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Jugendliche kl채ren auf. Giovani LGBTQI informano.

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Indice Inhaltsverzeichnis Editorial/Editoriale 3 Iniziative/Veranstaltungen 5 Queer Format – Giovani LGBTQI informano/LGBTQI-Jugendliche klären auf 6 Sensibilisierung an den Schulen – Junge Volontäre im Interview 7 Il Sudtirolo e la discriminazione – Intervista a Riccardo Dello Sbarba 10 Eine berechtigte Frage – aus dem Buch "Wirklich ungeheuer praktisch" 14 Wer nicht fragt, bleibt dumm – oder weiß schon alles. 16 Identità e costume – La relazione tra corpo biologico e identità di genere 18 Gender Fehler – Auf der Reise zum gender-losen Glück 26 Ich bin eine Toilette, offen für ALLE!

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das mensch.gender_queer on air

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Regenbogenfarben – Im vielleicht homophobsten Land der Europäischen Union 30 Muxes und Marimachas – Im mexikanischen Juchitán als drittes Geschlecht anerkannt 32

Wir danken für die Unterstützung | Ringraziamo per il sostegno:

Assessorato alle Politiche Sociali e alle Pari Opportunità Assessorat für Sozialpolitik und Chancengleichheit Impressum/colofone: Eigentümer und Herausgeber: Centaurus Schwul-lesbische Initiative Südtirol – Arcigay Landeskomitee | Galileo-Galilei-Straße 4a, Bozen | Propietario ed editore: Centaurus Gay e Lesbiche dell’Alto Adige/Sudtirolo – Comitato provinciale Arcigay | via Galileo Galilei 4a, Bolzano | Veröffentlicht am 22.12.2014 in Bozen | Presserechtlich verantwortliche Direktorin / Direttrice responsabile: Ulrike Spitaler | Pubblicato il 22.12.2014 a Bolzano | Redaktion / Redazione: M. Anegg, B. Bachmann, L. Barretta, A. Bax, K. Danler, M. De Biasi, M. Ferraretto, U. Spitaler, S. Weger | Layout & Grafik / Layout & Grafica: Laura Barretta | Druck / Stampa: Fotolito Varesco Alfred GmbH, Auer / Ora | Eingetragen beim Landesgericht Bozen Nr. 7 am 11.4.2007 | Iscritto il 11.4.2007 col n. 7 presso il Tribunale di Bolzano Namentlich gekennzeichnete Artikel geben nicht unbedingt die Meinung der Redaktion wieder | Gli articoli firmati non esprimono necessariamente l‘opinione della redazione Feedback: magazine@centaurus.org

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Editorial/Editoriale Liebe Leserinnen, liebe Leser  “Identität/en” heißt das diesjährige Thema des Centaurus Magazine. Eigentlich wollten wir uns mit diesem Super-Gedenkjahr befassen: Vor 100 Jahren begann der Erste Weltkrieg, vor 75 Jahren der Zweite, und die Berliner Mauer fiel vor 25 Jahren. Aber in den Gesprächen über den Ersten Weltkrieg sind wir gleich über Grenzen zu sprechen gekommen, den damals nationalen, intranationalen, willkürlichen, um die es zu kämpfen galt; und von da aus war es nur mehr ein kurzer Gedankensprung zu den Grenzen, willkürlich oder nicht, die unsere Identitäten definieren und um die wir immer noch, natürlich im übertragenen Sinne, täglich kämpfen. Kultur prägt uns, Natur definiert uns, aber wir Menschen sind wunderbar bewegliche Wesen und die

Spannungsfelder unserer Identitäten schaffen immer wieder anregenden Stoff. Lesbisch, schwul, bi, queer, hetero, Frau, Mann, Gender und Rollen werden in diesem Heft angesprochen, diskutiert, angefochten und fotografiert. Wie immer hoffen wir, Gedankenstoff zu liefern. Für diese Ausgabe muss ich mich sehr herzlich bei Sandra Weger bedanken, die einen wesentlichen Beitrag zum Inhalt dieses Centaurus Magazines geleistet hat. Sogar Anne Bax, deutsche Autorin der berühmten Erzählungen aus dem lesbischen Liebesalltag, konnte sie für die diesjährige Ausgabe gewinnen. Laura Barretta ist unter anderem wieder für das Layout verantwortlich, und für den gelungenen Flyer des Projekts “Queerformat”, der heuer auf die Titelseite des Centaurus Magazi-

nes passt wie die Faust aufs Auge. Wir stellen dieses Projekt des Centaurus, auf das wir sehr stolz sind, in den nächsten Seiten vor. Uli Spitaler und Urban Nothdurfter haben wieder die auffälligsten Fehlformulierungen und Rechtschreibfehler ausgemerzt. Bedanken muss ich mich auch bei Martina Ferraretto, deren Fotografien und Texte über Rollenbilder und Körpersprachen wir hier mit Freude vorstellen dürfen. Wir arbeiten wie immer ehrenamtlich und für den Einsatz des Teams, das dieses Jahr ein inhaltlich wirklich reiches Centaurus Magazine geschaffen hat, bedanke ich mich aus ganzem Herzen. Gute Lektüre, Martine De Biasi

Care lettrici, cari lettori! “Identità” è il tema di questo Centaurus Magazine. In verità volevamo prendere come spunto questo anno della memoria, o meglio delle memorie: 100 anni fa cominciava la prima guerra mondiale, 75 anni fa la seconda, 25 anni fa cadeva il muro di Berlino. Ma parlando della prima guerra mondiale il discorso si è incentrato subito sui confini, i confini al tempo nazionali, spesso arbitrari, per i quali si doveva combattere e morire, e da li è bastato un piccolo salto mentale per raggiungere i confini, arbitrari o meno, che definiscono le nostre identità e per i quali continuiamo a lottare, e tristemente anche a morire. La cultura ci forma, la natura ci definisce, ma noi umani siamo esseri incredibilmente mobili e le tensioni riguardanti le nostre identità creano della materia prima decisamente interessante. Ter-

mini come lesbicità, l’essere gay, la bisessualità, l’eterosessualità, donna, uomo, genere e ruolo in questo quaderno vengono tematizzati, discussi, attaccati e fotografati. Come sempre speriamo di generare materia di discussione. Per questa edizione devo ringraziare in modo particolare Sandra Weger, che ha fornito gran parte del contenuto di questo Centaurus Magazine e che è riuscita addirittura a farci pubblicare una storia di Anne Bax, la conosciuta autrice tedesca di molte storie lesbiche. Laura Barretta anche quest’anno è responsabile del layout del Centaurus Magazine e anche del volantino del progetto “QueerFormat” che abbiamo scelto come prima pagina perchè dice tutto quello che vogliamo dire sul tema delle “identità”. Presenteremo questo progetto di Centaurus, del quale

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siamo veramente orgogliosi, nelle prossime pagine. Uli Spitaler e Urban Nothdurfter hanno trovato ed eliminato per noi gli errori più terribili. Devo anche ringraziare Martina Ferraretto, che ci ha permesso di pubblicare degli estratti della sua tesi di laurea nonchè le sue splendide fotografie che ci immergono nel tema del linguaggio del corpo e delle identità di genere. Come sempre tutti i membri del team di Centaurus Magazine sono volontari e per il loro impegno nel creare questo numero veramente ricco li ringrazio di cuore. Buona lettura, Martine De Biasi


Rassegna cinematografica LGBTQI*

Felice chi è diverso

ogni 2o

La diversità non è un’eccezione ma una qualità condivisa. La diversità arricchisce e non si appiattisce nella normalità e nell’omologazione ma valorizza le differenze del sé all’interno delle identità sessuali. Questa rassegna intende esplorare la pluralità dei generi, mostrare diverse sfaccettature, il loro mutevole flusso, la dinamica dei ruoli, tra stereotipi culturali e libertà individuali.

venerdi del mese ore 21:00

Programma * lesbiche, gay, transessuali, bisessuali, queer, intersessuati

10 ottobre 2014 − Tomboy

(Céline Sciamma, Francia 2011)

14 novembre 2014 − Imagine Me and You

Felice chi è diverso

(Ol Parker, USA 2006; presentato da L’Altra Venere)

12 dicembre 2014 − Dallas Buyers Club (J.M.Vallée, USA 2013)

Felice chi è diverso essendo egli diverso. Ma guai a chi è diverso essendo egli comune.

ingresso singolo 5 € abbonamento intera rassegna 25 € (+tessera annuale 5 €) Dopo il film la serata prosegue con un party, musica e divertimento.

09 gennaio 2015 − Il richiamo

(Stefano Pasetto, Italia/Argentina 2011)

13 febbraio 2015 − Milk (Gus Van Sant, USA 2008)

13 marzo 2015 − Venus Boyz / Mio sovversivo amore

(Gabrielle Baur, Germania 2009 / Valentina Pedicini, Italia 2009)

10 aprile 2015 − Dietro i candelabri

(Sandro Penna)

(Steven Soderbergh, USA 2013)

08 maggio 2015 − I ragazzi stanno bene (Lisa Cholodenko, USA 2010)

12 giugno 2015 − Felice chi è diverso (Gianni Amelio, Italia 2014)

Rassegna a cura di:

Videodrome/Cineforum Bolzano via Roen 6 tel. 0471 26 63 94 Cineforum Bolzano (Videodrome)

BOLZANO DAL 1952 VERSO IL FUTURO

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Con la partecipazione di:


Iniziative/Veranstaltungen Incontro per LGBTQI con figli Treffen für LGBTQIs mit Kindern ogni 1o martedì, ore 20 jeden 1. Dienstag, 20 Uhr

Incontro per transgender Transgender Gruppentreffen ogni 2o mercoledì, ore 20 jeden 2. Mittwoch, 20 Uhr

Incontro del gruppo giovani Jugendgruppentreffen ogni 2o sabato, ore 21, UNDER 25 jeden 2. Samstag, 21 Uhr, UNTER 25

Tutti gli incontri si svolgono nella sede di Centaurus in Via Galilei 4a a Bolzano, una volta al mese. Per maggiori informazioni o consulenza gratuita e anonima sono a disposizione le linee telefoniche Info Gay e Lesbian Line. Alle Treffen finden im Vereinssitz von Centaurus einmal im Monat in der Galilei-Straße 4a in Bozen statt. Für weitere Informationen, sowie kostenlose und anonyme Beratung: Info Gay und Lesbian Line.

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QueerFormat Giovani LGBTQI informano/LGBTQI-Jugendliche klären auf Punto di partenza Se nel cortile della scuola si baciano due ragazze o due ragazzi, la cosa è sentita come normalissima. È vero? Noi crediamo di no! I termini “gay” e “lesbica” si sentono spesso a scuola: ma in molti casi sono usati come insulti. L’espressione “frocio di merda” fa, purtroppo, parte della quotidianità. Per il giovane destinatario il messaggio è: “Tu non fai parte del gruppo, non ti vogliamo, non vali niente!”. Il 61% dei ragazzi e delle ragazze tra i 12 ed i 17 anni ha pregiudizi nei confronti degli omosessuali. Le cause sono quasi sempre l’ignoranza e la disinformazione. Per questo motivo Centaurus vuole informare e sensibilizzare Gay, lesbiche, transgender e bisessuali tra i 16 e i 25 anni incontrano i giovani per raccontare la propria esperienza. Durante gli incontri si discute di pregiudizi, stereotipi, tolleranza, ruoli di genere e diversi modi di vivere la propria identità sessuale. Lo scopo delle attività è quello di fornire ai giovani coinvolti gli strumenti per affrontare queste tematiche in modo aperto, consapevole e informato.

Unsere Ausgangssituation Wenn sich auf dem Schulhof zwei Mädchen oder zwei Jungen küssen, dann ist das ganz selbstverständlich. Stimmt das? Wir glauben nicht! Die Begriffe „schwul“ und „lesbisch“ sind in den Schulen und Jugendgruppen sehr präsent: als Schimpfwörter! Die „schwule Sau“ ist ganz normal. Für betroffene Jugendliche signalisiert das immer wieder: „Du gehörst nicht zu uns, dich wollen wir nicht dabei haben, von dir halten wir nichts!“ Rund 61% der Jungen und Mädchen im Alter zwischen 12 und 17 Jahren haben Vorbehalte gegenüber Homosexuellen. Ursachen dafür sind fast immer Unwissenheit und fehlende Informationen. Deshalb will Centaurus aufklären und informieren Schwule, lesbische, bisexuelle und transgender Jugendliche zwischen 16 und 25 Jahren kommen in die Einrichtung und erzählen ihre Geschichten. Sie vermitteln Wissen über verschiedene Lebensweisen und Lebensrealitäten, diskutieren über Toleranz, Vorurteile, Klischees und Rollenbilder. Die Schulklasse bzw. Jugendgruppe kommt ins Gespräch über die sexuelle Vielfalt und reflektiert eigene Werthaltungen und Einstellungen.

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Le richieste per il laboratorio possono essere fatte presso: Centaurus Gay e lesbiche dell‘Alto Adige Arcigay Via Galilei 4a 39100 Bolzano infogay@centaurus.org

Workshop-Anfragen richten Sie bitte an: Centaurus Schwul-lesbische Initiative Südtirol Galilei-Straße 4a 39100 Bozen infogay@centaurus.org


Sensibilisierung an den Schulen Junge Volontäre im Interview Gabriel, Benjamin, Martina und Kathi sind die eigentlichen Akteure des Projekts “QueerFormat”, das wir auf der vorhergehenden Seite vorgestellt haben. Centaurus Magazine hat ihnen einige Fragen gestellt: Centaurus Magazine: Beschreibt euch mal unseren Lesern kurz!

Benjamin (19): Ich bin jung, ich weiß, was ich will und wo ich stehe, weiß, was ich erreichen will.

Wie seid ihr denn so zu diesem Projekt gestoßen und warum macht ihr eigentlich mit?

Gabriel (16): Ich bin offen für alles und ich möchte alles tun, für die Gleichberechtigung. Mir sind meine Freunde und die Toleranz das Wichtigste im Leben!

Martina (22): Ich bin extrovertiert, offen, wissensdurstig und schräg.

Kathi (18): Ich bin humorvoll, offen und etwas hyperaktiv (lacht).

Benjamin: Ich war von Anfang an dabei, als das Projekt noch in der hypothetischen Phase gesteckt ist. Warum ich das mache, ist recht einfach. Ich habe so ein Projekt in meiner Jugend sehr vermisst, als ich 15­/16 war, wäre ich sehr froh darum gewesen. Ich hatte niemanden und ich finde das toll, dass ich jetzt im Rahmen dieses Projektes und auch durch die Jugendgruppe, die sich jetzt regelmäßig im Centaurus trifft, der 'neuen Generation' eine Chance geben kann, es besser zu haben als ich. Martina: Mir hat das Projekt auch sehr gut getan. Ich dachte Homosexualität gäbe es nur in den USA und dass ich das einzige lesbische Mädchen in Europa bin (lacht). Ehrlich! Es ist wirklich wichtig, dass die jungen Leute wissen, dass sie nicht alleine sind. Andererseits ist es wichtig, dass auch die heterosexuellen Jugendlichen früh mit LGBTQI konfrontiert werden, denn sie werden vielleicht auch mal Kinder haben und können

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sie zu Toleranz und Respekt erziehen. Es muss sich ja was ändern, und die jungen Köpfe von heute sind die Gesellschaft von morgen. Kathi: Und vor allem ist es wichtig, dass wir den Jugendlichen vorleben, dass es da nichts zu verstecken gibt. Das wollen die Leute auch sehen, da verstehen sie, dass sie keine Angst zu haben brauchen. Martina: Ja, auch dass jede und jeder so sein soll, wie sie oder er ist. Einer der Grüde, warum ich bei diesem Projekt mitmache, ist auch, dass man nicht unbedingt irgendwelchen Stereotypen gerecht werden muss, um lesbisch, schwul, trans zu sein. Ich zum Beispiel schminke mich gern und fühle mich dabei wohl. Ich will, dass die Mädels sehen, dass man auch sehr gut feminin sein kann, und doch lesbisch. Beziehungsweise, dass alle Arten lesbisch zu sein gleichberechtigt sind. Es gibt allerdings auch in der Szene immer noch Vorurteile gegenüber femininen Lesben. Gabriel: Ich bin dabei, um anderen die Möglichkeit zu geben sich zu outen, vor sich selbst und vor anderen. Am Anfang konnte ich nicht mal zu mir selbst sagen: du bist schwul. Ich habe das gar nicht realisiert. Ich kannte ja niemanden. Ich will den Jugendlichen Mut machen, ich will nicht, dass sie meine Zweifel auch haben müssen. Ich will, dass sie wissen, dass es ok ist, schwul zu sein, und dass es realistisch ist, offen und glücklich das zu sein, was man ist. Wichtig ist auch, dass die Jugendlichen wissen, an wen sie sich wenden können – falls sie mal nicht weiterwissen, oder einfach nur um auszugehen und ihresgleichen kennenzulernen!

Wie war denn euer Coming-Out?

Benjamin: Tja, man hört ja eben nie auf, sich zu outen, aber das klassische Coming-Out, bei Eltern und Freunden, das ist super gelaufen. Meine Eltern hatten keine Probleme, mich zu akzeptieren, meine gesamte Klasse in der Oberschule stand hinter mir, mich haben die Lehrer auch alle unterstützt, ich hatte wirklich viel Glück. Kathi: Für mich war das nicht so einfach. Vor allem meine Mutter hatte es am Anfang schwer, mich zu akzeptieren. Jetzt geht es glücklicherweise wieder gut, sie hat einfach Zeit gebraucht. Am Anfang war es aber echt problematisch. Manchmal muss man den Eltern eben Zeit lassen, damit sie damit fertigwerden. Gabriel: Ich habe mich zuerst bei einer Freundin geoutet, habe anfangs gesagt, ich wäre Bi. Aber dann war mir bald klar, dass das für mich nicht stimmt. Ich habe angefangen, mich als schwul zu definieren, und das hat dann für mich sehr viel besser gepasst. Meine Freunde waren alle super,

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auch meine Familie steht hinter mir. Danach kamen schon die dummen Kommentare, aber ich hatte so viel Rückhalt und Selbstbewusstsein, dass es mir nichts ausgemacht hat. Im Gegenteil, die, die mich blöd angemacht haben, die haben dann selber gesehen, dass Schwulsein ok und ganz normal ist. Mein Coming-Out hat also auf jeden Fall etwas gebracht! Mir hat es auch unglaublich viel Selbstbewusstsein gegeben. Deswegen ist das Coming-Out wichtig, es gibt einem wirklich viel Selbstbewusstsein. Martina: Was bei mir schwer war, war nicht wirklich das Coming-Out. Für mich war es schwierig, mich selbst zu akzeptieren. Das innere ComingOut. Da habe ich lange gebraucht. Sobald es dann aber soweit war, hatten meine Freunde und meine Mutter keine Probleme mich zu akzeptieren. Das war dann einfach. Mir selbst einzugestehen, dass ich lesbisch bin, war das Schwerste. Ich hatte auch Probleme mit meinem Vater darüber zu sprechen, denn er hat oft schlimme Kommentare losgelassen, wenn es zum Beispiel im Fernsehen um Homosexualität ging. Als ich dann keine Lust mehr hatte, mich zu verstecken, habe ich es ihm auch gesagt. Da hat er sich von sich aus gleich entschuldigt und gemeint, dass die Kommentare, die er immer gemacht hat, gar nicht so gemeint waren. Er hat gleich verstanden, warum ich es ihm so spät gesagt habe. Das war sehr wichtig für mich.

Gibt es denn eine LGBTQI Person, die euch inspiriert hat, auf eurem Weg?

Kathy: Ich habe mir oft Interviews mit lesbischen Paaren auf YouTube angeschaut. Ich war mir sicher, das will ich auch! Ellen DeGeneres ist auch ein großes Vorbild von mir. Martina: Das klingt jetzt vielleicht komisch, aber für mich war Lady Gaga sehr inspirierend. Sie hat immer wieder betont, das alle so sein können, wie sie sind und dass LGBTQI toll sind, so wie sie sind. Das war richtig befreiend. Gabriel: Ja, Lady Gaga ist auch für mich eine Inspiration. Und ein Youtuber, er heißt Matthew Lush. Der hat über sein Schwulsein gesprochen, und dass das ok ist und gut so. Wir müssen anscheinend immer hören, dass wir ok sind, sonst glauben wir es am Anfang nicht. Deshalb war für mich auch Conchita Wurst wichtig. Von ihr habe ich gelernt, wirklich alle zu akzeptieren. Benjamin: Mich hat Harvey Milk inspiriert, sein Kampf für unsere Rechte. Und ganz berührt war ich von der Geschichte von Mary Griffith, einer Mutter, die durch ihre Homophobie ihren Sohn verliert und dann versteht, was sie falsch gemacht hat. Ihr Weg ist bewundernswert. Es gibt auch einen Film über sie: “Prayers for Bobby”. ◘ Martine De Biasi

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Il Sudtirolo e la discriminazione Intervista a Riccardo Dello Sbarba sul futuro Centro di tutela contro le discriminazioni La Giunta provinciale ha approvato in ottobre la legge omnisbus del 16.10.2014, n 9 “Modifiche di leggi provinciali in materia di edilizia abitativa agevolata, integrazione, parificazione, servizi sociali, invalidi civili, sanità, famiglia e sudtirolesi nel mondo”, che contiene un tema molto interessante per la nostra comunità. Un centro di tutela contro le discriminazioni era già stato discusso nella scorsa legislatura. Adesso ci interessano particolarmente gli ultimi sviluppi e li chiediamo a Riccardo Dello Sbarba, Consigliere Provinciale dei Verdi Grüne Verc e autore degli emendamenti approvati in questa legge.

Apprendiamo dai giornali che ci sono state delle modifiche riguardanti il centro di tutela contro le discriminazioni, ci potrebbe brevemente dire quali? Questo centro di tutela è solo per cittadini stranieri oppure è aperto a tutte le persone che si appellano ai vari motivi di discriminazione?

Una delle modifiche principali è che il centro di tutela contro le discriminazioni non sarà istituito presso la ripartizione lavoro, ma al Consiglio provinciale. La designazione avviene secondo regolamento provinciale – ancora da elaborare. Inoltre sono state aggiunte funzioni che erano rimaste fuori nella legge originaria. Il centro di tutela si rivolge a tutti i cittadini e a tutte le cittadine. Il centro è stato previsto nella legge sull’integrazione dei cittadini stranieri (legge n. 12 del 28.10.2011), perché in quel momento il tema delle discriminazioni era molto fortemente legato ai processi d’immigrazione. A livello nazionale, in quell’epoca sono state fatte alcune leggi regionali che istituivano i centri di antidiscriminazione all’interno delle leggi per i cittadini stranieri e quindi legate all’integrazione. Inoltre è anche previsto un albo a livello nazionale presso l’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale – che prevede l’accreditamento di associazioni che possono intervenire in tribunale a difesa della persona lesa. Inizialmente si può dire che l’obiettivo era di tutelare chi è discriminato per questioni razziali. Però già nella legge che noi abbiamo fatto, già nella discussione e in commissione legislativa, anche grazie a una serie di emendamenti che noi gruppo dei verdi abbiamo portato, abbiamo inserito anche l’orientamento sessuale, la disabilità, come argomenti ulteriori di possibili discriminazioni di cui il centro di tutela deve occuparsi. Adesso non è più legato solo alla discriminazione razziale, di migrazione, anche se naturalmente questo resta un tema fondamentale. Quindi, sostanzialmente è un centro di tutela aperto a tutti, per tutte le discriminazioni possibili, cioè per tutte le violazioni del principio dell’uguaglianza tra gli esseri umani e la pari dignità sociale e civile e la liberta di scelta come vivere la propria vita.

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Voi vi siete basati sulle direttive UE gender, parità trattamento uomini/donne, orientamento sessuale, disabilità, età, religione, convinzione personale, razza, l’origine etnica ecc. previsti dalle direttive Ue e la CEDU (Convenzione Europea dei diritti dell’uomo)?

Le proposte di allargamento delle funzioni del centro di tutela sono passate indiscusse?

Si, noi ci siamo basati sulle direttive dell’unione europea soprattutto in questa seconda riscrittura perché appunto noi abbiamo presentato come gruppo verde tre emendamenti che sono stati approvati. Comma tre (insediamento presso il Consiglio provinciale), comma 4 (nomina del responsabile da parte del Consiglio provinciale) e comma 5 (allargamento delle funzioni) il punto f dice esplicitamente : “vigila sull’applicazione nel territorio provinciale delle convenzioni internazionali ed europee a tutela delle vittime delle discriminazioni e per garantire la parità di trattamento, con particolare riferimento alla direttiva n. 200/78/CE.” Beh, diciamo questa vicenda è sempre stata difficile. Noi in Sudtirolo siamo una delle ultime regioni che ha fatto una legge sull’ immigrazione. Tutte le altre regioni sono intervenute anche 10, 15 anni prima di noi. Noi ci siamo cullati nell’idea che questo fosse un fenomeno marginale che era meglio nasconderlo…Diciamo anche che questa parte di tutela contro le discriminazioni è stata sottovalutata fino al 2011 e poi messa con grande fatica nella legge. Le difficoltà erano legate a una fase in cui soprattutto da parte delle forze della destra veniva attaccata questa idea del centro di tutela contro le discriminazioni, perché si diceva: "Non possiamo ammettere che noi sudtirolesi discriminiamo qualcun altro. Semmai" – questa era la tesi – "siamo noi che siamo discriminati." Ovviamente parlare di altri tipi di discriminazioni, per esempio il tema della discriminazione sessuale, di diverso orientamento sessuale, quindi dell’omofobia ecc. erano temi assolutamente tabu. Per esempio avevamo proposto una legge sulle pari opportunità anche negli orientamenti sessuali. Questa legge, che abbiamo discusso anche con Centaurus, fu respinta per ben due volte in due legislature perché non se ne voleva assolutamente parlare. Cioè quella che prevaleva era l’idea che il Sudtirolo fosse cattolico, matrimoniale e familiare nel senso tradizionale del termine e questi punti, la famiglia tradizionale, la religione cattolica, erano dei punti che pareva non si potessero mettere in discussione. Io mi ricordo delle discussioni in aula in cui c’erano dei colleghi di altri partiti che protestavano contro il fatto che presso l’ospedale si tenevano corsi per infermiere e medici per insegnare come si comportarsi dal punto di vista medico con corpi di donne e uomini di altre culture e altre religioni. La parola d’ordine era: "Noi abbiamo la nostra tradizione" – che non si sa qual'era, veniva data a priori – "e chi viene qua o chi abita qua, si deve adeguare, anpassen." Basta. Non veniva minimamente preso in considerazione che ci potessero essere comportamenti diversi che avessero pari dignità e che potessero essere discriminati. Quindi ci fu una lotta contro quest’articolo e la maggioranza preferì fare un articolo che sulla carta prevedeva il centro antidiscriminazione, ma sostanzialmente non lo istituiva da nessuna parte e quindi lo lasciava lettera morta. È stato fatto pure il regolamento di attuazione che prevedeva che il centro doveva stare presso il servizio di coordinamento immigrazione, un ufficio che si occupava solo d’immigrazione, che era fatto da una persona e mezzo, e che aveva enormi problemi a gestire anche solo il tema dell’immigrazione in se. E così il centro antidiscriminazione non è mai nato. Questa volta, con la nomina di una persona responsabile presso il Consiglio provinciale, il centro di tutela dovrebbe, si spera, nascere.

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Con la modifica alla legge il centro di tutela è stato separato dal servizio coordinamento integrazione ed è stato messo presso il Consiglio provinciale – nel potere legislativo – alla pari della difesa civica e della difesa dei giovani. Ora si trova nel luogo che dovrebbe essere la casa del cittadino, perché nel Consiglio provinciale lavorano le persone direttamente elette dai cittadini. Questo dovrebbe dare una certa autonomia al centro di tutela anche dall’amministrazione pubblica. In analogia basta vedere i casi di cui si occupa la difesa civica. Per questo, toglierlo dall’amministrazione provinciale e metterlo nel Consiglio provinciale dà anche una certa garanzia d’indipendenza. Domanda all’inverso – con questo nuovo insediamento ci potrebbe essere un dubbio su un’ eventuale "dipendenza" politica?

È previsto che questo centro di tutela fornisca anche assistenza legale?

Come avverrà la nomina del responsabile del centro di tutela?

Quali competenze dovrebbe avere secondo Lei questa persona? Quanti collaboratori avrà il centro di tutela?

Le funzioni del centro di tutela sono ben chiare e definite dalla legge provinciale e anche dalle norme nazionali ed europee, per cui c’è un campo preciso, e delle funzioni ben precise. E quindi non credo che possa esserci questo rischio. È come la difesa civica che svolge il suo lavoro senza che nessuno abbia il sospetto che non sia un’istituzione indipendente. Non direttamente, ma indirettamente sì. Il centro di tutela ha varie funzioni che sono descritte nel regolamento di esecuzione già approvato e tuttora in vigore. La prima funzione ovviamente è quella di monitoraggio delle discriminazioni, pensiamo anche all’osservazione costante della stampa, di come la stampa tratta certi problemi. Poi al centro di tutela possono essere segnalati casi, sia da singoli sia da gruppi di persone, da enti, da associazioni, ecc. Il centro di tutela raccoglie queste segnalazioni, e se può esegue anche una funzione di mediazione. Se qualcuno si sente discriminato il centro di tutela bussa alla porta dell’ente, dell’ufficio, che è sospettato di questa discriminazione e cerca di trovare una soluzione. Per quanto riguarda invece l’assistenza legale è previsto che il centro di tutela stipuli delle convenzioni con soggetti esterni. Per esempio ci sono varie associazioni che si occupano d’integrazione ecc., a cui potrebbe unirsi anche Centaurus. In collaborazione con questi soggetti è possibile garantire anche una tutela legale. Comunque è previsto che il centro di tutela prenda in carico il caso segnalato e lo accompagni fino alla sua soluzione. Ora, se questa soluzione va davanti al tribunale, attraverso le convenzioni con soggetti esterni è possibile garantire anche, secondo me, un accompagnamento legale. Vedremo le forme in cui questo sarà possibile. Teniamo conto che è prevista anche una collaborazione con la difesa civica e con la difesa dei giovani, e lì ci sono già giuristi esperti. Il Consiglio provinciale deve definire un regolamento di attuazione. Questo è il prossimo passo. Di quante persone sarà costituito, e come si selezionerà la persona responsabile, deve essere ancora definito. Sicuramente ci vuole, oltre una figura responsabile, un servizio di segreteria, dei giuristi o delle giuriste. Che questo centro le abbia autonomamente o che si metta in sinergia con la difesa civica e condivida delle risorse dipende ovviamente anche da quante risorse finanziarie saranno messe a disposizione. Questo non è ancora definito. Un percorso possibile potrebbe essere anche nominare la persona responsabile e poi chiedere a questa persona di elaborare entro tre, quattro mesi un piano che contenga le risorse delle quali deve poter disporre. Comunque, in Consiglio provinciale c’è un ufficio legale, c’è un ufficio amministrativo, cioè una serie di professionalità ci sono già. Insomma, il cammino è ancora lungo. Per ora c’è una legge che è uno strumento forte e che impone almeno la nomina della persona responsabile, il resto è ancora da costruire. Quindi sarebbe importante che le associazioni e tutte le persone interessate fossero vigili sul processo e spingessero affinché le cose si realizzino come devono essere realizzate.

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C’è ancora la possibilità che la legge rimanga lettera morta? Secondo Lei cosa ci vuole oltre un centro di tutela contro le discriminazioni per abbattere definitivamente discriminazioni di vario genere?

Il rischio c’é. Però mi pareva che la maggioranza che ha approvato questa norma ha espresso la volontà di andare avanti. Ci vuole una rivoluzione culturale. Ci vuole l’abbattimento di pregiudizi e l’accettazione che la società è plurale. Va accettato un maggior grado di libertà nelle scelte individuali e collettive delle persone. Va superata quest’idea che c’è solo un modello unico, un pensiero unico, un modo unico di vivere, e che quello deve essere imposto a tutti. Io penso che valori come la solidarietà, la generosità, l’amore possano essere vissuti in maniera diversa dalle diverse persone. E che non c'è un solo modo per vivere la propria vita. Anzi, l’imposizione di un modello unico spesso porta a un risultato rovesciato, no, porta all’opposto; cioè non è vero che la famiglia tradizionale basata su madre, padre, figli, sposati in chiesa, non porta a violenze; anzi, l'80% delle violenze avviene all’interno delle famiglie. Bisogna spostare l’accento dal santificare le strutture a difendere i valori. Se la solidarietà è un fatto importante che tiene insieme la società, ci può essere dentro la famiglia tradizionale, ma ci può essere anche nell’amore tra due donne o tra due uomini, ci può essere anche in amori non sanciti davanti un’autorità. E sarebbe una ricchezza per la società. In Sudtirolo noi abbiamo vissuto troppo con un modello unico e questo era comprensibile nel passato, ma oggi non rende più giustizia alla società così com’è, ai gradi di libertà e di emancipazione, ai diritti che si sono affermati, e quindi questi diritti vanno riconosciuti fino in fondo. Non vanno sacrificati davanti a strutture mentali che hanno fatto il loro tempo. Il centro di tutela può essere un motore per alimentare questa rivoluzione culturale. Io non lo vedo tanto come il “sindacato dei diversi” ma lo vedo molto nella funzione di “Meinungsbildung”, del creare una nuova cultura, una nuova consapevolezza tra le persone; che la diversità non è una minaccia. Che verso la diversità bisogna andare con curiosità e non con i pregiudizi. Ovviamente, se un diritto è violato, una persona deve poter rivolgersi a qualcuno, questo rimane un aspetto fondamentale. Però il lavoro che deve fare il o la responsabile del centro di tutela, il lavoro grosso, è di aprire gli occhi alle persone, accompagnare questo cambiamento culturale che è necessario. Secondo me, la "Meinungsbildung" rimane l’obiettivo fondamentale. Occasioni possono essere per esempio la prevista relazione in Consiglio provinciale che deve essere presentata sull’attività del centro di tutela e sul monitoraggio delle discriminazioni .Un’altra funzione importante che il centro dovrebbe avere è quella di suggerire modifiche di legge. Pensiamo a norme riguardanti la sanità, a questioni della casa come gli alloggi sociali e pensiamo anche a temi che sono importanti per le coppie omosessuali. ◘ Ulrike Spitaler

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Eine berechtigte Frage aus dem Buch "Wirklich ungeheuer praktisch" Anne Bax lebt mit Freundin (schön), Stoffschwein (rosa) und Lesebrille (stark) im Ruhrgebiet und glaubt an die Liebe. Wenn sie nicht in den Südtiroler Bergen unterwegs ist, schreibt sie fleißig an Büchern und Kurzgeschichten. Sogar ein Kochbuch ist dabei! Hier lesen wir die Kurzgeschichte "Eine berechtigte Frage" aus ihrem Buch "Wirklich ungeheuer praktisch", Konkursbuchverlag, Juli 2005"

Die erste, die kurz nach meinem Coming-Out ein mutiges Erkundungskommando aus der schlecht getarnten Deckung ihrer Vorurteile schickte, war überraschenderweise Tante Christel. Überraschend war das vor allem deshalb, weil Tante Christel im Familienkreis als die Hüterin allen Wissens bekannt war. Aus einer nie versiegenden, von allen täglichen Talkshows gespeisten Quelle, sprudelten ihre Erkenntnisse über Kaffeetafeln und warme Mittagessen hinweg und ertränkten andere Wortbeiträge in den tosenden Gewässern ihrer Weisheiten. Leichtfertig hingeworfene Sätze wie: „Der Gerd aus dem Schützenverein hat wieder zu saufen angefangen.“ waren Tante Christels Stichworte, um einen schwarzwälderkirschseeligen Vortrag über Gründe, Symptome und Folgen des Alkoholismus zu halten, bei dem die zentrale Botschaft „Es ist eine Krankheit!!“ so oft und so laut vorgetragen wurde, dass sie sogar den Resten der Torte Verständnis und Toleranz einbläute. Tante Christel kannte, verstand und tolerierte alles, wenn es nur am Nachmittag im Fernsehen besprochen wurde. Ehebruch war ihr Lieblingsthema. Die Sendung „Hilfe, mein sexbe-

sessener Ehemann betrügt mich mit meinem ganzen Kegelverein und ich liebe ihn trotzdem“ hatte sie sogar heruntergeladen. Weitere Sendungen, die sie gern zitierte, handelten von vorehelichem Geschlechtsverkehr (Sex vor der Ehe, Ich stehe dazu!), Drogen (Kiffer, deine Drogensucht hat unsere Familie zerstört!) und natürlich auch Homosexualität (Hilfe, mein Sohn ist schwul und mein Mann will sich umbringen!). Dass Tante Christel auch eine Sendung über Lesben gesehen hatte, offenbarte sie meiner Mutter bei der gemeinsamen Herbstbepflanzung der Familiengruft. Wenn ich meiner Mutter glauben darf, waren gerade beide dabei, die Erde um die letzten winterharten Stauden fest zu drücken, als Tante Christel mit der Schüppe auf sie deutete und fragte: „Wie machen Katrin und Anne das eigentlich?“ Und noch bevor meine Mutter überlegen konnte, was wir denn eigentlich wie machten, brach Tante Christels frisch erworbenes Wissen mit ungeheurer Detailverliebtheit über meine kniende Mutter herein. Selbst als sie mir zu Hause davon erzählte, wurde sie wieder rot und begann zu weinen. „Normalerweise ist eine immer der Mann

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bei Lesben“ sagt Tante Christel „...und die schnallt sich dann so ein Ding um, das heißt...Dido und ist aus Plastik und vibriert (hier zitterte die Stimme meiner Mutter besonders stark), und dann tun sie so als….als..“ sie machte eine lange Pause und bewegte sich unwillkürlich rhythmisch vor und zurück,“....du weißt schon“. Schlagartig wurde sie noch röter, aus Angst, ich könne es wirklich wissen. Ich sah sie an und sagte leise: „Dido war die Königin von Karthago. Sag´ Tante Christel, es heißt Dildo“. Meine Mutter ignorierte mein hervorragendes Geschichtswissen komplett.„Jetzt wo sie endlich richtige Lesben kennt, wollte sie wissen, wie ihr es denn nun wirklich macht, weil, sie hat gehört, manche machen es auch mit dem Mund“. Passenderweise schluckte sie an dieser Stelle schwer. Jetzt wurde ich rot. Ich war zwar als Junglesbe bisher nicht in die Nähe vibrierender, karthagischer Königinnen gekommen, aber von dieser Sache mit dem Mund hatte ich auch schon gehört. Ich verbarg meinen genießerischen Gesichtsausdruck hinter dem Versuch, meiner Mutter zu erklären, dass eine einzelne Lesbe genauso wenig über die sexuellen Vorlieben fremder Lesben Bescheid wissen konnte, wie sie über die nächtlichen Aktivitäten ihrer Chorschwestern. Sie starrte mich einen Moment wortlos an, dann begann sie zu grinsen und flüsterte: „Ein Alt und zwei Soprane machen es gerne ganz in Gummi.“ Ich beschloss, dieses Thema nie mehr anzusprechen. Musste ich auch nicht, denn die nächste Frage brach in den frühen Morgenstunden einer weinbrandseeligen Nacht aus meiner besten Schulfreundin hervor. „Wenn du sagst, du hast mit ihr geschlafen, was meinst du dann überhaupt? Steckst du ihr was rein oder


sie dir..oder..?“ Ihre Wortwahl und die ungeschickten Handbewegungen, mit denen sie sie untermalte, ließen vermuten, dass sie lesbische Sexualität irgendwo zwischen Lego und Playmobil vermutete. Bevor ich allerdings erklärend eingreifen konnte, schlief sie mit dem Kopf auf dem Tisch liegend ein und konnte sich am nächsten Morgen an nichts erinnern. Nach einiger Zeit praktizierter Homosexualität hatte ich gelernt, mit dem immer wieder aufflammenden Interesse an meinem mysteriösen Sexleben zu leben, besaß ein Kontingent an frechen Erwiderungen und belächelte milde die Einfallslosigkeit der armen Geschöpfe, die solche Fragen stellten. Im Familienkreis verdrängte mich

ohne Vorwarnung mein Lieblinscousin, ein schon von Kindesbeinen an braver und biederer Bausparer, aus dem Mittelpunkt des Interesses, als er sich in eine Frau verliebte, die das Pech gehabt hatte, nicht als Frau zur Welt gekommen zu sein. Da sie die mögliche Operation für unnötig und gefährlich hielt, blieb sie auch mit ihm zusammen eine Frau, die an manchen Stellen etwas ungewöhnlich gebaut war. Die sonntäglichen Kaffeetafeln summten von Gerüchten. Auch ich betrachtete die beiden, die unerschüttert zu Opas siebzigsten Geburtstag erschienen und fing an mir Gedanken zu machen. Sie war eine heterosexuelle Frau, die gebaut war wie ein Mann, er war ein hetero-

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sexueller Mann, der gebaut war wie ein Mann und auf Frauen stand die gebaut waren wie Frauen. Die beiden machten einen verliebten und zufriedenen Eindruck. Wo waren Talkshows, wenn man sie brauchte? Auf der Rückfahrt von einem gemeinsamen Saunaabend mit den beiden Männern, die das glücklichste Heteropaar waren, das ich kannte, kapitulierte ich schließlich vor meiner Neugier und schwor stumm und feierlich im nächsten Herbst mit Tante Christel die Grabpflege zu übernehmen. „Martin“, fragte ich dann schweren Herzens im Schutze des dunklen Autos, „wie macht ihr es eigentlich?“ ◘ Anne Bax


Wer nicht fragt, bleibt dumm ... ... oder weiß schon alles. Wir schreiben das Jahr 2013 – Eine mutige Journalistin der Zett am Sonntag will Aufdeckungs-Journalismus betreiben und bittet Centaurus um den Kontakt zu einem lesbischen Paar in Südtirol, das zu einem Interview bereit ist. Sie freut sich über unsere Zusage und die Erlaubnis ihres Verlages, über ein solches Tabuthema zu schreiben, denn über das Thema Homosexualität wird üblicherweise in den Medien des Athesia-Verlages geschwiegen. Was das Thema des Artikels sei, wollen meine Freundin Martine und ich wissen. Ganz einfach: Lesbische Liebe in Südtirol. „Das ist kein Thema! Das ist kein Interview wert“, denke ich sofort. Der Südtirol-Bezug alleine liefert doch

zierung auf Sexpraktiken zu unserer Identität gehören. Letztere Fragen an Homosexuelle sind zwar kulturell akzeptiert, sie hören jedoch nie auf mich zu amüsieren. Martine geht es damit nicht anders. Als der Journalistin dies während des Interviews bewusst wird, entschuldigt sie sich mehrmals. Ihre Fragen seien zwar leider banal, aber sie müsse in ihrem Artikel die durchschnittlichen LeserInnen der Zett berücksichtigen, die von lesbischer Liebe keine Vorstellung hätten. Außerdem seien die männlichen Kollegen in der Redaktion besonders gespannt auf unsere Antworten und hätten ihr beim Verfassen der Fragen geholfen, argumentiert sie. Wir zeigen uns natürlich verständnisvoll, denn wenn

[ Es ist fast so als hätten wir LGBTQIs akzeptiert, dass intime Fragen und die Reduzierung auf Sexpraktiken zu unserer Identität gehören. ] keinen Inhalt, oder? Doch es geht darum, das peinliche Schweigen, das Tabu zu brechen. Vielleicht ist mit diesem Artikel jemandem geholfen, denke ich und mir fallen die unzähligen nicht geouteten Homosexuellen ein, die ich in Südtirol kennen gelernt habe. Wir nehmen also die Einladung zum Interview an und akzeptieren auch die Fragen über unser Intimleben, über Sextoys, offene Beziehung und einen möglichen 3er mit einem Mann. Schließlich haben wir mit diesen Fragen gerechnet, wir kennen sie schon zu gut, wir haben sie unzählige Male schon beantwortet. Sogar mein Vater fragt mich, ob beim lesbischen Sex nicht der Penis fehlt. Es ist fast so als hätten wir LGBTQIs akzeptiert, dass intime Fragen und die Redu-

auch nur eine Handvoll durchschnittlicher Zett-LeserInnen sich aufgeklärt fühlt, haben wir ein gutes Werk getan. Ein gutes Jahr später steht das Thema für das diesjährige Centaurus Magazine fest: Die neue Ausgabe soll sich ganz dem Thema der Identität widmen. Der Zett-Artikel scheint mir ein geeigneter Aufhänger, um mich mit diesem Thema auseinanderzusetzen. Identität ergibt sich nicht zuletzt auch aus dem Vergleich mit anderen, aus dem Sich-Messen an der „Norm“. Im Centaurus Magazine schreiben wir fast immer über uns LGBTQIs, wie wäre es, den Spieß umzudrehen? Was kann uns ein heterosexuelles Paar über ihre Beziehung und ihre Identität erzählen? Warum ihnen nicht die gleichen Fragen stellen? Ich bitte also die aufgeklärte Journalistin,

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die uns vor einem Jahr zu unserer sexuellen Orientierung befragt hat, sich zu revanchieren. Zusammen mit ihrem Mann soll sie mir zu den selben Fragen Rede und Antwort stehen. Ihr müssten die Fragen ja gefallen, oder? Schließlich hat sie sie selbst verfasst. Der Journalistin gefällt meine Idee, doch sie fühlt sich nicht offen genug, so über ihre Beziehung zu sprechen wie wir, zudem sei ihr Mann medienscheu, sagt sie. Das gilt es natürlich zu respektieren, schließlich ist das öffentliche „Coming-Out“ eine persönliche Entscheidung. Ich mache mich auf zu den nächsten möglichen Interview-Partnern: Valentina und Alessandro, ein befreundetes Ehepaar. Der Fairness halber und um ihnen zu veranschaulichen, wie mein Interview ungefähr aufgebaut sein soll, schicke ich ihnen den Artikel aus der Zett am Sonntag zur Vorbereitung. Ihr Fazit zum Artikel ist vernichtend: Valentina findet es furchtbar, ein lesbisches Paar vorzuführen, als sei es heutzutage noch notwendig seine „Normalität“ zu thematisieren. Generell sei es unangebracht, im Privatleben eines Paares herumzustöbern, als könnten intime Details etwas allgemeingültiges über Lesben oder über Heterosexuelle aussagen. Für Valentina macht es keinen Sinn, Paare anhand ihrer sexuellen Orientierung zu definieren. Der Vergleich zwischen homosexuell und heterosexuell hinkt ihrer Meinung nach, weil es keinen Unterschied gibt. Besonders den Vergleich anhand intimer Details empfindet sie als oberflächlich und voyeuristisch; ein ähnliches Interview kommt daher für sie nicht in Frage. Ihr Mann Alessandro sieht das lockerer. Er meint, man könne das Interview auf ironische Art führen und dabei unterstreichen, dass sie nicht die Gesamtheit der heterosexuellen Paare


mit ihren Aussagen vertreten wollen. Letztendlich beschließe ich, die Intimsphäre meiner heterosexuellen Freunde zu respektieren. Viele andere Rückmeldungen zum Artikel in der Zett, besonders aus der LGBTQI-Community, waren positiv: Es wird ein Tabu gebrochen, wir haben gezeigt, dass wir uns nicht zu verstecken brauchen, endlich würden wir auch in den konservativen Medien Südtirols existieren. Für mich hat dieser Artikel einiges ausgelöst: Wie kommt es, dass ich die Fragen der Redakteurin ohne mit der Wimper zu zucken beantworte, während meine heterosexuellen Freunde viel

reservierter mit ihrer Privatsphäre umgehen? Ich möchte an dieser Stelle auf meinen Vater und seine Frage zur vermeintlich beim lesbischen Sex benötigten „Prothese“ zurück kommen. Als mein Vater jung war, habe er viele schwule Freunde gehabt, die er schon alles über Sex unter Männern gefragt habe, erklärt er mir. Lesbische Frauen hingegen habe er nie näher kennen gelernt, und daher auch nicht zu lesbischem Sex befragen können. Wie gut, dass er heute eine Tochter hat, die in einer lesbischen Beziehung lebt, denn wer nicht fragt, bleibt dumm. Ich weiß, warum ich all diese Fragen beantworte: Weil ich mir wün-

Die Fragen der Zett­- Redaktion

Neue Fragen

Benutzt ihr Sextoys?

Wo habt ihr euren letzten Urlaub verbracht?

Seit wann wisst ihr, dass ihr euch zum gleichen Geschlecht hingezogen fühlt?

Wie habt ihr euch kennen gelernt?

Wie haben eure Eltern auf euer Coming-Out reagiert?

Kommt ihr gut mit euren Schwiegereltern (in Spe) aus?

Wer ist der Mann in eurer Beziehung und wer die Frau?

Wohnt ihr zusammen?

Kommt eine offene Beziehung für euch in Frage?

Wie sieht eure Idealvorstellung von Partnerschaft aus?

Wollt ihr heiraten?

Wollt ihr heiraten? / Seid ihr verheiratet?

Wollt ihr Kinder?

Wollt ihr Kinder? / Habt ihr Kinder?

Werdet ihr oft nach einem 3er mit einem Mann gefragt?

Was sind gemeinsame Interessen, die euch verbinden?

Was haltet ihr von Lesbenpornos?

Geht ihr gerne ins Kino?

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sche, dass so die nächste Generation an lesbischen Frauen in Südtirol diese Fragen nicht mehr beantworten muss. Ich stelle mir vor, dass jüngere Lesben das voyeuristische Interesse an ihrem Intimleben nicht mehr als Teil ihres Coming-Out-­Prozesses und ihrer Identitätsfindung akzeptieren müssen. An dieser Stelle empfehle ich allen wissbegierigen Heterosexuellen den Zett-Artikel zu lesen (siehe untenstehenden Link), damit sie dem nächsten lesbischen Paar, das sie kennen lernen, neue Fragen stellen können. ◘ Laura Barretta

Hier geht's zum Zett-Artikel http://tinyurl.com/k7evmcs


Identità e costume La corrispondenza tra corpo biologico e identità di genere Martina Ferraretto – 1988 – Fotografa altoatesina, per vivere fa foto molto serie di statue e palazzi, ma la sua vera passione sono i ritratti un po' kitsch e il reportage in bianco e nero, oltre alla pizza col gorgonzola. Questo lavoro è un estratto della tesi di laurea specialistica discussa presso l'ISIA di Urbino nel 2014. Il lavoro teorico è collegato alla sperimentazione del Drag King workshop di Julius Kaiser (2013), durante il quale sono state scattate le fotografie riprodotte.

La differenza tra uomini e donne è un tema che ha appassionato l’Umanità fin dalla sua giovinezza: con maschile e femminile sono stati identificati il divino, il demonico, il bene, il male, in un’oscillazione continua. Quando questa differenza diventa un luogo dell’identità, diventa anche un punto di partenza per una riflessione sull’umano tout court. Inteso come strumento identitario, quindi di separazione e identificazione, il genere si configura come uno dei molti ostacoli che l’Uomo ha incontrato, a volte creandoli lui stesso, culla sua strada. Le nozioni di identità sono flessibili: lo sono l’identità linguistica, quella religiosa, quella nazionale. Il genere sembra aver sempre fatto eccezione. Accostarsi alla Storia, come si è fatto in questa tesi, in chiave di genere, può risultare illuminante, non per suffragare o smentire alcuna teoria politica, ma per comprendere come il genere sia spesso stato inteso e generato come strumento del potere. L’idea di uomini e donne che il potere introduce si innesta nella memoria collettiva, mantenendosi per generazioni. Non esiste una corrispondenza naturale

tra corpo biologico e identità di genere, ma piuttosto costruzioni sociali e individuali che dal corpo sono influenzate sì, ma solo in minima parte. In quanto costruzione, la nozione di genere non è statica, ma evolve e si modifica come la cultura stessa. Il genere, come le interazioni che presuppone, ha dei codici linguistici e visivi particolari, passibili di mutamento come la lingua stessa, come l’identità. Affrontare un discorso sull’identità di genere richiede necessariamente una riflessione sulla terminologia in uso e sulle categorie linguistiche che nel discorso di genere vengono impiegate. Il dizionario ci offre un primo strumento di disambiguazione, anche se incompleto. Per genere si intende il raggruppamento concettuale di più cose o persone aventi caratteristiche comuni e, in grammatica, la categoria che distingue in un discorso il maschile, il femminile ed il neutro. Alla voce Uomo troviamo in primo luogo la definizione scientifica di ogni essere umano e, in secondo, l’essere umano adulto di sesso maschile. Si potrebbe ora sollevare la questione se sia giusto o no definire l’umanità attraverso

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l’immagine di un maschio adulto, ma non è questa la sede. Per maschio e femmina troviamo le definizioni biologiche di essere portatore di gameti maschili ed essere in grado di partorire figli o deporre uova. Naturalmente questa definizione comprende gli esseri umani e si tratta della descrizione di un ruolo biologico-riproduttivo legato ad una conformazione anatomica. A corollario, il nostro dizionario1 aggiunge come significato esteso di maschio i termini forte, virile, energico e, molto diplomaticamente, ci spiega la nozione di femminilità come l’insieme delle qualità fisiche e psichiche che sono proprie della donna. Sulla base di questa prima incursione linguistica, possiamo vedere come il concetto di maschio sembri essere definito più rigidamente rispetto a quello di femmina: l’uomo è, per estensione, anche forte, virile ed energico. Alla voce Donna troviamo una definizione analoga a quella che veniva offerta per l’uomo, ovvero essere umano adulto di sesso femminile, e, più in fondo, le estensioni moglie o compagna. L’analisi terminologica fatta sulla base del dizionario può essere utile per far-


si una prima idea del significato più standardizzato dei termini in gioco, ma non risolve certo la questione. In primo luogo, seguendo la traccia delle parole mascolinità e femminilità, ci ritroviamo al punto di partenza. Se la femminilità è l’insieme delle caratteristiche psico-fisiche proprie della donna, e la donna è un essere umano adulto di sesso femminile, che cosa è la femminilità? Lo stesso vale per la mascolinità: Non ci viene detto quali siano precisamente queste caratteristiche, se non a livello puramente biologico. La motivazione potrebbe risiedere nel fatto che ogni gruppo umano attribuisce a questi due termini caratteristiche differenti (e il dizionario ha il compito di fornire una definizione neutrale), ma anche, al contrario, potrebbe si potrebbe intendere che quelle caratteristiche siano date, ovvie. Esistono due livelli di lettura dei termini, uno legato al sesso, quello

biologico, ed uno sociale e psicologico: di fatto si tratta della distinzione tra sesso e genere. Valerio Marchetti introduce nel saggio Fissazioni e transizioni2 un’utile distinzione terminologica tra maschilità-femminità per il discorso biologico e mascolinitàfemminilità per quello sociale e psicologico. Ci adeguiamo ora allo stesso schema. La coincidenza tra sesso e genere non è quindi un dato ovvio, anche la distinzione metodologica tra i due termini è piuttosto recente. Il termine genere, distinto da sesso, viene introdotto a livello scientifico negli anni ‘70 da Gayle Rubin, all’interno dell’espressione sex-gender system. Il sistema sesso-genere è un insieme di processi, adattamenti, modalità comportamentali e di rapporti, attraverso i quali un sistema sociale trasforma e organizza la divisione dei compiti tra uomini e donne, differenziandoli l’uno dall’altro, creando, ap-

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punto, il genere.3 Prima di allora, il discorso si era sempre articolato, anche in ambito scientifico, a livello di sesso. Sesso comprendeva tutte le caratteristiche dell’individuo, a partire dalla sua configurazione anatomica, considerandole come naturalmente date ed immutabili. Il genere si configura quindi principalmente come un insieme di comportamenti, qualità, caratteristiche sociali ed esteriori culturalmente definite. Allo stato dell’arte, in psicologia, l’assimilazione o meno di determinati comportamenti inizia nella prima infanzia attraverso l’interazione con il nucleo familiare e con la scuola. Prima che entrino in gioco le norme sociali, i maschi amano le bambole quanto le femmine: tutti i bambini provano una forte attrazione per i volti, per una banale questione di sopravvivenza. [...] Sono stati fatti numerosi esperimenti su come le aspettative influiscano sul comportamento delle persone: rivelano che esiste il potere di far sì che gli altri diventino ciò che ci si aspetta da loro. 4 Se il sesso è quindi, nella sua accezione cromosomica (è infatti possibile operare la transizione anatomica e ormonale, ma non cromosomica), una dimensione universale, biologica e immutabile, essa rientra nella sfera del naturale; Il genere, al contrario, si presenta come una sovrastruttura relazionale e flessibile, che si può ricondurre al culturale. Gran parte della mascolinità e femminilità non sarebbero quindi caratteristiche intrinseche all’individuo, ma insiemi di significati ed attese all’interno delle quali le persone si situano e si comportano. In particolare il genere propone un nome per il modo sessuato in cui gli esseri umani si presentano e sono percepiti nel mondo: nella so-


cietà convivono due sessi e il termine genere segnala questa duplice presenza. Si tratta dunque di un termine binario, non univoco. Si è visto infatti che soltanto l’attiva influenza dei due sessi l’uno sull’altro [...] creano la condizione femminile e la condizione maschile.5 Il genere è quindi un codice binario reciproco, che si sviluppa in costante dialettica tra i due termini in gioco. Pertanto, come per l’identità in senso esteso, tale codice non è statico né immutabile, bensì si modifica e cresce. Genere definisce anche un equilibrio di potere ed una suddivisione di ruoli, di compiti, che si realizzano socialmente quando i due termini del discorso vengono messi in relazione l’uno con l’altro. Al modello rigidamente dicotomico su cui si basa il modello sesso = genere, si può sostituire il modello di genere poli-parametrico. Ogni individuo si situa, nei vari parametri, su un punto differente della linea. Tra questi parametri, soltanto quello biologico-cromosomico è immutabile, mentre il primo ed il quarto sono da rapportarsi alle norme sociali della cultura su cui viene eseguita l’analisi. É quindi facile rendersi conto di come sia difficile, in presenza di queste variabili, trovare individui che si situino ad un estremo o all’altro della linea in tutti i parametri. Sulla natura sociale del genere sono stati fatti, nel corso del ‘900, diversi studi. Gli studi di genere, o gender studies, nascono con il femminismo nella seconda metà del secolo. La scelta di

sussumere nel termine genere i sessi e le loro disparità risponde all’esigenza di individuare e studiare quanto vi è di socialmente costruito nella disuguaglianza sessuale, o per meglio dire, quanto vi è di non biologicamente dato nella relazione di disparità sociale tra uomini e donne. Il termine genere ha la capacità di comprendere in sé il sesso e richiama quindi anche il sostrato fisico e corporeo della differenza sessuale. Quest’ultimo è al centro del pensiero femminista, in quanto costituisce in quest’ottica il pretesto dei processi sociali che conducono ad assegnare a uomini e donne competenze e capacità specifiche. Esistono in questo campo varie correnti di ricerca, che spaziano dall’ambito filosofico a quello più prettamente psicologico. In ambito clinico ricordiamo le teorie di Nancy Chodorov, che riconducono la formazione dell’identità di genere individuale ad un diverso processo di individuazione che inizia durante l’infanzia e si realizza nell’età adulta: se per la donna la costituzione come individuo autonomo avviene tramite il distacco dalla madre e il divenire soggetto curante, per l’uomo avverrebbe attraverso il passaggio dalle cure di un soggetto a quelle di un altro, prima a livello simbolico e poi nella vita. Vale a dire che per la donna assimilare l’identità di genere femminile corrisponde al passaggio da soggetto curato (neutro) a curante, mentre per l’uomo si realizza nel cambiamento del soggetto che lo cura (dalla madre ad una compagna o moglie). In

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questa branca della psicologia infatti, il trauma della separazione materna è quello che sancisce l’uscita dalla condizione di neutralità, sia per i maschi che per le femmine. Le strade che l’evoluzione individuale prenderà dopo il distacco sono quelle che andranno poi a costruire definitivamente l’identità di genere, passando attraverso i due diversi complessi di Elettra e di Edipo, la ribellione alla figura materna o paterna, etc. Il distacco dalla madre e la sua sostituzione come soggetto curante sarebbero anche alla base della presunta anaffettività dell’uomo adulto.6 Queste teorie non tengono però conto delle esperienze successive all’infanzia, né di forme educative non tradizionali e sono pertanto da considerarsi incomplete. Altri filoni si basano sull’analisi di cosiddette qualità innate e quindi immutabili, geneticamente scritte nel bagaglio di competenze ataviche di ogni individuo. É la corrente essenzialista; quella che, banalmente parlando, giustifica il luogo comune che i maschi vedono più lontano e le femmine non hanno senso dell’orientamento, ma anche che gli uomini non sono in grado di seguire più compiti per volta, mentre le donne si. La corrente decostruzionista, di cui è esponente Jacques Derrida, sostiene al contrario che tutto ciò che coinvolge l’agire sociale dell’Uomo è costruzione. Di conseguenza, la soluzione sarebbe da ricercarsi nella distanza da ogni identità, nella totale non-identità. Sebbene sia magnifica a livello filosofico, all’atto pratico è però possibile notare come il dissolvimento totale dell’identità che Derrida auspica non sia praticabile. Proprio per la sua natura di negazione, questa teoria finisce per privare i soggetti degli strumenti stessi dell’agire sociale, politico, proprio in virtù del fatto che tali strumenti sarebbero frutto di nuove, ulteriori costruzioni. La verità, come spesso accade, probabilmente si trova nel mezzo. Ogni individuo è differente e tutti siamo condizionati dal mondo che viviamo, al quale ci adattiamo costantemente. Nel novero del linguaggio non rientra soltanto il linguaggio verbale, sebbene molti dei comportamenti, valori e aspettative con cui uomini e donne devono confrontarsi siano mediati in primo luogo dalle parole. I codici visivi del linguaggio di genere sono molteplici


e complessi. I primi ci vengono trasmessi dalla Storia dell’Arte e sono di origine estremamente antica. Nella cultura occidentale si tende ad identificare in primo luogo il maschile con la forma squadrata ed il femminile con quella arrotondata, un codice che Gustav Klimt esplicita visivamente nella sua opera. Questo tipo di struttura deriva probabilmente dalla stilizzazione estrema della conformazione corporea di uomini e donne, dove la sagoma dell’uomo è effettivamente più spigolosa, mentre il corpo femminile ospita dei cerchi. Si tratta di un linguaggio antico, che ha subito nel corso della Storia variazioni e reinterpretazioni, a seconda dell’ideale di uomo e di donna dominante in un certo periodo storico, oppure alle caratteristiche, ritenute importanti, dovevano essere evidenziate a livello simbolico. Le Veneri preistoriche presentano un corpo opulento, probabilmente rarissimo presso le civiltà che le hanno prodotte, con i seni ed il ventre, gli attributi materni, estremamente evidenziati. Nell’arte egizia, per contro, tali attributi sono rappresentati in maniera discreta e naturale, al punto che alcune figure sono addirittura androgine: ad essere messi in evidenza sono altri attributi, come la compattezza delle membra per uomini e donne e gli attributi accessori come abiti e decorazioni. L’arte gotica predilige, in occidente, figure sottili ed allungate, eteree, sia per gli uomini che per le donne, in un periodo che rappresenta visivamente una protensione verso il divino e la dimensione spirituale, in coincidenza con un dissolvimento del corpo. Al di fuori del mondo occidentale, la rappresentazione di corpi maschili e femminili si avvale di una grande varietà di linguaggi, che a volte risultano poco leggibili. Le teste metalliche della cultura Ife, in Nigeria, possono spesso trarre in inganno un fruitore occidentale: ad un primo sguardo, molti dei volti Ife possono essere letti come femminili o androgini, quando si tratta di pezzi di statue commemorative di sovrani. La grande delicatezza dello stile naturalistico può giustificare l’inganno, assieme alla forte somiglianza della statuaria Ife con quella greca arcaica (con la differenza dei tratti somatici dei soggetti che sono decisamente africani). Si tratta di una particolarità nel campo

dell’Arte africana, che generalmente predilige la sintesi al naturalismo. Di conseguenza, se il linguaggio è in parte noto all’osservatore occidentale, determinati tratti del volto, come la linea delicata della mandibola, le labbra carnose e gli occhi, possono creare un cortocircuito. A quanto si è potuto osservare, la maggior parte delle culture africane utilizza lo stesso canone, la stessa forma per la rappresentazione di uomini e donne, dove la differenza è esplicitata attraverso l’aggiunta degli attributi fisici (seno, organi sessuali) o accessori (decorazioni, copricapi). Ad oggi, i codici non verbali del genere sono in continuo mutamento, ma permangono alcuni punti fermi, come il modo che un individuo ha di occupare lo spazio, i suoi indumenti, la modulazione della voce. Il vestito, l’abito, è un linguaggio a parte che si lega strettamente alla questione identitaria e che porta con sé tutta una serie di indicazioni in merito a ruolo, gerarchia, sesso, classe sociale. La Storia del vestito è la storia di come è stata elaborata, evidenziata o nascosta la differenza tra il corpo maschile e quello femminile. Il corpo rivestito costituisce così un sistema di segni attraverso cui vengono detti determinati significati

le. Attraverso queste performance, si vogliono decostruire i generi, mescolarli, confondendone i confini per mostrare ciò che realmente i generi sono: indefiniti. Il genere è quello che tu vuoi che sia.8 Troveremo quindi performance e spettacoli Queen che vedono messa in scena l’estremizzazione della femminilità seduttiva, ma anche di femminilità maschili marginali come nel caso della corrente Radical Fairy. Allo stesso tempo, anche il filone King rappresenta diversi tipi di mascolinità, da quella normativa stereotipa ad altre che si configurano come, appunto, marginali, fino alla rappresentazione delle mascolinità femminili. L’inganno può essere totale o meno, ma resta sempre lo smascheramento del genere proprio attraverso il mascheramento e la vestizione del/la performer. Sarebbe inoltre errato pensare che la rappresentazione Queen sia riservata esclusivamente agli uomini e quella King alle donne: avviene anche il contrario e le sfumature espressive sono molte: in tal caso il senso si arrotola ancor più su se stesso, con un doppio smascheramento. La vestizione della maschera del genere è un discorso a sé e mette in luce alcune contraddizioni culturali che generano un vero e proprio cortocircuito. Innanzitutto, la

[ L’evoluzione del costume racconta la Storia del potere. ] sociali e attraverso cui viene prodotto e organizzato il senso.7 Il linguaggio non verbale è proprio quello su cui si basa l’arte Drag nella sua accezione decostruzionista: Per Arte Drag o gender art si intende normalmente una forma di spettacolo in cui uomini e donne vestono i panni gli uni degli altri, in cui si verifica quindi uno scambio di ruoli. Si tratta di una forma artistica che lavora su più livelli: da quello prettamente spettacolare a quello politico e di ricerca. Il Drag è quindi una particolare forma di linguaggio teatrale che si avvale della sperimentazione sul genere, decostruendolo, ricostruendolo e mettendone in scena le contraddizioni e gli stereotipi; esistono vari tipi di approccio stilistico nel linguaggio Drag, che vedono il genere rappresentato in chiave grottesca, ironica o concettua-

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vestizione Drag comprende l’aggiunta o rimozione di alcuni attributi, ovvero seno e eventualmente curve per le Regine e appiattimento del seno e packing per i Re. Il Drag King elimina quello che la Drag Queen aggiunge, e viceversa. L’effetto immediato di questa pratica è quello di dare al corpo un nuovo equilibrio a livello di ingombro e distribuzione dei pesi, influenzando la postura e le movenze, che tendono naturalmente ad avvicinarsi a quelle dell’altro sesso. In secondo luogo, il divario aumenta lì dove la vestizione Queen è volta, generalmente, a mettere in evidenza la femminilità normativa, attraverso parrucche, trucco, abiti vistosi e gioielli opulenti. La decorazione è portata all’estremo, mettendo in evidenza il rapporto tra femminilità e artificialità del modello dominante. La performance King è


spesso più sottotono, essenziale, proprio perché il modello di maschilità normativa è contenuto, esprime sicurezza che non deriva dalla bellezza, né dall’orpello. Non mancano comunque performance più vivaci. Questo tipo di differenza, più o meno marcata, tra i due estremi di un linguaggio decostruttivo, genera un chiasmo a livello filosofico tra i concetti di natura e cultura. Lì dove la femminilità è da secoli identificata con il naturale, la sua espressione si materializza nell’artificio della modificazione corporea e del maquillage, mentre l’uomo, storicamente identificato come culturale, esprime il proprio valore in quanto tale attraverso la naturalità del suo presentarsi. L’evoluzione del costume racconta la Storia del potere. Il power dress femminile degli anni ‘80, che con le spalle assurdamente larghe diventava uno strumento di affermazione della donna di potere (fornendole quell’ingombro fisico maschile che si riteneva imprescindibile per ottenere attenzione e rispetto), dimostra come il connubio spazio-abito porti con sé tutta una serie di segni che affondano

del soldato ed un elemento di omologazione tra i membri dell’esercito, in un processo di de-individuazione e di indifferenziazione all’interno dell’istituzione militare, dove la disciplina prevale sulla volontà individuale. Il taglio della chioma continua a rappresentare per le donne una punizione o

[ Il problema, nel mondo occidentale, non risiede tanto nel sesso, quanto nel genere. ] le loro radici nella memoria collettiva e che su di essa fanno presa. L’estetica del capello, a partire dal mito di Sansone, ha una storia complessa e carica di valenze semantiche. Il mito ci insegna che potere e libertà risiedono nella chioma, e dunque il capello corto assume valenze punitive o restrittive sia per gli uomini che per le donne, ma la questione è più complessa: storicamente, a partire dal medioevo, il capello corto è attributo dell’uomo in armi, per motivi puramente pratici legati alla vestizione dell’armatura. Il capello lungo si può portare quando non è necessario l’elmo, ossia in tempo di pace. Nel ‘700 europeo, uomini e donne indossano ricche parrucche, trucco, indumenti sfarzosi molto simili tra di loro: l’inno all’opulenza coinvolge entrambi i generi. Con il tempo, il capello corto si carica di valenze simboliche, soprattutto con la creazione delle autorità nazionali e degli eserciti di massa: diventa un segno distintivo

un sacrificio (nel caso delle monache) fino al ‘900, in quanto comporta una privazione fisica e simbolica del suo potere di seduzione. Portare il capello corto o lungo è però anche un atto di ribellione estetica, basti pensare alle flapper degli anni ‘20, che con i capelli alla maschietta rivendicano uno stile di vita libero ed edonista fin’ora riservato agli uomini, in contrasto con le rigide norme vittoriane ormai al tramonto9. Negli anni ‘60, ragazzi e ragazze sperimentano e si scambiano i codici visivi e vestimentari: uomini dai capelli lunghi e camicie a fiori si accompagnano a ragazze in pantaloni e con i capelli alla maschietta, sempre in un momento di fortissima rottura con i valori e le norme comportamentali delle generazioni precedenti. Ogni sottocultura adegua alla propria norma estetica interna questo tipo di semiosi, flessibile sì, ma solo fino ad un certo punto; o meglio, potrebbe sembrare che i linguaggi non verbali del

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genere si stiano avvicinando, facendo presagire forse una loro fusione, ma si tratta di un processo molto lento e sicuramente non neutrale. Se l’abito e la postura sono così strettamente legati alla nostra memoria linguistica, occorre riconoscere che anche scambi e omologazioni portano con sé un elemento di rinuncia, proprio perché, più che ad espandere il senso, si tende a trasferirlo. Vale a dire, ci viene insegnato dalla Storia che non si può essere qualcosa senza rinunciare ad essere qualcos’altro. Di conseguenza, banalmente, si tenderà a leggere come meno femmina una donna abbigliata in un certo modo e come meno maschio un uomo con la camicia di un colore ambiguo. Questo avviene proprio perché lo scambio di codici diminuisce la corrispondenza dell’oggetto con il modello normativo, introducendo l’ambiguità: per quanto razionalmente questo meccanismo possa essere facilmente scardinato10, a livello percettivo esso lavora ancora nel profondo. Se in altri tempi, per distinguere uomini e donne poteva essere sufficiente uno sguardo superficiale, introducendo l’ambiguità possono essere necessarie più scansioni da parte dell’osservatore. Si noti anche come, quando un codice diviene obsoleto, viene sostituito. Lì dove il pantalone non è più un tabù per la donna, si introduce la questione della forma del pantalone: per poter essere indossato senza inficiare lo status di femmina, esso deve avere delle ca-


ratteristiche precise che lo distinguano dal pantalone maschile; allo stesso modo, sdoganata la camicia a fiori e quella rosa, è l’atteggiamento con cui viene portata, il corpo su cui è indossata, come vengono chiusi i bottoni a fare o no di un uomo colui che se l’è messa. L’introduzione dell’ambiguità ha infatti tra i suoi effetti quello di turbare la lettura dell’altro, proprio per la necessità dell’Uomo di archiviare le sue esperienze e percezioni del mondo esterno in categorie ben definite. Questa difficoltà nel ricondurre individui ad una o all’altra categoria potrebbe essere alla base dell’inquietudine provocata, in determinate culture, dall’istanza transessuale. L’interrogativo è: uomo o donna? Il problema, nel mondo occidentale, non risiede tanto nel sesso, quanto nel genere. In una società ipersessualizzata, recrudescenze puritane recenti a parte, le scelte sessuali rientrano nella sfera privata. Il genere, d’altra parte, comporta tutta una serie di problematiche linguistiche, di collocazione, di ruoli e poteri. Si tratta quindi di una destabilizzazione dell’ordine socio-culturale. L’ambiguità è disturbante su due livelli: quello percettivopsicologico e quello socio-culturale. Una lesbica femme, spaventa meno di una lesbica butch. In primo luogo, le scelte sessuali possono essere rese pubbliche o meno, non sono visibili. Quando anche lo fossero, l’affermazione esteriore di genere vive invece principalmente del riconoscimento sociale e pubblico. Una donna

che corrisponde al modello normativo risulta meno problematica di una che lo sovverte, indipendentemente dalle preferenze sessuali, perché la sua lettura, interpretazione e collocazione sono più facili: si appoggiano su codici già scritti. La stessa cosa vale per gli uomini, forse in maniera ancora più cruda, proprio per il retaggio culturale che la nostra cultura si porta dietro in materia di mascolinità. Come mi è stato più volte fatto notare dagli uomini con cui ho parlato durante le ricerche per questa tesi, il ludibrio cui è sottoposto un uomo la cui lettura risulti ambigua non è paragonabile alla perplessità con cui viene vista una donna ambigua. In realtà, sono diverse le svalutazioni cui queste persone andrebbero incontro: per l’uomo si tratta dell’esclusione dal mondo maschile, ovvero si attua una sorta di ritiro della patente di uomo, mentre per la donna si assiste ad un giudizio riconducibile, in breve, alla sua appetibilità. Tendenzialmente poi, il giudizio viene ricondotto a una presunta omosessualità più per gli uomini che per le donne. A ben vedere, i termini attorno ai quali ruotano i giudizi di non-valore quando si parla di genere sono due: comportamento sessuale e potere di attrazione per le donne e comportamento sessuale (omosessualità) e sottomissione (non-uomo) per gli uomini. Facendo riferimento alla problematica linguistica, la collocazione delle realtà di mezzo impone un adeguamento linguistico che solo di recente ha iniziato a realizzarsi.

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Come definire transgenere, transessuale, travestito? Innanzitutto, il galateo linguistico prevede di utilizzare i pronomi con riguardo al sesso/ genere di arrivo, non a quello di partenza. Nella lingua italiana, parlata e scritta, si tende a fare il contrario: per un transessuale, si intende un uomo che abbia intrapreso il percorso di transizione fisica dal corpo maschile a quello femminile. La giusta combinazione sarebbe una transessuale, in quanto la persona in questione si configura come donna, socialmente, fisicamente e psicologicamente. Utilizzare il maschile, in questo caso, sarebbe non solo offensivo, ma anche concettualmente inesatto. Spesso si intende inoltre ad attribuire lo stesso significato alle parole transgender e transessuale. La differenza è fondamentale, poiché il primo termine si riferisce alla dimensione identitaria, mentre il secondo indica una transizione fisica di adeguamento corporeo. Una persona transgender, quindi, pur mantenendo il corpo qual’é, realizza lo spostamento di genere nella sfera identitaria e, privatamente, a livello di auto-rappresentazione, secondo il proprio sentire. La condizione transgender può essere vissuta pubblicamente o privatamente, o solo privatamente (per tutta una serie di motivazioni che vanno dal disagio individuale alle condizioni esterne repressive). Una transizione sessuale, invece, prevede in primo luogo un adeguamento ormonale, seguito da quello chirurgico che coinvolge in primo luogo i caratteri sessuali


secondari ed in secondo quelli primari. La condizione transgender precede quella transessuale, ma non necessariamente si traduce in essa. La pratica del travestitismo merita un discorso a parte. In campo psicologico, il travestitismo rientra nell’ambito delle parafilie quando utilizzato come mezzo di eccitazione sessuale. In questo caso, non implica assolutamente una condizione di transgenderismo o omosessualità, ma anzi coinvolge tendenzialmente individui eterosessuali. Una persona transgender, quando assume i codici vestimentari e comportamentali del genere di arrivo, non può di fatto essere definito travestito, perché cambia la motivazione che la spinge a farlo: non si tratta di eccitazione sessuale, ma dell’espressione sociale della propria auto-percezione: una riappropriazione, insomma, della dimensione esteriore del proprio Sé. Basandoci sul modello sesso/genere poliparametrico, possiamo affermare che esistono inoltre molti gradi di scostamento dal modello normativo. La questione è estremamente complessa e gli interrogativi molti. Uno di questi riguarda la condizione transgender e quello che viene definito disturbo dell’identità di genere o GID. Una persona con GID è una persona che vive la propria assegnazione biologica e di genere come errata. Anche in questo caso, nella maggior parte dei casi il disagio è vissuto sia a livello psicologico che sociale e si presenta quindi la necessità di una riassegnazione fi-

sica, lì dove il corpo è vissuto come non-proprio. Non tutti i casi di GID si traducono nella transizione fisica: per alcune persone, è sufficiente avere la possibilità di esprimere il proprio Sé socialmente. Sono questioni individuali, subordinate ad una serie infinita di fattori. Un’altra questione, riguardante la sfera dell’espressione sociale del genere, coinvolge l’equilibrio dei poteri. Vige ancora un tabù sul transgenderismo e sul travestitismo FtM, da donna a uomo. Judith Halberstam rileva come, di fatto, una transessuale MtF (male to female) rinunci, in un certo senso, alle prerogative maschili che la società le avrebbe garantito se fosse rimasta uomo. Si trae, in qualche modo, fuori della competizione. The recent visibility of FtM transsexuality has immensely complicated the discussions around transsexuality because gender transition from female to male allows biological women to access male privilege within their reassigned genders.11 Lungi dal presentare un discorso complottista, Halberstam mette in evidenza le conseguenze politiche e sociali che la transizione FtM comporta rispetto a quella MtF. Lo scoprirsi di nuove realtà di genere impone quindi, come già detto, un adeguamento terminologico che coinciderà con l’introduzione ed integrazione del loro concetto culturale. Ad oggi, con il progresso della medicina e, si auspica, con una trasformazione cul-

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turale, si assiste alla presenza di una maggior varietà di corpi sessuati: ai corpi biologici XX e XY si aggiungono corpi in transizione, per non parlare dei soggetti intersessuati, ovvero con cromosomi XXY e quindi in possesso di entrambi gli attributi primari. La questione dell’assegnazione o meno di questi soggetti ad un sesso o all’altro è oggetto di dibattito in ambito medico e psicologico.12 Esistono infine realtà culturali in cui le condizioni intermedie sono culturalmente codificate, tollerate o integrate nella sfera sociale, come in molte culture del Sud-Est asiatico. A Samoa, l’espressione fa’afafine indica il terzo genere. I fa’afafine sono una parte riconosciuta e integrata nella cutura Samoana: nati biologicamente uomini, incorporano tratti dei due generi. Essere fa’afafine non ha a che fare prettamente con l’omosessualità e queste persone possono avere rapporti con entrambi i sessi. É una condizione che non viene malvista né derisa e i fa’afafine hanno un ruolo attivo nella comunità e nella famiglia: esistono nuclei famigliari formati da uomo e donna, da uomo e fa’afafine e da donna e fa’afafine. I kathoey thailandesi sono uomini biologici che esprimono vari livelli di femminilità, dai modi alla transizione vera e propria. Sono socialmente accettati e riconosciuti (nei concorsi di bellezza competono a parte e molte pop star thailandesi sono kathoey), ma anche oggetto di compassione. Secondo la


tradizione buddhista thailandese infatti, nascere kathoey sarebbe una punizione karmica e pertanto nascere nel corpo sbagliato non può essere considerato una colpa. I kathoey non sono da perseguitare, al massimo da compatire nel senso religioso del termine. In Bangladesh gli hijra sono stati recentemente riconosciuti come terzo sesso, mentre in India i cosiddetti ladyboy derivano da tradizioni antiche e sono in certi casi addirittura oggetto di timore reverenziale. In Albania resta viva una tradizione unica in Europa, anche se ne sono rilevate tracce nel Meridione italiano. Il Burrnesh è l’usanza che consente alle donne di assumere, in toto, il ruolo e l’identità maschile. Deriva da burrë (uomo) unito al suffisso femminile -nesh e suonerebbe in italiano come uoma. L’usanza del Burrnesh nasce con l’implementazione del Kanun (Canone), ovvero un insieme di leggi importantissimo in Albania, durante il potentato di Lek Dukagjini (1410-1481), sovrano dell’Albania settentrionale. Una parte molto importante del Kanun è quella che regolamenta le faide tra le varie famiglie patriarcali, in particolare applicando restrizioni in termini di oggetti della vendetta e tempo di esecuzione della stessa: è possibile uccidere gli uomini validi della famiglia avversaria dal più vecchio al più giovane (esclusi anziani e bambini); tra un’uccisione e l’altra deve trascorrere almeno un mese. Tali faide sono frequenti al punto che molti clan risultano decimati. L’introduzione del Burrnesh consente alle

donne di sostituire gli uomini caduti e condurre il clan, a patto che siano vergini. Alle vergini viene quindi offerta la possibilità di fare voto di castità e divenire uomini in tutto e per tutto agli occhi della comunità, assumendo gli stessi diritti e doveri di un uomo compreso quello alle armi, prendendo parte alle faide. In epoca contemporanea, il Burrnesh sopravvive e le motivazioni che spingono a compiere questa scelta di vita sono molteplici: dal preservare una tradizione, alla ricerca di maggiori diritti all’espressione di un’identità di genere maschile. É possibile notare come, pur subordinatamente a certe condizioni, il Burrnesh evidenzi come il corpo biologico possa essere scollegato dal genere. O meglio, come tutta la componente sociale del genere possa essere applicata ad un individuo indipendentemente dal suo corpo biologico. Ad ogni modo, il Burrnesh presenta delle condizioni molto precise per poter essere messo in atto: in primo luogo la donna deve essere vergine e quindi in una condizione di neutralità; in secondo, vi è un vuoto che non può essere riempito: la burrnesh non può sposare una donna, in quanto la sua anatomia non consentirebbe la generazione di figli, né può avere rapporti con altri uomini. La burrnesh è un uomo casto, ma uomo sotto ogni aspetto, tranne che per quello anatomico. Di conseguenza, non è il suo corpo a fare di lui/lei un uomo. ◘ Martina Ferraretto

1. Dizionario Garzanti - Italiano, Edizione 1995 2. V. Marchetti, Fissazioni e transizioni, in S. Bellassai, M. Malatesta, Genere e mascolinità..., cit. 3. S. Piccone Stella, C. Saraceno, Genere. La costruzione sociale del maschile e del femminile, Il Mulino, Bologna, 1996, p. 7 4. S. Piccone Stella, C. Saraceno, Genere..., cit., p. 7 5. S. Piccone Stella, C. Saraceno, Genere..., cit., p. 8 6. Cfr S. Piccone Stella, C. Saraceno, Genere..., cit., p. 8 7. P. Calefato, Segni dell’ordine, segni del disordine: le altre uniformi, in Uniforme, ordine e disordine, a cura di F. Bonami, M.L. Frisa, S. Tonchi, Charta, Milano, 2000, p. 192 J. Kaiser, Centaurus Magazine n.1 - 2009, p. 13 8. Va da sé comunque che, se da un lato le giovani ribelli degli anni ‘20 rifiutano il corsetto stringivita, dall’altro assumono un ideale estetico che nelle donne di quegli anni è abbastanza raro vedere incarnato: il corpo androgino, forgiato dallo sport. Basti pensare che il corsetto viene in alcuni casi sostituito si, ma da un corsetto toracico che appiattisce il seno. 9. Al giorno d’oggi una donna in pantaloni non fa certo scandalo, e le camicie rosa sono di gran moda tra gli uomini. 10. J. Halberstam, Female masculinity, Duke University Press, Durham and London, 1998, p. 143 11. Cfr S. Piccone Stella, C. Saraceno, Genere..., cit.

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NOTA Queste foto sono state esposte alla Biennale Dei Giovani Fotografi Italiani (Bibbiena, AR, Settembre 2014). Ritraggono le partecipanti al laboratorio Drag King con Julius Kaiser, svoltosi nella sede di Centaurus nel 2013.


Gender Fehler Auf der Reise zum gender-losen Glück Jedesmal wenn ich dem falschen Geschlecht zugeordnet werde, verschwindet ein winziger Teil von mir. Dieser winzige Teil wurde daran erinnert, dass ich nicht dieses bin, nicht jenes bin, ich werde nicht gesehen, ich werde nicht erkannt, ich habe keinen Namen. Dicevo a me stess* di essere una bambina, perché era l'unica informazione che mi era stata data. Ich konnte die Mädchen in der Umkleide hören, wie sie übers Rasieren sprachen. Ich musste etwas unternehmen. Ich zog den Rasierer über mein Bein und schnitt die dünnen blonden Härchen ab. Am nächsten Tag im Turnunterricht bemerkte niemand meine Versuche, eine Frau zu werden. Pensa come sarebbe, sentirsi dire che essere te stess* é un disordine. Being a girl was something that never really happened for me. Perché la gente pensa di poter leggere qualcosa di qualcuno meramente attraverso il loro corpo? Perché la gente pensa di riuscire a definire il genere di una persona senza chiedere? E perché dopo aver usato il sesso sbagliato continuano ad usarlo, anche dopo che gli é stato chiesto di non farlo? Es gab viel Druck von innerhalb und außerhalb der queeren Szene, meine Identität als Mann dadurch zu verdienen, dass ich mich wie einer verhielt. Also schrak ich eine Zeit lang vor Weiblichkeit zurück.

Ivan E.Coyote und Rae Spoon sind versierte, preisgekrönte Schreiber und Performer aus Kanada. Ivan hat 7 Bücher veröffentlicht, während es bei Rae 7 CDs sind. In ihren Projekten setzen sich die bekennenden "Gender Fehler" mit ihrer Identität und ihren Heimattraditionen auseinander. In ihrem ersten gemeinsamen Buch „Gender Failure“ erklären und zeigen sie auf, wie ihre Versuche, in gängige Vorstellungen von Gender zu passen, misslingen, und wie die Erwartungen rund um traditionelle Geschlechterrollen in letzter Zeit bei uns allen zu bröckeln beginnen. Das Buch basiert auf der Liveshow, mit der Ivan E. Coyote und Rae Spoon erfolgreich durch Amerika und Europa tourten. Es ist eine ergreifende Sammlung von autobiografischen Essays, Lyrik und Bildern über ihre sehr persönliche Reise von selbsternannten “Gender Fehlern” bis hin zum gender-losen Glück. Hier ein paar Zitate aus dem Buch, aus dem Englischen übersetzt von Sandra Weger und Martine De Biasi. ◘

Decisions were made by those obviously more qualified than I am to understand myself. Die männlichen Transsexuellen oder transidenten Menschen sind in Frauenräumen erlaubt, sogar willkommen, auf radikal- queeren Sexparties, Frauenmusikfestivals und Frauenstudienprogrammen, an exklusiven Hochschulen und Universitäten. Weibliche Transsexuelle oder transidente Menschen werden weiterhin ausgeschlossen, aus geschütztem Wohnen, aus einigen Musikfestivals und Frauenräumen, aus vielen lesbisch- feministischen Schlafzimmern, aus lesbischer Erotika und Pornos; und aus fast allen guten Parties. Was fehlt, ist eine Diskussion über den Unterschied zwischen Exklusion und aktiver Inklusion und die Diskussion darüber, bewusst einen Raum dafür zu schaffen. Ich glaubte nicht mehr an die Zweigeschlechtlichkeit als Naturgesetz. Ich war kein Mann, der im Körper einer Frau gefangen war. Um ein Mann zu sein, sollte es reichen, wenn ich sagte, dass ich einer war.

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Immer noch wird fast täglich von mir erwartet, dass ich mich selbst entweder als Mann oder als Frau definiere, oder zumindest als irgendetwas dazwischen. Für mich bedeutet der Rückzug vom Gender, dass ich nicht mehr über Mann-Frau-Dazwischen definiert werden will. Ich bin optimistisch, dass das Leben ausserhalb des binären Geschlechtersytems in Zukunft mehr Anerkennung finden wird. When looking at the reality of sex, there are variances from the stereotypes in almost every person assigned female or male. The ideal social expectations of gender are not represented in the general population, but they are enforced netherless. ...und wirklich, es sind nur Worte, und Worte sind nie perfekt, Worte sind nur Geräusche, die wir mit dem Mund machen, um unseren Verstand auf Dinge hinzuweisen, die sowieso nie vollständig mit Worten beschrieben werden können. Ich bin Schriftsteller, deshalb weiß ich, dass Worte versagen. Ein Name ist keine Person, er ist nur die Übereinkunft, dass sie darauf reagiert. So here it is. My friends call me he, or they. The government and most of my family call me she. The media calls me she, because I don't trust them enough to request that they do anything else. My lovers call me sweetheart. Or baby. Somewhere in all of that I find myself. These are all, after all, only words. Ich bin ein Genderversagen. Ich versagte bei der Zweigeschlechtlichkeit... Ich gab die Verantwortung ab, um meiner selbst Willen apzeptiert zu werden, und hörte damit auf, die Leute überzeugen zu wollen, dass ich männlich oder weiblich sei. Ich identifizierte mich selbst als gender-neutral und wollte, dass die Leute, wenn sie von mir sprachen, es (they) sagten. ...But ultimately I believe it's the gender binary that fails to leave room for most people... I want to leave room for future possibilities that I have not been presented with yet. I am making space in the world for gender variance. Ich bin optimistisch bezüglich der Zukunft meines Rückzugs aus der Genderwelt.

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Ich bin eine Toilette ... ... offen für ALLE!

Ich bin ein stilles Örtchen, lasse so einiges über und IN mich ergehen, aber ich mag nicht mehr schweigen! Du, Mensch, verschwendest keinen Gedanken an mich, sofern du nicht dringend mal musst, oder? Aber es gibt Menschen, die vor meiner Tür

stehen bleiben und nicht wissen, ob sie in die Männer- ODER die Frauentoilette gehen sollen oder dürfen. Deshalb will ich heute ein soziales Problem anspülen: Ich bin intim und biete Schutz. Leider noch nicht für alle. Menschen, die nicht klar als Mann oder Frau gelesen werden, werden aus öffentlichen Toiletten oft ausgeschlossen; wenn nicht sogar hinausgepöbelt. Diese Menschen sind nicht nur Trans- oder Intersex-Personen, sondern darunter fallen auch „Tomboys“, Frauen mit kurzen Haaren oder in weiter (Berufs)kleidung, feminine Jungen, oder Männer mit langen Haaren. Auch Männer, die gerne Röcke tragen. Die Liste lässt sich unendlich fortsetzten. Das bedeutet, dass für viele der Gang zum Klo eine Herausforderung, manchmal sogar eine Bedrohung — Stichwort sexuelle Belästigung — darstellt. So seltsam es klingen mag, aber das „auf Toilette gehen“ ist eins der wenigen Dinge, die ihr Menschen wirklich alle gemein habt! Aus welchen Gründen auch immer ist es heu-

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te ein Tabuthema darüber zu sprechen, obwohl ihr alle im Schnitt 6 mal täglich zu mir zu Besuch kommt und 3 Jahre eures Lebens mit mir verbringt. Ich bin eine Toilette, mir ist es furzegal wer auf mir sitzt, liegt, vor mir steht oder kniet. Ich begrüße dich mit offenem Deckel, egal wie du aussiehst, was du denkst und tust, wie du dich gibst, was du fühlst, ob du mich magst oder nicht. Dein W.C. P.S.: Am 19. November wird jährlich der Welt-Toiletten-Tag1 begangen; sogar die Vereinten Nationen machen sich stark im Kampf FÜR Sanitäranlagen — ohne Scheiß! ◘ Mariag Anegg 1. Hintergrund ist das Fehlen ausreichend hygienischer Sanitäreinrichtungen für mehr als 40 Prozent der Weltbevölkerung; das sind 2,6 Milliarden Menschen weltweit! Im letzten Jahr sind täglich bis zu 5000 Kinder an Durchfallerkrankungen gestorben; aus Mangel an Hygiene. Mädchen schwänzen aus Scham an ihren Tagen die Schule, wenn keine Sanitäranlagen vorhanden sind.


das mensch. gender_queer on air Die Sendereihe „das mensch. gender_queer on air“ beim Freien Radio Innsbruck „freirad 105.9“ beschäftigt sich mit allem, was die Vielfältigkeit der Geschlechterwelt zu bieten hat und behandelt Themen, die sich rund um „Gender“ und „Queer“ bewegen. Es werden Bücher, Filme, Kunst und Musik sowie Einrichtungen, Institutionen, Organisationen und Projekte vorgestellt, die sich (kritisch) mit Geschlecht(-errollen/-identitäten) und dessen(deren) Auswirkungen auf das gesellschaftliche Zusammenleben auseinandersetzen. „das mensch. gender_queer on air“ gibt auch einen Einblick in (queere) Theorie und Wissenschaft und bespricht verschiedene historische und theoretische Entwicklungen und Bewegungen, die es in diesem Bereich gegeben hat und gibt. Es werden Pesonen ins Studio eingeladen, die von ihren Erlebnissen, Erfahrungen und Tätigkeiten in diesem Bereich berichten. Natürlich

werden auch aktuelle Themen, wie Ereignisse und gesetzliche Neuerungen behandelt und es wird auf Veranstaltungen hingewiesen. Über facebook und e-mail wird versucht, verschiedene Meinungen einzuholen und jede_r Zuhörer_in, die_der ein interessantes Thema hat, kann sich damit melden. „das mensch. gender_queer on air“ soll als Sprachrohr für verschiedene Themen, Meinungen und Lebens- bzw. Alltagsgeschichten fungieren. Sexistische, rassistische, homophobe und sonst in irgendeiner Weise diskriminierende Meinungen werden nicht geduldet. Zusätzlich zur monatlichen Radiosendung wird auf der facebookSeite auf verschiedene Themen hingewiesen und ein Informationsaustausch angeregt. ◘ Maria Anegg

Onlinestream: www.freirad.at Livesendung: jeden 2ten Donnerstag im Monat von 19 von 20 uhr Wiederholung: jeden 4ten Donnerstag von 10 bis 11 uhr Homepage: www.queermensch.org Facebook: www.facebook.com/pages/das-mensch-gender_queer-onair/ 1391538857767803 Zum Nachhören: http://cba.fro.at/series/das-mensch-gender_queer-on-air

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Regenbogenfarben im vielleicht homophobsten Land der Europäischen Union Homo-, Bi- und Transphobie ist ein großes Problem in den meisten Ländern dieser Welt. Häufig wird dabei allerdings nur an Länder mit Todesstrafe oder an das LGBT*-feindliche Gesetz in Russland gedacht. Aber was ist mit Europa oder noch enger gesprochen mit der EU? Ein Blick nach Litauen Litauen ist das größte und bevölkerungsreichste Land des Baltikums und hat mit Nachbarn wie Belarus1 und Russland große Vorbilder in der Diskriminierung von LGBT* Personen. Die Republik, früher ein Teil der Sowjetunion, ist erst seit 1990 unabhängig und seit 2004 Teil der Europäischen Union. Das starke Besinnen auf die historischen Wurzeln und Festhalten an traditionellen Werten, ebenso wie der hohe Grad an konservativer Religiosität halten das Land in ihrer Homo-, Bi- und Transphobie fest. Erst 1993 wurden homosexuelle Handlungen entkriminalisiert und bis

heute zahlt das Land lieber Strafen, als die Mindeststandards der Europäischen Union zum Schutz von Trans* Personen zu erfüllen. Im Gegensatz zu den südlichen Ländern wie Serbien oder Bosnien, die durch die gewaltvollen Übergriffe auf Paraden und Homo-, Bi- und Trans* Personen für Aufregung sorgten, ist die politische Lage und das Schaffen von immer weiteren menschenfeindlichen Gesetzen das größte Problem der LGBT* Personen in Litauen. So trat beispielsweise 2011 ein Mediengesetz in Kraft, das die Propaganda von „nicht- traditionellen“ Familien verbietet. Das heißt, das vielfach angegriffene und scharf kritisierte Gesetz gegen homosexuelle Propaganda in Russland existiert in etwas schwächerer Form auch in Litauen, unbemerkt und folglich wenig kritisiert von Seiten der EU. Die Strafen sind allerdings deutlich geringer und durch die schwammige Formulierung „traditioneller Familienstrukturen“

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wurde das Gesetz bisher zweimal angewandt und zwar um sehr respektvolle Videos für Gleichberechtigung zu verbieten, unter anderem mit dem Argument, dass auf einem T-Shirt „für Familienvielfalt“ zu lesen ist. Mut und Einsatz Die einzige LGBT* Organisation des Landes LGL (Lithuanian Gay League) existiert seit 1995 und versucht, mit sozialen Kampagnen, Petitionen und Veranstaltungen die Toleranz und das Wissen über LGBT* Personen zu steigern. Getragen werden die Aktionen von einer kleinen Gruppe unglaublich engagierter Personen. Im Zuge der Baltic Pride, das ist die Regenbogenparade der drei baltischen Staaten, die abwechselnd in Estland, Lettland und Litauen stattfindet, wurde 2013 die zweite Regenbogenparade in der Geschichte des Landes in der Hauptstadt Vilnius abgehalten. Die Hindernisse, die der Organisation und der


Parade selbst in den Weg gelegt wurden, sind in Mitteleuropa kaum noch vorstellbar. Noch einen Monat vor der Parade, die in Litauen auch „March for Equality“ genannt wurde, fehlte die offizielle Genehmigung für die Veranstaltung. Grund dafür: Die Stadt Vilnius, allen voran der Bürgermeister Artūras Zuokas, wollte den Marsch verbieten. Ungefähr sechs Monate Rechtsstreit zwischen der Stadt und LGL und ein Anfechten bis in die dritte Instanz waren nötig, um die Erlaubnis zu bekommen. An allen Enden fehlten das Geld und die Räumlichkeiten, da die Stadt diese nicht zur Verfügung stellen wollte, noch mehr fehlten Personen, die sich selbst und ihre Zeit investierten.Allen Hindernissen zum Trotz war es möglich, mehrere Ausstellungen, ein Poetry Reading von Eileen Myles, einen Zine Workshop,

ein Konzert von „Betty“ – der Gruppe, die den Titelsong zu „The L Word“ produzierten – und eine Pressekonferenz zu veranstalten. Die Räume und das Geld dafür konnten teilweise nur durch Unterstützung von Botschaften anderer Länder gefunden werden. Die erste Pride Parade im Jahr 2010 durfte nur hinter einer riesigen GitterAbsperrung stattfinden und das auch nur auf einer außengelegenen Straße. 2013 ging die Parade durch die Stadtmitte und das mit 750 bis 900 Personen, die von der großen Zahl an Gegendemonstrant*innen, mit Schildern und Megaphonen und Zuschauenden am Straßenrand, durch Freiwillige in Warnwesten und einer Schar an Polizist*innen in Schutzkleidung und mit Pferden getrennt waren. Es kam zu 28 Verhaftungen

von Gegendemonstrat*innen, es wurden Eier und Flaschen geworfen, und doch war die Parade ein voller Erfolg und gab Mut und Energie für neue Schritte und Projekte. „Meine erlebte Realität“ Als Freiwillige im Europäischen Freiwilligendienst verbrachte ich 9 Monate in Litauen und durfte dort die regenbogenfarbenste Zeit meines bisherigen Lebens verbringen. Mein erster Eindruck war eine lesbische Halloweenparty, die geheim im Keller eines kleinen Lokals stattfand, und immer noch hatten einige Anwesende Angst ihr Gesicht zu zeigen. Ich besuchte mehrere Gay Clubs, die so viel einschlägige Dekoration hatten, als wollte die Community alle öffentliche Geheimniskrämerei an den Wänden des Clubs kompensieren. Ich sah LGBT*Aktivist*innen Valentinstagskarten verteilen, die angewidert abgelehnt wurden, einen Politiker, der sich nur mit Schutzhelm und einem Plastiküberzug der Parade näherte, damit er sich nicht „anstecken“ konnte. Ich sah Menschen voll und ganz einstehen und dafür arbeiten, diese Welt besser zu machen. Ich ging in Warnweste an der Spitze des Pride, weil Freiwillige für den Fall einer Krise (man rechnete mit Tränengas und Molotowcocktails) notwendig waren, und wurde Teil einer Kampagne für mehr Sichtbarkeit. All das hat mich persönlich wahnsinnig bereichert, spricht aber auch eine klare Sprache, dass es LGBT* Personen an Unterstützenden im eigenen Land fehlt. Daher dürfen wir unsere Augen nicht verschließen und sollten uns gegenseitig in Europa unterstützen. ◘ Katharina Danler 1. früher Weißrussland genannt

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Muxes und Marimachas Im mexikanischen Juchitán sind „Muxes“ und „Marimachas“ als drittes Geschlecht anerkannt Mitten in Mexiko gibt es eine Stadt, die neben Mann und Frau ein drittes Geschlecht kennt. In Juchitán leben die Muxes ihre kulturelle und sexuelle Eigenheit jenseits geschlechtlicher Stereotype und pendeln damit zwischen breiter Akzeptanz und vereinzelter Ablehnung, rauschenden Festen und einem Leben im Elternhaus. Die Stadt des Heiligen Vicente Ferrer hat viele Namen. Offiziell wird sie Juchitán de Zaragoza genannt. „Ort der Blumen“, Ixtaxochitlán, bedeutet Juchitán auf Zapotekisch, der in Teilen des mexikanischen Bundesstaats Oaxaca gesprochenen indigenen Sprache. Muxetlán nennen Juchitán die etwas anderen Töchter

außerhalb der oaxacanischen Region des Isthmus homosexuell definierte Rollen, sind weder weiblich noch männlich und doch ein wenig von beidem. Als drittes Geschlecht bieten sie eine Alternative zu den Stereotypen Mann und Frau. Was sich hinter den Begriffen verbirgt, ist ein ganz eigener Umgang mit Andersartigkeit, ein anderes Konzept von Sexualität und Identität als es in patriarchalen Gesellschaften existiert. Bei den Zapotek_innen in der Region des Isthmus, deren Kultur des ökonomischen und emotionalen Miteinanders den Alltag prägt, sind Muxes seit jeher bekannt. Der Legende nach kamen Frauen, Männer und Muxes auf die Erde, um diese gemeinsam

Der Legende nach kamen Frauen, Männer und Muxes auf die Erde, um diese gemeinsam zu bewohnen. und Söhne der Stadt. Von ihnen gibt es eine ganze Menge – manche behaupten gar, sie machten mehr als die Hälfte der rund 70.000 Stadtbewohner_innen aus. „In Juchitán wird man an jeder Ecke eine_n Muxe finden“, ist sich Kike sicher. An den Wänden seines Appartements, das Kike oder Kika, wie er von seinen Muxefreunden genannt wird, gleichzeitig als Friseursalon nutzt, hängen Bilder seiner beiden Idole: Gemälde des Heiligen Sebastian, „Schutzpatron der Homosexuellen“, und der bisexuellen Malerin Frida Kahlo. Mit beiden könne er sich identifizieren, sagt er. Beide trage er an seiner Brust. Kike ist 44 Jahre alt und Muxe. Seine kleine Schwester ist Marimacha. Körperlich als Mann und Frau geboren, entspricht keine_r von beiden den traditionellen Geschlechterrollen. In Juchitán müssen sie das auch nicht. Muxes und Marimachas,

zu bewohnen. Gerade die männliche Homosexualität galt bei verschiedenen indigenen Völkern Zentralamerikas als nichts Außergewöhnliches. Die spanischen Eroberer bestraften sie jedoch als Sünde und versuchten sie zu marginalisieren. In Juchitán hat die Akzeptanz und mit ihr das dritte Geschlecht überlebt. „Muxe“ kommt aus dem Zapotekischen und bedeutet soviel wie „sich weiblich verhaltender Mann“. Eine_n Muxe mit dem Bild eines „weiblichen“ Mannes und eine_n Marimacha mit einer „männlichen“ Frau gleichzusetzen, greift aber zu kurz. Muxe ist ein sehr weiter Begriff und äußerst komplex. Es scheint so, als gäbe es so viele verschiedene Arten von Muxes, wie Muxes selbst. Eine von ihnen ist Felina. Schon als Kind habe sie gemerkt, dass sie anders war als andere Jungs und lieber mit ihnen flirtete als mit ihnen

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zu spielen. Die Stylistin bezeichnet sich selbst als körperlichen Mann mit weiblichem Geist. Trotzdem ist sie weder Mann noch Frau, sondern Muxe. Als solche genießt sie einen hohen gesellschaftlichen Stellenwert. Muxes sind in Juchitán in das alltägliche Leben integriert, besetzen wichtige Positionen in Politik und Wirtschaft, engagieren sich im Kampf gegen HIV, AIDS und Brustkrebs. „Muxes sind sehr arbeitsam. Sie sind fortschrittlich, weil sie beide Rollen beherrschen. Die männliche und die weibliche“, sagt Alejandro Molina über seine Nachbar_innen, die für ihn zum Stadtbild Juchitáns dazugehören. Der ehemalige Gymnasiallehrer, selbst aus einer traditionellen Familie stammend, hat auch an seiner Schule viele Muxes unterrichtet – und beobachtet, wie sie bereits als Kinder und Jugendliche ihre Andersheit entdecken. Unter den Muxes Juchitáns hat Felina es zur Mode gemacht, traditionelle Frauenkleidung des Isthmus anzuziehen. Für das perfekte Make­ up kann sie Stunden vor dem Spiegel verbringen. Durch eine Geschlechtsanpassung körperlich zur Frau zu werden, kommt für sie aber nicht in Frage. „Dann wäre ich nur eine Frau unter vielen, so bin ich etwas Besonderes“, ist sie überzeugt. Wie Felina geht es den meisten Muxes. Fälschlicherweise werden Muxes oft mit Transvestiten gleichgesetzt. Dabei ziehen sich manche von ihnen nur an speziellen Tagen Frauenkleidung an, während andere gar keine Lust dazu verspüren oder nur zu Hause und für sich allein in Kleider oder Röcke schlüpfen. Früher zogen sich Muxes statt Kleidern bunte, mit Blumen bestickte Hemden an. Óscar, einer der Vertreter_innen der älteren Generation von Juchitáns Muxes, macht das heute noch so. Abgesehen


von „weiblichen“ Verhaltensmustern bricht er nicht mit dem „männlichen“ Erscheinungsbild. Trotzdem gilt er als Muxe. Als solcher jongliert er zwischen beiden Geschlechterrollen. Für seinen Adoptivsohn sei er „Mutter und Vater“ zugleich, eine_n feste_n Partner_in habe er nie gehabt. Als Mitbegründer einer Gruppe mit dem Namen „Authentische Unerschrockene Gefahrsuchende“ organisiert Óscar seit vielen Jahren die alljährliche vela, ein rauschendes, eine Woche andauerndes Fest mit Tausenden von Muxes. Mit den Transvestiten­Muxes verbinde ihn nicht viel, beteuert er. Für ihn sind sie locas, Verrückte. Gemeinsam ist ihnen allein die intensive Lust am Leben und dessen Zelebrierung. Weil sie weder als Mann noch als Frau gelten, können Muxes und Marimachas sowohl „weibliche“ als auch „männliche“ Berufe ausüben – und sich über ihre Arbeit eine Geschlechtsidentität verschaffen. Während viele Marimachas „männlichen“ Berufen wie LKW­Fahren nachgehen, arbeiten Muxes meist in „Frauenmilieus“ als Friseur_in, Kosmetiker_in, Sticker_in oder Straßenverkäufer_in. Doch weil das Gesellschaftssystem Juchitáns keine starren Geschlechter­ und Identitätsrollen kennt, gibt es auch weibliche Marimachas sowie Muxes, die bei der mexikanischen Ölgesellschaft arbeiten. Der Psychologe Édgar Rogas­ Casillo weiß die Toleranz, die Muxes wie ihm in Juchitán entgegen gebracht werden, zu schätzen. So wie Édgar hat es Muxes aus dem ganzen Land nach Juchitán gezogen. Die offene Auslebung des Muxeseins wirke wie eine Erleichterung, sagt er. Gerade wird in Juchitán überlegt, in öffentlichen Einrichtungen eine dritte Toilette für Muxes einzurichten. Die überwiegende Mehrheit der Bevölkerung hat sich

dafür ausgesprochen. Ein Gemeindegesetz soll die Regelung offiziell machen. Im restlichen Land wäre der unbefangene Umgang mit Muxes, der in Juchitán zum Alltag gehört, nicht vorstellbar. „Mexiko ist außerhalb von Juchitán und des Isthmus sehr machistisch und homophob“, weiß Kike aus eigener Erfahrung. Eine Zeit lang hat er in Mexiko­Stadt gelebt, ist dann aber wieder nach Juchitán zurückgekehrt. Weil er hier einer von vielen ist und „geschätzt, geachtet und geliebt wird“, wie er sagt. Trotzdem sei auch in Juchitán nicht alles wie im Paradies, vereinzelt gebe es auch hier Homophobie und Ablehnung. Anders als Muxes kämpfen gerade Marimachas um ihre gesellschaftliche Anerkennung. „Sie sind introvertierter und zeigen sich nicht so offen wie wir“, meint Kike. „Wir sind realistischer, wir wissen: als Muxe sind wir weder Mann noch Frau“, sagt Felina. Marimachas würden nicht offen zu ihrer Andersartigkeit stehen. „Wenn du dich nicht akzeptierst, wie sollen dich die anderen akzeptieren? Wenn du dich versteckst, wird dich auch die Gesellschaft verstecken“, erklärt sich Felina den unterschiedlichen Umgang. Dass es gerade in Juchitán so viele Muxes gibt und die gelebte männliche Homosexualität so verbreitet ist, wird gerne dem Heiligen Vicente Ferrer, Schutzpatron der Stadt, zugeschrieben. Mit einem Sack voll Muxes auf dem Rücken sollte dieser von Nord­ nach Zentralamerika wandern und in jedem Land einen von ihnen absetzen. In Juchitán aber riss der Sack auf, erzählt die Legende. Neben dem Heiligen hat wohl auch die starke Präsenz des Weiblichen in Juchitán ihren Anteil an der Akzeptanz und der Präsenz des dritten Geschlechts. In Juchitáns Haushalten geben Frauen den Ton an – alte matriarchale Strukturen haben

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hier bis ins Jahr 2011 überlebt. Sie verwalten das Geld, treffen alle wichtigen Entscheidungen und verdienen mehr als ihre Ehemänner. So kennt es auch Kike von zu Hause. „Frauen haben zwei oder drei Berufe, während der Mann beispielsweise als Fischer arbeitet. Ohne Zweifel sind sie die Autorität des Hauses“, weiß er. „Frauen sind wohlhabender. Und wer das Geld hat, hat auch die Macht. So funktioniert es überall auf der Welt“, erklärt sich Felina die besondere Bedeutung der Frauen. Weil Muxes häufig „weibliche“ Berufe ausüben, gehören auch sie zu den Wohlhabenderen der Gesellschaft und ernähren damit oft die gesamte Familie. „Viele Männer nutzen das aus und hängen sich an eine_n Muxe“, erzählt Óscar. Es ist wohl dies einer der Gründe, warum Muxes sich nicht gerne auf eine_n Partner_in festlegen und lieber den Part des oder der Geliebten übernehmen. „Ein_e Muxe will nicht das ganze Leben mit einem einzigen Partner verbringen“, erklärt Felina. In Juchitán ist neben der Homosexualität auch die gelebte Bisexualität weit verbreitet. Anders als viele Muxes sind ihre Geliebten verheiratet oder in festen Bindungen. Das Verhältnis mit dem/ der Muxe wird vor der Gesellschaft nicht verheimlicht und auch von der Familie akzeptiert. „Mein letzter Geliebter hat kürzlich geheiratet. Mit seiner Ehefrau bin ich befreundet“, erzählt Kike. Für Juchitáns Männer gilt: Wer nicht schon einmal mit einem/einer Muxe zusammen war, ist kein richtiger Mann. Diese Einstellung hat eine lange Vergangenheit. Noch in den 50er Jahren, als es üblich war, dass Frauen jungfräulich in die Ehe gingen, funktionierten Muxes als sexuelles Ventil für die angehenden Ehemänner. „Nach zwei Stunden Händchenhalten brachten die jungen


Männer ihre Freundinnen nach Hause und vergnügten sich hinterher mit einer / einem Muxe, die an der nächsten Straßenecke auf sie wartete“, erzählt Felina mit einem Schmunzeln im Gesicht. Untereinander gehen Muxes keine sexuellen Beziehungen ein. Sie sind entweder Freunde oder Konkurrent_innen, erotisch finden sie sich nicht. „Mir gefallen nur richtige Männer“, sagt Kike. So sehr sie ihre sexuelle Freiheit auch verteidigen, so verantwortungsbewusst sind Muxes in Familienangelegenheiten. „Sexuelle und familiäre Verbindungen trennen wir gerne“, erklärt Felina. „Wir sind diejenigen, die unsere Eltern im Alter pflegen. Wir wohnen noch zu Hause, wenn unsere Geschwister bereits Familie gegründet haben.“ Auch Felina lebt getrennt von ihrem Partner, nicht zuletzt weil sie fürchtet, dass ihre Beziehung sonst auf Dauer zu langweilig oder zu routiniert werden könnte. „Außerdem bezweifle ich, dass das Zusammenleben mit einem Mann das große Glück bedeutet“, sagt sie. Die Lebensphilosophie der Muxes lässt sich auch mit dem Katholizismus gut

vereinen. „Wir sind alle gläubige Katholik_innen. Was der Papst in Rom sagt, interessiert uns aber wenig“, weiß Felina. Bei aller Präsenz und gesellschaftlichen Akzeptanz ist aber auch in Juchitán ein Zusammenleben von Muxes und „Männern“ nicht gerne gesehen. Die Legalisierng der Homoehe würde daran nicht viel ändern, glauben viele Muxes. Im Gegensatz zu Mexiko­Stadt ist diese in Oaxaca – so wie in den meisten Bundesstaaten – noch verboten. Dass Juchitán nicht zuletzt wegen ihnen eine besondere Stadt ist und sich mit dem Muxesein auch Geld verdienen lässt, haben in den letzten Jahren viele von ihnen erkannt. „La mística“, eine Marktverkäuferin am Zocalo von Juchitán, wurde im mexikanischen CNN­Fernsehen jüngst als „teuerste Muxe Mexikos“ bekannt. Viele Muxes finden diese Entwicklung schade. Sie meinen, die Muxes sollten sich wieder auf ihren Ursprung besinnen und aus ihrer gottgegebenen Einzigartigkeit keinen Profit schlagen. Dabei ist Juchitán nicht der einzige Ort, an dem es gelebte Alter-

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nativen zu den allseits anerkannten Geschlechterrollen gibt: die Xanith in der Wüste Omans, die Hijras in Indien oder die Mahu in Hawaii sind weder Mann noch Frau und gelten ebenfalls als drittes Geschlecht. Auch Felina glaubt nicht, dass es in Juchitán mehr Muxes gibt als anderswo: „Hier sind wir nur sichtbarer.“ Bei ihren Reisen durch Europa hat sie viele Muxes auf den Straßen gesehen. Aus 100 Metern Entfernung erkenne sie eine_n Muxe, „selbst wenn er/sie es zu verstecken versucht.“ Auch in zwei­und dreijährigen Kindern will sie bereits Muxes wahrnehmen können. Der Sack Vicente Ferrers, sagt sie, sei noch lange nicht ausgeleert. Vielmehr scheine er von einer unerschöpflichen Quelle zu zehren. ◘  Barbara Bachmann www.lateinamerikanachrichten.de Nummer 443, Mai 2011


Was passiert, wenn die Ehe geöffnet wird?

Schwule, Lesben und Bisexuelle heiraten. Der dritte Weltkrieg bricht aus. Heterosexuelle Familien sind plötzlich weniger wert. Verschiedene Plagen brechen über die Menschheit herein. Ein paar ärgern sich darüber.

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Info & news for LGBTQI & Friends.

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