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Sōsuke e Oyone sono due sposi che conducono una sobria e, in apparenza, tranquilla esistenza. In realtà, il rimorso pesa sul loro cuore. La loro unione ha, infatti, determinato tempo addietro la rovina di Yasui, il compagno di studi di Sōsuke, l’elegante, spensierato amico d’università dai vestiti eleganti e dai capelli lunghi, che, dopo la ferita subita dal vortice irresistibile della passione che travolse la mente e i cuori di Oyone e Sōsuke, lasciò Tokyo e raggiunse la Manciuria, compromettendo irrimediabilmente il suo avvenire. A costituire per la coppia un’ulteriore fonte di angustie sono le ristrettezze finanziarie − alla morte del padre, Sōsuke scopre che del cospicuo patrimonio di famiglia non resta più nulla −, la freddezza dei parenti e, soprattutto, la mancanza di figli, nella quale Oyone scorge un castigo del Cielo. Rassegnati a un destino mediocre, ben lontanto dalla brillante carriera cui Sōsuke poteva aspirare sia per nascita che per doti personali, marito e moglie trovano conforto nel reciproco amore, balsamo inestinguibile col quale placano il rimorso che si annida costantemente in un angolo della loro coscienza. Pochi sarebbero gli eventi in grado di scuotere la loro quieta malinconia, se un giorno Sōsuke non rischiasse di incontrare Yasui presso il padrone di casa, il ricco, gioviale e generoso Sakai. La notizia che l’amico si accinge a ritornare a Tokyo dalla Mongolia sconvolge Sōsuke e rinfocola tutte le ansie faticosamente tenute a bada. Pur di non correre il pericolo di trovarsi faccia a faccia con colui che un tempo era il suo miglior amico, sconvolto all’idea che Sakai venga a conoscenza della slealtà sua e di Oyone, verso la quale nessuno al tempo mostrò indulgenza, Sōsuke cerca rifugio temporaneo in un tempio zen, senza rivelare alla moglie il vero motivo della sua improvvisa decisione. Ultimo libro di una trilogia ideale preceduta da Sanshiro e da E poi, La porta affronta temi quali l’irreversibilità della colpa, il crollo delle illusioni, e la forza misteriosa del rimorso, ma è anche un delicato romanzo sull’amore coniugale, sulla poetica bellezza del rapporto fra due persone che riescono a trovare nell’accettazione del proprio destino una singolare felicità.


Natsume SĹ?seki (1867-1916) viene unanimamente considerato come il primo grande romanziere moderno del Giappone, maestro riconosciuto di Tanizaki, Kawabata e Mishima. Pseudonimo di Natsume Kinnosuke, Natsume SĹ?seki nacque nel 1867 a Edo da un samurai di basso rango. Tra le sue opere E poi (Neri Pozza 2012), Il signorino (Neri Pozza 2007), Io sono un gatto (Neri Pozza 2006), Guanciale d’erba (Neri Pozza 2001), Il cuore delle cose (Neri Pozza, 2001).


LE TAVOLE D’ORO


DELLO STESSO AUTORE

Il cuore delle cose Guanciale d'erba Io sono un gatto Il signorino E poi


NATSUME SÅŒSEKI


La porta traduzione dal giapponese di Antonietta Pastore


Titolo originale: Mon Š 2013 Neri Pozza Editore, Vicenza www.neripozza.it

ISBN 978-88-545-0900-9


1. Sōsuke portò un cuscino nell’engawa, lo sistemò in un punto soleggiato e vi si sedette comodamente a gambe incrociate, ma poco dopo mise da parte la rivista che teneva in mano e si distese supino. Era una splendida giornata di inizio autunno e nel quartiere silenzioso si udiva soltanto, nitido, il ticchettare dei geta dei passanti. Sollevatosi a metà, Sōsuke si appoggiò al gomito e alzò lo sguardo oltre la falda del tetto, a guardare la distesa azzurra di un cielo incantevole. In confronto all’esigua superficie dell’engawa dove si era sdraiato, gli parve di una vastità straordinaria. Potersi concedere una volta tanto, la domenica, di passare pigramente le ore a contemplare il cielo faceva già una bella differenza, pensò, e aggrottando le sopracciglia cercò di guardare il sole. Dopo un momento però, abbagliato dalla luce, si girò dall’altra parte, verso gli shōji, al di là dei quali sua moglie stava cucendo. «Fa un tempo magnifico, vero?» le disse. «Già...» si limitò a rispondere lei. Nemmeno Sōsuke doveva essere in vena di conversare, perché non aggiunse altro. Fu la moglie a riprendere dopo un poco: «Perché non vai a fare una passeggiata?» «Mmh» fece Sōsuke per tutta risposta. Qualche minuto dopo, attraverso la parte vetrata degli shōji, la moglie vide che si era addormentato: si era rannicchiato come un gambero, le ginocchia piegate, le braccia accostate alla testa bruna e il viso nascosto fra i gomiti. «Prenderai freddo a dormire lì» gli disse. Parlava con un leggerissimo accento di Tokyo, ma soprattutto con l’intonazione delle studentesse delle accademie femminili. Senza scostare le braccia, Sōsuke aprì gli occhi, sbatté le palpebre. «Ma no, figurati. Non sto dormendo» rispose sottovoce. Ci fu un nuovo silenzio. Si sentì due o tre volte la campanella di un risciò che passava sulla strada, e il canto lontano di un gallo. Sōsuke, assaporando il tepore del sole che gli scaldava la pelle attraverso la stoffa del kimono nuovo, ascoltava distrattamente i rumori all’esterno, poi qualcosa dovette venirgli in mente all’improvviso, perché chiese alla moglie: «Oyone, come si scrive il carattere kin di kinrai?1» «È lo stesso carattere della ō di Ōmi» rispose lei, senza mostrare sorpresa né fare quella risatina squillante tipica delle giovani donne. «Ma è proprio la ō di Ōmi, che non ricordo». La moglie aprì uno shōji a metà e, protendendo oltre la soglia della stanza un lungo righello graduato, con l’estremità tracciò sul pavimento della veranda il carattere ō. «Si scrive così» disse soltanto e, lasciato il righello sul tratto finale dell’ideogramma, alzò lo sguardo ad ammirare il cielo limpido. «Ah, già, è vero!» fece Sōsuke, che non pareva divertito dalla propria dimenticanza, e non ne rise. Quanto a Oyone, non sembrava darvi peso. «Che tempo stupendo» osservò quasi parlando fra sé, e si rimise al lavoro lasciando gli shōji aperti. Sōsuke sollevò un poco la testa stretta fra i gomiti. «Certo che i kanji sono davvero qualcosa di curioso» disse guardando ora in viso la moglie. «Perché?»


«Come perché? Per la semplice ragione che basta che si inizi a dubitare di uno, anche il più semplice, e si finisce per confonderli tutti. L’altro giorno non riuscivo più a ricordare il carattere kon di konnichi2. Ho provato a scriverlo su un foglio di carta, ma più lo guardavo meno mi convinceva. Alla fine ero certo che non fosse affatto il carattere kon. A te non è mai successo?» «No, mai!» «Allora capita solo a me» fece Sōsuke portandosi una mano alla testa. «Sei strano, sai, di questi tempi...» «Mah, devono essere i nervi». «Sì, lo credo anch’io» disse Oyone guardando in viso il marito. Questi finalmente si alzò. Scavalcò la scatola da cucito e i rimasugli di fili, aprì i fusuma del chanoma e passò nella stanza accanto, il cui lato sud comunicava col vestibolo dell’ingresso; gli shōji che davano sul retro della casa fecero un’impressione di freddo sulle sue pupille passate di colpo dalla luce all’ombra. Sōsuke li aprì. Subito al di là dell’engawa un pendio molto ripido, incombente sulla falda del tetto, impediva ai raggi del sole di dissipare le ombre persino nelle ore mattutine. Quel declivio erboso non era rinforzato alla base da un bordo di pietre e c’era da temere che franasse da un momento all’altro, ma poiché stranamente questo non era mai successo, il proprietario della casa non aveva mai provveduto ad alcun tipo di miglioria. Il vecchio droghiere, che viveva nel quartiere da almeno vent’anni, attardandosi sulla porta di servizio aveva spiegato che una volta su quel pendio c’era un boschetto di bambù, e quando gli alberi erano stati tagliati nessuno aveva estirpato le radici, che erano rimaste conficcate nel suolo, rendendolo più stabile di quanto ci si potesse aspettare. «Se le radici sono rimaste lì» aveva replicato Sōsuke, «perché i bambù non sono ricresciuti?» «Gli alberi, una volta tagliati, non rispuntano tanto facilmente» era stata la risposta del vecchio. Il terreno però era saldo, qualunque cosa accadesse non si sarebbe mosso, aveva ribadito con forza prima di andarsene, come se difendesse una sua proprietà personale. Il pendio non si era ancora coperto dei colori dell’autunno. L’erba però, che cresceva in chiazze disordinate, aveva perso la sua fragranza. Non si vedevano susuki, edera o altre belle piante. In compenso due bambù cinesi, resti dell’antico boschetto, si ergevano a metà salita, e altri tre verso la cima. Avevano preso una tinta leggermente dorata, e quando erano colpiti dal sole davano l’impressione, a chi sporgesse la testa oltre il bordo del tetto, che anche lì cominciasse a mostrarsi la dolcezza dell’autunno. Ma Sōsuke, che usciva di casa il mattino e tornava soltanto dopo le quattro del pomeriggio, aveva raramente l’occasione di vedere quel pendio nell’ora in cui era illuminato dal sole. Venendo fuori dal gabinetto semibuio, mentre si sciacquava le mani nel catino messo lì a quello scopo, guardò fuori e osservò i bambù: coronati da ciuffi di foglie, gli ricordavano delle teste di monaci. Le foglie, fiaccate dal sole autunnale, pendevano all’ingiù, in perfetta e silenziosa immobilità. Sōsuke richiuse gli shōji, tornò nella sala e si accovacciò davanti alla scrivania. La sala3 veniva chiamata così soltanto perché era vasta e vi si facevano accomodare gli ospiti, ma in realtà fungeva piuttosto da studio e da soggiorno. Sulla parete nord c’era il tokonoma, dove era stato appeso, tanto per esporvi qualcosa, uno strano kakemono, con un brutto vaso dal colore rossastro posato davanti. Nulla, se non due luccicanti chiodi d’ottone, decorava la traversa del tokonoma. Una libreria chiusa da pannelli vetrati non conteneva volumi degni di nota. Sōsuke aprì un cassetto della scrivania dai pomelli color argento e si mise a frugare all’interno, ma non dovette trovare quello che cercava, perché lo richiuse con un colpo secco. Poi tolse il coperchio dalla scatola che conteneva l’occorrente per diluire l’inchiostro e iniziò a scrivere una lettera. Quando ebbe finito la sigillò e rimase un momento a riflettere.


«A che numero di Nakarokuban-chō abita la zia Saeki, lo ricordi?» «Non è il venticinque?» gli rispose la moglie, poi mentre Sōsuke completava l’indirizzo aggiunse: «Una lettera non basta. Ci devi andare di persona e parlarle seriamente». «Mah, può darsi che non basti, comunque posso sempre provare. Se non sarà sufficiente, a quel punto ci andrò» replicò Sōsuke, ma vedendo che la moglie non rispondeva insistette: «Cosa c’è? Non sei d’accordo?» Non volendo contrariarlo, Oyone lasciò cadere l’argomento. Sōsuke prese la lettera e dalla sala uscì nel vestibolo. Sentendo il rumore dei suoi passi, la moglie si alzò e lo raggiunse passando dall’engawa. «Vado a fare un giro» le disse Sōsuke. «Buona passeggiata» gli rispose lei con un sorriso. Una mezz’ora più tardi Oyone sentì scorrere la porta di casa e, pensando che fosse Sōsuke già di ritorno, di nuovo posò il lavoro e raggiunse il vestibolo dall’engawa, ma si trovò davanti il fratello minore del marito, Koroku, che portava il berretto tipico dei liceali. «Che caldo!» disse Koroku, sbottonando il lungo cappotto nero di lana che arrivava quasi all’orlo del suo hakama. «Per forza, coperto come sei! Che idea mettere un cappotto così pesante con questo bel tempo!» «Be’, mi sono detto che una volta calato il buio avrebbe fatto freddo» rispose Koroku quasi per giustificarsi, seguendo la cognata fino al chanoma. «Voi lavorate sempre, Oyone, vero?» osservò quando vide il kimono che lei stava cucendo, e si sedette davanti al braciere. Oyone spinse il kimono in un angolo, si accovacciò di fronte al ragazzo e tolse il bollitore dal braciere per aggiungere del carbone. «Se state preparando il tè, lasciate perdere» le disse Koroku. «Non ne vuoi?» fece Oyone nella sua cadenza da studentessa. «Allora dei dolci?» propose con un sorriso. «Ce ne sono?» chiese Koroku. «Non mi pare» ammise sinceramente Oyone, poi le tornò in mente qualcosa. «Anzi, aspetta, forse ne abbiamo» disse spingendo da parte il secchio del carbone e alzandosi. Aprì lo sportello di una piccola credenza e si mise a frugare all’interno, mentre Koroku guardava la sua figura di schiena, il rigonfiamento che il nodo della cintura del kimono faceva sotto lo haori. «Non fa niente, lasciate stare anche i dolci» disse il ragazzo, vedendo che la cosa andava per le lunghe. «Piuttosto, oggi mio fratello dov’è?» «Tuo fratello...» iniziò a spiegare Oyone senza voltarsi, continuando a cercare nella credenza. Finché rinunciò e chiuse lo sportello. «Niente, deve averli finiti lui chissà quando» disse tornando verso il braciere. «Be’, potete sempre invitarmi a cena stasera». «Certo, volentieri» disse Oyone guardando l’orologio sul muro. Vedendo che erano quasi le quattro, si mise a contare le ore sulle dita: «Le quattro, le cinque, le sei...» Koroku la guardava in silenzio. In realtà non teneva in modo particolare a essere invitato a cena dalla cognata. «Dite, mio fratello ci è poi andato, a parlare con i Saeki?» chiese. «Be’, dall’altro giorno non fa che ripetere. “Adesso ci vado, adesso ci vado”, questo sì... Il fatto è che esce di casa il mattino e torna la sera. E a quell’ora è sempre così stanco che trova spossante anche andare ai bagni pubblici. Quindi cerca di non chiedergli troppo, poveraccio». «Lo so che lavora molto, non lo metto in dubbio. Ma pure io, se non si arriva a una decisione... Sono così preoccupato che non riesco nemmeno a concentrarmi nello studio». Così dicendo Koroku


prese le pinze di ottone e si mise nervosamente a tracciare dei segni nella cenere. Oyone osservava l’estremità delle pinze. «È ben per questo che ha spedito una lettera» disse per confortare il ragazzo. «E cosa c’era scritto?» «Io non l’ho letta, però sono sicura che riguardava il tuo problema. Fra poco sarà di ritorno, potrai chiederglielo tu stesso. Vedrai che le cose stanno così». «Sì, se ha davvero mandato una lettera, avrà parlato di quello». «Certo che l’ha mandata. È uscito di casa con la lettera in mano, andava a imbucarla». Koroku non aveva voglia di ascoltare oltre le parole un po’ consolatorie, un po’ apologetiche della cognata. Visto che aveva il tempo di fare passeggiate, suo fratello, invece di limitarsi a scrivere una lettera, avrebbe potuto recarsi di persona dalla zia, pensava di malumore. Si spostò nella sala, prese da uno scaffale un libro straniero dalla copertina rossa e si mise a sfogliarlo.

1

. La scrittura giapponese è un insieme di ideogrammi di origine cinese – i kanji – e di caratteri fonetici che corrispondono ad altrettante sillabe – i kana. Grossomodo, i kanji rappresentano una cosa o un concetto e costituiscono la radice delle parole, mentre i kana costituiscono la desinenza variabile. Una parola può essere formata da più ideogrammi. La parola kinrai, formata dai caratteri kin (vicino) e rai (futuro) significa “immediato futuro”. Kin si legge anche ō. 2

. Questo giorno, oggi.

3

. In giapponese zashiki, che significa semplicemente “stanza dal pavimento in tatami”. La parola è spesso usata nel senso di “stanza degli ospiti”. Nelle case tradizionali ce ne possono essere diversi, con funzioni distinte, ma in quelle di piccole dimensioni un solo zashiki può servire da soggiorno e da camera da letto: la sera vi si stendono i futon, che al mattino vengono piegati e riposti in appositi armadi a muro.


2. Nel frattempo Sōsuke, ignaro di quanto avveniva a casa, era arrivato fino all’angolo dell’isolato. Comprò un francobollo e delle sigarette Shikishima dal tabaccaio, imbucò la lettera e poi, non avendo voglia di tornare sui suoi passi, si mise a girovagare a caso per le strade. Mentre il fumo della sigaretta che teneva fra le labbra si disperdeva nella luce autunnale, finì per allontanarsi parecchio. E man mano che le immagini della città gli si imprimevano nella mente – sì, quella era l’atmosfera di Tokyo! – cresceva in lui il desiderio di rientrare e concedersi, come regalo domenicale, un sonnellino pomeridiano. Respirava l’aria della capitale tutto l’anno, recandosi con il tram in ufficio passava due volte al giorno per le vie affollate, ma era sempre così stanco, fisicamente e mentalmente, che non si rendeva conto, lo spirito perso tra le nuvole, di vivere in quella città esuberante. Di solito, troppo preso dal lavoro, non se ne preoccupava, ma quando veniva la domenica e poteva finalmente riposarsi, di colpo percepiva la tensione che intossicava la sua vita quotidiana. E arrivava alla conclusione, con uno strano senso di malinconia, che benché vivesse a Tokyo non la conosceva quasi. In quelle occasioni usciva come spinto da un bisogno improvviso. E se aveva un po’ di denaro in tasca, era persino tentato di concedersi qualcuno dei piaceri che la città offriva. Ma il suo sconforto non era mai tanto forte da indurlo a comportamenti avventati: prima ancora di mettere in pratica i suoi propositi, si rendeva conto della loro stupidità e vi rinunciava. Inoltre lo stato del suo portafogli per lo più era tale da scoraggiare ogni smoderatezza, quindi piuttosto che lambiccarsi il cervello per trovare qualche espediente, preferiva tornarsene tranquillamente a casa con le mani infilate nelle maniche del kimono. Così, con una semplice passeggiata e un giro per i quartieri dei negozi, Sōsuke alleviava la sua malinconia fino alla domenica seguente. Anche quel giorno prese il tram con quell’intenzione. Contrariamente al solito si sentiva bene sulla vettura perché, nonostante fosse una domenica di bel tempo, i passeggeri erano pochi. Inoltre avevano un’aria rilassata, in pace con il mondo. Mentre si sedeva, Sōsuke pensava alla propria sorte, alla lotta che doveva sostenere ogni mattina per conquistare un posto sul tram a destinazione Marunouchi. Che spettacolo orribile offrivano i suoi compagni di viaggio sulla vettura che li portava al lavoro! Non aveva mai riscontrato in loro il minimo barlume di umanità, né in quelli aggrappati alle manopole, né in quelli seduti sulle panche di velluto. Disgustato, trasformato anche lui in una macchina, Sōsuke condivideva con quelle persone lo stesso spazio – ginocchia e spalle che strusciavano contro le loro –, finché all’improvviso si rendeva conto che era arrivato alla sua fermata. Oggi, invece, di fronte a lui sedeva un’anziana signora con la nipotina di circa otto anni, cui stava sussurrando qualcosa all’orecchio, mentre accanto a loro una donna sulla trentina, forse una commerciante, guardava con occhio intenerito la bambina e le domandava: «Come ti chiami? Quanti anni hai?...» Osservando quella scena, Sōsuke aveva l’impressione di trovarsi in un altro mondo. Al di sopra della sua testa, degli annunci pubblicitari incorniciati erano affissi su tutta la lunghezza della vettura. Durante la settimana non li avrebbe nemmeno notati. Macchinalmente lesse il primo: era la réclame di una ditta di trasporti che prometteva traslochi comodissimi. Il secondo diceva: Se avete a cuore il risparmio, se vi preoccupate della vostra salute, se temete gli incendi... Tre righe sotto le quali figuravano le parole: Usate una cucina a gas, accompagnate dal disegno di una cucina con i fornelli accesi. Il terzo annuncio proclamava, in lettere bianche su fondo rosso, che un’opera del conte Tolstoj, il celebre scrittore russo, era al momento in scena al teatro popolare Kotatsu. In capo a dieci minuti, Sōsuke aveva letto tutti gli annunci, dal primo all’ultimo, almeno tre volte.


Non nutriva alcun desiderio di comprare o provare i prodotti reclamizzati, ma era soddisfatto di essersi impresso nella mente quei messaggi pubblicitari, di averli letti fino alla fine mettendoci il tempo che ci voleva, e di averli capiti. La sua vita quotidiana era tale che soltanto la domenica poteva trovare la pace mentale necessaria a concedersi quella libertà. Scese dal tram a Surugadai. Mentre metteva piede a terra, la sua attenzione fu attratta da una vetrina, sulla sua destra, dov’erano esposti bellissimi volumi occidentali. Si fermò davanti alla libreria a guardare i titoli impressi a vistose lettere dorate sulle copertine rosse, blu, o a righe. Comprendeva il significato dei titoli, ma non aveva la curiosità di prendere in mano i libri e sfogliarli. C’era stato un tempo in cui, passando davanti a una libreria, non resisteva alla tentazione di entrare e, una volta dentro, di comprare qualcosa, ma ammetteva lui stesso che quel tempo apparteneva a una vita passata. Solo un libro splendidamente rilegato, History of Gambling, messo in bella mostra al centro del ripiano, gli diede un’impressione di stravagante novità. Con un sorriso sulle labbra, attraversò la strada affollata e si mise a osservare la vetrina di un orologiaio. Vi erano esposti diversi orologi d’oro con le loro catene, ma anche qui Sōsuke non provò il desiderio di acquistarne uno in particolare, gli bastava ammirare la bellezza dei colori e delle forme. Ciononostante lesse uno per uno i cartellini del prezzo appesi con fili di seta e paragonò i diversi articoli, meravigliandosi che gli orologi d’oro in realtà costassero così poco. Si fermò un istante davanti a un ombrellaio. In un negozio di articoli occidentali, il suo sguardo fu attratto da una cravatta posata accanto a un cappello di raso. Trovandola molto più bella di quella che portava ogni giorno, pensò di chiederne il prezzo e fece per entrare, ma sulla soglia ci ripensò. Era ridicolo presentarsi l’indomani in ufficio con una cravatta o qualcos’altro di nuovo addosso! A quel pensiero, la voglia di tirar fuori il portafogli gli passò del tutto, e continuò per la sua strada. Davanti a un negozio di stoffe sostò a lungo, imparò nomi che fino ad allora gli erano sconosciuti: pezzato, saia, organzino... Subito dopo veniva la filiale di Erishin, la famosa casa di moda di Kyoto, davanti alla quale si attardò ad ammirare i mezzi colletti da donna finemente ricamati, avvicinandosi tanto che il bordo del suo cappello toccava la vetrina. Ce n’era uno molto elegante che sarebbe stato d’incanto a sua moglie. Per un attimo ebbe la tentazione di comprarglielo, ma subito il pensiero che quel gesto avrebbe avuto più senso cinque o sei anni prima lo fece desistere da quel proposito affettuoso. Con un sorriso amaro si allontanò dalla vetrina e riprese a camminare: in preda a un senso di sconforto percorse una cinquantina di metri senza più badare né ai negozi né ai passanti. Quando tornò a guardarsi intorno, all’angolo della strada vide una grande libreria davanti alla quale erano esposte le pubblicità delle ultime pubblicazioni, scritte in grossi caratteri. Alcune erano manifesti incollati a dei pannelli lunghi e stretti a forma di cavalletto, altre erano state tracciate direttamente su tavole colorate, dove formavano disegni che sembravano dei quadri. Sōsuke le lesse tutte, dalla prima all’ultima. C’erano nomi di autori e titoli che aveva già visto reclamizzati sul giornale, altri che gli erano del tutto nuovi. Svoltato l’angolo, vide un uomo di una trentina d’anni, con una bombetta nera in testa e l’aria contenta, seduto per terra a gambe incrociate che gonfiava grossi palloncini di gomma, gridando ogni tanto: «Per la gioia dei vostri bimbi!» Espandendosi, i palloncini prendevano la forma di un daruma. Sōsuke rimase colpito dal fatto che gli occhi e la bocca fossero disegnati a carboncino al posto giusto. Una volta gonfiati, i palloncini restavano così com’erano indefinitamente, a dondolarsi sul palmo della mano o sulla punta di un dito. Ma infilando uno stuzzicadenti o qualcosa del genere nell’apertura in basso, si sgonfiavano in un baleno. Nel viavai di gente che affollava la strada, nessuno si fermava a guardare l’uomo. Da parte sua quel tipo in bombetta, seduto a terra nell’indifferenza generale in quell’angolo animato del quartiere,


non sembrava prestare la minima attenzione a quanto succedeva intorno a lui e continuava a soffiare aria nei suoi palloncini, gridando: «Per la gioia dei vostri bimbi!» Sōsuke tirò fuori alcune monete e ne comprò uno. Quando l’uomo glielo sgonfiò e glielo diede, lo infilò svelto nella manica del kimono. Poi pensò di cercare una bottega di barbiere pulita e farsi tagliare i capelli, ma non sapendo dove trovarne una e non vedendone nei dintorni, prese il tram per tornare a casa, anche perché cominciava a calare la sera. Quando raggiunse il capolinea, consegnando il biglietto al conduttore Sōsuke notò che il cielo aveva perso luminosità e ombre scure stavano già invadendo le strade umide. La sbarra di metallo cui si tenne mentre scendeva dal tram gli parve fredda. Le persone che scesero con lui si dispersero a passi affrettati in varie direzioni, l’aria indaffarata. Guardandosi intorno in quel quartiere periferico, a Sōsuke parve di vedere un fumo biancastro salire dalle falde dei tetti e disperdersi nell’aria passando sopra le case. Si incamminò rapidamente verso una macchia d’alberi. Anche quella domenica, quella rilassante giornata di sole, era arrivata alla fine, si disse con un vago senso di malinconia e di fugacità. Al pensiero che dall’indomani avrebbe ripreso il solito ritmo di lavoro frenetico, già rimpiangeva la mezza giornata appena trascorsa, e l’attività poco edificante dei sei giorni restanti gli parve insopportabilmente vacua. Mentre camminava, immaginava il vasto ufficio mal illuminato, le poche finestre, le facce dei colleghi seduti alle scrivanie vicine, e il suo capo che lo chiamava tutti i momenti: «Senta, signor Nonaka...» Passò oltre la pescheria Uokatsu e dopo altri cinque o sei fabbricati girò in un viottolo – non lo si poteva veramente definire una strada – che terminava ai piedi di una ripida china. Sui due lati si susseguivano quattro o cinque case per parte, tutte uguali, date in locazione. Fino a poco tempo prima su quel terreno, dietro una siepe poco fitta di cedri, si ergeva una vecchia casa tradizionale dall’atmosfera malinconica, forse la dimora di un’anziana vedova, ma l’uomo che viveva in cima al pendio, Sakai, l’aveva comprata, aveva sradicato la siepe di cedri, demolito l’edificio dal tetto di paglia e costruito al suo posto delle abitazioni moderne. Sōsuke viveva in quella in fondo al viottolo, l’ultima a sinistra, una casa a ridosso del pendio e quindi un po’ buia. In compenso era silenziosa grazie alla distanza dalla strada, ed era questo il motivo per il quale Sōsuke, dopo averne parlato con la moglie, l’aveva preferita alle altre. Considerando che anche quella preziosa domenica, che veniva soltanto una volta ogni sette giorni, stava per terminare, Sōsuke affrettò il passo: pensava di andare subito ai bagni pubblici, farsi tagliare i capelli se ne avesse avuto il tempo, poi cenare tranquillamente. Aprendo la porta di casa sentì arrivare rumore di stoviglie dalla cucina. Mentre si toglieva i geta per salire nel vestibolo, inavvertitamente calpestò quelli di Koroku. Stava rimettendoli al loro posto, quando il ragazzo apparve. «Chi è?» chiese dalla cucina Oyone, rivolta a Koroku. «Tuo fratello?» «Oh, eri qui, tu?» fece Sōsuke dirigendosi verso la sala. Dopo aver imbucato la lettera, per tutto il tempo della passeggiata fino a quando era tornato a casa, si era dimenticato persino dell’esistenza di Koroku. Ora, vedendolo lì, si sentiva in colpa e provava un certo imbarazzo. «Oyone! Oyone!» chiamò. «Visto che Koroku è venuto a trovarci, perché non prepari qualcosa di buono?» La moglie si affrettò a mostrarsi, l’aria indaffarata, sulla soglia della cucina, di cui lasciò aperti gli shōji. «Sì, lo sto facendo» si limitò a rispondere a quel suggerimento superfluo. Stava per ritirarsi, ma tornò sui suoi passi per dire al cognato: «In compenso, Koroku, scusa se mi permetto, magari potresti chiudere le imposte della sala e accendere la lampada. In questo momento né io né Kiyo possiamo allontanarci dai fornelli».


«Certo» rispose Koroku alzandosi. In cucina, si sentiva Kiyo affettare qualcosa sul tagliere, poi uno scroscio d’acqua che veniva gettata nel lavello. «Signora, questo dove lo metto?» fece la voce della serva. «Dove posso trovare delle forbici per tagliare lo stoppino di questa lampada?» domandò a sua volta Koroku alla cognata. Seguì uno sfrigolio d’acqua bollente che cadeva sul carbone della stufa. Sōsuke sedeva in silenzio nella sala, tendendo le mani al calore del braciere. Nell’oscurità, il rosso di una lingua di fuoco guizzò fuori dalle braci. In quel momento una delle figlie del proprietario, nella casa in cima al pendio sul retro, si mise a suonare il piano. Tornando alla realtà, Sōsuke si alzò e andò nell’engawa a chiudere le imposte. Una o due stelle brillavano al di sopra dei bambù che proiettavano ombre scure contro il cielo, mentre dal buio oltre gli alberi giungeva il suono del pianoforte.


3. Quando Sōsuke e Koroku, l’asciugamano buttato sulla spalla, tornarono dai bagni pubblici, i piatti preparati da Oyone erano disposti con arte su un basso tavolo quadrato posto in mezzo alla sala. Il carbone nel braciere adesso ardeva intensamente, la luce della lampada era più forte. Sōsuke tirò fino al tavolo il cuscino collocato davanti alla sua scrivania e vi si sedette a gambe incrociate, mentre Oyone, prendendo gli asciugamani e le saponette, chiedeva: «Com’era l’acqua?» «Mmh» si limitò a dire Sōsuke, non per essere sgarbato, ma a causa del senso di rilassamento generato da quel bagno caldo. «L’acqua aveva la temperatura giusta» rispose Koroku voltandosi verso la cognata. «Sì, ma con tutta quella gente non è più un piacere» aggiunse indolente Sōsuke sollevando le ginocchia fino al bordo del tavolo. Era sempre sul calar della sera che si recava ai bagni pubblici, quando tornava a casa dopo il lavoro, nell’ora in cui lo stabilimento era affollato di gente che desiderava lavarsi prima di cenare. Dall’ultima volta che si era immerso in un’acqua limpida alla luce del giorno erano già trascorsi due o tre mesi. E, cosa ancora più grave, erano tre o quattro giorni che non metteva piede allo stabilimento. Tutta la settimana si riprometteva di svegliarsi presto la domenica per poter essere il primo a immergersi fino al collo nell’acqua pulita. Quando però arrivava la domenica, al pensiero che era l’unico giorno in cui poteva concedersi di dormire fino a tardi, restava a sonnecchiare nel suo futon lasciando passare le ore, così per pigrizia ogni volta rinunciava, e rimandava alla settimana seguente. «Quanto mi piacerebbe fare il bagno il mattino» disse. «Sì, ma quando potresti preferisci restare a poltrire» lo prese in giro la moglie. Koroku, in cuor suo, pensava che quell’indolenza fosse un difetto congenito. Pur facendo la vita dello studente, non riusciva a capire perché la domenica fosse tanto preziosa per il fratello. Dopo sei giorni di lavoro deprimente, Sōsuke condensava in quelle ventiquattro ore tutte le sue speranze di riprendersi e ritrovare il buon umore. Ma di tutte le cose che aveva in mente riusciva a farne a malapena due o tre su dieci. Inoltre, mentre si applicava alla realizzazione di quei pochi progetti, gli succedeva di pensare che era tutto tempo sprecato, così lasciava perdere e restava con le mani in mano, e intanto le ore passavano e la domenica finiva. Sōsuke era talmente oppresso dalle circostanze che, per la sua tranquillità spirituale, per la sua salute e per poter gioire di qualche piacere, doveva risparmiare le sue energie. Anche il fatto che non si fosse ancora occupato del problema di Koroku non era per cattiva volontà, ma perché non ne aveva la forza mentale, cosa che dal punto di vista di Koroku era inconcepibile. Il ragazzo era convinto che il fratello fosse un egoista, che passasse il tempo libero a bighellonare e a trastullarsi con la moglie, senza fare il minimo sforzo né preoccuparsi per lui, mostrandosi così una persona profondamente anaffettiva. In realtà, solo di recente Koroku era giunto a pensare così, dopo che era sorto il problema con i Saeki. Con l’impazienza propria della giovinezza, aveva dato per scontato che il fratello sarebbe venuto incontro alla sua richiesta d’aiuto il giorno stesso o l’indomani, ma vedendo che lasciava trascorrere i giorni senza muovere un dito, che non andava nemmeno a far visita ai Saeki, era molto contrariato. Tuttavia quella sera, dopo aver aspettato a lungo che Sōsuke tornasse dalla sua passeggiata, quando finalmente l’aveva visto, commosso dalla sua accoglienza affettuosa e dalla spontaneità fraterna con cui aveva saltato i preliminari di cortesia, d’impulso aveva rimandato a più tardi il


discorso che voleva fargli, e l’aveva accompagnato ai bagni pubblici, dove si era rilassato e aveva chiacchierato con lui tranquillamente. I due fratelli presero posto davanti alla loro cena. Anche Oyone si sedette senza cerimonie a un angolo del tavolo. Sōsuke e Koroku vuotarono due o tre tazzine di sakè. «Guardate che cosa divertente ho qui» disse ridendo Sōsuke prima di iniziare a mangiare e, tirato fuori dalla manica il daruma che aveva appena comprato, lo gonfiò per mostrarlo agli altri. Poi lo posò sul coperchio della sua ciotola e prese a spiegarne le caratteristiche. Koroku e Oyone guardavano divertiti il palloncino che oscillava leggermente, finché Koroku, soffiandoci sopra, dal tavolo lo fece cadere sui tatami. Eppure il daruma non si rovesciò sul fianco. «Visto?» fece Sōsuke. Con un risolino tipicamente femminile, Oyone alzò il coperchio del contenitore del riso. «È proprio uno spensierato, tuo fratello, vero?» disse a Koroku mentre riempiva la ciotola del marito, quasi volesse giustificarlo. Sōsuke prese la ciotola dalle mani della moglie senza una parola di spiegazione e iniziò a mangiare. Koroku sollevò con un gesto garbato le sue bacchette. Del daruma non si parlò più, ma grazie a quel palloncino i tre poterono discorrere piacevolmente per tutta la cena, finché Koroku di punto in bianco dichiarò: «È spaventoso quel che è successo a Itō, vero?» Qualche giorno prima, quando aveva letto l’edizione straordinaria con la notizia dell’assassinio di Itō Hirobumi1, Sōsuke si era precipitato in cucina dalla moglie dicendo: «È successa una cosa terribile, hanno ucciso Itō» e le aveva posato in grembo il giornale, per poi tornarsene subito alla sua scrivania. Dal tono in cui si era espresso, però, non sembrava molto impressionato. «Be’, da come lo dici non si direbbe che lo trovi tanto terribile!» aveva osservato un po’ per scherzo Oyone mentre lui già si allontanava, e la cosa era finita lì. Nei giorni seguenti i quotidiani avevano pubblicato cinque o sei articoli ciascuno sull’assassinio di Itō, ma non si capiva se Sōsuke li avesse letti o meno, tanto era il suo disinteresse per l’intera vicenda. Quando la sera tornava a casa, Oyone, servendo la cena, qualche volta gli chiedeva: «Oggi dicevano qualcosa dell’assassinio di Itō?» «Sì, certo...» si limitava a rispondere lui, senza dare ulteriori spiegazioni. Di conseguenza Oyone, per avere notizie fresche, doveva prendere l’edizione del giorno che trovava piegata nella tasca interna della sua giacca e leggere gli articoli. L’argomento Itō comunque era soltanto un pretesto per mettersi a conversare col marito rientrato dal lavoro, ma visto che lui non sembrava interessato Oyone non insisteva. Così la vicenda che faceva tanto scalpore nel mondo esterno, per i due sposi, dal giorno in cui l’avevano appresa da un’edizione straordinaria del giornale fino a quella sera in cui era stata di nuovo tirata in ballo da Koroku, era passata quasi inosservata. «Ma perché l’hanno ucciso?» chiese Oyone, facendo a Koroku la stessa domanda posta a Sōsuke la sera dell’edizione straordinaria. «Gli hanno sparato con una pistola, pam pam, l’hanno colpito in pieno» rispose ingenuamente Koroku. «Sì, ma perché?» L’espressione di Koroku tradiva la sua totale ignoranza sull’argomento. «Be’, evidentemente era il suo destino» disse il ragazzo in tono noncurante, e prese un sorso di tè. Dal modo in cui beveva, sembrava trovarlo buono. Nemmeno quella risposta convinse Oyone. «E perché era andato in Manciuria?» chiese. «Infatti, chissà perché...» fece Sōsuke, l’aria soddisfatta dopo una buona cena. «Pare che stesse portando avanti delle trattative segrete con la Russia» rispose con grande serietà


Koroku. «Ah, davvero? Che cosa terribile, però, che sia stato ucciso!» «Sarebbe terribile per un impiegatuccio come me, ma per un uomo come Itō, venire ammazzato a Harbin è la cosa migliore che gli potesse capitare». Per la prima volta Sōsuke parve mettere una certa convinzione nelle sue parole. «Ma cosa dici?» fece Oyone. «Dico che Itō, andando a farsi uccidere, è entrato nella Storia. Non ci sarebbe mai riuscito morendo di morte naturale». «Sì, può darsi che tu abbia ragione...» fece Koroku impressionato. «In ogni caso, pare che in Manciuria, a Harbin, ci sia molta agitazione. Credo che la situazione sia pericolosa» aggiunse dopo un po’. «È perché c’è un miscuglio di gente di ogni tipo». Questa risposta del marito sembrò sorprendere Oyone. Sōsuke dovette accorgersene, perché le disse: «Be’, dovresti sbarazzare la tavola, adesso». Poi prese il palloncino del daruma e se lo pose di nuovo sulla punta del dito indice. «Straordinario, vero? Il modo in cui sta in equilibrio...» Entrò Kiyo, che prese i piatti sporchi e tornò in cucina. Oyone la seguì per preparare dell’altro tè. I due fratelli rimasero uno di fronte all’altro. «Oh, finalmente hanno portato via tutto. Non posso sopportare la vista dei piatti sporchi» disse Sōsuke esprimendo il suo fastidio per le tavole ingombre di resti di cibo. In cucina si sentì ridere Kiyo. «Cosa c’è di tanto divertente, Kiyo?» fece la voce di Oyone al di là degli shōji. La ragazza di nuovo scoppiò in una risata. In silenzio, i due fratelli ascoltavano distrattamente. Poco dopo Oyone tornò sorreggendo un piatto di dolci con una mano e il vassoio del tè con l’altra. Dalla grande teiera decorata con motivi a tralci di glicine versò un tè leggero, di scarso effetto sia sullo stomaco che sul cervello, in due grandi ciotole che posò davanti ai due uomini. «Cos’aveva da ridere?» le chiese il marito. Senza guardarla e fissando invece il piatto dei dolci. «Rideva di te che compri palloncini e ti diverti a tenerli sulla punta del dito. Anche se non sei più un bambino». «Ah, sì?» fece Sōsuke con noncuranza. Poi aggiunse lentamente, come se assaporasse il suono delle proprie parole: «E pensare che una volta un bambino l’ho avuto anch’io» e alzò sulla moglie uno sguardo incerto. Lei rimase in silenzio. «Perché non mangi un dolce?» disse Oyone dopo un po’, rivolta al cognato. «Sì, volentieri» rispose Koroku, ma già Oyone si alzava e si spostava nel chanoma. Di nuovo i due fratelli rimasero soli, uno di fronte all’altro. Nonostante fosse ancora presto, intorno a quella casa al limite estremo di un quartiere residenziale, a parecchi minuti di cammino dal capolinea del tram, c’era una gran quiete. Solo ogni tanto si sentiva il ticchettare dei geta di un passante. A poco a poco l’aria stava diventando più fredda. «Di giorno fa caldo, ma la sera la temperatura si abbassa di colpo» disse Sōsuke infilando le mani nelle maniche del kimono. «Al dormitorio hanno già acceso le stufe a vapore?» «No, non ancora. Non scaldano finché non se ne può fare a meno». «Ah, davvero? Allora gelerai». «Sì, infatti. Ma il freddo lo posso sopportare...» rispose Koroku esitando un po’, poi si decise: «Sōsuke, con i Saeki a che punto siamo? Poco fa ho chiesto a Oyone, mi ha detto che hai mandato


loro una lettera...» «Sì, è vero. Entro due o tre giorni mi diranno qualcosa. A seconda di come mi risponderanno, deciderò se andare di persona o meno». Koroku, in cuor suo, disapprovava l’incuria del fratello ma, dal momento che Sōsuke non aveva un atteggiamento aggressivo né cercava vilmente di giustificarsi, non ebbe il coraggio di criticarlo. «Allora fino a oggi non avevi fatto nulla?» si limitò a chiedergli, per rendersi conto di come stavano realmente le cose. «No. Scusa, ma non me ne sono occupato. Anche la lettera, sono riuscito a scriverla soltanto oggi. Non ci posso fare niente, negli ultimi tempi lo stato dei miei nervi è pessimo» rispose sinceramente Sōsuke. «Se le cose non si sistemano» disse Koroku con un sorriso triste, «credo che lascerò la scuola, che me ne andrò via, in Manciuria o in Corea». «Come, in Manciuria o in Corea? Ma è un colpo di testa sconsiderato! Se hai appena detto che la Manciuria è un posto instabile, pericoloso...» La conversazione prese questa piega, e Koroku non riuscì a tornare al nocciolo della questione. «Mah, non ti preoccupare» disse alla fine Sōsuke. «In qualche modo risolveremo la questione. In ogni caso, appena arriva una risposta, te lo farò sapere. A quel punto ne riparleremo». La discussione era chiusa. Prima di andarsene Koroku passò dal chanoma a salutare la cognata, che trovò seduta davanti al braciere, le mani in grembo. «Arrivederci, Oyone» le disse. «Ah, vai via?» fece lei, e si alzò per accompagnarlo alla porta.

1

. Itō Hirobumi (1841-1909), importante uomo di Stato, più volte primo ministro, venne assassinato il 26 ottobre 1909 in Manciuria da un nazionalista coreano.


4. La risposta attesa con tanta ansia da Koroku arrivò qualche giorno dopo, come previsto. Era un messaggio molto breve per il quale sarebbe bastata una cartolina, ma la zia Saeki aveva avuto il tatto di scrivere una lettera, infilarla in una busta e affrancarla con un francobollo da tre sen. Dopo essere tornato dal lavoro, Sōsuke si era tolto lo scomodo vestito occidentale che indossava in ufficio, per mettere un kimono e si era appena seduto davanti al braciere, quando vide la lettera che sporgeva di poco dal cassetto della scrivania, messa lì intenzionalmente. Bevve un sorso del tè che Oyone gli aveva versato e aprì la busta. «Oh, pare che Yasu sia andato a Kōbe» annunciò mentre leggeva. «Quando?» chiese Oyone che, dopo aver servito il tè al marito, non si era mossa. «Non lo dice. Scrive soltanto che sarà di nuovo a Tokyo in un futuro non lontano, quindi presumo che tornerà presto». «“Sarà di nuovo a Tokyo in un futuro non lontano...” Solo tua zia può esprimersi così». Sōsuke non lasciò capire se fosse d’accordo o meno con quel giudizio di Oyone. Piegata la lettera appena letta e buttatala da parte, si accarezzava pensosamente il mento reso ruvido da una barba di quattro o cinque giorni. Oyone si affrettò a raccogliere la lettera, ma non accennò a leggerla. Se la posò in grembo e guardò il marito. «E quando Yasunosuke “sarà di nuovo a Tokyo, in un futuro non lontano”, cos’hanno intenzione di fare?» chiese. «Be’, quando Yasu sarà di ritorno, la zia si consulterà con lui, poi mi farà sapere qualcosa». «È molto vago, “in un futuro non lontano”. Non scrive nulla di più preciso?» «No». Perplessa, Oyone aprì la lettera che teneva sulle ginocchia. Poi la ripiegò. «Puoi passarmi la busta?» chiese, tendendo una mano verso il marito. Sōsuke prese la busta azzurra posata tra sé e il braciere e gliela diede. Oyone ci soffiò dentro e ci infilò di nuovo la lettera, poi tornò in cucina. Sōsuke aveva già la testa altrove. Quel giorno, in ufficio, un collega gli aveva detto di aver incontrato, dalle parti di Shinbashi, Kirchener, il generale inglese, che era in visita ufficiale in Giappone. Un uomo del genere, pensava ora Sōsuke, era probabilmente destinato a sollevare l’entusiasmo delle folle ovunque andasse. Lui invece, se considerava la sorte che si trascinava dietro dal passato e che lo attendeva di certo in futuro, e la paragonava con quella di Kirchener, vedeva una differenza tale da dubitare di appartenere alla stessa specie umana del generale. Perso in queste riflessioni, Sōsuke fumava. Da quando era calata la sera, il vento soffiava con tanto rumore che sembrava fosse venuto da lontano a sfogarsi proprio davanti a casa. A tratti la sua furia si calmava, lasciando posto a un silenzio di tomba ancora più triste. A braccia conserte, Sōsuke si disse che a quell’ora i pompieri dovevano essere di ronda suonando la campanella che metteva in guardia contro gli incendi. In cucina trovò Oyone intenta ad arrostire delle fettine di pesce sulla brace. Kiyo, curva sul lavello, puliva della verdura. Assorte ognuna nella propria mansione, le due donne non scambiavano una parola. Sōsuke rimase per un po’ sulla soglia ad ascoltare lo sfrigolio del grasso del pesce che cadeva sulla brace rovente, poi richiuse in silenzio gli shōji e tornò a sedersi. La moglie non aveva alzato gli occhi dal suo lavoro.


Dopo cena, quando si accomodarono uno di fronte all’altra davanti al braciere, Oyone disse: «Dev’essere un bel problema, anche per i Saeki». «Non ci possiamo fare niente. Fino a quando Yasu non sarà tornato da Kōbe, non ci resta che aspettare». «Perché nel frattempo non passi a trovare tua zia e non le parli? Non sarebbe meglio?» «Forse. Oh, vedrai che ben presto ci diranno qualcosa! Fino a quel momento lasciamo perdere». «Koroku, però, sarà furibondo. Non ha importanza?» insistette Oyone con un sorriso. Lanciandole un’occhiata stizzita, Sōsuke si punzecchiò il colletto del kimono con lo stuzzicadenti che stava usando. Due giorni dopo, finalmente Sōsuke scrisse a Koroku per informarlo della risposta della zia Saeki, concludendo di nuovo che in qualche modo le cose si sarebbero arrangiate. Fatto ciò, si sentì liberato del peso di quel problema. Nell’attesa che l’evolvere della situazione lo obbligasse a riaffrontarlo, gli pareva più semplice dimenticare tutta quella storia e continuare giorno dopo giorno ad andare e venire dall’ufficio come se niente fosse. Quando tornava era già tardi e non se la sentiva di sobbarcarsi il fastidio di uscire nuovamente. Era raro che ricevesse visite. A meno che non ci fossero lavori straordinari da fare, a Kiyo veniva dato il permesso di andare a dormire prima delle dieci. Dopo aver cenato, marito e moglie sedevano ogni sera uno di fronte all’altra ai due lati del braciere e conversavano per un’oretta. Si limitavano a parlare dei piccoli avvenimenti della vita quotidiana, senza mai accennare alla preoccupazione di non poter pagare il conto del mercante di riso e alla difficoltà di arrivare alla fine del mese. Non discutevano di letteratura o di cultura, né si abbandonavano a quei dialoghi leggeri e briosi che si svolgono spesso fra un uomo e una donna. Sebbene fossero ancora piuttosto giovani, avevano superato quello stadio e sembravano diventare più spenti ogni giorno che passava. Si sarebbero dette due persone dalla personalità scialba che fin dall’inzio si erano unite in matrimonio per rispettare le convenzioni sociali. A un osservatore superficiale potevano dare l’impressione di essere irriflessivi e noncuranti. Impressione aggravata dall’atteggiamento che prendevano riguardo al problema di Koroku. Solo un paio di volte Oyone, con il suo pragmatismo femminile, aveva sollecitato il marito: «Chissà se tuo cugino è già tornato? Dovresti fare un salto a chiedere, domenica prossima...» «Sì, potrei anche» aveva risposto Sōsuke, ma quando arrivava il giorno in cui “avrebbe anche potuto”, sembrava essersene scordato. Né Oyone, vedendo che non si muoveva, aveva la fermezza di insistere. Se faceva bel tempo, gli suggeriva di andare a fare una passeggiata, e se faceva brutto o tirava vento, si limitava a dire: «Be’, meno male che oggi è domenica...» Per loro fortuna, Koroku non si era più fatto vedere. Il ragazzo – come già Sōsuke da giovane – era per natura nervoso e determinato: una volta che si metteva in testa una cosa andava fino in fondo. Ma se inaspettatamente cambiava opinione, da un giorno all’altro era capace di scordare tutto come niente fosse. Anche in questo i due fratelli erano molto simili. Inoltre Koroku era intelligente e non accettava l’incoerenza, così quando trovava un filo logico non stava nella pelle finché non riusciva ad adattarvi il corso delle cose – o piegando le sue emozioni alla ragione o dandovi per lo meno dei limiti ragionevoli. E dato che era dotato di una grande energia, poteva contare generalmente sul suo vigore giovanile. Quanto a Sōsuke, ogni volta che guardava il fratello aveva l’impressione di vedere una reincarnazione di se stesso. Cosa che lo preoccupava. Oppure gli infondeva tristezza. Perché in cuor suo pensava che il cielo gli mettesse davanti agli occhi Koroku per ricordargli sempre il giovane sincero e leale che era stato, e questo pensiero lo spaventava. All’idea che forse Koroku era nato per conoscere un giorno il suo stesso destino provava una forte inquietudine. Ma a volte, più che


inquietudine, era amarezza. Ciononostante, fino a quel giorno Sōsuke non aveva mai dato a Koroku la parvenza di un consiglio o di un ammonimento per il futuro. Nei confronti del fratello minore non brillava certo per sollecitudine. Come il suo quieto stile di vita non lasciava pensare che fosse un uomo dal passato travagliato, così il suo atteggiamento verso Koroku non era quello di una persona con più anni e più esperienza, un’esperienza reale. Tra loro c’erano stati altri due fratelli, ma dato che erano morti in giovanissima età, dieci anni dividevano Sōsuke da Koroku. Inoltre le circostanze avevano voluto che nel suo primo anno di università Sōsuke si trasferisse a Kyoto, quindi viveva separato da Koroku da quando quest’ultimo aveva dodici o tredici anni. Ricordava bene quale ragazzino testardo e riottoso fosse all’epoca. Ma in quei giorni il padre era ancora vivo, la famiglia era abbiente e poteva permettersi ogni agiatezza, persino il lusso di un vetturino privato che alloggiava nella dépendance. Questo vetturino aveva un figlio di tre anni più giovane di Koroku, e i due bambini giocavano spesso insieme. Un giorno, in piena estate, avevano attaccato un sacchetto per caramelle a un lungo palo e cercavano di catturare delle cicale sotto un grosso albero di cachi. Vedendoli, Sōsuke aveva chiamato l’altro bambino: «Kenbo, prenderai un’insolazione a stare a testa nuda, mettiti questo!» e gli aveva lanciato un vecchio berretto estivo di Koroku. Al che Koroku, furibondo perché il fratello regalava una cosa di sua proprietà senza consultarlo, aveva strappato di mano a Kenbo il berretto, l’aveva sbattuto a terra e si era messo a calpestarlo furiosamente sotto i piedi. A quel punto Sōsuke era saltato giù dall’engawa e aveva appioppato a Koroku uno scappellotto sulla testa. Da quel giorno aveva considerato il fratello un ragazzo dall’animo meschino. Durante il secondo anno di università, Sōsuke aveva dovuto lasciare gli studi, senza poter tornare, però, dalla sua famiglia a Tokyo. Da Kyoto si era trasferito a Hiroshima, e sei mesi dopo suo padre era morto. La madre era mancata già sei anni prima. Così erano rimasti soltanto il sedicenne Koroku e la concubina del padre, che doveva avere venticinque o ventisei anni. Appena ricevuto il telegramma di suo zio Saeki, Sōsuke si era precipitato a Tokyo e, una volta terminate le formalità del funerale, si era messo a studiare la situazione economica della famiglia per sistemare ogni cosa, scoprendo sbalordito che i possedimenti erano molto inferiori a quanto avesse creduto, mentre c’era una gran quantità di debiti di cui non sospettava l’esistenza. Si era allora consultato con lo zio Saeki, il quale gli aveva consigliato di mettere in vendita la dimora atavica: non c’era altra soluzione. La concubina venne congedata su due piedi con un’adeguata somma di denaro, mentre Koroku avrebbe vissuto con gli zii che si sarebbero occupati di lui. Purtroppo però non era possibile vendere in quattro e quattr’otto quell’importante proprietà, così Sōsuke dovette ricorrere provvisoriamente all’aiuto dello zio per far fronte ai debiti. Saeki era un uomo d’affari che amava rischiare, e si era lanciato in diversi progetti sistematicamente finiti male. Spesso aveva convinto il fratello, quando Sōsuke viveva ancora a Tokyo, ad affidargli dei capitali col pretesto di investimenti a suo parere vantaggiosissimi. E dato che il padre di Sōsuke non era meno avido dello zio, aveva perso in queste operazioni somme considerevoli. Dopo la morte del fratello le condizioni economiche di Saeki non erano cambiate ma, poiché sentiva un certo obbligo morale verso il defunto, e d’altra parte sembrava avere, in caso di bisogno, una relativa capacità di finanziamento, si incaricò di pagare i debiti del nipote. In compenso Sōsuke gli lasciò la totale cura della vendita della proprietà. Per farla breve, in cambio del fatto che lo zio aveva procurato in poco tempo la somma necessaria, la casa e il terreno gli vennero praticamente ceduti. «Dopotutto» aveva detto Saeki, «nel caso non si trovasse un acquirente, ci perderei un sacco di soldi!»


Tutti i mobili di poco valore furono venduti. Restavano quattro o cinque kakemono e una dozzina di pezzi di antiquariato, riguardo ai quali Sōsuke concordava con il parere dello zio: non valeva la pena metterli in vendita, a meno di cercare pazientemente qualcuno che li apprezzasse nel loro giusto valore. Così finì col chiedergli di tenerli lui. Sistemate queste cose, gli rimanevano in mano circa duemila yen che, si rese conto, sarebbero bastati appena per pagare gli studi di Koroku. Tuttavia, se si fosse impegnato a inviare regolarmente del denaro ogni mese, considerata la precarietà della sua situazione, gli sarebbe forse risultato difficile rispettare tale promessa. Quindi prese la penosa decisione di lasciare la metà della somma allo zio, pregandolo di occuparsi di tutto. Se lui stesso aveva in parte fallito, desiderava che almeno il fratello realizzasse i suoi progetti. Con la vaga speranza che quando fossero finiti i mille yen lo zio avrebbe provveduto, se ne tornò perciò a Hiroshima. Circa sei mesi dopo ricevette una lettera in cui lo zio gli diceva di non preoccuparsi perché la casa era stata venduta, anche se non precisava a quale prezzo. Sōsuke scrisse a sua volta per avere chiarimenti, ma passarono due settimane prima che arrivasse l’ambigua risposta che non c’era motivo di inquietarsi, la somma era bastata a ripagare tutte le spese sostenute in anticipo. Risposta che lasciò Sōsuke insoddisfatto. Così, dato che nella stessa lettera lo zio prometteva di fornire tutti i dettagli quando si fossero visti, pensò di partire subito per Tokyo e ne parlò a Oyone per sondare la sua opinione. «Ma lo sai che non ci puoi andare, quindi tanto vale che ti rassegni» gli rispose lei col suo solito lieve sorriso. In quel momento, sentendosi per la prima volta giudicato dalla moglie, Sōsuke, a braccia conserte, rifletté a lungo: aveva ragione lei, era incastrato in circostanze tali che qualunque piano avesse messo a punto non sarebbe riuscito a realizzarlo. Non potendo fare altro, scambiò con lo zio ancora tre o quattro lettere, ma il risultato era sempre il medesimo. In occasione del nostro prossimo incontro... erano le parole che ricorrevano ogni volta, quasi venissero impresse con lo stampo. «Non c’è proprio verso!» disse alla fine Sōsuke, esasperato, alla moglie. Tre mesi dopo, poiché la sua situazione era un po’ migliorata, pensò di fare un viaggio nella capitale, dopo tanto tempo, portando con sé Oyone; ma all’improvviso si ammalò – un’influenza che si trasformò in febbre tifoidea e lo costrinse a letto per sessanta giorni –, e tutto il mese seguente lo passò in preda a una tale debolezza che non poteva nemmeno andare a lavoro. Poco dopo la guarigione venne trasferito da Hiroshima a Fukuoka. Prima del trasloco intravide un’opportunità di fare un salto a Tokyo, ma diverse cose glielo impedirono, finché rinunciò al progetto e affidò il suo destino al treno che lo portava verso sud. Allora il denaro che gli era rimasto dell’eredità del padre era quasi finito. I due anni circa che trascorse a Fukuoka furono piuttosto duri. Spesso ricordava il tempo in cui era studente a Kyoto, quando con vari pretesti otteneva dal padre grosse somme di denaro destinate ai suoi studi che lui invece sperperava come meglio gli piaceva, e confrontando quel periodo con la sua situazione presente provava sgomento davanti all’inesorabilità del destino. A volte, pensando col senno di poi alla primavera della sua vita, che aveva trascorso senza quasi rendersene conto, quei giorni gli parevano il fulcro della sua esistenza, e li vedeva come una bruma ormai lontana. «Oyone» disse un giorno in cui quella situazione gli parve insopportabile, «ho lasciato che le cose si trascinassero troppo a lungo, adesso voglio andare a Tokyo». Naturalmente Oyone non si oppose. «A cosa serve?» rispose soltanto mestamente. «Tanto non possiamo fidarci di tuo zio». «Già, può darsi che anche noi gli sembriamo poco affidabili, però è vero che io non ho più fiducia


in lui» dichiarò Sōsuke in tono deciso, ma davanti all’espressione scoraggiata di Oyone la sua baldanza svanì subito. Questi scambi di opinione all’inizio avvenivano una o due volte al mese, poi una volta ogni due mesi, e col passare del tempo anche ogni tre. «Se almeno Koroku è accudito come si deve, tutto il resto può aspettare» finì col dire Sōsuke un giorno. «Me ne occuperò quando andrò a Tokyo. Forse è la cosa migliore che possa fare, non credi, Oyone?» «Sì, certamente» rispose lei. Sōsuke lasciò perdere i Saeki. A causa del proprio passato, non osava avanzare recriminazioni nei confronti dello zio. Non lo aveva mai fatto, neanche nella corrispondenza che scambiava con lui. Ogni tanto riceveva una lettera da parte di Koroku, ma si trattava quasi sempre di brevi messaggi formali. Ricordando il fratello come l’aveva visto a Tokyo in occasione della morte del padre, Sōsuke conservava di lui l’immagine di un ragazzino egoista. Di conseguenza non gli aveva mai chiesto di farsi carico al posto suo delle trattative con lo zio. Marito e moglie passavano le loro giornate lontano dalla società, contando soltanto sul reciproco sostegno, e quando il freddo diventava insopportabile trovavano calore l’uno nelle braccia dell’altra. «Non ci possiamo fare nulla» diceva Oyone nei momenti più difficili. «Dobbiamo sopportare» rispondeva Sōsuke. Sempre in preda a un sentimento oscillante tra la pazienza e la rassegnazione, non nutrivano quasi alcuna speranza o aspettativa per il futuro. Del passato non parlavano mai. Come se per tacito accordo evitassero l’argomento. A volte, per consolare il marito, Oyone diceva: «Prima o poi succederà qualcosa di bello, ne sono sicura. Non è possibile che ci capitino solo avversità». Ma a Sōsuke quelle parole sincere della moglie sembravano ispirate dalla lingua avvelenata del destino, che voleva prendersi gioco di lui. In quelle occasioni non rispondeva, oppure si limitava a sorridere tristemente. Ma se Oyone, senza rendersi conto del suo stato d’animo, continuava sullo stesso tono, lui sbottava: «Ma le persone come noi non hanno il diritto di sperare in nulla!» Allora Oyone capiva e taceva. A quel punto marito e moglie, seduti per ore in silenzio uno di fronte all’altra, scivolavano nel baratro del passato, un baratro che avevano scavato con le loro mani. La colpa commessa aveva irrimediabilmente macchiato il loro futuro. Così, rassegnati all’idea che, per quanto camminassero, in fondo al sentiero non avrebbero trovato un paesaggio ridente, si accontentavano di procedere mano nella mano. Fin dall’inizio Sōsuke non si era atteso granché dalla casa e dal terreno venduti dallo zio. Ogni tanto, però, ci ripensava. «Nelle condizioni attuali del mercato, anche se l’ha svenduta, ne ha ricavato almeno il doppio di quanto ha prestato a me quella volta» diceva. «Sono cose da pazzi!» «Ancora con questa storia della casa?» gli rispondeva con un mesto sorriso Oyone. «Quand’è che la smetterai di arrovellarti su questo problema? In fin dei conti, sei stato tu a chiedergli di occuparsi di tutto, no?» «Per forza. Non avevo altra scelta, in quel momento». «Lo vedi? Può darsi che tuo zio abbia immaginato che gli cedevi la casa e il terreno in cambio del denaro che ti ha dato per saldare i debiti». A quelle parole Sōsuke, pur rendendosi conto che nel comportamento dello zio poteva esserci una certa logica, ribatteva: «Ha immaginato male». Ma poi lasciava cadere l’argomento, che a poco a poco veniva dimenticato.


Dopo due anni di questa vita a due nell’intimità e nell’isolamento, Sōsuke incontrò un suo vecchio compagno di università, tale Sugihara, con il quale all’epoca aveva stretto una bella amicizia. Dopo la laurea Sugihara aveva passato il concorso di ammissione alla pubblica amministrazione e aveva già ottenuto un posto in un ministero. Ora veniva da Tokyo in missione ufficiale a Fukuoka e a Saga. Sōsuke sapeva bene quando sarebbe arrivato e dove avrebbe alloggiato, l’aveva letto sul giornale locale, ma avendo un’ottima ragione per evitare il suo compagno di un tempo – si vergognava di presentarsi a testa bassa, un fallito come lui, davanti a un uomo di successo come Sugihara – non contava di fargli visita in albergo. Sugihara però, da parte sua, per una strana combinazione di circostanze aveva saputo che Sōsuke vegetava in quella città di provincia, e volle a tutti i costi incontrarlo, desiderio al quale non sarebbe stato cortese sottrarsi. Fu così che Sōsuke, solo grazie all’intercessione di Sugihara, ottenne il trasferimento da Fukuoka alla capitale. Quando lesse la lettera in cui il suo vecchio amico gli annunciava che tutto era sistemato, posò le bacchette e annunciò: «Finalmente possiamo andare a vivere a Tokyo, Oyone». «Oh, è magnifico!» rispose lei guardandolo in viso. Le prime due o tre settimane dal loro arrivo a Tokyo passarono a una velocità tale da dare il capogiro. Presi dall’ansia di metter su casa, preoccupati per il nuovo lavoro, eccitati dall’atmosfera convulsa, sempre frenetica, della capitale, non riuscivano né a riflettere con calma né ad agire con discernimento. Quando era giunto con Oyone alla stazione di Shinbashi, Sōsuke aveva rivisto i Saeki per la prima volta dopo tanto tempo ma, forse a causa della luce dei lampioni, né lo zio né la zia gli erano parsi di buon umore. In seguito a un incidente avvenuto lungo il percorso, il treno era arrivato con una mezz’ora di ritardo, ma dall’espressione degli zii, affaticati dall’attesa, sembrava che fosse tutta colpa di Sōsuke. «Be’, Sōsuke, è da un bel po’ che non ci vediamo... Certo che sei invecchiato pure tu!» furono le sole parole della zia. Sōsuke presentò sua moglie. «Ah, così è questa la...» fece la zia con una marcata esitazione, guardando lui. Oyone, visto che nessuno accennava a salutarla, si limitò a fare un breve inchino. Anche Koroku, naturalmente, era venuto ad accoglierli. Appena lo vide, Sōsuke fu sorpreso di constatare quanto fosse cresciuto: era diventato più alto di lui. Il ragazzo aveva appena finito la scuola media e stava per entrare al liceo. Trovandosi ora davanti al fratello maggiore, invece di dargli un caloroso benvenuto, si limitò a un saluto maldestro. Sōsuke e Oyone alloggiarono per una settimana in una locanda, poi si trasferirono nella casa dove vivevano ancora adesso. In quella circostanza gli zii si erano dati molto da fare per aiutarli. Se si accontentavano di cose usate, avevano proposto, non era necessario che comprassero tanti utensili da cucina, e avevano mandato loro le stoviglie e il vasellame necessari a una piccola famiglia. Offrirono anche una somma di sessanta yen. «Dato che vi siete appena sistemati» dissero, «avrete bisogno di molte cose». Una volta entrati nella loro nuova casa, tra una faccenda e l’altra due settimane erano passate in un baleno senza che Sōsuke parlasse con lo zio della vendita della proprietà, questione che lo aveva tanto assillato quando viveva in provincia. «Hai accennato a quel problema con tuo zio?» gli chiese un giorno la moglie. «No, non ancora» rispose Sōsuke. «Strano. Tu che ne facevi una malattia...» commentò Oyone con l’abbozzo di un sorriso. «Be’, non ho ancora avuto il tempo di parlargli con calma» si giustificò Sōsuke.


Dieci giorni più tardi fu lui a tirar fuori l’argomento. «Sai, Oyone, non gliene ho ancora parlato. Non ce la faccio, mi sento a disagio». «Se non ne hai voglia, non sei obbligato, non è necessario» gli disse la moglie. «Per te va bene così?» «Per me? Ma è un problema tuo. A me fin dall’inizio andava bene qualsiasi cosa» fu la risposta di Oyone. «Non è che possa fargli di punto in bianco un discorso formale, lo troverebbe strano. Gliene parlerò appena ne avrò l’occasione. Vedrai che prima o poi si presenterà il momento propizio» concluse Sōsuke. Dai Saeki, Koroku era ben accudito. Il ragazzo si era già consultato con lo zio sull’opportunità di abitare in un dormitorio per studenti se avesse superato l’esame d’ammissione al liceo. Forse perché non riceveva dal fratello maggiore, da poco trasferitosi a Tokyo, alcun aiuto materiale per i suoi studi, parlava con più confidenza dei propri problemi allo zio che a Sōsuke. Andava anche molto d’accordo con il cugino, Yasunosuke. Anzi, era piuttosto con quest’ultimo che aveva un rapporto fraterno. Le visite di Sōsuke agli zii si fecero sempre meno frequenti. E le rare volte in cui andava a trovarli, si limitava a scambiare convenevoli, tanto che tornando a casa si meravigliava di aver potuto sopportare tanta noia. A volte provava l’impulso, appena terminati i saluti formali, di togliere subito il disturbo. In quei casi, restare seduto a conversare anche solo mezz’ora diventava un supplizio. Nemmeno gli zii, d’altronde, sembravano sentirsi a loro agio. «Perché non resti ancora un po’?» gli chiedeva ogni volta la zia, rafforzando il suo desiderio di scappare. Eppure, se restava troppo tempo senza vedere i Saeki, gli rimordeva la coscienza, così tornava a far loro visita. Gli succedeva anche di inchinarsi ringraziandoli per tutto quello che facevano per Koroku. Ma non si spingeva oltre, infastidito al solo pensiero di chiedere aiuti finanziari per gli studi futuri del fratello, o di domandare spiegazioni sulla vendita della proprietà di cui a suo tempo aveva incaricato lo zio. Però era evidente che, se continuava a presentarsi di tanto in tanto, seppur controvoglia, a casa di quei parenti per cui non nutriva il minimo affetto, non era solo per il dovere morale e sociale imposto dal legame di sangue, ma soprattutto perché in cuor suo nutriva la speranza che prima o poi si presentasse l’occasione di chiarire le cose. «Certo che Sōsuke è molto cambiato» disse una volta la zia al marito. «Eh, sì... Per forza! Quando si fanno certe scelte, non si finisce mai di pagarne le conseguenze» rispose lui, riferendosi alle inesorabili leggi del karma. «Sì, è terribile. Un tempo non era così apatico... anzi, era un ragazzo pieno di vita, fin troppo vivace! In pochi anni di lontananza è diventato un’altra persona, è invecchiato. Sembra più vecchio di te». «Non esageriamo!» rispose lo zio. «Guarda che non sto parlando del suo cervello, o della sua faccia. È l’atteggiamento generale...» Questa conversazione fra i due anziani coniugi era avvenuta più di una volta da quando Sōsuke era tornato a Tokyo. Ed era vero che l’immagine di sé che mostrava agli zii era esattamente quella che percepivano loro. Oyone, invece, dopo essere stata presentata ai Saeki alla stazione di Shinbashi, il giorno del suo arrivo, per qualche sua ragione non era mai andata a trovarli. Eppure gli zii erano convinti di averla accolta nel modo più gentile, e prima di separarsi le avevano detto: «Venite a farci visita, uno di questi giorni». Oyone aveva ringraziato, ma poi se ne era astenuta. Anche Sōsuke le aveva chiesto:


«Perché non mi accompagni dagli zii, qualche volta? Cosa ne dici?» «Sì, però...» aveva risposto lei prendendo un’espressione corrucciata. Sōsuke allora non gliene aveva più parlato. I rapporti tra le due famiglie continuarono così, senza variazioni, per circa un anno. Finché lo zio, che la moglie aveva definito più giovane e vivace di Sōsuke, all’improvviso morì. Sentendosi influenzato – in realtà si trattava di una meningite –, era rimasto a letto due o tre giorni, ma una volta che si era alzato per andare alla toilette era crollato a terra mentre si lavava le mani, con il mestolo di bambù ancora stretto fra le dita: ventiquattr’ore dopo il suo corpo era già freddo. «Oyone, lo zio è morto prima che riuscissi a parlargli» disse Sōsuke alla moglie. «Perché, volevi ancora tornare su quell’argomento? Certo che non ti arrendi facilmente, pure tu!» Passato ancora un anno, il cugino Yasunosuke si era laureato e Koroku era stato promosso al secondo anno di liceo. La zia si era trasferita insieme al figlio nel quartiere di Kōjimachi, in Nakarokuban-chō. Le vacanze estive del terzo anno di liceo, Koroku le trascorse al mare, nella penisola di Bōshū. Ci restò un mese, poi all’avvicinarsi di settembre attraversò la penisola e da Hota raggiunse Chōshi lungo la costa di Kazusa. A quel punto, improvvisamente, decise di tornare a Tokyo. E già due o tre giorni dopo il suo ritorno si presentò a casa di Sōsuke, un pomeriggio in cui faceva ancora un caldo soffocante. Nel suo viso abbronzato soltanto gli occhi brillavano, dandogli l’aria di un selvaggio quasi irriconoscibile. Andò a sdraiarsi nella sala, che era relativamente riparata dai raggi del sole, e lì attese il ritorno del fratello, ma non appena lo vide balzò in piedi e gli disse a bruciapelo: «Sōsuke, sono venuto perché ho bisogno di parlarti». Un po’ sorpreso, Sōsuke, prima ancora di togliersi il soffocante abito occidentale, ascoltò quello che Koroku aveva da dirgli. Il ragazzo raccontò che la sera stessa del suo rientro da Kazusa, un paio di giorni prima, la zia gli aveva annunciato che, una volta terminato l’anno in corso, purtroppo non sarebbe stata più in grado di pagare le spese per i suoi studi. Da quando era stato accolto in casa dei Saeki, a Koroku non era mai mancato nulla: aveva continuato a frequentare la scuola, a ricevere vestiti e anche un po’ di soldi per le piccole spese, esattamente come quando il padre era in vita. Fino a quella sera non aveva mai nemmeno immaginato che ci fossero dei problemi per il finanziamento dei suoi studi; quindi, a quell’annuncio della zia, era rimasto intontito dallo stupore, incapace di dire una sola parola. La zia, che gli era parsa desolata, gli aveva spiegato in dettaglio per un’ora intera, con loquacità tipicamente femminile, le ragioni per cui non poteva più mantenerlo. I motivi che aveva addotto erano diversi: in seguito alla morte del marito la sua situazione economica era cambiata, ora che Yasunosuke aveva terminato gli studi bisognava occuparsi del suo matrimonio... «Possibilmente, avrei voluto portarti almeno fino al diploma liceale, è per questo che fino a oggi ho fatto tanti sacrifici...» aveva detto. Koroku si era allora ricordato che Sōsuke, quando era venuto a Tokyo per il funerale del padre, dopo aver provveduto alle pratiche dell’eredità e prima di tornare a Hiroshima, gli aveva spiegato di aver consegnato allo zio una somma di denaro per le sue spese scolastiche. Così, per la prima volta, ne aveva parlato alla zia. «Sì, è vero, quella volta Sōsuke ci ha lasciato qualcosa» aveva risposto la zia con aria contrariata, «ma non resta più niente. Già da quando era vivo tuo zio. Era lui che pagava i tuoi studi». Koroku, non avendo mai chiesto al fratello a quanto ammontasse la somma consegnata allo zio, né per quanti anni fosse stata calcolata, non aveva potuto obiettare nulla alle parole della zia. «Be’, non sei solo al mondo, hai un fratello maggiore» aveva aggiunto lei per concludere. «Dovresti consultarti con Sōsuke. Gli parlerò anch’io, gli spiegherò tutto per filo e per segno. Ma


negli ultimi tempi non è mai venuto a trovarmi, né io mi sono fatta viva con lui, così non abbiamo avuto occasione di discutere del tuo problema». Dopo aver ascoltato il lungo resoconto del fratello, Sōsuke si era limitato a dire: «Un bel guaio!» Non pareva propenso a precipitarsi dalla zia per chiederle conto della sua condotta, come avrebbe fatto in altri tempi, ma neppure sembrava contrariato dal mutato atteggiamento di Koroku, che fino ad allora aveva ricambiato la sua apatia con una marcata freddezza. Koroku se ne andò, sconvolto al pensiero che quel futuro che si era immaginato brillante fosse compromesso per colpa della sua famiglia. Sōsuke, che lo aveva accompagnato fino alla soglia, rimase nella penombra dell’ingresso a guardare i raggi del sole calante al di là della porta a grata. Quella sera staccò sul retro della casa due grandi foglie di banano, le posò sul pavimento dell’engawa davanti alla sala e vi si sedette con Oyone per parlare del problema di Koroku prendendo il fresco. «Insomma, tua zia vuole dire che adesso tocca a te prenderti cura di tuo fratello?» chiese Oyone. «Mah, finché non le parlo, non posso sapere quali siano esattamente le sue intenzioni» rispose Sōsuke. «Sarà certamente così» fece Oyone agitando il suo ventaglio nell’oscurità. In silenzio, Sōsuke allungò il collo per guardare la stretta parte di cielo che si vedeva tra la falda del tetto e il pendio erboso. «Ma non è nelle tue possibilità!» proseguì Oyone. «No, non sono in grado di mantenere qualcuno agli studi fino alla laurea» convenne Sōsuke, mostrando chiaramente quali fossero le proprie condizioni economiche. La conversazione si spostò su un altro argomento, senza più tornare né su Koroku né sui Saeki. Due o tre giorni più tardi, però, un sabato, al ritorno dall’ufficio Sōsuke passò a trovare la zia in Nakarokuban-chō. «Oh, chi si vede! Dopo tanto tempo!» disse lei, riservandogli un’accoglienza più calorosa del solito. Sōsuke, seppur malvolentieri, per la prima volta le rivolse le domande che desiderava farle da quattro o cinque anni. La zia non poté esimersi dal dargli, almeno in parte, delle spiegazioni. A sentire lei, non ricordava l’ammontare della somma ricavata dallo zio per la vendita della proprietà, ma in ogni caso, dopo aver detratto il denaro dato a Sōsuke per tirarlo fuori dai guai, restavano forse dai tremilatrecento ai tremilacinquecento yen. Ma a questo proposito lo zio sosteneva che, considerato che Sōsuke la proprietà l’aveva affidata a lui, qualunque somma rimanesse, nulla gli impediva di considerarla sua. Tuttavia gli sarebbe spiaciuto che si pensasse che aveva approfittato della situazione, così aveva depositato il denaro a nome di Koroku, a titolo di eredità personale. Ma Sōsuke, visto che a causa della sua condotta colpevole era stato diseredato, non aveva il diritto di ricevere nemmeno un soldo. «Non ti devi arrabbiare, però. Sto soltanto riferendo quello che diceva tuo zio» lo pregò la zia. Sōsuke rimase in silenzio, in attesa del seguito. Disgraziatamente lo zio aveva ritenuto opportuno investire il denaro depositato a nome di Koroku nell’acquisto di una casa situata in una strada molto frequentata nel quartiere di Kanda, ma la casa era andata distrutta in un incendio prima di venire coperta da un’assicurazione. E dato che a Koroku non era stato detto nulla fin dall’inizio, si era preferito lasciarlo all’oscuro di tutta quella vicenda. «Mi rincresce dirti queste cose, Sōsuke, sono desolata per te, ma ti devi rassegnare, non si può tornare indietro. Fattene una ragione, è stato il destino. Se tuo zio fosse ancora vivo, in qualche modo sistemerebbe le cose. Provvedere a una sola persona, Koroku, non sarebbe un problema. Ma purtroppo lui non c’è più. Se potessi permettermelo, darei a tuo fratello l’equivalente della casa che


è bruciata, o per lo meno mi occuperei di lui per tutta la durata dei suoi studi...» Al termine di questo discorso, la zia cambiò argomento e si mise a parlare di certe sue faccende private, del lavoro del figlio Yasu. Yasunosuke era l’unico figlio degli zii Saeki, e aveva terminato gli studi quell’estate. Allevato amorevolmente in famiglia, non aveva relazioni sociali all’infuori dei suoi compagni di corso e non sapeva nulla del mondo reale, ma nonostante la sua mancanza di esperienza aveva coraggiosamente fatto il suo ingresso nella società produttiva. Sebbene fossero tempi in cui l’entusiamo per lo sviluppo industriale andava calando, con la sua laurea in ingegneria avrebbe potuto trovare un posto adeguato in una delle tante ditte esistenti in Giappone, ma doveva celare in cuor suo uno spirito d’avventura ereditato dal padre, perché non stava nella pelle dal desiderio di metter su una propria azienda. L’occasione si presentò quando incontrò per caso un compagno che si era laureato in ingegneria qualche anno prima di lui, un tale che aveva impiantato una piccola fabbrica a Tsukishima e la gestiva in modo del tutto autonomo. Consultatosi con costui, Yasu aveva avuto l’idea di collaborare al progetto, partecipando a quell’impresa con una certa somma. «Così abbiamo deciso di vendere le poche azioni che avevamo e investirle lì» concluse la zia. «Non ci resta più niente, alla lettera. Vista da fuori la nostra famiglia, considerato che siamo solo in due e possediamo una casa, può sembrare agiata, lo riconosco. L’altro giorno mia madre, quando è venuta a trovarmi da Hara, mi ha di nuovo detto: “Certo che hai la vita comoda, tu. Ogni volta che vengo qui, ti trovo seduta con le mani in mano!” Ma non è così, ti assicuro». Dopo aver sentito le spiegazioni della zia, Sōsuke, che si era distratto, non aveva saputo trovare una risposta appropriata. In cuor suo sapeva che questo era il risultato della sua fragilità nervosa, la prova che aveva perduto quelle capacità intellettive che un tempo gli permettevano di giudicare le cose con prontezza e discernimento. La zia, però, dovette pensare che lui non accettasse le sue ragioni, così gli disse anche a quanto ammontava la somma investita da suo figlio: erano cinquemila yen. Per un bel po’ di tempo Yasunosuke avrebbe dovuto vivere di uno stipendio modesto e dei dividendi che gli spettavano per la sua quota di capitale nella ditta. «A parte il fatto che, riguardo ai dividendi, ancora non sappiamo come andrà a finire... Se l’impresa ha successo, potranno essere del dieci o anche del quindici per cento, ma basta un errore perché tutto vada a rotoli» aggiunse la zia. Sōsuke, che non riusciva a trovare nelle parole della zia una prova evidente della sua avidità, si sentiva a disagio, ma sapeva che congedandosi così, senza dire nulla sul futuro del fratello, si sarebbe comportato da stupido. Quindi non fece commenti sui problemi di Yasunosuke, ma si informò sui mille yen che aveva consegnato allo zio per le spese scolastiche di Koroku: com’erano stati utilizzati? «Ma, Sōsuke, sono già finiti! Da quando Koroku è entrato al liceo, in spese scolastiche se ne sono già andati settecento yen!» rispose la zia. Visto che c’era, Sōsuke volle anche sapere che fine avevano fatto i dipinti e gli oggetti di antiquariato lasciati in deposito allo zio. «Ah, quella volta ci siamo proprio fatti prendere per scemi!» iniziò a dire la zia, poi vedendo l’espressione sorpresa del nipote chiese: «Come, di quella storia non hai saputo nulla?» «No, nulla» rispose Sōsuke. «Mi spiace, lo zio dev’essersene dimenticato...» disse la zia e si mise a raccontare. Poco dopo la partenza di Sōsuke per Hiroshima lo zio si era rivolto a un suo amico, un certo Sanada, per vendere gli oggetti in questione. Costui, che era un esperto in dipinti e oggetti d’arte, pareva avesse libero accesso ai circoli dove si faceva compravendita di antiquariato, e aveva


accettato subito l’incarico. Così, col pretesto di mostrare la merce prima a un tale che era interessato e poi a un altro, a poco a poco aveva fatto sparire tutto, e non aveva più restituito nulla. A ogni richiesta di riportare indietro gli oggetti diceva che non gli erano ancora stati resi o adduceva altre scuse del genere. Insomma non aveva mai dato una risposta chiara, finché un bel giorno si era eclissato, chissà dove si era andato a nascondere... «Comunque ci è rimasto un paravento» continuò la zia. «Se n’è accorto Yasu quando abbiamo traslocato. “Questo appartiene a Sōsuke” ha detto, “la prossima volta che viene dovresti darglielo”». Dal tono della zia era evidente che non attribuiva un gran valore agli oggetti che le erano stati affidati. E Sōsuke, se non ci aveva più pensato fino a quel giorno, era perché non gli interessavano molto, quindi non si risentì per l’atteggiamento noncurante di lei. «In ogni caso, Sōsuke, visto che noi non lo usiamo, perché non te lo prendi? Di questi tempi pare che abbia acquisito molto valore, quella roba». Sōsuke decise di portarselo via. Quando il paravento a due ante venne tirato fuori dal ripostiglio e aperto alla luce del sole, lo riconobbe. Sulla parte inferiore erano dipinti senza interruzione fiori di ogni tipo – di lespedeza, di patrinia, e poi campanule, susuki... – al di sopra dei quali brillava una tonda luna d’argento, mentre nello spazio intermedio il titolo – Fiori tra la luna e un sentiero campestre – era scritto in ideogrammi firmati da Kiitsu. Sōsuke si mise in ginocchio per osservare attentamente la luna un po’ annerita, le foglie delle campanule sbiadite che parevano mosse dal vento, e la firma del pittore – Hōitsu – tracciata in ideogrammi in stile corsivo all’interno di un grande cerchio rosso, mentre il suo pensiero andava inevitabilmente ai tempi in cui il padre era ancora in vita. Ogni Capodanno suo padre era solito tirar fuori quel paravento dalla penombra del ripostiglio e metterlo nel vestibolo, dietro un vassoio in legno di sandalo rosso dove poneva i biglietti d’auguri ricevuti. In quel periodo appendeva invariabilmente nel tokonoma della sala riservata agli ospiti due kakemono raffiguranti delle tigri – «perché portano fortuna» spiegava. Sōsuke ricordava ancora che il padre una volta aveva precisato: «Questi kakemono non sono dei Ganku, ma dei Gantai». Su uno dei dipinti, una macchia d’inchiostro deturpava il naso di una tigre intenta a bere con la lingua l’acqua di una cascata; quella macchia dava molto fastidio a suo padre che, guardandola ogni anno gli diceva, con aria un po’ risentita e un po’ divertita: «Questa l’hai fatta tu, non ricordi? Una monelleria di quando eri piccolo». «Be’, zia, allora questo, se permettete, me lo prendo» disse Sōsuke guardando con deferenza quel paravento che gli ricordava la sua vita di un tempo a Tokyo. «Certo, certo, prendilo» rispose lei affabilmente. «Se vuoi, te lo faccio portare a casa». Sōsuke chiese alla zia di occuparsene nel modo che le sembrava più appropriato, e quel giorno se ne andò senza insistere oltre. Dopo cena, Sōsuke e Oyone si spostarono di nuovo nell’engawa e, seduti uno accanto all’altra nei loro kimono estivi – due macchie bianche nell’oscurità –, parlarono degli eventi della giornata mentre prendevano il fresco. «Yasunosuke non c’era?» domandò lei. «No. Yasu resta sempre alla fabbrica fino a sera, pare, il sabato come gli altri giorni». «Probabilmente si ammazza di fatica». Fu il solo commento di Oyone, che non disse una parola sul comportamento dello zio o della zia. «Per Koroku, cosa si può fare?» chiese Sōsuke. «Mah...» si limitò a rispondere lei. «Potremmo protestare, abbiamo dei buoni argomenti, ma se ci mettiamo su quella strada, la cosa


finisce in tribunale, e dato che non esistono né prove né niente non abbiamo possibilità di spuntarla» disse Sōsuke presagendo come sarebbe andata a finire. «No, non c’è bisogno di arrivare a tanto...» fu la risposta immediata di Oyone. Sōsuke non insistette, si limitò a sorridere amaramente. «È successo perché non sono potuto venire a Tokyo, all’epoca». «E quando finalmente ci siamo trasferiti, ormai tutta questa storia non ti importava più». Mentre conversavano, marito e moglie guardavano la sottile striscia di cielo che si vedeva oltre la falda del tetto, e prima di tornare sotto la zanzariera1 scambiarono qualche parola sul tempo che prevedevano per l’indomani. La domenica seguente Sōsuke fece venire Koroku e gli raccontò quanto gli aveva detto la zia, senza omettere nulla. «Non capisco perché non ti abbia spiegato direttamente ogni cosa per filo e per segno. Forse perché conosce il tuo carattere impulsivo. Oppure, considerandoti ancora un bambino, avrà tagliato corto. Comunque sia, la situazione è quella che ti ho appena descritto». Koroku, però, non era per nulla soddisfatto del resoconto fattogli dal fratello. «Ah, davvero?» disse guardando Sōsuke con aria esasperata. «Ci dobbiamo rassegnare. Né la zia né Yasu ne hanno colpa, erano in buona fede». «Questo lo so anch’io». Il tono di Koroku era molto duro. «Ah, vuoi dire che è tutta colpa mia? Certo, è sempre colpa mia! Mi sono sempre coperto di colpe, io, da quando sono nato fino a oggi!» Sōsuke non aggiunse altro: sdraiato su un fianco, fumava in silenzio. Anche Koroku taceva, osservava il paravento a due ante posato in un angolo della sala, quello dipinto da Hōitsu. «Te lo ricordi?» gli chiese Sōsuke. «Sì» rispose Koroku. «Me l’ha mandato la zia l’altro ieri. Apparteneva a nostro padre, ed è l’unica cosa sua che mi sia rimasta. Se bastasse a pagare le tue spese scolastiche, me ne priverei subito, ma non credo che un vecchio paravento sbiadito possa portarti fino alla laurea» disse Sōsuke con un sorriso avvilito. Poi aggiunse in tono nostalgico: «Ti sembrerà una follia piazzare lì un paravento con questo caldo, ma non so dove altro metterlo». A Koroku la noncuranza e la leggerezza del fratello, il suo atteggiamento distaccato nei propri confronti, avevano sempre dato fastidio, ma nei momenti critici non riusciva a litigare con lui. Anche questa volta la sua collera sembrò sbollire mentre gli diceva soltanto: «Cosa vuoi che mi importi di quel paravento? Adesso cosa mi succederà, cosa farò, io?» «Eh, questo è un bel problema! A ogni modo hai ancora tutto quest’anno per decidere, puoi pensarci con calma. Ci rifletterò anch’io» rispose Sōsuke. Koroku, che detestava il carattere irresoluto del fratello, si lamentò che frequentando la scuola in quelle condizioni non avrebbe avuto la tranquillità di spirito necessaria per seguire o preparare le lezioni, cosa che alla lunga gli sarebbe diventata insopportabile. L’atteggiamento di Sōsuke tuttavia non cambiò. Anzi, quando le proteste di Koroku si fecero pressanti, sbottò: «Visto che brontoli tanto per un motivo del genere, fai quello che ti pare! Puoi anche smettere di studiare, te la caverai benone ugualmente. Sei molto più in gamba di me, tu!» A queste parole del fratello, Koroku mise fine alla conversazione e se ne tornò seduta stante a Hongō. Sōsuke andò ai bagni pubblici, poi dopo cena si recò alla festa del quartiere insieme a Oyone. I due sposi comprarono due piante in vaso e rientrarono a casa portandone una ciascuno. Aprirono le


imposte che davano verso il pendio erboso e posarono i due vasi sul bordo del giardino, dicendosi che la rugiada notturna avrebbe fatto bene alle piante. «Allora con Koroku, come siete rimasti?» chiese Oyone al momento di entrare sotto la zanzariera. «Niente, non abbiamo concluso niente» rispose Sōsuke, e dieci minuti dopo marito e moglie dormivano profondamente. L’indomani, fin dal risveglio, Sōsuke ripiombò nella sua routine di funzionario e non trovò il tempo di pensare alla situazione di Koroku. Quando tornò a casa e finalmente poté riposare, si guardò bene dallo sviscerare il problema e analizzarlo attentamente. Il cervello che teneva nascosto sotto i capelli non avrebbe sopportato un tale fastidio. Lui che una volta amava la matematica, ricordando con quanta perseveranza e quanta lucidità si raffigurava mentalmente i problemi di geometria, era spaventato dal terribile cambiamento che col tempo aveva subito. Circa una volta al giorno, tuttavia, dietro ai suoi pensieri affiorava la vaga figura di Koroku, e in quei momenti si rendeva conto che doveva in qualche modo riflettere sul futuro del fratello. Subito dopo però si diceva che non c’era fretta e si rimangiava i suoi buoni propositi. E passava la giornata con un senso di oppressione che gli stringeva il petto come una catena. Intanto si era giunti alla fine di settembre, il periodo dell’anno in cui ogni sera la Via Lattea si distingueva chiaramente, e un giorno, come se fosse calato anche lui dal cielo, arrivò Yasunosuke. Sōsuke e Oyone, che raramente ricevevano visite e non si aspettavano di vederlo, capirono subito che era venuto per un motivo preciso, e infatti era lì per parlare del problema di Koroku. Poco tempo prima, raccontò Yasu, Koroku era andato a trovarlo nella fabbrica di Tsukishima per dirgli di aver avuto dal fratello spiegazioni dettagliate circa il problema delle sue spese scolastiche, e che trovava veramente un peccato, dopo essere arrivato al liceo, rinunciare agli studi universitari; di conseguenza aveva l’intenzione di proseguire finché poteva, a costo di fare qualsiasi cosa, anche di prendere soldi in prestito! Ed era venuto a chiedere consiglio al cugino, nel caso lui, magari, avesse qualche buona idea. Ma quando Yasunosuke gli aveva risposto che avrebbe parlato con Sōsuke, Koroku subito si era opposto, dicendo che il fratello non era in grado di dare pareri sensati, perché non essendosi laureato trovava normale che anche gli altri facessero le cose a metà. D’altronde, risalendo alle origini di tutta quella storia, la responsabilità ricadeva interamente su Sōsuke, che nella sua indolenza non prendeva sul serio quanto gli veniva chiesto. «Tu sei la sola persona su cui io possa contare» aveva detto Koroku a Yasu. «Forse troverai strano che faccia ricorso a te, visto che tua madre mi ha formalmente negato il suo sostegno, ma se sono qui è perché penso che tu mi capisca meglio di lei». E non accennava ad andarsene. Yasunosuke aveva cercato di rincuorare il cugino – si sbagliava, Sōsuke era molto preoccupato per lui e ben presto sarebbe venuto da loro per discutere di quel problema – finché era riuscito a mandarlo via. Prima di salutare, Koroku aveva tirato fuori dalla manica del kimono un fascio di fogli su cui gli aveva chiesto di apporre il suo sigillo: erano delle giustificazioni d’assenza. «Finché non deciderete se posso continuare o no la scuola, non riesco a studiare, quindi è inutile che vada ogni giorno fin lì per seguire le lezioni». Yasunosuke, che aveva mille cose da fare, se ne andò dopo meno di un’ora, senza che si fosse presa alcuna decisione concreta riguardo alla situazione di Koroku. Lui e Sōsuke si salutarono con l’intesa che quanto prima si sarebbero riuniti tutti quanti, incluso Koroku possibilmente, per parlare della questione con calma. «Che cosa ne pensi?» domandò Oyone al marito, appena furono soli. Sōsuke infilò le mani nella cintura del kimono e scrollò le spalle. «Beato Koroku, vorrei essere come lui» rispose. «Io mi preoccupo per timore che mio fratello


vada incontro al mio stesso destino, e lui non ha la minima considerazione per me! Bravo!» Oyone raccolse tazze e teiera e le portò in cucina. La conversazione non proseguì, i due sposi distesero i futon uno accanto all’altro e andarono a dormire. Al di sopra dei loro sogni, la Via Lattea luceva alta e fredda nel cielo. La settimana seguente Koroku non si fece vedere e i Saeki non diedero segni di vita, tanto che nella casa di Sōsuke sembrava essere tornata l’abituale quiete priva di eventi. Ogni mattina marito e moglie si alzavano all’ora in cui la rugiada brillava ancora e guardavano il cielo radioso oltre la falda del tetto. La sera sedevano ai due lati della lampada dalla base di bambù brunito che disegnava lunghe ombre. Spesso la conversazione si interrompeva, e nel silenzio che calava si sentiva soltanto il ticchettio della pendola. Eppure durante quella settimana parlarono sovente di Koroku. Si rendevano conto che il ragazzo non poteva continuare ad alloggiare nel dormitorio per studenti, sia che intendesse continuare gli studi sia, a maggior ragione, che non volesse farlo. Avrebbe dovuto tornare dai Saeki o venire a stare da loro, non c’era alternativa. I Saeki, nonostante quel che aveva dichiarato la zia, non potevano rifiutare di prendere temporaneamente in casa Koroku, di fargli questo favore. In tal caso, però, Sōsuke avrebbe avuto l’obbligo di provvedere alle sue spese scolastiche e personali. Ma era qualcosa che il bilancio familiare della coppia non consentiva. Marito e moglie avevano fatto il conto dettagliato delle spese che dovevano sostenere ogni mese ed erano giunti alla stessa conclusione: «Non possiamo». «È escluso». Contigua al chanoma, dove stavano parlando in quel momento, c’era la cucina, seguita dalla cameretta della serva, e a sinistra di questa una stanza di sei tatami. Considerato che in casa, inclusa Kiyo, erano soltanto in tre, Oyone, non trovando quella stanza veramente necessaria, vi aveva installato la sua tavola da toilette, accanto alla finestra che dava verso est. Anche Sōsuke il mattino, dopo essersi lavato la faccia e aver fatto colazione, andava a cambiarsi lì. «Piuttosto, se liberassimo la stanza di sei tatami e lo facessimo venire da noi?» chiese Oyone. Nella sua visione delle cose, se loro avessero provveduto al vitto e all’alloggio, i Saeki avrebbero potuto contribuire ogni mese con un piccolo aiuto in denaro, permettendo così a Koroku di continuare gli studi fino alla laurea come era suo desiderio. «Per i vestiti, potrebbe usare quelli vecchi di Yasu, e io gli aggiusterei qualcuno dei tuoi kimono, ci arrangeremmo» continuò Oyone. A dir la verità, quell’idea era venuta anche a Sōsuke, ma non ne aveva parlato perché era restio a procurare tanto disturbo alla moglie. Così, quando fu lei a suggerire quella soluzione, non ebbe il coraggio di opporvisi. Sōsuke scrisse dunque a Koroku per metterlo al corrente del progetto e dirgli che, se per lui non c’erano inconvenienti, intendeva andare dai Saeki per consultarsi con loro su quella possibilità. Koroku si precipitò da Sōsuke la sera stessa, appena ricevuta la lettera, malgrado la pioggia battente che scrosciava sull’ombrello, felice come se il denaro per le spese scolastiche l’avesse già in tasca. «Tua zia era convinta che noi non ci saremmo mai occupati di te, che non avremmo cercato una soluzione al tuo problema, è per questo che ti ha parlato in quel modo» gli disse Oyone. «Se tuo fratello fosse in condizioni economiche migliori, di certo provvederebbe alle tue spese, ma come sai bene, questo è tutto quel che può fare. Ecco cosa dobbiamo dire a tua zia, vedrai che né lei né Yasu si opporranno. Ce la faremo, stai tranquillo. Te lo garantisco». Forte di quell’assicurazione di Oyone, Koroku se ne era tornato a Hongō, sempre col tamburellare della pioggia sopra la testa. Trascorso un giorno, però, passò di nuovo a chiedere se Sōsuke avesse


parlato ai Saeki. Tre giorni più tardi si recò dalla zia per porre la stessa domanda e, sentendo che il fratello non si era ancora fatto vedere, tornò alla carica per spronarlo a fare in fretta. Sōsuke intanto prometteva sempre che sarebbe andato, ma le settimane passavano e si era già arrivati all’autunno. Così in quel luminoso pomeriggio domenicale, rendendosi conto che aveva lasciato trascorrere troppo tempo, finalmente aveva deciso di affrontare il problema scrivendo una lettera ai Saeki. E la risposta della zia diceva che Yasu era partito per Kōbe.

1

. Nelle case tradizionali giapponesi, le zanzariere non venivano applicate alle finestre. Avevano la forma e la grandezza delle stanze e si appendevano ai quattro angoli del soffitto.


5. Erano le due di un sabato pomeriggio, quando la zia Saeki arrivò. Quel giorno, eccezionalmente, il cielo era coperto fin dal mattino e il vento aveva cambiato di colpo direzione portando il freddo da nord. «Dite, Oyone, questa stanza in estate dev’essere fresca, ma adesso che si va verso l’inverno ci sarà da battere i denti» osservò la zia protendendo le mani sopra un piccolo braciere rotondo infilato in un cestino di bambù. Aveva acconciato in un elegante chignon i suoi capelli ondulati e annodato sul petto i cordoncini del suo haori di foggia antiquata. Non disdegnava il sakè, alla sua età ne beveva ancora un po’ tutte le sere, ed era questo forse il motivo per cui aveva un incarnato luminoso e parecchi chili di troppo, col risultato che dimostrava meno anni di quanti ne avesse. «Certo che sembra ancora giovane!» diceva Oyone al marito dopo ogni visita della zia. «Sarebbe strano il contrario! Alla sua età, ha fatto solo un figlio!» rispondeva invariabilmente Sōsuke. «Sì, può darsi» concordava lei, poi andava zitta zitta nella stanza di sei tatami e si guardava allo specchio. Ogni volta aveva l’impressione che le sue guance fossero un po’ più incavate. Nulla le era più doloroso che pensare, per associazione di idee, al fatto che lei non ne aveva, di figli. Nella casa sul retro, quella del proprietario, c’erano tanti bambini ancora piccoli, e quando li sentiva far chiasso nel giardino in cima al pendio, andare in altalena e giocare a nascondersi, provava qualcosa di simile a un risentimento, e un senso di vuoto. La zia, che ora sedeva di fronte a lei, aveva messo al mondo un unico figlio maschio, l’aveva cresciuto con ogni cura e ne aveva fatto un brillante ingegnere, tanto che oggi, nonostante fosse vedova, aveva un’aria soddisfatta sul viso florido appesantito dal doppio mento. Yasunosuke era sempre inquieto per l’eccessiva corpulenza della madre: «Se non fa attenzione» diceva, «può venirle un colpo apoplettico», ma agli occhi di Oyone, sia Yasu che si preoccupava, sia la zia che era oggetto d’apprensione, erano due persone fortunate che si davano felicità reciproca. «E Yasunosuke?» domandò Oyone. «Be’, sapete, è rientrato soltanto l’altro ieri, la sera tardi. È per questo che abbiamo messo tanto tempo a rispondere, sono sinceramente desolata» disse la zia, e senza entrare nei dettagli cambiò argomento, tornando a parlare del figlio. «È vero che ha terminato brillantemente i suoi studi, ma le difficoltà cominciano adesso, sono molto preoccupata per lui... Comunque da questo settembre ha iniziato ad andare in quella fabbrica di Tsukishima, per fortuna, e se continua a mettercela tutta come fa adesso, per la fine dell’anno non dovrebbe avere dei cattivi risultati. Mah, in ogni caso è ancora giovane, chissà come evolverà il suo futuro!» Oyone non commentava, si limitava a interloquire ogni tanto con un «Che bravo!» o «Complimenti!» «È andato a Kōbe perché aveva lì degli impegni. Pare che vogliano montare un motore a petrolio su un peschereccio per il tonno, figuratevi un po’!» Oyone non sapeva nemmeno di cosa parlasse, ma a ogni buon conto mormorò un «Oh!» di sorpresa, al che la zia proseguì: «Vi dirò che nemmeno io sapevo che cosa fosse un motore a petrolio. Ho cominciato a capirci qualcosa solo grazie alle spiegazioni di Yasu. Non chiedetemi di dirvi come funzioni, però!» concluse con una forte risata. «Comunque, pare che sia un apparecchio che fa muovere come si vuole la barca bruciando il petrolio, e a sentire Yasu è qualcosa di prezioso. Permette di fare a meno dei remi. Di uscire in mare aperto anche per cinque o dieci miglia, una bella fatica risparmiata! Non so


se vi rendete conto di quanti pescherecci da tonno ci sono in tutto il paese! C’è da guadagnare una fortuna! Di questi tempi quel ragazzo non pensa ad altro, sembra stregato. L’altro giorno mi ha detto ridendo: “Fare un sacco di soldi mi piacerebbe, ma col freddo che c’è sull’acqua non vorrei prendermi un accidenti!”». La zia si dilungava sul motore a petrolio e su Yasunosuke. Quell’argomento sembrava starle molto a cuore, mentre su Koroku non diceva una parola. E Sōsuke, che avrebbe già dovuto essere di ritorno, per qualche ragione tardava. Quel pomeriggio Sōsuke, rientrando dal lavoro, era sceso dal tram a Surugadai, aveva percorso un isolato o due con le labbra serrate come se avesse in bocca qualcosa di acido e si era fermato davanti alla porta di un dentista. Qualche giorno prima durante la cena, mentre parlava con Oyone, stava portando un boccone alla bocca quando tutt’a un tratto aveva provato dolore a uno degli incisivi. Premendo il dente con il dito, aveva constatato che si muoveva. Era sensibile al tè caldo quando beveva e all’aria fredda quando respirava. Quel mattino, lavandosi i denti, aveva evitato di toccare il punto dolente, e davanti allo specchio, uno stuzzicadenti in mano, si era guardato l’interno della bocca: un altro incisivo era stato limato perché troppo lungo e i due molari che si era fatto piombare a Hiroshima lucevano di un bagliore freddo. «Oyone» aveva detto mentre indossava giacca e pantaloni. «Credo che i miei denti siano in pessimo stato. Guarda, questo si muove». E le aveva mostrato il dente ballerino. «Sono gli anni» aveva detto lei ridendo mentre si metteva alle spalle del marito per fissargli alla camicia il colletto bianco. Così Sōsuke si era finalmente deciso ad andare dal dentista. Intorno a un grande tavolo all’occidentale sedevano in attesa, una in fila all’altra, tre o quattro pazienti, rannicchiate a testa bassa su altrettante sedie rivestite di velluto. Non c’erano uomini. La bella stufa a gas color tè non era ancora accesa. Sōsuke aspettava il suo turno guardando il muro bianco che si rifletteva di lato in un grande specchio, ma vinto dalla noia mortale gettò un’occhiata alle riviste posate sul tavolo. Sfogliandone una o due, si rese conto che erano tutte destinate a un pubblico femminile. Guardò le foto delle donne in copertina, poi prese un periodico che si intitolava Seikō. In uno degli articoli di testa, intitolato Il segreto del successo, si diceva: «Nella vita bisogna procedere con determinazione, ma anche questo non è sufficiente: bisogna avanzare soltanto quando ci si trova su un terreno solido». Letto quel primo paragrafo, Sōsuke mise via la rivista. Non vedeva il minimo rapporto tra il successo e la propria persona. E fino a quel giorno ignorava persino l’esistenza di una rivista intitolata così! Ma l’aveva appena chiusa che, incuriosito, la riaprì: questa volta i suoi occhi caddero su una poesia cinese di due versi, scritta in ideogrammi squadrati. Il vento soffia nel cielo azzurro spazzando via le nuvole. Una luna di giada si leva sopra i monti a oriente.

Sōsuke non nutriva il minimo interesse per la poesia, cinese o giapponese che fosse. Eppure, leggendo quei due versi rimase profondamente impressionato. A emozionarlo non era l’armonia delle rime o il significato, ma il pensiero che l’essere umano, se avesse provato un sentimento analogo a quel paesaggio, avrebbe conosciuto una perfetta felicità. Per curiosità, lesse anche la prefazione alla poesia, ma gli parve del tutto priva di relazione con il testo. Quei due versi continuarono a girargli nella mente anche dopo aver posato la rivista. Negli ultimi cinque o sei anni mai una volta la sua vita era assomigliata a quel paesaggio. In quel momento la porta di fronte a lui si aprì e un assistente che teneva un foglio in mano lo chiamò – «Signor Nonaka!» – e lo fece passare nell’ambulatorio.


Entrando, vide che il locale era due volte più grande della sala d’attesa. Ai due lati, disposte in modo da ricevere la piena luce del giorno, c’erano quattro poltrone da consultazione, davanti a tre delle quali altrettanti dentisti in camice bianco erano impegnati a curare ognuno il proprio paziente. Sōsuke venne condotto alla poltrona in fondo e invitato a prendere posto: dopo essere salito su una sorta di pedana, si sedette. L’assistente gli mise addosso con garbo uno spesso grembiule a righe, coprendogli le gambe. Una volta seduto, Sōsuke scoprì che il dente in questione gli doleva meno del solito. Con le spalle, la schiena e il bacino piacevolmente rilassati, si sentiva a proprio agio. Alzò la testa e fissò lo sguardo su un tubo del gas che scendeva dal soffitto. Poi, alla vista di quell’attrezzatura, cominciò a chiedersi con una certa inquietudine se alla fine il trattamento gli sarebbe costato più di quanto aveva supposto. In quel momento entrò un uomo piuttosto grasso, con il cranio troppo piccolo rispetto alla faccia, salutandolo con tanta cortesia che Sōsuke si affrettò, pur restando seduto, ad accennare un inchino con la testa. L’uomo grasso si informò sul suo stato di salute generale, poi gli esaminò l’interno della bocca, provando a far muovere leggermente il dente che Sōsuke gli indicò. «Si muove troppo, non credo di poterlo riportare alla stabilità che aveva prima» disse. «Probabilmente è cariato all’interno». Quest’annuncio fece a Sōsuke l’effetto di una malinconica luce autunnale. Avrebbe voluto domandare se aveva ormai raggiunto l’età in cui si perdono i denti, ma si vergognava un poco. «Allora non si può curare?» si limitò a chiedere. L’uomo grasso sorrise: «Curare? Be’, no, devo risponderle di no. Se sarà necessario, bisognerà decidersi a estrarlo, ma per il momento non siamo ancora a questo punto. Farò semplicemente in modo che non le faccia più male. In ogni caso la carie... ma forse lei non sa di cosa io stia parlando. Insomma, il dente all’interno è marcio». «Ah, davvero?» si limitò a dire Sōsuke, e si affidò al giudizio di quell’uomo grasso. Il dentista prese uno strumento e, avvitandolo verso la radice, iniziò a perforare il dente. Poi introdusse nel condotto una specie di ago, grattò per un poco il fondo, ne estrarre un filamento sottile e lo mostrò a Sōsuke dicendo: «Guardi, le ho tolto questa parte di nervo!» Dopodiché riempì il buco con una pasta e raccomandò a Sōsuke di tornare l’indomani. Quando scese dalla sedia e fu di nuovo in piedi, Sōsuke, spostò lo sguardo dal soffitto al giardino, dove vide un pino bonsai piantato in un vaso. L’immagine del pino e di un giardiniere in sandali di paglia che stava collocando con cura una stuoia intorno alla base del tronco gli si impresse negli occhi. Ben presto sarebbe giunta la stagione in cui la rugiada mattutina cede il posto alla brina, si disse, e c’erano persone con la serenità di spirito necessaria per preoccuparsene in anticipo. Prima di andar via passò dal banco farmaceutico che si trovava in un angolo dell’ingresso, dove ricevette una polvere con la quale gli raccomandarono di sciacquarsi la bocca una decina di volte al giorno dopo averla sciolta nell’acqua calda con un rapporto di uno a cento. Sōsuke chiese quanto doveva e fu piacevolmente sorpreso sentendo che la cifra era inaspettatamente bassa. Se le cose stavano così, non avrebbe avuto problemi a venire altre quattro o cinque volte, come gli era stato detto. Mettendosi le scarpe, però, si accorse che le suole, chissà da quanto tempo, avevano dei buchi. Arrivò a casa quando la zia se n’era appena andata. «Ah, veramente?» fece con aria contrariata mentre toglieva l’abito occidentale per mettere un kimono e si sedeva di fronte al braciere. Oyone prese in blocco giacca, pantaloni e calze e li portò nella stanza di sei tatami. Sōsuke si mise a fumare distrattamente, poi sentendo la moglie servirsi


della spazzola nella stanza accanto chiese: «E cosa è venuta a dire, la zia Saeki?» Ora che il dente non gli faceva più male, la sensazione di essere aggredito dal freddo autunnale si era un po’ calmata. Chiese a Oyone di sciogliergli nell’acqua calda la medicina in polvere che lei gli aveva tolto dalla tasca della giacca e cominciò a fare i gargarismi. «Ormai le giornate si sono fatte più corte» disse, in piedi nell’engawa. Ben presto calò la sera. Il quartiere, dove anche durante il giorno raramente si sentiva il rumore di un risciò, era immerso nel silenzio fin dal crepuscolo. Come sempre, marito e moglie si sedettero sotto la lampada, uno vicino all’altra. Nel vasto mondo, l’unico punto illuminato era per entrambi quello in cui si trovavano loro due. Consci unicamente della reciproca presenza – Sōsuke di quella di Oyone e Oyone di quella di Sōsuke –, dimenticarono l’esistenza della società, di quell’entità oscura dove la luce della lampada non arrivava. Era in quelle tranquille serate che passavano così, tutte uguali, che scoprivano di essere vivi. Ogni tanto pescavano un’alga sottile a forma di nodo nella scatola che Yasu aveva portato loro da Kōbe, e intanto commentavano con calma la risposta della zia Saeki. «Se almeno pagasse la retta mensile di Koroku e provvedesse alle sue piccole spese!» «È proprio quello che dice di non poter fare. Comunque la si rigiri, in tutto sarebbero circa dieci yen al mese. A sentire la zia, per lei mettere insieme ogni mese questa somma, nelle sue condizioni attuali, è troppo oneroso». «Allora non riusciranno mai a tirarne fuori venti entro la fine dell’anno!» «Infatti pare che Yasunosuke abbia detto che per loro è davvero uno sforzo. Comunque per un paio mesi ce la faranno. Dopo, in qualche modo, dovremo provvedere noi». «Credi che dicano la verità?» «Be’, questo io non lo so. In ogni caso, è quello che sostiene tua zia». «Ma se quest’affare dei pescherecci funziona, per loro una somma del genere sarebbe una bazzecola». «Già, è vero». Oyone ridacchiò. Anche Sōsuke abbozzò un sorriso, ma non approfondì l’argomento. «In ogni caso, Koroku deve venire a vivere qui, non c’è altra soluzione» riprese dopo un poco. «Poi si vedrà. Adesso sta frequentando i corsi, no?» «Sì, penso di sì». Senza replicare, Sōsuke si alzò e andò alla sua scrivania, cosa insolita per lui. Un’ora dopo Oyone, quando socchiuse in silenzio un fusuma per dare un’occhiata, lo vide intento a leggere qualcosa. «Stai lavorando? È ora di riposare, ormai» gli disse. «Sì» rispose Sōsuke alzandosi. «Andiamo a dormire». Prima di coricarsi, mentre arrotolava intorno ai fianchi la cintura del suo nemaki, disse alla moglie: «Stasera ho letto i Dialoghi di Confucio. Era da tanto che non lo facevo». «E hai trovato qualcosa di interessante?» «No, non particolarmente. A proposito: il mio dente, pare che sia proprio colpa degli anni, dopotutto! Ormai balla e non c’è niente da fare» disse posando la testa nera sul cuscino.


6. Si giunse alla decisione che, appena le circostanze l’avessero permesso, Koroku avrebbe lasciato il dormitorio e sarebbe andato a vivere dal fratello. Oyone guardò con un po’ di rimpianto la coiffeuse in legno di gelso che aveva collocato nella stanza di sei tatami. «Ormai non sapremo più dove metterla» disse al marito in tono malinconico. Perché in pratica, una volta tolta di lì la coiffeuse, Oyone non avrebbe avuto un posto dove pettinarsi e truccarsi. Non sapendo come risolvere il problema, Sōsuke rimase in piedi dov’era, lo sguardo sullo specchio posato contro lo stipite della finestra dall’altra parte della stanza. A causa dell’angolazione, vedeva anche il colletto della moglie e, di profilo, una sua guancia. Sorpreso, constatò che aveva un colorito livido. «Non ti senti bene, Oyone?» le chiese. «Non hai una bella cera». Staccò gli occhi dallo specchio per guardarla direttamente: aveva i capelli in disordine e il colletto un po’ sporco. «Dev’essere il freddo» rispose lei, andando poi ad aprire un armadio a muro nella parete a ovest. Nella parte inferiore c’era un vecchio cassettone tutto rovinato, in quella superiore una sacca cinese e qualche cesta in vimini. «E questa roba, dove la mettiamo?» «Ma lasciala lì dov’è!» A causa di tutti quegli inconvenienti, il trasferimento di Koroku a casa loro costituiva per Sōsuke e Oyone una notevole seccatura. Ragion per cui non gli mettevano fretta, nonostante lui, dopo aver assicurato che avrebbe traslocato subito, tardasse. Ogni giornata in più trascorsa, avevano l’impressione di aver evitato un fastidio. Koroku da parte sua, esitava e rimandava la cosa di giorno in giorno per lo stesso motivo, determinato a restare al dormitorio, tanto più comodo per lui, il più a lungo possibile. Ma, al contrario del fratello e della cognata, non era nel suo carattere rinviare le decisioni indefinitamente senza perdere la tranquillità. Intanto in giardino era già arrivata la brina, e i rami del banano sul retro si erano in gran parte spezzati. Il mattino, nel giardino del padrone di casa in cima al pendio, si sentiva il pigolare dei pulcini. La sera, mentre il mercante di tōfu passava facendo suonare la sua trombetta, si udiva il battito cadenzato dei bastoncini di legno dei bonzi nel tempio di Enmyōji. Le giornate erano sempre più corte. E il colorito di Oyone, da quando il marito l’aveva notato nello specchio, non migliorava. Due o tre volte Sōsuke, tornando dal lavoro, l’aveva trovata distesa nella stanza di sei tatami. Ma quando le chiedeva se le fosse successo qualcosa, lei si limitava a rispondere che era solo un lieve malessere. E se la esortava ad andare dal medico, Oyone si defilava, diceva che non era il caso. Sōsuke era preoccupato. Spesso, mentre si trovava in ufficio, pensava alla moglie, e a volte si rendeva conto che quel cruccio gli impediva di lavorare come avrebbe dovuto. Un giorno però, sul tram che lo riportava a casa, tutt’a un tratto si diede una pacca sulle ginocchia. Rientrando, aprì la porta d’ingresso con insolita allegria e si precipitò a chiedere alla moglie come si sentisse. Oyone come al solito prese la giacca, i pantaloni e le calze del marito per portarli nella stanza di sei tatami. Lui la seguì. «Oyone, non sarai mica incinta, per caso?» le chiese sorridendo. Lei non rispose. A testa bassa, si mise a spolverare energicamente l’abito del marito. Poi il rumore della spazzola cessò, ma Oyone non uscì dalla stanza di sei tatami. Chiedendosi perché, Sōsuke tornò a vedere cosa facesse e la trovò seduta tutta sola nell’oscurità davanti alla coiffeuse, l’aria intirizzita.


«Arrivo» disse Oyone alzandosi, ma dalla voce si capiva che aveva pianto. I due sposi si sedettero uno di fronte all’altra davanti al braciere, su cui era posato, a portata di mano, il bollitore dell’acqua calda. «Cosa ne dici di uscire, di svagarci un po’?» chiese Sōsuke in tono inusualmente brioso. Nella mente di Oyone apparve, radiosa, l’immagine di se stessa e di lui quando non erano ancora sposati. «Oh, l’atmosfera non dev’essere molto divertente. Con la crisi che c’è negli ultimi tempi!» Marito e moglie parlarono per alcuni minuti di quel che avrebbero potuto fare la domenica seguente: dove andare? Poi la conversazione si spostò sulla questione degli abiti invernali. Un collega di Sōsuke, un certo Takagi, aveva rifiutato di comprare alla moglie un kimono a maniche strette, nonostante l’insistenza di lei, dicendole che non lavorava per soddisfare la sua vanità. La moglie allora era insorta: «Che faccia tosta! Con questo freddo, non ho niente da mettermi addosso». Al che lui aveva ribattuto che, se non sopportava il freddo, non aveva che da imbacuccarsi in una trapunta o una coperta. Sōsuke raccontò la storia con aria divertita facendo ridere Oyone, che davanti al buon umore del marito aveva l’impressione di ritrovare il passato. «Per quel che mi riguarda, la moglie di Takagi può anche usare una coperta, ma io vorrei un cappotto nuovo. Mi è venuta quest’idea l’altro giorno, quando sono andato dal dentista, vedendo un giardiniere circondare di paglia il tronco di un pino bonsai». «Un cappotto?» «Sì». «Allora compralo. Magari a rate...» disse Oyone, posando sul marito uno sguardo impietosito. «Ma no, lasciamo perdere!» fece Sōsuke, in tono quasi colpevole. «Piuttosto, quando pensa di venire Koroku?» «È probabile che non ne abbia voglia» rispose Oyone. Fin dall’inizio si era resa conto di essere antipatica al ragazzo, ma si era sempre sforzata di mostrarsi gentile e di trovare a poco a poco un certo affiatamento con lui, dicendosi che era il fratello del marito, tanto che ormai le sembrava che le cose fossero cambiate e fra loro fosse nato quel normale legame d’affetto che si crea fra cognati. Ora però, in questa circostanza, andava a immaginarsi cose inesistenti, sospettava di essere lei l’unica ragione che impediva a Koroku di trasferirsi lì. «Be’, lasciare il dormitorio per venire in una casa come la nostra ovviamente non gli farà piacere. Per noi sarà una seccatura, ma pure lui si sentirà in imbarazzo. Prendi me: se sapessi che ha rinunciato a venire, non esiterei a farmi fare un cappotto». La spavalderia tutta maschile con cui si era espresso Sōsuke non bastò a rincuorare Oyone, che non rispose e rimase un po’ in silenzio. Poi, il mento sottile contro il colletto del kimono, guardò da sotto in su il marito per chiedergli: «Credi che Koroku mi detesti ancora?» Da quando si erano trasferiti a Tokyo, Sōsuke si era sentito fare spesso questa domanda dalla moglie e si era sforzato in ogni modo di rassicurarla, tanto che negli ultimi tempi lei sembrava aver dimenticato i suoi timori. Non sentendola più tornare sull’argomento, anche Sōsuke si era tranquillizzato. «Di nuovo con questa fissazione! Che a Koroku tu sia simpatica o meno che importanza vuoi che abbia? Ci sono io qui con te, no?» «È scritto nei Dialoghi di Confucio?» gli chiese allora Oyone. Era tipico di lei scherzare in questo modo in un momento del genere. «Sì, esatto» rispose Sōsuke. E con queste parole mise fine alla conversazione. Il mattino dopo, quando si svegliò, sentì sul tetto di zinco della casa uno scrosciare d’acqua che gli


mise addosso brividi di freddo. «È ora di alzarsi» venne a dirgli Oyone, le maniche del kimono trattenute da un nastro1. Lui avrebbe voluto restare ancora un po’ rannicchiato al caldo nel suo futon, ad ascoltare il rumore della pioggia, ma vedendo che la moglie si dava da fare malgrado il colorito esangue si alzò di scatto incoraggiandosi con un «Ohi!» Fuori pioveva a dirotto, tanto da offuscare la visuale. In cima al pendio i bambù ogni tanto si agitavano, come se scrollassero via la pioggia dalla criniera. Per darsi il coraggio di affrontare quel tempo da lupi e la prospettiva di bagnarsi fino alle ossa, Sōsuke aveva soltanto la zuppa di miso bollente e il riso caldo. «Le mie scarpe prenderanno di nuovo acqua. Non posso continuare con un paio solo» disse, rassegnandosi a calzare le scarpe dalle suole bucate e a rimboccare l’orlo dei pantaloni. Il pomeriggio, tornato a casa, vide che Oyone aveva sistemato un secchio contenente uno straccio accanto alla coiffeuse, nella stanza di sei tatami. La parte di soffitto al di sopra, da dove ogni tanto cadeva una goccia, era scolorita. «Non sono soltanto le mie scarpe a prendere l’acqua, anche la casa!» disse con un sorriso beffardo. Quella sera Oyone mise le calze in filo di Scozia e i pantaloni del marito sotto il kotatsu, insieme al braciere, per farli asciugare. L’indomani pioveva ancora. Per Sōsuke e Oyone la giornata fu la copia di quella precedente. Il giorno dopo il cielo non si era rasserenato. Al terzo mattino di pioggia Sōsuke fece schioccare la lingua con aria corrucciata. «Fino a quando ha intenzione di piovere? Le mie scarpe ormai sono fradice! Con tutta la pazienza del mondo, come faccio a metterle ancora?» «Per non parlare dell’acqua che cola nella stanza di sei tatami!» Decisero che appena il tempo fosse migliorato avrebbero chiesto al padrone di casa di riparare il tetto. Ma per le scarpe non c’erano soluzioni: Sōsuke si rassegnò a infilarle, con uno sforzo perché il piede non scivolava, e a uscire così. Per fortuna verso le undici il cielo schiarì e la giornata divenne radiosa, sembrava quasi primavera, con i passeri che cinguettavano sulle siepi. Quando tornò a casa, Sōsuke trovò la moglie un po’ più in forma del solito. «Senti, perché non vendiamo quel paravento?» gli chiese Oyone di punto in bianco. Da quando la zia Saeki l’aveva fatto recapitare, il paravento firmato Hōitsu era rimasto relegato in un angolo. Benché avesse solo due pannelli, era troppo grande per essere esposto nella sala, e a dire la verità era più d’ingombro che altro. Se lo si girava verso sud bloccava metà dell’entrata, se lo si girava verso est toglieva tutta la luce, e collocato nell’unico spazio restante, davanti al tokonoma, l’avrebbe nascosto del tutto. «L’ho preso perché era il solo ricordo di mio padre che mi rimanesse» aveva brontolato un paio di volte Sōsuke, «ma cosa ci posso fare se è solo d’impiccio!» Intanto Oyone guardava la luna argentata dai bordi anneriti e il colore dell’erba che non si distingueva quasi dalla seta del fondo con l’aria di chiedersi perché la gente attribuisse tanta importanza a certi oggetti. Per rispetto verso il marito, però, non aveva mai formulato ad alta voce i suoi dubbi. «Ma è un dipinto di valore, questo?» si era limitata a domandare. Allora Sōsuke le aveva parlato di Hōitsu per la prima volta. Cioè le aveva semplicemente ripetuto quel poco che ricordava della spiegazione ricevuta a suo tempo dal padre. Riguardo al valore del dipinto, però, o alla vita di Hōitsu, aveva solo nozioni confuse. Furono quelle scarse informazioni a indurre Oyone a un’iniziativa insolita per lei. Circa una


settimana dopo aver parlato del dipinto col marito, tutt’a un tratto le parole di lui le fecero venire un’idea che mise un sorriso sul suo volto. Quel giorno, appena la pioggia era cessata e i raggi del sole erano di nuovo venuti a illuminare gli shōji del chanoma, Oyone indossò sul kimono che portava abitualmente un indumento dal colore indefinito che era una via di mezzo tra una sciarpa e uno scialle, e uscì. Percorsi circa duecento metri, girò e continuò dritto per due isolati, seguendo la direzione del tram fino a un grande negozio che vendeva anticaglie e oggetti di seconda mano, situato tra un droghiere e una panetteria. Oyone ricordava di aver comprato lì, tempo addietro, un tavolo dalle gambe pieghevoli. E un giorno, rientrando dal lavoro, Sōsuke aveva preso lì anche il bollitore che tenevano sempre sul braciere. Le mani nelle maniche del kimono, Oyone si fermò davanti al negozio di anticaglie. Come sempre, c’era esposta una gran quantità di bollitori, uno in fila all’altro. Oltre a questi, gli oggetti più numerosi erano i bracieri, probabilmente a causa della stagione. Tuttavia non c’era assolutamente nulla che si potesse definire antico. Contro la parete di fondo era appeso il guscio di una grossa tartaruga di una specie a lei sconosciuta, dal quale sporgeva, come fosse la coda, un frustino ingiallito di quelli che usano i monaci zen per scacciare le passioni terrene. Erano inoltre esposte un paio di librerie in legno di sandalo rosso, ma il legno non era sufficientemente stagionato per non rischiare di deformarsi col tempo. Questo però Oyone non lo poteva valutare e, dopo aver constatato soltanto che non c’erano kakemono né paraventi, entrò. Se aveva fatto a piedi tutta quella strada, era stato ovviamente con l’intenzione di vendere per una somma adeguata il paravento che il marito aveva ricevuto dai Saeki. Quando abitava con lui a Hiroshima, più volte aveva dovuto condurre trattative di questo tipo, di conseguenza riuscì a parlare francamente al padrone del negozio, senza provare né la mortificazione né il dispiacere che avrebbero messo in imbarazzo un’altra donna. L’uomo, un tipo sulla cinquantina dalle guance incavate e la pelle scura, con un paio di enormi occhiali dalla montatura di tartaruga sul naso, stava leggendo il giornale e intanto si scaldava le mani su un braciere di bronzo pieno di ammaccature. «Sì, posso venire a vederlo» disse in tono distaccato, senza manifestare un particolare interesse, cosa che diede a Oyone una piccola delusione. Ma dal momento che lei per prima non nutriva grandi aspettative, pensò che le convenisse comunque mostrare a quell’uomo il paravento, anche se accettando la sua indifferenza rischiava di dargli un vantaggio. «D’accordo, passerò da lei più tardi» fece il rigattiere. «Adesso il mio commesso non c’è, è uscito». Ricevuta quella risposta sgarbata, Oyone se ne tornò subito a casa, dubitando che quell’uomo sarebbe veramente venuto. Invece, mentre Kiyo sbarazzava la tavola dopo il solito pranzo frugale, tutt’a un tratto sentì nell’ingresso la voce robusta del rigattiere che chiedeva permesso. Lo fece entrare nella sala e gli indicò il paravento. «Ah, è questo...» fece lui accarezzandone i bordi di seta. «Mah, se proprio vuole venderlo... Posso darle sei yen» concluse, fissando il prezzo con l’aria di fare uno sforzo. A Oyone la stima parve adeguata, ma esitava a vendere il paravento senza consultare Sōsuke, non le sembrava corretto, tanto più che si trattava di un oggetto appartenente alla famiglia da generazioni. «Prima di darle una risposta voglio parlarne con mio marito» disse. Il rigattiere si avviò verso l’ingresso, ma dalla soglia tornò alla carica: «Be’, signora, proprio perché è lei sono disposto a salire di uno yen. Per questo prezzo non può rifiutare di vendermelo». «Sì, ma è un Hōitsu!» rispose Oyone, che cominciava a sentirsi molto tesa. «Hōitsu di questi giorni non si vende bene» ribatté senza scomporsi il rigattiere, poi, dopo aver


guardato Oyone dalla testa ai piedi, buttò lì: «Allora ne parli a suo marito» e se ne andò. Oyone raccontò in dettaglio l’incontro a Sōsuke. «Non potremmo venderlo?» gli chiese di nuovo. Da qualche tempo Sōsuke provava un desiderio incessante di migliorare il suo tenore di vita. L’esistenza modesta che conduceva lo aveva assuefatto ad accontentarsi di quel poco che aveva e a farselo bastare. Così non faceva alcuno sforzo per procurarsi, oltre al suo stipendio mensile, degli introiti extra che gli avrebbero permesso qualche agiatezza in più. Ascoltando il resoconto della moglie, rimase sorpreso dalla sua astuzia e della sua abilità. Al tempo stesso, però, si chiedeva se fosse davvero indispensabile vendere il paravento. A sentire Oyone, se ne avessero ricavato una decina di yen, avrebbero potuto comprare delle scarpe nuove per lui, e anche una pezza di seta. Sì, non sarebbe stato male, pensò Sōsuke. Se però metteva su un piatto della bilancia il paravento di Hōitsu ricevuto dal padre, e sull’altro delle scarpe nuove e una pezza di seta, lo scambio gli pareva del tutto sproporzionato, oltre che ridicolo. «Per venderlo, si può vendere. Tanto più che in casa è solo d’ingombro. Io però non ho bisogno di scarpe. Se continuasse a piovere come negli ultimi giorni, sarebbe un problema, ma il tempo sembra essersi messo al bello». «E se la pioggia ricomincia?» Sōsuke non poteva promettere a Oyone che il bel tempo si sarebbe mantenuto in eterno. Lei, da parte sua, non se la sentiva di vendere il paravento prima che si rimettesse a piovere. Marito e moglie si guardarono e scoppiarono a ridere. «Pensi che il prezzo offerto sia troppo basso?» chiese alla fine Oyone. «Sì, appunto» rispose Sōsuke. Se gli veniva suggerito che il prezzo era basso, si convinceva che fosse così. Ma se qualcuno si fosse offerto di comprarlo, avrebbe accettato qualsiasi somma. Aveva l’impressione di aver letto sul giornale che di recente il prezzo dei dipinti antichi era salito alle stelle. Se avessi almeno un’opera di tale valore! pensava, rassegnato tuttavia al fatto che non sarebbe mai riuscito a elevarsi a tali altezze. «Dipende da chi compra, ma anche da chi vende» disse. «Un dipinto può essere firmato da un pittore famoso, ma se il proprietario sono io non raggiungerà mai un prezzo molto alto. Ma sette o otto yen mi paiono davvero una miseria». Sōsuke parlava come se prendesse le parti sia del paravento di Hōitsu che del rigattiere. L’unico che non giudicava meritevole di essere difeso, cui non attribuiva alcun valore, era se stesso. Oyone, un po’ demoralizzata, lasciò cadere l’argomento. Il giorno seguente, in ufficio, Sōsuke parlò della cosa ad alcuni colleghi. Tutti quanti convennero che la cifra proposta era del tutto inadeguata. Nessuno però si offrì di aiutarlo a vendere il paravento al suo giusto prezzo, né gli spiegò il modo per non farsi imbrogliare. A Sōsuke non restava quindi che venderlo al rigattiere del suo quartiere, oppure lasciarlo dov’era, per quanto d’ingombro fosse. Optò per quest’ultima soluzione. A quel punto fu il rigattiere stesso a presentarsi a casa sua, proponendo di comprare il paravento per quindici yen. Sōsuke e Oyone si guardarono e sorrisero. No, risposero, avrebbero aspettato ancora un po’, e se lo tennero. Il rigattiere tornò e di nuovo ricevette un rifiuto. Adesso Oyone si divertiva a dirgli di no. Il rigattiere venne una quarta volta, accompagnato da uno sconosciuto con il quale si consultò a bassa voce, dopodiché offrì trentacinque yen. A quel punto anche Sōsuke e Oyone si consultarono, lì in piedi dove si trovavano. E accettarono di vendere per quel prezzo.


1

. Per fare i lavori di casa le donne giapponesi usavano tenere sollevate le maniche del kimono legandole con un nastro che facevano passare dietro la schiena e legavano sul petto.


7. I cedri del tempio di Enmyōji erano diventati di un rosso cupo, come brunito dal fuoco. Nei giorni di bel tempo, all’estremità del cielo spazzato dal vento si vedevano le bianche cime scoscese dei monti. Ogni giorno che passava, la stagione sospingeva Sōsuke e Oyone verso il freddo. E il mattino la voce del mercante di tōfu che passava davanti a casa evocava il colore della brina che imprigionava le tegole del tetto. È di nuovo arrivato l’inverno, pensava Sōsuke al caldo nel suo futon, ascoltando quella voce. E Oyone in cucina si augurava che i tubi dell’acqua non gelassero come l’anno precedente, e se ne angustiava anzitempo, come sempre dall’inizio dell’inverno fino a primavera. La sera marito e moglie si infilavano sotto il kotatsu, rimpiangendo la mitezza del clima di Hiroshima e Fukuoka. «Sembriamo gli Honda, qui di fronte» disse ridendo Oyone. Gli Honda erano una coppia di anziani che vivevano in una casa del tutto simile alla loro appartenente allo stesso proprietario, Sakai. Avevano una giovane domestica e conducevano un’esistenza tranquilla, senza fare il minimo rumore dal mattino alla sera. Solo ogni tanto Oyone, mentre cuciva tutta sola nel chanoma, sentiva una voce dire: «Nonno!» Era la vecchia signora Honda che chiamava il marito. Quando li incontrava davanti alla porta d’ingresso, Oyone li salutava educatamente e scambiava con loro qualche parola sul tempo e vaghi inviti a rendersi visita reciprocamente, ma come lei non era mai andata da loro, così gli Honda non avevano mai preso l’iniziativa di venire da lei. Di conseguenza non sapeva quasi nulla sui due coniugi. Soltanto che avevano un unico figlio – un alto funzionario al momento di stanza in Corea – e che grazie al denaro che ricevevano ogni mese da lui potevano condurre una vita confortevole, questo aveva sentito dire dai commercianti del quartiere. «Il vecchio Honda continua a coltivare le sue piante in vaso?» «Con questo freddo non credo. Ma ne ha messe parecchie sotto il pavimento dell’engawa». Il discorso si spostò sulla casa del proprietario. Al contrario degli Honda, i Sakai davano l’impressione di essere una famiglia estremamente vivace. In quella stagione il giardino era spoglio e in cima al pendio la masnada di bambini non faceva il chiasso abituale, ma ogni sera si sentiva il suono del pianoforte. A volte anche la risata allegra di una serva in cucina arrivava fino al loro chanoma. «Insomma, si può sapere che mestiere fa quello lì?» chiese Sōsuke. Era l’ennesima volta che poneva quella domanda alla moglie. «Niente. Passa il tempo a divertirsi. Con tutti i terreni e le case che ha!» rispondeva invariabilmente Oyone. Sōsuke non aveva mai chiesto altro su Sakai. All’epoca in cui aveva dovuto lasciare gli studi, quando gli capitava di incontrare un uomo facoltoso che svolgeva attività importanti, cercava subito di saperne di più. E dopo un certo tempo questa curiosità si trasformava in rancore. Da un paio d’anni, invece, il divario tra sé e gli altri gli era diventato del tutto indifferente, era giunto a pensare che ogni individuo nasceva con la propria personalità e con il proprio destino, che ogni persona fin dall’inizio apparteneva a una categoria differente, quindi non poveva esserci tra gli esseri umani legame o interesse comune, se non il fatto di respirare la stessa aria. Ogni tanto, nel corso di una conversazione, poteva capitargli di chiedere cosa facesse un tale, ma compiere ulteriori sforzi per ottenere informazioni più precise costituiva per lui una seccatura. Oyone aveva lo stesso atteggiamento. Quella sera tuttavia, contrariamente alle sue abitudini, gli raccontò che il padrone di casa era un uomo sui quarant’anni, che non aveva i baffi, che a suonare il pianoforte era una delle


figlie – una ragazzina di dodici o tredici anni – e che i bambini del vicinato, quando andavano a giocare dai Sakai, non avevano il permesso di usare l’altalena. «E perché i bambini del vicinato non possono usarla?» «Perché i Sakai sono dei taccagni, e hanno paura che la rovinino». Sōsuke scoppiò a ridere. Se il padrone di casa era tanto avaro, pensò, a poco sarebbe servito andare a lamentarsi che il tetto perdeva o che una siepe era quasi secca, difficilmente avrebbe mandato degli operai a cambiare le tegole o il giardiniere a sostituire gli arbusti. Quella notte Sōsuke non sognò né le piante in vaso del vecchio Honda né l’altalena dei Sakai. Andò a dormire verso le dieci e mezzo e pochi secondi dopo già russava, come ogni uomo stremato dal lavoro. Oyone invece, che negli ultimi tempi soffriva di mal di testa e aveva difficoltà ad addormentarsi, ogni tanto apriva gli occhi e scrutava la penombra. Una fioca luce illuminava la stanza, perché i due sposi avevano preso l’abitudine di lasciare la lampada accesa durante la notte e prima di dormire la mettevano nel tokonoma, dopo aver abbassato al minimo lo stoppino. Turbata forse da qualche pensiero, Oyone spostò il suo cuscino, poi strofinò la scapola contro il futon. Quindi si mise bocconi e, appoggiata sui gomiti, osservò il marito. Alla fine si alzò, infilò sopra il nemaki il kimono solito, che aveva lasciato ai piedi del futon, e prese la lampada dal tokonoma. Tornata presso il marito, si piegò su di lui e gli sussurrò: «Caro? Caro?» Sōsuke smise di russare, ma rimase profondamente addormentato. Oyone si alzò in piedi e con la lampada in mano scostò uno dei fusuma per passare nel chanoma. Illuminando debolmente la stanza immersa nell’oscurità, vide brillare le maniglie del cassettone. Lo superò ed entrò nella cucina annerita dal fumo, dove l’unico biancore che si intravedeva era quello della carta degli shōji. Rimase un momento immobile nel locale buio dove il fuoco era spento, poi scostò senza far rumore la porta della stanza della serva, che si trovava sulla destra, e vi fece luce con la lampada schermandola con la mano: rannicchiata come una talpa sotto una trapunta di cui non si distinguevano né il disegno né il colore, Kiyo dormiva. Allora Oyone andò a vedere la stanza di sei tatami sulla sinistra. Nella camera tristemente vuota c’era solo la coiffeuse, il cui specchio era l’unica cosa che attirasse il suo sguardo nell’oscurità. Dopo aver fatto il giro della casa e aver controllato che non ci fosse nulla di insolito, Oyone tornò a coricarsi e chiuse gli occhi. Finalmente rilassata, ora non sentiva più una sgradevole pressione sopra le palpebre, e in poco tempo si addormentò. Poco dopo però si svegliò bruscamente. Le era parso di udire un rumore violento accanto a sé. Sollevò la testa dal cuscino per tendere l’orecchio: l’unica possibilità, pensò, era che qualcosa di molto pesante fosse rotolato giù dal pendio e fosse venuto a colpire l’engawa davanti alla stanza dove lei e Sōsuke dormivano. Era appena successo, si disse, da pochi secondi, e non poteva essere il seguito di un sogno. Immediatamente fu in preda all’ansia. Allora tirò la manica del nemaki del marito addormentato accanto a lei, cercando questa volta di svegliarlo sul serio. Sōsuke, che dormiva profondamente, si destò di soprassalto, e alla moglie che lo pregava di alzarsi un attimo rispose mezzo intontito: «Sì, sì, va bene...» e si mise in piedi sul suo futon. Oyone gli raccontò a bassa voce quello che era appena accaduto. «Hai sentito un colpo solo?» «Sì, ma è stato un attimo fa». I due tacquero, cercando di capire cosa succedesse fuori. Ma il silenzio era assoluto. Rimasero a


lungo in ascolto, l’orecchio teso, ma non udirono altri rumori, nient’altro rotolò giù. Brontolando contro il freddo, Sōsuke indossò lo haori sopra il leggero nemaki, uscì nell’engawa e aprì un’imposta per guardare fuori: non vide niente, nell’oscurità solo l’aria fredda venne a gelargli la pelle. Richiuse in fretta. Andò a mettere il chiavistello alla porta d’ingresso e tornò subito a infilarsi nel suo futon dicendo: «Non c’è assolutamente nulla di anomalo. È probabile che tu abbia sognato». «No, sono sicura che non era un sogno» insistette Oyone. «Ho nettamente sentito un colpo fortissimo vicino alla mia testa». Sōsuke si sporse dal futon e si girò verso di lei. «Di questi tempi sei troppo nervosa, Oyone. Come mai, che cosa ti succede?» le chiese. «Devi cercare di rilassarti e di dormire un po’ meglio». In quel momento la pendola batté le due. A quel suono marito e moglie smisero di parlare e nel silenzio si resero conto che una quiete profonda colmava di nuovo la notte. Ormai però erano svegli e non potevano ritrovare subito il sonno. «È facile parlare per te» disse Oyone. «Appena ti corichi, non passano dieci minuti che sei già addormentato». «Sì, per dormire dormo» rispose Sōsuke, «ma non perché non abbia pensieri! È solo perché sono stanco morto». E intanto, mentre scambiava con la moglie queste parole, si riaddormentò. Oyone invece continuò a girarsi e rigirarsi nel suo futon. Davanti alla casa passò con gran fracasso di ruote un carretto. Negli ultimi tempi le capitava a volte di svegliarsi di soprassalto prima dell’alba al transitare di una vettura. E rendendosi conto che succedeva sempre più o meno alla stessa ora, immaginò che si trattasse sempre dello stesso carretto che seguiva ogni giorno il medesimo percorso. Per passare così presto, si disse, doveva essere il lattaio che faceva il suo giro, e al pensiero che era l’alba e alcune persone avevano già iniziato l’attività giornaliera si sentì rassicurata. Mentre era assorta in queste riflessioni, un gallo cantò da qualche parte. Poco dopo il rumore dei geta di qualcuno risuonò distintamente nel silenzio. Intanto anche Kiyo aveva aperto la porta della sua camera, Oyone la sentì andare al gabinetto, poi entrare nel chanoma, probabilmente per guardare l’ora sulla pendola. Intanto, nella lampada posata nel tokonoma il livello dell’olio era sceso a tal punto che non arrivava più allo stoppino e la stanza era piombata nell’oscurità. Solo il lume che teneva in mano Kiyo lasciava trapelare un po’ di chiarore tra i fusuma accostati. «Sei tu, Kiyo?» chiese Oyone. Kiyo non tornò a letto, e mezz’ora dopo si alzò anche Oyone. Altri trenta minuti, e fu la volta di Sōsuke. Durante la settimana era la moglie che lo chiamava al mattino, dicendogli ogni volta: «Su, è ora di alzarti!» Soltanto la domenica la formula diventava: «Adesso ti dovresti alzare...» Quel giorno però, un po’ preoccupato per quanto era successo durante la notte, Sōsuke balzò fuori dal suo futon senza aspettare che Oyone venisse a svegliarlo e andò subito ad aprire le imposte che davano sul retro. Alzando gli occhi, vide filtrare dietro i bambù immobili e intirizziti la luce del sole che già scioglieva la brina e metteva un po’ di colore sulla cima del pendio. Notò sorpreso che l’erba secca che cresceva più in basso, nella parte più ripida, stranamente era schiacciata e strappata, e delle zolle di terra rossa erano rivoltate. Abbassando lo sguardo in linea retta, vide che il terreno davanti alla casa, proprio di fronte al punto dove si trovava lui, era smosso, e i ghiaccioli che pendevano dal bordo dell’engawa erano spezzati. Si domandò se un grosso cane non fosse per caso rotolato giù dalla cima del pendio. Ma un cane, per quanto grosso, non avrebbe potuto causare tanto scompiglio. Sōsuke si precipitò nell’ingresso, infilò i suoi geta e scese nel giardino. Poiché il gabinetto, all’angolo dell’engawa, formava una sporgenza che riduceva a poche spanne lo spazio tra il pendio e la casa, passare sul retro era un’impresa. Ogni volta che veniva l’addetto allo svuotamento del pozzo


nero Oyone, imbarazzata per quell’angolo da superare, diceva con aria preoccupata: «Sarebbe meglio che fosse un po’ più agevole», cosa che divertiva molto Sōsuke. Oltre quell’angolo, uno stretto sentiero conduceva alla cucina. Un tempo una siepe di cedri dai numerosi rami secchi separava il giardino da quello dei vicini, ma di recente il proprietario, al momento della potatura, aveva fatto sradicare quella siepe sguarnita e mettere al suo posto una palizzata di legno nodoso che arrivava fino alla porta di servizio. Dato che quel punto era poco soleggiato e prendeva acqua da una grondaia che perdeva, in estate vi fiorivano magnifiche begonie. Al momento della fioritura il fogliame cresceva talmente folto che ostruiva quasi il passaggio, il che aveva molto impressionato Sōsuke e Oyone quando si erano trasferiti in quella casa. Per molti anni le radici di quelle begonie si erano estese nel sottosuolo, già prima che la siepe di cedro venisse estirpata, e ancora adesso che la casa originaria era stata demolita, quando veniva la stagione i germogli nascevano rigogliosi come un tempo. «Oh, come sono carini!» soleva esclamare Oyone, tutta contenta, quando si accorgeva che erano spuntati. Lasciando le impronte sulla brina, Sōsuke arrivò vicino alla porta di servizio che gli ricordava sempre le begonie e, notando qualcosa, si fermò nell’ombra fredda che la luce del sole non dissipava mai. Ai suoi piedi vide una scatola nera di legno laccato ornata di motivi dorati. Era posata sul suolo gelato come se fosse stata portata lì apposta, ma il coperchio si trovava molto più in là, rovesciato contro la base della palizzata, cosicché si distinguevano perfettamente i disegni della spessa carta che lo foderava. Tra le carte e i documenti sparpagliati ovunque a terra, una lettera piuttosto lunga era in parte srotolata, mentre il resto era tutto accartocciato. Sōsuke si avvicinò e, vedendo cosa si nascondeva sotto, fece un sorriso di scherno: erano escrementi. Raccolse in una pila i documenti sparsi al suolo e li rimise nella scatola che portò, sporca di fango e di brina com’era, alla porta di servizio. «Kiyo, metti questa roba da qualche parte» disse aprendo. La ragazza prese la scatola con espressione sospettosa. Oyone era nella sala e stava spolverando. A quel punto Sōsuke, le mani infilate nelle maniche, andò a ispezionare l’ingresso principale e il terreno antistante, ma non notò nulla di insolito. Alla fine rientrò, andò a sedersi nel chanoma davanti al braciere, come d’abitudine, poi chiamò ad alta voce la moglie. «Ah, dov’eri finito dopo che ti sei alzato?» gli chiese lei arrivando dalla sala. «Sai quel rumore che hai sentito stanotte, vicinissimo? Be’, non te l’eri affatto sognato! Era un ladro. Un ladro che dal giardino dei Sakai è saltato giù nel nostro, è stato lui a fare rumore. Sono andato adesso a vedere sul retro e ho trovato questa scatola, i documenti che conteneva erano tutti sparpagliati. E ci ha lasciato anche un ricordino». Sōsuke prese alcune lettere dalla scatola e le mostrò alla moglie: erano tutte indirizzate a Sakai. Oyone, stupefatta, si sedette sui talloni. «E hanno rubato qualcos’altro al signor Sakai?» chiese. «Be’, viste le circostanze, è probabile» rispose Sōsuke incrociando le braccia. Comunque stessero le cose, marito e moglie lasciarono la scatola dov’era e iniziarono a fare colazione. Mentre mangiavano, tuttavia, continuarono a parlare di quella storia. Oyone si vantò col marito del proprio udito e della propria perspicacia, mentre Sōsuke da parte sua si rallegrava di non eccellere né per l’uno né per l’altra. «Dici così, ma pensa se il furto non fosse avvenuto dai Sakai, ma da noi. Con uno come te, che non si sveglia neanche con le cannonate, sarebbe stato un bel disastro!» ribatté Oyone.


«Non ti preoccupare, non c’è pericolo che qualcuno venga a rubare a casa nostra» fu la pronta risposta di Sōsuke. In quel momento Kiyo sporse la testa dalla cucina. «Sì, ma se avessero rubato il cappotto che il signore ha comprato poco tempo fa, sarebbero state storie a non più finire! Davvero una bella fortuna che il ladro sia andato dai Sakai!» esclamò in tono sinceramente lieto, al che né Sōsuke né Oyone seppero cosa rispondere. Terminata la colazione, a Sōsuke restava ancora tempo prima di recarsi in ufficio, così decise di riportare lui stesso ai padroni di casa, che in quel momento erano sicuramente in subbuglio, la scatola con i documenti. Scatola che non doveva avere un gran valore, nonostante fosse in legno laccato, essendo decorata da semplici tartarughe dorate su fondo nero. Oyone la avvolse in un quadrato di stoffa blu che prese da un cassetto. Dato che era un po’ piccolo, annodò i quattro angoli a due a due al centro. Quando Sōsuke la prese per portarla via, sembrava una scatola di dolci da offrire in dono. Vista dalla sala, la cima del pendio sembrava vicinissima, ma passando dall’esterno bisognava percorrere una sessantina di metri di strada in salita per arrivarci e tornare indietro di altri sessanta fino alla casa dei Sakai. Sōsuke camminò lungo una bella siepe di biancospino piantata su una base di rocce coperta da un tappeto d’erba, poi oltrepassò il cancello. La casa era stranamente silenziosa. Trovando chiusa la porta d’ingresso a pannelli vetrati, Sōsuke suonò due o tre volte il campanello, che forse non funzionava perché non comparve nessuno. Non gli restava che fare il giro dalla porta di servizio, anche questa provvista di vetri smerigliati. Dall’interno si sentiva rumore di stoviglie. Sōsuke aprì e vide una serva accovacciata sul pavimento di legno, vicino a una cucina a gas. La salutò. «Appartiene a voi questa? L’ho trovata stamattina sul retro di casa mia, era caduta lì, così ve l’ho portata» disse porgendo la scatola. «La ringrazio, è stato molto gentile» si limitò a rispondere la serva, venendo a prendere la scatola, poi si affacciò sulla stanza adiacente per chiamare un’altra donna, forse una cameriera. Dopo averle spiegato a bassa voce di cosa si trattava, le passò la scatola. La cameriera la prese, gettando un’occhiata a Sōsuke prima di scomparire all’interno. In quel momento arrivarono di corsa due ragazzine, una di dodici o tredici anni col viso rotondo e occhi grandi, e un’altra più piccola; dovevano essere sorelle, perché sfoggiavano nastri identici nei capelli. Una accanto all’altra, sporsero le testoline dentro la cucina. Poi si dissero qualcosa all’orecchio senza staccare lo sguardo da Sōsuke, che colse le parole: «È il ladro!» Consegnata la scatola, non avendo più nulla da fare lì e non tenendo particolarmente a parlare con il padrone di casa, Sōsuke stava per andarsene. «Siamo sicuri che appartiene a voi, vero?» chiese ancora una volta per scrupolo. La serva, che non pareva averne idea, prese un’aria costernata, ma in quel momento tornò la cameriera. «Prego, si accomodi» gli disse con un inchino educato. Adesso era Sōsuke a sentirsi un po’ a disagio. La donna, con molto garbo, si affrettò a ripetere l’invito. La riluttanza di Sōsuke si andava trasformando in fastidio. A quel punto arrivò il padrone di casa in persona. Come Sōsuke si era immaginato, aveva il colorito sanguigno e la faccia florida dell’uomo facoltoso ma, contrariamente a quanto riferito da Oyone, corti baffetti gli ornavano il labbro superiore, mentre le guance e il mento erano glabri. «La ringrazio davvero, non doveva disturbarsi!» disse educatamente socchiudendo un po’ gli occhi. Le ginocchia coperte di seta di Yonezawa appoggiate sulle assi di legno, aveva l’aria del tutto rilassata mentre si faceva spiegare quel che era successo. Sōsuke gli raccontò in breve gli eventi della notte e del mattino e gli chiese se oltre alla scatola gli avessero rubato qualcosa.


«Un orologio d’oro che avevo lasciato sulla scrivania» gli rispose il signor Sakai, ma non sembrava affatto contrariato, quasi stesse parlando di qualcosa che apparteneva a qualcun altro. Più che per l’orologio, sembrava provare interesse per quanto raccontava Sōsuke, al quale poneva una domanda dopo l’altra: il ladro aveva cercato di andarsene passando dal pendio dietro casa? Oppure era caduto mentre fuggiva? Sōsuke non era in grado di rispondere. A quel punto la cameriera portò dalle stanze interne il tè e il necessario per fumare, e Sōsuke dovette ritardare ulteriormente il momento di salutare. Il signor Sakai avvicinò addirittura un cuscino e quasi obbligò Sōsuke a prendervi posto. Poi si lanciò nel resoconto della visita dell’ispettore di polizia quel mattino. Da quanto si era dedotto, il ladro si era intrufolato in casa fin dalla sera e si era nascosto da qualche parte, forse in un armadio. Naturalmente era entrato dalla porta di servizio. Dopo aver acceso con dei fiammiferi una candela, l’aveva messa in una bacinella che si trovava in cucina e con questa era passato nel chanoma ma, dato che nella camera accanto dormivano la moglie di Sakai e i bambini, aveva attraversato il corridoio ed era entrato nello studio. Mentre frugava in quella stanza, l’ultimo nato, forse perché era l’ora della poppata, si era svegliato e si era messo a piangere, così il ladro aveva aperto un’imposta ed era scappato in giardino. «Di solito fuori c’è sempre il mio cane, ma disgraziatamente si è ammalato e l’ho dovuto portare alla clinica veterinaria, è lì da qualche giorno» concluse il signor Sakai con aria costernata. «Sì, un vero peccato» disse anche Sōsuke. Al che il signor Sakai si mise a parlare del cane, della razza, del pedigree, del fatto che ogni tanto lo portava con sé a caccia. «Perché sono un appassionato di caccia, io. Negli ultimi tempi non ci vado spesso perché soffro un po’ di nervi, ma di solito, dall’inizio dell’autunno alla fine dell’inverno, vado a sparare alla beccaccia. Il problema è che bisogna restare due o tre ore nell’acqua dalle anche in giù, e alla salute non fa certo bene». Mentre il signor Sakai sembrava avere a sua disposizione tutto il tempo che voleva e continuava a parlare senza accennare a smettere, Sōsuke, che si era limitato a laconiche risposte – Ah, sì? Davvero? – a un certo punto fu costretto ad alzarsi. «Mi scusi, il fatto è che devo andare, adesso, come ogni mattina» tagliò corto. A quelle parole il padrone di casa sembrò finalmente rendersi conto che forse il suo ospite aveva altro da fare e si scusò per averlo trattenuto tanto a lungo. Poi disse che l’ispettore sarebbe tornato probabilmente per indagare e lo pregò di rendersi disponibile in quell’occasione. «Venga di nuovo a trovarmi» concluse con molta gentilezza. «Anche io, visto che in questi giorni ho abbastanza tempo libero, mi permetterò di passare a disturbarla». Sōsuke varcò il cancello e si affrettò a tornare a casa: rispetto all’ora in cui di solito andava al lavoro era già in ritardo di trenta minuti. «Ma dov’eri finito?» gli chiese Oyone che era accorsa con aria inquieta nell’ingresso. Sōsuke si tolse subito il kimono e infilò giacca e pantaloni. «Ah, è uno che non si crea problemi, quel Sakai!» disse. «Quando si hanno soldi ci si può permettere di essere spensierati».


8. «Puoi cominciare dal chanoma, Koroku. Oppure dalla sala, se vuoi» disse Oyone. Da qualche giorno Koroku si era trasferito dal fratello, con la conseguenza che adesso doveva aiutare la cognata a cambiare la carta degli shōji. Era un lavoro che aveva già fatto nella propria stanza quando abitava dalla zia, insieme al cugino Yasunosuke. Una volta avevano diluito la colla di riso su un piatto e l’avevano stesa sull’intelaiatura con la spatola attenendosi alle istruzioni, ma quando la colla si era seccata e avevano provato a rimettere i due shōji al loro posto, non erano riusciti a inserirli nelle apposite scanalature perché su entrambi avevano incollato la carta sul lato sbagliato. In un’altra occasione avevano di nuovo combinato un guaio, quando per togliere la carta avevano lavato l’intelaiatura sotto il rubinetto, col risultato che il legno, asciugando, si era deformato, e anche quella volta erano stati dolori. «Vedete, Oyone, quando si cambia la carta degli shōji occorre stare molto attenti, altrimenti si fa un pasticcio. E soprattutto non si deve mai lavare il legno» disse Koroku mentre strappava la carta dagli shōji del chanoma. All’estremità dell’engawa, sulla destra, girato l’angolo si arrivava alla stanza di sei tatami che adesso era diventata la sua, mentre sulla sinistra si finiva nell’ingresso. Di fronte, parallelo all’engawa, correva il muro di cinta della casa, che racchiudeva un terreno praticamente quadrato. In estate le cosmee fiorivano ovunque, e ogni mattino Sōsuke e Oyone gioivano alla vista di quei fiori bagnati di rugiada. Ai piedi del muro avevano piantato dei bambù nani su cui avevano fatto crescere dei convolvoli, e appena alzati si divertivano a contare quanti fiori in più fossero sbocciati. In autunno e in inverno, invece, tutto era secco, al posto di fiori ed erba c’era un piccolo deserto che metteva tristezza solo a guardarlo. Koroku, voltando le spalle al giardino quadrato su cui era appena caduta la brina, era intento a strappare pezzi di carta. Ogni tanto un vento freddo veniva a colpirgli il collo e la testa rapata quasi a zero. A ogni folata era tentato di lasciare l’engawa esposto alle intemperie per rifugiarsi nella sua stanza. Muovendo in silenzio le mani arrossate, bagnava uno straccio in un catino e con questo strofinava il legno degli shōji. «Hai freddo, vero? Povero Koroku! Ma il tempo disgraziatamente promette pioggia» disse affettuosamente Oyone, mentre versava con precauzione acqua calda sulla colla preparata la sera prima per diluirla. Koroku, in cuor suo, disdegnava quel lavoro. Nella situazione in cui suo malgrado si trovava adesso, si sentiva in qualche modo umiliato nel tenere uno straccio fra le mani. Un tempo, a casa degli zii, quando gli veniva chiesto di fare la stessa operazione, non la trovava sgradevole, al contrario, la considerava un passatempo di cui conservava un ricordo divertente. Ora invece aveva l’impressione che le persone intorno a lui lo obbligassero a fare quel genere di lavoro per convincerlo che non poteva aspirare a nulla di meglio. Il freddo dell’engawa intensificava la sua irritazione. Così, nel rispondere alla cognata, non era molto gentile. Nella sua testa vagava l’immagine degli studenti che abitavano nel suo stesso dormitorio, i quali potevano tranquillamente fare passeggiate in centro, entrare magari nella profumeria Shiseidō, permettersi il lusso di spendere anche cinque yen per comprare tre saponi e un dentifricio. A quel pensiero si chiedeva per quale ragione lui solo dovesse trovarsi in quella deplorevole condizione. E provava pietà per il fratello e la cognata che si accontentavano della vita che facevano. Quella coppia, che esitava persino ad acquistare una carta


decente per gli shōji, ai suoi occhi conduceva un’esistenza miserabile di totale passività. «Questa carta si strapperà in men che non si dica» osservò mentre ne srotolava qualche spanna per guardarla alla luce, e vi diede due o tre colpetti per testarne la resistenza. «Credi? Ma non ci sono bambini in questa casa, per qualche tempo andrà benissimo» rispose Oyone, intenta a spalmare la colla col pennello sul legno di uno shōji. Dopo aver posato sull’intelaiatura una lunga striscia di carta, i due cognati si sforzarono di tenderla bene, ma dato che Koroku ogni tanto prendeva un’aria infastidita Oyone, a disagio, tagliò qua e là col rasoio i bordi che sporgevano. Il risultato fu che, una volta terminata l’operazione, sulla carta c’erano dei rigonfiamenti. Oyone osservò con aria costernata gli shōji appoggiati alle imposte che restavano ancora da fare. «Ci sono delle ondulazioni» disse. «Per forza, maldestro come sono, non potevo fare un bel lavoro». «Ma no, figurati! Nemmeno tuo fratello è bravo. Inoltre lui è molto più pigro di te». Koroku non rispose. Prese una ciotola per i gargarismi che Kiyo aveva portato dalla cucina, si piazzò davanti al pannello, si riempì d’acqua la bocca e la soffiò fuori spruzzandola con maestria su tutta la superficie della carta. Quando finirono di tendere la carta sul secondo shōji, quello che Koroku aveva asperso d’acqua era già asciutto e la maggior parte delle ondulazioni era sparita. Al terzo pannello, Koruku si lamentò che aveva male alle reni. In realtà, a Oyone doleva la testa fin dal mattino. «Cambiamone ancora uno, finiamo almeno il chanoma, poi facciamo una pausa» disse. Quando terminarono la prima stanza erano già le dodici, perciò si misero a tavola. Erano ormai quattro o cinque giorni, dall’arrivo di Koroku in casa sua, che Oyone pranzava in compagnia del cognato. Da quando viveva con il marito era la prima volta che condivideva i pasti con qualcuno che non fosse lui. E a pranzo, in assenza di Sōsuke, in tutti quegli anni si era abituata a mangiare da sola. Di conseguenza trovarsi da un giorno all’altro a masticare faccia a faccia con il suo giovane cognato, ai due lati del contenitore del riso, era per lei un’esperienza singolare. Finché Kiyo era in cucina, indaffarata col suo lavoro, la situazione era sopportabile, ma quando non la si sentiva né la si vedeva più, per Oyone il senso di disagio diventava penoso. Oltre ad avere molti più anni di Koroku, considerata la qualità del rapporto che si era sviluppato fra loro, era molto improbabile che, una volta superato il paralizzante gelo iniziale, si potesse instaurare quell’atmosfera vivace che si crea di solito fra due persone di sesso diverso. In fondo al cuore Oyone dubitava che il disagio che provava quando si sedeva a tavola di fronte al cognato scomparisse un giorno. Era una situazione che non aveva immaginato prima che Koroku venisse a stabilirsi a casa sua, quindi tanto più incresciosa. Ma ormai non poteva farci nulla, quindi durante i pasti si sforzava di conversare, o per lo meno di evitare silenzi imbarazzanti. Disgraziatamente, però, Koroku non era in condizioni di spirito tali da reagire in maniera positiva alla sollecitudine della cognata. «Al dormitorio mangiavi bene, Koroku?» A questa domanda di Oyone, il ragazzo non seppe rispondere con la spontaneità che gli era naturale quando veniva a trovare il fratello in passato. «Non particolarmente» si limitò a dire. Dal suo tono ambiguo, Oyone saltò alla conclusione che i piatti cucinati da lei non gli piacevano, idea che trovò immediatamente riscontro, senza che venisse scambiata una parola, nella mente di Koroku. Quel giorno, a causa del mal di testa, Oyone aveva rinunciato a fare gli abituali sforzi di conversazione durante il pranzo. D’altronde le sarebbe terribilmente spiaciuto impegnarsi invano. Di conseguenza per tutta la durata del pasto i due cognati parlarono ancora meno che al mattino, quando avevano cambiato la carta degli shōji.


Il pomeriggio, forse perché avevano acquisito una certa pratica, procedettero più in fretta nel lavoro. Spiritualmente, però, erano più che mai distanti l’uno dall’altra. Anche il maltempo aveva un cattivo effetto sul loro umore. Quando si erano svegliati faceva bello, il cielo era tanto luminoso che sembrava farsi sempre più alto, poi, proprio quando aveva assunto una sfumatura più intensa di azzurro, si era improvvisamente coperto di nuvole scure che parevano cariche di nevischio e avevano completamente oscurato il sole. A turno, Oyone e Koroku andavano a scaldarsi le mani davanti al braciere. «Mio fratello avrà un aumento di stipendio con l’anno nuovo, vero?» chiese di punto in bianco Koroku alla cognata. «Perché mai?» fece con l’aria di cadere dalle nuvole Oyone, che si stava pulendo le mani sporche di colla su un pezzo di carta finito sui tatami. «Be’, a sentire quel che dicono sul giornale, pare che a partire da gennaio tutti i funzionari pubblici avranno un aumento». Oyone era del tutto all’oscuro di quella notizia. Si fece spiegare meglio da Koroku di cosa si trattasse, e alla fine annuì in segno di approvazione. «Era ora! Con gli stipendi attuali non si arriva alla fine del mese!» disse. «Da quando sono arrivata a Tokyo il pesce è praticamente raddoppiato». Riguardo al prezzo del pesce, Koroku era nella più totale ignoranza, ma all’osservazione di Oyone si rese conto per la prima volta che il costo della vita saliva in maniera assurda. Grazie alla curiosità che Koroku mostrava per l’argomento, la conversazione tra i due cominciò a fluire in modo più scorrevole del solito. Oyone disse che quando il padrone di casa, l’uomo che abitava in cima al pendio sul retro, aveva diciotto o diciannove anni, i prezzi delle cose erano molto bassi, e ripeté quello che Sōsuke le aveva raccontato qualche giorno prima della sua conversazione con Sakai: che all’epoca, se uno voleva mangiare una ciotola di soba, spendeva otto rin, se la voleva con un qualche contorno, due sen e cinque rin. Che una porzione di manzo ordinario costava quattro rin, sei se si trattava di arrosto. Per un posto al varietà si pagavano tre o quattro rin. Uno studente se la cavava benissimo con sette yen al mese, e se ne riceveva dieci passava per una persona che viveva nel lusso. «Se le cose stessero ancora così, non avresti problemi a continuare gli studi» concluse Oyone. «E anche mio fratello potrebbe fare una vita un po’ più agiata» rispose Koroku. Quando finirono di cambiare la carta agli shōji della sala, erano già le tre passate. Poiché Sōsuke non avrebbe tardato a tornare, e bisognava preparare la cena, i due decisero che per il momento poteva bastare così e rimisero al loro posto la colla e il rasoio. Koroku si stirò in lungo e in largo, poi col pugno si diede qualche pacca sulla testa. «Grazie per il tuo aiuto, sarai stanco» gli disse Oyone in tono premuroso. Più che stanco, però, Koroku era affamato. Chiese alla cognata di prendere la confezione di dolci offerta da Sakai per ringraziare Sōsuke di avergli riportato la scatola, e ne mangiò qualcuno. Oyone gli servì il tè. «Sapete se è laureato, questo Sakai?» «Sì, pare proprio che lo sia». Mentre beveva il tè, Koroku si accese una sigaretta. «Mio fratello non vi ha ancora parlato dell’aumento di stipendio?» chiese alla fine. «No, affatto» rispose Oyone. «Beato lui! Sempre spensierato...» Oyone non fece commenti. Koroku, senza aggiungere altro, si alzò e si ritirò nella sua stanza, ma ne uscì di nuovo poco dopo, il braciere fra le braccia, lamentandosi che il fuoco si era spento. Pur


vivendo a carico del fratello, per il futuro contava sul cugino – Yasunosuke, per rincuorarlo, gli aveva assicurato che entro breve le cose si sarebbero sistemate – e aveva provvisoriamente risolto il problema facendo alla scuola una richiesta ufficiale di interruzione temporanea degli studi.


9. Contro ogni aspettativa, grazie alla famosa scatola, tra il padrone di casa e Sōsuke si erano instaurate relazioni cordiali. Fino a quel momento il solo rapporto esistente tra loro consisteva da parte di Sōsuke nel mandare su Kiyo a pagare l’affitto una volta al mese e da parte di Sakai nel consegnare la ricevuta. Mancava quindi quella familiarità che si instaura di solito tra vicini, quasi che in cima al pendio abitasse uno straniero. Il pomeriggio del giorno in cui Sōsuke aveva riportato la scatola in legno laccato, un ispettore si era presentato a casa per esaminare il terreno sul retro, come aveva annunciato Sakai. E dato che era venuto accompagnato da quest’ultimo, per la prima volta Oyone aveva potuto vedere quell’uomo di cui aveva soltanto sentito parlare. Rimase leggermente sorpresa nel constatare che aveva i baffi, convinta com’era del contrario, e anche dall’inattesa cortesia con cui lui le parlò. «Avevi ragione, ha i baffi» disse subito al marito quando questi tornò dal lavoro. Due giorni dopo una serva era venuta a portare una magnifica scatola di dolci accompagnata dal biglietto da visita di Sakai. «Il mio padrone vi ringrazia infinitamente per tutto quello che avete fatto, ben presto passerà personalmente a salutare» aveva detto, e se n’era andata. La sera stessa Sōsuke aprì la scatola e, mentre si riempiva la bocca di dolci alla purea di faglioli rossi, disse alla moglie: «Non dev’essere tanto taccagno, visto che ci fa un regalo così! Quella storia che non lascia salire sull’altalena i bambini delle famiglie vicine se la saranno inventata». «Sì, sicuramente» convenne Oyone, prendendo anche lei le difese di Sakai. Nonostante la coppia avesse stabilito, dopo l’irruzione del ladro, un rapporto cordiale con il padrone di casa, a Sōsuke non era mai venuto in mente di entrare più in confidenza con lui, né Oyone lo desiderava. Sfruttare le circostanze a proprio vantaggio era ovviamente escluso, quanto a mantenere semplicemente una relazione amichevole di buon vicinato non avevano il coraggio di fare ulteriori passi avanti. Se le cose avessero seguito il loro corso naturale, in breve tempo Sakai sarebbe tornato a essere l’antico Sakai, Sōsuke il Sōsuke di sempre, e i due uomini si sarebbero di nuovo allontanati l’uno dall’altro, così come la casa in cima al pendio e quella in basso avrebbero ritrovato la reciproca distanza. Trascorsero altri due giorni. Il terzo, al calar del buio, Sakai si presentò senza preavviso alla porta di Sōsuke indossando un caldo cappotto dal collo di lontra. Marito e moglie, non avvezzi a ricevere visite la sera, ne furono talmente sorpresi da restare quasi disorientati, ma fecero accomodare nella sala il padrone di casa, che di nuovo li ringraziò per la volta precedente. «Grazie al Cielo, ho recuperato quello che mi era stato rubato» disse Sakai tirando fuori dal suo obi in crespo di seta bianca un orologio d’oro a doppia calotta, intorno al quale era avvolta una catena dello stesso metallo. «Per rispettare la prassi avevo sporto denuncia, ma trattandosi di un orologio molto vecchio non lo rimpiangevo oltre misura e mi ero rassegnato alla sua perdita. Ed ecco che ieri ricevo da uno sconosciuto un pacchetto con dentro l’orologio che avevo perso! Il ladro forse non poteva tenerlo. Oppure, vedendo che non riusciva a ricavarne granché, ha pensato di restituirmelo. Comunque sia, una storia ben strana!» concluse Sakai con una risata. Poi proseguì: «A dire la verità, per me la cosa veramente preziosa era quella scatola. Apparteneva a mia nonna, diceva di averla ricevuta in dono quando era dama di corte, quindi è una specie di cimelio di famiglia».


Quella sera Sakai rimase a chiacchierare un paio d’ore. Sia Sōsuke, seduto di fronte a lui, sia Oyone, che ascoltava dal chanoma, dovettero convenire che era una persona in grado di parlare di una gran quantità di argomenti. «Sa un sacco di cose, vero?» osservò Oyone. «Lo credo, non ha niente da fare tutto il giorno!» fu la spiegazione del marito. Il giorno dopo, di ritorno dall’ufficio, scendendo dal tram Sōsuke intravide per un attimo il famoso cappotto dal collo di lontra di Sakai all’interno del negozio di anticaglie. Lo vide di profilo, intento a parlare al rigattiere che lo guardava da sotto in su, al di sopra dei suoi enormi occhiali. Pensando che non fosse il caso di fermarsi a salutare, Sōsuke stava per tirare dritto, ma proprio mentre passava davanti al negozio Sakai si voltò verso l’esterno. «Oh, grazie per ieri sera! Torna ora dal lavoro?» chiese in tono gioviale. Ormai Sōsuke non poteva più continuare per la sua strada come niente fosse, quindi rallentò e sollevò il cappello. Al che Sakai, che doveva aver terminato con il rigattiere, uscì dal negozio. «Stava cercando qualcosa?» gli chiese Sōsuke. «No, niente di particolare» rispose Sakai, e gli si affiancò incamminandosi anche lui verso casa. Percorso qualche metro, riprese: «Quel rigattiere è una vecchia volpe! L’altro giorno è venuto da me per portarmi un falso Kazan, me lo voleva appioppare, così sono andato a dirgli quel che si meritava!» Sōsuke si rese conto per la prima volta che Sakai, come tanti uomini che avevano tempo e denaro, doveva distrarsi collezionando oggetti d’arte. Il paravento di Hōitsu che aveva appena venduto, pensò in cuor suo, avrebbe fatto meglio a mostrarlo a lui fin dall’inizio. «Ma se ne intende di kakemono, quello lì?» «No, non ne capisce niente. Di pittura come di tutto il resto. Basta vedere il livello del negozio per rendersene conto, non crede? Non c’è un solo oggetto che si possa definire d’antiquariato. In origine era uno straccivendolo, poi ha fatto strada, tutto qui». Il padrone di casa conosceva bene la famiglia del rigattiere. Quanto ai Sakai, a sentire il mercante di frutta e verdura da cui si serviva Sōsuke, al tempo del governo feudale erano una famiglia molto importante, quella di più antica nobiltà in tutto il quartiere. Al momento della caduta dello shōgun, tuttavia, non si erano rifugiati a Sunpu con quest’ultimo, o forse solo per un breve periodo, dopodiché erano tornati a Tokyo... Sōsuke non ricordava bene cosa gli avesse detto a questo proposito il fruttivendolo. «Fin da piccolo era un mascalzone. Era diventato il capo di una banda di monelli e provocava risse continue» proseguì Sakai, raccontando addirittura fatti di quando lui e il rigattiere erano bambini. Sōsuke gli chiese allora in che modo avesse cercato di truffarlo con un falso Kazan. Sakai si mise a ridere. «Ogni tanto ci porta qualche oggetto perché siamo clienti dai tempi di mio padre. Tra l’altro, nonostante non abbia assolutamente occhio, è di un’avidità spaventosa, un osso duro nelle trattative. Me ne sono reso conto l’altro giorno, quando gli ho comprato un paravento di Hōitsu». Sōsuke rimase sbalordito ma, non volendo interrompere, non disse nulla. Sakai raccontò che il rigattiere, incoraggiato da quella vendita, si era messo a portargli ogni genere di libri e dipinti antichi, malgrado non ne capisse niente, e una volta aveva persino esposto davanti al negozio una ciotola fatta a Osaka spacciandola per una ceramica coreana di Kōrai. «Bah, cosa posso aver comprato da quello lì? Al massimo un tavolo per la cucina, o una pentola nuova!» concluse Sakai. Nel frattempo i due erano giunti in cima alla salita. A quel punto Sakai doveva girare a destra e Sōsuke tornare indietro. Quest’ultimo avrebbe voluto fare ancora qualche passo col padrone di casa


per sapere qualcosa in più della storia del paravento, ma capì che sarebbe parso strano e decise di lasciar perdere. «Potrei farle visita, uno di questi giorni?» chiese al momento di salutare. «Prego, quando vuole» lo incoraggiò calorosamente Sakai. Era un giorno senza vento in cui a tratti era spuntato anche il sole, ma dentro casa faceva un freddo tale che a stare fermi venivano i brividi, così Oyone aveva tirato fuori il kotatsu, lo aveva piazzato nel bel mezzo della sala e ci aveva messo sotto il kimono di Sōsuke. Ora stava aspettando il ritorno del marito. Dall’inizio dell’inverno era la prima volta che metteva in uso il kotatsu durante la giornata. Fino ad allora se ne erano serviti la sera, altrimenti lo avevano lasciato nella stanza di sei tatami. «Cosa succede oggi, come mai hai già messo il kotatsu nella sala?» «Che fastidio dà, visto che non aspettiamo visite. Nella stanza di sei tatami ora c’è Koroku, gli sarebbe d’impiccio». Per la prima volta Sōsuke si rese conto che in casa adesso abitava anche suo fratello. Dopo che la moglie l’ebbe aiutato a indossare il kimono caldo sopra la camicia, si avvolse diverse volte la cintura intorno ai fianchi. «Il fatto è che qui siamo nella zona più fredda della casa, senza kotatsu non potremmo resistere» ammise. La stanza che era andata a Koroku non aveva certo i tatami nuovi, ma poiché era esposta a sudest era la più calda di tutte. Sōsuke bevve due sorsi del tè bollente che gli aveva portato la moglie. «Koroku è in casa?» chiese. Non c’era motivo di supporre che il ragazzo non ci fosse, se non il silenzio che regnava nella sua camera. Oyone fece per alzarsi e andarlo a chiamare, ma Sōsuke la fermò dicendo che non aveva particolare bisogno di parlargli, poi si infilò sotto la trapunta del kotatsu e si sdraiò. Nella sala, che da un lato dava sul pendio, già calava l’ombra della sera. La testa appoggiata a una mano, sovrappensiero, Sōsuke osservava l’esiguo, scuro scenario. Il rumore che facevano Oyone e Kiyo in cucina gli arrivava alle orecchie come se provenisse da una qualsiasi casa vicina senza relazione alcuna con lui. Ben presto l’oscurità invase la stanza, la sola macchia biancastra che colpiva i suoi occhi era la carta degli shōji. Sōsuke rimase sdraiato, senza muoversi, senza nemmeno chiamare perché gli portassero una lampada. Quando uscì dalla sala buia e andò a sedersi a tavola per cenare, anche Koroku emerse dalla sua camera e prese posto di fronte a lui. Oyone si alzò per andare a chiudere le imposte, dicendo che tra una cosa e l’altra si era dimenticata di farlo. Sōsuke fu tentato di suggerire al fratello che la sera avrebbe anche potuto dare una mano alla cognata, la quale aveva già tante cose da fare, magari accendere la lampada o chiudere le imposte, ma lasciò perdere, considerando che non sarebbe stato gentile mettere in imbarazzo qualcuno che si era appena trasferito in casa sua. I due fratelli attesero che Oyone tornasse prima di prendere in mano le loro ciotole. E finalmente Sōsuke raccontò che rientrando dall’ufficio aveva incontrato Sakai davanti al negozio di anticaglie, e che questi gli aveva detto di aver comprato, da quel rigattiere che portava degli occhiali enormi, un grande paravento di Hōitsu. «Non mi dire!» esclamò Oyone guardando intensamente il marito. «È il nostro. Ne sono sicura, è il nostro!» All’inizio Koroku non fece commenti, ma ascoltando il dialogo che aveva luogo tra il fratello e la cognata finì per capire di cosa stessero parlando. «E a quanto l’avete venduto?» chiese. Prima di rispondere, Oyone guardò un attimo il marito. Terminato di mangiare, Koroku tornò a chiudersi nella sua stanza. Sōsuke si infilò di nuovo sotto il


kotatsu. Poco dopo anche Oyone venne a scaldarsi i piedi sotto la trapunta. Marito e moglie discussero dell’opportunità di fare una visita a Sakai, il sabato o la domenica seguente, per dare un’occhiata al paravento in questione. Quella domenica Sōsuke, fedele alla sua abitudine di restare coricato fino a tardi in quell’unico giorno della settimana, lasciò passare le ore del mattino senza fare nulla. La moglie, che di nuovo si sentiva la testa pesante, se ne stava appoggiata al bordo del braciere senza l’energia di muovere un passo. Se la stanza di sei tatami fosse ancora libera, Oyone potrebbe ritirarsi lì fin dal mattino, si diceva Sōsuke nei momenti come quello, con un vago senso di colpa, e rimpiangeva di averla dovuta cedere al fratello, privando così la moglie dell’unico luogo tranquillo in cui potersi isolare. «Se non ti senti bene, dovresti stendere il futon e sdraiarti» le disse, ma lei, per riserbo, rifiutò di seguire il suo consiglio. Allora Sōsuke propose di sistemare nella sala il kotatsu, vi si sarebbe scaldato anche lui, e finalmente Oyone si decise a chiedere a Kiyo di portare tavolino e trapunta. Koroku si era alzato prima che il fratello si svegliasse ed era uscito, diretto chissà dove, e non si era fatto più vedere per tutta la mattina. Sōsuke non ritenne opportuno chiedere a Oyone se sapeva dove fosse andato. Negli ultimi tempi non se la sentiva di fare alla moglie domande riguardanti Koroku, obbligando la poveretta a rispondere. Perché, se si fosse lamentata di lui, avrebbe dovuto o rimproverarla o consolarla, quindi non parlarne gli pareva la soluzione migliore. A mezzogiorno, visto che Oyone era ancora sdraiata sotto il kotatsu, Sōsuke pensò che fosse meglio lasciarla dormire e andò in punta di piedi in cucina a dire a Kiyo che saliva un momento dai Sakai. Poi indossò sopra il kimono che portava tutti i giorni una corta mantellina e uscì. Forse perché era rimasto rintanato per tanto tempo in una stanza semibuia, quando fu per strada il suo umore si rasserenò di colpo. La sua pelle e i suoi muscoli reagirono all’aria fredda contraendosi, dandogli quella forte sensazione di benessere che si prova a volte in inverno. Mentre si incamminava, Sōsuke pensò che a Oyone non faceva bene restare sempre chiusa in casa, appena il tempo fosse migliorato doveva convincerla a uscire e respirare l’aria fresca. Una volta che ebbe oltrepassato il cancello dei Sakai scorse, tra i vuoti della siepe che divideva l’ingresso principale da quello di servizio, un oggetto rosso, poco in sintonia con la stagione. Quando si avvicinò per capire di cosa di trattasse, vide che era un piccolo kimono da bambola. Una sottile canna di bambù era stata infilata dentro le maniche in modo da poterlo appendere ai rami del biancospino senza pericolo che cadesse, un espediente lodevole che doveva essere opera di qualche bambina. Sōsuke, che non avendo figli non sapeva granché sui bambini, tanto meno sulle bambine in età di fare quel genere di giochi, rimase a lungo a guardare quel piccolo kimono rosso steso ad asciugare al sole. E gli tornò in mente un ricordo vecchio di vent’anni: i suoi genitori che in onore della sua sorellina morta esponevano le bambole hina1 vestite di rosso accompagnate dai cinque musicisti e offrivano dolci bellissimi e sakè bianco molto più secco di quanto il colore lasciasse supporre. Il signor Sakai era in casa, ma poiché stava pranzando fu chiesto a Sōsuke di attendere un momento. Non appena si accomodò nella sala, dalla stanza accanto gli arrivò il suono di voci di bambine, sicuramente le stesse che avevano messo ad asciugare il piccolo kimono. Quando una domestica scostò i fusuma per venire a servirgli il tè, dallo spiraglio quattro occhi si fissarono su di lui. E quando gli venne portato un braciere, si era aggiunto un terzo viso. Forse perché era alla sua prima visita in quella casa, ogni volta che i pannelli scorrevoli si aprivano Sōsuke vedeva una faccia diversa, tanto che alla fine non sapeva più quanti bambini ci fossero. Dopo che la domestica si fu ritirata definitivamente, un fusuma si schiuse di due dita e nello spiraglio apparve un occhio nero e lucente. Divertito, Sōsuke fece cenno con la mano di avvicinarsi. Il fusuma venne immediatamente


richiuso e dall’altra parte si sentì il coro di tre o quattro bambini che scoppiavano a ridere. «Dai, giochiamo alla famiglia come l’altra volta!» disse a un certo punto una bambina. «Sì, ma alla famiglia occidentale, però» rispose quella che dalla voce sembrava essere la sorella maggiore. «Tosaku era il padre e si chiamava papa, Yukiko era la madre e si chiamava mama. D’accordo?» A quella spiegazione una terza voce disse: «Mama! Che buffo!» e seguì una risata felice. «Io ero la nonna, come sempre! Però dobbiamo usare il nome occidentale. Come si dice nonna?» chiese qualcuno. «Be’, basta chiamare papa anche la nonna» sentenziò la sorella maggiore. I bambini presero a scambiarsi convenevoli, per qualche minuto fu tutto un «Buongiorno», «È permesso?», «Da dove venite?» A un certo punto una voce imitò persino il suono del telefono; «Drin... drin...» A Sōsuke quella scenetta, inusuale per lui, metteva allegria. In quel momento si sentì un rumore di passi provenienti da una stanza interna: doveva essere il padrone di casa. «Non fate tanto baccano, voi!» ordinò Sakai ai bambini mentre entrava. «Andate a giocare da un’altra parte! Non vedete che c’è un ospite?» «Uffa! Non ci voglio andare da un’altra parte! Mi devi comprare un cavallo grandissimo, papà, altrimenti non ci vado!» disse un maschietto. Dalla voce, sembrava avere pochi anni, perché ancora non pronunciava bene le parole. Nel suo sconclusionato e maldestro tentativo di protesta, parve a Sōsuke molto comico. Mentre il padrone di casa prendeva posto profondendosi in scuse per aver fatto attendere l’ospite, i bambini si allontanarono. «C’è allegria qui da lei, è una bella cosa» disse Sōsuke esprimendo sinceramente il suo sentimento. «Bah, creano solo confusione, come ha potuto constatare» rispose Sakai come per farsi perdonare, e ne approfittò per lanciarsi nella descrizione degli innumerevoli fastidi che comportava il fatto di crescere dei figli. Gli raccontò anche aneddoti divertenti, come quando avevano riempito di carbone un bellissimo cestino cinese per i fiori e l’avevano piazzato in bella vista nel tokonoma; o quando gli avevano fatto lo scherzo di versare dell’acqua in un suo stivale e metterci dentro un pesce rosso. Tutte cose inaudite per Sōsuke. Sakai continuò dicendo che siccome aveva più figlie femmine che maschi spendeva una fortuna in vestiti, anche perché quando si assentava per un paio di settimane al ritorno trovava tutti quanti più alti di mezza spanna... Al punto che aveva l’impressione di essere tallonato dagli eventi, tanto più che entro qualche anno le figlie si sarebbero sposate e lui avrebbe dovuto svenarsi per provvedere al loro corredo, cosa che lo avrebbe di sicuro ridotto in miseria. Sōsuke però, che di figli non ne aveva, non riusciva davvero a compatirlo. Al contrario lo invidiava, anche perché Sakai, nel lamentarsi che i bambini creavano soltanto problemi, non sembrava per niente infastidito, anzi, tutto in lui esprimeva compiacimento. Sōsuke attese il momento propizio per domandare al padrone di casa se poteva mostrargli il famoso paravento di Hōitsu, quello che aveva appena comprato. Accettando immediatamente la sua richiesta, Sakai batté le mani per chiamare una serva, alla quale ordinò di andare a prendere il paravento nel magazzino in cui era stato riposto al sicuro. «Fino all’altro giorno era ancora qui» proseguì rivolto a Sōsuke, «ma i bambini lo usavano per giocare a nascondino e fare i loro soliti scherzi, così l’ho messo via per paura che lo rovinassero, sarebbe stato un peccato». A queste parole di Sakai Sōsuke si pentì di avergli chiesto di tirar fuori il paravento, causando


tanto disturbo. A dir la verità non nutriva una gran curiosità per quell’oggetto, e gli era quasi passata la voglia di vederlo. Inoltre, una volta saputo se fosse o no il suo, cosa ci avrebbe guadagnato? A ogni modo il suo desiderio venne esaudito e il paravento ben presto venne portato fino alla sala attraverso l’engawa e posato davanti a lui. Come previsto, era proprio quello che fino a poco tempo prima si trovava in casa sua. Scoprendo questo fatto, Sōsuke non provò una particolare emozione, perché, rivedendo il paravento nell’ambiente in cui ora si trovava – tatami nuovi, soffitto di legno pregiato, oggetti d’arte esposti nel tokonoma, bei motivi dipinti sui fusuma – e considerando l’estrema attenzione con la quale due serve l’avevano trasportato dal magazzino, gli parve che avesse acquisito un valore dieci volte superiore a quello che aveva quando era suo. Non trovando le parole giuste da dire, rimase in silenzio, incapace di posare uno sguardo nuovo su quell’oggetto che gli era familiare. Il padrone di casa però fraintese, prese Sōsuke per un esperto. Si alzò e accarezzando il bordo del paravento spostò più volte gli occhi da questo al viso del suo ospite, ma poiché Sōsuke continuava a non pronunciarsi alla fine disse: «È assolutamente autentico. L’origine è garantita». «Sì, certo» si limitò a rispondere Sōsuke. Allora il padrone di casa andò a mettersi alle sue spalle e da lì prese a dare spiegazioni, indicando col dito diversi punti del paravento. «Hōitsu, appartenendo a una facoltosa famiglia di signori feudali, poteva permettersi di usare materiali e colori di ottima qualità, e nella quantità che voleva, il che era d’altronde la sua caratteristica». Il colore in effetti era splendido, e a Sōsuke le osservazioni di Sakai, anche se molte delle cose che diceva erano risapute, suonavano nuove. Appena se ne presentò l’occasione, Sōsuke ringraziò il padrone di casa e tornò a sedersi sul suo cuscino. Anche Sakai riprese il suo posto, e i due uomini si misero a parlare di poesia – dello Shūi waka shū2 e roba del genere – e di calligrafia. Sakai sembrava interessarsi molto sia ai diversi stili di scrittura che agli haiku. Sapeva tutto, c’era da chiedersi dove avesse trovato il tempo per stipare tante nozioni nella sua testa. Vergognandosi della propria ignoranza, Sōsuke evitava di pronunciarsi e si limitava ad ascoltare quello che l’altro aveva da dire. Vedendo che il suo ospite aveva conoscenze limitate in campo letterario, il padrone di casa portò di nuovo la conversazione sull’argomento pittura. Si offrì persino di mostrare a Sōsuke la sua collezione di dipinti su seta, «benché non valga granché» aggiunse modestamente. Sōsuke dovette rifiutare quell’offerta che gli veniva fatta con tanta gentilezza. Piuttosto, chiese scusandosi per la sua indiscrezione, poteva sapere a che prezzo il signor Sakai si era procurato quel paravento? «Oh, è stato un colpo di fortuna. L’ho pagato ottanta yen» disse il padrone di casa. Seduto davanti a lui, Sōsuke era indeciso se dirgli o meno la verità. Alla fine, pensando che quella rivelazione sarebbe stata interessante per Sakai, decise di raccontargli tutta la storia per filo e per segno. Sakai ascoltava meravigliato, intervenendo ogni tanto con qualche «Ah!» o qualche «Oh!» «Allora non è per amore della pittura che è venuto a trovarmi!» disse alla fine, e scoppiò a ridere con l’aria di trovare divertente il malinteso. E aggiunse che era davvero un peccato che Sōsuke non avesse venduto direttamente il paravento a lui per un prezzo adeguato. Per finire, ne disse di tutti i colori sul rigattiere, che definì un delinquente. Da quel giorno il rapporto fra Sōsuke e Sakai divenne molto più confidenziale.


1

. Bambole tradizionali che vengono esposte in occasione della festività detta hina-matsuri (festa delle bambole hina), dedicata alle bambine. Su una struttura piramidale di cinque o sette piani sono disposti una coppia che raffigura l’imperatore e l’imperatrice, poi via via nei piani sottostanti tre dame di corte, cinque musicisti, due consiglieri e tre servi, oltre a vari oggetti simbolici. 2

. Raccolta di circa 1350 poesie compilata nel 1006-1007, probabilmente dall’ex imperatore Kazan.


10. Sia la zia che Yasunosuke non si erano più fatti vedere a casa di Sōsuke. Né quest’ultimo aveva il tempo o la voglia di andare fino a Kōjimachi per far loro visita. Avevano un bell’essere parenti, era come se vivessero sotto cieli diversi. Soltanto Koroku si recava ogni tanto a trovare i Saeki, ma anche lui con poca assiduità. Inoltre, quando tornava a casa, di solito non raccontava nulla della zia e del cugino alla cognata. Oyone si domandava se Koroku tacesse intenzionalmente, ma non avendo da parte sua alcun motivo di interessarsi ai Saeki, in realtà era contenta di non sentirne parlare. Le capitava tuttavia di cogliere qualche frase nelle conversazioni tra il ragazzo e Sōsuke. Una settimana prima Koroku aveva raccontato al fratello che Yasunosuke aveva mille difficoltà a mettere in pratica una nuova invenzione. Si trattava di un congegno che permetteva di stampare in modo chiaro i caratteri senza usare inchiostro e, da quel poco che aveva sentito, doveva essere un macchinario veramente eccezionale. Essendo un argomento di conversazione complesso che non presentava per lei la minima attrattiva, Oyone, com’era sua abitudine in questi casi, aveva ascoltato in silenzio senza intervenire. Sōsuke invece, mosso da curiosità tipicamente maschile, aveva chiesto come fosse possibile imprimere qualcosa senza usare l’inchiostro, e tanti altri dettagli. Koroku, che non aveva conoscenze specifiche in materia, ovviamente non poteva dargli risposte precise. Si era limitato a ripetere le parole di Yasu, sforzandosi di ricordarle. Si trattava di una tecnica di stampa inventata di recente in Inghilterra che ricorreva semplicemente all’uso dell’elettricità, nulla di più. A sentire Koroku, bastava collegare uno dei due poli elettrici ai caratteri di stampa e l’altro a un foglio di carta, poi schiacciare il foglio sui caratteri, ed ecco fatto! Il colore normalmente era nero ma, poiché un procedimento speciale permetteva di ottenere anche il rosso o il blu, c’era l’enorme vantaggio, nel caso di una stampa a colori, di economizzare il tempo di essiccazione delle tinte. Se i giornali avessero usato questo sistema, avrebbero risparmiato sia la spesa dell’inchiostro che quella dei rulli, e ridotto il lavoro di almeno un quarto; cosa che faceva di questa tecnica un’invenzione promettente, concluse Koroku ripetendo parola per parola il discorso di Yasu. E dal suo tono, dal modo in cui gli brillavano gli occhi, sembrava che quella tecnica promettente Yasu la tenesse già in pugno, e che all’ombra dello straordinario futuro del cugino lui vedesse il proprio, altrettanto glorioso. In quell’occasione Sōsuke aveva ascoltato il fratello con aria indifferente, e dopo non aveva fatto commenti. Ai suoi occhi quell’invenzione poteva valere qualcosa come rivelarsi un’idiozia, ma finché non fosse stata applicata, non si poteva esprimere un giudizio né favorevole né contrario. «Allora ha rinunciato al progetto dei pescherecci?» chiese Oyone, che fino a quel momento non aveva fiatato, intervenendo per la prima volta. «No, non ha rinunciato, ma ci sono molte spese, e per quanto vantaggioso sia non è facilmente realizzabile da chiunque» rispose Koroku. Parlava come se rappresentasse gli interessi del cugino. La discussione proseguì per qualche minuto, finché Sōsuke disse: «Mah, qualunque progetto uno abbia, non è facile mandarlo in porto!» «Già, la cosa migliore sarebbe avere tanti soldi come il signor Sakai e fare la bella vita!» aggiunse Oyone. A quel punto Koroku si alzò e se ne andò nella sua stanza. Era solo in occasioni come questa che Sōsuke e la moglie riuscivano a sapere qualcosa dei Saeki, altrimenti le settimane passavano senza che le due famiglie avessero notizie l’una dell’altra. «Credi che Koroku riceva un po’ di soldi da Yasunosuke quando va a trovarlo?» chiese una volta


Oyone al marito. «Perché?» rispose a quella domanda inattesa Sōsuke, che fino ad allora non aveva prestato molta attenzione al fratello. «Be’, negli ultimi tempi è capitato più volte che tornasse a casa ubriaco». «Magari Yasu gli offre da bere perché lo ascolti blaterare delle sue invenzioni o dei suoi futuri guadagni!» disse Sōsuke ridendo. Il discorso non andò oltre. Due o tre sere dopo, di nuovo Koroku all’ora di cena non era ancora tornato a casa. Sōsuke lo aspettò per un poco, poi disse che aveva fame e iniziò a mangiare, ignorando gli scrupoli della moglie, secondo la quale il fratello poteva essersi semplicemente attardato ai bagni pubblici. «Dovresti veramente dirgli di smettere di bere» fece allora Oyone in tono deciso. «È tanto grave?» chiese Sōsuke, leggermente sorpreso. Oyone si sentì obbligata ad ammettere che no, che la cosa non era poi drammatica. Però era preoccupante, perché succedeva che Koroku tornasse a casa paonazzo anche in pieno giorno, quando in giro non c’era nessuno. Sōsuke lasciò cadere l’argomento, ma in cuor suo si domandò se la moglie non avesse ragione, se Koroku non chiedesse in prestito o non ricevesse dei soldi che poi spendeva in bevande alcoliche, per le quali peraltro non aveva mai avuto una particolare inclinazione. Intanto la fine dell’anno si stava avvicinando, e il buio aveva ormai invaso due terzi del giorno. Il vento soffiava di continuo, con un rumore che metteva tristezza solo a sentirlo. Koroku, che non sopportava più di passare le giornate chiuso nella sua stanza, più rifletteva sulla sua situazione, più si sentiva depresso. Parlare con sua cognata nel chanoma gli era ancora più sgradevole. Così era obbligato a uscire. Andava a trovare gli amici, girando a piedi di casa in casa. Questi all’inizio lo accoglievano con la consueta cordialità, parlavano delle solite cose che interessano agli studenti. Anche quando gli argomenti erano esauriti, però, Koroku tornava a trovarli. Finché tutti capirono che lo faceva perché si annoiava e lo giudicarono uno di quei tipi che ripetono sempre le stesse cose. Cominciarono ad addurre pretesti: non avevano tempo, dovevano preparare le lezioni... Koroku era sconcertato di vedersi trattare dagli amici come un pelandrone. Eppure non riusciva a tornare a casa per leggere o studiare. Insomma, a causa sia dell’agitazione interiore che degli ostacoli esterni, non aveva la possibilità né di acquisire le conoscenze, né di fare gli sforzi necessari a un ragazzo di quell’età per diventare un adulto indipendente. Ciononostante gli succedeva, quando una pioggia fredda cadeva di traverso o il fango riempiva le strade allo sciogliersi della neve, di restare in casa, seppure a malincuore, per non bagnarsi il kimono o non inzaccherarsi le calze. In tali giornate ogni tanto emergeva dalla sua stanza, l’aria depressa, per andare lentamente a sedersi davanti al braciere e bere un po’ di tè. E dato che trovava lì la cognata, non poteva evitare di scambiare con lei qualche parola. «Ti piace il sakè, Koroku?» gli chiese una volta Oyone. E in un’altra occasione: «È quasi Capodanno, quante ciotole di zōni pensi di poter mangiare?» A poco a poco queste conversazioni si fecero più frequenti, e una certa confidenza cominciò a instaurarsi tra i due cognati. Tanto che Koroku prese l’abitudine di chiedere di sua spontanea volontà dei piccoli favori a Oyone: «Potreste dare due punti a questo, per piacere?» le domandava, poi si sedeva di fianco a lei e la guardava ricucire una manica del suo haori stampato. Oyone, se al posto di Koroku ci fosse stato il marito, non ci avrebbe trovato nulla di strano, era abituata a lavorare in silenzio accanto a lui, ma trattandosi del cognato non riusciva a non parlargli, l’indifferenza non era nel suo carattere. Di conseguenza si sforzava di conversare. L’argomento era sempre lo stesso, quello che preoccupava tanto Koroku e tornava di continuo sulle sue labbra: cosa gli conveniva fare per il suo avvenire?


«Ma, Koroku, sei ancora giovane! Qualunque cosa tu voglia intraprendere, hai tutta la vita davanti. È tuo fratello che non ha un futuro. Non hai motivo di preoccuparti così». Oyone aveva cercato un paio di volte di consolarlo con queste parole. La terza volta gli chiese: «Scusa, ma Yasunosuke non si è impegnato ad aiutarti l’anno prossimo?» Il viso di Koroku assunse un’espressione dubbiosa. «È quello che ha in mente, e se le cose andranno come dice, non ci saranno problemi. Ma riflettendoci su mi sono fatto l’idea che la realtà non corrisponda sempre alle sue aspettative. Anche l’affare dei pescherecci, pare che non avanzi poi tanto bene». Oyone confrontò l’aria sconfortata che Koroku aveva adesso con l’atteggiamento aggressivo, a volte quasi isterico, carico di profonda frustrazione per qualche oscuro motivo, che ostentava quando tornava a casa ubriaco. Quel ragazzo le faceva pena, e al tempo stesso le pareva un po’ buffo. «Sai, se tuo fratello avesse dei soldi, ti permetterebbe di fare tutto quello che vuoi, ma purtroppo...» Erano parole sentite, con le quali cercava di esprimergli la propria partecipazione alla sua angoscia. Nel tardo pomeriggio Koroku, che gelava dal freddo, si avvolse in un cappotto e uscì, ma poco dopo le otto rientrò, e davanti al fratello e alla cognata tirò fuori dalla manica del kimono un pacchetto bianco, lungo e stretto. «Con questo freddo mi è venuta voglia di soba, li ho comprati uscendo da casa dei Saeki» disse. E mentre Oyone scaldava l’acqua, si mise a grattugiare del tonno secco. «Per fare il brodo» spiegò. La sera stessa Sōsuke e la moglie ebbero le ultime notizie riguardanti i Saeki: il matrimonio di Yasunosuke era stato rimandato alla primavera. Considerato che le trattative erano iniziate poco dopo la laurea di lui, erano già ben avanzate quando la zia aveva detto a Koruku, appena tornato dalle vacanze, che non avrebbe più potuto sovvenzionare i suoi studi. Sōsuke, non avendo ricevuto alcuna comunicazione ufficiale, ignorava quando esattamente fossero stati stipulati gli accordi, ma sulla base di quello che raccontava a volte Koroku dopo essere stato dai Saeki, presumeva che le nozze si sarebbero celebrate entro la fine dell’anno. Oltre a questo sapeva, sempre tramite Koroku, che il padre della ragazza lavorava in una ditta privata, che la famiglia conduceva una vita agiata, che lei aveva studiato al Jōgakukan1 e aveva molti fratelli e sorelle. Ad averne visto il viso in fotografia, però, era soltanto Koroku. «È carina?» aveva chiesto Oyone. «Sì, piuttosto» aveva risposto il ragazzo. Quella sera, in attesa che i soba fossero pronti, Sōsuke, Oyone e Koroku discussero dei motivi per cui la cerimonia di nozze era stata rimandata. Oyone fece l’ipotesi che gli auspici non fossero favorevoli. Sōsuke disse che probabilmente non c’era abbastanza tempo per i preparativi. Solo Koroku suggerì una ragione concreta, con un pragmatismo insolito per lui: «No, dev’essere per necessità materiale» disse. «Quella ragazza viene da una famiglia facoltosa abituata all’abbondanza, la zia non può cavarsela con una cerimonia modesta».

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. Famoso liceo femminile di Tokyo per ragazze di buona famiglia.


11. Oyone aveva cominciato ad accusare debolezza verso la metà dell’autunno, quando le foglie degli aceri prendono un colore rosso cupo e cominciano ad appassire. In passato, con l’eccezione del periodo trascorso a Kyoto, non era mai stata in buona salute, soprattutto durante gli anni in cui aveva vissuto a Hiroshima e a Fukuoka, e da quando si era trasferita a Tokyo la situazione sotto questo punto di vista era rimasta invariata. Che l’acqua della sua città natale non fosse adatta a lei? Era una domanda che per un certo periodo Oyone si era posta con una certa apprensione. Poi a poco a poco c’era stato un miglioramento. Sōsuke non aveva più avuto motivo di allarmarsi se non rare volte nel corso di un anno, e la coppia era riuscita a condurre una vita tranquilla: lui andava e veniva dall’ufficio, mentre in sua assenza lei badava alla casa. Quindi Oyone non si era preoccupata più di tanto quando verso la fine dell’autunno, nella stagione in cui il vento trasporta una brina impalpabile che trafigge la pelle, aveva ricominciato a sentirsi male. All’inizio non l’aveva nemmeno detto al marito. E quando lui se n’era reso conto e l’aveva esortata a consultare un medico, non si era lasciata convincere facilmente. Proprio a quell’epoca Koroku si era trasferito da loro. Sōsuke osservava la moglie e, notando quanto il suo stato fisico e nervoso fosse indebolito – cosa di cui lui solo, che era suo marito, poteva accorgersi –, deplorava il fatto che in casa, a rendere la situazione più complessa, ci fosse una persona in più. Ma come avrebbe potuto evitarlo? Non aveva altra scelta che accettare il corso degli eventi. Si era così limitato a dare alla moglie, con un certo imbarazzo, il consiglio contraddittorio di affaticarsi il meno possibile. «Ma stai tranquillo, andrà tutto bene» gli aveva risposto Oyone con l’accenno di un sorriso. Queste parole non fecero che rendere Sōsuke ancora più inquieto. Tuttavia, da quando Koroku viveva con loro, le condizioni di Oyone stranamente erano migliorate. Forse a causa del sovrappiù di responsabilità, sembrava aver trovato una maggiore forza d’animo, e si occupava del marito e del cognato con insolita energia. Koroku ovviamente non se ne rendeva conto, ma Sōsuke sapeva bene quanti sforzi straordinari stesse facendo Oyone. In cuor suo provava nei confronti della moglie, che si prodigava tanto per tutti, un nuovo senso di gratitudine, ma al tempo stesso temeva che quella accresciuta tensione le causasse prima o poi qualche malanno. Disgraziatamente, quel timore si trasformò di colpo in realtà poco dopo il 20 di dicembre, e Sōsuke, quasi che la miccia della sua angoscia avesse preso fuoco, ne fu sconvolto. Quel giorno il cielo era nascosto da spessi strati di nuvole fin dal mattino, e il freddo era intenso e opprimente. Oyone aveva dormito male, ma nonostante il mal di testa dovuto alla mancanza di sonno si era messa pazientemente al lavoro. A forza di muoversi, alzarsi e abbassarsi, cominciò a sentire delle fitte lancinanti nel cervello, ma piuttosto che distendersi e arrendersi alla propria emicrania, preferì tener duro, cercando un po’ di sollievo nella luce esterna. In ogni caso, fino al momento di salutare il marito che si recava al lavoro, sopportò coraggiosamente il dolore, dicendosi che col trascorrere delle ore sarebbe passato, come avveniva di solito. Una volta uscito Sōsuke, Oyone si rilassò un poco mentre svolgeva le sue mansioni, ma gradualmente il brutto tempo cominciò a pesare sul suo spirito. Guardare il cielo le dava un senso di gelo, ma il freddo sembrava penetrare anche all’interno della casa impregnando la carta livida degli shōji. Si sentiva bruciare la testa, bruciare sempre più. Alla fine si rassegnò a tirar fuori il futon che aveva riposto nell’armadio a muro al mattino, distenderlo nella sala e sdraiarvisi. Ciononostante il dolore restava insopportabile, così chiamò la serva perché le portasse una pezzuola bagnata da posare sulla fronte. Ma la pezzuola diventava


subito calda e occorreva cambiarla spesso, così chiese a Kiyo di metterle accanto una bacinella d’acqua fredda. Fino a mezzogiorno Oyone cercò di rinfrescarsi la testa con questo mezzo di fortuna ma, non traendone alcun sollievo, non ebbe la forza di alzarsi per pranzare insieme a Koroku. Distesa sul suo futon, disse a Kiyo di preparare la tavola ed esortò il cognato a sedersi. Poi si fece portare il morbido cuscino che usava il marito e lo mise al posto del suo, molto più duro. Le era venuto meno anche quel coraggio che induce le donne a sopportare qualunque disagio pur di non rovinarsi la pettinatura. Koroku uscì dalla sua stanza, aprì uno spiraglio tra i fusuma della sala e, vedendo Oyone distesa a occhi chiusi, voltata a metà verso il tokonoma, pensò che stesse dormendo. Richiuse i fusuma senza dire una parola e prese posto da solo davanti alla grande tavola: subito lo si udì mischiare il tè al riso. Verso le due Oyone, che era finalmente riuscita a dormire un po’, svegliandosi si accorse che la pezzuola sulla fronte era calda e quasi asciutta. In compenso il mal di testa era un po’ diminuito. Però un dolore nuovo, che andava dalla spalla alla spina dorsale, la faceva soffrire. Dicendosi che in ogni caso doveva farsi forza, si alzò e mangiò qualcosa, nonostante fosse già tardi. «Come state, adesso, signora?» le chiese con apprensione Kiyo mentre la serviva. Oyone, che si sentiva molto meglio, le disse che poteva togliere di mezzo il futon, poi si sedette accanto al braciere e attese il ritorno del marito. Sōsuke rientrò all’ora solita e le raccontò che nelle strade del quartiere di Kanda i negozi avevano già messo fuori le banderuole che annunciavano le vendite di fine anno, e che al mercato avevano teso delle strisce di tela bianche e rosse, e fatto venire la banda musicale per creare un’atmosfera festiva. «C’è molta allegria, sai? Dovresti farci un salto anche tu. Col tram non ci vuole niente» suggerì alla moglie. Aveva la faccia arrossata, come rosa dal freddo. Toccata dalle attenzioni che il marito aveva per lei, Oyone non se la sentì di dirgli che era stata male. Tanto più che il peggio sembrava passato. Così fece finta di nulla e come ogni sera aiutò Sōsuke a cambiarsi e piegò con cura la sua giacca e i suoi pantaloni. Poco prima delle nove Oyone tutt’a un tratto si volse verso il marito e gli disse che sarebbe andata a dormire prima di lui perché non si sentiva molto bene. Sōsuke rimase sorpreso dalle parole della moglie, che fino a quel momento aveva conversato con il consueto buonumore; tuttavia, quando lei gli assicurò che non era nulla di grave, si tranquillizzò e le consigliò di prepararsi subito per la notte. Dopo che Oyone si fu coricata, Sōsuke rimase per una ventina di minuti ad ascoltare il mormorio del bollitore sul braciere, nella notte quieta illuminata dalla lampada a stoppino rotondo. Gli tornò in mente la voce che circolava, secondo la quale gli impiegati pubblici avrebbero ricevuto un aumento di stipendio con l’anno nuovo. Aveva anche sentito dire che prima, però, ci sarebbe stata una riorganizzazione che avrebbe comportato uno sfoltimento del personale. Si chiese preoccupato se avrebbero licenziato pure lui. Rimpianse che Sugihara, che l’aveva chiamato a Tokyo, non fosse più caposezione al ministero. Poi pensò che da quando si era trasferito nella capitale, non essendosi mai ammalato, non si era assentato dal lavoro neanche una volta. Era vero che non aveva un livello di cultura molto elevato, non avendo più letto quasi niente dopo aver smesso gli studi, ma non era stupido al punto da non poter svolgere in modo corretto le sue mansioni in ufficio. Considerati tutti questi argomenti, si convinse che non rischiava nulla. Si mise a picchiettare con le unghie il bollitore di metallo. In quel momento sentì la voce sofferente di Oyone che lo chiamava dalla sala – «Puoi venire un momento?» – e balzò in piedi.


Quando fu accanto a lei, la trovò distesa a metà fuori dal futon, le sopracciglia aggrottate, la mano destra premuta contro la spalla. Quasi meccanicamente posò la propria mano sullo stesso punto, appena al di sopra di quella della moglie, e strinse forte l’osso. «Un poco più indietro» si lamentò Oyone. Per trovare il punto che lei diceva, dovette spostare la mano due o tre volte. Tastando con le dita, constatò che la parte incavata tra la spalla e il collo, vicino alla colonna vertebrale, era dura come la pietra. Oyone lo pregò di premere lì con tutta la forza che aveva in corpo. Per lo sforzo, Sōsuke grondava sudore dalla fronte. Malgrado ciò, la pressione che riusciva a esercitare non era sufficiente ad alleviarle il dolore. Gli venne in mente un’espressione d’altri tempi, “il colpo della spalla”. Quando era piccolo, suo nonno gli aveva raccontato di un samurai che una volta, mentre si recava da qualche parte a cavallo, improvvisamente aveva avvertito il cosiddetto “colpo della spalla”; allora era sceso di sella in fretta, aveva sguainato la spada corta e si era trafitto la spalla facendone sgorgare il sangue, scampando così per un pelo alla morte, pareva. Quella storia gli tornò alla memoria con estrema chiarezza. Bisogna far qualcosa, pensò, incapace di decidere se dovesse o meno afferrare un coltello e incidere la spalla della moglie. Nel frattempo Oyone, cui il sangue era salito alla testa, era diventata rossa fino alle orecchie. Quando Sōsuke le chiese se la testa le bruciasse, rispose di sì con voce sofferente. Sōsuke allora gridò a Kiyo di riempire di acqua fredda una borsa da ghiaccio e portarla subito. Ma in casa non c’erano borse da ghiaccio, così la ragazza, come aveva fatto il mattino, accorse con una bacinella in cui erano immerse delle pezzuole. Mentre lei posava una dopo l’altra le pezzuole fresche sulla fronte di Oyone, Sōsuke continuava a premere sulla spalla della moglie con tutte le sue forze. Ogni tanto le domandava se stesse meglio, ma lei rispondeva con un filo di voce che aveva sempre male. Sōsuke era disperato. Provava l’impulso di precipitarsi fuori a chiamare il dottore, ma l’inquietudine stessa gli toglieva il coraggio di fare un solo passo oltre la porta. «Kiyo, svelta, corri a comprare una borsa da ghiaccio e poi dal dottore! È ancora presto, lo troverai alzato». Kiyo si alzò immediatamente. «Sono le nove e un quarto» disse gettando un’occhiata all’orologio del chanoma, e si affrettò verso l’uscita di servizio. Mentre cercava ansiosamente i suoi geta comparve Koroku, che per fortuna stava tornando a casa in quel momento. Com’era sua abitudine, fece per andare direttamente in camera sua senza salutare il fratello, ma Sōsuke lo bloccò: «Ehi, Koroku!» gli gridò. Il ragazzo si fermò nel chanoma, incerto, ma sentendosi di nuovo chiamare dal fratello in tono imperioso, rispose a bassa voce sporgendo il viso nella sala: intorno agli occhi aveva un alone rosso, segno che la sbronza non gli era ancora passata. Guardò dentro la stanza e per la prima volta parve sorpreso. «Cosa succede?» domandò, ritrovando in un attimo la lucidità. Sōsuke ripeté l’ordine che aveva appena dato a Kiyo, dicendogli di fare in fretta. Koroku, che non si era ancora tolto il cappotto, si diresse di nuovo verso l’ingresso. «Sì, ma anche correndo a perdifiato ci metterei troppo tempo per andare dal medico. Faccio prima a telefonargli da casa dei Sakai e chiedergli di venire subito». «Va bene, fai così» rispose Sōsuke. In attesa che Koroku tornasse, chiese più volte a Kiyo di cambiare l’acqua nella bacinella, mentre lui continuava come un ossesso a premere e massaggiare la spalla della moglie. Non tollerando di vederla soffrire senza poter fare nulla, cercava in questo modo di tenere la mente occupata. Quei minuti passati ad attendere il medico, sperando di sentirlo arrivare da un momento all’altro,


furono per Sōsuke i più angoscianti della sua vita. Massaggiando la spalla di Oyone, tendeva spasmodicamente l’orecchio ai rumori all’esterno. Quando finalmente il medico arrivò, fu come se fosse giunta l’alba. Il dottore mostrò la calma che esigeva la sua professione. La piccola borsa posata accanto a sé, iniziò a esaminare la paziente senza fretta, quasi Oyone soffrisse di una malattia cronica. Nel vedere che sul suo viso non c’era traccia di apprensione, anche Sōsuke sentì placarsi l’affanno che gli opprimeva il petto. Il dottore raccomandò, come prime cure d’urgenza, di fare a Oyone dei cataplasmi di karashi sulla parte dolorante, di tenerle sempre i piedi avvolti in un asciugamano ben caldo e di rinfrescarle la testa col ghiaccio. Poi si mise lui stesso a preparare il cataplasma e lo applicò sulla malata, dalla spalla alla nuca. Sōsuke le posò la borsa del ghiaccio sulla fronte, sopra un fazzoletto, mentre Koroku e Kiyo pensavano agli asciugamani caldi. Nel frattempo era passata circa un’ora. Il dottore si sedette accanto a Oyone, dicendo che sarebbe rimasto al suo capezzale per vedere come evolveva la situazione. Ogni tanto scambiava qualche parola con Sōsuke, ma per la maggior parte del tempo i due uomini si limitarono a osservare in silenzio le condizioni della malata. La notte si faceva più profonda nella quiete abituale. «Certo che si gela» disse a un certo punto il dottore. Sōsuke, che si sentiva desolato per lui, si fece spiegare come doveva regolarsi nelle ore seguenti e lo esortò a tornare a casa senza indugi. Le condizioni di Oyone sembravano migliorate. «Sì, penso che ormai non corra più pericolo. Le prescriverò un sedativo, glielo dia questa notte. La farà dormire» disse il dottore, e se ne andò. Koroku uscì di corsa dietro di lui e lo accompagnò per farsi consegnare il farmaco. «Che ore sono?» chiedeva intanto Oyone, sollevando lo sguardo sul marito rimasto al suo capezzale. Il suo viso non era più congestionato, ora il sangue si era ritirato dalle guance, che alla luce della lampada apparivano livide. Sōsuke pensò che fossero i capelli neri, scompigliati, a creare quell’impressione, e le scostò delicatamente qualche ciocca dalle tempie. «Ti senti un po’ meglio?» le domandò. «Sì, molto meglio» rispose Oyone con il suo solito lieve sorriso. Seppur sofferente, non dimenticava di sorridere a Sōsuke. Nel chanoma si sentiva russare la serva, che era crollata addormentata. «Di’ a Kiyo che può andare a letto, per piacere» lo pregò Oyone. Era quasi mezzanotte quando Koroku tornò con il sedativo, e Oyone lo prese seguendo le prescrizioni del medico. Una ventina di minuti dopo dormiva. «Adesso sembra tranquilla» disse Sōsuke guardandola. Anche Koroku rimase un momento a vedere se tutto andava bene. «Sì, non c’è più pericolo» disse alla fine. I due fratelli decisero che non era necessario continuare a tenerle la borsa del ghiaccio sulla fronte. Dopo un po’ Koroku si ritirò nella sua stanza, mentre Sōsuke stese come sempre il suo futon accanto a quello della moglie e si addormentò. Cinque o sei ore dopo la notte invernale, col suo strascico di brina pungente come uno sciame d’aghi, lasciò posto all’alba. Trascorsa un’altra ora, il sole colorava già la superficie della terra e saliva trionfante nel cielo azzurro senza incontrare ostacoli. Intanto Sōsuke aveva già fatto colazione, e ben presto sarebbe dovuto uscire. Oyone però non dava segno di volersi svegliare. Sōsuke si chinò su di lei e ascoltò il suo respiro profondo nel sonno, incerto se recarsi in ufficio o meno.


12. Quel mattino era poi andato al lavoro come d’abitudine, ma le immagini della sera precedente gli tornavano di continuo davanti agli occhi, e l’inquietudine per la salute della moglie gli impediva di concentrarsi su quello che stava facendo, tanto che commise persino qualche errore stupido. Attese fino a mezzogiorno, poi decise di tornare a casa. Sul tram cercava di pensare solo cose positive: Oyone doveva essersi svegliata, di certo si sentiva molto meglio, non c’erano segni che potesse verificarsi un altro attacco... Contrariamente al solito, aveva preso il tram in un’ora in cui i passeggeri erano pochissimi, di conseguenza non aveva bisogno di preoccuparsi delle persone che aveva intorno e poteva inseguire le immagini che si formavano nella sua testa in tutta libertà. Nel frattempo arrivò al capolinea. Giunto davanti al cancello di casa, si rese conto che all’interno regnava un silenzio assoluto, come se non ci fosse anima viva. Aprì la porta, si tolse le scarpe, entrò, ma nessuno venne ad accoglierlo. Invece di andare direttamente nel chanoma passando dall’engawa, come faceva sempre, aprì subito i fusuma che davano sulla sala dove dormiva Oyone. Vide che non si era ancora svegliata. Su un vassoio in lacca rossa posato accanto a lei c’erano le bustine contenenti il sedativo e un bicchiere d’acqua pieno a metà, esattamente come li aveva lasciati al mattino. Anche la posizione di Oyone era la stessa: il capo voltato verso il tokonoma, la guancia sinistra e l’inizio del collo coperto da un sottile strato di karashi appena visibili. Il suo sonno era ancora tanto profondo che soltanto il respiro sembrava tenerla legata al mondo esterno. Tutto nella stanza era rimasto uguale all’immagine che Sōsuke aveva portato con sé quando era uscito di casa, senza il minimo cambiamento. Prima ancora di togliersi il cappotto, si chinò sulla moglie e ascoltò il soffio regolare della sua respirazione. Nulla indicava che stesse per svegliarsi. Sōsuke calcolò sulle dita quante ore erano trascorse da quando le aveva fatto prendere il sedativo la sera prima. Alla fine un’espressione d’ansia apparve sul suo viso. Mentre fino al giorno precedente si era preoccupato per le sue insonnie, adesso, vedendola dormire priva di coscienza tanto a lungo, cominciò a chiedersi se non ci fosse qualcosa che non andava. Posò la mano sul futon e scosse leggermente Oyone due o tre volte, facendo ondeggiare i suoi capelli sul cuscino, ma lei rimase profondamente addormentata. Rinunciando a svegliarla, Sōsuke andò in cucina passando dal chanoma. In un catino posato accanto al lavello c’erano ancora i piatti sporchi, delle tazze da tè e delle ciotole di legno laccato. Gettò un’occhiata nella camera della serva: davanti al tavolino sul quale aveva mangiato, Kiyo si era addormenta con la testa sul contenitore del riso. Allora Sōsuke andò fino alla stanza di sei tatami e socchiuse la porta: anche Koroku dormiva, imbacuccato in una trapunta che si era tirato sopra la testa. Sōsuke si cambiò, piegò i vestiti che si era tolto – senza l’aiuto di nessuno, questa volta – e li ripose nell’armadio, quindi attizzò il fuoco nel braciere e mise l’acqua a bollire. Dopo essere rimasto qualche minuto appoggiato al braciere a riflettere sul da farsi, si alzò e andò a chiamare Koroku. Poi fu il turno di Kiyo. Sia l’uno che l’altra, svegliati di soprassalto, balzarono subito in piedi. Alla domanda se Oyone fosse stata bene durante la mattinata, Koroku rispose che fino alle undici e mezzo – quando lui era tornato a dormire, a stomaco vuoto, perché cascava dal sonno – Oyone era rimasta profondamente addormentata. «Senti, vai dal medico. Digli che da ieri sera, da quando ha preso quel farmaco, Oyone dorme e non si è ancora svegliata. Chiedigli se è normale» gli ordinò Sōsuke. «D’accordo» rispose laconico Koroku e uscì. Sōsuke tornò nella sala e osservò il viso della moglie. Non sapendo se fosse meglio destarla o se questo avrebbe potuto nuocerle, incrociò le


braccia, al colmo dell’indecisione. Koroku non tardò a tornare, riferendo che il dottore stava giusto per iniziare il suo giro di visite: dopo aver ascoltato quanto lui gli aveva detto, aveva promesso di venire subito a vedere Oyone, sarebbe stata la seconda o la terza paziente. «In attesa che arrivi, possiamo lasciarla dormire?» chiese ancora Sōsuke. «Su questo non si è pronunciato» rispose Koroku. Rassegnato, Sōsuke tornò a sedersi presso la malata, pensando in cuor suo che sia il fratello che il medico si mostravano ben poco partecipi. La sua irritazione crebbe al ricordo che la sera prima, mentre si occupava di Oyone, aveva visto Koroku tornare a casa con la faccia alterata dall’alcol. Quando la moglie lo aveva avvertito che Koroku beveva, lo aveva tenuto d’occhio e, constatando che in effetti si comportava in maniera indecorosa, si era detto che prima o poi avrebbe dovuto fargli una lavata di capo, ma fino ad allora se ne era astenuto per evitare a Oyone il dispiacere di vederlo litigare col fratello. Se gli devo parlare, si disse, meglio adesso mentre lei dorme. Così possiamo insultarci l’un l’altro senza che la cosa abbia conseguenze sui suoi nervi, perlomeno. A questo punto delle sue riflessioni, posando lo sguardo sul volto privo di coscienza della moglie, cadde di nuovo in preda all’inquietudine e fu tentato di svegliarla subito, ma non riusciva a decidersi. In quel momento finalmente arrivò il medico. La borsa della sera prima stretta sotto il braccio, il dottore ascoltò, fumando e assentendo, il resoconto di Sōsuke, poi si voltò verso Oyone dicendo che l’avrebbe auscultata. Le prese il polso come faceva con tutti i pazienti e glielo tenne a lungo guardando nel frattempo il proprio orologio. Dopodiché le posò lo stetoscopio nero sul cuore e l’auscultò attentamente, spostando l’apparecchio di qua e di là. Alla fine estrasse dalla borsa uno specchietto con un buco rotondo nel centro e chiese a Sōsuke di dargli una candela. Non avendo candele in casa, Sōsuke ordinò a Kiyo di portare la lampada. Il dottore aprì gli occhi di Oyone, che era sempre addormentata, e diresse la luce riflessa dallo specchio fra le sue palpebre. La visita era finita. «Il sedativo ha avuto un effetto troppo forte» disse tornando a voltarsi verso Sōsuke. Poi, vedendo l’espressione che assumevano i suoi occhi, aggiunse immediatamente: «Non c’è alcun motivo di preoccuparsi. In casi come questo possono verificarsi conseguenze nefaste solo se il cuore o il cervello sono stati danneggiati, ma come ho appena appurato, né l’uno né l’altro presentano anomalie». A quelle parole, finalmente Sōsuke tirò un sospiro di sollievo. Prima di andarsene il medico spiegò che il sonnifero somministrato era un prodotto relativamente nuovo, in teoria meno dannoso degli altri, e che la sua efficacia variava molto a seconda del paziente. «Ma non è pericoloso lasciarla dormire finché non si sveglia?» chiese Sōsuke quando il dottore era già sulla soglia di casa. No, se non c’era un motivo particolare per farlo, non era necessario svegliarla, rispose il medico. Dopo che questi se ne fu andato, all’improvviso Sōsuke si rese conto di avere fame. Tornò nel chanoma e vide che l’acqua che aveva messo a scaldare stava bollendo. Chiamò Kiyo e le ordinò di portare in tavola, ma la ragazza assunse un’espressione contrita e rispose che non aveva ancora preparato nulla. In effetti, non era ancora l’ora di cena. Sōsuke si sedette a gambe incrociate accanto al braciere e si accontentò di quattro scodelle di riso inzuppato nell’acqua calda e di rosicchiare qualche radice sott’aceto.


13. Desiderando farsi tagliare i capelli per l’anno nuovo, Sōsuke andò dal barbiere, cosa che non faceva da settimane. Forse a causa delle festività, la bottega era affollata e da molte sedie arrivava il ticchettio delle forbici. Quel rumore risuonava alle orecchie di Sōsuke con lo stesso ritmo dell’agitazione frenetica che aveva visto nelle strade, dove la gente si affrettava come se fosse ansiosa di mettere fine alla stagione fredda e accogliere il più presto possibile l’arrivo della primavera. Mentre aspettava fumando vicino alla stufa, Sōsuke aveva l’impressione di venire trascinato suo malgrado nell’attività trepidante di una massa di gente con la quale non aveva alcun legame, e di essere obbligato volente o nolente a superare il Capodanno. Pur non avendo alcuna aspettativa per l’anno che stava per iniziare, si sentiva invitato quasi per burla a partecipare all’atmosfera generale e non poteva impedirsi di provare una certa eccitazione. La moglie era finalmente uscita dalla crisi che l’aveva colpita, e lui poteva di nuovo andare al lavoro senza stare in ansia per la situazione a casa. Come sempre in quel periodo, Oyone si dedicava alacremente ai preparativi in vista del Capodanno – preparativi che in confronto a quelli di altre famiglie erano poca cosa –, ma Sōsuke si predisponeva a passare le feste in maniera ancora più frugale del solito. Vedendo Oyone piena di energia, come resuscitata, si picchiettava il petto, con la sensazione che la spaventosa tragedia fosse indietreggiata di un passo. Ma il confuso timore che prima o poi tornasse, sotto qualche forma, a minacciare la sua famiglia, attraversava ogni tanto come un’ombra il suo spirito. Questa vaga angoscia si faceva più intensa davanti allo spettacolo di tanta gente che alla fine dell’anno pensava soltanto a godersi i piaceri della vita e si agitava nel vano tentativo di far scorrere in fretta le brevi giornate invernali. Sōsuke giungeva persino a desiderare di essere lasciato solo in quell’ultimo mese che soltanto per lui era buio e triste. Finalmente venne il suo turno di accomodarsi, e si ritrovò a osservare la propria immagine riflessa nello specchio freddo chiedendosi chi si nascondesse veramente dietro quel simulacro. Avvolto dal collo in giù in un telo bianco, non poteva vedere né il colore né il disegno del proprio kimono. A un certo punto si accorse che in fondo allo specchio era riflesso anche un canarino in gabbia che il barbiere teneva nella bottega. Appollaiato sul suo trespolo, l’uccellino saltellava. Quando uscì in strada, la testa aspersa di olio aromatico, inseguito dalla voce allegra del barbiere che lo ringraziava, nonostante tutto si sentì rinfrancato. Era stata Oyone a consigliargli di andare a farsi tagliare i capelli, dicendo che gli avrebbe giovato all’umore, e non si era sbagliata, pensò nell’aria fredda. Prima di tornare a casa passò da Sakai, perché doveva parlargli dell’imposta sulle condutture dell’acqua. Una serva venne ad accoglierlo e lo accompagnò fino al chanoma, oltrepassando la sala dove fino ad allora era sempre stato ricevuto. I fusuma della stanza erano aperti di due spanne, e al di là si sentivano ridere dei bambini. Come sempre, nella famiglia Sakai c’era allegria. Il padrone di casa sedeva a gambe incrociate davanti a un braciere di legno lucidissimo. La moglie, che si trovava poco più in là, accanto agli shōji sul lato dell’engawa, si voltò verso Sōsuke. Alla parete dietro Sakai era appesa una pendola nera lunga e stretta. A destra della pendola c’era solo il muro, a sinistra una vetrinetta dov’erano disposti diversi oggetti d’arte: pietre con degli ideogrammi incisi, calligrafie, ventagli privi del loro supporto... Insieme al padrone di casa e alla moglie, nella stanza c’erano due bambine sedute spalla contro spalla che indossavano identici kimono stampati dalle maniche strette. Una doveva avere dodici o


tredici anni, l’altra dieci. Sgranarono gli occhi alla vista di Sōsuke che era appena emerso dall’ombra dei fusuma, ma sia negli occhi che sulla bocca conservavano ancora traccia delle recenti risate. Guardandosi attorno, oltre alle bambine e ai genitori, Sōsuke vide, inginocchiato a rispettosa distanza nell’angolo più vicino all’ingresso, un uomo dall’aspetto curioso. Neanche cinque minuti dopo essere arrivato, venne a sapere che le risate udite entrando erano state provocate dalle domande e le risposte che si erano scambiati quello strano tipo e i Sakai. L’uomo aveva una chioma rossiccia e irsuta, come cosparsa di sabbia, e la pelle scura, probabilmente a causa della vita all’aria aperta, destinata con ogni probabilità a non ritrovare mai il colore originario. Indossava una camicia di cotone bianco con i bottoni di ceramica e una casacca imbottita in ruvida stoffa tessuta a mano, dal cui bavero pendevano lunghe cordicelle simili a quelle di una borsa – abbigliamento da cui si poteva dedurre che abitava in una lontana provincia montuosa e aveva raramente l’occasione di venire a Tokyo. Inoltre, malgrado il freddo, aveva le ginocchia nude e si asciugava la parte inferiore del viso con un fazzoletto che teneva infilato nella cintura in cotone spesso di un blu sbiadito. «Quest’uomo è venuto dall’antico feudo di Kai fino a Tokyo con un fagotto di stoffe sulla schiena!» lo presentò Sakai. L’uomo si voltò verso Sōsuke. «Gradirebbe comprarmene una, signore?» disse a mo’ di saluto. Pezze di seta, di raso e di organza bianca erano sparse ovunque sui tatami della stanza. A Sōsuke sembrò strano che quel tipo dalla parlata e dall’aspetto tanto buffi se ne andasse in giro con della merce così bella sulla schiena. La signora Sakai gli spiegò che nel villaggio dove viveva il mercante il terreno di lava vulcanica non permetteva di coltivare né riso né miglio, quindi per vivere la gente non poteva fare altro che piantare gelsi e allevare bachi da seta. Gli abitanti erano tanto poveri che a possedere una pendola era soltanto una famiglia, e i bambini che andavano alla scuola comunale solo tre, a quel che diceva l’uomo. «Lui è l’unico che sappia scrivere un ideogramma» concluse ridendo la moglie di Sakai. «È proprio così, signora» confermò il mercante di tessuti annuendo con aria molto seria. «Lassù, a saper leggere e scrivere ci sono solo io. È davvero un posto miserabile». Dispiegando davanti ai padroni di casa una stoffa dopo l’altra, l’uomo non faceva che ripetere: «Comprate, vi prego, comprate!» E quando loro protestavano che era troppo caro e chiedevano uno sconto, rispondeva con il suo buffo accento campagnolo: «Ma vale ben di più!», «Il prezzo è questo, altrimenti ci perdo», «Provi un po’ a soppesarla!» E tutti ridevano. Ancora una volta i padroni di casa sembravano avere del tempo da perdere, visto che si dilungavano, in parte scherzando, in discussioni col mercante di tessuti. «Dimmi, brav’uomo, quando te ne vai in giro così col tuo fagotto sulle spalle, qualche volta ti verrà fame e ti metterai a tavola, no?» domandò la signora. «Certo, con la pancia vuota non si può stare! Quando ho fame mangio». «E dove mangi?» «Dove? Be’, nei cha-ya, ovviamente!» Il padrone di casa chiese divertito che tipo di posti fossero questi cha-ya. Il mercante rispose che erano botteghe dove si serviva il tè e si poteva mangiare del riso. E fece di nuovo ridere tutti dicendo che a Tokyo il riso era così buono che quando aveva fame ne mangiava sempre tre o quattro scodelle, e per questo nelle locande non era il benvenuto e non ci andava volentieri. Alla fine il mercante vendette ai Sakai una pezza di seta a filo ritorto e una di garza bianca. Sōsuke pensò che era gente davvero fortunata, se poteva permettersi di comprare già alla fine dell’anno della garza per i mesi estivi.


«Lei non ne approfitta? Perché non compra qualcosa per un kimono da tutti i giorni per sua moglie...» gli suggerì a quel punto Sakai. La signora gli tenne manforte, spiegando che era un’ottima occasione per acquistare stoffe di qualità a basso prezzo. «Può pagare quando vuole» disse il mercante. Sōsuke si decise a comprare per Oyone una pezza di seta. Il padrone di casa discusse col mercante e fece abbassare il prezzo fino a tre yen. «Non ci guadagno niente, mi viene da piangere» si lamentò l’uomo dopo aver fatto lo sconto, il che suscitò di nuovo uno scoppio di risa. Pareva che dovunque andasse la sua parlata campagnola gli aprisse tutte le porte. Girando ogni giorno di casa in casa per tutta la città, a poco a poco vedeva alleggerirsi il suo fagotto, al punto che alla fine gli restavano soltanto il grande fazzoletto blu dove teneva la merce e la corda per legarlo. Quando arrivava il Capodanno dell’antico calendario1, se ne tornava al suo paese, dove attendeva la primavera fra i monti, per poi scendere di nuovo a valle con un altro carico di stoffe sulla schiena, tante quante riusciva a portarne. Entro la fine di aprile o l’inizio di maggio, epoca in cui l’allevamento dei bachi da seta esigeva molte cure, le cambiava con del denaro, quindi ripartiva per il suo lontano villaggio sepolto nella lava vulcanica all’ombra del Monte Fuji. «Ormai saranno quattro o cinque anni che passa da noi» disse la signora Sakai. «È sempre uguale, non cambia mai». «È davvero un personaggio curioso» commentò il marito. In quell’epoca in cui bastava non uscire di casa per tre giorni per scoprire che le strade del quartiere erano state allargate, o non leggere una volta il giornale per non essere più aggiornati sul percorso del tram, era veramente una cosa rara che un uomo conservasse intatte le sue caratterisiche montanare pur venendo due volte all’anno a Tokyo. Osservando il modo di parlare, l’atteggiamento e i vestiti del mercante di tessuti, Sōsuke provava pena per lui. Mentre tornava a casa dopo aver salutato i Sakai, spostando ogni tanto il pacchetto della stoffa che teneva sotto la mantellina, gli tornava di continuo davanti agli occhi l’uomo che gliel’aveva venduta per il modico prezzo di tre yen: la sua ruvida casacca di cotone blu imbottito, i capelli rossastri e irsuti che non avevano mai visto la brillantina, divisi in due, per chissà quale ragione, da una netta scriminatura nel bel mezzo del cranio. A casa, Oyone aveva finalmente finito di cucire lo haori che Sōsuke avrebbe indossato in primavera, e per stirarlo lo aveva messo sotto un cuscino sopra il quale si era poi seduta. «Stanotte distendilo sotto il tuo futon» disse al marito. Quando Sōsuke le raccontò dell’uomo della regione di Kai che aveva incontrato dal padrone di casa, anche lei scoppiò a ridere. E intanto non la finiva più di ammirare i disegni e la finezza della seta che il marito le aveva portato, stupita di quanto poco fosse costata. «Come fa a guadagnare, se vende a prezzi tanto bassi?» chiese alla fine. «Perché quelli che ci guadagnano esageratamente sono gli intermediari, i grossisti» rispose Sōsuke, che grazie a quella pezza di seta cominciava a capire qualcosa sul valore dei tessuti. Marito e moglie si misero poi a parlare dei Sakai, dell’agiatezza della loro vita, che permetteva a gente come il rigattiere di fare profitti straordinari; poi passarono a commentare il fatto che avevano il vantaggio di comprare per pochi soldi da tipi come quel mercante di tessuti cose di cui non avevano bisogno, terminando con la constatazione che nella famiglia Sakai regnavano sempre una grande animazione e allegria. «Non è soltanto una questione di soldi. È perché hanno molti bambini» disse a quel punto Sōsuke cambiando tono. «Quando ci sono dei bambini, anche le famiglie povere sono allegre». L’amarezza della sua voce, che sembrava attribuire a una loro colpa la vita malinconica che


conducevano, indusse Oyone a staccare inconsciamente le mani dalla seta che teneva sulle ginocchia e a sollevare gli occhi sul marito. Ma Sōsuke, vedendo che la seta che le aveva portato le piaceva, era così felice di avere dato per una volta tanto una gioia alla moglie che non pensava ad altro, e non fece caso al suo sguardo. Oyone si limitò allora a osservarlo senza dire nulla, rimandando ogni discorso alla sera, al momento di coricarsi. Come sempre, andarono a dormire poco dopo le dieci, e Oyone colse il momento giusto per dirgli, prima che lui si addormentasse: «Oggi hai detto che la nostra casa è triste perché non ci sono bambini...» Sōsuke ricordava di aver detto qualcosa del genere, ma era un’osservazione d’ordine generale, e soprattutto non era sua intenzione far pesare a Oyone la mancanza di un figlio, per cui a quelle parole si sentì in imbarazzo. «Ma non stavo parlando di noi due» disse. Per un po’ Oyone rimase in silenzio. Ben presto, però, rifece la stessa domanda in modo diverso: «Sì, ma ripeti sempre che la nostra casa è triste, è triste, quindi in realtà volevi dire proprio questo, no?» Sōsuke sapeva che fin dall’inizio avrebbe dovuto rispondere che era così, ma per riguardo verso Oyone non poteva decidersi ad ammettere la verità. Per consolare la moglie ancora convalescente, pensò che fosse meglio buttare la cosa sullo scherzo e riderne. «Be’, per essere malinconica, la casa, non si può dire che non lo sia» iniziò in tono gioviale, ma a quel punto si fermò, incapace di trovare una battuta divertente con cui concludere. «Ma dai, su, non ti angosciare» finì col dire. Di nuovo Oyone non rispose. Sōsuke pensò che fosse meglio cambiare discorso: «Ieri sera c’è stato un altro incendio, hai visto?» disse cercando scampo nelle notizie del giorno. Ma di punto in bianco Oyone dichiarò bruscamente, la voce strozzata, quasi con l’aria di chiedere perdono: «Per te è una disgrazia avere una moglie come me!» Dopodiché tacque di nuovo. La lampada, come sempre, era posata nel tokonoma, e poiché Oyone dava le spalle alla luce Sōsuke non poteva vedere l’espressione del suo viso, ma sentiva il pianto nella sua voce. Fino a quel momento era rimasto sdraiato a guardare il soffitto, ma subito si voltò verso la moglie. Osservò in silenzio il suo viso in penombra. Anche lei guardò a lungo il marito. «Era da tanto tempo che volevo parlartene, e chiederti scusa, sì, chiederti scusa» disse con riluttanza, «ma non ce la facevo, così ho sempre lasciato perdere». Sōsuke non capiva il senso delle sue parole. Cominciava a pensare a una lieve crisi di isteria ma, incapace di giudicare, si sentiva confuso. Finché Oyone, in tono deciso, dichiarò: «Tutto lascia pensare che io non potrò mai più avere dei figli». E immediatamente dopo scoppiò a piangere. Consolare la moglie per questa innocente confessione andava al di là delle capacità di Sōsuke, ma l’idea che la povera Oyone fosse veramente da compiangere si rafforzò nella sua testa. «Che importanza ha se non possiamo avere figli? Prendi i Sakai, che hanno messo al mondo una tribù! Basta guardarli per capire quanti problemi hanno, sembra un asilo infantile, da loro!» «Sì, ma non averne affatto... Non credo che tu sia contento». «È ancora presto per rassegnarsi. Magari fra poco ne arriverà uno». Il pianto di Oyone divenne ancora più sconsolato. Sōsuke si sentiva impotente, poteva solo aspettare con pazienza che la crisi della moglie passasse. Poi ascoltò con calma tutto quello che lei aveva da dirgli.


Sōsuke e Oyone erano riusciti a creare fra loro un rapporto armonioso, in questo avevano avuto più successo della maggior parte delle coppie, ma riguardo alla prole erano ben più sfortunati. La cosa sarebbe stata sopportabile se Oyone non fosse mai rimasta incinta, ma i figli che avrebbero potuto avere o erano nati prematuramente o non erano sopravvissuti, e questo rendeva la loro infelicità ancora più grande. La prima gravidanza risaliva all’epoca in cui da Kyoto si erano trasferiti a Hiroshima, dove vivevano in condizioni miserabili. Quando fu sicura di essere incinta, davanti a questa nuova esperienza Oyone faceva sogni a occhi aperti, trascorreva le giornate passando dall’apprensione alla speranza. Sōsuke, che vedeva in quell’evento la prova e l’incarnazione del loro reciproco amore, era al settimo cielo. E tutto contento contava i giorni nell’attesa di veder sgambettare quel fagottino di carne in cui aveva infuso la propria vita. Ma purtroppo, contrariamente alle speranze dei due sposi, il feto si staccò dal ventre della madre al quinto mese di gravidanza. In quel periodo Sōsuke e Oyone conducevano un’esistenza dura, penosa. Sōsuke, guardando il colorito livido della moglie che aveva appena perso il bambino, si disse che quella disgrazia era conseguenza della fatica che lei affrontava ogni giorno e che il frutto del loro amore era stato distrutto dalla povertà. Rimpianse la felicità che credeva di avere già in mano, mentre Oyone versava tutte le sue lacrime. Poco dopo essersi trasferita a Fukuoka, Oyone ricominciò a provare un forte desiderio di mangiare cibi aspri. Avendo sentito dire che quando si abortiva una volta c’era il rischio di farlo di nuovo, prendeva mille precauzioni e faceva molta attenzione a non affaticarsi. Forse per questo motivo la nuova gravidanza si svolse senza problemi, ma per una ragione che nessuno riuscì a spiegare il bambino nacque prima del termine. La levatrice, perplessa, consigliò a Oyone di consultare un medico. Il quale, dopo aver visitato il neonato, disse che non era completamente sviluppato e aveva bisogno di essere riscaldato artificialmente in un ambiente in cui giorno e notte la temperatura fosse molto elevata. Nelle sue condizioni economiche Sōsuke non era in grado di installare in casa un sistema di riscaldamento adeguato. I due sposi dedicarono tutto il tempo e tutti i mezzi a loro disposizione al loro bambino nello sforzo di tenerlo in vita, ma sfortunatamente non ci riuscirono. Dopo appena una settimana, quel povero corpicino dove circolava il loro sangue perse all’improvviso ogni calore. «No, no...» singhiozzava Oyone stringendo tra le braccia il cadavere del neonato. Di nuovo Sōsuke sopportò virilmente il colpo. Fino a quando il corpo ormai freddo venne cremato e le ceneri sepolte nella terra scura, non emise un solo lamento. Col tempo, l’ombra di malinconia che si era instaurata fra i due sposi a poco a poco si dissolse. Ma ci fu una terza volta, il cui ricordo ancora li addolorava. All’inizio dell’anno in cui Sōsuke era stato trasferito nella capitale, Oyone rimase nuovamente incinta. In quel primo periodo a Tokyo la sua salute era precaria, di conseguenza sia lei, ovviamente, sia Sōsuke erano molto inquieti per questa gravidanza. Ma prendevano ogni precauzione perché tutto andasse bene per cui, malgrado la tensione, le settimane passavano senza problemi. Al quinto mese, tuttavia, Oyone ebbe un incidente. Dato che in casa non avevano ancora l’acqua corrente, per fare il bucato la serva doveva prendere tutti i momenti l’acqua al pozzo e riempire un catino. Un giorno Oyone, volendo dire qualcosa a Kiyo che si trovava sul retro della casa, andò fino al fossato di scolo costruito di fianco al pozzo, accanto al quale era posato il mastello, e mentre cercava di scavalcarlo per parlare con Kiyo scivolò su una delle assi bagnate e coperte di muschio, cadendo seduta. Temette di perdere di nuovo il bambino ma, vergognandosi della propria sbadataggine, non parlò a Sōsuke dell’accaduto. Poi, vedendo che i giorni passavano senza che l’incidente avesse conseguenze sullo sviluppo del feto, e senza che il suo corpo accusasse sintomi allarmanti, a poco a poco si tranquillizzò e confessò al marito la leggerezza che aveva commesso. Sōsuke naturalmente non aveva alcuna intenzione di rimproverare la moglie, si


limitò a raccomandarle con dolcezza: «Devi fare attenzione, potrebbe essere pericoloso». Intanto la gravidanza era arrivata a termine. Quando venne il periodo in cui il parto poteva avvenire da un giorno all’altro, Sōsuke, pur andando regolarmente al lavoro, aveva in testa solo quel pensiero. Al momento del rientro a casa esitava sempre sulla soglia, chiedendosi se il bambino non fosse nato durante la sua assenza. E quando non sentiva i vagiti che già sperava di udire, gli veniva il sospetto che fosse successo qualcosa di brutto e si precipitava all’interno, solo per poi vergognarsi della propria insulsaggine. Per fortuna Oyone cominciò ad avere le prime contrazioni la notte, quando Sōsuke era in casa, circostanza fortunata che gli permise di restarle accanto e badare a lei. Anche la levatrice arrivò in tempo, senza bisogno di affrettarsi, e ogni cosa – cotone idrofilo e tutto l’occorrente – era già pronto, non mancava nulla. Il parto fu più facile del previsto. Però quel neonato tanto prezioso, che era riuscito a separarsi dal ventre materno per emergere nella vastità dello spazio, non respirò mai, nemmeno una volta, l’aria di questo mondo effimero. La levatrice allora prese un sottile tubo di vetro e soffiò con tutte le forze nella piccola bocca, ma senza ottenere risultato alcuno: quella che era nata era carne priva di vita. Scolpiti in quella carne, i due sposi potevano riconoscere gli occhi, il naso, la bocca, ma dalla gola non sentirono uscire alcun suono. La levatrice, quando era venuta la settimana prima, aveva auscultato il cuore del feto e assicurato che era sanissimo. Ed era impossibile pensare che si fosse sbagliata, che lo sviluppo del feto per qualche ragione si fosse fermato già nel ventre materno, perché in tal caso sarebbe stato espulso subito, oppure la madre non l’avrebbe tenuto fino a quel giorno senza accusare sintomi. Informandosi con discrezione, Sōsuke venne a sapere una cosa di cui non era mai stato a conoscenza, una cosa che lo sorprese e lo spaventò: il bambino era in perfetta salute fino al momento della nascita, però aveva il cordone ombelicale avvolto attorno al collo. In casi come quello, stava all’abilità della levatrice tirarlo fuori sano e salvo e, se si trattava di una persona esperta, al momento della nascita di solito riusciva a liberare la testa dal cordone. La donna chiamata da Sōsuke aveva già una certa età e di sicuro conosceva quella tecnica. Intorno al collo sottile del neonato però, caso molto raro, il cordone non faceva un solo giro ma due, e nell’esiguo passaggio verso l’esterno non era stato possibile sfilarlo completamente, col risultato che si era stretto intorno alla trachea e aveva bloccato il respiro. La colpa era anche della levatrice, ma Oyone condivideva gran parte della responsabilità. Si riuscì a capire che la brutta caduta sul sedere che aveva fatto al quinto mese, quando era scivolata vicino al pozzo, aveva causato l’attorcigliamento anomalo del cordone ombelicale. Venuta a conoscenza di queste circostanze poco dopo il parto, quando non aveva ancora lasciato il letto, Oyone si limitò ad abbassare la testa senza dire nulla. Poi i suoi occhi cerchiati dalla fatica si velarono, e le sue lunghe ciglia si misero a battere ripetutamente. Sōsuke cercava di consolarla, mentre con un fazzoletto le asciugava le lacrime che le colavano lungo le guance. Questo era quello che era successo in passato ai figli della coppia. Sebbene dopo esperienze tanto amare nessuno dei due fosse molto propenso a toccare l’argomento bambini, quei ricordi mettevano nella loro vita un’ombra di tristezza che nulla riusciva a dissipare. Una tristezza che trapelava nelle loro voci persino quando ridevano, sempre presente in fondo al cuore. Per queste ragioni, l’idea di ricordare al marito la storia delle passate disgrazie non sfiorava nemmeno la mente di Oyone. Né lui aveva bisogno di riascoltarla dalla bocca della moglie. La confessione che Oyone fece a Sōsuke non riguardava dunque gli eventi che avevano vissuto insieme. Quando aveva perso il terzo bambino, ascoltando le spiegazioni che le dava il marito si era convinta di essere una madre crudele. Anche se non ricordava di averlo fatto intenzionalmente, più ci


pensava, più si persuadeva di aver strangolato lei stessa quella creatura in attesa sulla soglia tra le tenebre e la luce, di aver tolto la vita a quell’essere cui l’aveva appena data. Dopo aver interpretato in questo modo gli eventi, non poté fare a meno di considerarsi una criminale che si era macchiata di una colpa gravissima. Quindi, all’insaputa di tutti, soffriva di inimmaginabili rimorsi di coscienza, e non c’era nessuno al mondo con cui potesse condividere quel fardello e il conseguente dolore. Nemmeno al marito rivelò il proprio tormento. Quella volta, com’è normale per le puerpere, Oyone rimase a letto tre settimane. Per il suo fisico furono tre settimane di completo riposo, ma per il suo spirito costituirono una prova terribile. Sōsuke fece costruire per il neonato morto una piccola bara e celebrare un funerale molto sobrio. Poi ordinò una targa funeraria, sulla quale fece scrivere in caratteri di lacca nera il nome postumo2 del bambino. La creatura cui era intestata la targa aveva così un nome buddista, ma quello che avrebbe dovuto avere da vivo, nemmeno i genitori lo conoscevano. I primi tempi Sōsuke aveva esposto la targa nel chanoma, sulla credenza, e ogni giorno, quando tornava dal lavoro, vi bruciava davanti dei bastoncini d’incenso. Il profumo arrivava ogni tanto fino alle narici di Oyone, che riposava nella stanza di sei tatami. A tal punto i suoi sensi all’epoca erano esacerbati. Finché Sōsuke, passato un certo tempo, per qualche ragione aveva messo la piccola targa in un cassetto in cui erano riposte, avvolte ognuna in un fazzoletto di cotone, la targa del bambino morto a Fukuoka e quella di suo padre. Quando aveva sgomberato la dimora di famiglia infatti, per evitare il fastido di portarsi dietro tutte le targhe funerarie degli antenati, aveva infilato in valigia solo la più recente, quella del padre per l’appunto, e le altre le aveva consegnate a un tempio buddista. Dalla sua stanza, Oyone osservava e ascoltava tutto quello che faceva il marito. Sdraiata sul suo futon, immaginava che il filo invisibile del destino arrivasse fino a lei e la legasse alle piccole targhe dei suoi due bambini morti. Quello stesso filo si allungava indefinitamente fino a toccare quella prima creatura che era soltanto un’ombra vaga che non aveva mai avuto forma e se n’era andata senza ricevere nemmeno la testimonianza di una targa mortuaria. In fondo a ognuno dei tre ricordi che aveva di Hiroshima, Fukuoka e Tokyo, Oyone vedeva la legge severa di un destino inesorabile. Quando capì che secondo quella legge inclemente lei, in quanto madre, per qualche misteriosa ragione doveva conoscere sempre la stessa infelicità, sentì la voce inattesa di una maledizione sussurrarle nell’orecchio. Durante i giorni in cui fu costretta a restare a letto, continuò a udire quella voce quasi incessantemente. Le tre settimane divennero così per lei tre settimane di angoscia incomparabile. Oyone passò quel lungo periodo immobile, la testa sul cuscino, a contemplare il vuoto. Alla fine restare pazientemente sdraiata le era diventato insopportabile, al punto che quando la sua infermiera si congedò, già il giorno dopo si alzò furtivamente e provò a fare qualche passo. Ma l’ansia che le opprimeva il petto non l’abbandonò. Si sforzava di muovere il corpo indebolito, senza tuttavia riuscire a ritrovare la minima energia mentale, finché, sconfortata, tornò a rifugiarsi sotto le coperte che aveva appena lasciato e chiuse forte gli occhi, come per tener lontano il mondo degli umani. Ciononostante, bene o male il periodo di convalescenza passò, e Oyone finì col riprendersi. Mise via futon e coperte, e guardandosi allo specchio vide un’espressione rasserenata nei propri occhi. Era la stagione in cui si cambiano i vestiti. Anche Oyone si tolse i pesanti kimono imbottiti che aveva portato a lungo e sentì sulla pelle una leggerezza e una freschezza incontaminate. L’atmosfera gioiosa che allieta il Giappone in primavera ebbe un benefico effetto sul suo umore e il suo spirito riemerse, come qualcosa rimasto a lungo sott’acqua che torni a galleggiare nella luce radiosa del sole. A quel punto sorse dentro di lei una specie di curiosità per i momenti bui del suo passato. Il mattino di una bella giornata, dopo aver accompagnato fino alla porta, come faceva sempre,


Sōsuke che andava al lavoro, Oyone uscì. Era ormai la stagione in cui per le strade si vedevano i primi parasole in mano alle donne. Oyone avanzava a passo deciso in piena luce, la fronte imperlata di sudore. Camminando, ricordava la sensazione provata quando, mentre si cambiava d’abito, la sua mano aveva toccato, in un angolo in fondo a un cassetto, la piccola targa del neonato messa lì da Sōsuke. Intanto era arrivata davanti alla porta di un indovino. Come molte persone, fin da bambina Oyone credeva in superstizioni diffuse anche fra la gente istruita. Superstizioni che di solito, per lei come per tutti, diventavano quasi una forma di svago. Era quindi raro, in verità, che la portassero ad alterare la routine della sua vita quotidiana. Quel giorno tuttavia fu con grande serietà che si sedette davanti all’indovino per chiedergli se il cielo le avrebbe concesso la fortuna di mettere al mondo e crescere un bambino. L’indovino – che non differiva in nulla da quei ciarlatani che installano il loro chiosco in strada e per uno o due sen leggono il futuro ai passanti –, dopo aver disposto in diversi modi i suoi bastoncini divinatori e fatto rotolare fra le mani un determinato numero di bacchette di bambù, si afferrò con aria pensosa la barbetta che gli cresceva sul mento, osservò il viso di Oyone e alla fine lasciò cadere in tono impassibile il suo responso: «Lei non potrà mai avere figli». Oyone per un po’ rimuginò fra sé le parole dell’indovino, poi chiese: «E perché, se posso...?» Pensava che l’uomo ci avrebbe riflettuto su prima di risponderle, ma lui, fissando imperturbabile un punto tra i suoi occhi, disse immediatamente: «Lei ha coscienza di aver commesso una colpa imperdonabile verso una persona. È la maledizione conseguente a quella colpa che le impedisce di crescere dei figli». A questa spiegazione, Oyone si sentì trafiggere il cuore. Avvilita, tornò a casa a testa bassa e quella sera non riuscì nemmeno a sollevare lo sguardo sul marito. Era questa la cosa che non gli aveva mai rivelato, il responso dell’indovino. Durante quella tranquilla serata che stava sprofondando nell’oscurità, alla fievole luce della lampada posata nel tokonoma, Sōsuke provò un leggero senso di disagio sentendo raccontare quella storia dalla voce della moglie. «Che idea, in un momento in cui eri psicologicamente provata, uscire di casa per andare a consultare quell’imbecille! Non trovi stupido sprecare dei soldi per sentirti dire certe idiozie? E in seguito ci sei tornata, da quel ciarlatano?» «No, mi fa troppa paura, non ci andrò mai più». «Meno male! È stata una sciocchezza» ribatté Sōsuke in tono volutamente disdegnoso, e si dispose a dormire.

1

. Fino al 1873 in Giappone era in vigore un calendario basato sulle fasi lunari secondo cui il Capodanno poteva cadere tra il 21 gennaio e il 19 febbraio del calendario gregoriano. 2

. Nel rito funebre buddista, al defunto viene attribuito un nome postumo, diverso da quello anagrafico usato in vita, il quale viene inciso su un’apposita targa – una tavoletta di legno – che va ad aggiungersi a quelle degli antenati conservate sul Butsu-dan – piccolo altare presente in ogni casa – oppure consegnata a un tempio buddista.


14. Sōsuke e Oyone formavano innegabilmente una coppia molto unita. Da quando avevano iniziato a vivere insieme, per sei lunghi anni, non avevano mai provato acrimonia l’uno verso l’altra, nemmeno per mezza giornata. Né avevano avuto discussioni sufficientemente aspre da far montare loro il sangue alla testa. Andavano dal mercante di tessuti a comprare le stoffe per confezionare i vestiti, dal mercante di riso a comprare il riso, ma a parte queste poche occasioni non avevano quasi alcun rapporto con il resto della società. Per i due sposi, la società esisteva soltanto perché forniva loro i prodotti necessari alla vita quotidiana. Ma ciò di cui avevano assoluto bisogno, e che bastava loro, era la reciproca presenza. Abitavano nella capitale con lo spirito di chi vive isolato in mezzo ai monti. Così, per forza di cose, conducevano un’esistenza estremamente monotona. Se potevano sottrarsi alle tante complicazioni che la vita sociale comporta, al tempo stesso finivano col privarsi di ogni occasione di esperienze nuove insite in essa, col risultato che, pur risiedendo in una grande città, dovevano rinunciare a tutti i vantaggi che la civiltà procura. Ogni tanto si rendevano conto che il tempo scorreva per loro in una totale mancanza di varietà. Non che provassero il minimo senso di insoddisfazione o di noia reciproca, tuttavia sentivano intensamente quanto povera di stimoli fosse l’esistenza che avevano entrambi concepito. Nonostante ciò, se da anni continuavano a passare giornate tutte uguali, giornate che sembravano fatte con lo stampo, non era perché non avessero mai nutrito interesse per la società. Era piuttosto il risultato del fatto che la società li aveva tagliati fuori e isolati, voltando loro le spalle. Così la coppia, non potendo trovare sbocco verso l’esterno, si era proiettata sempre più verso l’interno. Perdendo l’ampiezza della vita, ne aveva accresciuto la profondità. Durante quei sei anni, invece di cercare scambi occasionali con il mondo intorno a loro, i due sposi avevano continuato a scavarsi reciprocamente nel cuore, finendo con l’appropriarsi l’uno della vita dell’altra. Dal punto di vista della società erano due individui distinti, ma nella loro concezione formavano un essere unico, moralmente inseparabile. I due sistemi nervosi costituiti dai loro rispettivi spiriti erano profondamente intrecciati fino all’ultima fibra. Erano come due gocce d’olio galleggianti su una vasta distesa d’acqua. Due gocce che si erano fuse per resistere all’acqua, o forse sarebbe più esatto dire che, respinte dall’acqua, avevano finito per fondersi in un’unica, indivisibile goccia rotonda. Vivendo in questa sorta di simbiosi, Sōsuke e Oyone avevano sviluppato tra loro un’intimità e un accordo difficili da trovare in altre coppie, ma non potevano sfuggire al tedio che spesso la loro condizione comportava. Tedio cui si associava una certa malinconia, anche se non smettevano mai di pensare che potevano ritenersi felici. La noia gettava un velo di torpore nella loro coscienza e a volte offuscava un poco il loro amore, ma non generava mai quel genere di angoscia che mette a dura prova i nervi. Sōsuke e Oyone erano semplicemente una coppia molto unita che viveva lontana da tutto e da tutti. Pur vivendo giorno dopo giorno in quest’affiatamento fuori dal comune, di solito, in presenza uno dell’altra, non ne erano consci, solo ogni tanto si rendevano conto di quanto i loro cuori fossero vicini. E in quei casi, ripercorrendo in senso inverso i lunghi anni trascorsi insieme in armonia, non potevano fare a meno di ricordare quali sacrifici avevano dovuto sopportare per aver osato sposarsi. Si erano dovuti mettere in ginocchio, tremanti e piegati dal terribile castigo che il Cielo aveva inflitto loro. Al tempo stesso non dimenticavano mai di bruciare incenso davanti alla divinità dell’amore per ringraziare della felicità che si davano reciprocamente, una felicità ottenuta al prezzo di quel castigo.


Avanzavano verso la morte sotto i colpi di frusta. Ma gioivano al pensiero che per loro l’estremità di quella frusta era spalmata di un miele che consolava di ogni cosa. Sōsuke, che era nato in una facoltosa famiglia di Tokyo, da studente aveva goduto senza remore dei lussi e dei privilegi che erano normali nella sua classe sociale. All’epoca era in tutto e per tutto – aspetto, comportamento, mentalità – un perfetto uomo di mondo, un giovane con la fisionomia della persona di talento che poteva andare in società con orgoglio, a testa alta. In sintonia con il colletto candido della sua camicia e con la piega impeccabile dei suoi pantaloni, sotto il cui risvolto si intravedevano belle calze di cachemire, il suo spirito aveva un’inclinazione raffinatamente mondana. Era dotato per natura di intelligenza, ragion per cui non sentiva il bisogno di passare il suo tempo sui libri. Pur ritenendo l’istruzione un mezzo di accesso alla società, non era affatto propenso a diventare uno studioso, carriera nella quale si ottengono dei risultati a condizione di rinunciare alle attività mondane. Come la maggior parte degli studenti, si accontentava di seguire le lezioni e riempire di appunti i suoi quaderni, senza peraltro rileggerli o portarvi correzioni una volta tornato a casa, così come non si preoccupava di recuperare le lezioni che aveva saltato. Metteva i quaderni uno sull’altro in pila sulla scrivania della pensione dove abitava, e prima di uscire riordinava accuratamente lo studio. Molti dei suoi amici gli invidiavano la disinvoltura, e lui stesso ne era piuttosto fiero. Il brillante futuro che lo attendeva, splendente come un arcobaleno, gli illuminava gli occhi. All’epoca, contrariamente alla sua situazione presente, Sōsuke di amici ne aveva molti. Per dirla tutta, si considerava amico, quasi senza distinzione, di qualunque persona su cui si posasse il suo sguardo allegro. Aveva passato la giovinezza così, con un ottimismo che gli impediva di capire il significato esatto della parola “nemico”. «Figurati, basta non avere una faccia antipatica» era solito dire al suo compagno di corso Yasui «e si viene accolti con calore ovunque». Ed era vero che il suo viso non aveva mai un’espressione sufficientemente seria da risultare antipatico a qualcuno. «Sei fortunato, tu, che hai una salute di ferro» si lamentava invidioso il compagno di corso, che invece soffriva sempre di qualche malessere. Yasui era originario della provincia di Echizen ma, poiché aveva vissuto a lungo a Yokohama, l’accento e il modo di parlare erano quelli di un tokyota. Vestiva con molta eleganza e portava i capelli piuttosto lunghi, con la scriminatura nel mezzo. Non aveva frequentato lo stesso liceo di Sōsuke, ma durante le lezioni all’università si sedeva spesso di fianco a lui e a volte, terminata l’ora, gli chiedeva spiegazioni sui passaggi che non capiva. Così alla fine i due erano diventati amici. Questo succedeva all’inizio dell’anno scolastico, e per Sōsuke, che si era appena trasferito a Kyoto, Yasui era una conoscenza preziosa. Sotto la sua guida, si impregnava dell’atmosfera del posto come fosse sakè. Ogni sera passeggiavano insieme nei quartieri animati di San-jō e Shi-jō. A volte si spingevano fino a Kyōgoku, si fermavano in mezzo al ponte e guardavano scorrere l’acqua del fiume Kamo. Contemplavano la luna che si levava quieta sulle colline a est, una luna che sembrava molto più grande e rotonda di quella di Tokyo. E quando ne avevano abbastanza della confusione cittadina, approfittavano del sabato e della domenica per andare a visitare i dintorni. Sōsuke si rallegrava alla vista dei boschi di bambù di un verde intenso che si estendevano ovunque. Gioiva nel contemplare lo spettacolo degli innumerevoli pini il cui tronco sembrava verniciato di rosso e rifletteva i raggi del sole. Una volta salirono al monte Daihikaku e, mentre stavano a faccia in su nel tempio per ammirare un dipinto del monaco Sokuhi, sentirono la voce dei rematori che scendevano il corso del fiume nel fondovalle. Entrambi trovarono esilarante il fatto che il loro grido fosse simile al verso dell’oca selvatica. Una volta arrivarono fino alla casa da tè di Heihachi e vi si fermarono a riposare tutta la giornata. Mangiarono gli spiedini di cattivo pesce di


fiume che la padrona arrostì per loro e bevvero sakè. La donna portava un asciugamano in testa e una specie di ghette blu. Grazie a quelle nuove stimolanti esperienze, Sōsuke per un certo tempo ritenne pienamente appagati tutti i suoi desideri. Eppure, a forza di camminare per le strade della vecchia capitale respirandone gli odori, ogni cosa finì per apparirgli banale. Cominciò a sentire che il colore incantevole dei monti e la trasparenza dell’acqua non erano più sufficienti a produrre sul suo spirito la stessa vivida impressione dell’inizio. Il suo sangue giovane e caldo non si accontentava più del verde profondo che raffreddava il suo ardore. Per mancanza di attività abbastanza energiche in cui sfogare la passione che aveva dentro di sé, il sangue che gli scorreva nelle vene gli dava fastidiosi pruriti e gli faceva battere velocemente il polso. Seduto a braccia incrociate, mentre contemplava i monti tutt’intorno, un giorno dichiarò: «Ne ho abbastanza di tutto questo vecchiume!» Allora Yasui, per fare un paragone, gli raccontò ridendo un fatto avvenuto nel paese natale di un suo amico. Era un luogo reso famoso dal jōruri intitolato La pioggia cade su Tsuchiyama1, un territorio dove gli occhi incontravano soltanto montagne dal mattino quando ci si alzava alla sera quando si andava a dormire. Si aveva l’impressione di vivere in fondo a un otre, raccontò Yasui, aggiungendo che nel mese di maggio pioveva tanto che da bambino il suo amico aveva paura che il villaggio dove abitava venisse sommerso dall’acqua che scendeva dai monti circostanti, timore che non lo aveva mai abbandonato. A Sōsuke il destino di quelle persone condannate a passare tutta la vita in fondo a un otre pareva miserabile. «E pensare che c’è gente che si adatta a vivere in buchi del genere!» disse a Yasui con aria perplessa. Yasui rise. Poi gli ripeté in poche parole quel che gli aveva raccontato il suo amico, cioè che il personaggio più famoso di Tsuchiyama era un tale che era stato crocefisso per aver rubato e sostituito un forziere contenente più di mille monete d’oro. Sōsuke, cui la piccola Kyoto cominciava a venire a noia, pensò che una storia dalle tinte forti come quella era necessaria, almeno una volta ogni cento anni, per vincere la noia dei posti troppo tranquilli. A quell’epoca gli occhi di Sōsuke erano sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e perciò, dopo aver assistito una volta al cambiamento delle quattro stagioni, l’anno seguente non provava alcun entusiasmo all’idea di rivedere i ciliegi in fiore o il rosso degli aceri. Per lui che avrebbe voluto tenere in mano la garanzia di una vita piena di emozioni, le questioni importanti riguardavano soltanto il presente e l’immediato futuro, mentre il passato era una visione priva di valore, un vago sogno. Dopo aver fatto il giro di tutti i fatiscenti templi shintoisti e i malandati templi buddisti, aveva perso ogni velleità di chinare la sua testa nera sui colori sbiaditi della storia. Il suo spirito non era abbastanza inaridito da compiacersi di frugare in un passato sonnacchioso. Alla fine dell’anno scolastico Sōsuke e Yasui si salutarono con la promessa di rivedersi. Yasui, che doveva passare per la sua città natale di Fukui prima di raggiungere Yokohama, disse a Sōsuke che gli avrebbe scritto in modo che al ritorno potessero prendere insieme il treno per Kyoto; e se ne avessero avuto il tempo, fermarsi lungo il percorso dalle parti di Okitsu, per poi proseguire il viaggio senza fretta visitando magari il tempio di Seikenji, la costa di Matsubara a Miho o il monte Kunō. Sōsuke rispose che era d’accordo, e pregustava già la gioia di ricevere la cartolina di Yasui. Quella volta, quando tornò a Tokyo, trovò il padre in ottima salute, mentre Koroku era ancora un bambino. Dopo un anno d’assenza Sōsuke era felice di respirare di nuovo l’atmosfera fumosa ed esuberante della capitale. Sì, questa è Tokyo! si diceva guardando da un’altura lo spettacolo dei tetti che si susseguivano a perdita d’occhio, dell’infinità di tegole che sotto i raggi roventi del sole sembravano vorticare impazzite. Tutte quelle cose che tanti anni dopo non gli avrebbero più fatto


voltare la testa, all’epoca gli parevano talmente eccitanti da imprimersi a fuoco nelle sue pupille. Il suo avvenire era come un bocciolo ancora chiuso, invisibile agli occhi degli altri e sconosciuto a lui stesso. Semplicemente, Sōsuke sentiva la parola “vastità” aleggiare sulle proprie prospettive. Durante quelle vacanze esaltate non smise un momento di fare piani per il futuro una volta terminati gli studi. Uscito dall’università, avrebbe intrapreso una carriera nell’amministrazione pubblica? Oppure si sarebbe lanciato negli affari? Ancora non aveva deciso, ma si rendeva conto che aveva tutto da guadagnare ad avanzare quanto poteva fin da subito, in qualunque direzione fosse. Si fece presentare gli amici del padre e, sempre tramite lui, gli amici dei suoi amici. Cercò di capire quali fossero i personaggi che avrebbero potuto essergli utili in seguito e provò a far loro visita. Uno di questi aveva lasciato Tokyo col pretesto del caldo, un altro era assente, ma un terzo, nonostante fosse oberato di lavoro, gli fissò un appuntamento nel suo ufficio. Verso le sette del mattino, quando il sole non era ancora alto nel cielo, Sōsuke venne accompagnato in ascensore al secondo piano di un palazzo di mattoni, fino a una sala dove fu molto sorpreso di trovare altri sette o otto uomini venuti lì per i suoi stessi motivi e in attesa della stessa persona. Entrando in posti nuovi, toccando una realtà nuova, aveva l’impressione che un frammento di un mondo in effervescenza, fino ad allora a lui sconosciuto, si stipasse nella sua testa, e se ne rallegrava a prescindere dall’utilità delle sue manovre. Obbedendo alle disposizioni del padre, prese parte ai lavori che avevano luogo ogni anno per dare aria alla casa, e svolse le sue mansioni con grande scrupolo. Seduto su una pietra umida davanti alla porta di un magazzino, in piena corrente per rinfrescarsi, sfogliava con curiosità due vecchi libri appartenenti alla famiglia da molto tempo, intitolati Vedute dei luoghi famosi di Edo2 e Pianta topografica di Edo. Installato a gambe incrociate nel bel mezzo del soggiorno, dove anche i tatami erano roventi, divideva in tanti mucchietti la canfora che una serva aveva comprato e li inseriva in sacchetti simili alle dosi dei farmaci che il medico dà ai pazienti. Fin da bambino, l’odore pungente della canfora gli faceva venire in mente i giorni della canicola in cui il sudore cola a rivoli, il fumo dell’artemisia bruciata e i nibbi che volteggiano nel cielo azzurro. Intanto era arrivato l’autunno. Dall’inizio di settembre si alzò il vento e venne anche la pioggia. Nel cielo vagavano nuvole che sembravano gonfie di inchiostro diluito. Il termometro segnava qualche grado di meno. Sōsuke dovette stringere le corde intorno al suo baule di vimini e prepararsi a tornare a Kyoto. Non aveva dimenticato l’impegno preso con Yasui. Al rientro a Tokyo, all’inizio aveva atteso sue notizie senza preoccuparsi, dicendosi che c’erano due mesi di tempo, ma col passare dei giorni cominciò a inquietarsi del silenzio dell’amico. Non vedendo arrivare nemmeno una cartolina, Sōsuke provò a scrivergli a Fukui, dove abitava la sua famiglia. Non ottenne risposta. Allora pensò di informarsi a Yokohama, ma non conoscendo né il nome del quartiere né il numero della strada, dovette rinunciare. La sera prima della partenza il padre lo chiamò e, oltre al denaro che doveva servirgli a Kyoto e a quello normalmente necessario per il viaggio, gli diede una somma sufficiente per un giro di due o tre giorni lungo il percorso, consentendo alla richiesta di Sōsuke. «Mi raccomando, spendilo con parsimonia» gli disse. Sōsuke ascoltò quelle parole nel modo in cui di solito i figli ascoltano i consigli dei genitori. «Fino all’anno prossimo non tornerai più, quindi non ci rivedremo prima di allora. Abbi cura di te» aggiunse il padre. Ma giunta la stagione in cui avrebbe dovuto rientrare a casa, Sōsuke ormai non poteva più farlo. E quando finalmente tornò, il cadavere del padre era già freddo. Ancora adesso, ricordando la sua espressione in quell’occasione, provava rimorso.


Giusto al momento di partire, Sōsuke ricevette finalmente una lettera di Yasui! Questi scriveva che era stata sua intenzione fare il viaggio di ritorno insieme a lui come promesso, ma che le circostanze glielo impedivano, e concludeva dicendo che lo avrebbe preceduto a Kyoto, dove si sarebbero visti con calma. Sōsuke infilò la lettera nella tasca interna della giacca e prese il treno. Arrivato a Okitsu, dove avrebbe dovuto fermarsi con Yasui, scese sul binario e si incamminò da solo lungo lo stretto viale che portava al tempio Seikenji. L’estate era ormai finita, la maggior parte della gente venuta lì per sfuggire al caldo se n’era andata in pochi giorni, e in quell’inizio di settembre le locande erano relativamente quiete. Sdraiato bocconi in una stanza da cui si vedeva il mare, Sōsuke buttò giù due o tre righe su una cartolina illustrata da spedire a Yasui. Scrisse anche: Visto che non sei venuto, eccomi qui tutto solo. Il giorno dopo andò a visitare la penisola di Miho e il tempio Ryūgeji, com’era già in programma, in modo da avere più cose possibili da raccontare a Yasui una volta arrivato a Kyoto. Ma forse a causa del cattivo tempo, o della mancanza di compagnia, aveva un bel contemplare il mare o arrampicarsi su un’altura: non vi trovava nulla di divertente. E di ritorno alla locanda, dove non aveva nulla da fare, si sentiva morire di noia. Allora si tolse in fretta lo yukata in dotazione alla stanza, lo appese alla balaustra insieme alla cintura a righe, e lasciò Okitsu. Arrivato a Kyoto, a causa della stanchezza e dei bagagli da disfare, il primo giorno lo passò in casa. L’indomani fece un salto fino all’università, ma la maggior parte dei professori non era ancora tornata. Anche di studenti ce n’erano meno del solito. Cosa strana, non vide da nessuna parte nemmeno Yasui, che doveva essere a Kyoto già da due o tre giorni. Un po’ preoccupato, prima di rincasare passò dalla sua pensione. Yasui abitava di fianco al tempio Kamo, in un quartiere pieno di alberi e di canali. Si era trasferito in quella zona scomoda che ricordava un villaggio di campagna poco prima delle vacanze estive, dicendo che cercava un posto tranquillo, lontano dal centro, dove poter studiare indisturbato. La casa era chiusa su due lati da un muro di argilla scrostato che dava al luogo un’aria cadente. Sōsuke aveva saputo dall’amico che il proprietario era uno dei sacerdoti del tempio shintoista di Kamo. La moglie, una donna di una quarantina d’anni che parlava il dialetto di Kyoto, accudiva Yasui. «Cioè si limita a cucinare tre volte al giorno dei pasti immangiabili che mi porta nella mia stanza» aveva detto quest’ultimo poco dopo essersi trasferito, criticando la padrona. Anche Sōsuke, che era andato a trovare l’amico due o tre volte, aveva sperimentato la sua pessima cucina. La donna si ricordava benissimo di Sōsuke e appena lo vide lo salutò molto cortesemente nella sua parlata cantilenante, poi gli domandò – proprio a lui che era venuto a chiedere notizie – se sapesse qualcosa di Yasui. A sentire la donna, non si era più fatto vivo dal giorno in cui era partito per le vacanze, non una parola. Molto perplesso, Sōsuke fece ritorno alla sua pensione. Per tutta la settimana seguente, ogni volta che andava all’università, aprendo la porta della sua classe si aspettava confusamente di vedere la faccia di Yasui o di sentire la sua voce. E ogni volta tornava a casa con un vago senso di delusione. I primi giorni si rammaricava semplicemente di non poter rivedere al più presto l’amico, poi cominciò a inquietarsi: Yasui continuava a non farsi vedere, nonostante si fosse preoccupato di scrivergli per informarlo che circostanze particolari lo obbligavano a precederlo a Kyoto e per scusarsi. Provò a chiedere sue notizie ai compagni, a tutti quelli che incontrava. Nessuno sapeva nulla. Solo uno rispose che la sera prima, tra la gente che affollava il quartiere di Shi-jō, aveva visto un uomo in yukata che assomigliava molto a Yasui. Sōsuke, però, non riusciva a credere che fosse lui. E invece il giorno seguente, circa una settimana dopo il suo ritorno a Kyoto, ricevette la visita di Yasui in persona, vestito esattamente come gli era stato descritto.


Rivedendo dopo tanto tempo l’amico in quella tenuta trasandata, il cappello di paglia in mano, Sōsuke credette di scorgere nell’espressione del suo viso qualcosa di nuovo, qualcosa che prima delle vacanze non c’era. Si era messo la brillantina sui capelli neri, divisi in due dalla scriminatura con una precisione sorprendente. Yasui spiegò, come per scusarsi, che era appena stato dal barbiere. Quella sera rimase a parlare con Sōsuke di varie cose per circa un’ora. Non era cambiato affatto: nel modo di esprimersi lento ed esitante, nella riluttanza a prendere posizioni nette, nella frequenza con cui intercalava le sue frasi di «sì, però...» era il vecchio Yasui. Non spiegò tuttavia perché fosse partito da Yokohama prima di Sōsuke, né dove si era fermato lungo la strada, arrivando così a Kyoto dopo di lui. L’unica cosa che chiarì fu che era in città già da tre o quattro giorni, ma non era più tornato alla pensione dove abitava prima delle vacanze estive. «Allora dove alloggi?» gli chiese Sōsuke. A quella domanda, Yasui disse all’amico il nome della pensione dove era sistemato attualmente. Era una locanda di terz’ordine dalle parti di San-jō, di cui Sōsuke aveva sentito parlare. «Ma perché sei andato a stare in un tugurio del genere?» domandò. «Hai davvero intenzione di rimanere lì?» «No, sono stufo della vita di pensione. Sto pensando di affittare magari una piccola casa» rispose Yasui. Una decisione imprevedibile di cui Sōsuke si meravigliò. Appena una settimana dopo, come annunciato, Yasui si trasferì in un posto tranquillo non lontano dall’università. Era una di quelle abitazioni anguste tipiche di Kyoto, buie e tristi, con la porta e i pilastri di legno verniciati di rosso scuro, che sembravano quasi esibire con fierezza la loro patina di antichità. Davanti al cancello Sōsuke vide un salice piangente che apparteneva a chissà chi, i cui lunghi rami oscillavano al vento fino quasi a toccare la falda del tetto della casa. Il giardino era piuttosto ben curato, meglio dei giardini di Tokyo. Nel poco spazio libero erano disposte delle pietre, di cui una relativamente grossa proprio di fronte al soggiorno. Tra le pietre, il verde denso del muschio era rinfrescante. Sul retro c’era un ripostiglio dalle assi marce che era rimasto vuoto e dietro di questo, al di là del gabinetto, si intravedevano i bambù della casa vicina. Sōsuke si era recato a trovare per la prima volta Yasui nella sua nuova dimora verso la fine di settembre, all’inizio dei corsi. A tutt’oggi ricordava che in quel periodo andava e veniva dall’università munito di un parasole, perché faceva ancora molto caldo. Quando chiuse il parasole davanti alla porta a grata dell’ingresso e sbirciò all’interno, scorse per un attimo la figura di una donna che indossava uno yukata di ruvido cotone a righe. Al di là della porta, un corridoio di cemento portava direttamente sul retro, di conseguenza quando si entrava, prima di salire nel vestibolo subito a destra, si poteva vedere fino in fondo alla casa immersa nella penombra. Sōsuke rimase all’esterno finché la figura in yukata non fu sparita oltre l’uscita sul retro, poi spinse di lato la grata. Nel vestibolo arrivò subito Yasui. Si accomodarono nella stanza che fungeva da soggiorno e parlarono per un po’, ma la donna di prima non comparve. Non lasciò udire il suono della sua voce né fece il minimo rumore. Considerato che la casa non era grande, doveva trovarsi nella stanza accanto o in quella dopo ancora, ma era come se non ci fosse. Questa presenza silenziosa come un’ombra era Oyone. Yasui parlò liberamente di tutto – della sua famiglia al paese natale, di Tokyo, delle lezioni all’università e di altre cose ancora – ma su Oyone non disse nemmeno una parola. Sōsuke da parte sua non osava fare domande in proposito. Quel giorno si separarono senza toccare l’argomento. L’indomani, quando si incontrarono, Sōsuke non aveva dimenticato l’immagine di quella donna, ma non trovò il coraggio di accennarvi. Quanto a Yasui, si comportava come se nulla fosse. I due giovani, fra i quali c’era una gran confidenza, fino a quel giorno avevano sempre discusso di


qualsiasi argomento senza imbarazzo, ma su quella questione Yasui sembrava chiuso come un’ostrica, né Sōsuke era curioso di saperne di più al punto da obbligarlo a parlarne. Passò così una settimana, con l’ombra della donna presente fra loro, pur restando al di fuori della conversazione. La domenica seguente, Sōsuke si recò nuovamente a trovare Yasui. Voleva informarlo di una riunione di studenti che li riguardava entrambi, quindi la sua visita era disinteressata e non aveva nulla a che fare con la donna. Tuttavia, mentre guardava il piccolo prugno accanto alla siepe, seduto nella stessa stanza e nello stesso posto della volta precedente, gli tornò in mente con chiarezza la figura intravista in occasione della sua prima visita. Anche quella domenica nella casa c’era un silenzio assoluto. Sōsuke non poteva impedirsi di immaginare, nel segreto di quella quiete, la presenza di una giovane donna. Al tempo stesso era convinto che, di nuovo, lei non si sarebbe fatta vedere. Invece, smentendo ogni previsione, Oyone gli venne presentata. Quel giorno non indossava uno yukata grossolano, ma apparve dalla stanza accanto vestita come se stesse per uscire, o fosse appena rientrata. Sōsuke ne fu molto colpito. Non che la sua toilette fosse particolarmente elegante, che indossasse un kimono o un obi di sorprendente bellezza. Inoltre la giovane non mostrava davanti a Sōsuke, che incontrava per la prima volta, quell’adorabile ritrosia comune a tante ragazze. Sembrava semplicemente una persona tranquilla, di poche parole. Era probabile che conservasse sempre lo stesso atteggiamento quieto, sia che si trovasse in presenza altrui, sia che si nascondesse nella stanza attigua, intuì Sōsuke, e ne dedusse che se la volta precedente era rimasta in disparte non era solo per timidezza e riluttanza a comparire davanti agli sconosciuti. «È mia sorella minore» disse Yasui facendo le presentazioni. Durante i pochi minuti in cui si trovò insieme a Oyone, a scambiare qualche frase di circostanza, Sōsuke notò che non aveva la minima inflessione dialettale. «Finora avete vissuto al vostro paese natale?» le chiese, ma prima che Oyone potesse aprire bocca, Yasui rispose per lei: «No, è stata a lungo a Yokohama». Poi disse che quel giorno avevano intenzione di andare insieme in centro a fare acquisti, al che Sōsuke si rese conto che era quello il motivo per cui Oyone aveva cambiato lo yukata con un kimono e aveva ai piedi delle calze bianche nuove, nonostante il caldo. Si rammaricò di aver mandato all’aria quel programma, impedendo loro di uscire. «Cosa vuoi, adesso che abbiamo messo su casa, ogni giorno ci accorgiamo che manca qualcosa, così una o due volte alla settimana dobbiamo andare in centro a fare compere» disse Yasui ridendo. «Vi accompagno per un pezzo» rispose Sōsuke alzandosi subito. Quindi, esortato dall’amico, fece il giro della casa. Nella stanza attigua vide un braciere quadrato col fondo di zinco e un bollitore di ottone di un brutto colore giallastro, poi un secchio nuovo di zecca posato accanto a un lavello malridotto. Quando uscirono, Yasui chiuse il cancello con un catenaccio e si allontanò di corsa dicendo che avrebbe lasciato la chiave ai vicini sul retro. Mentre lo aspettavano, Sōsuke e Oyone parlarono laconicamente del più e del meno. Sōsuke ricordava ancora quello che si erano detti in quei tre o quattro minuti. Erano le solite banalità che un uomo dice a una donna per instaurare quel minimo di cordialità auspicabile fra esseri umani. Osservazioni superficiali, paragonabili ad acqua fresca del tutto insapore. Quante volte fino ad allora aveva già scambiato per la strada, con persone quasi sconosciute, frasi del genere! Ogniqualvolta gli tornava in mente quella brevissima conversazione, non poteva fare a meno di riconoscere che era stata di una convenzionalità estrema, dalla prima all’ultima parola, al punto da potersi definire incolore. E trovava davvero incredibile che la voce limpida di quella donna avesse


tinto di rosso vivo il futuro di entrambi. Col passare degli anni, quel rosso era sbiadito. Le fiamme che avevano acceso il loro cuore si erano scurite, e la loro vita era sprofondata nel grigiore. Quando si voltava a considerare il passato e il corso che avevano preso le cose, Sōsuke si rendeva conto, nel profondo del cuore, che quella prima breve conversazione aveva gettato un’ombra su di loro, sulle loro storie, e tremava davanti alla potenza del destino che trasformava un fatto del tutto ordinario in un evento fatale. Ricordava perfettamente che, mentre attendevano davanti al cancello, parte delle loro ombre si stagliava sulla recinzione in terra battuta formando un angolo. Ogni dettaglio era ancora impresso nella sua memoria: l’ombra di Oyone era nascosta dal parasole, la cui forma si proiettava in modo irregolare sul muretto al posto della testa. In quell’inizio di autunno, il sole ancora ardente incominciava a calare, illuminando loro due di sbieco. Oyone, sempre al riparo del suo parasole, si era spostata sotto il salice piangente, benché non sembrasse offrire alcun refrigerio. Lui, a qualche passo di distanza, aveva contemplato il rosso del parasole, il bordo bianco e il verde ancora vivido delle foglie del salice. Ancora adesso che era passato tanto tempo, rivedeva la scena con estrema nitidezza. Cosa di cui non si stupiva. Avevano atteso che Yasui ricomparisse da dietro il muretto di recinzione, poi tutti e tre si erano incamminati verso il centro della città. Yasui e Sōsuke uno accanto all’altro, Oyone che li seguiva a breve distanza trascinando i sandali di paglia. A parlare erano stati soprattutto i due uomini, ma per breve tempo, perché a un certo punto Sōsuke aveva salutato ed era tornato a casa. L’impressione di quella giornata, però, aveva occupato a lungo i suoi pensieri. Rientrato alla pensione, anche dopo aver fatto il bagno ed essersi seduto davanti alla lampada, l’immagine di Yasui e di Oyone continuava a tornargli davanti agli occhi come una stampa a colori. E una volta nel suo futon, aveva cominciato a chiedersi se Oyone fosse veramente la sorella del suo amico, come gli era stato detto al momento delle presentazioni. Per dissolvere ogni dubbio poteva soltanto chiederlo direttamente a lui, ma era già arrivato alla conclusione che i due non erano fratello e sorella. Il loro atteggiamento reciproco era più che sufficiente a dar credito a quell’ipotesi, si disse Sōsuke sdraiato nel suo futon. Trovava quella storia molto strana. Poi si rese conto di quanto fosse stupido rimuginare fra sé su quella questione, e soffiò sulla lampada che si era dimenticato di spegnere. Sōsuke e Yasui non rimasero senza vedersi il tempo sufficiente perché quelle immagini a poco a poco sbiadissero fino a svanire del tutto. Non soltanto si incontravano tutti i giorni a scuola, ma continuarono a farsi visita a vicenda come prima delle vacanze estive. Oyone, tuttavia, non sempre veniva a salutare l’ospite. Circa una volta su tre non si faceva vedere, limitandosi a rimanere in silenzio nella stanza accanto, come il primo giorno. Sōsuke non vi badava. Ciononostante, i due giovani finirono con l’avvicinarsi l’uno all’altra, giungendo a un rapporto abbastanza confidenziale da scambiare fra loro battute scherzose. Nel frattempo si era già ad autunno inoltrato. Sōsuke non aveva alcun desiderio di rivivere quella stagione come l’anno precedente, ma quando cedette all’invito di Yasui e Oyone di andare con loro a raccogliere funghi, sentì un profumo nuovo nell’aria luminosa. Insieme contemplarono le foglie degli alberi in tutte le sfumature di rosso. Insieme camminarono da Saga fino a Takao attraverso le colline, e durante il percorso Oyone, che si serviva del suo piccolo parasole come di un bastone, sollevò l’orlo del kimono lasciando che solo il lungo sottabito battesse contro le calze. Il sole illuminava il fiume che scorreva un centinaio di metri più in basso, e l’acqua era così limpida che dall’alto delle colline se ne vedeva il fondo. «Com’è bella, Kyoto!» esclamò Oyone voltandosi verso i due uomini. Sōsuke, che stava ammirando il panorama insieme a lei, pensò che era vero: Kyoto era davvero


incantevole. Queste passeggiate insieme non erano rare, ma più sovente i tre si incontravano in casa. Una volta, andando a far visita all’amico come d’abitudine, Sōsuke trovò Oyone tutta sola nella malinconica atmosfera autunnale, poiché Yasui era uscito. Chiedendole se non si sentisse un po’ triste, entrò e si fermò a chiacchierare più a lungo di quanto avesse intenzione di fare, scaldandosi le mani insieme a lei sullo stesso braciere. Un altro giorno era nella sua stanza e, non sapendo come ammazzare il tempo – cosa strana per lui –, se ne stava appoggiato con aria assente alla scrivania, quando all’improvviso ricevette la visita di Oyone. Era venuta nel quartiere a fare compere e ne aveva approfittato per passare a trovarlo, disse, poi accettò l’invito di Sōsuke a prendere il tè con dei dolci e rimase un po’ di tempo a parlare senza fare cerimonie. Episodi del genere andavano ripetendosi, e intanto gli alberi perdevano le foglie. Un mattino, la cima delle colline più alte apparve bianca di neve. Poi si imbiancò anche la pianura spazzata dal vento, le persone attraversavano i ponti a piccoli passi, come ombre. L’inverno a Kyoto quell’anno era infido, il freddo penetrava nelle ossa senza parere. Yasui, colpito da quel freddo pernicioso, si prese una brutta influenza. La temperatura gli salì in modo anomalo, tanto che all’inizio Oyone si spaventò, ma poiché durò poco e calò quasi subito, lo credette guarito. Ma la febbre si era attaccata a Yasui come colla e lo tormentava ogni giorno con accessi improvvisi. Il medico gli diagnosticò una lieve compromissione delle vie respiratorie e gli consigliò un cambiamento d’aria. Yasui tirò fuori di malavoglia il baule di vimini dall’armadio e fece i bagagli. Oyone preparò la sua valigia. Sōsuke accompagnò gli amici alla stazione di Shichi-jō, e fino alla partenza del treno stette con loro nello scompartimento, facendo il possibile per rendere allegra l’atmosfera. Poi scese e rimase sul marciapiede. «Vieni a trovarci!» gli disse Yasui dal finestrino. «Dovete venire assolutamente» aggiunse Oyone. Il treno sfilò lentamente davanti a Sōsuke, che era l’immagine della salute, e prese la direzione di Kōbe sprigionando nuvole di fumo. Il malato passò la fine dell’anno nel luogo dove si curava e mandava ogni giorno a Sōsuke cartoline illustrate in cui gli ripeteva di andare a trovarlo. E non mancavano mai due o tre righe di pugno di Oyone. Quelle cartoline, Sōsuke le posava una sull’altra in un angolo della scrivania, separate dal resto, ed erano la prima cosa su cui cadeva il suo sguardo quando tornava a casa. Ogni tanto le rileggeva una per una. Nell’ultima Yasui diceva che ormai era del tutto guarito, quindi stava per tornare. Che sarebbe stato veramente un peccato, però, partire di lì senza averlo visto almeno una volta, di conseguenza che si affrettasse a raggiungerlo appena ricevuta quella cartolina. A Sōsuke, che detestava l’inazione e la noia, quelle poche righe furono sufficienti: prese il primo treno e la sera stessa arrivò dall’amico. Quando si trovarono tutti e tre faccia a faccia sotto la calda luce della lampada, Sōsuke notò subito che Yasui aveva ritrovato un colorito sano, sembrava in forma ben migliore di quando era partito. Yasui stesso, d’altronde, disse di sentirsi benissimo, e per provarlo si arrotolò le maniche della camicia e mostrò i muscoli delle braccia striati di venature azzurrine. Intanto gli occhi di Oyone splendevano di felicità. Quella vivacità nel suo sguardo era insolita, pensò Sōsuke. Fino ad allora la ragazza era rimasta impressa nel suo cuore soprattutto per la calma straordinaria che manteneva sempre, anche in mezzo alla confusione di colori e di suoni. E non poteva fare a meno di attribuire quell’impressione di tranquillità al fatto che spostava lo sguardo senza quasi muovere gli occhi. Il giorno seguente i tre uscirono insieme a contemplare l’immensa distesa del mare, di un blu profondo. Respirarono l’odore della resina che trasudava dal tronco dei pini impregnando l’aria.


Intanto un rosso sole invernale terminava la sua breve corsa, scendeva lentamente a occidente tingendo del colore del fuoco le nuvole all’orizzonte. Il buio calò senza che si levasse il vento, solo ogni tanto una lieve brezza faceva fremere i pini. Un sole caldo e benefico splendette nelle tre giornate che Sōsuke passò con i suoi amici. Tutti, inclusa Oyone, avrebbero voluto prolungare quella vacanza, Yasui dichiarava che Sōsuke aveva portato con sé il bel tempo... Ma alla fine fecero di nuovo i bagagli e tornarono a Kyoto. Intanto l’inverno se n’era andato portando via con sé il vento del nord verso le regioni fredde, sulla cima delle colline le chiazze di neve si erano sciolte e ovunque cominciavano a spuntare germogli. Ogni volta che ripensava a quel periodo Sōsuke si diceva che lui e Oyone si sarebbero risparmiati tante sofferenze se, invece di seguire il corso naturale delle cose, si fossero trasformati in statue di pietra. Perché tutto era iniziato allora, sul finire dell’inverno, alle prime avvisaglie della primavera, e quando i fiori di ciliegio si erano dispersi lasciando il posto al verde tenero delle foglie nuove era già troppo tardi. Era stata una lotta per la vita o per la morte. Una sofferenza pari a quella del tenero bambù che viene torchiato per farne uscire l’olio. Un vento impetuoso li aveva colti di sorpresa e travolti. Quando si erano rialzati, erano già sporchi di sabbia. Lo ammisero. Ma non avrebbero saputo dire in quale momento erano stati gettati a terra. La società non mostrò alcuna indulgenza: li accusò di immoralità. Quanto a Sōsuke e Oyone, prima di riconoscere la loro colpa, inizialmente rimasero attoniti. Dubitarono delle proprie facoltà mentali. Più che vergognarsi di essersi comportati in modo sleale, si meravigliavano della propria incomprensibile sventatezza. Non trovavano spiegazioni per quanto avevano fatto, ed era questo che li faceva soffrire maggiormente. Accusavano il destino crudele e volubile di aver preso due esseri innocenti e di averli trascinati per divertimento in una trappola. Quando il disvelamento del loro segreto venne a colpirli in faccia, avevano già superato le sofferenze causate loro dal senso di colpa. Porsero con onestà la fronte pallida per ricevere il marchio incandescente dell’infamia. Poi, legati da una catena immateriale, scoprirono di dover camminare insieme, mano nella mano, per sempre. Abbandonarono i genitori. Abbandonarono i familiari. Abbandonarono gli amici. In una parola, abbandonarono la società intera. O, piuttosto, furono loro a esserne scacciati. Sōsuke, com’era ovvio, fu espulso anche dall’università. Se gli venne concesso di presentare domanda formale di ritiro dagli studi, fu soltanto perché potesse conservare una dignità di facciata. Questo era il passato di Sōsuke e Oyone.

1

. Ai no Tsuchiyana ame ga furu, ballata in origine intitolata Suzuka chihō no mago uta (Canto di un conducente di cavalli della provincia di Suzuka), divenne famosa per essere stata incorporata nel jōruri: Tanba no Yosaku machiyo no Komurobushi (Canto notturno di Yosaku da Tanba) di Chikamatsu Monzaemon (1653-1724), il più grande drammaturgo giapponese. 2

. Edo è l’antico nome di Tokyo, in uso prima della Restaurazione Meiji.


15. Sotto il peso di questo passato, continuarono a soffrire anche dopo essersi trasferiti a Hiroshima. A Fukuoka, e ancora a Tokyo, seguitarono a essere oppressi da quel fardello. Non riuscirono a stringere un legame d’affetto con i Saeki. Poi lo zio morì. Restavano la zia e Yasunosuke, ma col passare dei giorni si mostravano sempre più freddi, tanto che non era pensabile si potesse un giorno instaurare con loro una relazione confidenziale. Quell’anno Sōsuke non era ancora andato a fare gli auguri. Né aveva ricevuto visite da parte loro. Persino suo fratello, che aveva accolto in casa sua, in fondo al cuore non aveva alcun rispetto per lui. Quando erano arrivati a Tokyo, Koroku, nella sua semplicità infantile, aveva sinceramente odiato Oyone. Questo era chiaro sia a lei che a Sōsuke. Tuttavia marito e moglie sorridevano guardando il sole, riflettevano guardando la luna, mentre i mesi scorrevano quieti. E anche quell’anno stava arrivando alla fine. Nelle strade del quartiere erano già esposti gli ornamenti tradizionali. Ai lati delle vie decine di canne di bambù, più alte delle falde dei tetti, frusciavano mosse dal vento gelido. Anche Sōsuke aveva comprato due piccoli pini snelli e li aveva inchiodati ai montanti del cancello. Poi aveva posato una grossa arancia amara sul vassoio per le offerte e l’aveva messa nel tokonoma, dove aveva anche appeso uno strano dipinto a inchiostro che rappresentava un albero di prugno dal quale spuntava una luna a forma di conchiglia. Tuttavia non capiva che significato potesse avere l’offerta di un’arancia davanti a quel quadro enigmatico. «Ma che senso avrà tutto questo?» domandò a Oyone guardando le decorazioni appena approntate. Nemmeno lei, però, sapeva il perché di quell’usanza di fine anno. «Non lo so. Semplicemente bisogna farlo» rispose tornando in cucina. «Se si offre un’arancia, forse sarà per mangiarla?» si chiese Sōsuke con aria perplessa, poi cambiò la posizione del vassoio. La sera portarono nel chanoma il tagliere sul quale era stesa la pasta per i mochi, e tutti insieme si misero a tagliarla in pezzi. Dato che i coltelli da cucina non bastavano, Sōsuke non partecipò a questa fase dell’operazione. Chi lavorava con più fervore era Koroku. In compenso era quello che tagliava le forme più irregolari, alcuni pezzi gli riuscirono veramente male. Davanti a ogni forma strana, Kiyo scoppiava a ridere. Koroku avvolse il manico del coltello in un asciugamano bagnato e si mise a schiacciare con tutte le sue forze per spezzare i bordi duri della pasta, rosso fino alle orecchie: «Non ha importanza se non vengono belli, i mochi, basta che siano buoni» disse. Gli altri preparativi per il Capodanno consistevano in acciughe essiccate e verdure bollite disposte nelle tradizionali scatole di lacca. La sera della vigilia, Sōsuke si recò da Sakai, sia a porgere gli auguri che a pagare l’affitto. Per non disturbare fece il giro dall’ingresso di servizio: sul vetro smerigliato della porta vide riflessa la luce intensa di una lampada e udì delle voci all’interno. Sul gradino al di là della porta era seduto un ragazzo che teneva in mano un registro – probabilmente un garzone inviato a incassare le fatture –, il quale si alzò salutando educatamente non appena vide Sōsuke. Nel chanoma trovò il padrone di casa e la moglie. In un angolo, a testa china, un uomo che portava un grembiule con il nome di un fornitore stava fabbricando delle piccole ghirlande. Accanto a lui erano posate carta di riso, forbici, foglie e felci. Una giovane serva, inginocchiata davanti alla padrona, disponeva in fila sul tatami delle banconote che dovevano essere il resto di un pagamento. «Oh, prego, prego!» fece Sakai quando vide Sōsuke. «Deve avere il suo bel da fare anche lei! Qui, come può vedere, c’è un gran disordine! Ma prego, si accomodi. Che dire? Per lei e per me, il Capodanno ormai è solo una seccatura. Qualsiasi cosa, per quanto divertente sia, alla quarantesima


volta viene a noia». Sakai si lamentava della confusione di fine anno, ma nulla nel suo atteggiamento lasciava pensare che gli desse davvero fastidio. Parlava in tono allegro e aveva la faccia lustra, come se il sakè bevuto a cena gli scaldasse ancora le guance. Sōsuke fumò la sigaretta che gli venne offerta, e dopo una ventina di minuti si congedò. Oyone, che doveva andare ai bagni pubblici con Kiyo, con la scatola del sapone avvolta in un asciugamano stava aspettando solo che il marito tornasse e restasse a badare alla casa in sua assenza. «Come mai ci hai messo tanto?» gli chiese guardando l’orologio. Erano già le nove passate. E Kiyo, dopo il bagno, voleva passare dalla pettinatrice e farsi fare una bella acconciatura. Anche nella vita monotona di Sōsuke, in quella vigilia di Capodanno non mancavano i contrattempi. «Tutte le fatture sono pagate?» domandò Sōsuke alla moglie prima di entrare. Oyone rispose che restava da saldare solo quella del mercante di legna. «Se viene, pagalo tu, per favore» disse estraendo dalla manica del kimono un logoro portafogli da uomo e un borsellino contenente qualche moneta e tendendoli al marito. «Koroku dov’è?» si informò Sōsuke prendendo portafogli e borsellino. «È uscito poco fa, ha detto che voleva vedere l’atmosfera delle strade la vigilia di Capodanno. Col freddo che fa, sarà una sofferenza, poveretto!» A quelle parole Kiyo, che si trovava dietro la padrona, scoppiò in una rumorosa risata. «Sì, ma è giovane!» disse poi avviandosi verso la porta di servizio, dove voltò i geta di Oyone verso l’uscita. «E dov’è che andava, per vedere l’atmosfera?» «Da Ginza fino a Nihonbashi, mi pare». A quel punto Oyone era già scesa nella parte bassa dell’ingresso. Sōsuke la udì aprire la porta. Mentre tendeva l’orecchio a quel rumore, si sedette tutto solo davanti al braciere e osservò il colore dei tizzoni che si trasformavano in cenere. Nella testa aveva l’immagine delle bandiere del Sol Levante che sarebbero state issate l’indomani. Vide mentalmente il luccichio dei cappelli di seta di quanti sarebbero usciti a cavallo. Sentì il rumore delle sciabole, il nitrito delle bestie, le voci delle ragazze che giocavano a volano. Quello era l’evento dell’anno che più di ogni altro, con la sua atmosfera festosa, doveva rinvigorire lo spirito della popolazione, e nelle ore seguenti gli sarebbe toccato affrontarlo. Immaginava gruppi di persone dall’aria allegra e spensierata sfilargli davanti, ma nessuno tra loro sarebbe venuto a prenderlo per il gomito e a trascinarlo nella folla. Lui era un escluso, lui non era invitato al banchetto. Gli era vietato ubriacarsi insieme agli altri. Ma al tempo stesso ne era dispensato. Perché Sōsuke, oltre a condurre anno dopo anno un’esistenza priva di eventi straordinari, al pari di Oyone non nutriva grandi aspettative. Quindi il fatto di restare da solo nella casa silenziosa, in quella serata in cui tutti si agitavano tanto, rappresentava perfettamente la realtà della sua vita. Oyone tornò dopo le dieci. Alla luce della lampada le sue guance avevano uno splendore insolito. Ancora accaldata dopo il bagno, aveva scostato un poco il collo del kimono, lasciando intravedere il sottabito e la nuca slanciata. «C’era tanta di quella gente che era quasi impossibile trovare una bacinella per lavarsi» disse, riprendendo finalmente fiato. Kiyo rientrò dopo le undici. Sporse la testa tra gli shōji, esibendo la sua bella pettinatura, e salutò scusandosi per il ritardo, poi spiegò che aveva dovuto aspettare il suo turno dopo due o tre persone. Solo Koroku non era rientrato. Quando suonò la mezzanotte, Sōsuke propose di andare a dormire.


Oyone disse che non aspettarlo, almeno quella sera, sarebbe parso scortese, e si sforzò di portare avanti la conversazione. Per fortuna Koroku non si fece attendere a lungo. Era andato da Ginza a Nihonbashi, poi aveva fatto una deviazione da Suitengu, dove aveva dovuto lasciar passare parecchi tram tanto erano affollati, raccontò scusandosi. Era anche entrato nei grandi magazzini Hakubotan, nella speranza di vincere l’orologio d’oro messo in palio, ma non avendo nulla da comprare si era accontentato di una scatola di palle di stoffa cui erano attaccati dei campanellini, ed era riuscito ad afferrare un palloncino gonfiabile fra quelli che venivano soffiati fuori a centinaia da una macchina. «Per l’orologio d’oro mi è andata male, ma guardate cosa ho vinto!» disse estraendo dalla manica del kimono un sacchetto di polvere da bucato di marca Club. «Per voi, Oyone, ve lo regalo!» Poi posò davanti a Sōsuke le palle di stoffa a forma di fiore di prugno ornate di campanellini. «Tieni, queste puoi portarle alle figlie di Sakai». Così terminò il modesto Capodanno della piccola famiglia.


16. Il 2 gennaio una nevicata ricoprì la città, con tutte le sue decorazioni di Capodanno, di una coltre bianca. Quando smise, prima che il tetto ritrovasse il suo colore originario, marito e moglie sobbalzarono più di una volta al rumore dei blocchi di neve che scivolavano sulle lamiere di zinco delle falde. Un rumore che nel cuore della notte rimbombava più forte. Al contrario di quanto succedeva dopo la pioggia, nelle strade il fango non si asciugava in un giorno o due. «Così non si può continuare» disse Sōsuke, che era tornato a casa con i geta imbrattati, mentre saliva il gradino del vestibolo guardando Oyone. Sembrava quasi che desse la colpa delle condizioni delle strade alla moglie, tanto che lei finì per rispondere: «Scusami davvero, sono desolata per te!» E si mise a ridere. Sōsuke non era in vena di reagire con una battuta scherzosa. «Sappi, Oyone, che qui per uscire di casa ci vogliono degli alti geta di legno» disse, «ma in centro è tutta un’altra cosa. Dovunque tu vada, le strade sono asciutte, polverose addirittura, e i geta sarebbero così scomodi che non riusciresti nemmeno a camminare. Il che significa che noi, in questo quartiere, siamo in ritardo di un secolo!» Pur lamentandosi così, tuttavia, Sōsuke non aveva un’aria particolarmente scontenta, e Oyone ascoltava le sue recriminazioni con la stessa indifferenza con cui guardava le volute di fumo che gli uscivano dalle narici quando fumava una sigaretta. «Vai a dirlo al signor Sakai» gli suggerì in tono noncurante. «Sì, e visto che ci sono gli chiedo di ridurmi l’affitto» rispose Sōsuke, ma poi non fece nulla. Da Sakai ci era andato il giorno di Capodanno, aveva lasciato il suo biglietto da visita ed era subito venuto via, di proposito, senza vedere il padrone di casa; ma la sera, dopo aver passato la giornata a fare visita a tutte le persone cui era tenuto a porgere gli auguri, si era sentito quasi imbarazzato nell’apprendere che in sua assenza Sakai aveva restituito la cortesia. Il 2 gennaio, a parte la nevicata, passò senza che accadesse nulla di interessante. Il 3, nel tardo pomeriggio, una serva dei Sakai venne a dire che i suoi padroni invitavano il signore, la signora e anche il giovane signore a passare la serata da loro, se erano liberi, ci tenevano assolutamente. «Per fare cosa?» chiese perplesso Sōsuke alla moglie. «Di certo per fare il gioco delle carte e delle poesie1, con tutti i bambini che hanno» rispose Oyone. «È meglio che ci vada tu». «No, visto che ti hanno invitata, dovresti andarci tu. Io sono secoli che non gioco a carte». «Nemmeno io, non mi ricordo nulla!» Nessuno dei due sembrava entusiasta di quell’invito e, alla fine, fu deciso che ci sarebbe andato Koroku, in rappresentanza di tutta la famiglia. «Dai, vacci tu, “giovane signore”» gli disse Sōsuke. Il ragazzo si alzò, un sorriso forzato sulle labbra. Marito e moglie trovavano esilarante quel titolo attribuito a Koroku e, guardandolo mentre sorrideva controvoglia nel sentirsi chiamare “giovane signore”, di nuovo scoppiarono in una risata. Koroku lasciò quell’atmosfera accogliente e uscì nel freddo. Dopo aver camminato per un centinaio di metri nell’aria gelida, si sedette nuovamente sotto la luce calda di un’altra lampada. Uscendo aveva messo nella manica del kimono le palle di stoffa a forma di fiore di prugno per darle alle figlie di Sakai, presentandole come un regalo da parte del fratello. Al ritorno, nella stessa manica portava una piccola bambola nuda che aveva vinto giocando. La fronte della bambola, nel punto dove mancava un pezzo, era stata dipinta con l’inchiostro.


«Pare che sia Sodehagi2» disse con espressione molto seria posandola davanti al fratello e alla cognata. Sōsuke e Oyone domandarono per quale motivo dovesse rappresentare proprio lei. Koroku rispose che lo aveva chiesto alla signora Sakai perché non lo sapeva nemmeno lui, ovviamente, ma della sua gentilissima spiegazione non aveva capito quasi nulla; allora il padrone di casa aveva preso un pezzo di carta, vi aveva scritto due citazioni – una autentica e una inventata – e glielo aveva consegnato dicendogli di mostrarlo al fratello e alla cognata una volta tornato a casa. Koroku si frugò nella manica e tirò fuori il pezzo di carta. C’erano scritte due frasi: Kono kaki hitoe ga kurogane no (questa semplice siepe è una porta d’acciaio), seguita, fra due parentesi, da: Kono gaki hitai ga kurogake no (la fronte di questa monella ha un buco nero). Sōsuke e Oyone scoppiarono in una risata. «Be’, se la sono studiata bene! L’idea di chi è stata?» chiese Sōsuke. «Non saprei» rispose Koroku con l’aria di trovare la cosa di scarso interesse, al suo solito. Poi, lasciando la bambola dove l’aveva buttata, se ne andò nella sua stanza. Passarono altri due o tre giorni, e la sera del 7 di nuovo una serva dei Sakai venne a trasmettere con molta cortesia un messaggio del suo padrone, il quale invitava Sōsuke a fare due chiacchiere, se non aveva altri impegni. Sōsuke e Oyone avevano appena iniziato a cenare alla luce della lampada. «Oh, finalmente l’agitazione del Capodanno si è calmata» stava dicendo Sōsuke mentre prendeva in mano la sua ciotola, quando entrò Kiyo a riferire il messaggio di Sakai. Oyone sorrise divertita guardando il marito. «Stanno di nuovo organizzando qualcosa?» chiese Sōsuke con aria un po’ contrariata. La serva dei Sakai, a quella domanda, disse che non c’erano altri ospiti né erano stati fatti preparativi particolari. Inoltre la signora era assente, era andata con i bambini a trovare dei parenti. «Be’, allora salgo un momento» disse Sōsuke, e uscì. Detestava le relazioni mondane. Alle riunioni di colleghi si mostrava soltanto quando non poteva farne a meno. Non aspirava ad avere amici, né avrebbe avuto il tempo di vederli. L’unica eccezione era Sakai, che di sua iniziativa ogni tanto andava a trovare, anche senza un motivo preciso, semplicemente per fare due chiacchiere con lui. E pensare che Sakai, da parte sua, era una persona socievole con una rete estesa di relazioni! Persino agli occhi di Oyone, il fatto che quell’orso del marito e quell’uomo di mondo che era Sakai si incontrassero e trovassero degli argomenti di cui parlare era un fenomeno misterioso. «Andiamo di là» disse a Sōsuke il padrone di casa, facendogli attraversare il chanoma e accompagnandolo attraverso un corridoio fino a un piccolo studio. Qui, nel tokonoma, era appesa una calligrafia composta di cinque poderosi ideogrammi che sembravano tracciati con una foglia di palma al posto del pennello. Su uno scaffale si trovava una bellissima peonia bianca in vaso. Ogni cosa nella stanza era di buon gusto. «Prego» disse Sakai fermandosi un momento sulla soglia per cercare l’interruttore della luce. Poi aggiunse: «Attenda solo un minuto» e con un fiammifero accese un piccolo radiatore a gas, di dimensioni proporzionate allo studio. «Questa è la mia tana» proseguì Sakai spingendo verso Sōsuke un cuscino. «Quando ne ho abbastanza della confusione, vengo a rifugiarmi qui». Anche Sōsuke, seduto sul morbido cuscino, provava una sorta di tranquillità. Mentre il gas bruciava con un lieve sibilo, sentiva il calore salirgli gradualmente lungo la schiena. «Quando sono qui dentro, mi estraneo da tutto» disse Sakai. «Mi rilasso completamente. Ma prego, si metta comodo. In realtà, il Capodanno è sempre più seccante di quanto ce lo immaginiamo prima che arrivi. Fino a ieri sono stato talmente preso dagli impegni che temevo di non farcela. Per non parlare di quanto si mangia, credevo di scoppiare! Finalmente oggi sono riuscito ad allontanarmi dalle trivialità di questo mondo, mi sentivo così male che ho dormito tutta la giornata. Poco fa mi


sono svegliato, ho fatto il bagno, ho cenato, ho fumato una sigaretta... e a quel punto sono venuto a sapere che mia moglie non c’era, che era andata a trovare dei parenti portando con sé i bambini. Finalmente un po’ di calma! ho pensato. E invece ecco che comincio ad annoiarmi! Certo che siamo proprio incontentabili, noi esseri umani! A ogni modo, noia o meno, non ne posso più di scambiare auguri con questo e con quello. Quanto a bere e mangiare altre specialità di Capodanno, la sola idea mi spaventa, di conseguenza con una persona come lei, che non sembra dare tanta importanza a queste cose... Mi scusi, sa, se mi permetto di parlarle così, cioè, qualcuno che non ha tante relazioni sociali... Ecco che dico di nuovo una villania! Insomma, per farla breve, mi è venuta voglia di parlare con qualcuno come lei, al di sopra delle mondanità, per questo ho mandato la domestica a portarle un messaggio...» Al suo solito, Sakai parlava a ruota libera. Davanti a quell’ottimista cronico, Sōsuke riusciva a dimenticare il passato. E a volte pensava persino che se la sua evoluzione avesse seguito il corso naturale, forse anche lui sarebbe diventato un uomo come Sakai. A quel punto una serva aprì la stretta porta dello studio, entrò, di nuovo si inchinò educatamente davanti a Sōsuke e gli posò di fronte un piccolo piatto in legno. Ne mise un altro identico davanti al padrone di casa e si ritirò senza pronunciare una parola. Su ciascun piattino c’era un dolce alla purea di fagioli rossi grande come una palla, insieme a uno stecchino due volte più grosso del normale. «Prego, prego, prima che si raffreddi» lo esortò Sakai, al che Sōsuke si accorse che il dolce era molto caldo, sembrava appena uscito dalla pentola. Osservò il giallo della pasta come se non avesse mai visto un colore del genere. «Non sono appena fatti» gli disse Sakai. «Sa, ieri sera sono andato a un banchetto e siccome, tanto per scherzare, mi sono complimentato per questi dolci, sono stato esortato a portarmene qualcuno a casa. Così li ho presi. Ieri erano freschissimi, ma oggi li ho fatti scaldare perché volevo che lei li assaggiasse». Il padrone di casa, senza usare né bacchette né stecchino, spezzò semplicemente in due il suo dolce e iniziò a mangiarlo a grandi bocconi. Sōsuke fece altrettanto. Intanto Sakai si era messo a parlare di una geisha piuttosto originale che aveva incontrato la sera prima. Questa geisha amava molto i Dialoghi di Confucio, e ogni volta che usciva portava con sé l’edizione tascabile nella manica del kimono, anche quando prendeva il treno o partecipava a qualche banchetto. «Mi ha detto che Confucio, di tutti i suoi discepoli, preferiva un certo Shiro. A sentire lei questo Shiro era un uomo così onesto che quando imparava qualcosa di nuovo, finché non lo metteva in pratica non voleva sentir parlare d’altro, altrimenti stava male. A dire la verità, io di questo Shiro ignoravo tutto, quindi non sapevo come cavarmela, allora le ho chiesto se voleva dire... non so, che una persona, quando si innamora di qualcuno, prima deve sposare questo qualcuno e soltanto dopo può innamorarsi di qualcun altro...» Il padrone di casa raccontava quest’aneddoto con grande noncuranza. A giudicare dal suo tono, ormai non sembrava provare alcun piacere a frequentare quel genere di locali, eppure la forza dell’abitudine lo portava nonostante tutto a tornarci più volte al mese. Da qualche ulteriore domanda risultò che l’imperturbabile Sakai ogni tanto si stancava di troppi divertimenti e provava il bisogno di riposare lo spirito nella pace del suo studio. Sōsuke, che non era privo di esperienza in quel campo, non sentendosi obbligato a fingere interesse si limitava a qualche commento di circostanza, cosa che il padrone di casa sembrava apprezzare. Da parte sua, Sakai intuiva nelle risposte vaghe del suo interlocutore un passato torbido del quale avrebbe palesemente voluto sapere di più. Ma appena vedeva che Sōsuke non aveva piacere di inoltrarsi su quel terreno, cambiava argomento. Più che una tattica, era semplice


educazione. Atteggiamento che a Sōsuke non era affatto sgradito. A un certo punto la conversazione si spostò su Koroku. Sakai aveva notato nel ragazzo due o tre cose che erano sfuggite a Sōsuke, nonostante fosse suo fratello. Sōsuke lo ascoltò con interesse, a prescindere dal fatto che le sue osservazioni fossero azzeccate o meno. Secondo Sakai, ad esempio, Koroku non era portato per le complicazioni della vita pratica, cosa normale in un giovane della sua età, e al tempo stesso mostrava senza preoccuparsene un’ingenuità che provava quanto fosse ancora infantile. Sōsuke fu immediatamente d’accordo. Però rispose che tutti i giovani che ricevevano un’educazione puramente scolastica, al di fuori della società, una volta cresciuti manifestavano questa tendenza. «Al contrario, qualcuno che abbia appreso quello che sa in seno alla società, ma non abbia ricevuto un’educazione scolastica, svilupperà un carattere complesso pur conservando anche da adulto un’intelligenza infantile. Mi sembra un risultato ben peggiore». Sakai rise. «Cosa ne dice di mandarmelo a vivere qui, dove potrebbe dare una mano?» propose poi. «Così avrà modo di acquisire un po’ di pratica della società». Da Sakai c’era stato uno studente alla pari, ma un mese prima che il cane si ammalasse e venisse mandato dal veterinario, era stato chiamato alla visita di leva e conseguentemente arruolato, quindi al momento il posto sembrava vacante. Sōsuke era felice che una buona occasione di sistemare Koroku si presentasse da sola, all’inizio dell’anno, senza bisogno di chiedere a destra e a manca. Eppure, lui che non aveva mai avuto il coraggio di cercare la simpatia e la benevolenza altrui, davanti a quella proposta inattesa del padrone di casa si sentiva imbarazzato. Comprese però che affidando il fratello a Sakai il più presto possibile sarebbe riuscito a risparmiare qualcosa e avrebbe potuto aiutare Koroku a realizzare il suo desiderio di terminare gli studi universitari, magari con un piccolo contributo da parte di Yasunosuke. Quindi spiegò onestamente la situazione, senza vergognarsene, al padrone di casa, che lo ascoltò interloquendo solo ogni tanto con un «Capisco, capisco», e alla fine disse con decisione: «Bene, allora è cosa fatta!» E l’affare fu concluso. Per Sōsuke sarebbe stato meglio andarsene a quel punto. E in effetti questa era la sua intenzione, ma il suo ospite lo trattenne, esortandolo a fermarsi ancora un poco. «La notte è ancora lunga, non c’è fretta» disse dando un’occhiata all’orologio che aveva estratto dalla cintura. Allora Sōsuke, che a casa non aveva nulla da fare se non andare a dormire, si risedette sul suo cuscino e fumò un’altra delle sigarette di tabacco scuro del padrone di casa. Poi si mise comodo anche lui, distese le gambe e appoggiò il gomito al cuscino morbido. «Certo che può diventare una bella seccatura, un fratello minore» disse Sakai riferendosi di nuovo a Koroku. «Anch’io ho dovuto occuparmi del mio, che era una vera canaglia, me ne ricordo bene!» Poi raccontò che mantenere questo suo fratello all’università era costato alla famiglia un occhio della testa, perché da studente aveva speso una fortuna, ben più di quanto avesse fatto lui. Sōsuke, curioso di sapere quali sventure il destino avesse riservato a quel fratello scapestrato, chiese che strada avesse poi preso e che tipo di persona fosse diventato. Sakai rispose bruscamente con un solo epiteto: «Un avventuriero!» Terminati gli studi, su presentazione di un conoscente era stato assunto in una banca, ma si lagnava in continuazione di non guadagnare abbastanza, così poco dopo la guerra russo-giapponese era partito per la Manciuria proclamando che avrebbe realizzato grandi cose, senza ascoltare lui, il fratello maggiore, che cercava di dissuaderlo. E lì come aveva esordito? Si era lanciato in un’attività di trasporto fluviale – battelli che portavano a valle residui di fagioli e di soia – progetto che in


breve tempo si era rivelato catastrofico. Fin dall’inizio non aveva capitali, e quando aveva cercato di pareggiare i conti, aveva scoperto un buco incolmabile. Ovviamente l’impresa aveva chiuso, e lui si era ritrovato sul lastrico, questo era il risultato finale. «In seguito a quella storia, non so bene nemmeno io cos’abbia fatto, ma quando poi mi sono informato sono rimasto di stucco: stava girovagando per la Mongolia! Non so quanto avventato sia quello che sta combinando, ma potrebbe essere rischioso anche per me. Inoltre, finché se ne resta lontano, me la cavo con qualche vaga preoccupazione. Ogni tanto ricevo una cartolina in cui mi scrive cose come: “La Mongolia è un paese secco, per cui quando fa molto caldo si irriga il terreno con l’acqua dei fossati, e quando anche quella si asciuga, si usa l’urina dei cavalli, di conseguenza c’è sempre un odore terribile...” Ecco il genere di notizie che mi manda, si figuri un po’! Succede anche che mi chieda dei soldi, ma visto che sta a casa del diavolo, basta che non gli dia retta e la cosa finisce lì. Insomma, finché rimane laggiù non ci sono problemi, peccato che alla fine dell’anno si sia presentato senza preavviso!» A quel punto Sakai, come se gli venisse in mente solo in quel momento, andò a staccare da uno dei pilastri del tokonoma un oggetto guarnito da una bella nappa. Era una daga lunga un braccio, protetta da una custodia di broccato. La guaina era fatta di un materiale verde simile alla mica, ed era cerchiata d’argento in tre punti. Al contrario della guaina, che sembrava un bastone di legno esagonale ed era molto spessa, la lama era sottile. Inoltre sotto l’impugnatura, attaccati alla guaina, si notavano due bastoncini tenuti al loro posto dai cerchi d’argento. «Mi ha portato questa in regalo, credo sia una spada mongola» disse Sakai estraendo la daga per mostrarla a Sōsuke. Poi tirò fuori i due bastoncini, che dovevano essere d’avorio. «Sono bacchette» spiegò. «I mongoli portano questa daga al fianco giorno e notte, e quando è ora di mangiare se ne servono per tagliare la carne, che poi prendono con queste». Mentre parlava, daga e bacchette in mano, Sakai faceva il gesto di tagliare e portare qualcosa alla bocca. Sōsuke ammirava la maestria con cui era stato fabbricato l’oggetto. «Mi ha anche portato uno di quei tappeti di feltro che i mongoli usano sotto le tende, è identico a quelli che si facevano da noi una volta». Il padrone di casa proseguì dicendo che i mongoli montavano a cavallo magnificamente, che avevano dei cani magri e snelli che assomigliavano ai Greyhound occidentali, che le loro terre venivano progressivamente occupate dai cinesi – tutte cose che gli aveva raccontato il fratello da poco tornato da laggiù. Sōsuke ascoltava con evidente interesse quelle informazioni che sentiva per la prima volta. Alla fine, di nuovo curioso di sapere cosa facesse al momento il fratello in Mongolia, lo chiese a Sakai, che ripeté con veemenza la stessa definizione di prima. «L’avventuriero!» Poi spiegò che non sapeva esattamente di cosa si occupasse: «A sentire lui, di allevamento, e con successo, ma io non ci credo. Fino a ora mi ha sempre preso in giro gettandomi fumo negli occhi. Inoltre l’affare che questa volta lo ha portato a Tokyo mi pare losco. Dice che vuole farsi prestare ventimila yen per il re di Mongolia, che non so neanche come si chiami. E va proclamando che se non ci riesce, nessuno avrà più fiducia in lui. E naturalmente il primo a cui si è rivolto sono io. Ma che il re di Mongolia c’entri qualcosa o meno, che ci sia da impossessarsi di grandi terreni o no, poi io come farei a chiedere dei conti considerato che la Mongolia è in capo al mondo? Così ho rifiutato, e quello lì sa cos’ha fatto? Ha avuto la faccia tosta di andare da mia moglie e parlarle male di me dietro le mie spalle, le ha detto che con il mio carattere non riuscirò mai a combinare granché. È irrecuperabile, le dico!» Il padrone di casa ridacchiò. Poi, vedendo l’espressione stranamente tesa di Sōsuke, aggiunse: «Le andrebbe di conoscerlo? È un tipo divertente, sa, con quella pelliccia troppo larga per lui che


ha sempre addosso. Se vuole, glielo presento. Si dà il caso che l’abbia invitato a mangiare qui dopodomani sera. Non si lasci abbindolare da lui, però. Basta che lo lasci parlare, che si limiti ad ascoltarlo, e non rischia nulla. Si divertirà, tutto qui». All’insistenza di Sakai, Sōsuke sentì cedere la propria riluttanza. «E verrà solo, suo fratello?» «No, porterà un amico col quale è tornato dalla Mongolia. Un certo Yasui. Io non l’ho mai visto, ma dal momento che mio fratello vuole assolutamente presentarmelo ho invitato anche lui». Uscendo dalla casa di Sakai, Sōsuke era livido.

1

. Gioco che si fa a Capodanno con carte giapponesi raffiguranti personaggi della tradizione letteraria. A ogni carta corrisponde una poesia e vince chi la dice per primo. 2

. Eroina di un dramma di Chikamatsu Monzaemon (1653-1724). Sodehagi, cacciata dal padre del clan dei Minamoto per aver sposato un uomo del clan ribelle degli Abe, anni dopo, mentre vaga alla ricerca del suo sposo, arriva davanti alla casa paterna e pronuncia una celebre frase: «Questa semplice siepe è una porta d’acciaio».


17. La storia che aveva offuscato la vita di Sōsuke e Oyone, facendo di loro delle pallide ombre, era sempre annidata nei loro pensieri. Entrambi sapevano bene che in un recesso della loro coscienza si celava un morbo pernicioso invisibile ad altre persone, ma lasciavano passare gli anni facendo finta di niente l’uno con l’altra. All’inizio, a tormentarli maggiormente era il pensiero delle conseguenze che il loro comportamento avrebbe avuto sul futuro di Yasui. Quando il vortice irresistibile che aveva travolto la loro mente si era finalmente placato, erano venuti a sapere che anche Yasui aveva lasciato l’università, interrompendo gli studi. Non v’era dubbio che a compromettere il suo avvenire era stata la ferita subita. Era poi corsa voce che fosse tornato a casa sua in provincia. In seguito qualcuno aveva detto che si era ammalato e non si alzava dal letto. Ogni volta che sentivano parlare di lui, Sōsuke e Oyone avvertivano un peso sul cuore. Alla fine si era diffusa la notizia che Yasui si era trasferito in Manciuria. Allora dev’essere guarito, aveva pensato Sōsuke. Si chiedeva però se quella storia fosse vera. Perché Yasui, sia per problemi di salute che per temperamento, non era uomo da cercar fortuna in Manciuria, a Taiwan o dove altro fosse. Sōsuke cercò con ogni mezzo di scoprire la verità, finché, tramite un conoscente, era riuscito a sapere con certezza che Yasui si trovava in effetti a Mukden. E che stava bene, si dava un gran da fare e aveva molto lavoro. Quella volta i due sposi si erano guardati e avevano tratto un sospiro di sollievo. «Be’, tanto meglio!» era stato il commento di Sōsuke. «Per lo meno non è malato» aveva aggiunto Oyone. Da allora avevano evitato di pronunciare il nome di Yasui, evitato di pensare a lui. Si sentivano colpevoli nei suoi confronti per averlo costretto a lasciare gli studi e a tornare dalla sua famiglia, aver causato la sua malattia e infine averlo cacciato via, in Manciuria, ma il rimorso, per quanto pesasse sul loro cuore, non era di alcuna utilità. «Oyone, ti è capitato di avere fede in qualcosa?» chiese una volta Sōsuke alla moglie. «Sì, certo» rispose Oyone. «E tu?» Sōsuke sorrise, ma non disse nulla. In compenso, non fece altre domande alla moglie riguardo alla fede. E Oyone forse ne fu contenta, perché su quell’argomento non aveva le idee chiare. In ogni caso, né l’una né l’altro avevano l’abitudine di sedersi sui banchi delle chiese o di varcare il portale dei templi. Se ritrovarono la quiete spirituale, fu soltanto grazie alla capacità, di cui ci fa dono la natura, di dimenticare la sofferenza col passare del tempo. Il rimorso che occasionalmente affiorava nella loro coscienza era troppo vago, troppo inconsistente, troppo lontano dai loro bisogni materiali per meritare il nome crudele di dolore o sgomento. In realtà la loro fede, che non aveva per oggetto né le divinità shintoiste né quelle buddiste, si manifestava simbolicamente nel loro rapporto. Stretti nel reciproco abbraccio, erano giunti a disegnare un cerchio perfetto. Conducevano insieme una vita solitaria ma tranquilla. E in quella tranquillità solitaria gustavano una sorta di dolce malinconia. Loro che non sapevano molto di letteratura o di filosofia, non avendo le conoscenze necessarie per comprendere la propria condizione, godevano di quella malinconia in modo ben più puro di quanto avrebbe fatto, nelle medesime circostanze, un poeta o uno scrittore. Questa era la situazione in cui si trovava la coppia fino alla sera del 7 gennaio, in cui Sōsuke, invitato da Sakai, ebbe notizie di Yasui. Una volta tornato a casa, Sōsuke non guardò quasi in faccia la moglie, avvicinandosi al braciere solo per dirle che andava subito a dormire perché non si sentiva bene. Oyone, che aveva atteso il suo ritorno, ne fu sorpresa.


«Che cos’hai?» chiese alzando lo sguardo sul marito. Sōsuke restò impalato. A memoria di Oyone, non era mai successo che si comportasse così rientrando da fuori. Agitata da un indefinibile senso di sgomento, balzò in piedi e quasi meccanicamente si mise a tirar fuori materasso e coperte per preparare il futon, come le aveva chiesto il marito. Nel frattempo Sōsuke attendeva immobile, le mani nelle maniche del kimono. Appena il letto fu pronto, si spogliò in fretta e si infilò sotto le coltri. Oyone, però, esitava ad allontanarsi. «Che cos’hai?» ripeté. «Niente, solo un po’ di nausea. Se resto un momento sdraiato così, mi passa subito». Le parole di Sōsuke erano quasi soffocate dalle coperte e la sua voce suonò attutita alle orecchie di Oyone, che non poté fare altro che restare seduta accanto al futon con aria costernata. «Puoi anche andare di là. Se ho bisogno, ti chiamo». Oyone si rassegnò a spostarsi nel chanoma. La testa nascosta dentro il futon, Sōsuke stava rigido, gli occhi chiusi. Nell’oscurità, il suo pensiero andava di continuo a quello che gli aveva detto Sakai. L’ultima cosa che avrebbe immaginato era di avere un giorno notizie di Yasui, partito per la Manciuria, per bocca del suo padrone di casa. E come se non bastasse, di venire da questi invitato a cena insieme a Yasui, col rischio di sedergli di fianco, o di fronte... Era qualcosa che fino a quella sera, fino al termine di quella visita, non aveva attraversato la sua mente nemmeno in sogno. Sdraiato, ripensò con un senso di sbigottimento alle due o tre ore appena trascorse, al colpo di scena che si era verificato all’improvviso. Al tempo stesso provava tristezza, perché sapeva che per abbattere un uomo debole come lui non era necessario uno scherzo del destino tanto feroce, quasi che qualcuno alle sue spalle gli avesse fatto lo sgambetto. Era convinto che per gettarlo a terra c’era un’infinità di mezzi meno violenti. Ripercorse mentalmente la conversazione di quella sera, passo dopo passo: da Koroku al fratello di Sakai, da questi alla Manciuria e alla Mongolia, al suo ritorno a Tokyo, a Yasui... Più rifletteva su quella straordinaria coincidenza, più la trovava terribile. Una coincidenza di quelle che raramente si incontrano nella vita, cui la sorte l’aveva messo di fronte scegliendolo tra un milione di persone, e ravvivando tutte le sofferenze del passato, pensava Sōsuke con dolore. E con rabbia. Nell’oscurità della notte fece un sospiro angosciato. La piaga che negli ultimi due o tre anni aveva cominciato finalmente a guarire di colpo riprese a fargli male. A fargli male e a infiammarsi. Nella ferita che si era riaperta soffiava senza pietà un vento velenoso. Fu tentato di dire tutto a Oyone per condividere con lei quella sofferenza. «Oyone, Oyone!» gridò. La moglie accorse subito e, china su di lui, lo scrutò in viso. Sōsuke aveva tirato fuori la testa da sotto le coperte. La luce proveniente dalla stanza accanto illuminava a metà le guance di Oyone. «Mi porti una tazza di tè caldo?» Perso il coraggio di confidarle ciò che aveva in mente, Sōsuke era ricorso a quella scusa. Il mattino seguente si alzò all’ora solita e fece colazione come in un qualunque giorno feriale. E vedendo un’espressione di sollievo sul volto di Oyone che lo serviva, la guardava con un turbamento che era un misto di gioia e di compassione. «Ieri sera mi hai spaventata, sai? Mi chiedevo cosa ti fosse successo...» Sōsuke si limitò ad abbassare il capo per bere il tè che lei gli aveva versato nella tazza. Cosa poteva dirle, visto che non riusciva a trovare una risposta convincente? Quel giorno un vento molto forte soffiò fin dal mattino, sollevando nubi di polvere e facendo volare ogni tanto i cappelli dei passanti. Senza ascoltare Oyone, che per timore che avesse la febbre


gli consigliava di restare a casa, Sōsuke prese il tram come sempre, il collo rigido, lo sguardo fisso, indifferente al rumore del vento e allo sferragliare della vettura. Quando scese, sentendo vibrare i fili del telegrafo sopra la sua testa, alzò lo sguardo al cielo e vide che nella furia della natura scatenata il sole splendeva più radioso che mai. Una fredda raffica gli passò tra le gambe, Sōsuke la vide avanzare verso il fossato dall’altra parte della strada sollevando mulinelli di polvere, come pioggia sospinta di traverso. In ufficio non riuscì a concentrarsi sul lavoro. Il pennello fra le dita, la guancia appoggiata alla mano, rifletteva. Ogni tanto strofinava senza motivo il bastoncino di carbone contro la pietra a inchiostro. Fumava una sigaretta dopo l’altra. Poi di colpo guardava fuori dalla finestra, come ricordandosi di qualcosa. Ma fuori c’era solo il vento. Quel giorno lasciò l’ufficio prima del solito. Quando finalmente arrivò a casa, Oyone lo guardò preoccupata. «Qualcosa che non va?» gli chiese. «No, niente, semplicemente sono stanco» non poté esimersi dal rispondere Sōsuke. Poi si infilò subito sotto il kotatsu e non ne uscì fino all’ora di cena. Intanto il vento era calato e si era fatto buio. Tutt’intorno, dopo tanto frastuono, di colpo era scesa una calma assoluta. «Meno male che il vento si è calmato! Quando soffia così durante la giornata, anche stando al riparo dentro casa non mi sento tranquilla, non posso farci nulla». Dal tono delle sue parole, sembrava che Oyone temesse davvero il vento quanto i fantasmi. «Stasera non fa tanto freddo» disse Sōsuke con aria serena. «È stato un Capodanno quieto, per fortuna». Poi dopo cena, mentre fumava una sigaretta, di punto in bianco fece una proposta inusuale: «Se andassimo a vedere qualcosa a teatro, Oyone?» Lei ovviamente non aveva ragione di opporsi. Koroku invece disse che, piuttosto che sorbirsi gidayū e roba del genere, preferiva restare a mangiare da solo mochi arrostiti, così lo lasciarono a badare alla casa e uscirono. Quando arrivarono, un po’ in ritardo, trovarono il teatro quasi pieno. Vennero assegnati loro dei posti in fondo, in uno spazio così esiguo che dovettero restare seduti sui talloni, senza poter usufruire nemmeno di un cuscino. «Che folla, vero?» «Per forza, all’inizio dell’anno la gente va a teatro». Mentre parlavano a bassa voce, Sōsuke e Oyone percorrevano con lo sguardo la vasta sala stipata di spettatori, di cui vedevano solo le teste. Il fumo delle sigarette impediva di distinguere quelli delle prime file, più vicini al palcoscenico. Sōsuke pensava che quella folla scura e rumorosa era composta di persone che potevano concedersi quel genere di piacere quando volevano, che avevano i mezzi e il tempo per passare le serate a divertirsi. Non poteva fare a meno di provare invidia per ognuna di loro. Portando l’attenzione sul palcoscenico, si sforzò di seguire con interesse il jōruri. Ma nonostante ce la mettesse tutta, non riusciva ad appassionarsi al dramma. Di tanto in tanto si distraeva e posava gli occhi sul viso di Oyone. E ogni volta la vedeva guardare nella direzione giusta. Sembrava talmente presa dallo spettacolo da dimenticare persino la presenza del marito. Tra le persone che invidiava, Sōsuke dovette includere la moglie. Venne il momento dell’intervallo. «Che dici, ce ne andiamo?» propose. Oyone parve molto sorpresa. «Perché, non ti piace?» chiese, ma visto che il marito non rispondeva, per non contrariarlo disse: «Per me fa lo stesso». Ma Sōsuke non ebbe cuore di obbligarla a uscire, per una volta che la portava a teatro, così si rassegnò a riprendere il suo posto e pazientare fino alla fine.


Quando tornarono a casa, trovarono Koroku seduto a gambe incrociate davanti al braciere, intento a leggere un libro che teneva in mano con noncuranza, piegandone la copertina. Nel bollitore che teneva accanto a sé l’acqua era ormai quasi fredda. Su un vassoio c’erano tre o quattro pezzi di mochi arrostiti. Da sotto la griglia spuntava un piattino con un resto di salsa di soia. «Vi siete divertiti?» chiese alzandosi. Marito e moglie restarono una decina di minuti a scaldarsi accanto al braciere, poi andarono a dormire. Il giorno seguente Sōsuke non si era affatto tranquillizzato. Sul tram, tornando dall’ufficio, al pensiero che più o meno in quello stesso momento Yasui si apprestava a recarsi a casa di Sakai, gli sembrava assurdo affrettarsi a rientrare per avvicinarsi a lui. Al contempo moriva dalla voglia di vedere come fosse cambiato, almeno all’apparenza. Due sere prima Sakai, riferendosi al proprio fratello, l’aveva definito con un unico epiteto, un avventuriero, parola il cui suono riecheggiava adesso con insistenza nelle orecchie di Sōsuke. In quel termine questi conglobava diversi significati – un disperato, un insoddisfatto, un uomo odioso, immorale e corrotto – e saltava arbitrariamente alla conclusione che si attagliassero almento in parte, per forza di cose, al fratello di Sakai. Di conseguenza, quando cercava di figurarsi che genere di persona fosse diventato Yasui, che ora tornava dalla Manciuria insieme a lui, suo degno compare nel bene e nel male, se lo dipingeva nelle tinte più fosche, consone al personaggio di un avventuriero. Dopo aver immaginato, in maniera del tutto esagerata, un uomo degenerato e vizioso, Sōsuke si rese conto che la responsabilità di questo degrado pesava interamente su di sé. Così ora desiderava vedere Yasui da Sakai, un’occhiata gli sarebbe stata sufficiente per capire che genere d’individuo fosse diventato. Nella speranza di constatare che non era caduto tanto in basso quanto aveva supposto, e trarne consolazione. Si chiese se fosse possibile trovare, vicino alla casa dei Sakai, un posto da dove poter osservare, non visto, i movimenti all’interno. Purtroppo non gli veniva in mente nessun angolo dove potersi nascondere. Se avesse atteso che calasse il buio, nessuno si sarebbe accorto della sua presenza, era vero, ma nemmeno lui avrebbe potuto distinguere il viso delle persone. Nel frattempo il tram era arrivato a Kanda. La prospettiva di scendere e cambiare linea, come faceva sempre, quel giorno metteva Sōsuke in ansia. I suoi nervi non sopportavano l’idea di avvicinarsi anche solo di un passo al luogo dove si trovava Yasui. Anche la curiosità di vederlo non doveva essere tanto forte, perché arrivato il momento in cui avrebbe dovuto prendere un secondo tram, l’aveva completamente repressa. Si mise a camminare nel freddo per le strade del quartiere, in mezzo a tante altre persone. Al contrario di queste, però, non aveva una meta precisa. Intanto cominciavano ad accendersi le lampade dei negozi e i fanali delle vetture. Sōsuke entrò in un locale dove si mangiava carne di manzo e chiese del sakè. Come trasognato, ne bevve un flacone. Poi un secondo, quasi obbligandosi a farlo. Al terzo non era ancora ubriaco. Appoggiato con la schiena al muro, guardava fisso davanti a sé con lo sguardo vacuo di chi si sbronza da solo. Ormai si era fatta l’ora di cena e molti avventori entravano nel locale. La maggior parte, dopo aver mangiato a sazietà, pagava e usciva. Sōsuke, che se ne stava silenzioso in mezzo al viavai, rendendosi finalmente conto che si stava attardando tre volte più delle altre persone, di colpo non sopportò più di restare seduto lì e se ne andò. Le luci del ristorante illuminavano la via ai due lati della porta, permettendo di distinguere il colore dei cappelli e dei vestiti di chi passava davanti al locale. Tuttavia erano troppo deboli per rischiarare la larga strada fredda. L’oscurità, incurante dei lampioni a gas e delle lampadine elettriche, riempiva, immensa, tutto lo spazio. Sōsuke camminava avvolto nel suo cappotto scuro, in armonia con il mondo notturno. In quel momento persino l’aria che respirava gli sembrava color


cenere, una cenere che gli entrava nei polmoni e arrivava fino ai vasi sanguigni. Quella sera non gli venne l’idea di utilizzare uno dei tram che andavano e venivano di continuo facendo risuonare la loro campanella. Dimenticava persino di regolare il suo passo, lui che vagava a caso, su quello della gente diretta in qualche luogo. Essere umano staccato dalle sue radici, vedeva il suo spirito errare alla deriva e si chiedeva angosciato quale sarebbe stato il suo futuro se quella situazione si fosse prolungata. Aveva fermamente creduto, basandosi sulla propria esperienza di tanti anni, che ogni ferita prima o poi si rimarginasse. Ma questa convinzione era stata demolita due sere prima. Camminando nella notte buia, era a questo stato d’animo che cercava disperatamente di sfuggire, a quel suo cuore che gli pareva debole, inquieto, tormentato, instabile e del tutto privo di coraggio. Schiacciato dal peso che gli opprimeva il petto, pensava solo al modo di venire in aiuto a se stesso, senza collegare la sua sofferenza alla colpa e allo sbaglio che ne erano all’origine. Ormai, persa la facoltà di considerare il punto di vista altrui, era diventato un perfetto egoista. Fino a quel giorno aveva affrontato la società armato di pazienza, ma ora doveva munirsi di una concezione del mondo più positiva. Una concezione che non fosse soltanto un’espressione verbale o un’idea astratta. Se il suo spirito non fosse sostanzialmente diventato più forte, per lui non ci sarebbe stata speranza. Mentre avanzava, continuava a ripetere fra sé la parola “religione”, ma l’eco di quella parola svaniva non appena la pronunciava. Religione... per lui era qualcosa di effimero come il fumo, che si crede di aver afferrato ma si dilegua appena si apre la mano. Per associazione di idee, gli tornò in mente il termine “zen”. Tanti anni prima, quando viveva a Kyoto, un suo compagno di corso aveva passato un periodo di ritiro al tempio di Shōkokuji per raccogliersi in meditazione. All’epoca lui aveva riso di quella che gli pareva una sciocchezza. Al giorno d’oggi... si era detto. Quella decisione gli era parsa tanto più stupida in quanto di solito il comportamento dell’amico non era particolarmente virtuoso. Col senno di poi, ora pensava che se il suo compagno era andato al tempio di Shōkokuji senza timore di perdere giornate preziose di studio, era forse per ragioni ben più giuste di quelle che avevano indotto lui ad assumere un atteggiamento sprezzante, e si vergognò profondamente della sua leggerezza passata. Forse con la meditazione zen poteva anche lui raggiungere la serenità e la pace dello spirito, come sosteneva la tradizione, quindi valeva la pena provare, a costo di assentarsi dal lavoro dieci o anche venti giorni. Ma non avendo alcuna conoscenza in questo campo, Sōsuke non riusciva a concepire idee più chiare in proposito. Quando finalmente arrivò a casa, guardando le persone e le cose che gli erano familiari – Oyone, Koroku, il chanoma, la lampada, la credenza – si rese conto che soltanto lui aveva passato le ultime quattro o cinque ore con l’animo in subbuglio. Da una piccola pentola posata sul braciere si alzavano, attraverso il coperchio socchiuso, volute di vapore. Lì accanto, davanti alla tavola accuratamente preparata, il suo cuscino lo attendeva nel posto che di solito gli era riservato. Sōsuke guardò la sua ciotola voltata all’incontrario, poi le bacchette in legno di cui si serviva da due o tre anni. «Ho già mangiato» disse. «Oh, davvero?» fece Oyone, l’aria leggermente contrariata. «Be’, vedendo che tardavi, ho pensato che probabilmente ti eri fermato a cenare da qualche parte, ma nel dubbio...» proseguì mentre con uno strofinaccio prendeva la pentola per i manici e la posava su un sottopiatto in terracotta. Poi chiamò Kiyo perché sparecchiasse la tavola. Ogni volta che tornava a casa tardi dal lavoro, trattenuto da qualche imprevisto, qualunque ora fosse Sōsuke faceva immediatamente a Oyone il resoconto della serata, e lei non stava nella pelle


finché non sapeva come avesse trascorso le ore. Quella sera, però, Sōsuke non aveva voglia di raccontarle nulla, né che era sceso dal tram a Kanda, né che era entrato in un ristorante, né che si era sforzato di bere. Ma Oyone, ignara della situazione, voleva sentire ogni cosa in dettaglio, come sempre. «Non avevo nessuna ragione in particolare... Arrivato a Kanda, mi è venuta voglia di mangiare carne di manzo, tutto qui». «Poi sei tornato a casa a piedi per digerire?» «Sì, infatti...» Oyone rise divertita. Per Sōsuke, invece, quel dialogo era penoso. «Mentre non c’ero, per caso Sakai ha mandato qualcuno a chiamarmi?» chiese dopo un po’. «No. Perché?» «L’altra sera mi ha detto che mi avrebbe invitato a cena». «Di nuovo?» Oyone sembrava sorpresa. Sōsuke mise fine alla corversazione e andò a dormire. Nella sua testa si affollavano pensieri sconvolgenti. Ogni tanto apriva gli occhi e vedeva che la lampada, regolata al minimo, era posata come sempre nel tokonoma. Oyone dormiva placidamente. Fino a poco tempo prima, era lui che si addormentava subito, mentre la moglie per molte notti aveva sofferto di insonnia. Chiudendo gli occhi, Sōsuke angosciato si disse che era venuto il suo turno di ascoltare la pendola battere le ore nella stanza accanto. All’inizio i rintocchi erano numerosi, poi si udì un unico dinn!, la cui risonanza si trascinò a lungo, come la coda di una cometa. La pendola batté le due. Un suono molto triste. Nel frattempo Sōsuke aveva deciso di adottare una visione della vita più aperta e positiva. Tre colpi batterono senza che lui si rendesse conto, nella sua coscienza offuscata, se li avesse sentiti o meno. Passarono le quattro, le cinque, le sei... non udì nulla. Il cielo si espandeva e si restringeva, formando delle onde. La terra oscillava nel firmamento come una palla sospesa a un filo, descrivendo un immenso arco di cerchio. Ogni cosa era solo sogno, regolato da qualche demone maligno. Un sogno da cui Sōsuke si svegliò alle sette, di soprassalto. Oyone, come ogni mattina, era voltata verso di lui, un sorriso sulle labbra. Un sole radioso aveva cacciato via, verso altri luoghi, le tenebre che oscuravano il mondo.


18. Quando varcò il portale del tempio, Sōsuke aveva con sé una lettera di presentazione. Se l’era procurata grazie a un collega, un uomo che sul tram, andando e venendo dal lavoro, estraeva sempre dalla tasca della giacca il Saikontan1 e si metteva a leggere. Sōsuke, che non si interessava agli argomenti filosofici, non sapeva nemmeno che genere di opera fosse, il Saikontan. Un giorno, trovandosi seduto accanto al collega nella vettura, gli aveva domandato cosa stesse leggendo. «Questo libro straordinario» era stata la risposta dell’uomo mentre gli mostrava la copertina gialla di dimensioni ridotte, e alla richiesta di Sōsuke di spiegargli di cosa parlasse, non sapendo come riassumerne il contenuto, gli aveva detto in modo sbrigativo che si trattava di filosofia zen. Sōsuke si era ricordato di quella risposta. Quattro o cinque giorni prima di ricevere la lettera di presentazione, si era avvicinato al collega e gli aveva chiesto di punto in bianco se praticasse lo zen. L’uomo rimase sorpreso nel vedere un’espressione molto tesa sul volto di Sōsuke, tuttavia gli rispose che no, non lo praticava, semplicemente leggeva qualche testo così, per distrarsi, e si allontanò rapidamente. Sōsuke tornò alla sua scrivania con il labbro inferiore che gli pendeva per l’avvilimento. Quel giorno però, al ritorno, di nuovo si trovò sullo stesso tram con il collega. Il quale, avendo notato poco prima l’aria amareggiata di Sōsuke, si era reso conto che nella sua domanda dovevano celarsi motivazioni più complesse che non il desiderio di fare due chiacchiere, e si sforzò di parlare dell’argomento in modo più gentile. Ammise però sinceramente di non avere alcuna esperienza di pratica zen. Se voleva saperne di più, per un caso fortunato lui conosceva qualcuno cui indirizzarlo, un uomo che si recava regolarmente a un tempio di Kamakura. Sul tram, Sōsuke segnò nel suo taccuino un nome e un indirizzo. Il giorno seguente, munito di un biglietto del collega, rientrando a casa fece una deviazione per passare dalla persona indicatagli, la quale gli scrisse seduta stante l’ambita lettera di presentazione. In ufficio disse che avrebbe preso dieci giorni di congedo perché era ammalato e anche a Oyone fece credere di non stare bene. «È la testa che non va. Ho bisogno di una settimana di riposo e di svago» disse. Oyone, che negli ultimi tempi trovava il comportamento del marito piuttosto strano e in cuor suo se ne preoccupava di continuo, si rallegrò che avesse preso quella decisione, lui sempre così irresoluto. Però tutta quella fretta la sorprendeva. «E dove intendi andare, quando dici che hai bisogno di svago?» gli chiese cercando di non mostrargli la sua perplessità. «Penso che Kamakura farebbe al caso mio» rispose senza scomporsi Sōsuke, la cui indole riservata era molto poco consona all’atmosfera mondana di quella città. Associare il marito alla gaudente società di Kamakura ebbe su Oyone un effetto così comico che suo malgrado sorrise. «Oh, che lussi! E non mi porti con te?» disse. Ma Sōsuke non era in condizioni di apprezzare l’atteggiamento scherzoso della moglie. «Non vado in un posto di lusso» ribatté in tono molto serio. «Chiederò di alloggiare in un tempio zen, dove far riposare la mente per una settimana, dieci giorni al massimo, in tutta tranquillità. Non so se mi sarà d’aiuto o no, ma tutti dicono che già il fatto di respirare aria pura, per il cervello è un gran beneficio». «Ah, ma allora è diverso! Be’, in questo caso fai bene ad andare. Stavo solo scherzando» disse Oyone, mortificata di aver canzonato il marito che era tanto buono.


Il giorno seguente Sōsuke infilò la famosa lettera di presentazione nella manica del kimono e andò a prendere il treno a Shinbashi. La busta era indirizzata al Signor Shaku Gidō. «Fino a qualche tempo fa era un novizio, ma adesso ho sentito che vive in un vecchio eremo rimesso in uso all’interno della cinta del tempio. Se per lei va bene... Be’, quando sarà lì, chieda di dare un’occhiata. Il nome dell’eremo è Issō-an, ne sono sicuro». Questo gli aveva detto con gentilezza l’autore della lettera. Sōsuke l’aveva presa ringraziando, dopo essersi fatto spiegare alcuni termini. Oltre il portale del tempio, i cedri ai lati del viale erano tanto alti da nascondere il cielo e oscurare all’improvviso il cammino. Appena si trovò in quella cupa atmosfera, Sōsuke si rese conto di essere in un mondo molto diverso da quello che si era lasciato alle spalle. Fermo all’ingresso del parco silenzioso, provò un brivido simile a quelli che annunciano un raffreddore. Si avviò a passo deciso. A destra e a sinistra, scorgeva qua e là degli edifici che potevano essere degli eremi o dei santuari. Però non si vedeva anima viva entrarvi o uscirne, anzi, erano molto mal ridotti e sembravano abbandonati. Chiedendosi dove potesse trovare questo Gidō, a chi rivolgersi per avere informazioni, Sōsuke avanzava nel mezzo del viale deserto guardandosi intorno. Il tempio, nascosto da una cortina di alberi, si ergeva in fondo a un sentiero che tagliava attraverso le colline, in cima a un’altura di un centinaio di metri. Ai due lati del sentiero il terreno era ondulato, un susseguirsi di rilievi e avvallamenti. Gradini di pietra portavano ad alti portali che sembravano ingressi di altrettanti templi. Sōsuke ne superò due o tre. Nelle aree pianeggianti vide altri padiglioni circondati da siepi. Avvicinandosi, notò che ognuno aveva un nome e un numero scritti su una tavoletta affissa sotto la tettoia del portale. Cercò di leggere una dozzina di quelle vecchie iscrizioni dai caratteri scoloriti, poi gli venne in mente che la cosa migliore era cercare il nome “Issō-an”, e se non avesse trovato lì il monaco nominato nella lettera avrebbe potuto andare a informarsi al tempio in fondo al sentiero. Quindi tornò indietro per controllare a uno a uno i portali dei sacrari e degli eremi, e scoprì l’Issō-an in cima a una lunga scala di pietra, subito a destra dell’ingresso principale del tempio. Situato su un’altura soleggiata, riparato da una cortina di alberi sul retro, con un vasto terreno libero davanti, quel posto sembrava ideale per proteggersi dai rigori dell’inverno. Sōsuke oltrepassò il vestibolo, attraversò la cucina ed entrò in una stanza dal pavimento in terra battuta. Si fermò davanti agli shōji che davano accesso alla parte elevata dell’edificio, e chiese due o tre volte: «È permesso?» Nessuno venne ad accoglierlo. Per un po’ rimase fermo dov’era, cercando di sbirciare all’interno, ma per quanto aspettasse tutto taceva. Trovando la cosa strana, rifece il percorso al contrario e tornò fino al portale. In quel momento vide la testa rasata, luccicante di riflessi bluastri, di un monaco che saliva i gradini. Era un giovane dal colorito chiaro, doveva avere ventiquattro o venticinque anni. Sōsuke attese che arrivasse in cima. «Scusi, può dirmi dove abita il signor Gidō?» chiese. «Sono io» rispose il giovane monaco. Sōsuke ne fu un po’ sorpreso ma al tempo stesso contento. Tirò subito fuori la lettera di presentazione e gliela porse. Gidō la aprì, la lesse su due piedi, quindi la piegò e la rimise nella busta. «Benvenuto» disse con un inchino formale, poi precedette Sōsuke per fargli strada. I due uomini si tolsero i geta in cucina, aprirono gli shōji ed entrarono. Nella stanza c’era un grande focolare incassato nel pavimento. Gidō si tolse la sottile tonaca di stoffa grezza che portava sopra il kimono di cotone grigio e la appese a un chiodo. «Non ha freddo?» domandò a Sōsuke scavando sotto la cenere del focolare per portare in


superficie la brace. Il monaco parlava in un tono pacato e sicuro, sorprendente in un uomo di giovane età. Nel suo modo di rispondere a voce bassa e poi sorridere affabilmente c’era addirittura qualcosa di femmineo. Toccato dalla grazia delle sue maniere, Sōsuke si chiedeva fra sé cos’avesse spinto quel ragazzo a rasarsi la testa e prendere i voti. «C’è una gran quiete, qui. Tutti gli altri sono usciti?» domandò. «No, è sempre così, oggi come gli altri giorni. Io qui abito solo. Per questo, quando devo assentarmi per qualche impegno, lascio la porta aperta. Anche adesso, avevo qualcosa da fare da basso. Mi spiace che sia arrivato proprio mentre non c’ero». Di nuovo Gidō fece le sue scuse a quel visitatore venuto da lontano. Sōsuke da parte sua si dichiarò desolato di dargli del lavoro supplementare, a lui che faticava già abbastanza a occuparsi da solo di un eremo così grande. «No, non mi dà alcun fastidio. È tutto nel nome della Via» rispose elegantemente Gidō. Poi gli disse che, oltre a Sōsuke, aveva sotto la sua cura un altro laico. Costui era venuto a vivere su quella collina già da due anni. Quando poi Sōsuke lo incontrò, vide che si trattava di un uomo dall’aria placida e la faccia allegra di un Buddha. Avendo comprato tre o quattro daikon da mangiare quella sera stessa, chiese a Gidō di farli cuocere, e invitò sia questi che Sōsuke a condividere con lui quella cena. Raccontò, facendo ridere Gidō, che siccome aveva la faccia di un monaco, a volte si univa ai religiosi per andare al villaggio a elemosinare cibo. Altre persone venivano lì per fare pratica ascetica, apprese Sōsuke. Tra questi c’era un uomo che vendeva inchiostro. Si metteva il carico sulle spalle e per venti o trenta giorni faceva a piedi il giro del territorio, poi, dopo aver venduto tutto, tornava al tempio per raccogliersi in meditazione. Quando non gli restava più nulla da mangiare, riprendeva la strada con la sua mercanzia sulla schiena. Ripeteva di continuo quel ciclo di vita a due fasi, senza mai stancarsene. Confrontando l’esistenza di quelle persone, all’apparenza tanto semplice, con la propria, così tormentata, Sōsuke si meravigliava dell’abisso che le separava. Quella gente riusciva a meditare perché non aveva preoccupazioni, oppure la serenità d’animo era un risultato che acquisiva meditando? Difficile dirlo... «Non prenda la cosa tanto alla leggera. Se l’illuminazione si potesse ottenere senza privazioni, i monaci non la cercherebbero a costo di tante sofferenze, vagando per venti o trent’anni» gli disse Gidō. Quel primo giorno gli diede alcune informazioni generiche riguardo alla meditazione – il Maestro gli avrebbe assegnato un kōan sul quale doveva riflettere con fervore, scervellarsi ed elucubrare dal mattino alla sera – e una serie di consigli che a Sōsuke, nello stato d’animo in cui si trovava, parvero del tutto assurdi. «Bene, le mostro la sua camera» concluse Gidō alzandosi. Uscirono dalla stanza col focolare scavato nel pavimento e camminando lungo l’edificio arrivarono a una camera di sei tatami, una specie di dépendance dove entrarono direttamente dall’engawa. Per la prima volta Sōsuke sentì di essere venuto, da solo, in un luogo molto lontano. Tuttavia, forse per reazione a quell’ambiente serafico, la sua mente era ancora più agitata di quando si trovava a Tokyo. Trascorsa circa un’ora, udì il rumore dei passi di Gidō che arrivava da fuori. «Pare che il Maestro le conceda udienza. Se è pronto, la conduco da lui» gli disse il monaco inginocchiandosi educatamente sulla soglia. I due uomini uscirono insieme uno dietro l’altro, lasciando la stanza vuota. Percorsi circa cento


metri sul viale che partiva dal portale del tempio, giunsero a uno stagno sulla sinistra dove galleggiavano fiori di loto. A causa del freddo l’acqua era un po’ torbida, col risultato che aveva perso ogni significato di purezza. Sulla riva opposta, in cima a un declivio roccioso, si ergeva a strapiombo un padiglione in stile tradizionale munito di una balaustra su tutta la lunghezza dell’engawa, un luogo di una tale bellezza da ricordare una pittura a inchiostro. «È lì che vive il Maestro» disse Gidō indicando l’edificio relativamente nuovo. Passarono accanto allo stagno, salirono cinque o sei gradini di pietra e, arrivati sotto il tetto a pagoda della facciata, girarono a sinistra. «Voglia scusarmi un momento» disse Gidō quando furono davanti all’ingresso. Si allontanò per entrare dalla porta sul retro e riapparire poco dopo dall’interno dell’edificio. «Prego, da questa parte». E fece strada a Sōsuke fino alla stanza dove si trovava il Maestro. Questi era un uomo di una cinquantina d’anni. Il viso dal colorito scuro e lucente, dalla carne soda e la pelle tesa, non mostrava il minimo segno di rilassamento. A Sōsuke fece l’impressione di una statua di bronzo, un’impressione che gli si conficcò nel petto. Soltanto le labbra molto spesse avevano una certa dolcezza. In compenso, nelle sue pupille brillava una luce che raramente illumina gli occhi degli esseri umani. Incontrare per la prima volta il suo sguardo fu come veder balenare all’improvviso una lama nell’oscurità. «Non importa da cosa si inizia» disse il Maestro voltandosi verso Sōsuke. «Provi a riflettere su questo concetto: “Qual era in origine il mio viso prima che nascessero mio padre e mia madre?”» “...prima che nascessero mio padre e mia madre?” Cosa poteva mai significare? Sōsuke non lo sapeva, ma pensò che volesse dire: chi sono io realmente? Qual è la vera natura della mia persona? Consapevole di non avere conoscenze sufficienti per fare domande in proposito, rimase in silenzio e se ne tornò all’eremo insieme a Gidō. Durante la cena il monaco informò Sōsuke che i servizi religiosi al tempio si celebravano due volte al giorno, il mattino e la sera, e che l’insegnamento della dottrina aveva luogo il mattino. «Non credo che riuscirà a trovare la risposta già oggi, quindi la porterò di nuovo dal Maestro domani» gli disse gentilmente. Poi gli consigliò di misurare il tempo facendo bruciare dei bastoncini d’incenso, perché all’inizio restare di continuo fermo in meditazione era troppo difficile, meglio riposare ogni tanto. Sōsuke prese l’incenso, passò davanti alla sala e tornò nella sua camera, dove si sedette stancamente. Non poteva fare a meno di pensare che la natura di quegli enunciati che i monaci chiamavano kōan era troppo lontana dalla sua realtà. Intanto ora gli faceva male la pancia. Ma quando andò a lamentarsi di quei dolori, con sua grande sorpresa si vide affibbiare come rimedio un difficile problema di matematica sul quale riflettere, esercizio che in teoria avrebbe dovuto procurargli sollievo. Visto che gli si chiedeva di riflettere, l’avrebbe fatto, perché no? Ma solo dopo che i dolori fossero passati, il contrario non era concepibile. Tuttavia, per venire in quel tempio aveva chiesto dei giorni di ferie. Nei confronti della persona che gli aveva scritto la lettera di presentazione, e di Gidō che si prodigava per lui, non poteva prendere quell’esperienza con troppa noncuranza. Sōsuke si fece coraggio, per quanto glielo permettevano le sue condizioni, e decise di confrontarsi con il kōan. Dove l’avrebbe portato, quali effetti avrebbe avuto sul suo spirito, non ne aveva la più pallida idea. Ingannato dal fascino della parola “illuminazione”, si era arrischiato in un’avventura ben poco consona alla sua vita quotidiana. Ma nutriva ancora la fragile speranza che, se quell’avventura fosse finita bene, sarebbe riuscito a liberare il suo debole spirito da angoscia e instabilità. Accese un sottile bastoncino d’incenso, lo piantò nella cenere fredda del braciere e si sedette sui


tatami nella posizione del mezzo loto, come gli era stato detto. La stanza, dove la temperatura gli era parsa sopportabile durante la giornata, appena calato il sole era diventata freddissima. A stare immobile in quella posizione si sentiva gelare, lunghi brividi gli percorrevano la schiena. Meditò. Peccato che la direzione verso cui rivolgere il suo pensiero, e la natura stessa del quesito, fossero così astratte da non offrire appigli. Mentre rifletteva, si chiese perplesso se per caso non stesse perdendo tempo in una solenne idiozia. Quello che stava facendo gli sembrava assurdo come se, volendo dare una mano a spegnere un incendio, invece di cercare l’ubicazione esatta della casa sulla mappa del quartiere, uno si precipitasse di corsa nella direzione sbagliata. Diversi pensieri gli passavano per la mente: alcuni erano molto chiari, altri si muovevano in maniera confusa e disordinata, come le nuvole. Non sapeva da dove venissero, né dove fossero diretti. Appena uno spariva, ne appariva subito un altro, semplicemente. E si susseguivano di continuo. Pensieri che sfilavano nella sua testa, illimitati, innumerevoli, inestinguibili, pensieri che la volontà di Sōsuke non poteva né bloccare, né interrompere. Anzi, più cercava di fermarli, più sgorgavano, straripavano... Ebbe paura. Volendo ritrovare il se stesso di sempre, di colpo si guardò attorno. La stanza era in penombra, scarsamente illuminata dalla fioca luce della lampada. Il bastoncino d’incenso piantato nella cenere era consumato solo a metà. Per la prima volta in vita sua, Sōsuke si rese conto della spaventosa lentezza con cui scorreva il tempo. Si rimise a meditare. E subito immagini che avevano un colore e una forma presero ad attraversargli la mente. Passavano brulicanti come colonie di formiche, ancora e ancora. Soltanto il suo corpo era immobile. Il suo spirito invece era in continuo movimento, dolorosamente, insopportabilmente. A forza di stare nella posizione del mezzo loto, le ginocchia iniziarono a fargli male. Nonostante cercasse di tenersi eretto, la colonna vertebrale a poco a poco gli si curvò in avanti. Sōsuke si afferrò il piede sinistro con entrambe le mani e lo spostò sul suolo. Senza uno scopo preciso, si alzò. Aveva voglia di aprire gli shōji, uscire e mettersi a camminare in tondo intorno al portale. Nella notte, il silenzio era assoluto. Non sembrava concepibile che da qualche parte ci fosse qualcuno, sveglio o addormentato che fosse. Perse il coraggio di lasciare la stanza. Ma ancora più spaventosa era la prospettiva di sedere di nuovo immobile, tormentato dalla sua immaginazione farneticante. Di colpo, si decise ad accendere un altro bastoncino d’incenso. E riprovò le stesse sensazioni di prima. Alla fine arrivò alla conclusione che se lo scopo era riflettere poteva farlo sia da seduto che da sdraiato. Stese il futon e la trapunta poco puliti che erano piegati in un angolo della stanza, e ci si rannicchiò dentro. Ma con tutta la fatica accumulata, prima ancora di iniziare a riflettere su alcunché, cadde in un sonno profondo. Quando si svegliò, gli shōji al di là della sua testa cominciavano a schiarire, un riverbero sulla carta bianca annunciava il sorgere del sole. In quell’eremo fra i monti che durante il giorno si poteva lasciare incustodito, al calar della notte non si sentiva nessuno chiudere le imposte. Non ancora ben conscio di non aver dormito nella sua casa buia sotto quella dei Sakai, Sōsuke si alzò. Uscì nell’engawa, dove il suo sguardo incontrò subito un grande cactus che toccava la falda del tetto. Passò di nuovo davanti al tabernacolo della sala principale e raggiunse il chanoma con il focolare scavato nel mezzo. Lì, come la sera precedente, la tonaca di Gidō era ancora appesa al chiodo. Il monaco, accoccolato davanti alla stufa della cucina, stava accendendo il fuoco. «Bene alzato» disse cortesemente quando vide Sōsuke. «Poco fa sono venuto a prenderla per condurla agli esercizi, ma dormiva così bene che ci sono andato da solo, mi scusi». Sōsuke capì allora che il giovane monaco, nonostante fosse l’alba, aveva già terminato i suoi esercizi spirituali,


era tornato e ora stava preparando la colazione. Guardandolo, notò che, mentre con la mano sinistra aggiungeva di continuo ciocchi di legna al fuoco, con la destra teneva un libro dalla copertina nera che leggeva negli intervalli tra un movimento e l’altro. Gli chiese il titolo dell’opera. Era un titolo difficile: Hekiganshū. Allora Sōsuke gli chiese se non gli convenisse, invece di tormentarsi come la sera precedente in una meditazione che non lo portava da nessuna parte, prendere un libro in prestito e leggere qualcosa su quegli argomenti: forse avrebbe raggiunto più facilmente lo scopo. A quella proposta Gidō, senza pensarci due volte, oppose un netto rifiuto. «La lettura dei testi è estremamente nociva. A dire la verità, non c’è nulla che possa ostacolare maggiormente la pratica meditativa. Vede, noi leggiamo, è vero, ma appena arriviamo a un passaggio troppo arduo per il nostro livello non capiamo più nulla. E chi prende l’abitudine di interpretare da solo i passaggi che non comprende, troverà molto difficile meditare, perché cercherà di anticipare un livello superiore al proprio e si aspetterà un’illuminazione immediata, col risultato che tenderà a scoraggiarsi e arenarsi. È una pratica davvero perniciosa, meglio evitarla. Se nutre veramente un forte desiderio di leggere, le consiglio un’opera come lo Zenkan sakushin, che incoraggia e incita a fare del proprio meglio. È una lettura che costituisce un forte stimolo, ma non ha niente a che vedere con la Dottrina». Sōsuke non capiva granché di quello che Gidō gli stava dicendo. In piedi di fronte a quel giovane monaco dalla testa rasata, si sentiva come un bambino ritardato. Il suo orgoglio si era dissolto dai tempi di Kyoto e da allora era sempre vissuto con la convinzione di essere una persona qualunque. Nulla era più lontano dal suo spirito che il desiderio di fama. E ora mostrava a Gidō il proprio animo messo a nudo, perché doveva ammettere che davanti a lui era pari a un neonato, ancora meno forte e meno intelligente del solito. Lo scopriva adesso. Una scoperta che rischiava di estirpare dal suo cuore ogni sentimento di autostima. Mentre Gidō spegneva il fuoco e lasciava evaporare il riso, Sōsuke scese dalla cucina in giardino e andò al pozzo a lavarsi la faccia. I declivi della montagna erano sotto i suoi occhi. Da un lato, in un’area spianata, era stato creato un orto. Con la testa bagnata esposta all’aria fredda, Sōsuke decise di scendere fino a lì e scoprì una grande grotta scavata orizzontalmente nella parete rocciosa. Rimase un momento davanti all’apertura, a guardarne il fondo buio. Quando tornò finalmente nel chanoma, un grande fuoco riscaldava la stanza e nel bollitore si sentiva gorgogliare l’acqua. «Mi scusi, non avendo nessuno che mi aiuti, ho fatto tardi» disse Gidō. «Le do subito il suo vassoio. Anche se non ho molto da offrirle, il posto è quello che è, sono desolato. In compenso, domani le preparerò un bagno ben caldo». Sōsuke ringraziò e si sedette di fronte a lui. Buttato giù il pasto, tornò nella sua stanza, posò davanti a sé quello strano quesito – ...prima della nascita del padre e della madre – e lo contemplò a lungo, immobile. Ma trovando fin dall’inizio quella domanda priva di filo logico, non vi vedeva alcuna possibilità di sviluppo, e per quanto ci riflettesse su non sapeva nemmeno da dove cominciare. Meditare gli diventò subito insopportabile. Tutt’a un tratto gli venne in mente che doveva scrivere a Oyone per darle sue notizie e dirle dove si trovava. Felice di aver trovato qualcosa di concreto da fare, andò a prendere nella valigia un rotolo di carta da lettere e una busta, e si mise a scrivere alla moglie. Le raccontò che il posto era molto tranquillo e, forse a causa della vicinanza del mare, un po’ meno freddo di Tokyo, che l’aria era pura, che il monaco che si occupava di lui era gentilissimo, il cibo scadente, il futon e le coperte poco puliti – tra una descrizione e l’altra, la lettera misurava già almeno tre spanne. A quel punto Sōsuke posò il pennello, omettendo di dire che riflettere sul kōan lo faceva star male, che la posizione del mezzo loto era una tortura per le sue ginocchia e che a causa di tutto quel meditare le condizioni dei


suoi nervi peggioravano rapidamente. Affrancò la lettera e, con la scusa di andarla a imbucare alla posta, scese dalla collina del tempio a tutta velocità. Poi, in preda a una folla di pensieri angosciosi – prima della nascita del padre e della madre... Oyone... Yasui... – vagò a lungo per le strade del villaggio. A mezzogiorno incontrò l’altro praticante laico di cui gli aveva parlato Gidō. Costui, quando il monaco gli riempì di riso la ciotola, non proferì una sola parola, ma per ringraziamento giunse le mani e fece un breve cenno col capo. Eseguire ogni gesto in assoluto silenzio era la regola, pareva. Perché parlando e facendo rumore si turbava la meditazione. Davanti a gente che prendeva le cose tanto sul serio, Sōsuke si vergognò della leggerezza con cui si stava comportando dalla sera prima. Terminato il pranzo, i tre uomini scambiarono qualche parola intorno al braciere. Il praticante laico fece ridere Sōsuke raccontando che senza accorgersene gli succedeva di addormentarsi mentre meditava, e nel momento in cui tornava in sé di soprassalto, convinto di aver raggiunto l’illuminazione, si sentiva felice, ma poi apriva gli occhi e, constatando che era la persona di sempre, restava molto deluso. Sōsuke si rincuorò un poco sentendo che c’era gente in grado di fare pratica ascetica con un atteggiamento tanto rilassato. Ma quando i tre si separarono per ritirarsi ognuno nella propria stanza, Gidō gli disse in tono serio: «Verrò a prenderla stasera per gli esercizi, fino a quel momento deve restare in meditazione senza muoversi». A quelle parole, di nuovo Sōsuke pensò di avere una sorta di responsabilità. Tornando in camera sua si sentiva il petto oppresso dall’ansia, come se una polpetta di riso troppo dura gli fosse rimasta sullo stomaco. Accese un bastoncino d’incenso e si mise nella posizione corretta per meditare. Ma non riuscì a mantenerla fino a sera. Pur dicendosi che doveva a ogni costo trovare una risposta al kōan, finì col perdere del tutto la pazienza: l’orecchio teso al rumore dei passi di Gidō, non vedeva l’ora che venisse ad annunciargli che la cena era pronta, solo a questo riusciva a pensare. Mentre si tormentava in tali dilemmi, il sole cominciò a calare. A mano a mano che le ombre sugli shōji si allungavano, nella stanza l’aria che saliva da sotto il pavimento diventava più fredda. Dal mattino, non un alito di vento agitava i rami degli alberi. Sōsuke uscì nell’engawa e, spostando lo sguardo verso l’alto tetto, al di sopra della lunga fila scura formata dal bordo delle tegole, vide un cielo sereno che gradualmente andava sbiadendo, come se inghiottisse nella propria profondità la sua luce blu.

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. Raccolta eclettica di aforismi che combina elementi del confucianesimo, del taoismo e del buddismo, scritta verso la fine del XVI secolo da studiosi cinesi della dinastia Ming.


19. «Faccia attenzione» disse Gidō precedendo Sōsuke giù per la buia gradinata di pietra. Al contrario di quanto succedeva in città, lassù al calar della notte non si vedeva dove si mettevano i piedi, quindi Gidō si era munito di una lampada per illuminare il percorso di qualche metro. Quando arrivarono in fondo ai gradini, si ritrovarono sotto i rami di alberi secolari che nascondevano il cielo al di sopra delle loro teste. Al buio, il colore verde scuro del fogliame pareva penetrare nel tessuto degli abiti e dava a Sōsuke brividi freddi. Anche la luce della lampada – un oggetto minuscolo in confronto alle dimensioni dei tronchi – prendeva riflessi verdastri. Rischiarava a malapena una piccola porzione di terreno, un cerchio grigio che sembrava caduto dall’alto nel bel mezzo delle tenebre e si muoveva accompagnando le figure dei due uomini. Superato lo stagno dei fiori di loto, la salita a sinistra, per Sōsuke che la percorreva per la prima volta di notte, era piuttosto disagevole. Le suole dei suoi geta incespicarono un paio di volte nelle pietre incastonate nel terreno. Davanti allo stagno c’era una scorciatoia che tagliava di lato, ma era ancora più impervia e, benché fosse più breve, non era consigliabile a qualcuno poco pratico dei luoghi, disse Gidō, che aveva preferito far fare a Sōsuke il giro più lungo. Nell’ingresso del padiglione immerso nella penombra, videro che diversi geta erano già allineati sul pavimento in terra battuta. Facendo attenzione a non calpestare le calzature delle altre persone, Sōsuke si chinò per salire il gradino del vestibolo. Entrò in una sala che misurava otto tatami. Sei o sette uomini erano seduti sui talloni, uno accanto all’altro. Alcuni erano monaci dal lucido cranio rasato, vestiti di tonache nere, ma la maggior parte di loro indossava hakama formali. La fila di questi uomini formava un angolo retto lungo due pareti, lasciando libero l’accesso al corridoio che portava agli appartamenti interni. Stavano tutti immobili, in silenzio perfetto. Un’occhiata bastò a Sōsuke per notare la loro impassibilità ed esserne affascinato. Tenevano le labbra serrate, le sopracciglia aggrottate. Non si voltavano nemmeno per guardare chi avevano accanto. Non badavano minimamente all’ingresso di altre persone. Vere statue viventi, mantenevano una rigidità assoluta in quella stanza dove non era acceso alcun fuoco. La sensazione di austerità era più forte, per Sōsuke, di quella che produceva su di lui il gelido tempio in cima alla collina. Ben presto nel silenzio si udì un rumore di passi. All’inizio era solo una debole vibrazione, ma a poco a poco si definì nel suono di piedi che si avvicinavano calpestando i tatami con energia, finché dalle stanze interne arrivò un monaco che passò accanto a Sōsuke e sparì in silenzio dalla porta che dava verso l’esterno, verso il buio. Risuonò allora lontano, nel fondo dell’edificio, una campanella. A quel segnale, uno degli uomini inginocchiati in atteggiamento austero vicino a Sōsuke – uno di quelli in hakama – sempre senza dire una parola si alzò e andò a inginocchiarsi in un angolo della stanza, di fronte al corridoio che portava agli appartamenti interni. In quell’angolo, dentro una cornice di legno alta tre spanne e larga circa una e mezza, era collocato un oggetto simile a un gong, ma molto più spesso e pesante. Alla debole luce della lampada aveva riflessi bluastri. L’uomo in hakama prese il martelletto posato sulla cornice e batté due colpi su quella specie di gong. Poi si alzò, uscì dalla stanza e avanzò lungo il corridoio. Il suono dei suoi passi, al contrario di quanto era successo prima, andò allontanandosi, sempre più smorzato, finché a un certo punto si interruppe bruscamente. Sōsuke sussultò. Cercò di immaginare che fine avesse fatto l’uomo in hakama. Negli appartamenti interni, però, adesso tutto taceva. Sul viso degli uomini allineati accanto a Sōsuke non un muscolo si era mosso. Soltanto lui attendeva di veder apparire qualcosa dal fondo. Ed ecco che il suono di una campanella giunse all’improvviso alle sue orecchie, e al tempo stesso un rumore di


passi che si avvicinavano lungo il corridoio. L’uomo in hakama ricomparve, scese in silenzio nel vestibolo e uscì nella brina. Al suo posto un altro si alzò, andò a battere sul gong, poi si inoltrò negli appartamenti interni facendo risuonare i suoi passi lungo il corridoio. Mentre osservava senza dire una parola il ripetersi di quella prassi, Sōsuke attendeva il suo turno, le mani sulle ginocchia. Il penultimo uomo prima di lui era entrato da poco nelle stanze interne, quando da lì giunse un grido. La distanza l’aveva attutito, ma era chiaramente uscito dalla gola di una persona sola, una persona che aveva urlato con tutte le sue forze. Poi fu il turno del suo vicino, che si alzò. Rendendosi conto che subito dopo sarebbe toccato a lui, Sōsuke fu preso dal panico. Aveva preparato una risposta al kōan che gli era stato assegnato il giorno prima, ma era soltanto un commento superficiale e approssimativo. Tuttavia, poiché era entrato in quella stanza, non poteva esimersi dal proporre una soluzione, doveva per forza mostrare di aver afferrato il senso di qualcosa di cui non aveva capito un bel niente. Non che si sognasse di poter superare grazie a un colpo di fortuna quel passo impervio con la sua inadeguata risposta, né aveva intenzione di ingannare il Maestro, naturalmente. Ormai stava cominciando a prendere la cosa sul serio. Semplicemente si vergognava di aver dovuto introdurre in quella stanza la propria vacuità, come se al posto di un mochi vero fosse venuto a offrirne uno disegnato. Come tutti gli altri, fece risuonare il gong. Mentre lo colpiva con il martelletto, si rendeva conto di non avere nessuna delle prerogative che gli avrebbero dato il diritto di farlo. Si disprezzava profondamente, quasi fosse una scimmia che cercava di imitare i gesti umani. Terrorizzato dalla propria debolezza, imboccò il corridoio gelido. Un corridoio interminabile, sul cui lato destro si susseguivano camere buie. Dopo aver svoltato due volte, Sōsuke arrivò davanti a degli shōji oltre i quali si vedeva una luce. Si fermò sulla soglia. La regola voleva che ogni persona che entrava nella stanza si inginocchiasse e si inchinasse tre volte davanti al Maestro. Bisognava abbassare la testa quasi fino a toccare il tatami, come si fa sempre in un saluto formale, ma al tempo stesso sollevare le mani fino all’altezza delle orecchie, a palmo in su, come per sostenere un oggetto. Sōsuke si inginocchiò sulla soglia ed eseguì l’inchino. «Una volta è sufficiente» si sentì dire dall’interno della stanza. Allora rinunciò agli altri due inchini ed entrò. La sala era debolmente illuminata. Nella penombra sarebbe stato difficile distinguere i caratteri di un libro, anche i più grossi. Non riusciva a ricordare di aver mai incontrato, in tutta la sua vita, qualcuno che la sera si accontentasse di una luce tanto fioca. Più forte di quella della luna, questo sì, e meno livida, ma sul punto di sprofondare oltre il confine delle tenebre. Grazie a questa luce incerta, Sōsuke riconobbe, a una distanza di circa tre passi, l’uomo che Gidō chiamava “il Maestro”. Il suo volto, come sempre, aveva la rigidità e il colore di una maschera di bronzo. Il corpo era avvolto in una tonaca di un colore sobrio, tra il marrone e il cachi, che nascondeva le mani e i piedi, lasciando scoperti soltanto il collo e il viso. Un viso dall’espressione estremamente austera e tesa, che però affascinava proprio perché non c’era rischio che si muovesse, anche aspettando indefinitamente. Sul cranio non si vedeva un solo capello. Sōsuke si inginocchiò privo di coraggio davanti al Maestro, e riuscì a proferire soltanto una frase prima di sentirsi redarguire: «Deve venire qui con qualcosa di più pertinente. Chiunque, per poco che abbia studiato, potrebbe darmi una risposta del genere». Sōsuke uscì dalla stanza come un cane bastonato, mentre dietro di lui riecheggiava a lungo il suono della campanella.


20. Al di là degli shōji, una voce chiamò due volte: «Signor Nonaka, signor Nonaka!» Nel dormiveglia, Sōsuke avrebbe voluto rispondere, ma prima di riuscire a farlo era di nuovo sprofondato nel sonno. Quando aprì gli occhi per la seconda volta, sussultò e si alzò di scatto. Nell’engawa trovò Gidō, le maniche del kimono grigio trattenute da una cordicella, intento a strofinare energicamente il pavimento. Mentre torceva lo strofinaccio bagnato con le mani arrossate e intirizzite, augurò il buongiorno a Sōsuke, sul viso l’abituale espressione gentile e sorridente. Anche quella mattina aveva già terminato gli esercizi spirituali, era tornato all’eremo e adesso stava facendo le pulizie. Pensando alla pigrizia mostrata non alzandosi quando era stato chiamato, Sōsuke provò imbarazzo. «Mi dispiace, anche oggi mi sono svegliato tardi» disse uscendo in punta di piedi dalla cucina e avviandosi verso il pozzo. Si lavò alla svelta la faccia con l’acqua fredda. La barba che gli era cresciuta sulle guance gli pizzicava le mani, ma in quel momento, troppo crucciato dal confronto fra se stesso e Gidō, Sōsuke non era dell’umore giusto per preoccuparsene. Da quanto gli aveva raccontato a Tokyo la persona che gli aveva procurato la lettera di presentazione, questo Gidō era un giovane monaco dotato di grandi qualità, già molto avanti nella pratica ascetica, eppure fin dal primo momento aveva mostrato nei confronti di Sōsuke l’umiltà di un inserviente del tutto privo di istruzione. A vederlo ora intento a pulire il pavimento, non si sarebbe mai detto che fosse responsabile di un eremo. Lo si sarebbe preso piuttosto per un novizio o un monaco subalterno. La prima volta che si era presentato al tempio per ritirarsi in meditazione, Gidō era ancora un semplice laico in giovane età, eppure era rimasto seduto nella posizione del loto, immobile, per sette giorni consecutivi. Alla fine aveva talmente male alle gambe che non riusciva a stare in piedi, e per andare alle latrine doveva trascinarsi appoggiandosi al muro. All’epoca faceva il mestiere di scultore. Il giorno in cui aveva raggiunto l’illuminazione, per la gioia era corso su per la collina dietro il tempio gridando con quanto fiato aveva in gola: «Erba, alberi, esseri viventi... ogni cosa è Buddha!» Dopodiché si era fatto rasare la testa. Da due anni, da quando era stato messo a dirigere quell’eremo – spiegò a Sōsuke –, non aveva mai passato la notte sdraiato comodamente su un futon, le gambe distese. Dormiva seduto, la schiena appoggiata contro il muro, con solo un kimono indosso sia in estate che in inverno. Nel periodo passato al servizio del tempio, aveva persino dovuto lavare il fundōshi del Maestro. Inoltre, ogniqualvolta aveva un po’ di tempo per sedersi e riposare, ecco che gli piombava addosso qualcuno a scuoterlo malamente e rimproverarlo, al punto che gli capitava spesso, quando aveva appena preso i voti, di chiedersi per quale malaugurata sorte si fosse fatto monaco. «Adesso finalmente la situazione è un po’ migliorata. Ma il cammino da percorrere è ancora lungo. La pratica ascetica è davvero qualcosa di molto penoso. Se fosse facile, non ci sarebbe motivo perché uno sciocco come me soffrisse per dieci o anche vent’anni». A quelle parole, Sōsuke rimase confuso. Non solo era irritato di non avere sufficiente perseveranza e forza morale ma, al pensiero che per ottenere dei risultati occorrevano anni, si chiedeva cosa diavolo fosse venuto a fare su quella collina! Era una totale contraddizione. «Non deve temere che sia fatica sprecata» gli disse Gidō. «Se medita dieci minuti, otterrà un beneficio pari a dieci minuti, se medita per venti, il beneficio sarà in proporzione, è evidente. E poi,


se una persona avesse successo fin dall’inizio, non avrebbe bisogno di fare altri periodi di ritiro qui al tempio». Per dovere morale, Sōsuke si sentì obbligato a tornare nella sua stanza a meditare. Gidō andò a chiamarlo. «Signor Nonaka, c’è un sermone sulla Dottrina». Sōsuke accolse quell’invito con gioia. Stare seduto immobile soffrendo le pene dell’inferno per confrontarsi con un problema insolubile gli sembrava del tutto inutile, era come cercare di afferrare una testa calva senza avere alcun appiglio. Sentiva il bisogno di esercizio fisico e avrebbe accettato volentieri qualunque lavoro, anche il più spossante. Il sermone si sarebbe svolto in un luogo situato a un centinaio di metri dall’Issō-an. Passarono davanti allo stagno dei fiori di loto, ma invece di svoltare a sinistra continuarono dritto per un sentiero che portava a un maestoso edificio dall’imponente tetto di tegole costruito in mezzo ai pini. Gidō aveva messo in una manica del kimono un libro dalla copertina nera. Sōsuke naturalmente era a mani vuote. Per la prima volta venne a sapere che un sermone buddista era l’equivalente di una lezione a scuola. La sala, di grandi dimensioni e dal soffitto altissimo, era gelida. L’aspetto logoro dei tatami ingialliti, in armonia con il colore dei vecchi pilastri in legno, parlava del passato. Anche le persone inginocchiate in quel luogo avevano tutte un’aria molto dimessa. Erano sparse un po’ ovunque, come capitava, ma non c’era nessuno che parlasse a voce alta, tanto meno che ridesse. I monaci indossavano delle tonache blu scuro ed erano disposti su due file ai lati di un sedile laccato di rosso. Finalmente apparve il Maestro. Sōsuke, assorto a guardare i tatami, non capì né da dove fosse entrato né che percorso avesse fatto. Notò soltanto la sua espressione calma e l’atteggiamento solenne mentre si avvicinava al sedile. Vide un giovane monaco alzarsi e tirare fuori da un fazzoletto viola, di cui disfece il nodo, un libro che posò sul tavolo con reverenza. Dopodiché fece l’inchino rituale e si riritò. In quel momento i monaci presenti nella sala iniziarono a recitare tutti insieme i precetti di Musō Kokushi. A loro volta, i praticanti laici disposti qua e là intorno a Sōsuke si unirono al coro, regolando il ritmo su quello dei monaci. Ascoltando, Sōsuke credette di capire che si trattava di un sutra, o forse di un semplice testo declamato con un’intonazione particolare. I miei discepoli si dividono in tre categorie: la prima, che definisco superiore, comprende coloro che bruciano d’ardore e rinunciano a tutto per dedicarsi alla scoperta della vera natura dell’io. La seconda, che definisco intermedia, comprende coloro la cui pratica ascetica non è pura perché si interessano a scienze diverse... e così via. Il testo a ogni modo non era lungo. All’inizio del suo soggiorno, Sōsuke non sapeva nemmeno chi fosse, Musō Kokushi, ma ben presto aveva appreso da Gidō che insieme a Daitō Kokushi era uno dei principali innovatori della scuola zen. Gidō gli aveva anche raccontato che Daitō, che era storpio, si rammaricava molto di non poter incrociare le gambe nella posizione del loto, ma in punto di morte dichiarò che almeno quel giorno avrebbe fatto di testa sua e sforzò la gamba malata fino a spezzarla e metterla sopra all’altra. Il sangue colava tingendo di rosso la sua tonaca. Finalmente il sermone iniziò. Gidō estrasse dalla manica il libro, lo aprì alle pagine centrali e lo posò davanti a Sōsuke. Era un’opera intitolata Trattato delle luci inestinguibili della Dottrina. «È un libro eccellente e molto utile» aveva detto quando erano usciti dall’eremo, diretti al luogo dove avrebbero ascoltato il sermone. Scritto da Tōrei, discepolo del prete buddista Hakuin, conteneva insegnamenti progressivi, dai concetti più superficiali fino a quelli più profondi, a uso di chi praticava seriamente lo zen, e dava indicazioni metodiche sulla Via e sulle trasformazioni spirituali


che ingenerava. Sōsuke, che non aveva seguito il corso dall’inizio, non comprendeva granché, ma stava ad ascoltare in silenzio e, grazie all’eloquenza del Maestro, trovò molto interessanti alcuni passaggi. Inoltre il Maestro, sicuramente per incoraggiare i praticanti laici, aveva l’abitudine di alleggerire il sermone raccontando episodi riguardanti persone che fin dai tempi antichi avevano sofferto sulla via dello zen. Lo fece anche quel giorno, ma a un certo punto prese un tono severo per dire: «Qualcuno venuto di recente qui tra noi, qualcuno la cui mente si distrae sempre in altri pensieri, si lamenta di non ottenere risultati». Sentendo biasimare la mancanza di fervore di un presente, Sōsuke sussultò: era stato proprio lui, entrando in quella sala, a dichiararsi scontento. Un’ora dopo Gidō e Sōsuke tornarono all’Issō-an camminando fianco a fianco. Lungo il percorso Gidō gli disse: «Succede spesso che il Maestro, quando fa un sermone, rimproveri per la sua mancanza di disciplina qualcuno venuto a meditare». Sōsuke non rispose.


21. Intanto i giorni da trascorrere in quel ritiro sulla collina passavano a uno a uno. Erano già arrivate due lunghe lettere di Oyone. Nessuna delle due conteneva notizie preoccupanti che potessero mettere in subbuglio lo spirito di Sōsuke. Lui, di solito tanto premuroso verso la moglie, non si curò di rispondere. Sentiva che se prima di partire non avesse trovato una soluzione al kōan che gli era stato assegnato, quel ritiro non gli avrebbe portato alcun giovamento, e in più si sarebbe sentito in colpa nei confronti di Gidō. Ragion per cui quando era sveglio provava una sorta di indefinibile oppressione. Giorno dopo giorno, vedendo sorgere il sole in quel tempio, e i crepuscoli succedersi alle albe, cresceva in lui l’impressione assillante di essere incalzato da qualcosa. Eppure non riusciva a trovare un modo di avvicinarsi alla soluzione anche solo di poco, rimaneva fermo alla risposta che gli era venuta in mente all’inizio. E più ci pensava, più si convinceva che fosse quella giusta. Tuttavia non ne era soddisfatto, perché ci era arrivato con un ragionamento logico. Benché giusta, era deciso a bocciarla per cercarne un’altra altrettanto valida. Peccato che non riuscisse a trovarla. Solo nella sua stanza, rifletteva. Quando era stanco, andava in cucina e da lì usciva, arrivando fino all’orto sul retro. Poi si infilava nella cavità scavata nella parete rocciosa e vi restava a lungo, immobile. Gidō gli aveva detto che disperdere l’attenzione non era una buona cosa. Che occorreva concentrasi fino a che lo spirito diventava saldo come una sbarra di ferro. Ma più Sōsuke ascoltava questi consigli, più trovava difficile metterli in pratica. «Nella sua testa ci sono idee preconcette, è questo il problema» lo ammonì una volta Gidō. Sōsuke ne fu ancora più disorientato. Di colpo gli tornò in mente Yasui: se invece di tornarsene in Manciuria si fosse messo a frequentare Sakai, a lui non sarebbe restato che lasciare la casa in cui viveva in affitto adesso e traslocare da un’altra parte. Invece di perdere tempo in quel tempio, forse avrebbe fatto meglio a correre a Tokyo e mettere in atto quel progetto. Perché nel caso Oyone fosse venuta a conoscenza di quella storia mentre lui stava lì a girarsi i pollici, le preoccupazioni sarebbero aumentate. «Non c’è alcuna possibilità che qualcuno come me arrivi mai all’illuminazione» disse un giorno di punto in bianco a Gidō, trattenendolo per un braccio. «Si sbaglia. Chiunque, purché abbia fede, può raggiungerla» gli rispose Gidō senza esitare. «Provi a immergersi anima e corpo nella recitazione del sutra del Loto, con l’ossessività di chi batte un tamburo. Allorché sarà impregnato del kōan, dalla cima del capo alla punta dei piedi, vedrà che un mondo nuovo le apparirà». Sōsuke si rammaricava profondamente che sia la propria indole sia le circostanze non gli permettessero di dedicarsi con tutto se stesso a un esercizio tanto estremo. I giorni che gli restavano da passare in quel tempio avevano un limite. La sua intenzione era stata di approdare a un distacco totale dai conflitti della propria esistenza, ma la sua leggerezza l’aveva condotto a vagare come un cretino su quel monte. Mentre faceva tra sé queste considerazioni, non aveva cuore di esporle sinceramente a Gidō, tanto era il rispetto che nutriva per il coraggio, l’ardore, la serietà e la gentilezza del giovane monaco. «C’è un precetto che dice: “La Via è vicina, e voi la cercate lontano”, ed è proprio così. L’abbiamo davanti al naso, ma non ce ne rendiamo conto» osservò Gidō con espressione rattristata. Sōsuke si ritirò nella propria stanza e accese un bastoncino d’incenso. Per sua disgrazia, questa situazione si prolungò per tutto il periodo in cui rimase al tempio, senza


che col passare dei giorni si aprisse uno spiraglio che permettesse alla sua esistenza di prendere una nuova direzione. Quando giunse il mattino della partenza, respinse virilmente ogni rimpianto. «La ringrazio per tutta la cura e l’attenzione che mi ha dedicato» disse a Gidō salutandolo. «Purtroppo non è andata bene, ne sono davvero desolato. Non credo che avrò altre occasioni di rivederla, quindi la prego di riguardarsi». «Ma non ho fatto assolutamente nulla, al contrario, per lei dev’essere stato un soggiorno molto scomodo. Comunque, vedrà che aver passato tante ore seduto in meditazione farà una differenza. E già solo il fatto di essere venuto fin qui è molto importante». Sōsuke, però, aveva la netta impressione di avere soltanto perso tempo. Se Gidō gli parlava così, era in considerazione della sua debolezza, pensò con un senso di vergogna. «Il tempo che impieghiamo a raggiungere l’illuminazione dipende dalla nostra natura, non è una questione di maggiore o minor valore. C’è gente che ci arriva facilmente e poi non riesce più ad avanzare, mentre altri all’inizio ci mettono anni, ma in seguito fanno rapidi progressi. Non deve assolutamente sentirsi deluso. Quello che conta è il fervore. Kōsen1, che fu un insigne prete buddista, aveva cominciato con lo studio del confucianesimo, e soltanto verso la metà della sua vita si volse verso la meditazione zen. Nei primi tre anni del suo monacato non fece il minimo passo avanti. Finì col pensare che se non riusciva, era a causa delle sue tante colpe passate, e ogni mattina si prosternava anche davanti alle latrine. E poi è diventato quell’esimio erudito che sappiamo. È davvero un ottimo esempio». Se Gidō aveva citato Kōsen, era per suggerirgli in maniera indiretta di non abbandonare del tutto la via della meditazione una volta tornato a Tokyo. Sōsuke gli prestava umilmente ascolto, ma in cuor suo non dava più molta importanza a quell’esperienza. Era venuto per farsi aprire una porta. Ma il guardiano ne restava al di là, e per quanto lui bussasse, non si faceva nemmeno vedere. Si limitava a far udire la sua voce, che gli diceva: «Bussare non serve a nulla. Apri tu stesso». Sōsuke si era scervellato per capire come si togliesse il chiavistello. Nella sua mente aveva immaginato con chiarezza un metodo. Peccato che non avesse trovato dentro di sé un po’ di forza per metterlo in pratica. Così ora era esattamente al punto di partenza, quando non aveva ancora cominciato a cercare una soluzione. Era rimasto davanti alla porta chiusa, solo, debole e ignorante. Nella vita aveva sempre confidato nella propria capacità di discernimento, e adesso constatava mortificato che proprio questa dote era la causa della sua sconfitta. Invidiava l’ingenuità di uno sciocco che fin dall’inizio non deve scegliere o deliberare nulla. E considerava sublime la purezza di quegli uomini e quelle donne che, saldi nella loro fede, non si lasciavano distrarre da dubbi intellettuali e aspirazioni alla saggezza. Lui, invece, sembrava destinato a restare a lungo davanti a quella porta chiusa. Non era né giusto né ingiusto. Ma se non aveva modo di oltrepassarla, andare apposta fin lì era stata un’azione contraddittoria. Si voltò indietro: non aveva il coraggio di tornare da dove era venuto. Guardò avanti: i battenti inamovibili della porta gli nascondevano per sempre la vista che si apriva al di là di essa. Non era un uomo in grado di superare quella barriera, ma neanche capace di rinunciarvi serenamente. Era un infelice che poteva soltanto restare impietrito davanti a essa, in attesa che i giorni trascorressero. Prima di partire, accompagnato da Gidō, si recò a salutare il Maestro. Questi lo fece entrare nella sala il cui engawa, affacciato sullo stagno dei fiori di loto, era munito di una balaustra. Gidō andò nella stanza accanto a preparare il tè. «A Tokyo deve fare ancora freddo» disse il Maestro. «Per lei il ritorno sarebbe stato più facile se avesse aspettato di trovare un qualche sostegno. È un peccato».


A queste parole di saluto del Maestro, Sōsuke si inchinò educatamente. Poco dopo uscì dal portale sotto il quale era passato dieci giorni prima. Alle sue spalle gli alti cedri incombevano sulla tettoia con la loro scura ombra invernale.

1

. Imakita Kōsen (1816-1892), duecentoduesimo priore del tempio di Engakuji a Kamakura. Sōseki visitò questo tempio e vi praticò la meditazione zen, e proprio a Engakuji ambienta il ritiro del protagonista di questo romanzo.


22. Mentre entrava in casa, Sōsuke si rese conto di avere l’aspetto di un accattone. Negli ultimi dieci giorni si era limitato a lavarsi la faccia con l’acqua fredda, senza nemmeno passarsi il pettine fra i capelli. Né aveva trovato il tempo di farsi la barba. Grazie alla premura di Gidō, per mangiare aveva mangiato, riso bianco tre volte al giorno, ma accompagnato soltanto da rape o altre verdure bollite. Il suo viso era più pallido rispetto a quando era partito, e anche un po’ più magro. Inoltre, all’Issō-an aveva ormai preso l’abitudine di meditare di continuo. Covava i propri pensieri come la gallina fa con le uova, e non riusciva a ragionare normalmente. Ciononostante, era ancora preoccupato per ciò che succedeva da Sakai. O piuttosto, per i movimenti di quel fratello “avventuriero”, epiteto che gli risuonava sempre nelle orecchie, e del suo amico Yasui, il cui ritorno gli aveva causato tanto affanno. Però non aveva il coraggio di andare dal padrone di casa a chiedere notizie di quei due individui, e tanto meno di domandare indirettamente a Oyone. Durante il suo soggiorno al tempio non era passato giorno senza che pensasse con ansia: purché Oyone non venga a sapere nulla di questa storia! «È faticoso viaggiare in treno, anche per un breve percorso» disse, mettendosi a sedere comodo in quella casa dove abitava da anni. «È successo qualcosa di particolare durante la mia assenza?» Aveva davvero l’aspetto di qualcuno che sopporta male il minimo spostamento. Quanto a Oyone, non riusciva a mostrargli un volto lieto, lei che anche nei momenti peggiori non dimenticava di sorridergli. Ma non aveva cuore di dire al suo povero marito, appena tornato da un ritiro dov’era andato per riprendere le forze, che sembrava in condizioni di salute peggiori di prima. «Per quanto si stia meglio, tornando a casa ci si sente sempre un po’ stanchi» osservò in tono gioviale. «Certo che sei sporco come un vecchio accattone! Dopo che ti sarai riposato, faresti bene ad andare ai bagni pubblici e dal barbiere per barba e capelli» aggiunse prendendo da un cassetto un piccolo specchio e mettendoglielo davanti alla faccia. A quelle parole di Oyone, Sōsuke finalmente ebbe l’impressione che una folata di vento fosse venuta a spazzare via l’atmosfera dell’Issō-an. Lasciatosi alle spalle quel monte, ora che si ritrovava a casa sua era di nuovo il solito Sōsuke. «Da parte di Sakai non ci sono più stati messaggi?» «No, nulla». «E a proposito di Koroku?» «Non ha detto niente». L’appena menzionato Koroku non c’era perché era andato in biblioteca. Sōsuke prese asciugamano e sapone e uscì. Il giorno dopo, quando arrivò in ufficio, tutti si informarono sulla sua salute. Alcuni gli dissero che lo trovavano dimagrito. Sōsuke prese quell’osservazione per un inconsapevole sarcasmo. Il collega che leggeva il Saikontan gli chiese soltanto se tutto fosse andato bene. Parole che gli causarono sofferenza. La sera, a casa, Oyone e Koroku lo assillarono di domande su Kamakura. «Che bella cosa poter uscire tranquilli senza lasciare nessuno di guardia al tempio!» disse Oyone. «Ma per vitto e alloggio quanto prendono al giorno?» si informò Koroku, aggiungendo subito dopo: «Sarebbe bello poter andare a caccia da quelle parti, portarsi un fucile». «Ti sarai annoiato a morte, tutto solo dal mattino alla sera» osservò Oyone. «Mica potevi dormire tutto il tempo!» «Certo che se non danno qualcosa di più nutriente da mangiare, che giovamento vuoi che ci sia per


la salute?» fece Koroku. Quella sera, infilandosi nel futon, Sōsuke decise che l’indomani sarebbe andato a trovare Sakai e gli avrebbe chiesto notizie di Yasui, e se avesse saputo che si trovava ancora a Tokyo e gli faceva visita spesso, avrebbe subito traslocato il più lontano possibile. Il giorno dopo il sole splendeva sulla testa di Sōsuke, e tramontò senza che fosse successo nulla di particolare. «Vado un momento da Sakai» disse Sōsuke quando calò il buio, e uscì nella notte senza luna, percorrendo la salita. Entrò da un cancelletto laterale e, mentre i suoi passi risuonavano sulla ghiaia del sentiero illuminato da un lampione a gas, cercava di rassicurarsi dicendosi che c’era una possibilità su mille di incontrare Yasui in quella casa proprio quella sera. Cionostante fece il giro dall’ingresso di servizio e non dimenticò di chiedere alla serva se ci fossero ospiti. «Oh, bentornato! Continua a fare freddo, non trova?» lo accolse Sakai con la sua abituale giovialità. Stava giocando alla morra cinese con i suoi figli, schierati in fila di fronte a lui, e intanto gridava «pietra», «coltello», «carta»! La sua avversaria era la figlia di circa sei anni, che sfoggiava un largo fiocco rosso annodato in cima alla testa. La piccola, decisa a non lasciarsi battere dal padre, protese energicamente in avanti la manina stretta a pugno. Il suo atteggiamento risoluto e il contrasto tra il suo pugno minuscolo e la mano enorme del padre fecero ridere tutti. «Ah, questa volta ha vinto Yukiko!» esclamò la madre, che guardava la scena seduta accanto al braciere e sorrise contenta mostrando i bei denti candidi. Davanti alle ginocchia dei bambini c’erano cumuli di biglie bianche, rosse e azzurre. «Ecco che mi faccio battere anche da Yukiko!» commentò Sakai, poi si voltò verso Sōsuke e alzandosi gli disse: «Allora, viene con me nella mia tana?» Nello studio, la daga mongola nella sua custodia di broccato era sempre appesa a un pilastro del tokonoma. Dei fiori di colza gialli – sbocciati chissà dove in quel periodo dell’anno – erano disposti con arte in un vaso. «Vedo che questa è ancora qui» disse Sōsuke, che teneva lo sguardo fisso sulla custodia lucente attaccata al pilastro, ma con la coda dell’occhio controllava l’espressione del padrone di casa. «Sì. Una daga mongola è davvero un oggetto originale» rispose Sakai. «È seccante però pensare che mio fratello mi ha portato questo giocattolo soltanto per imbonirmi, non trova?» «E cosa fa, adesso, suo fratello?» chiese Sōsuke con finta noncuranza. «Finalmente è ripartito, quattro o cinque giorni fa. Ha soltanto la Mongolia in testa, quello lì. “Un selvaggio come te non è adatto alla vita di Tokyo, dovresti tornare al più presto da dove sei venuto” gli ho detto, e lui mi ha dato ragione, se n’è andato. Un tipo del genere, è meglio che se ne stia dall’altra parte della Muraglia cinese! Vada pure a cercare diamanti nel deserto del Gobi!» «E il signore che lo accompagnava?» «Yasui? È partito con lui, naturalmente. Quello è uno che non riesce a stare fermo da nessuna parte. Pare che da giovane abbia studiato all’università di Kyoto. Chissà come mai si è ridotto così...» Sōsuke aveva le ascelle sudate. Non desiderava affatto sapere come si era ridotto Yasui, né perché non riusciva a stare fermo in un posto. Semplicemente ringraziava il Cielo di non essersi mai lasciato sfuggire, con Sakai, di aver frequentato la stessa università. Tuttavia quei due individui erano stati a cena da Sakai, che avrebbe voluto presentarglieli. E se lui, Sōsuke, era riuscito a sottrarsi con una scusa a quell’incontro umiliante, non era escluso che nel corso della serata il padrone di casa non avesse fatto, per qualche motivo, il suo nome. Sentì acutamente quanto sarebbe stato meglio, per un uomo dal passato dubbio come il suo, vivere sotto una falsa identità. Moriva dalla voglia di chiedere a Sakai se per caso non avesse parlato di lui davanti a Yasui. Ma era proprio la domanda che non


poteva permettersi di fare. Una domestica portò uno strano dolce su un grande piatto: una massa gelatinosa all’interno della quale erano sospesi due pesciolini rossi, tagliata, senza che la forma fosse stata alterata, in porzioni della grandezza di un blocco di tōfu. Sōsuke vi gettò un’occhiata e trovò il dolce originale, ma i suoi pensieri andavano inevitabilmente in un’altra direzione. «Perché non ne prende un pezzo?» lo esortò il padrone di casa protendendo una mano per servirsi per primo, al suo solito. «Me l’ha regalato l’altro ieri una coppia che festeggiava le nozze d’argento, ero invitato al banchetto. Porta fortuna, ne mangi una fetta anche lei». Col pretesto di voler raggiungere anche lui le nozze d’argento, Sakai mangiò diverse porzioni di quella gelatina molto zuccherata, riempiendosene la bocca. Quell’uomo, in grado di bere alcol come fosse tè e mangiare dolci come fossero riso, aveva una salute di ferro che era un bene prezioso. «A dire la verità, non è che si possa considerare veramente una fortuna, per due coniugi, passare insieme venti o trent’anni coprendosi di rughe, ma cosa vuole, tutto è relativo! Una volta, passando davanti al parco di Shimizudani, ho visto una cosa sorprendente...» proseguì Sakai cambiando di colpo argomento. Era sua abitudine, discorrendo, saltare di palo in frasca per non annoiare i suoi ospiti, da esperto uomo di mondo. Riguardo alla cosa sorprendente, il padrone di casa raccontò che nello stretto canale che correva lungo il parco, tra Shimizudani e il ponte di Benkei, in primavera nasceva un’incredibile quantità di girini, che crescevano facendo ressa e gracidando, finché a un certo punto formavano centinaia, migliaia di coppie. Quelle rane perdute d’amore, ammassate le une sulle altre, riempivano tutto il fossato da Shimizudani fino al ponte, galleggiando in una corrente di affetto reciproco... Poi magari passava un ragazzino o un tipo che si annoiava e tirava loro una pietra, uccidendo senza pietà innumerevoli coppie, lasciandosi dietro innumerevoli rane morte. «Quel che si chiama una montagna di cadaveri! E il fatto che siano tutti marito e moglie è ancora più triste. Insomma, a poche centinaia di metri da noi avvengono tragedie spaventose. Se ci pensiamo, possiamo ritenerci davvero fortunati. Già solo per il fatto che non dobbiamo temere che qualcuno ci trovi brutti, noi e le nostre mogli, e ci spacchi la testa a colpi di pietra. Poter restare insieme per venti o trent’anni senza correre questo genere di rischi, è già una bella fortuna, non crede? Di conseguenza, meglio mangiare un altro pezzo di questo dolce» concluse Sakai prendendone una porzione con le sue bacchette e mettendola davanti a Sōsuke, che l’accettò con un mezzo sorriso. Volente o nolente, Sōsuke in una certa misura subiva il fascino di quelle conversazioni con Sakai, che tra una battuta e l’altra potevano protrarsi all’infinito. Nel suo animo però non c’era la stessa allegria spensierata che animava il suo padrone di casa. Quando salutò e uscì nella notte senza luna, sotto la volta celeste buia e profonda provò un senso ineffabile di tristezza e di sgomento. Era andato da Sakai nel tentativo di calmare in qualche modo la sua ansia. E per raggiungere lo scopo aveva impostato il dialogo con il suo ospite – con quell’uomo benevolo e sincero – in maniera calcolata, mettendo a tacere la vergogna e il disagio. Tuttavia non era riuscito a ottenere una risposta completa a ciò che voleva sapere. Né aveva avuto il coraggio, o visto la necessità, di confessare anche solo in parte la propria colpa. Per un soffio, aveva evitato le nubi cariche di pioggia che si erano accumulate sulla sua testa. Ma il presentimento che quel genere di apprensione l’avrebbe di nuovo assalito, chissà quante volte e in quante occasioni, non l’abbandonava. Le occasioni dipendevano dal destino. Evitarle era compito suo.


23. All’inizio del mese seguente cominciò a fare meno freddo. Quanto alla riduzione dei posti di lavoro necessaria a compensare l’aumento degli stipendi dei funzionari pubblici – problema di cui si era tanto parlato –, alla fine di gennaio era già conclusa. Durante quel periodo, a Sōsuke ogni tanto era capitato di sentire di qualche licenziamento, di cui a volte era vittima un conoscente, a volte no. «Vedrai che il prossimo sarò io» diceva alla moglie in quelle occasioni, quando tornava a casa. Profezie che Oyone ora prendeva per una battuta, ora sul serio. Le succedeva anche di pensare che Sōsuke, con quelle parole di malaugurio, volesse forzare la sorte che li attendeva. Le stesse nubi offuscavano il cuore di lui, che le pronunciava. All’inizio di febbraio, quando Sōsuke venne a sapere che i licenziamenti per il momento erano terminati, considerando il proprio destino di sopravvissuto, non ne fu sorpreso. Al tempo stesso però lo giudicava un capriccio del caso. «Sono salvo» disse piantandosi davanti a Oyone e guardandola dall’alto. La sua espressione, né allegra né triste, a lei parve di una comicità caduta dal Cielo. Due o tre giorni più tardi Sōsuke ricevette un aumento di stipendio di cinque yen. «Non è il venticinque per cento di cui si parlava all’inizio, ma pazienza. C’è chi è stato licenziato, e molti non hanno avuto aumenti» disse con aria soddisfatta, come se quei cinque yen in più non se li fosse meritati col suo lavoro. Oyone non vedeva alcun motivo di lamentarsi. La sera seguente, a cena, Sōsuke vide arrivare in tavola un pesce intero, la coda che sporgeva dal piatto. Sentì l’odore del riso dei giorni di festa, colorato di rosa dai fagioli rossi. Oyone mandò Kiyo a chiamare Koroku, ormai insediato presso i Sakai. «Che leccornia!» disse Koroku, che era entrato dalla porta di servizio. Qua e là cominciavano a sbocciare i fiori di prugno. I più precoci stavano già scolorendo e perdendo i petali. Iniziò a cadere una pioggerella fine fine. Quando il sole riappariva, dalla terra e dai tetti saliva un’umidità che annunciava il ritorno imminente della primavera. Ci furono anche delle belle giornate in cui i cagnolini andavano a frugare davanti alle porte di servizio e intorno agli ombrelli aperti ad asciugare, dalla cui carta colorata a cerchi concentrici si alzava fluttuando il vapore. «Finalmente l’inverno sembra finito. Senti, sabato prossimo dovresti andare dalla zia Saeki e decidere qualcosa riguardo a Koroku. Se rimandiamo troppo, Yasunosuke dimenticherà il suo impegno» disse Oyone spronando il marito. «Sì, bisogna che mi decida a parlarle» rispose Sōsuke. Grazie alla benevolenza di Sakai, Koroku viveva ormai presso i padroni di casa. L’onere delle spese scolastiche restanti sarebbe stato assunto, possibilmente, da Yasunosuke e da Sōsuke insieme, fu quest’ultimo ad annunciarlo al ragazzo. Senza aspettare che il fratello prendesse l’iniziativa, Koroku corse a discuterne direttamente con il cugino, che si dichiarò pronto ad accettare appena Sōsuke glielo avesse domandato formalmente. La tranquillità era dunque scesa nuovamente su quella coppia che non amava le complicazioni. La domenica pomeriggio Sōsuke si recò ai bagni pubblici del quartiere per togliersi di dosso la sporcizia di quattro giorni. Nella vasca, un uomo sulla cinquantina dal cranio rasato e un giovane sui trent’anni, con ogni probabilità un commerciante, parlavano del tempo, della primavera che stava finalmente tornando. «Stamattina, per la prima volta ho sentito cantare un usignolo» disse il più giovane.


«Anch’io ne ho sentito uno qualche giorno fa» gli rispose il più anziano, «ma doveva essere alle prime armi, perché non cantava tanto bene». «Eh, sì, non sono ancora molto bravi» convenne l’altro. Una volta a casa, Sōsuke riferì a Oyone questo dialogo sugli usignoli. «Che bella cosa!» disse Oyone, l’espressione serena, guardando il riflesso splendente del sole sul vetro degli shōji. «Finalmente è tornata la primavera». Sōsuke andò a sedersi nell’engawa e iniziò a tagliarsi le unghie troppo lunghe. «Sì, ma presto sarà di nuovo inverno» rispose senza alzare la testa, continuando ad armeggiare con le sue forbici.


Glossario Chanoma, la traduzione letterale è “stanza del tè”: un locale solitamente di piccole dimensioni, riservato alla famiglia, dove si prendono i pasti. Cha-ya, bottega del tè. Qui indica un ristorante popolare. Daruma, bambola tradizionale rotonda, vuota, modellata a immagine del Bodhidharma, il fondatore della setta zen del buddismo. Daikon (Raphanus sativus), ravanello bianco gigante originario dell’Asia orientale, con la forma di una grossa carota. Engawa, corridoio dal pavimento in legno, riparato dal tetto della casa e munito di imposte, che corre tutt’intorno alle abitazioni tradizionali giapponesi. Nella versione moderna delle case diventa una sorta di veranda. Fundōshi, lunga pezza che gli uomini avvolgevano intorno ai fianchi facendola passare prima in mezzo alle gambe; fungeva da biancheria intima e si portava sotto il kimono. Fusuma, pareti scorrevoli di cartone, teso su un’intelaiatura in legno, che dividono le stanze nelle case tradizionali. Futon, insieme di materasso, lenzuola e piumone che si stende la notte sui tatami e si ripone il mattino in grandi armadi a muro. Con la parola futon si può intendere anche solo il materasso. Geta, sandali tradizionali in legno muniti di stringhe infradito. Hakama, sorta di ampia gonna pantalone lunga fino alla caviglia che si indossa sopra il kimono. Era l’abbigliamento tipico dei samurai, ma anche di funzionari, insegnanti e allievi di liceo, maschi e femmine. Attualmente viene usato in molte arti marziali. Haiku, poesia in forma metrica tradizionale, di diciassette sillabe divise in tre versi di cinque, sette e cinque sillabe ciascuno, derivata nel XVI secolo dal più antico tanka. All’epoca di Sōseki scrivere haiku era diventato una sorta di passatempo in cui si dilettavano le persone di cultura. Haori, casacca chiusa da due stringhe che si indossa sopra il kimono. Jōruri, testo drammatico che viene letto da attori e accompagna l’azione dei burattini nelle rappresentazioni del teatro tradizionale bunraku. Il gidayū era uno stile di declamazione dei jōruri. Il nome deriva da quello dell’attore Takemoto Gidayū (1651-1714), inventore di tale stile. Kakemono, la traduzione letterale è “oggetto da attaccare”. Si tratta di un dipinto o una calligrafia, o le due cose insieme, montato su un supporto di carta o stoffa, che si può arrotolare e infilare in una custodia cilindrica. Karashi, mostarda giapponese. Kōan, affermazione paradossale usata per aiutare la meditazione e risvegliare una profonda consapevolezza. Kotatsu, tavolo basso sotto il quale si pone un braciere; il tutto viene ricoperto da una trapunta quadrata sopra cui si sistema un secondo piano d’appoggio. Nei kotatsu moderni il braciere è sostituito da una resistenza elettrica. Sedersi al kotatsu permette di tenere al caldo le gambe e la parte inferiore del corpo. Miso, pasta di fagioli di soia bolliti e fermentati. Si usa anche per preparare una minestra molto comune. Mochi, ciambelle di riso di una qualità molto glutinosa, bollito e pestato in un mortaio. Grandi come un mandarino, si possono mangiare sia arrostite che bollite. Nemaki, kimono di cotone leggero che si indossa per dormire. Obi, alta cintura che chiude il kimono formata da una lunga fascia di seta rigida che si avvolge più volte intorno al corpo e si annoda sulla schiena in varie fogge, alcune molto appariscenti. Rin, moneta ritirata dalla circolazione nel 1954. Un rin era un millesimo di uno yen. Sen, moneta ritirata dalla circolazione nel 1954. Un sen era un centesimo di uno yen. Shōgun, capo del governo. Il sistema politico dello shōgunate terminò con la Restaurazione Meiji del 1868. Soba, pasta di grano saraceno dalla forma simile ai tagliolini, ma di colore più scuro. I soba si mangiano di solito nel brodo caldo, ma si possono gustare anche freddi. Shōji, tramezzi scorrevoli di carta bianca tesa su un’intelaiatura di legno. Nelle case tradizionali separano le stanze dall’engawa. Si usano anche per schermare vetrate e finestre. Susuki, piuma delle pampas. Tōfu, cagliata di fagioli di soia, di colore bianco. Si può mangiare sia crudo che fritto o bollito. Tokonoma, grande nicchia che occupa parte della parete interna di una stanza in stile tradizionale, sia nelle case private che nelle locande; vi si espongono dipinti e composizioni floreali. Waka, poesia in forma metrica tradizionale, di trentuno sillabe, divise in cinque versi rispettivamente di cinque, sette, cinque, sette e sette sillabe. Yukata, kimono di cotone leggero che si indossa in estate. Nelle locande tradizionali gli yukata vengono messi a disposizione dei clienti. Zōni, zuppa che viene servita a Capodanno, consistente in un brodo di pesce con verdure, in cui si inzuppano i mochi.


Indice 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. Glossario

Natsume Soseki La porta  
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