata per strada, in caso si vedesse il postino, e poi ho richiuso la porta. Aubrey Bell stava fissando la moquette. Ha fatto una smorfia. Poi è scoppiato a ridere. Rideva e scrollava la testa. Che c’è di tanto buffo?, gli ho chiesto. Niente. Oh Signore!, ha detto, scoppiando di nuovo a ridere. Mi sa che sto diventando matto. Mi sa che ho la febbre. Si è portato una mano alla fronte. Aveva i capelli tutti appiccicati e un segno rosso sulla fronte lasciato dal cappello. Secondo lei scotto?, ha chiesto. Non so, mi sa che mi sta venendo la febbre. Continuava a fissare la moquette. Non è che ha un’aspirina? Che le succede?, gli ho chiesto. Non vorrà mica ammalarsi a casa mia? Ho un sacco di cose da fare.

100


Ha scrollato la testa. Si è seduto sul divano. Ha cominciato a grattare la moquette con la punta di una pantofola. Allora sono andato in cucina, ho sciacquato una tazza e tirato fuori due aspirine da un flacone. Prenda, gli ho detto. Poi mi sa che è meglio che se ne vada. Parla anche a nome della signora Slater?, ha sibilato. No, no, faccia finta che non ho detto niente. Niente. Si è passato una mano sulla faccia. Ha mandato giù le aspirine. Lo sguardo ha cominciato a saltellare da una parte all’altra della stanza spoglia. Poi, a fatica, si è piegato in avanti e ha sciolto le cinghie che chiudevano la valigia, che si è spalancata di colpo, rivelando tanti scompartimenti pieni di una serie di tubi di gomma e di metallo lucido, spazzole e una sorta di aggeggio azzurro e pesante montato su rotelle. Si è messo a fissare quelle cose come se fosse sorpreso di trovarle lì. Poi, a bassa voce, come se stesse in chiesa, mi ha chiesto: Sa che cos’è questo? Mi sono avvicinato. Direi che è un aspirapolvere. Ma guardi che non me lo voglio comprare, gli ho detto. Non c’è proprio pericolo che mi voglia comprare un aspirapolvere. Ora le faccio vedere una cosa, ha detto lui. Ha tirato fuori un’altra scheda dalla tasca della giacca. Guardi un po’ qua, mi ha detto, porgendomela. Nessuno ha detto che se lo deve comprare. Però guardi un po’ la firma. È o non è la firma della signora Slater? Ho guardato la scheda. L’ho messa sotto la luce. L’ho rigirata, ma sul retro non c’era scritto niente. E allora?, gli ho chiesto. E allora, la scheda della signora Slater è stata estratta a sorte da un cesto pieno di altre schede. Centinaia di schede come questa. Ha vinto pulitura e lavaggio completo della moquette. La signora Slater è una vincitrice nata. Nessun trucco, nessun impegno. Sono qui per pulirle anche i materassi, signor... Resterà sorpreso nel vedere quanta roba si può accumulare in un materasso nel corso dei mesi, nel corso degli anni. Ogni giorno, ogni notte della nostra vita, ci lasciamo dietro pezzettini di noi stessi, scaglie di questo e di quello. Dove vanno a finire, secondo lei, questi pezzettini, queste scaglie? Dritti sul materasso, attraverso le lenzuola, ecco dove vanno a finire! E nei cuscini. Stessa cosa.

101


Intanto si era messo a tirare fuori vari pezzi di metallo e a montarli insieme. Quindi li ha collegati a un tubo di gomma. Si era messo in ginocchio sul pavimento e grugniva un po’ a ogni sforzo. Alla fine, ha attaccato una specie di paletta e ha tirato fuori l’aggeggio azzurro con le rotelle. Mi ha fatto vedere il filtro che aveva intenzione di usare. Ha una macchina?, mi ha chiesto. Niente macchina, ho risposto. Non ce l’ho, la macchina. Se ce l’avessi l’avrei già accompagnata da qualche parte. Peccato, ha detto lui. Questo aspirapolvere qui monta una prolunga di venti metri. Se avesse la macchina, potrebbe trascinarsi dietro questo coso qui fino al garage e pulire a fondo i tappetini e tutta la tappezzeria, compresi i preziosi sedili reclinabili. Rimarrebbe sorpreso a vedere quanto di noi si perde, quanto di noi si raccoglie, in quei bei sedili anno dopo anno. Senta, signor Bell, ho detto io, secondo me farebbe meglio a rimettere ogni cosa a posto e andarsene. Lo dico senza rancore, mi creda. Ma lui si stava guardando intorno in cerca di una presa a muro. Ne ha trovata una all’altro capo del divano. L’aspirapolvere si è messo in moto, vibrando tutto con un frastuono come se dentro ci fosse una pallina o qualche bullone lento, che poi però si è ridotto a un ronzio soffocato.

Rilke ha passato tutta la vita da adulto spostandosi da un castello all’altro. Benefattori, ha detto, alzando la voce al di sopra del ronzio dell’aspirapolvere. Raramente viaggiava in macchina: preferiva il treno. E pensi a Voltaire a Cirey con Madame Châtelet. Alla sua maschera funeraria. Una tale serenità. Ha alzato la mano destra come se si aspettasse che sollevassi un’obiezione. No, no, non è giusto, vero? Non me lo dica. Ma chissà? A quel punto si è girato e si è trascinato l’aspirapolvere nella stanza accanto. C’era solo il letto e la finestra. Le coperte erano ammucchiate sul pavimento. Sul materasso c’era solo un lenzuolo e il cuscino. Ha sfilato la federa dal cuscino e poi ha rapidamente liberato il materasso dal lenzuolo. Si è messo a fissare il materasso, poi mi ha lanciato uno sguardo con la coda dell’occhio. Sono andato in cucina e ho preso la sedia. Mi sono seduto sulla soglia e mi sono messo a 102


guardare. Per prima cosa ha provato il risucchio appoggiando la paletta sul palmo della mano. Si è chinato e ha girato una manopola sul motore. Per un lavoro del genere, bisogna regolarlo al massimo, ha detto. Ha ricontrollato il risucchio, poi ha allungato il tubo a capo del letto e ha cominciato a passare la paletta su tutto il materasso. La paletta si tirava dentro il materasso. Il motore ronzava più forte. È passato tre volte su tutto il materasso, poi ha spento il motore. Ha toccato una levetta e il coperchio s’è aperto di scatto. Ha tirato fuori il filtro. Questo è solo un filtro dimostrativo. Normalmente, tutto questo, tutto questo materiale passerebbe direttamente nel sacchetto, qui, ha detto, prendendo tra le dita un pizzico di polvere. Ce ne deve essere stata almeno una manciata. Ha fatto una faccia strana. Non è mica il mio materasso, gli ho detto. Mi sono piegato in avanti, sempre restando seduto, e ho cercato di dimostrare un certo interesse. E adesso passiamo al cuscino, ha detto lui. Ha poggiato il filtro usato sul davanzale della finestra e ha guardato un po’ fuori. Quindi si è voltato. Vorrei che mi reggesse il cuscino da questa parte, mi ha detto. Mi sono alzato e ho afferrato due angoli del cuscino. Mi pareva di tenere qualcosa per gli orecchi. Va bene così?, gli ho chiesto. Ha annuito. È andato nell’altra stanza ed è tornato con un altro filtro. Quanto costa uno di questi cosi?, gli ho chiesto. Quasi niente, ha detto. Sono fatti solo di carta e di un pezzetto di plastica. Non possono costare tanto. Quindi ha fatto ripartire il motore e io ho stretto la presa, mentre la paletta affondava per tutta la lunghezza del cuscino - una, due, tre volte. Poi ha spento l’interruttore, ha tolto il filtro e me lo ha mostrato senza dire una parola. L’ha messo sul davanzale accanto all’altro. Quindi ha aperto il guardaroba e ha guardato dentro, ma c’era solo una scatola di veleno per topi. Ho sentito dei passi sulla veranda, lo sportelletto della buca delle lettere si è aperto e si è richiuso. Ci siamo scambiati un’occhiata. Lui si è tirato dietro l’aspirapolvere nell’altra stanza e io l’ho seguito. Abbiamo visto la lettera rovesciata sulla moquette vicino alla porta. Mi sono avvicinato alla lettera, poi mi sono voltato e gli ho detto: C’è altro? Si sta facendo tardi. Questa moquette qui non vale neanche la pena di pulirla: è solo 103


uno scampolo di moquette di cotone con fondo antisdrucciolo comprato alla Città del Tappeto. Davvero non vale la pena di metterci le mani. Ha per caso un posacenere pieno?, ha risposto lui. O un vaso con una pianta, roba del genere? Andrebbe bene anche una manciata di terra. Gli ho trovato il posacenere. L’ha preso e ne ha rovesciato il contenuto sulla moquette, schiacciando cenere e cicche con la suola della pantofola. Si è rimesso in ginocchio e ha inserito un nuovo filtro. Poi si è tolto la giacca e l’ha gettata sul divano. Aveva le ascelle tutte sudate. Rotolini di grasso straripavano dalla cintura. Ha svitato la paletta dal tubo e al suo posto ha montato un altro affare. Ha regolato di nuovo la manopola. Ha rimesso in moto la macchina e ha cominciato a passare il tubo avanti e indietro, avanti e indietro sulla moquette consunta. Per due volte ho fatto per prendere la lettera, ma lui sembrava anticiparmi sempre, come se volesse tagliarmi la strada con il suo tubo, spazzando avanti e indietro, avanti e indietro...

Ho riportato la sedia in cucina, mi sono seduto e l’ho guardato mentre si dava da fare; dopo un po’ ha rispento la macchina, aperto il coperchio e mi ha portato il filtro, pieno di polvere, peli e granelli di non so che. Ho dato un’occhiata al filtro, poi mi sono alzato e l’ho buttato nella spazzatura. Ora lavorava di buona lena. Niente più spiegazioni. È arrivato in cucina con una boccetta contenente un dito di liquido verde. L’ha messa sotto il rubinetto e l’ha riempita. Avrà capito che non posso pagarla, gli ho detto. Non le potrei dare un dollaro neanche se ne andasse della mia vita. Mi sa proprio che dovrà considerarmi una perdita secca, tutto qui. Con me spreca il suo tempo, gli ho detto. Volevo solo che fosse tutto chiaro, senza malintesi. Ha continuato a fare quello che stava facendo. Ha attaccato un altro accessorio al tubo, poi con una manovra complicata ci ha inserito la boccetta. Ha cominciato a ripassare la moquette, facendo schizzare di tanto in tanto rivoli di liquido color smeraldo dall’accessorio, spazzolando la moquette avanti e indietro e creando zone piene di schiuma.

104


Ormai gli avevo detto tutto quello che volevo dirgli. Sono rimasto seduto in cucina, mi sono rilassato, limitandomi a osservarlo lavorare. Ogni tanto guardavo la pioggia fuori dalla finestra. Cominciava a farsi scuro. Lui ha spento l’aspirapolvere. Era nell’angolo davanti alla porta d’ingresso. Le va un caffè?, gli ho detto. Ansimava. Si è passato una mano sulla faccia. Ho messo su l’acqua e nel tempo che ci è voluto perché bollisse e io preparassi due tazze di caffè, lui aveva già smontato l’aggeggio e rimesso tutto nella valigia. Poi ha raccolto la lettera. Ne ha letto l’indirizzo e ha esaminato da vicino quello del mittente. Quindi l’ha piegata e se l’è messa nella tasca posteriore dei pantaloni. Ho continuato a osservarlo. Non ho fatto altro. Il caffè cominciava a raffreddarsi. È indirizzata a un certo signor Slater, ha detto. Ci penso io. Poi ha aggiunto: Magari a quel caffè ci rinuncio. È meglio che non ci passo, sulla moquette. L’ho appena lavata. Già, ho detto io. Poi gli ho chiesto: È sicuro che la lettera è indirizzata a chi ha detto? Si è allungato verso il divano per riprendersi la giacca, se l’è infilata e ha aperto la porta d’ingresso. Pioveva ancora. Si è messo le galosce, le ha allacciate, poi ha indossato l’impermeabile e ha gettato un’occhiata in casa. Vuole vederla?, ha detto. Non mi crede? No, è che mi pare un po’ strano, ho risposto io. Be’, sarà meglio che vada. Ma è rimasto lì impalato. Insomma lo vuole o no questo aspirapolvere? Ho guardato il valigione, ormai tutto chiuso e pronto a essere portato via. No, gli ho detto, mi sa proprio di no. Tanto fra poco me ne vado di qui. Mi sarebbe solo d’impaccio. Va bene, allora, ha detto, e ha chiuso la porta.

105


Perché, tesoro mio?

Egregio signore, la sua lettera, in cui mi chiede notizie di mio figlio, mi ha molto sorpresa: come ha fatto a sapere che ero qui? Mi ci sono trasferita anni fa quando sono cominciate a succedere quelle cose. Qui nessuno sa chi sono, ma io ho paura lo stesso. Quello di cui ho paura è proprio lui. Quando leggo il giornale scuoto la testa e mi faccio un sacco di domande. Leggo quello che scrivono di lui e mi chiedo ma quell’uomo è veramente mio figlio? Ma davvero fa tutte quelle cose? È stato un bravo ragazzo, a parte il fatto che aveva qualche scoppio d’ira e non diceva mai la verità. Non so spiegarle come mai. È cominciato tutto un’estate, intorno alla festa dell’Indipendenza, quando lui doveva avere sui quindici anni. Trudy, la nostra gatta, scomparve all’improvviso e non tornò per una notte e un giorno intero. La signora Cooper che viveva dietro casa nostra venne la sera dopo a dirmi che Trudy quel pomeriggio si era trascinata nel suo giardino ed era morta lì. Era stata fatta a pezzi, disse, ma lei aveva riconosciuto che era Trudy. Il signor Cooper ne aveva sepolto i resti. A pezzi?, le chiesi io. Come sarebbe a dire, a pezzi? Il signor Cooper aveva visto due ragazzi in un campo che infilavano petardi nelle orecchie di Trudy e anche... può immaginare dove. Aveva cercato di fermarli, ma quelli erano scappati. Chi, chi farebbe mai una cosa del genere? Aveva mica visto chi era stato? Uno dei ragazzi non l’aveva mai visto, ma l’altro è scappato in questa direzione. Al signor Cooper era sembrato suo figlio. Ho scosso la testa. No, non può essere, lui non farebbe mai una cosa del genere, lui a Trudy le voleva bene, Trudy era stata con noi per anni, no, non era mio figlio. Quella sera gli ho raccontato di Trudy e lui sembrò sorpreso e sconvolto, e disse che avremmo offerto una ricompensa. Scrisse qualcosa a macchina e promise di affiggerlo a scuola. Ma quando stava per ritirarsi in camera sua quella sera mi disse non prendertela troppo, mamma, la gatta era vecchia, secondo l’età dei gatti aveva sessantacinque o settant’anni, era campata parecchio.

106


Tutti i pomeriggi e il sabato andava a lavorare come magazziniere da Hartley. Una mia amica che lavorava nello stesso negozio, Betty Wilks, mi aveva detto di quel posto e che avrebbe messo una buona parola per lui. Quella sera glielo dissi e lui rispose bene, è difficile trovare lavoro per i giovani. La sera che doveva ritirare il suo primo stipendio gli ho cucinato i suoi piatti preferiti e avevo tutto pronto in tavola per quando lui rientrò. Ecco l’uomo di casa, dissi, abbracciandolo. Sono così fiera di te, quanto hai preso, tesoro mio? Ottanta dollari, rispose. Rimasi senza fiato. Ma è meraviglioso, tesoro, non riesco a crederci. Ho una fame da lupi, disse, mangiamo. Ero felice, ma non riuscivo a capacitarmi, era più di quanto prendessi io. Poi, quando ho fatto il bucato, gli ho trovato il cedolino di Hartley in tasca, era per 28 dollari e lui mi aveva detto 80. Perché non aveva detto la verità? Non riuscivo proprio a capirlo. Gli chiedevo dove sei stato ieri sera, tesoro? Al cinema, mi rispondeva. Poi magari venivo a sapere che era stato al ballo della scuola o aveva passato la serata gironzolando in macchina con qualcuno. Pensavo ma che differenza poteva fare, perché non dice la verità, non c’è nessun motivo di mentire alla sua mamma. Ricordo che una volta doveva andare a una gita scolastica, così gli ho chiesto che cosa avete visto di bello in gita, tesoro? Lui ha alzato le spalle e ha detto roba sulla formazione del suolo, rocce e ceneri vulcaniche; ci hanno fatto vedere un posto dove un milione di anni fa c’era un grande lago e ora c’è solo il deserto. Mi guardava negli occhi e continuava a parlare. Poi, il giorno dopo, mi è arrivato un avviso dalla scuola che diceva che per fare la gita avevano bisogno del mio consenso, potevo dargli il permesso di andarci? Verso la fine del suo ultimo anno di liceo, si è comprato la macchina e se ne stava sempre fuori in giro. Ero un po’ preoccupata per la sua media, ma lui si limitava a riderne. Lei senza dubbio è al corrente che a scuola andava benissimo, se si è informato su di lui, non può non saperlo. Poi si è comprato pure un fucile e un coltello da caccia. Non mi piacevano quelle cose in casa e glielo dissi. Si fece una risata; era sempre pronto a ridere di qualcuno. Disse che avrebbe tenuto il fucile e il coltello nel bagagliaio della macchina, così, diceva, li avrebbe avuti più a portata di mano.

107


Un sabato sera non tornò a casa. Ero talmente preoccupata che mi ridussi in uno stato pietoso. Il giorno dopo, verso le dieci di mattina, rientrò e mi chiese di preparargli la colazione, andare a caccia gli aveva fatto venire una gran fame, disse che gli dispiaceva di essere stato fuori tutta la notte e che aveva dovuto fare un sacco di strada in macchina per arrivare in un posto. Mi sembrò strano. Era nervoso. Dove sei andato? Sui monti Wenas. Abbiamo sparato qualche cartuccia. Con chi sei andato, tesoro? Con Fred. Fred? Aveva uno sguardo strano e così non aggiunsi altro. La domenica successiva entrai in punta di piedi nella sua stanza per prendere le chiavi della macchina. La sera prima aveva promesso di comprare provviste per la colazione sulla strada del ritorno dal lavoro e pensavo che magari le aveva lasciate in macchina. Ho visto le sue scarpe nuove mezze nascoste sotto il letto, tutte sporche di fango e di sabbia. Lui aprì gli occhi. Tesoro, che è successo alle tue scarpe? Guardale un po’. Ho finito la benzina. Sono dovuto andare a prenderla a piedi. Si tirò su a sedere sul letto. Ma a te che te ne importa? Sono tua madre. Mentre era nella doccia ho preso le chiavi e sono andata alla macchina. Ho aperto il bagagliaio. Le provviste non c’erano. Ho visto il fucile poggiato su una coperta imbottita e anche il coltello. C’era una delle sue camicie tutta appallottolata e così l’ho spiegata ed era insanguinata. Ancora bagnata. L’ho lasciata cadere. Ho chiuso il bagagliaio e ho fatto per tornare a casa quando mi sono accorta che lui mi stava guardando dalla finestra. Poi mi è venuto ad aprire la porta. Mi ero dimenticato di dirti che mi è uscito il sangue dal naso, ha detto, non so mica se quella camicia si può lavare, buttala via. Mi ha sorriso. Qualche giorno più tardi gli ho chiesto come andava al lavoro. Bene, mi ha detto, gli avevano anche dato un aumento. Invece ho incontrato Betty Wilks per strada e mi ha detto che da Hartley era dispiaciuto a tutti che si fosse licenziato, era tanto benvoluto, ha detto lei, Betty Wilks. 108


Due sere dopo ero a letto, ma non riuscivo a prendere sonno, continuavo a fissare il soffitto. Ho sentito la sua macchina fermarsi davanti casa e sono rimasta in ascolto finché l’ho sentito girare la chiave nella serratura, attraversare la cucina, il corridoio, ed entrare in camera sua, dove si è chiuso la porta alle spalle. Mi sono alzata. Vedevo la luce sotto la porta, così ho bussato e ho aperto la porta, e gli ho chiesto: Ti andrebbe una tazza di tè bello caldo, tesoro? Non riesco a dormire. Era curvo sul comò, ha richiuso di scatto un cassetto e mi si è rivoltato contro, esci fuori, ha gridato, esci fuori di qua, sono stufo di sentirmi spiato, ha gridato. Sono tornata in camera mia e, a forza di piangere, mi sono addormentata. Quella sera mi ha spezzato il cuore. Il giorno dopo si è alzato ed è uscito prima che potessi vederlo, ma non me ne importava niente. Da quel momento in poi l’avrei trattato come un inquilino, a meno che non avesse cambiato registro, ero arrivata al limite. Si sarebbe dovuto scusare se voleva che fossimo qualcosa di più di estranei che vivevano sotto lo stesso tetto. Quando sono tornata quella sera, lui aveva preparato la cena. Come stai?, mi ha chiesto, prendendomi il cappotto. Com’è andata la giornata? Gli ho detto non ho chiuso occhio tutta la notte, tesoro. Mi ero ripromessa di non ritirare fuori questa storia e non è che sto cercando di farti sentire in colpa, ma non sono abituata a sentirmi parlare così da mio figlio. Voglio farti vedere una cosa, ha detto lui, e mi ha mostrato un tema che stava scrivendo per il suo corso di educazione civica. Mi pare fosse sui rapporti tra il congresso e la corte suprema. (Era il tema con cui ha poi vinto un premio quando si è diplomato!) Ho provato a leggerlo ma poi ho deciso che era arrivato il momento. Tesoro, vorrei tanto parlare con te, oggigiorno è già abbastanza difficile tirare su un ragazzo, specialmente per chi come noi non ha un padre in casa, nessun uomo a cui rivolgersi quando c’è bisogno. Ormai sei quasi un adulto, ma io mi sento ancora responsabile e credo di aver diritto a un po’ di rispetto e di considerazione e penso anche di essere sempre stata giusta e sincera con te. Voglio la verità, tesoro, è l’unica cosa che ti chiedo, la verità. Tesoro, e a quel punto ho ripreso fiato, prova un po’ a immaginare di avere un figlio che ogni volta che gli chiedi qualcosa, qualsiasi cosa, dove è stato o dove sta andando, cosa fa nel tempo libero, qualsiasi cosa, insomma, mai una 109


volta, dico mai, ti dice la verità. Che se, mettiamo, gli chiedi se fuori piove, ti risponde, no, c’è il sole, e magari ridacchia pure tra sé e sé e ti considera troppo vecchio e stupido per accorgerti che ha i vestiti zuppi. Perché dovrebbe mentire, ti chiederesti, non capisco che ci guadagna. Io me lo continuo a chiedere, ma non trovo una risposta. Perché, tesoro mio? Lui non ha detto niente, ha continuato a guardare nel vuoto, poi si è messo al mio fianco e ha detto adesso te lo faccio vedere io. Inginocchiati ti dico, inginocchiati ti dico, ha detto, questo è il primo perché. Io sono corsa in camera mia e mi sono chiusa dentro a chiave. Quella è la sera in cui se n’è andato, ha preso le sue cose, quello che voleva, e se n’è andato. Che lei ci creda o no, da allora non l’ho più rivisto. L’ho visto alla cerimonia del diploma, ma lì c’era un sacco di altra gente. Ero tra il pubblico e l’ho visto ritirare il suo diploma e il premio per il tema, poi l’ho sentito pronunciare il suo discorsetto e l’ho anche applaudito insieme a tutti. Dopodiché sono tornata a casa. Da allora non l’ho più rivisto. Oh, certo l’ho visto in televisione e ho visto le sue foto sui giornali. Ho saputo che si era arruolato nei marines e poi qualcuno mi ha detto che si era congedato e frequentava l’università giù nell’est e poi che si era sposato con quella ragazza e si era dato alla politica. Ho cominciato a vedere il suo nome sui giornali. Ho trovato il suo indirizzo e gli ho scritto, gli scrivevo una lettera ogni pochi mesi, mai ricevuto una risposta. Si è candidato come governatore ed è stato eletto, ormai era diventato famoso. Ed è allora che ho cominciato a preoccuparmi. Ho cominciato ad accumulare tutte queste paure, avevo veramente paura, così ho smesso di scrivergli, naturalmente, e poi ho sperato che pensasse fossi morta. Mi sono trasferita qui. Ho chiesto che non mi mettessero sull’elenco del telefono. E poi sono stata costretta a cambiare nome. Ma se uno è potente e vuole ritrovare qualcuno, prima o poi ci riesce, non è tanto difficile. Dovrei essere tanto fiera di lui e invece ho paura. La settimana scorsa ho visto una macchina in strada con un uomo dentro che sono certa mi stava osservando, sono filata dritta qui e mi sono chiusa dentro. Qualche giorno fa il telefono non la smetteva più di squillare, io stavo riposando. Quando ho alzato il ricevitore, non c’era nessuno dall’altra parte.

110


Sono anziana, ormai. Sono sua madre. Dovrei essere la madre più orgogliosa del paese e invece ho solo paura. Grazie per avermi scritto. Volevo che almeno qualcuno lo sapesse. Me ne vergogno tanto. Volevo anche chiederle come ha fatto a procurarsi il mio nome e a sapere dove scrivere, ho tanto pregato che nessuno lo scoprisse. Invece lei c’è riuscito. Perché? Per favore, mi spieghi perché. Cordiali saluti.

111


I chilometri sono effettivi?

Il fatto è che la macchina bisogna venderla subito e Leo dà l’incarico a Toni. Toni è una donna in gamba e ha una certa personalità. Una volta vendeva enciclopedie per ragazzi porta a porta. Era riuscita a far firmare un contratto perfino a lui, anche se figli neanche li aveva. Poi Leo le aveva chiesto un appuntamento e da quell’appuntamento erano arrivati fin qui. Ora hanno bisogno di contanti subito e l’affare deve essere concluso entro stasera. Magari domani qualche creditore può pignorargliela, la macchina. Lunedì compaiono in tribunale e sono salvi - ma già da ieri si è cominciata a spargere la notizia, perché l’avvocato ha spedito gli avvisi d’insolvenza. Per l’udienza di lunedì non c’è da preoccuparsi, ha detto l’avvocato. Devono rispondere a qualche domanda e firmare un po’ di carte, tutto lì. Però vendete la decappottabile, ha detto - oggi, stasera. L’utilitaria, la macchina di Leo, possono tenersela, non c’è problema. Ma se andate in tribunale con quella grossa decappottabile, il giudice ve la sequestra e tanti saluti. Toni si mette in tiro. Sono le quattro di pomeriggio. Leo è preoccupato che i venditori di auto usate chiudano. Ma Toni se la prende comoda a vestirsi. Si mette una camicetta bianca nuova con ampi polsini di pizzo, il completino nuovo, tacchi nuovi. Trasferisce la sua roba dalla borsa di paglia alla borsetta di vernice nuova di zecca. Osserva un po’ la custodia del trucco in pelle di lucertola e ci mette dentro anche quella. Toni ha già passato un paio d’ore a sistemarsi i capelli e la faccia. Leo se ne sta in piedi sulla soglia della camera da letto e la osserva, picchiettandosi le labbra con le nocche delle dita. «Lo sai che mi fai venire il nervoso», dice lei. «Invece di startene lì impalato e basta, perché non mi dici che te ne pare?» «Vai benissimo», le dice. «Sei bellissima. Comprerei una macchina da te anche subito». «Ma se non hai un soldo», dice lei, studiandosi allo specchio. Si aggiusta i capelli con dei colpetti e arriccia il naso. «E per di più non godi di alcun credito. Sei una nullità», dice. «Scherzo», dice, e lo guarda attraverso lo specchio. «Non fare quella faccia», dice. «È una cosa che bisogna fare, e allora la faccio. Se la 112


portassi fuori tu, ci faresti a mala pena tre o quattrocento dollari, lo sappiamo bene tutti e due. Tesoro, sarebbe già tanto che non glieli dovessi dare tu, per fargliela prendere». Si dà un colpetto finale ai capelli, si passa un bel po’ di rossetto sulle labbra e poi lo tampona con un fazzolettino. Si stacca dallo specchio e prende la borsetta. «Mi toccherà fermarmi a cena o qualcosa del genere, te l’ho già detto, è così che funziona, li conosco bene. Ma non ti preoccupare, me la caverò», dice. «So cavarmela». «Gesù», fa Leo, «me lo dovevi proprio dire?» Lei lo guarda con fermezza. «Fammi gli auguri», dice poi. «Auguri», dice lui. «Il foglio di immatricolazione ce l’hai?», le chiede. Lei annuisce. Lui la segue per tutta la casa, quella donna alta con il seno piccolo e sodo, i fianchi e le cosce ampi. Si gratta un foruncolo sul collo. «Sei sicura, sì?», l’incalza. «Controlla. Bisogna averla con sé, l’immatricolazione». «Ce l’ho, ce l’ho». «Controlla». Lei fa per dire qualcosa, ma poi si guarda nel vetro della finestra del salotto e scuote la testa. «Almeno chiamami», dice lui. «Fammi sapere come va». «Ti chiamerò», dice lei. «Bacio bacino. Qui», dice, indicando l’angolo della bocca. «Sta’ attento», gli raccomanda. Lui le tiene la porta aperta. «Dove hai intenzione di cominciare?», le chiede. Lei esce sulla veranda. Dall’altra parte della strada Ernest Williams li guarda. Indossa i soliti bermuda, con la pancia che trabocca; osserva Leo e Toni, puntando lo spruzzo sulle begonie. Una volta, l’inverno scorso, durante le feste, quando Toni e i bambini erano in visita dalla madre di Leo, Leo s’era portato una donna in casa. Alle nove del giorno dopo, un sabato mattina freddo e nebbioso, Leo l’aveva accompagnata alla macchina e aveva sorpreso Ernest Williams con un giornale in mano, sul marciapiede. La nebbia si era alzata, Ernest Williams li aveva fissati, poi si era dato un gran colpo secco sulla coscia con il giornale. Leo se lo ricorda ancora quel colpo secco, china un po’ le spalle e dice: «Hai in mente qualche posto preciso da cui cominciare?»

113


«Mi farò tutta la trafila», risponde lei. «Comincio dal primo rivenditore e poi, via via, me li faccio tutti». «Parti da novecento», dice lui. «Poi magari scendi. Novecento è il prezzo minimo, secondo le riviste, anche per vendite in contanti». «Lo so benissimo da dove cominciare», dice lei. Ernest Williams punta lo spruzzo nella loro direzione. Li fissa attraverso le goccioline d’acqua. Leo ha una gran voglia di confessarsi a voce alta. «Dicevo così, tanto per essere sicuro», dice invece. «Va bene, va bene», fa lei. «Vado». È la sua macchina, la chiamano la sua macchina e questo complica le cose. L’avevano comprata nuova quell’estate di tre anni fa. Lei voleva avere qualcosa da fare, dopo che i bambini avessero ricominciato la scuola, così si era rimessa a fare la venditrice. Lui lavorava sei giorni la settimana in una fabbrica di fibre di vetro. Per un po’ non sapevano come spendere i soldi. Poi avevano dato un anticipo di mille dollari per la decappottabile e avevano pagato le rate doppie o triple, e così in un anno l’avevano pagata tutta. Poco prima, mentre lei si stava vestendo, lui aveva tirato fuori il cric e la ruota di scorta dal bagagliaio e svuotato il cassetto del cruscotto da matite, bustine di fiammiferi e bollini-premio. Poi l’aveva lavata e aveva passato l’aspirapolvere sulla tappezzeria. La cappotta rossa e i paraurti scintillavano. «In bocca al lupo!», le dice, sfiorandole il gomito. Lei annuisce. Lui si rende conto che è già lontana, già in trattative. «Vedrai, le cose cambieranno!», le grida dietro sul vialetto. «Lunedì ricominciamo tutto da capo. Dico sul serio». Ernest Williams li guarda, poi gira la testa e sputa per terra. Lei sale in macchina e si accende una sigaretta. «Tra una settimana», grida ancora Leo, «tutto questo sarà una vecchia storia!» La saluta con la mano, mentre lei fa manovra per immettersi in strada. Mette la prima e parte. Poi accelera, e le gomme stridono un poco.

In cucina, Leo si versa uno scotch e se lo porta nel giardino sul retro. I bambini sono da sua madre. Tre giorni fa è arrivata una lettera con il suo nome 114


scritto a matita sulla busta sporca, l’unica lettera in tutta l’estate che non esigeva il saldo di un debito. Ci stiamo divertendo un mondo, diceva la lettera. La nonna ci piace. Abbiamo un cagnolino nuovo che si chiama Mr. Six. È tanto simpatico. Gli vogliamo un sacco bene. Ciao. Torna dentro a versarsi un altro bicchiere. Ci mette del ghiaccio e si accorge che la mano gli trema un po’. La allunga sopra il lavello. La osserva per un po’, quindi mette giù il bicchiere e allunga anche l’altra mano. Poi riprende il bicchiere e torna fuori a sedersi sui gradini. Gli viene in mente che quando era bambino il padre gli aveva indicato una bella casa, alta e bianca, circondata da meli e da un’inferriata alta e bianca. «Quella è di Finch», gli aveva detto il padre in tono ammirato. «È andato fallito almeno due volte. Guarda che casa». Ma la bancarotta significa che un’impresa fallisce completamente, i dirigenti si tagliano le vene e si buttano dalla finestra, migliaia di persone finiscono sul lastrico. Leo e Toni avevano ancora i mobili. Leo e Toni avevano i mobili e Toni e i ragazzi avevano i vestiti. Quella roba era esente. Che altro? Le bici dei bambini, perché le aveva mandate dalla madre per metterle al sicuro. Il condizionatore d’aria portatile e gli elettrodomestici, la lavatrice nuova, l’asciugatore, erano venuti dei furgoni settimane fa per riprenderseli. Cos’altro era rimasto? Un po’ di questo e un po’ di quello, praticamente niente, roba che si era consumata o caduta a pezzi già da tempo. Però a quell’epoca avevano dato delle gran belle feste e fatto dei gran bei viaggi. A Reno, sul lago Tahoe, a centotrenta all’ora, la cappotta abbassata e la radio a tutto volume. Roba da mangiare, quella sì che era una delle cose più importanti. Si erano ingozzati di cibo. Leo calcola di aver speso migliaia di dollari solo per i cibi raffinati. Toni andava al supermercato e riempiva il carrello con tutto quello che vedeva. «Ho dovuto rinunciare a un sacco di cose, quando ero piccola», diceva. «I bambini non dovranno rinunciare a niente», come se fosse lui a insistere perché rinunciassero a qualche cosa. Lei si iscrive a tutti i club del libro. «Quando ero piccola, in casa nostra non girava neanche un libro», dice ogni volta che scarta i pacchi che le arrivano. Si iscrive anche a tutti i club del disco per avere qualcosa da suonare sullo stereo nuovo. Firmano qualsiasi cosa.

115


Perfino per un terrier di razza, di nome Ginger. L’aveva pagata duecento dollari solo per ritrovarsela spiaccicata sulla strada da una macchina neanche una settimana dopo. Comprano tutto quello che gli passa per la testa. E se non possono pagare, comprano a credito. Firmano cambiali. Leo si sente la maglia bagnata; sente il sudore che gli rotola giù dalle ascelle. Se ne sta seduto sui gradini con in mano il bicchiere vuoto e osserva le ombre che riempiono il giardino. Poi si stiracchia e si passa una mano sulla faccia. Ascolta il brusio del traffico sulla superstrada e gli viene in mente che forse dovrebbe scendere nello scantinato, salire sul lavandino e impiccarsi con la cinghia dei pantaloni. Si rende conto di esser pronto a morire. Torna dentro e si riempie di nuovo il bicchiere; accende la televisione e si prepara qualcosa da mangiare. Si siede a tavola con chili e salatini mentre guarda uno sceneggiato che ha per protagonista un investigatore cieco. Sparecchia. Lava la casseruola e la scodella, le asciuga e le rimette a posto e solo allora si concede un’occhiata all’orologio. Le nove passate. Sono quasi cinque ore che Toni è uscita. Si versa altro scotch, l’allunga con l’acqua, si porta il bicchiere in soggiorno. Si siede sul divano, ma si sente le spalle così tese che non può neanche appoggiarsi allo schienale. Fissa lo schermo e beve a piccoli sorsi, ma ben presto va a versarsene un altro. Si risiede. Comincia il telegiornale - sono ormai le dieci - e lui esclama: «Dio mio, cosa può essere successo, perdio?», poi va in cucina e torna con un altro scotch. Si siede, chiude gli occhi ma li riapre subito appena sente il telefono squillare. «Volevo chiamarti», fa lei. «Dove sei?», chiede lui. Sente sullo sfondo le note di un piano e gli viene un tuffo al cuore. «Non lo so», dice lei. «In un posto. Stiamo bevendo qualcosa, poi andiamo da un’altra parte a mangiare. Sono con il direttore delle vendite. È un po’ rozzo, ma è un tipo a posto. Ha comprato la macchina. Adesso devo andare. Stavo andando alla toilette e ho visto il telefono». «Ma la macchina l’ha comprata?», chiede Leo. Guarda fuori dalla finestra al posto nel vialetto dove di solito lei la parcheggia. «Te l’ho detto», dice lei. «Adesso devo proprio andare». 116


«Aspetta. Aspetta un attimo, Cristo santo», dice lui. «Insomma, la macchina l’ha comprata o no?» «Ha tirato fuori il libretto degli assegni proprio quando mi sono alzata», dice lei. «Devo andare adesso. Devo andare in bagno». «Aspetta!», urla lui. Ma la linea non c’è più. Si sente solo il segnale. «Gesù Cristo», dice mentre se ne sta lì impalato con la cornetta in mano. Comincia a girare per la cucina e poi torna in salotto. Si risiede. Poi si alza. Va in bagno e si lava accuratamente i denti. Ci passa pure il filo interdentale. Si lava il viso e torna in cucina. Guarda l’orologio e prende un bicchiere pulito da un servizio che ha una mano di carte dipinta su ogni bicchiere. Lo riempie di ghiaccio. Rimane incantato per un po’ a fissare l’altro bicchiere che ha lasciato sul lavello. Si risiede a un capo del divano e appoggia i piedi sull’estremità opposta. Fissa lo schermo e si rende conto che non riesce neanche a capire cosa sta dicendo la gente. Si rigira il bicchiere vuoto tra le mani e gli viene voglia di prenderlo a morsi. È scosso da un brivido e pensa di andarsene a letto, anche se già sa che sognerà un donnone con i capelli grigi. Sogna sempre di essere chino per allacciarsi le scarpe. Quando si raddrizza, il donnone lo guarda e allora lui si china di nuovo sui lacci. Si guarda la mano: gli si stringe a pugno proprio mentre la guarda. Il telefono squilla di nuovo. «Dove sei, tesoro?», chiede con calma, con dolcezza. «Siamo al ristorante», risponde lei con voce sicura, vivace. «Quale ristorante, tesoro?», dice lui. Si appoggia il palmo della mano su un occhio e preme forte. «Qui in centro, non so», dice Toni. «Mi sa che si chiama New Jimmy. Senta, scusi», dice rivolta a qualcuno lontano dalla cornetta, «questo locale si chiama New Jimmy? Sì, è il New Jimmy, Leo», dice a lui. «Va tutto bene, abbiamo quasi finito, poi mi riaccompagna a casa». «Tesoro?», dice Leo. Tiene la cornetta premuta contro l’orecchio e si dondola avanti e indietro a occhi chiusi. «Tesoro?» «Devo andare», dice lei. «Volevo sentirti. Comunque, indovina un po’ quanto sono riuscita a spuntare?» «Tesoro», ripete lui. 117


«Seicentoventicinque», dice lei. «Ho l’assegno in borsa. Lui dice che le decappottabili non tirano più ormai. Siamo proprio fortunati, eh?», dice ridendo. «Gli ho spiegato la situazione. Mi sa che non avevo scelta». «Tesoro», dice Leo. «Che c’è?» «Ti prego, tesoro», dice Leo. «Dice che gli dispiace», continua lei. «Ma mi sa che avrebbe detto qualsiasi cosa». Un’altra risata. «Dice che personalmente preferirebbe essere classificato come un rapinatore o uno stupratore, piuttosto che come un fallito. Però, tutto sommato, è abbastanza simpatico». «Torna a casa», dice Leo. «Prendi un taxi e torna a casa». «Non posso», dice lei. «Te l’ho detto: siamo a metà cena». «Allora vengo a prenderti io». «No», dice lei. «Ti ho detto che stiamo per finire. Te l’ho spiegato, fa parte dell’accordo. Cercano sempre di sfruttare la situazione al massimo. Ma non ti preoccupare, stiamo quasi per uscire. Tra poco sarò a casa». Lei riattacca. Dopo qualche minuto lui chiama il New Jimmy. Risponde un uomo. «Il New Jimmy ha chiuso per stasera», dice l’uomo. «Vorrei parlare con mia moglie», dice Leo. «Lavora qui?», chiede l’uomo. «Chi è?» «È una cliente», spiega Leo. «È in compagnia di un tizio. Un uomo d’affari». «Come faccio a riconoscerla?», chiede l’uomo. «Come si chiama?» «Non credo che lei la conosca», dice Leo. Poi aggiunge: «Non fa niente, ecco che arriva». «Grazie per aver chiamato il New Jimmy», dice l’uomo. Leo corre alla finestra. Una macchina che non conosce rallenta davanti alla casa, poi riprende velocità. Leo aspetta. Due o tre ore dopo il telefono squilla di nuovo. Non c’è nessuno all’altro capo del filo quando alza il ricevitore. Solo il segnale. «Pronto!», urla Leo nella cornetta.

Verso l’alba sente dei passi sulla veranda. Si alza dal divano. Il televisore ronza, lo schermo sfarfalla. Leo apre la porta. Entrando, Toni sbatte contro la 118


parete. Gli sorride. Ha la faccia un po’ gonfia, come se avesse dormito imbottita di sedativi. Muove le labbra come per dire qualcosa, si abbassa di colpo e barcolla appena lui fa per alzare il pugno. «Avanti!», dice lei con la bocca impastata. Rimane lì in piedi e barcolla. Poi fa uno strano verso e gli si avventa addosso, lo prende per la camicia e gliela strappa sul davanti. «Fallito!», gli grida. Si divincola, poi lo riafferra e gli strappa anche il collo della maglia. «Brutto figlio di puttana!», gli dice, artigliandolo. Lui le stringe i polsi, poi la lascia, fa un passo indietro, cerca qualcosa di pesante. Lei si avvia incespicando verso la camera da letto. «Fallito», borbotta. Lui la sente cadere sul letto con una specie di rantolo. Leo aspetta qualche minuto, poi si spruzza acqua sulla faccia e va in camera da letto. Accende le luci, la guarda e poi comincia a spogliarla. La tira e la spinge di qua e di là per toglierle i vestiti. Lei mormora qualcosa nel sonno e muove la mano. Lui le toglie le mutandine, le guarda bene sotto la luce e le getta in un angolo. Tira giù le coperte e la fa rotolare sotto le lenzuola nuda com’è. Poi apre la borsetta. Sta leggendo l’assegno quando sente la macchina avvicinarsi nel vialetto. Guarda attraverso le tende della finestra sul davanti e vede la decappottabile ferma sul vialetto, con il motore che ronza al minimo e i fari accesi, e sbatte le palpebre. Poi vide un tizio alto scendere, girare intorno alla macchina e avvicinarsi alla veranda. Il tizio poggia qualcosa sul pavimento della veranda e torna verso la macchina. Indossa un vestito di lino bianco. Leo accende le luci della veranda e apre pian piano la porta. Sul primo gradino c’è l’astuccio del trucco di Toni. Il tizio osserva Leo da davanti la macchina, poi entra e toglie il freno a mano. «Aspetti!», grida Leo, scendendo i gradini. L’uomo frena mentre Leo passa davanti ai fari. La macchina, bloccata dai freni, emette una specie di scricchiolio. Leo cerca di tenere insieme i due pezzi della camicia, infilando tutto dentro la cintura. «Che vuole?», chiede il tizio. «Guardi», aggiunge subito dopo. «Devo andare. Non si offenda. Io compro e vendo macchine, giusto? La signora ha lasciato in macchina il trucco. È una vera signora, molto fine. Che c’è?»

119


Leo si appoggia alla portiera e guarda il tizio. L’uomo prima toglie le mani dal volante, poi ce le rimette. Innesta la retromarcia e la macchina si sposta leggermente indietro. «Voglio dirle una cosa», dice Leo, bagnandosi le labbra. S’accende una luce nella stanza da letto di Ernest Williams. La tendina si solleva. Leo scuote la testa, si rinfila la camicia nei pantaloni. Fa un passo indietro. «Lunedì», dice infine. «Lunedì», ripete il tizio, in guardia in caso Leo faccia qualche movimento improvviso. Leo annuisce lentamente. «Be’, buonanotte», dice il tizio e poi tossicchia. «Non se la prenda, capito? Lunedì, come no? Tutto a posto, allora». Stacca il piede dal freno, poi frena ancora dopo essere arretrato di neanche un metro. «Ehi, una domanda. In confidenza, quelli sul contachilometri, sono i chilometri effettivi?» Il tizio aspetta, poi si schiarisce la gola. «Va bene, guardi, comunque sia non fa niente», dice. «Devo andare. Non se la prenda». Esce a marcia indietro sulla strada e si allontana velocemente, senza neanche fermarsi allo stop all’angolo. Leo continua a tirare i lembi della camicia e se ne ritorna in casa. Chiude a chiave la porta d’ingresso e controlla che sia ben chiusa. Poi va in camera da letto e chiude a chiave anche quella porta. Tira giù le coperte dalla sua parte. La guarda prima di spegnere la luce. Si toglie i vestiti e li piega accuratamente poggiandoli a terra, poi s’infila a letto accanto a lei. Rimane sdraiato a lungo a pensare e a tormentarsi i peli sulla pancia. Guarda la porta della camera da letto, contornata ora dal vago chiarore che proviene dall’esterno. Dopo un po’, allunga una mano e le tocca un fianco. Lei non si muove. Lui si gira e le mette la mano sul fianco. Le fa scorrere le dita lungo il fianco e sente le smagliature sotto i polpastrelli. Sono come strade e lui le segue sulla pelle della moglie. Fa scorrere le dita avanti e indietro, prima in una smagliatura, poi nella successiva. Ce ne sono tante e le attraversano tutta la pelle, decine, forse centinaia di smagliature. Gli torna in mente quando si è svegliato la mattina dopo che aveva comprato la macchina e l’aveva vista, là nel vialetto, che scintillava al sole.

120


Gazebo

Quella mattina mi versa whisky sulla pancia e poi se lo lecca tutto. Il pomeriggio tenta di buttarsi dalla finestra. Le dico: «Holly, non possiamo mica andare avanti così. Bisogna finirla». Siamo seduti sul divano di uno degli appartamenti del piano di sopra. C’erano tante stanze vuote tra cui scegliere, ma avevamo bisogno di un appartamento, un posto in cui poterci muovere e parlare. Perciò quella mattina avevamo chiuso la reception del motel e c’eravamo trasferiti di sopra in uno degli appartamenti. Lei mi fa: «Duane, questa storia mi sta uccidendo». Beviamo Teacher’s con acqua e ghiaccio. Avevamo anche dormito un po’, tra la mattina e il pomeriggio. Poi a un tratto lei salta giù dal letto e minaccia di buttarsi dalla finestra in mutande. L’ho dovuta trattenere a forza. Va bene che eravamo solo al secondo piano, però, lo stesso... «Basta», mi fa. «Non ce la faccio proprio più». Si tocca la guancia con una mano e chiude gli occhi. Comincia ad agitare la testa avanti e indietro e a mugolare uno strano verso. Vederla in quello stato mi fa venire voglia di morire. «Non ce la fai più a fare che?», faccio io, anche se naturalmente lo so bene. «Non te lo devo certo spiegare di nuovo per filo e per segno», fa lei. «Ho perso il controllo. Ho perso il mio orgoglio. Una volta ero una donna orgogliosa». È una bella donna che ha da poco passato i trenta. È alta e ha lunghi capelli neri e occhi verdi, l’unica donna con gli occhi verdi che abbia mai conosciuto. Ai vecchi tempi le dicevo delle cose a proposito di quegli occhi verdi e lei mi diceva che era proprio per via degli occhi che sapeva di essere destinata a qualcosa di speciale. Lo sapevo anch’io, altroché! Per una cosa o per l’altra mi sento uno schifo. Sento il telefono che squilla di sotto, in ufficio. È tutto il giorno che squilla ogni tanto. Anche mentre sonnecchiavo lo sentivo squillare. Aprivo gli occhi, fissavo il soffitto, sentivo gli squilli e mi domandavo che cosa ci stava succedendo. Ma forse avrei dovuto guardare il pavimento. 121


«Ho il cuore a pezzi», fa lei. «Mi è diventato un sasso. Non valgo niente. Questo è peggio di tutto il resto: che non valgo niente». «Holly», faccio io.

Quando ci siamo trasferiti quaggiù e siamo stati assunti per gestire il motel, credevamo di essere fuori dai guai. Affitto e utenze gratis più trecento dollari al mese. Non era proprio da buttar via. Holly teneva i libri contabili. Con i numeri ci sapeva fare e in più era lei che si occupava in genere di affittare le camere. Le piaceva avere a che fare con la gente e lei piaceva alla gente. Io mi occupavo della manutenzione, falciavo l’erba e toglievo di mezzo le erbacce, tenevo la piscina pulita, facevo le piccole riparazioni. Il primo anno tutto era filato liscio. La sera facevo un altro lavoro e cominciavamo a mettere qualcosa da parte. Avevamo dei progetti. Poi, una mattina, non so che è successo. Avevo appena finito di mettere le piastrelle nel bagno di una delle camere, quando è entrata questa piccola cameriera messicana per fare le pulizie. L’aveva assunta Holly. Non posso veramente dire di averla notata prima, quella ragazzetta, anche se ci salutavamo quando c’incontravamo. Mi chiamava sempre signore, me lo ricordo bene. Insomma, da cosa nasce cosa. Così dopo quella mattina ho cominciato a farci caso. Era una ragazzetta carina con dei bei denti bianchi. Le guardavo parecchio la bocca. Insomma, ha cominciato a chiamarmi per nome. Una mattina stavo cambiando la guarnizione a uno dei rubinetti del bagno quando lei è entrata e ha acceso la televisione, come fanno spesso le cameriere. Cioè, mentre fanno le pulizie. Ho smesso di fare quello che stavo facendo e sono uscito dal bagno. Non se l’aspettava. Mi sorride e mi chiama per nome. È stato subito dopo che l’ha detto che ci siamo ritrovati sul letto.

«Holly, hai ancora molto di cui essere orgogliosa», le dico. «Sei ancora la migliore. Dai, Holly». 122


Lei scuote la testa. «No, qualcosa mi è morto, dentro», fa lei. «Ci ha messo un sacco di tempo, ma ormai è morto. Hai ammazzato qualcosa, proprio come se l’avessi preso a colpi di scure. Adesso è tutto uno schifo». Finisce di bere. Poi si mette a piangere. Faccio per abbracciarla. Ma non funziona. Riempio di nuovo i bicchieri e guardo fuori dalla finestra. Due macchine con la targa di un altro stato sono parcheggiate davanti all’ufficio e i conducenti sono in piedi davanti alla porta e parlottano tra loro. Uno finisce di dire qualcosa all’altro, si dà un’occhiata in giro e si tira il mento. C’è anche una donna, che scruta dentro l’ufficio con la faccia schiacciata contro il vetro e una mano per ripararsi dal riflesso. Prova ad aprire la porta. Di sotto, il telefono ricomincia a squillare. «Anche poco fa, mentre lo stavamo facendo, tu stavi pensando a lei», riattacca Holly: «Duane, tutto questo mi fa male». Prende il bicchiere che le porgo. «Holly», faccio io. «È vero, Duane», mi fa. «Non negarlo». Comincia a camminare avanti e indietro nella stanza in mutandine e reggiseno, con il bicchiere in mano. E poi fa: «Sei uscito dal matrimonio. Quello che hai ammazzato è la fiducia». Mi inginocchio e comincio a supplicarla. Ma sto davvero pensando a Juanita. È terribile. Non ho idea di cosa accadrà a me e al resto del mondo. Faccio: «Ma Holly, tesoro, io ti amo». Giù al parcheggio qualcuno si attacca al clacson, fa una pausa, poi ricomincia. Holly si asciuga gli occhi. Poi mi fa: «Preparamene un altro. Qui ci hai messo troppa acqua. E lascia che suonino i loro clacson del cavolo. Non me ne frega niente. Tanto me ne vado in Nevada». «Non andartene in Nevada», faccio io. «Stai dicendo una boiata», faccio io. «Non sto dicendo una boiata», fa lei. «Il Nevada non è una boiata. Tu resta qui con la tua cameriera. Io vado in Nevada. O vado là o mi ammazzo». «Holly!», faccio io. 123


«Holly un cavolo!», fa lei. Si siede sul divano e si tira su le ginocchia fin sotto il mento. «Preparami un altro drink, brutto figlio di puttana!». Poi fa: «Vaffanculo loro e i clacson. Perché non vanno al Travelodge a fare le loro porcherie? È là, no, che la tua cameriera pulisce adesso, no? Preparamene un altro, brutto figlio di puttana!» Stringe le labbra e mi lancia un’occhiataccia.

L’alcol è strano. Se ci ripenso, tutte le nostre decisioni più importanti sono state prese bevendo. Anche quando dicevamo sempre che dovevamo smettere di bere, ce ne stavamo seduti al tavolo della cucina o al tavolino in giardino con sei lattine di birra o con del whisky davanti. Quando ci siamo decisi a trasferirci quaggiù e a prendere questo lavoro al motel, siamo stati alzati un paio di notti a bere mentre consideravamo tutti i pro e i contro. Verso le ultime gocce di Teacher’s nei bicchieri e ci aggiungo ghiaccio e uno schizzo d’acqua. Holly si alza dal divano e si va a sdraiare di traverso sul letto. A un certo punto mi fa: «Con lei l’hai fatto anche su questo letto?» Non ho niente da dire. Mi sento tutto svuotato di parole, dentro. Le porgo il bicchiere e mi siedo nella poltrona. Bevo il mio whisky e penso che non sarà mai più la stessa cosa. «Duane?», fa lei. «Holly?» Il cuore mi si è messo a battere più piano. Aspetto. Holly era il mio vero amore.

La storia con Juanita andava avanti cinque giorni alla settimana, tra le dieci e le undici. Succedeva in una stanza qualsiasi, quella in cui si trovava per fare il suo giro di pulizie. Io andavo lì dove stava e mi chiudevo la porta alle spalle. Comunque la maggior parte delle volte lo facevamo nella 11. Era la 11 la nostra stanza fortunata. Eravamo molto dolci l’uno con l’altra, ma svelti. Andava bene così. 124


Secondo me, Holly poteva pure passarci sopra. Secondo me, la cosa che doveva fare, davvero, era provare a passarci sopra. Quanto a me, mi sono tenuto il lavoro serale. Anche una scimmia sarebbe stata capace di farlo. Però le cose stavano andando a rotoli in fretta. È che proprio non ci mettevamo più entusiasmo. Ho smesso di pulire la piscina. Si è riempita di una poltiglia verde e così gli ospiti non ci facevano più il bagno. Non ho più aggiustato rubinetti né messo piastrelle, né dato più ritocchi alla vernice. Insomma, la verità è che ci stavamo dando dentro tutti e due un bel po’ con l’alcol. Bere richiede un sacco di tempo e di energia, se ti ci dedichi sul serio. Anche Holly non registrava più i clienti come doveva. Faceva pagare tariffe troppo alte oppure non riscuoteva il dovuto. Magari una volta metteva tre persone in una stanza singola, oppure una persona sola dove c’era il letto matrimoniale. Per farla breve, ci sono state lamentele, e a volte sono pure volate parole grosse. La gente rimetteva tutto in macchina e se ne andava da un’altra parte. Di conseguenza, è arrivata una lettera dall’amministrazione. Poi anche un’altra, raccomandata con ricevuta di ritorno. Ha telefonato qualcuno. È venuto giù un tizio dalla città. Ma ormai non ce ne fregava più niente, sul serio. Sapevamo di avere i giorni contati. Avevamo combinato un bel casino con la nostra vita e ci stavamo preparando a prendere un bello scossone. Holly è una donna in gamba. Se ne è accorta per prima.

Poi quel sabato mattina ci siamo svegliati dopo una notte passata a rimuginare sulla situazione. Abbiamo aperto gli occhi e ci siamo rigirati nel letto per guardarci bene in faccia. A quel punto, ce ne eravamo resi conto tutti e due. Eravamo arrivati a toccare il fondo di qualche cosa e ora si trattava di capire da dove si poteva ricominciare. Così ci siamo alzati e ci siamo vestiti, abbiamo preso il caffè e deciso di farci questa chiacchierata. Senza interruzioni. Niente telefonate. Niente clienti. È stato allora che ho preso la bottiglia di Teacher’s. Abbiamo chiuso a chiave l’ufficio e siamo venuti di sopra con ghiaccio, bicchieri e bottiglie. Tanto per cominciare, abbiamo guardato la tv a colori, ci siamo gingillati un po’, lasciando 125


che il telefono di sotto squillasse quanto voleva. Per mangiare siamo usciti e abbiamo preso delle patatine al formaggio dal distributore automatico. Avevamo la strana sensazione che ormai poteva succedere qualsiasi cosa, tanto ci eravamo resi conto che era già successo di tutto.

«Ti ricordi quando eravamo ragazzi, prima di sposarci?», mi fa Holly. «Quando eravamo pieni di sogni e di progetti? Te lo ricordi?». Se ne stava seduta sul letto, con le braccia attorno alle ginocchia e il bicchiere in mano. «Certo che me lo ricordo, Holly». «Tu non sei mica stato il primo per me, sai? Il primo è stato Wyatt. Ci pensi? Wyatt. E tu ti chiami Duane. Wyatt e Duane. Chissà che cosa mi sono persa in tutti quegli anni. Tu eri tutto per me, proprio come nella canzone». Le dico: «Sei una donna meravigliosa, Holly. Lo so che le occasioni non ti sono mancate». «Però io non le ho mica colte tutte!», mi fa. «Non sono mica uscita dal matrimonio, io». «Holly, ti prego», faccio io. «Adesso basta, tesoro. Non stiamo qui a tormentarci. Che cosa dobbiamo fare?» «Sta’ a sentire», mi fa lei. «Ti ricordi di quella volta che siamo arrivati in macchina in quella vecchia fattoria dalle parti di Yakima, oltre Terrace Heights? Che giravamo in macchina, così, tanto per girare? E ci siamo trovati su quella stradina sterrata con un gran caldo e un sacco di polvere, no? Siamo andati avanti e siamo arrivati in quella vecchia casa e tu hai chiesto se potevano darci un bicchiere d’acqua. Te l’immagini noi che facciamo una cosa del genere adesso? Bussare a una casa e chiedere un bicchier d’acqua?» «Quei vecchi devono essere morti, ormai», continua lei, «sepolti l’uno accanto all’altra laggiù in qualche cimitero. Ricordi che ci invitarono dentro e ci offrirono la torta? E dopo ci hanno anche fatto fare un giro per la casa? E sul retro avevano quel gazebo? Sul retro, sotto a quegli alberi? Aveva il tetto a punta e la vernice tutta scrostata, e le erbacce avevano quasi ricoperto i gradini. E la donna ci ha detto che anni prima, cioè un sacco di tempo fa, venivano dei musicisti a suonare lì sotto la domenica e la gente si sedeva tutt’intorno ad ascoltare. Pensavo che 126


anche noi saremmo stati così quando saremmo invecchiati. Pieni di dignità. Con un posto tutto nostro. E la gente che veniva a trovarci». Per un po’ non riesco ancora a dire niente. Poi le faccio: «Holly, queste cose, anche noi ce le ricorderemo un giorno. Diremo: “Ti ricordi il motel con la piscina piena di schifezze?”» Poi aggiungo: «Capisci che voglio dire, Holly?» Ma Holly non fa altro che restarsene seduta sul letto con il bicchiere in mano. Mi rendo conto che non lo capisce. Mi sposto verso la finestra e guardo fuori da dietro la tenda. Qualcuno dice qualcosa, di sotto, poi scuote la porta dell’ufficio. Io non mi muovo. Prego solo che Holly mi dia un segno. Prego solo che Holly mi faccia aprire gli occhi. Sento una macchina mettersi in moto. Poi un’altra. Fanno manovra, puntando i fari verso il motel, poi, una dopo l’altra, si allontanano e si immettono nel traffico. «Duane», mi fa Holly. Anche in questo, aveva ragione lei.

127


Un’altra cosa

Sua moglie Maxine cacciò L.D. di casa la sera che, tornando dal lavoro, lo trovò per l’ennesima volta ubriaco che insultava Rae, la figlia quindicenne. L.D. e Rae erano seduti in cucina e litigavano. Maxine non ebbe neanche il tempo di metter via la borsa o di togliersi il cappotto. Rae disse: «Mamma, diglielo un po’ tu. Digli quella cosa di cui abbiamo parlato». L.D. si rigirava il bicchiere per le mani senza bere. Maxine lo bloccava con uno sguardo feroce e inquietante. «Non ficcare il naso in faccende che non conosci», disse L.D. Poi aggiunse: «Non posso prendere sul serio una persona che se ne sta tutto il giorno seduta a leggere riviste di astrologia». «Qui l’astrologia non c’entra niente», disse Rae. «E non c’è bisogno che m’insulti, capito?» Quanto a Rae, erano settimane che non andava a scuola. Diceva che nessuno poteva obbligarla ad andarci. Secondo Maxine questa era solo l’ultima perla in una lunga serie di tragedie da quattro soldi. «Perché non la piantate tutti e due?», disse Maxine. «Dio mio, già mi avete fatto venire il mal di testa». «Mamma, diglielo un po’ tu», ripeté Rae. «Diglielo che è tutto nella sua testa. Chiunque ne sappia qualcosa sa che è così!» «Ah sì? E il diabete, allora?», disse L.D. «E l’epilessia? Anche quella è controllata dal cervello?» Alzò il bicchiere proprio sotto gli occhi di Maxine e se lo finì. «Sì, anche il diabete», disse Rae. «L’epilessia. Qualsiasi cosa! Il cervello è l’organo più potente di tutto il corpo, se proprio lo vuoi sapere». Prese la sigaretta di L.D. per accendersi la sua. «E il cancro? Che ne dici del cancro?», le chiese L.D. Gli pareva di averla incastrata. Lanciò un’occhiata a Maxine. «Mica lo so come è cominciata questa cosa», disse alla moglie. 128


«Il cancro, eh?», disse Rae, scuotendo la testa di fronte a tanta ingenuità. «Certo, anche il cancro. Il cancro parte dal cervello». «Ma è assurdo!», disse L.D. Diede una manata sul tavolo. Il posacenere ebbe un sussulto, il bicchiere si rovesciò e rotolò per tutto il piano. «Stai dicendo cose assurde, Rae, te ne rendi conto?» «Basta!», urlò Maxine. Si sbottonò il cappotto e poggiò la borsa sulla credenza. Guardò L.D. e disse: «Senti, L.D., io non ce la faccio più. E neanche Rae. E così tutti quelli che ti conoscono. Ci ho riflettuto a lungo. Voglio che tu te ne vada. Stasera stessa. Subito, in questo istante. Esci di casa e vattene al diavolo!» L.D. non aveva alcuna intenzione di andare da nessuna parte. Distolse lo sguardo da Maxine e fissò il vasetto di sottaceti che era rimasto sul tavolo dall’ora di pranzo. Poi lo prese e lo scagliò contro la finestra della cucina. Con un salto Rae si alzò dalla sedia e si allontanò dal tavolo. «Oddio! È impazzito!» S’andò a mettere accanto alla madre. Respirava affannosamente con la bocca. «Va’ a chiamare la polizia», disse Maxine. «Sta diventando violento. Esci subito dalla cucina, prima che ti faccia del male. Chiama la polizia», disse Maxine. Cominciarono entrambe a camminare a ritroso per uscire dalla cucina. «Me ne vado», disse L.D. «Va bene, va bene, me ne vado subito», disse. «Anzi, mi sta benissimo. Tanto, siete tutte e due matte. Questa casa è una gabbia di matti. Là fuori c’è un’altra vita, grazie a Dio. Credetemi, in questa gabbia di matti, c’è poco da divertirsi». Sentiva sulla faccia lo spiffero che veniva dal buco nella finestra. «Ecco dove me ne vado», continuò. «Là fuori», disse, indicando. «Bene», disse Maxine. «Va bene, me ne vado», disse L.D. Batté con forza la mano sul tavolo. Scalciò indietro la sedia. Si alzò. «Non mi vedrete mai più!», disse L.D. «Tanto mi lasci un sacco di cose per cui ricordarti», disse Maxine. «Giusto», disse L.D. «Coraggio, vattene», disse Maxine. «Sono io che pago l’affitto in questa casa e ti dico di andartene. Subito». 129


«Me ne vado», disse lui. «Non spingere. Me ne vado». «Che aspetti?», disse Maxine. «Me ne vado da questa gabbia di matti», disse L.D. Si fece strada verso la camera da letto e tirò giù una delle valigie della moglie dal guardaroba. Era una vecchia valigia di similpelle bianca con una fibbia rotta. Era la valigia che lei riempiva di maglioni e si portava dietro quando andava all’università. C’era andato anche lui, all’università. Gettò la valigia sul letto e cominciò a metterci dentro la biancheria, i pantaloni, le camicie, i maglioni, la sua vecchia cinta di cuoio con la fibbia d’ottone, i calzini e il resto della sua roba. Dal comodino prese delle riviste per avere qualcosa da leggere. Prese anche il posacenere. Infilò tutto il possibile nella valigia, tutto quello che poteva entrarci. La chiuse dalla parte della fibbia buona, la strinse con la cinghia e poi si ricordò della sua roba da toilette. Trovò la borsetta di plastica sullo scaffale del guardaroba, dietro ai cappellini di Maxine. Ci infilò dentro il rasoio e la crema da barba, il talco, lo stick del deodorante e lo spazzolino da denti. Prese anche il tubetto del dentifricio. Poi prese anche il filo interdentale.

Le sentiva parlottare di là in soggiorno. Si lavò la faccia. Mise il sapone e l’asciugamano nella borsetta. Poi c’infilò anche il portasapone, il bicchiere sopra la mensola del lavandino, il tagliaunghie e il piegaciglia. Non riuscì a chiudere bene la borsetta, ma non importava. Si mise il cappotto e prese la valigia. Tornò in soggiorno. «Ecco fatto», disse L.D. «Addio, allora», disse. «Non so cos’altro dire tranne che immagino che non ti vedrò più. Neanche a te», disse L.D., rivolto a Rae. «Tu e le tue idee balzane». «Vattene», disse Maxine. Prese Rae per la mano. «Non hai già fatto abbastanza danni in questa casa, eh? Vattene, L.D. Esci da questa casa e lasciaci in pace». «E ricordati», disse Rae. «È tutto nella tua testa». «Me ne vado. Vi dico solo questo», disse L.D. «Non m’importa dove. Basta sia lontano da questa gabbia di matti. Questa è la cosa principale». Lanciò un’ultima occhiata in giro nel soggiorno, poi spostò la valigia da una mano all’altra e si mise la borsetta sotto il braccio. 130


«Restiamo in contatto, Rae. Maxine, anche tu è meglio che te ne vai da questa gabbia di matti». «Sei tu che l’hai fatta diventare una gabbia di matti», disse Maxine. «Se è una gabbia da matti, è perché ce l’hai fatta diventare tu». Posò la valigia a terra e la borsetta sopra la valigia. Poi si tirò su e si girò verso di loro. Loro fecero un passo indietro. «Attenta, mamma», disse Rae. «Non mi fa mica paura», disse Maxine. L.D. si rimise la borsetta sotto il braccio e raccolse la valigia. Disse: «Voglio solo dirvi un’altra cosa». Ma poi non riuscì a pensare quale potesse essere.

131


Piccole cose

In precedenza, quel giorno, il tempo era cambiato e la neve si stava sciogliendo in acqua sporca. Rivoletti di quell’acqua scorrevano sulla finestrella bassa che dava sul retro. Le macchine passavano frusciando sulla strada che si stava facendo sempre più buia. Ma si stava facendo sempre più buio anche dentro casa. Lui era in camera da letto e riempiva la valigia di vestiti quando lei apparve sulla soglia. Sono proprio contenta che te ne vai! Sono proprio contenta!, disse lei. Mi senti? Lui continuò a mettere le sue cose nella valigia. Brutto figlio di puttana! Sono proprio contenta che te ne vai! Scoppiò a piangere. Non hai nemmeno il coraggio di guardarmi in faccia, vero? Poi notò la foto del bambino poggiata sul letto e la prese. Lui la guardò e lei si asciugò le lacrime e lo fissò per un po’ prima di voltarsi e di tornare nel soggiorno. Riportala qua, le disse lui. Pigliati la tua roba e levati di torno, disse lei. Lui non rispose. Chiuse la valigia, si mise il cappotto, si guardò intorno in camera da letto prima di spegnere la luce. Poi andò in salotto. Lei era in piedi sulla soglia del cucinino, con il bambino in braccio. Voglio il bambino, disse lui. Ma sei matto? No, ma il bambino lo voglio lo stesso. Poi farò venire qualcuno a prendere le sue cose. Tu questa creatura non la tocchi, disse lei. Il bambino si mise a piangere e lei gli scostò la copertina dalla testa. Oh-oh, disse, guardando il bambino. Lui fece un passo verso di lei. Per l’amor di Dio!, disse lei, arretrando nella cucina. Voglio il bambino. 132


Vattene via! Lei si girò e cercò di tenere il bambino riparato in un angolo dietro la stufa. Ma lui si avvicinò. Allungò le braccia oltre la stufa e mise le mani sul bambino. Lascialo andare, disse. Va’ via, va’ via!, strillò lei. Il bambino si era fatto tutto rosso in faccia, e urlava. Nella lotta fecero cadere un vaso di fiori appeso dietro la stufa. Lui allora la spinse contro il muro, cercando di farle mollare la presa. Teneva stretto il bambino e spingeva con tutto il suo peso. Lascialo, disse. Non fare così, disse lei. Fai male al bambino, disse. Non gli faccio male, no, disse lui. La finestra della cucina non dava alcuna luce. Nella penombra lui cercava di allentare le dita di lei strette a pugno con una mano, mentre con l’altra stringeva per un braccio, vicino alla spalla, il bambino che urlava. Lei sentì che stava per cedere e aprire le dita. Sentiva che il bambino le veniva sottratto. No!, gridò nel momento in cui le sfuggì la presa. L’avrebbe avuto lei, il bambino. Cercò di afferrarlo per l’altro braccetto. Riuscì a prenderlo per il polso e tirò con forza. Ma anche lui non voleva mollarlo. Sentì il bambino scivolargli dalle mani e tirò anche lui con molta forza. In questo modo, la questione fu risolta.

133


Perché non ballate?

In cucina si versò un altro bicchiere e guardò i mobili della camera da letto sistemati nel giardino. Il materasso era scoperto, mentre le lenzuola a righe colorate erano piegate sul cassettone, accanto ai due cuscini. A parte questo dettaglio, tutto era disposto come lo era stato nella stanza: comodino e abat-jour dalla parte di lui, comodino e abat-jour dalla parte di lei. La parte di lui, la parte di lei. Sorseggiava whisky e rifletteva su questo punto. Il cassettone era a poca distanza dai piedi del letto. Quella mattina aveva svuotato i cassetti e sistemato il contenuto in scatoloni che ora erano allineati in soggiorno. Accanto al cassettone c’era una stufa elettrica. Ai piedi del letto c’era anche una poltroncina di bambù con un cuscino fantasia. I mobili da cucina in alluminio lucido occupavano invece il vialetto. Il tavolino era coperto da una tovaglia di mussola gialla, un regalo; la tovaglia, troppo grande, ricadeva ai lati fin quasi a terra. Sul tavolino c’era anche un vaso di felci, un servizio di posate ancora nella scatola e un giradischi, regali anche quelli. Un grosso televisore era poggiato su un tavolino da salotto e, qualche metro più in là, c’erano un divano, una poltrona e una lampada a stelo. La scrivania era accostata alla porta del garage. Sopra c’erano degli accessori, un orologio da parete e due stampe incorniciate. Sempre sul vialetto c’era uno scatolone pieno di tazze, bicchieri e piatti, avvolti uno per uno in fogli di giornale. Aveva passato l’intera mattinata a svuotare guardaroba e credenze, e ora, a parte i tre scatoloni in soggiorno, tutta la roba era fuori dalla casa. Aveva portato anche una prolunga in giardino e tutti gli elettrodomestici erano collegati alla corrente elettrica. Funzionavano, proprio come quando erano ancora dentro casa. Ogni tanto qualcuno rallentava in macchina e la gente fissava lo spettacolo. Però, nessuno si fermava. Gli venne in mente che neanche lui l’avrebbe fatto, forse.

«Mi sa che stanno svendendo i mobili», la ragazza disse al ragazzo. 134


Il ragazzo e la ragazza stavano arredando un piccolo appartamento. «Sentiamo quanto vogliono per il letto», disse la ragazza. «Magari anche il televisore», disse lui. Il ragazzo entrò nel vialetto e fermò la macchina davanti al tavolo da cucina. Scesero e cominciarono a esaminare gli oggetti: la ragazza toccò la tovaglia di mussola, il ragazzo attaccò la spina del frullatore e ne girò la manopola su trita, la ragazza soppesò lo scaldavivande, il ragazzo accese la tv e si mise a regolarne i comandi. Poi si sedette sul divano a guardarla. Si accese una sigaretta, si diede un’occhiata attorno e gettò il fiammifero nell’erba. La ragazza si sedette sul letto. Poi si sfilò le scarpe e si sdraiò. Le sembrò di vedere una stella in cielo. «Jack, vieni un po’ qui. Prova il letto. Porta uno di quei cuscini», disse. «Com’è?», disse il ragazzo. «Provalo», disse lei. Lui si guardò attorno. La casa era al buio. «Mi sento un po’ strano», disse lui. «Meglio vedere se c’è qualcuno in casa». Lei si molleggiò un po’ sul letto. «Prima provalo», disse. Lui si sdraiò sul letto e si mise il cuscino sotto la testa. «Be’, che te ne pare?», gli chiese lei. «È bello solido», disse lui. Lei si girò su un fianco e gli toccò la faccia. «Baciami», disse. «Sarà meglio alzarsi», disse lui. «Baciami», disse lei. Chiuse gli occhi. Lo tenne fermo. Lui disse: «Vado a vedere se c’è qualcuno in casa». Ma poi si limitò a tirarsi su seduto e rimase dov’era, facendo finta di guardare la televisione. Le luci cominciarono ad accendersi nelle case lungo la strada. «T’immagini come sarebbe buffo se...», disse la ragazza sorridendo, ma non finì la frase. Il ragazzo si mise a ridere, ma non sapeva neanche lui perché. 135


Sempre senza sapere perché, accese l’abat-jour. La ragazza scacciò una zanzara e a quel punto il ragazzo si alzò e s’infilò la camicia nella cintura dei pantaloni. «Vado a vedere se c’è qualcuno in casa», disse. «Secondo me non c’è nessuno. Ma se c’è, vedrò a quanto mette queste cose». «Qualunque cifra ti proponga, offri dieci dollari di meno. È sempre una buona idea», disse lei. «E poi, mi sa che devono essere disperati o qualcosa del genere». «Il televisore non è male», disse lui. «Chiedigli quanto vogliono», disse la ragazza.

L’uomo tornò lungo il marciapiedi con una busta del supermercato. Panini, birra e whisky. Vide la macchina parcheggiata all’inizio del vialetto e la ragazza sdraiata sul letto. Poi vide il televisore acceso e il ragazzo sotto la veranda. «Salve», disse alla ragazza. «E così ha trovato il letto. Bene». «Salve», rispose la ragazza. «Lo stavo provando». Diede qualche colpetto sulla coperta. «È un letto niente male». «Sì, è un buon letto», disse l’uomo, mettendo giù la busta e tirando fuori la birra e il whisky. «Credevamo non ci fosse nessuno», disse il ragazzo. «Ci interesserebbe il letto e forse anche il televisore. Magari pure la scrivania. Quanto vuole per il letto?» «Pensavo di venderlo per cinquanta dollari», rispose l’uomo. «Quaranta vanno bene?», chiese la ragazza. «Vanno bene anche quaranta», disse l’uomo. Prese un bicchiere dallo scatolone. Scartò il bicchiere dal foglio di giornale. Svitò il tappo sigillato della bottiglia di whisky. «E il televisore?», chiese il ragazzo. «Venticinque». «Vanno bene quindici?», disse la ragazza. «Quindici vanno benone. Posso accettarne anche quindici», disse l’uomo. La ragazza lanciò un’occhiata al ragazzo. «Ragazzi, magari vi va di bere un goccetto», disse l’uomo. «I bicchieri sono in quello scatolone. Io mi devo sedere. Adesso mi siedo sul divano». 136


Si sedette sul divano, si appoggiò allo schienale e si mise a fissare il ragazzo e la ragazza.

Il ragazzo trovò due bicchieri e versò il whisky. «Basta, basta», disse la ragazza. «Mi sa che nel mio ci voglio l’acqua». Tirò fuori una sedia e si sedette al tavolo da cucina. «Quello là è il rubinetto», disse l’uomo. «Apra pure quel rubinetto». Il ragazzo tornò con il whisky annacquato. Si schiarì la gola e si sedette al tavolo della cucina. Sorrise. Ma non aveva ancora toccato il whisky del suo bicchiere. L’uomo fissò il televisore. Svuotò il bicchiere e ne cominciò un altro. Si voltò per accendere la lampada a stelo. Fu allora che la cicca della sigaretta gli cadde dalle mani e finì tra i cuscini del divano. La ragazza si alzò e lo aiutò a recuperarla. «Allora, che cosa vuoi?», disse il ragazzo alla ragazza. Poi tirò fuori il libretto degli assegni e se lo portò alle labbra come se stesse riflettendo. «Voglio la scrivania», disse la ragazza. «Quanto vuole per la scrivania?» L’uomo agitò la mano come se la domanda fosse assolutamente fuori posto. «Dite una cifra», disse infine. Li guardò, seduti intorno al tavolo. Alla luce della lampada a stelo, c’era una strana espressione sui loro volti. Buona o cattiva, non si riusciva a distinguere.

«Ora spengo la tv e metto su un disco», disse l’uomo. «Anche il giradischi è in vendita, sapete? Costa poco. Fate un’offerta». Si versò dell’altro whisky e aprì una lattina di birra. «È tutto in vendita», disse. La ragazza gli porse il proprio bicchiere e lui le versò da bere. «Grazie», gli disse lei. «Lei è molto gentile». «Ti dà alla testa», disse il ragazzo. «Almeno, a me sta dando alla testa». Alzò il bicchiere e lo agitò un po’.

137


L’uomo svuotò il suo e lo riempì ancora una volta, poi trovò la scatola con i dischi. «Scelga quello che vuole», disse alla ragazza, porgendole i dischi. Il ragazzo stava riempiendo l’assegno. «Ecco», disse la ragazza, scegliendone uno a caso, perché non conosceva nessuno dei nomi sulle copertine. Si alzò dalla sedia, ma poi si risedette. Non le andava di starsene seduta lì senza far niente. «Lascio l’intestazione in bianco», disse il ragazzo. «Va bene», disse l’uomo. Bevvero. Ascoltarono il disco. Poi l’uomo ne mise su un altro. Perché voi ragazzi non vi mettete a ballare?, decise di dire e poi lo disse. «Perché non ballate?» «No, non credo», disse il ragazzo. «Coraggio», insisté l’uomo. «Il giardino è mio. Potete ballare, se vi va».

Abbracciati stretti, il ragazzo e la ragazza si mossero su e giù per il vialetto. Ballavano. E quando finì il disco, ne misero su un altro, e quando finì anche quello il ragazzo disse: «Sono ubriaco». La ragazza gli disse: «Ma va’ là che non è vero». «E invece sono ubriaco», disse il ragazzo. L’uomo mise su l’altra facciata del disco e il ragazzo disse: «È vero». «Balla con me», la ragazza disse al ragazzo e poi all’uomo, e quando l’uomo si alzò, lei gli si avvicinò a braccia spalancate.

«C’è della gente laggiù che ci guarda», disse lei. «È tutto a posto», rispose l’uomo. «Questa è casa mia», disse. «Che guardino pure», disse la ragazza. «Proprio così», disse l’uomo. «Credevano di averne viste di tutti i colori, qui. Ma una cosa del genere non l’avevano ancora vista, eh?», disse. Sentiva il fiato della ragazza sul collo. «Spero che il letto le piaccia», disse.

138


La ragazza chiuse e riaprì gli occhi. Spinse il viso contro la spalla dell’uomo. Lo strinse ancora di più a sé. «Lei dev’essere disperato o qualcosa del genere», disse.

Dopo qualche settimana, lei ne parlava ancora: «Era un tizio di mezz’età. Aveva tutte le cose là fuori, nel bel mezzo del giardino. Vi giuro. Ci siamo presi una bella sbronza e abbiamo ballato. Lì, sul vialetto. Oh, Signore. C’è poco da ridere. Metteva su i dischi per noi. Guardate questo giradischi. Ce l’ha dato quel tizio. Anche tutti questi dischi di merda. Ma avete visto che roba?» Non smetteva di parlarne. Lo raccontava a tutti. C’era qualcos’altro da dire e lei tentava di tirarlo fuori. Ma dopo un po’, smise di provarci.

139


Un discorso serio

La macchina di Vera era parcheggiata lì; non ce n’erano altre, e Burt ringraziò il cielo. Entrò nel vialetto e fermò la macchina proprio vicino alla torta che gli era caduta la sera prima. Era ancora lì: la teglia di alluminio rovesciata, un alone di ripieno alla zucca sparso sul cemento. Era il giorno dopo Natale. Lui era venuto il giorno prima a trovare la moglie e i figli. Vera l’aveva avvertito. Glielo aveva detto come stavano le cose. Gli aveva spiegato che se ne doveva andare per le sei perché il suo amico sarebbe venuto a cena con i propri figli. Si erano seduti in soggiorno e aperto solennemente i regali che Burt aveva portato. I ragazzi avevano aperto i suoi pacchetti mentre altri, avvolti in carta sgargiante, erano ancora ammucchiati sotto l’albero in attesa delle sei. Lui li aveva osservati mentre aprivano i regali e aveva atteso che Vera sciogliesse il fiocco del suo. L’aveva vista togliere la carta, alzare il coperchio della scatola e tirarne fuori il golf di cachemire. «Carino», aveva detto. «Grazie, Burt». «Provalo», aveva detto la figlia. «Sì, mettitelo», aveva detto il figlio. Burt aveva lanciato un’occhiata al figlio, grato per l’appoggio che gli dava. In effetti lei se l’era provato. Vera era andata in camera da letto ed era tornata indossandolo. «Molto carino», aveva detto. «Molto carino addosso a te», aveva detto Burt, sentendosi gonfiare il petto. Poi aveva aperto i suoi, di regali. Vera gli aveva regalato un buono da spendere da Sondheim, il negozio di abbigliamento. Sua figlia, un set di spazzola e pettine. Il figlio, una penna a sfera.

Vera aveva servito delle bibite e avevano fatto quattro chiacchiere. Ma per la maggior parte del tempo avevano guardato l’albero di Natale. Poi la figlia si era

140


alzata e aveva cominciato ad apparecchiare in sala da pranzo, mentre il figlio era andato in camera sua. Ma Burt aveva preferito restare dov’era. Gli piaceva starsene davanti al fuoco, con un bicchiere in mano, a casa sua, al suo posto. Poi Vera era andata in cucina. Di tanto in tanto sua figlia entrava in sala da pranzo con in mano qualcosa da mettere in tavola. Burt l’aveva osservata. L’aveva vista sistemare i tovaglioli di lino nei bicchieri. Mettere un vaso sottile al centrotavola. L’aveva vista calare, con estrema attenzione, un fiore nel vaso. Sulla grata del caminetto bruciava un tronchetto artificiale di cera e segatura. Accanto ce n’erano altri cinque sistemati in uno scatolone. Si era alzato dal divano e aveva messo nel caminetto anche quelli. Li aveva tenuti d’occhio finché non avevano preso tutti. Poi aveva finito la sua bibita e si era diretto verso la porta che dava sul patio. Prima di arrivarci, aveva visto le torte allineate su una credenza. Le aveva messe una sull’altra e se l’era caricate sulle braccia, tutte e sei, una per ogni dieci volte che lei l’aveva tradito. Sul vialetto, al buio, gliene era caduta una, mentre armeggiava per aprire la portiera.

La porta d’ingresso era sempre chiusa a chiave, da quella sera che gli si era rotta la chiave nella serratura. Fece il giro sul retro. Sulla porta del patio era appesa una ghirlanda natalizia. Bussò al vetro. Arrivò Vera, ancora in accappatoio. Quando lo vide, s’accigliò. Aprì appena la porta. Burt disse: «Volevo scusarmi per ieri sera. Volevo scusarmi anche con i ragazzi». Vera disse: «Non sono in casa». Lei rimase piantata sulla soglia, mentre lui stava nel patio, vicino al filodendro. Burt si mise a togliere della lanugine dalla manica della giacca. Lei sbottò: «Non ce la faccio più. Ieri hai cercato di dar fuoco alla casa». «Ma no», disse lui. «Oh, sì! Possono testimoniarlo tutti». «Posso entrare un attimo così ne parliamo?», disse lui. Lei si strinse l’accappatoio alla gola e fece un passo indietro. 141


Poi disse: «Tra un’ora devo uscire». Lui si guardò attorno. Le luci dell’albero si accendevano e si spegnevano. A un capo del divano c’era un mucchio di carta velina colorata e scatole scintillanti. Al centro del tavolo da pranzo c’era la carcassa di un tacchino, con gli avanzi ormai rinsecchiti sparsi su un letto di prezzemolo che pareva un nido macabro. Un grande cono di cenere riempiva il caminetto. C’erano anche parecchie lattine vuote di Shasta Cola. Sui mattoni c’era una lunga lingua nera di fuliggine che arrivava fino alla mensola, dove il legno che l’aveva bloccata era tutto annerito e carbonizzato. Si girò e tornò in cucina. Disse: «A che ora se n’è andato il tuo amico?» Lei rispose: «Se cominci così, puoi anche andartene subito». Burt tirò fuori una sedia e si sedette al tavolo della cucina, davanti al grande posacenere. Chiuse gli occhi e li riaprì. Scostò la tendina dalla finestra e guardò il giardino sul retro. Vide una bici capovolta, senza la ruota davanti. Vide le erbacce che crescevano lungo la staccionata di tavole di sequoia. Lei riempì una casseruola d’acqua. «Ti ricordi del giorno del Ringraziamento?», gli chiese. «Allora ti dissi che era l’ultima festa che ci avresti rovinato. Mangiare uova e pancetta invece del tacchino, alle dieci di sera!» «Lo so», rispose lui. «Ti ho già chiesto scusa». «Le scuse non bastano». La fiamma pilota era spenta un’altra volta. Lei armeggiava ai fornelli, cercando di accendere il gas sotto la casseruola. «Attenta a non bruciarti», le disse. «Cerca di non darti fuoco da sola». Immaginò che l’accappatoio della moglie prendesse fuoco: lui sarebbe saltato su dalla sedia, l’avrebbe gettata a terra e fatta rotolare fino in soggiorno, dove infine l’avrebbe coperta con il proprio corpo. O magari sarebbe dovuto correre in camera da letto a prendere una coperta? «Vera?» Lei si girò verso di lui. «Hai mica qualcosa da bere? Ho proprio bisogno di bere un goccio, stamattina». «C’è della vodka nel freezer». «Da quando in qua tieni la vodka nel freezer?» 142


«Meglio non chiederlo». «Va bene, va bene», disse lui. «Non te lo chiedo». Tirò fuori la bottiglia di vodka e se ne versò un po’ in una tazza che aveva trovato sul ripiano. Lei disse: «La bevi così, dalla tazza?» Poi aggiunse: «Cristo santo, Burt. Allora, di che cosa volevi parlare? Ti ho già detto che devo andare da qualche parte. All’una ho una lezione di flauto». «Prendi ancora lezioni di flauto?» «Te l’ho appena detto, mi pare. Insomma, che vuoi? Dimmi quello che mi vuoi dire, che poi devo andarmi a preparare». «Volevo solo dirti che mi dispiace». «Be’, l’hai già detto». «Hai mica del succo di frutta? Per allungare un po’ la vodka». Vera aprì il frigo e rovistò. «C’è del succo di mirtilli», disse. «Va bene», disse lui. «Be’, io vado in bagno», disse lei. Lui bevve la tazza di vodka e succo di mirtilli. Si accese una sigaretta e buttò il fiammifero nel grande posacenere che stava sempre al centro del tavolo da cucina. Si mise a esaminare le cicche. Alcune erano della marca che fumava Vera, altre no. Alcune erano addirittura color lavanda. Si alzò e andò a buttare tutto sotto il lavello. Il posacenere in realtà non era un posacenere. Era un grosso piatto di ceramica pesante che avevano comprato da un vasaio con la barba, al centro commerciale di Santa Clara. Lo sciacquò per bene e lo asciugò. Poi lo rimise sul tavolo. Solo allora ci schiacciò dentro la sua cicca.

L’acqua sul fornello cominciò a bollire proprio appena il telefono si mise a squillare. La sentì aprire la porta del bagno e gridargli dal corridoio: «Rispondi tu! Io sto per entrare sotto la doccia». L’apparecchio della cucina era sul ripiano della credenza, nell’angolo dietro la teglia dell’arrosto. Spostò la teglia e prese il ricevitore. 143


«C’è Charlie?», disse la voce all’altro capo del filo. «No», rispose Burt. «Va bene», disse la voce. Mentre era occupato a fare il caffè, il telefono squillò di nuovo. «Charlie?» «Non c’è», disse Burt. Stavolta lasciò la cornetta staccata.

Vera tornò in cucina in jeans e maglioncino, spazzolandosi i capelli. Con il cucchiaino lui mise il caffè solubile nelle tazze d’acqua calda e poi corresse il proprio con uno schizzo di vodka. Portò le tazze a tavola. Lei prese la cornetta e se la portò all’orecchio. Disse: «Come mai è staccato? Chi era al telefono?» «Nessuno», rispose lui. «Chi è che fuma sigarette colorate?» «Io, perché?» «Non lo sapevo». «Be’, ora lo sai». Gli si sedette davanti e cominciò a sorseggiare il caffè. Fumavano entrambi, scuotendo la cenere nel posacenere. Burt aveva una gran voglia di dire un sacco di cose, lamentarsi, consolare, cose così. «Ne fumo tre pacchetti al giorno», disse Vera. «Voglio dire, se davvero vuoi sapere che cosa succede qui». «Dio santo!», esclamò Burt. Vera annuì. «Non sono mica venuto a sentirmi dire queste cose, sai?», disse lui. «Che cosa sei venuto a sentire, allora? Che la casa era andata in fumo?» «Vera», disse. «È Natale. Ecco perché sono venuto». «Natale era ieri», rispose lei. «Natale è venuto e ora è passato», aggiunse. «E non ho nessuna voglia di vederne un altro». «E io, allora?», disse Burt. «Credi che non veda l’ora che arrivino le feste?»

144


Il telefono squillò di nuovo. Rispose Burt. «Qualcuno cerca un certo Charlie», le disse. «Come?» «Charlie», disse Burt. Vera prese il ricevitore. Gli volse la schiena e si mise a parlare al telefono. Poi si girò di nuovo verso di lui e disse: «Vado a rispondere in camera da letto. Per favore, riattacca appena alzo di là. Guarda che me ne accorgo se non riattacchi quando te lo dico io». Lui prese la cornetta. Lei uscì dalla cucina. Lui si portò il ricevitore all’orecchio e si mise in ascolto. Non si sentiva niente. Poi sentì un uomo che si schiariva la gola. Quindi la voce di Vera che aveva preso la linea di là. La sentì gridare: «Burt? Va bene. L’ho presa io. Burt!» Lui mise giù la cornetta e rimase a guardarla. Aprì il cassetto delle posate e cominciò a rovistarci dentro. Quindi ne aprì un altro. Cercò nel lavello. Andò in sala da pranzo e prese il coltello dell’arrosto. Lo tenne sotto il rubinetto dell’acqua calda finché la patina di grasso si sciolse e scorse via dalla lama. Se l’asciugò sulla manica. Spostò il telefono, piegò il filo e lo tagliò di netto, con la massima calma. Esaminò i due capi recisi del filo. Poi spinse di nuovo il telefono nel suo angolo dietro la teglia.

Vera entrò in cucina. Disse: «È caduta la linea. Non è che hai fatto qualcosa al telefono?» Guardò l’apparecchio, poi lo sollevò dalla credenza. «Brutto figlio di puttana!», urlò. Urlò anche: «Vattene, vattene fuori, solo lì stai bene!» Gli agitava contro l’apparecchio. «Ora basta! Chiederò un mandato d’interdizione, ecco cosa farò!» Quando Vera lo sbatté sul ripiano, l’apparecchio emise un ding. «Se non te ne vai subito, vado dai vicini e chiamo la polizia!» Lui prese il posacenere. Lo teneva per il bordo. Si mise nella posizione di un lanciatore del disco. «No, ti prego», lei disse. «Quello è il nostro posacenere!» Burt se ne andò dalla porta che dava sul patio. Non ne era sicuro, ma gli sembrava di aver dimostrato qualcosa. Sperava di aver chiarito almeno una cosa. 145


Il fatto era che presto avrebbero dovuto fare un discorso serio. C’erano un sacco di cose che andavano affrontate, cose importanti che andavano discusse. Ne avrebbero parlato ancora. Magari dopo le feste, quando le cose sarebbero rientrate nella normalità. Le avrebbe spiegato che quel cazzo di posacenere era in realtà un cazzo di piatto, per esempio. Girò attorno alla torta sul vialetto e salì in macchina. Accese il motore e innestò la retromarcia. Gli fu difficile farlo, finché non mise giù il posacenere.

146


Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

Aveva la parola il mio amico Mel Mcginnis. Lui è un cardiologo e qualche volta questo gliene dà il diritto. Eravamo seduti tutti e quattro attorno al tavolo della cucina e bevevamo gin. Dalla grande finestra dietro il lavello, la luce del sole inondava la cucina. Oltre me e Mel c’erano la sua seconda moglie Teresa - ma noi la chiamiamo Terri - e mia moglie, Laura. Abitavamo ad Albuquerque, all’epoca. Ma venivamo tutti da qualche altra parte. In mezzo al tavolo c’era un secchiello pieno di ghiaccio. La bottiglia del gin e quella dell’acqua tonica facevano continuamente il giro e, non so come, c’eravamo messi a parlare d’amore. Secondo Mel, il vero amore non poteva essere nient’altro che l’amore spirituale. Raccontò di aver passato cinque anni in seminario prima di lasciar perdere e di iscriversi alla facoltà di medicina. Diceva di considerare ancora quegli anni passati in seminario come gli anni più importanti della sua vita. Terri disse che l’uomo con cui viveva prima di mettersi con Mel l’amava tanto che aveva tentato di ammazzarla. Poi disse: «Una sera mi ha riempito di botte. Mi ha trascinato per tutto il soggiorno per le caviglie. Continuava a ripetere: “Ti amo, ti amo, stronza!”, e a trascinarmi in giro per il soggiorno. Sbattevo la testa dappertutto». Terri fece il giro del tavolo con lo sguardo. «Che te ne fai di un amore del genere?» Era una donna tutta ossa con un bel viso, occhi scuri e capelli castani che le scendevano lunghi e sciolti sulla schiena. Le piacevano le collanine di turchesi e gli orecchini pendenti. «Ma dai, Dio buono, non dire fesserie. Quello non è mica amore, lo sai benissimo», disse Mel. «Non saprei come definirlo, ma certo non si può chiamarlo amore». «Di’ quel che ti pare, ma secondo me lo era», disse Terri. «Magari a te sembra una follia, eppure è vero. Non siamo mica tutti uguali, Mel. Va bene, certe volte si

147


comportava da matto. D’accordo. Però mi amava. A modo suo, ma mi amava. C’era dell’amore anche lì, Mel. Non puoi dire che non ce n’era». Mel sospirò. Prese in mano il bicchiere e guardò me e Laura. «Quell’uomo mi ha minacciato di morte», disse Mel. Vuotò il bicchiere e allungò la mano per prendere la bottiglia del gin. «Terri è una romanticona. Appartiene alla scuola del «prendimi a calci così so che mi ami». Dai, Terri, tesoro, adesso non fare quella faccia». Mel allungò il braccio sopra al tavolo e sfiorò la guancia di Terri con le dita, sorridendole. «Adesso vuole metterci una pezza», disse Terri. «Quale pezza?», chiese Mel. «Non c’è niente su cui mettere una pezza. So bene come stanno le cose. Tutto qui». «Ma come mai siamo finiti a parlare di questa cosa?», disse Terri. Sollevò il bicchiere e ne prese un sorso. «Mel ha la fissa dell’amore», aggiunse. «Non è vero, tesoro?» Sorrise, e io pensai che la cosa sarebbe finita lì. «È che non definirei amore il comportamento di Ed. Ho solo detto questo, tesoro», disse Mel. «E voi che ne dite, ragazzi?», aggiunse, rivolto a Laura e me. «Secondo voi, si tratta di amore?» «Non lo chiedere a me», dissi io. «Non l’ho mai conosciuto, il tizio. Ne ho sentito solo parlare di sfuggita. Non saprei dirlo. Bisognerebbe conoscere i dettagli. Comunque, mi pare di capire che quello che vuoi dire è che l’amore è un assoluto». Mel disse: «L’amore che intendo io, lo è. Il tipo di amore di cui parlo io, non te ne vai certo in giro a cercare di ammazzare la gente». Laura disse: «Non so niente di Ed, né della situazione. E poi, come si fa a giudicare la situazione degli altri?» Le sfiorai il dorso della mano. Lei mi lanciò un rapido sorriso. Le presi la mano nella mia. Era calda, le unghie smaltate, ben curate. Le circondai l’ampio polso con le dita e lo strinsi.

«Quando me ne sono andata, si è bevuto il veleno per topi», disse Terri. Si strinse le braccia con le mani. «L’hanno portato all’ospedale di Santa Fe. Abitavamo lì, all’epoca, una decina di miglia fuori città. Sono riusciti a salvarlo.

148


Ma gli sono partite le gengive. Cioè, praticamente gli si sono ritirate dai denti. Da allora in poi, più che denti sembravano zanne. Dio buono», esclamò Terri. Rimase un attimo così, poi mollò la presa sulle braccia e prese il bicchiere. «Certo che la gente ne fa di cose strane!», disse Laura. «Ormai è uscito di scena», disse Mel. «È morto». Mi passò il piattino con le fette di lime. Ne presi una, la strizzai nel mio bicchiere e agitai un po’ i cubetti di ghiaccio con un dito. «Al peggio non c’è mai fine», riprese Terri. «Si è sparato in bocca. Ma è riuscito a combinare un pasticcio anche in quello. Povero Ed», disse, scuotendo la testa. «Povero Ed un cavolo», disse Mel. «Era un tipo pericoloso». Mel aveva quarantacinque anni. Era alto e snello, con capelli ricci e soffici. Aveva volto e braccia abbronzati perché giocava a tennis. Quando era sobrio, i suoi gesti, ogni suo movimento, erano attenti e precisi. «Però mi voleva bene, no, Mel? Almeno questo lo ammetterai», disse Terri. «È l’unica cosa che ti chiedo. Certo non mi amava come mi ami tu. Non dico questo. Però mi amava. L’ammetti o no?» «Come sarebbe a dire, ha combinato un pasticcio?», chiesi io. Laura si chinò in avanti col suo bicchiere. Poggiò i gomiti sul tavolo e lo strinse con entrambe le mani. Lanciò sguardi sia a Terri che a Mel e restò un po’ in attesa, con un’espressione perplessa sulla faccia aperta, come fosse stupefatta che cose del genere potessero succedere a gente che conosceva bene. «Cioè, come ha fatto a combinare un pasticcio quando s’è ammazzato?», dissi io. «Adesso te lo dico io cos’è successo», rispose Mel. «Ha preso la calibro 22 che s’era comprata per minacciare me e Terri. Oh, dico sul serio, ci minacciava sempre. Avreste dovuto vedere come ci toccava vivere a quei tempi. Come fuggiaschi. Mi sono comprato una pistola anch’io. Ci credete? Uno come me? Eppure è vero. L’ho comprata per autodifesa e la tenevo nel cassetto del cruscotto. Certe volte dovevo uscire di casa nel cuore della notte. Per correre in ospedale, no? Terri e io non eravamo ancora sposati all’epoca, e la mia prima moglie s’era presa la casa e i ragazzi, perfino il cane, tutto, e insomma Terri e io vivevamo in un appartamento. A volte, come vi dicevo, mi telefonavano nel cuore della notte e dovevo correre in ospedale alle due o alle tre del mattino. Era buio nel parcheggio 149


e mi veniva la sudarella prima ancora di arrivare alla macchina. Non si sa mai, quello poteva sbucare dai cespugli o da dietro un’altra macchina e iniziare a sparare. Voglio dire, era matto sul serio. Era anche capace di mettere una bomba, qualsiasi cosa. Mi lasciava dei messaggi in segreteria a tutte le ore, dicendo che aveva bisogno di parlare con il dottore, e quando gli ritelefonavo mi diceva: “Brutto figlio di puttana, hai i giorni contati”. Insomma, cosette del genere. Avevo una gran fifa, vi giuro». «Sì, ma a me ancora dispiace per lui», disse Terri. «Un vero incubo», disse Laura. «Ma cos’è successo esattamente dopo che s’è sparato?» Laura fa la segretaria a un avvocato. Ci eravamo incontrati per lavoro. Prima che ce ne rendessimo conto, ci eravamo innamorati. Ha trentacinque anni, tre meno di me. Oltre a essere molto innamorati, ci piacciamo un sacco e stiamo bene insieme. È una persona con cui ci si sente a proprio agio.

«Insomma, che cosa è successo?», chiese Laura. Mel disse: «Si è sparato in bocca in camera sua. Qualcuno ha sentito lo sparo e ha avvertito il portiere. Sono entrati con un passepartout, hanno visto quello che era successo e hanno chiamato un’ambulanza. Per caso ero in ospedale quando l’hanno ricoverato, ancora vivo, ma senza speranza. Ha resistito tre giorni. La testa gli si è gonfiata del doppio rispetto a una testa normale. Mai vista una cosa del genere, e spero di non vederla mai più. Terri voleva accorrere al suo capezzale, quando l’ha saputo. Abbiamo perfino litigato. Secondo me, non doveva vederlo in quello stato. Secondo me, non doveva proprio vederlo in quello stato e ne sono ancora convinto». «Chi l’ha avuta vinta?», chiese Laura. «Ero nella sua stanza quando è morto», disse Terri. «Non ha mai ripreso conoscenza. Però sono rimasta lì a vegliarlo. Non aveva nessun altro al mondo». «Era un tipo pericoloso», insisté Mel. «Se vuoi dire che era amore, accomodati pure». «Era amore», disse Terri. «Certo, agli occhi della gente era una cosa fuori dal normale. Ma lui era disposto a morirci. E in effetti c’è morto». «Be’, com’è vero l’inferno, io non lo chiamerei amore», disse Mel. 150


«Cioè, nessuno lo sa veramente perché l’ha fatto. Di suicidi ne ho visti tanti, e non saprei proprio dire se si riesce mai a capire la vera ragione per cui lo fanno». Mel si mise le mani dietro la nuca e inclinò indietro la sedia. «Non saprei che farmene di quel genere di amore lì», disse Mel. «Se quello è amore, accomodati pure». Terri disse: «Avevamo paura. Mel ha fatto addirittura testamento e ha scritto al fratello in California che era stato un Basco Verde. Gli ha detto chi andare a cercare se gli fosse successo qualche cosa». Terri bevve ancora. Poi disse: «Però Mel ha ragione... vivevamo come fuggiaschi. Eravamo spaventati. Almeno, Mel lo era, vero, tesoro? A un certo punto ho perfino chiamato la polizia, ma non è che siano stati granché d’aiuto. Dicevano che non potevano fare niente finché Ed non avesse fatto qualcosa di concreto. Non è buffo?», chiese Terri. Si versò l’ultima goccia di gin e agitò la bottiglia. Mel si alzò dal tavolo e andò verso la credenza. Tirò giù un’altra bottiglia.

«Be’, io e Nick lo sappiamo che cos’è l’amore», disse Laura. «Almeno per noi», disse. Mi toccò il ginocchio con il suo. «Adesso tocca a te dire qualcosa», disse, rivolgendo verso me il suo sorriso. Per tutta risposta, le presi la mano e me la portai alle labbra. Il mio baciamano fece molta scena. Erano tutti divertiti. «Siamo fortunati», dissi. «Ragazzacci», disse Terri. «Smettetela subito. Mi fate venire la nausea. Siete ancora in luna di miele, per l’amor di Dio. Tubate come colombe, per la miseria. Aspettate e vedrete. Quanto tempo è che state insieme? Vediamo, cos’è, un anno? Un po’ più di un anno?» «Andiamo per l’anno e mezzo», disse Laura, arrossendo felice. «Ah, be’», disse Terri. «Aspettate un altro po’». Fissò Laura, tenendo stretto il proprio bicchiere. «Naturalmente scherzo», aggiunse. Mel aprì l’altra bottiglia e fece il giro del tavolo, versando da bere. «Coraggio, ragazzi», disse. «Facciamo un brindisi. Propongo un brindisi. Un brindisi all’amore. Al vero amore». 151


Facemmo tintinnare i bicchieri. «All’amore», ripetemmo tutti.

In giardino uno dei cani si mise ad abbaiare. Le foglie del pioppo tremulo vicino alla finestra ticchettavano contro i vetri. Il sole pomeridiano era una specie di presenza nella stanza, la luce spaziosa dell’agio e della generosità. Potevamo essere in qualsiasi posto, in un posto incantato. Alzammo ancora i bicchieri e ci sorridemmo a vicenda come bambini che avevano deciso di fare qualcosa di proibito. «Ve lo dico io che cos’è il vero amore», disse Mel. «Cioè, ve ne darò un buon esempio. Poi ne potete trarre le conclusioni che volete». Si versò altro gin nel bicchiere. Ci aggiunse un cubetto di ghiaccio e uno spicchio di lime. Noi rimanemmo in attesa, sorseggiando dai nostri bicchieri. Laura e io ci toccammo ancora con le ginocchia. Le misi una mano sulla coscia calda e la tenni lì. «In effetti che ne sappiamo noi dell’amore?», disse Mel. «Secondo me, siamo tutti principianti, in fatto d’amore. Diciamo di amarci e magari è vero, non ne dubito. Io amo Terri e Terri ama me. Anche voi due vi amate. Sapete di che tipo d’amore parlo, no? L’amore fisico, quell’impulso che vi spinge verso qualcuno di speciale, e anche l’amore per l’essere dell’altro o dell’altra, per la sua essenza, per così dire. L’amore carnale e be’, chiamiamolo pure con il suo nome, l’amore sentimentale, la cura e l’affetto quotidiano per l’altra persona. Ma a volte ho grosse difficoltà a fare i conti con il fatto che devo aver amato anche la mia prima moglie. Però è vero, lo so che è vero. Perciò immagino che, rispetto a questo, sto esattamente nella stessa posizione di Terri. Di Terri e Ed, voglio dire». Ci pensò su un po’, quindi continuò: «C’è stato un periodo in cui credevo di amare la mia prima moglie più della vita. Invece ora la detesto con tutto il cuore. Davvero. Voi come lo spiegate? Che cosa è successo a quell’amore? Vorrei tanto saperlo, che fine ha fatto. Vorrei tanto che qualcuno me lo dicesse. E poi c’è Ed. Eh già, siamo tornati a Ed. Insomma, Ed ama Terri al punto che cerca di ammazzarla e poi finisce per ammazzarsi». Mel smise di parlare e mandò giù un sorso di gin. «Voialtri siete stati insieme un anno e mezzo e vi volete bene. Si vede. Traspare in tutto quello che fate. Ma tutti e due amavate altri prima che vi incontraste. 152


Siete entrambi stati sposati prima, proprio come noi. E probabilmente avete amato anche altre persone prima di sposarvi. Terri e io sono cinque anni che stiamo insieme e siamo sposati da quattro. E la cosa tremenda, veramente tremenda, ma anche buona, la grazia salvifica, la potremmo definire, è che se a uno di noi succedesse qualcosa - scusatemi se lo dico - insomma, se succedesse qualcosa a uno di noi, mettiamo domani, secondo me, l’altro, l’altra persona, soffrirebbe per un po’, sapete, ma poi il superstite ne uscirebbe e amerebbe di nuovo, si troverebbe presto un’altra persona da amare. E tutto questo, tutto questo amore di cui stiamo parlando, diventerebbe solo un ricordo. Forse neanche quello. Sbaglio? Sono fuori strada? Perché se sbaglio, vorrei tanto che mi rimetteste sulla buona strada. Voglio dire, non ne so niente, io, e sono il primo ad ammetterlo». «Per l’amor di Dio, Mel», disse Terri, allungando la mano e afferrandogli il polso. «Che c’è? Sei ubriaco, eh, tesoro? Sei un po’ ubriaco?» «Tesoro, stiamo solo parlando», disse Mel. «Va bene? Non devo mica per forza essere ubriaco per dire quello che penso. Cioè, siamo qui a parlare, giusto?» La guardò intensamente. «Caro, non ti sto mica criticando», disse Terri. Prese il bicchiere. «Oggi sono di riposo», disse Mel. «Voglio solo ricordartelo. Oggi sono di riposo», ripeté. «Mel, ti vogliamo tutti bene», disse Laura. Mel squadrò Laura. La squadrò come se non riuscisse a metterla a fuoco, come se non fosse la donna che era. «Anch’io ti voglio bene, Laura», disse Mel. «E anche a te, Nick, voglio bene anche a te. Sapete una cosa?», disse Mel. «Ragazzi, voi siete i nostri amici». Prese il bicchiere.

Mel disse: «Vi volevo raccontare una cosa. Cioè, volevo dimostrarvi quello che penso. Vedete, è una cosa successa qualche mese fa, ma va avanti ancora adesso, e ci dovrebbe far vergognare quando parliamo come se sapessimo di cosa parliamo quando parliamo d’amore». 153


«E dai, su», intervenne Terri. «Non parlare come un ubriaco se non lo sei». «Vuoi stare zitta una buona volta in vita tua?», disse Mel con molta calma. «Mi fai il favore di stare zitta un momento? Allora, come dicevo, c’è questa coppia di vecchietti che ha avuto un brutto incidente sull’interstatale. Un ragazzo li ha presi in pieno e li ha ridotti uno schifo, tanto che nessuno gli dava molte probabilità di cavarsela». Terri ci lanciò un’occhiata e poi tornò a guardare Mel. Sembrava un po’ in ansia; ma forse «ansia» è una parola troppo forte. Mel intanto faceva fare alla bottiglia il giro del tavolo. «Quella sera ero di guardia io», riprese Mel. «Era maggio, o forse giugno. Terri e io ci eravamo appena seduti a tavola, la sera, quando mi hanno chiamato dall’ospedale. Era successa questa cosa sull’interstatale. Un ragazzotto ubriaco con il furgoncino del padre aveva sfondato la roulotte dove c’erano questi due vecchietti. Erano sui settantacinque. Il ragazzo - diciotto, diciannove anni - è arrivato in ospedale bell’e morto. Il volante gli aveva sfondato lo sterno. I vecchietti, invece, erano vivi, capite? A malapena, voglio dire. Però avevano di tutto: fratture multiple, ferite interne, emorragie, contusioni, lacerazioni, insomma il quadro completo, e per di più avevano entrambi una bella commozione cerebrale. Erano ridotti proprio male, credetemi. E poi l’età era già un due a zero contro. A occhio e croce, direi che lei era ridotta peggio di lui. Oltretutto, aveva anche la milza spappolata. Tutt’e due le rotule fratturate. Però s’erano allacciati le cinture di sicurezza e, Dio solo sa come, la cosa li aveva salvati, almeno per il momento». «Gente, è il momento della pubblicità progresso del Consiglio Nazionale sulla Sicurezza», annunciò Terri. «Vi parla il vostro speaker, il dottor Melvin R. Mcginnis». Scoppiò a ridere. «Mel», aggiunse, «certe volte sei proprio troppo buffo. Ma ti voglio bene lo stesso, tesoro». «Anch’io, cara, ti voglio bene», disse Mel. Si sporse sopra il tavolo. Terri gli andò incontro. Si baciarono. «Comunque Terri ha ragione», riprese Mel, rimettendosi seduto. «Allacciatevele, le cinture di sicurezza. A parte gli scherzi, insomma quei vecchietti erano ridotti proprio a pezzi. Per quando sono arrivati in ospedale il ragazzotto era andato, come ho detto.

154


L’hanno messo in un angolo sopra una barella. Io ho dato un’occhiata alla coppia di anziani e ho detto all’infermiera del pronto soccorso di chiamare subito un ortopedico, un neurologo e un paio di chirurghi». Prese un sorso dal proprio bicchiere. «Cercherò di farla breve», disse. «Insomma, li portiamo tutti e due su in sala operatoria e ci lavoriamo sopra come matti tutta la notte. Avevano una riserva incredibile, quei due. Ogni tanto capita. Insomma, abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare e verso il mattino gli davamo un cinquanta per cento di probabilità di cavarsela, magari alla donna un po’ di meno. Comunque, eccoli lì, al mattino, ancora vivi. Così, va bene, li trasferiamo nell’unità di terapia intensiva, e lì tutti e due si sono messi sotto a guarire per due settimane, riuscendo a riguadagnare un punto dietro l’altro su tutti gli indici. Perciò alla fine li trasferiamo in una stanza tutta loro». Mel s’interruppe. «A questo punto», disse, «facciamoci un altro goccetto di questo gin da due soldi così lo finiamo, che diamine. Poi usciamo a cena, giusto? Terri e io conosciamo un ristorantino nuovo. Andiamo lì, in questo nuovo posto che sappiamo noi. Ma non possiamo andarci finché non finiamo questo gin schifoso, comprato a qualche svendita». Terri aggiunse: «Veramente non ci abbiamo ancora mai mangiato. Però sembra buono. Cioè, da fuori, intendo». «A me piace, il cibo», disse Mel. «Se potessi ricominciare tutto da capo, farei il cuoco, sapete? È vero, Terri?» Si mise a ridere. Si gingillò con il ghiaccio nel bicchiere. «Terri lo sa bene», disse. «Ve lo può dire. Ma fatemi dire un’altra cosa. Se potessi tornare indietro e vivere un’altra vita, in un’epoca diversa e così via, sapete che c’è? Vorrei rinascere cavaliere. Si era abbastanza sicuri, con tutta quell’armatura addosso. Fare il cavaliere era un bel mestiere finché non hanno inventato la polvere da sparo, i moschetti e le pistole». «A Mel piacerebbe cavalcare un destriero con la lancia in resta», disse Terri. «Portare la sciarpa di una dama ovunque vada», disse Laura. «O magari direttamente la dama», disse Mel. «Vergogna!», disse Laura. Poi Terri disse: «Immaginate un po’ se invece rinascesse servo della gleba. Quelli mica se la passavano tanto bene, a quei tempi».

155


«I servi non se la sono mai passata bene», disse Mel. «Comunque, immagino che anche i cavalieri fossero i vascelli di qualcuno. Non era così che funzionava? Che tutti erano vascelli di qualcun altro? Non è giusto, Terri? Ma quello che mi piace di più dei cavalieri, oltre alle loro dame, è che avevano quell’armatura, sapete, e così non si potevano fare troppo male. Non c’erano macchine in giro a quei tempi, sapete? Nessun ragazzotto ubriaco che arriva e ti spacca il culo».

«Vassalli», disse Terri. «Come?», chiese Mel. «Vassalli», ripeté Terri. «Si dice vassalli, non vascelli». «Vassalli, vascelli», disse Mel, «che cazzo di differenza fa? In ogni caso, hai capito quello che volevo dire. D’accordo, allora sono ignorante, che vuoi farci? Quello che dovevo imparare l’ho imparato. Sono un cardiochirurgo, come no, però sono solo un meccanico. Ficco dentro le mani, faccio qualche cazzatina con le dita e rimetto a posto le cose. Cazzo!», esclamò Mel. «La modestia non ti si addice», disse Terri. «È solo un povero macellaio», dissi io. «Però certe volte ci soffocavano, dentro quelle armature, Mel. Gli veniva perfino l’infarto se si arroventavano e loro erano troppo esausti e sfiniti. Non ricordo dove, ma ho letto da qualche parte che quando cadevano da cavallo non riuscivano più ad alzarsi perché erano troppo stanchi e non ce la facevano a rimettersi in piedi con tutta quella ferraglia addosso. A volte venivano perfino calpestati dai loro stessi cavalli». «Ma è terribile», disse Mel. «È davvero terribile, Nicky. Immagino che non potessero fare altro che rimanere lì a terra ad aspettare che qualcuno li infilzasse come uno spiedino». «Magari qualche altro vascello», disse Terri. «Giusto», disse Mel. «Qualche altro vassallo passa di lì e impala il povero bastardo in nome dell’amore. O per qualsiasi cazzo di cosa combattessero a quei tempi». «Le stesse cose per cui combattiamo oggi», disse Terri. 156


Laura disse: «Non è cambiato niente». Laura aveva ancora le guance rosse e gli occhi lucidi. Si portò il bicchiere alle labbra. Mel si versò un altro bicchierino. Esaminò da vicino l’etichetta della bottiglia come se stesse leggendo una lunga fila di numeri. Poi, lentamente, mise giù la bottiglia sul tavolo e fece per prendere l’acqua tonica.

«Ma che fine hanno fatto i vecchietti?», chiese Laura. «Non hai ancora finito il racconto». Laura aveva qualche difficoltà ad accendersi la sigaretta. I fiammiferi le si spegnevano uno dopo l’altro. La luce del sole che entrava nella cucina era diversa ora, cambiava, si faceva più rada. Però le foglie fuori dalla finestra brillavano ancora e io fissavo i disegni che proiettavano sui vetri e sul ripiano di formica. Erano disegni diversi, naturalmente. «Ma che fine hanno fatto i vecchietti?», dissi infine. «Più vecchi, ma anche più saggi», disse Terri. Mel la fissò. Terri disse: «Continua pure la tua storia, tesoro. Era solo una battuta. Insomma che cosa è successo?» «Certe volte, Terri...», disse Mel. «E dai, Mel, per favore», disse Terri. «Non essere sempre così serio, amore. Non sai stare allo scherzo?» «Quale scherzo?», disse Mel. Strinse il bicchiere e guardò severo la moglie. «Che cosa è successo?», disse Laura. Mel fissò lo sguardo su Laura. Poi disse: «Laura, se io non avessi Terri e se non l’amassi tanto e se Nick non fosse il mio migliore amico, m’innamorerei di te e ti porterei via, tesoro». «Racconta la tua storia», disse Terri. «Così poi andiamo in quel ristorantino nuovo, va bene?»

157


«D’accordo», disse Mel. «Dov’ero rimasto?» Si concentrò un attimo guardando il tavolo e poi ricominciò a raccontare. «Passavo a trovarli tutti i giorni, qualche volta anche due volte al giorno se ero da quelle parti per qualche altra visita. Bendati e ingessati da capo a piedi, tutti e due. Potete immaginarveli, l’avrete vista al cinema la scena, no? Be’, erano esattamente così, come in un film. Due buchetti per gli occhi, per le narici e uno per la bocca. E lei oltretutto aveva anche tutte e due le gambe in trazione. Be’, il marito è rimasto depresso per un sacco di tempo. Anche quando lo informammo che la moglie se la sarebbe cavata, continuò a rimanere depresso. Mica per l’incidente. Cioè, l’incidente era una cosa, ma non era tutto. Mi avvicinavo al buco che aveva per la bocca, sapete, e lui mi diceva no, non era solo per via dell’incidente, ma perché non riusciva a vederla attraverso i buchetti per gli occhi. Ha detto che era quello che lo faceva sentire così giù. Ma ci pensate? Ve lo giuro, quello si stava facendo venire il crepacuore solo perché non poteva girare quell’accidenti di testa e vedere quell’accidenti di moglie». Mel fece il giro del tavolo con gli occhi e poi scosse la testa per quello che stava per dire. «Voglio dire, quel vecchio coglione stava morendo solo perché non riusciva a vedere quella cazzo di moglie!» Guardammo tutti Mel. «Capite quello che voglio dire?», chiese.

Magari a quel punto eravamo tutti un po’ brilli. So che cominciava a essere difficile mettere a fuoco le cose. La luce si prosciugava dalla stanza, uscendo dalla stessa finestra da cui era entrata. Eppure nessuno faceva la mossa di alzarsi dal tavolo per andare ad accendere la plafoniera. «Sentite», disse Mel. «Finiamo questo cazzo di gin. Ce n’è rimasto abbastanza per un bicchierino a testa. Poi andiamo a mangiare. Andiamo in quel nuovo ristorante». «È un po’ depresso», disse Terri. «Mel, perché non prendi una delle tue pillole?» Mel scosse la testa. «Ho preso tutto quello che potevo prendere». «Tutti abbiamo bisogno di una pillola di tanto in tanto», dissi io. 158


«C’è gente che ci nasce, con il bisogno di prenderle», disse Terri. Strofinava con il dito qualcosa sulla superficie del tavolo. Poi smise di strofinare. «Mi sa che ho voglia di chiamare i ragazzi al telefono», disse Mel. «C’è qualcuno che ha obiezioni? Chiamo i miei figli». Terri disse: «E se ti risponde Marjorie? Ragazzi, ci avete mai sentito discutere di Marjorie? Tesoro, lo sai che non vuoi parlare con Marjorie. Ti farà sentire ancora peggio». «Non ho voglia di parlare con Marjorie», disse Mel. «Ma ho voglia di parlare con i miei figli». «Non passa giorno che Mel non dica quanto vorrebbe che lei si risposasse. Oppure crepasse», disse Terri. «Tanto per cominciare, ci sta mandando in rovina. Mel dice che non si risposa solo per fargli dispetto. Ha un amico che vive con lei e con i ragazzi, così, praticamente, Mel mantiene anche lui». «È allergica alle api», disse Mel. «Quando non prego perché si risposi, prego che si faccia pungere a morte da uno sciame di cazzutissime api». «Vergognati!», disse Laura. «Bzzzzzzz!», cominciò a fare Mel, trasformando le dita in api e facendole ronzare attorno alla gola di Laura. Poi lasciò cadere le mani lungo i fianchi. «È una donna malvagia», disse Mel. «Certe volte penso di andare lassù vestito da apicultore. Sapete, con quel copricapo che sembra un casco con la piastra che scende sugli occhi, i guantoni e la giacca imbottita? Busserò alla porta e libererò uno sciame di api dentro la casa. Ma certo prima mi assicurerei che i ragazzi non ci sono». Accavallò le gambe. Parve metterci un sacco di tempo. Poi rimise tutt’e due i piedi sul pavimento e si chinò in avanti, coi gomiti sul tavolo, il mento appoggiato sui palmi delle mani. «Magari non li chiamo più i ragazzi, dopotutto. Magari non è una buon’idea. Magari ce ne andiamo solo a mangiare. Che ve ne pare?» «A me sta bene», dissi io. «Mangiare o non mangiare. Oppure continuare a bere. Sono pronto ad affrontare il tramonto anche subito». «Scusa, tesoro, ma che vuoi dire?», chiese Laura. «Voglio dire esattamente quello che ho detto», risposi io. «Voglio dire che potrei andare avanti così. Ecco che voglio dire». 159


«Io veramente un po’ di fame ce l’avrei», disse Laura. «Mi sa anzi che non ho mai avuto tanta fame in vita mia. Non c’è niente da sgranocchiare?» «Adesso prendo un po’ di formaggio e salatini», disse Terri. Però Terri non si mosse. Rimase seduta e non si alzò a prendere un bel niente. Mel rovesciò il bicchiere. Tutto il contenuto si sparse sul tavolo. «Il gin è partito», disse Mel. Terri disse: «E adesso?» Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno. Sentivo il rumore umano che facevamo tutti, lì seduti, senza muoverci, nemmeno quando la stanza diventò tutta buia.

160


Distanza

È venuta a Milano per Natale e vuole sapere com’era la vita quando era piccola. Lo fa sempre nelle rare occasioni in cui si vedono. Raccontamelo, gli dice. Raccontami come ve la passavate a quei tempi. Intanto, sorseggia Strega, aspetta, lo osserva attentamente. È una ragazza in gamba, magra, attraente, una che se la cava sempre. È passato un sacco di tempo. Saranno vent’anni fa, dice lui. Sono nell’appartamento dove abita lui, a via Fabroni, vicino ai giardini della Cascina. Sì, ma tu te lo ricordi, no?, fa lei. Dai, raccontamelo. Ma che vuoi sapere?, chiede lui. Che vuoi che ti racconti? Ti potrei raccontare una cosa che è successa quando eri molto piccola. In qualche modo c’entri pure tu. Ma mica tanto. Raccontamela, fa lei. Ma prima dammi un altro bicchierino, così non dovrai interromperti nel bel mezzo della storia. Lui torna dalla cucina con i bicchierini, si sistema sulla poltrona. Comincia.

Anche loro erano poco più che ragazzini ma erano innamorati pazzi, lui diciott’anni, lei, la sua ragazza, diciassette, quando si sposarono. Poco tempo dopo, ebbero una figlia. La bambina arrivò verso la fine di novembre, nel bel mezzo di un’ondata di freddo che coincise proprio col culmine della stagione della caccia all’anatra da quelle parti. Devi sapere che il ragazzo era un cacciatore appassionato, tienilo bene a mente, è importante. Il ragazzo e la ragazza, ormai marito e moglie, padre e madre, vivevano in un appartamento di tre stanze, proprio sotto lo studio di un dentista. Tutte le sere dovevano pulire lo studio di sopra in cambio di affitto ed elettricità. D’estate dovevano tenere in ordine anche il prato e i fiori, mentre d’inverno il ragazzo spalava neve dal marciapiede e spargeva sale sul viale. Come ti dicevo, questi due ragazzi si volevano molto bene. Oltretutto avevano un sacco di ambizioni ed erano due sognatori sfrenati. Parlavano sempre delle cose che avrebbero fatto e dei posti dove sarebbero andati. 161


Lui si alza dalla poltrona e guarda fuori dalla finestra, alla neve che continua a cadere, nella luce del tardo pomeriggio sopra le tegole dei tetti. Continua la storia, dice lei. Il ragazzo e la ragazza dormivano nella camera da letto e la bambina in una culla sistemata nel salotto. Vedi, la piccola, all’epoca, aveva tre settimane e aveva appena cominciato a dormire tutta la notte. Un sabato sera, dopo aver finito di lavorare di sopra, il ragazzo andò nell’ufficio del dentista, mise i piedi sulla scrivania e telefonò a Carl Sutherland, un vecchio amico di suo padre, con cui andava spesso a caccia e a pesca. Carl, gli disse appena l’uomo ebbe alzato il ricevitore. Sono diventato padre. Ho una bambina. Congratulazioni, ragazzo mio, gli disse Carl. E tua moglie, come sta? Sta bene, Carl. Anche la bambina, disse il ragazzo. Stiamo tutti bene. Sono contento, disse Carl. Meno male. Be’, salutami tanto tua moglie. Senti, se hai chiamato per venire a caccia con me, ti devo dire una cosa. Qua sopra le anatre stanno volando a frotte. Non ne ho mai viste tante in vita mia, e sì che è un pezzo che vado in giro. Oggi ne ho tirate giù cinque: due stamattina e tre oggi pomeriggio. Domattina ci ritorno e, se vuoi, puoi venire pure tu. Certo che voglio, disse il ragazzo. Ti ho chiamato apposta. Fatti trovare qui alle cinque e mezzo precise e andiamo, disse Carl. Portati un bel po’ di cartucce. Vedrai che ci sarà un sacco da sparare. Ci vediamo domattina. Al ragazzo, Carl Sutherland era molto simpatico. Era stato un amico di suo padre. Dopo la sua morte, forse per riempire un vuoto che sentivano entrambi, il ragazzo e Sutherland avevano cominciato ad andare a caccia insieme. Sutherland era un uomo robusto, un po’ stempiato, che viveva da solo e non gli piaceva chiacchierare a vuoto. Ogni tanto, quando stavano insieme, il ragazzo si sentiva un po’ a disagio e si chiedeva se avesse detto o fatto qualcosa di male, perché non era abituato a stare con persone che restavano zitte per tanto tempo. Però quando diceva qualcosa il vecchio era molto sicuro del fatto suo e, spesso, il ragazzo non era d’accordo con quello che diceva. Eppure quell’uomo aveva una durezza e un’esperienza sul campo che il ragazzo ammirava.

162


Il ragazzo riappese il ricevitore e scese giù di sotto a dirlo alla moglie. Lei si mise a osservarlo mentre lui preparava le sue cose. Giaccone da caccia, cartucciera, stivali, calzettoni, berretto, mutandoni di lana, fucile a pompa. A che ora ritorni?, gli chiese la ragazza. Probabilmente verso mezzogiorno, rispose lui. Ma forse anche dopo, al massimo alle cinque o alle sei. È troppo tardi? No, va bene, fece lei. Noi qua ce la caveremo benissimo. Vai pure e cerca di divertirti. Te lo meriti, un po’ di svago. E forse domani sera possiamo mettere un bel vestitino a Catherine e andiamo a trovare Sally. Certo, mi pare una buona idea, disse lui. Facciamo così. Sally era la sorella della ragazza. Aveva dieci anni più di lei. Il ragazzo era un po’ innamorato di lei, come pure era un po’ innamorato di Betsy, un’altra sorella. Glielo aveva pure detto, alla ragazza. Se noi due non eravamo sposati, con Sally ci provavo. E con Betsy?, gli aveva chiesto la ragazza. Mi scoccia ammetterlo, ma sono proprio convinta che sia più carina sia di Sally sia di me. Che ne dici di Betsy? Anche con Betsy, come no?, aveva detto il ragazzo, ridendo. Ma non sarebbe la stessa cosa come con Sally. Quella Sally ha qualcosa che ti conquista. No, credo proprio che preferirei Sally a Betsy, se dovessi scegliere. Ma a chi vuoi veramente bene?, gli aveva chiesto la ragazza. A chi vuoi più bene di tutti al mondo? Chi hai sposato? Ho sposato te, aveva detto il ragazzo. E ci ameremo per sempre?, aveva chiesto allora la ragazza che, si vedeva, stava godendosi un mondo questo tipo di conversazione. Per sempre, le aveva risposto il ragazzo. E staremo sempre insieme. Siamo come le anatre canadesi, aveva aggiunto, prendendo il primo paragone che gli era venuto in mente, dato che a quei tempi pensava spesso alle anatre. Quelle si sposano una volta sola. Si scelgono una compagna quando sono molto giovani e rimangono sempre insieme. Se una di loro muore o gli succede qualcosa, l’altra non si risposa più. Vive da sola da qualche parte o, anche se rimane con lo stormo, resta sola, senza compagno, in mezzo alle altre anatre. 163


Che tristezza!, aveva esclamato la ragazza. Mi sa che è peggio vivere così, da soli in mezzo a tutti gli altri, che andarsene a stare per conto proprio da qualche parte. Sì, è triste, aveva detto il ragazzo. Ma è la loro natura. E tu hai mai ammazzato una di queste coppie?, gli aveva chiesto lei. Capisci cosa intendo? Lui aveva annuito. Poi aveva aggiunto: Due o tre volte, mi è capitato d’ammazzare un’anatra e dopo uno o due minuti un’altra anatra si staccava dallo stormo e cominciava a girare in cerchio attorno a quella caduta a terra, chiamandola. E tu hai sparato anche a quella?, aveva chiesto allora lei, con una punta di preoccupazione nella voce. Se ci riuscivo sì, aveva risposto lui. Certe volte la mancavo. E non ti faceva pena? Macché. Mica ti puoi fermare a pensarci, mentre lo fai. Vedi, a me delle anatre mi piace tutto. Mi piace osservarle anche quando non vado a caccia. Ma la vita è piena di contraddizioni. Non ti puoi mica mettere a pensare a tutte le contraddizioni. Dopo cena il ragazzo alzò il riscaldamento e le dette una mano a fare il bagnetto alla bambina. Rimase ancora una volta meravigliato nel vedere come per metà la piccola rassomigliasse a lui, specie gli occhi e la bocca, e per l’altra metà, il mento e il naso, alla ragazza. Sparse il borotalco su tutto il minuscolo corpo della figlia, perfino tra le dita dei piedi e delle manine. Poi la osservò mentre la ragazza le metteva il pannolino e le infilava il pigiama. Svuotò l’acqua del bagnetto nel piatto della doccia e poi salì di sopra e uscì. Fuori era nuvolo e faceva freddo. Il fiato gli si condensava nell’aria in dense spirali. La poca erba rimasta sembrava fatta di tela di sacco, grigia e rigida com’era sotto la luce dei lampioni. La neve era ammucchiata ai lati del marciapiede.

Passò

una

macchina

e

lui

sentì

distintamente

la

sabbia

scricchiolare sotto i pneumatici. Il ragazzo si abbandonò a immaginare la scena del giorno dopo: anatre che vorticavano nel cielo sopra di lui, il calcio del fucile che gli si tuffava nella spalla. Quindi chiuse la porta a chiave e scese di nuovo giù.

164


Provarono a leggere un po’ a letto, ma finirono ben presto per addormentarsi; prima lei, lasciando affondare pian piano la rivista nell’imbottita. Anche gli occhi del ragazzo si chiusero, ma si riscosse, controllò la sveglia e spense la luce. Fu svegliato dal pianto della bambina. In salotto la luce era accesa. Vide la ragazza in piedi vicino alla culla con la bambina in braccio. Dopo un minuto rimise giù la piccola, spense la luce e tornò a letto. Erano le due del mattino e il ragazzo si riaddormentò subito. Il pianto della bambina lo risvegliò ancora. Stavolta la ragazza continuò a dormire. La piccola pianse a tratti per un po’, poi smise. Il ragazzo rimase in ascolto, poi ricominciò a sonnecchiare. All’improvviso aprì gli occhi. In salotto la luce era accesa. Si tirò su a sedere e accese la lampada sul comodino. Non so cosa le abbia preso, disse la ragazza, camminando su e giù con la piccola in braccio. L’ho cambiata e le ho dato un altro po’ di latte. Ma continua a piangere. Non la smette più di piangere. Sono così stanca che ho paura di farmela cascare dalle mani. Tornatene a letto, disse il ragazzo. La tengo io per un po’. Si alzò e prese in braccio la bambina mentre la ragazza si coricava. Cullala così per qualche minuto, disse la ragazza dalla camera da letto. Magari tra un po’ si riaddormenta. Lui si sedette sul divano con la piccola in braccio. Se la tenne in grembo, cullandola pian piano finché non le si richiusero gli occhi. Anche a lui stavano quasi per richiudersi gli occhi. Facendo molta attenzione, si alzò e andò a rimettere la bambina nella culla. Ormai mancava un quarto alle quattro e aveva ancora quarantacinque minuti per dormire. Si rinfilò nel letto. Ma dopo pochi minuti, ecco che la bambina ricomincia a piangere. Stavolta si alzarono entrambi e il ragazzo si mise a bestemmiare. Ma insomma, che ti piglia?, gli disse la ragazza. Forse non si sente bene o qualcosa del genere. Forse non le dovevamo fare il bagnetto. Il ragazzo riprese la figlia in braccio. La bambina pedalò un po’ con i piedini e si calmò. Guarda, disse il ragazzo, secondo me questa qui sta benissimo. E tu che ne sai?, disse la ragazza. Qua, dammela un po’. Sono sicura che dovrei darle qualcosa, ma non ho la più pallida idea di che cosa le dovrei dare. 165


Passò qualche minuto e siccome la bambina non aveva più pianto, la ragazza la rimise nella culla. Il ragazzo e la ragazza rimasero a guardare la piccola, poi si guardarono l’un l’altra appena la bambina riaprì gli occhi e si rimise a piangere. La ragazza la riprese in braccio. Piccina, piccina, disse con le lacrime agli occhi. Forse le è rimasto qualcosa sullo stomaco, disse il ragazzo. Lei non gli rispose. Continuò a cullare la piccola, senza prestare alcuna attenzione a lui. Il ragazzo aspettò qualche altro minuto, poi se ne andò in cucina e mise su il caffè. Si infilò i mutandoni di lana e se li abbottonò. Poi prese il mucchio degli altri vestiti. E adesso che fai?, gli chiese la ragazza. Me ne vado a caccia, disse lui. Secondo me, non dovresti andare, disse lei. Magari ci vai più tardi, se la piccola si sente meglio. Però adesso non credo che dovresti andarci, a caccia. Mica voglio essere lasciata qui sola con la bambina che piange così. Ma Carl mi sta aspettando, fece lui. Ci siamo messi d’accordo. Non me ne frega niente di come tu e Carl vi siete messi d’accordo, rispose lei. E non me ne frega niente di questo Carl. Non lo conosco nemmeno, io. Non voglio che tu ci vada, tutto qui. Non credo che dovresti nemmeno prendere in considerazione il fatto di andarci, date le circostanze. Ma sì che lo conosci Carl, te l’ho presentato, disse il ragazzo. Come sarebbe a dire che non lo conosci nemmeno? Questo non c’entra niente e lo sai benissimo, disse lei. Il fatto è che non voglio che mi lasci sola con la bambina che non si sente bene. Aspetta un momento, disse lui. Mi sa che non hai capito. No, sei tu che non hai capito, disse lei. Io sono tua moglie. Questa è tua figlia. Non si sente bene. Guardala. Perché piange sempre? Non puoi piantarci così per andartene a caccia. Adesso non fare l’isterica, disse lui. Puoi andartene a caccia quando ti pare, non dico di no, fece lei. Ma ora la bambina non si sente bene e tu vuoi piantarci qui da sole per andartene a caccia.

166


La ragazza prese a piangere. Rimise la bambina nella culla, ma quella ricominciò subito a frignare. La ragazza si asciugò in fretta le lacrime con la manica della camicia da notte e riprese in braccio la piccola. Il ragazzo lentamente si allacciò gli scarponi, indossò la camicia, il maglione e la giacca pesante. In cucina, il bollitore cominciò a fischiare. Bisogna che ti decidi, disse la ragazza. O Carl o noi. Dico sul serio, bisogna che ti decidi. Che vuoi dire?, chiese lui. Mi hai sentito benissimo, rispose lei. Se vuoi una famiglia, bisogna che ti decidi. Per un po’ rimasero lì a guardarsi. Poi il ragazzo prese la sua attrezzatura e uscì. Accese il motore, poi fece il giro dei finestrini e si mise d’impegno a raschiare via la neve gelata. Durante la notte la temperatura si era abbassata, ma le nuvole se n’erano andate e ora si vedevano le stelle. Le stelle brillavano nel cielo sopra di lui. Mentre guidava, il ragazzo si mise a guardare le stelle e si commosse quando pensò alla distanza che lo separava da quei puntini. Sulla veranda davanti a casa di Carl la luce era accesa, la sua giardinetta era parcheggiata nel vialetto, col motore al minimo. Carl uscì di casa proprio mentre il ragazzo accostava al marciapiede. Ormai aveva deciso. Forse è meglio che non la parcheggi lì, disse Carl al ragazzo che gli veniva incontro. Sono pronto, devo solo spegnere le luci. Mi dispiace un sacco, veramente, continuò. Avevo paura che non ti fossi svegliato in tempo e così ho appena chiamato casa tua. Tua moglie m’ha detto che eri già partito. Mi dispiace un sacco. Non fa niente, rispose il ragazzo, cercando di trovare le parole giuste. Appoggiò tutto il peso su una gamba e si tirò su il bavero. Si mise le mani in tasca. Tanto era già in piedi, Carl. È già un bel po’ che ci siamo alzati tutti e due. Mi sa che la bambina non si sente tanto bene. Non lo so. Cioè, piange sempre. Il fatto è che, insomma, mi sa che è meglio se non vengo stavolta, Carl. Bastava che fossi andato al telefono e mi avessi chiamato, ragazzo, gli disse Carl. Va bene, non ti preoccupare. Non c’era bisogno di venire qui a dirmelo di 167


persona. E che cavolo, la caccia è qualcosa che si può prendere o lasciare. Non è mica importante. Vuoi una tazza di caffè? È meglio che torno a casa, disse il ragazzo. Be’, comunque io vado lo stesso, fece Carl. Guardò il ragazzo. Lui continuava a stare lì, in piedi sulla veranda, senza dire niente. È schiarito, disse Carl. Mi sa che stamattina ci sarà ben poco da fare. Magari non ti perdi niente. Il ragazzo annuì. Ci vediamo, Carl, disse. Ciao, disse Carl. Ohé, non ti fare mai convincere da nessuno del contrario: sei un ragazzo fortunato, dico sul serio. Il ragazzo rimise in moto la macchina e aspettò. Guardò mentre Carl faceva il giro della casa a spegnere le luci. Poi ingranò la marcia e si scostò dal marciapiede. In salotto la luce era accesa, ma la ragazza dormiva sul letto con la bambina a fianco. Il ragazzo si tolse gli scarponi, i calzoni e la camicia. Fece tutto in silenzio. Rimase con i mutandoni di lana e i calzettoni, seduto sul divano a leggere il giornale del mattino. Ben presto fuori cominciò a farsi giorno. La ragazza e la bambina continuavano a dormire tranquille. Dopo un po’, lui andò in cucina e si mise a friggere del bacon. Qualche minuto dopo la ragazza lo raggiunse in vestaglia e lo abbracciò senza dire niente. Oh, attenta a non bruciarti la vestaglia, disse il ragazzo. Lei si era appoggiata a lui ma toccava anche il fornello. Mi dispiace per prima, disse lei. Non so che mi ha preso. Non so perché ti ho detto quelle cose. Non fa niente, disse lui. Dai, fammi tirare fuori il bacon. Non volevo scattare così, fece lei. È stato terribile. È stata colpa mia, disse lui. E Catherine, come sta? Adesso sta bene. Non so cosa le sia preso, prima. Dopo che sei uscito, l’ho cambiata un’altra volta e poi è stata buona. È stata lì tranquilla e poi si è addormentata subito. Non so cosa aveva. Non te la prendere con noi.

168


Il ragazzo rise. Non ce l’ho mica con voi. Non dire sciocchezze, disse lui. Dai, fammi sistemare questa padella. Tu mettiti a sedere da qualche parte, disse la ragazza. Questa colazione la voglio preparare io. Che ne dici di una bella frittella da mettere insieme al bacon? Dico che va benissimo, fece lui. Ho una fame! Lei mise le fette di pancetta in un piatto e poi si mise a battere la pastella per le frittelle. Lui rimase seduto al tavolo, ormai rilassato, a osservarla mentre si muoveva per la cucina. Lei andò a chiudere la porta della camera da letto. Si fermò in salotto per mettere su un disco che piaceva a tutti e due. Cerchiamo di non risvegliarla quella là, disse la ragazza. Ah, no di certo, disse lui, e scoppiò a ridere. Gli mise davanti un piatto con il bacon, un uovo al tegamino e una frittella, poi ne preparò un altro per sé. Ecco fatto, fece lei. Ha un gran bell’aspetto, disse lui. Spalmò la frittella di burro, poi ci versò su lo sciroppo. Ma appena provò a tagliarla, si rovesciò l’intero piatto addosso. Roba da matti, disse, alzandosi di scatto dal tavolo. La ragazza prima guardò lui, poi guardò l’espressione sul suo volto. Scoppiò a ridere. Dovresti vederti allo specchio, gli disse. Continuò a ridere. Lui abbassò lo sguardo e vide lo sciroppo che gli colava sui mutandoni di lana e i pezzi di frittella, di uovo e di pancetta che erano rimasti attaccati allo sciroppo. Poi scoppiò a ridere anche lui. Avevo proprio fame, disse, scuotendo la testa. Avevi proprio una gran fame, fece lei, sempre ridendo. Si tolse con cura i mutandoni di lana e li lanciò contro la porta del bagno. Poi aprì le braccia e lei ci si buttò. Cerchiamo di non litigare più, disse lei. Non ne vale la pena, vero? Proprio così, fece lui. Non litigheremo mai più, disse lei. Il ragazzo disse: Certo che no. Poi le diede un bacio.

Ora lui si alza e riempie di nuovo i due bicchierini. 169


Tutto qui, dice. La storia è finita. Devo riconoscere che non è un granché. No, no, mi ha molto interessato, invece, dice lei. Se proprio vuoi saperlo l’ho trovata molto interessante. Ma poi che è successo? Voglio dire, in seguito. Lui si stringe nelle spalle e si porta il bicchierino vicino alla finestra. Si è fatto scuro, ormai, ma continua a nevicare. Le cose cambiano, dice lui. Non so bene come, ma cambiano senza che tu te ne accorga o lo voglia. Sì, questo è vero, solo che... ma non finisce la frase. Allora lascia cadere l’argomento. Nel riflesso della finestra lui la vede che si studia le unghie. Poi alza la testa di scatto. Con aria allegra gli chiede se la porta a vedere la città, dopo tutto. Lui dice: Mettiti gli stivali e andiamo. Però non si muove dalla finestra, perso com’è nei ricordi di quella vita. Si erano fatti un sacco di risate. Appoggiandosi l’uno all’altra, avevano riso fino alle lacrime, mentre tutto il resto - il freddo e dove lui sarebbe andato nel freddo restava di fuori, almeno per il momento.

170


La terza cosa che ha ammazzato mio padre

Ve le dico io le cose che hanno fatto fuori mio padre. La terza cosa è stata Dummy, il fatto che Dummy è morto. La prima cosa è stata Pearl Harbor. E la seconda, quando dovette trasferirsi nella fattoria di mio nonno dalle parti di Wenatchee. È lì che mio padre finì i suoi giorni, anche se mi sa che erano già finiti da un pezzo. Mio padre prima dava la colpa della morte di Dummy alla moglie. Poi l’ha data ai pesci. E alla fine la dava a se stesso, perché era stato lui a far vedere a Dummy la pubblicità in fondo a «Field and Stream» in cui una ditta assicurava di poter spedire persici-trota per posta in qualsiasi parte degli Stati Uniti. Fu dopo aver ricevuto quei pesci che Dummy cominciò a comportarsi in modo strano.

Quei

pesci

gli

avevano

completamente

cambiato

la

personalità.

Perlomeno, così diceva mio padre.

Non ho mai saputo il vero nome di Dummy. Se qualcuno lo sapeva, non me l’ha mai detto. Dummy lo chiamavo allora e come Dummy me lo ricordo ancora. Era un ometto rugoso, calvo, tarchiato ma con braccia e gambe molto forti. Se sorrideva, il che accadeva raramente, le labbra gli si ritiravano per scoprire denti gialli e irregolari. La cosa gli conferiva un’espressione furbesca. Non staccava mai gli occhi acquosi dalla bocca di chi gli parlava, altrimenti si fissavano su qualche altra parte strana del corpo di chi gli stava davanti. Secondo me, non è che fosse veramente sordo. Perlomeno, non così sordo come voleva far credere. Ma certo non parlava. Poco, ma sicuro. Sordo o no, Dummy aveva lavorato come manovale giù alla segheria sin dagli anni Venti. La Cascade Lumber Company di Yakima, Washington. Quando l’ho conosciuto io, Dummy era addetto alle pulizie. E in tutti quegli anni non l’ho mai visto con altri vestiti addosso se non un cappello di feltro, una camicia da lavoro cachi e una giacchetta di jeans sopra la tuta. Nella tasca della pettorina aveva sempre rotoli di carta igienica, dato che uno dei suoi compiti era di tenere puliti e riforniti i gabinetti della segheria. Era una cosa che gli dava un sacco da fare, 171


visto che gli operai del turno di notte, quando staccavano, si portavano via sempre uno o due rotoli, nascondendoli nelle gavette. Dummy andava sempre in giro con una torcia elettrica, anche se lavorava di giorno. Portava con sé anche chiavi inglesi, pinze, cacciaviti, nastro adesivo, insomma tutto l’equipaggiamento degli addetti alle seghe. Be’, la cosa gli procurava prese in giro a non finire: ma lui era fatto così e si portava sempre dietro tutto. Carl Lowe, Ted Slade e Johnny Wait erano quelli che si divertivano di più a prenderlo in giro. Ma Dummy mica se la prendeva. Secondo me, ormai ci aveva fatto l’abitudine. Mio padre non lo prendeva mai in giro, invece. Perlomeno per quanto ne so io. Papà era un uomo grosso, dalle spalle robuste, con i capelli a spazzola, il doppio mento e un gran bel pancione. Dummy fissava sempre lo sguardo su quel pancione. Andava nell’officina dell’affilatura, dove lavorava mio padre, si sedeva su uno sgabello e gli osservava il pancione mentre lui passava la grossa smerigliatrice sui denti delle seghe.

La casa di Dummy non era peggio di tutte le altre. Era una baracca col tetto ricoperto di cartone incatramato, sulla riva del fiume, a cinque o sei miglia dal paese. A un mezzo miglio di distanza, alla fine di un pascolo, c’era una grossa cava di pietrisco che lo Stato aveva aperto quando avevano asfaltato le strade della zona. Avevano scavato tre grosse buche e con il passare degli anni si erano riempite d’acqua. Piano piano, i tre stagni si erano uniti ed erano diventati un laghetto. Era abbastanza profondo e aveva un aspetto piuttosto cupo. Oltre alla casa, Dummy aveva anche una moglie. Era una donna molto più giovane di lui e si diceva che se l’intendesse con i messicani. Papà diceva che erano voci messe in giro dai ficcanaso, gente come Lowe, Wait e Slade. Era una donna minuta e tarchiata con gli occhietti scintillanti. Li notai subito, quegli occhi, già la prima volta che l’ho vista. Fu una volta che facevo un giro in bici insieme a Pete Jensen e ci fermammo a casa di Dummy per chiedere un bicchiere d’acqua. Quando lei aprì la porta, le dissi che ero il figlio di Del Fraser. 172


Cominciai a dire: «È un compagno di lavoro di...», ma mi resi conto che non sapevo altro che il soprannome. «Sa, di suo marito. Facevamo un giro in bici e abbiamo pensato che magari ci poteva dare un bicchiere d’acqua». «Aspettate qui», ci disse lei. Dopo un po’ tornò con una gamella d’acqua in ogni mano. Mandai giù la mia in un sorso solo. Però non ce ne offrì dell’altra. Ci guardò per un po’ senza dire niente. Quando facemmo per rimontare in sella, si avvicinò al bordo della veranda. «Se voi ragazzi adesso avevate la macchina, magari mi davate un passaggio». Sorrise. Aveva denti che sembravano troppo grandi per la sua bocca. «Andiamo», disse Pete; e andammo.

Dalle nostre parti non è che ci fossero molti posti per andare a pesca di persici-trota. Nei torrenti d’alta montagna ci sono soprattutto trote iridate, qualcuna marmorata e le Dolly Varden, mentre giù al Blue Lake e nel Rimrock ci sono quelle argentate. Tutto qui, in pratica, a parte qualche punta di trote salmonate e di salmoni di passo verso la fine d’autunno in qualche corso d’acqua dolce. Ma se vi piace pescare, ce n’è abbastanza per tenervi occupati. Nessuno andava a pesca di persici. Un sacco di gente che conoscevo non sapeva neanche com’era fatto, un persico-trota, se non l’aveva visto in qualche illustrazione. Mio padre però ne aveva visti un sacco in Arkansas e in Georgia, dov’era cresciuto, e riponeva parecchie speranze in quelli di Dummy, dato che era suo amico. Il giorno che i pesci arrivarono, io ero andato a nuotare nella piscina comunale. Ricordo di essere tornato a casa e sono poi riuscito subito per andarli a prendere, visto che papà voleva dare una mano a Dummy: tre vasche di pesci spedite per posta da Baton Rouge, in Louisiana. Ci andammo con il furgone di Dummy, lui, papà e io. Poi scoprimmo che le vasche erano dei barilotti, imballati all’interno di casse di assi di pino. Le avevano messe all’ombra sul retro della stazione e, per caricarle sul pianale del furgone, mio padre e Dummy le dovettero alzare insieme una alla volta. Dummy attraversò la città guidando con molta cautela, e con altrettanta cautela percorse la strada per andare a casa sua. 173


Attraversò il cortile di casa sua senza neanche fermarsi. Andò dritto al laghetto e si fermò a pochi metri dalla riva. Per quando arrivammo lì si era fatto quasi buio, perciò non spense neanche i fari, tirò fuori un martello e un levacopertoni da sotto il sedile, poi insieme a mio padre trascinò le casse vicino all’acqua e cominciarono a sfasciare la prima. Il barilotto all’interno era ricoperto di tela di sacco e aveva il coperchio tutto bucherellato, ogni buco grande come una monetina da cinque centesimi. Lo sollevarono e Dummy fece luce dentro con la sua torcia elettrica. Pareva che dentro nuotassero un milione di lattarini di persico. Era davvero uno spettacolo stranissimo vedere tutti quegli esserini in movimento, una specie di oceano in miniatura arrivato con il treno. Dummy spinse il barilotto fin sul bordo dell’acqua e ce lo svuotò dentro. Prese la torcia elettrica e illuminò la superficie del laghetto. Ma già non si vedeva più niente. Si sentivano gracidare le rane, ma quelle si sentivano sempre ogni volta che faceva buio. «Vado a prendere le altre casse», disse mio padre, allungando una mano per pigliare il martello dalla tuta di Dummy, ma lui si tirò indietro e scosse la testa. Sfasciò le altre due casse da solo, lasciando gocce scure di sangue sulle assicelle dopo essersi graffiato una mano con una scheggia.

Da quella sera, Dummy non fu più lo stesso. Da allora non lasciò più avvicinare nessuno a casa sua. Recintò l’intero pascolo e poi recintò anche il laghetto col filo spinato elettrificato. In giro si diceva che avesse speso tutti i suoi risparmi per mettere su quel recinto. Naturalmente, mio padre non volle avere più niente a che fare con Dummy dopo quella cosa, dopo che Dummy l’aveva praticamente cacciato. Non tanto perché gli aveva impedito di pescare - figuriamoci!, i pesci erano ancora talmente piccoli - quanto perché non gli aveva nemmeno fatto dare un’occhiata. Una sera, un paio d’anni più tardi, quando mio padre lavorava nel turno di notte e io andai a portargli da mangiare e un thermos di tè freddo, lo trovai che stava parlando con Syd Glover, il capomastro della segheria. Appena arrivai,

174


sentii papà dire: «Da come si comporta, pare che quello scemo se li sia sposati quei pesci». «Da quel che si sente in giro», disse Syd, «il recinto farebbe meglio a metterlo intorno alla casa». A quel punto mio padre si accorse di me e io lo vidi fare un segnale con gli occhi a Syd Glover. Comunque, un mese dopo papà riuscì finalmente a convincere Dummy. Andò così: gli disse che c’era bisogno di togliere di mezzo i pesci più deboli in modo che gli altri potessero prosperare. Dummy rimase lì ad ascoltarlo, tormentandosi un orecchio e fissando il pavimento. Papà disse che sì, sarebbe andato giù l’indomani perché era una cosa che andava fatta. In pratica, Dummy non è che disse di sì. Ma non disse neanche no, tutto lì. Si limitò a tormentarsi l’orecchio per un altro bel po’.

Quando papà tornò a casa quel giorno, io ero pronto e in attesa. Avevo già tirato fuori i suoi vecchi cucchiaini da persico e stavo provando le punte degli ami ad ancoretta con il dito. «Sei pronto?», mi gridò, saltando giù dalla macchina. «Faccio un salto al bagno, intanto tu carica la roba. Puoi guidare tu fino a là, se vuoi». Quando tornò, avevo già sistemato tutta l’attrezzatura sul sedile di dietro e stavo provando il volante. Lui s’era messo il berretto da pesca e mangiava una grossa fetta di torta che reggeva con tutt’e due le mani. La mamma era sulla porta e ci guardava. Era una donna dalla carnagione chiara e portava i capelli biondi legati in una crocchia stretta, fissata da un fermaglio tempestato di strass. Mi chiedo se a quei bei tempi lei se ne andasse mai in giro, o che cosa facesse veramente. Tolsi il freno a mano. La mamma rimase a guardare finché non innestai la seconda, poi, sempre senza sorridere, se ne tornò in casa. Era un bel pomeriggio caldo. Tirammo giù i finestrini per far entrare l’aria. Attraversammo il ponte di Moxee e svoltammo verso ovest sulla Slater Road. Da entrambi i lati della strada si estendevano campi di erba medica e, più oltre, campi di granturco.

175


Papà teneva la mano fuori dal finestrino. Se la faceva spingere indietro dal vento. Era un po’ inquieto, lo capii subito. Dopo un po’ ci fermammo davanti a casa di Dummy. Uscì di casa già con il cappello in testa. La moglie lo guardava dalla finestra. «Allora, l’hai preparata la padella?», papà gridò a Dummy, ma lui si limitò a rimanere lì fermo e a guardare di sottecchi la macchina. «Ehi, Dummy!», gridò mio padre. «Ehi, Dummy! Allora, dove sta la tua canna da pesca, eh, Dummy?» Dummy mosse la testa a scatti avanti e indietro. Spostò il peso del corpo da un piede all’altro, fissò prima il terreno e poi noi. Teneva la lingua sul labbro inferiore e si mise a macinare la terra con la punta del piede. Mi misi il cestello a tracolla. Porsi a mio padre la sua canna e poi raccolsi la mia. «Siamo pronti?», disse papà. «Allora, Dummy, si va?» Dummy si tolse il cappello e con la stessa mano si passò il polso sulla pelata. Si voltò di scatto e si avviò; noi lo seguimmo sul terreno spugnoso del pascolo. Ogni cinque, sei metri un beccaccino si alzava dai ciuffi d’erba che crescevano sui bordi di vecchi fossi. Alla fine del pascolo il terreno scendeva pian piano e cominciava a diventare arido e sassoso, con cespi di ortica e di querce nane che crescevano qua e là. Tagliammo a destra, seguendo una vecchia pista lasciata da pneumatici, e attraversammo un campo di cotone selvatico che ci arrivava alla cintola, con i baccelli secchi in cima agli steli che stridevano rabbiosi al nostro passaggio. Dopo un po’ cominciai a vedere il tremolio dell’acqua oltre la spalla di Dummy e sentii papà che esclamava: «O Signore, guarda che roba!» Ma a quel punto Dummy rallentò il passo e si mise ad alzare le mani e a spostare il cappello avanti e indietro sulla testa. Alla fine si fermò di colpo. Papà disse: «Be’, che dici, Dummy? Un posto vale l’altro, no? Secondo te, da che parte è meglio avvicinarsi?» Dummy si passò di nuovo la lingua sul labbro inferiore. «Ma che ti succede, Dummy?», chiese papà. «Il laghetto è tuo, no?» Dummy abbassò lo sguardo e si tolse una formica dalla tuta. «Be’, che diavolo!», disse papà, sbuffando. Tirò fuori l’orologio.

176


«Se sei ancora d’accordo, è meglio che ci mettiamo al lavoro prima che faccia buio». Dummy si ficcò le mani in tasca e si voltò di nuovo verso il laghetto. Si rimise in cammino. Noi lo seguimmo in fila indiana. Adesso lo vedevamo per intero, il laghetto, la superficie increspata dai pesci che salivano a galla. Ogni tanto uno di loro saltava fuori dall’acqua e vi ricadeva con un tonfo. Sentii mio padre dire: «Dio santo!»

Arrivammo al laghetto in uno slargo, una specie di spiaggetta ghiaiosa. Papà mi fece un cenno e cominciò a camminare piegato in due. Mi piegai anch’io. Lo vidi scrutare l’acqua davanti a noi e, seguendo il suo sguardo, capii cos’è che aveva attirato tanto la sua attenzione. «Giuro su Dio», sussurrò. Stava passando un branco di persici-trota, venti, trenta pesci nessuno dei quali faceva meno di un chilo. Virarono per allontanarsi, ma poi tornarono indietro, così fitti che pareva si urtassero l’un l’altro. Mentre ci passavano davanti, riuscivo a vedere i loro grossi occhi dalle palpebre pesanti che ci osservavano. In un lampo si allontanarono di nuovo e poi di nuovo tornarono verso la riva. Se la stavano proprio cercando. Non faceva alcuna differenza se ci tenevamo bassi o se stavamo in piedi. Quei pesci se ne strafregavano di noi. Giuro che erano uno spettacolo tutto da vedere. Rimanemmo accovacciati lì per un bel po’ a osservare quel branco di persici che si facevano gli affari loro in modo così disarmante, con Dummy che continuava a tirarsi le nocche e a guardarsi nervosamente intorno come se si aspettasse l’arrivo di qualcuno. In tutto il laghetto i persici venivano a galla ad annusare la superficie, oppure saltavano fuori per poi ricadere con un tonfo, oppure nuotavano a pelo d’acqua con le pinne dorsali che affioravano appena.

A un segnale di papà ci alzammo per lanciare le lenze. Vi assicuro che tremavo tutto per l’emozione. A momenti non riuscivo a staccare il cucchiaino dal 177


sughero dell’impugnatura della mia canna. Fu proprio mentre cercavo di districare quegli ami che sentii Dummy afferrarmi una spalla con le sue grosse dita. Alzai lo sguardo e per tutta risposta Dummy mi fece cenno con il mento in direzione di mio padre. Era abbastanza chiaro quello che voleva dire: una sola canna alla volta. Papà si tolse il cappello, poi se lo rimise e mi venne vicino. «Comincia tu, Jack», disse. «Dico sul serio, figliolo... fatti sotto tu». Guardai Dummy un attimo prima di prepararmi al lancio. La faccia gli si era irrigidita e un filo di bava gli scendeva sul mento. «Tieni subito duro appena lo senti abboccare», mi disse papà. «Quei figli di puttana hanno la bocca dura come una maniglia». Feci scattare la leva della frizione sul mulinello e tirai indietro il braccio. Feci un bel lancio di una dozzina di metri. L’acqua si mise a ribollire prima ancora che avessi il tempo di tendere la lenza. «Tira, tira!», gridò mio padre. «Tiralo fuori quel figlio di puttana! Tiralo fuori come si deve!» Diedi un paio di robusti strattoni. L’avevo beccato, non c’era dubbio. La canna mi si piegò e cominciò a scattare avanti e indietro. Papà continuava a urlarmi consigli. «Dagli filo, dagli filo! Fallo correre un po’! Dagli più lenza! Adesso comincia a riavvolgere! Riavvolgi! No, fallo correre un po’! Vai così! Guarda che roba!» Il persico ballava in giro per il laghetto. Ogni volta che usciva dall’acqua, scuoteva la testa con tanta forza che si sentiva il cucchiaino tintinnare. Poi ripartiva a razzo. Ma a forza di strattonare lo stancai e ormai lo stavo tirando a riva. Sembrava enorme, perlomeno tre chili, tre chili e mezzo. Si era adagiato su un fianco, vinto, a bocca aperta, le branchie ansimanti. Mi sentivo le ginocchia così deboli che era già tanto se riuscivo a rimanere in piedi. Però tenevo la canna dritta e la lenza tesa. Papà entrò nell’acqua bassa con tutte le scarpe. Ma quando fece per prendere il pesce, Dummy cominciò a bofonchiare, a scuotere la testa, ad agitare le braccia. «Che diamine ti succede adesso, Dummy? Il ragazzo ha beccato il persico più grosso che abbia mai visto e perdio non lo ributterà certo in acqua!» 178


Dummy continuava a dar di matto e a gesticolare verso il laghetto. «Non ho alcuna intenzione di lasciar andare il pesce che ha preso il ragazzo. Hai capito, Dummy? Se è questo che pensi, è meglio che ti fai venire un’altra pensata». Dummy allungò le mani verso la mia lenza. Intanto il persico aveva recuperato un po’ di forze. Si rimise in assetto e riprese a nuotare. Lanciai un grido e poi persi la testa: bloccai di colpo il mulinello e mi rimisi a riavvolgere la lenza. Il persico fece un ultimo, furioso tentativo di fuga. Fu la fine. La lenza si spezzò. Poco è mancato che cadessi all’indietro. «Andiamocene, Jack», disse papà e lo vidi afferrare la sua canna. «Andiamocene, prima che prendo a cazzotti questo stramaledetto idiota».

Quel febbraio il fiume straripò. Era nevicato un sacco all’inizio di dicembre e prima di Natale aveva fatto un freddo cane. Il terreno gelò. La neve rimase dov’era. Ma verso la fine di gennaio cominciò a soffiare il Chinook, il vento caldo. Una mattina mi svegliai che la casa era presa a schiaffi dal vento, con il rumore costante dell’acqua che gocciava dal tetto. Il vento soffiò per cinque giorni di fila e già al terzo il fiume cominciò a ingrossarsi. «È salito di cinque metri», disse mio padre una sera, sfogliando il giornale. «Cioè un metro oltre il livello di guardia. Il vecchio Dummy perderà tutti i suoi tesori». Volevo andare giù al ponte di Moxee per vedere quanto era alta l’acqua. Ma mio padre non mi lasciò andare. Disse che l’alluvione non era mica uno spettacolo. Due giorni dopo il fiume raggiunse il suo livello massimo, poi le acque cominciarono a rifluire. La settimana dopo, una mattina, Orin Marshall, Danny Owens e io andammo in bici dalle parti di Dummy. Posammo le bici e attraversammo a piedi il pascolo che confinava con il terreno di Dummy. Era una giornata umida e ventosa, con il cielo attraversato da nuvole scure e sfilacciate. Il terreno era intriso d’acqua e ogni tanto finivamo in qualche 179


pozzanghera nascosta dall’erba fitta. Danny stava imparando a bestemmiare in quel periodo e, ogni volta che affondava i piedi nel fango fino alle caviglie, riempiva l’aria con le migliori imprecazioni del suo repertorio. Si vedeva il fiume gonfio alla fine del pascolo. L’acqua era ancora alta e scorreva fuori dal letto normale, si increspava attorno ai tronchi degli alberi ed erodeva l’argine di terra. Al centro del fiume la corrente fluiva rapida e pesante, trascinando con sé ogni tanto un cespuglio o addirittura un albero intero con i rami ritti in aria. Arrivammo al recinto di Dummy e trovammo una mucca incastrata nel filo spinato. Era tutta gonfia e aveva la pelle grigia tesa e lucida. Era la prima cosa morta così grossa che avessi mai visto. Ricordo che Orin raccolse un bastone e le toccò gli occhi spalancati. Seguimmo per un po’ il recinto, verso il fiume. Avevamo paura di avvicinarci troppo al filo spinato perché pensavamo potesse essere ancora elettrificato. Ma sull’argine di quello che pareva un grosso canale, il recinto finiva bruscamente. Il terreno era semplicemente sprofondato in quel punto, portandosi dietro il recinto. Passammo dall’altra parte e seguimmo il canale che tagliava in due la terra di Dummy e andava dritto verso il laghetto dove sfociava sul lato più lungo. Sulla riva opposta si era scavato una specie di emissario che proseguiva sinuoso fino a riunirsi al fiume più a valle. Non c’era dubbio che la maggior parte dei pesci di Dummy erano stati portati via dall’alluvione. E anche quelli che non lo erano stati ora erano liberi di andare e venire come volevano. A un tratto mi accorsi che Dummy era lì. Appena l’ho visto, mi sono spaventato. Feci un cenno ai miei amici e ci acquattammo. Dummy era in piedi dall’altra parte del laghetto, vicino a dove l’acqua ne usciva gorgogliando. Se ne stava lì impalato senza far niente, l’uomo più triste che abbia mai visto.

«Certo, però, che mi dispiace per il vecchio Dummy», disse mio padre a cena qualche settimana dopo. «Intendiamoci, quel povero diavolo i guai se li è andati a cercare. Ma non si può fare a meno di sentirsi in pena per lui». Papà raccontò che George Laycock aveva visto la moglie di Dummy seduta con un grosso messicano giù allo Sportsman’s Club. 180


«E non è tutto...» Mia madre gli lanciò un’occhiata risentita e poi si girò verso di me. Ma io feci finta di niente e continuai a mangiare. Papà disse: «E che diavolo, Bea, il ragazzo è abbastanza grande, ormai!» Era cambiato un sacco, Dummy, a quanto pareva. Non stava più insieme agli altri operai, se poteva farne a meno. Nessuno più neanche se la sentiva di prenderlo in giro, dopo quella volta che era corso dietro a Carl Lowe con un pezzo di cantinella perché Carl gli aveva fatto volare il cappello per scherzo. Ma il peggio era che ormai non si presentava neanche al lavoro, in media uno o due giorni alla settimana, e girava voce che l’avrebbero licenziato. «Quel poveraccio è arrivato sull’orlo del precipizio», disse mio padre. «Se non sta attento, uscirà pazzo del tutto». Poi, una domenica pomeriggio, poco prima del mio compleanno, io e papà stavamo mettendo un po’ d’ordine in garage. Era una giornata calda e soffiava un vento capriccioso. L’aria era piena di polvere. La mamma si affacciò alla porta sul retro e disse: «Del, ti vogliono al telefono. Mi sa che è Vern». Seguii papà in casa per lavarmi. Quando riattaccò si girò verso di noi. «Si tratta di Dummy», disse. «Ha fatto fuori la moglie a martellate e si è annegato. Vern ha appena sentito la notizia in città».

Quando arrivammo noi, c’erano già un sacco di macchine parcheggiate davanti a casa di Dummy. Il cancello del pascolo era spalancato e si vedevano tracce di pneumatici in direzione del laghetto. La zanzariera era tenuta aperta con una cassa e sulla soglia di casa c’era un tizio magro e butterato, in jeans e camicia sportiva, ma con una fondina sotto l’ascella. Ci seguì con lo sguardo da quando scendemmo dalla macchina. «Ero un suo amico», gli disse papà. Il tizio scosse la testa. «Può essere quello che vuole. Se non ha niente da fare qui, è meglio che si tolga dalle scatole». «L’hanno trovato?», chiese mio padre. «Stanno ancora dragando il laghetto», disse il tizio, sistemando meglio la pistola nella fondina. 181


«Ha niente in contrario se andiamo a dare un’occhiata laggiù? Io lo conoscevo bene». Il tizio rispose: «Provateci pure, ma se poi vi mandano via, non dite che non vi avevo avvertito». Attraversammo il pascolo, facendo su per giù lo stesso percorso di quel giorno in cui avevamo tentato di andare a pescare. Sul laghetto c’erano barche a motore e, sospesi sull’acqua, bioccoli neri di gas di scarico. Si vedeva benissimo dove l’alluvione aveva eroso il terreno tutt’intorno, trascinando via alberi e sassi. Sulle due barche, che facevano avanti e indietro sulla superficie del lago, c’erano uomini in uniforme, uno al timone e l’altro che manovrava corde e uncini. Sulla spiaggia ghiaiosa dove c’eravamo messi a lanciare le lenze per acchiappare i persici di Dummy, c’era un’ambulanza in attesa. Due uomini in camice bianco fumavano appoggiati allo sportello posteriore. A un certo punto, una delle barche spense il motore. Alzammo tutti la testa a guardare. L’uomo a poppa si alzò in piedi e cominciò a tirar su la corda. Dopo un po’ un braccio emerse dall’acqua. A quanto pareva gli uncini s’erano agganciati a un fianco di Dummy. Il braccio sparì e poi riemerse insieme a una specie di fagotto. Non può essere lui, pensai. È qualcos’altro che magari è stato lì in fondo per anni. L’uomo sulla prua della barca si spostò verso poppa e insieme i due issarono a bordo quell’ammasso grondante. Mi girai verso mio padre. Aveva il volto accigliato in una strana espressione. «Ah, le donne», disse. Poi aggiunse: «Ecco come ci si può ridurre a mettersi con la donna sbagliata, Jack».

Ma secondo me, non è che papà ci credesse veramente a quella cosa. Mi sa che non sapeva proprio a chi dare la colpa o cos’altro dire. Sono convinto che è dopo quell’episodio che tutto cominciò ad andare storto per mio padre. Proprio com’era successo a Dummy, dopo non fu più lo stesso. Quel braccio che faceva su e giù nell’acqua sembrava dire addio ai bei tempi e salutare l’arrivo dei tempi duri.

182


Perché dopo che Dummy si annegò in quell’acqua cupa, non ci furono altro che anni duri. È così che succede dopo che muore un amico? La sventura si abbatte sui compagni che si è lasciato dietro? Ma come ho già detto, anche Pearl Harbor e dover tornare a casa di suo padre non è che fecero molto bene a papà.

183


Con tanta di quell’acqua a due passi da casa

Mio marito mangia di buona lena ma sembra un po’ stanco, nervoso. Mastica piano, tiene le braccia sul tavolo e fissa qualcosa dall’altra parte della stanza. Mi guarda un attimo, ma poi distoglie subito lo sguardo. Si pulisce la bocca col tovagliolo. Alza le spalle e si rimette a mangiare. Qualcosa si è messo tra di noi, anche se lui vorrebbe farmi credere il contrario. «Perché mi guardi così?», mi chiede. «Che c’è?», dice, e posa la forchetta sul tavolo. «Perché, ti stavo guardando?», dico io, scuotendo la testa come una stupida, proprio come una stupida. Squilla il telefono. «Non rispondere», mi fa lui. «Ma potrebbe essere tua madre», dico io. «Dean - potrebbe essere qualcosa che ha a che fare con Dean». «Va’ a vedere», dice lui. Alzo la cornetta e resto un attimo in ascolto. Lui smette di mangiare. Mi mordo le labbra e riattacco. «Che ti avevo detto?», mi fa lui. Ricomincia a mangiare, poi butta il tovagliolo sopra al piatto. «Maledizione, ma perché la gente non si fa gli affari suoi? Spiegami che ho fatto di male, voglio proprio sapere! Non è giusto: quella lì era già morta, no? E poi c’erano anche gli altri, mica solo io. Ne abbiamo discusso a lungo e poi abbiamo deciso tutti insieme. Eravamo appena arrivati. Avevamo camminato per ore e ore. Non potevamo mica fare subito dietrofront e tornarcene, la macchina era a cinque miglia di distanza. Era il giorno dell’apertura. E che cavolo, io non ci vedo niente di male! Sul serio. E cerca di non guardarmi in quel modo, capito? Non voglio che ti ci metti pure tu a giudicarmi. Almeno tu». «Tu lo sai...», dico io e scuoto la testa. «Che so io, che so, eh Claire? Dimmelo tu. Dimmi quello che dovrei sapere. Io so solo una cosa: non dovresti arrovellarti troppo il cervello su questa faccenda». Mi lancia una di quelle occhiate che secondo lui sono significative. «Quella era morta, morta, morta, hai capito?», aggiunge dopo un attimo. «È un gran peccato, 184


d’accordo. Un gran peccato, una ragazza così giovane e mi è dispiaciuto un sacco, mi è dispiaciuto quanto a chiunque altro, ma era morta, Claire, morta. E ora lasciamo perdere questo discorso. Ti prego, Claire. Lasciamolo perdere». «Ma è proprio questo il punto», dico io. «Era morta. Non capisci? Aveva bisogno di aiuto». «Senti, io ci rinuncio», dice lui, tirando su le mani. Spinge via la sedia dal tavolo alzandosi, prende le sigarette ed esce fuori sul patio con una lattina di birra. Se ne va avanti e indietro per un po’, poi si siede sulla sdraio e prende di nuovo il giornale. In prima pagina c’è il suo nome, insieme ai nomi dei suoi amici, gli altri uomini che avevano fatto la «macabra scoperta». Chiudo gli occhi e mi sorreggo sul bordo del lavello. Non devo continuare a pensarci tanto. Devo superare questa fase, devo scordarmi questa storia, lontano dagli occhi, lontano dal cuore, eccetera eccetera, devo «andare avanti». Riapro gli occhi. Nonostante tutto, ben sapendo quello che succederà, spazzo col braccio il piano del lavello e mando tutto, piatti e bicchieri, a spargersi in mille pezzi sul pavimento. Lui neanche si muove. Lo so che ha sentito, ha alzato leggermente la testa per sentire, ma a parte questo non si è mosso per niente, non si è neanche girato a guardare. Potrei odiarlo per questo, per non essersi mosso. Rimane un attimo in attesa, poi tira una boccata dalla sigaretta e si riappoggia allo schienale della sedia. Il fatto che sia stato lì ad ascoltare, distaccato, e poi si sia riappoggiato a fumare mi fa provare pietà per lui. La corrente gli porta via dalla bocca un sottile filo di fumo. Perché ci faccio caso? Non saprà mai quanta pietà ho provato per lui per questo fatto, per essersene rimasto seduto lì, immobile, ad ascoltare, con quel filo di fumo che gli esce dalla bocca... Domenica scorsa, ha programmato di andarsene a pesca la settimana dopo, per il ponte per il Memorial Day. Erano lui, Gordon Johnson, Mel Dorn e Vern Williams. Giocano a poker, a bowling e vanno a pesca insieme. A primavera e all’inizio dell’estate, i primi due o tre mesi della stagione, prima che ci si mettano di mezzo le vacanze con la famiglia, il campionato di baseball dei ragazzini, le visite dei parenti, vanno sempre a pesca insieme. Sono brave persone, sono attaccati alla famiglia, responsabili sul lavoro. I loro bambini e bambine vanno a scuola con nostro figlio, Dean. Venerdì pomeriggio sono partiti tutti e quattro per 185


pescare tre giorni su al fiume Naches. Hanno lasciato la macchina in mezzo ai monti e hanno camminato parecchie miglia per andare nel posto dove volevano pescare. Si sono portati dietro sacchi a pelo, cibo, stoviglie, carte da gioco e whisky. La prima sera sul fiume, prima ancora che si accampassero, Mel Dorn ha trovato la ragazza che galleggiava a faccia in giù nel fiume, nuda, impigliata in certi rami vicino alla riva. Ha chiamato gli altri ed erano venuti tutti a vederla. Si erano messi a discutere su cosa fare. Uno di loro - Stuart non mi ha detto chi, ma forse si trattava di Vern Williams, che è un tipo grosso, posato e ride spesso - uno di loro era del parere che dovessero subito tornare alla macchina. Gli altri si sono messi a smuovere la sabbia con la punta delle scarpe e hanno detto che preferivano restare. Hanno messo la scusa che erano stanchi, era tardi, che tanto la ragazza «mica se ne andava». Alla fine hanno deciso di rimanere. Così si sono accampati, hanno acceso il fuoco e si sono messi a bere whisky. Ne hanno bevuto parecchio, e quando è sorta la luna hanno cominciato a parlare della ragazza. A qualcuno è venuto in mente che dovevano fare qualcosa per evitare che il cadavere se ne andasse con la corrente. Chissà perché hanno pensato che se durante la notte la corrente avesse portato via il corpo, per loro ci sarebbe stato qualche problema. Così hanno preso le pile elettriche e, inciampando a ogni passo, sono scesi al fiume. Si è alzato il vento, un vento freddo, e la sponda sabbiosa era lambita da piccole onde del fiume. Uno degli uomini, non so chi, può darsi anche Stuart, ne sarebbe stato capace, è entrato in acqua, ha preso la ragazza per le dita e l’ha trascinata, ancora a faccia in giù, più vicino a riva, nell’acqua bassa; poi ha preso un pezzo di corda di nylon, gliel’ha legata attorno al polso e l’ha assicurata alle radici di un albero; nel frattempo la luce delle torce elettriche degli altri uomini ha continuato a giocare sul corpo della ragazza. Dopodiché sono tornati tutti all’accampamento e si sono rimessi a bere altro whisky. Alla fine sono andati a dormire. Il mattino dopo, sabato, si sono preparati la colazione, hanno bevuto un sacco di caffè, un altro po’ di whisky e poi si sono separati per andare a pescare, due a monte e due a valle. La sera, dopo che si erano cucinati il pesce e le patate, hanno bevuto altro caffè e altro whisky, hanno preso i piatti e le posate e li sono andati a lavare giù al fiume, a pochi metri di distanza da dove il cadavere stava ancora arenato nell’acqua. Poi si sono messi di nuovo a bere e hanno tirato fuori le carte e sono 186


andati avanti così, a bere e a giocare, finché col buio non vedevano più neanche le carte. A quel punto Vern Williams se n’è andato a dormire, mentre invece gli altri si sono messi a raccontare storielle spinte ed episodi di volgari scappatelle che avevano fatto in gioventù, e nessuno ha più menzionato la ragazza, finché Gordon Johnson, che se n’era del tutto dimenticato, non ha fatto un commento su com’era soda la carne delle trote che avevano pescato e su quanto era fredda l’acqua del fiume. Allora hanno smesso di parlare, ma hanno continuato a bere finché uno di loro non è inciampato ed è cascato addosso alla lampada bestemmiando, e allora si sono infilati ognuno nel suo sacco a pelo. La mattina dopo si sono alzati tardi, hanno bevuto altro whisky e si sono messi a pescare per un po’, sempre bevendo whisky. Poi, verso l’una di domenica, hanno deciso di tornarsene, con un giorno di anticipo su quanto avevano stabilito. Hanno smontato le tende, arrotolato i sacchi a pelo, raccolto stoviglie, padelle, pesci e canne e si sono rimessi in marcia. Non hanno dato neanche un’altra occhiata alla ragazza, prima di andarsene. Quando sono arrivati alla macchina, hanno guidato in silenzio fino alla statale e si sono fermati al primo telefono. È stato Stuart a chiamare l’ufficio dello sceriffo, mentre gli altri sono rimasti in piedi ad ascoltare sotto il sole cocente. Ha dettato all’uomo che stava all’altro capo del filo tutti i loro nomi - non avevano niente da nascondere, niente di cui vergognarsi - e ha accettato di aspettare lì alla stazione di servizio finché non fosse arrivato qualcuno a prendere indicazioni più precise e a verbalizzare le loro dichiarazioni. È arrivato a casa alle undici, ieri sera. Io stavo dormendo, ma quando l’ho sentito muoversi in cucina mi sono svegliata. L’ho trovato appoggiato al frigo, con una lattina di birra in mano. Mi ha stretto con le sue braccia pesanti e mi ha accarezzato su e giù la schiena con le mani, le stesse mani con cui è partito due giorni prima, pensavo. A letto, mi ha rimesso le mani addosso ma poi si è fermato, come se stesse pensando a qualcos’altro. Allora io mi sono girata un po’ e ho mosso le gambe. Dopo, so che è stato sveglio per un sacco di tempo, perché era ancora sveglio quando mi si sono chiusi gli occhi. E un po’ più tardi, quando mi sono girata e li ho riaperti perché avevo sentito un leggero rumore, un fruscio del lenzuolo, era quasi chiaro fuori, gli uccelli già cantavano, ma lui se ne stava lì sdraiato a

187


fumare, fissando le tende della finestra. L’ho chiamato, ancora mezza insonnolita, ma lui non mi ha risposto. Così mi sono riaddormentata. Stamattina lui era già in piedi prima che mi alzassi - suppongo per vedere se c’era qualcosa sul giornale. Appena passate le otto, il telefono ha cominciato a squillare. «Va’ all’inferno!», l’ho sentito gridare nella cornetta. Un minuto dopo, ecco che suona di nuovo e allora sono corsa in cucina. «Non ho nient’altro da aggiungere a quello che ho già detto allo sceriffo. Proprio così!» E ha sbattuto il ricevitore. «Ma che succede?», gli ho chiesto, preoccupata. «Mettiti a sedere», mi ha detto, lentamente. Continuava a tormentarsi con le dita le basette ispide. «Ti devo raccontare una cosa. Mentre eravamo su a pescare è successa una cosa». Ci siamo messi seduti al tavolo l’uno di fronte all’altra e lui mi ha raccontato com’è andata. Mentre parlava, io lo fissavo e mi bevevo il caffè. Poi ho letto il resoconto sul giornale che lui mi aveva messo davanti: «...una ragazza non identificata, tra i diciotto e i ventiquattro anni d’età... il cadavere è rimasto in acqua tra i tre e i cinque giorni... stupro uno dei possibili moventi... le prime analisi indicano morte per strangolamento... tagli e abrasioni sul seno e nella zona pelvica... autopsia... l’ipotesi dello stupro, finché non saranno svolte ulteriori indagini». «Cerca di capire», ha detto lui. «Non guardarmi così. Bada bene, dico sul serio. Non la prendere così, Claire». «Perché non me l’hai detto subito, ieri sera?», gli ho chiesto. «Così... non te l’ho detto... Ma che vorresti dire?», fa lui. «Lo sai benissimo cosa voglio dire», dico io. Gli ho guardato bene le mani, le dita larghe, le nocche pelose, che ora si muovevano, accendevano una sigaretta, le stesse dita che si erano mosse su di me, dentro di me, appena poche ore prima. Lui ha alzato le spalle. «Che differenza fa, ieri sera, stamattina? Era tardi. Avevi sonno, ho pensato di aspettare stamattina per dirtelo». Si è girato a guardare fuori, nel patio: un pettirosso ha attraversato il prato a volo e si è posato sul tavolo da picnic a lisciarsi le penne. «Non è vero», ho detto io. «Non l’avrete mica lasciata lì, così?» Lui si è voltato di scatto e ha detto: «Cosa volevi che facessi?

188


Stammi bene a sentire, te lo dico una volta per tutte: non è successo niente. Non ho niente di cui pentirmi o vergognarmi. Mi senti?» Mi sono alzata e sono andata in camera di Dean. Si era alzato e stava in pigiama a mettere insieme un puzzle. L’ho aiutato a trovarsi i vestiti e poi sono tornata in cucina per preparargli la colazione. Il telefono ha squillato altre due o tre volte e ogni volta Stuart ha risposto in modo sgarbato e dopo aver riappeso era sempre molto arrabbiato. Ha chiamato Mel Dorn e Gordon Johnson e ha parlato a lungo con loro, lentamente, con un’espressione seria in volto; poi si è aperto una lattina di birra e si è fumato una sigaretta mentre Dean faceva colazione, gli ha chiesto della scuola, dei suoi amici e tutto il resto, proprio come se non fosse successo niente. Dean gli ha chiesto cosa aveva fatto, là fuori, e allora Stuart ha tirato fuori i pesci dal freezer per farglieli vedere. «Oggi lo porto a stare da tua madre», ho detto io. «Certo», ha detto Stuart, lanciando un’occhiata a Dean che teneva in mano una delle trote congelate. «Se proprio vuoi e lui è d’accordo, cioè. Non è che lo devi fare per forza, sai. Non ci sono mica problemi». «Secondo me è meglio», ho aggiunto io. «Posso anche farmi il bagno?», ha chiesto Dean, asciugandosi le dita sui calzoncini. «Credo di sì», ho detto io. «Fa abbastanza caldo, perciò portati il costume e sono sicura che anche la nonna non avrà nulla in contrario». Stuart si è acceso un’altra sigaretta e ci ha guardato. Ho accompagnato Dean in macchina dalla nonna, la mamma di Stuart, che abita dall’altra parte della città, in un complesso di appartamenti che ha anche la piscina e la sauna. Si chiama Catherine Kane. Fa di cognome Kane, proprio come me, anche se sembra impossibile. Parecchi anni prima, me l’aveva detto Stuart, gli amici la chiamavano Candy. È una donna alta e fredda, dai capelli di un bianco biondastro. A me dà la sensazione di una che è sempre lì pronta a giudicare. Brevemente e a voce bassa le spiego quello che è successo (non ha ancora letto il giornale) e le prometto che passerò a riprendere Dean verso sera. «Si è portato il costume da bagno», le dico. «Stuart e io dobbiamo parlare di certe cose», aggiungo vagamente. Lei mi guarda fissa da sopra gli occhiali. Poi annuisce e si gira verso Dean, dicendo: «E tu come stai, giovanotto?» Si abbassa ad 189


abbracciarlo. Quando apro la porta per andarmene si volta di nuovo a guardarmi. Ha quel suo modo di guardarmi senza dire una parola. Quando torno a casa Stuart è a tavola, sta mangiando qualcosa e beve una birra... Dopo un po’, mi metto a pulire i cocci dei piatti e dei bicchieri e vado fuori. Stuart ora se ne sta sdraiato sull’erba, col giornale e la lattina di birra a portata di mano, e fissa il cielo. C’è un po’ di vento, ma fa caldo e si sentono cantare gli uccelli. «Stuart, possiamo andare a farci un giretto in macchina?», gli dico. «Dove ti pare». Lui si gira, mi guarda e annuisce. «Andiamo a prendere un po’ di birra», dice. «Spero che ti sia calmata un po’. Cerca di capirmi, solo questo». Si alza in piedi e mentre mi passa accanto mi sfiora un fianco. «Dammi un minuto e sarò pronto». Attraversiamo in macchina la città senza parlare. Prima di uscire in aperta campagna si ferma in un negozio lungo la strada per comprare la birra. Noto un gran mucchio di giornali appena dietro la porta. Sul gradino più alto una signora grassa con un vestito stampato porge un bastoncino di liquirizia a una ragazzina. Dopo pochi minuti attraversiamo Everson Creek e ci fermiamo in uno spiazzo per picnic a due passi dalla riva. Il torrente scorre sotto un ponte e si allarga in un grande stagno a poche decine di metri da noi. Ci sono almeno una decina di uomini e ragazzi sparsi qua e là lungo le sponde dello stagno, che pescano sotto ai salici. Con tanta di quell’acqua a due passi da casa, perché mai se n’è dovuto andare a pescare a miglia e miglia di distanza? «Ma perché sei dovuto andare a pescare lassù, fra tanti posti?», gli chiedo. «Dove, su al Naches? Ci andiamo sempre, tutti gli anni. Almeno una volta all’anno». Ci sediamo su una panchina al sole; lui apre due lattine di birra e me ne dà una. «Che cavolo ne potevo sapere io che sarebbe successa una cosa del genere?» Scuote la testa e alza le spalle, come se la cosa fosse successa tanti anni prima, o a qualcun altro. «Goditi il pomeriggio, Claire. Guarda che bella giornata!» «Anche loro dicevano che erano innocenti». «Loro chi? Di chi cavolo parli?» «I fratelli Maddox. Ammazzarono una ragazza che si chiamava Arlene Hubly, vicino alla città dove sono cresciuta, e poi le tagliarono la testa e la buttarono nel 190


fiume Cle Elum. Andavamo alla stessa scuola, lei e io. È successo quando ero ragazza». «Che razza di storia vai a ripescare ora!», dice lui. «Dai, adesso piantala. Perché mi devi sempre fare incazzare? Che c’entra questa storia adesso? Claire?» Guardo il torrente. Galleggio verso lo stagno, a faccia in giù, gli occhi spalancati sulle rocce e sul muschio del fondo del torrente finché la brezza non mi porta fino al laghetto. Non farà nessuna differenza. Possiamo andare avanti quanto ci pare. Andremo avanti anche adesso, come se non fosse successo niente. Seduta di fronte a lui, lo guardo con una tale intensità che a un certo punto impallidisce. «Non capisco che cosa ti ha preso», dice lui. «Non capisco...» Prima che me ne renda conto, gli do uno schiaffo in faccia. Alzo la mano, mi fermo per una frazione di secondo, poi gli mollo una grossa sberla sulla guancia. Mentre gliela do penso: è una pazzia. Dovremmo intrecciare le dita. Dovremmo aiutarci a vicenda. È una pazzia. Prima che possa colpirlo di nuovo, lui mi afferra il polso e alza anche lui la mano. Io mi accuccio, in attesa, e vedo qualcosa lampeggiargli negli occhi e poi sparire. Lascia cadere la mano. Io giro sempre più velocemente sulla superficie del laghetto. «Cammina, monta in macchina che ti riporto a casa», dice lui. «No, no», dico io, ritraendomi. «Cammina, maledizione!» «Sei ingiusta nei miei confronti», mi fa più tardi, in macchina. Fuori dal finestrino volano via campi, alberi, fattorie. «Sei ingiusta. Nei confronti di tutti e due. E anche nei confronti di Dean, potrei aggiungere. Pensa un attimo a Dean. Pensa a me. Pensa un po’ a qualcun altro, invece che sempre e solo a te stessa, accidenti!» Non c’è niente che possa dirgli adesso. Tenta di concentrarsi sulla strada, ma continua a guardare nello specchietto retrovisore. Con la coda dell’occhio osserva il sedile dove mi sono rincantucciata con le ginocchia sotto al mento. Il sole mi batte caldo e lucente contro un braccio e contro un lato del viso. Mentre guida, si apre un’altra lattina di birra, ne beve un po’ poi se l’incastra in mezzo alle gambe e caccia un gran sospiro. Lui lo sa. Potrei ridergli in faccia. Potrei scoppiare a piangere. 191


Stuart crede di farmi un favore perché mi lascia dormire stamattina. Ma io ero sveglia molto prima che suonasse la sveglia, ero lì che pensavo, supina sul bordo del letto, il più lontano possibile dalle sue gambe pelose e dalle sue dita spesse e assonnate. Stamattina è lui che prepara Dean per la scuola, poi si fa la barba, si veste e va al lavoro. Due volte si affaccia in camera da letto e si schiarisce la gola, ma io continuo a tenere gli occhi chiusi. In cucina trovo un suo biglietto firmato «Con amore». Mi siedo nell’angolino del tavolo dove batte il sole, bevo il mio caffè e lascio un cerchio di caffè sul biglietto. Il telefono ha smesso di squillare, è già qualcosa. Da ieri sera non ci sono state più chiamate. Guardo il giornale: lo giro e lo rigiro sul tavolo. Poi lo avvicino e leggo quello che c’è scritto. Il cadavere non è stato ancora identificato, nessuno lo ha reclamato, a quanto pare nessuno ha denunciato la scomparsa della ragazza. Ma hanno passato le ultime ventiquattr’ore a esaminarlo, a infilarci dentro roba, a tagliuzzarlo, pesarlo, misurarlo, rimetterlo insieme, ricucirlo, alla ricerca della causa e del momento esatto della morte. Alla ricerca di segni di stupro. Sono sicura che sperano si tratti di stupro. Lo stupro renderebbe tutto più facile da comprendere. Il giornale dice che il corpo sarà affidato all’impresa funebre Keith & Keith, in attesa di ulteriori sviluppi. La popolazione è invitata a presentarsi alle autorità con qualsiasi informazione che possa essere utile, eccetera eccetera. Due cose sono sicure: uno, ormai alla gente non gliene frega più niente di quello che succede agli altri; due, alla gente non gliene frega più niente di niente in assoluto. Basta vedere quello che è successo. Eppure, tra me e Stuart non cambierà niente. Voglio dire, niente cambierà sul serio. Invecchieremo insieme, già si comincia a leggerlo sui nostri visi, nello specchio del bagno, per esempio, quando capita che siamo lì tutti e due. Certo, qualche cosa che ci circonda cambierà un po’, le cose si faranno più facili o più difficili, dipende, ma niente cambierà veramente, in fondo. Sono convinta. Ormai le nostre decisioni le abbiamo prese, le nostre vite si sono messe in moto, e andranno avanti così per sempre, finché non si fermeranno. Ma se le cose stanno veramente così? Cioè, se uno crede che sia così, però se lo tiene dentro, mettiamo, finché un giorno capita qualcosa che dovrebbe cambiare le cose, e invece uno vede che dopo tutto non 192


cambia niente? E intanto, la gente intorno a te continua a chiacchierare e a comportarsi come se tu fossi la stessa persona che eri ieri, stanotte, cinque minuti fa, e invece stai veramente attraversando una crisi profonda, ti senti il cuore a pezzi... Il passato è confuso: è come se su quei primi anni fosse calata una patina opaca. Non sono neanche sicura se le cose che mi ricordo mi sono successe davvero. C’era una volta una ragazza che aveva un padre e una madre - il padre aveva un piccolo caffè dove la madre lavorava come cassiera e cameriera - la ragazza attraversò come in sogno le elementari e le medie e, un paio di anni dopo, un istituto per segretarie d’azienda. Dopo, molto tempo dopo - ma cosa è successo nel frattempo? - lei è in un’altra città e lavora come centralinista in una fabbrica di componenti elettronici dove incontra un ingegnere che le chiede un appuntamento. Alla fine, visto che è quello che lui ha in mente, lei si lascia sedurre da lui. Aveva avuto un’intuizione quella volta, una rivelazione a proposito di questa seduzione che poi, in seguito, per quanto si sforzi, non riesce più a ricordare. Dopo un po’ di tempo, decidono di sposarsi, ma a quel punto il passato, il suo passato, comincia a sfuggirle. Il futuro è qualcosa che non riesce a immaginare. Quando pensa al futuro, sorride come se sapesse un segreto. Una volta, durante una lite particolarmente violenta, a proposito di che, non ricorda, cinque o sei anni dopo che s’erano sposati, lui le aveva detto che un giorno o l’altro questa storia (proprio così aveva detto: «questa storia») sarebbe andata a finire male. Questo se lo ricorda bene. Lei archivia da qualche parte questa frase e comincia a ripetersela ad alta voce, ogni tanto. Certe volte passa un’intera mattinata in ginocchio a giocare con Dean e uno o due dei suoi amichetti sul mucchio di sabbia dietro al garage. Ma ogni pomeriggio alle quattro in punto le viene il mal di testa. Si mette le mani sulla fronte e il dolore le dà le vertigini. Stuart le chiede di rivolgersi a un dottore e lei ci va, godendo in segreto della sollecita attenzione che il medico le presta. Per un po’ se ne va in un posto che le ha raccomandato il dottore. La madre di Stuart si trasferisce di corsa dall’Ohio per badare al bambino. E invece lei, Claire, rovina tutto e torna a casa dopo poche settimane. La suocera lascia la casa ma va ad abitare in un appartamento dall’altra parte della città, dove si apposta, in attesa. Una notte, a letto, quando stanno entrambi sul punto di addormentarsi, Claire racconta al marito di aver sentito delle 193


pazienti, giù alla clinica, che discutevano di sesso orale. Forse è una cosa che a lui fa piacere sentire, pensa lei. E infatti Stuart è contento di starla ad ascoltare. Le carezza un braccio. Vedrai, le cose si aggiusteranno, le dice. D’ora in poi parecchie cose cambieranno e andranno meglio tra di loro. Lui ha ricevuto una promozione e un notevole aumento di stipendio. Si sono anche comprati un’altra macchina, una familiare, la macchina per lei. D’ora in poi torneranno a vivere nella realtà. Dice che è la prima volta, dopo tanti anni, che lui riesce di nuovo a rilassarsi. Nell’oscurità, lui continua a carezzarle il braccio... Però lui non smette di giocare regolarmente a carte e a bowling. Va sempre a pescare coi suoi tre amici. Quella sera succedono tre cose: Dean racconta che i suoi amici a scuola gli hanno detto che suo padre ha trovato un cadavere nel fiume. Vuole saperne di più. Stuart glielo spiega, in fretta, tralasciando i particolari, dicendo solo che sì, è vero, lui e altri tre uomini hanno trovato un cadavere nel fiume, mentre stavano pescando. «Che genere di cadavere?», chiede Dean. «Era una ragazza?» «Sì, era una ragazza. Una donna. Abbiamo chiamato lo sceriffo». Stuart mi lancia un’occhiata. «E lui che ha detto?», chiede Dean. «Ha detto che ci avrebbe pensato lui». «Com’era? Metteva paura?» «Ora basta parlare», dico io. «Pulisci il piatto, Dean, e poi hai il permesso di andare». «Ma com’era il cadavere?», insiste. «Lo voglio sapere». «Hai sentito cosa ti ho detto, no?», dico io. «Mi hai sentito, Dean, sì o no?» Ho voglia di scuoterlo. Ho voglia di scuoterlo fino a farlo piangere. «Fai quello che ti ha detto la mamma», gli dice Stuart con calma. «Era solo un cadavere, tutto lì». Sto sparecchiando quando Stuart mi arriva alle spalle e mi tocca un braccio. Ha le dita che scottano. Faccio un salto, quasi mi scappa un piatto di mano. «Si può sapere che hai?», mi chiede, lasciandomi subito. «Claire, che c’è?» «Mi hai spaventata», rispondo. 194


«Appunto, dico: dovrei poterti toccare senza che tu debba saltare mezzo metro». Mi sta di fronte, fa un sorrisetto, cerca di attirare la mia attenzione, poi mi mette un braccio attorno alla vita. Con l’altra mano prende la mia mano libera e se la porta sulla patta dei calzoni. «Per favore, Stuart!» Tiro via la mano di scatto, lui fa un passo indietro e schiocca le dita. «All’inferno, allora!», grida. «Fai come ti pare. Però ricordati...» «Ricordati cosa?», dico in fretta. Lo guardo e trattengo il respiro. Lui alza le spalle. «Niente, niente», mi fa. La seconda cosa succede mentre guardiamo la televisione, un po’ più tardi, lui sdraiato nella poltrona di pelle, io seduta sul divano con una coperta sulle ginocchia e una rivista, la casa silenziosa tranne che per la televisione. Una voce interrompe un attimo il programma per dire che la ragazza assassinata è stata identificata. Nel telegiornale delle undici daranno tutti i particolari. Ci guardiamo. Dopo qualche minuto, lui si alza e dice che va a prepararsi il bicchierino della buonanotte. Ne voglio uno anch’io? «No», gli rispondo. «Mica mi dispiace bere da solo», dice. «Te l’ho chiesto così, per gentilezza». Capisco che in qualche modo è offeso, e distolgo lo sguardo: un po’ mi vergogno, ma mi arrabbio pure, allo stesso tempo. Rimane in cucina per un po’, ma quando inizia il telegiornale torna in soggiorno col suo bicchiere. Prima l’annunciatore ripete la storia dei quattro pescatori che hanno scoperto il cadavere. Poi fanno vedere una foto-ricordo della ragazza, una brunetta dal viso tondo e le labbra piene e sorridenti, scattata il giorno del diploma. Quindi mettono in onda un filmato in cui si vedono i genitori della ragazza che entrano nell’impresa di pompe funebri per procedere all’identificazione. Attoniti, sgomenti, si trascinano lentamente dal marciapiedi ai gradini dell’ingresso, dove un uomo vestito di scuro li attende, tenendo aperta la porta. Poi, sembra che siano passati solo pochi secondi, come se appena entrati avessero fatto subito dietrofront per uscire, si vede la stessa coppia che esce dall’edificio: la donna è in lacrime, si copre il volto con un fazzoletto, l’uomo si ferma un attimo per dire a un cronista: «Sì, è lei, è Susan. Non vi posso dire niente per ora. 195


Spero solo che prendano quello o quelli che hanno fatto questa cosa prima che accada di nuovo. Questa violenza...» Fa un gesto stanco verso l’obbiettivo. Poi, marito e moglie salgono su una vecchia macchina e si allontanano nel traffico del tardo pomeriggio. L’annunciatore aggiunge quindi che la ragazza, Susan Miller, aveva finito il turno nel cinema di Summit, una città centoventi miglia a nord dalla nostra città, dove lavorava come cassiera. Una macchina nuova, di colore verde, era stata vista fermarsi davanti al cinema e la ragazza, che secondo alcuni testimoni sembrava aspettare qualcuno, si era avvicinata e vi era salita, portando gli inquirenti a sospettare che il guidatore fosse un suo amico o, perlomeno, una persona a lei nota. Gli inquirenti vorrebbero sentire l’autista della macchina verde. Stuart si schiarisce la gola, quindi si appoggia allo schienale della poltrona e sorseggia il suo liquore. La terza cosa che succede è che dopo il telegiornale Stuart si stira, sbadiglia e mi guarda. Io mi alzo e comincio a prepararmi il letto sul divano. «E adesso che fai?», mi chiede, perplesso. «Non ho sonno», dico io, evitando di guardarlo negli occhi. «Penso che starò sveglia un altro po’ a leggere, finché non mi prende sonno». Lui mi fissa mentre stendo il lenzuolo sul divano. Quando faccio per entrare in camera a prendere un cuscino, si mette sulla porta per non farmi passare. «Te lo chiedo ancora una volta», mi fa. «Dove diavolo credi di arrivare comportandoti così?» «Ho bisogno di stare sola, stanotte», dico. «Ho bisogno di un po’ di tempo per pensare». Lui sospira. «Credo che tu stia facendo un grosso sbaglio. Credo che faresti meglio a ripensare bene a quello che stai facendo. Hai capito, Claire?» Non so che rispondergli. Non so quello che voglio dire. Mi volto e vado a rincalzare gli orli della coperta. Lui mi fissa ancora un attimo, poi lo vedo alzare le spalle. «Fa’ come ti pare, allora. Non me ne frega un cazzo di quello che fai», dice. Poi si volta e s’incammina giù per il corridoio, grattandosi la nuca.

Con tanta di quell’acqua a due passi da casa (continuazione)

196


Stamattina leggo sul giornale che i funerali di Susan Miller si terranno alla Cappella dei Pini, a Summit, domani pomeriggio. E pure che la polizia ha raccolto tre testimonianze di persone che l’hanno vista salire sulla Chevrolet verde. Ma non sono riusciti a sapere la targa della macchina. Comunque il cerchio si stringe e le indagini continuano. Rimango seduta per un bel po’ a pensare, con il giornale in mano, poi telefono alla parrucchiera per fissare un appuntamento. Siedo sotto il casco con una rivista sulle gambe mentre Millie mi fa le unghie. «Domani vado a un funerale», le dico a un certo punto, dopo che abbiamo parlato per un pezzo di una ragazza che ora non lavora più lì. Millie alza un attimo lo sguardo su di me, poi di nuovo torna alle mie dita. «Mi dispiace proprio, signora Kane. Condoglianze». «È il funerale di una ragazza molto giovane», aggiungo. «Non c’è niente di peggio. Mi è morta una sorella, da ragazza, e ancora non riesco a farmene una ragione. Chi è che è morto?», chiede un attimo dopo. «Una ragazza. Non è che la conoscessi molto bene, però, sai, è sempre...» «Peccato. Mi dispiace proprio. Ma non si preoccupi, le faremo fare un figurone. Che gliene pare?» «Va... benissimo. Millie, hai mai desiderato di essere qualcun’altra, oppure di non essere nessuno, niente, di non esistere per niente?» Mi guarda. «No, non posso dire di essermi mai sentita come dice lei. No, e poi se fossi un’altra persona, ho paura che non mi piacerebbe essere quella persona lì». Tiene le mie dita tra le sue e per un po’ sembra riflettere su qualcosa. «Non saprei, veramente non saprei... Mi dia l’altra mano adesso, per favore, signora Kane». La sera, alle undici, mi preparo di nuovo il letto sul divano e questa volta Stuart si limita a guardarmi, si passa la lingua sui denti, poi si avvia verso la camera da letto. La notte mi sveglio e resto in ascolto del vento che sbatte il cancelletto contro la staccionata. Voglio cercare di riaddormentarmi e per molto tempo rimango lì sdraiata con gli occhi chiusi. Alla fine mi alzo e mi avvio per il corridoio con il cuscino sottobraccio. In camera nostra la luce è accesa e Stuart dorme supino, respira pesantemente, con la bocca aperta. Entro in camera di Dean e mi infilo nel suo letto. Nel sonno, lui si sposta per farmi posto. Dopo un attimo lo abbraccio, premendo il viso contro i suoi capelli. «Mamma, che c’è?», borbotta. 197


«Niente, tesoro. Dormi pure. Non è successo niente, va tutto bene». Mi alzo quando sento suonare la sveglia di Stuart, metto su il caffè e preparo la colazione mentre lui si fa la barba. Si affaccia alla porta della cucina, con un asciugamano sulle spalle nude, per valutare la situazione. «Ecco il caffè», dico io. «Le uova sono pronte in un attimo». Lui annuisce. Sveglio Dean e facciamo colazione tutti e tre insieme. Un paio di volte Stuart mi guarda come se volesse dire qualcosa, ma ogni volta chiedo a Dean se vuole ancora latte, un’altra fetta biscottata, eccetera. «Ti chiamo più tardi», mi fa Stuart quando apre la porta per uscire. «Non credo che sarò a casa, più tardi», dico alla svelta. «Oggi ho un sacco di cose da fare. Anzi, forse non torno in tempo per cena». «Va bene, va bene». Si passa la ventiquattrore da una mano all’altra. «Allora magari stasera andiamo a cena fuori, eh? Che ne dici?» Continua a fissarmi. Lui se l’è già scordata, la ragazza. «Tutto bene?» Faccio per raddrizzargli la cravatta, ma mi fermo a mezz’aria. Lui vorrebbe salutarmi con un bacio. Faccio un passo indietro. «Buona giornata, allora», dice infine. Si volta e si avvia per il vialetto verso la macchina. Mi vesto con cura. Provo un cappellino che non ho più messo da anni e mi guardo allo specchio. Poi me lo tolgo e mi trucco un po’, una cosa leggera, quindi lascio un biglietto per Dean. Tesoro, la mamma ha delle cose da sbrigare oggi pomeriggio e perciò tornerà a casa un po’ più tardi. Tu resta in casa o gioca nel giardino didietro fino a che uno di noi due non torna. Con affetto. Fisso la parola «affetto» e poi la sottolineo. Mentre scrivo il biglietto mi rendo conto di non sapere se didietro si scrive tutto attaccato oppure no. Non ci ho mai pensato prima. Rifletto un po’ e poi separo le due parole con una sbarra. Mi fermo a fare il pieno e chiedo informazioni su come arrivare a Summit. Barry, il meccanico quarantenne con i baffi, esce dal gabinetto e si appoggia sul cofano davanti, mentre l’altro, Lewis, infila la pompa nel serbatoio e comincia lentamente a pulire il parabrezza. 198


«Summit», dice Barry, guardandomi e lisciandosi i baffi, prima uno e poi l’altro, con un dito. «Non c’è una strada migliore per arrivare a Summit, signora Kane. È una bella tirata di due ore, due ore e mezza. Sono tutte montagne. È una bella tirata per una donna. Summit, poi... che c’è a Summit, signora Kane?» «Devo sbrigare una faccenda», dico io, vagamente a disagio. Intanto Lewis è andato a servire un altro cliente. «Ah. Be’, se non avessi tanto da fare qui» - col pollice indica la pompa - «le proporrei di accompagnarla io a Summit, andata e ritorno. La strada non è granché buona. Cioè, è buona, insomma, solo che ci sono un sacco di curve e di tornanti». «Me la caverò. Grazie lo stesso». Si appoggia ancora di più al cofano. Mentre apro la borsetta, sento su di me il suo sguardo. Barry prende la carta di credito. «Non la faccia di notte», mi fa. «Come le ho detto, non è un granché, come strada. E anche se ci potrei scommettere che con questa macchina non dovrebbe avere problemi, la conosco bene questa macchina, non si sa mai, può sempre bucare o roba del genere. Tanto per stare più sicuri, è meglio che dia una controllatina a queste gomme». Con la punta del piede dà un calcetto al pneumatico anteriore sinistro. «Si avvicini alla pompa dell’aria. Ci vuole un attimo». «No, no. Veramente non ho tempo. Devo andare. Le gomme mi sembra che stiano bene». «Ma ci vuole solo un attimo», insiste. «Tanto per stare più sicuri...» «No! Ho detto no. Mi sembra che stiano bene. Devo proprio andare, Barry...» «Signora Kane?» «Devo proprio andare». Mi fa firmare qualcosa. Poi mi dà la ricevuta, la carta di credito e dei tagliandi. Metto tutto alla rinfusa dentro la borsetta. «Non corra, mi raccomando», mi fa. «Ci vediamo». Mentre aspetto per reimmettermi nel traffico, mi volto e lo vedo che mi guarda. Chiudo gli occhi, poi li riapro. Mi fa un gesto di saluto con la mano. Al primo semaforo volto, poi volto di nuovo e vado avanti finché arrivo alla statale e leggo il cartello: Summit 117 miglia. Sono le dieci e mezzo e fa caldo.

199


La statale costeggia la periferia della città, poi attraversa una zona agricola, campi di avena, di barbabietole, filari di meli, e qua e là pascoli con piccole mandrie di bestiame che brucano l’erba. Poi il paesaggio cambia, le fattorie diventano sempre più rare, sono più baracche che case vere e proprie, e mucchi di legname si sostituiscono ai campi e ai frutteti. All’improvviso sono in mezzo alle montagne e sulla destra, in fondo alla valle, si intravede a tratti il Naches. Dopo un po’ noto un furgoncino verde che mi segue già da diverse miglia. Comincio a rallentare dove non dovrei, nella speranza che mi sorpassi, e poi ad accelerare sempre dove non dovrei. Stringo il volante finché mi fanno male le dita. Poi in un pezzo di strada dritta finalmente fa per sorpassarmi, ma invece si mette a camminarmi a fianco, per un po’, è un uomo sui trent’anni, con i capelli a spazzola e una camicia da lavoro azzurra. Ci scambiamo un’occhiata. Poi mi fa un cenno con la mano, suona il clacson un paio di volte e accelera. Io rallento e cerco un posto dove fermarmi, una strada sterrata laterale. Mi accosto e spengo il motore. Da qualche parte, giù oltre gli alberi, sento scorrere il fiume. Davanti a me la strada si perde nel bosco. Poi sento il motore del furgoncino che ritorna. Riaccendo la macchina, ma lui si è già fermato dietro di me. Metto la sicura alle porte e tiro su i finestrini. Il viso e le braccia mi s’imperlano di sudore mentre ingrano la marcia, ma non ho dove andare. «Si sente bene?», l’uomo mi chiede, avvicinandosi a piedi alla macchina. «Oh. Oh, signora?» Bussa con le nocche al vetro. «Si sente bene?» Si appoggia con le braccia alla porta e avvicina la faccia al finestrino. Lo fisso ma non riesco a trovare le parole. «Dopo che l’ho sorpassata, ho rallentato un po’», dice. «Ma quando non l’ho più vista nello specchietto, mi sono fermato ad aspettarla un attimo. Quando non l’ho vista arrivare mi sono detto che era meglio tornare indietro a controllare. Va tutto bene? Come mai se ne sta chiusa lì dentro?» Scuoto la testa. «Coraggio, tiri giù il finestrino. Ohé, è sicura di stare bene? Sa, non è mica prudente per una donna andarsene a zonzo da sola per la campagna». Scuote la testa, si volta a guardare la strada, poi torna a guardare me. «Suvvia, tiri giù il finestrino, che ne dice? Non possiamo mica parlare così». «Per favore, devo andare». 200


«Apra la portiera, d’accordo?», dice, come se non mi ascoltasse. «O almeno, tiri giù il finestrino. Finirà per soffocare lì dentro». Mi guarda il petto e le gambe. La gonna mi è salita oltre le ginocchia. Il suo sguardo indugia sulle mie gambe, ma rimango seduta immobile, ho paura di fare un gesto. «Voglio soffocare», dico. «Sto soffocando, non lo vede?» «Ma che cavolo?», dice e fa un passo indietro. Si volta e si incammina alla volta del furgoncino. Poi, dallo specchietto, l’osservo tornare indietro e chiudo gli occhi. «Non è che per caso vuole che le venga dietro fino a Summit o qualcosa del genere? A me non costa niente. Stamattina ho un po’ di tempo libero», dice. Scuoto di nuovo la testa. Lui esita un attimo, poi alza le spalle. «E vabbè, faccia un po’ come le pare», dice. «Si arrangi». Aspetto finché non è arrivato alla statale, poi faccio marcia indietro. Lui cambia marcia e si allontana lentamente, mi guarda dallo specchietto. Io mi fermo sul margine della strada e appoggio la testa al volante.

La bara è sigillata e ricoperta di fiori. L’organo comincia a suonare poco dopo che mi sono seduta in fondo alla cappella. La gente entra e si cerca un posto a sedere. Ci sono un po’ di vecchi e gente di mezz’età, ma la maggior parte sono ragazzi sulla ventina o anche più giovani. È gente che sembra a disagio in giacca e cravatta, ma anche coi completi sportivi, i vestiti scuri, i guanti di pelle. Un ragazzo coi pantaloni scampanati e una camicia gialla a maniche corte si siede accanto a me e comincia a mordicchiarsi le labbra. Si apre una porta laterale e alzo lo sguardo, per un attimo il parcheggio mi ricorda un grande prato. Poi però il sole si riflette su un parabrezza. La famiglia fa il suo ingresso tutta insieme e si siede in una zona laterale, dietro una tenda. Si sentono le sedie cigolare mentre prendono posto. Dopo qualche minuto si alza un tipo biondo e magro, vestito di scuro, e ci invita a pregare a capo chino. Recita una breve preghiera per noi, i vivi, e appena finisce ci esorta a pregare in silenzio per l’anima della defunta, Susan Miller. Chiudo gli occhi e rivedo la foto che ho visto sul giornale e in televisione. Mi pare di vederla che esce dal cinema e sale nella Chevrolet verde. Poi immagino il suo viaggio giù per il fiume, il corpo nudo che urta contro gli 201


scogli, si impiglia nei rami, fluttua e volteggia, i capelli che si sciolgono nella corrente. Poi le mani e i capelli si attaccano ai rami sporgenti finché arrivano quattro uomini e la guardano. Vedo un uomo ubriaco (è Stuart?) che la prende per i polsi. C’è qualcuno qui che sa di questa cosa? Che succede se qualcuno qui viene a saperlo? Guardo i volti che mi stanno intorno. Ci deve essere un legame tra queste cose, questi eventi, questi volti, se solo potessi trovarlo. Mi sforzo di cercare questo legame finché la testa non mi scoppia. L’uomo parla delle doti di Susan Miller: la bellezza, l’allegria, la grazia, l’entusiasmo. Dietro la tenda tirata qualcuno si schiarisce la gola, qualcun altro singhiozza. L’organo ricomincia a suonare. La funzione è finita. In fila con gli altri passo lentamente accanto alla bara. Poi esco sui gradini davanti alla cappella nel sole caldo e brillante del pomeriggio. Una signora di mezz’età, che scende zoppicando le scale davanti a me, quando raggiunge il marciapiedi si guarda attorno e il suo sguardo cade su di me. «Be’, almeno l’hanno preso», dice. «Non so se la cosa ci può consolare. L’hanno arrestato stamattina. L’ho sentito alla radio prima di venire qui. Un ragazzo di queste parti. Un capellone, ci avrei scommesso». Ci spostiamo di qualche passo lungo il marciapiedi rovente. Le macchine si mettono in moto. Allungo una mano e mi sorreggo a un parchimetro. Il sole si riflette sui cofani lucenti e sui paraurti. Mi gira la testa. «Ha ammesso di aver avuto rapporti con lei quella sera, ma dice che non l’ha ammazzata». Poi sbotta: «Gli concederanno subito la libertà vigilata e lo rimetteranno in circolazione». «Può darsi che non abbia agito da solo», dico io. «Devono fare altre indagini. Può darsi che stia cercando di coprire qualcuno, un fratello, o degli amici». «Conoscevo quella ragazza da quando era alta così», continua la donna; le tremano le labbra. «Veniva sempre a trovarmi, le preparavo i biscotti e lei se li mangiava davanti alla televisione». Guarda lontano e comincia a scuotere la testa mentre grosse lacrime le rotolano giù per le guance.

202


Stuart siede a tavola con un bicchiere davanti a sé. Ha gli occhi arrossati e per un attimo penso che abbia pianto. Mi guarda e non dice niente. Per un terribile momento temo che sia successo qualcosa a Dean e il cuore mi fa un salto. «Dov’è?», esclamo. «Dov’è Dean?» «Sta fuori», dice Stuart. «Oh, Stuart, ho paura, ho paura», dico, appoggiandomi alla porta. «Ma di cosa hai paura, Claire? Dimmelo, tesoro, forse ti posso aiutare. Vorrei tanto aiutarti, cara; mettimi alla prova. Se no, a che servono i mariti?» «Non riesco a spiegarlo», dico. «Ho paura e basta. È come se, come se, come se...» Finisce di bere e si alza, senza togliermi gli occhi di dosso. «Lo so io di cos’è che hai bisogno, tesoro. Fammi giocare un po’ al dottore, eh? Adesso rilassati e lascia fare a me». Allunga una mano e mi cinge la vita, mentre con l’altra comincia a sbottonarmi la giacca e poi la camicetta. «Cominciamo dall’inizio», dice, sforzandosi di essere spiritoso. «Ti prego, non è il momento», dico. «Ti prego, non è il momento», mi fa il verso lui. «Ti prego un accidenti». Quindi mi scivola alle spalle e mi blocca alla vita con un braccio. L’altra mano s’insinua sotto il reggiseno. «Piantala, piantala, piantala!», grido. Poi gli pesto i piedi. E allora mi sento sollevare e poi cadere. Rimango seduta sul pavimento e lo guardo, col collo che mi duole e la gonna sopra le ginocchia. Si abbassa un po’ e mi sibila: «E allora vai all’inferno, hai capito, stronza? Che ti possa cascare la fica, prima che te la tocchi un’altra volta!» Gli esce come un singhiozzo e mi rendo conto che neanche lui ci può fare niente, è una cosa più forte di lui. Mentre lo vedo andarsene in soggiorno, sento come un impulso di pietà nei suoi confronti. Ieri sera non ha dormito a casa. Stamattina sono arrivati dei fiori, gerbere rosse e gialle. Stavo bevendo il caffè quando è suonato il campanello. «La signora Kane?», chiede il fattorino, porgendomi il mazzo di fiori. Annuisco e mi stringo la vestaglia attorno al collo.

203


«Il signore che li ha ordinati ha detto che lei avrebbe capito». Il ragazzo guarda la vestaglia, aperta alla gola, e si tocca il berretto. Sta piantato sulla soglia, le gambe leggermente divaricate. «Buona giornata», dice. Dopo un po’ squilla il telefono. È Stuart che dice: «Come ti senti, tesoro? Torno a casa presto, ti amo. Hai capito? Ti amo, mi dispiace, cercherò di farmi perdonare. Ora devo scappare, ciao». Metto i fiori in un vaso al centro del tavolo in sala da pranzo, poi sposto tutte le mie cose nella camera degli ospiti. Ieri sera, verso mezzanotte, Stuart ha forzato la serratura della mia camera. Lo ha fatto solo per dimostrarmi che ne è capace, credo, perché quando la porta si è aperta è rimasto lì, in mutande, con un’espressione un po’ stupida e sorpresa, mentre la rabbia gli sbolliva a vista d’occhio, e non ha fatto nient’altro. Poi, lentamente, ha richiuso la porta e l’ho sentito in cucina mentre cercava di staccare i cubetti di ghiaccio dalla vaschetta. Sono ancora a letto stamattina quando mi telefona per dirmi che ha chiesto a sua madre di venire a stare con noi qualche giorno. Io aspetto un attimo, rifletto su questa cosa, poi riattacco il telefono mentre lui sta ancora parlando. Ma dopo un po’ lo richiamo al lavoro. Quando finalmente risponde, gli dico: «Non importa, Stuart. Davvero, ti dico che non importa, fai come credi». «Ti amo», dice lui. Poi aggiunge qualcos’altro e io lo sto a sentire, annuendo lentamente. Mi viene come un colpo di sonno. Poi mi riscuoto e dico: «Cristo santo, Stuart, era solo una bambina».

204


La calma

Ero andato a tagliarmi i capelli. Ero sulla poltrona del barbiere e c’erano tre uomini seduti lungo l’altra parete. Due di loro non li avevo mai visti prima, ma l’altro lo conoscevo, anche se non riuscivo a collocarlo di preciso. Mentre il barbiere lavorava sui miei capelli, non smettevo di guardarlo. Il tizio, massiccio, con capelli corti e ondulati, aveva uno stecchino in bocca e continuava a rigirarselo da una parte all’altra. A un certo punto me lo ricordai in divisa e berretto, con gli occhietti vigili nel salone di una banca. Degli altri due, uno era un bel po’ più anziano, con una gran testa di riccioli grigi, e fumava. Il terzo, per quanto non molto anziano, era quasi completamente calvo in cima, anche se ai lati aveva capelli talmente lunghi che gli ricoprivano le orecchie. Indossava scarponi da taglialegna e pantaloni talmente unti di lubrificante da essere lucidi. Il barbiere mi mise una mano in testa e mi fece voltare per esaminarla meglio. Poi disse, rivolto alla guardia: «L’hai poi beccato il tuo cervo, Charles?» Questo barbiere mi stava simpatico. Non ci conoscevamo ancora abbastanza bene da chiamarci per nome. Ma quando venivo a farmi i capelli, mi riconosceva. Sapeva per esempio che mi piaceva andare a pesca. E così ci mettevamo a parlare di pesca. Secondo me, non era un cacciatore. Però era capace di parlare di qualsiasi argomento. Da questo punto di vista, era un ottimo barbiere. «Be’, ti dirò, Bill, è una storia strana. Da non crederci», rispose la guardia. Si tolse lo stecchino dalla bocca e lo appoggiò sul posacenere. Scosse la testa. «Insomma, l’ho beccato e non l’ho beccato. Perciò mi tocca risponderti sì e no». La voce del tizio non mi piaceva. Non era la voce adatta a una guardia. Non era la voce che ci si sarebbe aspettati. Gli altri due alzarono la testa. L’uomo più anziano stava sfogliando una rivista e fumava, l’altro stava leggendo il giornale. Misero giù quello che avevano in mano e si voltarono per ascoltare la guardia. «Be’, allora dai, Charles», disse il barbiere. «Raccontacela». Mi spostò ancora la testa e si rimise al lavoro con le forbici.

205


«Eravamo su a Fickle Ridge, il mio vecchio, io e il ragazzo. Stavamo battendo quei torrenti. Il mio vecchio era appostato a monte di uno, io e il ragazzo c’eravamo piazzati su quell’altro. Il ragazzo soffriva dei postumi di una sbronza, gli venisse un accidenti. Era ridotto da far pietà e non faceva altro che bere acqua, la sua e la mia. Eravamo usciti all’alba e ormai s’era fatto pomeriggio. Ma non avevamo ancora perso ogni speranza. Avevamo calcolato che i cacciatori più a valle prima o poi avrebbero spinto un cervo verso di noi. Perciò c’eravamo appostati dietro un tronco e tenevamo d’occhio il greto del torrente quando sentimmo degli spari giù nella valle». «Laggiù ci sono dei frutteti», disse il tizio con il giornale. Pareva non riuscisse a star fermo, sempre lì ad accavallare le gambe, a far dondolare uno scarpone, per poi riaccavallare le gambe al contrario. «I cervi bazzicano attorno a quei frutteti». «Proprio così», disse la guardia. «Quei bastardi la notte entrano nei frutteti e si mangiano le melette ancora verdi. Be’, insomma, sentiamo gli spari e ce ne stavamo lì senza far niente quando questo vecchio cervo maschio sbuca fuori dal sottobosco a neanche una trentina di metri da noi. Naturalmente il ragazzo lo vede nello stesso momento in cui lo vedo io, si butta pancia a terra e si mette a sparare, il deficiente. Quel cervo non correva nessun pericolo. Perlomeno non da parte del ragazzo, come s’è poi dimostrato. Però non capiva da che parte arrivavano gli spari e perciò non sapeva da che parte saltare. E così, ne approfitto io per tirargli una botta. Ma con tutto quel casino, riesco solo a tramortirlo». «A tramortirlo?», chiese il barbiere. «Proprio così, a tramortirlo», ripeté la guardia. «L’ho beccato in pancia. Sono colpi che li tramortiscono e basta. Insomma, abbassa il capo e comincia a tremare. Trema tutto. Intanto il ragazzo continua a sparare all’impazzata. A me pareva d’esser tornato ai tempi della Corea. Gli ho tirato un’altra botta, ma l’ho mancato. Allora il vecchio signor Cervo se ne torna nel sottobosco. Ma ormai non ha più un grammo di forza, perdio. Il ragazzo ha svuotato tutto il caricatore senza combinare niente, accidenti a lui. Ma io l’ho beccato. Gliene ho ficcata una dritta nella pancia. Ecco che cosa voglio dire quando dico che l’ho tramortito».

206


«E poi, che è successo?», chiede il tizio del giornale, che intanto l’ha arrotolato tutto e se lo tamburella sul ginocchio. «Che avete fatto? L’avete inseguito, naturalmente. Quelli vanno sempre a cercarsi un posto difficile per morire». «Ma insomma l’avete inseguito?», chiese il tizio più anziano, anche se non era proprio una domanda. «Certo. Io e il ragazzo abbiamo cominciato a inseguirlo. Ma il ragazzo non era di nessun aiuto. Anzi, gli viene continuamente da vomitare per strada e così rallenta l’inseguimento. Quel testa di cavolo». Ripensando a quella situazione, ora alla guardia viene da ridere. «Tutta la notte a correre dietro le sottane e a bere birra e poi dice che va a caccia di cervi. Perdio, ora ha capito che non è così che funziona. Comunque, certo che l’abbiamo inseguito. E lasciava pure una buona traccia. Sangue per terra e sangue sulle foglie. Sangue dappertutto. Mai visto un cervo con tanto sangue. Non so come ha fatto ad andare avanti, poveraccio». «Certe volte vanno avanti all’infinito», disse il tizio del giornale. «Quelli vanno sempre a cercarsi un posto difficile per morire». «Ho fatto un bel cicchetto al ragazzo per aver mancato il bersaglio e quando mi ha risposto tutto offeso, gli ho pure mollato un bel ceffone. Proprio qui». La guardia indicò il proprio orecchio e sorrise. «Sì, gli ho dato uno scappellotto, a quel cretino. Non è ancora troppo grande. E poi se lo meritava. Insomma, per farla breve, tra una cosa e l’altra, col ragazzo che ogni tanto si fermava per vomitare, s’è fatto troppo scuro per seguire le tracce». «Be’, ormai se lo saranno fatto fuori i coyote, quel cervo», disse il tizio con il giornale. «Loro, i corvi e gli avvoltoi». Srotolò il giornale, lo riallisciò tutto e lo mise da parte. Accavallò di nuovo le gambe. Si girò a guardare ciascuno di noi e scosse la testa. L’uomo più anziano si voltò sulla sedia e si mise a guardare fuori dalla vetrina. Si accese una sigaretta. «Immagino di sì», disse la guardia. «Ed è un gran peccato. Era un gran bel figlio di puttana. E così, per rispondere alla tua domanda, Bill, il mio cervo l’ho beccato e non l’ho beccato. Però cacciagione in tavola ce l’abbiamo lo stesso. Perché poi abbiamo scoperto che nel frattempo il vecchio aveva steso un cerbiatto. L’aveva già riportato al campo base, appeso e sviscerato, tutto bello pulito, con il fegato, il cuore e i rognoni belli e incartati nella carta oleata e già 207


sistemati nel frigo portatile. Un cerbiatto. Un bastardino piccolo piccolo. Però il vecchio ne andava fierissimo». La guardia si guardò in giro nel salone, immerso nei ricordi. Poi riprese lo stecchino dal posacenere e se lo infilò di nuovo in bocca. L’uomo anziano spense la cicca e si voltò verso la guardia. Fece uno sbuffo e disse: «Dovresti essere lassù a cercare quel cervo invece che venire qui a farti i capelli». «Non ti permetto di parlarmi così», rispose la guardia. «Vecchio rincoglionito. Ti ho già visto da qualche parte». «Anch’io ti ho già visto», disse il vecchio. «Basta così, ragazzi. Siete nel mio salone», disse il barbiere. «Te lo dovrei dare io a te, uno scappellotto», disse il vecchio. «Ci devi solo provare!», rispose la guardia. «Charles!», disse il barbiere. Quindi posò forbici e pettine sul ripiano e mi mise le mani sulle spalle, come se temesse che saltassi su dalla poltrona per gettarmi anch’io nella mischia. «Albert, sono anni ormai che faccio i capelli a Charles e anche a suo figlio. Vorrei che la smetteste». Il barbiere guardò prima uno e poi l’altro uomo, sempre tenendomi le mani sulle spalle. «Continuate fuori», disse il tizio del giornale. Si era fatto tutto rosso, come se sperasse di assistere a una bella rissa. «Basta così», disse il barbiere. «Charles, non voglio più sentire una parola su questo argomento. Albert, appresso tocca a te. Bene». Poi si girò verso il tizio con il giornale. «Quanto a lei, signore, non so chi lei sia, ma le sarei grato se non gettasse olio sul fuoco».

La guardia si alzò. Disse: «Mi sa che tornerò più tardi a farmi i capelli. In questo momento la compagnia lascia un po’ a desiderare». Uscì, sbattendosi la porta alle spalle. Il vecchio rimase seduto a fumare. Guardò fuori dalla vetrina. Si mise a osservare qualcosa sul dorso della mano. Quindi si alzò e si rimise il cappello in testa. 208


«Scusa, Bill», disse il vecchio. «Ma posso aspettare ancora qualche giorno». «Non c’è problema, Albert», rispose il barbiere. Appena il vecchio uscì, il barbiere si spostò verso la vetrina per osservarlo allontanarsi. «Albert sta per morire d’enfisema», disse dalla vetrina. «Una volta andavamo a pesca insieme. Mi ha insegnato vita morte e miracoli dei salmoni. Le donne. Gli stavano tutte addosso, a quello lì. Adesso, però, perde facilmente la pazienza. Ma, se devo essere onesto, aveva ragione». Il tizio del giornale non riusciva a stare fermo. Si era alzato e girava per il salone, fermandosi a guardare ogni cosa, la cappelliera, le foto di Bill e dei suoi amici, il calendario della ferramenta con tutte le varie scene, mese per mese. Le ha sfogliate tutte, una per una. S’è messo perfino a scrutare la licenza d’esercizio di Bill, incorniciata su una parete. Poi a un tratto si è voltato e ha detto: «Me ne vado anch’io», e difatti se n’è andato subito. «Be’, allora li finiamo di sistemare questi capelli o no?», mi chiese il barbiere come se fossi io la causa di tutto.

Bill mi girò con tutta la poltrona per mettermi di fronte allo specchio. Mi prese la faccia tra le mani. Mi mise la testa in posizione per l’ultima volta e poi avvicinò la sua alla mia. Entrambi fissavamo lo specchio, con le sue mani che ancora m’incorniciavano la testa. Io guardavo la mia immagine riflessa e anche lui. Ma se vi lesse qualcosa, non fece alcun commento. Mi passò le dita tra i capelli. Lentamente, come se stesse pensando a qualcos’altro. Mi passò le dita tra i capelli. Con tenerezza, come avrebbe fatto un amante. Tutto questo è successo a Crescent City, in California, vicino al confine con l’Oregon. Poco tempo dopo mi trasferii altrove. Ma oggi mi è tornato in mente quel posto, a Crescent City, e di come stavo cercando di rifarmi una vita lì con mia moglie e di come, proprio su quella poltrona di barbiere, quella mattina, avessi deciso di andarmene. Oggi stavo ripensando alla calma che m’aveva invaso quando avevo chiuso gli occhi e avevo lasciato che le dita del barbiere mi 209


passassero tra i capelli; al tocco dolce di quelle dita, ai capelli che giĂ stavano ricominciando a ricrescere.

210


Vitamine

Io un lavoro ce l’avevo e Patti no. Lavoravo poche ore di notte in ospedale. Un lavoro da niente. Facevo qualcosa, firmavo il cartellino per otto ore e poi me ne andavo a bere con le infermiere. Dopo un po’ anche Patti ha voluto mettersi a lavorare. Diceva che aveva bisogno di un lavoro per la propria dignità. E così si mise a vendere multivitaminici porta a porta. Per un po’ non fu altro che una delle tante ragazze che vagano su e giù per gli isolati di quartieri strani, bussando a tutte le porte. Ma poi ha capito come funzionavano le cose. Era svelta e a scuola era stata tra le migliori. Personalità non le mancava. Perciò dopo un po’ la ditta la passò di grado. Alcune delle ragazze che non se la cavavano troppo bene furono messe a lavorare sotto di lei. Non molto tempo dopo, lei s’era già fatta una squadra per conto suo e le avevano persino dato un ufficetto giù al centro commerciale. Ma le ragazze che lavoravano per lei cambiavano di continuo. Qualcuna si licenziava dopo pochi giorni - alcune addirittura dopo poche ore, a volte. Ma c’erano anche quelle che ci sapevano fare. Erano brave a vendere vitamine. Erano quelle che rimanevano con Patti e formavano il nucleo della sua squadra. Ce n’erano altre, invece, che le vitamine non sapevano neanche regalarle. Quelle che non ce la facevano si licenziavano. Non si presentavano più al lavoro e tanti saluti. Se avevano il telefono, lo lasciavano staccato. Non rispondevano alla porta. Patti ci rimaneva male quando ne perdeva qualcuna, neanche fossero nuove adepte che avessero smarrito la retta via. Se la prendeva con se stessa. Ma poi le passava. Ce n’erano troppe per prendersela troppo a cuore. Ogni tanto capitava che una ragazza si facesse prendere dal panico e non riuscisse nemmeno a suonare il campanello. O magari arrivava alla porta, però le succedeva qualcosa alla voce. Oppure appena salutava diceva cose che avrebbe dovuto dire solo dopo che era entrata in casa. Se le capitava una di queste cose, la ragazza decideva di lasciar perdere, prendeva la borsa del campionario e se ne tornava in macchina ad aspettare che Patti e le altre ragazze avessero finito.

211


Allora facevano una riunione e se ne tornavano in ufficio tutte insieme. Si dicevano cose per incoraggiarsi a vicenda. «Quando il gioco comincia a farsi duro, i duri cominciano a giocare». Oppure, «Fa’ la cosa giusta e la cosa giusta si farà da sola». Insomma, cose del genere. Qualche volta una ragazza spariva sul lavoro, col campionario e tutto. Magari si faceva dare un passaggio in città e se la squagliava. Ma c’erano sempre altre ragazze pronte a prendere il suo posto. A quei tempi, c’era un grande andirivieni di ragazze. Patti aveva un elenco. Ogni tot settimane metteva un’inserzione su «The Pennysaver». E arrivavano altre ragazze da addestrare. Ce n’era una scorta inesauribile, di ragazze. Il nucleo centrale era composto da Patti, Donna e Sheila. Patti era un bel pezzo di ragazza. Le altre due solo carine. Una sera questa Sheila disse a Patti che le voleva più bene di qualsiasi altra persona al mondo. Patti mi disse che queste erano state le sue testuali parole. Patti l’aveva riaccompagnata a casa e se ne stavano sedute in macchina davanti a casa di Sheila. Patti le disse che anche lei le voleva bene, che voleva bene a tutte le ragazze. Ma non l’intendeva nel modo in cui l’intendeva Sheila. A quel punto Sheila le mise una mano sul seno. Patti mi raccontò che aveva preso la mano di Sheila e l’aveva stretta. Mi disse di averle spiegato che però non pendeva da quella parte. Disse che Sheila non aveva battuto ciglio, si era limitata ad annuire, le aveva stretto la mano e poi gliel’aveva baciata ed era scesa dalla macchina.

Questo era successo verso Natale. In quel periodo, gli affari con le vitamine non è che andassero tanto bene e perciò pensammo che magari potevamo fare una festa per tirare un po’ su il morale a tutti. All’epoca sembrò un’ottima idea. Sheila fu la prima a ubriacarsi di brutto fino a perdere i sensi. Svenne così, su due piedi, cadde per terra lunga e non si svegliò per ore. Un momento era lì in piedi in mezzo al soggiorno, poi le si chiusero gli occhi, le si piegarono le ginocchia e crollò a terra con il bicchiere ancora in mano. La mano con il bicchiere andò a sbattere contro il tavolinetto. A parte quello non fece neanche rumore. Il liquore si versò tutto sul tappeto. Tra me, Patti e qualcun’altra la trascinammo nella veranda sul retro e la 212


sistemammo su una brandina, poi facemmo del nostro meglio per togliercela dalla mente. Finirono per ubriacarsi tutte e se ne andarono a casa. Patti se ne andò a letto. Io volevo continuare e così mi sono seduto al tavolo con un bicchiere finché fuori ha cominciato a farsi giorno. A quel punto Sheila è rientrata dalla veranda e ha cominciato a rompere. Diceva che aveva un mal di testa così forte che sembrava che qualcuno le stesse infilando un fil di ferro nel cervello. Diceva che il mal di testa era talmente forte che temeva l’avrebbe lasciata per sempre con gli occhi storti. E poi era sicura d’essersi fratturata il mignolo cadendo. Me lo fece vedere. In effetti era viola. Si incazzò con noi perché l’avevamo lasciata dormire tutta la notte con le lenti a contatto. Voleva sapere se era possibile che a nessuno gliene fregasse mai un cazzo. Si portò il dito vicino agli occhi e lo esaminò attentamente. Scosse la testa. Poi lo tenne il più lontano possibile e se lo guardò un altro po’. Era come se non riuscisse a credere le cose che le dovevano essere successe quella notte. Aveva la faccia gonfia e i capelli tutti scarmigliati. Mise il dito sotto il getto di acqua fredda. «Oddio, Dio», ripeteva, e s’era messa a piangere sopra al lavello. Ma aveva allungato le mani su Patti, una specie di dichiarazione d’amore, e perciò non è che provassi molta simpatia per lei. Stavo bevendo scotch e latte con una scheggia di ghiaccio dentro. Sheila era appoggiata al piano del lavello. Mi scrutava da quelle piccole fessure che aveva per occhi. Mandai giù un sorso dal mio bicchiere. Non dissi una parola. Lei ricominciò a dire quanto si sentiva male. Disse che aveva bisogno di vedere un dottore. Disse che sarebbe andata a svegliare Patti. Disse che si licenziava, abbandonava lo stato, se ne andava a Portland. Che però prima voleva salutare Patti. Non la smetteva più. Voleva che Patti l’accompagnasse in macchina al pronto soccorso per controllare il dito e gli occhi. «Ti ci accompagno io», le dissi. Non è che ne morissi dalla voglia, veramente, ma l’avrei fatto. «No, voglio che mi ci porti Patti», disse Sheila. Si teneva il polso della mano ferita con quella buona, con il dito che le si era gonfiato e sembrava una torcia elettrica da tasca. «Oltretutto, dobbiamo parlare. Devo dirle che me ne vado a Portland. Devo dirle addio». 213


Dissi: «Mi sa che glielo dovrò dire io al posto tuo. Ora sta dormendo». Sheila diventò una vipera: «Ma noi siamo amiche», disse. «Devo parlarci io. Devo dirglielo di persona». Scossi la testa. «Te l’ho appena detto: dorme». «Ma noi siamo amiche e ci vogliamo bene», disse Sheila. «Devo assolutamente salutarla». Fece per uscire dalla cucina. Io cominciai ad alzarmi. Le dissi: «Ti ho detto che ti ci accompagno io». «Ma se sei sbronzo! E poi non sei neanche andato a letto». Si guardò di nuovo il dito gonfio e disse: «Cazzo, perché capitano tutte a me?» «Non sono abbastanza sbronzo da non poterti accompagnare al pronto soccorso», le dissi. «In macchina con te non ci salgo!», urlò Sheila. «Fa’ come ti pare. Ma tu Patti non la svegli. Brutta stronza di una lesbica», le dissi. «Bastardo!», rispose lei. Disse proprio così, poi uscì dalla cucina e poi uscì di casa, senza neanche andare in bagno e senza nemmeno lavarsi la faccia. Mi alzai e la guardai dalla finestra. S’era avviata giù per la strada, verso la Euclid. Non girava un’anima. Era troppo presto. Scolai il mio bicchiere e pensai di prepararmene un altro. Me lo preparai. Nessuno ha più visto Sheila dopo quella volta. Perlomeno nessuno di noi che avevamo a che fare con le vitamine. S’avviò per Euclid Avenue e uscì dalle nostre vite. Più tardi Patti mi ha chiesto: «Che fine ha fatto Sheila?», e io le ho detto: «Se n’è andata a Portland».

M’ero preso una mezza cotta per Donna, l’altra ragazza del nucleo centrale. La sera della festa avevamo ballato insieme un paio di dischi di Duke Ellington. L’avevo tenuta abbastanza stretta, sentito l’odore dei suoi capelli, le avevo messo una mano quasi in fondo alla schiena mentre la trascinavo sopra il tappeto. Ballare con lei è stato fantastico. Ero l’unico uomo della festa e c’erano sette

214


ragazze, sei delle quali ballavano tra loro. Era uno spettacolo solo a guardarsi intorno in quel soggiorno. Ero in cucina quando Donna è arrivata con il bicchiere vuoto. Restammo un po’ soli. Riuscii ad abbracciarmela un po’. Lei rispose al mio abbraccio. Rimanemmo lì in piedi abbracciati. Poi lei ha detto: «No, non adesso». Appena ho sentito quel «non adesso», l’ho lasciata andare. Ho pensato che fosse come avere i soldi in banca. Me ne stavo seduto al tavolo a ripensare a quell’abbraccio quando era entrata Sheila con il suo dito. Rimasi un altro po’ a pensare a Donna. Scolai il bicchiere. Staccai il telefono e me ne andai in camera da letto. Mi spogliai e mi misi a letto accanto a Patti. Rimasi lì steso per un po’ a rilassarmi. Poi cominciai a darci dentro. Ma lei neanche si svegliò. Dopo, chiusi gli occhi. Quando li riaprii era ormai pomeriggio. Ero a letto da solo. La pioggia sbatteva contro la finestra. Sul cuscino di Patti c’era una ciambella con la glassa e sul comodino un bicchiere d’acqua. Ero ancora sbronzo e non riuscivo a raccapezzarmi. Sapevo solo che era domenica e il Natale s’avvicinava. Mi mangiai la ciambella e scolai il bicchier d’acqua. Mi rimisi a dormire finché non sentii Patti che passava l’aspirapolvere. Entrò in camera da letto e mi chiese di Sheila. È stato allora che gliel’ho detto, che le ho detto che era andata a Portland.

Più o meno una settimana dopo Capodanno, Patti e io ci stavamo facendo un goccetto insieme. Lei era appena tornata dal lavoro. Non è che fosse tanto tardi, ma fuori era scuro e pioveva. Io dovevo andare a lavorare un paio d’ore dopo. Ma prima ci stavamo facendo un goccetto di scotch e una chiacchierata. Patti era stanca. Era pure un bel po’ depressa ed era già al suo terzo bicchierino. Nessuno comprava più vitamine. Le erano rimaste solo Donna e Pam, una ragazza seminuova che oltretutto era pure cleptomane. Stavamo parlando di cose come l’influenza negativa del maltempo e quante multe per sosta vietata ci si poteva permettere di non pagare. Poi ci siamo messi a dire che forse ci sarebbe andata meglio se ci fossimo trasferiti in Arizona o in un posto del genere. Ho preparato altri due drink. Ho guardato fuori dalla finestra. 215


L’Arizona non era affatto una cattiva idea. Patti disse: «Vitamine». Prese il bicchiere e fece girare il ghiaccio. «Ma ci pensi, cazzo?», disse. «Cioè, quando ero piccola questa è l’ultima cosa che mi sarei immaginata di mettermi a fare. Gesù, e chi ci pensava che da grande sarei finita a vendere vitamine? Vitamine porta a porta. Roba da non crederci. È una cosa che mi fa veramente uscire di testa». «Neanch’io ci avrei mai pensato, tesoro», dissi io. «Proprio così», disse lei. «L’hai detta in poche parole così com’è». «Tesoro». «Macché tesoro e tesoro», disse lei. «Qua la cosa si fa dura, fratello. Come la metti la metti: questa vita non è per niente facile». Sembrò rifletterci su per un po’. Scosse la testa. Quindi mandò giù un sorso di scotch. Disse: «Me le sogno pure di notte le vitamine. Non mi danno pace. Non ce n’è più di pace! Almeno tu, quando esci dal lavoro, ti lasci tutto alle spalle. Scommetto che non hai mai sognato il tuo lavoro, neanche una volta. Scommetto che non hai mai sognato di passare la cera sui pavimenti o qualsiasi altra cosa fai laggiù. Quando esci da quel cazzo di posto, non è che vieni a casa e te lo sogni, vero?», urlò. Dissi: «Mica me lo ricordo quello che sogno. Magari neanche sogno. Quando mi sveglio non mi ricordo niente». Alzai le spalle. Non sono mai stato dietro a quello che mi succede dentro la testa quando dormo. Non me ne frega niente. «Ma certo che sogni!», disse Patti. «Anche se non te lo ricordi. Tutti sognano. Se non si sogna, si esce pazzi. L’ho letto da qualche parte. È una specie di sfogo. La gente sogna quando dorme. Altrimenti va fuori di testa. Ma quando sogno io, sogno vitamine. Capisci quello che voglio dire?» Aveva puntato gli occhi su di me e non li spostava. «Sì e no», le risposi. Non era mica una domanda facile. «Sogno di esaltare i benefici delle vitamine», disse. «Le vendo giorno e notte, le vitamine. Gesù, che vita!», disse. 216


Si finì il bicchiere. «E Pam come va?», chiesi. «Continua a rubacchiare?» Volevo cambiare argomento. Ma non è che ci fosse altro che mi venisse in mente. Patti disse: «Merda!» e scosse di nuovo la testa, come se io non avessi capito niente. Restammo in ascolto della pioggia. «Nessuno vende più vitamine», disse Patti. Riprese il bicchiere. Ma ormai era vuoto. «Nessuno se le compra più, le vitamine. È mezz’ora che te lo sto dicendo. Non m’hai sentito?» Mi alzai a preparare altri drink. «Neanche Donna combina niente?», chiesi. Lessi l’etichetta della bottiglia e restai in attesa. Patti disse: «È riuscita a piazzarne un po’ due giorni fa. Tutto lì. L’unica cosa che siamo riuscite a combinare in una settimana tra tutte quante. Non mi sorprenderei certo se si licenziasse anche lei. Non gliene farei certo una colpa». Poi aggiunse: «Al suo posto, lo farei anch’io. Ma se se ne va anche lei, che succede? Mi tocca ricominciare da capo a dodici, ecco che succede. Ripartire da zero. Siamo nel cuore dell’inverno, in tutto lo stato c’è gente a letto con l’influenza, c’è gente che crepa, ma nessuno ritiene di avere bisogno di vitamine. Anch’io sto male da morire». «Che hai, tesoro?» Misi i bicchieri sul tavolo e mi risedetti. Lei continuò come se non avessi detto niente. Forse non avevo detto niente. «Ormai sono la mia unica cliente», disse. «Mi sa che prendere tutte quelle vitamine mi sta rovinando la pelle. Ti pare normale la mia pelle? Secondo te, si rischia l’overdose anche con le vitamine? Sono arrivata al punto che non vado neanche più di corpo come la gente normale». «Tesoro», le dissi. Patti continuò: «A te non te ne frega niente se prendo tutte quelle vitamine. Ecco cos’è. A te non te ne frega niente di niente. Oggi pomeriggio mi si è pure rotto il tergicristallo sotto la pioggia. A momenti faccio un incidente. C’è mancato tanto così». Continuammo a bere e a parlare per un po’ finché per me arrivò l’ora di andare a lavorare. Patti disse che si sarebbe messa a mollo nella vasca da bagno, se non s’addormentava prima. «Casco dal sonno», disse. Poi aggiunse: «Vitamine. Ormai mi sono rimaste solo quelle». 217


Diede un’occhiata in giro per la cucina. Guardò il bicchiere, di nuovo vuoto. Era brilla. Però si fece baciare. Me ne andai al lavoro.

C’era un locale dove me ne andavo dopo il lavoro. L’avevo cominciato a frequentare per via della musica e poi perché lì potevo bere anche fino a tardi. Era un posto chiamato Off-Broadway. Un locale per neri in un quartiere di neri. Era gestito da un nero che si chiamava Khaki. La gente andava lì man mano che gli altri locali smettevano di servire da bere. Ordinavano la specialità della casa RC Cola corretta al whisky - oppure portavano la propria bottiglia nascondendola sotto la giacca, ordinavano una RC Cola e se la facevano da soli. Arrivava qualche musicista e cominciava a improvvisare e i beoni che volevano continuare a bere venivano lì per bere e per ascoltare un po’ di musica. Certe volte qualcuno si metteva a ballare. Ma per lo più si limitavano a restare seduti a bere e ad ascoltare la musica. Ogni tanto qualche nero rompeva una bottiglia in testa a qualche altro nero. Una volta era girata la voce che un tizio aveva seguito un altro tizio al bagno degli uomini e gli aveva tagliato la gola mentre l’altro teneva le mani giù per pisciare. Ma io non avevo mai visto succedere nessun casino. Perlomeno, niente che Khaki non riuscisse a tenere sotto controllo. Khaki era un nero enorme con una gran testa pelata che mandava strani riflessi sotto le luci fluorescenti. Indossava camicie hawaiane che portava fuori dai pantaloni. Secondo me, portava qualcosa infilato sotto la cinta. Per lo meno uno sfollagente. Se qualcuno provava a uscire dalle righe, Khaki andava subito al tavolo dove la cosa stava cominciando. Piazzava le sue manone sulle spalle del tizio, diceva due parole e tutto finiva lì. Erano ormai mesi che ogni tanto bazzicavo in quel locale. Mi faceva piacere che si rivolgesse a me con frasi tipo: «Come ti butta stanotte, amico?» Oppure: «Ehi, amico, è un pezzo che non ti si vede». L’Off-Broadway era il posto dove ho portato Donna quando siamo usciti insieme. L’unica volta che siamo usciti insieme.

218


Ero uscito dall’ospedale subito dopo mezzanotte. Il cielo s’era rasserenato e si vedevano le stelle. Ero ancora sotto l’effetto euforico dello scotch bevuto con Patti. Però stavo già pensando di fare un salto da Birney’s per un altro bicchierino prima di tornare a casa. La macchina di Donna era parcheggiata accanto alla mia e Donna mi aspettava dentro. Mi tornò in mente quell’abbraccio che ci eravamo scambiati in cucina. «Non adesso», aveva detto. Tirò giù il finestrino e buttò fuori la cenere dalla sigaretta. «Non riuscivo a prendere sonno», disse. «Ho un po’ di pensieri per la testa e non riuscivo a prendere sonno». Dissi: «Donna. Ehi, mi fa molto piacere rivederti, Donna». «Non so più cosa mi succede», disse. «Vuoi andare da qualche parte per un bicchierino?», dissi io. «Patti è una mia amica», disse lei. «È anche amica mia», dissi. Poi dissi: «Andiamo». «Tanto perché tu lo sappia», disse lei. «Conosco un localino. Un posto frequentato da neri», dissi. «C’è musica dal vivo. Possiamo bere qualcosa e ascoltare un po’ di musica». «Mi ci porti tu?», chiese Donna. Le dissi: «Fatti più in là». Neanche eravamo partiti che attaccò anche lei con le vitamine. Le vitamine erano allo sfascio. Le vitamine erano in picchiata. Il mercato delle vitamine era crollato, eccetera. Donna disse: «Detesto fare questa cosa a Patti. Lei è la mia migliore amica e cerca sempre di darci una mano. Ma mi sa proprio che dovrò andarmene. Oh, resti tra noi. Giura! Ma anch’io devo mangiare. Ho l’affitto da pagare. Ho bisogno di un cappotto e delle scarpe nuove. Con le vitamine non ce la faccio proprio. Mi sa tanto che le vitamine non offrono più le possibilità di una volta. A Patti ancora non gliel’ho detto. Come ti dicevo, ci sto ancora solo pensando». Mi mise una mano vicino alla gamba. Allungai la mia e le strinsi le dita. Lei ricambiò la stretta. Poi tolse la mano e spinse l’accendisigari. Appena si fu accesa la sigaretta, rimise la mano lì. «Quello che mi dispiace più di tutto è deludere Patti. Capisci cosa voglio dire? Eravamo una bella squadra». Mi allungò la sua sigaretta. 219


«Lo so che non è la tua marca», disse, «ma provala, dai». Mi fermai nel parcheggio davanti all’Off-Broadway. Tre neri se ne stavano appoggiati a una vecchia Chrysler con il parabrezza spaccato. Se ne stavano lì senza far niente, si passavano una bottiglia avvolta in un sacchetto di carta. Ci guardarono incuriositi. Scesi e girai attorno alla macchina per aprire la portiera di Donna. Controllai le sicure, la presi sottobraccio e attraversammo la strada. I neri continuarono a guardarci. Le dissi: «Non è che stai pensando di trasferirti a Portland anche tu, eh?» Eravamo già sul marciapiedi. Le misi un braccio attorno alla vita. «Non ne so niente di Portland. Portland non m’è mai passata neanche per l’anticamera del cervello». La prima sala dell’Off-Broadway sembrava un bar tavola calda come tanti. Qualche nero se ne stava seduto al bancone, mentre altri erano occupati a mangiare dai piatti apparecchiati sui tavoli coperti da un’incerata rossa. Attraversammo la sala da pranzo e andammo diritti nella grande sala posteriore. Lungo una parete c’era un bancone e tanti séparé e, in fondo, una pedana su cui i musicisti potevano sistemarsi con i loro strumenti. Davanti c’era una specie di pista da ballo. I bar e i night in città erano ancora aperti e perciò non c’era ancora molta gente. Aiutai Donna a togliersi il cappotto. Scegliemmo un séparé e posammo i nostri pacchetti di sigarette sul tavolo. Hannah, la cameriera nera, venne a prendere le ordinazioni. Ci scambiammo un cenno di saluto. Poi lei squadrò Donna. Le ordinai due specialità RC e decisi di rilassarmi e divertirmi. Appena

arrivò

da

bere,

pagai,

assaggiammo

un

sorso

ciascuno

e

cominciammo subito ad abbracciarci. Andammo avanti così per un po’, palpandoci e stringendoci a vicenda e sbaciucchiandoci tutta la faccia. Ogni tanto Donna si fermava e si tirava indietro, mi spingeva lontano e mi teneva stretti i polsi. Mi guardava in fondo agli occhi. Poi le si abbassavano lentamente le palpebre e riprendevamo a baciarci. Dopo un po’ il locale cominciò ad affollarsi. Smettemmo di baciarci. Ma le tenni comunque un braccio sopra le spalle. Lei appoggiava le dita sulla mia gamba. Un paio di sassofonisti neri e un batterista bianco cominciarono a suonicchiare qualcosa. Pensavo che magari Donna e io potevamo berci un’altra cosa e

220


ascoltare quel numero. Poi ce ne saremmo andati a concludere la serata a casa sua. Ne avevo appena ordinati un altro paio da Hannah, quando questo nero di nome Benny venne al nostro tavolo insieme a un altro tizio, anche lui nero - un tizio grande e grosso e tutto in tiro. Il tizio grande e grosso aveva occhi piccoli e arrossati e indossava un completo gessato. Aveva una camicia rosa, la cravatta, un soprabito e il cappello - insomma, non gli mancava niente. «Come sta il mio uomo?», disse Benny. Mi tese la mano per una stretta alla fratello nero. Benny e io c’eravamo scambiati qualche parola. Sapeva che mi piaceva la musica e ogni volta che eravamo tutti e due nel locale veniva a parlare con me. Gli piaceva parlare di Johnny Hodges, di come aveva suonato il sax nel complesso di Johnny. Diceva cose del tipo: «Quella volta che io e Johnny abbiamo fatto una serata a Mason City». «Ciao, Benny», dissi io. «Voglio presentarti Nelson», disse Benny. «È tornato dal Vietnam proprio oggi. Stamattina. È venuto ad ascoltare un po’ di sound come si deve. S’è pure messo gli scarpini da ballo per l’occasione». Benny lanciò un’occhiata a Nelson e annuì. «Questo qui è Nelson». Io stavo guardando gli scarpini lucidi di Nelson e poi alzai lo sguardo per guardarlo in faccia. Sembrava che volesse ricordarsi di dove m’aveva già incontrato. Mi stava studiando. Poi mise in moto un gran sorriso ondeggiante che gli scoprì tutti i denti. «Lei è Donna», dissi. «Donna, ti presento Benny, e Nelson. Nelson, Donna». «Ciao, pupa», disse Nelson e Donna rispose subito: «Ciao, Nelson. Ciao, Benny». «Che ne dite se c’infiliamo qui e ci uniamo a voi, ragazzi?», disse Benny. «Va bene?» «Come no», dissi io. Però mi scocciava un po’ che non avessero trovato da sedere da qualche altra parte. «Non possiamo fermarci a lungo», dissi. «Giusto il tempo di finire questo drink e poi via».

221


«Lo so, amico, lo so», disse Benny, sedendosi davanti a me dopo aver fatto passare Nelson all’interno del séparé. «Ci sono cose da fare, posti dove andare. Sissignore, Benny lo sa benissimo», aggiunse, ammiccando. Nelson intanto guardava Donna, dall’altra parte del tavolo del séparé. Quindi si tolse il cappello. Sembrava cercare qualcosa sulla tesa, perché continuava a rigirarselo in quelle sue manone. Poi fece spazio sul tavolo e ci appoggiò il cappello. Alzò gli occhi su Donna. Le lanciò un sorriso e raddrizzò le spalle. Ogni tanto doveva raddrizzarle. Sembrava che fosse stufo di portarsele dietro. «Scommetto che siete buoni amici», Nelson disse a Donna. «Sì, siamo buoni amici», disse Donna. Arrivò Hannah. Benny ordinò le RC. Hannah se ne andò e Nelson sfilò una bottiglia di mezzo litro di whisky dalla tasca interna del soprabito. «Buoni amici», ripeté Nelson. «Amici per la pelle». Svitò il tappo della bottiglia. «Fa’ attenzione, Nelson», disse Benny. «Non la sventolare troppo, la bottiglia. Nelson è appena sceso dall’aereo che l’ha riportato dal Vietnam». Nelson alzò la bottiglia e mandò giù un sorso di whisky. Poi riavvitò il tappo, poggiò la bottiglia di piatto sul tavolo e la ricoprì con il cappello. «Amici per la pelle», ripeté. Benny mi guardò e roteò gli occhi. Però era già brillo pure lui. «Mi tocca rimettermi un po’ in forma», disse. Si scolò tutte e due le RC e poi, tenendo i bicchieri sotto il tavolo, li riempì di whisky. Quindi si fece scivolare la bottiglia nella tasca della giacca. «Ragazzi, è un mese che non accosto le labbra a un’ancia. Bisogna che mi do un po’ da fare». Eravamo ammassati nel séparé, coi bicchieri davanti e il cappello di Nelson sul tavolo. «Ehi, tu», Nelson si rivolse a me. «Tu stai con un’altra donna, vero? Questa bellissima ragazza non è mica tua moglie. Lo so. Però tu e lei siete buoni amici. Ho ragione o no?» Sorseggiai un po’ dal mio bicchiere. Non sentivo il sapore del whisky. Non sentivo il sapore di un bel niente. Dissi: «Di’ un po’, sono vere tutte quelle stronzate sul Vietnam che si vedono in televisione?» Nelson mi teneva quei suoi occhietti arrossati puntati addosso. Disse: «Cioè, ma tu lo sai dove sta tua moglie in questo momento? 222


Scommetto che è uscita con qualche tizio e gli sta strizzando per bene i capezzoli e tirandogli l’uccello mentre tu te ne stai seduto qui tutto tronfio con la tua buona amica. Scommetto che anche lei s’è procurata un buon amichetto». «Nelson», lo richiamò Benny. «Nelson un cavolo», rispose Nelson. Benny disse: «Nelson, lascia in pace questa gente. Guarda, c’è qualcuno in quel séparé. Qualcuno di cui t’ho già parlato. Sapete, Nelson è sceso dall’aereo solo stamattina». «Scommetto che lo so a cosa stai pensando», continuò Nelson. «Scommetto che stai pensando: “Eccomi qua alle prese con questo negraccio grande e grosso e sbronzo e adesso che faccio? Magari mi tocca prenderlo a calci in culo”. È questo che stai pensando?» Mi diedi un’occhiata in giro. Vidi Khaki in piedi dalle parti della pedana, con i musicisti che suonavano alle sue spalle. Qualche coppia era scesa in pista a ballare. Mi sembrò che Khaki guardasse dritto dalla mia parte - ma anche se era così, ben presto distolse lo sguardo. «Ehi, non tocca a te parlare, adesso?», disse Nelson. «Ti stavo solo stuzzicando un po’. Non ho più stuzzicato nessuno da quando sono venuto via dal Vietnam. Lì i musi gialli li ho stuzzicati un bel po’». Sorrise di nuovo, facendo ondeggiare di nuovo le grosse labbra. Poi di colpo smise di sorridere e si limitò a fissarmi. «Fagli un po’ vedere quell’orecchio», disse Benny. Posò il bicchiere sul tavolo. «Nelson ha staccato un orecchio a uno di quei piccoli bastardi», aggiunse Benny. «Se lo porta dietro. Faglielo un po’ vedere, Nelson». Nelson non si mosse. Poi cominciò a tastarsi le tasche del soprabito. Cominciò a togliere degli oggetti da una delle tasche. Un mazzo di chiavi e una scatoletta di pastiglie per la tosse. Donna disse: «Non voglio vedere un orecchio. Che schifo. Gesù, che schifo schifoso». Mi lanciò un’occhiata. «Adesso dobbiamo andare», dissi. Nelson si stava ancora tastando le tasche. Dalla tasca interna della giacca tirò fuori un portafogli e lo mise sul tavolo. Poi cominciò a carezzarlo. «Qui dentro ci sono cinque bigliettoni. Sta’ a sentire», disse, rivolto a Donna. «Te ne do due. Mi segui? Ti do due bigliettoni e poi tu mi fai un bel pompino alla francese. Proprio 223


come la sua donna sta facendo adesso a qualche altro tizio grande e grosso. Mi senti? Sai benissimo che in questo momento lei ci ha in bocca la mazza di qualcuno mentre lui se ne sta qui con le mani sotto la tua gonna. Quel che giusto è giusto. Ecco». Tirò fuori gli angoli dei biglietti da cento dollari dal portafogli. «Che diamine, ecco un altro centone per il tuo buon amico. Così non si sente tagliato fuori. Non è che deve fare niente, però. Tu non devi fare niente», disse, rivolgendosi a me. «Te ne stai qui buono buono, bevi la tua roba e ascolti la musica. È bella, la musica. Io e questa donna usciamo un attimo da buoni amici. E poi lei torna da sola. Non ci metterà molto a tornare da sola». «Nelson», disse Benny, «non sta mica bene dire certe cose, Nelson». Nelson sorrise. «Non dico più niente», disse. Alla fine aveva trovato quello per cui si stava tastando le tasche. Era un portasigarette d’argento. Lo aprì. Guardai l’orecchio che c’era dentro. Era adagiato su uno strato di ovatta. Sembrava un fungo secco. Ma era un orecchio vero ed era attaccato a una catenella portachiavi. «Gesù!», esclamò Donna. «Che schifo!» «Non è forte?», chiese Nelson, guardando Donna. «Neanche per sogno. Vaffanculo», disse Donna. «Ehi, ragazza», disse Nelson. «Nelson», cominciai a dire io. Allora Nelson fissò i suoi occhi arrossati su di me. Spinse da una parte il cappello, il portafogli e il portasigarette. «Che cosa vuoi, tu?», disse Nelson. «Te lo do io quello che vuoi».

Khaki mi appoggiò una mano sulla spalla, mentre l’altra la mise sulla spalla di Benny. Si chinò sul tavolo con la pelata che scintillava sotto le luci. «Come butta, gente? Vi state divertendo voialtri?» «Tutto a posto, Khaki», disse Benny. «Più che a posto. Questa gente se ne stava per andare. Io e Nelson ce ne restiamo qui un altro po’ ad ascoltare la musica». «Meno male», disse Khaki. «Il mio motto è: che la gente si diverta». Si guardò intorno nel séparé. Vide il portafogli di Nelson sul tavolo e il portasigarette aperto che gli stava accanto. Vide l’orecchio. «È vero quell’orecchio lì?», chiese. 224


Benny rispose: «Certo. Faglielo un po’ vedere, l’orecchio, Nelson. Nelson è appena sceso dall’aereo dal Vietnam con quest’orecchio. Quest’orecchio ha fatto mezzo giro del mondo per finire su questo tavolo stasera. Su, Nelson, faglielo vedere». Nelson prese il portasigarette e lo porse a Khaki. Khaki esaminò l’orecchio. Prese la catenella e si fece dondolare l’orecchio davanti agli occhi. Lo guardò per benino. Lo fece dondolare avanti e indietro con la catenella. «Ne ho già sentito parlare di orecchi, cazzetti rinsecchiti e altra roba del genere». «L’ho staccato io stesso a uno di quei musi gialli», disse Nelson. «Tanto non gli serviva più per sentirci. E poi io volevo portarmi dietro un ricordino». Khaki fece roteare l’orecchio con tutta la catenella. Donna e io cominciammo a uscire dal séparé. «Non andartene, ragazza», disse Nelson. «Nelson», disse Benny. Ora Khaki stava osservando Nelson. Io ero in piedi accanto al séparé con il cappotto di Donna. Mi tremavano le gambe. Nelson cominciò ad alzare la voce: «Se te ne vai con questo mammalucco, se gli lasci mettere il grugno in mezzo alle tue cosine belle, dovrete fare tutti e due i conti con me». Cominciammo ad allontanarci dal séparé. La gente ci guardava. «Nelson è appena sceso dall’aereo dal Vietnam stamattina», sentii Benny spiegare. «È tutto il giorno che beviamo, io e lui. È stata la giornata più lunga che mi ricordi. Ma io e lui ce la caviamo alla grande, tranquillo, Khaki». Nelson gridò qualcosa sopra la musica. Gridò: «Tanto non funzionerà! Qualsiasi cosa facciate, non vi servirà a un cazzo!», lo sentii gridare, e poi non lo sentii più. La musica si fermò un attimo, poi riprese. Non ci voltammo neanche. Continuammo a camminare. Uscimmo fuori sul marciapiedi.

Le aprii la portiera. Poi ripartii alla volta dell’ospedale. Donna rimase dalla sua parte. Adoperò l’accendisigari per fumarsi una sigaretta, ma non disse una parola. 225


Provai io a dire qualcosa. Dissi: «Senti, Donna, non ti far buttare giù da questa cosa. Mi dispiace che è successa». «È che quei soldi m’avrebbero fatto comodo», disse Donna. «Ecco a cosa stavo pensando». Continuai a guidare senza voltarmi a guardarla. «Sul serio», disse. «Quei soldi m’avrebbero fatto proprio comodo». Scosse la testa. «Non so». Abbassò la testa e si mise a piangere. «Su, non piangere», le dissi. «Non ci vado mica a lavorare domani, oggi, insomma quando sarà che suona la sveglia», disse. «Non mi presento per niente. Lascio la città. Quello che è successo stasera lo vedo come un segno». Spinse ancora l’accendisigari e attese che scattasse. Parcheggiai accanto alla mia macchina e spensi il motore. Guardai nello specchietto, con una mezza idea di vedervi apparire quella vecchia Chrysler che entrava dietro di noi nel parcheggio con Nelson al volante. Tenni per un po’ le mani sul volante e poi me le lasciai cadere in grembo. Non avevo voglia di toccarla. L’abbraccio che ci eravamo scambiati in cucina quella sera, tutti i baci che ci eravamo dati giù all’Off-Broadway, era tutto finito. Le chiesi: «E adesso che farai?» Ma non è che me ne importasse. In quel momento le poteva pure prendere un colpo e rimanerci secca, ma non me ne sarebbe importato più di tanto. «Magari me ne vado a Portland», rispose lei. «Ci deve pur essere qualcosa a Portland. Tutti pensano solo a Portland da un po’ di tempo in qua. Portland è la carta che si pesca, a quanto pare: Portland di qua, Portland di là. Portland è un posto come un altro. Tanto, un posto vale l’altro». «Donna», dissi, «sarà meglio che vada». Cominciai a scendere dalla macchina. Aprii un po’ la portiera e la luce si accese nell’abitacolo. «Per l’amor di Dio, spegni quella luce!» Mi affrettai a scendere. «‘Notte, Donna», dissi. La lasciai che fissava il cruscotto con lo sguardo vuoto. Misi in moto la mia macchina e accesi i fari. Poi innestai la marcia e premetti sull’acceleratore.

226


Mi versai dello scotch, ne buttai giù un po’ e mi portai il bicchiere in bagno. Mi lavai i denti. Poi aprii un cassetto. Patti gridò qualcosa dalla camera da letto. Aprì la porta del bagno. Era ancora vestita. Mi sa che s’era addormentata senza neanche spogliarsi. «Che ore sono?», gridò. «Gesù! Ho dormito troppo! Oh Signore! Non m’hai svegliato, accidenti a te!» Era furiosa. Se ne stava in piedi sulla soglia, vestita di tutto punto. Sembrava si preparasse ad andare al lavoro. Ma non aveva con sé il campionario, non aveva le vitamine. S’era svegliata nel bel mezzo d’un incubo, tutto lì. Si mise a scuotere la testa da una parte all’altra. Non ne potevo più di quella notte. «Tornatene a letto, tesoro. Sto solo cercando una cosa», le dissi. Feci cadere alcune cose dall’armadietto delle medicine. Cose che si misero a rotolare nel lavandino. «Che fine hanno fatto le aspirine?», dissi. Feci cadere altre cose. Non me ne fregava niente. Le cose continuarono a cadere.

227


Attento

Dopo un sacco di discussioni - quelle che Inez, sua moglie, definiva fare il punto della situazione - Lloyd se n’era andato di casa e si era trasferito in un appartamento per conto suo. Aveva due stanze più bagno nell’attico di una casa a tre piani. Le stanze avevano il soffitto molto inclinato. Quando si spostava ogni tanto doveva abbassare la testa. Si doveva chinare per guardare fuori dalla finestra e stare attento ogni volta che si alzava dal letto o ci si metteva. Aveva due chiavi. Una apriva il portone di casa. Poi doveva salire delle scale all’interno della casa e arrivare a un pianerottolo. Da lì c’era un’altra rampa di scale fino alla porta della mansarda e doveva usare l’altra chiave per aprirne la serratura. Una volta che tornava a casa di pomeriggio portandosi dietro una busta con tre bottiglie di spumante André e dell’affettato, si fermò sul pianerottolo a sbirciare nel soggiorno della sua padrona di casa. Vide la vecchia signora sdraiata supina sulla moquette. Pareva addormentata. Ma poi gli venne in mente che poteva anche darsi fosse morta. Però il televisore era acceso e così decise di pensare che si fosse semplicemente addormentata. Non sapeva che pensare. Spostò la busta da una mano all’altra. Fu a quel punto che la donna tossì leggermente, si portò una mano al fianco e poi ridiventò di colpo zitta e immobile. Lloyd continuò a salire le scale e aprì la porta di casa sua. Più tardi, verso sera, affacciandosi dalla finestra della cucina, vide la vecchia in giardino con in testa un cappello di paglia e con la mano premuta sul fianco. Stava bagnando delle viole del pensiero usando un piccolo annaffiatoio. Nel cucinino c’era un blocco unico che conteneva fornello e frigorifero. Questo blocco era un mobile piccolissimo strizzato tra il lavello e la parete. Ogni volta che voleva prendere qualcosa dal frigorifero doveva piegarsi, quasi mettersi in ginocchio. Ma andava bene lo stesso, tanto in frigo teneva solo poche cose - succo di frutta, affettati e spumante. Il fornello aveva due bruciatori. Ogni tanto si riscaldava l’acqua in una casseruola per farsi un caffè istantaneo. Certi giorni, però, il caffè non lo beveva nemmeno. Se ne dimenticava, oppure non gli andava proprio. Una mattina si era svegliato e si era messo subito a mangiare ciambelle sbriciolose e a bere spumante. C’era stato un tempo, anni prima, in cui avrebbe 228


trovato ridicolo questo modo di far colazione. Ora, invece, pareva che non ci fosse niente di strano. Anzi, non ci aveva neanche pensato, finché non s’era messo a letto e aveva cercato di ricordarsi le cose che aveva fatto quel giorno a partire da quando s’era alzato. Da principio non era riuscito a ricordarsi niente che fosse degno di nota. Poi gli era venuto in mente d’aver mangiato quelle ciambelle e d’aver bevuto spumante. Una volta l’avrebbe considerata una cosa un po’ folle, una di quelle da raccontare agli amici. Poi, più ci pensava, più gli pareva che, in fondo, non gliene fregasse niente. Aveva fatto colazione a ciambelle e spumante. E allora? Nel suo appartamento ammobiliato, aveva anche un angolo pranzo, un divanetto, una vecchia poltrona e un televisore poggiato su un tavolinetto basso, da salotto. Non doveva pagare l’elettricità e il televisore non era neanche suo, perciò certe volte lo lasciava acceso tutto il giorno e tutta la notte. Però teneva il volume abbassato, tranne quando vedeva che c’era un programma che gli interessava. Non aveva telefono, cosa che gli stava benissimo. Non lo voleva, il telefono. Nella camera da letto c’era un letto matrimoniale, un comodino, un cassettone e il bagno. L’unica volta che Inez era venuta a trovarlo, erano le undici di mattina. Erano due settimane ormai che stava nel nuovo appartamento e si chiedeva se lei sarebbe passata a fargli visita oppure no. Ma stava anche cercando di fare qualcosa per smettere di bere e perciò era contento di starsene da solo. Quello l’aveva messo subito in chiaro - la cosa di cui aveva bisogno più di tutte era starsene da solo. Il giorno che lei venne, lui se ne stava sdraiato in pigiama sul divano e si dava ogni tanto dei pugni sulla tempia destra. Proprio un attimo prima di assestarsi una botta aveva sentito delle voci provenienti dal pianerottolo. Aveva riconosciuto subito la voce della moglie. Il suono gli arrivava come il brusio di una folla lontana, ma sapeva che si trattava di Inez e in qualche modo si rendeva anche conto che quella era una visita importante. S’era dato un altro bel colpo in testa con il pugno e poi si era alzato. Quella mattina si era svegliato e si era accorto che aveva un tappo di cerume in un orecchio. Non ci sentiva bene e perdipiù gli sembrava di aver perso il senso dell’equilibrio. Era già un’ora che se ne stava sdraiato sul divano, tormentandosi inutilmente l’orecchio e ogni tanto dandosi una tremenda botta in testa con il 229


pugno. Di tanto in tanto si massaggiava la parte cartilaginosa dell’orecchio oppure si tirava il lobo. Poi scavava freneticamente nell’orecchio interno con il mignolo e spalancava la bocca, mimando uno sbadiglio. Aveva provato tutto quello che gli era venuto in mente ed era arrivato quasi alla disperazione. Sentì che il brusio delle voce di sotto era cessato. Si assestò un’ultima botta e scolò il bicchiere di spumante. Spense il televisore e portò il bicchiere nel lavello. Raccolse la bottiglia aperta dal ripiano e la portò in bagno, dove la nascose dietro lo sgabello. Quindi andò ad aprire la porta. «Ciao, Lloyd», disse Inez. Non sorrideva. Rimase sulla soglia con il suo vivace completo primaverile. Non l’aveva mai vista vestita così. Teneva in mano una borsa di tela con su ricamati grossi girasoli. Non aveva mai visto nemmeno quella borsa. «Non credevo mi avessi sentita», disse. «Pensavo che magari eri fuori o qualcosa del genere. Ma la signora di sotto - com’è che si chiama?, la signora Matthews - ha detto che secondo lei eri quassù». «Ti ho sentita», disse Lloyd, «ma appena appena». Si tirò su i calzoni del pigiama e si passò una mano tra i capelli. «In realtà, mi trovi in uno stato pietoso. Entra, dai». «Sono le undici», disse lei. Entrò e si chiuse la porta alle spalle. Si comportava come se non avesse sentito quel che aveva detto lui. Magari non l’aveva sentito davvero. «Lo so bene che ore sono», disse lui. «È un pezzo che mi sono alzato. Dalle otto. Ho anche guardato un pezzo di «Today». Però adesso sto per uscire di testa per questa cosa: mi si è tappato un orecchio. Ti ricordi l’altra volta che mi è successo? Abitavamo in quel posto vicino al ristorante cinese a portar via. Dove i ragazzi hanno trovato quel mastino che si trascinava dietro una catena? Allora dovetti andare dal medico a farmi stappare le orecchie. Te lo devi ricordare per forza. Mi ci portasti tu e facemmo una fila lunghissima. Be’, adesso è come quella volta. Cioè, mi fa altrettanto male. Solo che stamattina non posso neanche andare da un medico. Tanto per cominciare, non ce l’ho neanche un medico, adesso. Guarda, Inez, sto veramente impazzendo. Mi viene voglia di tagliarmi la testa o qualcosa del genere». 230


Si sedette a un capo del divano e lei si sedette all’altro capo. Ma il divano era piccolo e così praticamente erano seduti fianco a fianco. Talmente vicini che gli sarebbe bastato allungare una mano per toccarle il ginocchio. Ma non lo fece. Lei diede un’occhiata in giro per la stanza e infine posò lo sguardo di nuovo su di lui. Lloyd si rendeva conto di non essersi fatto la barba e di avere i capelli spettinati. Ma dopotutto, lei era sua moglie e lo conosceva meglio di chiunque altro. «Che cosa hai provato a fare?», chiese lei. Rovistò nella borsa e tirò fuori una sigaretta. «Cioè, che hai fatto per l’orecchio?» «Che hai detto?» Lloyd si girò per porgerle l’orecchio sinistro. «Ti giuro, Inez. Non sto mica esagerando. Questa cosa mi sta mandando al manicomio. Quando parlo, mi pare di stare dentro un barile. Mi rimbomba la testa. E non ci sento neanche tanto bene. Quando parli tu, pare che la tua voce mi arrivi da dentro a un tubo di piombo». «Hai mica dei cotton-fioc o dell’olio?», chiese Inez. «Tesoro, qua stiamo parlando di una cosa seria», disse lui. «Che c’entrano i cotton-fioc o l’olio? No che non ce li ho. Stai scherzando?» «Se avessimo l’olio, lo potrei riscaldare e mettertene un po’ nell’orecchio. Mia madre faceva così», disse lei. «Magari ti ammorbidisce un po’ il tappo lì dentro». Lui scosse la testa. Se la sentiva piena e come fosse piena di liquidi in movimento. Un po’ come se la sentiva quando nuotava sul fondo della piscina comunale e se ne tornava a galla con le orecchie piene d’acqua. Ma allora era facile scuotere l’acqua fuori dalle orecchie. Non doveva fare altro che riempirsi i polmoni d’aria, chiudere la bocca e tapparsi il naso. Poi gonfiava le guance e spingeva l’aria verso la testa. Si sentiva uno schiocco nelle orecchie e per qualche secondo aveva la piacevole sensazione dell’acqua che gli scorreva giù dalla testa e gli gocciolava sulle spalle. Quindi si tirava fuori dalla piscina. Inez finì la sigaretta e la spense. «Senti, Lloyd, dobbiamo discutere un po’. Però mi sa che dobbiamo affrontare i problemi uno alla volta. Vatti a sedere su quella sedia. Non quella! La sedia di là. Così possiamo chiarire un po’ la situazione». Lloyd si diede un’altra gran botta sulla tempia. Quindi andò a sedersi sulla sedia del tinello. La moglie si alzò e gli si piazzò alle spalle. Gli sfiorò i capelli con le dita. Poi glieli spostò dalle orecchie. Lui tentò di toccarle la mano, ma lei la ritirò. 231


«Quale orecchio hai detto che era?», gli chiese. «Il destro», rispose lui. «Quello di destra». «Prima di tutto», riprese lei, «devi startene seduto qui senza muoverti. Adesso cerco una forcina e un fazzolettino. Cercherò di arrivarci in questo modo. Magari funziona». Lloyd era un po’ preoccupato dalla prospettiva che lei gli infilasse una forcina da capelli nell’orecchio. Glielo fece capire. «Cosa?», disse lei. «Cristo, non ti sento neanch’io. Non sarà mica contagioso?» «Quando ero piccolo, a scuola», disse Lloyd, «avevamo un’insegnante di igiene. Era anche l’infermiera della scuola. Diceva che non dovevamo mai infilarci nelle orecchie un oggetto più piccolo del nostro gomito». Si ricordava vagamente un cartellone con un enorme schema dell’orecchio, con tutto un intricato sistema di canali, passaggi e pareti. «Be’, si vede che la tua infermiera non ha mai dovuto affrontare esattamente questo problema», disse Inez. «Ad ogni modo, qualcosa dobbiamo provare. Proviamo per primo questo metodo. Se non funziona, ne proviamo un altro. Così è la vita, no?» «Cos’è, ci devo leggere un significato nascosto o cosa?» «Significa esattamente quel che ho detto. Ma sei libero di pensare quello che vuoi. Cioè, siamo in un paese libero, no?», disse Inez. «E ora lasciami preparare quello di cui ho bisogno. Tu resta seduto lì buono buono». Rovistò nella borsa, ma non trovò quello che cercava. Alla fine, rovesciò il contenuto della borsa sul divano. «Neanche una forcina», disse. «Accidenti!» Ma era come se le sue parole arrivassero da un’altra stanza. In un certo senso, era come se lui immaginasse che lei le dicesse. Una volta, tanto tempo fa, avevano avuto la sensazione di essere dotati di poteri extrasensoriali e di poter leggere il pensiero l’una dell’altro. Riuscivano a finire le frasi che l’altro aveva appena cominciato. Inez raccolse una specie di tagliaunghie, ci trafficò un po’ sopra e Lloyd lo vide smontarsi sotto le sue dita e una parte separarsi dall’altra, finché ne emerse una limetta per unghie. Era come se impugnasse un piccolo pugnale. «Vuoi infilarmi quel coso nell’orecchio?», le chiese. «Magari tu hai un’idea migliore», rispose lei. «O questo o non so che altro. Hai mica una matita? Vuoi che usi una matita? O magari hai un cacciavite da 232


qualche parte», disse, scoppiando a ridere. «Non ti preoccupare. Senti, Lloyd, non voglio mica farti male. Starò attenta. Avvolgerò un fazzolettino di carta sulla punta di questo coso. Andrà tutto bene. Starò attenta, te l’ho detto. Tu resta dove sei che io vado a prendere un fazzolettino di carta. Farò una specie di tampone». Inez entrò nel bagno e ci rimase per un po’. Lloyd rimase fermo dov’era, seduto sulla sedia della cucina. Cominciò a pensare a tutte le cose che avrebbe dovuto dirle. Voleva dirle che si limitava a bere spumante, ormai, solo spumante. E voleva anche dirle che stava riducendo anche quello. Ormai era solo una questione di tempo. Ma quando lei tornò, non riuscì a dirle niente. Non sapeva da che parte cominciare. Comunque lei non lo guardò nemmeno. Pescò una sigaretta dal mucchio di cose che aveva rovesciato sul cuscino del divano. Se l’accese e andò a piazzarsi alla finestra che dava sulla strada. Disse qualcosa, ma lui non riuscì a capire niente. Quando smise di parlare, lui non le chiese neanche che cosa avesse detto. Qualsiasi cosa fosse, lui sapeva di non volere che lei la ripetesse. Lei spense la sigaretta, ma continuò a restare vicino alla finestra, un po’ curva in avanti, con il soffitto inclinato a pochi centimetri dalla testa. «Inez», disse lui. Lei si girò e gli si avvicinò. Lloyd vide il fazzolettino avvolto attorno alla limetta per unghie. «Piega la testa da una parte e rimani così per un po’», disse lei. «Così va bene. Adesso sta’ fermo e non muoverti. Fermo», ripeté. «Sta’ attenta», disse lui. «Per l’amor di Dio, sta’ attenta». Lei non gli rispose. «Per favore, per favore», disse lui. Poi non disse più niente. Aveva paura. Chiuse gli occhi e trattenne il fiato appena sentì la limetta penetrargli nell’orecchio e cominciare a rovistargli dentro. Era sicuro che il cuore avrebbe smesso di battergli in petto da un momento a l’altro. Poi lei spinse ancora e cominciò a muovere la limetta avanti e indietro, scavando in qualsiasi cosa fosse lì. Sentì una specie di cigolio all’interno dell’orecchio. «Ahio!», esclamò.

233


«T’ho fatto male?» Lei gli sfilò la limetta dall’orecchio e fece un passo indietro. «Va meglio adesso, eh, Lloyd?» Lui si mise le mani sulle orecchie e abbassò la testa. «Non è cambiato niente», disse. Lei lo guardò e si morse le labbra. «Fammi andare un attimo in bagno», disse lui. «Prima di provare qualcos’altro, devo andare un attimo in bagno». «Va’ pure», disse Inez. «Intanto mi sa che vado di sotto a vedere se la padrona di casa ha un po’ d’olio o qualcosa del genere. Magari lei i cotton-fioc ce li ha. Non so perché non ci ho pensato prima, a chiederlo a lei». «Ottima idea», disse lui. «Intanto io vado in bagno». Lei si fermò sulla porta e lo guardò, poi aprì la porta e uscì. Lui attraversò il soggiorno, entrò in camera da letto e aprì la porta del bagno. Infilò una mano dietro lo sgabello e tirò fuori la bottiglia. Si attaccò e ne mandò giù una lunga sorsata. Era un po’ tiepido, ma andò giù senza difficoltà. Ne inghiottì un altro sorso. All’inizio, aveva pensato sul serio che avrebbe potuto continuare a bere se si fosse limitato allo spumante. Ma ben presto s’era ritrovato a berne tre o quattro bottiglie al giorno. Sapeva che ben presto avrebbe dovuto affrontare anche questo problema. Ma prima doveva assolutamente riacquistare l’udito. Una cosa alla volta, proprio come aveva detto Inez. Scolò la bottiglia e la rimise a posto dietro lo sgabello. Poi aprì il rubinetto e si lavò i denti. Dopo essersi asciugato, tornò nell’altra stanza. Inez era tornata e stava accanto al fornello a riscaldare qualcosa in un padellino. Gli gettò un’occhiata, ma all’inizio non disse niente. Lui guardò oltre le spalle di Inez, fuori dalla finestra. Un uccellino volò da un albero all’altro e si mise a lisciarsi le penne con il becco. Se per caso stava anche cinguettando, non lo sentiva. Inez disse qualcosa, ma lui non l’afferrò. «Che hai detto?», le chiese. Lei scosse la testa e si voltò di nuovo verso il fornello. Ma poi si girò verso di lui e, a voce alta e scandendo bene le parole in modo che lui la capisse, disse: «Ho trovato la bottiglia che nascondi in bagno». «Sto cercando di ridurre la quantità», disse lui.

234


Lei aggiunse qualcosa. «Come?», disse lui. «Che hai detto?» Non l’aveva sentita davvero. «Ne discuteremo più tardi», disse lei. «Ne abbiamo parecchie di cose da discutere, Lloyd. Di soldi, per esempio. Ma anche di altre cose. Prima, però, dobbiamo occuparci di quest’orecchio». Mise un dito nel padellino e poi lo tolse dal fornello. «Lo faccio raffreddare un attimo», aggiunse. «Adesso scotta troppo. Siediti. Mettiti questo asciugamano sulle spalle». Lui obbedì. Si sedette e si avvolse l’asciugamano attorno al collo e sulle spalle. Poi si diede un altro pugno sulla tempia. «Porco cane!», imprecò. Lei non alzò neanche la testa. Immerse di nuovo il dito nel padellino per saggiarne la temperatura. Poi versò il liquido in un bicchiere di plastica. Prese il bicchiere e si avvicinò a lui. «Adesso non aver paura», disse. «È solo un po’ di olio per bambini che mi ha dato la tua padrona di casa, tutto qui. Le ho spiegato il problema e lei ha detto che magari questo l’avrebbe risolto. Non garantisco niente», disse Inez. «Ma forse riuscirà a sciogliere un po’ le cose lì dentro. Ha detto che succedeva sempre anche a suo marito. Ha detto che una volta ha visto uscirgli dall’orecchio un grumo di cerume che era come un grosso tappo. Era solo cerume, ecco cos’era. Ha detto di provare con questo. Ma i cotton-fioc non ce li aveva neanche lei. Non capisco come mai, però, cioè come mai non ce li ha neanche lei. La cosa mi sorprende un po’». «Va bene», disse lui. «D’accordo. Sono disposto a tutto. Inez, se devo andare avanti così, mi sa che preferisco crepare. Capisci? Parlo sul serio, Inez». «Ora piega bene la testa da una parte», disse lei. «E non muoverti. Ci verso dentro ‘sta roba finché l’orecchio si riempie tutto, poi lo chiudo con questa pezzetta. Tu resta seduto lì per una decina di minuti, fatti conto. Poi vediamo come va. Se non funziona neanche questo, be’, altre idee non mi vengono in mente. Non saprei proprio che altro fare». «Funzionerà», disse Lloyd. «Altrimenti mi procuro una pistola e mi sparo. Sul serio. Ho proprio voglia di farlo, del resto».

235


Girò la testa di lato e la piegò tutta da una parte. Guardò gli oggetti nella stanza da questa nuova prospettiva. Ma non è che cambiassero tanto, erano solo rovesciati da una parte. «Più giù», ordinò lei. Lui si attaccò con una mano allo schienale per sostenersi e si abbassò ancor di più. Tutti gli oggetti che vedeva, tutte le cose della sua vita, gli pareva, si affollavano in fondo alla stanza. Sentì il liquido caldo inondargli l’orecchio. Quindi lei prese la pezza e gliela tenne premuta lì. Subito dopo cominciò a massaggiargli la zona intorno all’orecchio. Premeva nella parte morbida all’attaccatura tra la mandibola e il cranio. Spostò poi le dita nella zona sopra l’orecchio e cominciò a strofinargliela avanti e indietro con la punta delle dita. Dopo un po’ non si rendeva neanche più conto da quanto tempo era che se ne stava seduto lì. Potevano essere dieci minuti. Potevano essere di più. Si sosteneva ancora allo schienale della sedia. Ogni tanto, quando le dita di lei gli premevano sulla tempia, sentiva l’olio caldo che gli aveva versato nell’orecchio fluire avanti e indietro nei canali interni. Quando lei premeva in un certo modo, gli pareva di sentire dentro la testa uno sciacquio morbido e caldo. «Tirati su, adesso», disse Inez. Lui obbedì e si premette il palmo della mano contro la tempia, mentre il liquido gli fuoriusciva dall’orecchio. Lei lo raccolse con l’asciugamano. Poi gli asciugò tutt’intorno l’orecchio. Inez respirava con il naso. Lloyd sentiva il suono del suo respiro che andava e veniva. Sentì passare una macchina nella strada davanti casa e, sul retro, sotto la finestra del cucinino, il nitido ticchettio di un paio di forbici per potare. «Be’, allora?», disse Inez. Era in attesa, accigliata, con le mani sui fianchi. «Ti sento bene», disse lui. «Tutto a posto! Cioè, adesso ci sento. Non ho più l’impressione che mi parli da sott’acqua. Va bene. Va benissimo. Dio, per un po’ ho creduto veramente di diventare matto. Ma adesso sto bene. Riesco a sentire tutto. Senti, tesoro, adesso faccio un caffè. C’è anche del succo di frutta». «Devo andare», disse lei. «Sono già in ritardo. Ma tornerò. Magari una volta andiamo a pranzo insieme. Dobbiamo parlare».

236


«È che non posso dormire su questo fianco, tutto lì», continuò lui. La seguì in soggiorno. Lei si accese una sigaretta. «Ecco come è successo. Ho dormito tutta la notte su questo fianco e così l’orecchio s’è tappato. Mi sa che andrà tutto per il meglio finché me ne ricordo e non dormo su questo fianco. Finché ci starò attento. Capisci cosa voglio dire? Finché dormo supino oppure dalla parte sinistra». Lei non lo stava neanche guardando. «Mica per sempre, è ovvio, lo so. Non ci riuscirei nemmeno. A non dormirci per il resto della mia vita. Insomma, almeno per un po’. Solo sul fianco sinistro, oppure supino». Ma proprio mentre stava dicendo così, cominciò ad aver paura della notte che sarebbe arrivata. Cominciò a temere il momento in cui si sarebbe preparato per andare a letto e di cosa sarebbe successo dopo. Mancavano ancora parecchie ore, ma lui già aveva paura. E se nel bel mezzo della notte si fosse per sbaglio girato sul fianco destro e il peso della testa contro il cuscino gli avesse risigillato il cerume negli oscuri condotti dell’orecchio? E se si fosse svegliato di colpo, incapace di udire, con il soffitto a pochi centimetri dalla testa? «Cristo santo!», esclamò. «Gesù, che casino. Inez, ho appena avuto una specie di orribile incubo. Inez, dov’è che devi andare?» «Te l’ho detto», disse lei, rimettendo tutto nella borsa e preparandosi a uscire. Guardò l’orologio. «Sono già in ritardo per il mio impegno». Andò alla porta. Ma, arrivata lì, si voltò e gli disse qualcos’altro. Ma lui non l’ascoltava. Non voleva. La vide muovere le labbra finché ebbe detto quel che doveva dire. Appena ebbe finito, la sentì dire: «Arrivederci». Poi Inez aprì la porta, uscì e se la chiuse dietro. Lui andò in camera per vestirsi. Ma dopo qualche secondo uscì di corsa, con solo i pantaloni addosso, e aprì la porta. Rimase sulla soglia in ascolto. Sul pianerottolo di sotto, sentì Inez che ringraziava la signora Matthews per l’olio. Sentì la vecchietta dire: «Non c’è di che». Poi la sentì anche fare un collegamento tra lui e il suo defunto marito. La sentì dire: «Mi lasci il suo numero. Se succede qualcosa, la chiamo. Non si sa mai». «Spero che non occorra», disse Inez. «Comunque glielo lascio. Ha mica una penna?» 237


Lloyd sentì la signora Matthews aprire un cassetto e rovistarci dentro. Poi la sua voce da vecchina disse: «Pronti». Inez le dettò il numero di telefono di casa. «Grazie», disse. «È stato un piacere conoscerla», disse la signora Matthews. Lloyd rimase in ascolto finché Inez non scese le altre scale e aprì il portoncino. Poi lo sentì richiudersi. Attese finché udì la loro macchina mettersi in moto e partire. Quindi chiuse la porta e tornò in camera da letto per finire di vestirsi. Dopo essersi messo le scarpe e legato i lacci, si sdraiò sul letto e si tirò le coperte fin sotto il mento. Rimase con le braccia distese lungo i fianchi, sotto le coperte. Chiuse gli occhi e finse che s’era fatta notte e lui era ormai sul punto di addormentarsi. Poi tirò su le braccia e le incrociò sul petto per vedere quale posizione sarebbe stata più comoda. Teneva gli occhi chiusi e faceva le prove. E va bene, pensò. D’accordo. Se non voleva che quell’orecchio si tappasse di nuovo, doveva dormire supino, tutto lì. Sapeva che ce l’avrebbe fatta. Solo non poteva permettersi di dimenticarselo, neanche mentre dormiva, e girarsi sul fianco sbagliato. Tanto, aveva solo bisogno di quattro, cinque ore di sonno per notte. Ce l’avrebbe fatta. Avrebbe potuto andare anche peggio. In un certo senso, era una specie di sfida. Ma lui si sentiva all’altezza. Se lo sentiva. Dopo un po’, buttò all’aria le coperte e si alzò. Aveva ancora quasi tutta la giornata davanti a sé. Andò in cucina, si piegò sul piccolo frigorifero e tirò fuori un’altra bottiglia di spumante. Estrasse con tutta l’attenzione possibile il tappo di plastica dal collo della bottiglia, ma ci fu lo stesso il festoso pop di quando si stappa lo spumante. Sciacquò via l’olio per bambini dal bicchiere di plastica e lo riempì di spumante. Si portò il bicchiere verso il divano e si accomodò. Appoggiò il bicchiere sul tavolinetto. Tirò su i piedi e li appoggiò sullo stesso tavolinetto, accanto allo spumante. Si lasciò andare contro lo schienale. Ma dopo un po’ ricominciò a preoccuparsi di nuovo per la notte che si avvicinava. E se, nonostante tutti gli sforzi, il cerume si fosse accumulato nell’altro orecchio? Chiuse gli occhi e scosse la testa. Dopo qualche minuto si alzò e tornò in camera da letto. Si rispogliò e si rimise il pigiama. Poi si trasferì ancora in soggiorno. Si sedette di nuovo sul divano e rimise i piedi sul tavolinetto. S’allungò in avanti e accese il televisore. Regolò il volume. Si rendeva conto di non riuscire a evitare di preoccuparsi di quello che sarebbe potuto succedere quando sarebbe andato a letto. Era qualcosa con cui 238


ormai avrebbe dovuto convivere. In qualche modo, tutta questa faccenda gli fece rivenire in mente la storia della ciambella e dello spumante. Più ci pensava, più non la trovava affatto strana. Sorseggiò lo spumante. Ma aveva un sapore strano. Si passò la lingua sulle labbra, poi si asciugò la bocca con la manica del pigiama. Guardò meglio e vide una patina d’olio sullo spumante. Si alzò, portò il bicchiere al lavello e versò lo spumante nello scarico. Prese la bottiglia dello spumante e se ne tornò in soggiorno. Si rimise comodo sul divano. Bevve tenendo la bottiglia per il collo. Non era sua abitudine attaccarsi alla bottiglia, ma ora non gli pareva ci fosse nulla di straordinario. Decise che anche se si fosse addormentato seduto sul divano nel bel mezzo del pomeriggio, la cosa non sarebbe stata più strana del dover restare steso sulla schiena per diverse ore. Chinò la testa per scrutare fuori dalla finestra. A giudicare dall’angolo dei raggi del sole e dalle ombre che erano entrate nella stanza, a occhio e croce dovevano essere le tre di pomeriggio.

239


Da dove sto chiamando

Io e J.P. siamo sulla veranda davanti al centro di disintossicazione gestito da Frank Martin. Come il resto di noi qui da Frank Martin, J.P. è prima di tutto un ubriacone. Però lui è anche uno spazzacamino. È la prima volta che viene qui e ha paura. Io già ci sono stato una volta. Che dire? Sono tornato. Il vero nome di J.P. è Joe Penny, ma lui m’ha detto di chiamarlo J.P. È sulla trentina. Più giovane di me. Non di molto, ma insomma. Mi sta raccontando come mai ha deciso di mettersi a fare questo mestiere e quando parla ha bisogno di muovere le mani. Ma le mani gli tremano. Cioè, non riesce a controllarle. «Non mi è mai successa prima, questa cosa», dice. Vuol dire la tremarella. Gli dico che lo capisco benissimo. Lo rassicuro che la tremarella rallenterà. Davvero. Solo che ci vuole tempo. Siamo qui solo da un paio di giorni. Non siamo ancora fuori dai guai. J.P. ha la tremarella e io ogni tanto sento un nervo - forse non è un nervo, ma qualcos’altro - sulla spalla che ha una specie di spasmo. A volte mi succede su un lato del collo. Comunque, quando mi succede, mi si secca la bocca. Faccio fatica perfino a inghiottire. So che mi sta per succedere qualcosa e vorrei evitarlo. Vorrei nascondermi, ecco che vorrei fare. Chiudere gli occhi e lasciare che passi, che magari tocchi a qualcun altro. J.P. può anche aspettare un attimo. Ieri mattina ho assistito a un attacco epilettico. Un tizio che chiamano Tiny. Un ciccione enorme, un elettricista di Santa Rosa. Dicevano che era qui da un paio di settimane e che ormai aveva superato la fase peggiore. Ancora uno o due giorni e sarebbe tornato a passare il Capodanno a casa con la moglie, davanti alla televisione. La sera di Capodanno, Tiny voleva passarla a bere cioccolato caldo e a mangiare biscotti. Ieri mattina sembrava essere in gran forma quando è sceso a fare colazione. Faceva degli strani versi, tipo qua-qua, per spiegare a un tizio come chiamava le anatre quando andava a caccia in modo da farsele passare praticamente sopra la testa. «Bang! Bang!», ha fatto Tiny, mimando il gesto di abbatterne un paio. Aveva i capelli bagnati e

240


appiccicati a colpi di pettine ai lati della testa. Era appena uscito dalla doccia. Si era anche affettato il mento con il rasoio. Ma che c’è di strano? Praticamente, qui da Frank Martin, tutti si affettano il mento radendosi. Succede. Insomma, Tiny si è spostato verso il bordo del tavolo e ha cominciato a raccontare una cosa che gli era successa durante una delle sue colossali sbornie. Gli altri al suo tavolo ridevano e scuotevano la testa mentre mangiavano con appetito le uova. Tiny diceva qualcosa, sorrideva e poi si guardava intorno al tavolo in cerca di segnali di comprensione. Tutti avevamo fatto delle cose altrettanto folli e stupide, perciò, si capisce, ecco perché ridevamo. Tiny aveva le uova strapazzate ancora nel piatto, più miele e fette biscottate. Anch’io ero seduto a tavola, ma non avevo fame. Avevo una tazza di caffè. Di colpo, Tiny è sparito. Era caduto all’indietro con tutta la sedia, facendo un gran fracasso. Era steso per terra sulla schiena a occhi chiusi, con i talloni che battevano ritmicamente sul linoleum. La gente ha cominciato a chiamare Frank Martin a gran voce. Ma lui era già lì. Un paio di persone si sono inginocchiate accanto a Tiny. Uno di loro gli ha infilato le dita in bocca per cercare di tenergli la lingua. Frank Martin ha cominciato a sbraitare: «State indietro! Tutti indietro!». E allora mi sono reso conto che avevamo fatto un capannello e stavamo tutti sopra a Tiny e restavamo lì a guardarlo, incapaci di staccargli gli occhi di dosso. «Lasciatelo respirare!», ha detto Frank Martin. Poi è corso in ufficio per chiamare l’ambulanza. Oggi Tiny è tornato di nuovo tra noi. Quando si dice una guarigione veloce. Stamattina Frank Martin è andato a prenderlo giù all’ospedale con la station wagon. Tiny è tornato tardi per mangiare le uova strapazzate, ma s’è portato una tazza di caffè in sala da pranzo e s’è seduto a tavola comunque. Qualcuno in cucina gli ha preparato del pane tostato, ma Tiny non l’ha neanche toccato. È rimasto seduto a fissare la sua tazza di caffè. Ce l’aveva davanti e, ogni tanto, la spostava qua e là. Mi piacerebbe chiedergli se ha avuto qualche segnale prima che succedesse. Vorrei sapere se ha sentito il cuore saltare un battito oppure se ha cominciato a battergli all’impazzata. Magari ha avuto un tremito alla palpebra? Ma mi sa che non gli dirò niente. Ad ogni modo, non mi pare che sia tanto ansioso di parlarne. Però, quel che gli è successo è una cosa che non dimenticherò mai. Il vecchio 241


Tiny steso sul pavimento che scalcia come un matto. È per questo che ogni volta che sento questo tremito da qualche parte, trattengo il fiato e mi aspetto di ritrovarmi anch’io steso per terra a guardare il soffitto, con qualcuno che m’infila le dita in bocca.

Seduto su questa sedia sotto la veranda, J.P. tiene le mani in grembo. Io fumo e uso un vecchio secchio del carbone come posacenere. Sto a sentire J.P. che parla a ruota libera. Sono le undici di mattina. Manca un’ora e mezza al pranzo. Nessuno dei due ha fame, però non vediamo lo stesso l’ora di rientrare e sederci attorno al tavolo. Magari poi ci viene fame. Ma di che sta parlando J.P.? Sta raccontando di quella volta che a dodici anni, era caduto nel pozzo dalle parti della fattoria in cui era cresciuto. Era un pozzo a secco, per sua fortuna. «O per sfortuna», dice lui, guardandosi attorno e scuotendo la testa. Racconta che, quel pomeriggio, sul tardi, dopo che l’avevano localizzato, suo padre l’aveva dovuto tirare fuori con una fune. Là sotto J.P. se l’era fatta addosso dalla paura. Aveva sofferto ogni genere di orrori in fondo a quel pozzo: urlava per chiedere aiuto, aspettava, e poi si rimetteva a urlare. A forza di urlare, prima che la cosa si risolvesse, aveva perso la voce. Ma mi ha detto che restare in fondo a quel pozzo lo aveva segnato per la vita. Era seduto laggiù e guardava in alto verso la bocca del pozzo. Lassù in cima vedeva un cerchio di cielo azzurro. Ogni tanto passava una nuvola bianca. Era passato anche uno stormo di uccelli e a J.P. era parso che il battito delle loro ali avesse scatenato uno strano sommovimento. Aveva sentito anche altre cose. Sentiva minuscoli fruscii sopra di sé, e temeva che qualcosa potesse cadergli in testa. Insetti, pensava. Sentiva il vento soffiare nella bocca del pozzo e anche quel suono gli aveva fatto una grande impressione. Insomma, tutta la sua vita era cambiata in fondo a quel pozzo. Comunque non gli era cascato in testa niente e il cerchio azzurro lassù non era stato chiuso da niente. Poi era arrivato suo padre con la fune e dopo non molto tempo J.P. era riuscito a tornare nel mondo in cui aveva sempre vissuto. «Continua a parlare, J.P. Cos’è successo poi?», gli dico. 242


Quando aveva diciotto o diciannove anni e s’era appena diplomato dal liceo, non c’era niente di niente che volesse fare della sua vita. Un pomeriggio aveva attraversato la città per andare a trovare un amico. Questo tizio abitava in una casa con il caminetto. J.P. e il suo amico avevano passato il pomeriggio a bere birra e a chiacchierare del più e del meno. Avevano ascoltato dei dischi. A un certo punto suona il campanello. L’amico va ad aprire. Sulla porta c’è una ragazza-spazzacamino con tutta l’attrezzatura. Indossa un cappello a cilindro, che appena J.P. lo vede entra in orbita. La ragazza spiega all’amico di J.P. che ha un appuntamento per pulire la canna fumaria del caminetto. L’amico la fa entrare e le fa un inchino. La ragazza non se lo fila per niente. Stende una coperta per terra e tira fuori tutti i suoi attrezzi. È vestita tutta di nero, pantaloni, camicia, scarpe, calzini, tutto nero. Naturalmente ora s’è tolta il cilindro. J.P. dice che solo a vederla gli pareva di uscir pazzo. Ad ogni modo, lei si mette al lavoro e pulisce la canna fumaria, mentre J.P. e il suo amico continuano a bere birra e ad ascoltare dischi. Però la tengono d’occhio e osservano tutto quello che fa. Di tanto in tanto J.P. e il suo amico si scambiano un’occhiata e un sorriso, oppure una strizzata d’occhi. Rimangono sorpresi quando la parte superiore della ragazza scompare su per la canna fumaria. Non era neanche niente male, dice J.P. Appena ha finito, lei riarrotola le sue cose nella coperta. Prende dall’amico di J.P. un assegno che le era stato preparato dai genitori del ragazzo. E poi gli chiede se vuole baciarla. «Si dice che porti fortuna», gli fa. A quel punto J.P. è già cotto. L’amico fa roteare gli occhi e fa un po’ il buffone, ma poi, probabilmente arrossendo, le dà un bacetto sulla guancia. In quel momento J.P. decide di passare all’azione. Posa la birra. Si alza dal divano. Si avvicina alla ragazza mentre lei si dirige verso la porta. «E a me, niente?», le fa J.P. Lei se lo squadra per bene. J.P. dice che sentiva il cuore che gli andava a cento. Si verrà poi a sapere che la ragazza si chiama Roxy. «Come no?», dice Roxy. «Certo, m’è giusto avanzato qualche bacio». E gliene molla uno come si deve sulle labbra. Quindi si volta per andarsene. Senza pensarci su due volte, in un batter d’occhio, J.P. la segue sulla veranda. Le tiene la porta aperta. Scende con lei i gradini e l’accompagna fino alla fine del vialetto dove lei ha parcheggiato il furgone. Non è riuscito a farne a meno, ha perso il controllo. 243


Nient’altro al mondo conta ormai per lui. Si rende conto di aver incontrato una persona che gli fa tremare le gambe. Sente il suo bacio bruciargli ancora sulle labbra, eccetera eccetera. Insomma, J.P. ormai non capisce più niente. È in balia di sensazioni che lo sbattono da una parte all’altra. Le apre il portellone posteriore del furgone. La aiuta a sistemare gli attrezzi. «Grazie», fa lei. A quel punto, lui non ce la fa più a trattenersi e glielo dice tutto d’un fiato - che gli farebbe piacere rivederla. Le andrebbe di andare al cinema con lui una sera? Capisce anche di colpo che cosa vuole fare nella vita: la stessa cosa che fa lei. Lo spazzacamino. Ma non è che glielo dice subito, in quell’istante. J.P. dice che lei si è messa le mani sui fianchi e lo ha squadrato di nuovo. Poi ha pescato un biglietto da visita dal sedile anteriore del furgone e glielo ha dato, dicendo: «Chiama questo numero dopo le dieci, stasera. Così possiamo parlare. Adesso devo andare». Si è rimessa il cilindro in testa e poi se l’è tolto. Ha guardato di nuovo J.P. dalla testa ai piedi. Quello che ha visto deve esserle piaciuto, perché stavolta gli lancia un gran sorriso. Lui le ha detto che aveva una macchia di fuliggine vicino alla bocca. Poi lei sale in macchina, suona il clacson e se ne va. «E poi?», dico io. «Non ti fermerai mica sul più bello, eh, J.P.?» La storia m’interessa. Ma lo sarei stato a sentire anche se mi avesse cominciato a raccontare come un bel giorno aveva deciso di mettersi a lanciare ferri di cavallo.

Ieri notte è piovuto. Le nuvole sono ammassate contro le colline dall’altra parte della valle. J.P. si schiarisce la gola e guarda le colline e le nuvole. Si tormenta un po’ il mento. Poi continua a raccontare. Insomma, Roxy comincia a uscire con lui. Pian piano lui riesce a convincerla a farsi accompagnare da lui quando va a fare qualche lavoro. Ma Roxy lavora nella ditta del padre e del fratello e il lavoro basta appena per loro. Non hanno bisogno di altri spazzacamini. E poi, chi è questo J.P.? Come fa di cognome? Sta’ in guardia, le dicono. Comunque, lei e J.P. vanno al cinema insieme, a qualche festa da ballo. Ma in gran parte il loro corteggiamento ruota intorno al loro andare a pulire camini insieme. Be’, prima che se ne rendano conto, continua J.P., cominciano a parlare di stringere il nodo. E non passa molto tempo che lo fanno sul serio, si sposano. 244


Il suocero di J.P. lo prende in ditta come socio a tutti gli effetti. Dopo poco più di un anno, Roxy ha un bambino. Intanto ha smesso di fare la spazzacamino. O perlomeno smette di andare a farlo. Ben presto ha un altro bambino. J.P. ormai va per i venticinque anni e decide di comprarsi casa. Dice che era felice, all’epoca. «Ero felice di come andavano le cose», dice. «Avevo tutto quello che volevo. Una moglie e dei bambini che adoravo, e facevo quello che volevo fare nella vita». Ma per qualche motivo - chi può mai sapere perché facciamo le cose che facciamo? - comincia a bere sempre di più. Per parecchio tempo beve birra e solo birra. Qualsiasi tipo di birra, non importa quale. Dice che era capace di bere birra ventiquattro ore al giorno. Beveva birra la sera, guardando la televisione. Certo, ogni tanto beveva anche qualcosa di più forte. Ma solo se andava fuori, in città, cosa che non capitava tanto spesso, oppure quando lo veniva a trovare qualcuno. Poi, a un certo punto, non si sa perché, passa a bere gin and tonic. E comincia a bere altri gin and tonic dopo cena, seduto davanti al televisore. Aveva sempre un bicchiere di gin and tonic in mano. Dice che in realtà gli piaceva proprio il sapore. Prende l’abitudine di fermarsi a un bar dopo il lavoro per bere prima di tornare a casa e ricominciare a bere lì. Poi comincia a saltare la cena a casa. Non si presentava, tutto qua. Oppure arrivava, ma non mangiava niente. Si era saziato di stuzzichini al bar. Certe volte entrava in casa e così, senza una ragione, prendeva il portapranzo e lo tirava dall’altra parte del soggiorno. Quando Roxy gli strillava, girava i tacchi e usciva un’altra volta. Cominciò a spostare l’ora della bevuta al primo pomeriggio, quando in realtà doveva stare ancora lavorando. Mi confessa anche che cominciava la mattinata con un paio di bicchieri. Si riempiva di quella roba ancor prima di lavarsi i denti. Poi prendeva il caffè. Se ne andava al lavoro con un thermos pieno di vodka nel portapranzo. J.P. smette di parlare. Si chiude come un riccio. Che succede? Non è che non lo ascolto: tanto per cominciare, mi aiuta a rilassarmi. Mi distrae dai miei guai. Aspetto un minuto e poi gli dico: «E che diamine! Continua, J.P.». Lui è lì che continua a tormentarsi il mento. Comunque, dopo un po’ riprende a parlare. A quel punto, J.P. e Roxy cominciano ad avere degli scontri sul serio. Cioè, scontri nel vero senso della parola. J.P. dice che una volta lei gli ha dato un pugno in pieno viso e gli ha rotto il setto nasale. «Guarda un po’ qua», mi fa. «In questo punto preciso». Mi indica una cicatrice sulla gobba del naso. «Ecco com’è fatto un naso rotto». Lui le ha restituito il favore, slogandole una spalla. 245


Un’altra volta le ha spaccato un labbro. Si menavano anche davanti ai figli. Le cose cominciavano a sfuggirgli di mano. Ma lui continuava imperterrito a bere. Non riusciva a smettere. E niente riusciva a farlo smettere. Nemmeno le minacce del padre e del fratello di Roxy di rompergli le ossa. Avevano detto a Roxy di prender su i bambini e di squagliarsi. Ma Roxy aveva detto che il problema era suo. Lei ci si era cacciata e lei l’avrebbe risolto. A questo punto, J.P. riammutolisce un’altra volta. Incurva le spalle, ritirandosi tutto sulla sedia. Osserva una macchina che passa lungo la strada tra questo posto e le colline. Gli dico: «Guarda J.P. che ormai voglio sentire come va a finire questa storia. Faresti bene a continuare a parlare». «Non so», fa lui, stringendosi nelle spalle. «Non ti preoccupare», gli dico. E intendo che va bene, qualsiasi cosa racconti. «Coraggio, J.P.». Be’, una delle maniere in cui Roxy ha cercato di riaggiustare le cose, dice J.P., è stata trovarsi un amante. A J.P. piacerebbe sapere come ha fatto a trovare il tempo con la casa e i bambini. Lo guardo sorpreso. Eppure non è mica più un ragazzino. «Se vuoi fare una cosa del genere», gli dico, «il tempo lo trovi, eccome. Te lo inventi, il tempo». J.P. scuote la testa. «Mi sa che è proprio così», dice. Insomma, lui l’ha scoperto - che Roxy s’era fatta l’amante - ed è andato fuori di testa. Riesce a sfilarle la fede dal dito e la spezzetta tutta con un paio di tronchesi. Una vendetta veramente divertente. A quel punto si erano già fatti un paio di riprese a pugni. Il giorno dopo, mentre va al lavoro, lo arrestano per guida in stato di ubriachezza. Gli sequestrano la patente. Non può più guidare il furgone per andare a lavorare. Meglio così, dice lui. Già una settimana prima era caduto da un tetto e si era fratturato un pollice. Era solo questione di tempo e si sarebbe rotto l’osso del collo, dice.

Ora era venuto qui da Frank Martin per disintossicarsi e vedere come poteva rimettere la sua vita sul binario giusto. Ma non era certo qui contro la sua volontà, proprio come me. Non eravamo mica rinchiusi. Potevamo andarcene quando volevamo. Però raccomandavano una permanenza minima di una 246


settimana, mentre un periodo dalle due alle quattro settimane era, come dicevano, «vivamente consigliato». Come ho già detto, questa è la seconda volta che vengo da Frank Martin. Mentre ero lì che tentavo di firmare un assegno per pagare in anticipo la mia settimana, Frank Martin mi ha detto: «Le feste sono sempre un brutto periodo. Magari dovresti pensare di fermarti un po’ di più, stavolta. Che ne dici di un paio di settimane? Te le puoi permettere un paio di settimane? Pensaci, comunque. Non è che devi decidere subito». Mi ha tenuto fermo l’assegno con il pollice mentre io lo firmavo. Poi ho accompagnato la mia ragazza alla porta per salutarla. «Addio», ha detto lei, sbattendo contro lo stipite e barcollando sullo spiazzo. È pomeriggio avanzato. Piove. Mi sposto dalla porta alla finestra. Ho spostato la tendina per vederla partire in macchina. La macchina è la mia. Lei è sbronza. Ma lo sono anch’io e non c’è niente da fare. Riesco ad arrivare alla grossa poltrona vicino al termosifone e mi ci siedo. Dei tizi distolgono per un attimo lo sguardo dalla televisione. Poi si rimettono a guardare il programma. Io rimango seduto là. Ogni tanto alzo lo sguardo per vedere qualcosa che succede sullo schermo. Un po’ più tardi ho sentito la porta sbattere nell’aprirsi e J.P. è stato portato dentro stretto tra due cristoni - suo suocero e suo cognato, ho scoperto in seguito. Lo hanno portato quasi di peso nell’atrio. Il vecchio ha firmato il registro per lui e ha dato un assegno a Frank Martin. Poi i due tipi hanno portato J.P. di sopra. Immagino l’abbiano messo direttamente a letto. Dopo un po’ il vecchio e l’altro sono tornati giù e si sono diretti alla porta. Pareva che non vedessero l’ora di andarsene da questo posto e di lavarsene le mani di questa storia. Come dargli torto? Che diavolo! Non so mica come mi comporterei se mi trovassi nei loro panni. Un giorno e mezzo dopo J.P. e io ci incontriamo lì sulla veranda. Ci stringiamo la mano e scambiamo qualche commento sul tempo. J.P. ha una tremarella abbastanza evidente. Ci sediamo e mettiamo i piedi sulla balaustra. Ci appoggiamo agli schienali delle sedie come se fossimo lì a prendercela comoda, come se ci preparassimo a discutere sui nostri cani da caccia. Ed è a questo punto che J.P. comincia a raccontare la sua storia.

247


Fuori fa freddo, ma non troppo. Il cielo è un po’ coperto. Frank Martin esce a finire il suo sigaro. Ha il golf tutto abbottonato fino al collo. Frank Martin è tozzo e massiccio. Ha la testa piccola e piena di riccioli grigi. Sembra troppo piccola rispetto al resto del corpo. S’infila il sigaro in bocca e rimane in piedi a braccia conserte. Si rigira il sigaro in bocca e guarda dall’altra parte della valle. Se ne sta lì come un campione di pugilato, uno che sa come stanno le cose. J.P. è riammutolito un’altra volta. Anzi, a stento respira. Getto la mia cicca nel secchio del carbone e lo fisso finché lui si ritira ancora di più nella sedia. J.P. si tira su il colletto della giacca. Che diavolo gli piglia?, mi chiedo. Frank Martin scioglie le braccia e tira una boccata dal sigaro. Lascia che il fumo gli esca dalla bocca. Poi accenna con il mento verso le colline e dice: «Jack London aveva una grande casa dall’altra parte della valle. Proprio laggiù, dietro quella grande collina verde davanti ai vostri occhi. Ma s’è fatto ammazzare dall’alcol. Vi serva da lezione. Era un uomo migliore di tutti noi. Ma neanche lui era capace di tenere quella roba sotto controllo». Frank Martin osserva il mozzicone del sigaro. S’è spento. Lo getta nel secchio. «Se vi va di leggere qualcosa mentre siete qui, leggete quel suo libro, Il richiamo della foresta. Lo conoscete, no? Ce l’abbiamo in biblioteca, se vi interessa. Parla di un animale che è mezzo lupo e mezzo cane. Fine della predica», dice, poi si tira su i calzoni e si tira giù il golf. «Io me ne torno dentro», dice. «Ci vediamo a pranzo». «Mi fa sentire come un pidocchio, quando mi sta vicino», dice J.P. «Sul serio, mi fa sentire come un pidocchio». J.P. scuote la testa. Poi aggiunge: «Jack London. Quello sì che è un nome! Vorrei averlo anch’io un nome come quello. Invece di quello che mi ritrovo».

La prima volta quassù mi ci ha portato mia moglie. Era quando stavamo ancora insieme e cercavamo di far funzionare le cose. Mi ha portato quassù e si è fermata un paio d’ore a parlare in privato con Frank Martin. Poi se n’è andata. La mattina dopo Frank Martin mi prende da una parte e mi fa: «Noi possiamo aiutarti. Se vuoi essere aiutato e sei disposto a stare a sentire quello che abbiamo da dirti». Ma io mica lo sapevo se erano in grado di aiutarmi o meno. Una parte di me voleva essere aiutata. Ma c’era pure un’altra parte. 248


Questa volta è stata la mia ragazza ad accompagnarmi qua. Con la mia macchina. Un viaggio sotto a un temporale. Abbiamo bevuto spumante per tutto il tragitto. Quando è entrata nel vialetto, eravamo tutti e due sbronzi. Lei voleva lasciarmi qui, fare dietrofront e tornarsene a casa. Aveva delle faccende da sbrigare. Una era andare a lavorare il giorno dopo. Faceva la segretaria. Aveva un lavoro niente male con una ditta di componenti elettronici. Aveva anche un figlio adolescente e un po’ sfacciato. Io volevo che si prendesse una stanza in città, passasse la notte qui e tornasse a casa la mattina dopo. Non so mica se poi ha fatto così o no. Non l’ho più sentita da quando l’altro giorno mi ha accompagnato su per i gradini, poi nell’ufficio di Frank Martin dove ha annunciato: «Indovinate un po’ chi è arrivato?» Ma mica ce l’avevo con lei. Tanto per cominciare, lei non immaginava certo che cosa l’aspettasse quando m’aveva detto che potevo restare con lei dopo che mia moglie mi aveva cacciato di casa. E poi mi faceva pena. Il motivo per cui mi faceva pena era che alla vigilia di Natale le erano arrivati i risultati del suo pap test e non erano tanto allegri. Sarebbe dovuta tornare dal dottore, il prima possibile. Quel genere di notizia era già un buon motivo perché cominciassimo tutti e due a bere. E così ci prendemmo una bella sbornia insieme. E il giorno di Natale eravamo ancora sbronzi. Dovemmo andare a mangiare fuori, perché a lei non le andava di cucinare. Noi due e l’adolescente sfacciato abbiamo aperto i nostri regali e poi siamo andati in una steak house dalle parti di casa sua. Io neanche avevo fame. Ho ordinato una minestra e un panino caldo. Con la minestra ho fatto fuori una bottiglia di vino. Anche lei ha bevuto un po’ di vino. Poi abbiamo cominciato a dargli giù con i Bloody Mary. Per i due giorni successivi non ho mangiato altro che noccioline. In compenso ho bevuto un sacco di bourbon. Alla fine le ho detto: «Tesoro, mi sa che è meglio che faccio i bagagli. È meglio che torno su da Frank Martin». Lei ha tentato di spiegare a suo figlio che si sarebbe assentata per un po’ e che si sarebbe dovuto far da mangiare da solo. Ma proprio mentre stavamo per uscire, quel ragazzino sfacciato s’è messo a sbraitare contro di noi. Urlava: «Andate al

249


diavolo! Spero che non tornate mai più. Spero che vi ammazzate!» Provate un po’ a immaginare un ragazzino del genere! Prima di lasciare la città l’ho fatta fermare in un supermercato dove ho comprato lo spumante. Ci siamo fermati in un altro posto per comprare i bicchieri di plastica. Poi abbiamo preso pure una confezione di pollo fritto. Siamo partiti per la clinica di Frank Martin sotto un bell’acquazzone, bevendo e ascoltando la musica. Lei guidava. Io badavo alla radio e a versare lo spumante. Cercavamo di trasformare l’occasione in una specie di festa. Però eravamo anche tristi. C’era quel pollo fritto, ma non l’abbiamo nemmeno toccato. Immagino che sia riuscita a tornare a casa sana e salva. Mi sa che altrimenti a quest’ora avrei sentito qualcosa. Comunque lei non m’ha chiamato e io non ho chiamato lei. Magari a quest’ora ha avuto le notizie che aspettava dall’ospedale. Oppure, chissà, forse ancora no. Magari si è trattato di uno sbaglio. Uno scambio di test. Ad ogni modo, lei ha la mia macchina e io ho ancora le mie cose a casa sua. So che ci rivedremo, presto. Qui suonano una vecchia campana per chiamarci a mensa. J.P. e io ci alziamo dalle sedie e rientriamo. Tanto cominciava pure a fare freschetto lì sotto la veranda. Vediamo il fiato fluttuare via dalla bocca quando parliamo.

La mattina di San Silvestro cerco di chiamare mia moglie. Nessuna risposta. Va bene. Ma anche se non andasse bene, che ci posso fare? L’ultima volta che abbiamo parlato per telefono, un paio di settimane fa, abbiamo finito per urlare. Io l’ho insultata parecchio. «Ti sei bevuto il cervello!», ha detto lei, riattaccandomi in faccia. Ma ora avevo voglia di parlarle. Bisognava fare qualcosa per la mia roba. Avevo parecchie cose anche a casa sua. Qui c’è un tizio che viaggia spesso. Va sempre in Europa e in altri posti. Almeno, così dice. Per affari, dice sempre lui. Dice anche che è riuscito a mettere sotto controllo il vizio e non ha idea di come mai si trovi qui da Frank Martin. Ma non si ricorda nemmeno come ci è arrivato, qui. Gli viene voglia di ridere, di questo fatto. «Può capitare a tutti un vuoto di memoria», dice. «Non significa niente». 250


Lui non è mica un ubriacone - ci dice questa cosa e noi lo stiamo a sentire. «È un’accusa grave da muovere a qualcuno», dice. «Una voce del genere può rovinare la carriera di una persona». Dice pure che se si limitasse a bere whisky annacquato senza ghiaccio, non avrebbe neanche questi vuoti di memoria. La colpa è tutta del ghiaccio che mettono nel whisky. «Conosce nessuno in Egitto?», mi chiede. «Avrei bisogno di qualche appoggio laggiù». Per la cena di Capodanno Frank Martin ha preparato bistecche e patate al forno. Mi sta tornando l’appetito. Ripulisco bene il mio piatto e potrei anche continuare. Do un’occhiata nel piatto di Tiny. Diamine, non ha praticamente toccato niente. La bistecca è ancora lì intatta. Tiny non è più il vecchio Tiny. Povero disgraziato, pensava di passare la serata a casa sua. Già si vedeva in vestaglia e pantofole davanti alla televisione, mano nella mano con la moglie. Adesso invece ha paura di andarsene da qui. Come lo capisco. Un attacco di quelli significa che sei pronto per averne un altro. Tiny non ha più raccontato le sue storielle folli, dopo quello che gli è successo. È rimasto zitto e per conto suo. Gli chiedo se posso prendermi la sua bistecca e lui spinge il piatto verso di me. Alcuni di noi non sono ancora a letto, ma se ne stanno seduti davanti alla televisione a guardare la festa a Times Square, quando Frank Martin entra per farci vedere la torta. Gli fa fare il giro e la mostra a ciascuno di noi. Lo so che non l’ha fatta lui. È una torta comprata, ma è pur sempre una torta. È grande e tutta bianca. In cima c’è una scritta in lettere rosa. Dice: Buon Capodanno - un giorno alla volta. «Chi se ne fotte della torta», dice il tizio che va spesso in Europa. «Tirate fuori lo spumante, piuttosto!», esclama e poi scoppia a ridere. Torniamo tutti nella sala-mensa. Frank Martin taglia la torta. Mi siedo accanto a J.P. Se ne mangia due fette e si beve una coca. Io mi mangio una fetta e me ne avvolgo un’altra in un tovagliolo, pensando a dopo. J.P. si accende una sigaretta - le mani non gli tremano più - e mi dice che la moglie verrà a trovarlo domani mattina, il primo giorno dell’anno. «Fantastico», gli dico, annuendo. Mi lecco la glassa che mi si è appiccicata alle dita. «Questa sì che è una buona notizia, J.P.» «Te la voglio presentare», dice lui. 251


«Non vedo l’ora», dico io. Ci scambiamo la buonanotte e gli auguri di buon anno. Mi pulisco le dita con un tovagliolo. Ci stringiamo la mano. Vado al telefono. Inserisco una monetina e chiamo mia moglie a carico del destinatario. Ma neanche stavolta risponde nessuno. Mi passa per la mente di chiamare la mia ragazza e sto già componendo il suo numero quando mi rendo conto che non è che abbia tutta questa voglia di parlarle. Con ogni probabilità, è a casa davanti alla televisione e guarda la stessa cosa che stavo guardando io. Ad ogni modo non ho voglia di parlarle. Spero che stia bene. Ma se ha qualche problema, non ho voglia di saperlo. Dopo colazione, J.P. e io prendiamo il caffè fuori, sotto la veranda. Il cielo è sereno, ma fa abbastanza freddo e ci imbacucchiamo in maglioni e giacche pesanti. «Mi ha chiesto se doveva portare i ragazzi», dice J.P. «Le ho detto che li tenesse a casa. Te l’immagini? Dio buono, non voglio che i ragazzi vengano quassù». Usiamo sempre il secchio del carbone come posacenere. Guardiamo l’altro versante della valle, dove viveva Jack London. Stiamo bevendo un altro caffè quando una macchina imbocca il viale dalla strada. «È lei!», dice J.P. Posa la tazza accanto alla sedia, si alza e scende dalla veranda. Vedo una donna che parcheggia la macchina e tira il freno a mano. Vedo J.P. che le apre la portiera. La vedo scendere e li osservo mentre si abbracciano. Distolgo lo sguardo. Poi torno a guardarli. J.P. la prende sottobraccio e vengono su per le scale. Questa è la donna che una volta gli ha rotto il naso. Ha avuto due figli e un sacco di guai, ma ama quest’uomo che ora la tiene sottobraccio. Mi alzo dalla sedia. «Questo è il mio amico», J.P. dice alla moglie. «Ehi, questa è Roxy». Roxy mi stringe la mano. È una bella donna, alta, e porta un berretto di lana. Indossa un cappotto, un maglione pesante e pantaloni. Mi ricordo le storie che ha raccontato J.P. sull’amante e sulle tronchesi. Non vedo la fede al dito, infatti. Immagino sia a pezzi da qualche parte. Ha le mani grandi e le dita noccute. È una donna che sa stringere i pugni, se necessario. «Ho sentito parlare di lei», le dico. «J.P. mi ha raccontato di come vi siete conosciuti. Tutta colpa di un camino, a quanto dice J.P.». 252


«Già, un camino», dice lei. «Probabilmente ci sono un sacco di altre cose che non le ha raccontato», aggiunge. «Scommetto che non le ha raccontato l’intera storia», dice, ridendo. Poi - non ce la fa più a trattenersi - infila un braccio attorno alla vita di J.P. e gli schiocca un bacio sulla guancia. Cominciano a spostarsi verso la porta. «Piacere d’averla conosciuta», mi fa. «Ehi, glielo ha detto che lui è il miglior spazzacamino sulla piazza?» «E dai, Roxy, non ricominciare», dice J.P. Ha già la mano sulla maniglia della porta. «M’ha detto che tutto quello che sa l’ha imparato da lei», dico io. «Be’, questo è poco, ma sicuro», dice lei. Ride di nuovo. Ma è come se stesse pensando a qualcos’altro. J.P. spinge la maniglia. Roxy gli mette la mano sopra la sua. «Joe, non è che si potrebbe andare in città per pranzo? Non potrei portarti da qualche parte?». J.P. si schiarisce la gola. Dice: «Non è ancora passata una settimana». Toglie la mano dalla maniglia della porta e si tocca il mento con le dita. «Mi sa che preferiscono che non mi allontani da qui per un altro po’. Possiamo prendere un caffè qui, però». «Va bene», dice lei. Il suo sguardo si posa di nuovo su di me. «Sono contenta che Joe abbia trovato un amico qui. Molto piacere», dice. Cominciano a entrare. Lo so che è una stupidaggine, ma la faccio lo stesso. «Roxy», la chiamo. Si fermano sulla soglia e mi guardano. «Ho bisogno di un po’ di fortuna», dico. «Sul serio. Anche a me servirebbe un bacio». J.P. abbassa lo sguardo a terra. Ha rimesso la mano sulla maniglia, anche se la porta è ormai aperta. Continua ad abbassarla e ad alzarla. Ma io tengo lo sguardo fisso su di lei. Roxy sorride. «Non faccio più la spazzacamino», dice. «Sono anni, ormai. Joe non gliel’ha detto? Però, come no?, un bacio glielo do lo stesso, come no?» Mi si avvicina. Mi prende per le spalle - io sono un omone - e mi schiocca un bacio sulle labbra. «Che gliene pare?», mi fa. «Mi pare bellissimo», dico io. «Che ci vuole?», dice lei. Mi tiene ancora per le spalle. Mi fissa dritto negli occhi. «Buona fortuna», mi fa e poi mi lascia andare. «Ci vediamo più tardi, amico», dice J.P. Apre del tutto la porta ed entrano. Mi siedo sui gradini della veranda e mi accendo una sigaretta. 253


Osservo i gesti della mia mano e poi spengo il fiammifero soffiandoci su. È venuta la tremarella anche a me. Da stamattina. Stamattina m’è venuta voglia di bere qualcosa. È una cosa deprimente, ma a J.P. non gli ho detto niente. Cerco di tenere la mente occupata con qualcos’altro. Ripenso agli spazzacamini - a tutte le cose che ha detto J.P. - e a un tratto, chissà perché, mi torna in mente una casa in cui una volta abitavo con mia moglie. In quella casa il camino non c’era, perciò non so bene che cosa me l’ha fatta venire in mente proprio adesso. Ma ricordo quella casa e che c’eravamo trasferiti lì solo da poche settimane, quando, una mattina, sento un rumore strano proveniente dall’esterno. Era una domenica mattina e la camera da letto era ancora buia. Ma dalla finestra trapelava una luce pallida. Mi sono messo in ascolto. Sentivo qualcosa grattare contro il fianco della casa. Sono saltato giù dal letto e sono andato a dare un’occhiata. «Oh Dio mio!», esclama mia moglie, tirandosi di colpo a sedere sul letto e scostandosi i capelli dalla faccia. Poi scoppia a ridere. «È il signor Venturini», dice. «Mi sono scordata di dirtelo. Aveva detto che oggi sarebbe venuto a ridipingere la casa. Di mattina presto. Prima che faccia troppo caldo. Me ne sono completamente scordata», dice e ride. «Tornatene pure a letto, tesoro. È solo lui». «Aspetta un attimo», dico io. Scosto la tenda dalla finestra. Fuori c’è un vecchietto in tuta bianca in piedi vicino a una scala a pioli. Il sole sta appena spuntando da dietro le montagne. Il vecchio e io ci squadriamo a vicenda. È proprio il padrone di casa - il vecchietto in tuta da lavoro. Però la tuta gli sta troppo grande. E non s’è neanche fatto la barba. Si è messo in testa un berretto da baseball per proteggersi la pelata. Accidenti, mi viene da pensare, è proprio un vecchietto strano. Sono inondato da una sensazione di felicità per il solo fatto di non essere lui - di essere quello che sono e di starmene in questa camera da letto con mia moglie. Lui fa un gesto con il pollice per indicare il sole. Mima l’atto di asciugarsi il sudore dalla fronte. Sta cercando di farmi capire che non ha tanto tempo. Si apre in un gran sorriso. Ed è allora che mi rendo conto di essere nudo. Mi guardo addosso. Poi guardo di nuovo lui e mi stringo nelle spalle. Che cosa si aspettava? Mia moglie ride. «E dai!», dice. «Tornatene a letto. Sbrigati. Torna immediatamente qui. Torna qui a letto». 254


Mollo la tenda. Ma rimango in piedi davanti alla finestra. Vedo il vecchietto che annuisce con il capo tra sé e sé come se stesse dicendo: «Va’ pure, figliolo, tornatene a letto. Ti capisco». Si tira la visiera del berretto. Quindi si rimette al lavoro. Raccoglie il barattolo della vernice. Comincia ad arrampicarsi sulla scala.

Mi appoggio al gradino dietro di me e accavallo le gambe. Magari un po’ più tardi, nel pomeriggio, provo a richiamare mia moglie. E poi cercherò anche di sapere cosa succede alla mia ragazza. Ma non voglio parlare con quello sfacciato di suo figlio. Se chiamo, spero che se ne stia da qualche altra parte a fare qualsiasi cosa faccia quando non gira per casa. Cerco di ricordarmi se ho mai letto un libro di Jack London. Mica me lo ricordo. Però al liceo, in effetti, ho letto un suo racconto. «Accendere un fuoco», si intitolava. C’è un tizio nel bel mezzo dello Yukon che sta gelando. Provate a immaginarlo - finirà davvero col morire assiderato se non riesce ad accendere un fuoco. Con il fuoco, può asciugarsi i calzini e il resto e riscaldarsi. Riesce ad accendere il fuoco, ma poi succede qualche cosa: ci cade sopra la neve da un ramo. Il fuoco si spegne. Intanto, il freddo aumenta. Sta scendendo la notte. Tiro fuori delle monete dalla tasca. Proverò prima con mia moglie. Se risponde, le farò gli auguri per l’anno nuovo. Ma tutto lì. Non solleverò discussioni sui nostri affari. Non alzerò la voce. Neanche se cerca di provocarmi. Mi chiederà da dove sto chiamando e dovrò dirglielo. Non le dirò nulla dei propositi per l’anno nuovo. Non c’è modo di fare una battuta su una cosa del genere. Dopo che avrò parlato con lei, chiamerò la mia ragazza. O magari chiamo prima lei. Dovrò solo sperare che non prenda la linea suo figlio. «Ciao, tesoro», le dirò appena risponderà. «Sono io».

255


La casa di Chef

Quell’estate Wes aveva preso in affitto una casa ammobiliata a nord di Eureka da un ex alcolizzato che si chiamava Chef. Poi mi ha chiamato per chiedermi di lasciare perdere quello che stavo facendo e trasferirmi lassù a vivere con lui. Diceva che s’era rimesso in carreggiata. La conoscevo bene, la sua carreggiata. Comunque non voleva sentire ragioni. Continuava a chiamarmi e diceva: Edna, dalla finestra del soggiorno si vede il mare. Si sente la salsedine nell’aria. Io lo stavo ad ascoltare. Non biascicava le parole. Gli ho detto: Ci penso un po’ su. Ed è quel che ho fatto. Una settimana dopo ha richiamato e ha detto: Allora vieni? Gli ho risposto che ci stavo ancora pensando su. Lui ha detto: Ricominciamo tutto da capo. Io gli ho detto: Se vengo lassù, voglio che tu faccia una cosa per me. Basta che la dici, mi ha risposto Wes. Allora gli ho detto: Voglio che cerchi di essere il Wes di una volta. Il vecchio Wes. Il Wes che ho sposato. Wes si è messo a piangere, ma io l’ho interpretato come un segno dei suoi buoni propositi. E così gli ho detto: E va bene, vengo su. Wes aveva piantato la sua ragazza, o lei aveva piantato lui - non sapevo bene e non me ne fregava niente. Quando ho deciso di rimettermi con Wes, ho dovuto salutare il mio amico. Lui mi ha detto: Stai facendo un grosso sbaglio. Non mi fare una cosa del genere. E a noi, non ci pensi?, ha detto. Io gli ho detto: Lo devo fare per il bene di Wes. Sta cercando di rimanere sobrio. Tu te lo dovresti ricordare che cosa significa. Certo che me lo ricordo, ha detto il mio amico, ma non voglio che tu vada. Allora gli ho detto: Vado solo per l’estate. Poi vedrò. Tornerò, gli ho detto. E lui ha detto: E io? Che cosa farai per il mio bene? Non tornare, così mi ha detto.

Quell’estate abbiamo bevuto caffè, bibite gassate e ogni sorta di succhi di frutta. Per tutta l’estate ecco che cosa abbiamo avuto da bere. Mi sono ritrovata a desiderare che quell’estate non passasse mai. Dentro di me lo sapevo che non poteva durare, ma dopo un mese di vita assieme a Wes nella casa di Chef, mi

256


sono rinfilata la fede al dito. Erano due anni che me l’ero tolta. Da quella notte che Wes era ubriaco e aveva gettato la sua nel pescheto. Wes aveva qualche soldo da parte, perciò non mi sono dovuta mettere a lavorare. E in pratica Chef ci faceva usare la casa per un affitto ridicolo. Il telefono non ce l’avevamo. Pagavamo le bollette del gas e della luce e facevamo spesa al supermercato Safeway, approfittando delle offerte speciali. Una domenica pomeriggio Wes è uscito a comprare uno spruzzatore per il giardino ed è tornato con qualcosa per me. È tornato con un bel mazzo di margherite e un cappello di paglia. Il martedì sera andavamo al cinema. Le altre sere Wes andava agli incontri che lui chiamava gli «Smettila di bere». Chef lo passava a prendere in macchina e lo riportava davanti casa appena finivano. Certi giorni io e Wes andavamo a pescare trote in uno dei laghetti d’acqua dolce lì vicino. Pescavamo dalla riva e ci mettevamo tutto il giorno per prendere qualche piccola trota. Tanto ci bastano, dicevo io, e la sera stessa le friggevo per cena. Certe volte mi toglievo il cappello e mi addormentavo su una coperta stesa accanto alla mia canna. L’ultima cosa che mi ricordavo erano le nuvole che mi passavano sopra la testa e se ne andavano verso la valle. La sera Wes mi prendeva tra le braccia e mi chiedeva se ero ancora la sua ragazza. I nostri figli mantenevano le distanze. Cheryl viveva con altre persone in una fattoria dell’Oregon. Badava a un gregge di capre e vendeva il latte. Allevava anche api e riempiva vasetti e vasetti di miele. Faceva la sua vita e io non gliene facevo certo una colpa. A lei non gliene importava niente di quello che suo padre e io facevamo basta che non la mettevamo in mezzo. Bobby era su nello stato di Washington impegnato nella fienagione. Finita quella, aveva in mente di raccogliere mele. Aveva una ragazza e stava mettendo da parte un po’ di soldi. Io scrivevo lettere e le firmavo: «Con sempre tanto affetto».

Un pomeriggio Wes era in giardino a togliere le erbacce quando è arrivato Chef. Io stavo lavando i piatti, e dalla finestra ho visto il suo macchinone fermarsi davanti casa. Vedevo la sua macchina, il viale di accesso e la superstrada e, oltre la superstrada, le dune e il mare. Sull’acqua c’erano delle nuvole basse. Chef è sceso dalla macchina e si è tirato su i pantaloni. Ho capito subito che c’era qualcosa. Wes ha smesso di fare quel che stava facendo e si è alzato. 257


Portava i guanti e un berrettino di tela. Si è tolto il berretto e si è passato il dorso della mano sulla fronte. Chef gli si è avvicinato e gli ha messo un braccio sulle spalle. Wes si è sfilato uno dei guanti. Sono andata alla porta. Ho sentito Chef che diceva a Wes che Dio solo lo sapeva quanto gli dispiaceva ma doveva chiederci di lasciare la casa alla fine del mese. Wes si è sfilato anche l’altro guanto. Come mai, Chef? Chef ha detto che sua figlia, Linda, la donna che Wes chiamava Linda la Grassa all’epoca in cui beveva, aveva bisogno di un posto in cui vivere e quel posto era questo. Chef ha raccontato a Wes che il marito di Linda era uscito con la barca da pesca qualche settimana prima e nessuno l’aveva più né visto né sentito da allora. Lei è sangue del mio sangue, Chef ha detto a Wes. Ha perso il marito. Ha perso il padre del suo bambino. Io posso darle una mano. Sono felice di poterle dare una mano, ha detto Chef. Mi spiace, Wes, ma ti toccherà trovare un’altra casa. Poi Chef ha abbracciato di nuovo Wes, si è ritirato su i pantaloni, è salito nel suo macchinone e se ne è andato. Wes è rientrato in casa. Ha lasciato cadere guanti e berretto sulla moquette ed è sprofondato nella poltrona. La poltrona di Chef, mi è venuto di pensare. Anche la moquette era di Chef, a ben vedere. Wes era pallido. Ho preparato due tazze di caffè e gliene ho portata una. Va bene, Wes, gli ho detto. Adesso non stare a preoccuparti, ho detto. Mi sono seduta sul divano di Chef con la mia tazza di caffè. Adesso qui al posto nostro ci verrà ad abitare Linda la Grassa, ha detto Wes. Teneva la tazza in mano, ma non beveva. Wes, adesso non ti agitare, gli ho detto. Il suo uomo sarà finito a Ketchikan, ha detto Wes. Il marito di Linda la Grassa se l’è semplicemente squagliata. Chi può fargliene una colpa?, ha detto Wes. Poi ha aggiunto che anche lui, a pensarci bene, avrebbe preferito naufragare con la sua barca piuttosto che vivere il resto dei suoi giorni con Linda la Grassa e il suo moccioso. Poi Wes ha posato la tazza accanto ai guanti. Finora questa è stata una casa felice, ha detto. Ne troveremo un’altra, vedrai, ho detto io. Non come questa, ha detto Wes. Ad ogni modo, non sarebbe più lo stesso. Questa casa è stata una buona casa per noi. In questa casa ci sono rimasti dei

258


bei ricordi. Adesso ci vivranno Linda la Grassa e il suo moccioso, ha concluso Wes. Quindi ha raccolto la tazza e ha assaggiato il caffè. La casa è di Chef, ho detto. Deve fare quello che deve fare. Lo so, ha detto Wes. Ma mica mi deve piacere per forza. Wes aveva una strana espressione. La conoscevo bene, quell’espressione. Continuava a bagnarsi le labbra con la lingua. E a spingersi la camicia nei pantaloni con i pollici. Si è alzato dalla poltrona ed è andato verso la finestra. È rimasto lì a guardare verso il mare e le nuvole che si stavano ammassando all’orizzonte. Si picchiettava il mento con le dita come se stesse pensando a qualcosa. E in effetti stava pensando a qualcosa. Non te la prendere, Wes, gli ho detto. Non te la prendere, dice lei, ha detto Wes. Non si è mosso dalla finestra. Ma dopo un attimo si è venuto a sedere sul divano accanto a me. Ha accavallato le gambe e ha cominciato a giocherellare con i bottoni della sua camicia. Gli ho preso la mano e mi sono messa a parlargli. Gli ho parlato di quell’estate. Ma poi mi sono accorta che ne parlavo come se fosse stata tempo fa. Parecchi anni fa. Insomma, come qualcosa che fosse ormai finito. Allora mi sono messa a parlare dei nostri ragazzi. Wes ha detto che gli sarebbe piaciuto ricominciare tutto da capo e questa volta fare tutto come si deve. Ti vogliono bene, gli ho detto. No, non è vero, ha detto lui. Allora gli ho detto: Un giorno capiranno. Forse, ha risposto Wes. Ma sarà troppo tardi. Non si sa mai, ho detto io. Be’, alcune cose le so, ha detto Wes, guardandomi. So che sono contento che tu sia venuta quassù. Non lo dimenticherò, ha detto. Sono contenta anch’io, ho detto. Sono contenta che tu abbia trovato questa casa. Wes ha lanciato uno sbuffo. Poi è scoppiato a ridere. Siamo scoppiati a ridere tutti e due. Che personaggio, Chef!, ha detto Wes, scuotendo la testa. Ci ha giocato un bel tiro mancino, quel figlio di buona donna. Ma sono contento che ti sei rimessa quella fede al dito. Sono contento che abbiamo passato questo periodo insieme, ha detto Wes. 259


Poi ho detto qualcosa io. Ho detto: Immagina, immagina soltanto, che non fosse successo niente. Immagina che questa sia la prima volta. Immagina. Immaginare non costa niente. Metti che niente di tutto il resto fosse mai successo. Capisci che voglio dire? Dove saremmo allora?, gli ho detto. Wes ha puntato gli occhi su di me. Poi ha detto: Allora immagino che dovremmo essere altre persone. Persone che non siamo. Non ho più quel genere d’immaginazione. Siamo nati per essere quello che siamo. Capisci cosa ti sto dicendo? Gli ho detto che non avevo buttato via una buona occasione e viaggiato per seicento miglia per venire a sentire discorsi del genere. Lui ha detto: Mi dispiace, ma non posso mica parlare come qualcuno che non sono. Non sono mica un’altra persona. Se fossi un’altra persona, puoi scommetterci che non sarei certo qui. Se fossi un’altra persona, non sarei io. Ma sono quello che sono. Non lo capisci? Wes, mi sta bene, ho detto. Mi sono portata la sua mano alla guancia. Poi, non so, mi sono ricordata di quando Wes aveva diciannove anni, di come correva attraverso il campo dove suo padre era alla guida del trattore e, schermandosi gli occhi con la mano, osservava il figlio corrergli incontro. Eravamo appena arrivati in macchina dalla California. Io ero scesa dalla macchina con Cheryl e Bobby e gli dicevo: Ecco laggiù nonno. Ma erano ancora troppo piccoli. Wes era seduto vicino a me e si picchiettava il mento, come se stesse cercando di capire cosa sarebbe successo ora. Il padre di Wes ormai era morto e i ragazzi si erano fatti grandi. Ho guardato Wes e poi mi sono data un’occhiata intorno nel soggiorno di Chef, alle cose di Chef, e ho pensato: Dobbiamo fare qualcosa e dobbiamo farlo subito. Tesoro, ho detto. Wes, stammi bene a sentire. Che vuoi?, ha chiesto lui. È stata l’unica cosa che ha detto. Sembrava che ormai avesse preso una decisione. Avendola presa, però, non aveva fretta. Si è appoggiato allo schienale del divano, ha intrecciato le mani e ha chiuso gli occhi. Non ha detto più niente. Non c’era più bisogno. L’ho chiamato tra me e me. Era facile dire il suo nome ed era ormai tanto tempo che m’ero abituata a chiamarlo così. Poi l’ho chiamato di nuovo. Questa volta a voce alta. Wes, ho detto. 260


Lui ha riaperto gli occhi. Ma non guardava mica me. Si è limitato a restare lì seduto e a guardare verso la finestra. Linda la Grassa, ha detto. Ma io sapevo bene che lei non c’entrava niente. Non contava. Era solo un nome. Wes si è alzato e ha tirato le tende. Il mare è sparito, così, da un momento all’altro. Sono andata in cucina a preparare la cena. Avevamo ancora un po’ di pesce in ghiacciaia. Non c’era molto altro. Stasera lo ripuliamo, ho pensato, e così sarà tutto finito.

261


Febbre

Carlyle era in un bel pasticcio. Era stato in quel pasticcio tutta l’estate, per l’esattezza dall’inizio di giugno, quando la moglie l’aveva piantato. Ma fino a poco tempo fa, a solo pochi giorni dall’inizio dei suoi corsi al liceo, Carlyle non aveva avuto bisogno di una baby-sitter. Aveva fatto tutto da solo. Ogni giorno e ogni notte era stato dietro ai bambini. La mamma, gli aveva detto, era partita per un lungo viaggio. Debbie, la prima baby-sitter che aveva contattato, era una ragazza grassa di diciannove anni, che aveva raccontato a Carlyle di venire da una famiglia numerosa. I bambini la adoravano, gli aveva detto. Gli aveva anche dato un paio di nomi come referenza. Li aveva scritti a matita su un foglio di quaderno. Carlyle aveva preso i nomi, piegato il foglio di carta e se l’era infilato nel taschino della camicia. Le aveva detto che aveva degli incontri il giorno dopo. Poteva cominciare a lavorare per lui la mattina dopo. Lei aveva detto: «D’accordo». Carlyle ormai aveva capito che la sua vita era entrata in una nuova fase. Eileen se n’era andata mentre Carlyle era ancora impegnato a compilare le pagelle. Aveva detto che se ne andava nella California meridionale per farsi una nuova vita. Era partita insieme a Richard Hoopes, uno dei colleghi di Carlyle al liceo. Hoopes insegnava teatro e anche un corso per soffiatori di vetro e, a quanto pare, aveva consegnato i suoi voti in anticipo, preso le sue cose ed era partito in fretta e furia insieme a Eileen. Ora, con la lunga e dolorosa estate ormai quasi alle spalle e i corsi che stavano per ricominciare, Carlyle era finalmente riuscito a occuparsi del problema di trovare una baby-sitter. I suoi primi tentativi non erano stati un gran successo. Nella disperazione di trovare qualcuno - chiunque aveva infine assunto Debbie. All’inizio, era grato che questa ragazza avesse risposto alla sua richiesta. Le aveva affidato la casa e i bambini come fosse una parente. Perciò era convinto di non poter dare la colpa che a se stesso, alla sua imprudenza, quando, in quella prima settimana, un giorno era tornato presto a casa da scuola e aveva 262


parcheggiato sul vialetto accanto a una macchina che aveva un paio di enormi dadi di stoffa appesi allo specchietto retrovisore. Con stupore vide i figli nel giardino di fronte a casa, con i vestiti sudici, che giocavano con un cane abbastanza grande da staccargli una mano a morsi. Il maschietto, Keith, aveva il singhiozzo ed evidentemente aveva appena finito di piangere. Sarah, invece, si mise a piangere appena lo vide scendere dalla macchina. I bambini erano seduti sull’erba e il cane gli leccava le mani e la faccia. Il cane gli ringhiò anche contro, ma poi si allontanò un po’ quando Carlyle fece per prendere i bambini. Tirò su Keith e poi anche Sarah. Con un bambino sotto ogni braccio, si diresse verso la porta d’ingresso. Dentro casa, il giradischi andava a pieno volume, tanto che i vetri delle finestre vibravano tutti. In soggiorno, tre giovanotti, che erano seduti attorno al tavolinetto, si alzarono di scatto. Il tavolino era affollato di bottiglie di birra e il posacenere traboccava di sigarette accese. Rod Stewart urlava dallo stereo. Sul divano, Debbie, la ragazza grassa, era allacciata a un altro giovanotto. Quando Carlyle fece il suo ingresso nella stanza, lei lo fissò con uno sguardo attonito e incredulo. Aveva la camicetta tutta sbottonata. Teneva le gambe piegate sotto di sé e fumava una sigaretta. La stanza era piena di fumo e di musica. La ragazza grassa e il suo amichetto si alzarono in tutta fretta dal divano. «Un momento, signor Carlyle», disse Debbie. «Posso spiegarle». «Lascia perdere», disse Carlyle. «Sparisci subito da qui. Anche voialtri. Prima che vi butti fuori a calci». Strinse la presa su i figli. «Mi

deve

quattro

giorni»,

disse

la

ragazza

grassa,

nel

tentativo

di

riabbottonarsi la camicetta. Teneva ancora la sigaretta tra le dita. La cenere continuava a caderle dalla sigaretta mentre cercava di infilare i bottoni nelle asole. «Oggi non lo conti. Non mi deve niente per oggi. Signor Carlyle, guardi che non è mica come sembra. Sono solo passati un attimo per ascoltare questo disco». «Capisco, Debbie», disse Carlyle. Lasciò i bambini sul tappeto. Però gli rimasero attaccati alle gambe a osservare tutta quella gente nel loro soggiorno. Debbie li guardò e poi scosse la testa lentamente, come se non li avesse mai visti prima. «Maledizione, uscite subito!», disse Carlyle. «Subito. Filate via. Tutti!»

263


Si spostò e andò ad aprire la porta. I ragazzi si muovevano come se non avessero alcuna fretta. Raccolsero le loro birre e s’avviarono lentamente verso la porta. Il disco di Rod Stewart ancora andava a tutto volume. Uno dei ragazzi disse: «Il disco è mio». «Riprenditelo», disse Carlyle. Fece un passo verso il ragazzo e poi si fermò. «Non mi tocchi, va bene? Non s’azzardi a toccarmi», disse il ragazzo. Si avvicinò al giradischi, alzò il braccetto, lo spostò e tolse il disco dal piatto che ancora girava. A Carlyle tremavano le mani. «Se quella macchina non è sparita dal mio vialetto tra un minuto - un minuto esatto - chiamo la polizia». La rabbia gli aveva fatto venire una specie di nausea e un senso di vertigine. Vedeva letteralmente macchie di luce che gli ballavano davanti agli occhi. «Ehi, senta, ce ne stiamo andando, va bene? Ce ne andiamo», disse il ragazzo. Uno alla volta uscirono tutti dalla casa. Appena fuori, la ragazza grassa inciampò leggermente. Barcollava un po’ mentre si avvicinava alla macchina. Carlyle la vide fermarsi e portarsi le mani al volto. Rimase lì così, in mezzo al vialetto, per qualche secondo. Poi uno dei ragazzi la spinse alle spalle e la chiamò per nome. Lei lasciò cadere le mani e salì sul sedile posteriore della macchina. «Adesso papà vi metterà dei vestitini puliti», Carlyle disse ai figli, cercando di controllare la propria voce. «Ci faremo un bel bagnetto e poi ci metteremo i vestitini puliti. Poi si va tutti fuori a mangiare la pizza. Vi andrebbe una bella pizza?» «E Debbie dov’è?», gli chiese Sarah. «Se n’è andata», disse Carlyle.

Quella sera, dopo aver messo a letto i bambini, chiamò Carol, la donna che aveva conosciuto a scuola e con cui era uscito nell’ultimo mese. Le raccontò quel che era successo con la baby-sitter. «I bambini stavano fuori in giardino con un cane grosso da far paura», disse. «Il cane sembrava un lupo, giuro. La baby-sitter era dentro casa con una manica di teppistelli amici suoi. Avevano messo Rod Stewart a tutto volume ed erano lì

264


che si sbronzavano di birra mentre i bambini erano fuori con quel cane strano». Si portò le dita alle tempie e le tenne lì mentre parlava. «Oh Signore!», esclamò Carol. «Povero tesoro, mi dispiace tanto». La voce gli arrivava un po’ confusa. Se la immaginò che teneva il ricevitore sotto il mento, com’era sua abitudine fare quando parlava al telefono. L’aveva vista fare così parecchie volte. Era un’abitudine che lui trovava vagamente irritante. Voleva che facesse un salto da lui?, chiese lei. L’avrebbe fatto volentieri. Pensava che magari era una buona idea. Avrebbe chiamato la sua, di baby-sitter, e poi sarebbe corsa in macchina da lui. Ne aveva davvero voglia. Non doveva mica avere paura di dirlo se aveva bisogno di affetto, aggiunse. Carol era una delle segretarie del preside del liceo dove Carlyle insegnava disegno e storia dell’arte. Era divorziata e aveva un figlio, un ragazzino nevrotico di dieci anni che il padre aveva chiamato Dodge, come la sua macchina. «No, va tutto bene», disse Carlyle. «Però ti ringrazio. Grazie davvero, Carol. I bambini sono a letto, ma mi sa che mi sentirei un po’ strano, sai, ad avere compagnia stasera». Lei non insisté. «Dolcezza, mi dispiace per quel che è successo. Ma ti capisco se vuoi stare solo stasera. Lo rispetto. Ci vediamo domani a scuola». Sentiva che stava aspettando che lui dicesse qualcos’altro. «Così sono già due baby-sitter in meno di una settimana», disse Carlyle. «Sto uscendo pazzo per questa cosa». «Tesoro, non ti demoralizzare», disse lei. «Vedrai che qualcosa cambierà. Ti aiuto io a trovarne una questo fine settimana. Andrà tutto bene, vedrai». «Grazie ancora per esserci quando ho bisogno di te», le disse lui. «Sei più unica che rara, lo sai». «‘Notte, Carlyle», disse lei. Dopo aver riattaccato, desiderò averle detto qualcos’altro invece di quello che aveva detto. Non aveva mai parlato in quel modo in vita sua. Non che stessero vivendo una storia d’amore, non l’avrebbe definita così, ma Carol gli piaceva. Lei si rendeva conto che per lui era un periodo difficile e non avanzava pretese. Dopo che Eileen se n’era andata in California, per il primo mese Carlyle aveva passato ogni minuto di veglia accanto ai suoi bambini. Secondo lui, era stato lo shock dell’abbandono a causare quel comportamento, ma fatto sta che non aveva perso d’occhio i bambini neanche per un secondo. 265


Non gli era passato nemmeno per l’anticamera del cervello di vedere altre donne, anzi per un certo periodo, aveva creduto che la cosa non gli sarebbe mai più interessata. Era come se stesse in lutto. Passava giorno e notte in compagnia dei figli. Cucinava per loro - anche se lui non aveva appetito - gli lavava e stirava i vestiti, li portava a fare gite in campagna, dove raccoglievano fiori selvatici e mangiavano panini avvolti nella carta oleata. Li portava a fare la spesa al supermercato e li lasciava scegliere quello che volevano. E ogni tanto andavano ai giardinetti oppure in biblioteca o allo zoo. Quando andavano allo zoo si portavano dietro pane secco da sbriciolare per le anatre. La sera, prima di rimboccargli le coperte, Carlyle leggeva qualche favola: Esopo, Hans Christian Andersen, i fratelli Grimm. «Quand’è che torna mamma?», uno dei figli gli chiedeva nel bel mezzo di una favola. «Presto», rispondeva. «Uno di questi giorni. Adesso state a sentire cosa succede». Quindi leggeva la storia fino alla fine, gli dava il bacio della buonanotte e spegneva la luce. E mentre i bambini dormivano, lui vagava per le stanze della casa con un bicchiere in mano, dicendosi che, sì, prima o poi, Eileen sarebbe tornata. Poi, neanche il tempo di respirare e diceva: «Non voglio più vedere la tua faccia. Questa non te la perdonerò mai, brutta stronza!» Un attimo dopo, l’invocava: «Ti prego, amore, ritorna! Ti amo e ho bisogno di te. E anche i bambini hanno bisogno di te». Certe notti, quell’estate, s’era addormentato davanti alla televisione e s’era svegliato con l’apparecchio ancora acceso e lo schermo brulicante di neve. Questo nel periodo in cui credeva che non sarebbe più uscito con una donna per un bel pezzo, se non addirittura mai più. La sera, seduto davanti alla televisione con accanto a sé un libro o una rivista chiusi, pensava spesso a Eileen. Quando gli capitava, ricordava la sua risata dolce oppure la mano che gli massaggiava il collo se si lamentava che gli faceva male lì. Era in momenti come questi che gli sembrava di volersi mettere a piangere. Pensava: Si sente sempre di cose del genere che capitano agli altri. Appena prima dell’incidente di Debbie, quando una parte dello shock e del dolore erano sfumati, aveva telefonato a un’agenzia di collocamento per far presente la sua situazione e le sue esigenze. 266


Qualcuno aveva annotato i suoi dati e gli aveva detto che l’avrebbero richiamato. Non c’erano molte persone disposte a fare i lavori di casa e allo stesso tempo a badare ai bambini, avevano detto all’agenzia, ma avrebbero trovato qualcuno. Pochi giorni prima che dovesse tornare a scuola per le riunioni e le iscrizioni, li aveva richiamati e gli avevano detto che la mattina dopo, presto, qualcuno si sarebbe presentato a casa sua. Quel qualcuno era una signora sui trentacinque anni con le braccia pelose e le scarpe consunte. Gli strinse la mano e lo ascoltò senza fare neanche una domanda sui bambini - neanche come si chiamavano. Quando la portò sul retro della casa dove i bambini stavano giocando, la donna si limitò a fissarli per un minuto senza dire niente. Quando finalmente si decise a sorridere, Carlyle si accorse per la prima volta che le mancava un dente. Sarah lasciò perdere i suoi colori a cera per avvicinarsi a lui. Gli prese la mano e rimase a fissare la donna. Anche Keith la fissava, ma poi si rimise a colorare. Carlyle ringraziò la donna per essere venuta e le disse che si sarebbe messo in contatto lui. Quel pomeriggio, aveva ricopiato un numero di telefono da un annuncio sulla bacheca

del

supermercato.

Qualcuno

che

si

offriva

come

baby-sitter.

Referenziata. Carlyle chiamò quel numero e fu così che contattò Debbie, la ragazza grassa.

Nel corso dell’estate, Eileen aveva spedito cartoline, lettere e foto ai bambini e anche degli schizzi a penna che aveva fatto da quando era andata via. Aveva anche mandato a Carlyle lunghe lettere piene di divagazioni in cui gli chiedeva tutta la sua comprensione per quella storia - quella storia - ma poi finiva per dirgli che tutto sommato era felice. Felice. Come se, pensava Carlyle, la felicità fosse l’unica cosa che contasse nella vita. Gli diceva che se veramente la amava come diceva e come lei stessa era convinta che la amasse - e anche lei lo amava, non doveva dimenticarlo - allora l’avrebbe capita e accettato le cose come stavano. Scriveva: «Quel che è veramente unito non può essere disunito». Carlyle non aveva capito se stava parlando del loro rapporto o della sua nuova vita laggiù in California. La parola unito, poi, gli dava sui nervi. Che c’entrava con loro due? Credeva forse formassero una specie di società? Pensò che Eileen doveva proprio 267


aver perso la testa, per parlare in quella maniera. Rilesse quella parte della lettera e poi l’appallottolò. Ma qualche ora dopo recuperò la lettera dal cestino della carta straccia dove l’aveva gettata e la mise insieme alle altre lettere e cartoline in una scatola sullo scaffale del suo guardaroba. In una delle buste c’era una foto di lei con in testa un grosso cappello floscio e con indosso un costume da bagno. E c’era un disegno a matita su carta pesante di una donna sulla riva di un fiume con addosso una gonna trasparente, le mani che si coprivano gli occhi, le spalle curve. Secondo Carlyle, rappresentava Eileen stessa che mostrava la sua sofferenza riguardo alla situazione. All’università si era specializzata in belle arti e anche se aveva acconsentito a sposarlo, diceva sempre di avere intenzione di mettere a frutto il proprio talento artistico. Carlyle le aveva detto che non avrebbe desiderato di meglio per lei. Era una cosa che le spettava di diritto, le disse. Spettava di diritto a tutti e due. Si erano amati tanto a quei tempi. Lui lo sapeva bene. Non riusciva a immaginare di poter amare nessun’altra come aveva amato lei. E si era sentito amato anche lui, certo. Poi, dopo esser stata sposata otto anni con lui, Eileen si era ritirata. Come diceva nella sua lettera, aveva deciso di «andare a realizzarsi». Dopo aver parlato con Carol, passò a dare un’occhiata ai bambini e li trovò che dormivano tranquilli. Quindi andò in cucina e si versò qualcosa da bere. Gli venne in mente di chiamare Eileen per discutere con lei del problema baby-sitter, ma poi decise di lasciar perdere. Naturalmente aveva sia l’indirizzo che il numero di telefono di dov’era adesso. Ma l’aveva chiamata solo una volta e finora non le aveva mai scritto. Un po’ per la sensazione di sconcerto che la situazione gli procurava, un po’ per la rabbia e l’umiliazione subita. Una volta, all’inizio dell’estate, dopo aver bevuto un po’, aveva rischiato l’umiliazione e aveva telefonato. Aveva risposto Richard Hoopes. «Salve, Carlyle», aveva esordito Richard, come fosse ancora suo amico. Poi, come se si fosse improvvisamente ricordato qualcosa, aveva aggiunto: «Aspetta un attimo, va bene?» Eileen aveva preso la linea e aveva detto: «Carlyle, come stai? Come stanno i bambini? Raccontami un po’ di te». Lui le aveva detto che i bambini stavano bene. Ma prima che potesse aggiungere alcunché, lei l’aveva interrotto per dire: «Lo so che loro stanno bene. Ma tu?»

268


Poi aveva proseguito dicendogli che si sentiva la testa a posto per la prima volta in tanti anni. Poi aveva voluto parlare di come stava la sua, di testa, e del suo karma. Aveva detto di aver riflettuto molto sul suo karma. Era sul punto di migliorare presto, da un momento all’altro, gli aveva assicurato. Carlyle era stato a sentirla, a stento in grado di credere alle sue orecchie. Poi le aveva detto: «Adesso devo andare, Eileen», e aveva riattaccato. Il telefono aveva squillato dopo un secondo o due, ma lui lo aveva lasciato squillare. Quando smise, aveva sganciato la cornetta e l’aveva lasciata staccata fino a quando non era stato pronto per andare a letto. Adesso aveva voglia di chiamarla, ma aveva anche paura. Gli mancava ancora, e voleva confidarsi con lei. Voleva anche sentire la sua voce - dolce, calma, magari non un po’ folle come l’aveva sentita ormai da mesi - ma se avesse fatto il numero, poteva rispondere Richard Hoopes. Carlyle era sicuro di non voler sentire la voce di quell’uomo. Richard era stato un suo collega a scuola per tre anni e, Carlyle immaginava, una specie di amico. Perlomeno era qualcuno con cui Carlyle pranzava insieme alla mensa professori, qualcuno con cui parlare di Tennessee Williams e delle foto di Ansel Adams. Ma anche se al telefono avesse risposto direttamente Eileen, magari si rimetteva a blaterare sulle vicende del suo karma. Mentre se ne stava seduto lì con il bicchiere in mano, cercando di ricordare le sensazioni di quando era stato sposato e in intimità con qualcuno, il telefono squillò. Alzò la cornetta, sentì il crepitìo dell’elettricità statica sulla linea e capì subito, ancor prima che lei lo chiamasse per nome, che si trattava di Eileen. «Stavo giusto pensando a te», disse Carlyle, e subito si pentì d’averlo detto. «Lo vedi? Lo sapevo che stavi pensando a me, Carlyle! Be’, anch’io stavo pensando a te. Ecco perché ho chiamato». Lui emise un sospiro. Ma allora lei stava davvero uscendo di testa. Ormai era chiaro. Intanto lei continuava a parlare. «Adesso stammi bene a sentire», disse Eileen. «Il motivo principale per cui ti ho chiamato è che lo so che lì le cose sono un po’ incasinate in questo momento. Non mi chiedere come faccio a saperlo, ma lo so. Mi dispiace, Carlyle. Ma ecco la mia proposta. Tu hai ancora bisogno di una buona governante e insieme di una baby-sitter, giusto? Be’, ce n’è una praticamente a due passi da casa, nello stesso quartiere! Oh, magari ne hai già trovata una. In tal caso, va bene lo stesso. Se è così, si vede che doveva andare 269


così. Ma, capisci, se per caso hai ancora quel tipo di problemi al proposito, c’è questa donna che una volta lavorava per la madre di Richard. Ho parlato con Richard sulla possibilità che sorgesse questo problema e lui si è messo subito al lavoro per risolverlo. Vuoi sapere che cosa ha fatto? Mi senti? Insomma, ha chiamato sua madre che una volta aveva questa donna che le faceva le pulizie di casa, la signora Webster. Si occupava della casa della madre di Richard prima che sua zia si trasferisse lì con la figlia. Richard è riuscito a procurarsi il suo numero di telefono tramite la madre. Oggi ha parlato con la signora Webster. Richard, voglio dire. Be’, la signora Webster ti chiamerà stasera. O, al più tardi, domattina. O stasera o domattina, insomma. Comunque, si metterà a tua disposizione, se ne hai bisogno. Può darsi che ne avrai bisogno, non si può mai sapere. Anche se magari la situazione si è risolta ormai, come spero. Ma un giorno o l’altro, può darsi tu ne abbia bisogno. Insomma, hai capito. Se non ti serve adesso, magari ti servirà un’altra volta. D’accordo? Come stanno i bambini? Che cosa combinano?» «I bambini stanno bene, Eileen. Ora dormono», disse lui. Forse avrebbe dovuto dirle che s’addormentavano piangendo tutte le sere. Si chiese se avesse dovuto dirle la verità - cioè che non avevano mai chiesto di lei neanche una volta nelle ultime due settimane. Alla fine decise di non dirle niente. «Ho chiamato anche prima, ma era occupato. Ho detto a Richard che magari stavi al telefono con la tua ragazza», disse Eileen, ridendo. «Pensa positivo. Sembri un po’ depresso», disse. «Devo andare ora, Eileen». Fece per riattaccare e si tolse il ricevitore dall’orecchio. Ma lei stava ancora parlando. «Di’ a Keith e Sarah che gli voglio bene. Digli che manderò altri disegni. Mi raccomando, diglielo. Non voglio che dimentichino che la loro mamma è un’artista. Magari non sono ancora una grande artista, ma non importa. Comunque, insomma, un’artista. È importante che si ricordino di questo». Carlyle disse: «Glielo dirò». «Richard ti manda i suoi saluti». Carlyle non disse niente. Ripeté la parola tra sé e sé - saluti. Che cosa poteva intendere con questo? Poi disse: «Grazie della telefonata. Grazie per aver parlato con quella signora». 270


«La signora Webster!» «Sì. Adesso magari farò meglio a riattaccare. Non voglio farti salire la bolletta alle stelle». Eileen rise: «Sono solo soldi. I soldi non contano niente se non come necessario mezzo di scambio. Ci sono cose ben più importanti dei soldi. Ma tu lo sai già». Lui tenne il ricevitore davanti a sé. Fissò l’apparecchio attraverso cui filtrava la voce di lei. «Carlyle, le cose si metteranno meglio per te. Me lo sento. Magari starai pensando che sono impazzita o qualcosa del genere», disse lei. «Ma tienilo bene a mente». Tenere bene a mente cosa?, si chiese Carlyle allarmato, credendo di aver saltato qualcosa che lei aveva detto. Si riportò il ricevitore all’orecchio: «Eileen, grazie per la telefonata», ripeté. «Dobbiamo tenerci in contatto», disse Eileen. «Dobbiamo tenere aperte tutte le linee di comunicazione. Secondo me, il peggio è passato. Per tutti e due. Ho sofferto anch’io, cosa credi. Ma vedrai che riusciremo a ottenere quello che ci spetta in questa vita, tutti e due, e col tempo diventeremo entrambi più forti, vedrai». «Buonanotte», disse lui. Riattaccò. Poi fissò l’apparecchio. Attese. Non squillò. Però squillò di nuovo un’ora dopo. Rispose. «Signor Carlyle?» Era la voce di una donna anziana. «Lei non mi conosce, ma sono la signora Webster, la moglie di Jim Webster. Mi hanno detto di mettermi in contatto con lei». «Ah, sì, la signora Webster», disse. Gli tornò in mente che Eileen gliene aveva parlato. «Signora Webster, può venire qui a casa domani mattina? Sul presto? Diciamo, alle sette?» «Non c’è problema», disse la signora anziana. «Alle sette in punto. Mi dia l’indirizzo esatto». «Vorrei poter contare su di lei», disse Carlyle. «Può contarci», disse lei. «Non so dirle quanto sia importante», disse Carlyle. «Non si preoccupi», disse l’anziana signora.

271


Il mattino dopo, quando la sveglia suonò, Carlyle voleva continuare a tenere gli occhi chiusi per non uscire dal sogno che stava facendo. Qualcosa che aveva a che fare con una fattoria. C’era anche una cascata. Qualcuno, non sapeva chi, camminava lungo la strada portando qualcosa. Forse un cesto da picnic. Ma non era il sogno a metterlo a disagio. Nel sogno, anzi, sembrava prevalere un senso di benessere. Alla fine, si decise a rotolare sul letto e a spingere il pulsante che faceva cessare il ronzio. Però rimase a letto qualche altro minuto. Poi si alzò, infilò i piedi nelle pantofole e ciabattò in cucina per prepararsi il caffè. Si fece la barba e si vestì. Poi tornò in cucina e si sedette con caffè e sigarette. I bambini erano ancora a letto. Ma tra cinque minuti o poco più aveva in mente di mettere le scatole dei cereali in tavola e preparare le ciotole e i cucchiai per andarli a svegliare e fargli fare colazione. Non riusciva ancora a credere che l’anziana signora che l’aveva chiamato la sera prima si sarebbe presentata stamattina, come aveva promesso di fare. Decise di aspettare fino alle sette e cinque e poi telefonare a scuola per prendersi un giorno di ferie e poi fare tutti gli sforzi possibili per trovare qualcuno su cui poter contare. Si portò la tazza di caffè alle labbra. Fu allora che sentì qualcosa sferragliare per strada. Posò la tazza e si alzò dal tavolo per andare a guardare dalla finestra. Un camioncino si era fermato davanti al marciapiedi appena fuori la casa. La cabina vibrava tutta mentre il motore ansimava al minimo. Carlyle andò alla porta d’ingresso, l’aprì e accennò a un saluto con la mano. Una signora anziana rispose al cenno e poi scese dal veicolo. Carlyle vide l’autista chinarsi e sparire dalla vista sotto il cruscotto. Il camioncino annaspò, ricominciò a vibrare tutto e poi rimase immobile e silenzioso. «Il signor Carlyle?», disse la signora, avvicinandosi lentamente a lui trascinando una grande sporta. «Signora Webster», la salutò lui. «Prego, si accomodi. Quello è suo marito? Lo chiami un attimo. Ho appena fatto il caffè». «Non si preoccupi», disse lei. «Lui ha il suo thermos».

272


Carlyle alzò le spalle. Le tenne aperta la porta. Lei entrò e a quel punto si strinsero la mano. La signora Webster sorrise. Carlyle annuì. Si trasferirono in cucina. «Mi voleva già da oggi, allora?», chiese lei. «Mi faccia andare a svegliare i bambini», rispose lui. «Vorrei presentarglieli prima di andare a scuola». «Mi pare una buona cosa», disse lei. Si guardò attorno in cucina. Appoggiò la sporta sul piano del lavello. «Che ne dice, allora, vado a prendere i bambini?», disse Carlyle. «Ci metto solo un minuto». Dopo un po’, portò di là i bambini e li presentò. Erano ancora in pigiama. Sarah si strofinava gli occhietti. Keith invece era ben sveglio. «Questo è Keith», disse Carlyle. «E questa qui è la mia Sarah». Continuando a tenere Sarah per la mano, si rivolse alla signora Webster: «Hanno bisogno di qualcuno, capisce. Abbiamo bisogno di qualcuno su cui poter contare. Mi sa che il nostro problema è tutto lì». La signora Webster si avvicinò ai bambini. Finì di abbottonare il pigiama di Keith. Scostò i capelli dal viso di Sarah. I bambini la lasciarono fare: «Non vi preoccupate, ragazzi», disse loro. «Signor Carlyle, andrà tutto bene. Andremo d’accordissimo. Ci dia solo un giorno o due per conoscerci meglio. Ma se devo rimanere, perché non dà il segnale di via libera al signor Webster là fuori? Basta che gli faccia un cenno dalla finestra», disse, e poi tornò a concentrarsi sui bambini. Carlyle andò alla finestra panoramica e tirò la tenda. Un vecchio stava osservando la casa dalla cabina del camioncino. Si stava portando una tazza da thermos alle labbra proprio in quel momento. Carlyle gli fece un cenno con la mano e l’altro rispose al cenno con la mano libera. Carlyle lo vide tirare giù il finestrino del camioncino e gettare fuori i fondi della tazza. Poi si chinò di nuovo sotto il cruscotto - Carlyle se l’immaginò che metteva in contatto dei fili elettrici - e dopo un attimo il motore si avviò e il camioncino riprese a vibrare. Il vecchio innestò la marcia e si allontanò dal marciapiede. Carlyle si allontanò dalla finestra. «Signora Webster», disse, «sono veramente contento che sia venuta».

273


«Altrettanto, signor Carlyle», disse lei. «Ora lei vada pure a fare quello che deve fare prima che si faccia tardi. Non si preoccupi di niente. Noi ce la caveremo alla grande. Vero, ragazzi?» I bambini fecero di sì con la testa. Keith le si era attaccato alla gonna con una mano. S’infilò in bocca il pollice dell’altra mano. «La ringrazio», disse Carlyle. «Guardi, già mi sento meglio al cento per cento, davvero». Scosse la testa e sorrise. Si sentì gonfiare il petto mentre baciava i figli. Disse alla signora Webster a che ora poteva aspettarsi che lui tornasse a casa, s’infilò la giacca, salutò di nuovo i bambini e uscì di casa. Per la prima volta dopo mesi, gli sembrava, sentì il suo fardello alleggerirsi un po’. Mentre andava a scuola in macchina, accese la radio e ascoltò un po’ di musica. Durante la prima ora di storia dell’arte, indugiò a lungo sulle diapositive di pittura bizantina che stava mostrando ai ragazzi. Spiegò con pazienza tutti i temi e ogni sfumatura fin nei dettagli. Mise in rilievo l’equilibrio e l’energia emotiva delle opere. Ma si dilungò un po’ troppo a lungo a contestualizzare quegli artisti anonimi nel loro ambiente sociale, tanto che qualcuno dei suoi studenti cominciò a strusciare i piedi sul pavimento oppure a schiarirsi rumorosamente la gola. Riuscì a portare a termine solo un terzo della lezione che aveva preparato per quel giorno. Quando suonò la campanella, lui era ancora lì che parlava. Nella lezione successiva, pittura ad acquarello, si sentiva insolitamente calmo e pieno di intuizioni. «Così, così», diceva, guidando le mani degli studenti. «Con delicatezza. Come un soffio d’aria sulla carta. Appena un tocco leggero. Così. Vedi?», diceva e si sentiva lui stesso sull’orlo di qualche scoperta. «È tutta questione di suggerire», diceva, guidando con delicatezza le dita di Sue Colvin che tenevano il pennello. «Dovete lavorare sui vostri errori finché sembrano fatti apposta. Capite?» In fila per il pranzo, nella mensa dei professori, vide Carol che era pochi posti avanti a lui. Lei pagò per quello che aveva preso. Lui attese con impazienza che gli facessero il conto. Per quando la raggiunse, Carol era già a metà del salone. Le infilò una mano sotto il gomito e la guidò verso un tavolo vuoto vicino alla finestra.

274


«Dio, Carlyle», disse lei dopo che si erano seduti. Prese il bicchiere di tè freddo. Era tutta rossa in volto. «Hai visto che occhiata ci ha lanciato la signora Storr? Che ti piglia? Adesso se ne accorgeranno tutti». Sorseggiò il tè freddo e rimise giù il bicchiere. «La signora Storr può andare all’inferno», disse Carlyle. «Lasciami dire una cosa, tesoro: mi sento anni-luce meglio di quanto mi sentissi a quest’ora ieri mattina. Gesù!», disse. «Ma cos’è successo?», chiese Carol. «Dimmelo un po’, Carlyle». Spostò la macedonia a un lato del vassoio e sparse il parmigiano sugli spaghetti. Ma non cominciò a mangiare niente. Aspettava che lui continuasse. «Dai, dimmi che cosa è successo». Lui le parlò della signora Webster. Le raccontò perfino del signor Webster, di come

doveva

mettere in

moto il camioncino

collegando a

mano

i fili

dell’accensione. Carlyle mangiò il budino di tapioca mentre parlava. Poi attaccò la bruschetta. Si scolò il tè freddo di Carol prima di rendersi conto di quello che stava facendo. «Carlyle, tu sei fuori di testa», disse Carol, indicando con la testa gli spaghetti che lui aveva nel piatto e che non aveva ancora toccato. Lui scosse la testa. «Dio mio, Carol. Sai una cosa? Mi sento in gran forma. Non mi sono mai sentito meglio tutta l’estate». Poi, abbassò la voce e disse: «Vieni da me stasera, ti va?» Allungò una mano sotto il tavolo e le mise una mano sul ginocchio. Lei diventò di nuovo tutta rossa. Alzò lo sguardo e diede un’occhiata in giro per la sala mensa. Ma nessuno badava a loro. Annuì rapidamente. Poi mise anche lei una mano sotto il tavolo e gli toccò la sua.

Quel pomeriggio tornò a casa e la trovò tutta sistemata e in ordine e i bambini con i vestiti puliti. In cucina, Keith e Sarah, in piedi sulle seggiole, aiutavano la signora Webster a fare i biscotti allo zenzero. Sarah non aveva i capelli davanti agli occhi come al solito perché erano trattenuti indietro da un fermaglietto. «Papà!», esclamarono felici i bambini appena lo videro. «Keith, Sarah», li salutò. «Signora Webster, non so...», ma lei non lo lasciò continuare. 275


«Abbiamo passato una bella giornata, signor Carlyle», s’affrettò a dire la signora Webster. Si pulì le dita sul grembiule. Era un vecchio grembiule con su stampati mulini a vento azzurri ed era appartenuto a Eileen. «Ha dei bambini meravigliosi. Sono due tesori. Proprio dei tesori». «Non so che dire». Carlyle si appoggiò al lavello e si mise a osservare Sarah che tagliava la pasta con uno stampino. Si sentiva nell’aria l’odore della spezia. Si tolse la giacca e si sedette al tavolo. Si allentò il nodo della cravatta. «Oggi è stata una giornata in cui abbiamo fatto conoscenza», disse la signora Webster. «Domani abbiamo altri programmi. Ho pensato che potevamo fare una passeggiata ai giardinetti. Dovremmo approfittare di questo bel tempo». «È una buona idea», disse Carlyle. «Va benissimo. Ottimo. E brava la signora Webster». «Finisco di infornare questi biscotti e a quel punto dovrebbe arrivare il signor Webster. Lei aveva detto alle quattro, no? Gli ho detto di venire alle quattro». Carlyle annuì, il cuore colmo. «Ha ricevuto una telefonata oggi», disse lei mettendo la ciotola dell’impasto nel lavello. «Ha chiamato la signora Carlyle». «La signora Carlyle», disse lui. Rimase in attesa per sentire cos’altro aveva da aggiungere la signora Webster. «Sì. Io le ho detto chi ero, ma lei non pareva sorpresa di trovarmi qui. Ha parlato un po’ con tutti e due i bambini». Carlyle lanciò un’occhiata verso Keith e Sarah, ma loro non stavano ascoltando. Erano tutti intenti a mettere in fila i biscotti in un’altra teglia. La signora Webster continuò: «Le ha lasciato un messaggio. Vediamo un po’. Me lo sono scritto da qualche parte, ma mi sa che me lo ricordo. Ha detto così: “Gli dica” - cioè, devo dire a lei - “che gira gira, il cerchio si chiude”. Sì, mi sembra che abbia detto proprio così. Ha detto che lei avrebbe capito». Carlyle la fissò. Poi sentì arrivare il camioncino del signor Webster. «Dev’essere il signor Webster», disse la donna, togliendosi il grembiule. Carlyle annuì. «Domani mattina alle sette?», chiese lei. «Va bene», disse lui. «E grazie di nuovo».

276


Quella sera fece il bagnetto ai bambini, gli mise il pigiama e poi gli lesse una storia. Li sentì recitare le loro preghiere, gli rimboccò le coperte e spense la luce. Erano quasi le nove. Si versò da bere e si mise a guardare un programma alla televisione finché non sentì la macchina di Carol fermarsi davanti casa. Verso le dieci, mentre erano ancora a letto insieme, squillò il telefono. Carlyle imprecò, ma non si alzò a rispondere. Continuò a squillare. «Potrebbe essere importante», disse Carol, tirandosi su a sedere. «Potrebbe essere la mia baby-sitter. Le ho dato questo numero». «È mia moglie», disse Carlyle. «Sono sicuro che è lei. Sta perdendo la ragione. Sta impazzendo. Non mi va di risponderle». «Tanto devo andare via tra poco», disse Carol. «È stato molto carino stasera, tesoro». Gli carezzò la faccia.

Ormai era passata la prima metà del trimestre autunnale. La signora Webster lavorava da lui da quasi un mese e mezzo. In questo periodo, la vita di Carlyle aveva subito parecchi cambiamenti. Tanto per cominciare si stava abituando all’idea che Eileen se n’era andata e, per quanto ne capiva lui, non aveva alcuna intenzione di tornare. Aveva smesso di immaginare che questa cosa potesse cambiare. Solo qualche volta, a notte tarda, le sere che non stava con Carol, desiderava che l’amore che ancora provava per Eileen finisse, ed era tormentato dal perché era successo quel che era successo. Ma in generale lui e i bambini erano felici; Keith e Sarah erano rifioriti sotto le attenzioni della signora Webster. Ultimamente, lei aveva preso l’abitudine di preparare anche la cena e di tenerla al caldo nel forno finché lui non tornava da scuola. Carlyle entrava in casa ed era avvolto da qualche delizioso odore proveniente dalla cucina e trovava Keith e Sarah che aiutavano ad apparecchiare la tavola in camera da pranzo. Ogni tanto chiedeva alla signora Webster se le andava di fare qualche straordinario il sabato. Lei di solito era d’accordo, a patto che non le richiedesse di arrivare a casa sua prima di mezzogiorno. Il sabato mattina, diceva, doveva fare delle cose per il signor Webster e per se stessa. In quei giorni anche Carol lasciava Dodge insieme ai figli di Carlyle, tutti sotto la supervisione della signora Webster, e loro due facevano 277


una gita in campagna e cenavano in qualche ristorante fuori città. Carlyle era convinto che la sua vita stava per ricominciare. Anche se non aveva più sentito Eileen da quella telefonata di sei settimane prima, scoprì che ormai era capace di pensare a lei senza arrabbiarsi né aver voglia di piangere. A scuola stavano per finire il periodo medievale e cominciare il Gotico. Al Rinascimento mancava ancora un po’, perlomeno fino al ritorno dalle vacanze di Natale. Fu in questo periodo che Carlyle si ammalò. Nel corso di una sola notte, gli pareva, gli si chiuse il petto e la testa cominciò a fargli male. Si sentiva tutte le giunture del corpo indolenzite. Appena si muoveva era assalito da vertigini. Il mal di testa peggiorò. Si svegliò con questi dolori una domenica mattina e pensò di telefonare alla signora Webster per chiederle di venirsi a prendere i bambini e portarli da qualche parte. Erano stati molto dolci con lui, gli avevano portato bicchieri di succo di frutta e anche una bibita. Ma lui non riusciva a prendersi cura di loro. Il secondo giorno che stava male riuscì a stento a telefonare alla scuola per avvertire che non sarebbe andato. Fornì il nome, la materia e la natura della sua malattia alla persona che rispose al telefono. Poi raccomandò che prendessero come supplente Mel Fisher. Fisher era un uomo che dipingeva quadri astratti a olio per tre o quattro giorni alla settimana per sedici ore al giorno, eppure non vendeva e nemmeno metteva in mostra le sue opere. Era un amico di Carlyle. «Chiamate Mel Fisher», disse alla donna all’altro capo del telefono. «Fisher», ripeté con un filo di voce. Riuscì a trascinarsi di nuovo a letto, s’infilò sotto le coperte e s’addormentò. Nel dormiveglia, sentì il motore del camioncino sferragliare davanti casa e il botto del ritorno di fiamma al momento di spegnersi. Poco dopo sentì la voce della signora Webster dall’altra parte della porta della camera da letto. «Signor Carlyle?» «Sì, signora Webster». Anche la sua voce aveva un suono strano. Tenne gli occhi chiusi. «Mi sento male. Ho già chiamato la scuola. Me ne resto a letto, oggi». «Capisco. Be’, non si preoccupi», disse. «Da questa parte, penso a tutto io». Carlyle serrò gli occhi. Subito dopo, ancora nel dormiveglia, gli sembrò di sentire la porta di casa aprirsi e richiudersi. Si mise in ascolto. In cucina sentì una voce maschile dire qualcosa e una sedia spostata dal tavolo. Subito dopo

278


sentì le voci dei bambini. Più tardi - non era neanche sicuro di quanto tempo fosse passato - sentì di nuovo la signora Webster fuori dalla porta. «Signor Carlyle, vuole che le chiami un dottore?» «No, lasci stare», disse. «Mi sa che è solo un brutto raffreddore. Però mi sento molto accaldato. Forse ho troppe coperte. E fa troppo caldo in casa. Magari abbassi un po’ il riscaldamento». Quindi si sentì trascinare di nuovo nel sonno. Dopo un po’, sentì i bambini che parlavano con la signora Webster in soggiorno. Stavano rientrando o sul punto di uscire?, si chiese Carlyle. Possibile che fosse già domani? Si riaddormentò. Ma poi si rese conto che la porta della sua camera era aperta. La signora Webster comparve accanto al letto. Gli mise una mano sulla fronte. «Brucia», disse. «Ha la febbre alta». «Tutto a posto», disse Carlyle. «Ho solo bisogno di dormire un altro po’. Magari può abbassare ancora il riscaldamento. Per favore, le sarei molto grato se mi procurasse un’aspirina. Ho un mal di testa terribile». La signora Webster uscì dalla stanza. Ma lasciò la porta aperta. Carlyle sentiva la televisione accesa, di là. «Jim, abbassa il volume», la sentì dire e il volume diminuì subito. Carlyle si riaddormentò. Ma non poteva aver chiuso gli occhi per più di un secondo perché all’improvviso la signora Webster era tornata con un vassoio in mano. Si sedette sul bordo del letto. Carlyle si scosse e cercò di tirarsi su a sedere. Lei gli sistemò un cuscino dietro la schiena. «Su, prenda queste», gli disse, porgendogli delle compresse. «Le mandi giù con questo». Gli diede un bicchiere di succo di frutta. «Le ho portato anche un po’ di semolino. Voglio che lo mangi tutto. Le farà bene». Prese le aspirine e le mandò giù con il succo. Annuì. Ma poi chiuse di nuovo gli occhi. Voleva riaddormentarsi. «Signor Carlyle», disse lei. Riaprì gli occhi. «Sono sveglio», disse. «Mi spiace». Si tirò un po’ su. «È solo che ho troppo caldo. Che ore sono? Sono già le otto e mezza?» «Veramente sono da poco passate le nove e mezza», disse lei. «Le nove e mezza», disse lui. 279


«Adesso le darò da mangiare questo semolino. Lei farà il bravo, aprirà la bocca e lo mangerà tutto. Sono solo sei cucchiaiate. Ecco, questa è la prima. Apra», gli disse. «Appena avrà mangiato questo, vedrà, si sentirà subito meglio. Poi la lascerò dormire di nuovo. Mangi il semolino e poi potrà tornare a dormire finché vuole». Carlyle mangiò il semolino che lei gli imboccava e chiese altro succo di frutta. Finì il succo e si rimise giù sotto le coperte. Proprio mentre si stava riaddormentando, sentì che lei gli metteva sopra un’altra coperta. Quando si risvegliò era ormai pomeriggio. Lo capiva dalla luce pallida che trapelava dalla finestra. Allungò un braccio e tirò su la tenda. Vide che fuori era nuvolo; il sole invernale era nascosto dietro le nubi. Si alzò pian piano dal letto, trovò le pantofole e s’infilò la vestaglia. Andò in bagno e si guardò nello specchio. Quindi si lavò la faccia e prese un altro paio di aspirine. Si asciugò e poi andò in soggiorno. Sul tavolo da pranzo, la signora Webster aveva steso dei fogli di giornale e lei e i bambini erano lì che modellavano statuette di creta insieme. Ne avevano già fatto alcune con dei lunghi colli e occhi sporgenti; somigliavano a giraffe, oppure a dinosauri. La signora Webster alzò lo sguardo quando lui si avvicinò al tavolo. «Come si sente?», gli chiese la signora Webster mentre lui si sistemava sul divano. Da lì poteva vedere bene la zona pranzo dove la signora Webster e i bambini sedevano attorno al tavolo. «Meglio, grazie. Un tantino meglio», disse. «Ho ancora mal di testa e mi sento ancora accaldato». Si toccò la fronte con il dorso della mano. «Però sto meglio. Sì, meglio. Grazie per stamattina». «Vuole che le porti qualcosa?», chiese la signora Webster. «Dell’altro succo di frutta oppure un tè? Secondo me, anche un caffè non può farle che bene, ma un tè forse è meglio. Il succo di frutta meglio di tutto il resto». «No, no, la ringrazio», disse lui. «Resterò un po’ seduto qui. È bello essere fuori dal letto. Mi sento solo un po’ fiacco, tutto lì. Signora Webster?» Lei lo guardò e rimase in attesa. «Mi sbaglio oppure ho sentito il signor Webster in casa stamattina?

280


Non c’è problema, naturalmente. Mi dispiace solo di non averlo potuto incontrare e salutare come si deve». «Sì, era lui», disse la signora Webster. «Anche a lui sarebbe piaciuto incontrarla. Gliel’ho chiesto io di entrare. Ha solo scelto la mattina sbagliata per farlo, con lei che si sente male e tutto il resto. Volevo dirle qualcosa a proposito dei nostri programmi, cioè del signor Webster e miei, ma stamattina non era certo il momento più opportuno». «Cosa voleva dirmi?», chiese lui, allarmato, con la paura che cominciava ad attanagliargli il cuore. Lei scosse la testa. «No, va bene», disse. «Non è così urgente». «Cosa voleva dirgli?», disse Sarah. «Cosa voleva dirgli?» «Cosa, cosa?», chiese anche Keith. I bambini smisero di modellare la creta. «Un momento, voi due», disse la signora Webster, alzandosi in piedi. «Signora Webster! Signora Webster!», esclamò Keith. «Un attimo, giovanotto», disse la signora Webster. «Adesso ho bisogno di scambiare due parole con tuo padre. Tuo padre non si sente bene, oggi. Tu sta’ buono. Continua a giocare con la creta. Se non stai attento, tua sorella farà più animaletti di te». Proprio mentre lei si stava spostando verso il soggiorno, il telefono si mise a squillare. Carlyle allungò un braccio all’estremità del divano dov’era l’apparecchio e alzò la cornetta. Come gli era già successo, sentì prima una specie di coro sommesso sulla linea e capì che si trattava di Eileen. «Sì?», disse. «Che c’è?» «Carlyle», disse la moglie, «non chiedermi come, ma so che le cose non vanno tanto bene lì in questo momento. Stai male, vero? Anche Richard è stato male. È qualcosa nell’aria. Non riesce a trattenere niente nello stomaco. Ha già saltato una settimana di prove di questa commedia che sta mettendo su. Sono dovuta andare là io stessa per aiutare il suo vice a sbozzare le scene. Ma non è certo per questo che ti chiamo. Dimmi un po’ come vanno le cose da quelle parti». «Niente da segnalare», disse Carlyle. «Sto male, tutto qui. Un po’ d’influenza. Ma sto già meglio». «Tieni ancora un taccuino?», chiese lei. Lui fu colto in contropiede. Diversi anni prima, le aveva detto che stava tenendo un taccuino di appunti. Non un diario, aveva precisato, ma un taccuino - come se quella distinzione spiegasse 281


qualcosa. Ma non glielo aveva mai mostrato e comunque era più di un anno che non ci scriveva niente. Se n’era perfino dimenticato. «Perché, sai», continuò lei, «dovresti scrivere qualcosa su questo periodo, sul tuo taccuino. Cosa provi, quello che pensi. Insomma, cosa ti passa per la testa in questo periodo di malessere. Ricordati che la malattia è un messaggio che ti arriva sulla tua salute, sul tuo benessere. Ti si rivelano delle cose. Prendi appunti. Capisci cosa voglio dire? Poi quando stai meglio li rileggi e capisci qual era il messaggio. Lo puoi leggere in seguito, dopo il fatto. Lo faceva anche Colette», disse Eileen. «Perlomeno, l’ha fatto una volta che ha avuto la febbre». «Chi?», chiese Carlyle. «Che cosa hai detto?» «Colette», rispose Eileen. «La scrittrice francese. Sai di chi parlo. Avevamo un suo libro in giro per casa. Gigi o qualcosa del genere. Quello lì non è che l’ho letto, ma ne ho letti altri da quando sono quaggiù. Richard mi ha fatto entusiasmare per lei. Ha scritto un libretto per raccontare la sua esperienza, cosa provava, che cosa pensava durante tutto il periodo in cui aveva la febbre alta. A volte la sua temperatura arrivava fino a quaranta. Altre volte era più bassa. Forse è salita pure sopra ai quaranta gradi. Ma insomma quaranta era la temperatura più alta che ha registrato e che ha annotato quando scriveva mentre aveva la febbre. Insomma, ha scritto tutto. Ecco che voglio dire. Cerca anche tu di scrivere sulla tua esperienza. Può darsi che ne esca fuori qualcosa», disse Eileen e senza alcun motivo apparente, almeno secondo Carlyle, scoppiò a ridere. «Almeno in seguito avrai un resoconto ora per ora della tua malattia. Da rileggere. Almeno ne avrai tratto quella testimonianza. Per adesso hai solo il fastidio. Devi cercare di tradurlo in qualcosa che almeno puoi utilizzare». Lui si premette di nuovo le dita contro le tempie e chiuse gli occhi. Ma lei era ancora al telefono, in attesa che lui dicesse qualcosa. Ma che poteva dirle? Per lui era evidente che lei ormai era pazza. «Gesù», disse. «Gesù, Eileen. Non so che dirti su questo. Davvero. Adesso devo andare. Grazie per la telefonata», disse. «Figurati», disse lei. «Dobbiamo essere in grado di comunicare. Dammi un bacio ai bambini. Digli che gli voglio bene. Richard ti manda i suoi saluti. Anche se praticamente è ancora al tappeto». «Addio», disse Carlyle e riagganciò. Poi si portò le mani al volto. 282


Chissà perché, si ricordò che la ragazza grassa aveva fatto lo stesso gesto quella volta, mentre si avvicinava alla macchina. Abbassò le mani e guardò la signora Webster che lo stava osservando. «Spero non abbia ricevuto brutte notizie», disse. La signora aveva avvicinato una sedia al divano dove era seduto lui. Carlyle scosse la testa. «Bene», disse la signora Webster. «Meno male. Dunque, signor Carlyle, magari ora non è il momento migliore per sollevare questo problema». Lanciò un’occhiata verso la zona pranzo. Al tavolo, i bambini lavoravano la creta a capo chino. «Ma dato che prima o poi bisognerà sollevarlo e dato che riguarda sia lei che i bambini e lei ora si è alzato, tanto vale che glielo dica subito. Vede, io e Jim stiamo invecchiando. Il fatto è che abbiamo bisogno di qualcosa in più di quello che abbiamo ora. Capisce che cosa voglio dire? Non è mica facile per me», disse, scuotendo la testa. Carlyle annuì lentamente. Capì che lei gli avrebbe detto che doveva andarsene. Si asciugò il volto con una manica. «Bob, il figlio di Jim dal suo precedente matrimonio - adesso ha quarant’anni - ieri ci ha chiamato per invitarci ad andare in Oregon per aiutarlo nella fattoria dove alleva visoni. Jim gli darà una mano a fare qualsiasi cosa si faccia in un allevamento di visoni e io cucinerò, comprerò le provviste, terrò la casa pulita e farò tutto quello di cui ci sarà bisogno. Per noi è un’opportunità. Vitto, alloggio e qualche cosa di più. Jim e io non dovremmo più preoccuparci di cosa sarà di noi. Capisce cosa voglio dire? In questo momento, Jim non ha altro», disse. «Ha compiuto sessantadue anni la settimana scorsa. È un bel pezzo che non lavora. Stamattina era venuto per dirglielo di persona, perché io l’avrei dovuta avvertire, capisce. Abbiamo pensato - be’, insomma, l’idea è stata mia - che sarebbe stato più facile se ci fosse stato anche Jim quando gliel’avessi detto». Attese che Carlyle dicesse qualcosa. Lui non disse niente, e lei andò avanti. «Finirò questa settimana e magari posso fermarmi un altro paio di giorni la settimana prossima, se c’è bisogno. Ma poi, sa, certo, dovremo proprio partire e lì ci dovrà fare gli auguri. Cioè, se l’immagina? - arrivare fino in Oregon con quel trabiccolo che ci ritroviamo? Però mi mancheranno tanto questi bambini. Sono così cari».

283


Dopo un po’, visto che lui non le rispondeva ancora niente, si alzò dalla sedia e si andò a sedere sul divano accanto a lui. Gli sfiorò la manica della vestaglia. «Signor Carlyle?» «Capisco», disse lui. «Voglio che lei sappia che la sua presenza qui è stata molto importante sia per me che per i bambini». La testa gli faceva talmente male che era costretto a tenere gli occhi socchiusi. «Maledetto mal di testa!», disse. «Questo mal di testa mi sta ammazzando». La signora Webster allungò una mano e gli sfiorò la fronte con il dorso della mano. «Ha ancora qualche linea di febbre», gli disse. «Le porto qualche altra aspirina. Gliela farà scendere. La curo ancora io, sa?», disse. «Sono ancora io il suo dottore». «Mia moglie pensa che dovrei prendere appunti su come mi sento», disse Carlyle. «Secondo lei è una buona idea descrivere i sintomi della febbre. Così poi posso rileggerli e capire qual è il messaggio». Si mise a ridere. Gli vennero le lacrime agli occhi. Se le asciugò con il palmo della mano. «Adesso le porto le aspirine e il succo di frutta e poi vado di là con i bambini», disse la signora Webster. «Mi sa che il loro interesse per la creta sta quasi per finire». Carlyle aveva paura che lei se ne andasse di là e lo lasciasse da solo. Voleva ancora parlare con lei. Si schiarì la gola. «Voglio che sappia una cosa, signora Webster. Per parecchio tempo mia moglie e io ci siamo amati più di ogni altra cosa e più di chiunque altro al mondo. Compresi i bambini. Pensavamo, anzi, eravamo convinti che saremmo invecchiati insieme. Ed eravamo anche convinti che avremmo fatto tutte le cose che volevamo fare al mondo, e che le avremmo fatte insieme». Scosse la testa. Adesso questa gli sembrava davvero la cosa più triste di tutte - che qualsiasi cosa avrebbero fatto d’ora in poi, l’avrebbero fatta ciascuno per conto suo. «Su, non ci pensi adesso», disse la signora Webster. Gli accarezzò la mano. Lui si chinò in avanti e ricominciò a parlare. Dopo un po’ i bambini si affacciarono in soggiorno. La signora Webster incrociò il loro sguardo e gli fece segno di stare zitti mettendosi un dito davanti le labbra. Carlyle li vide, ma continuò a parlare. Che ascoltino pure, pensò. Dopotutto, riguarda anche loro. I bambini sembrarono capire che dovevano restarsene in silenzio, magari anche far finta di essere interessati e così si sedettero ai piedi della signora Webster. Poi si sdraiarono 284


bocconi sul tappeto e cominciarono a ridacchiare. Ma la signora Webster li guardò un po’ di traverso e tanto bastò a farli smettere. Carlyle continuò a parlare. All’inizio la testa gli faceva ancora male e si sentiva un po’ ridicolo a starsene seduto ancora in pigiama sul divano accanto a questa donna anziana che aspettava con pazienza che lui passasse all’argomento successivo. Ma poi il mal di testa svanì e ben presto Carlyle smise anche di sentirsi ridicolo e si dimenticò perfino di come si doveva sentire. Aveva cominciato a raccontare la sua storia da qualche parte verso la metà, dopo che erano nati i bambini. Ma poi era tornato indietro e aveva ricominciato dall’inizio, ai tempi in cui Eileen aveva diciotto anni e lui diciannove, ed erano due ragazzi molto innamorati, che ardevano d’amore. Si fermò per asciugarsi la fronte. Si inumidì le labbra. «Continui pure», disse la signora Webster. «Capisco quello che vuole dire. Continui pure a parlare, signor Carlyle. A volte fa bene parlarne. A volte bisogna proprio tirare fuori tutto. E poi, ho voglia di starla a sentire. Vedrà che dopo si sentirà meglio. Una volta anche a me è capitata una cosa del genere, una cosa come quella che sta descrivendo lei. L’amore. Ecco di cosa si tratta». I bambini si addormentarono sul tappeto. Keith s’era infilato il pollice in bocca. Carlyle stava ancora parlando quando il signor Webster arrivò, bussò alla porta ed entrò a riprendere la moglie. «Siediti un attimo, Jim», disse la signora Webster. «Non c’è fretta. Continui pure a raccontare, signor Carlyle». Carlyle fece un cenno di saluto al vecchio e quello lo ricambiò, poi prese una delle sedie dal tavolo da pranzo e la portò in soggiorno. La mise vicino al divano e vi si sedette con un sospiro. Poi si tolse il berretto e accavallò faticosamente le gambe. Quando Carlyle riprese a parlare, il vecchio rimise tutti e due i piedi sul pavimento. I bambini si svegliarono. Si tirarono su a sedere e cominciarono a dondolare la testa avanti e indietro. Ma a quel punto Carlyle aveva detto tutto quello che aveva da dire e così smise di parlare. «Bene. Ha fatto benissimo», disse la signora Webster appena si accorse che lui aveva finito. «Lei è fatto di stoffa buona. E anche sua moglie, la signora Carlyle. E non se lo dimentichi. Appena finisce questa storia, vi troverete bene tutti e due».

285


Si alzò e si tolse il grembiule che aveva addosso. Anche il signor Webster si alzò e si rimise in testa il berretto. Alla porta, Carlyle strinse la mano a tutti e due. «Arrivederci», disse Jim Webster, toccandosi la visiera del berretto. «Buona fortuna», disse Carlyle. La signora Webster gli disse che l’avrebbe visto l’indomani mattina, alle prime luci dell’alba, come al solito. Come se avessero raggiunto un accordo su una questione importante, Carlyle disse: «Ottimo!» L’anziana coppia procedette con cautela lungo il vialetto fino al camioncino. Jim Webster si chinò di nuovo sotto il cruscotto. La signora Webster si girò verso Carlyle e lo salutò con la mano. Fu allora, in piedi alla finestra, che lui sentì che qualcosa era arrivato alla fine. Qualcosa che aveva a che fare con Eileen e la vita prima di allora. L’aveva mai salutata con la mano? Naturalmente doveva averlo fatto, qualche volta, anzi senz’altro, però ora non se lo ricordava proprio. Ma si rese conto che ormai tra loro era finita e si sentì in grado di lasciarla andare. Era sicuro che la loro vita insieme era accaduta proprio nel modo in cui l’aveva raccontata. Ad ogni modo era qualcosa che apparteneva ormai al passato. E anche quel passato - per quanto gli fosse sembrato impossibile e avesse combattuto perché non accadesse - adesso sarebbe diventato semplicemente una parte di sé, al pari di tutte le altre cose che si era lasciato alle spalle. Appena il camioncino fece un sobbalzo in avanti, Carlyle alzò di nuovo il braccio. Vide l’anziana coppia chinarsi brevemente verso di lui mentre si allontanava. Poi riabbassò il braccio e si girò verso i figli.

286


Penne

Questo mio collega di lavoro, Bud, una volta ha invitato me e Fran a cena. Io non conoscevo sua moglie e lui non conosceva Fran. Così eravamo pari. Ma io e Bud eravamo amici. E sapevo che a casa sua c’era un bambino piccolo. Doveva avere più o meno otto mesi quando Bud ci ha invitato a cena. Che fine avevano fatto quegli otto mesi? Diamine, che fine ha fatto il tempo che è passato da allora? Ricordo ancora il giorno che Bud è venuto al lavoro con una scatola di sigari. Ce li aveva distribuiti a mensa. Li aveva comprati al supermercato, marca Dutch Masters. Però ogni sigaro aveva una fascetta rossa e un involucro su cui era scritto è un maschietto! Io, sigari non ne fumo, ma ne ho preso uno comunque. «Prendine un paio», aveva detto Bud, scuotendo la scatola. «I sigari non piacciono neanche a me. È stata un’idea sua». Voleva dire di sua moglie. Olla. Non avevo mai incontrato la moglie di Bud, ma una volta l’avevo sentita per telefono. Era un sabato pomeriggio e non avevo niente che volessi fare e così ho chiamato Bud per vedere se voleva fare qualcosa. Ha risposto una donna e ha detto: «Pronto?» Ho avuto come un vuoto di memoria e non mi ricordavo più come si chiamava. La moglie di Bud. Bud me l’aveva menzionata un sacco di volte. Ma da un orecchio mi era entrato e dall’altro era uscito, il nome. «Pronto?», ha ripetuto la voce di donna. Sentivo la televisione accesa sullo sfondo. Poi la donna ha detto: «Chi parla?» Ho sentito un bambino che cominciava a frignare. «Bud!», ha gridato la donna. «Che c’è?», ho sentito Bud rispondere. Però non riuscivo ancora a ricordarmi come si chiamava lei. E così ho riagganciato. Appena ho rivisto Bud al lavoro col cavolo però che gliel’ho detto che avevo provato a chiamarlo. Comunque, ho fatto in modo di fargli dire come si chiamava sua moglie. «Olla», ha detto lui. Olla, ho ripetuto tra me e me. Olla. «Niente di impegnativo», aveva detto Bud. Eravamo a mensa a bere un caffè. «Solo noi quattro. Tu e la tua signora, io e Olla. Niente di raffinato. Venite verso le sette. Lei dà la poppata al bambino alle sei. Dopo di che lo mette a letto e così possiamo mangiare in pace. 287


Casa nostra si trova facilmente. Comunque, eccoti una cartina». Mi ha dato un pezzo di carta con un sacco di righe che indicavano strade principali e secondarie, vicoli e vicoletti e frecce puntate ai quattro punti cardinali. Una grossa X segnava la posizione della casa. Gli ho detto: «Verremo con molto piacere». Ma in realtà, non è che Fran fosse entusiasta all’idea. Quella sera, mentre guardavamo la televisione, le ho chiesto se dovevamo portare qualcosa a casa di Bud. «Tipo?», ha chiesto lei. «Ti ha detto di portare qualcosa? Che ne so, io? Non mi viene nessuna idea». Ha alzato le spalle e mi ha lanciato un’occhiataccia. Mi aveva sentito parlare altre volte di Bud. Ma non lo conosceva e non aveva alcun interesse a conoscerlo. «Possiamo portare una bottiglia di vino», ha detto poi. «Ma, per me è lo stesso. Perché non gli porti una bottiglia di vino?» Ha scosso la testa. Che bisogno abbiamo di incontrare altre persone, sembrava volesse dire. I lunghi capelli le ondeggiarono sulle spalle. Non ci bastiamo da soli? «Vieni un po’ qui», le ho detto. Lei si è avvicinata abbastanza perché potessi abbracciarla. Fran è come un bel sorso d’acqua fresca. È alta e ha questi lunghi capelli biondi che le coprono tutta la schiena. Le ho preso una manciata di capelli e li ho odorati. Me li sono arrotolati attorno alla mano. Lei si è lasciata abbracciare. Ho affondato la faccia nei suoi capelli e l’ho abbracciata ancora più stretta. Certe volte, quando i capelli si mettono in mezzo, deve raccoglierli e gettarseli dietro le spalle. Ci si arrabbia anche un po’. «Questi benedetti capelli», dice. «Sono solo un fastidio». Fran lavora in un burrificio e quando va al lavoro deve tirarsi su i capelli. Li deve lavare tutte le sere e spazzolarseli mentre guardiamo la televisione. Ogni tanto minaccia di tagliarseli. Ma secondo me non lo farebbe mica. Sa che mi piacciono troppo così. Lo sa benissimo che io ne vado matto. Le dico sempre che mi sono innamorato di lei per via dei capelli. Le dico sempre che se se li taglia potrei anche non amarla più. Certe volte la chiamo «Svedese». Potrebbe benissimo passare per svedese. Quando stiamo insieme la sera, lei si spazzola i capelli e insieme facciamo ad alta voce l’elenco delle cose che vorremmo avere e non abbiamo. Abbiamo desiderato una macchina nuova, ecco una delle cose che abbiamo desiderato per esempio. E abbiamo anche desiderato di passare un paio di settimane di vacanza in Canada. Ma una cosa che non abbiamo mai desiderato è un figlio. Il motivo per cui non avevamo figli è che non li volevamo. 288


Magari un giorno, chissà, ci dicevamo. Ma per il momento, aspettavamo. E pensavamo che avremmo continuato ad aspettare. Certe sere andavamo al cinema. Altre volte restavamo a casa e guardavamo la televisione. A volte Fran faceva dei dolci per me e ce li mangiavamo tutti in una volta. «Magari il vino non gli piace», ho detto io. «Portalo comunque», ha detto Fran. «Se non lo bevono loro, lo beviamo noi». «Bianco o rosso?», ho detto io. «Qualcosa di dolce», ha detto lei, senza badare alla mia domanda. «Però, guarda che a me non me ne importa niente se portiamo qualcosa oppure no. La serata è la tua. Cerchiamo di non farlo diventare un dramma, altrimenti non voglio neanche venirci. Posso sempre fare una torta di lamponi al caffè. Oppure dei budini, che ne so». «Il dolce ce l’avranno», ho detto io. «Non s’invita la gente a cena senza preparare un dolce». «Magari faranno un budino di riso. Oppure la gelatina di frutta! Qualcosa che non ci piace», ha detto Fran. «Questa donna non la conosco per niente. Che ne so che cosa farà? E se ci presenta la gelatina di frutta, che facciamo?» Fran ha di nuovo scosso la testa. Io ho alzato le spalle. Però, aveva ragione. «Quei vecchi sigari che ti ha dato», ha aggiunto poi. «Portateli dietro. Così poi tu e lui potete andare in salotto, dopo cena, a fumarveli e a bere porto, o quello che nei film la gente beve dopo cena». «E va bene, portiamo solo noi stessi», ho detto alla fine. Fran ha aggiunto: «Portiamo una pagnotta del pane che faccio io».

Bud e Olla abitavano a una ventina di miglia dalla città. Noi eravamo in città da tre anni ormai, ma mi pigliasse un accidenti se Fran e io c’eravamo mai fatti un giretto in campagna. Era bello guidare su quelle stradine tortuose. Era di sera presto e faceva un bel calduccio e abbiamo visto pascoli, staccionate, mucche da latte che si muovevano con calma verso vecchie stalle. Abbiamo visto merli dalle ali rosse e piccioni che volavano in tondo sopra ai fienili. C’erano orti e cose del genere, fiori selvatici appena sbocciati e casette lontane dalla strada. Ho detto: «Mi piacerebbe avere un posto tutto per noi da queste

289


parti». Era solo un pensiero così, tanto per dire qualcosa, un altro desiderio che non si sarebbe mai avverato. Fran non ha neanche reagito. Era impegnata a esaminare la piantina che Bud aveva disegnato. Siamo arrivati all’incrocio che lui aveva segnalato. Abbiamo girato a destra, come diceva la carta, e abbiamo proseguito esattamente per tre miglia e tre decimi. A sinistra ho visto un campo di granturco, una cassetta della posta e un lungo viale imbrecciato. Alla fine del viale, dietro a qualche albero, c’era una casa con davanti una veranda. La casa aveva anche un camino. Ma, siccome era estate, dal camino non usciva fumo. Però mi pareva lo stesso un bel quadretto e così l’ho detto a Fran. «Stare quaggiù è come stare a casa del diavolo», ha detto lei. Ho imboccato il viale, fiancheggiato dal granturco su tutti e due i lati. Svettava più alto della macchina. Sentivo la breccia scricchiolare sotto le ruote. Man mano che ci siamo avvicinati alla casa, abbiamo visto un orto con degli affari verdi grossi come palle da baseball che pendevano da tralci. «E quello che cos’è?», ho detto io. «Che ne so io?», ha risposto Fran. «Zucche, forse. Non ne ho idea». «Ehi, Fran», le ho detto. «Datti una calmata». Lei non ha replicato. Si è morsa il labbro e ha lasciato perdere. Appena ci siamo avvicinati alla casa ha spento la radio. Nel giardino davanti casa c’era un’altalena e sotto la veranda erano sparsi dei giocattoli. Mi sono fermato davanti casa e ho spento il motore. È stato allora che abbiamo sentito un verso tremendo. Va bene che c’era un bambino piccolo in casa, ma quel verso era troppo forte per un bambino. «Che rumore è?», ha detto Fran. A quel punto un coso grosso come un avvoltoio è saltato giù sbattendo le ali da uno degli alberi ed è atterrato proprio davanti alla macchina. Si è scrollato tutto. Poi ha girato il lungo collo verso la macchina, ha alzato la testa e ci ha squadrato. «Gli pigliasse un accidenti», ho detto io. Sono rimasto lì, con le mani sul volante, a fissare quel coso. «Non ci posso credere!», ha esclamato Fran. «Non ne avevo mai visto uno dal vero prima».

290


Sapevamo entrambi che si trattava di un pavone, certo, ma non abbiamo pronunciato il suo nome. Ci siamo limitati a guardarlo. L’uccello ha levato la testa in aria e ha lanciato ancora quel verso stridulo. Si era come gonfiato tutto e ora sembrava grande il doppio, rispetto a quando era atterrato. «Accidenti!», ho esclamato. Non ci siamo mossi da dove eravamo. L’uccello ha fatto un passetto avanti. Poi ha piegato la testa di lato e si è irrigidito. Non ci staccava di dosso quel suo sguardo lucido e selvaggio. Aveva sollevato la coda che era come un grosso ventaglio che si apriva e si chiudeva. C’erano tutti i colori dell’arcobaleno riflessi in quella coda. «Dio mio!», ha esclamato sottovoce Fran. Ha spostato la mano sul mio ginocchio. «Accidenti», ho ripetuto io. Non c’era altro da dire. Ancora una volta l’uccello ha lanciato quel suo strano verso lamentoso: «Meiau! Mei-au!» Se avessi sentito un suono come quello di notte tarda e per la prima volta, avrei pensato che era qualcuno che stava per morire, oppure una creatura selvaggia e pericolosa.

La porta d’ingresso si è aperta e Bud è uscito sulla veranda. Si stava abbottonando la camicia. Aveva i capelli bagnati. Pareva fosse appena uscito dalla doccia. «Chiudi il becco, Joey!», ha detto al pavone. Poi ha battuto le mani verso l’uccello e il coso è arretrato un po’. «Adesso basta. Proprio così, chiudi il becco! Vecchio demonio». Bud è sceso giù dalla veranda. Si è avvicinato alla macchina, infilandosi la camicia nei pantaloni. Aveva gli stessi vestiti che metteva sempre al lavoro - blue jeans e camicia di tela. Io mi ero messo calzoni sportivi e una camicia a maniche corte. E i mocassini buoni. Quando ho visto com’era vestito Bud, mi sono pentito d’essermi messo tutto in tiro. «Sono contento che ce l’abbiate fatta», ha detto Bud, affiancandosi alla macchina. «Coraggio, venite dentro». «Ciao, Bud», ho detto.

291


Io e Fran siamo scesi dalla macchina. Il pavone stava un po’ in disparte, spostando la sua testa minacciosa di qua e di là. Abbiamo badato bene a mantenere una certa distanza tra noi e lui. «Qualche problema a trovare il posto?», mi ha chiesto Bud. Non aveva neanche guardato Fran. Aspettava di essere presentato. «No, le indicazioni erano perfette», ho risposto io. «Ehi, Bud, questa è Fran. Fran, Bud. Guarda che sa tutto di te, Bud». Lui si è messo a ridere e si sono stretti la mano. Fran era più alta di Bud. Lui doveva alzare la testa per guardarla in faccia. «In effetti, parla parecchio di te», ha detto Fran, ritirando la mano. «Bud di qua, Bud di là. Sei praticamente l’unica persona del lavoro di cui parla a casa. Ho la sensazione di conoscerti già». Fran teneva d’occhio il pavone che intanto si era spostato verso la veranda. «Questo tizio è un mio amico», ha detto Bud. «Deve parlare di me». Bud ha detto questo, ha sorriso e mi ha dato un pugno per scherzo sul braccio. Fran aveva in mano la sua pagnotta. Non sapeva che farne. Alla fine l’ha data a Bud. «Vi abbiamo portato una cosa». Bud ha preso la pagnotta. Se l’è girata e rigirata tra le mani come se fosse la prima pagnotta che avesse mai visto. «Molto gentile da parte vostra». Si è avvicinato la pagnotta al viso e l’ha annusata. «L’ha fatto in casa Fran», gli ho detto. Bud ha annuito. Poi ha detto: «Andiamo dentro a salutare la signora mamma». Naturalmente intendeva dire Olla. Era l’unica mamma nei paraggi. Bud mi aveva detto che sua madre era morta e che il padre se ne era andato di casa quando Bud era ancora piccolo. Il pavone ci precedeva sculettando, poi è saltato sulla veranda quando Bud ha aperto la porta. Stava cercando di entrare in casa. «Oh!», ha esclamato Fran quando il pavone le ha urtato la gamba. «Accidenti a te, Joey», ha detto Bud. Poi gli ha dato uno scappellotto in testa. Il pavone è arretrato in mezzo alla veranda e s’è scrollato tutto. Le penne del suo strascico facevano un gran baccano mentre si scrollava. Bud ha fatto il gesto di prenderlo a calci e il pavone è arretrato ancora di più. Poi Bud ha tenuto la porta

292


aperta per noi. «Olla lascia entrare in casa quell’accidenti di bestiaccia. Tra poco vorrà mangiare alla nostra tavola e dormire nel nostro letto, accidenti a lui». Fran s’è fermata sulla soglia. Ha guardato indietro verso il campo di granturco. «Avete un gran bel posto qui», ha detto. Bud stava ancora tenendo la porta aperta. «Non è vero, Jack?» «Altroché», ho detto io. Ero rimasto sorpreso a sentirle fare quel commento. «Un posto così non è poi bello come sembra», ha detto Bud, sempre trattenendo la porta. Ha fatto un altro gesto minaccioso verso il pavone. «Ti dà un sacco da fare. Non ci si annoia mai». Poi ha aggiunto. «Coraggio, entrate, gente». Gli ho chiesto: «Ehi, Bud, cosa sono quei cosi che crescono laggiù?» «Quelli? Sono pomodori», ha risposto Bud. «Che contadino che mi ritrovo, eh?», ha detto Fran, scuotendo la testa. Bud s’è messo a ridere. Siamo entrati. Una donnetta paffutella con i capelli raccolti in una specie di cipolla sulla nuca ci stava aspettando in soggiorno. Teneva le mani arrotolate nel grembiule. Aveva le guance tutte rosse. All’inizio ho pensato che fosse rimasta senza fiato, oppure fosse arrabbiata per qualche motivo. Mi ha studiato da cima a fondo e poi è passata a guardare Fran. Non era uno sguardo ostile, solo curioso. Fissava Fran e arrossiva sempre di più. Bud ha detto: «Olla, questa è Fran. E questo è il mio amico Jack. Di Jack ormai sai tutto. Ragazzi, questa è Olla». E ha consegnato il pane a Olla. «Cos’è qua?», ha detto lei. «Oh, pane fatto in casa! Be’, grazie. Accomodatevi pure dove volete. Fate come se foste a casa vostra. Bud, perché non gli chiedi che cosa vogliono bere? Io devo andare a controllare i fornelli», ha detto Olla, e se n’è tornata in cucina con il pane. «Sedetevi, prego», ha detto Bud. Fran e io ci siamo lasciati cadere sul divano. Ho tirato fuori le sigarette. Bud ha detto: «Ecco il posacenere». Ha preso un coso pesante da sopra al televisore. «Usa questo», ha detto, mettendolo giù sul tavolinetto davanti a me. Era uno di quei posacenere di cristallo a forma di cigno. Mi sono acceso la sigaretta e ho lasciato cadere il fiammifero nell’apertura sulla schiena del cigno. Ho osservato il filo di fumo che usciva dal cigno. La televisione a colori era accesa e così l’abbiamo guardata per qualche secondo. Sullo schermo, macchine da corsa s’inseguivano a tutta birra lungo una 293


pista circolare. Il commentatore parlava tutto serio. Ma era come se cercasse di controllare una certa emozione. «Siamo ancora in attesa di una conferma ufficiale», ha detto. «Volete vedere la corsa?», ha chiesto Bud. Era rimasto in piedi. Ho detto che per me era lo stesso. E infatti lo era. Fran ha alzato le spalle. Che differenza poteva fare per lei?, sembrava dire. Tanto la giornata era bella che rovinata. «Ci sono rimasti solo una ventina di giri», ha detto Bud. «È quasi finita. Prima c’è stato un grosso incidente. Sei-sette macchine fuori combattimento. Alcuni piloti sono rimasti feriti. Non hanno ancora detto se sono gravi». «Lascia acceso», ho detto. «Vediamo come va a finire». «Magari una di quelle accidenti di macchine esploderà davanti ai nostri occhi», ha detto Fran. «Oppure una di loro si schianterà contro la tribuna centrale e farà a pezzi il tizio che vende quegli schifosi hot-dog». Si è presa una ciocca di capelli tra le dita e s’è messa a guardare fissa la televisione. Bud ha lanciato un’occhiata a Fran per vedere se diceva sul serio o scherzava. «L’altro affare, l’incidente, è stato veramente spettacolare. Una cosa dietro l’altra. Macchine, pezzi di macchine, gente sparsa dappertutto. Be’, che cosa posso offrirvi? Abbiamo birra e c’è anche una bottiglia di Old Crow». «Tu che bevi?», ho chiesto a Bud. «Birra», ha risposto Bud. «È bella fresca». «Prendo la birra anch’io, allora», ho detto io. «Un goccio di quell’Old Crow con un po’ d’acqua», ha detto Fran. «In un bicchiere alto, se non ti dispiace. Con qualche cubetto di ghiaccio. Grazie, Bud». «Si può fare», ha detto Bud. Ha lanciato un’altra occhiata verso lo schermo e poi si è trasferito in cucina.

A un certo punto Fran mi ha dato di gomito e ha indicato con il capo verso il televisore. «Guarda un po’ lì sopra», ha bisbigliato. «Vedi anche tu quello che vedo io?» Ho guardato verso il punto che mi indicava con gli occhi. C’era un vasetto rosso in cui qualcuno aveva infilato delle margherite di campo. Accanto, su un centrino, c’era un vecchio calco in gesso dei 294


denti più storti e irregolari che avessi mai visto. Non c’erano labbra intorno a quell’oggetto dall’aspetto tremendo e neanche mascelle, solo questi vecchi denti di gesso infilati in qualcosa che pareva delle grosse gengive gialle. Proprio in quel momento Olla è arrivata portando un barattolo di noccioline assortite e una bottiglia di spuma. S’era tolto il grembiule. Ha appoggiato il barattolo sul tavolinetto, accanto al cigno. Ha detto: «Servitevi pure. Bud sta preparando da bere». Olla è arrossita un’altra volta nel dire questo. Si è seduta in una vecchia sedia a dondolo di vimini e ha cominciato a dondolarsi. Beveva la sua bibita e guardava la televisione. È tornato Bud con un vassoietto di legno su cui c’era il bicchiere di whisky di Fran e la mia bottiglia di birra. Ce n’era pure una per lui. «Vuoi un bicchiere?», mi ha chiesto Bud. Ho fatto di no con la testa. Mi ha dato un colpetto sul ginocchio e si è rivolto a Fran. Lei ha preso il bicchiere dal vassoio e lo ha ringraziato. Lo sguardo le è andato ancora una volta sui denti. Bud l’ha intercettato. Le macchine continuavano a rombare attorno alla pista. Io ho preso la birra e mi sono concentrato sullo schermo. Quei denti non erano affar mio. «Quello è l’aspetto che avevano i denti di Olla prima che si mettesse l’apparecchio», Bud s’è messo a spiegare a Fran. «Io ormai mi ci sono abituato, ma immagino che sembrano un po’ strani messi lì. Mi venga un accidenti se capisco perché li tiene sempre lì in giro». Ha lanciato un’occhiata verso la moglie. Poi ha guardato verso di me e mi ha fatto l’occhiolino. S’è seduto nella sua La-Z-Boy e ha accavallato le gambe. Ha bevuto dalla sua birra e ha fissato Olla. Olla era diventata tutta rossa di nuovo. Stringeva la sua bottiglia di spuma. Ne ha mandato giù un sorso. Poi ha detto: «Sono lì per ricordarmi quanto devo a Bud». «Come, come?», ha detto Fran. Stava rovistando nel barattolo di noccioline, piluccandosi tutti gli anacardi. Fran ha smesso la sua caccia agli anacardi e ha guardato verso Olla. «Scusa, ma non ho sentito bene». Fran guardava fisso la donna in attesa di sentire cosa mai avrebbe detto dopo. La faccia di Olla era sempre più rossa. «Ho un sacco di cose per cui essergli grata», ha detto. «Quella è una. Li tengo lì per ricordare a me stessa quanto devo a 295


Bud». Ha preso un altro sorso dalla bottiglia. Poi l’ha messa giù e ha detto: «I tuoi denti sono bellissimi, Fran. Li ho notati subito. Ma i miei, di denti, erano venuti fuori tutti storti quando ero piccola». Si è picchiettata i denti davanti con l’unghia. Poi ha detto: «I miei non si potevano permettere di farmeli sistemare. E così i denti mi sono cresciuti un po’ a casaccio. Al mio primo marito non gliene fregava niente di che aspetto avevo. Neanche un po’! L’unica cosa che gli fregava era dove poteva procurarsi un’altra cosa da bere. Aveva un solo amico a questo mondo ed era la sua bottiglia». Ha scosso la testa. «Poi è arrivato Bud e mi ha tirato fuori da quel pasticcio. Dopo che ci siamo messi insieme, la prima cosa che Bud mi ha detto è stata: “Adesso ci facciamo sistemare quei denti”. Quel calco è stato preso subito dopo che ci siamo incontrati, io e Bud, in occasione della mia seconda visita dall’ortodontista. Subito prima di mettere l’apparecchio». La faccia di Olla continuava a essere rossa. Teneva gli occhi fissi sullo schermo. Ha bevuto un altro sorso di spuma e pareva non avesse altro da aggiungere. «Quell’ortodontista

dev’essere

stato

un

mago»,

ha

commentato

Fran,

guardando ancora quei denti da film dell’orrore sopra al televisore. «È stato fantastico», ha detto Olla. Si è voltata da dove era seduta e ha detto: «Vedete?» Ha aperto la bocca e ci ha fatto vedere i denti, senza pudori, stavolta. Bud intanto si era alzato ed è andato verso il televisore. Ha preso il calco e si è avvicinato alla moglie e glielo ha tenuto accanto alla guancia: «Prima e dopo la cura», ha detto. Olla ha allungato la mano e ha tolto il calco dalla mano del marito. «Sapete una cosa? Quell’ortodontista se lo voleva tenere, il calco». Mentre parlava ci giocherellava, tenendoselo in grembo. «Gli ho detto, niente da fare. Gli ho fatto notare che i denti erano miei. E così allora s’è dovuto accontentare di fare delle foto al calco. Mi ha anche detto che le avrebbe pubblicate su una rivista». Bud ha detto: «Immaginate un po’ che razza di rivista deve essere. Certo non deve avere un gran pubblico, secondo me». Ci siamo messi tutti a ridere. «Anche dopo che mi sono tolta l’apparecchio, ogni volta che ridevo continuavo a nascondere la bocca con la mano. Così», ha detto Olla.

296


«Qualche volta lo faccio ancora. È l’abitudine. Un giorno Bud mi ha detto: “Puoi smettere di farlo quando ti pare, Olla. È un peccato nascondere dei denti così carini. Adesso sono belli, sai?”» Olla ha lanciato un’occhiata a Bud. Lui le ha fatto l’occhiolino. Lei ha sorriso e ha abbassato lo sguardo. Fran ha bevuto il suo whisky. Io ho mandato giù un po’ della mia birra. Non sapevo bene cosa dire su questa cosa. Neanche Fran. Ma sapevo già che più tardi ne avrebbe parlato eccome. Ho detto: «Olla, una volta ho telefonato qui. Hai risposto tu. Però ho riattaccato. Non so mica bene perché l’ho fatto», ho detto e ho preso un altro sorso di birra. Non sapevo bene perché avevo tirato fuori quella storia adesso. «Non me lo ricordo», ha detto Olla. «Quando è successo?» «Parecchio tempo fa». «Non me lo ricordo», ha detto, scuotendo la testa. Ha giocherellato un altro po’ con il calco dei denti che teneva in grembo. Guardava la corsa e aveva ricominciato a dondolarsi. Fran mi ha lanciato un’occhiata. Si mordicchiava il labbro inferiore. Ma non ha detto niente. Invece Bud ha detto: «Be’, che altro c’è di nuovo?» «Prendete altre noccioline», ha detto Olla. «Tra poco sarà pronta la cena». Si è sentito piangere dall’altra stanza. «Oh, non mi dire», ha detto Olla a Bud, facendo una smorfia. «Il vecchio erede si è svegliato», ha detto Bud. Si è accomodato nella poltrona e ci siamo visti la fine della corsa, tre o quattro giri, con l’audio tutto abbassato. Un paio di volte abbiamo sentito di nuovo il bambino che frignava, piccoli lamenti stizzosi provenienti dalla stanza sul retro della casa. «Non so», ha detto poi Olla, alzandosi dalla sedia a dondolo. «La cena è praticamente pronta, possiamo anche metterci a tavola. Devo solo tirare fuori la salsa. Ma sarà meglio che dia un’occhiata al bambino, prima. Perché intanto non vi sedete attorno al tavolo? Ci metterò un minuto». «Mi piacerebbe vedere il bambino», ha detto Fran. Olla aveva ancora il calco in mano. È andata a rimetterlo al suo posto sopra il televisore. «Magari adesso si stranirebbe un po’», ha detto. «Sai, non è abituato agli estranei. Aspettiamo di vedere se riesco a farlo riaddormentare. Poi magari puoi fare una capatina di là e vederlo mentre dorme». Appena detto così si è 297


allontanata giù per il corridoio verso una stanza: ha aperto la porta, si è infilata dentro e se l’è richiusa alle spalle. Il bambino ha smesso subito di piangere.

Bud ha spento il video e siamo andati a sederci a tavola. Bud e io abbiamo cominciato a parlare di faccende di lavoro. Fran ascoltava. Ogni tanto faceva perfino qualche domanda. Ma mi sono reso conto che si stava annoiando e forse era rimasta anche male che Olla non le avesse permesso di vedere il bambino. Si girava spesso a guardare la cucina. Si è avvolta una ciocca di capelli attorno alle dita e ha passato in rassegna le cose di Olla. Olla è tornata in cucina e ha detto: «L’ho cambiato e gli ho dato la paperella di gomma. Forse adesso ci lascia mangiare in pace. Ma non contateci troppo». Ha sollevato un coperchio e ha tolto una pentola dal fuoco. Ha versato della salsa rossa in una ciotola e l’ha messa in tavola. Ha tolto i coperchi a diverse altre pentole e casseruole e ha controllato che tutto fosse in ordine. Sul tavolo c’era del prosciutto arrosto, patate dolci, purè di patate, fave cotte, pannocchie e insalata. La pagnotta di Fran faceva bella mostra di sé accanto al prosciutto. «Mi sono scordata i tovaglioli», ha detto Olla. «Voi cominciate pure. Chi vuole bere cosa? Bud beve sempre latte a tavola». «Il latte va bene», ho detto io. «Per me, acqua», ha detto Fran. «Ma la posso prendere da sola. Non voglio che tu mi debba servire. Hai già abbastanza da fare». Ha fatto per alzarsi da tavola. Olla le ha detto: «Per favore. Sei un’ospite. Resta seduta. La prendo io». Era arrossita di nuovo. Siamo restati seduti lì con le mani in mano ad aspettare. Stavo ripensando a quei denti di gesso. Olla è tornata con i tovaglioli, due grandi bicchieri di latte per Bud e per me e un bicchiere di acqua ghiacciata per Fran. Fran l’ha ringraziata. «Non c’è di che», ha risposto Olla. Poi si è seduta anche lei. Bud si è schiarito la voce. Ha chinato la testa e ha pronunciato alcune parole di ringraziamento. Parlava a voce talmente bassa che non sono riuscito a capire le parole. Comunque ho capito il senso generale di quello che diceva - ringraziava l’Altissimo per il cibo che stavamo per spazzolare. «Amen», ha detto Olla appena lui ha finito.

298


Bud mi ha passato il piatto del prosciutto e si è servito un po’ di purè. Dopo di che ci abbiamo dato sotto. Non parlavamo, a parte che ogni tanto io o Bud commentavamo: «Questo prosciutto è proprio buono». Oppure: «Questo granturco è il migliore che abbia mai assaggiato». «Il pane sì che è speciale», ha detto Olla. «Prenderei un altro po’ di insalata, Olla, se non ti dispiace», ha detto Fran che forse si stava rilassando un pochino. «Prendine ancora», mi diceva Bud, passandomi il piatto del prosciutto o la ciotola con la salsa rossa. Di tanto in tanto sentivamo il bambino che faceva qualche verso. Olla voltava la testa per ascoltare, poi, accertatasi che erano solo un po’ di capricci, tornava a concentrare l’attenzione sul cibo. «Il bambino è un po’ strano stasera», Olla ha detto a Bud. «Mi piacerebbe vederlo lo stesso», ha detto Fran. «Mia sorella ha una bambina piccola. Ma abitano a Denver. E quando ci andrò mai io a Denver? E così ho una nipotina che non ho neanche visto». Fran è rimasta pensierosa per un po’, e poi si è rimessa a mangiare. Olla si è portata una forchettata di prosciutto alla bocca. «Speriamo che si riaddormenti presto», ha detto. Bud ha detto: «C’è ancora tanto di tutto. Prendete altro prosciutto e altre patate dolci, coraggio». «Non mi entra più neanche un boccone», ha detto Fran. Ha posato la forchetta sul piatto. «È buonissimo, ma non ce la faccio più». «Lasciati un po’ di spazio», ha detto Bud. «Olla ha fatto la torta al rabarbaro». Allora Fran ha detto: «Be’, mi sa che una fettina riuscirò a mangiarla. Quando gli altri saranno pronti». «Anch’io», ho detto. Ma solo per educazione. La torta al rabarbaro l’ho sempre detestata da quella volta che, a tredici anni, presi un’indigestione, mangiandola insieme al gelato di fragola. Abbiamo finito tutto quello che avevamo nel piatto. Poi abbiamo sentito di nuovo quel maledetto pavone. Quel coso era finito sul tetto, adesso. Lo sentivamo sopra le nostre teste. Camminava avanti e indietro sulle tegole facendo un fastidioso ticchettio.

299


Bud ha scosso la testa. «Fra un attimo Joey la pianterà. Ora si stanca e si ritira», ha detto. «Dorme su uno di quegli alberi». L’uccello ha lanciato un altro dei suoi gridi. «Mei-au!», faceva. Nessuno ha detto niente. Che c’era da dire? Poi Olla ha detto: «Bud, vuole entrare». «Be’, non può entrare», ha detto Bud. «Abbiamo ospiti, in caso tu non te ne sia accorta. E non vorranno certo quell’accidenti di uccellaccio dentro casa. Quello sporcaccione di uccello e i tuoi vecchi denti! Cosa penseranno di noi?» Ha scosso la testa e si è messo a ridere. Ci siamo messi tutti a ridere. Anche Fran si è unita alla nostra risata. «Non è uno sporcaccione, dai Bud», ha detto Olla. «Che ti piglia? Joey ti è sempre piaciuto. Da quando in qua lo chiami «sporcaccione»?» «Da quando ha scacazzato tutto il tappeto», ha risposto Bud. «Scusa il francese», ha detto, rivolto a Fran. «Però, guarda, certe volte gli torcerei il collo a quell’uccellaccio. Ma non vale neanche la pena ammazzarlo, vero, Olla? Certe volte, nel cuore della notte, mi fa saltare dal letto con quel verso. Non vale un soldo bucato, vero, Olla?» Olla scuoteva la testa a sentire le sciocchezze di Bud. Spostava qua e là qualche fava che le era rimasta nel piatto. «Ma come mai avete un pavone?», ha voluto sapere Fran. Olla ha alzato lo sguardo dal piatto. «Ho sempre sognato di avere un pavone. Sin da quando ero ragazzina e una volta trovai la foto di un pavone su una rivista, e mi pareva la cosa più bella che avessi mai visto. L’ho ritagliata e me la sono attaccata sopra il letto. L’ho avuta con me per tantissimo tempo. Poi quando io e Bud abbiamo comprato questo posto, ho pensato che era la volta buona. Così ho detto: “Bud, voglio un pavone”. All’inizio Bud si è messo a ridere all’idea». «Alla fine, però, mi sono messo a chiedere in giro», ha detto Bud. «Ho sentito parlare di un vecchio che li allevava nella contea vicina. Gli uccelli del paradiso, li chiamava. Quell’uccello del paradiso lì c’è costato un paio di centinaia di dollari». Si è dato una gran manata sulla fronte. «Dio Onnipotente, mi sono preso una donna dai gusti costosi». Poi ha lanciato un gran sorriso a Olla.

300


«Bud», ha detto Olla, «sai benissimo che non è vero. E poi, oltretutto, Joey è un bravo cane da guardia», ha detto a Fran. «Non abbiamo bisogno di un cane da guardia con Joey in giro. Sente praticamente tutto». «Se le cose si mettono male, come potrebbe succedere, Joey finirà in pentola», ha detto Bud. «Con tutte le penne». «Bud! Non è mica divertente», ha protestato Olla. Ma rideva anche lei e così siamo riusciti a dare un’altra occhiata ai suoi denti. Il bambino ha ricominciato a frignare. Stavolta piangeva sul serio. Olla ha messo giù il tovagliolo e si è alzata da tavola. Bud ha detto: «Se non è una cosa, è un’altra. Portalo di qua, Olla». «Sì, ora lo porto», ha detto Olla. Ed è andata a prendere il bambino.

Il pavone si è lamentato di nuovo e io mi sono sentito rizzare i capelli dietro la nuca. Ho scambiato un’occhiata con Fran. Lei ha preso il tovagliolo e poi l’ha rimesso giù. Ho guardato fuori dalla finestra della cucina. Fuori era buio. La finestra era aperta, ma c’era la retina. Mi è parso di sentire l’uccello sulla veranda. Fran si è girata per guardare in fondo al corridoio. Aspettava che comparissero Olla e il bambino. Dopo un po’, Olla è arrivata con lui. Io l’ho guardato e ho trattenuto il fiato. Olla si è seduta al tavolo con il bambino. Lo teneva per le braccia in modo che rimanesse in piedi sulle sue ginocchia, girato verso di noi. Ha guardato prima Fran e poi me. Adesso non arrossiva. Aspettava che uno di noi facesse qualche commento. «Ah!», ha detto Fran. «Che c’è?», ha chiesto subito Olla. «Niente», ha detto Fran. «Mi è sembrato di vedere qualcosa alla finestra. Forse era un pipistrello». «Non ci sono pipistrelli da queste parti», ha detto Olla. «Forse era una falena, allora», ha detto Fran. «Comunque era qualcosa. Certo che è un bambino robusto». Bud stava guardando il bambino. Poi ha spostato lo sguardo su Fran.

301


Ha inclinato la sedia all’indietro e ha annuito. Ha annuito di nuovo e poi ha detto: «Va tutto bene, non vi preoccupate. Lo sappiamo bene che ora come ora non vincerebbe certo un concorso di bellezza. Non è certo un Clark Gable. Ma col tempo, vedrete. Con un po’ di fortuna, sapete, crescerà e somiglierà tutto al suo vecchio». Il bambino era in piedi sulle ginocchia di Olla e guardava intorno al tavolo verso di noi. Olla lo teneva ora per la vita in modo che il bambino potesse oscillare avanti e indietro sulle sue gambette grassottelle. Senza eccezioni, era il bambino più brutto che avessi mai visto. Era così brutto che non riuscivo a dire niente. Non mi usciva una parola di bocca. Non dico mica che era sfigurato o aveva qualche strana malattia. Niente del genere. Era solo bruttissimo. Aveva un faccione rosso, occhi a palla, una fronte ampia e certe labbrone così. Di collo neanche a parlarne, in compenso aveva tre o quattro menti cicciottelli. I rotoletti del mento gli arrivavano fin sotto le orecchie che oltretutto erano a sventola e spiccavano nella testa pelata. Pieghe di ciccia gli ricoprivano anche i polsi. Le braccia e perfino le dita erano grassocce. Dire brutto era perfino fargli un complimento.

Il bambino brutto faceva i suoi versetti e saltellava su e giù sulle ginocchia della madre. A un certo punto ha smesso. Si è buttato in avanti e ha cercato di allungare la mano grassoccia nel piatto di Olla. Io di bambini piccoli ne ho visti parecchi. Quando ero ragazzo, le mie due sorelle in tutto ne hanno fatti sei di bambini. Voglio dire, da ragazzo ero circondato da bambini piccoli. E poi ne ho incontrati tanti nei negozi e in giro. Ma questo qui li fregava tutti. Anche Fran non riusciva a staccargli gli occhi di dosso. Immagino che neanche lei sapesse cosa dire. «Certo però che è bello grande, eh?», ho detto io. E Bud ha detto: «Perdio, vedrai tu se uno di questi giorni non si mette a giocare a pallone. Non sarà certo il cibo a mancargli in questa casa». Come per non smentirlo, Olla ha affondato la forchetta nelle patate e l’ha portata alla bocca del bambino. «Perché lui è il cocco della mamma, vero?», ha detto a quell’ammasso di ciccia, ignorandoci del tutto.

302


Il bambino si è chinato in avanti e ha aperto la bocca. Olla gli ha avvicinato ancora la forchetta e lui ha dato un gran morso. Si è messo a masticare e a dondolarsi tutto contento sulle ginocchia di Olla. Aveva gli occhi così a palla che pareva l’avessero attaccato a qualche presa di corrente. Fran ha commentato: «Che bambino, eh, Olla». Lui ha fatto una smorfia e ha ricominciato a fare i capricci. «Fa’ entrare Joey», Olla ha detto a Bud. Bud ha smesso di dondolarsi sulla sedia. «Penso che almeno dovremmo chiedere ai nostri amici se non gli dispiace», ha detto Bud. Olla ha lanciato un’occhiata a Fran e poi anche a me. Era di nuovo diventata tutta rossa. Il bambino continuava ad agitarsi sulle gambe della madre, come se cercasse di scendere. «Siamo tra amici», ho detto io. «Fate come volete». Bud ha aggiunto: «Magari non gli va tanto che un vecchio uccellaccio come Joey giri per casa. Ci hai mai pensato, Olla?» «Vi dispiace, ragazzi?», ci ha chiesto Olla. «Cioè, se facciamo entrare Joey? Le cose sono andate un po’ storte con quell’uccello stasera. E anche con il bambino, mi sa. Ormai si è abituato che Joey viene dentro e gioca un po’ con lui prima di andare a letto. Nessuno dei due sembra trovare pace, stasera». «Non devi nemmeno chiederlo», ha detto Fran. «A me non dà certo fastidio se viene dentro. Non ne ho mai visto uno da vicino. Ma non è che mi dia fastidio». Mi ha lanciato un’occhiata. Mi pare d’aver capito che Fran voleva che dicessi qualcosa anch’io. «No, che diamine», ho detto. «Fatelo pure entrare». Ho preso il bicchiere e ho finito il latte. Bud si è alzato dalla sedia. È andato alla porta e l’ha aperta. Ha acceso anche le luci del giardino. «Com’è che si chiama tuo figlio?», si è informata Fran. «Harold», ha risposto Olla. Ha dato ad Harold un altro pezzo di patata dolce dal suo piatto. «È proprio svelto, sai? Una scheggia. Capisce tutto quello che gli dici. È vero, Harold? Aspetta finché avrai anche tu un bambino, Fran e vedrai». Fran si è limitata a guardarla. Ho sentito la porta d’ingresso aprirsi e poi richiudersi. 303


«È svelto, sì», ha detto Bud rientrando in cucina. «Ha preso dal padre di Olla. Be’ quello sì che era un vecchietto in gamba».

Ho buttato un occhio alle spalle di Bud e ho visto il pavone che gironzolava per il soggiorno, girando la testa a destra e a sinistra, come si gira uno specchietto con la mano. Si è scrollato tutto e ho sentito un rumore come se qualcuno stesse mischiando un mazzo di carte nella stanza accanto. Ha fatto un passo in avanti. Poi un altro. «Me lo fai tenere un attimo?», Fran ha chiesto a Olla. Sembrava che le stesse chiedendo un favore. Olla glielo ha passato sopra il tavolo. Fran ha cercato di sistemarselo in grembo. Ma il bambino ha cominciato a divincolarsi e a fare i suoi versi. «Harold», ha detto Fran. Olla osservava Fran con il suo bambino in braccio. Poi ha detto: «Quando il nonno di Harold aveva sedici anni, si è messo in testa di leggere tutta l’enciclopedia dalla A alla Z. E c’è pure riuscito. L’ha finita a vent’anni. Appena prima di incontrare mia mamma». «E adesso dov’è?», ho chiesto io. «Cosa fa?», volevo sapere che cosa era stato di un uomo che si era dato un obiettivo come quello. «È morto», ha detto Olla. Teneva sempre d’occhio Fran che ormai aveva sdraiato il bambino sulla schiena, appoggiandoselo alle ginocchia. Gli ha fatto il solletico sotto uno dei tanti menti e poi ha cominciato a fargli degli strani versi anche lei. «Lavorava nei boschi», ha detto Bud. «I taglialegna gli hanno fatto cascare un albero in testa». «La mamma prese un po’ di soldi dall’assicurazione», ha aggiunto Olla. «Ma poi è finito. Adesso Bud le manda un tanto al mese». «Non molto», ha detto Bud. «Non è che ne abbiamo tanti neanche noi, di soldi. Ma che volete? È sempre la mamma di Olla». A quel punto il pavone si era fatto coraggio e stava cominciando a entrare in cucina, avanzando lentamente con quei suoi movimenti ondeggianti e a scatti. Teneva la testa eretta, ma un po’ inclinata, gli occhi rossi puntati su di noi. Sul 304


capo svettava la cresta, un ciuffetto di penne alto qualche centimetro. Dalla coda gli uscivano delle piume. L’uccello s’è fermato a mezzo metro dal tavolo e ha cominciato a osservarci tutti. «Mica li chiamano uccelli del paradiso per niente», ha detto Bud. Fran non ha neanche alzato la testa. Era tutta concentrata sul bambino. Aveva cominciato a fargli fare «batti, batti le manine» e la cosa gli piaceva abbastanza. Cioè, perlomeno l’aveva fatto smettere di frignare. Poi se lo è portato vicino alla faccia e gli ha bisbigliato qualcosa nell’orecchio. «Ecco», ha detto Fran. «Adesso non dirlo a nessuno quello che ti ho detto». Il bambino l’ha guardata con quei suoi occhi a palla. Poi ha allungato una manina e le ha afferrato una ciocca di capelli. Il pavone si è avvicinato ancora di più al tavolo. Nessuno di noi ha detto niente. Ce ne siamo stati fermi. Il piccolo Harold ha visto il pavone. Ha lasciato subito i capelli di Fran e si è tirato su in piedi. Con le sue dita grassocce indicava il pavone. Ha cominciato a saltellare e a fare versi eccitati. Il pavone si è avvicinato rapidamente al bambino, girando intorno al tavolo. Gli ha cominciato a sfregare il collo contro le gambette. Poi gli ha infilato il becco sotto la maglietta del pigiama e si è messo a scuotere la testa avanti e indietro. Il bambino rideva e scalciava tutto contento. A forza di scivolare sulla schiena è riuscito a scendere dalle ginocchia di Fran fino al pavimento. Intanto il pavone continuava a spingere la testa contro il bambino, come se stessero giocando. Fran teneva il bambino tra le gambe mentre lui cercava di staccarsene. «Non riesco a crederci», ha detto. «Questo pavone è tutto matto, ecco cos’è», ha commentato Bud. «Quell’accidenti di uccello è convinto di non essere un uccello, ecco qual è il suo problema». Olla sorrideva, mettendo di nuovo in mostra i suoi denti. Si è girata verso Bud. Lui ha spinto indietro la sedia e ha annuito. Per essere brutto quel bambino era proprio brutto. Ma per quel che ne so, immagino che la cosa non importasse poi tanto a Bud e Olla. O se gli importava, magari pensavano semplicemente: e va bene, è brutto. Ma è nostro figlio. E questa è solo una fase. Poi ci sarà un’altra fase. Prima una fase, poi la 305


successiva. Con il passare del tempo le cose si aggiusteranno, una volta che tutte le fasi saranno superate. Mi sa che pensavano qualcosa del genere. Bud ha raccolto il bambino da terra e se l’è fatto volteggiare sopra la testa fino a che Harold non ha lanciato dei gridolini eccitati. Il pavone ha arruffato le penne, osservava tutto. Fran ha scosso di nuovo la testa, incredula. Si è allisciata la gonna, dove aveva tenuto il bambino. Olla ha ripreso la forchetta e ha infilzato qualche fava che le era rimasta nel piatto. Bud si è messo il bambino a cavalcioni sull’anca e ha detto: «C’è ancora la torta e il caffè». Quella serata da Bud e Olla è stata veramente speciale. L’ho capito subito che era speciale. Quella sera mi sentivo riconciliato con quasi tutti gli aspetti della mia vita. Non vedevo l’ora di rimanere solo con Fran per dirle quello che stavo provando. Quella sera ho espresso un desiderio. Seduto lì a quella tavola, ho chiuso un attimo gli occhi e mi sono concentrato. Ho espresso il desiderio di non dimenticarmi mai quella serata, di non perderla. È l’unico mio desiderio che si è avverato. Ed è stata una disgrazia per me che si sia avverato. Ma naturalmente, in quel momento non potevo certo saperlo. «A che stai pensando, Jack?», mi ha chiesto Bud. «A niente di particolare», gli ho risposto. Poi gli ho sorriso. «Un soldo per i tuoi pensieri», ha detto Olla. Mi sono limitato a sorridere ancora e a scuotere la testa.

Dopo che siamo tornati a casa dalla serata passata da Bud e Olla, quando eravamo già sotto le coperte, a un certo punto Fran mi fa: «Tesoro, vienimi dentro, riempimi del tuo seme!» Quando l’ha detto, l’ho sentita fino alla punta delle dita dei piedi, ho lanciato un grido e mi sono lasciato andare alla grande. In seguito, quando le cose tra noi sono cambiate, ed è arrivato nostro figlio, insomma, tutta quella storia, Fran considerava quella serata a casa di Bud come l’inizio del cambiamento. Ma si sbaglia. Il cambiamento è avvenuto più tardi - e quando è successo era come se stesse succedendo ad altri, non come qualcosa che poteva succedere a noi. 306


«Accidenti a loro e a quel loro orribile bambino», dice certe volte Fran, così, apparentemente senza motivo, mentre la sera tardi ce ne stiamo a guardare la televisione. «E quell’uccello puzzolente», esclama. «Cristo, ma chi lo vuole?», dice Fran. Dice un sacco di cose del genere, anche se non ha più visto né Bud né Olla da quella sera. Fran non lavora più al burrificio ed è ormai parecchio che s’è tagliata i capelli. Mi si è pure ingrassata, oltretutto. Non ne parliamo mica. Che c’è da dire? In fabbrica Bud lo vedo ancora. Lavoriamo fianco a fianco e pranziamo sempre insieme. Se gli chiedo qualcosa, mi racconta di Olla e di Harold. Joey ormai è uscito di scena. Una sera è volato sul suo albero e c’è rimasto. Non è più sceso giù. Magari era vecchio, dice Bud. Poi ci hanno pensato i gufi. Bud si stringe nelle spalle. Si mangia il suo panino e dice che Harold un giorno diventerà un attaccante di sfondamento. «Dovresti vederlo quel ragazzino», dice Bud. Io annuisco. Siamo ancora amici. Quello non è cambiato. Ma sto un po’ attento a quello che gli dico. E mi rendo conto che lui se ne è accorto e vorrebbe che fosse diverso. E lo vorrei anch’io. Ogni tanto, alla lunga, mi chiede della mia famiglia. Quando me lo chiede gli dico che stanno tutti bene. «Stanno tutti bene», gli dico. Chiudo il cestino del pranzo e tiro fuori le sigarette. Bud annuisce e sorseggia il caffè. La verità è che mio figlio ha come una vena di doppiezza nel suo carattere. Ma non mi piace parlarne. Neanche con sua madre. Soprattutto con lei. Io e lei parliamo poco già per conto nostro. Passiamo la maggior parte del tempo davanti alla televisione. Però quella serata me la ricordo bene. Ricordo con precisione come quel pavone alzava le zampe grigie e girava pian piano attorno al tavolo. E poi il mio amico e sua moglie che ci salutavano sotto la veranda. Olla che dava a Fran qualche penna di pavone da portare a casa. Ricordo come tutti ci stringevamo le mani, ci abbracciavamo, dicevamo cose. In macchina, Fran mi si stringeva addosso mentre ci allontanavamo. Mi ha tenuto una mano sulla gamba per tutto il viaggio. È stato così che siamo rientrati dalla serata a casa del mio amico.

307


Cattedrale

C’era questo cieco, un vecchio amico di mia moglie, che doveva arrivare per passare la notte da noi. Gli era appena morta la moglie. E così era andato a trovare i parenti di lei in Connecticut. Aveva chiamato mia moglie da casa loro. Avevano preso accordi. Sarebbe arrivato in treno, un viaggio di cinque ore, e mia moglie sarebbe andata a prenderlo alla stazione. Non l’aveva più visto da quando aveva lavorato per lui un’estate a Seattle, dieci anni prima. Comunque, lei e il cieco si erano tenuti in contatto. Registravano dei nastri e se li spedivano per posta avanti e indietro. Non è che fossi entusiasta di questa visita. Era un tizio che non conoscevo affatto. E il fatto che fosse cieco mi dava un po’ di fastidio. L’idea che avevo della cecità me l’ero fatta al cinema. Nei film i ciechi si muovono lentamente e non ridono mai. A volte sono accompagnati dai caniguida. Insomma, avere un cieco per casa non è che fosse proprio il primo dei miei pensieri. Quell’estate a Seattle lei aveva bisogno di un lavoro. Non aveva un soldo. L’uomo che avrebbe sposato alla fine dell’anno frequentava un corso per ufficiali. Non aveva un soldo neanche lui. Ma lei era innamorata di questo tizio e lui era innamorato di lei, eccetera eccetera. Insomma, lei aveva visto un annuncio sul giornale - cercasi lettore per cieco - e un numero di telefono. Aveva chiamato, era andata per un colloquio ed era stata assunta su due piedi. Per tutta l’estate aveva lavorato con questo cieco. Gli leggeva della roba, relazioni, rapporti, cose del genere. Lo aiutava a mandare avanti il suo ufficetto nel dipartimento assistenza sociale della contea. Erano diventati buoni amici, mia moglie e il cieco. Come faccio a sapere queste cose? Me le ha dette lei. E mi ha anche detto un’altra cosa. L’ultimo giorno di lavoro, il cieco le aveva chiesto se poteva toccarle il viso. Lei gli aveva detto di sì. Mi ha raccontato che lui l’aveva sfiorata con le dita dappertutto: il viso, il naso... perfino il collo! Lei non se l’era più scordato. Aveva addirittura cercato di scriverci su una poesia. Era sempre lì a cercare di scrivere una poesia, lei. Ne scriveva una o due all’anno, di solito subito dopo che le era successo qualcosa di molto importante. 308


Quando abbiamo cominciato a uscire insieme, me l’ha fatta leggere, quella poesia. Rievocava le dita di lui e il modo in cui s’erano mosse sul suo viso. Nella poesia, parlava delle sensazioni che aveva provato all’epoca, di quello che le passava per la testa mentre il cieco le toccava il naso e le labbra. Ricordo che non è che mi piacesse molto, quella poesia. Naturalmente, non glielo dissi mica. Sarà che io la poesia non la capisco proprio. Devo ammettere che non è la prima cosa che prendo quando ho voglia di leggere un po’. Ad ogni modo, il tizio che per primo aveva goduto dei suoi favori, il futuro ufficiale, era stato il suo fidanzatino di sempre. Perciò, va bene. Quel che voglio dire è che, alla fine dell’estate in cui aveva lasciato che il cieco le toccasse il viso, gli ha detto addio, ha sposato il suo fidanzatino eccetera, che intanto era diventato ufficiale, e se ne è andata da Seattle. Però si erano mantenuti in contatto, il cieco e lei. L’aveva cercato lei per prima, più o meno un anno dopo. L’aveva chiamato una sera da una base dell’aeronautica in Alabama. Aveva voglia di parlare. Parlarono. Lui le chiese di mandargli un nastro e di raccontargli cosa faceva. Lei lo fece. Gli mandò il nastro. Nel nastro gli raccontava del marito e della loro vita insieme nell’ambiente militare. Gli disse che amava suo marito, ma che non le piaceva per niente dove vivevano e il fatto che lui facesse parte del coso, del complesso militare-industriale. Disse al cieco che aveva scritto una poesia e che c’era dentro anche lui. Gli disse pure che ne stava scrivendo un’altra per raccontare che cosa voleva dire essere la moglie di un ufficiale dell’aeronautica. Quella poesia non l’aveva ancora finita. La stava ancora scrivendo. Il cieco registrò un nastro di risposta. Glielo mandò. Lei a sua volta ne registrò un altro. Ed è andata avanti così per anni. L’ufficiale di mia moglie veniva trasferito da una base all’altra. Lei mandò al cieco nastri da Moody AFB, Mcguire, Mcconnell e infine da Travis, vicino Sacramento, dove una sera lei s’era sentita sola e tagliata fuori dalla gente che continuava a lasciarsi dietro in quella vita vagabonda. Era arrivata al punto che le pareva di non riuscire più ad andare avanti. Allora aveva inghiottito tutte le pasticche e capsule che aveva trovato nell’armadietto delle medicine e le aveva annaffiate con una bottiglia di gin. Poi s’era infilata in un bagno caldo e lì era svenuta. Ma invece di morire si è sentita male. Ha vomitato tutto. Il suo ufficialetto perché dovrebbe avere un nome? è stato il suo fidanzatino da sempre, che altro vuole? - è tornato a casa da non so dove, l’ha trovata e ha chiamato 309


un’ambulanza. Con il tempo, ha raccontato tutta la storia su nastro e l’ha spedita al cieco. Con il passare degli anni, ha registrato un sacco di cose e spediva nastri a tutta birra. Oltre a scrivere una poesia all’anno, credo fosse il suo principale mezzo di svago. In uno dei nastri, aveva detto al cieco che aveva deciso di vivere lontano dal suo ufficiale per un certo periodo. In un altro, gli aveva detto del divorzio. Poi io e lei abbiamo cominciato a uscire insieme e, naturalmente, lei ne aveva parlato al cieco. Insomma, gli raccontava tutto, o per lo meno così mi pareva. Una volta mi ha perfino chiesto se volevo ascoltare l’ultimo nastro che le aveva mandato il cieco. È stato un anno fa. Ha detto che c’ero anch’io, sul nastro. E così le ho detto va bene, sentiamo. Ho preparato da bere e ci siamo accomodati in soggiorno. Eravamo pronti ad ascoltarlo. Prima di tutto lei ha messo il nastro nel registratore e ha regolato un paio di manopole. Poi ha spinto un pulsante. Il nastro ha fischiato un po’ e poi qualcuno ha cominciato a parlare a voce molto alta. Lei ha abbassato il volume. Dopo qualche secondo di chiacchiere, ho sentito il mio nome sulla bocca di questo estraneo, un cieco che non conoscevo neanche! E poi ha detto: «Da tutto quello che mi hai detto di lui, posso solo concludere...». Ma a quel punto siamo stati interrotti. Hanno bussato alla porta o qualcosa del genere e poi non siamo mai più tornati ad ascoltarlo, quel nastro. Magari è stato meglio così. Avevo già sentito tutto quello che volevo sentire. E adesso questo stesso cieco veniva a dormire a casa mia. «Magari lo posso portare al bowling», ho detto a mia moglie. Era al lavello che pelava le patate per lo sformato. Ha messo giù il coltello e si è girata verso di me. «Senti, se mi vuoi bene», ha detto, «mi puoi fare questo favore. Se non mi vuoi bene, pazienza. Ma se tu avessi un amico, qualsiasi amico, e il tuo amico venisse a casa nostra, mi sforzerei di farlo sentire a suo agio». Si è asciugata le mani su uno strofinaccio. «Io non ho nessun amico cieco», le ho detto. «Tu non hai nessun amico», ha detto lei. «Punto. E poi», ha aggiunto, «accidenti, gli è appena morta la moglie! Possibile che non capisci? Quel poveraccio ha appena perso la moglie!» Non le ho neanche risposto. E così lei si è messa a raccontarmi un po’ della moglie del cieco. Si chiamava Beulah. Beulah! È un nome da donna di colore. «Allora la moglie era negra?», le ho chiesto. 310


«Ma sei matto?», ha detto mia moglie. «Ti ha dato di volta il cervello o che?» Ha preso su un’altra patata. L’ho vista cadere per terra e rotolare sotto il fornello. «Si può sapere che ti piglia?», ha detto lei. «Sei ubriaco?» «Stavo solo chiedendo», ho detto io. E allora mia moglie si è messa a raccontarmi tutto fornendo più particolari di quanti ne avessi bisogno. Mi sono preparato da bere e mi sono seduto ad ascoltarla. Pezzo dopo pezzo, la storia cominciava a filare. A quanto pare Beulah si era messa a lavorare per il cieco l’estate dopo che mia moglie aveva smesso di lavorare per lui. Ben presto Beulah e il cieco si sono ritrovati all’altare. Una piccola cerimonia - ma chi ci andrebbe a un matrimonio del genere? - solo loro due, il pastore e la moglie del pastore. Però si sono sposati in chiesa lo stesso. Era stato un desiderio di Beulah, aveva detto lui. Ma già all’epoca Beulah doveva portarsi dentro il cancro alle ghiandole. Dopo essere stati inseparabili per otto anni - proprio così, ha detto mia moglie, inseparabili - la salute di Beulah era cominciata rapidamente a peggiorare. Era morta in una stanza d’ospedale a Seattle, con il cieco seduto al suo capezzale che le teneva la mano. Si erano sposati, avevano vissuto e lavorato insieme, dormito insieme - e pure scopato, certo - e poi il cieco l’ha dovuta seppellire. Tutto questo senza che lui potesse mai vedere nemmeno che faccia aveva quell’accidenti di donna. Proprio non ci arrivavo a capire una cosa del genere. A sentire questa storia, mi è dispiaciuto un po’ per il cieco, devo dire. E poi mi sono ritrovato a riflettere sulla vita disgraziata che quella poveraccia doveva aver avuto. Immaginate un po’ una donna che non può mai riconoscersi negli occhi dell’uomo che ama. Una donna che deve vivere giorno dopo giorno senza mai ricevere il benché minimo complimento dal suo amato. Una donna il cui marito non sarebbe mai riuscito a leggere un’espressione sul suo volto, fosse di sofferenza o di gioia. Una che poteva truccarsi oppure no - tanto che differenza faceva per lui? Se voleva, poteva mettersi l’ombretto verde solo su un occhio, infilarsi uno spillone nel naso, indossare pantaloni gialli e scarpe viola, tanto non importava. E poi scivolare verso la morte, con il cieco che le teneva la mano, con gli occhi opachi pieni di lacrime - me lo sto immaginando - magari il suo ultimo pensiero era stato proprio questo: che lui non aveva mai saputo neanche che aspetto avesse e ormai lei era su un treno che la stava portando dritta alla tomba. A Robert erano rimasti 311


solo i soldi di una modesta assicurazione e mezza moneta da venti pesos messicani. L’altra metà era finita nella bara insieme a lei. Che storia patetica! Insomma, quando è arrivato il momento, mia moglie è andata a prenderlo giù alla stazione. Rimasto lì senza niente da fare - certo, davo la colpa a lui anche di quello - mi stavo bevendo un goccetto davanti alla televisione quando ho sentito la macchina imboccare il vialetto. Mi sono alzato dal divano e con il bicchiere ancora in mano sono andato alla finestra a guardare fuori. Ho visto mia moglie ridere mentre parcheggiava. L’ho vista scendere dalla macchina e chiudere lo sportello. Sorrideva ancora. Incredibile. Ha girato intorno al cofano per andare dall’altra parte dove il cieco stava già uscendo dalla macchina. Il cieco, immaginate un po’, aveva un gran barbone! Un cieco con la barba! Un po’ eccessivo, secondo me. Il cieco ha allungato la mano sul sedile di dietro e ha tirato fuori una valigia. Mia moglie l’ha preso per un braccio, ha chiuso lo sportello e, senza smettere un attimo di chiacchierare, l’ha guidato lungo il vialetto e poi su per i gradini della veranda. Ho spento la televisione. Mi sono scolato il mio bicchiere, l’ho sciacquato e mi sono asciugato le mani. Poi sono andato alla porta. Mia moglie ha detto: «Ti voglio presentare Robert. Robert, lui è mio marito. Sai già tutto di lui». Era raggiante. Teneva il cieco per la manica della giacca. Il cieco ha mollato la valigia e mi ha porto la mano. Gliel’ho presa. Me l’ha stretta forte e a lungo, e poi l’ha lasciata andare. «Ho come la sensazione di conoscerti già», ha detto con voce roboante. «Anch’io», ho detto. Non sapevo che altro dire. Poi ho aggiunto: «Benvenuto. Ho sentito molto parlare di te». Ci siamo spostati, tutti insieme, dalla veranda al soggiorno, con mia moglie che lo guidava per il braccio. Il cieco portava la valigia con l’altra mano. Mia moglie diceva cose tipo: «Qui a sinistra, Robert. Sì, così. Adesso attento, c’è una sedia. Ecco. Siediti qua. È il divano. L’abbiamo appena comprato due settimane fa». Stavo per cominciare a dire qualcosa a proposito del vecchio divano. C’ero affezionato, a quel vecchio divano. Ma non ho detto niente. Poi volevo dirgli qualcos’altro, così, tanto per fare due chiacchiere, sul panorama che si vede risalendo la valle dell’Hudson.

312


Sul fatto che andando a New York, bisognerebbe sedersi sul lato destro del treno, mentre venendo da New York, sul sinistro. «Hai fatto buon viaggio?», gli ho chiesto. «A proposito, da quale lato del treno eri seduto?» «Che razza di domanda? Su quale lato!», è intervenuta mia moglie. «Che importa su quale lato ci si siede?» «Stavo solo chiedendo», ho detto. «Sul destro», ha risposto il cieco. «Erano quasi quarant’anni che non salivo più su un treno. Da quando ero piccolo. Con i miei. Ne è passato di tempo. Avevo quasi dimenticato che cosa si prova. Ormai l’inverno è arrivato anche sulla mia barba», ha detto. «Perlomeno, così mi dicono. Ti pare che abbia un aspetto distinto, mia cara?», ha chiesto il cieco a mia moglie. «Hai un aspetto molto distinto, Robert», ha detto lei. «Robert», ha ripetuto. «Robert, sono proprio contenta di rivederti». Finalmente mia moglie è riuscita a staccare gli occhi di dosso al cieco, e mi ha guardato. Ho avuto l’impressione che non le piacesse quello che vedeva. Ho alzato le spalle. Non avevo mai incontrato o conosciuto personalmente una persona cieca. Questo cieco aveva quasi cinquant’anni ed era un uomo massiccio, un po’ stempiato, con le spalle curve, come se portasse un grande fardello. Indossava pantaloni marroni, scarpe marroni, una camicia marroncina, la cravatta e una giacca sportiva. Molto chic. E poi aveva questo barbone. Però non aveva né il bastone né gli occhiali scuri. Ero convinto che gli occhiali scuri fossero obbligatori per i ciechi. Il fatto è che mi sarebbe piaciuto che li portasse. A prima vista, i suoi occhi sembravano normali. Ma se si faceva più attenzione, avevano qualcosa di diverso. Tanto per cominciare c’era troppo bianco intorno all’iride, e poi le pupille sembravano muoversi nelle orbite senza che lui se ne rendesse conto o fosse in grado di fermarle. Faceva venire la pelle d’oca. Mentre lo guardavo fisso in faccia, ho visto la pupilla sinistra girarsi verso il naso, mentre l’altra faceva lo sforzo di rimanere ferma in un posto. Ma era solo uno sforzo, perché anche quell’occhio s’è messo a vagare senza che lui lo sapesse, o che volesse farlo. Gli ho detto: «Ti prendo da bere. Cosa ti va? Abbiamo un po’ di tutto. È uno dei nostri passatempi preferiti».

313


«Fratello, io sono un tifoso dello scotch», ha risposto subito con quel suo vocione. «Ottimo», ho detto io. Fratello! «Si vede subito. Ci avrei scommesso». Con le dita sfiorò la valigia che aveva messo accanto al divano. Stava cercando di orientarsi. Non gliene facevo certo una colpa. «Te la porto di sopra, in camera tua», gli ha detto mia moglie. «No, va bene», ha detto il cieco sempre a voce alta. «Può andare di sopra quando ci vado io». «Un po’ d’acqua nello scotch?», gli ho chiesto. «Giusto una goccia», ha risposto lui. «Ci avrei scommesso», ho detto io. Ha aggiunto: «Appena uno schizzo. Hai presente quell’attore irlandese, Barry Fitzgerald? Be’, la penso come lui. Quando bevo acqua, diceva Fitzgerald, bevo acqua. Quando bevo whisky, bevo whisky». Mia moglie si è messa a ridere. Il cieco si è portato una mano sotto la barba. L’ha sollevata e poi l’ha fatta ricadere. Ho preparato da bere, tre bei bicchieroni di scotch con appena uno schizzo d’acqua dentro. Poi ci siamo messi comodi e abbiamo cominciato a parlare dei viaggi di Robert. Prima il lungo volo dalla costa occidentale al Connecticut, la cronaca completa. Poi il viaggio fin qui con il treno. Quella tappa ha richiesto un altro bicchiere. Ricordavo di aver letto da qualche parte che i ciechi non fumano perché, secondo quella teoria, non vedono il fumo che esalano. Sapevo questa cosa sui ciechi e, anzi, era l’unica cosa che sapevo di loro. Ma questo cieco qui fumava le sigarette fino al filtro e poi se ne accendeva subito un’altra. Insomma, lui lì a riempire il posacenere e mia moglie a svuotarlo. Quando ci siamo seduti a tavola per cena, ci siamo fatti il terzo bicchiere. Mia moglie ha riempito il piatto di Robert con filetto, sformato di patate e fagiolini. Io gli ho imburrato due fette di pane e gli ho detto: «Ecco qua un po’ di pane e burro». Ho mandato giù un sorso dal mio bicchiere. «E adesso preghiamo», ho detto poi, e il cieco ha subito abbassato la testa. Mia moglie mi ha guardato a bocca aperta. «Preghiamo che il telefono non squilli e che il cibo non si freddi», ho detto. Ci abbiamo dato dentro. Abbiamo mangiato tutto il mangiabile finché non è rimasto più niente in tavola. Abbiamo mangiato come se il sole non dovesse più 314


sorgere. Senza dire una parola. Abbiamo mangiato e basta. Anzi, ci siamo abbuffati. Abbiamo spolverato la tavola. Una mangiata seria. Il cieco ha localizzato subito le pietanze, sapeva benissimo dov’era ogni cosa che aveva nel piatto. L’osservavo ammirato tagliare la carne con il coltello tenendola ferma con la forchetta. Tagliava due pezzetti di carne, se li infilava in bocca e poi andava a caccia delle patate, poi dei fagiolini, quindi staccava un pezzetto di pane imburrato e mangiava pure quello. Alla fine, si beveva un bel sorso di latte. E non si faceva particolari problemi a usare le dita, di tanto in tanto. Abbiamo finito tutto, compresa mezza torta alle fragole. Per qualche secondo siamo rimasti lì, come fulminati. Avevamo la faccia imperlata di sudore. Alla fine ci siamo alzati lasciando i piatti sporchi sul tavolo. Non ci siamo neanche girati a guardarli. Ci siamo trasferiti in soggiorno e siamo sprofondati nei nostri posti. Robert e mia moglie sedevano sul divano e io nella poltrona grande. Ci siamo fatti altri due o tre bicchieri di scotch mentre loro parlavano delle cose principali che gli erano capitate negli ultimi dieci anni. Per lo più, io stavo solo a sentire. Ogni tanto dicevo qualcosa. Non volevo che lui pensasse che ero uscito dalla stanza o che lei credesse che mi sentissi tagliato fuori. Parlavano di cose che erano successe a loro - a loro! - negli ultimi dieci anni. Ho aspettato invano di sentire il mio nome pronunciato dalle dolci labbra di mia moglie: «E poi è entrato in scena il mio caro maritino...», qualcosa del genere. Ma niente da fare. Si è parlato sempre di Robert. A quanto pare, Robert aveva fatto di tutto un po’, un vero e proprio tuttofare cieco. Ma negli ultimi tempi lui e la moglie si erano messi a distribuire prodotti della Amway e, da quello che ho capito, riuscivano a ricavare di che vivere, bene o male. Il cieco era anche un provetto radioamatore. Con il suo vocione ci ha raccontato delle conversazioni che aveva avuto con i colleghi radioamatori a Guam, nelle Filippine, in Alaska e perfino a Tahiti. Diceva che avrebbe avuto un sacco di amici in quei posti, se mai fosse riuscito a visitarli. Di tanto in tanto, voltava lo sguardo cieco verso di me; si metteva la mano sotto la barba e mi chiedeva qualcosa. Da quanto tempo lavoravo nell’attuale impiego? (Tre anni.) Mi piaceva il mio lavoro? (Neanche un po’.) Avrei continuato a farlo? (Che scelta avevo?) Alla fine, quando mi pareva che gli si stessero per esaurire le batterie, mi sono alzato e ho acceso la tv.

315


Mia moglie mi ha dato un’occhiataccia irritata. Stava per entrare in ebollizione. Poi ha guardato il cieco e gli ha chiesto: «Di’ un po’, Robert, ma tu ce l’hai il televisore?» Il cieco le ha risposto: «Mia cara, ne ho due di televisori. Uno a colori e un pezzo d’antiquariato in bianco e nero. È buffo, ma se l’accendo, e l’accendo spesso, accendo sempre quello a colori. Non ti sembra buffo?» Non sapevo che dire in proposito. Assolutamente niente. Nessuna opinione. E così mi sono messo a guardare il telegiornale e ho provato ad ascoltare quello che diceva l’annunciatore. «Questo televisore qui è a colori», ha detto il cieco. «Non chiedetemi come faccio a saperlo, ma riesco a capire la differenza». «Sì, l’abbiamo cambiato da poco», ho detto io. Il cieco ha preso un altro sorso del suo scotch. Ha tirato su la barba, l’ha annusata e poi l’ha lasciata ricadere. Si è chinato in avanti sul divano. Si è sistemato il posacenere davanti sul tavolinetto, poi s’è acceso la sigaretta. Si è riappoggiato allo schienale e ha incrociato le caviglie. Mia moglie si è coperta la bocca e ha sbadigliato. Si è stirata un po’. Ha detto: «Mi sa che vado di sopra a mettermi in vestaglia. Mi sa che mi cambio adesso. Robert, tu mettiti pure a tuo agio». «Sono a mio agio», ha detto il cieco. «Voglio che ti senti a tuo agio in questa casa», ha detto lei. «Sono a mio agio», ha ripetuto il cieco.

Dopo che lei è uscita, io e lui abbiamo sentito le previsioni del tempo e poi il riepilogo delle notizie sportive. A quel punto se n’era andata da tanto di quel tempo che non ero mica sicuro che sarebbe tornata. Ho pensato che se ne fosse andata a letto, ormai. Volevo tanto che riscendesse. Non volevo essere lasciato da solo con il cieco. Gli ho chiesto se voleva un altro goccio e lui ha detto come no? Poi gli ho chiesto se voleva farsi uno spinello insieme a me. L’ho informato che ne avevo appena rollato uno. Non era vero, ma avevo in mente di farlo in men che non si dica. «Lo provo insieme a te», ha detto lui. «Giusto, accidenti!», ho esclamato io. «Così si fa». 316


Ho preparato lo scotch e mi sono seduto sul divano accanto a lui. Poi ho rollato due bei cannoni. Ne ho acceso uno e gliel’ho passato, mettendoglielo tra le dita. Lui l’ha preso e ha aspirato. «Tienilo dentro finché puoi», gli ho detto. Avevo capito che non se ne intendeva per niente. Mia moglie è tornata di sotto con la sua vestaglia rosa e le pantofole rosa. «Che cos’è questo odore?», ha detto. «Abbiamo pensato di farci un po’ di marijuana», le ho detto. Mia moglie mi ha lanciato un’occhiata furibonda. Poi ha guardato il cieco e gli ha detto: «Robert, non sapevo che fumassi». Lui le ha risposto: «Be’, adesso lo sto facendo, mia cara. C’è una prima volta per tutto. Ma ancora non sento niente». «È roba piuttosto leggera», ho detto io. «Roba tenera. Erba con cui si ragiona», ho aggiunto. «Non è che ti sconvolge troppo». «No, non troppo, davvero, fratello», ha detto e si è messo a ridere. Mia moglie si è seduta sul divano tra me e il cieco. Le ho passato lo spinello. Lei lo ha preso e gli ha dato una tirata, poi me l’ha ripassato. «Da che parte gira?», ha chiesto. Poi ha detto: «Non dovrei fumarlo. Già non riesco a tenere gli occhi aperti. Quella cena mi ha steso. Non avrei dovuto mangiare tanto». «Tutta colpa della torta alle fragole», ha detto il cieco. «È stata senz’altro quella». È scoppiato in una delle sue risate sonore. Poi ha scosso la testa. «Ce n’è ancora di torta alle fragole», ho detto io. «Ne vuoi ancora un po’, Robert?», gli ha chiesto mia moglie. «Magari più tardi», ha risposto lui. Abbiamo rivolto la nostra attenzione alla tv. Mia moglie ha sbadigliato di nuovo. Poi ha detto: «Il letto è pronto, quando vuoi andare a letto, Robert. So che devi aver avuto una giornata faticosa. Appena sei pronto per andare a letto, non hai che da dirlo». Gli ha dato uno strattone. «Robert?» Lui si è riscosso e ha detto: «Mi sono divertito un sacco, davvero. Altro che nastri, eh?» Gli ho detto: «È in arrivo», e gli ho infilato lo spinello tra le dita. Lui ha inalato, ha trattenuto il fumo e poi l’ha lasciato andare. Adesso era come se l’avesse sempre fatto da quando aveva nove anni. 317


«Grazie, fratello», ha detto. «Ma mi sa che adesso mi fermo. Mi sa che comincio a sentirlo». Ha passato il mozzicone fumante a mia moglie. «Idem come sopra», ha detto lei. «Mi fermo anch’io». Ha preso il mozzicone e me l’ha passato. «Magari me ne sto seduta un altro po’ qui tra voi, ragazzi, e chiudo gli occhi. Ma fate come se io non ci fossi, d’accordo? Se dà fastidio a uno di voi, basta che me lo dite. Altrimenti, magari me ne sto seduta qui buona buona con gli occhi chiusi finché non siete pronti per andare a letto. Il tuo letto è pronto, Robert, appena sei pronto. È proprio accanto alla nostra camera, in cima alle scale. Appena sei pronto, ti accompagniamo di sopra. Sentite, ragazzi, se mi dovessi addormentare, svegliatemi». Appena detto così, ha chiuso gli occhi e si è addormentata. Alla fine del telegiornale, mi sono alzato e ho cambiato canale. Poi mi sono riseduto sul divano. Avrei voluto che mia moglie non fosse crollata in quel modo. Aveva la testa appoggiata allo schienale del divano ed era rimasta a bocca aperta. Si era girata in modo che la vestaglia le era scivolata sulle gambe, lasciando scoperta una coscia succulenta. Ho allungato un braccio per richiudergliela ed è stato a quel punto che ho dato un’occhiata al cieco. Al diavolo! Con un colpetto, le ho riaperto la vestaglia. «Appena ti va ancora un po’ di torta alle fragole, non hai che da dirmelo», gli ho detto. «Certo». Poi gli ho chiesto: «Sei stanco? Vuoi che ti porti di sopra, a letto? Sei pronto per metterti a nanna?» «Ancora no», ha risposto. «No, starò alzato con te ancora un po’, fratello. Se non ti dispiace. Starò su finché non sei pronto per ritirarti. Non abbiamo avuto la possibilità di fare due chiacchiere. Capisci che cosa voglio dire? Mi è parso che io e lei abbiamo un po’ monopolizzato la serata». Ha sollevato di nuovo la barba e l’ha lasciata ricadere. Ha raccolto il pacchetto di sigarette e l’accendino. «Non ti preoccupare», l’ho rassicurato. Poi ho detto: «Anzi, mi fa piacere un po’ di compagnia». E mi sa che era vero. Tutte le sere mi fumavo uno spinello e rimanevo alzato finché non cadevo dal sonno. Io e mia moglie ormai raramente ce ne andavamo a 318


letto alla stessa ora. Quando poi mi addormentavo, facevo un sacco di sogni. A volte mi svegliavo nel bel mezzo di uno di questi sogni, con il cuore che correva all’impazzata. In tv c’era un documentario sulla chiesa e il medioevo. Non era certo il solito programma televisivo. Volevo guardare qualcos’altro. Ho fatto un giro dei canali. Ma anche sugli altri non c’era niente d’interessante. Così ho rimesso sul primo canale e mi sono scusato con lui. «Non c’è problema, fratello», ha detto il cieco. «Per me va bene qualsiasi cosa. Quello che vuoi vedere tu, a me sta bene. Imparo sempre qualcosa. Non si finisce mai d’imparare. Non mi farà certo male imparare qualcosa anche stasera. Le orecchie mi funzionano», ha detto.

Se n’è stato zitto per un po’. Era curvo in avanti, con la testa rivolta a me e l’orecchio destro puntato verso l’apparecchio. Un po’ sconcertante. Di tanto in tanto le palpebre gli calavano sugli occhi, ma poi si riaprivano di scatto. Di tanto in tanto s’infilava le dita nella barba e gli dava una tiratina, come se stesse riflettendo su qualcosa di quello che sentiva alla televisione. Sullo schermo, un gruppo di uomini incappucciati era attaccato e tormentato da altri vestiti da scheletri o in costume da diavolo. I diavoli portavano maschere diaboliche, corna e lunghe code. Questa scena faceva parte di una processione. Il commentatore aveva un accento inglese e diceva che la processione si svolgeva in Spagna una volta all’anno. Ho cercato di spiegare al cieco quello che succedeva. «Scheletri», ha detto lui. «Lo so che cosa sono gli scheletri», ha detto, annuendo. La tv ha fatto vedere questa cattedrale. Poi c’è stata una lunga, lenta carrellata su un’altra cattedrale. Alla fine sul video è apparsa quella famosissima di Parigi, con gli archi rampanti e le guglie che puntano alle nuvole. La telecamera

è arretrata

per mostrare l’intera

cattedrale

che si stagliava

all’orizzonte. In certi momenti il commentatore inglese restava in silenzio e si limitava a lasciare che la telecamera inquadrasse varie parti della cattedrale. Oppure l’obiettivo vagava per paesaggi rurali, con uomini nei campi che camminavano dietro ai buoi. Finché ho potuto, sono rimasto in silenzio anch’io. Poi mi sono 319


sentito in dovere di parlare. Ho detto: «Adesso stanno facendo vedere l’esterno di una cattedrale. I grondoni, statuette scolpite a forma di mostri. Adesso mi sa che stanno in Italia. Sì, stanno proprio in Italia. Le pareti di questa chiesa sono tutte dipinte». «Per caso sono affreschi, fratello?», ha chiesto lui, sorseggiando dal suo bicchiere. Ho allungato la mano per prendere il mio. Ma era vuoto. Ho cercato di ricordarmi tutto quello che potevo ricordare. «Mi stai chiedendo se sono affreschi?», ho detto. «Bella domanda. Non lo so mica». Le riprese sono passate a mostrare una cattedrale fuori Lisbona. Le differenze tra la cattedrale portoghese rispetto a quelle francesi o italiane non erano poi così marcate. Eppure c’erano. Riguardavano per lo più gli arredi interni. Poi m’è venuta in mente una cosa e ho detto: «M’è appena venuta in mente una cosa. Ma tu ce l’hai un’idea di che cos’è una cattedrale? Cioè, di che aspetto hanno? Capisci? Se qualcuno ti dice «cattedrale», hai un’idea di che cosa sta parlando? Per esempio, la sai la differenza che passa tra quella e una chiesa battista?» Lui ha lasciato uscire pian piano del fumo dalla bocca. «So che ci sono voluti centinaia di uomini e cinquanta o cento anni per costruirle», ha detto. «L’ho appena sentito dire da quel tizio, naturalmente. So che intere generazioni di una stessa famiglia a volte hanno lavorato a una cattedrale. L’ho sentito dire anche questo. Quelli che hanno messo tutto il lavoro della loro vita per cominciarle, non hanno mai visto l’opera finita. Da quel punto di vista, fratello, non è che siano molto diversi dal resto di noi, giusto?» Si è messo a ridere. Poi le palpebre gli sono calate giù di nuovo. Ha tentennato un po’ la testa. Pareva sonnecchiare. Magari stava immaginando di essere in Portogallo. In tv adesso stavano facendo vedere un’altra cattedrale. In Germania, questa volta. La voce dell’inglese continuava a commentare, monotona. «Cattedrali», ha detto il cieco. Si è tirato su a sedere e ha cominciato a dondolare la testa da una parte all’altra. «Se vuoi sapere la verità, fratello, questo è su per giù tutto quel che so. Quello che ho appena detto. Quello che ho sentito dire da quel tizio. Ma magari me ne puoi descrivere una tu, eh? Vorrei tanto che lo facessi. Mi piacerebbe un sacco. Se proprio vuoi saperlo, un’idea precisa non ce l’ho mica». Io mi sono concentrato sull’inquadratura della cattedrale sullo schermo. Come si fa a descriverla, anche a grandi linee? Ma supponiamo che ne andasse della 320


mia vita. Diciamo che un pazzo mi minacciasse, dicendo che dovevo farlo, altrimenti... Ho fissato ancora un po’ la cattedrale prima che l’inquadratura passasse di nuovo al paesaggio circostante. Ma era inutile. Mi sono rivolto al cieco e gli ho detto: «Tanto per cominciare, sono altissime». Mi sono guardato intorno nella stanza in cerca d’aiuto. «Svettano nel cielo. Sempre più su. Puntate dritte al cielo. Alcune sono così grandi che devono avere questa specie di puntelli. Per sostenerle in aria, per così dire. Questi puntelli si chiamano archi rampanti. Per qualche motivo, mi fanno venire in mente dei viadotti. Ma magari tu non sai nemmeno che cosa sono i viadotti, eh? A volte le cattedrali hanno diavoli e roba del genere scolpiti al l’esterno sulla facciata. Altre volte, dame e cavalieri. Non mi chiedere come mai», ho detto. Lui annuiva. Tutta la parte superiore del corpo sembrava oscillare avanti e indietro. «Non me la sto cavando tanto bene, vero?», gli ho chiesto. Lui ha smesso di annuire e si è chinato in avanti, sul bordo del divano. Mentre mi ascoltava, continuava a passarsi le dita in mezzo alla barba. Mi rendevo conto che non glielo stavo spiegando tanto bene. Però voleva che andassi avanti lo stesso. Mi sono sforzato di pensare a cos’altro dire. «Sono davvero grandi», ho aggiunto. «Massicce. Sono fatte di pietra. A volte di marmo. Ai vecchi tempi, quando costruivano le cattedrali, gli uomini volevano essere vicini a Dio. Ai vecchi tempi, Dio era una parte importante della vita di ognuno. Lo si capisce da tutte le cattedrali che costruivano. Scusa», gli ho detto poi, «ma mi sa tanto che questo è il massimo che posso fare per te. È che non ne sono proprio capace». «Non ti preoccupare, fratello», ha detto il cieco. «Ehi, sta’ a sentire. Spero che non ti dispiaccia quello che sto per chiederti. Posso chiederti una cosa? È una domanda semplice, sì o no. Sono solo curioso, senza offesa. Sono ospite a casa tua. Ma permettimi di chiederti se sei in qualche modo religioso? Ti dispiace se te lo chiedo?» Ho scrollato la testa. Ma lui non poteva mica vederlo. Se annuisci o gli fai l’occhietto, per un cieco è la stessa identica cosa. «Mi sa tanto che non ci credo mica. In niente. A volte è dura, sai. Capisci cosa voglio dire?» 321


«Certo», ha detto lui. «Appunto», ho detto io. L’inglese continuava ad andare avanti imperterrito. Mia moglie ha sospirato nel sonno. Ha tirato un lungo respiro e ha continuato a dormire. «Mi dovrai scusare», gli ho detto. «Ma non ci riesco proprio a spiegarti com’è fatta una cattedrale. Non ne sono proprio capace. Non posso fare meglio di così». Il cieco è rimasto seduto immobile e mi ascoltava con la testa abbassata. Ho detto: «Il fatto è che le cattedrali non è che significhino niente di speciale per me. Niente. Le cattedrali. Sono solo cose da vedere in tv la sera tardi. Tutto lì». È stato a quel punto che il cieco si è schiarito la gola. Gli è venuto su qualcosa. Ha tirato fuori un fazzoletto dalla tasca di dietro. Poi ha detto: «Ho capito, fratello. Non è un problema. Capita. Non stare a preoccupartene troppo», così ha detto. «Ehi, sta’ a sentire. Me lo fai un favore? Mi è venuta un’idea. Perché non ti procuri un pezzo di carta pesante? E una penna. Proviamo a fare una cosa. Ne disegnamo una insieme. Prendi una penna e un pezzo di carta pesante. Coraggio, fratello, trovali e portali qua», ha detto. E così sono salito di sopra. Mi pareva di non avere più un briciolo di forza nelle gambe. Me le sentivo come dopo aver fatto una corsa. Ho rovistato un po’ nello studio di mia moglie. Ho trovato delle penne a sfera in un cestino sulla scrivania. E poi mi sono sforzato di pensare a dove potevo trovare il tipo di carta che mi aveva chiesto. Sono sceso in cucina e ho trovato una busta di carta del supermercato che aveva ancora delle bucce di cipolla in fondo. L’ho svuotata scuotendola per bene. L’ho portata di là in soggiorno e mi sono seduto per terra vicino alle gambe del cieco. Ho spostato un po’ di roba, ho allisciato la busta e l’ho stesa sul tavolino. Il cieco si è tirato giù dal divano e si è seduto accanto a me sul tappeto. Ha passato le dita sulla busta. Ne ha sfiorato su e giù i margini. I bordi, perfino i bordi. Ne ha tastato per bene gli angoli. «Perfetto», ha detto. «Perfetto, facciamola». Ha trovato la mia mano, quella con la penna. Ha chiuso la sua mano sulla mia. «Coraggio, fratello, disegna», ha detto. «Disegna. Vedrai.

322


Io ti vengo dietro. Andrà tutto bene. Comincia subito a fare come ti dico. Vedrai. Disegna», ha detto il cieco. E così ho cominciato. Prima ho disegnato una specie di scatola che pareva una casa. Poteva essere anche la casa in cui abitavo. Poi ci ho messo sopra un tetto. Alle due estremità del tetto, ho disegnato delle guglie. Roba da matti. «Benone», ha detto lui. «Magnifico. Vai benissimo», ha detto. «Non avevi mai pensato che una cosa del genere ti potesse succedere, eh, fratello? Be’, la vita è strana, sai. Lo sappiamo tutti. Continua pure. Non smettere». Ci ho messo dentro finestre con gli archi. Ho disegnato archi rampanti. Grandi portali. Non riuscivo a smettere. I programmi della televisione erano finiti. Ho posato la penna e ho aperto e chiuso le dita. Il cieco continuava a tastare la carta. La sfiorava con la punta delle dita, passando sopra a tutto quello che avevo disegnato, e annuiva. «Vai forte», ha detto infine. Ho ripreso la penna e lui ha ritrovato la mia mano. Ho continuato ad aggiungere particolari. Non sono certo un artista. Ma ho continuato a disegnare lo stesso. Mia moglie ha aperto gli occhi e ci ha fissato. Si è tirata a sedere sul divano, con la vestaglia tutta aperta. Ha detto: «Che cosa state facendo? Ditemelo, voglio sapere». Non le ho risposto. Il cieco ha detto: «Stiamo disegnando una cattedrale. Ci stiamo lavorando insieme, io e lui. Premi più forte», ha detto, rivolto a me. «Sì, così. Così va bene», ha aggiunto. «Certo. Ce l’hai fatta, fratello. Si capisce bene, adesso. Non credevi di farcela, eh? Ma ce l’hai fatta, ti rendi conto? Adesso sì che vai forte. Capisci cosa voglio dire? Tra un attimo qui avremo un vero capolavoro. Come va il braccio?», ha chiesto. «Ora mettici un po’ di gente. Che cattedrale è senza la gente?» Mia moglie ha chiesto: «Ma che succede? Robert, che cosa stai facendo? Si può sapere che succede?» «Tutto a posto», le ha detto lui. «E adesso chiudi gli occhi», ha aggiunto, rivolto a me. L’ho fatto. Li ho chiusi proprio come m’ha detto lui. «Li hai chiusi?», ha chiesto. «Non imbrogliare». «Li ho chiusi», ho risposto io. 323


«Tienili così», ha detto. Poi ha aggiunto: «Adesso non fermarti. Continua a disegnare». E così abbiamo continuato. Le sue dita guidavano le mie mentre la mano passava su tutta la carta. Era una sensazione che non avevo mai provato prima in vita mia. Poi lui ha detto: «Mi sa che ci siamo. Mi sa che ce l’hai fatta», ha detto. «Da’ un po’ un’occhiata. Che te ne pare?» Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po’. Mi pareva una cosa che dovevo fare. «Allora?», ha chiesto. «La stai guardando?» Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo come la sensazione di non stare dentro a niente. «È proprio fantastica», ho detto.

324


Una cosa piccola ma buona

Sabato pomeriggio andò in macchina alla pasticceria del centro commerciale. Dopo aver sfogliato un raccoglitore con le foto delle torte incollate sulle pagine, ne ordinò una al cioccolato, la preferita di suo figlio. La torta che aveva scelto era decorata con un’astronave sulla rampa di lancio sotto una pioggia di stelle bianche e un pianeta di glassa rossa all’altra estremità. Scotty, il nome del bambino, sarebbe stato scritto in verde sotto il pianeta. Il pasticcere, un signore anziano dal collo robusto, rimase ad ascoltarla senza dire niente mentre lei gli spiegava che il figlio avrebbe compiuto otto anni lunedì. Il pasticcere indossava un grembiule bianco che sembrava quasi un camice. I lacci gli passavano sotto le ascelle, si incrociavano sulla schiena e poi tornavano sul davanti dove erano annodati sotto l’ampia cintola. Mentre la stava ad ascoltare, si asciugava le mani sul grembiule. Teneva gli occhi bassi sulle foto e la lasciava parlare. Le diede tutto il tempo che voleva. Era appena arrivato al lavoro e sarebbe stato lì tutta la notte a infornare dolci, perciò non è che avesse fretta. Lei gli diede il proprio nome, Ann Weiss, e il numero di telefono. La torta sarebbe stata pronta lunedì mattina con largo anticipo sulla festa di compleanno del bambino, prevista per il pomeriggio. Il pasticcere non era una persona gioviale. Non stettero lì a scambiarsi complimenti, solo le informazioni essenziali, il minimo indispensabile di parole. Lui la faceva sentire un po’ a disagio e Ann non gradì tanto la cosa. Mentre era chino sul bancone con la matita in mano, lei studiò i suoi lineamenti pesanti e si chiese se avesse mai fatto altro nella vita oltre al pasticcere. Lei era una madre trentatreenne e pensava che tutti, specialmente uno dell’età del pasticciere - che avrebbe potuto essere suo padre dovevano aver passato questa fase delle torte e delle feste di compleanno per i figli. Dovevano avere almeno quello in comune, pensò lei. Ma lui era un po’ brusco con lei - non maleducato, solo un po’ brusco. Rinunciò all’idea di essere cordiale con lui. Sbirciò nel retrobottega della pasticceria e vide un lungo, massiccio tavolo di legno con una serie di teglie in alluminio impilate a un’estremità; accanto al tavolo c’era un carrello di metallo, pieno di rastrelliere 325


vuote. In fondo c’era un forno enorme. Una radio suonava musica countrywestern. Il pasticcere finì di riempire a stampatello il modulo per l’ordinazione e richiuse il raccoglitore. Alzò lo sguardo su di lei e disse: «Lunedì mattina». Lei lo ringraziò e tornò a casa.

Il lunedì mattina il bambino che compiva gli anni stava andando a scuola a piedi insieme a un suo compagno. Si passavano una busta di patatine e il bambino stava cercando di scoprire che regalo gli avrebbe portato quel pomeriggio il suo amichetto. A un incrocio, il bambino che compiva gli anni scese dal marciapiedi senza guardare e fu immediatamente gettato a terra da una macchina che passava. Cadde su un fianco, con la testa nella cunetta e le gambe verso la strada. Teneva gli occhi chiusi, ma muoveva le gambe avanti e indietro come se stesse cercando di scavalcare un ostacolo. Il suo compagno lasciò cadere la busta di patatine e scoppiò a piangere. La macchina era andata avanti un centinaio di metri e s’era fermata in mezzo alla strada. L’uomo al volante si guardò alle spalle. Attese finché vide il bambino rialzarsi con qualche difficoltà. Barcollava un po’. Sembrava un po’ stordito, ma se la cavava. L’automobilista innestò la marcia e ripartì. Il bambino che compiva gli anni non pianse, ma non sapeva neanche che dire. Non rispondeva alle domande dell’amichetto che voleva sapere che effetto faceva essere investiti da una macchina. Lui se ne tornò a casa a piedi, mentre il suo compagno proseguì per la scuola. Ma dopo che era rientrato a casa e stava raccontando la cosa a sua madre - lei seduta accanto a lui sul divano che gli teneva le mani e gli diceva: «Scotty, tesoro, sei sicuro di sentirti bene, piccolo?» e stava pensando di chiamare comunque il dottore - il bambino che compiva gli anni all’improvviso si stese sul divano, chiuse gli occhi e si abbandonò tutto. Quando vide che non riusciva più a svegliarlo, la madre corse al telefono e chiamò il marito al lavoro. Howard le disse di rimanere calma, soprattutto di rimanere calma, e poi chiamò un’ambulanza per il bambino. Quindi andò anche lui in ospedale.

326


Naturalmente, la festa di compleanno fu annullata. Il bambino era stato ricoverato in ospedale in stato di shock e con una leggera commozione cerebrale. Aveva vomitato e nei polmoni si era accumulato del liquido che quel pomeriggio doveva essere aspirato via. Ora sembrava fosse semplicemente immerso in un sonno profondo - ma non era in coma, aveva insistito il dottor Francis, non era in coma, quando aveva visto l’espressione allarmata dei genitori. Alle undici di sera, quando il bambino pareva riposare abbastanza tranquillo, dopo le tante radiografie e analisi, e bisognava solo aspettare che si svegliasse e riprendesse i sensi, Howard lasciò l’ospedale. Lui e Ann erano stati lì insieme al figlio tutto il pomeriggio e ora lui sarebbe andato a casa per un po’, a farsi un bagno e a cambiarsi. «Torno tra un’oretta», disse alla moglie. Lei annuì. «Va bene», disse. «Io non mi muovo da qui». Lui la baciò sulla fronte e si sfiorarono le mani. Lei se ne stava sulla sedia accanto al letto a guardare il figlio. Avrebbe atteso che Scotty si svegliasse e si sentisse meglio. Poi poteva cominciare a rilassarsi. Howard tornò a casa dall’ospedale. Percorse le strade bagnate e scure a velocità sostenuta, poi se ne rese conto e rallentò. Finora la sua vita era trascorsa in modo piano e soddisfacente - l’università, il matrimonio, un altro anno di studi per la specializzazione in economia, l’ingresso come socio giovane in una finanziaria che si occupava di investimenti. La paternità. Si poteva ritenere felice e, almeno per ora, fortunato - lo sapeva bene. I suoi genitori erano ancora vivi, i fratelli e la sorella si erano sistemati, i suoi compagni d’università avevano tutti trovato il loro posto nel mondo. Finora era riuscito a stare lontano da ogni disgrazia, da quelle forze che sapeva esistere e che erano in grado di paralizzare o abbattere un uomo se la fortuna si fosse messa al peggio, se le cose improvvisamente fossero cambiate. Entrò nel vialetto di casa e parcheggiò la macchina. La gamba sinistra gli cominciò a tremare. Rimase per un attimo seduto al posto di guida e cercò di affrontare la situazione in maniera razionale. Scotty era stato investito da una macchina ed era in ospedale, ma sarebbe andato tutto bene. Howard chiuse gli occhi e si passò una mano sul volto. Scese dall’auto e si avviò verso la porta di casa. All’interno, il cane abbaiava. Il telefono squillava senza posa mentre apriva la porta e cercava a tentoni l’interruttore della luce. Non avrebbe dovuto lasciare l’ospedale, lo sapeva, non se

327


ne sarebbe dovuto andare. «Accidenti!», disse. Alzò la cornetta e disse: «Sono entrato in casa in questo momento!» «C’è una torta che non è stata ritirata», disse la voce dall’altra parte. «Come dice, scusi?», chiese Howard. «Una torta», disse la voce. «Una torta da sedici dollari». Howard tenne la cornetta premuta contro l’orecchio, cercando di capire. «Non so niente di questa torta», disse. «Santo cielo, di che cosa sta parlando?» «Non mi venga fuori con questa scusa», disse la voce. Howard riattaccò. Andò in cucina e si versò del whisky. Poi chiamò l’ospedale. Ma gli dissero che il bambino era in condizioni stazionarie; dormiva ancora e non era cambiato niente. Mentre l’acqua riempiva la vasca, Howard s’insaponò la faccia e si fece la barba. Si era appena steso nella vasca a occhi chiusi, quando il telefono ricominciò a squillare. Si tirò su, afferrò un asciugamano e attraversò di corsa la casa, dicendosi: «Che stupido! Che stupido!», perché se n’era andato dall’ospedale. Ma quando alzò la cornetta e gridò: «Pronto!» dall’altra parte non arrivò alcun suono. Poi, chiunque avesse chiamato riagganciò.

Arrivò di nuovo in ospedale poco dopo mezzanotte. Ann era ancora seduta sulla sedia accanto al letto. Alzò lo sguardo su Howard e poi si voltò di nuovo verso il bambino. Scotty aveva ancora gli occhi chiusi e la testa ancora tutta fasciata. Il suo respiro era regolare e silenzioso. Da un apparato sopra il letto pendeva un flacone di glucosio con un tubicino che lo collegava al braccio del bambino. «Come sta?», chiese Howard. «Cos’è questa roba?», disse, accennando al flacone e al tubicino. «L’ha ordinato il dottor Francis», rispose la moglie. «Ha bisogno di nutrirsi. Deve mantenersi in forze. Ma perché non si sveglia, Howard? Non capisco: se sta bene...» Howard le mise una mano dietro la testa. Le fece scorrere le dita tra i capelli. «Andrà tutto bene, vedrai. Tra poco si sveglierà. Il dottor Francis sa quello che fa». Dopo qualche secondo, aggiunse: «Forse è meglio che te ne vai a casa e ti riposi un po’. Rimango io qui. Solo non dar retta a quell’idiota che continua a chiamare. Riaggancia subito». 328


«Chi è che chiama?», chiese lei. «Ah, non lo so chi è. Uno che evidentemente non ha niente di meglio da fare che telefonare alla gente. Adesso vai». Lei scosse la testa. «No», disse. «Sto bene». «Davvero», disse lui. «Va’ a casa per un po’ e torna domattina a darmi il cambio. Andrà tutto bene. Che cosa ha detto il dottor Francis? Ha detto che Scotty guarirà. Non dobbiamo stare in pensiero. È solo addormentato ora, tutto qui». Un’infermiera aprì la porta. Li salutò con un cenno del capo e si avvicinò al letto. Tirò fuori il braccio sinistro del bambino da sotto le coperte e gli mise le dita attorno al polso, poi consultò l’orologio. Dopo un po’ rimise il braccio sotto le coperte e andò ai piedi del letto, dove scrisse qualcosa su una tabella attaccata al letto. «Come sta?», chiese Ann. La mano di Howard cominciava a pesarle sulla spalla. Sentiva la pressione delle sue dita. «È stazionario», rispose l’infermiera. Poi disse: «Il dottore verrà tra poco. Il dottore è tornato in ospedale. Sta facendo il giro adesso». «Stavo giusto dicendo a mia moglie che forse dovrebbe andare a casa a riposarsi un po’», disse Howard. Poi aggiunse: «Magari dopo la visita del dottore». «Certo che può farlo», disse l’infermiera. «Secondo me, dovreste sentirvi liberi di farlo tutti e due, se volete». L’infermiera era un donnone biondo di origini scandinave. C’era appena una traccia di accento nel suo modo di parlare. «Adesso sentiamo che cosa ci dice il dottore», disse Ann. «Voglio prima parlare con il dottore. Secondo me non dovrebbe continuare a dormire così. Secondo me non è un buon segno». Si portò una mano agli occhi e abbassò un tantino la testa. La presa di Howard sulla spalla si fece ancora più forte, poi le spostò la mano sul collo, dove le dita cominciarono a massaggiarle i muscoli. «Il dottor Francis arriverà tra qualche minuto», disse l’infermiera. Quindi uscì dalla stanza. Howard fissò per un po’ suo figlio, il minuscolo petto che si alzava e si abbassava silenzioso sotto le coperte. Per la prima volta dopo i terribili istanti immediatamente successivi alla telefonata di Ann in ufficio, avvertì una vera e propria paura invadergli le membra. Cominciò a scuotere la testa. Scotty stava bene, solo che invece di dormire a casa nel suo lettino, era in ospedale con la 329


testa fasciata e un tubicino infilato nel braccio. Ma era di questo che aveva bisogno, per il momento. Il dottor Francis entrò nella stanza e strinse la mano a Howard, anche se si erano visti solo poche ore prima. Ann si alzò dalla sedia. «Dottore?» «Ann», disse, salutandola con un cenno del capo. «Vediamo prima di tutto come sta», disse il dottore. Si spostò a fianco del letto e misurò il polso del bambino. Gli rovesciò prima una palpebra e poi l’altra. Howard e Ann erano in piedi dietro di lui e osservavano. Poi il dottore tirò giù le coperte e auscultò il cuore e i polmoni di Scotty con lo stetoscopio. Gli premette le dita in diversi punti dell’addome. Appena ebbe finito, andò ai piedi del letto e consultò la tabella. Vi annotò l’ora, scribacchiò qualcosa e poi guardò Howard e Ann. «Dottore, come sta?», disse Howard. «Che cos’ha esattamente?» «Perché non si sveglia?», disse Ann. Il dottore era un bell’uomo, dalle spalle larghe e dal volto abbronzato. Indossava un completo blu col panciotto, una cravatta a strisce e gemelli d’avorio. Portava i capelli grigi pettinati indietro lungo i lati della testa e aveva l’aspetto di qualcuno che è appena uscito da un concerto. «Tutto a posto», disse il dottore. «Non c’è da esaltarsi, secondo me potrebbe stare meglio, ma è tutto a posto. Tuttavia, vorrei tanto che si svegliasse. Si dovrebbe svegliare presto». Il medico guardò di nuovo il bambino. «Dovremmo saperne di più in un paio d’ore, quando arrivano i risultati di altre analisi. Ma sta bene, credetemi, a parte la sottile frattura cranica che abbiamo riscontrato. Quella c’è». «Oh, no», esclamò Ann. «È una leggera commozione cerebrale, come ho già detto. E naturalmente, sapete che è ancora sotto shock», disse il dottore. «A volte succede nei pazienti sotto shock. Questo sonno prolungato». «Ma possiamo considerarlo fuori pericolo?», chiese Howard. «Lei prima ha detto che non è in coma. Allora lei non lo chiamerebbe coma, vero, dottore?», Howard rimase in attesa. Guardava il medico. «No, non voglio definirlo coma», disse il dottore, lanciando un’altra occhiata al bambino. «È solo immerso in un sonno profondissimo. Si tratta di una reazione difensiva spontanea dell’organismo. Il ragazzo è fuori pericolo, questo penso di poterlo dire con certezza, sì. Ma ne sapremo di più quando si sveglia e quando arrivano le altre analisi», concluse il dottore. 330


«È coma», disse Ann. «In un certo senso». «No, non è ancora coma, non esattamente», disse il medico. «Non vorrei proprio chiamarlo coma. Non per il momento, almeno. Ha subito un forte trauma. In casi del genere, questo tipo di reazione è abbastanza comune; è una reazione temporanea a uno shock organico. Il coma. Be’, il coma è uno stato di incoscienza profondo e prolungato, qualcosa che può andare avanti per giorni, addirittura settimane. Scotty non è in quella zona lì, perlomeno per quanto ne sappiamo. Sono sicuro che le sue condizioni mostreranno un notevole miglioramento al mattino. Io ci scommetto. Ne sapremo di più quando si sveglia. Non ci vorrà molto, ormai. Naturalmente, potete fare come preferite, restare qui o andare a casa per un po’. In ogni caso, sentitevi liberi di lasciare l’ospedale quando volete. Mi rendo conto che non è facile». Il medico scrutò di nuovo il bambino, lo osservò per un attimo, poi si rivolse ad Ann e le disse: «Cerchi di non preoccuparsi, mammina. Mi creda, stiamo facendo tutto il possibile. È solo questione di aspettare un po’, ormai». Le fece un altro cenno di saluto, strinse ancora la mano a Howard e uscì dalla stanza. Ann poggiò la mano sulla fronte del figlio. «Almeno non ha la febbre», disse. Poi aggiunse: «Dio mio, però, è così freddo. Howard? Secondo te è normale? Sentigli un po’ la fronte». Howard sfiorò le tempie del bambino. Anche il suo respiro era rallentato. «Secondo me, è normale che abbia questa temperatura adesso», disse. «È ancora sotto shock, ricordi? Così ha detto il dottore. Il dottore l’ha appena visitato. Se Scotty non stava bene, ce l’avrebbe detto, ti pare?» Ann rimase lì in piedi ancora un po’, tormentandosi un labbro con i denti. Poi tornò alla sedia e si sedette. Howard si sedette sulla sedia accanto. Si scambiarono un’occhiata. Avrebbe voluto dirle qualcos’altro per rassicurarla, ma aveva paura anche lui. Le prese la mano e se la portò in grembo e questo lo fece sentire un po’ meglio, stringerle la mano. Le sollevò un po’ la mano e la strinse ancora più forte. Poi gliela tenne e basta. Rimasero seduti così per un po’, guardando il bambino senza parlare. Di tanto in tanto lui le stringeva la mano. Alla fine lei la ritirò. «Sai, ho pregato», disse Ann. Lui annuì. 331


Lei aggiunse: «Credevo di aver dimenticato come si fa, ma mi è tornato. Ho dovuto solo chiudere gli occhi e dire: “Ti prego, Signore, aiutaci tu - aiuta Scotty” e il resto è stato facile. Le parole sono venute da sole. Magari, se pregassi anche tu», gli disse. «Ho già pregato anch’io», disse lui. «Ho pregato oggi pomeriggio - ieri pomeriggio, voglio dire - dopo che hai chiamato tu, mentre correvo in macchina verso l’ospedale. Ho pregato anch’io». «Bene», disse lei. Per la prima volta, sentì che erano insieme in questa cosa, in questo guaio. Si rese conto tutto d’un tratto che, fino a quel momento, questa cosa era successa a lei e a Scotty. Non aveva lasciato che Howard vi entrasse, anche se lui era sempre stato lì e c’era bisogno di lui. Si sentì grata d’essere sua moglie. La stessa infermiera tornò e controllò di nuovo il polso del bambino; controllò anche il flusso del flacone appeso sopra al letto. Dopo un’ora, passò un altro medico. Disse che era il dottor Parsons, di radiologia. Aveva dei folti baffi. Calzava mocassini e indossava una camicia da cowboy e un paio di jeans. «Lo portiamo di sotto per fare altre lastre», disse loro. «Abbiamo bisogno di altre lastre e vogliamo anche fare una TAC». «Che cos’è?», disse Ann. «La TAC?» Era in piedi tra il nuovo dottore e il letto. «Credevo aveste fatto tutte le lastre di cui c’era bisogno». «Temo che ne occorrano altre», rispose lui. «Non c’è mica da allarmarsi. Occorrono solo delle altre lastre e vogliamo fargli una TAC al cervello». «Oddio mio!», disse Ann. «È una prassi assolutamente normale in questi casi», disse il nuovo dottore. «Abbiamo bisogno di scoprire con sicurezza come mai non si è ancora svegliato. È una procedura medica normalissima e non c’è da allarmarsi. Lo porteremo di sotto tra qualche minuto», disse il dottore. Poco dopo, arrivarono due portantini con un carrello. Erano uomini dalla carnagione scura e dai capelli corvini in uniforme bianca; dopo aver staccato il tubicino dal braccio di Scotty, trasferirono il bambino dal letto al carrello, e nel frattempo si scambiavano qualche parola in una lingua straniera. Poi lo portarono fuori dalla stanza.

332


Ann e Howard entrarono nello stesso ascensore. Ann fissava suo figlio. Appena l’ascensore cominciò a scendere, lei chiuse gli occhi. I portantini rimasero alle due estremità del carrello senza aprire bocca, anche se a un certo punto uno dei due fece un commento all’altro nella loro lingua e l’altro annuì lentamente in risposta. Più tardi, quella mattina, proprio mentre il sole cominciava a illuminare le finestre della sala d’attesa fuori del reparto di radiologia, riportarono il bambino fuori e lo trasferirono di nuovo nella sua stanza. Ann e Howard risalirono in ascensore con lui e ancora una volta ripresero il loro posto accanto al letto.

Rimasero lì in attesa tutto il giorno, ma il bambino ancora non si svegliava. Ogni tanto, uno di loro usciva dalla stanza e scendeva giù al bar a prendere un caffè, ma poi, come se all’improvviso si ricordasse e si sentisse in colpa, si alzava subito e tornava di corsa di sopra. Il dottor Francis era tornato nel pomeriggio e aveva visitato di nuovo il bambino, poi se ne era andato dicendogli che andava tutto bene e che si sarebbe potuto svegliare da un momento all’altro. Ogni tanto arrivavano delle infermiere, diverse da quelle del giorno prima. Poi una ragazza dal laboratorio analisi bussò alla porta ed entrò nella stanza. Indossava pantaloni e camicetta bianchi e portava un vassoietto pieno di cose che appoggiò sul comodino accanto al letto. Senza dire loro una parola, prelevò del sangue dal bambino. Howard chiuse gli occhi quando la ragazza, dopo aver trovato il punto giusto nel braccio di Scotty, vi infilò l’ago. «Non capisco perché», Ann disse alla ragazza. «L’ha ordinato il dottore», rispose la ragazza. «Io faccio quello che mi dicono di fare. Mi dicono fai un prelievo a quello, e io lo faccio. Che gli è successo?», disse. «È tanto carino». «È stato investito da una macchina», rispose Howard. «Un pirata della strada, che poi è scappato». La ragazza scosse la testa e guardò di nuovo il bambino. Poi raccolse il suo vassoio e se ne andò. «Ma perché non si sveglia?», disse Ann. «Howard? Voglio che questi mi diano una risposta». Howard non disse niente. Si sedette di nuovo e accavallò le gambe. 333


Si passò una mano sulla faccia. Guardò suo figlio, si sistemò sulla sedia, chiuse gli occhi e si addormentò. Ann si avvicinò alla finestra e guardò giù nel parcheggio. Era già buio e le macchine entravano e uscivano dal parcheggio con i fari accesi. Rimase alla finestra con le mani che stringevano il davanzale e sentì in cuor suo che ormai erano dentro a qualcosa, qualcosa di estremamente difficile. Aveva paura e cominciò a battere i denti, cosicché fu costretta a serrare le mascelle. Vide una grossa macchina che si fermava davanti all’ospedale e una persona, una donna col cappotto lungo, che vi saliva. Desiderò di essere quella donna e che qualcuno, chiunque fosse, la portasse via da lì, da qualche parte, un posto dove avrebbe trovato Scotty ad aspettare che lei scendesse dalla macchina, pronto a chiamarla Mamma e a farsi stringere tra le sue braccia. Dopo un po’, Howard si svegliò. Guardò di nuovo il bambino. Poi si alzò, si stirò e si mise a fianco a lei alla finestra. Ora fissavano entrambi il parcheggio. Non dissero niente. Ma sembrava che ormai riuscissero a sentire ciò che l’altro provava nell’intimo, quasi che la preoccupazione li avesse resi trasparenti in modo del tutto naturale. La porta si aprì ed entrò il dottor Francis. Si era cambiato l’abito e anche la cravatta. I suoi capelli grigi erano sempre pettinati indietro sui lati e pareva si fosse appena rasato. Andò dritto al letto e visitò il bambino. «Avrebbe dovuto riacquistare i sensi, ormai. Non c’è nessuna ragione per cui non dovrebbe farlo», disse. «Però posso dirvi che siamo tutti convinti che sia fuori pericolo. Ci sentiremo tutti più sollevati appena si sveglia, comunque. Non c’è alcuna ragione, assolutamente nessuna, perché non si risvegli. Lo farà presto, molto presto. Oh, quando si sveglia avrà un mal di testa con i fiocchi, su quello ci potete contare. Ma i valori sono tutti a posto. Più normali di così non si può». «Dunque è in coma?», disse Ann. Il dottore si strofinò la guancia ben rasata. «Per il momento chiamiamolo così, finché non si sveglia. Ma voi dovete essere a pezzi. Non è mica facile. Lo so che è difficile per voi. Sentitevi liberi di uscire a mangiare un boccone», disse. «Vi farebbe bene. Metterò un’infermiera qui dentro mentre siete via, se questo vi farà stare più tranquilli. Andate a mangiare qualcosa». «Non riuscirei a mandare giù niente», disse Ann. 334


«Fate come vi sentite, naturalmente», disse il dottore. «Comunque, volevo rassicurarvi che tutti i valori sono a posto, le analisi sono tutte negative, che non è venuto fuori assolutamente niente e che appena si sveglia avrà superato il peggio». «Grazie, dottore», disse Howard. Gli strinse di nuovo la mano. Il dottore gli diede qualche colpetto sulla spalla e uscì. «Mi sa che uno di noi dovrebbe andare a casa a controllare le cose», disse Howard. «Tanto per cominciare, bisogna dare da mangiare a Slug». «Telefona a uno dei vicini», disse Ann. «Chiama i Morgan. Chiunque darebbe da mangiare a un cane, basta che glielo chiedi». «Va bene», disse Howard. Qualche attimo dopo, disse: «Tesoro, perché non lo fai tu? Perché non vai a casa, dai una controllata e poi ritorni? Ti farebbe bene. Io non mi muoverò da qui. Sul serio», disse. «Dobbiamo mantenerci in forze. Dovremo stare qui per un pezzo anche dopo che si è svegliato». «Perché non vai tu?», disse lei. «Dai da mangiare a Slug. Mangia pure tu». «Io ci sono già andato», rispose lui. «Sono stato via esattamente per un’ora e quindici minuti. Va’ a casa un’oretta e datti una rinfrescata. Poi torni qui». Lei provò a rifletterci su, ma era troppo stanca. Chiuse gli occhi e tentò ancora di rifletterci su. Dopo un po’ disse: «Magari vado a casa per un pochino. Magari se non me ne sto qui seduta a guardarlo ogni secondo, Scotty si sveglierà e starà bene. Sai? Magari se non sto qui, si sveglia. Vado a casa, faccio un bagno, mi cambio. Do da mangiare a Slug. Poi torno». «Resto io qui», disse lui. «Tu va’ a casa, tesoro. Lo tengo d’occhio io, non ti preoccupare». Aveva gli occhi arrossati e un po’ rimpiccioliti, come se avesse bevuto parecchio. Aveva i vestiti spiegazzati. La barba gli era ricresciuta. Lei gli toccò il viso, poi distolse la mano. Aveva capito che voleva stare un po’ da solo, evitare di parlare o di condividere la sua preoccupazione per un po’. Prese la borsetta dal comodino e lui l’aiutò a infilarsi il cappotto. «Non starò via molto», disse lei. «Restatene tranquilla per un po’, riposati quando arrivi a casa», le disse. «Mangia un boccone. Fatti un bagno. Appena esci dalla vasca, restatene tranquilla a riposare per un po’. Ti farà un mondo di bene, vedrai. Poi torna qui», disse. «Cerchiamo di non preoccuparci troppo. Hai sentito che cosa ha detto il dottor Francis». 335


Lei rimase un attimo lì, con il cappotto addosso, cercando di ricordare le parole esatte del medico, di fare caso a ogni sfumatura, di leggere fra le righe indizi di qualcosa che non aveva detto. Cercò di ricordare se la sua espressione era cambiata quando si era chinato a visitare il bambino. Ricordò di come i suoi lineamenti si erano distesi quando aveva rovesciato le palpebre di suo figlio e ne aveva auscultato il respiro. Si diresse verso la porta, poi si voltò a guardare. Guardò il bambino e poi il padre. Howard le fece un cenno con la testa. Lei uscì dalla stanza e si richiuse la porta alle spalle. Superò la postazione delle infermiere e percorse tutto il corridoio in cerca dell’ascensore. In fondo al corridoio girò a destra e si trovò in una piccola sala d’attesa dove una famiglia di colore era seduta su delle poltroncine di vimini. C’era un uomo di mezz’età vestito tutto di cachi, con in testa un berretto da baseball tirato indietro. Una donna grassa con un vestito da casa e pantofole sedeva accasciata su un’altra poltroncina. Una ragazza in jeans e con i capelli divisi in tante treccine si era allungata su una sedia e fumava una sigaretta, con le gambe incrociate alle caviglie. Appena Ann entrò tutti e tre si girarono verso di lei. Il tavolinetto era ingombro di involucri di hamburger e di bicchieri di polistirolo. «Franklin», disse la donna grassa, riscuotendosi dal torpore. «Si tratta di Franklin?» Spalancò gli occhi. «Me lo dica subito, signora», disse la donna. «Si tratta di Franklin?» Cercava di alzarsi dalla poltroncina, ma l’uomo le aveva appoggiato una mano sul braccio. «Calma, calma, Evelyn», le disse lui. «Scusate», disse Ann. «Stavo cercando l’ascensore. Mio figlio è ricoverato qui in ospedale e adesso non riesco a trovare l’ascensore». «L’ascensore è da quella parte, giri a sinistra», disse l’uomo, indicando col dito. La ragazza fece un tiro e fissò Ann. Gli occhi le si erano ridotti a due fessure, e le ampie labbra si schiusero lentamente per esalare il fumo. La donna nera aveva reclinato la testa e non guardava più Ann, ormai indifferente. «Mio figlio è stato investito da una macchina», Ann spiegò all’uomo. Le pareva di doversi giustificare. «Ha una commozione cerebrale e una piccola frattura al cranio, ma ne uscirà fuori. È ancora sotto shock per il momento, ma può anche darsi che si tratti di una specie di coma. Quello che ci preoccupa un po’ è proprio 336


questa faccenda del coma. Io esco per un po’, tanto con lui c’è mio marito. Magari si sveglia mentre sono via». «Che disgrazia», disse l’uomo, agitandosi un po’ nella poltrona. Scosse la testa. Abbassò lo sguardo sul tavolino, poi guardò di nuovo Ann. Lei era ancora in piedi davanti a lui. L’uomo disse: «Il nostro Franklin è sotto i ferri in questo momento. L’hanno accoltellato. Hanno tentato di ammazzarlo. È rimasto coinvolto in una rissa. A una festa. Mi hanno detto che lui stava lì a guardare. Non dava fastidio a nessuno. Ma oggigiorno questo non vuol dire niente. E adesso è di là, sotto i ferri. Noi possiamo solo pregare e sperare; è tutto quello che possiamo fare». Tenne lo sguardo fisso su di lei. Ann guardò di nuovo la ragazza, che la stava ancora osservando, e la donna più anziana, che continuava a tenere la testa bassa, solo che adesso aveva anche chiuso gli occhi. Ann vide che le sue labbra si muovevano senza far rumore, formando delle parole. Sentiva il bisogno di chiederle che parole erano. Avrebbe voluto parlare ancora con questa gente che era nello stesso tipo di attesa in cui era lei. Lei aveva paura e loro avevano paura. Avevano questo in comune. Avrebbe voluto dirgli qualcosa di più sull’incidente, dire qualcosa su Scotty, che tutto era successo il giorno del suo compleanno, lunedì, e che lui non aveva ancora ripreso i sensi. Ma non sapeva da che parte cominciare. Rimase ancora un attimo lì a guardarli senza riuscire a dire altro. Poi prese il corridoio che l’uomo le aveva indicato e trovò l’ascensore. Restò un attimo ferma davanti alle porte chiuse, chiedendosi ancora se stava facendo bene. Poi alzò un dito e spinse il pulsante di chiamata.

Entrò nel vialetto e spense il motore. Chiuse gli occhi e appoggiò la testa al volante per qualche secondo. Sentì il ticchettio del motore che cominciava a raffreddarsi. Poi scese dalla macchina. Sentiva il cane che abbaiava dentro casa. Andò alla porta d’ingresso e vide che non era chiusa a chiave. Entrò, accese le luci e mise a bollire un po’ d’acqua per il tè. Aprì un paio di scatolette e diede da mangiare a Slug nella veranda sul retro. Il cane mangiò avidamente, emettendo piccoli schiocchi. Ogni tanto entrava di 337


corsa in cucina per assicurarsi che lei si fermasse a casa. Appena Ann si sedette sul divano con la tazza di tè, il telefono prese a squillare. «Sì!», rispose lei. «Pronto?» «Signora Weiss», disse una voce maschile. Erano le cinque del mattino e le parve di sentire un rumore di macchinari o di qualche tipo di apparato sullo sfondo. «Sì, sì! Che c’è?», disse lei. «Sono io la signora Weiss. Pronto? Per favore, che succede?» Rimase in ascolto del misterioso ronzio sullo sfondo. «Si tratta di Scotty, per l’amor di Dio?» «Scotty», disse l’uomo. «Si tratta di Scotty, già. Il problema riguarda proprio Scotty. Si è forse dimenticata di Scotty?», disse la voce. Poi riagganciò. Lei fece il numero dell’ospedale e chiese del terzo piano. Chiese informazioni sul figlio all’infermiera che rispose al telefono. Poi chiese di parlare con il marito. Si trattava, disse, di un’emergenza. Restò in attesa, avvolgendosi il filo del telefono attorno alle dita. Chiuse gli occhi e fu assalita da un senso di nausea. Avrebbe dovuto costringersi a mangiare qualcosa. Slug arrivò dalla veranda sul retro e si sdraiò ai suoi piedi. Agitò la coda. Lei gli tirò un po’ un orecchio mentre il cane le leccava le dita. Howard arrivò al telefono. «Qualcuno ha appena chiamato qui», gli disse, tormentando il filo del telefono. «Ha detto che si trattava di Scotty», gridò. «Scotty sta bene», le disse Howard. «Cioè, dorme ancora. Non ci sono stati cambiamenti. L’infermiera è già venuta due volte da quando te ne sei andata tu. O l’infermiera o un dottore. È tutto a posto». «Ha chiamato un tizio. Ha detto che si trattava di Scotty», ripeté lei. «Tesoro, cerca di riposare un po’, ne hai bisogno. Deve essere lo stesso a cui ho risposto io. Non ci pensare. Torna qui appena ti sei riposata un po’. Così magari facciamo colazione insieme». «Colazione», disse lei. «Non voglio fare colazione». «Sai che cosa voglio dire», disse lui. «Un succo di frutta, qualcosa. Non so. Non so niente, Ann. Gesù, neanch’io ho fame. Ann, adesso è un po’ difficile parlare. Sono qui in piedi davanti alla postazione delle infermiere. Il dottor Francis ripasserà alle otto.

338


Quando arriva dovrà pur dirci qualcosa di più preciso. Questo è quanto mi ha detto una delle infermiere. Non sapeva altro neanche lei. Ann? Tesoro, magari per allora ne sapremo di più. Alle otto. Torna qui prima delle otto. Intanto, io non mi muovo di qui e Scotty sta bene. Sta sempre uguale», aggiunse. «Stavo bevendo una tazza di tè», disse lei, «quando il telefono ha squillato. Hanno detto che si trattava di Scotty. C’era come un ronzio sullo sfondo. C’era quel ronzio quando hanno chiamato te, Howard?» «Non me lo ricordo», rispose lui. «Magari è quello che guidava la macchina, magari è uno psicopatico che ha sentito la storia di Scotty, vai a sapere. Ma ci sono qui io con lui. Cerca di riposarti come volevi fare. Fatti un bagno e torna qui verso le sette, così parliamo insieme con il dottore quando arriva. Andrà tutto a posto, tesoro. Ci sono qua io e ci sono un sacco di medici e di infermiere. Dicono che le condizioni sono stazionarie». «Ho una paura da morire», disse lei. Fece scorrere l’acqua, si spogliò e s’infilò nella vasca. Si lavò e si asciugò rapidamente, senza prendere tempo per lavarsi i capelli. Si mise la biancheria pulita, calzoni di lana e un maglione. Andò in soggiorno, dove il cane alzò lo sguardo su di lei e batté la coda con forza sul pavimento. Fuori cominciava appena a fare giorno quando uscì per andare alla macchina. Entrò nel parcheggio dell’ospedale e trovò un posto vicino all’ingresso. Si sentiva in qualche misterioso modo responsabile di quello che era successo al bambino. Lasciò che i suoi pensieri si rivolgessero alla famiglia di colore. Ricordava il nome, Franklin, e il tavolo coperto da involucri di hamburger e la ragazza che la fissava mentre fumava la sigaretta. «Non fare figli», disse all’immagine della ragazza mentre faceva il suo ingresso in ospedale. «Per l’amor di Dio, non farli».

Salì al terzo piano insieme a due infermiere che dovevano prendere servizio. Era mercoledì mattina, qualche minuto prima delle sette. Appena le porte dell’ascensore si aprirono al terzo piano, l’altoparlante chiamò un certo dottor Madison. Ann uscì subito dopo le infermiere, che voltarono

339


dall’altra parte e ripresero la conversazione che avevano interrotto quando era entrata in ascensore. Percorse tutto il corridoio fino alla saletta dove la famiglia di colore era stata in attesa. Ora non c’erano, ma le poltroncine erano sparse in giro come se gli occupanti fossero saltati in piedi appena un attimo prima. Il tavolo era ancora ingombro degli stessi involucri e bicchieri, e il posacenere era pieno di cicche. Si fermò alla postazione delle infermiere. Una di loro era seduta dietro al bancone e si spazzolava i capelli, sbadigliando. «C’era un ragazzo nero in sala operatoria stanotte», disse Ann. «Si chiamava Franklin. La famiglia era di là in sala d’attesa. Vorrei qualche informazione sulle sue condizioni». Un’altra infermiera, seduta a una scrivania dietro al bancone, alzò lo sguardo da una tabella che stava consultando. Il telefono ronzò e lei rispose, ma tenne gli occhi fissi su Ann. «Non ce l’ha fatta», disse l’infermiera al bancone. Tenne alzata la spazzola e guardò fissa Ann. «Lei è un’amica di famiglia?» «No, ho conosciuto la famiglia ieri notte», rispose Ann. «Ho anch’io un figlio ricoverato qui. Credo sia sotto shock. Non sappiamo con precisione cos’ha. Mi chiedevo solo come stava Franklin, tutto qui. La ringrazio». Proseguì lungo il corridoio. Le porte di un ascensore dello stesso colore della parete si aprirono e un uomo calvo e magrissimo, con i pantaloni bianchi e scarpe di tela bianche, tirò fuori un carrello pesante dall’ascensore. La notte precedente Ann non aveva notato queste porte. L’uomo trascinò il carrello nel corridoio, si fermò accanto alla porta più vicina all’ascensore e consultò una tabella. Poi si abbassò ed estrasse un vassoio dal carrello. Bussò piano alla porta ed entrò nella stanza. Appena passò accanto al carrello, Ann sentì lo sgradevole odore di cibo caldo. Accelerò il passo, non guardò nessuna delle infermiere e aprì la porta della stanza del figlio. Howard era in piedi davanti alla finestra con le mani dietro la schiena. Appena lei entrò, si voltò. «Come sta?», chiese Ann. Andò dritta al letto. Lasciò cadere la borsetta sul pavimento accanto al comodino. Le pareva di essere stata via un secolo. Sfiorò il viso del bambino. «Howard?»

340


«Il dottor Francis è stato qui poco fa», disse Howard. Lei lo guardò meglio e le parve che tenesse le spalle un po’ curve. «Credevo non sarebbe venuto fino alle otto», si affrettò a dire lei. «Con lui c’era anche un altro dottore. Un neurologo». «Un neurologo», disse lei. Howard annuì. In effetti teneva proprio le spalle curve, adesso ne era sicura. «Che cosa hanno detto, Howard? Per l’amor di Dio, che cosa hanno detto? Che c’è?» «Hanno detto che lo porteranno di sotto e gli faranno altre analisi, Ann. Pensano che dovranno operarlo, tesoro. Tesoro, lo operano senz’altro. Non riescono a capire come mai non si sveglia. C’è qualcosa di più, oltre allo shock e alla commozione cerebrale, adesso lo sanno. È qualcosa nel cranio, la frattura, c’è qualcosa, qualcosa che ha a che fare con quello, così credono. E perciò lo opereranno. Ho cercato di avvertirti, ma mi sa che eri già uscita». «Oddio!», disse lei. «Oh, Howard, ti prego», disse, afferrandolo per le braccia. «Guarda!», disse Howard. «Scotty! Ann, guarda!» La voltò verso il letto. Il bambino aveva aperto gli occhi, poi li aveva richiusi. Ora li riaprì. Lo sguardo rimase fisso per qualche secondo, poi le pupille si mossero finché non si posarono su Howard e su Ann, quindi ripresero a vagare. «Scotty», disse la madre, avvicinandosi al letto. «Ehi, Scott», disse il padre. «Ehi, figliolo». Si chinarono sul letto. Howard gli prese una mano e cominciò a carezzarla e a stringerla tra le sue. Ann si piegò sul bambino e gli baciò ripetutamente la fronte. Gli prese il viso tra le mani. «Scotty, tesoro, siamo noi, papà e mamma», disse. «Scotty?» Il bambino li guardò, ma senza dar segno di riconoscerli. Poi la bocca gli si spalancò, gli occhi gli si chiusero con forza e lanciò un lungo ululato fino a che non ebbe più aria nei polmoni. A quel punto il suo volto parve rilassarsi e ammorbidirsi. Le labbra gli si schiusero, e l’ultimo respiro gli soffiò nella gola ed esalò delicatamente attraverso i denti serrati.

341


I dottori la definirono un’occlusione nascosta e dissero che si verificava una volta su un milione. Magari se la si fosse potuta scoprire prima e se si fosse operato subito, sarebbero riusciti a salvarlo. Ma è più probabile di no. In ogni caso, che cosa avrebbero dovuto cercare? Le lastre e le analisi non avevano rivelato niente. Il dottor Francis era scosso. «Non riesco neanche a dirvi come ci sono rimasto male. Mi dispiace talmente tanto che non so come dirvelo», disse mentre li faceva accomodare nella saletta dei medici. C’era un dottore sprofondato in una poltrona con le gambe appoggiate sullo schienale di un’altra sedia che guardava un programma del mattino alla televisione. Indossava uno di quei completi verdi che si usano in sala parto, calzoni ampi e verdi e camice verde, e anche una cuffia verde che gli copriva i capelli. Guardò Howard e Ann e poi lanciò un’occhiata al dottor Francis. Si alzò immediatamente, spense il televisore e uscì dalla stanza. Il dottor Francis fece accomodare Ann sul divano, si sedette accanto a lei e cominciò a parlarle a voce bassa cercando di consolarla. A un certo punto si chinò su di lei e l’abbracciò. Lei gli sentiva il petto che si alzava e si abbassava con regolarità contro la sua spalla. Tenne gli occhi aperti e si fece abbracciare. Howard andò in bagno, ma lasciò la porta aperta. Dopo un violento attacco di pianto, aprì il rubinetto e si sciacquò la faccia. Poi uscì e si sedette accanto al tavolino su cui era posato un telefono. Lo fissò per un po’ come per decidere che cosa fare per prima. Fece alcune telefonate. Dopo un po’, anche il dottor Francis usò l’apparecchio. «C’è qualcos’altro che posso fare per il momento?», chiese loro. Howard scosse la testa. Ann fissò il dottor Francis come se non riuscisse a comprendere quello che aveva detto. Il dottore li accompagnò fino all’uscita dell’ospedale. La gente entrava e usciva. Erano le undici del mattino. Ann si rese conto di muovere i piedi con lentezza, quasi con riluttanza. Le pareva che il dottor Francis li stesse mandando via, mentre lei sentiva che sarebbero dovuti rimanere, che la cosa più giusta da fare era rimanere lì. Si guardò intorno nel parcheggio, poi si voltò a guardare ancora una volta l’ospedale. Cominciò a scuotere la testa. «No, no», disse. «Non posso lasciarlo lì da solo, no». Si sentì pronunciare queste parole e pensò quant’era ingiusto che le sole parole che le uscivano erano il tipo di parole che dicono le persone alla televisione quando sono colpite da 342


perdite violente o improvvise. Voleva che le sue parole fossero solo sue. «No», disse, e per qualche ragione le tornò in mente il ricordo della testa della signora nera che ciondolava sulla sua spalla. «No», ripeté. «Ci sentiamo più tardi», il dottore stava dicendo a Howard. «Ci sono ancora alcune cose che dobbiamo fare, cose che dobbiamo appurare finché non siamo soddisfatti. Alcune cose che richiedono una spiegazione». «Un’autopsia», disse Howard. Il dottor Francis annuì. «Capisco», disse Howard. Poi aggiunse: «O Gesù. No, non lo capisco mica, dottore. Non ci riesco, non ci riesco. Proprio non ci riesco». Il dottor Francis mise un braccio sulle spalle di Howard. «Mi dispiace. Dio, quanto mi dispiace». Tolse il braccio dalle sue spalle e gli tese la mano. Howard guardò la mano e poi la strinse. Il dottor Francis abbracciò di nuovo Ann. Pareva pieno di una bontà che lei non capiva. Gli appoggiò la testa sulla spalla, ma tenne gli occhi aperti. Continuava a fissare l’ospedale. Anche quando uscirono in macchina dal parcheggio, continuò a fissare l’ospedale.

A casa, si sedette sul divano con le mani sprofondate nelle tasche del cappotto. Howard chiuse la porta della stanza del bambino. Mise su il caffè e poi trovò una scatola vuota. Aveva pensato di raccogliere un po’ delle cose del bambino che erano sparse in giro per il salotto. Invece si sedette accanto a lei sul divano, spinse la scatola da una parte e rimase lì, chinato in avanti, con le braccia tra le ginocchia. Cominciò a piangere. Lei gli fece appoggiare la testa sul proprio grembo e gli massaggiò la spalla. «Se n’è andato», disse. Continuò a massaggiargli la spalla. Tra un singhiozzo del marito e l’altro, sentì la caffettiera in cucina che fischiava. «Su, su», gli disse con tenerezza. «Howard, se n’è andato. Se n’è andato e ormai dobbiamo abituarci all’idea. Al fatto che siamo rimasti soli». Dopo un po’, Howard si alzò e cominciò a vagare per la stanza con la scatola, senza metterci dentro niente, ma radunando un po’ di cose sul pavimento vicino al divano. Lei continuò a restare seduta con le mani in tasca. Howard mise finalmente giù la scatola e portò il caffè in soggiorno. Più tardi Ann fece un giro di telefonate ai parenti.

343


Appena fatto il numero e ottenuta la risposta, Ann dava rapidamente la notizia e poi piangeva qualche secondo. Poi, con più calma, con voce misurata, spiegava quello che era successo e li informava dei preparativi per il funerale. Howard portò la scatola in garage, dove vide la bici del figlio. Lasciò cadere la scatola e si sedette a terra accanto alla bici. Se l’abbracciò goffamente in modo da stringersela al petto. La tenne così, con la gomma del pedale che gli spingeva contro il petto. Fece fare un giro alla ruota. Ann riattaccò il telefono dopo aver parlato con sua sorella. Stava consultando la rubrica per fare un altro numero, quando il telefono squillò. Rispose al primo squillo. «Pronto?», disse e sentì qualcosa, una specie di ronzio di fondo. «Pronto!», disse. «Per l’amor di Dio», disse. «Chi è? Che cosa vuole?» «Il vostro Scotty, ce l’ho qui pronto per voi», disse la voce maschile. «Ve ne siete forse dimenticati?» «Brutto bastardo!», Ann gridò nella cornetta. «Come può fare una cosa così cattiva, brutto figlio di puttana?» «Scotty», ripeté l’uomo. «Vi siete dimenticati di Scotty?» Poi riagganciò. Howard la sentì gridare e quando rientrò di corsa la trovò che piangeva con la testa sulle braccia, appoggiata sul tavolo. Quando raccolse la cornetta sentì solo il segnale di libero.

Molto più tardi, poco prima di mezzanotte, dopo che avevano sistemato un sacco di cose, il telefono squillò di nuovo. «Rispondi tu», disse lei. «Howard, è ancora quell’uomo, me lo sento». Erano seduti al tavolo di cucina con una tazza di caffè davanti. Howard aveva anche un bicchierino di whisky, accanto alla tazza. Rispose al terzo squillo. «Pronto», disse. «Chi è? Pronto! Pronto!» La linea cadde. «Ha riagganciato», disse Howard. «Chiunque fosse». «Era lui», disse lei. «Quel bastardo. Vorrei tanto ammazzarlo», disse. «Vorrei sparargli e vederlo scalciare», disse. «Mio Dio, Ann!», disse lui. «Sei riuscito a sentire niente?», gli chiese lei. «Sullo sfondo? Un rumore, come di motore, qualcosa che ronza?» 344


«No, niente. Niente del genere», rispose lui. «Non c’è stato tempo. Forse mi pare d’aver sentito della musica, una radio. Sì, c’era una radio accesa, è l’unica cosa che posso dire. Quant’è vero Dio, non so proprio che sta succedendo». Lei scosse la testa. «Se solo potessi, se potessi mettergli le mani addosso». A quel punto le venne in mente. Capì chi era. Scotty, la torta, il numero di telefono. Spinse indietro la sedia e si alzò dal tavolo. «Portami giù al centro commerciale», disse. «Howard». «Ma che dici?» «Il centro commerciale. Ho capito chi è che chiama. So chi è. È il pasticcere. Quel figlio di puttana del pasticcere, Howard. Gli avevo ordinato una torta per il compleanno di Scotty. È lui che chiama. È lui che ha il nostro numero e continua a chiamarci. Per darci fastidio per via della torta. Il pasticcere, quel bastardo».

Andarono in macchina giù al centro commerciale. Il cielo era sereno e si vedevano le stelle. Faceva freddo e accesero il riscaldamento in macchina. Parcheggiarono davanti alla pasticceria. Negozi e grandi magazzini erano tutti chiusi, ma c’erano parecchie macchine ferme davanti all’altra estremità del parcheggio, davanti al cinema. Le vetrine della pasticceria erano al buio, ma scrutando attraverso i vetri vedevano un chiarore provenire dal retrobottega e di tanto in tanto un omone in grembiule che entrava e usciva da un riquadro di luce bianca e intensa. Attraverso i vetri riuscivano anche a intravedere le sagome degli espositori e alcuni tavolini con le sedie intorno. Ann provò ad aprire la porta. Bussò ai vetri. Ma se il pasticcere li udì, non lo diede a vedere. Non si girò neanche verso di loro. Risalirono in macchina e fecero il giro dell’edificio. Scesero dall’auto. C’era una finestra illuminata, ma era troppo alta perché potessero guardarci dentro. Un cartello accanto alla porta del retrobottega diceva: pasticceria «La dispensa», ordinazioni speciali. Ann riusciva a sentire una vaga eco di musica e qualcosa che cigolava - lo sportello di un forno che si apriva? - provenire dall’interno.

345


Bussò alla porta e rimase in attesa. Poi bussò di nuovo, più forte stavolta. Qualcuno abbassò il volume della radio e si sentì uno stridore, il rumore inequivocabile di un cassetto che veniva aperto e richiuso. Qualcuno fece scattare la serratura e aprì la porta. Il pasticcere si stagliò nella luce e li scrutò. «Sono chiuso per i clienti», disse. «Che cosa volete a quest’ora? È mezzanotte. Siete ubriachi o che?» Ann fece un passo avanti per mettersi nella luce che proveniva dalla porta aperta. Il pasticcere batté le palpebre pesanti appena la riconobbe. «Ah, è lei», disse. «Sì, sono io», disse lei. «La mamma di Scotty. E questo è il papà di Scotty. Vorremmo entrare un momento». Il pasticcere disse: «Adesso ho da fare. Devo lavorare». Ma lei era entrata lo stesso. Howard la seguì. Il pasticcere indietreggiò. «C’è un buon odore di forno qui dentro. Non senti quest’odore di forno, Howard?» «Che cosa vuole?», chiese il pasticcere. «Magari vuole la sua torta? Ecco, ha finalmente deciso che vuole la torta. Aveva ordinato una torta, vero?» «Per essere un pasticcere, è svelto», disse Ann. «Howard, questo è il tizio che ci ha fatto quelle telefonate». Serrò i pugni. Lo fissò furibonda. Si sentiva qualcosa bruciare in fondo all’anima, una rabbia che la faceva sentire più grande di quello che era, più grande di questi due uomini. «Un momento, un momento», disse il pasticcere: «Vuole ritirare la sua torta di tre giorni fa? È questo che vuole? Guardi, signora, non ho alcuna voglia di litigare con lei. Eccola laggiù, la sua torta, eccola là, è diventata vecchia. Gliela do per la metà del prezzo che le avevo chiesto. No. La vuole? Se la prenda. Io non ci faccio niente, nessuno ci fa più niente, ormai. Mi è costata tempo e denaro farla. Se la vuole, va bene, se non la vuole, va bene lo stesso. Ora devo tornare a lavorare». Li guardò e si passò la lingua dietro i denti. «A fare altre torte», disse Ann. Sapeva che ormai l’aveva sotto controllo, quello che cresceva in lei. Era calma. «Signora, io lavoro sedici ore al giorno in questo posto per guadagnarmi da vivere», disse il pasticcere. Si pulì le mani sul grembiule. «Lavoro qui dentro giorno e notte per far quadrare il bilancio». L’espressione che attraversò il volto di Ann fece indietreggiare il pasticcere e gli fece dire: «Non mi crei problemi, adesso». Allungò una mano sul bancone, prese un matterello nella destra e cominciò a 346


picchiarlo sul palmo dell’altra mano. «Insomma, la torta la vuole o no? Devo rimettermi a lavorare. I pasticceri lavorano di notte», ripeté. Aveva gli occhi piccoli, cattivi, pensò Ann, quasi si perdevano nella carne ispida delle guance. Aveva il collo spesso e grasso. «Lo so che i pasticceri lavorano di notte», disse Ann. «E fanno anche telefonate, di notte. Brutto bastardo!», aggiunse. Il pasticcere continuò a picchiare il matterello sul palmo della mano. Lanciò uno sguardo a Howard. «Attento, attento», disse, rivolto a Howard. «Mio figlio è morto», disse lei in tono piano, freddo, definitivo. «È stato investito da una macchina lunedì mattina. Siamo stati al suo capezzale finché non è morto. Ma, naturalmente, non ci si può aspettare che lei potesse saperlo, vero? I pasticceri non possono certo sapere tutto - vero, signor pasticcere? Però lui è morto. È morto, brutto bastardo!» Con la stessa rapidità con cui era cresciuta, la rabbia scemò e lasciò spazio a qualcos’altro, un vertiginoso senso di nausea. Si appoggiò al tavolo in legno coperto di farina, si coprì il volto con le mani e cominciò a piangere, con le spalle che si alzavano e si abbassavano. «Non è giusto», disse. «No, non è giusto». Howard le poggiò una mano sulla schiena e rivolse un’occhiata al pasticcere: «Si vergogni», gli disse. «Si vergogni». Il pasticcere posò il matterello sul bancone. Si sciolse il grembiule e gettò anche quello sul bancone. Li guardò e poi scosse lentamente la testa. Tirò fuori una sedia da sotto il tavolinetto dove teneva, tra carte e ricevute, una calcolatrice e un elenco del telefono. «La prego, si sieda», disse. «Lasci che prenda una sedia anche per lei», disse a Howard. «Ora si sieda, prego». Il pasticcere andò di là nel negozio e ne tornò con due piccole sedie di ferro battuto. «Vi prego, sedetevi». Ann si asciugò gli occhi e guardò il pasticcere. «Volevo ucciderla», disse. «La volevo morto». Il pasticcere aveva sgomberato uno spazio per loro sul tavolo. Spostò la calcolatrice da una parte, insieme ai blocchetti per gli appunti e le ricevute. Spinse l’elenco del telefono e lo fece cadere sul pavimento con un tonfo secco. Howard e Ann si sedettero e avvicinarono le sedie al tavolo. Anche il pasticcere si sedette.

347


«Permettetemi di dirvi quanto mi dispiace», disse, poggiando i gomiti sul tavolo. «Dio solo sa quanto mi dispiace. Sentite. Io sono solo un pasticcere. Non pretendo di essere altro. Magari una volta, anni fa, forse, ero una persona diversa. Me ne sono dimenticato, non ne sono più tanto sicuro. Comunque non lo sono più, se mai lo sono stato. Ora non sono altro che un pasticcere. Questo non mi scusa per quello che ho fatto, lo so. Ma mi dispiace veramente. Mi dispiace per vostro figlio e mi dispiace per la parte che ho avuto in tutto questo», disse il pasticcere. Allargò le mani sul tavolo e le girò per mostrare i palmi delle mani. «Io figli non ne ho, così posso solo immaginare quello che state passando. Tutto quello che posso dirvi ora è che mi dispiace. Perdonatemi, se potete», disse il pasticcere. «Non sono un uomo cattivo, almeno non credo. Non sono cattivo, come ha detto al telefono. Dovete cercare di capire che in fin dei conti il problema è che non so più come comportarmi, a quanto pare. Vi prego», l’uomo disse, «permettetemi di chiedervi se ve la sentite in cuor vostro di perdonarmi». Nel retrobottega faceva caldo. Howard si alzò dal tavolo e si tolse il cappotto. Poi aiutò Ann a togliersi il suo. Il pasticcere li guardò per un attimo, poi annuì e si alzò anche lui. Andò al forno e spinse alcuni interruttori. Scovò un paio di tazze e le riempì di caffè da una caffettiera elettrica. Mise un cartone di panna e una ciotola di zucchero sul tavolo. «Probabilmente avete bisogno di mangiare qualcosa», disse il pasticcere. «Spero vogliate assaggiare alcune delle mie paste calde. Dovete mangiare per andare avanti. Mangiare è una cosa piccola ma buona in un momento come questo», disse. Servì loro delle paste alla cannella appena sfornate, con la glassa ancora morbida. Mise del burro sul tavolo e dei coltelli per spalmarlo. Poi anche il pasticcere si sedette al tavolo con loro. Rimase in attesa. In attesa che loro prendessero una pasta dal vassoio e cominciassero a mangiare: «Fa bene mangiare qualcosa», disse, osservandoli. «Ce ne sono altre. Mangiatene. Mangiate tutte quelle che volete. Qui ci sono tutte le paste del mondo». Mangiarono le paste e sorseggiarono il caffè. Ann sentì all’improvviso una gran fame e le paste erano calde e dolci. Ne mangiò tre, cosa che fece molto piacere al pasticcere. Poi lui si mise a parlare. Loro lo stettero ad ascoltare con attenzione. 348


Anche se erano esausti e angosciati, ascoltarono quello che il pasticcere aveva da dire. Annuirono quando l’uomo cominciò a parlare della solitudine e del senso di dubbio e limitatezza che l’aveva assalito con la mezz’età. Disse che cosa si provava a non avere figli per tutti questi anni. Giorno dopo giorno a riempire i forni senza posa, e poi ogni volta a svuotarli. Le ordinazioni per le feste e gli anniversari su cui aveva lavorato. Le dita sempre incrostate di glassa. Le statuine degli sposi che aveva infilato sulle torte. A centinaia, anzi a migliaia, ormai. Tutti i compleanni. Immaginate tutte quelle candeline accese. Il suo era un mestiere di cui c’era bisogno. Era un pasticcere. Meno male che non era un fioraio. Dar da mangiare alla gente era meglio. L’odore del forno era sempre meglio di quello dei fiori. «Sentite che profumo», disse il pasticcere, spezzando una pagnotta di pane nero. «È un pane pesante, ma molto nutriente». Ann e Howard lo odorarono, poi lui

glielo

fece

assaggiare.

Sapeva

di

melassa

e

di

frumento

integrale.

Continuarono ad ascoltarlo. Mangiarono tutto quello che poterono. Mandarono giù quel pane scuro. Sotto le batterie di luci fluorescenti sembrava fosse giorno. Rimasero lì a parlare fino all’alba, quando dalle vetrine cominciò a entrare la luce alta e pallida del primo sole, e a loro non venne in mente di andarsene.

349


Scatole

Mia madre ha già sistemato tutto nelle scatole ed è pronta a traslocare. Ma domenica pomeriggio, all’ultimo minuto, ci telefona e ci invita a cena da lei. «Ho sbrinato il frigo», mi spiega. «Devo cucinare questo pollo, prima che vada a male». Dice pure che ci dovremo portare i piatti e le posate da casa. Lei ha già imballato le stoviglie e la maggior parte degli utensili di cucina. «Venite a mangiare con me l’ultima volta», dice. «Tu e Jill». Riattacco e rimango un attimo fermo davanti alla finestra, cercando di capire questa storia. Ma non ci riesco. Così alla fine mi volto e dico a Jill: «Andiamo da mia madre per una cena d’addio». Jill è seduta al tavolo e sfoglia il catalogo di Sears a caccia di tende. Però ha sentito. Fa una smorfia. «È proprio necessario?», mi dice. Fa un’orecchia alla pagina e chiude il catalogo. Sospira: «Dio santo, siamo stati a cena da lei due o tre volte solo quest’ultimo mese. Riuscirà mai ad andarsene sul serio?» Jill dice sempre quello che pensa. Ha trentacinque anni, porta i capelli corti e di mestiere fa la parrucchiera per cani. Prima di mettersi a fare questo lavoro, e lo fa volentieri, faceva la casalinga e la madre di famiglia. Poi si è scatenato un gran casino. I suoi due figli sono stati rapiti dal primo marito che li ha portati a vivere in Australia. Il secondo marito, che era sempre ubriaco, le ha lasciato per ricordo un timpano sfondato prima di sfondare invece un ponte e finire con tutta la macchina in fondo al fiume Elwha. Non aveva un’assicurazione sulla vita e neanche la responsabilità civile. Jill ha dovuto prendere in prestito i soldi per il funerale e poi, pensate un po’, le è arrivato pure il conto della riparazione del ponte. In più, aveva tutte le sue cure mediche da pagare. Ma adesso può raccontarla, questa storia. È riuscita a tornare a galla. Però di mia madre non ne può più. Anch’io non ne posso più, ma non vedo cosa posso fare. «Se ne va dopodomani», dico. «Senti, Jill, non è che devi farmi un favore, sai. Vuoi venirci con me o no?» Le dico che per me non fa nessuna differenza, se viene

350


o non viene. Posso sempre dire che aveva l’emicrania. Non è mica la prima volta che m’invento una scusa. «Vengo, vengo», dice lei. E di colpo si alza e va nel bagno, dove le piace stare quando mette il broncio. Stiamo insieme dallo scorso agosto, su per giù all’epoca in cui mia madre aveva deciso di trasferirsi qui a Longview dalla California. Jill ha cercato di far buon viso a cattivo gioco. Ma il fatto che mia madre sia arrivata in città proprio quando noi cercavamo di organizzare la nostra vita insieme non era una cosa che avevamo messo in conto. Jill diceva che le ricordava la situazione che aveva dovuto subire con la madre del primo marito. «Era soffocante», mi raccontò. «Capisci cosa voglio dire? Con lei attorno mi pareva sempre che mi mancasse l’aria». D’altra parte, bisogna dire che mia madre considera Jill una specie di intrusa. Per lei, Jill non è che una delle tante donne apparse nella mia vita dopo che mia moglie mi ha piantato. Una donna che, per quel che ne sapeva lei, con ogni probabilità si sarebbe portata via affetto, attenzioni e forse anche un po’ di soldi che altrimenti sarebbero spettati a lei. Una donna degna di rispetto? Neanche per sogno. Ricordo benissimo - e come potrei dimenticarlo? - che aveva chiamato mia moglie puttana prima che ci sposassimo, e poi ancora puttana quindici anni dopo, quando mi piantò per un altro. Sia Jill sia mia madre si comportano abbastanza bene quando si trovano insieme. Si abbracciano sempre quando si salutano. Parlano sempre di saldi e offerte speciali. Ma Jill trema all’idea di dover passare del tempo in compagnia di mia madre. Dice che mia madre la fa sentire una pezzente. Dice che ha un atteggiamento negativo su tutto e su tutti e dovrebbe cercarsi uno sfogo, come fanno altre persone della sua età. Non so, mettersi a lavorare all’uncinetto, oppure giocare a carte al centro anziani, andare in chiesa, qualsiasi cosa, insomma, basta che ci lasci in pace. Invece mia madre ha un suo sistema per risolvere i problemi. Ci ha detto che se ne torna in California. Al diavolo tutto e tutti, in questa città. Che razza di posto! Non avrebbe continuato a vivere in questa città neanche se gliela regalavano con altre sei uguali!

351


Un paio di giorni dopo aver preso questa decisione, aveva già imballato tutte le sue cose negli scatoloni. Questo fu lo scorso gennaio, o forse febbraio, non ricordo. Comunque, era d’inverno. Adesso siamo alla fine di giugno. Sono mesi che quelle scatole sono rimaste in giro dentro casa sua. Per andare da una stanza all’altra bisogna scavalcarle o girargli attorno. Non è vita questa per una donna anziana, di chiunque sia madre. Dopo un po’, dieci minuti o poco più, Jill esce dal bagno. Intanto io ho trovato un mezzo spinello e cerco di fumarlo mentre bevo un ginger ale dalla bottiglia e osservo uno dei vicini che cambia l’olio alla macchina. Jill non mi guarda neanche. Invece va in cucina e mette dei piatti e delle posate in un sacchetto di carta. Però quando torna in soggiorno io mi alzo e ci abbracciamo. Jill mi fa: «Va tutto bene». Mi chiedo cos’è che va bene. Per quel che mi riguarda, non va bene un bel niente. Ma lei si tiene stretta a me e mi dà delle piccole pacche sulle spalle. Sento il profumo dello shampoo per cani che ha addosso. Torna a casa dal lavoro piena di quella roba. Quell’odore si attacca a tutto. Perfino quando stiamo a letto insieme, si sente. Mi dà un’ultima pacca. Poi usciamo, prendiamo la macchina e attraversiamo la città per andare da mia madre.

Mi piace abitare qui. Appena arrivato non mi piaceva tanto. La sera non c’era niente da fare e mi sentivo solo. Poi ho incontrato Jill. Dopo un po’, qualche settimana, ha portato qui le sue cose e ha cominciato a vivere con me. Non che avessimo dei piani a lunga scadenza. Ma eravamo felici e vivevamo assieme. Ci dicevamo che finalmente avevamo avuto tutti e due un colpo di fortuna. Invece a mia madre non ne andava bene una. Così mi scrisse che aveva deciso di trasferirsi quassù. Io le risposi che non mi sembrava tanto una buona idea. D’inverno qui fa un tempo schifoso, le dissi. Stanno costruendo una prigione a poche miglia dalla città, le dissi. D’estate il posto è invaso dai turisti, certi ingorghi, le dissi. Ma lei fece come se non avesse mai ricevuto le mie lettere e si trasferì lo stesso. Poi, dopo che era stata in città poco meno d’un mese, mi disse che detestava questo posto. Si comportava come se fosse colpa mia che lei era venuta qui e trovava tutto così detestabile. Cominciò a tempestarmi di telefonate per dirmi quanto faceva schifo questo posto. «Sta cercando di farti 352


venire i sensi di colpa», diceva Jill. Si lamentava che gli autobus erano pessimi e gli autisti maleducati. Quanto alla gente giù al centro anziani - be’, lei non voleva passare la vita a giocare a carte. «Possono andare dritti all’inferno tutti quanti», diceva, «e portarsi dietro le loro partite a carte». I commessi del supermercato erano sgarbati, i meccanici della stazione di servizio se ne fregavano di lei e della macchina. E quanto al suo padrone di casa, Larry Hadlock, aveva deciso: Re Larry, come lo chiamava lei, «crede d’essere chissà chi solo perché affitta quelle quattro catapecchie e ha messo qualche soldo da parte. Quant’è vero Iddio, vorrei non averlo mai incontrato». Quando arrivò qui, in agosto, faceva troppo caldo per lei, e a settembre erano cominciate le piogge. Per settimane, piovve quasi tutti i giorni. A ottobre cominciò a fare freddo. Novembre e dicembre era nevicato. Ma già da un pezzo lei s’era messa a parlare male della città e della gente, al punto che non ne potevo più di sentirla e alla fine glielo dissi pure. Allora era scoppiata a piangere e io avevo dovuto abbracciarla e pensavo che l’avrebbe piantata lì. Invece, dopo pochi giorni aveva ricominciato da capo, stessi piagnistei. Poco prima di Natale mi chiamò per vedere quando sarei passato da lei con i regali. Non aveva fatto l’albero e neanche aveva intenzione di farlo, mi disse. Poi aggiunse qualcos’altro. Disse che se il tempo non migliorava si sarebbe ammazzata. «Non dire cavolate», le dissi. «Sul serio, tesoro. Non voglio più rivedere questo posto se non dalla bara. Lo odio, che Dio lo maledica. Non so chi me l’ha fatto fare, di trasferirmi qui. Vorrei solo morire e farla finita una buona volta». Ricordo che rimasi col telefono in mano a osservare un tizio in cima a un palo che faceva qualcosa ai fili della corrente. La neve gli turbinava attorno alla testa. Mentre lo guardavo, si sporse dal palo, trattenuto soltanto dalla cintura di sicurezza. E se casca?, pensai. Non avevo la più pallida idea di cos’altro dirle. Eppure dovevo dirle qualcosa. Ma avevo la testa piena di pensieri indegni, cose che nessun figlio si sognerebbe di ammettere. «Sei mia madre, no?», riuscii a dire alla fine. «Cosa posso fare per aiutarti?» «Tesoro, tu non puoi fare più niente», rispose lei. «L’occasione per fare qualcosa te la sei fatta scappare. Ormai è troppo tardi.

353


Avrei tanto voluto trovarmi bene, in questo posto. Credevo che saremmo andati a fare delle gite e dei picnic insieme. E invece non è successo niente. Tu hai sempre da fare. Tu e Jill ve ne andate al lavoro e a casa non ci siete mai. Oppure se siete a casa, lasciate il telefono staccato tutto il giorno. Ad ogni modo, non ti vedo mai». «Ma dai, che non è vero», dissi. E in effetti non era vero. Ma lei continuò come se non mi avesse neanche sentito. Magari non mi aveva sentito davvero. «E poi», continuò, «questo tempo sarà la mia morte. Fa troppo freddo qui. Perché non me l’hai detto che qui stavamo praticamente al Polo Nord? Se me l’avessi detto, non ci sarei mai venuta quassù. Tesoro, voglio tornarmene giù in California. Lì almeno posso uscire e andare da qualche parte. Qui non so dove andare. E poi giù in California c’è gente, amici che si preoccupano di quello che mi succede. Qui non gliene frega niente a nessuno. Be’, prego solo di reggere fino a giugno prossimo. Se ce la faccio, se resisto fino a giugno, me ne vado per sempre da questo posto. È la peggiore città in cui abbia mai vissuto». Che potevo rispondere? Non sapevo che dirle. Non potevo neanche mettermi a discutere del tempo. Il tempo era veramente la sua bestia nera. Così ci salutammo e riattaccai. C’è gente che d’estate va in vacanza; mia madre, invece, trasloca. Ha cominciato a traslocare anni fa, dopo che mio padre perse il posto. Quella volta, quando lo licenziarono, vendettero la casa, come se fosse la cosa più giusta da fare, e si trasferirono dove pensavano che le cose sarebbero andate meglio. Ma le cose non erano affatto andate meglio neanche là. Allora si trasferirono un’altra volta. Continuarono appartamentini,

così

per

camper,

un

pezzo.

perfino

in

Abitavano stanze

di

in

case

motel.

Si

d’affitto,

in

trasferivano

continuamente e a ogni trasloco il loro fardello si faceva più leggero. Un paio di volte arrivarono in una città dove vivevo anch’io. Venivano ad abitare con me e mia moglie per un po’ e poi si trasferivano di nuovo. Facevano le migrazioni come gli animali, solo che non avevano uno schema preciso per i loro spostamenti. Andarono in giro per anni e anni, a volte uscendo perfino dallo Stato per raggiungere quelli che credevano pascoli più verdi. Ma per lo più tutti i loro spostamenti avvenivano all’interno della California settentrionale. Poi mio padre 354


morì, e io pensai che mia madre avrebbe finito di vagabondare e si sarebbe fermata nello stesso posto per un po’. Invece, niente: continuò a trasferirsi da un posto all’altro. Una volta le consigliai di rivolgersi a uno psichiatra. Invece, prese le sue cose e si trasferì di nuovo. Ero arrivato all’esasperazione, altrimenti non avrei detto quella cosa dello psichiatra. Insomma, era sempre lì a imballare la sua roba oppure a tirarla fuori dalle scatole. Qualche volta faceva anche due o tre traslochi in un anno. Parlava sempre con astio del posto che stava per lasciare e con ottimismo di quello dove stava per andare. La posta le s’incasinava, gli assegni della pensione andavano sempre da qualche altra parte e lei passava ore e ore a scrivere lettere per cercare di riaggiustare le cose. Certe volte lasciava un appartamento e ne affittava un altro a pochi isolati di distanza e poi, un mese dopo, tornava al posto che aveva lasciato, magari sceglieva solo un altro piano o un’altra ala dell’edificio. Per questo, quando si trasferì qui, le avevo affittato una casetta, cercando di fare attenzione che fosse ammobiliata secondo i suoi gusti. «Spostarsi di continuo è una cosa che la fa sentire viva», diceva Jill. «Le dà qualcosa da fare. Mi sa che ci prova qualche strano gusto». Comunque, gusto o non gusto, Jill è convinta che a mia madre stia dando di volta il cervello. Ne sono convinto anch’io. Ma come si fa a dire una cosa del genere alla propria madre? Come ci si comporta con lei in un caso del genere? La pazzia non le impedisce certo di programmare e mettere in atto l’ennesimo trasloco.

Quando arriviamo è lì alla porta di servizio che ci aspetta. Ha settant’anni, i capelli grigi e porta gli occhiali con la montatura di strass; non è mai stata male un giorno in vita sua. Abbraccia Jill e poi abbraccia anche me. Ha gli occhi lucidi, come se avesse bevuto. Ma lei non beve mica. Ha smesso anni fa, dopo che mio padre s’era messo a bere di brutto. Finiamo di abbracciarci ed entriamo. Sono quasi le cinque del pomeriggio. Sento un odorino proveniente dalla cucina e mi viene in mente che non ho mangiato niente all’ora di colazione. Mi comincia a passare la sbornia. «Ho una fame!», dico. «Che buon odorino!», dice Jill. 355


«Speriamo sia buono anche il sapore», dice mia madre. «Speriamo che questo pollo si sia cotto». Alza il coperchio del tegame e affonda la forchetta nel petto del pollo. «Se c’è una cosa che non sopporto, è il pollo crudo. Mi sa che è cotto, comunque. Perché non vi sedete. Dove vi pare. Non riesco ancora a regolare bene questa cucina. Le piastre si riscaldano troppo in fretta. Non mi piacciono le cucine elettriche, non mi sono mai piaciute. Leva quella roba dalla sedia, Jill. Vivo qui come una zingara, accidenti. Ma ancora per poco, spero». Si accorge che mi guardo attorno in cerca d’un posacenere. «Lì, dietro di te», mi fa. «Sul davanzale, tesoro. Perché non ci versi un po’ di quella Pepsi, prima di metterti a sedere? Dovremo bere in questi bicchieri di carta. Avrei dovuto dirti di portare anche i bicchieri. È fresca la Pepsi? Ghiaccio non ne ho. Quel frigo lì non tiene fresco un bel niente. Non vale un accidenti. Il gelato mi si squaglia sempre. È il peggior frigorifero che abbia mai avuto». Mette il pollo in un piatto e lo porta in tavola insieme ai fagiolini, a un’insalata di cavolo crudo e maionese, al pane bianco. Poi controlla se non ha dimenticato niente. Il sale e il pepe! «Coraggio, a tavola», dice. Trasciniamo le sedie vicino al tavolo e Jill tira fuori i piatti dal sacchetto e ce li passa. «Dove andrai ad abitare quando torni giù?», le chiede. «Hai già un posto dove andare?» Mia madre porge il pollo a Jill e dice: «Ho scritto alla signora dove abitavo prima. Mi ha risposto dicendo che aveva un bell’appartamentino al primo piano per me. È vicino alla fermata dell’autobus e ci sono un sacco di negozi nella zona. C’è la banca e il Safeway. È un posto carinissimo. Non so perché me ne sono venuta via», dice mentre si serve una porzione d’insalata. «Perché l’hai lasciato, allora?», dice Jill. «Se era tanto carino eccetera». Prende una coscia di pollo, la guarda un po’ e poi l’addenta. «Te lo dico io, perché. C’era questa vecchia ubriacona che abitava nell’appartamento accanto. Beveva dalla sera alla mattina. Le pareti erano così sottili che la sentivo masticare i cubetti di ghiaccio tutto il giorno. Doveva usare una specie di girello per camminare, ma la cosa non le dava certo pensiero. Sentivo quel girello che faceva gratta gratta sul pavimento dalla sera alla mattina.

356


Quello, e lo sportello del frigo che si apriva e chiudeva continuamente». Scuote la testa e ripensa a tutto quello che aveva dovuto sopportare. «Dovevo andarmene da lì. Gratta gratta, tutti i giorni una storia. Non ce la facevo più. Non potevo continuare a vivere così. Questa volta gliel’ho detto alla signora, che non volevo abitare vicino agli alcolizzati. E non volevo abitare al secondo piano. Il secondo piano dà su un parcheggio. Non c’è niente da vedere, lì sotto». Aspetta che Jill dica qualcosa, ma Jill non fa commenti. Allora mia madre si gira verso di me. Io mi sto ingozzando come un lupo e non dico niente. Ad ogni modo, c’è poco da aggiungere sull’argomento. Continuo a masticare e a guardare le scatole ammucchiate accanto al frigo. Poi mi servo un altro po’ d’insalata. Dopo poco ho finito tutto e allontano la sedia dal tavolo. Arriva Larry Hadlock sul retro della casa, parcheggia accanto alla mia macchina e tira fuori dal camioncino un tosaerba. L’osservo dalla finestra dietro il tavolo. Lui non guarda verso di noi. «E adesso che vuole quello lì?», chiede mia madre e smette di mangiare. «È venuto a tagliarti l’erba, a quanto pare», faccio io. «Non c’è mica bisogno di tagliarla», dice lei. «L’ha tagliata la settimana scorsa. Che c’è da tagliare adesso?» «È per via del nuovo inquilino», dice Jill. «Chiunque sia». Mia madre ci riflette un po’ su e poi ricomincia a mangiare. Larry Hadlock mette in moto il tosaerba e comincia a falciare il prato. Lo conosco abbastanza bene. Mi ha fatto uno sconto di venticinque dollari al mese, quando gli ho detto che era per mia madre. Lui è vedovo - è un tipo grande e grosso, sulla sessantina. Un uomo triste, ma con un buon senso dell’umorismo. Ha le braccia coperte di peli bianchi e dal berretto gli spuntano ciuffi di capelli, bianchi anche loro. Sembra l’immagine tipica del contadino che si vede sulle riviste. Ma non è un contadino. È un muratore in pensione che ha messo da parte un po’ di soldi. Per un po’, all’inizio, ho fantasticato che magari lui e mia madre potevano cenare assieme qualche volta e diventare amici. «Ecco Sua Maestà», dice mia madre. «Re Larry. Mica è da tutti avere tanti soldi da vivere in una grande casa e far pagare agli altri affitti così alti. Be’, spero tanto di non dover più vedere quella sua faccia da quattro soldi dopo che me ne sarò

357


andata da qui. Finite il resto del pollo». Ma io scuoto la testa e mi accendo una sigaretta. Larry passa con il tosaerba davanti alla finestra. «Be’, non dovrai sopportarla ancora per molto», fa Jill. «Be’, meno male, guarda Jill. Ma tanto già lo so che non mi restituirà neanche la cauzione». «Come fai a saperlo?», intervengo io. «Lo so e basta», dice lei. «Ho già trattato con gente come lui. Cercano sempre di arraffare tutto quello che possono». Allora Jill dice: «Be’, vedrai che tra poco non avrai più niente da spartire con lui». «Be’, meno male». «Però ci sarà sempre qualcuno come lui», dice Jill. «Non mi ci far pensare, Jill», dice mia madre. Mette su il caffè mentre Jill sparecchia. Io do una sciacquata ai bicchieri di plastica. Poi servo il caffè, scavalchiamo una scatola con su scritto «ninnoli» e andiamo a berlo in soggiorno. Larry Hadlock falcia l’erba ai lati della casa. Il traffico si muove lento sulla strada, e il sole comincia ad abbassarsi al livello degli alberi. Sento il rumore del motore del tosaerba. Alcuni corvi volano via dai cavi del telefono e vengono a posarsi sul prato falciato di fresco. «Mi mancherai tanto, tesoro», dice mia madre. Poi aggiunge: «Anche tu mi mancherai, Jill. Mi mancherete tanto tutti e due». Jill sorseggia il caffè e annuisce. Poi dice: «Ti auguro di fare un buon viaggio e di trovare quello che cerchi alla fine del viaggio». «Quando mi sarò sistemata - e questo è il mio ultimo trasloco, giuro - spero che verrete a trovarmi», dice mia madre. Mi guarda, aspetta di essere rassicurata. «Come no», faccio io. Ma mentre lo dico mi rendo conto che non è vero. È laggiù che la vita mi è crollata addosso, e non ho alcuna intenzione di tornarci. «Avrei voluto che fossi stata meglio quassù», dice Jill. «Speravo che avresti resistito un altro po’. Sai una cosa? Tuo figlio si preoccupa un sacco per te». «Jill», faccio io. Ma lei scuote la testa e continua: «Certe volte non ci dorme la notte. Si sveglia nel bel mezzo della notte e dice: “Non riesco a dormire. Sto pensando a mia

358


madre”. Ecco», dice e mi lancia un’occhiata. «Adesso l’ho detto. Era una cosa che mi stava proprio sullo stomaco». «E come credi che mi senta io?», chiede mia madre. Poi continua: «Altre donne alla mia età riescono a essere felici. Perché io no? Tutto quello che chiedo è una casa e una città dove vivere ed essere felice. Non è mica un delitto, no? Spero di no, almeno. Spero di non chiedere troppo alla vita». Poggia il bicchiere di plastica sul pavimento, accanto alla poltrona dov’è seduta e aspetta che Jill le dica che no, non chiede troppo. Ma Jill non dice niente, e allora mia madre comincia a illustrare quello che intende fare per essere felice. Dopo un po’ Jill abbassa gli occhi e beve un sorso di caffè. Capisco subito che ha smesso di starla a sentire. Ma mia madre continua a parlare lo stesso. I corvi passeggiano sull’erba del prato. Sento il motore imballarsi, tossire e poi fermarsi del tutto perché una zolla si è infilata tra le lame del tosaerba. Dopo qualche istante e vari tentativi, Larry lo rimette in moto. I corvi volano via, se ne tornano sul filo. Jill si pulisce un’unghia. Mia madre sta dicendo che quello che compra i mobili di seconda mano verrà domattina a prendersi le cose che non spedirà giù con l’autobus né porterà in macchina con sé. Il tavolo, le sedie, il televisore, il divano e il letto li ha venduti a quel tizio, che però le ha detto che del tavolino da gioco non sa che farsene, e allora mia madre lo vorrebbe buttar via, a meno che non interessi a noi. «Lo prendiamo noi», dico. Jill mi lancia un’occhiata. Fa per dire qualcosa, ma poi cambia idea. Porterò le scatole in macchina alla stazione della Greyhound domani pomeriggio e le spedirò in California. Mia madre, come d’accordo, passerà l’ultima sera con noi. Poi, l’indomani mattina di buon’ora, cioè tra due giorni, si metterà in cammino anche lei. Continua a parlare. Parla senza smettere mai e descrive il viaggio che farà. Guiderà fino alle quattro del pomeriggio e poi si fermerà per la notte in un motel. Secondo lei dovrebbe farcela ad arrivare a Eugene prima che faccia buio. Eugene è una bella città: c’è già stata una volta, quando stava venendo quassù. Quando lascerà il motel, partirà all’alba e così dovrebbe essere in California, sempre che Dio l’assista, nel pomeriggio. E Dio l’assisterà eccome, se lo sente, ne è sicura. Altrimenti come si spiega che ancora la tiene sulla faccia della terra? Lui ha 359


qualcosa in mente per lei. Ultimamente ha pregato molto. Ha pregato anche per me. «Perché preghi anche per lui?», vorrebbe sapere Jill. «Perché mi va. Perché è mio figlio», risponde mia madre. «Hai qualcosa in contrario? Non abbiamo tutti bisogno che si preghi per noi, certe volte? Forse c’è pure chi non ne ha bisogno. Non lo so. Che so più io, ormai?» Si porta una mano alla fronte e si riassetta una ciocca di capelli che è uscita dalla molletta. Il tosaerba si spegne tossicchiando e dopo un po’ vediamo passare Larry che gira attorno alla casa trascinandosi dietro un tubo. Lo sistema nel prato e poi torna lentamente sul retro per aprire il rubinetto. Lo spruzzatore si mette a girare. Mia madre comincia a fare un elenco di tutti i torti che immagina Larry le abbia fatto da quando è entrata in casa. Ma ora non l’ascolto più neanch’io. Sto pensando che ora si deve rimettere sull’autostrada, e nessuno può cercare di convincerla a ragionare o fare qualcosa per fermarla. Che ci posso fare io? Non posso mica legarla, o farla ricoverare in manicomio, anche se va a finire che sarò costretto a farlo, prima o poi. Sono preoccupato per lei, mi farà venire il crepacuore. Lei è tutto quello che è rimasto della mia famiglia. Mi dispiace che non si sia trovata bene qui e che se ne voglia andare. Ma non ho nessunissima intenzione di tornare in California. E quando mi si chiarisce questa cosa in testa mi rendo conto anche di un’altra cosa. Mi rendo conto che una volta partita, probabilmente non la rivedrò mai più. La guardo. Smette di parlare. Anche Jill alza gli occhi. Mi guardano entrambe. «Che c’è, tesoro?», dice mia madre. «Che hai fatto?», dice Jill. Mi piego in avanti sulla sedia e mi copro il volto con le mani. Rimango seduto così per un po’; mi dispiace, mi sento un cretino perché mi sto comportando in questo modo, ma non ci posso fare niente. E allora la donna che mi ha messo al mondo, lei e quest’altra donna con cui mi sono messo neanche un anno fa, si alzano esclamando qualcosa e vengono da me che me ne sto seduto con la testa tra le mani come un idiota. Non apro gli occhi. Ascolto lo spruzzo dell’acqua che frusta l’erba. «Che c’è? Che hai fatto?», mi chiedono. 360


«Tutto a posto», rispondo. E in un attimo è proprio così. Riapro gli occhi e alzo la testa. Cerco una sigaretta. «Hai visto? Che ti dicevo?», dice Jill. «Lo stai facendo uscire pazzo. Sta uscendo pazzo a forza di preoccuparsi per te». Lei sta da un lato della mia sedia e mia madre sta dall’altro. Mi potrebbero spaccare in due in un batter d’occhio. «Quanto vorrei crepare, così mi levo di mezzo e non do più fastidio a nessuno», dice mia madre sottovoce. «Dio m’assista, non ce la faccio più». «Che ne dite di un’altra tazza di caffè?», dico. «Vediamo se magari riusciamo a vedere un po’ di telegiornale», aggiungo. «Poi mi sa che è meglio che io e Jill ci avviamo verso casa».

Due giorni dopo, di prima mattina, saluto mia madre, forse per l’ultima volta. Jill l’ho lasciata dormire. Non le farà mica male arrivare tardi al lavoro, una volta tanto. Il bagnetto dei cani, le tosatine eccetera possono aspettare. Mia madre mi si appoggia al braccio mentre l’accompagno giù per i gradini che portano al vialetto e le tengo lo sportello aperto. S’è messa dei pantaloni bianchi, una camicetta bianca e sandali bianchi. Si è tirata indietro i capelli, legandoli con un foulard: bianco pure quello. Sarà una bella giornata, il cielo è sereno e comincia già a tingersi di azzurro. Sul sedile davanti vedo delle carte stradali e un thermos di caffè. Anche mia madre guarda quelle cose come se non si ricordasse di essere uscita poco fa per portarle lì. Si volta verso di me e mi fa: «Fammiti abbracciare un’altra volta. Fammi amare il tuo collo. Già so che non ti vedrò più per un sacco di tempo». Mi mette un braccio attorno al collo, mi tira a sé e poi si mette a piangere. Ma smette quasi subito e fa un passo indietro, premendosi gli occhi con il palmo delle mani. «Avevo detto che non avrei pianto e non piangerò. Ma fammiti dare un’ultima occhiata. Mi mancherai tanto, tesoro», dice. «È una cosa a cui dovrò abituarmi, tutto qui. Ne ho già passate tante di cose che sembravano impossibili in vita mia. Supererò anche questa, spero». Sale in macchina, accende il motore, lo fa riscaldare un po’. Tira giù il finestrino.

361


«Mi mancherai», le dico. E sono sicuro che mi mancherà davvero. È mia madre, dopo tutto, perché non dovrebbe mancarmi? Però, Dio mi perdoni, sono pure contento che sia arrivato il momento e se ne vada. «Addio», mi dice. «E ringrazia Jill per la cena di ieri sera. Dille che la saluto tanto». «Glielo dirò», faccio io. Rimango lì in piedi come se volessi aggiungere qualcos’altro. Ma non so che dire. Continuiamo a guardarci, a sorriderci, a rassicurarci a vicenda. Poi lei ha un lampo negli occhi, credo che stia pensando all’autostrada e a quanto le toccherà guidare oggi. Distoglie lo sguardo da me e lo fissa sulla strada. Poi tira su il finestrino, ingrana la marcia e guida fino all’incrocio, dove deve aspettare che scatti il semaforo. Quando vedo che ormai si è immessa nel traffico ed è nella direzione giusta per prendere l’autostrada, torno dentro casa e bevo un caffè. Per qualche momento mi sento un po’ giù, ma poi la tristezza svanisce e comincio a pensare ad altre cose.

Qualche sera dopo mia madre mi chiama per dirmi che si è installata nella casa nuova. È tutta presa a sistemarla, come fa di solito quando cambia casa. Dice che sarò felice di sapere che è proprio contenta di essere tornata nell’assolata California. Però dice anche che c’è qualcosa nell’aria, lì dove abita, forse qualche polline, che la fa starnutire continuamente. E poi il traffico è più intenso di quanto si ricordasse. Non ricordava tutto quel traffico in quella zona. Naturalmente guidano ancora tutti come pazzi laggiù. «Guidano alla californiana», dice. «Cos’altro ci si potrebbe aspettare da loro?» Dice che lì fa caldo, in questo periodo dell’anno. È convinta che il condizionatore del suo appartamento non funzioni a dovere. Le consiglio di rivolgersi alla proprietaria. «Oh, quella non si trova mai quando ce n’è bisogno!», risponde mia madre. Spera tanto di non aver fatto una mossa sbagliata tornandosene in California. Poi aspetta prima di aggiungere altro. Io sto in piedi vicino alla finestra, col telefono appiccicato all’orecchio e guardo le luci della città e quelle delle case vicine. Jill è seduta al tavolo a sfogliare il catalogo, ma ascolta. «Sei sempre lì?», mi chiede mia madre. «Perché non dici niente?»

362


Non so perché, ma a quel punto mi ritorna in mente il vezzeggiativo che mio padre a volte usava quando parlava con affetto a mia madre - sarebbe a dire, quando non era ubriaco. È passato un sacco di tempo, ero ancora un ragazzo, ma ogni volta che la chiamava così, non so, mi sentivo meglio, avevo meno paura e più speranza per il futuro. «Cara», diceva. Qualche volta la chiamava «Cara» - un nome dolcissimo. Per esempio diceva: «Cara, se esci a far la spesa, mi porti un pacchetto di sigarette?» Oppure: «Cara, come va il raffreddore?», «Cara, dov’è il mio caffè?» La parola ora mi esce dalle labbra prima che possa pensare a quel che voglio dirle dopo. «Cara». Poi lo ridico. La chiamo anch’io «Cara». «Cara, cerca di non aver paura», le dico. Poi dico a mia madre che le voglio bene e che sì, le scriverò. Quindi la saluto e riattacco. Per un bel po’ non mi sposto dalla finestra. Rimango lì in piedi a guardare le case illuminate dei nostri vicini. Mentre sono lì che guardo, una macchina lascia la strada e imbocca il vialetto di una casa. Si accende una luce sulla veranda. Si apre la porta e qualcuno esce ad aspettare sulla veranda. Jill sfoglia il suo catalogo, poi d’un tratto smette di girare le pagine. «Ecco quello che cercavamo», dice. «Questo è il modello che più si avvicina a quello che volevamo noi. Vieni un po’ a vedere». Ma io non mi volto neanche. Me ne frega assai a me delle tende. «Ma cos’è che vedi lì fuori, tesoro?», Jill mi chiede. «Dimmelo». Ma che c’è da dire? I due lì sotto la veranda si abbracciano un attimo e poi insieme entrano in casa. Lasciano la luce di fuori accesa. Poi se la ricordano, e la luce si spegne.

363


Chiunque abbia usato questo letto

La telefonata arriva nel cuore della notte, alle tre del mattino, e a momenti ci fa morire di paura. «Rispondi, rispondi!», grida mia moglie. «O Signore, chi sarà mai? Rispondi!» Non trovo l’interruttore, ma riesco lo stesso ad arrivare nell’altra stanza, dove sta il telefono, e al quarto squillo tiro su la cornetta. «C’è Bud?», dice una voce di donna, molto ubriaca. «Cristo, ha sbagliato numero», faccio io e riattacco. Accendo la luce e vado in bagno, e da lì sento il telefono che ricomincia a squillare. «Rispondi un po’!», urla mia moglie dalla camera da letto. «Jack, si può sapere cosa vogliono, in nome di Dio? Non ce la faccio più, io». Esco di corsa dal bagno e prendo il ricevitore. «Bud?», dice la donna. «Che fai, Bud?» Allora le dico: «Senta un po’, guardi che ha proprio il numero sbagliato. Non richiami più». «Devo assolutamente parlare con Bud», dice lei. Riattacco, aspetto che squilli di nuovo, poi poggio la cornetta sul tavolo vicino al telefono. Però sento lo stesso la voce della donna che dice: «Bud, ti prego, parlami». Lascio lì il ricevitore, spengo la luce e chiudo la porta della stanza. In camera da letto trovo la luce accesa e Iris, mia moglie, seduta contro la testata con le ginocchia tirate su sotto le coperte. Si è messa un cuscino dietro la schiena e sta più dalla mia parte che dalla sua. Si è tirata le coperte fin sulle spalle. Anche le lenzuola sono uscite da sotto il materasso. Se vogliamo rimetterci a dormire - perlomeno io voglio rimettermi a dormire - dobbiamo ricominciare tutto da capo e rifare questo letto come si deve. «Che diavolo volevano?», dice Iris. «Dovevamo staccarlo, quel telefono. Ce ne siamo scordati. Basta che te ne scordi una sera di staccarlo, e guarda cosa capita. Roba da non credersi».

364


Dopo che io e Iris ci siamo messi a vivere insieme, qualche volta la mia ex moglie, oppure uno dei miei figli, ci svegliava nel bel mezzo della notte e cominciava a farci la predica per telefono. Hanno continuato a farlo anche dopo che io e Iris ci siamo sposati. E così cominciammo a staccare il telefono prima di andare a letto. Lo staccavamo quasi tutte le sere. Ormai era un’abitudine. Questa volta mi era proprio passato di mente, tutto lì. «Era una che cercava un certo Bud», dico io. Rimango lì impalato, in pigiama, voglio tornare a letto, ma non posso. «Era ubriaca. Spostati un po’, tesoro. Ho staccato la cornetta». «Non può richiamare?» «No. Perché non ti sposti un attimo e dai un po’ di coperte anche a me?» Lei prende il cuscino e lo sistema contro la testata del letto dalla sua parte, si sposta col sedere e ci si riappoggia. Non pare che abbia sonno. Pare sveglia da un pezzo. Mi infilo a letto e tiro un po’ le coperte dalla mia parte. Ma c’è qualcosa che non va: non ho neanche un pezzetto di lenzuolo; solo coperte. Guardo meglio e vedo che ho i piedi di fuori. Mi volto verso di lei e tiro su le gambe per rimettere i piedi sotto le coperte. Dovremmo proprio rifarlo, il letto. Dovrei dirglielo. Ma penso anche che magari, se spegniamo subito la luce, adesso, chissà, potremmo anche riaddormentarci. «Che ne dici di spegnere la luce, tesoro?», le dico nel modo più gentile possibile. «Fumiamoci una sigaretta, prima», fa lei. «Poi ci rimettiamo a dormire. Sii gentile, vai a prendere il pacchetto e il posacenere. Ci fumiamo una bella sigaretta». «Meglio dormire. Guarda che ore sono». La radiosveglia è proprio lì, accanto al letto. Si vede benissimo che sono le tre e mezzo. «E dai!», dice Iris. «Dopo tutto quel casino, ho bisogno di una sigaretta». Mi alzo e vado a prendere le sigarette e il posacenere. Devo passare per la stanza dov’è il telefono, ma non lo tocco. Non voglio neanche guardarlo, il telefono, ma, naturalmente, finisco col guardarlo. La cornetta è ancora appoggiata sul tavolo. Mi rinfilo nel letto e metto il posacenere sulla coperta, in mezzo a noi. Accendo una sigaretta, gliela do e poi ne accendo un’altra per me.

365


Iris sta cercando di ricordarsi il sogno che stava facendo quando è squillato il telefono. «È come se fossi lì lì per ricordarmelo, ma poi non me lo ricordo con precisione. Qualcosa che aveva a che fare con, con... macché, adesso non mi ricordo neanche più di che si trattava. Non ne sono sicura. Non me lo ricordo più», dice alla fine. «Accidenti a quella scema che ha telefonato! Altro che «Bud», cavolo! Le darei un pugno sul naso». Spegne la sigaretta e se ne accende subito un’altra, sbuffa un po’ di fumo e passa in rassegna con lo sguardo il comò e le tende della finestra. Ha i capelli tutti scompigliati sulle spalle. Scuote la cenere nel posacenere e poi fissa il fondo del letto, sforzandosi di ricordare il sogno. Ma, a dire la verità, a me non me ne frega niente di cosa stava sognando. Voglio rimettermi a dormire e basta. Finisco la sigaretta, la spengo e aspetto che lei finisca la sua. Me ne sto lì sdraiato buono buono e non dico niente. Iris, un po’ come la mia prima moglie, quando dorme, a volte sogna in maniera piuttosto violenta. Di notte si agita nel letto e la mattina si sveglia tutta sudata, con la camicia da notte appiccicata addosso. E, come la mia prima moglie, vuole raccontarmi tutti i particolari dei suoi sogni e s’interroga continuamente su cosa significa questo e cosa vuol dire quello. L’altra mia moglie scalciava via le coperte di notte e gridava nel sonno, come se qualcuno le stesse mettendo

le

mani

addosso.

Una

volta,

mi

ricordo,

durante

un

sogno

particolarmente agitato, mi colpì l’orecchio con un pugno. Io ero immerso in un sonno senza sogni, ma mi misi a menare alla cieca e le diedi una botta in fronte. Allora ci mettemmo tutti e due a gridare. Gridavamo come ossessi. C’eravamo anche fatti male a vicenda, ma più che altro c’eravamo spaventati. Non avevamo la più pallida idea di cosa fosse successo finché non accesi la luce; solo allora risolvemmo il mistero. Dopo ci mettemmo pure a scherzarci sopra - sul fatto che avevamo fatto a cazzotti nel sonno. Ma in seguito cominciarono a succedere tante di quelle altre cose più serie che chi ci pensava più, a quella notte. Non ne facemmo più parola, neanche quando scherzavamo tra di noi. Una volta mi sono svegliato di notte perché sentivo Iris che arrotava i denti nel sonno. Era un rumore talmente strano, e veniva proprio da vicino al mio orecchio, che mi svegliai di colpo. La scossi un po’ e lei la smise. La mattina dopo mi disse che aveva fatto un bruttissimo sogno, ma quella fu l’unica cosa che mi disse.

366


Non stetti lì a chiederle altri particolari. Immagino che in fondo non volessi veramente sapere cosa poteva essere stato di tanto brutto da non volerne neanche parlare. Quando le dissi che aveva perfino arrotato i denti nel sonno, fece una smorfia e disse che doveva decidersi a prendere provvedimenti. La sera dopo riportò a casa un affare chiamato Niteguard, un aggeggio che doveva mettersi in bocca prima di andare a dormire. Disse che era dovuta correre ai ripari. Non poteva mica permettersi di continuare ad arrotare i denti nel sonno; dopo un po’ le si sarebbero consumati tutti. Così, per una settimana o poco più, si mise quell’aggeggio protettivo in bocca, e poi smise di portarlo. Diceva che le dava fastidio e che, tutto sommato, non era neanche un buon trucco. Chi avrebbe mai baciato una donna con quell’affare in bocca? Su questo, certo, aveva proprio ragione. Un’altra volta mi sono svegliato perché lei mi stava carezzando la faccia e mi chiamava Earl. Le presi la mano e le strinsi le dita. «Che c’è?», le dissi. «Che c’è, amore?» Invece di rispondere, lei si limitò a stringermi la mano, sospirò e si rimise giù tranquilla. La mattina dopo, quando le chiesi cosa aveva sognato quella notte, sostenne che non aveva sognato un bel niente. «Allora chi è Earl?», le chiesi. «Chi è questo Earl di cui parlavi nel sonno?» Lei arrossì e disse che non conosceva nessuno che si chiamasse Earl, né l’aveva mai conosciuto. La lampada è ancora accesa e, siccome non so a cos’altro pensare, mi metto a pensare a quel telefono staccato di là. Penso che dovrei rimettere a posto la cornetta e staccare invece la spina. Poi bisogna pensare a dormire. «Vado a sistemare quel telefono», dico. «Poi però dormiamo». Iris scuote la cenere nel posacenere e dice: «Assicurati che sia staccato bene, stavolta». Mi rialzo per riandare di là, apro la porta e accendo la luce. Il ricevitore è ancora appoggiato sul tavolo. Me lo porto all’orecchio, aspettandomi di sentire il segnale. Invece non sento niente, neanche il tu-tu. D’istinto mi viene da dire qualcosa. «Pronto». «Oh, Bud, allora ci sei», dice la voce di donna.

367


Riappendo la cornetta, mi chino e stacco la spina prima che il telefono si rimetta a squillare. Questa sì che è nuova, anche per me. Questa storia della donna col suo Bud è un bel mistero. Non so come raccontare a Iris quest’ultimo sviluppo della vicenda, perché già so che porterebbe a nuove discussioni e ad altre domande. Decido di non dirle niente, per ora. Magari le dirò qualcosa domattina a colazione. Torno in camera e vedo che sta fumando un’altra sigaretta. Vedo anche che si sono fatte quasi le quattro e comincio a preoccuparmi. Quando si fanno le quattro, presto si fanno pure le cinque e poi le sei, le sei e mezzo e poi l’ora di alzarsi per andare a lavorare. Mi rimetto a letto, chiudo gli occhi e decido di contare fino a sessanta, lentamente, prima di fare qualsiasi altro accenno al fatto che la luce è accesa. «Adesso mi sta rivenendo in mente», fa Iris a un certo punto. «Comincio a ricordarmelo. Vuoi sentirlo, Jack?» Smetto di contare, apro gli occhi, mi tiro su a sedere. La camera da letto è piena di fumo. Me ne accendo un’altra anch’io. Perché no, dopotutto? Chi se ne frega! Iris dice: «Nel sogno c’era questa grande festa». «E io dov’ero, durante la festa?» Di solito, non so perché, io nei suoi sogni non ci sono mai. È una cosa che un po’ mi scoccia, ma cerco di non darlo a vedere. Mi si sono scoperti di nuovo i piedi. Li ritiro sotto le coperte, mi sollevo puntellandomi su un gomito e allungo la mano verso il posacenere. «Cos’è, un altro di quei sogni in cui io non ci sono? Se è così, non ti preoccupare, non me la prendo mica». Tiro una boccata dalla sigaretta, trattengo un po’ il fumo, poi lo butto fuori. «Tesoro, no, tu nel sogno non c’eri. Mi dispiace tanto, ma non c’eri. Non ti ho visto in giro. Però mi sei mancato. Di questo ne sono sicura, mi sei mancato. Era come se sapessi che tu stavi da qualche parte lì vicino, ma non eri lì dove volevo che fossi. Lo sai che ogni tanto mi vengono questi attacchi d’ansia, no? Tipo quando andiamo insieme da qualche parte dove c’è un sacco di gente e arriviamo separati e io non ti trovo, no? Era una situazione del genere. Tu c’eri, mi pare, ma io non ti trovavo». «Be’ su, forza, raccontami il sogno». 368


Lei si risistema tutte le coperte attorno alla vita e alle gambe e allunga una mano per prendersi un’altra sigaretta. Le porgo l’accendino. Quindi lei si mette a descrivere questa festa dove l’unica cosa che veniva offerta era birra. «A me neanche piace, la birra», dice. Comunque pareva che ne avesse bevuta parecchia e proprio quando stava per andarsene - per tornarsene a casa, dice lei - arriva un cagnolino che le afferra l’orlo della gonna tra i denti e la trattiene. Scoppia a ridere e anch’io mi metto a ridere con lei, anche se, guardando la sveglia, vedo che le lancette sono quasi arrivate a segnare le quattro e mezzo. Nel sogno qualcuno suonava una musica - forse era un piano, ma poteva anche essere una fisarmonica, chissà? I sogni sono fatti così, certe volte, dice lei. Comunque, si ricorda vagamente che a un certo punto compariva il suo ex marito. Può darsi che fosse quello che serviva la birra. La gente spillava la birra da un barilotto, servendosi di bicchieri di plastica. Crede di ricordare che può perfino aver ballato con lui. «Perché mi racconti queste cose?» «Ma è solo un sogno, amore». «Mi sa che non mi piace mica tanto, visto che dovresti startene tutta la notte qui vicino a me e invece ti metti a sognare di strani cagnolini, di feste e di ex mariti. Non mi va giù che ti metta a ballare con lui. E che cavolo! Tu che ne diresti se ti raccontassi d’aver sognato di essermi messo a ballare con Carol? Saresti contenta, eh?» «È solo un sogno, va bene? Non cominciare a fare lo strano con me. Non te lo racconto più. Mi pare che non ne valga la pena. Mi pare che non sia una buona idea». Lentamente si porta le dita alla bocca, come fa spesso quando pensa. Dall’espressione si vede che si sta sforzando per concentrarsi; le si formano delle sottili rughe sulla fronte. «Senti, mi dispiace che tu nel sogno non c’eri, va bene? Ma se ti dicessi il contrario, ti mentirei, giusto?» Annuisco. Le sfioro un braccio per farle capire che non importa. Non me la sono mica presa. Almeno mi pare. «E poi cos’è successo, tesoro? Finisci di raccontare il sogno», le dico. «Così, magari poi ci rimettiamo a dormire». Immagino volessi proprio sapere cos’era successo dopo. L’ultima cosa che avevo sentito era che stava lì a ballare con Jerry. Se era successo qualcos’altro, volevo saperlo. 369


Lei si riassetta il cuscino dietro la schiena e dice: «Questo è tutto quello che mi ricordo. Non ricordo più niente. È a quel punto che si è messo a squillare quell’accidenti di telefono». «Bud», dico io. Vedo il fumo vagare nel raggio di luce della lampada, l’aria della stanza è tutta impregnata di fumo. «Mi sa che dovremmo aprire una finestra», faccio. «Buona idea», dice Iris. «Facciamo uscire un po’ di questo fumo. Bene certo non ci fa». «Diavolo, certo che no!», dico io. Mi rialzo, vado alla finestra e la sollevo di un paio di dita. Sento l’aria fresca entrare e, in lontananza, un camion che scala marcia appena inizia la salita che lo porterà su fino al valico e oltre il confine col prossimo Stato. «Mi sa che tra poco saremo gli ultimi fumatori d’America», dice Iris. «Sul serio, però, dovremmo pensare di smettere». Mentre dice così, spegne la cicca e allunga le mani per prendere il pacchetto, accanto al posacenere. «Eh già, si è aperta la caccia al fumatore», dico io. Me ne ritorno a letto. Le coperte sono tutte aggrovigliate e sono le cinque del mattino. Ormai, non credo che ci rimetteremo più a dormire. E allora? C’è mica una legge che lo dice, no? Non ci capiterà mica qualcosa di brutto se non ci rimettiamo a dormire. Iris si prende una ciocca di capelli tra le dita. Poi se la spinge dietro l’orecchio, mi guarda e dice: «Ultimamente ho cominciato a sentirmi una vena in fronte. Certe volte si mette a pulsare. Batte forte. Sai di cosa sto parlando? Non so se ti è mai capitata una cosa del genere. Non che mi faccia piacere pensarci, ma con ogni probabilità uno di questi giorni mi prenderà un colpo o qualche accidenti del genere. Non è così che succede? Ti scoppia una vena in testa? Prima o poi, probabilmente è quello che succederà a me. Mia madre, mia nonna e una delle zie sono morte per un colpo. C’è tutta una storia di colpi così nella mia famiglia. Può essere una cosa ereditaria, sai? È ereditaria come il mal di cuore, l’obesità o qualsiasi altra cosa. Ad ogni modo», dice, «un giorno o l’altro, qualcosa mi succederà, no? E allora può benissimo darsi che sia questo - un colpo. Magari sarà proprio così che me ne andrò. Può darsi che questa cosa sia solo l’inizio, almeno così mi pare. Prima comincia a pulsare un po’, come se volesse attirare la 370


mia attenzione, poi si mette a battere sempre più forte. Batte, batte, batte. Guarda, mi fa diventare scema. È meglio che smettiamo di fumare queste stramaledette sigarette prima che sia troppo tardi». Guarda il mozzicone che le è rimasto in mano, lo schiaccia nel posacenere, poi cerca di sventolare via il fumo. Io me ne sto disteso sulla schiena e studio il soffitto; sto pensando che queste sono cose che si possono dire solo alle cinque di mattina. Sento che dovrei dire qualcosa anch’io. «A me spesso e volentieri manca il fiato», dico. «Per esempio, quando sono corso di là a rispondere al telefono, mi sono ritrovato senza fiato». «Be’, quello può darsi fosse per via dell’ansia», dice Iris. «Ci mancava solo questa! La preoccupazione di qualcuno che ti telefona a quest’ora! Se mi capitasse tra le mani, la potrei anche fare a pezzi, quella stronza». Mi tiro un po’ su e mi appoggio alla testata del letto. Mi piazzo un cuscino dietro la schiena e cerco di mettermi comodo, come Iris. «Ti voglio dire una cosa che non ti ho mai detto. Ogni tanto mi vengono le palpitazioni al cuore. È come se impazzisse». Lei mi osserva attentamente, aspetta che io vada avanti. «Certe volte ho come l’impressione che voglia saltarmi fuori dal petto. Non so da cosa diavolo può dipendere». «Perché non me l’hai mai detto?», mi chiede. Poi mi prende la mano e la stringe tra le sue. «Non hai mai detto niente, tesoro. Senti, io non so proprio cosa farei se ti dovesse succedere qualcosa. Probabilmente crollerei. Quanto spesso ti capita? C’è da preoccuparsi, sai». Continua a stringermi la mano. Ma pian piano fa scivolare le dita verso il polso, per sentirne il battito. Per un pezzo mi tiene il polso così. «Non te l’ho mai detto perché non volevo spaventarti», dico io. «Ma ogni tanto mi capita. Anche la settimana scorsa. E non è che succede mentre sto facendo qualcosa di particolare. Anche quando me ne sto seduto a leggere il giornale. Oppure mentre sto in macchina, o quando spingo il carrello al supermercato. Non importa se sto facendo uno sforzo o no. All’improvviso comincia - bum, bum, bum - tutto qui. Mi sorprende che la gente intorno a me non lo senta. A me pare tanto forte. Almeno, io lo sento eccome! E non mi vergogno di dirti che mi mette paura. E così, se non mi porta via un enfisema, o un cancro ai polmoni, o un colpo come quello di cui stavamo parlando, va a finire che sarà proprio un attacco di cuore». Allungo la mano verso il pacchetto di sigarette. Gliene offro una. 371


Ormai, addio sonno. Ma abbiamo dormito stanotte? Per un attimo, non me lo ricordo. «Chi lo sa di che moriremo?», dice Iris. «Può essere qualsiasi cosa. Se campiamo abbastanza a lungo, può essere un blocco renale o una cosa del genere. A una mia collega di lavoro è appena morto il padre di blocco renale. È una delle cose che può capitare se si è abbastanza fortunati da diventare molto vecchi. Se i reni si bloccano, il corpo comincia a riempirsi di acido urico. Alla fine si diventa tutti di un altro colore e poi si muore». «Grandioso. A sentirla sembra una cosa magnifica», dico io. «Forse è meglio che lasciamo perdere questo argomento. Ma perché mai ci siamo messi a parlare di queste cose, poi?» Lei non risponde. Si china in avanti, si abbraccia le gambe. Chiude gli occhi e appoggia la testa sulle ginocchia. Poi comincia a cullarsi lentamente, avanti e indietro. È come se stesse ascoltando della musica. Ma musica non ce n’è. Almeno, io non la sento. «Sai cosa mi piacerebbe?», fa lei, a un certo punto. Smette di cullarsi, apre gli occhi e piega la testa verso me. Poi mi fa un sorriso e allora capisco che va tutto bene. «Cos’è che ti andrebbe, tesoro?». Le ho agganciato una gamba con la mia, all’altezza della caviglia. Dice: «Mi andrebbe un po’ di caffè, tutto qui. Potrei andare a fare una bella tazza di caffè nero e forte. Tanto ormai siamo svegli, no? E chi si rimette a dormire? Facciamoci un bel caffè». «Già ne beviamo troppo di caffè», dico io. «Neanche tutto quel caffè ci fa tanto bene, sai. Non dico che non ne dovremmo bere più, dico solo che ne beviamo troppo. È una semplice constatazione», aggiungo. «Anzi, ti dirò, che un bel caffè andrebbe anche a me, adesso». «Bene», dice lei. Ma nessuno di noi si muove.

Iris scuote i capelli e si accende un’altra sigaretta. Il fumo vaga lentamente per la stanza. Una voluta vaga verso la finestra aperta.

372


Una leggera pioggia comincia a battere sulla veranda fuori dalla finestra. Scatta la sveglia; allungo una mano e la zittisco. Poi prendo il cuscino e me lo risistemo sotto la testa. Rimango un altro po’ sdraiato a fissare il soffitto. «Che fine ha fatto quella bell’idea che ci era venuta di prendere una ragazza che ci portasse il caffè a letto?», dico io. «Magari ce lo portasse qualcuno il caffè», dice lei, «ragazzo o ragazza, non importa. In questo momento un po’ di caffè mi andrebbe proprio». Sposta il posacenere sul comodino e allora penso che stia per alzarsi. Qualcuno si deve pure alzare per mettere su il caffè e sbattere una lattina di succo surgelato nel frullatore. Uno di noi deve darsi una mossa. Invece lei che fa? Si lascia scivolare giù finché si ritrova a sedere nel bel mezzo del letto. Le coperte sono tutte incasinate. Si mette a piluccare qualcosa sull’imbottita, ma poi ci sfrega la mano sopra prima di alzare gli occhi. «Hai visto sul giornale la storia di quel tizio che è entrato nel reparto rianimazione con un fucile e ha costretto le infermiere a staccare la macchina cuore-polmoni che teneva in vita suo padre? Hai letto l’articolo?», dice Iris. «Ho visto qualcosa al telegiornale», dico io. «Ma parlavano soprattutto di quell’infermiera che ha staccato la spina a sette-otto pazienti. Cioè, non sanno neanche loro bene quante macchine ha staccato. Ha cominciato a staccare la macchina che teneva in vita sua madre e poi non ha smesso più. Ci aveva preso gusto, si vede. Ha detto che credeva di fare a tutti un gran favore. Ha detto che sperava che qualcuno avrebbe fatto altrettanto anche per lei, se le volevano bene». Iris decide di spostarsi fino in fondo al letto. Si sistema in modo di non voltarmi la schiena. Tiene le gambe ancora sotto le coperte, anzi le infila in mezzo alle mie e dice: «E hai sentito quella della donna tetraplegica che dice di voler morire e vuole lasciarsi morire di fame? Adesso pare che voglia far causa al medico e all’ospedale perché insistono a tenerla in vita con l’alimentazione forzata. Roba da matti. Da non credersi. La legano tre volte al giorno al letto per infilarle un tubo giù per la gola. E così le danno colazione, pranzo e cena. E poi la tengono pure attaccata a quest’altra macchina, per via che i polmoni non vogliono saperne di funzionare da soli. Il giornale dice che non fa che scongiurarli di staccare la spina o di lasciarla morire di fame. Insomma è ridotta a raccomandarsi a loro che la lascino morire, ma quelli non le danno retta. Dice che all’inizio voleva solo morire con un po’ di dignità, ma adesso è talmente 373


incavolata che vuole fare causa a tutti. Non è una storia straordinaria? Una di quelle da scrivere nei libri?» Poi aggiunge: «A volte mi prendono certi mal di testa! Forse hanno qualcosa a che fare con quella vena. O forse no. Magari non c’entrano niente. Però non te lo dico quando mi fa male la testa, perché non voglio che ti preoccupi». «Ma che cavolo dici?», faccio io. «Iris, guardami bene negli occhi: io ho il diritto di sapere. Sono sempre tuo marito, nel caso te ne fossi scordata. Se c’è qualcosa che non va, lo devo sapere anch’io». «Ma che puoi farci tu? Ti preoccuperesti e basta». Mi dà un colpetto con la gamba, poi un altro. «Giusto? Mi diresti di prendere un’aspirina, ti conosco, sai?» Guardo la finestra, mentre fuori comincia a farsi chiaro. Sento uno spiffero umido che viene da lì. Ormai non piove più ma è una di quelle mattine che da un momento all’altro può venire giù il diluvio. Mi giro di nuovo verso di lei. «Se vuoi sapere la verità, Iris, ogni tanto anch’io sento delle gran fitte nel fianco». Ma appena dico queste parole me ne pento subito. Adesso lei si preoccupa e ne vorrà parlare. Dovremmo pensare a farci la doccia, piuttosto; dovremmo star seduti a far colazione. «Quale fianco?», mi fa. «Il destro». «Potrebbe essere l’appendice», dice lei. «Una cosa abbastanza semplice come l’appendice». Alzo le spalle. «Chi lo sa? Io no di certo. So solo che ogni tanto mi capita, dura un minuto o due, sento come una fitta acuta quaggiù. All’inizio pensavo che magari era solo un muscolo tirato. A proposito, da che parte sta la cistifellea? A sinistra o a destra? Forse è proprio la cistifellea. Oppure forse un calcolo biliare, o come cavolo si chiama». «Non è esattamente un calcolo», dice lei. «Un calcolo biliare in realtà è una specie di granulo, non più grande della punta di una matita. No, aspetta, può darsi che stia pensando a un calcolo renale. Mi sa che non ne so un granché, in materia», e scuote la testa. «Che differenza c’è tra un calcolo biliare e uno renale?», dico io. «Cristo santo, non sappiamo neanche da che parte del corpo stanno.

374


Non lo sai tu e non lo so io. Ecco quanto ne sappiamo tutti e due: un bel niente. Però ho letto da qualche parte che un calcolo renale, se è di questo che si tratta, si può anche eliminare e di solito non è una cosa che ti ammazza. Per far male, fa male, d’accordo. Invece, per quanto riguarda i calcoli biliari, non so cosa se ne dice». «Mi piace quel «di solito»», dice lei. «Lo so», dico io. «Senti, è meglio che ci alziamo. Si sta facendo tardi. Sono già le sette». «Lo so», dice lei. «D’accordo». Ma continua a rimanere seduta lì. Poi aggiunge: «Mia nonna, verso la fine, aveva un’artrite così tremenda che non ce la faceva a muoversi da sola, neanche le dita riusciva a muovere. Doveva starsene tutto il giorno seduta su una sedia e portare sempre dei guanti di lana. Alla fine, non ce la faceva neanche a reggere una tazza di cioccolata. Per dirti a che punto le era arrivata l’artrite. E poi le è preso un colpo. Invece mio nonno», continua, «andò a stare in un ospizio non molto tempo dopo che mia nonna morì. O facevamo così, oppure qualcuno doveva stare con lui ventiquattr’ore su ventiquattro, e nessuno di noi poteva farlo. Non avevamo neanche i soldi per l’assistenza domiciliare continua. E così se ne dovette andare all’ospizio. Ma una volta lì, cominciò subito a peggiorare. Una volta, dopo che era stato in quel posto per un po’, la mamma andò a fargli visita e quando tornò a casa disse una cosa. Non me lo scorderò mai quello che disse». Iris mi guarda come se neanch’io me lo scorderò mai. E ha ragione. «Disse: “Mio padre non mi riconosce più. Non sa più neanche chi sono io. Mio padre è diventato un vegetale”. Queste sono le parole esatte che disse mia madre». Mia moglie si piega su se stessa, si copre il viso con le mani e comincia a piangere. Mi sposto anch’io ai piedi del letto e mi siedo accanto a lei. Le prendo una mano e me la tengo in grembo. Le metto un braccio sulle spalle. Ce ne stiamo lì seduti a guardare la testata del letto e il comodino, con sopra la sveglia e, accanto, qualche rivista e un tascabile. Siamo seduti sulla parte del letto dove di solito teniamo i piedi quando dormiamo. Pare che chiunque abbia usato questo letto se ne sia scappato in gran fretta. So già che non guarderò più questo letto senza ricordarlo così. Siamo sull’orlo di una qualche scoperta, ma non so bene quale. «Non voglio che una cosa del genere succeda anche a me», dice Iris. 375


«Né a te». Si asciuga il viso con un angolo della coperta e tira un respiro profondo, che però viene fuori come un singhiozzo. «Scusa. È più forte di me», dice. «Non accadrà a nessuno dei due, vedrai», le dico. «Non ti preoccupare, va bene? Stiamo bene, Iris, e continueremo a stare bene. In ogni caso, non è una cosa immediata, c’è tempo. Ehi, io ti voglio bene. Ci vogliamo bene, no? L’importante è questo. È questo quel che conta. Non ti preoccupare, tesoro». «Voglio che tu mi prometta una cosa», fa lei, ritirando la mano. Si toglie anche il braccio che le ho messo sulla spalla. «Voglio che tu mi prometta di staccarmi la spina, se e quando sarà mai necessario. Cioè, se mai si arriverà a quel punto. Hai sentito cosa ho detto? Guarda Jack, su questo punto sono molto seria. Voglio che tu mi stacchi la spina, se mai ti troverai di fronte alla scelta. Me lo prometti?» Non rispondo subito. Che posso dirle? Non hanno ancora scritto un libro su questa cosa. Ho bisogno di rifletterci un attimo. So bene che non mi costa niente dirle che farò qualsiasi cosa lei voglia. Sono solo parole, dopotutto, no? Che ci vuole a dirle? Ma è un pochino più complicato di così; lei da me si aspetta una risposta sincera. E io non so ancora bene come la penso al riguardo. Non voglio dire niente di avventato. Non posso mica dirle una cosa senza pensare a quello che dico, alle conseguenze, a quello che proverà lei quando le dirò... qualsiasi cosa le dirò. Ci sto ancora pensando su quando lei mi fa: «E per te?» «E per me, cosa?» «Vuoi che ti stacchi la spina se mai si arrivasse a quel punto? Dio ce ne scampi e liberi, naturalmente», aggiunge. «Ma sai, anch’io ho bisogno di farmi un’idea - di ricevere istruzioni da te, ora - su quello che vuoi che faccia se le cose dovessero mettersi male». Mi guarda attentamente, aspettando che dica qualcosa. Vuole qualcosa da mettere da parte per usarla un giorno, se e quando ce ne sarà bisogno. Certo. Benissimo. Che mi ci vuole a dirle: Staccami pure la spina, tesoro, se pensi sia la cosa migliore da fare? Ma ci devo riflettere su bene. Non le ho neanche detto ancora se lo farò per lei oppure no. Ora devo pensare anche a me e alla mia situazione. Non credo di dover essere avventato in una cosa del genere. Roba da matti. E i matti siamo noi. Comunque, mi rendo conto che qualsiasi cosa 376


io dica ora, è una cosa con cui, prima o poi, dovrò fare i conti. È una faccenda importante. Stiamo parlando di una questione di vita o di morte. Lei non s’è mossa. Sta ancora aspettando una risposta. E io ho già capito che stamattina non andremo da nessuna parte finché lei non avrà la sua risposta. Ci penso su un altro po’ e poi le dico quello che voglio: «No. Non staccarmi la spina. Non voglio che mi si stacchi la spina. Lasciami attaccato finché è possibile. Chi si opporrebbe? Tu ti opporresti? Darò forse fastidio a qualcuno? Finché la gente potrà sopportare di vedermi, finché proprio non si mettono a urlare appena mi vedono, non staccare un bel niente. Fammi andare avanti, va bene? Fino in fondo. Magari invita i miei amici a venire a dirmi addio, ma non fare niente di avventato». «Cerca di essere serio», mi fa. «Stiamo discutendo di una cosa seria, molto seria». «Ma io sono serio. Non staccarmi la spina. È tanto semplice». Iris annuisce. «Allora va bene. Ti prometto che non te la staccherò». Poi mi abbraccia. Per un attimo mi stringe forte a sé. Quindi mi lascia andare. Guarda la radiosveglia e dice: «Gesù, sarà meglio che ci diamo una mossa!»

Così ci alziamo dal letto e cominciamo a vestirci. In un certo senso come qualsiasi altra mattina, solo che facciamo le cose un po’ più in fretta. Prendiamo il caffè, beviamo il succo di frutta e mangiamo le focaccine all’inglese. Facciamo un commento sul tempo; fuori è coperto e minaccia pioggia. Non parliamo più di spine, di malattie, di ospedali e di altra roba del genere. Le do un bacio e la lascio sulla veranda dell’ingresso con l’ombrellino aperto ad aspettare il passaggio che la porterà al lavoro. Poi corro alla macchina e m’infilo dentro. Faccio riscaldare il motore per un attimo, poi la saluto con la mano e parto. Ma durante la giornata, al lavoro, ripenso ad alcune delle cose che ci siamo detti stamattina. È più forte di me. Tanto per dirne una, ho addosso una stanchezza che mi arriva alle ossa, visto che non ho dormito. Mi sento vulnerabile e in balìa di qualsiasi pensiero angoscioso. A un certo punto, quando non c’è nessuno, appoggio la testa sulla scrivania e m’illudo di poter schiacciare un pisolino. Ma appena chiudo gli occhi, scopro che ci sto ancora pensando. In 377


mente mi appare l’immagine di un letto d’ospedale. Tutto lì: un semplice letto d’ospedale. Il letto si trova in una stanza, suppongo. Poi vedo una tenda a ossigeno sopra il letto e, accanto, diversi di quegli aggeggi, schermi e monitor come quelli che si vedono nei film. Allora riapro gli occhi, mi tiro su a sedere e mi accendo una sigaretta. Mentre la fumo, mando giù anche un sorso di caffè. Poi guardo l’ora e mi rimetto al lavoro. Alle cinque sono così stanco che l’unica cosa che riesco a fare è tornare a casa. Piove e devo guidare con cautela. Con molta cautela. Oltretutto c’è stato un incidente. Un tizio ha tamponato un altro a un semaforo, ma non credo si siano fatti male. Le macchine stanno ancora in mezzo alla strada e la gente è ancora lì attorno a chiacchierare sotto la pioggia. Comunque, il traffico si muove lentamente; la polizia ha acceso delle torce. Appena vedo mia moglie, le dico: «Dio, che giornata! Non mi reggo in piedi. E tu, come stai?» Ci baciamo. Mi tolgo il cappotto e lo appendo. Prendo il bicchierino che Iris mi offre. Poi, siccome vorrei sgombrare il campo e togliermi il pensiero, come si dice, le faccio: «E va bene, se è questo che vuoi, ti staccherò la spina. Se è questo che vuoi che faccia, lo farò. Se è una cosa che qui, in questo momento, ti fa piacere sentirti dire, te la dico: se mai sarò convinto che sarà necessario, te la staccherò la spina, o te la farò staccare. Ma per quanto riguarda la mia di spina, quello che t’ho detto stamattina è ancora valido. E ora non voglio più pensare a questa faccenda. Non ne voglio più neanche parlare. Credo proprio che abbiamo detto tutto quello che c’era da dire sull’argomento. L’abbiamo esaurito da qualsiasi punto di vista. Comunque sia, io mi sento esaurito». Iris sorride. «Vabbè», mi fa. «Almeno adesso lo so di sicuro, comunque. Prima no. Forse sono matta, ma in un certo senso mi sento meglio, se proprio lo vuoi sapere. Neanche io ci voglio più pensare. Ma sono contenta che ne abbiamo discusso. E ti prometto che non solleverò più il problema». Mi porta un altro bicchierino e lo poggia sul tavolo, vicino al telefono. Poi mi mette le braccia attorno al collo e mi tiene stretto così, con la testa appoggiata alla mia spalla. Ma c’è un problema. 378


Quello che le ho appena detto, quello su cui ho riflettuto in varie riprese durante tutta la giornata, be’, sento che è come se avessi attraversato una specie di confine invisibile. Sento che è come se fossi arrivato in un posto in cui non avrei mai pensato di dover andare. E neanche so come ho fatto ad arrivarci. È un posto strano. Un posto dove un sogno innocente e poi un po’ di assonnata conversazione mattutina mi hanno portato a pensare alla morte e all’annullamento totale. Squilla il telefono. Ci stacchiamo e io allungo una mano per rispondere. «Pronto?», faccio io. «Pronto!», risponde la donna. È la stessa donna che ha chiamato stamattina, ma ora non sembra ubriaca. Almeno, non credo; non ha la voce di una che ha bevuto. Parla con calma, con ragionevolezza e mi chiede se posso metterla in contatto con Bud Roberts. Si scusa. Le dispiace disturbarmi, dice, ma è una questione urgente. Le dispiace tanto se la cosa mi ha causato qualche fastidio. Mentre lei parla, con una mano cerco di tirare fuori le sigarette. Me ne infilo una in bocca e faccio scattare l’accendino. Poi tocca a me parlare. Ecco cosa le dico: «Bud Roberts non abita qui. Questo non è il suo numero e non credo che lo sarà mai. Non mi capiterà mai e poi mai di posare lo sguardo sull’uomo di cui sta parlando. Quindi, per favore, non chiami più qui. Mai più, capito? Se non sta attenta, le torcerò il collo». «Certo che ha proprio una bella faccia tosta!», dice Iris. Mi tremano le mani. Credo che stia per accadere qualcosa alla mia voce. Ma mentre cerco di spiegarlo alla donna, mentre cerco di farmi capire per bene, mia moglie si china rapidamente e tutto finisce. La linea rimane muta, e io non sento più niente.

379


Intimità

Ho degli affari da sbrigare quaggiù all’ovest, e così mi fermo in questa cittadina dove abita la mia ex moglie. Sono quattro anni che non ci vediamo. Però, ogni tanto, quando usciva qualche mio pezzo oppure quando qualche giornale o una rivista pubblicavano qualcosa su di me - un profilo, un’intervista io gliel’ho sempre mandato. Non so cosa mi passasse per la testa tranne che credevo che forse le sarebbe interessato. Ad ogni modo, lei non mi ha mai risposto. Sono le nove di mattina, non ho telefonato prima ed è vero che non so quello che mi aspetta. Invece, mi fa entrare. Non sembra nemmeno sorpresa. Non ci stringiamo la mano e neanche ci baciamo, naturalmente. Mi fa accomodare in soggiorno. Appena mi siedo, mi porta un caffè. Quindi comincia a tirare fuori quello che le passa per la testa. Dice che le ho causato un sacco d’ansia, l’ho fatta sentire inerme e umiliata. Non c’è dubbio, mi sento subito a casa. Dice: Ma del resto tu hai cominciato presto a tradirmi. E il tradimento non ti ha mai dato fastidio, a te. Anzi no, dice, non è vero. Almeno, non al principio. Eri diverso, allora. Ma anch’io ero diversa, credo. Era tutto diverso, dice. No, è stato dopo che hai compiuto i trentacinque anni, o i trentasei, non ricordo bene, ma insomma attorno a quell’epoca, che hai cominciato. Eccome se hai cominciato! Ti sei rivoltato contro di me. Ah, sei stato bravissimo, poi. Devi sentirti molto fiero di te. Dice: Certe volte mi viene voglia di mettermi a urlare. Dice che vorrebbe che io mi dimenticassi dei brutti momenti, dei momenti cattivi, quando parlo di allora. Che raccontassi un po’ anche dei momenti belli, dice. C’erano stati anche dei momenti belli, no? Vorrebbe che la piantassi con quell’altra storia. S’è stufata di sentirla. Non ne può più di sentirla raccontare. Il tuo passatempo preferito, dice. Tanto quel che è fatto è fatto e ne è passata di acqua sotto i ponti, dice. Una tragedia, certo. Dio

380


solo sa se è stata una tragedia, pure di più. Ma perché insistere tanto? Non ti stufi mai di tirar fuori quella vecchia storia? Dice: Cristo santo, lascia perdere il passato. Quelle vecchie ferite. Devi pur avere altre frecce al tuo arco, dice. Dice: Vuoi saperne una? Secondo me, sei malato. Secondo me, sei matto perso. Ohé, non crederai mica a quello che dicono di te, vero? Non gli dare retta per niente, dice. Senti, gliele potrei raccontare io un paio di cosette. Digli che vengano a parlare con me, se proprio vogliono sentirsi raccontare una bella storia. Dice: Ma mi stai a sentire, almeno? Ti sto a sentire, dico. Sono tutto orecchi, dico. Dice: Guarda che io ne ho fin qui, stronzo! E poi, chi ti ha chiesto di venire qui, oggi? Io no di certo. Ti presenti come se niente fosse e mi entri in casa. Che cavolo vuoi da me? Il sangue? Ne vuoi altro di sangue? Non ti basta tutto quello che mi hai fatto sputare? Dice: Fa’ finta che io sia morta. Ora voglio solo esser lasciata in pace. Tutto quello che voglio, ora, è di essere lasciata in pace e dimenticata. Sta’ a sentire, ormai ho quarantacinque anni, dice. Quarantacinque e vado per i cinquantacinque, i sessantacinque. Lasciami perdere, capito? Dice: Perché non ci dai su un bel colpo di spugna e poi vedi che ti rimane? Perché non provi a ricominciare da zero? Così vedrai fino a che punto puoi arrivare, dice. Le viene da ridere solo a pensarci. Rido anch’io, ma è per via dei nervi che mi stanno venendo. Dice: La sai una cosa? Ho avuto una grande occasione, una volta, ma me la sono fatta scappare. Così. Mi sa che non te l’ho mai detto. E ora guarda come sono ridotta. Guarda! Guardami bene, dato che ci sei. Mi hai buttata via, brutto figlio di puttana. Dice: Ero giovane, allora, e migliore di adesso. Forse lo eri anche tu, dice. Una persona migliore, no? Per forza. Allora eri meglio, altrimenti non avrei voluto neanche saperne di te. Dice: Ti volevo un bene dell’anima, una volta. Ti amavo alla follia. Veramente. Più di qualsiasi altra cosa al mondo. Pensa un po’. Roba che adesso mi viene da 381


ridere. Ma ci pensi? Una volta noi due eravamo così intimi che adesso non riesco a crederci. Secondo me questa è la cosa più strana di tutte. Il ricordo di essere stata così intima con qualcuno. Noi due eravamo così intimi che mi viene da vomitare. Non riesco neanche a immaginare di poter essere così intima con qualcun altro. Non lo sono mai stata. Dice: Francamente, e dico sul serio, voglio che d’ora in poi tu me ne lasci fuori. Chi ti credi di essere, dopotutto? Ti credi di essere Dio? Non sei neanche degno di leccargli i piedi, a Dio o a chiunque altro, se è per questo. Amico, hai frequentato le persone sbagliate. Ma io che ne so, del resto? Non so più neanche quello che so. So solo che non mi piacciono le cose che hai tirato fuori tu. Questo lo so di certo. Tu lo sai di che sto parlando, vero? Ho ragione, sì o no? Sì, dico io. Ragione da vendere. Dice: Mi daresti ragione comunque, non è vero? Cedi troppo facilmente. L’hai sempre fatto. Non hai neanche lo straccio di un principio, neanche uno. Faresti qualsiasi cosa pur di evitare uno scontro. Ma è una cosa che non sta né in cielo né in terra, sai? Dice: Ti ricordi di quella volta che ti ho minacciato con il coltello? Lo dice così, come per inciso, come se non fosse importante. Vagamente, dico io. Probabilmente me lo meritavo, ma non è che me ne ricordi bene. Dai, perché non me lo racconti? Dice: Adesso comincio a capire. Adesso ho capito perché sei venuto qui. Sì. Lo so io perché sei venuto, lo so meglio di te. Ma furbacchione come sei, lo sai benissimo anche tu perché sei venuto. Questa per te è una battuta di pesca, vero? Sei venuto a caccia di materiale. Focherello, eh? Ho ragione, sì o no? Raccontami del coltello, dico. Dice: Se proprio lo vuoi sapere, mi sono pentita un sacco di non averlo usato, quel coltello. Sul serio. Me ne sono proprio pentita. Guarda, ci ho pensato e ripensato un sacco di volte e mi sono pentita di non averlo usato. L’occasione ce l’avevo. Ma ho esitato. Ho esitato e mi sono rovinata, come ha detto qualcuno. Ma avrei dovuto usarlo e mandare al diavolo tutto e tutti. Avrei dovuto almeno graffiarti un braccio. Almeno quello l’avrei dovuto fare.

382


Be’, però non l’hai fatto, dico io. Credevo che volessi farmi a pezzi, ma non l’hai fatto. Te l’ho levato dalle mani. Dice: Hai sempre avuto una fortuna sfacciata, tu. Me l’hai levato dalle mani e mi hai preso pure a schiaffi. Ma mi dispiace proprio di non averlo usato un po’, quel coltello. Anche un graffio, già sarebbe stato abbastanza perché ti ricordassi di me. Me ne ricordo anche troppo, dico. Ma appena lo dico, vorrei non averlo detto. Dice: Amen, fratello. È proprio questo il guaio, se non l’avevi ancora capito. Il problema è tutto qui. Ma, come ho detto, secondo me ti ricordi le cose sbagliate. Ti ricordi le cose brutte e vergognose. Ecco perché hai subito drizzato le orecchie quando ho tirato fuori la storia del coltello. Dice: Chissà se hai mai qualche rimpianto? Per quel poco che valgono i rimpianti, al giorno d’oggi. Non tanto, immagino. Comunque, a quest’ora dovresti essere diventato uno specialista in rimpianti. Rimpianti, dico io. Non è che m’interessano tanto, a dire la verità. Non è una parola che uso molto spesso. Soprattutto perché non ne ho molti, immagino. Ammetto di avere un debole per il lato oscuro delle cose. Il più delle volte, almeno. Ma rimpianti? Mi pare proprio di no. Dice: Sei proprio un gran figlio di puttana, lo sai? Un figlio di puttana spietato e senza cuore. Te l’ha mai detto nessuno? Me l’hai detto tu, dico. Un sacco di volte. Dice: È perché dico sempre la verità in faccia, io. Anche quando fa male. Non mi sorprenderai mai a dire una bugia. Dice: Mi si sono aperti gli occhi un sacco di tempo fa, sai, ma era già troppo tardi. Ho avuto una grande occasione, ma me la sono fatta scappare di mano. Per un po’ ho perfino pensato che saresti tornato. Chissà poi perché? Mi sa che ero un po’ fuori di testa. Potrei mettermi a piangere tutte le mie lacrime adesso, ma una soddisfazione così non te la darei mai. Dice: Sai una cosa? Se ora tu prendessi fuoco qui, davanti a me, se scoppiassi in fiamme in questo preciso momento, be’, non ti butterei addosso neanche un secchio d’acqua. Le viene da ridere. Poi però si rifà scura in volto. 383


Dice: Che diavolo ci sei venuto a fare qui? A rinfrescarti la memoria? Te ne potrei raccontare per giorni e giorni. Mi sa che lo so com’è che sei rispuntato qua, ma vorrei sentirlo dire da te. Quando non rispondo, quando continuo a starmene lì seduto senza far niente, lei continua. Dice: Dopo quella volta, dopo che te ne sei andato, non m’è importato più niente di niente. Né dei ragazzi, né di Dio, né di nient’altro. Era come se non sapessi neanche cosa m’aveva colpito. Era come se avessi cessato di esistere. La mia vita andava avanti, andava avanti, e poi si è fermata di botto. Anzi, no, non di botto, si è fermata stridendo e sbandando, come in una brusca frenata. Ho pensato: Be’ se non valgo un accidenti per lui, allora vuol dire che non valgo un accidenti né per me né per chiunque altro. È stata questa la cosa peggiore che ho provato. Mi pareva che mi si dovesse spezzare il cuore. Ma che dico? Mi si è spezzato, e come. Mi si è spezzato di colpo. È ancora spezzato, se vuoi saperlo. E questa è la mia storia, in breve. Ho messo tutte le mie uova in un paniere, dice. E brava la moglie del romanziere: ha messo le uova marce nel paniere. Dice: Ti sei trovato un’altra, vero? Non ti ci è voluto molto, eh? E adesso sei felice. Almeno, questo è quanto dicono di te: «Adesso è felice». Sai, le leggo tutte le cose che mandi! Cosa credi? Stammi bene a sentire, amico, ti conosco bene, sai? Ti ho sempre letto dentro, allora come oggi. Conosco il tuo cuore per dritto e per rovescio, non te lo scordare mai. Il tuo cuore è una giungla, una foresta fitta, un secchio della spazzatura, se proprio vuoi saperlo. Se quella gente là vuole chiedere qualcosa a qualcuno, mandali da me. Lo so io come funzioni tu. Tu mandali da me e vedrai che gliele riempio io le orecchie, a quelli. Io c’ero. Lo so io quello che ho passato, amici belli. E poi mi hai messo in mostra e in ridicolo nelle tue cosiddette opere. In modo che ogni Tizio e Caio s’impietosisse o mi giudicasse. Chiedimi un po’ se mi dispiaceva. Chiedimi se mi metteva in imbarazzo. Avanti, su, chiedimelo. No, dico io, non te lo chiedo. Non voglio toccare questo tasto, dico. Ah, certo che non vuoi!, dice. E sai benissimo perché non lo vuoi toccare, vero? Dice: Tesoro, senza offesa, ma certe volte mi viene una gran voglia di spararti e di vederti crepare. 384


Dice: Non riesci neanche a guardarmi negli occhi, eh? Dice, parole testuali: Non riesci neanche a guardarmi negli occhi mentre ti parlo, eh? E allora, va bene, la guardo negli occhi. Dice: Ah, bene. Così va bene, dice. Adesso sì che forse faremo qualche progresso. Già va meglio. Ci sono un sacco di cose che si capiscono sulla persona con cui parli se la guardi negli occhi. Lo sanno tutti. Ma sai un’altra cosa? In tutto il mondo non c’è nessun altro che te lo potrebbe dire questo, solo io. Solo io ne ho il diritto. È un diritto che mi sono guadagnata solo io, ragazzo. Tu ti credi di essere qualcun altro. E questa è la pura verità. Ma che ne so io?, diranno tra cent’anni. Diranno: Chi era lei, alla fin fine? Dice: Ad ogni modo, com’è vero il diavolo, tu ti credi che io sia qualcun’altra. Tanto, dopotutto, non ho neanche più lo stesso nome, ormai! Non ho né il nome con cui sono nata, né quello con cui sono vissuta con te e nemmeno il nome che avevo due anni fa. Che significa, eh? Cosa diavolo significa tutta questa storia, eh? Fammiti dire una cosa. Voglio essere lasciata in pace, d’ora in poi. Ti prego. Non è mica un delitto. Dice: Possibile che non hai un altro posto dove andare? Un aereo da prendere? Non dovresti essere lontano da qui, da qualche altra parte, in questo preciso momento? No, dico io. Poi ripeto: No. Da nessun’altra parte, dico. Non devo essere da nessun’altra parte. E poi faccio una cosa. Allungo una mano e le prendo la manica della camicetta tra il pollice e l’indice. Tutto qui. La tocco un attimo così e poi ritiro la mano. Lei non si ritrae. Non fa una mossa. Poi ecco cosa faccio dopo. Mi metto in ginocchio, un uomo grande e grosso come me, e le prendo l’orlo della gonna. Cosa ci faccio lì, sul pavimento? Magari lo sapessi. So solo che è così che devo stare in questo momento e rimango lì, in ginocchio, attaccato all’orlo della sua gonna. Per un attimo lei non si muove. Ma un attimo dopo eccola che dice: Ehi, non è niente, su, stupidone. Sei così scemo, a volte. Adesso alzati, su. T’ho detto di alzarti, dai. Senti, va tutto bene. Ormai il peggio è passato. Ci è voluto un po’, prima che mi passasse. Cosa credevi? Che non mi sarebbe 385


passata? Poi ti presenti qui e tutta la faccenda mi ricasca addosso. Ho sentito il bisogno di sfogarmi un po’. Ma lo sai benissimo, come lo so io, che è una storia ormai chiusa e finita. Dice: Sai, tesoro, per un periodo lunghissimo ero proprio inconsolabile. Inconsolabile, dice. Segnati questa parola sul tuo taccuino. Te lo posso dire per esperienza diretta, è la parola più triste di tutto il vocabolario. Ad ogni modo, alla fine ce l’ho fatta. Il tempo è galantuomo, come diceva un vecchio saggio. O era una vecchia signora sfiorita? Be’, uno dei due. Dice: Adesso ho la mia vita. È una vita diversa dalla tua, ma immagino che non è che dobbiamo metterci a fare dei confronti. È la mia vita, e questa è la cosa importante da capire a mano a mano che s’invecchia. Ad ogni modo, non sentirti troppo in colpa, dice. Cioè, va bene sentirsi un po’ in colpa, forse. Non ti fa mica male, dopotutto bisogna aspettarselo, no? Anche se, a quanto pare, non riesci ad avere dei rimpianti. Dice: Senti, ora devi alzarti di lì e andartene. Mio marito tornerà a casa per il pranzo tra non molto. Come farei a spiegargli questa situazione? È pazzesco, ma io sono ancora lì in ginocchio che le tengo l’orlo della gonna. Non riesco a lasciarlo. Sono lì come un cagnolino e mi pare di essere rimasto attaccato al pavimento. È come se non riuscissi a muovermi di lì. Dice: Alzati subito. Che c’è? Vuoi ancora qualcosa da me. Cos’è che vuoi? Vuoi che ti perdoni, eh? È per questo, vero, che ti comporti così? Ecco perché sei venuto fin qui. La storia del coltello, poi, t’ha fatto drizzare le orecchie, eh? Mi sa che te l’eri scordata. E avevi bisogno che io te la ricordassi. D’accordo, se poi te ne vai senza storie, ti dirò una cosa. Dice: Ti perdono. Dice: Sei soddisfatto, adesso? Così va meglio? Sei contento? Adesso è contento, dice. Ma io rimango lì, le ginocchia incollate al pavimento. Dice: Hai sentito cosa ho detto? Devi andartene subito. Ehi, stupidone, tesoro, ho detto che ti perdono. E ti ho pure ricordato la storia del coltello. Non riesco a pensare cos’altro potrei fare per te ora. Ormai la tua vita fila via liscia, piccolo. Coraggio, su, te ne devi proprio andare, adesso. Dai, alzati, forza. Così va bene. Sei ancora un omone, sai. Eccoti il cappello, non ti scordare il cappello. Prima non lo portavi mai il cappello. Non t’ho mai visto col cappello, prima. 386


Dice: Stammi bene a sentire adesso. Guardami e ascolta bene quello che ti dico. Mi si avvicina. È a una decina di centimetri dalla mia faccia. Era un bel pezzo che non si stava così vicini. Respiro a piccoli fiotti in modo che lei non se ne accorga e aspetto. Mi pare che anche il cuore mi rallenti di parecchio, almeno così mi pare. Dice: Raccontalo pure come ti senti di raccontarlo e dimentica il resto. Come sempre, del resto. Ormai lo fai da tanto di quel tempo che non deve riuscirti difficile, no? Dice: Ecco fatto. Adesso sei libero, no? Perlomeno ti credi di esserlo. Finalmente libero. È una battuta, ma non ridere. Ad ogni modo, ti senti meglio, no? Mi accompagna per il corridoio. Dice: Non riesco a pensare come lo spiegherei a mio marito se dovesse entrare in casa in questo momento. Ma chi se ne frega più, ormai, giusto? In ultima analisi, a nessuno gliene frega più di niente. E poi, secondo me, tutto quello che poteva succedere è già successo. A proposito, lui si chiama Fred. È una brava persona, si guadagna la vita lavorando sodo. Mi vuole bene. Così mi accompagna alla porta di casa, che per tutto questo tempo è rimasta aperta. Quella porta ha fatto entrare luce e aria fresca tutta la mattina e anche i rumori della strada, eppure noi non ci abbiamo fatto neanche caso. Guardo fuori e, Gesù, c’è una bella luna bianca appesa al cielo del mattino. Non ricordo di aver mai visto una cosa del genere. È straordinario. Ma ho paura di fare commenti. Sul serio. Non so cosa potrebbe succedere. Potrei perfino scoppiare in lacrime. Potrei non capire neanche una parola di quello che direi. Dice: Forse un giorno tornerai, o forse no. Piano piano, l’effetto passerà, sai. Tra non molto ricomincerai a sentirti in colpa. Può anche darsi che ci scappi un bel racconto, dice. Ma se è così, io non ne voglio sapere niente. La saluto. Lei non dice nient’altro. Si guarda le mani e poi le infila nelle tasche della gonna. Scuote la testa. Torna dentro e stavolta chiude la porta. M’incammino lungo il marciapiede. In fondo alla strada, dei ragazzi si lanciano una palla. Ma non sono i miei ragazzi e neanche i suoi. Ci sono foglie dappertutto in terra, persino nelle cunette. Dovunque giri gli occhi, mucchi di foglie. Continuano a cadere dagli alberi mentre cammino. Non 387


faccio un passo senza calpestare foglie. Bisogna che qualcuno si dia un poâ&#x20AC;&#x2122; da fare, qua attorno. Bisogna che qualcuno prenda in mano il rastrello e dia una bella sistemata.

388


Menudo

Non mi viene sonno, ma quando sono sicuro che mia moglie Vicky dorme, mi alzo e dalla finestra della camera da letto mi metto a guardare la casa di Oliver e Amanda, dall’altra parte della strada. Sono tre giorni che Oliver non c’è, ma sua moglie, Amanda, sta sveglia. Neanche a lei viene sonno. Sono le quattro di mattina e fuori non si sente un rumore - né il vento, né le macchine, non c’è neanche la luna - solo la casa di Oliver e Amanda, con le luci accese e le foglie ammucchiate sotto le finestre sul davanti. Un paio di giorni fa, in un momento che non riuscivo a stare fermo, ho rastrellato il nostro giardino, il mio e di Vicky. Ho raccolto tutte le foglie, le ho messe dentro ai sacchi, li ho chiusi e li ho ammucchiati lungo il marciapiede. Poi m’era venuto l’impulso di attraversare la strada e rastrellare le foglie anche lì, ma poi non ne ho fatto nulla. È colpa mia se le cose stanno come stanno dall’altra parte della strada. Sono riuscito a dormire solo poche ore da quando Oliver se n’è andato. Vicky mi ha visto ciondolare mesto per casa, con la faccia tirata, e ha deciso di mettere assieme due più due. Adesso se ne sta lì nella sua metà del letto, rincantucciata su trenta centimetri di materasso. Quando s’è messa a letto ha cercato di mettersi in una posizione che le impedisse di rotolare nel sonno vicino a me. Non s’è più mossa da quando si è coricata: all’inizio ha singhiozzato un po’, poi s’è addormentata. È esausta. Anch’io. Ho preso quasi tutte le pillole di Vicky, eppure non mi viene sonno lo stesso. Sono tutto teso. Ma forse, se continuo a guardare, riuscirò a intravedere Amanda che gira per casa, oppure a coglierla mentre anche lei sbircia da dietro una tendina e cerca di vedere se riesce a vedere qualcosa di qua. E anche se la vedessi? E allora? Cosa cambierebbe? Vicky dice che sono pazzo. Ha detto anche di peggio, ieri sera. Ma non si può fargliene una colpa. Gliel’ho detto - ho dovuto dirglielo - ma non le ho detto che si trattava di Amanda. Quando è uscito fuori il nome di Amanda, ho insistito che non era lei. Vicky ha dei sospetti, ma io non ho fatto nomi. Non le ho detto chi 389


era, anche se lei voleva tirarmelo fuori a tutti i costi e mi ha anche preso a botte in testa. «Che t’importa chi è?», le ho detto. «È una che non conosci», ho mentito. «Non la conosci e basta». È stato allora che s’è messa a darmi le botte in testa. Mi sento strafatto. Come dice il mio amico pittore, Alfredo, quando parla dei suoi amici che sono partiti con qualche droga. Strafatto. Sono proprio strafatto. Roba da matti. Lo so benissimo, ma non riesco a non pensare ad Amanda. Sono ridotto così male che mi sorprendo perfino a pensare a Molly, la mia prima moglie. Volevo bene a Molly, l’amavo più della mia vita, pensavo, all’epoca. Continuo a immaginarmi Amanda con la camicia da notte rosa, quella che mi piace tanto quando se la mette, e con le pantofole rosa. E sono sicuro che in questo momento se ne sta sprofondata nella grande poltrona di pelle, sotto la lampada d’ottone. Fuma una sigaretta dietro l’altra. Ha due posacenere a portata di mano e sono tutti e due pieni. A sinistra, accanto alla lampada, c’è un tavolinetto ingombro di riviste - le solite riviste che legge la gente per bene. Siamo tutti gente per bene, tutti noi, ma solo fino a un certo punto. In questo stesso istante, immagino che Amanda stia sfogliando una di queste riviste, fermandosi ogni tanto a guardare una foto o una vignetta. Due giorni fa, di pomeriggio, Amanda mi fa: «Non riesco più a leggere un libro. E chi ha tempo?» Era il giorno dopo che Oliver se n’era andato, stavamo tutti e due in un piccolo bar della zona industriale. «E chi riesce più a concentrarsi?», aveva detto, mescolando il caffè. «E chi legge più? Tu leggi?» (Feci di no con la testa.) «Qualcuno deve pur leggere, immagino. Almeno si vedono tanti di quei libri nelle vetrine delle librerie, e poi ci sono quei club. Qualcuno legge ancora», aveva detto. «Ma chi? Non conosco nessuno che legga». Così aveva detto, a proposito di niente - cioè, non stavamo mica parlando di libri, parlavamo delle nostre vite. I libri non c’entravano per niente. «Che t’ha detto Oliver quando gliel’hai detto?» D’un tratto mi colpì il fatto che quello che stavamo dicendo, le facce tese e guardinghe che avevamo, sembravano quelle degli sceneggiati del pomeriggio, i programmi che mi facevano spegnere il televisore subito dopo averlo acceso.

390


Amanda aveva abbassato lo sguardo e scosso la testa, come se non riuscisse nemmeno a sopportarne il ricordo. «Non è che gli hai confessato anche con chi avevi una relazione, eh?» Lei aveva di nuovo scosso la testa. «Ne sei sicura, eh?» Ho aspettato che rialzasse gli occhi dal caffè. «Non ho fatto nomi, se è questo che vuoi dire». «Ti ha detto dove andava, o quanto sarebbe stato via?», avevo insistito io, pregando in cuor mio di non dovermi sentir dire certe cose. Stavo parlando del mio vicino, di Oliver Porter. Un uomo che avevo contribuito a far andare via di casa. «Non ha detto dove andava. In albergo, credo. Ha detto che dovevo organizzarmi e sparire - sparire, proprio così ha detto. Lo ha detto in tono quasi biblico - dalla sua casa, dalla sua vita, entro una settimana. Immagino che alla fine della settimana tornerà. Perciò dobbiamo prendere una decisione importante, tesoro, molto presto. Tu e io dobbiamo prendere questa decisione in gran fretta». Adesso toccava a lei guardarmi, e sapevo che si aspettava da me un segnale che significasse un impegno definitivo, per tutta la vita. «Una settimana», dissi. Guardai il mio caffè, che intanto era diventato freddo. Erano successe un sacco di cose in un periodo molto breve, e stavamo entrambi cercando di assorbirle. Non so che genere di programmi a lunga scadenza avevamo avuto in mente, se pure li avevamo avuti, in quei mesi in cui eravamo passati dall’infatuazione all’amore e poi agli appuntamenti pomeridiani. Ad ogni modo, ora eravamo veramente in un bel pasticcio. Una pasticcio serio. Non avremmo mai immaginato - neanche lontanamente - che ci saremmo ridotti così, a nasconderci in un bar nel bel mezzo del pomeriggio, a cercare di prendere certe decisioni. Alzai gli occhi, e Amanda riprese a mescolare il caffè. Lo girò per un pezzo. Le sfiorai la mano e le cadde il cucchiaino. Lo raccolse e ricominciò a mescolare. Potevamo essere una coppia qualsiasi che prendeva un caffè al tavolo sotto la luce al neon di un bar scalcinato. Una coppia qualsiasi, come ce ne sono tante. Presi la mano di Amanda e la strinsi tra le mie: le cose sembrarono andare un po’ meglio.

391


Vicky dorme ancora dalla sua parte quando scendo di sotto. Ho in mente di scaldarmi un po’ di latte e di berlo. Una volta, quando non riuscivo a dormire, bevevo whisky, ma poi ho smesso. Adesso bevo solo latte caldo. Ai tempi del whisky mi svegliavo nel cuore della notte con una sete tremenda. Però, allora, ero previdente: tenevo una bottiglia d’acqua in frigo, per esempio. Mi svegliavo completamente disidratato, con una sudarella dalla testa ai piedi, ma bastava fare due passi fino in cucina e potevo contare sul fatto di trovare una bella bottiglia d’acqua fresca in frigo. Me la scolavo tutta, a garganella, un intero litro d’acqua.

Ogni

tanto

usavo

anche

il

bicchiere,

ma

non

tanto

spesso.

Improvvisamente mi sentivo un’altra volta ubriaco e ondeggiavo per tutta la cucina. Non so neanche come spiegarlo - un minuto ero sobrio, il minuto dopo ero ubriaco fradicio. Il bere faceva parte del mio destino - almeno secondo Molly. Ci credeva un sacco a questa cosa del destino. La mancanza di sonno mi stranisce. Darei qualsiasi cosa, praticamente, pur di riuscire ad addormentarmi e dormire il sonno del giusto. Ma poi, perché mai dobbiamo dormire? E perché certe crisi tendono a farci dormire di meno, mentre altre ci fanno dormire di più? Per esempio, quella volta che a mio padre gli prese un colpo. Si svegliò dopo il coma - sette giorni e sette notti nel lettino dell’ospedale - e con tutta calma disse «Ciao» alla gente nella stanza. Poi fissò lo sguardo su di me. «Ciao, figliolo», disse. Cinque minuti dopo, morì. Così, semplicemente - morì. Comunque, durante tutta la crisi, non mi cambiai mai e non andai mai a letto. Può darsi che mi sia appisolato qualche minuto sulla sedia della stanza d’attesa, di tanto in tanto, ma non sono mai andato a letto a dormire veramente. E poi un anno fa, circa, ho scoperto che Vicky si vedeva con un altro uomo. Invece di affrontarla e dirgliene quattro, quando l’ho scoperto, sapete cosa ho fatto? Sono andato a letto e ci sono rimasto. Non mi sono alzato per giorni e giorni, forse una settimana - non lo so. Cioè, mi alzavo per andare in bagno, è chiaro, oppure in cucina a prepararmi un panino. Una volta, di pomeriggio, sono perfino andato in soggiorno in pigiama e ho provato a leggere il giornale. Mi sono addormentato in poltrona. Allora mi sono riscosso, ho aperto gli occhi e me ne sono tornato a letto a dormire un altro po’. Non mi bastava mai il sonno. 392


Poi è passata. Superammo anche quella. Vicky piantò il suo amante, o lui piantò lei, non l’ho mai saputo. So solo che per un po’ lei si era allontanata da me e poi era tornata. Ma ora ho la sensazione che questa qui, di crisi, non la supereremo. È una faccenda un po’ diversa. Oliver ha dato quell’ultimatum ad Amanda. Eppure, non è possibile che anche Oliver, in questo momento, sia sveglio e stia scrivendo una lettera di riconciliazione ad Amanda? Può darsi che in questo istante sia lì intento a scribacchiare, tentando di convincerla che quello che lei sta facendo a lui e a Beth, la loro bambina, è una cosa stupida, disastrosa e in definitiva tragica per tutti e tre. No, non esiste. Conosco Oliver. È un uomo implacabile, uno che non perdona. Il tipo che con una mazzata può mandare una palla da croquet fino al prossimo isolato - l’ho visto io. Non è il tipo che scriverebbe una lettera del genere. Le ha dato un ultimatum, giusto? Tanto basta. Una settimana. Ormai mancano quattro giorni. O tre? Può anche darsi che Oliver sia sveglio in questo momento, ma se lo è, se ne sta seduto in poltrona nella sua camera d’albergo con un bicchiere di vodka ghiacciata in mano, con i piedi sul letto, col televisore al minimo. È tutto vestito, tranne per le scarpe. Non s’è messo le scarpe - è l’unica cosa che si è concesso. Questa, e il fatto che si è allentato la cravatta. Oliver è implacabile.

Riscaldo il latte, con un cucchiaino tolgo il velo di panna che si è formato sulla superficie e lo verso. Poi spengo la luce in cucina, porto la tazza in soggiorno e mi siedo sul divano, da dove posso guardare le finestre illuminate dall’altra parte della strada. Ma non riesco a stare seduto tranquillo. Continuo a muovermi, accavallo prima una gamba, poi l’altra. Sento che potrei sprizzare scintille, oppure rompere una finestra - o forse cambiare di posto ai mobili. Le cose che ti passano per la testa quando non si riesce a dormire! Prima, quando pensavo a Molly, per un attimo non sono riuscito neanche a ricordarmi che aspetto avesse, Cristo santo, eppure siamo stati insieme per anni, più o meno continuamente, da quando eravamo ragazzini. Molly, che diceva mi avrebbe amato per sempre. L’unico ricordo che mi restava era l’immagine di lei 393


seduta a piangere al tavolo della cucina, le spalle incurvate in avanti, le mani che le coprivano il viso. Per sempre, aveva detto. Ma le cose non erano andate così. Alla fin fine, aveva detto, non importava, non gliene fregava niente, a lei, se noi due avremmo passato il resto della vita insieme o meno. Il nostro amore esisteva «a un livello superiore». Proprio così disse a Vicky per telefono una volta, dopo che Vicky e io avevamo messo su casa insieme. Molly telefonò, beccò Vicky e le disse: «Tu puoi anche avere il tuo rapporto con lui, ma anch’io avrò sempre il mio. Il suo destino e il mio sono legati». Molly, la mia prima moglie, parlava proprio in questo modo: «I nostri destini sono legati». Ma all’inizio non parlava mica così. È stato solo in seguito, dopo che erano successe un sacco di cose, che cominciò a usare parole tipo «cosmico», «predisposizione» e così via. Ma i nostri destini non sono affatto legati - perlomeno non ora, se mai lo sono stati. Non so neanche con certezza dove si trovi adesso. Credo di essere in grado di indicare la svolta decisiva, il momento esatto in cui le cose cominciarono ad andare a rotoli per Molly. Fu dopo che avevo cominciato a vedermi con Vicky e Molly lo scoprì. Un giorno mi chiamarono dal liceo dove Molly insegnava e mi dissero: «Per favore, sua moglie è davanti alla scuola che fa le capriole. Sarà meglio che venga subito a prenderla». Fu dopo che la portai a casa che cominciai a sentir parlare di «poteri superiori», di «lasciarsi guidare dal flusso» e roba del genere. Il nostro destino aveva subito «una revisione». Be’, se fino ad allora avevo esitato, a quel punto me la battei il più in fretta possibile e la lasciai - la donna che conoscevo da tutta la vita, che era stata la mia migliore amica per anni, la mia confidente più intima. La scaricai. Tanto per cominciare, avevo paura. Una paura tremenda. La ragazza con cui avevo cominciato a vivere, quell’anima dolce e delicata, era finita in mano a indovini, chiromanti, gente che guardava nelle sfere di cristallo, in cerca di risposte nel tentativo di scoprire cos’è che doveva fare della sua vita. Ha lasciato il lavoro, ha incassato la liquidazione e da allora non ha più preso una decisione senza consultare prima l’I Ching. Ha cominciato a vestirsi in modo strano - stoffe tutte pieghettate, piene di arancione e di bordeaux. Si è andata

394


perfino a impegolare con un gruppo di persone che si sedevano in circolo, non scherzo mica, e cercavano di levitare. Quando Molly e io crescevamo insieme, lei era parte di me e, certo, anch’io ero parte di lei. Ci amavamo. Era veramente il nostro destino. Ci credevo anch’io. Ma ora non so più in cosa credere. Non mi sto mica lamentando, sto semplicemente dicendo le cose come stanno. Sono ridotto a non credere più a niente. E devo andare avanti così. Senza destino. Solo la prossima cosa che mi capita, e che significa qualsiasi cosa pensi che significhi. Mi tocca andare avanti per impulsi ed errori, come tutti, del resto. E Amanda? Mi piacerebbe credere in lei, che Dio la benedica. Ma quando ha incontrato me era perché cercava qualcuno. Così succede alla gente quando comincia a essere irrequieta: s’infilano in una storia, fiduciosi che quella cambierà finalmente le cose. Mi viene voglia di uscire fuori e mettermi a gridare: «Niente di tutto questo vale la pena!» Ecco cosa vorrei che la gente sentisse. «Il destino», diceva Molly. Per quanto ne so io, sta ancora lì a parlarne.

Tutte le luci sono spente di là, ora, tranne quella della cucina. Potrei provare a chiamare Amanda per telefono. Certo che potrei, ma sai che beneficio ne ricaverei! E se Vicky mi sentisse fare il numero o parlare al telefono e scendesse a vedere? E se alzasse il ricevitore di sopra e si mettesse ad ascoltare? E poi, può sempre essere che dall’altra parte mi risponda Beth. Non ho proprio voglia di mettermi a parlare con dei ragazzini, stamattina. Anzi, non ho voglia di parlare con nessuno. In verità, mi andrebbe di parlare con Molly, se potessi, ma non è più possibile - è diventata un’altra, ormai. Non è più Molly. Ma - che posso dire? - anch’io sono diventato qualcun altro. Vorrei tanto essere come qualsiasi altro da queste parti - una persona normale, essenziale, senza particolari qualità - e salire su in camera, mettermi a letto e dormire. Oggi sarà un grande giorno e mi piacerebbe essere pronto. Vorrei tanto dormire e svegliarmi per trovare che la mia vita è tutta cambiata. Non necessariamente solo le cose importanti, come questa storia con Amanda, o il mio passato con Molly, ma anche quelle che sono senza dubbio in mio potere.

395


Prendiamo ad esempio la situazione con mia madre: le mandavo dei soldi ogni mese. Ma poi ho cominciato a mandarle la stessa cifra in due rate ogni sei mesi. Le davo i soldi il giorno del suo compleanno e il giorno di Natale. Pensavo: così non devo stare sempre con la preoccupazione di scordarmi il suo compleanno e non devo preoccuparmi di mandarle un regalo a Natale. Insomma, non devo più preoccuparmi, punto e basta. E per parecchio tempo ha funzionato a meraviglia. Poi, l’anno scorso, a un certo punto - era un periodo tra una rata e l’altra, era marzo o forse aprile - mi chiede una radio. Una radio, mi disse, le sarebbe stata di molto aiuto. Quello che voleva era una piccola radiosveglia. La poteva sistemare in cucina e averla lì attorno da ascoltare quando si preparava qualcosa per cena. E così poteva tenere d’occhio anche il quadrante dell’orologio, in modo da regolarsi quando era ora di tirare fuori le cose dal forno, oppure quanto mancava all’inizio di uno dei suoi programmi preferiti. Una piccola radiosveglia. All’inizio fece dei vaghi accenni. Disse: «Certo che mi piacerebbe avere una radiolina. Ma non posso permettermela. Mi sa che mi tocca aspettare fino al mio compleanno. Quella che avevo è cascata e s’è rotta. Però la radio mi manca». La radio mi manca. Proprio così mi diceva quando ci sentivamo per telefono, oppure accennava all’argomento quando mi scriveva. Alla fine, sapete cosa le ho detto? Le dissi per telefono che non potevo permettermi di comprare una radio. Glielo ripetei anche in una lettera, tanto per essere sicuro che lo capisse. Non posso permettermi di comprare una radio, le scrissi proprio così. Non posso fare di più di quello che faccio, le dissi. Queste furono le mie esatte parole. Ma non era mica vero! Avrei potuto fare di più. Solo che le dissi che non potevo. Certo che potevo permettermi di comprarle una radiolina. Quanto mi poteva costare? Trentacinque dollari? Diciamo meno di quaranta, tasse comprese. Gliela avrei potuta spedire per posta, una radiolina. Oppure potevo fargliela spedire direttamente da qualcuno al negozio, se proprio non volevo prendermi il disturbo. O invece potevo mandarle un assegno di quaranta dollari insieme a un bigliettino con su scritto: Questi sono i soldi per la tua radiolina, mamma.

396


Insomma me la sarei potuta cavare in diversi modi. Per quaranta dollari capirai! E invece niente. Non me ne volli separare. Mi pareva fosse una questione di principio. Almeno, così continuavo a ripetermi: è una questione di principio. Ah! Sapete che è successo poi? Mia madre è morta. È morta. Tornava a casa a piedi dalla drogheria, con la sua busta della spesa, è caduta sulla siepe di un giardino ed è morta. Presi un aereo fin laggiù per sistemare le cose. Era ancora all’obitorio, e avevano la borsetta e la busta con la spesa dietro a una scrivania nell’ufficio. Non mi preoccupai neanche di guardare dentro la borsetta, quando me la porsero. Ma quello che c’era nella busta della drogheria era un vasetto di Metamucil, due pompelmi, una confezione di formaggio fresco, un litro di panna acida, un po’ di patate, cipolle e un pacchetto di carne macinata che aveva già cominciato a cambiare colore. Dio, quanto ho pianto quando ho visto quelle cose! Non riuscivo più a smettere. Credevo che non avrei smesso più di piangere. La donna che sedeva dietro la scrivania non sapeva più che fare e mi portò un bicchiere d’acqua. Poi mi diedero un sacchetto per metterci la spesa di mia madre e un altro sacchetto per i suoi effetti personali - la borsetta e la dentiera. Più tardi, mi misi la dentiera in tasca e andai giù dall’impresario di pompe funebri con una macchina a nolo e lì la diedi a qualcuno.

La luce nella cucina di Amanda è ancora accesa. È una luce vivida che rischiara anche tutte quelle foglie là fuori. Forse sta come me e anche lei ha paura. Forse ha lasciato quella luce accesa così, tanto per rischiarare la notte. Ma può anche darsi che anche lei stia sveglia al tavolo della cucina e mi stia scrivendo una lettera sotto quella luce. Amanda mi sta scrivendo una lettera e in qualche modo me la farà avere tra le mani più tardi, quando il giorno comincia sul serio. Adesso che ci penso, non ho mai ricevuto una lettera da lei, da quando ci conosciamo. È un bel pezzo che va avanti questa storia - sei mesi, otto mesi - ma non ho mai neanche visto che calligrafia ha. A questo punto non sono neanche sicuro che sappia scrivere. 397


Penso di sì. Ma certo che sa scrivere. Parla sempre di libri, no? E poi, cosa importa? Be’, un po’ importa, credo. Comunque sia, le voglio bene lo stesso, no? D’altronde, neanche io le ho mai scritto niente. Ci siamo sempre parlati per telefono oppure di persona. Molly sì che scriveva lettere. Ha continuato a scrivermi lettere anche dopo che avevamo smesso di vivere insieme. Vicky prendeva le sue lettere dalla cassetta e le lasciava sul tavolo della cucina senza dire una parola. A poco a poco le lettere cominciarono a farsi più rare, arrivavano irregolarmente ed erano sempre più strane. Ma quando scriveva, quelle lettere mi facevano venire i brividi. Parlava sempre di «aure» e di «segni». Ogni tanto riferiva di una voce che le diceva cosa doveva fare o dove doveva andare. E una volta mi scrisse che, qualsiasi cosa fosse successa, noi due eravamo ancora «sulla stessa frequenza». Lei sapeva sempre con esattezza come mi sentivo, diceva. Di tanto in tanto, «si sintonizzava con me», diceva. A leggere quelle sue lettere, mi si rizzavano i peli sulla nuca. Aveva pure tirato fuori un’altra parola per chiamare il destino: Karma. «Sto seguendo il mio karma», scriveva. «Il tuo karma ha preso una brutta piega».

Mi piacerebbe andarmene a dormire, ma a che serve? Tra poco la gente si alzerà. Ancora un po’ e la sveglia di Vicky si metterà a suonare. Vorrei tanto tornarmene di sopra e rinfilarmi a letto con mia moglie, dirle che mi dispiace, ho fatto uno sbaglio, scordiamoci tutta questa storia - e poi mettermi a dormire e risvegliarmi con lei tra le braccia. Ma ormai questo diritto me lo sono giocato. Ormai mi sono tagliato fuori da tutto questo e non posso rientrarci! Ma mettiamo il caso che ci provi. Mettiamo che me ne torni di sopra e mi infili a letto vicino a Vicky come vorrei. Lei si potrebbe svegliare e dire: Brutto bastardo! Non t’azzardare a toccarmi, brutto figlio di puttana! Ma che vuole, poi? Non m’azzarderei mica a toccarla. Non come dice lei, neanche per sogno. Un paio di mesi dopo che lasciai Molly, dopo che la piantai, insomma, Molly ebbe veramente un crollo. Le venne l’esaurimento che le si era andato accumulando piano piano. La sorella si preoccupò che ricevesse tutte le cure necessarie. Ma che dico? La chiusero in manicomio. Dissero che ce n’era bisogno. 398


Chiusero in manicomio mia moglie. A quell’epoca vivevo già insieme a Vicky e stavo cercando di non bere più whisky. Non potevo fare niente per Molly. Voglio dire, lei era là e io ero qua, e non avrei potuto tirarla fuori da quel posto neanche se avessi voluto. Comunque il fatto è che non ne avevo alcuna intenzione. Lei l’avevano chiusa là dentro perché ce n’era bisogno, avevano detto. Nessuno disse niente sul destino. Le cose erano andate ben oltre. E io non l’andai neanche a trovare, nemmeno una volta! In quel periodo, credevo che non avrei granché sopportato di vederla lì dentro. Però, Cristo santo, come mi stavo comportando? Come l’amico nella buona sorte? Ne avevamo passate tante insieme. Ma che cavolo avrei potuto dirle? Mi dispiace per tutta questa storia, tesoro. Immagino che avrei potuto dirle una cosa del genere. Volevo scriverle, ma poi non l’ho fatto. Neanche una parola. Comunque, a pensarci bene, anche in una lettera, cosa potevo dirle? Come ti trattano, piccola? Mi spiace che tu sia finita lì, ma non ti arrendere. Ti ricordi i bei tempi? Ti ricordi di tutte le volte che siamo stati felici insieme? Ehi, senti, mi spiace di averti cacciato in questo pasticcio. Mi spiace che sia andata a finire così. Mi spiace che sia andata a finire tutto a puttane. Mi dispiace, Molly. Non le scrissi. Immagino che stavo cercando di dimenticarmela, di fare finta che non esistesse. Molly chi? Avevo lasciato mia moglie e mi ero presa quella di un altro: Vicky. Ora penso che forse ho perso anche lei. Ma Vicky non è certo una da rinchiudere in qualche colonia estiva per malati di mente. Lei è un tipo duro. Ha piantato il suo ex marito, Joe Kraft, senza neanche batter ciglio; secondo me non ci ha perso neanche una notte di sonno. Vicky Kraft-Hughes. Amanda Porter. È qui che m’ha portato il destino? In questa strada, in questo quartiere, a incasinare la vita a queste donne? La luce della cucina di Amanda si è spenta mentre non guardavo. La stanza che era lì, ora non c’è più, come le altre. Solo la luce della veranda è ancora accesa. Mi sa che Amanda se l’è scordata. Ehi, Amanda!

Una volta, quando Molly era rinchiusa in quel posto e anch’io non è che ci stessi proprio tanto con la testa - ammettiamolo, ero matto anch’io - una sera ero 399


a casa del mio amico Alfredo, eravamo un gruppo e stavamo lì a bere e ad ascoltare dei dischi. Ormai non me ne fregava più niente di quello che mi poteva capitare. Tanto, pensavo, tutto quello che mi poteva capitare mi era già capitato. Ero un po’ squilibrato. Mi sentivo perso. Comunque, ero lì da Alfredo quella sera. I suoi dipinti di uccelli tropicali e di animali erano appesi su tutte le pareti e ce n’erano altri per terra appoggiati a qualsiasi cosa nella stanza - alle gambe del tavolo, o alla libreria fatta con assi e mattoni, altri ancora erano ammucchiati nella veranda sul retro. La cucina gli faceva da studio, e io me ne stavo seduto al tavolo da pranzo con un bicchiere davanti. Da una parte, di fronte alla finestra che dava sul vicolo, c’era un cavalletto, e l’altra estremità del tavolo era piena di tubetti di colore accartocciati, di pennelli sporchi - c’era pure una tavolozza. Alfredo era lì poco distante che si preparava qualcosa da bere. A me piaceva l’aspetto trasandato e la povertà di quella stanzetta. La musica veniva a tutto volume dallo stereo in soggiorno e riempiva la casa di tanto di quel suono che i vetri delle finestre della cucina vibravano nei telai. All’improvviso mi misi a tremare. Prima le mani e poi anche le braccia e le spalle. Cominciai a battere i denti. Non riuscivo neanche a tenere in mano il bicchiere. «Che ti piglia, amico?», mi disse Alfredo, appena si voltò e vide com’ero ridotto. «Ehi, che c’è? Che ti succede?» Non sapevo spiegarglielo. Che gli potevo dire? Avevo come l’impressione che mi avesse preso un attacco di qualcosa. Riuscii solo ad alzare le spalle e a farle ricadere. Allora Alfredo si avvicinò, prese una sedia e si sedette vicino a me al tavolo della cucina. Mi mise una delle sue grandi mani da pittore sulla spalla. Intanto io continuavo a tremare. Lui lo sentiva che tremavo. «Cosa c’è che non va, amico? Mi dispiace, sul serio, per tutto quanto. Lo so che le cose ti vanno maluccio, ultimamente». Poi disse che mi avrebbe preparato un po’ di menudo. Disse che mi avrebbe fatto bene. «Ti calmerà i nervi, vedrai», disse. «Ti calmerà in un attimo». Ce li aveva tutti gli ingredienti per fare il menudo, disse, e comunque era un po’ che voleva farlo. «Tu da’ retta a me. Da’ retta a quello che ti dico io. Sono io la tua famiglia, in questo momento», disse Alfredo.

400


Erano le due di mattina, eravamo ubriachi e c’erano altre persone ubriache che giravano per casa e lo stereo che andava a tutto volume. Ma Alfredo andò verso il frigo, lo aprì e cominciò a tirare fuori della roba. Poi chiuse la porta del frigo e si mise a guardare dentro al freezer. Trovò un sacchetto di qualcosa. Poi si mise a frugare nella credenza. Da sotto il lavandino tirò fuori una grossa pentola ed era pronto a cucinare. Prima la trippa. Cominciò con la trippa e due litri e mezzo d’acqua. Poi tritò la cipolla e l’aggiunse all’acqua che aveva cominciato a bollire. Buttò pezzettini di salsiccia chorizo nella pentola. Dopodiché, lasciò cadere nell’acqua bollente diversi grani di pepe intero e un pizzico di peperoncino in polvere. Poi ci mise l’olio d’oliva. Aprì una grande scatola di salsa di pomodoro e ce la versò tutta dentro. Aggiunse spicchi d’aglio, alcune fette di pane bianco, sale e succo di limone. Aprì un’altra scatoletta - purè di mais, questa volta - e la rovesciò tutta nella pentola. Dopo che ebbe messo tutto dentro, abbassò il fornello e mise il coperchio sulla pentola. Io ero lì che l’osservavo. Me ne stavo lì seduto a tremare mentre Alfredo era in piedi davanti ai fornelli e preparava il menudo senza smettere un attimo di parlare - anche se non avevo la più pallida idea di cosa stesse dicendo - e ogni tanto scuoteva la testa, oppure si metteva a fischiettare tra sé e sé. Ogni tanto qualcuno si affacciava in cucina in cerca di birra. Ma intanto Alfredo continuava tutto serio a preparare il suo menudo. Sembrava che stesse a casa sua, giù a Morelia, a preparare il menudo per la sua famiglia il giorno di Capodanno. Qualcuno rimase in cucina per un po’ e si mise a scherzare, ma Alfredo non gli diede retta e non rispose niente quando cominciarono a prenderlo in giro perché s’era messo a preparare il menudo nel cuore della notte. Dopo un po’ però ci lasciarono in pace. Alla fine, mentre Alfredo stava lì davanti ai fornelli con un cucchiaio in mano a guardarmi, riuscii pian piano ad alzarmi dal tavolo. Andai in bagno e dal bagno, attraverso un’altra porta, nella stanza degli ospiti - dove mi buttai sul letto e mi addormentai. Quando mi svegliai era pomeriggio inoltrato. Il menudo era bell’e sparito. La pentola era in ammollo dentro al lavandino. Dovevano esserselo mangiato tutto quegli altri! Se l’erano mangiato e s’erano calmati i nervi. Se n’erano andati tutti e la casa era immersa nel silenzio. Alfredo non l’ho rivisto più di una o due volte, dopo quella notte.

401


Dopo quella sera, le nostre vite presero direzioni diverse. E gli altri che erano con noi quella sera, chissà che fine hanno fatto tutti quanti? Probabilmente morirò senza mai assaggiare il menudo. Chi può mai dirlo, però? Insomma, possibile che sia tutto qui? Un uomo di mezz’età che ha una storia con la moglie del vicino che è legata a un ultimatum del marito incavolato? Che razza di destino è questo? Una settimana, le ha detto Oliver. Ormai sono rimasti tre o quattro giorni.

Fuori passa una macchina con i fari accesi. Il cielo comincia a farsi grigio e sento qualche uccellino che comincia a cantare. Ho deciso che non ce la faccio più ad aspettare. Non posso mica continuare a star seduto qui, senza fare niente - e questo è quanto. Ho aspettato, aspettato, aspettato e a che mi è servito? La sveglia di Vicky scatterà da un momento all’altro, Beth si alzerà e si preparerà ad andare a scuola, pure Amanda si sveglierà. E tutti i vicini. Nella veranda sul retro trovo un vecchio paio di jeans e una maglietta, mi tolgo il pigiama e me li metto. Poi infilo un paio di scarpe di tela bianche - scarpe da ubriacone, le chiamerebbe Alfredo. Che fine hai fatto, Alfredo? Fuori del garage trovo il rastrello e dei sacchi di plastica di quelli grandi. Il tempo che mi ci vuole per girare attorno alla casa col rastrello, pronto a cominciare, e sento che non ho più possibilità di scelta in questa faccenda. Fuori è ormai chiaro - abbastanza chiaro, comunque, per quello che devo fare. Poi, senza pensarci su due volte, comincio a rastrellare le foglie. Rastrello tutto il giardino, palmo a palmo. È importante farlo bene, oltretutto. Affondo bene il rastrello nell’erba e tiro forte. All’erba deve fare l’impressione che fa a noi quando uno ci tira forte i capelli. Ogni tanto per strada passa una macchina e rallenta, ma io non alzo gli occhi dal mio lavoro. Lo so quello che pensa la gente che passa in macchina, ma si sbagliano di grosso - che ne sanno loro? Come fanno a saperlo? Quando passo il rastrello, sono felice. Finisco il nostro giardino e metto il sacco pieno di foglie accanto al marciapiede. Poi comincio a rastrellare il giardino dei vicini, i Baxter. Dopo 402


qualche minuto la signora Baxter esce sulla veranda con addosso l’accappatoio. Non la degno di uno sguardo. Non che sia imbarazzato, né che voglia darle l’impressione di avercela con lei. È solo che voglio continuare a fare il mio lavoro. Per un po’ non dice niente, poi mi fa: «Buongiorno, signor Hughes. Come si sente stamattina?» Mi fermo un attimo e mi passo la manica sulla fronte. «Tra un po’ ho finito», le dico. «Spero che non le dispiaccia». «No, non ci dispiace per niente», risponde la signora Baxter. «Continui pure, se vuole». Intravedo il signor Baxter sulla porta dietro di lei. È già vestito per andare al lavoro con un completo sportivo, la cravatta e tutto. Ma non osa uscire fuori sulla veranda. Poi la signora Baxter si volta e guarda suo marito, che alza le spalle. Va bene, tanto qui ho finito. Ce ne sono altri di giardini, giardini anche più importanti. Mi inginocchio e, impugnando bene il manico del rastrello, tiro su le ultime foglie dentro il sacco e lo lego bene sopra. Poi, è più forte di me, rimango lì in ginocchio sull’erba col rastrello in mano. Quando rialzo lo sguardo, vedo i Baxter che scendono i gradini della veranda insieme e si avvicinano lentamente a me passando sull’erba umida e odorosa. Si fermano a qualche passo di distanza e mi osservano attentamente. «Su, su, coraggio», sento la signora Baxter dire. È ancora in accappatoio e pantofole.

Fuori

fa

freschetto;

tiene

ben

stretto

alla

gola

il

colletto

dell’accappatoio. «Ha fatto proprio un bel lavoro, veramente, grazie». Io non dico niente. Non rispondo neanche «prego». Rimangono tutti e due in piedi davanti a me e nessuno di noi dice più una parola. È come se avessimo raggiunto una tacita intesa. Dopo un attimo, si voltano e si incamminano verso casa. In alto, sopra la mia testa, tra i rami del vecchio acero - da dove vengono tutte queste foglie - gli uccelli si lanciano dei richiami. Almeno credo si tratti di richiami. All’improvviso sento sbattere lo sportello di una macchina. Il signor Baxter è in macchina nel vialetto e tira giù il finestrino. La moglie, dalla veranda, gli dice qualcosa, e allora il signor Baxter annuisce lentamente e si volta verso di me. Mi vede inginocchiato lì col rastrello in mano e si fa serio in viso. Aggrotta le ciglia. Anche nei suoi momenti migliori il signor Baxter è una brava persona, uno qualunque - un tipo che difficilmente prenderesti per una persona speciale. Ma 403


lui è una persona speciale. Almeno secondo me, sì. Tanto per cominciare ha una notte intera di sonno dietro di sé, e poi ha appena abbracciato sua moglie prima di andare al lavoro. Ma prima ancora che parta, già si sa che tornerà a casa dopo un numero preciso di ore. È vero, nell’ordine superiore delle cose, il suo ritorno a casa sarà un evento della minima importanza - però sarà sempre un evento. Baxter accende il motore e gli dà un paio di colpetti d’acceleratore. Poi, senza difficoltà, esce a marcia indietro dal vialetto, frena e cambia marcia. Quando passa per strada esita un attimo e guarda verso me. Alza una mano dal volante. Potrebbe essere un saluto o un gesto di rassegnazione. In ogni caso è un gesto. Poi si volta e guarda in direzione della città. Mi tiro su e alzo una mano anch’io non è proprio un saluto, ma insomma ci va vicino. Passa qualche altra macchina. Uno degli autisti deve avere l’impressione di conoscermi, perché mi dà un colpetto di saluto col clacson. Io guardo bene da tutte e due le parti e poi attraverso la strada.

404


Elefante

Sapevo che era uno sbaglio prestare i soldi a mio fratello. Non avevo certo bisogno che qualcun altro mi dovesse dei soldi. Ma quando mi telefonò per dirmi che non aveva i soldi per pagare la rata del mutuo della casa, che altro potevo fare? Non c’ero mai stato, a casa sua - viveva a mille miglia di distanza, in California; anzi non l’avevo mai neanche vista, casa sua, ma non volevo certo che la perdesse. Si mise a piangere al telefono e disse che stava per perdere tutto quello per cui aveva lavorato. Disse che me li avrebbe ridati. A febbraio, disse. Forse anche prima. Comunque non più tardi di marzo. Disse che doveva arrivargli il rimborso delle tasse. E poi, disse, aveva fatto un piccolo investimento che avrebbe dato i suoi frutti a febbraio. Sulla cosa dell’investimento faceva un po’ il misterioso e perciò non mi misi lì a chiedergli i particolari. «Abbi fiducia in me», disse. «Vedrai che non ti deluderò». Aveva perso il posto il luglio precedente, quando l’azienda per cui lavorava, una fabbrica di isolanti in lana di vetro, aveva deciso di licenziare duecento operai. Da allora era andato avanti col sussidio di disoccupazione, ma ora era finito anche quello e aveva dato fondo ai risparmi. E inoltre non aveva più l’assistenza medica. Quella, gli era finita quando aveva perso il posto. La moglie, che aveva dieci anni più di lui, aveva il diabete e perciò aveva bisogno di assistenza continua. Era stato costretto a vendere la seconda macchina - la macchina della moglie, una vecchia giardinetta - e una settimana prima aveva impegnato il televisore. Mi disse che gli era venuto il mal di schiena a forza di portare il televisore avanti e indietro per la strada dove c’erano i banchi di pegni. Era andato da un banco all’altro, mi disse, cercando di spuntare la valutazione più alta. Alla fine uno gli aveva dato cento dollari per il televisore, un grosso Sony. Prima mi raccontò questa storia del televisore e poi che s’era fatto male alla schiena, come se questo particolare dovesse convincermi per forza, a meno che non avessi una pietra al posto del cuore. «Sono proprio a terra», disse. «Solo tu mi puoi aiutare a ritirarmi su». «Quanto?»

405


«Cinquecento. Di più mi farebbero comodo, certo», disse. «Ma voglio essere realistico. Cinquecento li posso restituire. Di più, a dire la verità, non ne sono tanto sicuro. Fratello, mi spezza il cuore doverteli chiedere. Ma ormai mi rimani solo tu. Io e Irma Jean ci ritroveremo in mezzo a una strada tra non molto. Vedrai che non ti deluderò», aggiunse. Disse proprio così. Parole testuali. Parlammo un altro po’ - soprattutto di nostra madre e dei suoi problemi - ma alla fine, per farla breve, i soldi glieli mandai. Dovetti farlo. Insomma, mi sentii obbligato a farlo - che alla fin fine è la stessa cosa. Quando gli spedii l’assegno gli scrissi anche una lettera in cui gli dicevo che i soldi avrebbe dovuto restituirli alla mamma, che viveva nella stessa città dove abitava lui e che era anche lei povera e sempre in cerca di soldi. Erano tre anni che, con la pioggia o col sole, le spedivo assegni tutti i mesi. Ma ora pensavo che se lui le dava i soldi che mi doveva, magari riuscivo a sganciarmi un attimo e lei mi avrebbe lasciato in pace per un po’. O almeno non mi sarei dovuto preoccupare di quel lato della faccenda per un paio di mesi. E poi, a dire il vero, pensai che era più probabile che i soldi li restituisse a lei anziché a me, visto che abitavano nella stessa città e che ogni tanto l’andava a trovare. Insomma, stavo solo cercando di mettermi in qualche modo al riparo da brutte sorprese. Il fatto è che può anche darsi che mio fratello avesse tutte le migliori intenzioni di restituirmi quei soldi, ma si sa come vanno le cose, certe volte. Le cose mettono i bastoni tra le ruote anche alle migliori intenzioni. Come si dice, lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ma non avrebbe certo tirato un bidone a sua madre. Nessuno avrebbe fatto una cosa del genere. Passai ore e ore a scrivere lettere per assicurarmi che tutti capissero bene cosa potevano aspettarsi e cosa dovevano fare. Chiamai perfino diverse volte mia madre in teleselezione, per cercare di spiegarle la cosa. Ma lei non si fidava per niente di tutta questa storia. Gliela rispiegai tutta passo per passo, ma lei non si fidava lo stesso. Le dissi che i soldi che dovevano arrivarle da parte mia il primo di marzo e il primo d’aprile, le sarebbero invece arrivati da Billy, che doveva restituirli a me. Lei avrebbe avuto i suoi soldi e non aveva niente di cui preoccuparsi. L’unica differenza era che per quei due mesi i soldi glieli avrebbe dati Billy anziché io. Lui le avrebbe dato i soldi che normalmente le avrei spedito io; invece di fare tutto il giro che prima lui li mandava a me e io a mia volta li rispedivo a lei, lui li avrebbe dati direttamente a lei. Ad ogni modo, lei poteva 406


stare tranquilla. I soldi li avrebbe avuti, solo che per quei due mesi glieli avrebbe dati lui - che tanto li doveva restituire a me. Dio santo, non so quanto ci ho rimesso solo di telefonate. E vorrei avere mezzo dollaro per ogni lettera che ho scritto per spiegare a lui quello che avevo detto a lei e spiegare a lei cosa doveva aspettarsi da lui - roba del genere, insomma. Ma mia madre non si fidava per niente di Billy. «E se lui non riesce a procurarseli, i soldi?», mi disse per telefono. «Che succede allora? Lui già è nei guai e a me dispiace», disse. «Ma quello che voglio sapere, figliolo, è che succede se lui non riesce a darmi quel soldi? Se proprio non ce la fa? Che facciamo?» «Allora te li do io i soldi», dissi alla fine. «Come al solito. Nel caso in cui non te li dovesse dare lui, te li do io. Ma vedrai che te li darà lui. Stai tranquilla. Se ha detto che te li dà, te li dà». «Vorrei tanto poter stare tranquilla», disse. «Però sono preoccupata lo stesso. Sono preoccupata per i miei ragazzi e poi sono preoccupata anche per me. Non avrei mai pensato di vedere uno dei miei ragazzi ridotto a quel modo. Meno male che vostro padre non è più qui a vedere una cosa del genere». In tre mesi mio fratello le ha dato solo cinquanta dollari di tutti i soldi che doveva a me e che avrebbe dovuto dare a lei. O forse gliene ha dati settantacinque. Ci sono due versioni contrastanti - la sua e quella di mia madre. Ma dei cinquecento che mi doveva, quello che le ha dato è tutto lì - cinquanta oppure settantacinque dollari, a seconda se si dà retta a quello che dice lui o lei. Il resto gliel’ho dovuto dare io, alla mamma. Sono io quello che ha dovuto sganciare i soldi, come al solito. Mio fratello era finito. Proprio così mi disse - che era finito - quando gli telefonai per vedere cos’era successo, dopo che mia madre mi aveva chiamato per chiedere che fine avevano fatto i suoi soldi. Mia madre mi ha detto: «Ho perfino fatto ritornare il postino a vedere bene se per caso la tua lettera non fosse caduta dietro al sedile del furgoncino. Poi ho fatto il giro di tutti i vicini per chiedere se per caso avessero ricevuto una lettera indirizzata a me. Tesoro, tutta questa storia mi sta preoccupando tanto che mi sa che esco pazza». Poi ha aggiunto: «Cosa dovrebbe pensare una madre?» Chi stava curandosi di lei, in tutta questa storia? È questo che avrebbe voluto sapere, oltre a quando poteva sperare di avere i suoi soldi.

407


Fu a quel punto che chiamai mio fratello per vedere se si trattava semplicemente di un piccolo ritardo o se era una cosa più seria. Ma, a sentire Billy, lui ormai era bell’e andato. Era completamente rovinato. Aveva subito messo in vendita la casa. Sperava solo di non aver aspettato troppo per fare questa mossa. E dentro casa ormai non c’era rimasto più niente da vendere. Si era già venduto tutto, tranne le sedie e il tavolo della cucina. «Mi è rimasto solo il sangue, da vendermi», mi disse. «Ma chi se lo comprerebbe? Con la fortuna che mi ritrovo, va a finire che ho pure qualche malattia incurabile». E, naturalmente, quella storia dell’investimento non aveva funzionato. Quando glielo chiesi per telefono, mi disse che non si era concretizzato niente. Neanche il rimborso delle tasse, era riuscito a farsi dare: l’ufficio delle imposte dirette glielo aveva sequestrato. «Piove sempre sul bagnato», mi disse. «Mi dispiace tanto, fratello mio, ma non volevo proprio che le cose andassero in questo modo». «Capisco», gli dissi. Ed era vero. Solo che non è che rendesse le cose più facili. Insomma, in un modo o nell’altro, non rividi più i soldi che gli avevo prestato, né li vide mia madre. Dovetti continuare a mandarle dei soldi ogni mese.

Ci rimasi male, certo. Chi non ci sarebbe rimasto male? Mi piangeva il cuore per lui e avrei tanto voluto che tutti quei guai non si affollassero alla sua porta, ma ora anch’io ero con le spalle al muro. Almeno, però, qualsiasi cosa gli accada d’ora in poi, non tornerà più a chiedermi soldi, visto che è ancora in debito con me. Nessuno farebbe mai una cosa del genere. Be’, questo, almeno, è quello che pensavo. Ma mi sbagliavo. Mi misi a lavorare a testa bassa. Ogni mattina mi alzavo presto per andare al lavoro e sgobbavo sodo tutto il santo giorno. Quando tornavo a casa mi buttavo in poltrona e non mi muovevo più di lì. Ero così stanco che mi ci voleva un po’ prima di decidermi a slacciarmi almeno le scarpe. Poi rimanevo seduto lì senza far niente. Ero troppo stanco perfino per alzarmi e accendere la televisione. Mi dispiaceva per i guai che stava passando mio fratello. Ma ne avevo parecchi anch’io. Oltre a mia madre, c’erano altre persone sul mio libro paga. C’era la mia ex moglie, a cui mandavo soldi tutti i mesi. Ero costretto a farlo. Non che lo 408


volessi, ma il giudice aveva detto che dovevo. Poi c’era mia figlia che aveva due bambini e viveva a Bellingham e ogni mese dovevo mandare qualcosa anche a lei. I bambini dovevano pur mangiare, no? Viveva con un porco che non si dava neanche la pena di cercarlo, un lavoro, uno sfaticato che pure se gli davano un posto non riusciva nemmeno a tenerselo. La volta o due che aveva trovato qualcosa da fare, o si era alzato tardi o gli si era rotta la macchina mentre andava al lavoro, oppure aveva semplicemente lasciato perdere, senza neanche una spiegazione e chi s’è visto s’è visto. Una volta, tanto tempo fa, quando ancora la pensavo da uomo su queste cose, sono arrivato a minacciare di ammazzarlo, quel tipo. Ma era una cosa che non stava né in cielo né in terra. E poi, a quei tempi bevevo. Ad ogni modo, quel figlio di puttana è ancora in circolazione. Mia figlia mi scriveva certe lettere in cui diceva che campavano mangiando fiocchi d’avena, lei e i bambini. (Immagino che anche lui stesse soffrendo la fame, ma mia figlia sapeva bene che era meglio non fare il suo nome quando mi scriveva.) Mi diceva che se le davo una mano ad arrivare fino all’estate, poi le cose sarebbero andate meglio per lei. Le cose sarebbero cambiate quell’estate, ne era sicura. Anche se nessuno dei suoi progetti fosse andato in porto - ma lei era certa di sì; aveva diverse pentole sul fuoco - poteva sempre mettersi a lavorare nella fabbrica di pesce in scatola che stava dalle parti di casa sua. Avrebbe indossato stivali, guanti e grembiule di gomma e avrebbe messo salmone nelle scatolette. Oppure poteva mettersi a vendere bibite in un chiosco al bordo della strada alla gente che faceva la fila in macchina al confine, in attesa di entrare in Canada. Alla gente chiusa in macchina nel cuore dell’estate sarebbe venuta una gran sete, no? Si sarebbero messi tutti a invocare una bella bibita fresca. Comunque, in una maniera o nell’altra, qualsiasi tipo di lavoro avesse scelto, quell’estate se la sarebbe cavata da sola. Doveva solo riuscire a farcela fino a quel momento, ed era qui che sarei dovuto intervenire io. Mia figlia diceva che si rendeva conto di dover cambiare vita. Voleva anche lei stare in piedi da sola come tutti. Voleva smetterla di considerarsi una vittima. «Non sono mica una vittima», mi disse una sera al telefono. «Sono solo una ragazza con due bambini e un fannullone figlio di puttana che vive con me. Non sono diversa da un sacco di altre donne. Non ho

409


mica paura di lavorare sodo. Chiedo solo un’opportunità di farlo. È l’unica cosa che chiedo al mondo». Aggiunse che da parte sua poteva pure fare a meno di un sacco di cose. Ma finché non gli si fosse aperta una possibilità, finché la fortuna non avesse bussato alla sua porta, era dei bambini che si preoccupava. Chiedevano sempre quand’è che sarebbe venuto il nonno, disse. Proprio in quel momento stavano facendo un disegnino con le altalene e la piscina che c’erano al motel dove mi ero fermato l’anno scorso quando ero andato a trovarli. Ma l’importante era arrivare all’estate, disse. Se ce l’avesse fatta ad arrivare all’estate, i suoi problemi sarebbero finiti. Le cose sarebbero cambiate, se lo sentiva. E con un piccolo aiuto da parte mia ce l’avrebbe fatta di sicuro. «Non so cosa farei senza di te, papà». Proprio così mi disse. A momenti mi spezzava il cuore. Certo che dovevo darle una mano. Ero felice di essere perlomeno in condizione di darle una mano. Io un posto ce l’avevo, no? A confronto con lei e con chiunque altro nella mia famiglia, io ero a cavallo. A confronto con gli altri, io vivevo nel lusso. Le mandai i soldi che mi aveva chiesto. Le mandavo soldi ogni volta che me lo chiedeva. E poi le dissi che pensavo sarebbe stato più semplice se le avessi mandato un tot, non una gran somma, certo, ma sempre soldi erano, il primo di ogni mese. Erano soldi su cui poteva contare, ed erano soldi suoi, suoi e di nessun altro - suoi e dei bambini. Almeno così speravo. Avrei tanto voluto che ci fosse un modo per essere certi che quel figlio di puttana che viveva con lei non potesse mettere le mani neanche su un’arancia o su una fetta di pane comprate coi miei soldi. Ma non c’era verso. Dovevo continuare a mandare soldi senza star lì a preoccuparmi troppo se quell’impiastro avrebbe intinto il pane nelle mie uova. Mia madre, mia figlia e la mia ex moglie. E sono già tre persone sul mio libro paga, senza contare mio fratello. Ma poi c’era anche mio figlio che aveva bisogno di soldi. Dopo aver preso il diploma delle superiori, aveva fatto i bagagli e se n’era andato da casa di sua madre per frequentare un’università sulla costa orientale. Un’università del New Hampshire, pensate un po’. Chi ha mai sentito parlare del New Hampshire? Ma d’altra parte lui era il primo ragazzo in famiglia, in tutte e due le famiglie, che avesse voluto proseguire gli studi, e così pensammo tutti che fosse una buona idea. Lo pensai anch’io, all’inizio. Che ne sapevo che avrebbe finito per costarmi un occhio della testa? Prese denaro in prestito dalle banche a 410


destra e a manca per mantenersi agli studi. Non voleva trovarsi un lavoro e andare a scuola nello stesso tempo. Almeno, così diceva. Certo, posso capirlo. In un certo senso, posso anche essere d’accordo con lui. A chi è che piace lavorare? A me no di certo. Ma dopo aver preso in prestito tutto quello che poteva, tutto quello che c’era da prendere in prestito, compreso abbastanza denaro per finanziarsi un viaggio in Germania al terzo anno di corso, dovetti cominciare a mandare soldi anche a lui, e neanche pochi. Alla fine, quando gli dissi che proprio non gliene potevo mandare altri, mi scrisse una lettera in cui mi diceva che se le cose stavano così, se veramente la pensavo in quel modo, lui si sarebbe messo a spacciare droga o a rapinare banche: qualsiasi cosa pur di guadagnarsi i soldi per campare. Dovevo ritenermi fortunato se non gli sparavano o non lo sbattevano in galera. Gli risposi dicendo che avevo cambiato idea e che dopotutto potevo mandargliene un altro po’. Che potevo fare? Non volevo mica averlo sulla coscienza. Non volevo pensare a mio figlio sbattuto in galera o anche peggio. Già ce ne avevo troppe, di cose sulla coscienza. E siamo arrivati a quattro persone, giusto? Senza contare mio fratello che non era ancora diventato un cliente regolare. Era una cosa che mi faceva impazzire. Ci pensavo notte e giorno. Non ci dormivo la notte. Ogni mese sborsavo quasi altrettanto denaro di quanto ne incassavo. Non c’è mica bisogno di essere un genio, o di intendersi di finanza, per capire che questo stato di cose non poteva certo continuare. Dovetti ricorrere a un prestito per tenere in piedi la baracca. Il che vuol dire accollarsi un’altra rata mensile. E allora cominciai a stringere la cinghia. Per esempio dovetti smetterla di mangiare al ristorante. Dato che vivevo da solo, andare al ristorante era una cosa che mi piaceva fare, ma divenne ben presto un ricordo del passato. Dovetti cominciare a pensarci due volte prima di decidere di andare al cinema. Non mi potevo comprare vestiti né farmi aggiustare i denti. La macchina mi cadeva a pezzi. Avevo bisogno di scarpe nuove, ma me le dovevo scordare. Ogni tanto non ce la facevo più e scrivevo lettere a tutti, minacciandoli di cambiare nome e dicendo che volevo smettere di lavorare. Gli dicevo che avevo intenzione di trasferirmi in Australia. Il bello è che non scherzavo mica, quando dicevo di trasferirmi in Australia, anche se non so niente dell’Australia. So solo che sta dall’altra parte del mondo ed è proprio lì che avrei voluto essere. 411


Ma in fin dei conti, nessuno di loro ci credeva veramente che sarei andato in Australia. Ormai mi avevano in pugno e lo sapevano. Sapevano anche che ero disperato e gli dispiaceva tanto, me lo dicevano sempre. Ma contavano tutti sul fatto che mi sarebbe passata prima di arrivare alla fine del mese, quando mi dovevo sedere a tavolino e staccare gli assegni. Dopo una delle mie lettere in cui dicevo di volermi trasferire in Australia, mia madre mi scrisse che non voleva più essermi di peso. Non appena le si fossero sgonfiate un po’ le gambe, diceva, sarebbe andata a cercarsi un lavoro. Aveva settantacinque anni, ma forse poteva tornare a fare la cameriera, diceva. Dovetti risponderle che la piantasse di fare la stupida. Le dissi che ero contento di poterle dare una mano. Ed era vero, ero veramente contento di poterle dare una mano. Solo avevo bisogno di vincere a qualche lotteria. Mia figlia capì che la storia dell’Australia era solo un modo di dire a tutti che ne avevo abbastanza. Si rese conto che avevo bisogno di un po’ di respiro e di qualcosa che mi tirasse un po’ su. Così mi scrisse che avrebbe lasciato i bambini a qualcuno e avrebbe preso quel lavoro alla fabbrica di pesce in scatola appena si fosse aperta la stagione. Tanto lei era giovane e forte, disse. Era convinta di poter lavorare ai turni di dodici-quattordici ore al giorno, sette giorni alla settimana, non c’era problema. Doveva solo convincersi di poterlo fare, le bastava chiamare a raccolta le sue energie psichiche e il suo corpo avrebbe obbedito. L’unica cosa è che doveva trovare il tipo giusto di baby-sitter. La difficoltà sarebbe stata solo questa. Ci voleva una ragazza particolare, visto che le ore sarebbero state tante e i ragazzini erano già vivaci per conto loro, per via di tutti i ghiaccioli, torroncini, M&M’s e roba del genere che ingurgitavano ogni giorno. Ma si sa, i bambini per queste cose ci vanno matti, no? Ad ogni modo pensava di trovare prima o poi la persona giusta, a forza di cercare. Però adesso doveva comprarsi i vestiti e gli stivali per il lavoro ed era qui che potevo veramente esserle d’aiuto. Mio figlio mi scrisse che gli dispiaceva per la sua parte nella faccenda e che pensava sarebbe stato senz’altro meglio per tutti e due se l’avesse fatta finita una buona volta. Per dirne una, aveva scoperto di essere allergico alla cocaina. Gli faceva lacrimare gli occhi e gli incasinava la respirazione, disse. Questo voleva dire che non poteva neanche assaggiare la droga se doveva trattarne una partita. 412


Perciò, prima ancora di cominciare, la sua carriera di spacciatore di droga era già finita. No, disse, meglio una pallottola in testa e piantare lì tutto. O forse impiccarsi. Così almeno si risparmiava il disturbo di farsi prestare una pistola. E avrebbe risparmiato a noi il costo delle pallottole. Proprio così disse nella lettera, roba da non crederci. Allegò pure una foto che qualcuno gli aveva scattato l’estate prima mentre era in viaggio di studio in Germania. Nella foto era in piedi sotto un grande albero, con i rami più bassi che quasi gli toccavano la testa. E non sorrideva. La mia ex moglie non ebbe niente da ridire sulla faccenda. Non ne aveva bisogno. Sapeva benissimo che avrebbe ricevuto i suoi soldi il primo di ogni mese, anche se avessi dovuto mandarglieli da Sydney. Se non le arrivavano, doveva soltanto scomodarsi ad alzare il telefono e chiamare il suo avvocato.

Così stavano le cose, quando mi arrivò una telefonata da mio fratello, una domenica pomeriggio dei primi di maggio. Avevo aperto le finestre e la casa era attraversata da un bel venticello. La radio era accesa. La collinetta dietro casa mia era tutta in fiore. Ma appena sentii la sua voce all’altro capo della linea, cominciai a sudare. Non l’avevo più sentito dalla discussione che avevamo avuto sui cinquecento dollari, perciò non è che potessi pensare che adesso avrebbe cercato di spillarmi altri quattrini. Però la sudarella mi venne lo stesso. Mi chiese come andavano le cose e io mi misi a cantargli la storia del libro paga e tutto il resto. Gli dissi dei fiocchi d’avena, della cocaina, delle fabbriche di pesce in scatola, dei propositi suicidi, delle rapine in banca e di come non potessi andare più né al cinema né al ristorante. Gli dissi che avevo le scarpe sfondate. Gli parlai delle rate degli alimenti alla mia ex moglie che non finivano mai. Tutte cose che lui sapeva benissimo, naturalmente. Sapeva come stavano le cose, non c’era bisogno che gliele dicessi io. Eppure disse che gli dispiaceva sentire che le cose andavano così. Continuai a parlare, tanto pagava lui. Ma mentre mi diceva qualcosa cominciai a pensare: Come farai a pagare questa telefonata, Billy? E allora mi venne in mente che ero io che l’avrei pagata. Era solo questione di minuti o addirittura di secondi prima che tutto fosse deciso. Guardai fuori dalla finestra. Il cielo era azzurro, punteggiato da poche nuvole bianche. Su un filo del telefono erano appollaiati degli uccelli. Mi asciugai il viso 413


con la manica. Non sapevo più cosa dire, perciò d’un tratto smisi di parlare e rimasi lì a fissare il profilo dei monti dalla finestra, in attesa. E fu a quel punto che mio fratello disse: «Guarda, mi spiace un sacco dovertelo chiedere, ma...» Appena disse queste parole, mi venne una specie di tuffo al cuore. Ma lui continuò e me lo chiese lo stesso. Stavolta erano mille dollari. Mille dollari! Stava ancora peggio dell’altra volta che mi aveva chiamato. Mi informò perfino su alcuni particolari. Aveva i creditori alla porta - alla porta!, disse - e le finestre tremavano, tutta la casa tremava, sotto i colpi che battevano alla porta. Bum, bum, bum, disse. Non sapeva più dove nascondersi. Da un momento all’altro gli avrebbero sfilato la casa da sotto i piedi. «Fratello mio, aiutami», disse. Dove cavolo li andavo a prendere io mille dollari? Strinsi la cornetta tra le dita, voltai le spalle alla finestra e dissi: «Però l’ultima volta che t’ho prestato dei soldi mica me li hai ridati. E allora?» «Ah no?», disse in tono sorpreso. «Mi pareva di sì. Perlomeno ne avevo tutta l’intenzione. Ci ho provato, giuro su Dio che ho fatto di tutto per ridarteli». «Quei soldi li dovevi ridare a mamma», dissi. «Invece non l’hai fatto. Così ho dovuto continuare a mandargliene io mese dopo mese, come al solito. Questa storia non finisce mai, Billy. Senti, qua io faccio un passo avanti e due indietro. Sto affogando anch’io. Voi affogate e tirate sotto anche me». «Un po’ glieli avevo ridati, però», disse. «Qualche soldo gliel’ho dato. No, tanto per chiarire le cose», aggiunse. «Qualcosa le ho dato». «Lei dice che le hai dato cinquanta dollari e lì ti sei fermato». «No», disse. «Guarda che gliene ho dati settantacinque. Gli altri venticinque se li è scordati. Sono andato a trovarla un pomeriggio e le ho dato due biglietti da dieci e uno da cinque. Glieli ho dati in contanti e lei se n’è scordata. Sta perdendo la memoria. Guarda», continuò, «stavolta ti prometto che non ti faccio bidoni; giuro su Dio che te li rendo. Sai che facciamo? Aggiungi i soldi che ti devo ancora dare a quelli che t’ho appena chiesto in prestito e io ti mando un assegno. Ce li scambiamo, gli assegni. Basta che tu non incassi il mio per un paio di mesi, questa è l’unica cosa che ti chiedo. Tra un paio di mesi uscirò da questo pasticcio e mi rimetto in carreggiata. Allora riavrai i tuoi soldi. Il primo di luglio, te lo giuro, neanche un giorno più tardi, e guarda che stavolta te lo posso veramente giurare. Siamo in trattative per vendere un pezzetto di terra che Irma Jean ha ereditato un 414


po’ di tempo fa dallo zio. Ma è come se fosse già venduto. Siamo già d’accordo. Ormai sono rimasti solo da chiarire un paio di piccoli particolari e poi c’è da firmare le carte. Per di più sto per avere un altro posto. È sicuro. Dovrò farmi cinquanta miglia ogni giorno, tra andata e ritorno, ma non è mica un problema no, che diamine! Ne farei anche centocinquanta, se ce ne fosse bisogno, mica mi dispiacerebbe. Ti dico che tra due mesi avrò i soldi in banca. Riavrai il tuo denaro, tutto, il primo di luglio, puoi contarci». «Billy, lo sai che ti voglio bene», gli dissi. «Ma io ho un grosso carico sulle spalle. In questo periodo sto veramente portando un grosso carico sulle spalle, non so se te ne sei reso conto». «È proprio per questo che non voglio deluderti, stavolta», disse. «Parola mia d’onore, stavolta ti puoi fidare di me ciecamente. Ti giuro che il mio assegno tra due mesi sarà coperto, non un giorno di più. Ti chiedo solo due mesi di tempo. Fratello, non so più che santo pregare. Sei la mia unica speranza». Gli diedi retta, come no? Con mia grande sorpresa scoprii di avere ancora un po’ di credito in banca e così presi in prestito i soldi e glieli mandai. I nostri assegni s’incrociarono per strada. Il suo lo fissai con una puntina da disegno alla parete della cucina, tra il calendario e la foto di mio figlio in piedi sotto l’albero. E mi misi ad aspettare. Continuai ad aspettare. Mio fratello mi scrisse chiedendomi di non incassare l’assegno il giorno che avevamo stabilito. Per favore aspetta un altro po’, proprio così mi scrisse. Erano sorte delle complicazioni. Il posto che gli avevano promesso, all’ultimo momento non si era concretizzato. Questa era una delle complicazioni che erano sorte. Poi, il piccolo pezzo di terra della moglie alla fine non era stato più venduto. All’ultimo momento lei aveva cambiato idea e non l’aveva più voluto vendere. Era appartenuto alla sua famiglia da generazioni. Che ci poteva fare lui? La terra era sua e lei non voleva sentire ragioni, disse. In quel periodo mi telefonò mia figlia per dirmi che i ladri le erano entrati nella roulotte dove abitava e le avevano rubato tutto quello che c’era. Perfino i mobili le avevano fatto sparire, quando era tornata a casa dalla prima notte di lavoro nella fabbrica di pesce in scatola. Non le era rimasta neanche una sedia su cui sedersi. Le avevano portato via perfino il letto. Erano costretti a dormire per terra come gli zingari, mi disse. «E coso lì, come si chiama, dov’era quando è successo?», le chiesi. 415


Lei rispose che prima era andato a cercarsi un lavoro, ma adesso immaginava che stesse insieme agli amici. Veramente non era tanto sicura di dove si trovasse mentre avveniva il furto, e non sapeva neanche dov’era adesso, se era per quello. «Spero sia in fondo al fiume», disse. I bambini invece stavano dalla baby-sitter, quand’era successo. Ad ogni modo, adesso, se solo poteva avere in prestito un po’ di soldi da me per comprare qualche mobile di seconda mano me li avrebbe ridati subito, disse, appena prendeva il primo stipendio. Se le mandavo un po’ di soldi prima della fine della settimana - magari glieli potevo spedire per telegrafo sarebbe riuscita a comprarsi le cose essenziali. «Hanno violato il mio spazio», disse. «Mi sento come se mi avessero violentata». Dal New Hampshire arrivò una lettera di mio figlio che diceva che era assolutamente necessario per lui tornare in Europa. Ne andava della sua vita, diceva. Si sarebbe laureato alla fine della sessione estiva, ma non avrebbe sopportato di vivere in America un giorno di più dopo quella data. La nostra era una società troppo materialista e lui non la reggeva proprio più. La gente qui da noi, negli Stati Uniti, non poteva scambiarsi due parole senza che i soldi non entrassero in qualche modo nella conversazione, era una cosa che gli faceva venire la nausea. Non era uno yuppie, né voleva diventarlo. Non gli interessava proprio. Si sarebbe tolto dalle scatole, diceva, se solo gli avessi prestato, per l’ultimissima volta, i soldi per comprarsi il biglietto per la Germania. Non una parola dalla mia ex moglie. Non ce n’era bisogno. Tutti e due sapevamo benissimo come stavano le cose tra noi. Mia madre mi scrisse che doveva fare a meno delle calze elastiche e non poteva più farsi tingere i capelli. Aveva creduto che quest’anno sarebbe riuscita a mettere qualche soldo da parte per i tempi duri che l’aspettavano, ma le cose non erano andate come pensava. Si vede che non era scritto nel destino. «E tu come stai?», chiedeva. «Come stanno gli altri? Spero che tu stia bene». Spedii altri assegni per posta. Poi trattenni il fiato e aspettai. Mentre aspettavo, una notte feci un sogno. Anzi, due. Solo che li feci la stessa notte. Nel primo, c’era mio padre che era tornato in vita e mi portava in giro a cavalluccio sulle spalle. Io ero piccolo, un bambino di cinque o sei anni. Salta su, mi diceva, e prendendomi per le mani mi faceva volteggiare sopra le sue spalle. Stavo lì bello alto, ma non avevo mica paura. Lui mi reggeva forte. Ci reggevamo 416


forte l’uno con l’altro. Poi lui s’incamminava lungo il marciapiede, allora io lasciavo la presa sulle spalle e gli mettevo le mani attorno alla fronte. Non mi spettinare, diceva lui. Lascia pure, diceva, ti reggo io. Non caschi mica. Appena mi diceva così io mi rendevo conto che mi reggeva forte con le mani attorno alle caviglie. E allora mi lasciavo andare. Mi scioglievo e allungavo le braccia in fuori, restando così per tenermi in equilibrio. Mio padre continuava a camminare mentre io cavalcavo sulle sue spalle. Facevo finta che lui fosse un elefante. Non sapevo dove stavamo andando. Magari andavamo a fare la spesa o al parco giochi dove lui mi avrebbe spinto sull’altalena. A quel punto mi sono svegliato, sono sceso dal letto e sono andato in bagno. Fuori cominciava a fare giorno e mancava poco più d’un’ora al momento di alzarmi. Mi venne in mente di farmi un caffè e di vestirmi, ma alla fine decisi di rimettermi a letto. Però non avevo mica intenzione di riaddormentarmi. Volevo solo starmene lì sdraiato per un po’, con le mani intrecciate dietro la nuca a osservare la luce fuori che cambiava e magari a pensare un po’ a mio padre, perché era un sacco di tempo che non pensavo più a lui. Non faceva proprio più parte della mia vita, né in sonno, né in veglia. Insomma, mi rimisi a letto. Ma ero lì da non più di un minuto quando mi riaddormentai e feci quest’altro sogno in cui c’era la mia ex moglie, anche se nel sogno non era affatto la mia ex moglie. Eravamo ancora sposati. C’erano anche i ragazzi. Erano ancora piccoli e stavano mangiando patatine fritte. Nel sogno mi pareva di sentirne l’odore e perfino il rumore che fanno quando le mastichi. Eravamo seduti tutti su una coperta in un posto vicino all’acqua. In quel sogno eravamo immersi in una sensazione di soddisfazione e di benessere. Poi, all’improvviso, mi trovavo in compagnia di tutt’altre persone - gente che non conoscevo - e subito dopo mi pareva di prendere a calci il finestrino della macchina di mio figlio e di minacciarlo di morte, come effettivamente feci una volta, tanto tempo fa. Lui se ne stava dentro la macchina mentre io sfondavo il finestrino a calci. A quel punto spalancai gli occhi e mi ritrovai sveglio. Stava suonando la sveglia. Allungai una mano e premetti il pulsante. Rimasi lì qualche altro minuto, col cuore che mi galoppava in petto. Nel secondo sogno c’era stato qualcuno che mi aveva offerto del whisky e io l’avevo bevuto. Bere quel whisky era la cosa che mi aveva spaventato tanto.

417


Era la cosa peggiore che mi potesse capitare. Era proprio come toccare il fondo. In confronto, qualsiasi altra cosa era una scampagnata. Rimasi lì un altro momento, cercando di calmarmi. Poi mi alzai. Mi feci un caffè e mi sedetti al tavolo della cucina, di fronte alla finestra. Mi misi a far girare in tondo la tazzina sul piano del tavolo e ricominciai a pensare sul serio di trasferirmi in Australia. Poi, tutto d’un tratto, mi venne in mente che impressione aveva potuto fare alla mia famiglia la minaccia di trasferirmi in Australia. All’inizio erano rimasti colpiti e anche un po’ spaventati. Poi, siccome mi conoscevano bene, probabilmente si erano messi a ridere. E ora, pensando alle loro risate, venne da ridere anche a me. Ah, ah, ah. Questo è esattamente il suono della mia risata davanti al tavolo - ah, ah, ah - come se avessi letto da qualche parte come si ride. E poi, cosa avrei fatto in Australia? La verità era che non ci sarei mai andato, come non sarei mai andato a Timbuctu, sulla Luna o al Polo Nord. E chi cavolo ci vuole andare in Australia? Ma appena mi resi conto di questo, appena mi resi conto che non ci sarei andato - né lì, né da nessun’altra parte, se è per questo cominciai subito a sentirmi meglio. Mi accesi un’altra sigaretta e mi versai dell’altro caffè. Non c’era latte per macchiarlo, ma non me ne importava niente. Per un giorno potevo anche fare a meno di macchiare il caffè col latte, non m’avrebbe mica ammazzato. Dopo un po’ mi preparai i tramezzini per il pranzo, riempii il thermos e misi tutto nel cestino. Quindi uscii di casa.

Era una bella mattinata. Il sole toccava ancora le montagne alle spalle della città e uno stormo di uccelli si spostava da una parte all’altra della valle. Non mi preoccupai neanche di chiudere la porta a chiave. Mi tornò in mente quello che era successo a mia figlia, ma poi decisi che tanto non avevo niente che valesse la pena di rubare. Non c’era niente in casa di cui non potessi fare a meno. Certo, c’era la televisione, ma mi ero stufato di vederla. Se entravano e me la levavano dalle scatole, mi facevano un gran favore. Mi sentivo proprio bene, tutto considerato, e così decisi di andare al lavoro a piedi. Dopotutto non era tanto distante e tempo da perdere ne avevo. Avrei risparmiato un po’ di benzina, certo, ma non era quello il motivo principale. Era 418


estate, ma l’estate non sarebbe durata ancora per molto. L’estate, non potei fare a meno di pensare, doveva essere il periodo in cui la fortuna di tutti sarebbe cambiata. Mi incamminai lungo la strada e fu allora che, chissà perché, cominciai a pensare a mio figlio. Gli feci tanti auguri, ovunque fosse. Se ce l’aveva fatta a tornare in Germania - doveva essere arrivato ormai - speravo fosse contento. Non mi aveva ancora scritto per farmi sapere il suo nuovo indirizzo, ma ero sicuro che presto avrei avuto sue notizie. Quanto a mia figlia, che Dio la benedica e la protegga, speravo che se la stesse cavando bene. Decisi di scriverle due righe quella sera stessa per dirle che facevo il tifo per lei. Mia madre era viva e più o meno in buona salute, perciò potevo ritenermi fortunato anche da quel punto di vista. Se tutto andava bene, l’avrei mantenuta ancora qualche altro anno. Gli uccelli cantavano e diverse macchine mi passarono accanto lungo la strada. Buona fortuna anche a te, fratello mio, pensai. Spero che la tua nave arrivi in porto. I soldi me li ridarai quando li avrai. E la mia ex moglie, la donna che avevo amato tanto, era viva e anche lei in buona salute - per quanto ne sapevo io, almeno. Le augurai in cuor mio tutto il bene possibile. In fin dei conti, decisi che le cose potevano andare anche molto peggio. Certo, in questo momento, la vita era un po’ dura per tutti. La nostra buona sorte era andata un po’ in vacanza, tutto lì. Ma presto le cose sarebbero cambiate. Magari in autunno avrebbero cominciato ad andare un po’ meglio. C’erano tante cose in cui sperare. Continuai a camminare. A un certo punto mi misi a fischiettare. Mi pareva di avere il diritto di fischiettare se me ne veniva voglia, no? Camminando, facevo dondolare le braccia. Però il cestino della colazione mi faceva perdere un po’ l’equilibrio. Dentro avevo dei tramezzini, una mela e qualche biscotto, per non dire del thermos. Mi fermai di fronte al locale di Smitty, un vecchio caffè con la ghiaia nel parcheggio e le vetrate ricoperte da tavole. Quel posto era rimasto chiuso da quando me lo ricordavo. Decisi di posare un attimo il cestino della colazione. Dopodiché sollevai le braccia - le sollevai all’altezza delle spalle. Rimasi lì in piedi così, come uno scemo, finché sentii qualcuno che mi suonava il clacson e vidi una macchina lasciare la strada ed entrare nel parcheggio. Raccolsi il cestino e mi avvicinai alla macchina. Era uno che lavorava con me, si chiamava

419


George. Allungò una mano e aprì la portiera dal lato del passeggero. «Ehi, salta su, amico!», mi disse. «Ciao George», dissi io. Mi infilai dentro, chiusi la portiera e la macchina partì a razzo, sgommando e schizzando ghiaia dappertutto. «Ti ho visto dalla strada», disse George. «Sul serio, t’ho visto subito. Ti stai allenando per qualcosa, ma non capisco per cosa». Mi lanciò uno sguardo e poi si concentrò di nuovo sulla strada. Stava andando forte. «Cammini sempre per strada con le braccia in quel modo?» Scoppiò a ridere - ah, ah, ah - e ci diede sotto con l’acceleratore. «Certe volte sì», gli dissi. «Dipende. Veramente non camminavo, stavo fermo», aggiunsi. Accesi una sigaretta e mi sprofondai nel sedile. «Allora, che novità?», chiese George. Si infilò un sigaro in bocca ma non lo accese. «Non ne ho nessuna di novità», dissi. «E tu?» George alzò le spalle. Poi ridacchiò. Ora andava veramente forte. Il vento investiva la macchina e sibilava lungo le fiancate. Stava guidando come se fossimo in ritardo per andare al lavoro. Ma non eravamo in ritardo per niente. Avevamo un sacco di tempo e glielo dissi. Ciò nonostante continuava a dare gas. Sorpassammo il bivio dove avremmo dovuto girare e continuammo a correre. Stavamo filando forte, ormai, dritti verso le montagne. George si tolse il sigaro di bocca e lo ripose nel taschino della camicia. «Ho preso un po’ di soldi in prestito e mi sono fatto mettere a punto questo gingillo», disse. Poi disse che voleva farmi vedere una cosa. Accelerò di colpo e la mandò al massimo. Io mi allacciai la cintura di sicurezza e mi ressi forte. «Vai!», gli dissi. «Cosa aspetti, George?» E allora cominciammo davvero a filare. Il vento urlava fuori dai finestrini. L’aveva messa a tavoletta e filavamo a tutta birra. Filavamo a razzo per la strada nel suo macchinone, che non aveva ancora pagato.

420


Pasticcio di merli

Una sera me ne stavo nella mia stanza quando ho sentito un rumore in corridoio. Ho alzato gli occhi dal lavoro e ho visto una busta scivolare sotto la porta. Era una busta rigonfia, ma non tanto da non passare sotto la porta. Sulla busta c’era scritto il mio nome e il contenuto pretendeva di essere una lettera di mia moglie. Dico «pretendeva» perché, sebbene quelle lamentele non potessero che provenire da qualcuno che aveva passato ventitré anni a osservarmi da vicino, giorno dopo giorno, le accuse che mi venivano fatte erano sproporzionate e completamente estranee al carattere di mia moglie. La cosa principale, comunque, era che la calligrafia non era quella di mia moglie. Ma se non era la sua, di chi era quella calligrafia? Adesso vorrei tanto avere con me quella lettera in modo da poterla trascrivere nei minimi dettagli, fino all’ultima virgola, fino all’ultimo spietato punto esclamativo. Per riprodurne il tono generale, non tanto il contenuto. Ma non l’ho conservata, mi dispiace ammetterlo. Non la ritrovo, devo averla persa. In seguito, dopo lo spiacevole episodio di cui sto per riferire, ho rimesso in ordine la scrivania e può darsi che l’abbia buttata via per sbaglio - cosa piuttosto insolita per me, dato che in genere non butto mai niente. Ad ogni modo, ho una memoria di ferro. Ricordo ogni parola che leggo. La mia memoria è talmente buona che a scuola vincevo sempre dei premi perché riuscivo a ricordare nomi e date, invenzioni, battaglie, trattati, alleanze e cose del genere. Prendevo sempre i voti più alti agli esami nozionistici e in seguito, nel cosiddetto «mondo reale», la mia memoria mi è stata di valido aiuto. Per esempio, se mi si chiedesse in questo momento di fornire dei particolari sul Concilio di Trento o il Trattato di Utrecht, oppure di parlare di Cartagine dopo la disfatta di Annibale, la città rasa al suolo dai romani (i soldati romani arrivarono al punto di spargere sale nel terreno in modo che Cartagine non potesse più essere chiamata con quel nome), non ci metterei niente. Se mi invitassero a parlare della guerra dei Sette anni, di quella dei Trent’anni o di quella dei Cento anni, oppure solo della guerra di Successione austriaca, potrei farlo per un pezzo con entusiasmo e sicurezza.

421


Chiedetemi pure qualsiasi cosa sui tartari, i papi rinascimentali o sull’ascesa e il declino dell’impero ottomano. Sulle Termopili, Shiloh o la mitragliatrice Maxim. Facilissimo. Tannenberg? Semplice come fare un pasticcio di merli. I famosi ventiquattro merli serviti al re della filastrocca. La battaglia di Azincourt fu vinta grazie agli arcieri inglesi. Qualche altra prova? Tutti hanno sentito parlare della battaglia di Lepanto, l’ultima grande battaglia navale combattuta con i galeotti ai remi. Lo scontro ebbe luogo nel 1571 nel Mediterraneo orientale, quando le forze navali unite delle nazioni cristiane respinsero le orde ottomane guidate dal famigerato Alì Muezzin Zade, un uomo che si divertiva a tagliare personalmente il naso ai prigionieri prima di consegnarli ai carnefici. Ma chi si ricorda che Cervantes partecipò a questa battaglia e che anzi perse anche una mano nello scontro? Un’altra: le perdite umane di francesi e russi in un solo giorno di combattimenti a Borodino assommano a settantacinquemila uomini l’equivalente dei morti che si avrebbero se un jumbo carico di passeggeri precipitasse ogni tre minuti dall’ora di colazione al tramonto. Kutuzov fece arretrare le sue truppe verso Mosca. Napoleone riprese fiato, riunì le proprie forze e continuò la sua avanzata. Fece il suo ingresso nella città di Mosca e vi si fermò un mese, in attesa di Kutuzov, che non si fece vedere per niente. Il generalissimo russo aspettava la neve e il gelo, aspettava che Napoleone cominciasse la sua ritirata verso la Francia. Le cose mi rimangono bene in mente. Me le ricordo, io. Perciò se dico che posso ricostruire la lettera - almeno la parte che ne ho letto, quella che elenca le accuse nei miei confronti - dico sul serio. La lettera, in parte, diceva così: Caro, le cose non vanno affatto bene. Anzi, vanno malissimo. Sono andate sempre peggiorando. Sai benissimo a cosa mi riferisco. Siamo arrivati al punto di non ritorno. Tra noi è finita. Eppure, sento che vorrei tanto che avessimo potuto parlarne. Ne è passato molto di tempo, ormai, da che abbiamo parlato, io e te. Voglio dire, parlato sul serio. Anche dopo che ci siamo sposati parlavamo parecchio, ci scambiavamo informazioni e idee. Quando i bambini erano piccoli, e anche quando si sono fatti più grandicelli, trovavamo lo stesso il tempo per parlare, noi due. Certo, era più difficile allora, ma ci riuscivamo lo stesso, il tempo lo trovavamo. 422


Il tempo lo mettevamo da parte. Magari dovevamo aspettare che si addormentassero, oppure che andassero a giocare fuori, oppure che stessero con la baby-sitter. Però ci riuscivamo. A volte chiamavamo apposta la baby-sitter, in modo da riuscire a parlare tra di noi. In qualche occasione abbiamo parlato tutta la notte, abbiamo parlato fino all’alba. Be’, sono cose che succedono, lo so. Le cose cambiano. Bill ha avuto quel guaio con la polizia, Linda s’è ritrovata incinta, e così via. Il tempo di stare insieme tranquilli è andato a farsi benedire. Pian piano, poi, le tue responsabilità si sono accumulate. Il tuo lavoro si è fatto sempre più importante e il tempo di stare insieme si è ridotto al minimo. Poi, una volta che i ragazzi se ne sono andati di casa, abbiamo avuto di nuovo tempo per parlare. Ci siamo trovati di nuovo soli insieme, ma ormai avevamo sempre meno cose di cui parlare. «Succede», sento già dire qualche saggio. È vero. Succede. Ma stavolta è successo a noi. Ad ogni modo, non è colpa di nessuno. Non è colpa di nessuno. Non è di questo che voglio parlare in questa lettera. Voglio parlare di noi due. Voglio parlare di adesso. È arrivato il momento, vedi, di ammettere che è successo l’impossibile. Di dire Pace! Di arrendersi. Di... Ho letto fino a questo punto e mi sono fermato. C’era qualcosa che non andava. C’era del marcio in Danimarca. I sentimenti espressi nella lettera potevano anche appartenere a mia moglie. (Magari erano proprio i suoi. Ammettiamolo pure, diciamo che i sentimenti espressi erano i suoi.) Però la calligrafia no, la calligrafia non era la sua. Me ne dovrei intendere, io. Se si viene a parlare della sua calligrafia, mi considero un esperto in materia. Eppure, se la calligrafia non era la sua, chi diamine aveva scritto quelle righe? A questo punto dovrei parlare un attimo di noi e della nostra vita. All’epoca di cui sto scrivendo stavamo in una casa che avevamo affittato per l’estate. Io mi stavo appena rimettendo da una malattia che mi aveva impedito di fare la maggior parte delle cose che mi ero riproposto di fare quella primavera. Eravamo circondati per tre lati da prati, boschetti di betulle e colline ondulate una «vista sul territorio», come l’aveva definita l’agente immobiliare quando ce la descrisse per telefono. Davanti alla casa c’era un giardino un po’ arruffato, visto anche il disinteresse da me dimostrato in proposito, e un lungo viale ghiaioso che 423


portava alla strada principale. Oltre la strada si potevano vedere le cime lontane delle montagne. Ecco il perché della frase «vista sul territorio»: indicava un panorama che poteva essere apprezzato solo a distanza. Mia moglie non aveva amici lì in campagna e nessuno ci veniva a trovare. Francamente, io ero contento di quell’isolamento. Ma lei era una donna abituata ad avere amicizie, a trattare con la gente, negozianti, commessi. Laggiù, invece, c’eravamo solo noi due e dovevamo cavarcela da soli. C’era stato un tempo in cui una casa in campagna era il nostro sogno - una situazione del genere l’avremmo invidiata. Ma adesso capisco che trasferirsi lì non fu una buona idea. No, non lo fu affatto. Tutti e due i nostri figli se n’erano andati di casa da un bel pezzo. Di tanto in tanto uno dei due ci scriveva una lettera. E magari una volta ogni tanto, per esempio in occasione delle feste, uno di loro faceva una telefonata - a carico nostro, naturalmente: mia moglie era contentissima di accettare l’addebito. Credo che questa apparente indifferenza da parte loro fosse una delle cause principali dello stato di tristezza e di insoddisfazione generale da cui era afflitta all’epoca mia moglie - un’insoddisfazione di cui, non ho difficoltà ad ammetterlo, mi ero vagamente reso conto prima del nostro trasferimento nella casa di campagna. Comunque sia, ritrovarsi isolata in campagna dopo aver vissuto tanti anni a due passi di distanza dal centro commerciale, con la fermata dell’autobus sotto casa e il taxi non più lontano del telefono che avevamo in corridoio, dev’essere stato un brutto colpo per lei, un bruttissimo colpo. Credo che il suo declino, come lo definirebbe uno storico, fu accelerato da quel nostro trasferimento in campagna. Secondo me, è allora che ha cominciato a perdere colpi. Sto parlando col senno di poi, naturalmente, che in genere ha la tendenza a confermare conclusioni ovvie. Non so che altro dire sulla questione della calligrafia. Cos’altro posso dire mantenendo comunque la mia credibilità? Eravamo soli in casa. Non c’era nessun altro in casa - almeno per quanto ne sapevo io - che avrebbe potuto vergare quelle righe. Eppure, ancor oggi sono convinto che non era la sua calligrafia a riempire le pagine di quella lettera. Dopotutto, conoscevo la calligrafia di mia moglie prima ancora che diventasse mia moglie. Dai tempi che potrebbero essere definiti la nostra preistoria - da quando cioè era stata mandata in collegio da ragazza, con la sua uniforme grigia e bianca.

424


Mi scriveva tutti i giorni che stavamo lontani e lei stette via due anni, a parte le feste e le vacanze estive. Nel corso del nostro rapporto, ho calcolato (ed è un calcolo approssimato per difetto) che, tenendo conto dei periodi in cui siamo stati lontani, compresi quelli in cui ero in viaggio per lavoro o in ospedale, eccetera ho calcolato, dicevo, che avrò ricevuto in tutto millesettecento, o forse anche milleottocentocinquanta lettere scritte di suo pugno, senza contare le centinaia, anzi migliaia, di bigliettini e di appunti («Quando torni a casa, per favore ricordati di passare in tintoria e prendi anche un po’ di pasta agli spinaci dai fratelli Corti»). Sarei capace di riconoscere la sua scrittura in qualsiasi parte del mondo. Mi basterebbero poche parole. Sono sicuro che se mi trovassi a Jaffa o a Marrakesh e raccogliessi un bigliettino per terra nella piazza del mercato, sarei in grado di riconoscere la calligrafia di mia moglie. Anche fosse una parola sola. Prendete una parola come «parlato», per esempio. Lei non l’avrebbe mai scritta in quel modo! Tuttavia sono il primo ad ammettere che se quella non è la sua calligrafia, non so proprio di chi altro possa essere. E poi mia moglie non ha mai sottolineato le parole per metterle in evidenza. Mai. Non ricordo una sola volta in cui l’abbia fatto - non una volta in tutti gli anni che siamo stati sposati, senza parlare delle lettere che ho ricevuto da lei prima che ci sposassimo. Certo, sarebbe abbastanza ragionevole, credo, farmi notare che è una cosa che può succedere a tutti. Cioè, chiunque si trovi in una situazione assolutamente eccezionale può, sotto la pressione del momento, fare una cosa totalmente fuori dal suo carattere come tracciare una linea, una semplice linea, sotto una parola o magari sotto un’intera frase. Potrei anche arrivare a dire che ogni parola di tutta questa sedicente lettera (anche se non l’ho letta per intero e mai lo farò, visto che non la trovo più) è completamente falsa. Quando dico falsa non intendo necessariamente «non vera». Forse un po’ di verità, in quelle accuse, c’era. Non voglio certo mettermi a cavillare. Non voglio certo fare la parte del meschino in questa faccenda, le cose già vanno abbastanza male, da questo punto di vista. No. Quello che voglio dire, tutto quello che voglio dire, è che anche se i sentimenti espressi nella lettera possono essere di mia moglie, possono perfino contenere una certa verità - essere legittimi, per così dire -, la forza delle accuse rivoltemi viene attenuata, se non addirittura smentita e perfino screditata, dal fatto che non sia stata lei in persona a scriverla. Oppure, se ammettiamo che l’abbia veramente scritta lei, allora è 425


screditata dal fatto che non l’abbia scritta con la sua calligrafia! Sono proprio queste manovre evasive a stimolare negli uomini la fame di fatti concreti. E, come sempre, i fatti concreti ci sono.

Quella sera, com’era nostra abitudine, avevamo cenato in maniera piuttosto silenziosa ma non spiacevole. Di tanto in tanto alzavo lo sguardo e le sorridevo per dimostrarle la mia gratitudine per lo squisito pasto che aveva preparato - riso pilaf alle mandorle, salmone in guazzetto, asparagi freschi. Dall’altra stanza arrivava sommessa la musica della radio; stavano trasmettendo una piccola suite di Poulenc che avevo ascoltato per la prima volta in una registrazione digitale cinque anni prima in un appartamento sulla Van Ness, a San Francisco, nel bel mezzo di un temporale. Alla fine della cena, dopo il dolce e il caffè, mia moglie disse una cosa che mi fece un po’ trasalire. «Hai intenzione di rimanere nel tuo studio stasera?», chiese. «Certo», risposi. «Perché, cosa pensavi di fare?» «Niente. Tanto per saperlo». Prese la tazza e sorseggiò il caffè. Però cercava di evitare di guardarmi, benché io tentassi di attirare la sua attenzione. Hai intenzione di rimanere nel tuo studio stasera? Una domanda del genere era assolutamente insolita per lei. Ora continuo a chiedermi perché mai quella sera non cercai di andare al fondo della questione. Se c’è qualcuno che conosce le mie abitudini, quella è lei. Comunque, penso che ormai avesse già preso la sua decisione. Sono convinto che quando mi rivolse quella domanda stava cercando di nascondermi qualcosa. «Certo che rimarrò nella mia stanza stasera», ripetei, forse con una punta di impazienza nella voce. Ma lei non aggiunse altro e neanch’io, del resto. Finii di bere il caffè e mi schiarii la gola. Lei alzò gli occhi e per un attimo incrociò il mio sguardo. Poi annuì, come se avessimo raggiunto un accordo su qualcosa. (Ma non c’era stato nessun accordo, naturalmente.) Quindi si alzò e cominciò a sgomberare il tavolo. Ebbi come l’impressione che la cena fosse terminata su una nota sbagliata. Ci voleva qualcos’altro - magari qualche altra parola - per concludere la conversazione e rimettere a posto la situazione. 426


«Si sta alzando la nebbia», dissi io. «Ah sì? Non ci avevo fatto caso», disse lei. Con uno straccio pulì i vetri della finestra sopra il lavello e guardò fuori. Rimase in silenzio per qualche istante. Poi disse, ancora con un certo tono misterioso, o almeno così mi pare adesso: «È vero. Sì, c’è un sacco di nebbia. È una nebbia molto pesante, non ti pare?» Tutto qui. Poi abbassò lo sguardo e cominciò a lavare i piatti. Rimasi seduto al mio posto qualche minuto prima di dire: «Bene. Penso proprio che ora andrò nella mia stanza». Lei tirò le mani fuori dall’acqua e le posò sul bordo del lavello. Pensavo che avrebbe detto una parola o due di incoraggiamento per il lavoro che stavo facendo, invece rimase in silenzio. Neanche mezza parola. Era come se stesse aspettando che uscissi dalla cucina per godersi un po’ di tranquillità. Dovete tenere a mente che quando vidi la busta scivolare sotto la porta, stavo lavorando nel mio studio. Ne lessi abbastanza da farmi venire i dubbi sulla calligrafia con cui era stata scritta e da domandarmi perplesso com’era possibile che mia moglie, presumibilmente occupata nelle faccende domestiche, riuscisse nello stesso tempo a scrivermi quella lettera. Prima di proseguire nella lettura, mi alzai e andai alla porta, girai la chiave e diedi un’occhiata in corridoio. Questa parte della casa era al buio. Ma quando sporsi cautamente la testa dalla porta vidi che la luce del salotto, in fondo al corridoio, era accesa. La musica della radio giungeva sommessa, come al solito. Perché esitavo? Non fosse stato per la nebbia, era una serata del tutto uguale alle altre che avevamo trascorso insieme in quella casa. Ma c’era qualcos’altro nell’aria, quella sera. In quel momento mi resi conto di aver paura - incredibile, in casa mia! - di arrivare fino in fondo al corridoio per assicurarmi che tutto fosse in ordine. Eppure, se c’era qualcosa che non andava, se mia moglie stava attraversando - come dire? qualche tipo di difficoltà, non era meglio che affrontassi subito la situazione invece di lasciare che si sviluppasse ulteriormente, invece di perdere altro tempo in quella stupida faccenda di leggere le sue parole scritte con la calligrafia di un altro? Invece non indagai oltre. Forse volevo evitare uno scontro frontale. Ad ogni modo, mi tirai indietro e, prima di rimettermi a leggere la lettera, richiusi la porta a chiave. Ma ormai ero irritato dal fatto di vedere la serata rovinata per colpa di 427


questa stupida faccenda che non riuscivo a capire bene. Cominciavo a sentirmi a disagio. (Nessun’altra parola potrebbe esprimere il mio stato d’animo.) Appena ripresi in mano la lettera che pretendeva di venire da mia moglie e ricominciai a leggerla, ebbi come l’impressione che il mio stomaco si rivoltasse. Per noi - per me e per te - è giunto il momento di mettere le carte in tavola, anzi il momento è già passato. Io e te. Lancillotto e Ginevra. Abelardo e Eloisa. Troilo e Cressida. Piramo e Tisbe. James Joyce e Nora Barnacle, ecc. ecc. Hai capito di che sto parlando, tesoro. Siamo stati insieme un sacco di tempo - nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, abbiamo passato mal di stomaco, disturbi agli occhi, alle orecchie, al naso e alla gola, abbiamo passato tempi belli e tempi brutti. E adesso? Be’, adesso non so cos’altro dire se non la verità: non ce la faccio ad andare avanti di un altro passo. Fu a questo punto che gettai la lettera sulla scrivania e tornai alla porta, deciso a chiarire la cosa una volta per tutte. Volevo una spiegazione e la volevo subito. Ero furioso, credo. Ma a un tratto, proprio mentre aprivo la porta, sentii un mormorio proveniente dal salotto. Era come se qualcuno stesse dicendo qualcosa al telefono cercando in tutti i modi di non farsi sentire. Quindi udii lo scatto del ricevitore rimesso a posto. Solo questo. Dopodiché tutto tornò come prima - la musica sommessa della radio e il resto della casa in silenzio. Però una voce l’avevo sentita. Il senso di rabbia cedette il posto a una specie di panico. Mentre guardavo il corridoio, sentivo la paura crescermi dentro. Le cose sembravano continuare come prima - in salotto la luce era ancora accesa, la musica della radio suonava sommessa. Feci qualche passo e mi misi in ascolto. Speravo di poter sentire il ticchettio ritmico e rassicurante dei ferri da maglia o il fruscio che fa una pagina quando viene voltata, ma non udii alcun rumore del genere. Avanzai ancora di qualche passo verso il salotto e poi - come posso dire? - improvvisamente mi venne meno il coraggio, o forse solo la curiosità. Fu in quel momento che udii il rumore sordo di una maniglia girata e, subito dopo, l’inconfondibile rumore di una porta che veniva aperta e richiusa con cautela. Il mio primo impulso fu di dirigermi rapidamente verso il salotto e chiarire bene questa faccenda una volta per tutte. Ma non volevo agire impulsivamente e magari fare una brutta figura. Non sono un tipo impulsivo, io, e perciò rimasi in 428


attesa. Ma qualcosa in casa stava succedendo - c’era qualcosa nell’aria, ne ero sicuro - e ovviamente era mio dovere agire, per mettermi l’anima in pace, senza considerare poi il possibile pericolo che forse minacciava mia moglie. Invece, non feci niente. Non ci riuscii. Il momento era arrivato, ma io esitavo. D’un tratto era ormai troppo tardi per prendere qualsiasi iniziativa. Allo stesso modo esitò e non riuscì ad agire Dario, in occasione della battaglia del Granico; così perse un giorno e Alessandro Magno lo strinse da ogni lato e gli appioppò una sonora batosta. Tornai nel mio studio e richiusi la porta. Però mi sentivo il cuore in gola. Mi sedetti al mio posto e, tremando, ripresi ancora una volta in mano le pagine della lettera. Ma a questo punto è successa una cosa curiosa: invece di mettermi a leggere la lettera normalmente, dall’inizio alla fine, o perlomeno ricominciando da dove ero arrivato prima, presi le pagine a casaccio e le tenni sotto la luce della lampada, leggendone una riga qua e una riga là. Così riuscii a giustapporre le accuse che mi muoveva mia moglie finché l’intera requisitoria (perché di questo in fondo si trattava) finì per assumere tutto un altro carattere - più accettabile, dato che aveva perso l’ordine cronologico e, con esso, anche un po’ del suo mordente. Ecco. Be’, insomma, in questo modo, saltando da una pagina all’altra, una riga qua e una riga là, a casaccio, lessi a tratti quel che segue - che magari, in circostanze diverse, potrebbe essere una specie di riassunto della lettera: ... ritirarti sempre più nel tuo ... sembrare una stupidaggine, ma ... il borotalco sparso per tutto il bagno, perfino sulle pareti e il pavimento ... un guscio ... senza parlare poi del manicomio ... finché alla fine ... una visione più equilibrata ... la tomba. Il tuo «lavoro» ... Fammi il piacere, lasciami respirare! ... Neanche uno, nemmeno ... Non voglio sentirne più parlare! ... I ragazzi ... ma il vero problema ... per non parlare poi della solitudine ... Cristo santo! Ma davvero? Cioè ... A questo punto sentii distintamente la porta d’ingresso che si chiudeva. Lasciai cadere i fogli della lettera sulla scrivania e mi precipitai in salotto. Non mi ci volle molto ad accorgermi che mia moglie non era più in casa. (La casa era piccola - due sole camere da letto, una delle quali era quella che chiamavamo la mia stanza, oppure, a volte, il mio studio.) Ma ricordatevi bene questo particolare: tutte le luci in casa erano accese. 429


Dalle finestre non si vedeva altro che nebbia, una nebbia così fitta che nascondeva perfino il viale. La luce della veranda era accesa e sugli scalini c’era una valigia. Era di mia moglie, la stessa che aveva riempito delle sue cose quando c’eravamo trasferiti in quel posto. Cosa diamine stava succedendo? Aprii la porta. D’un tratto - non so come raccontarlo se non come è effettivamente successo - un cavallo sbucò dalla nebbia e poi, un attimo dopo, mentre ero ancora lì sbalordito che lo fissavo, ne spuntò un altro. Insomma, c’erano due cavalli che pascolavano nel giardino davanti a casa. Accanto a uno di loro intravidi mia moglie e la chiamai per nome. «Vieni un po’ qui fuori», mi disse. «Vieni un po’ a vedere. Non è incredibile?» Era in piedi accanto a quest’enorme cavallo e gli accarezzava un fianco. Era vestita col suo completo migliore, aveva le scarpe con i tacchi e indossava il cappello. (Non l’avevo più vista mettersi il cappello dal giorno del funerale di sua madre, tre anni prima.) Poi si spostò un po’ in avanti e appoggiò la testa alla criniera del cavallo. «Da dove spunti fuori, bambolone?», disse. «Da dove spunti fuori, tesoro?» Quindi, sotto i miei occhi, cominciò a singhiozzare col viso affondato nella criniera. «Dai, non fare così», le dissi, scendendo i gradini. Mi avvicinai e accarezzai il cavallo, poi misi una mano sulla spalla di mia moglie. Lei si tirò indietro. Il cavallo sbuffò, sollevò un attimo la testa e poi si rimise a brucare l’erba. «Che c’è?», dissi, rivolto a mia moglie. «Per l’amor del cielo, si può sapere cosa sta succedendo qui?» Lei non mi rispose. Il cavallo si spostò di qualche passo, continuando a strappare e a masticare fili d’erba. Anche l’altro cavallo continuava tranquillo a biascicare erba. Mia moglie si spostò insieme al cavallo, sempre appesa alla sua criniera. Appoggiai la mano sul collo del cavallo e sentii un improvviso spasmo d’energia corrermi su per il braccio fino alla spalla. Rabbrividii. Mia moglie stava ancora piangendo. Mi sentivo confuso, ma ero anche spaventato. «Mi puoi spiegare cosa sta succedendo?», le dissi. «Perché ti sei vestita così? Cosa ci fa quella valigia sulle scale? E questi cavalli da dove sono saltati fuori? Per l’amor del cielo, mi vuoi dire cosa sta succedendo?» 430


Mia moglie si mise a canticchiare sommessamente all’orecchio del cavallo. Proprio così, a canticchiare! Poi smise di colpo e mi disse: «Non l’hai letta la mia lettera, vero? Magari le hai dato una scorsa, ma non l’hai letta. Ammettilo!» «Certo che l’ho letta», protestai. Mentivo, è vero, ma era una bugia innocente. Una bugia solo in parte. Ma, come si dice?, chi è senza peccato scagli la prima pietra. «Ad ogni modo, spiegami lo stesso cosa sta succedendo», ripetei. Mia moglie voltò la testa dall’altra parte e affondò il viso nell’umida criniera scura del cavallo. Sentivo il cavallo che faceva chomp, chomp, chomp, poi uno sbuffo e l’aria che gli entrava sibilando nelle narici. Quindi lei disse: «Vedi, c’era una volta una ragazza. Mi senti? E questa ragazza amava alla follia un ragazzo. Lo amava più di se stessa. Ma il ragazzo... be’, a un certo punto, diventò grande. Non so bene come, ma gli successe qualcosa, e lui cominciò a essere crudele anche senza averne l’intenzione e poi...» Non riuscii a sentire il resto perché proprio in quel momento, sul viale, sbucò una macchina dalla nebbia, con i fari accesi e una luce azzurra intermittente sul tetto. Un istante dopo fu seguita da un camioncino scoperto che trainava quel che sembrava un rimorchio per cavalli, per quanto, con tutta quella nebbia, non si riusciva bene a distinguere. Poteva essere qualsiasi cosa - per esempio, una grossa cucina da campo. La macchina fece manovra e parcheggiò sul prato, seguita a ruota dal camioncino che gli si fermò accanto. Entrambi i veicoli rimasero con il motore e i fari accesi, cosa che contribuì a dare alla scena un aspetto strano, irreale. Dal camioncino scese un tizio con un cappello da cowboy in testa che pensai subito fosse un allevatore o qualcosa del genere. Si alzò il bavero del montone e si mise a fischiare per richiamare i cavalli. Poi dall’altra macchina scese un uomo robusto che indossava un impermeabile. Era molto più grosso dell’allevatore ma anche lui portava il cappello da cowboy. Teneva l’impermeabile sbottonato, e così potei vedere che attorno alla vita aveva un cinturone con la pistola. Doveva essere uno dei vice dello sceriffo. Nonostante tutto quello che stava succedendo e l’ansia che provavo, trovai degno di nota il fatto che entrambi portassero il cappello. Mi passai una mano tra i capelli e desiderai averne uno in testa anch’io. «Ho chiamato io l’ufficio dello sceriffo, poco fa», disse mia moglie, «appena ho visto i cavalli». Fece una pausa e poi aggiunse: 431


«Adesso non c’è più bisogno che tu mi dia uno strappo in città. L’avevo scritto nella lettera, quella che hai letto. Dicevo che avevo bisogno di uno strappo in città. Ora può darmelo - almeno spero - uno di questi signori. E non pensare che io cambi idea. Ti dico che la mia decisione è irrevocabile. E guardami, quando parlo!» Mi ero messo a osservare i due uomini che stavano radunando i cavalli. Il vice-sceriffo reggeva una torcia elettrica e l’allevatore accompagnava uno dei cavalli su per la rampa del rimorchio. Mi voltai a guardare questa donna che non riconoscevo più. «Ti sto lasciando», disse. «Ecco cosa sta succedendo. Stasera me ne vado in città. Me ne vado per conto mio. Sta tutto nella lettera che hai letto». Mentre, come ho spiegato prima, mia moglie non sottolineava mai le parole nelle sue lettere, ora (dopo essersi asciugata le lacrime) parlava come se praticamente una parola sì e una parola no che le usciva di bocca dovesse essere messa in evidenza. «Ma si può sapere che cosa ti ha preso?», mi sentii dire. Era come se neanch’io riuscissi a evitare di calcare alcune delle parole che pronunciavo. «Perché fai così?» Lei scosse la testa. L’allevatore stava caricando il secondo cavallo sul rimorchio, lanciando acuti fischi, battendo le mani e gridando di quando in quando: «Oh! Oh, accidenti a te! Volta qua. Volta!» Il vice-sceriffo si avvicinò a noi con una cartellina rigida sotto il braccio. Reggeva in mano una grossa torcia elettrica. «Chi ha telefonato?», chiese. «Io», rispose mia moglie. Il vice la squadrò per un attimo. Con la torcia le illuminò le scarpe con i tacchi alti e poi salì su fino al cappello. «Com’è che è vestita a festa?», le chiese. «Lascio mio marito», rispose lei. Il vice annuì, come se capisse. (Ma non era vero, non poteva capire!) «Non è che lui le sta creando dei problemi, eh?», disse, rivolgendo la luce della torcia sul mio viso e agitandola su e giù rapidamente. «Non le sta creando problemi, vero?» «No», dissi. «Nessun problema, solo che...» «Bene», tagliò corto il vice-sceriffo. «Non mi interessa altro». L’allevatore chiuse il portello del rimorchio e tirò un catenaccio. 432


Quindi si avvicinò a noi camminando nell’erba bagnata che, notai, gli arrivava fino all’orlo degli stivali. «Volevo ringraziarvi per aver chiamato, gente», disse. «Sono molto obbligato. Con questo nebbione, se fossero finiti per la strada laggiù, avrebbero combinato un bel casino». «È la signora che ha chiamato», disse il vice-sceriffo. «Senti, Frank, la signora qui ha bisogno di uno strappo in città. Se ne va da casa. Non so chi ha ragione e chi ha torto qui, comunque è lei che se ne va». Si voltò verso mia moglie e le chiese: «Lei è sicura di questa cosa, vero?» Lei annuì: «Sicurissima». «Bene», disse il vice. «Fin qui ci siamo. Frank, mi stai a sentire? Io non posso portarla in macchina fino in città. Devo rispondere a un’altra chiamata. Allora, puoi farle tu questo favore e accompagnarla in città? Probabilmente vorrà andare alla stazione degli autobus oppure in albergo. È lì che di solito vanno. È lì che vuole andare lei?», chiese, rivolto a mia moglie. «Frank ha bisogno di saperlo». «Può lasciarmi alla stazione degli autobus», rispose mia moglie. «Quella lì sulle scale è la mia valigia». «Allora, Frank, che ne dici?», chiese il vice-sceriffo. «Penso di sì, certo», disse Frank, togliendosi il cappello e poi rimettendoselo subito. «Lo farei con piacere, penso, solo che non vorrei mettermi in mezzo a qualcosa...» «Non si preoccupi», disse mia moglie. «Non voglio crearle alcun fastidio, solo che - be’, in questo momento sono un po’ sconvolta. Sì, vede, sono un po’ sconvolta. Ma appena me ne andrò da qui, lontano da questo posto terribile, vedrà che starò meglio. Mi faccia andare a controllare di nuovo per assicurarmi di non aver lasciato niente. Niente d’importante», aggiunse. Esitò un istante, poi disse: «Non è una cosa improvvisa come sembra. Si stava preparando da molto, moltissimo tempo. Siamo sposati da un bel po’ d’anni. Abbiamo avuto periodi buoni e periodi cattivi, alti e bassi. Li abbiamo passati tutti. Ma adesso è ora che me ne vada per conto mio. È proprio ora, sì. Capite cosa voglio dire, signori?» Frank si tolse di nuovo il cappello e se lo rigirò tra le mani come se volesse controllare la tesa; poi se lo rimise in testa. 433


Il vice disse: «Sono cose che succedono. Lo sa Iddio, che nessuno di noi è perfetto. Non siamo stati certo creati perfetti. Gli angeli si trovano solo in paradiso». Mia moglie si diresse verso casa, guardando bene dove metteva i tacchi alti tra l’erba umida e incolta. Aprì la porta ed entrò. La vedevo muoversi dietro le finestre illuminate e mi venne in mente una cosa: forse non l’avrei più rivista. Questo pensiero mi attraversò la mente e mi lasciò allibito. L’allevatore, il vice-sceriffo e io rimanemmo lì in piedi ad aspettare senza dire una parola. La nebbia umida fluttuava tra noi e le luci dei fari delle macchine. Sentivo i cavalli muoversi dentro al rimorchio. Eravamo tutti un po’ a disagio, credo. Ma naturalmente parlo solo per me; non so cosa provassero loro. Può anche darsi che fossero abituati a veder succedere queste cose tutte le sere - vite che si sfasciavano davanti ai loro occhi. Magari il vice c’era abituato. Invece Frank, l’allevatore, teneva gli occhi bassi. Si era infilato le mani in tasca e poi le aveva ritirate fuori. Ogni tanto dava un calcio a qualcosa in mezzo all’erba. Quanto a me, mi misi a braccia conserte e continuai a star lì impalato senza saper bene come sarebbe andata a finire. Intanto il vice continuava a spegnere e a riaccendere la torcia elettrica. Ogni tanto l’alzava e frugava la nebbia con il suo fascio di luce. Uno dei cavalli dentro al rimorchio nitrì e subito dopo nitrì anche l’altro. «Con una nebbia così non si riesce a vedere un accidenti», disse Frank. Capii che diceva così, tanto per dire qualcosa. «La peggiore nebbia che abbiamo mai avuto», disse il vice-sceriffo. Poi si girò verso di me. Stavolta non mi accese la torcia negli occhi, però mi disse una cosa. Disse: «Com’è che vuole lasciarla? L’ha picchiata o qualcosa del genere? Le ha mollato qualche ceffone, vero?» «Non l’ho mai picchiata», risposi. «Neanche una volta da quando ci siamo sposati. Qualche volta ce n’era anche motivo, ma non l’ho mai toccata. Una volta è stata lei a picchiare me». «Oh, adesso non cominciamo, eh?», disse il vice-sceriffo. «Non voglio sentire storie stasera. Non dica niente e non succederà niente. Niente baruffe. Non ci pensi neanche, capito? Non è che vuole piantarmi qualche grana stasera, eh?» Sia Frank sia il vice mi stavano osservando. Era chiaro che Frank era imbarazzato. Tirò fuori l’attrezzatura e si mise ad arrotolarsi una sigaretta. 434


«No», dissi. «Nessuna grana». Mia moglie uscì sulla veranda e prese la valigia. Ebbi l’impressione che non solo avesse dato un’ultima occhiata in giro, ma che avesse anche approfittato dell’occasione per darsi una rinfrescata, ripassarsi un po’ di rossetto sulle labbra eccetera. Mentre scendeva i gradini, il vice le illuminò il cammino con la torcia elettrica. «Da questa parte, signora», le disse. «Attenta a dove mette i piedi, si scivola». «Sono pronta», disse lei. «Bene», disse Frank. «Dunque, tanto per vedere se ho capito». Si tolse ancora una volta il cappello e lo tenne in mano. «Io la porto in città e l’accompagno alla fermata dell’autobus. Però, lei capisce, non vorrei mettermi in mezzo in questa faccenda. Capisce cosa voglio dire». Guardò prima mia moglie e poi me. «Giusto», intervenne il vice-sceriffo. «Hai detto proprio bene. Le statistiche dimostrano che, nove volte su dieci, le liti familiari sono potenzialmente la situazione più pericolosa in cui uno, specie un tutore della legge, può trovarsi coinvolto. Però credo che questa situazione qui, stasera, sarà l’eccezione che conferma la regola. Vero, gente?» Mia moglie si girò verso di me e disse: «Non credo che ti darò un bacio. No, non ti darò un bacio d’addio. Ti saluto e basta. Abbi cura di te». «Giusto», disse il vice. «Niente baci: si comincia con un bacio e non si sa dove si va a finire, vero?» Si mise a ridere. Ebbi l’impressione che stessero tutti aspettando che io dicessi qualcosa. Ma per la prima volta in vita mia ero rimasto senza parole. Poi, mi feci coraggio e dissi a mia moglie: «L’ultima volta che ti sei messa quel cappello, portavi anche la veletta e ti appoggiavi al mio braccio. Piangevi per tua madre. E avevi indosso un abito scuro, non come quello che porti stasera. Però le scarpe coi tacchi sono le stesse, me le ricordo. Non mi lasciare così», dissi. «Non so cosa farò». «Devo lasciarti», disse lei. «È tutto nella lettera - ho spiegato tutto nella lettera. Il resto appartiene al regno del... non so. Del mistero, delle ipotesi, chissà. Ad ogni modo, non c’è niente nella lettera che tu non sappia già». Poi si rivolse a Frank e disse: «Andiamo, Frank. La posso chiamare Frank, vero?» 435


«Lo chiami come le pare», disse il vice, «basta che lo chiami in tempo per la cena». Scoppiò di nuovo a ridere - una risata sonora, di cuore. «Bene», disse Frank. «Certo che può. Be’, d’accordo. Allora andiamo, eh?» Prese la valigia dalle mani di mia moglie, si diresse verso il camioncino e la sistemò nella cabina. Quindi si piazzò dalla parte del passeggero e tenne aperta la portiera. «Ti scriverò dopo che mi sarò sistemata», disse mia moglie. «Almeno credo. Comunque, una cosa alla volta. Vedremo». «Adesso sì che dice bene, signora», disse il vice. «Tenga aperti i canali di comunicazione. In bocca al lupo, amico», disse infine, rivolto a me. Poi si diresse verso la sua macchina e ci salì dentro. Il camioncino fece lentamente un ampio giro per il giardino, trascinandosi dietro il rimorchio. Uno dei cavalli lanciò un nitrito. L’ultima immagine che ebbi di mia moglie fu quando un fiammifero si accese nella cabina del camioncino e la vidi abbassarsi per accostare la sigaretta al fuoco che l’allevatore le porgeva. Mise le mani attorno a quella di lui che reggeva il fiammifero, per proteggere la fiamma. Il vice-sceriffo attese che il camioncino col rimorchio lo sorpassasse e poi fece manovra con la sua auto, slittando sull’erba bagnata finché i pneumatici non fecero presa sul viale e cominciarono a girare, facendo schizzare la ghiaia. Mentre si dirigeva verso la strada, fece risuonare il clacson. Risuonare. Gli storici dovrebbero usare più spesso parole come «risuonare» o «squillare» o «rimbombare» - specialmente nei momenti solenni, come dopo un massacro o dopo che un terribile avvenimento ha gettato un’ombra funerea sul futuro di un’intera nazione. È allora che una parola come «risuonare» è indispensabile, è come oro in un’epoca di bronzo.

Vorrei aggiungere che fu a questo punto, mentre ero lì in mezzo alla nebbia e la vedevo andar via, che mi tornò in mente una foto in bianco e nero di mia moglie che tiene in mano il suo bouquet di sposa. Ha diciotto anni - è ancora una bambina, come mi aveva urlato sua madre neanche un mese prima del matrimonio. Si è sposata pochi attimi prima che scattassero la foto. Sorride. Ha appena finito di ridere o è sul punto di cominciare. In ogni caso, tiene la bocca 436


socchiusa in gioiosa sorpresa mentre fissa l’obiettivo. È incinta di tre mesi, anche se questo, naturalmente, nella foto non si vede. Ma che importa se è incinta? E con questo? A quell’epoca erano tutte incinte, no? Ad ogni modo è felice. E anch’io ero felice - me lo ricordo bene. Eravamo felici tutti e due. In quella foto lì io non ci sono, ma non ero molto lontano - a qualche passo di distanza, se ricordo bene, impegnato a stringere la mano a qualcuno che mi stava facendo gli auguri. Mia moglie aveva studiato latino e tedesco, chimica, fisica, storia e Shakespeare, insomma tutte quelle cose che insegnano nelle scuole private. Sapeva come si tiene in mano una tazza di tè. Sapeva anche cucinare e far bene l’amore. Una ragazza d’oro. Ma, pochi giorni dopo la storia dei cavalli, ritrovai quella foto, insieme a diverse altre, mentre frugavo tra la roba di mia moglie per vedere cosa potevo buttare e cosa mi conveniva tenere. Ero nel bel mezzo dei preparativi per il trasloco e così osservai la foto qualche istante e poi la buttai. Fui spietato. Mi dissi che non me ne importava niente. Perché me ne sarebbe dovuto importare? Se m’intendo - e me ne intendo - se m’intendo un po’ della natura umana, sono sicuro che non potrà vivere senza di me. Tornerà da me. Presto. Spero che sia presto. No, non ho mai capito niente di niente e non m’intendo d’un bel niente. Se ne è andata sul serio. Proprio così. Lo sento. Se ne è andata e non tornerà. Punto e basta. Mai più. Non la vedrò mai più, a meno che non c’incontriamo da qualche parte per caso. Rimane il mistero della calligrafia. Un bel rompicapo. Comunque l’importante non è la faccenda della calligrafia, lo so bene. Come potrebbe esserlo, dopo le conseguenze che ha avuto quella lettera? Non tanto la lettera in sé, quanto le cose che c’erano scritte e che non posso dimenticare. No, no, la lettera non è affatto la cosa più importante - in questa faccenda c’è molto di più che non la calligrafia di qualcuno. Quel «molto di più» si riferisce a cose molto sottili. Si potrebbe dire, per esempio, che prendere moglie equivale a entrare a far parte della storia. E se le cose stanno così, devo intendere che ormai sono fuori dalla storia - come i cavalli o la nebbia. O viceversa si potrebbe dire che la mia storia mi ha abbandonato. O che d’ora in poi dovrò fare a meno della storia.

437


O che la storia dovrà ora fare a meno di me - a meno che mia moglie non decida di scrivere altre lettere, o racconti tutto a un’amica che tiene un diario, mettiamo. Allora, anni dopo, qualcuno potrà ripensare a questo periodo e interpretarlo secondo quanto vi troverà scritto, tutte le liti e le invettive, i silenzi e le allusioni. È a questo punto che mi viene in mente che l’autobiografia è la storia dei poveri. E che, in effetti, sto dicendo addio alla storia. Addio, mia cara.

438


L’incarico

Čechov. La sera del 21 marzo 1897 andò a cena, a Mosca, col suo amico e confidente Alexei Suvorin. Questo Suvorin era un ricchissimo editore di giornali e riviste, un reazionario, un uomo che si era fatto da sé. Suo padre aveva combattuto come soldato semplice nella battaglia di Borodino. Suo nonno era stato servo della gleba, proprio come quello di Čechov. In comune avevano dunque il fatto che nelle loro vene scorreva sangue contadino. Altrimenti, sia come carattere sia politicamente, i due erano quanto mai distanti. Nondimeno, Suvorin era uno dei pochi amici intimi di Čechov e lo scrittore ne amava la compagnia. Naturalmente andarono nel miglior ristorante della città, un’ex locanda che si chiamava Hermitage - un posto dove ci potevano volere ore, perfino una mezza nottata, per finire una cena di dieci portate che, naturalmente, comprendeva l’assaggio di svariati vini, liquori e caffè. Come sempre, Čechov indossava un impeccabile vestito scuro, col panciotto e portava il solito pince-nez. Il suo aspetto quella sera non si discostava molto da quello in cui lo ritraggono le foto di quel periodo. Era rilassato e gioviale; aveva stretto la mano del maître e abbracciato con lo sguardo l’ampia sala da pranzo, illuminata da elaborati candelieri, i tavoli occupati da uomini e donne elegantemente vestiti. I camerieri andavano e venivano senza posa. Si era appena seduto di fronte a Suvorin quando, all’improvviso, senza alcun segno premonitore, del sangue cominciò a sgorgargli copiosamente dalla bocca. Suvorin e due camerieri lo accompagnarono al bagno e tentarono, senza riuscirci, di fermare l’emorragia con impacchi di ghiaccio. L’incidente imbarazzò terribilmente lo scrittore. Suvorin lo riaccompagnò subito in albergo dove gli fece preparare un letto in una delle stanze del proprio appartamento. Ma poi, in seguito a un’altra emorragia, Čechov acconsentì a farsi ricoverare in una clinica specializzata nella cura della tubercolosi e dei disturbi respiratori. Quando Suvorin andò a fargli visita, Čechov si scusò per lo «scandalo» da lui provocato al ristorante tre sere prima, ma negò con una certa insistenza la gravità della situazione. «Rideva e scherzava come al solito», annotò Suvorin nel suo diario, «mentre sputava sangue in una bacinella». 439


La sorella minore dello scrittore, Maria, andò a fargli visita in clinica verso la fine di marzo. Il tempo era bruttissimo; grandinava e dappertutto la neve gelata era ammonticchiata lungo le strade. Le fu difficile fermare una carrozza che la portasse all’ospedale. Quando vi giunse era attanagliata da ansie e timori. «Anton Pavlovic era disteso sul letto», scrisse poi nelle sue Memorie. «Non gli era permesso parlare. Dopo averlo salutato, dovetti voltarmi verso il tavolo per nascondere le mie emozioni». Lì, tra bottiglie di champagne, vasetti di caviale e mazzi di fiori inviati in segno di augurio dagli amici, vide qualcosa che le gelò il sangue: uno schizzo dei polmoni di Čechov, eseguito evidentemente da uno specialista in materia. Era il tipo di disegno di cui spesso i dottori si servono per illustrare al paziente cosa ritengono stia accadendo. I polmoni erano disegnati in blu ma la parte superiore era tutta colorata di rosso. «Mi resi subito conto che quella era la parte malata», scrisse poi Maria. Anche Lev Tolstoj si recò a fargli visita. Trovarsi di fronte al più grande scrittore del paese ispirò un reverente timore al personale della clinica. Non era forse l’uomo più famoso di tutta la Russia? Dovevano per forza permettergli di vedere Čechov, anche se i medici avevano proibito le visite non essenziali. Così, circondato dagli ossequi rispettosi delle infermiere e dei dottori, il vecchio dall’aspetto fiero e barbuto fu fatto entrare nella stanza di Čechov. Nonostante non avesse una grande opinione delle capacità drammaturgiche di Čechov - Tolstoj considerava i suoi drammi statici e privi di visione morale («Dove vi portano i vostri personaggi?», chiese una volta a Čechov. «Dal divano al ripostiglio e viceversa») - Tolstoj ammirava i suoi racconti. E ancor di più ammirava l’uomo. Una volta disse a Gor «Che magnifica, stupenda persona! Tranquillo e modesto, come una ragazza. Cammina perfino un po’ come una ragazza. È semplicemente meraviglioso». Nel suo diario (a quei tempi tutti tenevano un diario) scriveva: «Sono felice di volergli bene». Tolstoj si tolse la sciarpa di lana e la pelliccia d’orso e si sedette su una sedia accanto al letto di Čechov. Non si curò del fatto che l’infermo era sotto cura e che gli era stato addirittura proibito di aprire bocca, figurarsi quindi se poteva sostenere la fatica di una conversazione. Čechov si ritrovò ad ascoltare, con un certo stupore, le disquisizioni del conte sulle sue teorie dell’immortalità 440


dell’anima. A proposito di quella visita, più tardi Čechov scrisse: «Tolstoj crede che tutti noi (uomini o animali, non importa) continueremo a vivere sotto forma di principio (come la ragione o l’amore) la cui essenza e i cui fini sono per noi un mistero. Non so che farmene di una tale immortalità. Non la capisco e Lev Nicolaevic ne è rimasto molto stupito». Nonostante questo, Čechov fu molto colpito dalla sollecitudine dimostrata da Tolstoj nel fargli visita. Ma egli non credeva, né aveva mai creduto, nella possibilità di una vita dopo la morte. Non credeva in nulla che non potesse essere percepito da uno o più dei suoi cinque sensi. E a proposito della sua visione generale della vita e della scrittura, una volta aveva confidato a Suvorin che gli mancava «una visione politica, religiosa o filosofica del mondo. La cambio ogni mese, e perciò devo limitarmi a descrivere come i miei eroi amano, si sposano, si riproducono, muoiono e come parlano». In precedenza, prima che gli fosse diagnosticata la tubercolosi, Čechov aveva osservato: «Quando un contadino ha la tisi, dice: “Non c’è niente da fare: me ne andrò a primavera quando si scioglie la neve”». (Čechov morì invece nel mezzo dell’estate, durante un’ondata di caldo.) Ma, una volta che la sua malattia fu individuata, egli cercò continuamente di minimizzare la serietà della sua condizione. Dall’esterno sembrava che fosse convinto, fino alla fine, di potersi liberare dal male come ci si libera da un fastidioso raffreddore. Fino ai suoi ultimissimi giorni, parlava con evidente convinzione della possibilità di un miglioramento. In effetti, in una lettera scritta poco prima della morte, arrivò al punto di dire a sua madre che «stava mettendo su peso», e che si sentiva molto meglio ora che si trovava a Badenweiler.

Badenweiler è un centro termale nella zona occidentale della Foresta Nera, non lontano da Basilea. Da quasi ogni parte della città si vedono i Vosgi, e a quei tempi l’aria era pura e corroborante. Per anni era stata meta di russi che vi si recavano per immergersi nelle sorgenti calde e per passeggiare lungo i viali alberati. Nel giugno 1904, Čechov arrivò in questa stazione climatica per morirvi. All’inizio del mese, comunque, aveva compiuto un difficile viaggio in treno da Mosca a Berlino. Aveva viaggiato in compagnia della moglie, l’attrice Olga 441


Knipper, che aveva incontrato nel 1898 durante le prove de Il gabbiano. I contemporanei la descrivono come un’eccellente attrice. Era una donna di talento, graziosa e di dieci anni più giovane del drammaturgo. Čechov ne era stato immediatamente attratto, ma gli ci volle del tempo prima di dare ascolto ai suoi sentimenti. Come sempre, al matrimonio preferiva le schermaglie amorose. Alla fine, però, dopo tre anni di un corteggiamento fitto di separazioni, lettere e inevitabili fraintendimenti, i due si erano sposati a Mosca il 25 maggio 1901, con una cerimonia strettamente privata. Čechov era raggiante. Chiamava Olga la sua «puledrina» oppure la sua «cagnetta», la sua «cucciola». Amava rivolgersi a lei chiamandola «tacchinella mia», o semplicemente «gioia mia». A Berlino Čechov aveva consultato un noto specialista di malattie polmonari, il dottor Karl Ewald. Ma il medico, secondo un testimone, dopo aver visitato lo scrittore aveva alzato le braccia ed era uscito dalla stanza senza dire una parola. La malattia era in uno stadio troppo avanzato per essere curata: il dottor Ewald era furioso con se stesso per non poter compiere miracoli e con Čechov perché era così malato. Un giornalista russo che fece visita ai coniugi Čechov nel loro albergo inviò al proprio giornale questo dispaccio: «Čechov ha ormai i giorni contati. Egli sembra mortalmente malato, è sciupato in modo impressionante, tossisce di continuo, il minimo movimento lo lascia senza fiato e ha la febbre alta». Fu questo stesso giornalista che li accompagnò alla stazione di Potsdam, dove salirono a bordo del treno che li avrebbe portati a Badenweiler. Secondo la sua testimonianza, «Čechov ebbe molta difficoltà a salire la breve scalinata che portava alla stazione. Dovette sedersi per parecchi minuti per riprendere fiato». In effetti qualsiasi movimento gli costava dolore: le gambe erano costantemente intorpidite e gli organi interni lo facevano spasimare. Il male aveva già attaccato l’intestino e il midollo spinale. A questo punto gli era rimasto meno di un mese di vita. Quando Čechov parlava del suo stato di salute ormai ostentava, secondo Olga, «un’indifferenza quasi temeraria». Il dottor Schwöhrer era uno dei tanti medici di Badenweiler che si guadagnava lautamente da vivere curando i benestanti che venivano alle terme in cerca di sollievo da vari malanni. Alcuni dei suoi pazienti erano effettivamente molto malati, altri semplicemente vecchi e ipocondriaci. Ma Čechov era un caso speciale: era evidente che nessuna cura gli avrebbe giovato e che non gli 442


restavano che pochi giorni di vita. Inoltre, era una celebrità. Perfino il dottor Schwöhrer lo conosceva: aveva letto alcuni suoi racconti in una rivista tedesca. Quando, ai primi di giugno, aveva visitato lo scrittore gli aveva espresso tutta la sua ammirazione come lettore, ma si era ben guardato dal rivelargli la sua opinione come medico. Gli aveva invece prescritto una dieta a base di cacao, fiocchi d’avena conditi col burro e infuso di fragola - quest’ultimo per assicurare a Čechov un riposo tranquillo la notte. Il 13 giugno, a meno di tre settimane dalla morte, Čechov scrisse una lettera alla sorella in cui le assicurava che la sua salute stava rapidamente migliorando. «È probabile che tra una settimana sarò completamente guarito», scrisse in quella lettera. Chissà perché disse così? Cosa aveva in mente? Era medico anche lui, quindi sapeva senz’altro come stavano le cose. La verità, semplice e inevitabile, era che stava morendo, punto e basta. Eppure si sedeva sul balcone della sua stanza e leggeva gli orari ferroviari. Chiedeva a Olga informazioni sulle date di partenza di navi dirette a Odessa che salpavano da Marsiglia. Ma intanto sapeva benissimo la verità. Al punto in cui erano giunte le cose doveva saperla per forza. Eppure, in una delle ultime lettere che avrebbe mai scritto, continuava a dire alla sorella che si sentiva «ogni giorno più forte». Ormai da tempo aveva perso qualsiasi appetito per il lavoro letterario. L’anno prima, aveva rischiato addirittura di non riuscire a finire Il giardino dei ciliegi. La stesura di quel dramma era stata la cosa più difficile della sua vita. Verso la fine riusciva a stento a scrivere sei, sette righe al giorno. «Comincio a scoraggiarmi», confidò a Olga in una lettera. «Come scrittore mi sento finito. Ogni frase che scrivo mi sembra inutile e senza merito». Eppure non smise: nell’ottobre del 1903 completò il dramma. Fu l’ultima cosa che scrisse, a parte qualche lettera e poche annotazioni sul suo taccuino. Poco dopo la mezzanotte del 2 luglio 1904, Olga mandò a chiamare il dottor Schwöhrer. Era urgente: Čechov delirava. Nella stanza accanto si trovavano ad alloggiare due giovani russi in vacanza e Olga corse a chiamarli per spiegare cosa stava accadendo. Uno dei due era già a letto, ma l’altro si era attardato a leggere e a fumare ed era ancora in piedi. Uscì di corsa dall’albergo per cercare il dottor Schwöhrer.

443


«Sento ancora lo scricchiolio della ghiaia sotto i suoi passi nel silenzio di quella afosa notte di luglio», scrisse in seguito Olga nel suo diario. Čechov era in preda ad allucinazioni: parlava di marinai e ogni tanto diceva qualcosa sui giapponesi. «Non si mette il ghiaccio su uno stomaco vuoto», disse quando la moglie tentò di fargli degli impacchi freddi sul petto. Il dottor Schwöhrer arrivò e tirò fuori gli strumenti dalla borsa, tenendo lo sguardo fisso sul paziente che giaceva ansante sul letto. Gli occhi dell’infermo erano dilatati e le tempie erano madide di sudore. Il volto del medico rimase impassibile. Non era un uomo emotivo, ma si rendeva perfettamente conto che la fine era imminente. Eppure, come medico aveva giurato di fare tutto il possibile e Čechov, per quanto tenuemente, sembrava aggrapparsi ancora alla vita. Il dottor Schwöhrer preparò una siringa ipodermica e gli somministrò una dose di canfora, per mantenere alto il tono cardiaco. Ma l’iniezione non giovò a nulla: a quel punto, evidentemente, non c’era più speranza. Nondimeno il medico informò Olga che aveva intenzione di mandare a prendere dell’ossigeno. Improvvisamente, Čechov si riscosse e, del tutto lucido, disse con calma: «A che pro? Prima che arrivi sarò già cadavere». Il dottor Schwöhrer si tirò i folti baffi e fissò il malato. Le guance dello scrittore erano grigie e incavate, il volto cereo; il respiro rauco e intermittente. Il medico si rese conto che il tempo si poteva ormai misurare in minuti. Senza una parola, senza nemmeno consultarsi con Olga, si diresse verso una nicchia della parete dove si trovava un telefono. Lesse le istruzioni per usare l’apparecchio: tenendo premuto un bottone e girando una manovella poteva mettersi in contatto con i sotterranei dell’albergo, dove erano le cucine. Portò il ricevitore all’orecchio e seguì le istruzioni. Quando qualcuno finalmente rispose, il dottor Schwöhrer ordinò una bottiglia del migliore champagne dell’albergo. «Quanti bicchieri?», gli fu chiesto. «Tre bicchieri!», esclamò il medico nel boccaglio. «E in fretta, capito?» Fu uno di quei rari momenti di ispirazione cui si rischia in seguito di non far più caso, perché l’iniziativa sembra così appropriata da apparire inevitabile. Lo champagne fu portato all’appartamento da un giovanotto dall’aria stanca e dai capelli biondi arruffati che finivano a punta sulla fronte. I pantaloni della sua 444


uniforme non avevano più la piega, tanto erano gualciti, e nella fretta di abbottonarsi la giacca aveva saltato uno degli occhielli degli alamari. Il suo aspetto era quello di qualcuno che stava riposando - abbandonato su una sedia, sonnecchiando - quando lontano, santo cielo!, un telefono aveva squillato nelle prime ore del mattino e, prima che se ne rendesse conto, il suo superiore lo stava scuotendo e gli ordinava di portar su una bottiglia di Möet alla 211. «E in fretta, capito?»

Il giovanotto entrò con lo champagne in un secchiello per il ghiaccio e un vassoio d’argento con sopra tre calici di cristallo molato. Trovò posto per il secchiello e i bicchieri su un tavolino ma intanto allungava il collo per cercare di guardare nell’altra stanza da dove giungevano quei rantoli feroci, come se qualcuno cercasse di respirare a tutti i costi. Era un rumore terribile, straziante; il giovanotto affondò il mento nel colletto e si voltò mentre quel respiro sgangherato si faceva sempre più affannoso. Confuso, fissò lo sguardo fuori della finestra aperta, verso la città avvolta nel buio. Poi un uomo dall’aspetto imponente e dai baffi folti gli mise delle monete in mano - a sentirla pareva una grossa mancia - e improvvisamente vide la porta aprirsi davanti a sé. Mosse qualche passo e si ritrovò sul pianerottolo, dove aprì la mano e fissò stupito le monete. Con la consueta meticolosità, il dottore si accinse ad aprire la bottiglia cercando di attutire per quanto possibile lo schiocco festoso del tappo. Versò lo champagne nelle tre coppe e poi, con un gesto che gli era abituale, rimise il tappo alla bottiglia, spingendolo a forza nel collo. Quindi portò le tre coppe vicino al letto. Olga lasciò per un attimo la presa della mano del marito - una mano, disse più tardi, che le bruciava le dita. Gli sistemò un altro guanciale dietro la testa, poi appoggiò il calice di champagne fresco al palmo febbricitante dello scrittore e si assicurò che le dita si stringessero saldamente attorno al gambo. Čechov, Olga e il dottor Schwöhrer si scambiarono un’occhiata. Non fecero tintinnare i bicchieri, non fecero brindisi. A cosa mai avrebbero potuto brindare? Alla morte? Čechov chiamò a raccolta le ultime forze e disse: «È un sacco di tempo che non bevo più champagne». Si portò il bicchiere alle labbra e bevve. Dopo uno o due minuti Olga gli prese il bicchiere vuoto dalle mani e lo posò sul 445


comodino. Quindi Čechov si voltò di lato. Chiuse gli occhi e fece un gran sospiro. Un attimo dopo aveva cessato di respirare. Il dottor Schwöhrer sollevò la mano dello scrittore dalle lenzuola, gli tastò il polso, tirò fuori un orologio d’oro dal taschino del panciotto e lo aprì. La lancetta dei secondi si muoveva lentamente, molto lentamente. Lasciò che facesse il giro del quadrante tre volte mentre aspettava qualche segno di pulsazione. Erano le tre del mattino ma faceva ancora molto caldo nella stanza. Badenweiler era alle prese con una delle peggiori ondate di caldo di quegli anni. Tutte le finestre delle due stanze erano spalancate, ma non c’era alcun segno di brezza. Una grossa falena nera svolazzò attraverso una finestra e andò a sbattere freneticamente contro la lampada elettrica. Il dottore lasciò andare il polso di Čechov. «È finita», disse. Chiuse il coperchio dell’orologio e se lo rimise nel taschino del panciotto. Immediatamente Olga si asciugò gli occhi e si ricompose. Ringraziò il dottore per essere venuto. Lui le chiese se desiderava qualche calmante - del laudano, forse, o qualche goccia di valeriana. Lei scosse la testa. Però aveva una richiesta da fargli: prima che le autorità fossero avvertite e la notizia arrivasse ai giornali, insomma prima che Čechov fosse sottratto alle sue cure, desiderava restare un poco sola con lui. Era in grado di farle questo favore? Poteva ritardare di qualche ora la diffusione della notizia di quanto era appena successo? Il dottor Schwöhrer si carezzò i baffi con le nocche delle dita. Perché no? Dopo tutto, che differenza faceva se la notizia fosse stata divulgata subito o tra qualche ora? L’unico compito che gli rimaneva da sbrigare era la stesura del certificato di morte e poteva benissimo farlo con calma in ufficio al mattino, magari dopo qualche ora di sonno nel suo letto. Il dottore annuì che era d’accordo e si preparò a uscire. Quindi mormorò poche parole di condoglianze. Olga chinò il capo. «È stato per me un onore», disse infine il dottore, poi prese la borsa e uscì dalla stanza e anche dalla storia. Fu in questo preciso istante che il sughero esplose dalla bottiglia di champagne; della schiuma fuoriuscì e si versò sul tavolo. Olga tornò al capezzale del marito. Si sedette su uno sgabello e gli prese la mano tra le sue; ogni tanto gli carezzava il viso. «Non si udivano voci umane né rumori quotidiani», scrisse poi. «C’era solo bellezza, pace e la grandiosità della morte». 446


Rimase accanto al marito fino all’alba, quando i tordi cominciarono a cantare nel giardino dell’albergo. Dopo un po’ giunsero i rumori di sedie e tavolini che il personale spostava di sotto. Poi arrivarono anche delle voci. Fu allora che si sentì bussare alla porta. Naturalmente pensò si dovesse trattare di qualche funzionario - il medico legale o qualcuno della polizia che voleva farle delle domande, riempire dei moduli o forse, forse si trattava solo del dottor Schwöhrer che era tornato, magari insieme

all’impresario

di

pompe

funebri

che

doveva

occuparsi

dell’imbalsamazione e del trasporto dei resti dello scrittore fino in Russia. Invece, alla porta c’era lo stesso giovanotto biondo che qualche ora prima aveva portato su lo champagne. Stavolta, però, i pantaloni dell’uniforme erano perfettamente stirati, con le pieghe impeccabili e ogni bottone della sua stretta giacca verde era allacciato al posto giusto. Sembrava tutt’altra persona. Non solo era completamente sveglio ora, ma aveva le guance ben rasate, i capelli a posto e sembrava ansioso di fare bella figura. In mano aveva un vasetto di porcellana con tre rose gialle dal gambo lungo. Le offrì a Olga battendo leggermente i tacchi. La signora si fece da parte e lo fece entrare nella stanza. Era venuto, disse, a riprendere le coppe, il secchiello e il vassoio, certo. Ma voleva anche avvertire che, a causa dell’insopportabile afa, la colazione sarebbe stata servita in giardino, stamane. Sperava che il caldo non desse troppo fastidio alla signora; si scusò per il tempo. La signora sembrava distratta. Mentre lui parlava, teneva lo sguardo abbassato, come se fissasse qualcosa sul tappeto, e si reggeva i gomiti, con le braccia incrociate. Sempre col vaso di rose in mano, il giovanotto aspettava da lei una risposta e intanto esaminava i particolari della stanza. La luce del giorno inondava l’appartamento attraverso le finestre spalancate. La stanza appariva in ordine, tranquilla, quasi intatta. Non c’erano vestiti buttati sulle sedie, non si vedevano scarpe, calze, bretelle o corsetti in giro e neanche valigie aperte. Insomma non c’era nulla fuori posto tra i soliti mobili pesanti dell’arredamento dell’albergo. Poi, siccome la signora continuava a tenere abbassato lo sguardo, anch’egli guardò il pavimento e vide subito il tappo in terra vicino alla punta della sua scarpa. La signora non lo aveva visto - il suo sguardo era volto da qualche 447


altra parte. Il giovanotto aveva voglia di abbassarsi e di raccoglierlo, ma aveva ancora in mano il vaso, e poi temeva di dare anche più fastidio richiamando l’attenzione su se stesso. Con riluttanza, quindi, lasciò il tappo dov’era e rialzò lo sguardo. Tutto era in perfetto ordine tranne la bottiglia di champagne che era rimasta sul tavolino, stappata e mezza vuota, accanto a due calici di cristallo. Il cameriere diede un’altra occhiata in giro. Attraverso la porta aperta vide che la terza coppa era sul comodino, in camera da letto. Ma c’era ancora qualcuno nel letto! Non riusciva a scorgerne il volto, ma chiunque fosse se ne stava sotto le coperte perfettamente immobile e in silenzio. Appena se ne accorse, distolse subito lo sguardo. Però, per qualche motivo che non riusciva a spiegarsi, si sentì invaso da una sensazione di disagio. Si schiarì la gola e spostò il peso da un piede all’altro. La signora non alzò lo sguardo né interruppe il suo silenzio. Il giovanotto si sentì le guance in fiamme. Gli venne in mente, senza rifletterci abbastanza, che forse avrebbe dovuto suggerire un’alternativa alla colazione in giardino. Nella speranza di richiamare l’attenzione della signora, si mise a tossicchiare, ma senza risultato. I distinti ospiti stranieri, disse, potevano anche fare colazione nella loro camera, se preferivano. Il giovanotto (il cui nome non ci è stato tramandato e che, con ogni probabilità, sarebbe in seguito morto nella Grande Guerra) aggiunse che, in tal caso, sarebbe stato felice di portare su un vassoio, anzi due vassoi, si corresse, lanciando ancora una volta uno sguardo incerto in direzione della camera da letto. Tacque e si passò un dito attorno al colletto della camicia. Non ci capiva nulla, non era neanche tanto sicuro che la signora avesse sentito quello che aveva detto e ormai non sapeva più cosa fare; aveva ancora il vaso di fiori in mano. Il dolce profumo delle rose gli riempiva le narici e inspiegabilmente gli fece sentire una fitta di rimorso. Durante tutto quel tempo, la signora sembrava essere profondamente assorta nei suoi pensieri. Era come se, mentre lui se n’era stato lì in piedi a parlare, spostando il peso da un piede all’altro e tenendo quei fiori in mano, lei fosse stata altrove, in qualche altro posto lontano da Badenweiler. Ora sembrava però che lei stesse tornando in sé e una nuova espressione le si dipinse sul volto. Alzò gli occhi, lo guardò e poi scosse la testa. Pareva che stesse lottando per capire cosa mai questo giovanotto facesse lì nella stanza con un vaso contenente tre rose gialle in mano. Fiori? 448


Lei non ne aveva ordinati. Ma poi quell’attimo passò. La signora si diresse verso la borsetta e ne tirò fuori una manciata di monete. Poi estrasse anche alcune banconote. Il giovanotto si passò la lingua sulle labbra; gli stava per arrivare un’altra grossa mancia, ma perché? Cosa voleva che facesse per lei? Non aveva mai servito ospiti del genere. Si schiarì di nuovo la gola. Niente colazione, disse la signora. O almeno, non ancora. La colazione non aveva molta importanza, stamattina. Voleva chiedergli un’altra cosa. Aveva bisogno che lui andasse a chiamare un impresario di pompe funebri. Capito? Herr Čechov è morto. Comprenez-vous? Giovanotto? Anton Čechov è morto. Mi ascolti attentamente, disse. Voleva che lui scendesse subito e chiedesse al portiere dove poteva trovare il miglior impresario di pompe funebri della città. Uno di cui ci si potesse fidare, che prendesse molto a cuore il suo lavoro e che fosse discreto. Insomma, qualcuno degno di un grande artista. Ecco, prenda, gli disse, mettendogli in mano il denaro. Dica al portiere che ho chiesto io stessa che sia proprio lei a farmi questo favore. Mi ascolta? Capisce quello che le sto dicendo? Il giovanotto si sforzava di capire tutto quello che la signora gli stava dicendo. Decise di non guardare più dalla parte dell’altra stanza. L’aveva sentito subito che c’era qualcosa che non andava. Si rese conto che il cuore gli batteva sempre più in fretta sotto la giacca e che il sudore cominciava a imperlargli la fronte. Non sapeva più da che parte girare gli occhi. Aveva solo una gran voglia di posare il vaso da qualche parte. La prego, mi faccia questo favore, disse la donna. Mi ricorderò di lei con gratitudine. Dica al portiere, giù, che insisto. Glielo dica pure. Però cerchi di non richiamare più attenzione del dovuto su di sé e sulla situazione. Dica soltanto che è necessario e che io insisto - tutto qui. Mi sente? Annuisca se ha capito. E soprattutto, cerchi di non suscitare troppo clamore. Tutto il resto, il subbuglio, la confusione, comincerà abbastanza presto. Comunque, il peggio è passato. Ci siamo capiti? Il giovanotto era impallidito. Continuava a stringere il vaso in una mano e se ne stava là come paralizzato. Riuscì ad annuire col capo.

449


Dopo aver ottenuto il permesso di lasciare l’albergo si sarebbe risolutamente ma senza mettersi a correre in maniera sconveniente - diretto alla ricerca dell’impresario di pompe funebri. Si sarebbe comportato esattamente come se avesse ricevuto un incarico importantissimo, tutto qui. Dopo tutto, aveva effettivamente ricevuto un incarico molto delicato, si disse. E per mantenere i suoi movimenti risoluti e composti doveva immaginarsi di essere uno che percorreva gli affollati marciapiedi della città portando tra le braccia un vaso di porcellana pieno di rose che dovevano essere consegnate a una persona molto importante. (La signora gli aveva parlato a voce bassa, in tono quasi confidenziale, come a un parente o a un amico.) Poteva anche convincersi che la persona che doveva vedere lo stesse aspettando, che addirittura fosse impaziente di vederlo arrivare con i fiori. Nonostante tutto, però, egli non doveva assolutamente farsi prendere dall’emozione e mettersi a correre o perdere in altro modo il passo. Doveva tenere sempre a mente il vaso che stava portando! Doveva camminare svelto, ma sempre mantenendo un comportamento quanto più dignitoso possibile. E non si sarebbe fermato se non quando fosse arrivato sulla soglia della casa dell’impresario di pompe funebri. Allora avrebbe alzato il battiporta di ottone e l’avrebbe lasciato cadere una, due, tre volte. Dopo qualche istante, l’impresario in persona sarebbe venuto ad aprirgli. Senza dubbio questo sarebbe stato un signore sulla quarantina, al massimo sulla cinquantina - calvo, robusto, con gli occhiali dalla montatura in acciaio calati sul naso. Un tipo modesto, senza pretese, un uomo che avrebbe fatto solo domande necessarie e senza tanti giri di parole. Un grembiule. Con ogni probabilità, sarebbe venuto alla porta in grembiule, magari asciugandosi le mani con una salvietta scura mentre lui gli spiegava come stavano le cose. I suoi abiti avrebbero emanato un leggero odore di formaldeide. Ma era normale, non si sarebbe dovuto preoccupare troppo di questo particolare. Ormai era praticamente un adulto e queste cose non dovevano spaventarlo o fargli impressione. L’impresario avrebbe ascoltato con attenzione quello che lui aveva da dirgli. Era senz’altro un uomo distinto e misurato, l’impresario, una persona abituata ad alleviare le paure della gente in certe situazioni, non ad aggravarle. Si era da tempo familiarizzato con la morte in tutte le sue forme e manifestazioni; la morte per lui non aveva più segreti, niente poteva sorprenderlo più. Proprio dei servigi di un uomo come questo c’era bisogno stamattina. 450


L’impresario prende il vaso delle rose. Solo una volta nel corso della loro conversazione l’uomo tradisce un minimo di interesse a indicare di aver sentito qualcosa di straordinario: solo quando il giovanotto pronuncia il nome del defunto, l’impresario alza appena le sopracciglia. Čechov, ha detto? Un attimo e sono da lei. Ha capito quello che le ho detto? Olga stava ripetendo al giovanotto. Lasci pure qui le coppe. Non si preoccupi delle coppe di cristallo e delle altre cose. Lasci la stanza com’è. È tutto pronto ora. Siamo pronti. Vuole avviarsi? Ma in quell’istante al giovanotto viene in mente che il tappo è ancora in terra vicino alla punta della sua scarpa. Per raccoglierlo dovrà abbassarsi, sempre tenendo in mano il vaso. Farà proprio così. Senza guardare in terra, allunga il braccio e lo serra nel pugno.

451