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iNDICE

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BOTANICA FANTASTICA Botanica Fantastica Maria Paola Maresca Piante e animali tra leggende e realtà Enrico Baldinii Botanica Fantastica, creazioni e ricreazioni oplepiane Le costruzioni liberatorie degli artigiani della parola Laura Brignoli Opere Op.Le.Po.

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architecture & design Richard Reynolds. Una intervista / An interview La casa fra gli alberi Maria Livia Olivetti Tarshito. Un’intervista / An interview Obiettivi e strumenti per il paesaggio del futuro Achille M. Ippolito

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LE SAVOIR-VERT La Tecnologia Sostenibile di Christopher Alexander The Sustainable Technology of Christopher Alexander Michel Mehaffy, Nikos Salingaros Architettura vivente 2012 / Living Architecture 2012 Marcel Kalberer

57 DOSSIER – BIOLOGIA SINTETICA / SYNTETIC BIOLOGY 58 Per una biologia sintetica / For a synthetic biology Marco Ferrari 59 Nuove interazioni tra biologi e designer / New kind of interaction between biologists and designers Rachel Armstrong 65 Hyolozoic Ground / Hyolozoic Ground Marco Ferrari 69 Life-like Energy Matrix / Life-like Energy Matrix Marco Ferrari 70 Interwoven Landscape Mirco Bianchini 73 Symbiotic/Synthetic architecture / Symbiotic/Synthetic architecture Alessio Erioli

75 Sistemi e(co)evoluti Tommaso Casucci 77 SPECIALE AAA+A 2012 - COSTRUIRE PAESAGGI 78 AAA+A 83 Esploratorio Anna Lambertini, Schinkel Eilanden, Buro Sant en Co, Den Haag, Amsterdam, Olanda, MFO Park, Burckardt + Partner and Raderschall Landscape Architects, Zurigo, Svizzera, La corte interna del Palais du Rhin, Agnès Daval/Digitalepaysage, Strasburgo, Francia Corte-Giardino del Municipio, Dutt & Kist, Schwalbach, Germania 98 Planetarium 2012 Fortunato D’Amico 100 Conservare una delle eccellenze italiane: il paesaggio. Nuovi ruoli dell’Agricoltura Gianluca Cristoni 102 Territori rurali a rischio: proposte di governo integrato per ambiti fragili Alessandra Furlani 103 MIA, Multifunzionalità in Agricoltura, Eima 2012 104 Agricoltura e paesaggi futuri Gianluca Cristoni 108 STRUMENTI PER IL PROGETTO 122 ENJOY THE PLANET Karridane. Western Australia Paola Ottaviano 127 Libri


Il tuo diritto alla finestra – Il tuo dovere verso l’albero Nelle nostre città soffochiamo per l’inquinamento dell’aria e la mancanza di ossigeno. La vegetazione, che ci permette di vivere e respirare, viene sistematicamente distrutta. La nostra esistenza è disumanizzata. Camminiamo lungo facciate di case grigie e sterili e non ci rendiamo conto di essere destinati a celle carcerarie. Se vogliamo sopravvivere ciascuno di noi deve agire. Tu stesso devi dare forma al tuo ambiente. Non puoi aspettare l’intervento o il permesso delle autorità. Non ti appartengono soltanto il vestiario e l’interno della tua abitazione, ma anche la facciata dell’edificio in cui vivi. Ogni tipo di modifica individuale è preferibile alla sterilità. È tuo diritto modificare secondo il tuo gusto la finestra e, fin dove arriva il tuo braccio, anche il muro esterno. Le disposizioni che vietano o limitano questo diritto non vanno tenute in nessun conto. È tuo dovere aiutare con ogni mezzo la crescita a cui la vegetazione ha diritto. La natura deve potersi sviluppare liberamente ovunque cadano neve e pioggia. Tutto ciò che è bianco in inverno dev’essere verde in estate. Ciò che è orizzontale sotto il cielo appartiene alla natura. Strade e tetti devono essere ricoperti di vegetazione. In città si deve poter respirare di nuovo l’aria dei boschi. Il rapporto uomo-albero deve assumere una dimensione religiosa. Allora si capirà finalmente l’affermazione: la linea retta è sacrilega. Hundertwasser, Düsseldorf, 27 febbraio 1972

Tratto da: Ornella Mastrobuoni a cura di, Architettura, Arte, Filosofia di Hundertwasser, Introduzione di Maurizio Corrado, Macro Edizioni, Cesena 2012 Immagine: Tarshito, Palazzi fioriti.


BOTANiCA FANTASTiCA FANTASTIC BOTANIC


botanica Fantastica

“Sono attratto dal mistero. Non che io mi abbandoni con compiacimento alla seduzione della magia o alla poesia del meraviglioso [...]. Infatti, invece di considerar subito l’indecifrato indecifrabile e rimanere dinanzi a lui affascinato e appagato, io lo considero, al contrario, come qualcosa “da decifrare”, con il fermo proposito di giungere in qualche modo, se possibile, a capo dell’enigma. ” (Roger Caillois). Nel meraviglioso, sostiene Roger Caillois, si nascondono una infinità di segreti e di misteri. In particolare, il mondo vegetale, che da sempre suscita stupore con i suoi ritmi che segnano la ciclicità del tempo, appare permeato da un senso ineffabile di fantastico, laddove la mente umana ne percepisce la particolarità e l’immanenza. Se già nell’antico Egitto divinità femminili abitavano alberi e piante caratterizzando un culto della vegetazione dal complesso intreccio semantico, nel Medioevo, quando la natura appare misteriosa e oscura, animali mostruosi s’intrecciano con piante dai frutti zoomorfi. Nel XIV secolo, Odorico da Pordenone durante un suo viaggio in Oriente riferisce di aver visto alcune di queste specie vegetali dalle caratteristiche ibride, tra cui il cosiddetto Barometz, o Agnello Vegetale, originario dell’Asia centrale. La pianta sembra fosse composta da una radice da cui s’innalzava uno stelo alla cui estremità sbocciava una pecora, che, quando lo stelo si piegava a terra, poteva pascolare attorno alla pianta. Una flora prodigiosa, che nell’immaginario collettivo adombra caratteristiche umane, affolla le pagine di leggende e favole a cominciare proprio dall’Oriente, dove sono numerose le descrizioni e i racconti di alberi parlanti. Declinata secondo il metamorfico canone della meraviglia è la leggenda di Alessandro Magno e dei due alberi che accolgono il condottiero alle soglie dell’India, dei quali uno predice al re la conquista del mondo e l’altro la successiva morte a babilonia. L’albero dalle teste parlanti, trapiantato poi in Occidente, si trasformerà nel cosiddetto albero della vita tra i cui rami fioriscono volti umani. 1

L’albero del Bene, Xii sec.

Inaudite metamorfosi caratterizzano il mondo vegetale medioevale, piante antropomorfe ornano gli erbari e, in un gioco di rimandi, plasmano con i loro criptici arabeschi le decorazioni proprie dell’arte gotica. Insidiose radici animate, dotate di pericolosi poteri magici, si distendono ramificandosi sotto terra. Tra queste la più famosa è certo la mandragora dall’aspetto umano che quando viene colta piange e grida come un essere animato. Del resto questa cultura della metamorfosi contraddistingue anche tutta la tradizione ermetico- alchemica, dove rappresentazioni di alberi alchemici, dai simbolici frutti, rimandano alle operazioni della Grande Opera. La complessità di questo percorso figurativo e simbolico si coglie in tutta la sua molteplicità e varietà nel trittico del Giardino delle Delizie di Hieronymus bosch. Una vertigine di metamorfosi botaniche avvolge processioni di animali e di esseri umani che si confondono con i fiori e la vegetazione. Nella cornice vegetale si nascondono simboli propri dell’arte alchemica, mentre ambigui esseri alati volano nel cielo librandosi su mostruose macchine vegetali in un sensuale linguaggio d’immagini ermetiche. Così i simboli si sovrappongono e si confondono come onde di comunicazione tra gli elementi vegetali. Questa sottile vena ermetica caratterizzerà nel XVI secolo anche la pittura simbolica di Arcimboldo. Le sue tavole composte da un palinsesto di fiori e frutti appaiono come una macchina allegorica dai messaggi criptici. La grande potenzialità evocativa del sapiente collage di prodotti naturali, di fiori, di erbe e di ortaggi, sotto un’apparenza curiosa ed anche giocosa, nasconde un velato rimando a quell’arte delle immagini di lulliana memoria, manifesto di una profonda cultura ermetica. Non dobbiamo dimenticare, infatti, come Arcimboldo sia stato a lungo alla corte di Ferdinando I a Praga come ritrattista, e successivamente abbia dispensato i suoi servigi al figlio Rodolfo II, cultore appassionato di arti alchemiche.

L’Agnello Vegetale “Barometz”, Anonimo, Xi sec.

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Paola marEsca

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Le opere dedicate alla rappresentazione delle stagioni e degli elementi, che, raffigurati in forma di volto, si guardano l’un l’altro di profilo, innescano una serie di riferimenti incrociati secondo la teoria neoplatonica degli elementi e nello stesso tempo alludono al riflettersi del macrocosmo nel microcosmo, dove il simile è in relazione con il simile. Così l’inverno guarda l’acqua, la primavera l’aria, l’estate il fuoco e l’autunno la terra, e nello stesso tempo ogni singola pittura anticipa la seguente secondo una catena logica e consequenziale. Nell’inverno, ad esempio, rappresentato da una corteccia di albero spezzata in vari punti, un’arancia e un limone in primo piano alludono alla speranza della rinascita e insieme costituiscono una sorta di annuncio della successiva primavera. Il letterato Don Gregorio Comanini, celebrando l’enigmatico dispiegarsi della pittura di Arcimboldo nel suo seicentesco trattato sulla pittura, dà voce alla ninfa Flora, composta da fiori di varia grandezza e qualità, con una sorta di enigmatico viatico in versi dove le parole si confondono con la pittura. Son io Flora o pur fiori?/Se fior, come di Flora/Ho col sembiante il riso?E s’io son Flora,/Come Flora è sol fiori?/Ah non fiori son’io; non io son Flora./Anzi son Flora, e fiori. Se il fantastico esprime anche le inquietudini del tempo, ancora ispirate alle composizioni di Arcimboldo appaiono le stampe dedicate ai mestieri di Nicolas De Larmessin. Nelle figure rappresentanti personaggi dell’epoca composti secondo un variopinto e curioso mixage di elementi si riflette il gusto del ‘600 per l’erudizione e la classificazione sistematica, dove fiori e frutti disegnano con gusto Nicolas De Larmessin, Habit de Fruitière, sec. XVII Nicolas De Larmessin, Habit de Jardinier, sec. XVII

squisitamente rococò gli abiti di alcuni personaggi raffigurati sullo sfondo di verdi scenari. Nel mondo contemporaneo ancora segrete risonanze dell’anima si leggono negli agglomerati di piante fantastiche che caratterizzano l’opera di Leo Lionni (1910-1999) un artista poliedrico: pittore, grafico, scrittore e illustratore di libri per ragazzi. Lionni è l’inventore e insieme l’illustratore di una nuova scienza immaginaria, dalle inquietanti piante amateriche ed esistenti soltanto nell’immaginazione. Una sorta di Arcadia fantastica che si presenta come percorso ultimo di un itinerario attraverso l’ignoto e il meraviglioso che miscela parole e immagini in un suggestivo mondo parallelo dai sulfurei orizzonti.

Bibliografia: Baltrus Ditis J., Il Medioevo fantastico, Milano 1972. Comanini G., Il Figino overo del fine della pittura, Mantova 1641. Garella P., Zoppis N., (a cura di), Il dono di Thauma. Disegni e litografie di Leo Lionni, Verbania 2007. Kriegeskorte W., Giuseppe Arcimboldo, 1527-1593: Pittore illusionista del manierismo, Colonia 2005.

Albero alchemico, XV sec.


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Piante e animali tra leggende e realtà

Nei secoli remoti la classificazione e la descrizione degli organismi viventi concessero reiterate deroghe alle barriere morfogenetiche interposte tra il mondo vegetale e quello animale. L’ignoranza del ruolo svolto dal DNA nelle determinazioni tassonomiche degli esseri viventi, l’incerta conoscenza dei loro meccanismi riproduttivi, l’acritica accettazione delle più arbitrarie fantasie naturalistiche, concorsero a far sì che gli studiosi di un tempo arrivassero a descrivere piante dotate di attributi animali ovvero capaci di inusitati comportamenti biologici o ecologici. Alcuni esempi sono sufficienti per dimostrare come, in passato, l’immaginario abbia potuto spesso spodestare la verità naturalistica Nei testi antichi la Mandragora (M. officinarum L.) era rappresentata con il duplice aspetto di una pianta e di un uomo o di un fanciullo. In realtà le sue radici bifide, quasi che fossero gambe divaricate, rievocano le sembianze di una figura maschile (M. vernalis Bert.), con fiori bianco-verdastri, o di una figura femminile (M. autumnalis Bert.), con fiori violacei. Essendo la Mandragora una pianta velenosa la sua estirpazione manuale era vivamente sconsigliata; si suggeriva invece di ricorrere ad un robusto cane che, legato ad essa con un laccio, esercitasse una energica trazione. Nel Medioevo alla Mandragora furono attribuite proprietà taumaturgiche e terapeutiche. In effetti le sue radici contengono vari alcaloidi quali l’atropina, la scopolamina, la ioscina, la iosciamina e la mandragorina, fondamentali princìpi usati in occasione di pratiche esoteriche e di prescrizioni farmacologiche, aventi finalità psicoattive, antisettiche, anestetiche, narcotiche, soporifere e afrodisiache. Secondo accreditate leggende che risalgono all’XI° secolo, l’Agnello vegetale della Tartaria, noto anche con i nomi di Borometz, Agnus scythicus, Faduah, era un agnello unito, tramite il suo cordone ombelicale, ad una Felce del gen. Polypodium. L’agnello avrebbe avuto sangue e ossa come i normali ovini. La flessibilità del suo cordone ombelicale gli avrebbe Flora, Arcimboldo 1591

consentito di raggiungere agevolmente il terreno circostante per brucarvi l’erba. Secondo altre versioni la Felce sarebbe stata collegata a più agnelli tramite lunghi rami flessibili. Al termine del loro sviluppo questi ovini si sarebbero staccati dalla pianta-madre e avrebbero proseguito autonomamente la loro esistenza fino a che, esaurito il pascolo, avrebbero cessato di vivere. Nella monumentale opera geografica di Sir Johan de Mandeville (“Voyages”. Ms. XIV° sec., c/o Cotton Collection, british Library) compare una pianta di Cotone (Gossypium sp.) i cui frutti maturi (capsule), schiudendosi, avrebbero liberato degli agnellini invece dei batuffoli di bambagia che in realtà rivestono i semi: un equivoco spiegato dall’età della trecentesca immagine e compatibile con la fantasiosa sostituzione dei tomentosi organi riproduttivi della pianta tessile con i lanuginosi ovini. Nella cinquecentesca “Natura picta” di Ulisse Aldrovandi (bibl. Univ. bologna) una tavola acquerellata IX.341 del pittore tedesco H. Zioghter raffigura quattro grappoli d ’ u v a ( Vitis vinifera L . ) raccolti in un vigneto di Landau in der Pfalz. Questi grappoli erano ornati da fluenti barbe castane, che sono però una palese licenza pittorica, e che v e r o s i m i l m e n t e rappresentano le copiose ramificazioni filamentose di Cuscuta sviluppatesi nel predetto vigneto in occasione di una massiccia infestazione della pianta parassita. Nel 1605 Claude Duret (“Histoire admirable des plantes et des herbes esmerveillables”) descrisse un albero delle Isole Canarie - poi identificato come un Laurus canariensis webb. & berth o una Caesalpinia pluviosa DC- dalla cui chioma cadeva, sul far del giorno, una fitta pioggia in grado di soddisfare le esigenze idriche del sito. L’albero si trovava al centro di un grande bacino di pietra capace di raccogliere l’acqua proveniente dalla sua chioma. Albero della pioggia, da C. Duret, Hist. Naturalis, 1605

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Enrico baldini

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Una analoga descrizione compare anche nel primo libro (“Monstrosa et prodigia”) della “Dendrologia” di Ulisse Aldrovandi, pubblicata nel 1668 da Ovidio Montalbani: …Arboris species in insula Ferri, Capo Bajador nuncupata, una ex Canarijs, quae nubulam sibi circonfusam in aqua convertit, undè copiosissimum ex ea pluit guttatus humor... La nebbia che di notte avvolgeva la chioma di quest’albero è indice di un’elevata umidità atmosferica, ossia di una condizione microclimatica compatibile con la condensazione del vapore acqueo a contatto delle foglie. Altra spiegazione del fenomeno potrebbe essere la guttazione che si verifica quando un abbondante contenuto idrico del suolo ed una elevata pressione radicale provocano l’emissione di acqua dagli idatodi fogliari. Giovanni Battista Ferrari (1646) descrisse e raffigurò, nel terzo e nel quarto libro della sua fondamentale opera citrografica “Hesperides sive de Malorum aureorum cultura”, le drammatiche quanto irreali trasformazioni arboree di tre mitologici personaggi (Armonillo, Tirsenia e Leonilla). Nei disegni di C. Bloemaert, che testimoniano tali eventi sullo sfondo di agresti scenari, gli arti inferiori dei tre infelici protagonisti sono già convertiti in robuste radici ancorate al terreno, mentre le loro braccia sono ancora agli inizi della loro trasformazione in rami fronzuti e in digitati esperìdi. Una carta (n. 28) della “Rariorum stirpium historia” di Jacopo Zanoni (1742) è dedicata ad un albero (Bakeli Arbore Orientale) tipico dello stato indiano del Tamil Nadu, i cui frutti assumevano in parte l’aspetto di uccelli e in parte una tipica conformazione sferoidale a guisa di pomi.

Uva barbata, Da Aldrovandi Natura picta, IX.341

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La metamorfosi arborea di Armonillo: la mano sinistra è trasformata in un agrume digitato. Da J.B.Ferrari. Hesperides sive Malorum aureorum cultura, 1646

Mandragore maschio e femmina, dal quarto libro dei Discorsi di Dioscoride di P.A. Mattioli, MDLXVI


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“Bakeli�, esotico albero con frutti simili a uccelli, da J. Zanoni, Rariorum stirpium historia, 1742


Botanica Fantastica Creazioni e ri-creazioni oplepiane Illustrazioni di Alessandra Pirovano


Le costrizioni liberatorie degli artigiani della parola

Non è detto che l’uso del pc abbia davvero eliminato il vecchio incubo dello scrittore, la paralisi di fronte alla pagina bianca che coglie chiunque si accinga a scrivere. Esso si presenta tanto più fortemente quanto più è radicato il mito dell’ispirazione, a prescindere dal mezzo usato. Edoardo Sanguineti ne ha ravvisato la causa nel “terrore della libertà”. Ma se la pagina bianca è un topos dello scrittore, l’ispirazione è un mito che ne alimenta le angosce. L’uno dipende dall’altro, è naturale. E allora come ovviare alla mancanza di ispirazione e sfuggire la pagina bianca? Le scuole di scrittura creativa, che proliferano da diversi anni, forniscono una serie di accorgimenti e stratagemmi grazie ai quali si sarebbe in grado di “confezionare un prodotto”. L’immagine non è casuale. La logica è quella del marketing. In altro ambito si collocano due gruppi di scrittori, francesi e italiani, che condividono l’idea di una letteratura più vicina all’artigianato che al marketing, come coloro di cui presentiamo alcuni lavori nelle pagine che seguono. Sono la propaggine italiana dell’Ou.li.po., l’OUvroir de LIttérature POtentielle, fondato nel 1960 in Francia dal matematico François Le Lionnais e dallo scrittore Raymond Queneau, a cui aderirono autori del calibro di Georges Perec e Italo Calvino. L’analogo gruppo che lavora sul versante italiano nasce nel 1990, per iniziativa di un ingegnere (Raffaele Aragona) e due letterati (Domenico D’Oria e Ruggero Campagnoli) e si chiama Op.Le.Po, Opificio di Letteratura Potenziale. Gli uni e gli altri lavorano su un presupposto fondamentale: l’opera letteraria, anche nella sua forma apparentemente più libera, necessita di una struttura rigorosa, che potrà apparire più o meno visibile al termine dell’elaborazione. Gli Oulipiani e gli Oplepiani si propongono dunque di sviluppare forme letterarie capaci di dar luogo a creazioni inedite, alle quali potranno attingere tutti i “poeti” che vorranno liberarsi dalla tirannia dell’ispirazione. Ricercando le potenzialità latenti nella costruzione linguistica, producono una sorta di pre-letteratura, o letteratura potenziale, appunto, da cui talvolta possono scaturire veri capolavori. L’elaborazione di nuove strutture si ottiene grazie principalmente a una serie di vincoli, o contraintes. La letteratura è sempre legata a una serie più o meno cosciente di costrizioni, da quelle più banalmente grammaticali della lingua, ai precetti delle forme fisse come il sonetto, o le unità della tragedia classica. Questi scrittori sostengono che proprio i vincoli, le costrizioni, lungi dall’opprimere l’artista, sono il vero motore dell’arte. “La contrainte libère”, affermano gli oulipiani, sostenendo che vi è maggiore libertà nel conoscere le regole a cui si obbedisce piuttosto che sottostare a vincoli inconsapevoli, spesso più potenti e castranti proprio perché inconsci. I due gruppi ne esplorano coscientemente e ludicamente le risorse, gli Oplepiani, soprattutto, ricercando nuovi vincoli mai sperimentati prima, erigono la regola a principio e fine, mentre il testo ne è in genere l’esplicazione.

A molti queste procedure potranno apparire sterili esercizi incapaci di produrre vere opere d’arte, in particolare in ambito italiano stentano a uscire dall’immagine di divertissement enigmistico. Forse perché il gruppo è nato proprio nel contesto di un convegno di «Caprienigma». Certo non tutte pretendono di assurgere alle vette della letteratura, ma qualche esempio basterà a mostrare l’errore del pregiudizio. Fra le riuscite più straordinarie dell’Oulipo vanno citate le opere di Georges Perec, come La Scomparsa (La Disparition, 1969), lungo romanzo in cui non viene mai usata la lettera «e». Ben più di un semplice esercizio, il romanzo, che usa tutti gli stereotipi del giallo, inscrive nel testo la scomparsa dei genitori dell’autore: «e», la lettera eliminata, è omofona di «eux», essi, deportati nei lager nazisti. A esempio di come una costrizione serrata come il lipogramma possa farsi veicolo di un significato né ludico, né superficiale. Sul fronte Oplepiano, tra le pagine più riuscite indubbiamente ci sono le produzioni di Ermanno Cavazzoni, giocose, divertenti, ciniche, costruite intorno a regole di cui lui stesso svela in limine il meccanismo, come negli Gli scrittori inutili (2002), raggruppati intorno ai sette peccati capitali e alle evenienze della vita, sempre sette, che indurrebbero alla scrittura. A margine, ma non tanto, amare riflessioni sull’arte e le “perversioni” che porta con sé. Sono questi due esempi di vincoli di diversa natura, l’uno riguardante le lettere (altri sono i monovocalismi, gli anagrammi, i palindromi, gli omofoni, ecc.), l’altro la combinatoria, di cui Calvino fu inventore inesausto, si pensi a Se una notte d’inverno un viaggiatore o al Castello dei destini incrociati. Ma non vanno dimenticati i giochi basati sulle deformazioni/trasformazioni di testi famosi, come L’infinito futuro di Luca Chiti che riscrive il celebre poema leopardiano in forma dapprima monosillabica poi via via amplificando il verso fino agli endecasillabi sciolti. In occasione del tricentenario della nascita di Rousseau (1712), il gruppo degli Oplepiani ha deciso di lavorare sulla “Botanica fantastica”, proponendo forme e creazioni incentrate sul tema del verde. Casualmente Nemeton si è trovato a presenziare alla riunione e la proposta di offrire lo spazio tematico della rivista alle loro produzioni è stata naturale. Erudizione, cultura, gioco, ironia, si uniscono a costrizioni più o meno stringenti nei componimenti che si trovano qui di seguito. Ogni autore che ha sottoposto il suo testo a un vincolo ha cura di indicarlo al termine dello stesso. Elena Addomine, per esempio, suggerisce i due testi a cui ha attinto per comporre il suo Jabberlotus, un «collage» il cui esito finale possiede l’eccezionale lievità che si riconosce nelle Fanfole di Fosco Maraini. Non meno serrato il vincolo scelto da Raffaele Aragona che nella sua Ghirlanda unisce, in un elenco alla Perec, una contrainte ritmica al tautogramma: il risultato finale disegna uno spazio ideale in cui sembrano susseguirsi aiuole e boschetti, forse curati da quel

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traduzione letterale del nome latino per rinviare senza indugi al partito politico. La grafica è parte essenziale delle invenzioni di Paolo Albani e di Gianni Zauli: il primo ha visto piante immaginifiche nei caratteri di diversi alfabeti; il secondo ha lavorato sulla deformazione del significante al fine di ingenerare nuovi significati, opportunamente illustrati. Non manca un breve “ortodramma” in cui Aldo Spinelli fa dialogare dei vegetali, scelti certo non a caso. Infine, unico testo non inedito, un Cavazzoni del 1992, riscrittura in chiave botanica di un racconto del libro Cuore. Ad accompagnare queste invenzioni linguistiche le creazioni grafiche, non di origine ma certamente di spirito oplepiano, di Alessandra Pirovano, il cui sguardo artistico ha saputo vedere negli organi interni del corpo umano infiorescenze e ramificazioni di straordinaria bellezza. Ottimi prodotti di artigianato che nulla devono alla serialità, al marketing, al consumo di massa. Destinati a pochi, essi chiedono collaborazione dal lettore, strappato alla sua passività con la promessa di una maggiore jouissance. Nel più autentico spirito di Nemeton.

Dedichiamo questo dossier a Brunella Eruli – autrice in queste pagine de La pianta dei piedi – che da poco ci ha improvvisamente lasciati, rendendoci sùbito coscienti di aver perso, oltre che una raffinatissima studiosa ricca di cultura e dalla mente fervida, un’amica gentile, sempre disponibile e giudiziosa in ogni frangente. Francesista, patafisica, oplepiana, interessata ai problemi dell’arte

contemporanea e delle avanguardie storiche, autrice di numerosi volumi e saggi dedicati alla letteratura francese e al teatro, caporedattore della rivista “Puck, la marionette et les autres arts”, Brunella ha condiviso l’attività dell’Oplepo fin dagli esordi del gruppo curando il convegno fiorentino del 1991 Attenzione al potenziale! Il gioco della letteratura e il successivo testo dal medesimo titolo.

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botanico il cui identikit è composto solo di espressioni idiomatiche ovviamente a tema vegetale. Si troveranno alcune invenzioni di Alessandra Berardi, autrice, fra l’altro, di un eccezionale microracconto botanico: è tutta una storia racchiusa, fra titolo e personaggi, in sole 20 parole. Insieme ad Anna Busetto Vicari, firma anche quella che si potrebbe definire un’image-valise: Rousseau nel giardino di Rousseau. Non è la sola costrizione a rendere così divertente il testo di Brunella Eruli: rispettando il modello di una scheda botanica la Eruli descrive un vegetale insolito, della famiglia delle Gimnosperme: la pianta dei piedi. Non poteva mancare un riferimento a Luigi Malerba, la cui scelta, effettuata da Daniela Fabrizi per il nome, non poteva essere più felice: chi meglio di Malerba può riassumere lo sperimentalismo e l’attenzione alla lingua? Sul fronte satirico si collocano i testi di Eliana Vicari e Marco Maiocchi: più mordaci, le aplologie degli “aromi famosi” trasformano in erbe personaggi della politica del passato governo con cui condividono una sillaba (Minetti-timo, Brambilla-lavanda); più criptico il Pioppo libero, o populus libertatum, che necessita di una

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Paolo Albani

Elena Addòmine

Poesie floreali A Jérôme Peignot, poeta tipografico I «fiori poetici» qui riprodotti sono formati usando esclusivamente la grafia delle lettere presenti sulla tastiera italiana di un PC e i simboli fuori tastiera contenuti nel menu «Inserisci Simbolo» del programma di scrittura Microsoft Office Word 2007.

Il jabberlotus Era il tirillo che coi viviscidi branci levava stringhi al cielo nel giardonio; la sòlea stava a stecco con i manci mentre il giraluna moccettava il conio. “Guardati dal jabberlotus figliuol mio dalle trappole ungerose e il fogliame usticante! Sfuggi dal giabbi-fior, perdio e rifuggi dall’artesia spiralante.”

E mentre ponderava la sigurya il jabberlotus ei vide all’improvviso con foglie-fauci ed un’artiglia spuria che aprendosi di sputi coprì il viso. La man armata il vegetale avversa: swish swosh gli trancia il fusto audace tagliando a pezzi la verdura tersa e torna a casa con il cor appace.

Azhar fabulante Detto anche «fiore delle mille e una notte» per la forma meravigliosa dei suoi verticilli verde chiaro, è coltivato in un’ampia zona che si estende dall’India all’Egitto.

“Il jabberlotus! E l’hai trovato tu? Sfidando leperare e le mollette? O giorno erboglorioso! Ippioh! Ippiuh!” Si rilassò tagliando antale a fette. Era il tirillo che coi viviscidi branci levava stringhi al cielo nel giardonio; la sòlea stava a stecco con i manci mentre il giraluna moccettava il conio.

Amadeus longus Fiore dall’affusolato stelo color arancione, creato nel 1984 dal botanico parigino François Lemaître in occasione del centenario della nascita di Amedeo Modigliani

Althaea conturbante In alcuni manuali italiani di botanica (come il T. Bonisi, 1898) il nome di questo fiore dalle foglie color viola, originario della Turchia asiatica, si trova scritto nella variante linguistica «con turbante» perché la sua forma ricorda quella di un copricapo orientale.

«Collage semantico» de “Il ciciarampa”, la traduzione di Antonio Bellomi del “Jabberwocky” (da Dietro lo specchio di Lewis Carroll), e della Botanica parallela di Leo Lionni, della quale sono stati inseriti nomi e descrizioni parziali delle piante: Antala, Leperara, Kumode,Tirillo, Molletta, Artisia, Sòlea, Sigurya.

Rosa acuta Varietà rara di rosa blu caratterizzata da petali puntuti originaria della Cina e del Giappone.

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Angraecum versatile Fiore dalle sinuose lamelle di un bel rosso acceso, molto diffuso in alcune isole greche dell’Egeo settentrionale e orientale.

La man stringea il macete affitagliente cercando il mostro-pianta con ardore; vicino ad un kumode fiorescente fermossi un poco ad annusar l’odore.

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Raffaele Aragona

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Ghirlanda endecasillabica

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Anèmone Asfodèlo e l’Azalèa Assènzio l’Agrifòglio l’Artemìsia Altèa Acetosèlla e l’Amarànto Amarìllide Angèlica Achillèa Aràchide Albicòcco Ànice e Àglio Aspàrago Aspidìstra Avéna Acàcia Allòro Aràncio Àcanto Araucària Abéte Àgave Àcero Ananàs Begònia Bucanéve Bottón d’òro Belladigiórno e pur Belladinòtte Basìlico Bardàna Biancospìno la Bòccadileóne Balsamìna Banàno Baobàb e la Batàta Bïòdo Barbabiètola Betùlla Bambù la Belladònna e il Bergamòtto Campànula Calìssia Caprifòglio la Càlla Calicànto Capelvènere Camèlia Ciclamìno Crisantèmo Calèndola Crespìno Cinquefòglie Cacào Cédro Càchi Camomìlla Caffè Còlchico Cànapa Cannèlla Carciòfo Cappuccìna Cetrïòlo Caròta Càrdo Càppero Carrùbo Castàgno Céce Càvolo Cerfòglio Cincóna Clìvia Chìna Còcco Còca Chinòtto la Cicérchia la Cicòria Cicùta la Cipólla e il Ciprèsso Cocómero Corbézzolo Cotógno Cilïègio Cotóne e il Crescióne Cumìno con il Cànforo ed il Còrcoro Dionèa Dulcamàra Digitàle Datùra biànca Dènte di leóne Dracèna Dàlia Dròsera ed il Dàttero Echinocàctus Èrica Eliotròpio Ellèboro con l’Èbano e coll’Édera Eufòrbia Eucalìpto Equisèto Finòcchio Frèsia Fìco Fritillària Fagiòlo Filodèndro Farfaràccio Fruménto Fùcsia Fràgola e la Fèlce il Fàggio con la Fàva e il Fìco d’Ìndia Fumària Fiordalìso Favagèllo il Fràssino con Fìcus e Fitolàcca Garòfano Gardènia Gelsomìno Giacìnto Gìglio Glìcine Gerànio Giunchìglia Genepì Ginèstra Gèlso Ginépro Giùnco Giùggiolo Gladìolo Gerbèra Girasóle e la Gramìgna Grantùrco Gìnkgo Genziàna Giaggiòlo (che è l’Ìris) l’Ibìsco Ippocastàno Lavànda Làppio Làuro e Ligùstro Linària Lòto Lìno e il Lillà Limóne Liquirìzia con il Lùppolo Lattùga con il Lòglio e il Lentìsco Lorànto la Linnèa e il Lampóne Lentìcchia Léccio Làrice Lupìno


La lista, genere di scrittura del quale Georges Perec fu significativo cultore, è qui svolta in àmbito botanico con l’applicazione della contrainte metrica dell’endecasillabo e di quella alfabeticotautogrammatica.

Identikit del botanico alto come un papavero cervello di carciofo fisico di quercia testa di rapa zucca pelata pel di carota occhi color di castagno ovale di cocomero occhi a mandorla naso a patata incarnato roseo bocca di leone labbra fucsia dente di leone barba nero-ebano tronco d’albero pelle di pesca ascelle di foglia peluria di capelvenere braccia rampicanti palme di cocco ventre a terra sedere a pera voglia di mela cosce coscione funghi ai piedi vestito a cipolla alito di tabacco portamento da cipresso facile al riso aria di finocchio candore di giglio indole di bietolone profumo di sandalo lineamenti di belladonna bellezza di narciso espressione angelica memoria da nontiscordardimé va sùbito al nòcciolo avvinto come l’edera rasserenante come camomilla pungente come un rovo leggero come una foglia sordo come una campana fattezze di fico carattere pepato spirito d’assenzio indole spinosa

fantastica botanica

Magnòlia Margherìta Màlva Màndorlo Mughétto Mìrto Màmmola e Melìssa Mimósa Madresélva Melogràno Maniòca Maggioràna Mandarìno Mandràgora Melàngolo Melóne Maràsco Melanzàna Mèlo Màngo Mirtìllo Ménta Mìglio e la Miosòtide Nontiscordardimé (ìdem) Ninfèa Nocciòlo Nóce Nèspolo Narcìso Ortènsia Oleàndro Òrzo Orchidèa Olìvo Ontàno Orìgano Òlmo Ortìca Papàvero Pervìnca Pratolìna Peónia Passinflòra Primavèra Pompèlmo Pungitòpo e il Pistàcchio Pisèllo Piòppo Prìmula Prezzémolo Papìro Pésco Pìno Pomodòro Patàta Pòrro Plàtano Papàia Petùnia Peperóne Pépe Péro la Quèrcia con la Quàssia e il Quadrifòglio Robìnia Rosmarìno Rododèndro Rabàrbaro la Ròsa Ravanèllo Ranùncolo Ruchétta Ravizzóne la Rùta Rìso Rìcino e la Ràpa il Rìbes con il Róvere e il Ràfano Sambùco Sterlitìzia Speronèlla Stellària Serenèlla e la Sassìfraga Saggìna Sàlvia Sàlice e la Sùghera Stiància Stélla alpìna Sansevièria Strofànto Scorzonéra Sòia Sèdano Susìno Sèna Ségale e la Sènape Sequòia Sicomòro Sòrbo Sèsamo Trifòglio Tuberósa e Tulipàno Taràssaco Tabàcco e Tamerìce Tè Tàsso Tanacéto e Tamarìndo il Tìglio Tìmo Tùia Topinambùr Violétta o Viòla màmmola Verbèna Vilùcchio Véccia Viòla e la Verónica Vibùrno Vìschio Viòla del pensièro Vanìglia Valeriàna Violacciòcca Victòria règia Vìte e il Veràtro Zucchìna Zafferàno Zùcca Zénzero

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daniEla fabrizi

Abhorrens abiecta Ode alla Malerba

Per infestanze mi mossi, in cerca di sprezzanze longeverdi, di scostumanze fogliari, di proliferanze incuranti della mano sapiente dell’uomo. Trovai malerbe frescodorose, serpeggi umidolezzanti, piante grasse agilissime al saltinfesto, di vaso in vaso, di campo in campo. Robinie tenerifoglie tenaci come templari, pronte a ramispinare un altro e un altro bosco.

FANTASTICA bOTANICA

E vidi ombrofile spudorate danzare tarante pioggiauguranti e timide ombrofobe lamfieggiare, alla conquista di prati di sole. E bambù inarrestabili ingobbolare giardini e irradicarsi sotto terra in labirinti gibbosacuti. E osservai viti straniere pampivorare pareti di muro, aracnare vertiginose alla conquista di vette sul mondo. Non so se fu invidia o livornero o morsassassina di ragno; o ancor rancormatto di escluse, che ad infestar le mosse. 20

O se fu adolescente planticonformismo, ribellione all’ordine antropolagante, vegetastuzia antica, o trallaverdallà. So che incontrai una sola volta, una volta sola, la malerba festans: mirandolissima specie a sé o variante semprallegra o ingegnosa altervega di tutte le infestanti? Il fitomistero mi avviluppò invitante: volli per me la linfeggiante. Prevedibile, umanpedante, la seguii, la colsi, la svilucchiai. E la classificai.


aldo spinelli

Brunella Eruli

orto meta para

La pianta dei piedi

L’azione si svolge su un tavolo dove sono adagiati, in un cestino, alcuni vegetali: un ananas, una banana, una castagna, un cocco, un kiwi, una mandorla e una patata. Coro dei frutti - Patata, patata come ci sei entrata, qui, in mezzo a noi, tu che sei un tubero in esubero, un ortaggio di basso lignaggio e che, per di più, cresci all’ingiù, sotto terra, mentre noi respiriamo l’aria e il sole? Patata - Se vogliamo proprio individuare ed escludere chi è l’intruso tra di noi, basta che vi osserviate: siamo tutti di color marrone. La banana è gialla. Banana – Sarò pur gialla ma ho la pelle liscia come tutti noi tranne l’ananas... è lui da cacciare dal tavolo. Ananas – La tua osservazione è consistente, solida e concreta. Non come il liquido lattiginoso contenuto nel cocco. È lui che non si adegua alle nostre comuni caratteristiche. Cocco – È giunto il tempo di parlare del tempo. Tutti noi ci presentiamo al gusto in qualsiasi momento dell’anno. Solo la castagna matura in una sola particolare stagione. Castagna – Ma io, come voi, mi limito a essere un vegetale. Il qui presente kiwi ha invece la pretesa di spartire il suo nome con un animale. Kiwi – Ognuno di noi ha qualcosa in comune con tutti gli altri e qualcos’altro di ben preciso che lo differenzia. Tranne la mandorla. Se c’è dunque un’intrusa è proprio lei perché non ha alcun motivo per essere considerata l’intrusa. Mandorla – Non è vero! Tutti voi avete un nome monovocalico mentre io mi vanto di “a” e “o” e di un bell’assortimento di consonanti. Il cocco, invece, ne ha una sola... Cocco – Sì, ma la tengo in posizione consona, non come l’ananas che, unico tra di noi, l’esibisce in coda. ananas – Se vogliamo parlare di anomalie che dire del kiwi che ostenta due consonanti esotiche, poco consone all’alfabeto italiano? Kiwi – Ho un che di forestiero, è vero, ma mai quanto la banana il cui nome è l’unico a derivare dalla lingua araba. Banana – E che dire allora della castagna che si fa chiamare come una o addirittura due località, il villaggio di Kastania in Tessaglia oppure Kastanis, città del Ponto? Castagna – D’accordo. Ma io tengo fede alle mie origini. Non come la patata che altrove si spaccia niente di meno che per una “mela di terra”! Patata – Beh, almeno io sono dotata di uno spirito tutto mio! Coro dei frutti - Patata, patata come ci sei entrata, qui, in mezzo a noi, tu che sei sinonimo delle grazie femminili, tu che rappresenti chi ha scarsi sentimenti, chi non è troppo sveglio per far le cose al meglio? Nota: questo testo non contiene una regola restrittiva (contrainte) ma è basato sulla ricerca di un (ipotetico quanto improbabile) accordo per identificare la possibile costruzione e l’utilizzo di una regola. (Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale). I sette protagonisti sono stati scelti in modo tale che ognuno abbia una caratteristica in comune con tutti gli altri tranne uno. Da un duplice punto di vista: quello vegetale e quello verbale. «La creatività è l’abilità di trovare costantemente nuovi punti di vista» (Douglas Hofstadter)

Classe: Gimnosperma Famiglia: Humanacaee, bipedes domesticus, bipedes selvaticus Genere: Pianta dei piedi Specie: Pedibus calcantibus (volg. piota, zampa, fetta, numerose varianti dialettali, V. pé, opanta ecc.) Pianta universalmente diffusa nelle zone popolate del pianeta (dove esistono anche cultivar di diversi colori), apprezzata soprattutto per la sua versatilità e per le sue funzioni che apportano stabilità ed equilibrio. In alcuni culture viene usata come unità di misura, sia pure di valore variabile; in altre se ne apprezzano gli aspetti estetici e gli effetti afrodisiaci celebrati in apposite riunioni. La pianta è caratterizzata, al centro, da una concavità detta ‘volta plantare’ di forma molto variabile al cui centro si nota un avvallamento a seconda della cui conformazione la pianta viene definita concava, convessa ovvero piatta. La pianta dei piedi ha come caratteristica principale di essere sempre in duplice copia (gli esemplari dotati di una sola pianta vengono chiamati “zoppi”) e si compone di due piante autonome ma del tutto similari benché diversamente orientate (destrorsa e sinistrorsa). Le piante hanno caratteristiche e portamenti diversi: quelle di costituzione più robusta vengono definite maschili mentre altre, dal portamento più esile e dalla dimensione ridotta, vengono definite femminili. In questi ultimi tempi, stante i cambi climatici, si assiste all’irrobustimento e all’allungamento della pianta soprattutto negli esemplari di tipo femminile. La pianta termina con una sorta di sfrangiatura a cinque lobi (o brattee) a forma di pedicelli o peduncoli, spesse volte tozzi ma abbastanza mobili e di altezza decrescente (esistono anche esemplari nei quali i cinque lobi sono uniti e sono allora chiamati “palmati”). Questi lobi non sono individuati da una specifica nomenclatura: i trattati riportano il nome del primo lobo, in generale la più grande, chiamato ‘alluce’ (dal latino ad lucem: che predilige la luce, che spunta sempre verso la luce (e fuori da ogni calzante protezione), volg. ‘ditone’) e dell’ultimo, detto ‘mignolo’ (latino minus, al francese mignon, grazioso). Ogni formazione è parzialmente coperta da un ispessimento protettivo che, negli esemplari detti femminili, soprattutto nel periodo estivo, è colorato. Tali protezioni sono tuttavia soggette a infezioni fungine (vedi sotto) che vanno curate e rimosse attentamente per non creare disturbi alla pianta e addirittura a colui che ne è il possessore. La caratteristica principale di questa pianta, anche se troppo spesso trascurata e non sempre utilmente sfruttata, è la sua capacità di stabilizzare, equilibrare, assecondare le intenzioni del suo portatore cui è legata da una vera e propria simbiosi fisica e psichica, in qualche caso anche patologica. Tale simbiosi rende la pianta praticamente inseparabile dal suo possessore come si vede quando particolari affezioni (arrossamenti, indebolimenti, gonfiori, inequivocabili segni di affaticamento) inducono il suo portatore ad assecondare le condizioni della pianta. Pur di non separarsi dalla pianta, alcuni ne fanno un uso improprio utilizzandola anche per ragionare, scrivere, parlare o per eseguire attività manuali o tecniche. Si noti, però, che la formula “scritto…, fatto (ecc.) con i piedi” non ha significato positivo.

fantastica botanica

(ortodramma metaforico paradigmatico)

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fantastica botanica

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Nonostante la gemellarità delle due piante, la loro riproduzione non avviene per via endogamica o per gemmazione. Nonostante una certa valenza sessuale (V. sopra), la pianta non si riproduce per fecondazione diretta dei suoi due elementi, avendo questi caratteristiche sessuali identiche. Si deve tuttavia notare che la varietà francese, nota come pied, sembra alludere a una qualche capacità riproduttiva diretta. Curiosamente la fecondazione della pianta avviene al suo esterno e viene delocalizzata presso il suo possessore (mostrando con questo la singolare simbiosi esistente fra loro): la baby pianta, una volta nata, segue le caratteristiche generali della pianta. Dopo i primi anni di vita, la pianta (sottospecie sativa, dai 5 ai 20 cm), raggiunge la sua dimensione definitiva che varia tra i 35 e i 46 centimetri. A partire da un certo stadio del suo sviluppo, attorno ai 18 anni, la pianta dei piedi non crescerà più e la sua conformazione e stato di salute dipenderanno in gran parte dalle cure che le saranno dispensate nel tempo. Esistono tecnici specializzati in apposite cure (podologi, pedicure, callisti ecc.) che, attraverso tagli appropriati, mantengono la forma e la vitalità di questa pianta. La pianta è abbastanza longeva e si segnalano esemplari ultracentenari. Un’altra “virtu” della pianta, nota fin dai tempi dell’antica Cina, è quella di rispecchiare lo stato di salute degli organi interni del suo portatore. Opportunamente premuta, stimolata, massaggiata nei punti appropriati, la pianta dei piedi veramente riesce a “rimettere in piedi” il suo cultore. Altra caratteristica di questa pianta, appartenente alle gimnosperme, è l’assenza di fiore. Sulla corteccia si potranno notare dei piccoli indurimenti (chiamati calli, duroni, verruche, occhi di pernice, fiacche) spesso erroneamente considerati come fioriture, in realtà si tratta di parassiti da rimuovere con cesoie affilate e disinfettate e coprire con appositi unguenti; se emanano odori sgradevoli (specialmente nella sottospecie fœtida e fœtidissima) occorre procedere a ripetute irrigazioni disinfettanti. La pianta ama particolarmente l’immersione in bacinelle di acqua ma, per evitare affezioni e infezioni dovute al marciume, la si deve proteggere da residui di acqua stagnante (frequente per piante che si trovano in ambienti caldi e umidi è l’affezione nota come “piede d’atleta”). Per assicurasi una pianta rigogliosa è consigliabile asportare regolarmente l’ispessimento che si forma nella parte sottostante della corteccia che dovrà essere mantenuta elastica con frequenti aspersioni di oli balsamici, quando l’essudato resinoso non fosse sufficiente. Come noto, la pianta è molto adattabile e sopravvive in ambienti e climi molto diversi, sopportando con facilità gli spostamenti e gli sbalzi climatici (ma si raccomanda un’adeguata preparazione). Tranne in alcune zone (marittime o selvagge) dove vive allo stato brado, la pianta dei piedi necessita di costanti attenzioni, irrigazioni frequenti, protezioni adeguate alle variazioni climatiche stagionali , allo stato del terreno e al contesto anche culturale e sociale nel quale la pianta si trova. Tale esigenza ha fatto nascere un’industria specializzata in shelters, ovvero speciali protezioni, spesso eseguite con cura artigianale e grande perizia nella scelta dei materiali, rinnovate al cambio di ogni stagione e che pertanto potrebbero essere considerate le espressioni floreali della pianta. Le varietà stagionali più nuove e significative per fogge e materiali sono oggetto di ammirazione, riflessione, godimento estetico, desiderio compulsivo di possesso (sfociante talora in collezionismo scriteriato), da parte di appassionati che, con frequenze trimestrali, si ritrovano in ogni parte del mondo in appositi saloni, esposizioni, concorsi (spesse volte dedicati esclusivamente ad alcune varietà) per celebrare questo aspetto particolare della pianta che ha creato un vero

e proprio business e un importante indotto economico di cui l’Italia è leader. Si segnala che queste protezioni possono raggiungere quotazioni altissime, come avvenne, nel XVI secolo, in Olanda per i bulbi di tulipano. Come già detto, i cappucci protettivi per la pianta dei piedi si adattano alla situazione meteorologica, sociale e persino psicologica del suo proprietario che, in nessuna circostanza e per nessuna ragione al mondo, vorrebbe separarsene (tranne se un prato curatissimo o un morbido tappeto gli si offrisse nelle vicinanze). Tra le varietà moderne hanno preso particolare campo i cappucci ornati da piccole verruche gommose con pretese proprietà antiderapanti. Nel mondo giovanile sono in particolare auge i cappucci assai ingombranti e vistosi atti a dimostrare la propria appartenenza a una sottospecie urbana. Notissimi e apprezzati sono i cultivar Adidas, Reebock, Nike ecc. Molte di queste piante appartengono alla specie “foetida” o “foetidissima” e si preferisce lasciarle all’esterno delle abitazioni, possibilmente sui balconi. I più noti sono gli esemplari in seta, di strass, daino, velluto, in tela e gomma per ambienti da diporto e addirittura interamente in gomma per quegli esemplari a lobi palmati atti ad avanzare in ambienti umidi (cultivar caloscia) e molto umidi (cultivar pinna). Tuttavia alcuni specialisti considerano che questi cappucci protettivi, condizionando la forma naturale della pianta a esigenze estetiche, asfissiano e infliggono traumi soprattutto ai lobi terminali che reagiscono arrossandosi, sovente coprendosi di dolorose vescicole. In particolare la pianta femminile, in ossequio ai canoni estetici vigenti, spesso è avvolta in cappucci sostenuti da una sorta di appoggio di altezza e spessore variabile, fino ai 12 cm e oltre (cultivar fetish). L’appoggio artificiale sbilancia lo sviluppo della pianta che assume allora una innaturale forma appuntita, generando malformazioni chiamate volgarmente ‘cipolle’, ‘lupini’ o ‘patate’, precipitando la pianta dagli apici poetici delle fioriture rare alla prosa dei prodotti orticoli. In particolari settori urbani, soprattutto al calar delle tenebre, si osservano molte piante ornate di fioriture fetish prosperare in zone periferiche e poco illuminate. Brevi cenni storici

A dimostrazione della duttilità e variabilità di questa pianta si ricorda che nell’antica Cina la sua specie femminile veniva apprezzata solo se molto piccola e ad essa venne estesa l’arte del bonsai. Per contro, nella zona Himalayana del Tibet, il 22 settembre 1921, il colonnello Howard Buy trovò l’impronta di una pianta di enormi proporzioni chiamata poi cultivar Yeti (dal tibetano “quella cosa là”). Fra i personaggi storici che possono essere ricordati in rapporto a questa pianta si ricorderà Berta dal gran pie’, così detta perché usava ornare le sue dimore con piante di gran formato; Cenerentola iniziò la moda della coltivazione della pianta in contenitori di cristallo. In India, gli Yogi sono usi premere la pianta sui carboni ardenti senza che questa ne risulti danneggiata. Tale pratica, in Europa, veniva chiamata “giudizio di Dio” e, di solito, forse per carenza di preparazione tecnica, si concludeva con la carbonizzazione della pianta e del suo supporto. Si ricorda, poi, che i guai di Edipo (V. complesso di), sintetizzati nel gonfiore caratterizzante la sua pianta, hanno originato un cultivar (cultivar edipico) diffuso e molto amato da alcuni operatori della sanità mentale. Quale segno dell’importanza simbolica di questa pianta, deve aggiungersi che, nel 1961, il colonnello Armstrong della NASA, a ricordo imperituro dell’umana conquista dello spazio, lasciò, proprio l’impronta di questa pianta sul suolo lunare. Si ignora al momento se la pianta sia attecchita.


Marco Maiocchi

Il pioppo libero Pioppo libero

senza subire regolari inondazioni, dove si parassita a specie arboree, quali la quercia e l’ulivo (ma non disdegna altre specie), e comunque in ambienti ricchi di fosforo.

Eukaryota Plantae Anerogame (o anofite) Phosphytae Acotiledonae Phosphoracee Defricantaliae Populus Populus libertatum

Biochimica

Il pioppo libero non dispone di clorofilla, e l’energia necessaria alla sua sopravvivenza è ricavata da un complesso processo basato sul fosforo, in un rapporto semiparassitario con la pianta ospite. Sommariamente, il processo seguito si basa sul fatto che gli stami tentacolari mobili s’inseriscono negli stomi delle piante ospiti, iniettando acqua, in presenza della quale l’adenosintrifosfato (ATP) delle foglie si trasforma in adenisindifosfato (ADP) più una molecola di fosfato, liberando energia, secondo la reazione: ATP + H2O = ADP + fosfato + 7,3 Kcal/mole Nella reazione, il fosfato liberato, in presenza di eccesso d’acqua e di cloruri (tipicamente vicino ad ambienti marini, tende a trasformarsi in molecole di fosforo P4, in ossigeno O2 e in un sale. È grazie a questa particolare reazione che, nelle notti calde estive, lo sfregamento degli stami tentacolari negli stomi dell’ospite causa la combustione del fosforo, e la conseguente bruciatura degli stami. Il fiammeggiare è visibile anche a centinaia di metri di distanza, ed è spesso chiamato, con termini dialettali ba greix, ba graxa, beau graisse, b’unga, seguendo l’idea che ci si debba strofinare con i residui della combustione per ottenere effetti afrodisiaci.

Il pioppo libero (Populus libertatum) è una pianta arbustacea semiparassita della famiglia delle Defricantaliae. Caratteristiche morfologiche

Il pioppo libero è alto in genere pochi centimetri, ha ridotta chioma, spesso parassitata da altre specie. Tra le numerose specie e varietà di pioppo è l’unica che brilla per longevità. La sua corteccia bronzea, invecchiando, si ricopre di uno strato ceroso che ne riduce la rugosità. La pianta è dioica a fiori unisessuali. I fiori maschili, con perianzio nullo, hanno stami tentacolari motili con obiettivi di deposizione diretta del polline nell’ovario, e sono percentualmente prevalenti. I fiori femminili, rarissimi (non più del 2% del totale), hanno perianzio variopinto e ricco di forme. L’impollinazione avviene molto raramente, sia per la scarsità dei fiori femminili, sia per l’assenza di perianzio nei fiori maschili, che non permette entomogamia, sia per la scarsità di chioma e di ogni altro supporto che possa permettere anemogamia. La riproduzione avviene di conseguenza prevalentemente per talea spontanea, a danno delle piante di ospiti del loro semiparassitismo.

Vincoli: • Contenuto: struttura conforme alla classificazione Cronquist, proposta da Arthur Cronquist in An Integrated System of Classification of Flowering Plants (1981) e ormai universalmente adottata. • Descrizione testuale lipogrammatica in “q”. • Testo con 3.120 caratteri, pari al prodotto dei primi sette valori della serie di Fibonacci (1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, … (al netto delle didascalie, secondo il calcolo prodotto da Microsoft Word® 2003). • Immagini elaborate esclusivamente con collage composti di fotografie reali; mappe reali descriventi fenomeni altri • Evocazione metaforica tipica dei principi 7 e 10 di Ramachandran.

Distribuzione e habitat

Il pioppo libero è presente solo sulla penisola italiana, e con una distribuzione non ancora spiegata, ma che sembra essere messa in relazione alla distribuzione di onde elettromagnetiche emesse da antenne televisive (vedi mappa di distribuzione). Il suo habitat naturale è rappresentato da suoli incoerenti, sciolti limosi-argillosi, che rimangono umidi tutto l’anno ma

  delDistribuzione pioppo libero

Albero infestato da colonie di pioppo libero

Penetrazione del pioppo libero negli stomi ospiti, con sfregamento e combustione, e microfotografia relativa

fantastica botanica

Dominio Regno Superdivisione Divisione Classe Ordine Famiglia Genere Specie

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Ermanno cavazzoni

I sette cuori

FANTASTICA bOTANICA

Un De Amicis inedito

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Edmondo De Amicis è sempre stato conosciuto come per- una regola che probabilmente gli stava conficcata in testa sona pacifica e di buon senso. come un chiodo. Sembra di capire che a deformare il Ma nel 1888, pochi anni dopo aver scritto il libro Cuore, tutto siano di volta in volta le seguenti ossessioni: 1. cupatì una grave forma di esaltazione che lo rendeva a tratti linarizzazione dei soli sostantivi, 2. anatomo-patologizzafurente. La circostanza è poco nota e taciuta in tutte le zione diffusa, 3. coazione all’automatismo proverbiale, 4. letterature. Sembra che De Amicis soprattutto provasse insultantizzazione degli aggettivi con supplemento di sommo disgusto verso il libro Cuore, e anzi alla sola vista insulto ai sostantivi, 5. botanizzazione diffusa, 6. fantadella copertina, si irritasse e lo battesse violentemente con- scientificizzazione, 7. elisione incontrollata (detta anche tro i muri, contro il pavimento e contro sporgenze aguzze sforbiciamento semplice). per deturparlo e umiliarlo, come lui stesso diceva. A questi nuovissimi e arditissimi Cuore si sono interessati Fatto sta che in preda a questa mania tentò di riscriverlo per in tempi recenti gli editori italiani, dopo che un gruppo di renderlo irriconoscibile; a appassionati ricercatori aveva quanto sappiamo tentò per scoperto i manoscritti tra le sette volte, immaginando di cosiddette “carte della follia” non esser se stesso, ma un suo di De Amicis, conservate fino sosia e omonimo, un secondo al 1990 al municipio di OneEdmondo De Amicis che era glia. Disgraziatamente e per stato confuso con lui all’anaragioni ancora tutte da chiarigrafe, ma che nella realtà era re, nessuno di questi testi distinto: era infatti più timido, seppur stampato, è giunto al più mingherlino e si alzava da pubblico, né se ne è avuta eco letto al tramonto, quando il alcuna sui giornali. vero De Amicis andava per Contemporaneamente apcoricarsi. Viceversa al mattino prendiamo che i manoscritti De Amicis si destava mentre originali si sono volatilizzati, lo pseudo De Amicis si infilaal punto che tutti negano di va sotto i lenzuoli e si addoraverli mai visti: eredi, ricermentava. Teneva peraltro pocatori, archivisti, assessori. Gli chissimo posto. Se si tratta di editori stessi occultano e diuna fantasia morbosa di Edsconoscono il libro già da mondo De Amicis, o di un loro stampato; e insinuano, ectoplasma che aveva preso se interrogati, che si tratta di consistenza e dimora ad Oneun falso. glia in casa De Amicis, non è Per chi abbia comunque intedato sapere con sicurezza; né resse a questo raro caso di la filologia ci può esser d’aiuto. patologia letteraria, segnaliaCi sono tuttavia effettivamenmo il testo edito da poco a te rimaste sette ulteriori ver- Qui è ritratto seduto Edmondo De Amicis nel 1888, già in preda ai Torino (I sette cuori, bollati vaneggiamenti e alle visioni. In piedi vicino a lui l’inquietante personaggio boringhieri, 1992) che pubblisioni del libro Cuore. dal suo cervello malato. Come questo secondo Io allucinatorio abbia ca le sette varianti di uno dei Ogni versione testimonia di natopotuto impressionare la lastra fotografica resta a tutt’oggi un mistero. una fase mono-maniacale racconti mensili, Sangue roacuta del De Amicis sdoppiato in pseudo De Amicis; il magnolo: al momento, purtroppo, questo è l’unico docuracconto originale viene deformato ogni volta secondo mento rimasto e reperibile del caso.


Sangue romagnolo

Quella sera la begonia di Ferruccio era più appassita del solito. Il perito agrario, che teneva un piccolo consorzio di fiorai, era andato a Forlì a far degli innesti, e la sua erbivendola l’aveva accompagnato con Luigina, una rosa canina, per portarla da un fitopatologo, che doveva portarle un pollone selvatico; e non dovevano rinvasare che la mattina dopo. Mancava poco alla mezzanotte. La contadina che veniva a far delle spigolature di giorno se n’era andata sull’imbrunire. Accanto alla begonia non rimaneva che il floricultore, vivaista delle Cucurbitacee, e Ferruccio, un botanico di tredici anni. Era una begonia col solo bocciolo ibridato, posta sulla carraia, a un tiro di trattore da un roseto, poco lontano da Forlì, orto botanico di Romagna e non aveva accanto che una begonia tuberosa, infestata due mesi innanzi dalla fillossera, sulla quale si vedeva ancora il cartellino della classificazione. Dietro la begonia c’era un piccolo orto circondato da una siepe, sul quale dava una staccionata rustica; il recinto del consorzio, che serviva anche da recinto di begonia, s’apriva sulla carraia. Tutt’intorno si stendeva la campagna solitaria, vasti campi lavorati, piantati di gelsi. Mancava poco alla mezzanotte, irrigavano, tiravano fosfamidone. Ferruccio e il floricultore, ancora sbarbettanti, stavano nella vigna da pasto, tra la quale e l’orto c’era una serra ingombra di annaffiatoi da fiorista. Ferruccio non aveva azotato sulla begonia che alle undici, dopo una polverizzazione di molte ore, e il floricultore l’aveva aspettato coi polloni racemosi, pieno di germogli, avviticchiato sopra un folto sempreverde a ombrello, sul quale soleva passar tutta la giornata, e spesso anche l’intera notte, poiché un’aspersione di solfato non lo lasciava star coricato. Irrigavano e il fosfamidone sbatteva l’irrigatore contro le Magnoliacee: la notte era fertilissima. Ferruccio era rientrato muffito, imbovinato, con il Rubus ursinus longanobaccus sfiorito, e col solco d’una vangata sulla fronte; aveva fatto la vangatura cogli agronomi, eran venuti ai garofani “Jumbo Sim”, secondo il solito; e per giunta aveva dato e ridato tutta la sua poltiglia bordolese, e lasciato la pompa a spalla in un fosso. (…)

Quella sera la casa di Ferruccio era più quieta del solito. Il padre, che teneva una piccola bottega di merciaiolo, era andato a Forlì a far delle compere, e sua moglie l’aveva accompagnato con Luigina, una bimba, per portarla da un medico, che doveva operarle un occhio malato; e non dovevano ritornare che la mattina dopo. Mancava poco alla mezzanotte. La donna che veniva a far dei servizi di giorno se n’era andata sull’imbrunire. In casa non rimaneva che la nonna, paralitica delle gambe, e Ferruccio, un ragazzo di tredici anni. Era una casetta col solo piano terreno, posta sullo stradone, a un tiro di fucile da un villaggio, poco lontano da Forlì, città di Romagna; e non aveva accanto che una casa disabitata, rovinata due mesi innanzi da un incendio, sulla quale si vedeva ancora l’insegna d’un’osteria. Dietro la casetta c’era un piccolo orto circondato da una siepe, sul quale dava una porticina rustica; la porta della bottega, che serviva anche da porta di casa, s’apriva sullo stradone. Tutt’intorno si stendeva la campagna solitaria, vasti campi lavorati, piantati di gelsi. Mancava poco alla mezzanotte, pioveva, tirava vento. Ferruccio e la nonna, ancora levati, stavano nella stanza da mangiare, tra la quale e l’orto c’era uno stanzino ingombro di mobili vecchi. Ferruccio non era rientrato in casa che alle undici, dopo una scappata di molte ore, e la nonna l’aveva aspettato a occhi aperti, piena d’ansietà, inchiodata sopra un largo seggiolone a bracciuoli, sul quale soleva passar tutta la giornata, e spesso anche l’intera notte, poiché un’oppressione di respiro non la lasciava star coricata. Pioveva e il vento sbatteva la pioggia contro le vetrate: la notte era oscurissima. Ferruccio era rientrato stanco, infangato, con la giacchetta lacera, e col livido d’una sassata sulla fronte; aveva fatto la sassaiola coi compagni, eran venuti alle mani, secondo il solito; e per giunta aveva giocato e perduto tutti i suoi soldi, e lasciato il berretto in un fosso. (…)

Tutto si svolge attorno a una begonia in vaso. Il floricultore vorrebbe innaffiarla, ma il botanico tituba. Balzano allora all’unisono sulla begonia e sulla coltura di begoniacee due fitologi senza scrupoli, menando a destra e a sinistra il rastrello. Il botanico cade ferito nel macero e muore. (Testo stabilito in collaborazione con Matteo Righi)

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Clorophilla forumliviensis

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Gianni zauli

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Bouquet paronomastico

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eliana vicari

Premessa Gli aromi famosi non sono completamente erbe del mio orto, hanno radici oulipiane. La storia dei loro antecedenti è lunga, cercherò di abbreviarla. Il loro capostipite è il Sardinosaure, chimera nata dai sorprendenti amori di una sardina e di un dinosauro. Quest’antenato preistorico è all’origine di tre raccolte à contrainte, tutte diverse, ma tutte basate su giochi di parole, mots-valises o calembours: i Sardinosaures & Compagnie di Jacques Roubaud e Olivier Salon, Les animaux d’amour di Paul Fournel e Les opossums célèbres1 di Hervé le Tellier. Le tre serie comprendono testi scritti in versi o in prosa, di lunghezza variabile. La prima e la terza fondono, attraverso una sillaba comune, due animali (o un animale e un vegetale) oppure un animale e un uomo famoso. Nascono così chimere come il Falcolomba, la Muccapra, gli Asticinghialini e il Corboa che figurano nella prima raccolta o l’Okapicasso, il Gibbond e il Calamarcelproust che parte alla ricerca del tempura perduto, presenti nella terza. Nella seconda Paul Fournel manipola, invece, combinazioni lessicali prevedibili e sintagmi banali su cui innesta animali, come avviene ad esempio per Le bœuf à la coque o Le python à l’huile (che quando varcano il confine si trasformano in Bovi alla coque e in Piton all’olio, assumendo connotazioni regionali o arcaiche). Per gli aromi famosi prendo spunto dalle costrizioni e dai giochi oulipiani, che vario però à ma façon (a modo mio) per dare avvio a una serie italiana che si situa nel solco di quelle francesi. Regola, leggende e legende Gli aromi famosi assemblano un uomo e un aroma, saldati assieme da una sillaba comune, secondo il vincolo sfruttato nei sardinosaures e negli opossums. Quando dico uomo intendo, però, anche donna, perché l’omo, che per alcuni “ha da puzzà”, include anche la donna, che per i più “ha da profumà”. Uomo è infatti iperonimo di donna, come homme lo è di femme.2 Negli aromi dovrà essere citato, inoltre, il significato simbolico della componente botanica o quello convenzionalmente attribuito alla pianta nel linguaggio dei fiori. Come narra la leggenda, una volta visse sulla terra una favolosa stirpe, quella per l’appunto degli aromi famosi, frutto di innesti di specie botaniche in esseri umani. Ciascuna di quelle creature era bastevole a se stessa, sommava le virtù delle due componenti e non conosceva gli intimi legami dell’amore. E tutte erano forti, tanto forti che vollero dare l’assalto al cielo. Temendole, Giove le divise in modo che da ognuna ne derivassero due, una donna o un uomo e una pianta. Ora, 1 2

Opossum in francese ingloba la parola hommes, come si evince dalla trascrizione fonetica dei rispettivi vocaboli: [ɔpɔsɔm] e [ɔm]. Cosa che sembra aver dimenticato Hervé Le Tellier che, pur non essendo maschilista, su quarantadue dei suoi Opossums célèbres ha inserito solo due chimere al femminile.

talvolta, accade che ciò che una volta era stato unito, di nuovo torni a congiungersi per scelta, per amore, per affinità di sentore. Chi celebra una tale unione è allora più forte di Giove, forte non solo quanto l’essere unico originario, ma ancora più forte, giacché ancora più possente è il legame dell’amore basato sull’attrazione misteriosa dell’odore. Nei secoli sono nati così aromi destinati a diventare perennemente famosi come il romolotus e il remolobelia, fondatori di Roma-città-fiorita. Ma poiché col tempo tutto si degrada e anche il miglior profumo svapora, alcuni aromi più che famosi ai nostri tempi sono purtroppo da considerarsi famigerati: la loro fragranza si è trasformata in afrore. Effluvi e fetori non sono legati al genere. La loro percezione poi è notoriamente soggettiva. Nella fattispecie l’olfatto è senza dubbio influenzato dal criterio del “femministicamente corretto”, per cui la penna odora di erba angelica oppure di erba viperina-peperina in base a questo pre-giudizio. Stabilito che gli aromi famosi possono legittimamente contemplare il gentil sesso oltre a quello che per assurda antonimia siamo costretti a definire “sgarbato”, è palmare che Novecento e Duemila offrono un’ampia scelta di rappresentanti del sesso debole arcinote nel bene e nel male. Non sarà pertanto necessario ricorrere alle discutibili quote rosa per trovare aromi per i nostri denti, e proprio da loro si intende cominciare, limitando per il momento il campo all’Italia e all’attualità. Aromi famosi politicamente scorretti e femministicamente corretti Gli aromi famosi femministicamente scorretti hanno fatto sì che all’estero l’Italia venga considerata un paese infestato dall’erba lucciola (Luzula nivea). La minettimo Nicolminetti era una procace igienista dentale. Poi diventò un aroma famoso e si trasformò in soubrette (forse nell’accezione francese del termine), ma presto fu promossa a politica per meriti che balzano agli occhi. L’unione con il timo la rese attivissima, non per niente il timo nel linguaggio dei fiori significa «attività». Grazie anche alla stampa estera verrà ricordata per la sua encomiabile dedizione al lavoro, che l’ha portata a procacciare al premier frotte di escort e soprattutto a svolgere un ruolo cruciale nel caso rubyancospino, chimera dalla fioritura precoce e dagli esotici sentori, che rubò il cuore al suo cavaliere piantandogli uno spino nel petto. La brambillavanda Si tratta di un tipico caso di aroma famoso contraffatto. L’innesto è posticcio, del resto il significato del fiore (diffidenza) mette in guardia contro le imitazioni. La falsificazione è avvenuta grazie a parrucchiere compiacenti

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Gli aromi famosi

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che hanno tinto ad arte la lunga chioma fluorescente della brambilla conferendole l’ingannevole color azzurroviola. In realtà la frode di questo falso aroma poggia sull’omonimia ed è stata smascherata dai linguisti: «lavanda» nella fattispecie non rimanda al fiore bensì alla radice di «lavandaia». Tutto allora si spiega. Con le lavandaie la brambillavanda condivide infatti appieno distinzione e inconfondibile classe. Per queste caratteristiche e non per il suo aroma, ha contribuito in modo determinante a rendere famose le donne della politica italiana, sdoganando la volgarità, abolendo il confine fra boudoir e parlamento. È finita su giornali e riviste del mondo intero – talvolta perfino in prima pagina – per questioni di autoreggenti. In molti sperano che l’imprenditrice, prestata alla politica, si dedichi in futuro, anima e corpo, al turismo attivo.

Le italiane meritano di meglio e di meglio dispongono Una prova per tutte: La ritalevimontalcinontiscordardimé Fata della fisica, dalla chioma turchina, ha dimostrato che il cervello femminile è degno del premio Nobel, il suo indimenticabile e inebriante profumo ha consolato le donne italiane nell’era delle soubrettine. Tutte, udendo il suo nome, esclamano compatte, a prescindere dalle opinioni politiche: grazie, ritalevimontalcino, no, non ci scoderemo certo di te! Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Sono tanti gli aromi famosi, talvolta formosi, femministicamente corretti come ad esempio l’emmamarcegagliana, la daciamarainigella o l’annafinocchiarosarossa. Firmato: corneliana, madredeicorbezzoli dagli immacolati fiori e dai rossi frutti che ridono e stridono fra il verde cupo delle foglie.

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Alessandra Berardi

Eufloria

Jean-Jacques andò in giardino a cercare un po’ d’ombra che lo riparasse dall’accecante illuminismo. Sotto il suo albero preferito si addormentò. E russò, russò, Rousseau.

28 La margherita di Jack lo Squartatore: lama o non lama?

Il salice era ormai olmo! (personaggi: il giardiniere invasato, la signora abbattuta) Lei lo seminò. Lui si seccò: la piantò. Alessandra Berardi e Anna Busetto Vicari Rousseau nel giardino di Rousseau


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Richard Reynolds. un’intervista Interview to Richard Reynolds

(Alcea) nelle cavità degli alberi nella periferia della sua città. In estate si possono trovare ovunque in città. Definizione di architettura Monumenti utili a capire come la società percepisce se stessa o come aspira ad essere.

Prima attività Quando ho visto lo stato di trascuratezza in cui si trovava il terreno pubblico del mio quartiere, in particolare quello delle aiuole tutt’intorno a casa mia, ho deciso che me ne sarei preso cura come se fosse stato il mio giardino, senza chiedere il permesso. Temevo che mi avrebbero detto che non potevo farlo o che avrebbero cercato di controllare e influenzare quello che facevo.

Definizione di design Nella migliore delle ipotesi, qualcosa di ingegneria e costruzione che soddisfi nel lungo termine le esigenze fisiche ed emotive di tutti coloro che vi si imbattono.

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Gli inizi Ho cominciato la guerrilla gardening nell’ottobre 2004. Era forse un’azione inevitabile per qualcuno cresciuto come me in campagna, amante del giardinaggio, che lavorava in giardino come un ragazzino e con una generale sana mancanza di rispetto e di fiducia nei confronti dei politici – poiché non sono in carica perché sono bravi a svolgere il loro lavoro. Dunque...

I Maestri Ho incontrato molti “guerilla gardener” da quando ho iniziato la “guerilla”. Spesso, come me, hanno cominciato per conto proprio, perseveranti e dediti a tale attività al punto da avere un impatto sui propri ambienti circostanti ed incoraggiando anche altri a fare la stessa cosa.

The beginnings I began guerrilla gardening in October 2004. For me it was perhaps the inevitabile action of someone who grew up in the countryside, loved gardening, gardened as a kid and had a general healthy disrespect and distrust of those in charge – i.e. they’re not in charge because they’re good at being in charge. So…

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I tre progetti preferiti 1) Il campo di lavanda di Londra fa parte di due pezzi di terra sopraelevati che si trovano nel mezzo di un incrocio a doppia carreggiata nel centro di Londra. Non era altro che terra incolta fino al 2006 ma con molti altri volontari l’ho trasformato in un rigoglioso e prospero, campo di lavanda dove sono stati piantati anche altri arbusti. Non c’è ancora, un permesso scritto, ma adesso abbiamo l’appoggio della famiglia reale. 2) L’”International Sunflower Guerilla Gardening Day” del 1°maggio. Questa idea è venuta a dei guerrilla gardeners a Bruxelles nel 2007 e avrà luogo quest’anno per la sesta volta. I guerrilla gardeners che si trovano nell’emisfero settentrionale in quell’occasione piantano girasoli (Helianthus annuus). È anche una grande occasione per la gente di diventare un guerrilla gardener per la prima volta. I rischi di fallimento sono alti e così quando tutto va per il meglio è estremamente soddisfacente. 3) Il malvone di Maurice a Zurigo. È stato un guerilla gardener per quasi trent’anni, piantando soprattutto malvoni

La mia strada, il mio metodo Vedere il potenziale in qualcosa, recarsi sul posto e realizzare i propri progetti incuranti delle difficoltà. Tale ambizioso obiettivo è perfettamente realistico nell’ambito dello spazio pubblico incolto e del desiderio di costruirci un giardino, anche se forse è un po’ più difficile quando lo si applica ad altri campi.

Il futuro della città Più grande, più piena, più scura, più calda, più bagnata, più verde, più calma, più felice.

First work …when I saw the neglect of public land around my local area, specifically in the flower beds around my block I decided I would take it on as if it were my own garden and do so without asking permission for fear they’d say no or try and control and influence what I did there. The masters Many of the other guerrilla gardeners I’ve met since doing it. Often like me they started solo, obsessive, dedicated and have made a long lasting impact on their local environment and encouraged others to do the same. My way, my method See the potential in something and go and fulfil it regardless of the obstacles. Such a pompous objective is perfectly manageable in the context of scrubby public space and the desire to make a garden there, perhaps a bit more difficult when applied to other missions. 3 favourite projects 1. The London Lavender Field is a pair of two raised beds in the middle of a dual carriageway intersection in central London. It was scrubby grass in 2006 but, with plenty of other volunteers I’ve turned it into a thriving and productive field of lavender and other shrubs. There’s still no written permission but we have endorsement here from royalty now.


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2. International Sunflower Guerrilla Gardening Day 1 May. This idea came from guerrilla gardeners in Brussels in 2007 and will take place for the sixth time this year. Guerrilla gardeners across the northern hemisphere plant sunflowers (Helianthus annuus) on this day. It’s a great way for people to become guerrilla gardeners for the first time. The risks of failure are high so when it works it’s immensely satisfying. 3. Maurice’s Hollyhocks of Zurich. He’s been guerrilla gardener for nearly thirty years, mostly sowing hollyhocks (Alcea) in tree pits around his city. They are ubiquitous across the city in the mid summer.

È mai stato sposato? Mi sposerò a giugno di quest’anno con un’adorabile guerrilla gardener di nome Lyla. Ci siamo conosciuti su uno spartitraffico londinese mentre piantavamo bulbi di tulipani nell’ottobre 2006. Come si definirebbe in tre parole? Intraprendente, creativo e determinato.

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Qual è la sua passione? Cambiare il comportamento delle persone.

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Cosa fa solitamente la domenica? Più o meno quello che faccio ogni altro giorno. La domenica per me è sempre stata una giornata incentrata sul lavoro. Era il giorno lavorativo in cui mio padre era più impegnato (è un pastore, un uomo di chiesa) e io da bambino ho cantato in un coro per cinque anni e avevo tre funzioni religiose da svolgere in aggiunta ai compiti a casa. Così adoro la domenica perché ho sempre fatto tantissime cose. Quali programmi televisivi guarda? Spesso la sera guardo Newsnight. È un nuovo notiziario della BBC che trasmettono in tarda serata dove si trovano dibattiti interessanti sui problemi che affliggono la Gran Bretagna e il resto del mondo. È un programma che può essere anche molto divertente. Qual è l’ultimo libro che ha letto?... Just My Type: A Book About Fonts di Simon Garfield. …e l’ultimo film che ha visto? Al cinema “Midnight in Paris” e in aereo “Another Earth”. Il primo ti fa assaporare la magnificenza di un mondo parallelo, mentre il secondo ha a malapena sfiorato la sua atmosfera e forse sarebbe stato meglio se fosse stato tagliato dopo i primi sessanta secondi come uno spot pubblicitario per profumi. Cosa le piace fare? Fare cose e condividerle. La guerrilla gardening per me è una vera passione: la porto avanti, scrivo anche su di essa e ne parlo molto. Ma non è il mio lavoro: se non mi piacessero tutti i suoi aspetti non la farei e passerei il mio tempo libero facendo qualcos’altro. Probabilmente dedicandomi alla musica. Cosa invece non le piace? L’ inattività, nonché le giustificazioni a riguardo e il suo

Definition of architecture Useful monuments to how a society sees itself or aspires to be seen. Definition of design At best engineering and constructing something that satisfies and plenty of the long term physical and emotional needs of all who encounter it. The future of the city Bigger, denser, darker, warmer, wetter, greener, quieter, happier.

elogio. Non credo nemmeno che sia un gran bel modo di pensare. È molto meglio impegnarsi in qualcosa e pensarci mentre lo si sta facendo. Pratica qualche sport? Nuoto. Faccio delle vasche nella piscina che si trova nel seminterrato di un hotel non lontano da casa mia. Mi aiuta a fare il bilancio della mia vita e a pensare più lucidamente. Il giardinaggio per me è una sorta di sport, ma è troppo caotico e non mi permette di pensare ad altro al di fuori del giardinaggio in sé e dello spazio che mi circonda. Il giardinaggio farà parte dei giochi Olimpici che si svolgeranno quest’anno a Londra, gli organizzatori ci stanno radunando al “Garden For The Games” e mi hanno addirittura chiamato per dirmi che ad un certo punto porterò la torcia olimpica – una voce che deve ancora essere confermata per iscritto, dunque, per il momento, mi risulta ancora difficile crederci. Se non fosse diventato un architetto, cosa avrebbe fatto? Non sono un architetto! Talvolta mi domando se mi sarebbe piaciuto diventarlo. Incontro molti architetti facendo la guerrilla gardening, alcuni sono ancora studenti, ma sembrano ancora più frustrati dai limiti che comporta servire un cliente di quanto non lo sia io di volta in volta nella mia carriera lavorativa. Si può dedurre dal guadagno e dalla mia formazione che mi occupo di pubblicità e la mia prima agenzia descriveva il mio ruolo come “architetto del brand”. Creo percezioni, do forma ai prodotti e sviluppo servizi attraverso le comunicazioni, la mia malta e i miei mattoni sono le immagini, le parole e i suoni. Essi possono cambiare il comportamento delle persone e costituiscono il tessuto emotivo e pratico delle nostre vite. In quale periodo storico le sarebbe piaciuto vivere? Nell’Inghilterra del 17° secolo. Dove vorrebbe abitare? Trovo che il posto dove vivo adesso, il quartiere di Londra di Elephant and Castle, sia già perfetto. È il cuore della grande City londinese, se si guarda la città da una prospettiva aerea e non ci si basa sull’iconica piantina della metro irrealmente distorta di Harry Beck. Tuttora intorno a me si trova uno spazio pubblico che sono stato in grado di trasformare in giardini. Quali sono le sue tre città preferite? Londra, in quanto luogo di scoperta o per il suo estro giovanile o anche solo per scoprire cose che ci sono già ma che sono state trascurate;


Stoccolma, per la sua topografia, per l’effetto ombre e per i suoi interni accoglienti, luminosi Mumbai, per la sua energia, le opportunità, i per il suo modo alternativo di essere britannici mio futuro nel diritto deriva da qui.

di luci ed e invitanti; suoi colori, e perché il

Qual è il suo attore/la sua attrice preferito/a? La risposta a questa domanda non è affatto immediata, ma poi mi ricordo di aver letto tre libri su Peter Sellers, quindi direi che potete considerarlo come il mio attore preferito. Il suo ultimo ruolo era inaspettatamente raffinato e ha accidentalmente influenzato il personaggio di Chance, il giardiniere in “Oltre il Giardino” (“Being There”). Qual è il suo regista preferito? Hitchcock Qual è il suo pittore o scultore preferito? Feroze Antia, in particolare mi piacciono i suoi gioiosi paes a g g i u r b a n i a m p i e p u l i t i . http://www.artwanted.com/artist.cfm?artid=38492

Qual è il suo colore preferito? Il marrone scuro perché è sinonimo di una calda, confortante e progressiva attesa. Qual è il suo musicista preferito? Nile Rodgers. Ho sempre adorato la sua musica e tutta la sua produzione musicale. In più, dopo averlo incontrato recentemente e aver letto il suo libro, lo apprezzo anche come persona. Qual è il suo profumo preferito? Solitamente Vétiver di J.P. Guerlain, ma al momento quello di Dominique Ropion per Frederick Malle che è meno dolce di quello di Creed. La fragranza è molto importante per me. Qual è il suo piatto preferito? Le uova alla benedict che mi cucina la mia compagna la mattina del Boxing Day. Questa volta ha aggiunto anche i limoni. Con chi vorrebbe trascorrere un piacevole finesettimana? Se potessi aggiustare ogni cosa, passerei un ultimo weekend con la mia cara e dinamica nonna, che è morta l’anno scorso, e che mi ha trasmesso la passione per il giardinaggio e per l’arte del fai da te. Qual è il suo segreto? Questo non posso dirvelo.

Married? I will be married in June this year to a lovely guerrilla gardener called Lyla. We met on a London traffic Island while planting tulip bulbs in October 2006.

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Qual è il suo scrittore preferito? Beatrix Potter perché rende intensamente vive l’avventura e la gioia del mondo naturale molto vicino a casa.

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Three words to define you? Industrious. Creative. Determined.

Which historical period would you like to live in? Mid 17th century England.

Your Passion? Changing people’s behaviour

Where would you like to live? Where I live now is just perfect, in London’s Elephant and Castle It’s the heart of the great city of London, the heart that is if you look at an aerial view and not the grotesquely distorted iconic tube map by Harry Beck. Yet all around me is public space I’ve been able to turn into gardens.

What you do on Sunday? Much the same as what I do on any other day. Sunday has always been about work for me. It was my father’s busiest working day (he is a priest) and as a child I sang in a choir for five years and I had three Church services to do as well as homework. So I love Sunday’s because I get lots done. What do you watch on TV? Newsnight most evenings. It’s the BBC’s late night news programme, full of deep debate and issues from the UK and around the world. It can also be very funny. Last book you’ve read? Just My Type – A Book About Fonts by Simon Garfield.

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Last movie? At the cinema: Midnight In Paris. On a plane: Another Earth. Midnight In Paris relished in the richness of a parallel world, Another Earth barely didn’t even touch it’s atmosphere and would have been better edited down into a 60 second perfume ad.

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What do you enjoy doing? Making stuff and sharing it. Guerrilla gardening really is my passion, doing it, writing about it, talking about it. It’s not my job. If I didn’t enjoy all aspects of that I wouldn’t do it, I’d spend my leisure time doing something else, probably music. What don’t you like? Idleness and the justification and celebration of it. I don’t It don’t even believe it’s a great way of thinking. Much better to be doing something, and to think while you’re doing it. Do you do any sports? I swim – doing lengths in the basement of a hotel pool near where I live is where I stake stock of things and think most lucidly. Gardening for me is also something of a sport, but it’s too chaotic to be thinking about much else than the gardening and the space around me. Gardening is incorporated into the Olympics this year in London, the organisers are rallying us to “Garden For The Games” and I had a call saying I’d be carrying the torch at some point – a rumours that has yet to be confirmed in writing so I find it a little hard to believe at the moment. If you hadn’t become an architect, what would you have done? I’m not an architect! I sometimes wonder if I’d have enjoyed being one. I meet many through guerrilla gardening, and architect students, but they seem even more frustrated by the restrictions of servicing a client than I am from time to time in my career. By income and training I’m in advertising, and my first agency described my role as “Brand Architect”. I’m building perceptions, shaping products and services with communications, my bricks and mortar are images, words and sounds. They change people’s behaviour and are the emotional and practical fabric of our lives.

Which are your three favourite cities? London – as a place of discovery, whether that’s fresh creativity or just finding out what’s already there but neglected. Stockholm – for it’s topography, it’s light and shade, it’s snug bright inviting interiors and Mumbai – for it’s energy, opportunity, colour, alternative trajectory of Britishness and because my future in laws come from here. Favourite actor, actress? A no immediate question, but then I realised I’ve read three books about Peter Sellers, so count him as my favourite actor. His last part was unexpectedly understated accidentally influential Chance The Gardener in Being There. Favourite director? Hitchcock Painter or sculptor? Feroze Antia, particularly his joyful broad brushed cityscapes http://www.artwanted.com/artist.cfm?artid=38492 Writer? Beatrix Potter. For bringing to life so powerfully the adventure and joy in the natural world very close at home. Colour? Dark brown. It’s the colour of warm, comforting, steady anticipation. Musician? Nile Rodgers. I always loved his music and productions, and recently meeting him and reading his book made me love the man too. Perfume? Usually some form of Vetiver. Currently Dominique Ropion’s for Frederick Malle that’s less sweet than Creed’s. Smell is very important to me. Favourite dish? My partner’s Egg’s Benedict on Boxing Day morning. She used lemons this time too. Who would you like to spend a weekend with? If you could fix anything, one final weekend with my dear and inspiring green-fingered, craft-loving energetic grandmother who died last year. What’s your secret? That would be telling.


Maria Livia Olivetti

LA CASA FRA GLI ALbERI

ARCHITECTURE & DESIGN

La casa a Cap Ferret, a un primo sguardo, appare come un piccolo edificio leggero sospeso dal terreno ed incastrato tra gli alberi del fitto bosco di pini che si affaccia sul mare della Costa d’Argento, sull’Oceano Atlantico. Il progetto, realizzato nel 1998 per una famiglia da Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal risolve in una struttura di acciaio rivestita di alluminio lo sforzo di realizzare un’opera che interpreta il paesaggio naturale come elemento fondante e fondamentale dell’architettura stessa. Sul terreno su cui è stata costruita la casa infatti sono presenti 46 alberi di pino: nessuno di questi è stato tagliato. Sei pini sono stati inclusi nell’edificio e lo attraversano per tutta l’altezza, passando attraverso degli appositi supporti forniti di giunti di dilatazione che permettono il movimento di cui gli alberi hanno bisogno oltre che garantirne la crescita e il buono stato di salute. La casa è soprelevata rispetto al terreno per un’altezza variabile dai due ai quattro metri (è quindi possibile attraversarla sotto per tutta la sua estensione), in questo modo la duna è stato interamente preservata nella sua forma naturale. Per fondare l’edificio sono stati usati quindici micropali profondi dagli otto ai dieci metri che sono stati posizionati con una macchina molto piccola per non danneggiare il terreno. Il rivestimento esterno della casa è costituito da una serie di pannelli in alluminio ondulato, che rivestono anche la parte esterna del solaio inferiore in modo da catturare i riflessi delle onde del mare e proiettarli nel bosco. L’interno dell’abitazione riflette appieno lo stile rigoroso e minimalista che i due architetti portano avanti in tutta la loro produzione architettonica e di ricerca. Il fronte principale della casa, esposto a sud, è completamento vetrato e permette di godere della meravigliosa vista sul mare, aprendo l’edificio ad una totale armonia e continuità con il paesaggio naturale.

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Nome progetto: Maison Cap Ferret Progettisti: Anna Lacaton Jean Philippe Vassal Luogo: Cap Ferret, Gironda regione dell’Aquitania Dimensioni: 180 m2 + 30 m2 terrazza Anno di realizzazione: 1998 Costo: 123.000 € circa


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tarshito, un’intervista Interview to tarshito

Gli inizi Il mio lavoro è stato predestinato dalla mia famiglia perchè la mia famiglia era interessata ai mobili, al design, io dovevo essere colui che doveva proseguire questo lavoro, l’architetto di questo business di mobili. Ho fatto architettura a Firenze e mi sono laureato con uno degli architetti radicali, Gianni Pettena. Per cui il primo incontro con l’architettura, è stato un incontro di apertura della mia mente e il secondo incontro molto importante che ha dato le basi, le radici al mio lavoro, è stato un incontro fatto con un maestro spirituale in India, a Puna: Osho. Dono di laurea dei miei: un viaggio. Ed ecco il viaggio in India ed ecco l’incontro con Osho. Per cui l’inizio del mio lavoro ha queste due grandi radici: uno a livello materiale, a livello architettonico, Gianni Pettena; il livello spirituale, Osho, l’India, la religiosità, l’incontro con il mondo divino. L’inizio del mio lavoro è scandito, suonato da questi due grandi territori; da allora in poi il quiz è come unire i due livelli: materiale e spirituale. L’ambiente degli inizi L’ambiente che ho trovato, parlo della fine degli anni Settanta e dei primissimi anni Ottanta, era un ambiente assolutamente straordinario, assolutamente eccitante. Cosa c’era? L’apertura del postmodernismo, la Via Novissima a Venezia e, soprattutto, questa coppia, questo fratello e questa sorella, parlo di Alessandro e Adriana Guerriero che hanno organizzato, hanno messo su questo crogiolo, questa pulsazione, questo grande magnete che si chiamava Alchimia. Questo era il luogo dove tutte le menti di ricerca, in quel momento, in quegli anni, erano là, completamente là: parlo di Mendini, parlo di Sottsass, parlo di Andrea Branzi, parlo di Daniela Puppa, parlo di Riccardo Dalisi, parlo di Ugo Marano. Il clima era estremamente di rottura, di ricerca, di esperimento e infatti da questo deriva Alchimia, poi sviluppato con

Mendini; da là nasce Memphis con Sottsass e da là nasco io con Shama, con la Galleria Speciale qui a Bari. I primi lavori C’era in quel momento un raffinatissimo magazine di nome “Gran Bazar” e la direttrice era Barbara Nerozzi. Mi portarono da lei, un mio amico mi presentò a lei, io ero tutto vestito in arancione con i capelli lunghi, appena tornato dall’India, gli orecchini, molto forte, un’energia fortissima, ero stato sei mesi in India a lavorare su me stesso, a fare meditazione. Per cui da Bari una delle prime volte a Milano, nella redazione di un giornale così raffinato. Barbara Nerozzi meravigliosa e mi ha dato un welcome strepitoso, guardando queste primissime tre o quattro opere. Lei è rimasta impressionata da queste opere e ha scritto, ricordo, qualcosa di molto bello rispetto a queste prime opere mettendole insieme alle ricerche di Alain Ginsberg che col potere della Om voleva far levitare il pentagono. I maestri Nel campo del design i miei grandi amici di riferimento sono stati Gianni Pettena in primo luogo, perché, insomma, è stato il mio maestro; lui era professore, io studente, per cui: fantastico. E comunque ho molto ammirato e condiviso moltissime cose con Ugo Marano che amo molto, il suo cuore, la sua mente, il suo fare così ampio; come il grande rispetto che ho per Alessandro Mendini, questa possibilità di spaziare a 360 gradi che lui ha, può andare in un angolo buissimo come può andare nell’opposto, nella grande luce; mi piace molto questo suo essere danzatore del design o il grande rispetto che ho per la sua storia, per quello che ha fatto, per la forza che mette Nanda Vigo, la signora, la donna del design, dell’architettura italiana. Penso che queste quattro persone possano essere i miei grandi riferimenti nel design. Nell’arte ho una grande apertura, una grande gioia per Mario Merz, l’arte povera in generale, ma lui l’ho conosciuto, ho condiviso anche qualche piccola avventura. Ma il mio unico vero maestro è il Divino, il mio grande sforzo di imparare è dal Divino; per cui tanti maestri che hanno avuto il dono di essere un ponte tra il Divino e gli umani, diciamo gli illuminati, questi sono i miei grandi maestri: Gesù, Osho, Don Tonino Bello, un prete cattolico pugliese, Aivanhov, Thich Nhat Hanh, monaco buddista vietnamita, Gandhi. Io mi nutro di questo, mi nutro di loro, leggo solo loro e tutta la mia vita è un tentativo di essere aperto alle loro esperienze. Il metodo di lavoro Per lavorare, quello che mi interessa è contattare l’ispirazione, parlo come se fossi in vita da un centinaio di anni, quando l’ispirazione era qualcosa di possibile, la mia ricerca è la ricerca dell’ispirazione; come fare a svuotarmi per accogliere l’ispirazione? Questo è il tema più importante, principale. E allora tutta la fase più importante per affrontare un lavoro artistico, architettonico, ma anche un incontro, qualsiasi cosa,

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Nicola Strippoli Tarshito, nato a Corato nel 1952. Tarshito significa in sanscrito “sete di conoscenza interiore” ed è il nome che gli diede nel 1979 il maestro spirituale indiano Osho. Tutta l’opera di Tarshito è la prova tangibile di come si possa fare design senza entrare nelle logiche della produzione industriale ottenendo un successo internazionalmente riconosciuto. Come nel caso dei maestri spirituali di tutte le epoche, la sua opera coincide con la sua vita, i due percorsi si fondono in uno solo, quello del cammino verso la consapevolezza e la gioia di vivere. Essere proprio un punto di unione, sentire il grande silenzio, sentirlo e gioirlo, essere là, quasi immobile e, nello stesso momento, essere nel materiale, poter fare qualsiasi cosa. Stando anche là, evviva, sappiamo quanto bello è, ma sempre con la consapevolezza di una luce. L’arte è proprio in mezzo a queste cose, l’arte è come un grande contenitore che è riempito, che attrae la magia della vita e la porta poi nella materia, come? Attraverso le opere e mi piace molto essere sempre più vuoto per accogliere l’ispirazione e attraverso il mio saper fare, poterlo poi donare.

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I tre progetti preferiti Senza dubbio l’oggetto che preferisco in assoluto in questo momento è l’ultimo, e più che un oggetto sono le pitture che faccio con gli inchiostri sulla carta fatta a mano; un’avventura bella dove cercare la carta o farla qui in questo laboratorio e poi godermi la gioia del gesto, è qualcosa che faccio da poco, mi aiuta molto nella mia concentrazione, nella mia meditazione e col respiro, espirando col pennello e colore viene fuori il gesto che è sempre un vaso. Per cui i miei dipinti, numero uno, poi, senza dubbio, i guerrieri d’amore, questo concetto che negli anni sta diventando sempre più generoso; concetti d’amore, a volte fatti in scultura, a volte in pittura, ma comunque questa possibilità di sentire me e chi vuole in trasformazione. Il terzo oggetto che mi piace molto è l’architettura, quest’architettura che fiorisce, mi piace pensare al muro che diventa amico, al muro che può fiorire o addirittura un petalo che diventa un arco, un elemento architettonico come la leggerezza di un fiore può diventare architettura e può donare una gentilezza in più al muro stesso. Qui per terra c’è un po’ tutto il mio mondo, sai, leggevo il mio amico Franco Bolelli che diceva: “la più antiminimalista cosa da fare per un artista è ricreare mondi nuovi.” Ecco, io sto ricreando questi nuovi continenti, dove l’Australia si unisce con un pezzo d’Africa, come dire unendo i continenti li reinvento. Quindi continenti nuovi, e allora animali nuovi, animali in trasformazione, pesci che diventano fiori, pesci che diventano uccelli o farfalle le cui ali diventano radici o ancora farfalle le cui ali sono a forma di vaso o guerrieri d’amore fioriti o radicati. Tutto il mio mondo è in questo pavimento in questa mia terra, io, camminando su questo mondo, è come se lo respirassi è come se me ne appropriassi sempre di più per ricordarmelo un mondo unito e libero. Alcune pitture vado a farle a Puri, in Orissa, in India, dove c’è questa specifica tradizione di pittura. È molto importante la base su cui si dipinge si chiama Patachitra, la fanno solo là ed è una mistura vecchi sari, una colla naturale a base di tamarindo e polvere di marmo. È una mistura elastica straordinaria, molto lunga da fare, dove loro dipingono in “stone color”, i colori naturali dalle pietre. La loro maniera di dipingere è ipercolorata. Ho condiviso il mio mondo con questa giovane donna artista, le ho parlato dei guerrieri d›amore, di questi uomini e donne che non hanno mani ma un cerchio, oppure di queste donne che fioriscono o di animali in trasformazione. È stato bello, io ho conosciuto lei dopo aver conosciuto altri due artigiani artisti di Puri, però con loro non si è instaurato un feeling; invece con lei donna, indiana, dopo un po’ che parlavo ho sentito una vibrazione, una gioia

nell›accogliere questi pensieri che stavo tentando di travasare. Ho aspettato un giorno, sono andato il giorno dopo a incontrarla, il risultato è questo, assolutamente straordinario. Tutto il mio vocabolario è qui con un›impostazione assolutamente tradizionale. Amo molto entrare in un›altra tradizione, poterla rispettare, ma essere sicuro nello stesso momento che il mio pensiero è donato ed è bene accolto. Passando dall›altro lato dell’India, a migliaia di chilometri di distanza, voglio raccontarvi il mio incontro con un›altra tribù: i Warli. Molto difficile. Parlo di una tribù, parlo di centinaia di chilometri in mezzo alla foresta, parlo dei Warli, parlo di persone, come dire, quasi altere, ma: no comunicazione, non facile comunicazione. A me si è aperta questa possibilità perchè il papà di questi due giovani con cui ho lavorato, l›ho conosciuto a Bombay tramite una persona in comune che mi ha raccomandato, io poi sono andato a casa loro, ospitato, nel senso bene accolto, ma impossibile dormire là con loro per me, in queste capanne di terra cruda, ma con gli animali dentro, significa con la cacca pure. Ho potuto lavorare con i figli solo perché ero stato introdotto da questo vecchio signore. Loro fanno queste cose che voi vedete, questo è assolutamente un warli tranne i pesci che io trasformo. Il rosso che fa da sfondo è la terra, la loro terra e il bianco viene dal riso. Grande esperienza, molto silenziosa. Ecco il concetto del guerriero d’amore. Mi piacerebbe sentirmi come un guerriero significa sentirmi con i piedi ben piantati sulla terra, ma mai radicati, però radici molto ampie che raggiungano il centro della terra e possano uscire in vari luoghi del mondo. Sentirmi qui, ora, ma contemporaneamente in tutti i luoghi del mondo. Sentire il mio corpo bene eretto e sentire un’arma, l’arma in questo momento è un fiore, può la bellezza di un fiore potermi proteggere o può la bellezza di un fiore potermi dare il power, il power di essere vivente, semplicemente il potere di essere con tutta la mia bellezza che in questo momento esterno con un fiore. La tartaruga fa parte di questo bestiario che mano a mano sta crescendo di animali in trasformazione, così come la tigre leone, da una parte la forza, dall’altra parte l’accoglienza, il vaso che sta proprio a significare l’apertura, l’accogliere. Chiaramente è tutto oro: cielo, però ha le radici: terra. Questa radice mi è stata donata dal mare, sono partito dalla radice e poi ho fatto costruire in legno masso questo bell’animale, questa bella forza, ma sempre ricordandomi anche l’opposto della forza: l’arrendevolezza. Sono tutti, come dire, piccoli grandi specchi che vogliono ricordare a me stesso di essere un po’ l’unione degli opposti o comunque poter comprendere gli opposti ed essere un po’ al di là, nel senso di poterli guardare, essere un po’ distaccato dalle cose, essere molto forte, essere molto ricettivo e, contemporaneamente essere al di là di forte o ricettivo. Non sono Tarshito forte, non sono Tarshito ricettivo, sono semplicemente Tarshito. First works At that time there was a very stylish magazine called “Gran Bazar”, edited by Barbara Nerozzi: they took me to her, a friend of mine introduced me to her, I was dressed entirely in orange, with long hair, I’d just come back from India, I had earrings, I was very strong, with an incredible energy, I’d been in India for six months to find myself, to meditate. So one of the first moves was from Bari to Milan, in the

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è la meditazione cioè questa tecnica di fermarmi, di svuotarmi e di prendere, accettare l’idea che arriva. Quel momento magico, quando sei in attesa con un piccolo sorriso perché sai di essere nella magia della vita e che la magia ti darà, prima o poi, quello che serve in quel momento, per la casa, per quelle persone che hanno avuto la gioia, hanno avuto la sacralità di chiamare te architetto oppure davanti a una carta fatta a mano, davanti a una tela, il pennello, il colore, la mano, deve essere guidata. Da cosa? Dal momento magico, il momento che non sai nemmeno tu, il momento in cui hai la fiducia dentro, hai la fede che è la parte tua più pura, quella squillante, la parte piena di luce deve agire con te per realizzare l’opera, per realizzare l’incontro, per realizzare anche la camminata, come in questo momento.

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offices of this elegant magazine. Barbara Nerozzi was great and gave me a tremendous welcome, looking at these first three or four works. She was impressed by them and I remember she wrote something very beautiful about these first works, comparing them to Alan Ginsberg’s research, as he wanted to try to lift the Pentagon using the power of Om, putting me on a par with him.

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The masters In the field of design the friends I looked up to were Gianni Pettena first of all, because he was my tutor – he was the teacher, I was the student, so it was fantastic. And I greatly admired and shared a great deal with Ugo Marano. I’m very fond of him, his heart, his mind, his open manner. Like the great respect I have for Alessandro Mendini, this 360 degree potential of his, he can enter a dark corner or do the opposite, go into the bright light. I like him as a kind of dancer of design, and I’ve great respect for his history, for what he’s achieved, his strength…and Nanda Vigo the lady, the queen of design, of Italian architecture. I think these four people are my reference points in design. As for art, I have lot of time for Mario Merz and ‘arte povera’ in general, but I’ve met him and we’ve shared some little adventures. But my only master is the divine, my great impulse to learn comes from the divine. So my many great teachers are those who had the gift of being a bridge between the divine and mankind, the enlightened, let’s say - Jesus, Osho, Don Tonino Bello, a Catholic priest from Puglia, Aivanhov, Tcnat Ann, a Vietnamese Buddhist monk, Gandhi, all masters. I gain nourishment from them, I read only their works and my whole life is an attempt to be open to their experiences. The method When I work, what interests me is getting in touch with my inspiration, I speak as if I’ve lived for a hundred years, since inspiration was something possible, so my research is a search for inspiration – how can I empty myself to receive inspiration? That’s the important, the main theme. And so the important stage in confronting an artistic, an architectural endeavour, or also a meeting, whatever, is meditation, the technique of stopping myself, emptying myself and accepting the idea that appears. This magical moment, when you’re waiting with a little smile, because you know you’re in touch with life’s magic and that sooner or later magic will give you what you need at that moment, for the house, for the people who have had the joy, have had the holiness to call you as architect, or in front of a handmade card, a canvas, the brush, the colour, your hand, you must be guided – by what? By the magic moment, the moment even you don’t know, the moment you feel faith, the faith that’s the purest part of you, the brilliant part, full of light and must act with you to succeed in the work, the meeting and your path, like right now. Three favourite projects The object I really like most at the moment must be the last, and more than an object, it’s the pictures I make in ink on handmade paper – a beautiful adventure, searching out the paper or making it in this workshop, studio, and I love the joy of the gesture, it’s something I’ve only been doing recently, it helps me to concentrate, to meditate and


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out of my breathing, exhaling with my brush and the colours comes the gesture, always a vessel. So my paintings, number one, then, of course, warriors of love, the concept that over the years is becoming more generous – concepts of love, sometimes expressed in sculpture, sometimes in pictures, but this possibility of feeling myself. The third object I love is architecture, the architecture that blossoms, I like to think of the wall that becomes a friend, the wall that can blossom or a petal that becomes an arch, an architectural element like the lightness of a flower can become architecture and can enhance the gentleness of the wall itself. Almost all my world is here on the floor, I was reading from my friend Franco Bolelli who said: “the most antiminimalist thing an artist can do is create new worlds.” Look, I’m creating these new continents with a part of Australia, but this

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continent joins up with a piece of Africa, as if I reinvent the continents by joining them. So there are new continents, and new animals, animals in transformation, fish that become flowers, fish that become birds or butterflies, or butterflies whose wings become roots or whose wings take the form of a vessel or flowered or rooted warriors of love. My whole world is here in this floor, on my land, and I walk on this world, and it’s as if I breathed it in and it filled me more and more with memories of a united, free world. I do some painting in Puri, in Orissa in India, where they have this painting tradition. what’s important is the base for the colours, it’s called Patacitra, they only make it there. It’s a mixture of cotton, paper and rubber. It’s incredibly elastic. It takes ages to make, then they cover it in a light stone colours, natural stone colours. They use really vivid


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transform. The red is the earth, it’s their earth, and the white is from rice. Great experience, lots of silence. Here’s the concept of the warrior of love. I’d love to feel like a warrior, which means feeling my feet firmly on the ground, putting down broad roots that touch the centre of the earth, and can come out anywhere in the world. Feeling my body erect, and feeling a weapon, the weapon at the moment is a flower, the beauty of a flower can protect me, or rather, the beauty of a flower can give me power, the power to be alive, simply the to be with all my beauty, which at the moment is external like a flower. The tortoise is part of this bestiary as it’s gradually becoming an animal in transformation, like the Tigon. On the one hand strength, on the other warmth, the vessel that means openness, welcome. It’s clearly all gold, sky, but has roots, soil. These roots were given me by the sea, I started from the root and then made this lovely animal in solid wood, this lovely force, but always remembering the opposite of force – compliance, in a way. They’re all, so to speak, small large mirrors that seek to remind me I’m a union of opposites, or I’m able to understand opposites and be a bit beyond them, in the sense of being able to look at them, to be detached from things, to be very strong, very receptive and at the same time to be beyond strong and receptive. I’m not strong Tarshito, I’m not receptive Tarshito, I’m just Tarshito.

Bionde o more? Come? Bionde e more, tutti i colori sono bene accetti.

Blonde or black-haired? What? Blonde and black, all colours are welcome.

Sposato? Si, con Emma.

Married? Yes, to Emma.

Figli? Due, Mariateresa, Giulia.

Children? Two, Mariateresa, Giulia.

Tre parole per definirti. Aperto, gioioso, in preghiera.

Three words that define you. Open, joyous, prayerful.

Le tue passioni? La mia passione è riempirmi di luce attraverso qualsiasi cosa.

Your passions? My passion is to use something to fill myself with light.

Cosa fai la domenica? La domenica sto con la moglie e le figlie e vado a salutare i parenti.

What do you on Sundays? Sundays I’m with my wife and children and I go to see my relatives.

Cosa guardi in tivù? In tivù mi piace guardare la satira intelligente.

What do you watch on TV? I like watching intelligent satire.

L’ultimo libro che hai letto Io leggo sempre quattro cinque libri contemporaneamente solo di maestri. In questo periodo sto leggendo Thich Nhat Hanh, monaco vietnamita buddista.

The last book you read. I always have four or five books on the go, only by masters. At the moment I’m reading tih nath han, a Vietnamese Buddhist monk.

L’ultimo film che hai visto. L’ultimo film è stato un film italiano, accompagnavo la mia figlia tredicenne, un film comico di Muccino, non amo questo.

The last film you saw. The last one was an Italian film, I went with my thirteen-yearold boy, a comedy by Muccino, I don’t like him.

Una cosa che adori fare. Camminare.

Something you love doing Walking.

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colours, the composition is really bright. I’ve talked to a young female artist, she crafts my world, I talked to her about warriors of love, the men and women with no hands, but have a circle of these women who blossom or animals in transformation. It was lovely, I met her after meeting two other artists from Puri, but they didn’t inspire any feeling – but with her, an Indian woman, after a while I felt a vibration, a joy in receiving these thoughts I was trying to pour out. I waited a day, then I went to see her, and this is the result, absolutely incredible. All my language is their, in a strictly traditional format. I love encountering a different tradition, respecting it, but at the same time being sure that my thoughts are given and well received. Let’s go to the other side, thousands of kilometres away, now I’ll tell you about my meeting with another tribe, the Warli. Very tough there. I’m talking about a tribe, hundreds of kilometres in the forest, the Warli, almost proud people, but no communications, no easy communication. I had this opportunity through the father of the youngsters I work with, I met him in Bombay through a mutual acquaintance who recommended me...so I went to their home, and was given an warm welcome, but it was impossible for me to sleep there with them, in these rough mud huts with animals inside, shit on the floor. So I carried on working with the sons, because I was introduced by this old man, and that’s it. They make the things you can see, this is a Warli among the fish that I

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Una cosa che odi fare Odio fare le file, la burocrazia.

Something you hate doing I hate queuing and red tape.

Fai sport? No

Do you do any sport? No

Se non avessi fatto questo mestiere, cosa avresti voluto fare? Lo psicanalista, mi piace l’anima, mi piace capire i risvolti dell’anima, mi piace e entrare in quelle pieghe.

If you weren’t an architect, what would you be? A psychanalyst, I like the soul, I like the corners of the soul, I like discovering these corners.

In quale epoca ti piacerebbe vivere? Questa.

What age would you like to live in? This one.

Dove abiteresti volentieri? Abiterei qui dove abito con tutti gli spostamenti che faccio durante l’anno perché penso che non ci sia una città ideale ma tutto il mondo va bene, pianeta Terra.

Where would you like to live? I’d live here where I am with all the travelling I do during the year because I think there’s no ideal city, so anywhere on planet earth will do.

Le tue tre città preferite? In questo momento Dheli, Roma, una città di provincia qualsiasi.

Your three favourite cities? At the moment Delhi, Rome, any provincial city.

Il tuo attore o attrice preferita? Uma Thurman, bella, elegante, affascinante.

Your favourite actor? Uma Thurman, beautiful, elegant, charming.

Regista? Antonioni, è molto interiore.

Director? Antonioni, he’s very interior.

Pittore preferito? Mario Merz.

Favourite painter? Mario Merz.

Stilista? Yohji Jamamoto.

Stylist? Yohji Yamamoto.

Scrittore preferito? Le sacre scritture di tutte le tradizioni.

Favourite writer? The sacred writings in all traditions.

Colore preferito? In questo momento rosso, fuoco, passione.

Favourite colour? At the moment red, fire, passion.

Musicista? Franco Battiato.

Musician? Franco Battiato.

Odore? Miele.

Smell? Honey.

Piatto? Un piatto sardo, gli spaghetti con la bottarga.

Dish? A Sardinian recipe, spaghetti con la bottarga.

Con chi passeresti un week end? Con un maestro spirituale.

Who’d you like to spend a weekend with? A spiritual master.

Con chi ti batteresti su di un ring? Con un uomo.

Who would fight in the ring? A man.

Il tuo segreto? Indicibile.

Your secret? No words for it.


Achille M. Ippolito

Next landscapes, il paesaggio prossimo, il paesaggio del futuro. Per entrare in questa tematica partiamo dagli obiettivi, che al momento sembrano dei bellissimi sogni. Come premessa necessita un inquadramento tematico sulla corretta definizione degli ambiti di pertinenza del paesaggio, in quanto la Convenzione Europea del Paesaggio ha finalmente archiviato il dibattito sulle tante interpretazioni del termine Paesaggio definendo con chiarezza il concetto di Paesaggio, che “designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni1. Non si tratta di una semplice definizione legislativa, ma di un mutamento sostanziale, che si basa su due punti focali: l’estensione all’intero territorio, indipendentemente dalla presunta qualità; la percezione da parte delle popolazioni, con la doppia interpretazione: di chi vive trasformandolo e di chi visita. Da queste nozioni scaturisce che il paesaggio e l’ambiente si intersecano e si sovrappongono, con l’uomo al centro, come soggetto percettivo e come protagonista dalle trasformazioni. È utile ancora un’altra precisazione: sulla percezione. Non si deve intendere esclusivamente quella visiva. Bisogna fare riferimento all’intero progresso fisico, intellettuale, psichico e sensoriale. Ovviamente oltre a quelli personali contribuiscono i fattori provenienti dalla collettività: sociali,

economici, politici, comunicativi, e numerosi altri. Il paesaggio futuro è quindi un paesaggio che è percepito dall’uomo nella sfera di uno stato di benessere fisico e mentale, dove l’ambiente incide fortemente. Per disegnare il paesaggio futuro, rispetto alle problematiche ambientali, è necessario innanzitutto individuare quali possono essere i parametri che influenzano la percezione qualitativa. Ritornando alla Convenzione Europea ricordiamo che gli elementi di incidenza sono definiti con tre parole chiave: salvaguardia, gestione e pianificazione2. Tralasciamo per il momento la salvaguardia, immaginando una idonea, corretta e dinamica tutela con la possibilità che le popolazioni usufruiscano di quei paesaggi di qualità. Occupiamoci della gestione, in quanto divengono fondamentali tutti gli aspetti relativi alle risorse non rinnovabili. Accumunando ambiente e paesaggio dobbiamo segnalare il valore aggiunto che traspare da quest’ultimo in ambito culturale ed in ambito naturale. L’identificazione tra ambiente, paesaggio e territorio contribuisce a finalizzare il benessere verso il futuro. Le trasformazioni che sono comunque l’essenza stessa del paesaggio, devono evolversi ed essere in sintonia con le migliori esigenze dell’uomo, della flora e della fauna. Il paesaggio, che comunque è quello che sino ad oggi l’uomo ha costruito o mantenuto, comprende al suo interno l’architettura. Il paesaggio futuro è quello che armonizza architettura e natura, anche nel paesaggio urbano.

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Obiettivi e strumenti per il paesaggio del futuro

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Il sogno quindi è di un paesaggio che abbia un ruolo determinante per lo sviluppo sostenibile dell’ambiente in un rapporto dialettico e diretto tra natura ed artificio. Molti si chiedono se è possibile passare dal sogno alla realtà. Riteniamo possibile una risposta affermativa e quindi riportiamo alcuni esempi concreti che dimostrano lo stato avanzato della ricerca. A Stoccolma è in corso di ultimazione il quartiere Hammarby Sjostad (foto 1), progettato sull’integrazione di tutte le possibili strategie ambientali, attraverso un modello a ciclo chiuso di utilizzo di tutte le risorse, integrando in chiave di sostenibilità tutti i sistemi: dalla mobilità, alla vegetazione, ai servizi alle componenti. Il quartiere residenziale di Lelystad nei paesi Bassi è stato completamente realizzato in ambito naturale (foto 2). La biblioteca dell’Università di Delft, ancora nei Paesi Bassi, è stata realizzata in un rapporto diretto ed interconnesso tra Architettura e Natura (foto 3). A Barcellona nel programma di riqualificazione urbana, Jean Nouvel ha progettato e realizzato il Parco Centrale di Poblenou con la presenza di elementi di forestazione urbana ed un simbolico orto (foto 4). Non sono casi isolati possono essere modelli per il paesaggio futuro.

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1

Dal comma a, sulle definizioni, dell’articolo 1 della Convenzione europea del paesaggio, firmata a Firenze il 20 ottobre del 2000.

2

Il medesimo articolo 1, citato nella nota precedente, riporta al comma d <”Salvaguardia dei paesaggi” indica le azioni di conservazione e di mantenimento degli aspetti significativi o caratteristici di un paesaggio, giustificate dal suo valore di patrimonio derivante dalla sua configurazione naturale e/o dal tipo d’intervento umano>; al comma e <”Gestione dei paesaggi” indica le azioni volte, in una prospettiva di sviluppo sostenibile, a garantire il governo del paesaggio al fine di orientare e di armonizzare le sue trasformazioni provocate dai processi di sviluppo sociali, economici ed ambientali>; al comma f <”Pianificazione dei paesaggi” indica le azioni fortemente lungimiranti, volte alla valorizzazione, al ripristino o alla creazione di paesaggi>.


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La Tecnologia Sostenibile di Christopher Alexander

Michael Mehaffy Nikos Salingaros

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The Sustainable Technology of Christopher Alexander

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La nostra moderna società tecnologica fa fronte a un livello pressoché insormontabile di complessità: abbiamo sistemi di distribuzione dell’energia elettrica e di prodotti, reti di comunicazione, sistemi di assistenza sanitaria e molto altro e il mondo moderno fa affidamento in modo incerto su tutte queste complesse reti per poter funzionare correttamente. In primo luogo non solo è necessario costruirle, ma non di rado c’è anche bisogno di esaminarle e “ri - scomporle” (il che vuol dire smontarle e riassemblarne nuovamente i componenti in modo che possano funzionare in maniera più efficiente; potremmo dire una sorta di sistema di aggiornamento). Come possiamo dunque gestire questa straordinaria complessità? Cominciamo col ricordare che questa “ri- scomposizione” è essenzialmente un processo adattivo. In sostanza tutte le parti del sistema devono essere riadattate a tutte le altre parti. Non appena ciò verrà fatto, la forma di tutti i componenti nell’insieme – ossia le loro configurazioni nello spazio – cambierà e questo è un processo conosciuto come “morfogenesi”. Abbiamo tutti sentito parlare della “morfogenesi” in biologia – si tratta del modo in cui gli organismi crescono e si trasformano in un’infinità di bellissime e svariate forme. Gli scienziati stanno iniziando a comprendere i meccanismi di questo processo che non comincia da zero, bensì dalla trasformazione di pattern (“modelli”) che si basano su configurazioni precedenti. I pattern si trovano nel DNA e all’interno di strutture proteiche che formano le cellule, si adattano all’ambiente ed anche l’uno all’altro dal momento che mutano la loro forma. E questo processo è noto come “morfogenesi adattiva”. In un nuovo affascinante ambito di ricerca, alcuni biologi molecolari adesso si servono del concetto di “linguaggio dei pattern” (“linguaggio a modelli” o “pattern language”) per spiegare come funziona questa morfogenesi adattiva. In sostanza, i pattern vengono codificati in sequenze molecolari e si trasformano nel tempo. S.A. Newman e R. Bath del Medical College di New York ritengono che questo modello possa spiegare le origini della vita multicellulare, che è uno dei grandi misteri della biologia! Da dove deriva questo concetto di “pattern languages”? L’architetto Christopher Alexander e i suoi collaboratori lo introdussero nel 1977. Un Pattern è una soluzione-configurazione scoperta dopo molti esperimenti e tentativi per errore. È un po’ come un “pacchetto genetico” di DNA che contiene informazioni relative ai precedenti adattamenti evolutivi, permettendo un aumento del grado di complessità nel tempo. (È così che, ad esempio, possiamo spiegare la comparsa della vita multicellulare). Come abbiamo detto precedentemente, questi “pattern languages” sono stati impiegati con successo in una quantità incredibile di moderni software, dagli iPhone ai giochi per computer fino alla tecnologia informatica open source delle pagine Wiki. Ma l’idea di utilizzarli arrivò mentre Alexander stava cercando di risolvere alcuni problemi di configurazione relativi all’ambien-

te umano. Per quel che riguarda l’architettura e l’urbanistica, i pattern sono soluzioni valide e sperimentate per costruire e per vivere. Alexander riconobbe l’esistenza di un’informale versione dei pattern in molte pratiche e concetti tradizionali che furono poi riscoperti o reinventati nel corso di molte generazioni e in diverse aree geografiche. Questi vennero poi assorbiti nelle ereditate tradizioni scritte e orali di diverse culture e anche questo contribuì a riflettere una complessa dinamica evolutiva. Possiamo dire con certezza che molti architetti non gradirono questa idea: infatti erano convinti che i pattern sminuissero il loro potere di creare design originali e fantasiosi. Ma in altri campi dove l’efficacia contava di più della ricercatezza visiva, i linguaggi dei pattern presero piede rapidamente e diventarono dei potenti strumenti. Uno di questi campi è quello dello sviluppo sostenibile. È altrettanto vero che molti dei migliori architetti non sono interessati allo sviluppo sostenibile nonostante la sua importanza. Peter Eisenman, ad esempio, affermò che la bioarchitettura è un’illusione e che il vero obiettivo degli architetti dovrebbe essere quello di esprimere apertamente l’inquietudine e la disperazione della nostra epoca. (Per un affascinante confronto tra le sue idee e quelle di Alexander c’è un famoso dibattito tra i due risalente al 1982 e che si può trovare su http://www.katarxis3.com/Alexander_Eisenman_Debate.htm). Alexander, d’altro canto, è fermamente convinto che gli architetti possano e anzi debbano impegnarsi nello sviluppo sostenibile – che deve, però, essere considerato molto più di un insieme di rigidi meccanismi. Di nuovo le parti devono essere continuamente e reciprocamente adattate o “ri- scomposte”. In particolar modo, Alexander si rende conto che i sistemi biologici si rinnovano proprio perché seguono il processo della morfogenesi adattiva. Essi non creano semplicemente una serie di piccoli meccanismi tecnologici per risolvere problemi da un lato o per ideare nuove forme fantasiose dall’altro. E per quanto riguarda il bisogno di arte da parte degli esseri umani? Questo costituisce una parte integrante del processo, afferma Alexander, ma fluisce insieme con gli altri senza sostituirli né limitando una decorazione fantasiosa con una risposta troppo lineare perché questo proprio non funzionerebbe e, cosa ancora peggiore, sicuramente condannerebbe la nostra tecnologia a una serie di fallimenti disastrosi. Ma questa insostenibile condizione è esattamente quella in cui ci troviamo oggi. Il problema è che ci stiamo adattando alle cose sbagliate – alle immagini, all’avidità a breve termine o alla confusione dei meccanismi. Questi disadattamenti sono noti come “antipattern” (“antimodelli”), termine che non è stato coniato da Alexander, bensì dagli ingegneri di software. Un antipattern è qualcosa che svolge le sue funzioni in modo sbagliato ma che comunque, per qualche ragione, attrae: è utile o comodo nel breve termine ma disfunzionale, inefficace, insostenibile, dannoso a lungo termine. Inoltre continua a riapparire. Assomiglia forse alla nostra economia e a uno stile di vita dispendioso?


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Creare un catalogo di pattern ( e anche uno equivalente di antipattern per mostrare ciò a cui bisogna fare attenzione) ci aiuta a progettare sistemi complessi assemblando i pattern in modo simile al linguaggio. Per questo abbiamo bisogno di un linguaggio Combinatorio che sviluppi entità su larga scala (ad esempio: frasi, paragrafi, libri) a partire da elementi di applicazioni provate e dotate di significato (per esempio le parole). Un Linguaggio dei Pattern organizza la complessità in un sistema reciprocamente adattivo. Gli ecosistemi sostenibili, si è scoperto, fanno qualcosa di molto simile: si servono dei pattern del processo di morfogenesi adattiva per sviluppare forme che non sono solo belle da un punto di vista espressivo, ma che si adattano anche mirabilmente al loro ambiente. Inoltre, anche la nostra tecnologia si sta evolvendo: da una fase rudimentale e primitiva siamo passati a qualcosa di molto simile alla tecnologia dei sistemi viventi.

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Our modern technological society faces an almost insurmountable level of complexity: electrical and goods distribution networks, communication networks, health care networks, and more. The modern world relies critically upon all of these complex networks to function reliably. Not only does it need to build them in the first place, also not infrequently it needs to go into systems and “re-factor” them (which means to take them apart and put their components back together so they work more efficiently; sort of like a system upgrade). How do we handle this extraordinary complexity? Let’s start by remembering that this “re-factoring” is essentially an adaptive process. In essence, all the parts of the system have to be re-adapted to all the other parts. As they do this, the form of the parts within the whole -- their configurations in space -- will change, in a process known as “morphogenesis.” We’ve all heard about morphogenesis in biology -- the way that organisms grow and transform into endless beautiful and varied shapes. Scientists are beginning to tease out the workings of this process. It doesn’t proceed from scratch, but from the transformation of patterns of previous configurations. The patterns exist within the DNA, and within the protein structures that form cells. They adapt to the environment and to each other as they transform their shape -- a process known as “adaptive morphogenesis.” In a fascinating new area of research, some molecular biologists are now using the concept of a “pattern language” to explain how this adaptive morphogenesis works. Essentially, the patterns get coded within molecular sequences, and transform over time. S. A. Newman and R. Bhat of New York Medical College believe this model can explain the origin of multi-cellular life -- one of the great puzzles of biology! Where did this concept of “pattern languages” come from? The architect Christopher Alexander and his colleagues introduced the concept back in 1977. A Pattern is a solutionconfiguration discovered after many trial and error attempts. It is a lot like a “genetic packet” of DNA, incorporating information about previous evolutionary adaptations, allowing the buildup of complexity over time. (That’s how we can explain the emergence of multi-cellular life, for example). As we discussed in a previous post, pattern languages have been successfully used in a dizzying number of modern designs, from iPhones to computer games to the open-source technology behind Wiki. But the idea for them started when Alexander was trying to solve configuration problems in the human environment. In

architecture and urbanism, patterns are good and tried solutions for building and living. Alexander recognized that an informal version of patterns already existed, in the traditional practices and concepts that were re-discovered or re-invented over many generations and in distinct geographical locations. They become embedded in inherited oral and written traditions as part of different cultures. This, too, reflected a complex evolutionary dynamic. It’s safe to say that many architects did not much care for this idea: they thought it diminished their power to create novel and imaginative designs. But in other fields, where effectiveness was valued more than visual theatrics, pattern languages quickly caught on, and became powerful tools. One of those is the field of sustainable development. It’s true also that many leading architects do not care for sustainable architecture, in spite of its prominence. Peter Eisenman, for example, has declared that sustainable architecture is a sham, and the real focus of architects ought to be in blatantly expressing the anxiety and hopelessness of our age. (For a fascinating comparison of his ideas to Alexander’s, there was a famous a 1982 debate between the two, available at http:// www.katarxis3.com/Alexander_Eisenman_Debate.htm) Alexander, on the other hand, does believe that architects can and must be engaged in sustainable development -- but it must be much more than a collection of “bolt-on” mechanisms. Again, the parts have to be continuously mutually adapted or “re-factored.” In particular, Alexander notes that biological systems are sustainable precisely because they follow adaptive morphogenesis. They do not simply create a series of narrow technological mechanisms to solve problems on the one hand, or imaginative novel shapes on the other. But what about the human need for art? That is an integral part, says Alexander -- but it flows along with the other processes, and does not substitute for them, or hang an imaginative decoration over a too-linear response. That just doesn’t work -- and worse, it will surely doom our technology to a series of disastrous failures. But this unsustainable condition is precisely where we are today. The problem is that we are adapting to the wrong things -- to images, or to short-term greed, or to the clutter of mechanics. These maladaptations are known as “antipatterns” -- a term coined not by Alexander, but by software engineers. An antipattern is something that does things wrong, but which is attractive for some reason (profitable or easy in the short term, but dysfunctional, wasteful of resources, unsustainable, unhealthy in the long term). It also keeps re-appearing. Sounds like our economy and wasteful lifestyle? Building up a patterns catalogue (and the equivalent antipatterns catalogue of things to watch out for) helps us to design complex systems by putting the patterns together, in a language-like way. For this we need a Combinatoric language that builds largerscale entities (e.g. sentences, paragraphs, books) out of elements of tried applications with meaning (e.g. words). A Pattern Language organizes complexity, into a mutually adaptive system. Sustainable ecosystems, it turns out, do something very similar. They use patterns of adaptive morphogenesis to evolve forms that are not only expressively beautiful, but also exquisitely adapted to their environments. Our technology, too, is evolving, from a crude and primitive phase, to something more like the technology of living systems. The field of pattern language research and development is a fascinating one, and Alexander himself continues to push ahead in original and very intriguing directions. In upcoming posts we will discuss some of these fascinating developments in more detail.


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Living architecture 2012 Marcel Kalberer


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The best time for building and planting vegetal architectures with living willow rods is in March and April. Every year the SANFTE STRUKTUREN group realizes three projects in this two month period. In 20l2 the group was asked to realize a church and a cultural center in Germany and a place to meet and relax in North Italy. The church for the State Garden-Exhibition at Löbau (Saxony) describes an open cupola with a free view of the sky. This openness was a condition of the project managers, intended to symbolize the openness and horizon of the new ecumenical orientation of the church. Our living architecture is particularly attractive to the church symbolizing human life, the growth of wisdom and changeability of the mind. The cultural center „Weidenpalais“ at Rheder is also rich in symbolic analogies. Situated on the St. James Way pilgrim path, which leads eventually to Santiago di Compostela, the main cupola (12mx14mx7m high) is formed like the scallop which is the symbol of St. James. The two towers ( l0m high) are reminiscent of the nearby Carolingian convent of Corvey (823bc) and the dome in the centre of the “palais” is formed like a crown, in deference to the aristocratic family who has sponsored this living cultural center. A very clear and geometrically pure grid defines the cupola at Lana-Burgstall. It is named the „Etschwunder“ (Wonder of the Adige) and is situated in a fine place at the side of the river and the bicycle-road. The living cupola offers cyclists stony chairs and tables and drinking water - a place to meet, to rest and relax on the way along the beautiful valley from Merano to Bolzano. All projects were realized together with volunteers of all ages. But the Etschwunder was the first SANFTE STRUKTUREN project to be realized in a very unique way: also with volunteers - 12 persons in all - but all architects from all over Italy. Organisation: Church at Löbau: Catholic and Protestant churches, Dresden Weidenpalais at Rheder: Fam. Spiegel and the city of Höxter Etschwunder at Lana-Burgstall: Wittfrida Mitterer, Bioarchitettura Bolzano Realisation: Baukunstgruppe SANFTE STRUKTUREN: Marcel Kalberer, Anna Kalberer, Petra Evacic, Bernadette Mercx


biologia sintetica syntetic biologic

Dossier a cura di Marco Ferrari


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Per una biologia sintetica

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Marco Ferrari

For a synthetic biology

La progettazione del nostro habitat è vincolata a problematiche di tipo ambientale profondamente radicate nella nostra tecnica costruttiva e con le quali ci ritroviamo a fare i conti da centinaia di anni. Questo perché il contesto artificiale in cui viviamo è inerte, non è in grado di prendersi cura di se stesso tanto quanto non può prendersi cura di noi, ed è in grado di risolvere problemi basilari in modo piuttosto primitivo. Proprio in quanto artificiali, concepiti grazie a un’ideazione lineare e quindi volta a risolvere un unico problema basilare, i nostri costrutti non sono in grado di evolvere come tutto ciò che è naturale, e non possono quindi sviluppare soluzioni efficaci a problematiche che escano dagli schemi limitati per cui sono stati pensati. Oggi però abbiamo la possibilità di intravedere uno scenario nel quale i problemi possono essere risolti da entità viventi e simil-viventi in collaborazione, ricavando risorse per adattarsi all’ambiente e trarne un benessere concreto. Questo concetto, applicato a tecnologie innovative, guida l’ideazione di molteplici soluzioni di derivazione naturale, che si traducono in sistemi ibridi naturale-artificiale. Si forma quindi una serie di livelli che vanno ad affiancare quello ambientale, definendo interfacce sintetiche in grado di relazionarsi con la natura secondo la sua logica, evolvendo con essa. Una nuova biologia sintetica, in grado di inserirsi nel sistema naturale secondo i suoi parametri, dialogando con esso e quindi sviluppando soluzioni più efficaci per il nostro benessere.

The design of our habitat is tied to environmental issues deeply rooted in our construction techniques, existents for hundreds of years. This is because the artificial environment in which we live is inert, is not able to take care of itself as well as cannot take care of us, and is able to solve basic problems in a rather primitive. Just because artificials, designed with a linear ideation to solve one basic problem, our constructs are not able to evolve like every natural organism, and therefore can not develop effective solutions to problems that come out from limited schemes for which they were designed it. But today we can see a scenario in which problems can be solved by living entities and hybrid ones together, obtaining resources and adapting to the environment, with real benefits. This concept, applied to innovative technologies, driving the creation of multiple solutions inspired by the nature, which result in natural-artificial hybrid systems. It forms a series of layers alongside the environmental setting interfaces synthetic able to relate to nature according to his logic, evolving with it. A new biology, a synthetic biology which can be included in the natural system, according to its parameters, in dialogue with it and capable of developing more effective solutions for our welfare.


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New kind of interaction between biologists and designers Rachael Armstrong


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Quali sono gli studi contemporanei sulla biologia sintetica e la progettazione di strutture abitative? La biologia sintetica è una branca nuova delle scienze biologiche che è stata resa possibile dai progressi biotecnologici degli ultimi 25 anni. Questi progressi hanno cambiato la biologia che è passata dall’essere una scienza descrittiva a una pratica propositiva grazie alle interazioni con l’ingegneria razionale che si occupa di progettare strutture abitative per realizzare sistemi viventi o modificati dal punto di vista biologico. Anche se la biologia è stata già molto utilizzata come materiale di progettazione in società rurali, come per esempio i ponti di radici viventi di Cherrapungi, in una società industrializzata la natura è diventata un lusso e qualcosa di esotico da ottenere. È vero che nella società contemporanea la natura è sempre al di fuori della nostra portata, poiché la stessa presenza umana è in contrasto con l’autenticità della natura. Per trovare la natura “vera” è necessario lasciare le città, cercare, al di là dei nostri giardini curati o dei paesaggi di campagna nonché dei sentieri turistici facilmente raggiungibili, quelle aree di natura incontaminata che stanno sparendo rapidamente. (...) L’importanza globale di un nuovo modo di creare richiede un nuovo approccio lavorativo. Sono state sempre più incoraggiate collaborazioni interdisciplinari nei centri di istruzione superiore con risultati variabili. Molti progetti sono stati effimeri e speculativi, promossi dalla convergenza di NBIC (Nanotecnologie, Biotecnologie, tecnologie dell’Informatica, scienze Cognitive) (Roco & Bainbridge, 2002) che propone l’unione delle scienze per promuovere lo sviluppo umano e allo stesso tempo stimolare l’economia, un documento che è stato accettato dai responsabili delle decisioni Statunitensi ed Europei. La NBIC è un punto teorico da cui si può accedere a tutte le modalità di informazione, e rappresenta in sé un nuovo modo di creare che promette strumenti e materiali superiori a quelli del XX secolo. Questi nuovi modi di creare portano nuove sfide attraverso un complesso spettro di problematiche che incidono sulla società. La “Initiative for Science Society and Policy” è stata progettata per affrontare alcune di queste problematiche e creare un forum aperto alla partecipazione pubblica. Anche se abbiamo imparato qualcosa dai fallimenti disastrosi della partecipazione pubblica riguardo alla clonazione e alle modifiche genetiche, l’impatto potenziale di queste nuove tecnologie è stato studiato più attentamente. Ma le sfide vanno oltre la natura dei materiali e delle tecnologie; richiedono anche diversi modi di pensare al design e all’ingegneria. Questo approccio può essere considerato come la produzione di un’architettura agile - che si aggiunge a progetti già esistenti - ed è un termine usato attualmente nello sviluppo di software come un modo di mantenere la flessibilità delle soluzioni di progettazione mentre sono in fase di sviluppo. Questi principi possono essere applicati anche alla produzione architettonica usando una serie complessa di tecnologie nuove ed emergenti. Sono necessarie capacità radicalmente nuove per creare queste sinergie che sono attualmente utilizzate in una collaborazione internazionale, interdisciplinare e in compartecipazione, in cui una nuova interazione tra design e biologia sta giocando un ruolo importante nell’applicazione e lo sviluppo di queste soluzioni “life-like”. Questi principi architettonici rappresentano strategie per designer e scienziati, un approccio per comprendere la

sovversione inerente, la materialità e la natura dinamica dell’ambiente urbano, attraverso l’utilizzo delle sue qualità innate, forti e flessibili, viste come una forza creativa invece che come un difetto di progettazione. Quali sono le tecnologie che possiamo potenzialmente utilizzare adesso per la costruzione di edifici viventi artificiali? Le “living technology”, termine coniato dalla ISSP (Initiative for Science Society and Policy) alla Southern University of Denmark (Università della Danimarca), comprendono una serie eccezionale di caratteristiche coerenti che rappresentano la diretta conseguenza dell’applicazione delle tecnologie viventi, scoperte attraverso ricerche scientifiche fondamentali. Producono lavoro utile in un modo completamente diverso rispetto a una macchina e dal punto di vista della programmazione non sono prevedibili o affidabili come la tecnologia digitale. Non sono paragonabili alla biologia poiché non hanno la programmazione molecolare propria di tutte le specie terrestri, i nucleotidi, che hanno DNA e RNA. Questo tipo di tecnologie viventi possono quindi esistere in situazioni che altrimenti non sarebbero compatibili con la vita sulla terra. Alcuni esempi di queste tecnologie sono le protocellule, un olio dinamico, un sistema che ha l’aspetto di una goccia d’acqua, programmabile chimicamente e le i-chells (inorganic chemical cells o cellule chimiche inorganiche), composte da membrane minerali che fungono da divisori molecolari e formano gradienti energetici. Esiste un modo di mostrare agli architetti e ai cittadini come questi progressi tecnologici possano in pratica cambiare realmente la nostra vita? Poiché le protocellule sono costituite da una piattaforma di programmazione chimica, queste possono essere progettate per essere usate in situazioni diverse. Per esempio le protocellule possono essere usate come un sistema di distribuzione di farmaci ambientali, come la vernice “intelligente”: vernici che possono trasformare l’anidride carbonica in carbonio inorganico. L’applicazione di questa vernice ha anche la seconda funzione di accrescere il livello di isolamento termico di edifici già esistenti per migliorare la loro efficienza energetica. Le aziende produttrici stanno già pensando di iniziare a fare ricerca sulle protocellule come agenti intelligenti ed ecocompatibili, da utilizzare nelle loro vernici a emulsione per esterni. Le prime applicazioni di tecnologie protocellulari saranno pronte e disponibili sul mercato tra 5, 10 anni circa. In questi sistemi le protocellule non saranno composte solo da cellule artificiali poiché non sarebbero in grado di riprodursi, ma dopo un paio di mesi produrranno un incremento di carbonato sulla superficie verniciata. Queste vernici potrebbero essere abbinate a un indicatore che cambia colore, che mostra quando il processo ha consumato il principio attivo. Poiché le protocellule non si possono riprodurre, la superficie dovrà essere riverniciata per mantenere la superficie in crescita attiva. Probabilmente dovremo aspettare altri 20 anni per delle vernici intelligenti e che si automantengono e si autogenerano. Pensa che possa esserci la possibilità di avere uno sviluppo più veloce nel campo delle costruzioni o per il risanamento di territori legati alla biologia sintetica? Nonostante i principi del design “living technology”, sia la chiave per la simbiosi tra designer e scienziato quando si servono di strumenti e materiali di biologia sintetica, la


chimici attivi. Per esempio, un rivestimento “vivente” può produrre calore e provvedere al raffreddamento degli edifici ed è anche in grado di filtrare la luce del sole o intrappolare anidride carbonica e altri inquinanti atmosferici. Benché la biologia sintetica prometta una piattaforma implementable e “urban-native”, attraverso cui l’architettura del prossimo futuro può co-evolvere in sintonia con una popolazione, la trasformazione del tessuto delle nostre città è solo un passo verso un ripensamento radicale del modo in cui viviamo e utilizziamo le risorse. Molti altri problemi devono essere risolti prima che le megalopoli diventino veramente sostenibili, nonché ambienti ben progettati, benché le tecnologie connesse all’ecologia svolgeranno un ruolo fondamentale nelle future città. Possono, infatti, funzionare laddove i sistemi naturali hanno difficoltà ad affermarsi e a compiere quelle attività svolte dalle ecologie naturali, come pulire l’aria, filtrare la luce del sole e, infine, riciclare rifiuti e depurare l’acqua.

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“living technology” da sola non è sufficiente a produrre un risultato né di design né di ingegneria. Anche considerando il design delle città dalla prospettiva più bassa, ci sono altri elementi fondamentali che sono essenziali, come la disponibilità di risorse/infrastrutture, il tipo di tecnologie a disposizione, la comunità indigena, il contesto ambientale e, infine, le proprietà spazio-temporali che caratterizzano l’architettura. La richiesta di megalopoli per infrastrutture incredibilmente flessibili per sostenere le loro comunità e potenziare le performance degli edifici, dal momento che la densità urbana è in aumento, contribuirà ad indirizzare lo sviluppo e l’evoluzione della “living technology”. Servendosi di un approccio olistico, la biologia sintetica potrebbe giocare un ruolo fondamentale in questo importante aspetto di sviluppo urbano per il restauro delle abitazioni del centro della città attraverso tecniche di riciclaggio estremo. Un lavoro di esplorazione condotto a Londra con gli architetti di Astudio ci fa pensare che forse potrebbe essere possibile trasformare un edificio in situ cosicché i nuovi spazi non siano solo adatti allo scopo, ma possano anche avere un impatto ambientale positivo. La trasformazione architettonica può essere realizzata servendosi del modo in cui è costruita la moderna architettura. Tutti gli edifici, infatti, possiedono una serie di “ossa” strutturali fatte di acciaio e calcestruzzo. Poi una superficie esterna, o rivestimento, le ricopre come fosse pelle. Poiché il calcestruzzo si rafforza chimicamente col passare del tempo, è possibile cambiare la struttura ossea di un edificio moderno tagliando ed estendendo l’ossatura in calcestruzzo attraverso materiali a base di carbonio “nano tube”, senza dover necessariamente radere al suolo l’edificio. La struttura ossea alterata può adattarsi a una nuova pelle che potrebbe essere sostituita con agenti ecologicamente attivi. L’involucro dell’edificio potrebbe essere costruito non con le tradizionali superfici inerti, bensì con un rivestimento “vivente”, che potrebbe accogliere una gamma di tecnologie basate sulla biologia sintetica. Queste tecnologie sono in grado di stare in modo sicuro all’interno di un edificio e di far parte dell’ecologia urbana dell’edificio attraverso processi fisici e

61 Which are the contemporary studies about synthetic biology and design of living structures? Synthetic biology is a new branch of the biological sciences that has been enabled by advances in biotechnology over the last 25 years. These developments have changed biology from being a descriptive science into a propositional practice by engaging with the rational engineering of living systems to produce modified biological or life-like systems. Although biology has been extensively used as a material for design when lifestyles were agrarian such as, the living root bridges of Cherrapungi, in an industrialised society nature has taken on the status of commodity and has become something exotic to aspire to. Indeed in contemporary society, nature is always beyond our reach because the very presence of people seems to spoil the authenticity of nature. To find ‘real’ nature we must leave our city environments, search beyond our tamed gardens or countryside landscapes and look for our rapidly receding wilderness beyond easily accessible tourist trails. (…)


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What are the technologies that we can potentially use now for the construction of artificial-living buildings? Living technology, a term coined by the ISSP (Initiative for Science Society and Policy) at the Southern University of Denmark, comprises a unique set of coherent characteristics that embody the direct consequences of applying life-like technologies that have been discovered through fundamental scientific research. They produce useful work in a completely different way from the way machines do, and they are not as predictable or reliable in their programming as digital technology. They are also not biology, as they do not posses the chemical programming molecule that is shared by all native species on earth, the nucleotides, which include DNA and RNA. These kinds of living technology can therefore exist in situations, which would otherwise not be conducive with terrestrial life. Examples of these technologies are protocells, a dynamic oil in water droplet system that is chemically programmable and also i-chells (inorganic chemical cells) that are made of mineral membranes that serve as molecular dividers that set up energy gradients.

Is there a way to show, to the architects as to all citizens, how these developments can actually change our environment in practice? Since protocells constitute a chemical programming platform, they can be designed for use in a range of situations. For example, protocells can be used as a delivery system for environmental pharmaceuticals such as smart paints, surface coatings that can fix carbon dioxide into inorganic carbonate. This application serves a dual function as an accretion technology that can build up the thermal insulation qualities of existing buildings to improve their energy efficiency. Paint companies are already considering research into protocells as smart, environmentally friendly agents for use in exterior emulsion-based paints, and the first commercially available applications of protocell-based technologies are likely to be around five to 10 years away, when carbon-fixing building coatings become available. In these systems the protocells will not be fully artificial cells as they are not able to reproduce, but over a period of months will produce an accretion of carbonate on the surface. These paints may be coupled to a color-change indicator that reveals when the process has consumed the active ingredient. Since protocells cannot replicate, the surface will need to be painted again in order to keep the growing surface active. Smart self-maintaining surface coatings that are self-regenerating are probably another 20 years away. Do you think there is the possibility of a faster development in the field of structures or for the rehabilitation of the territories in connection with the synthetic biology? Although the principles of design with emergence are key to the symbiosis of designer and scientist when working with the tools and materials of synthetic biology, emergence alone is not enough to produce a design or engineering outcome. Even when taking a bottom up perspective to the design of cities –other key ingredients are vital such as the availability of resources/infrastructure, the kind of technologies available, the indigenous community, environmental context and ultimately the spatial and temporal characteristics that characterize architecture. The demands of megacities for incredibly flexible infrastructures to support their communities and upgrade the performance of buildings as urban density increases will help drive the development and evolution of living technology. Taking a holistic approach, synthetic biology could play a role in this important aspect of urban development for the regeneration of inner-city dwellings through extreme recycling techniques. Exploratory work with Astudio architects in London suggests that it may be possible to recycle a building in situ so that the new spaces are not only fit for purpose but can also make a positive environmental impact. This architectural transformation can be accomplished by exploiting the way that modern architecture is constructed. All buildings possess a set of structural ‘bones’ made from steel and concrete. These are draped with an exterior surface, or cladding, that is wrapped like a skin around them. Since concrete chemically strengthens with time, it is possible to change the bone structure of a modern building by pruning and extending the concrete framework using carbon-nanotube-based materials without needing to raze the building to the ground. The altered bone structure can accommodate a new skin that could be replaced with environmentally active exteriors. The building envelope could be constructed not with the traditional inert surfaces but

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The global significance in a new form of making requires a new working approach. Increasingly cross-disciplinary practices have been encouraged in centres of higher learning with variable success. Many projects have been temporary and speculative being prompted by the NBIC convergence (Roco & Bainbridge, 2002) proposing the unification of sciences to promote human advancement as well as stimulate the economy, a discussion paper that has been embraced by policy makers on both sides of the Atlantic. NBIC is a theoretic point where all information modalities can be accessed and in itself represents a new way of making that promises tools and materials that are superior to those that characterise the 20 century. These new ways of making bring new challenges across a complex spectrum of issues that impact on society. The Initiative for Science Society and Policy was set up to address some of these issues and create an open forum with the public for engagement. Whilst lessons have been learned since the disastrous cloning and genetic modification public engagement failures, the potential impacts of these new technologies have been more carefully considered. But the challenges are more than the nature of the materials and technologies; they also require different ways of thinking about design and engineering. This approach can be thought of as the production of agile architecture – ones that attach themselves to existing programs – and is a term currently used in the development of software as a way of retaining the flexibility of design solutions whilst they are being developed. These principles can also be applied to the production of architecture using the emerging sets of complex new technologies. Radically new skills are needed to forge these synergies and are currently practiced as a collaborative international, interdisciplinary, multi stakeholder engagement in which a new relationship between design and biology has been playing a key role in the applications and development of these life-like solutions. These architectural principles embody strategies for designers and scientists as an approach to embracing the inherent subversion, materiality and dynamic nature of the urban environment, using its innate robust and flexible qualities as a creative strength, rather than a design flaw.

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with a â&#x20AC;&#x153;livingâ&#x20AC;? cladding, which could house a range of synthetic-biology-based technologies. These technologies are able to safely inhabit the surface of a building and participate in the urban ecology of the building through active physical and chemical processes. For example, a living cladding can produce heat and provide cooling for buildings, and it can modulate sunlight or trap carbon dioxide and other pollutants from the atmosphere. Although synthetic biology promises an implementable, urbannative platform through which the architecture of the near

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future can co-evolve in harmony with a population, the transformation of the fabric of our cities is just one step toward a radical rethinking of how we live and use resources. Many more issues need to be addressed before megacities become truly sustainable, well-designed environments although ecologically connected technologies have a key role in future cities. They can function where natural systems have difficulty becoming established and perform the kinds of activities that natural ecologies do, such as cleaning the air, modulating sunlight, and ultimately recycling waste and purifying water.


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Hyolozoic Ground Marco Ferrari


La matrice ilozoica Muoversi attraverso fronde bianche traslucide, che si sovrappongono formando intrecci difficili da codificare, distinguendo diverse “colonne” che scendono dal soffitto, dalle quali si staccano foglie che si muovono al passaggio delle persone: è la Biennale di Architettura del 2010 a Venezia, il padiglione è quello canadese. La percezione istantanea è di trovarsi immersi in un ambiente artificiale, il movimento delle foglie suggerisce l’attivazione di sensori, seguiti da una risposta programmata da un computer. Ma questo movimento è in realtà indotto da cellule molto particolari. Tra le “fronde” è possibile vedere tubi che vanno dalla cima della struttura fino a contenitori di vetro di diverse forme e misure, alcuni dei quali spiccano dal resto di tanto in tanto, colpiti da bagliori intermittenti. Questo sistema è la parte viva e innovativa dell’installazione Hyolozoic Ground, una nuova matrice di costruzione ibrida vivente - artificiale, ideata da Philip Beesley in collaborazione con un folto gruppo di ricerca. Questo progetto è basato su processi di elaborazione e continua evoluzione logica che, se applicati all’architettura, potrebbero portare alla costruzione e all’evoluzione di edifici ibridi naturali-artificiali.

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Il sistema di organi La composizione organica e inorganica è organizzata in modo simile al complesso assembramento di tessuti e organi dei sistemi viventi, supportata da una varietà di cellule che permettono l’auto-organizzazione del sistema. La serie complessa di organi può essere concettualmente suddivisa in due macro livelli: “organi e tessuti” (sistema di incubazione delle protocellule e fiasche di protoperle) e “sistemi associati” (isole igroscopiche, sistema di filtri e di sensori).

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Le protocellule e le protoperle Il sistema di produzione delle protocellule (dette di Bütschli) all’interno della Hylozoic Ground è composto da un ambiente

oleoso (droplets) con minerali a base ferrosa e a base rame, immerso nel medium acqua. Nello specifico acqua raccolta dai canali di Venezia, ricca di sostanze utili tra cui il diossido di carbonio. Il metabolismo delle droplets interagisce con questo elemento in soluzione, convertendolo in carbonato di calcio insolubile: si formano strutture, secondo un tipo di reazione che avviene anche naturalmente in mare, che saranno colonizzate dalle protocellule. Le fiasche atte alla produzione di protoperle hanno invece la funzione di aggiustare i livelli carbonici all’interno della matrice. Anch’esse composte da un ambiente oleoso in un medium acqua, ricavano i loro nutrienti da quest’ultimo elemento, poiché nell’acqua dei canali di Venezia, oltre alla CO2, sono presenti ioni metallici come Calcio e Magnesio. Isole igroscopiche e iCells Il sistema di raccolta dell’acqua non dipende solo dalla rete collegata ai canali, ma si basa sulle iCells (cellule di Traube). Queste ultime sono modelli chimici artificiali di cellule, programmabili per la creazione dei tessuti: possono essere utilizzate per formare membrane semipermeabili che, nel caso della Hylozoic Ground, rivestono le isole iogroscopiche, permettendo di raccogliere acqua dall’ambiente. Speciali filtri impediscono a ogni elemento chimico o organico non necessario di entrare nei sistemi. I sistemi associati, come quello appena descritto, sono la parte sensibile dell’installazione, volta alla crescita e alla proliferazione degli organi e dei tessuti. I numerosi sensori si occupano non solo di rilevare la presenza umana e di attivare l’”interfaccia” della Hylozoic Ground, ma anche del rilevamento delle condizioni degli organismi e della creazione di feedback utili alla stabilizzazione dei composti. I sensori ottici, per esempio, hanno il compito di stimolare, tramite la luce, la produzione di ulteriori protocellule all’aumentare della densità del carbonato.


The system of organs The organic and inorganic composition is organized in a similar way to the complex assembly of tissues and organs of living systems, supported by a variety of cells which allow the self-organization of the system. The complex series of organs can be conceptually divided into two broad levels: “organs and tissues” (protocells incubation system and protopearl flasks) and “related systems” (i hygroscopic slands, filter system and sensors). Protocells and protopearl The production system of protocells (Bütschli protocells)

within the Hylozoic Ground is composed by an oil-droplet system with iron-based and copper-based minerals, immersed in the water medium. Specifically, water collected from the canals of Venice, full of useful substances including carbon dioxide. The metabolism of the droplets interacts with this element in solution, converting it into insoluble calcium carbonate: the structures formed, according to a type of reaction that occurs naturally also in the sea, will be colonized by protocells. The flasks for the production of protopearls instead have the function of adjusting the carbonic levels within the matrix. It consists of an oily environment in a water medium, and derive their nutrients from the water of the canals of Venice: CO2 and metal ions such as calcium and magnesium. Hygroscopic islands and iCells The water collection system depends not only on the network connected to the canals, but is based on iCells (Traube cells). These are models of artificial chemical cells, programmable for the creation of fabrics: they can be used to form semi-permeable membranes which, in the case of Hylozoic Ground, cover the hygroscopic islands, allowing to collect water from the environment. Special filters remove from water any chemical or organic element not necessary into systems. The associated systems are the sensitive part of the installation, that help the growth and proliferation of organs and tissues. Numerous sensors are concerned not only to detect human presence and activate the “interface” of Hylozoic Ground, but also the detection of the conditions of the organs and the creation of useful feedback to the stabilization of the compounds. The optical sensors, for example, have the task of stimulating, through the use of light, the production of additional protocells with increasing density of the carbonate.

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The hylozoic matrix Move through white translucent fronds, forming overlapping plots difficult to encode, distinguishing different “pillars” that descend from the ceiling, from which the leaves fall off and move itself with the passage of people: it’s the Architecture Biennale in Venice in 2010, the pavilion is Canadian. The snapshot is perception of being immersed in an artificial environment, the movement of the leaves suggests the activation of sensors, followed by a programmed response from a computer. But this movement is actually induced by very specific cells. Among the “branches” it is possible to see tubes ranging from the top of the structure up to glass containers of different shapes and sizes, some of which stand out from the rest sometimes, affected by intermittent flashes. This system is the living part of the innovative installation called Hyolozoic Ground, a new matrix of living hybrid construction, created by Philip Beesley in collaboration with a large research team. This project is based on processes of developing and evolving logic that, when applied to architecture, could lead to the construction and evolution of natural-artificial hybrid buildings.

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Life-like Energy Matrix Il progetto denominato Life-like Energy Matrix propone la sperimentazione di installazioni in grado di produrre elettricità grazie all’anidride carbonica presente nell’aria. Ispirata dalla fotosintesi naturale, la matrice funziona grazie a organismi artificiali chiamati protocellule, che conferiscono alle installazioni un comportamento simil-vivente, sostituendo il concetto di “meccanismo” con “metabolismo”. La proliferazione di queste unità, programmate chimicamente per svolgere determinati compiti, è infatti dovuta a una serie di reazioni di ossidoriduzione effettuate dalle protocellule per ricavare “nutrimento”. Tali reazioni, che coinvolgono l’anidride carbonica, producono come scarto elettroni spaiati, che possono essere intercettati da un sistema simile a quello di una semplice pila. Questa rivoluzione porta una sensibilità, ancora simulata, nell’oggetto costruito, che va a inserirsi nell’ambiente integrandosi con il contesto grazie a scambi di informazioni e di energia continui. Questo scambio di energia, innescato dalla presenza umana, è anche il concetto portante che sta alla base del progetto: energia come risorsa, energia come idee e propositività. L’installazione, pensata per il posizionamento all’interno della Sala Borsa di Bologna, è dotata di un’interfaccia che permette di condividere le proprie idee con la rete, creando una connessione di idee tra le persone che produce energia.

The project called “Life-like Energy Matrix” proposes the sperimentation of installation capable of producing electricity due to carbon dioxide in the air. Inspired by natural photosynthesis, the matrix works through artificial organisms called protocells, which gives to the installation a life-like behavior, replacing the concept of “mechanism” with “metabolism”. The proliferation of these units, chemically programmed to perform a variety of functions, takes place through a series of redox reactions performed by protocells to get “feeding”. Such reactions, involving the carbon dioxide, produced as a waste unpaired electrons, which can be intercepted by a system similar to a simple battery. This revolution brings a simulated feeling in constructed object, which is integrated into the environment to fit with the context through continue exchanges of information and energy. This exchange of energy, triggered by human presence, is also the main concept behind the project: energy as a resource, energy and ideas as proactiveness. The installation, designed for placement inside the Sala Borsa of Bologna, has an interface that allows you to share your ideas with the network, creating a connection of ideas between people that produces energy.

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Marco Ferrari

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Mirco Bianchini

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Interwoven Landscape L’ambiente in cui ci inseriamo e confrontiamo è un sistema complesso d’informazioni, regole, relazioni chimicofisiche, matematiche, spaziali. Ogni struttura è sollecitata alla ricerca di stabilità, per soddisfare le proprie esigenze energetiche, all’interno di campi di forze che determinano i cambiamenti di stato o di forma. Il prodotto è il risultato del processo, di conseguenza quello che ne scaturisce è un elemento che incorpora in esso le informazioni del processo. La forma, nelle sue fasi di morfogenesi, subisce e produce dei mutamenti, rappresentabili mediante campi di forze; possiamo quindi parlare di una molteplicità di insiemi nidificati di intensità, che vanno ad alterare la simmetria e la stabilità iniziale del sistema, generando variazione.

Facciamo un esempio, i passaggi di stato dell’acqua (gassoso-liquido-solido). Prendiamo un cubetto di ghiaccio, si trova in una condizione di equilibrio, se provochiamo una perturbazione (variazione di temperatura) inizierà a verificarsi la distruzione della struttura cristallina, verso una condizione energeticamente più stabile; questi specifici punti di trasformazione (cambi di stato, nel caso specifico dell’acqua) vengono indicati come punti critici o di singolarità. I fenomeni più interessanti che riguardano la trasformazione della materia si verificano a punti critici di intensità….[”le transizioni di fase” esemplificano la capacità della materia di cambiare autonomamente, capacità che possono rimanere inespresse sino a quando il punto critico non viene raggiunto...].


ne in unico progetto: il primo legato all’inquinamento si è focalizzata verso la ricerca e sperimentazione di una materiale con capacità di interazione con l’ambiente; la secondo legata all’abbagliamento il progetto si è avvalso dell’uso di strumenti di “parametric strategies” per generare una struttura che variasse la propria densità di elementi in risposta ai valori di abbagliamento determinati. La struttura generatasi viene ricoperta dal materiale con proprietà fotocatalitiche. La ricerca condotta nei laboratori dell’Istituto Fermi di Modena grazie all’aiuto della 4D, con la supervisione delle professoresse Balestrazzi e Domenica e l’aiuto di due dottorandi in chimica industriale Piero Bruschi e Andrea Baschieri ha condotto alla sperimentazione di un materiale proveniente dal riciclaggio del PET nel quale è stato introdotto titanio ossido. Grazie alla particolare duttilità della plastica è stato creato un materiale che possa essere spruzzato sulla struttura creando un pelle lattiginosa reagente all’ambiente circostante. Il PET riciclo viene fornita la proprietà di assorbimento degli inquinanti e trasformazione in nitrati; sali che possono essere ricuperati e usati come fertilizzante per le coltivazioni circostanti. Tutto ciò crea una struttura “vivente” in grado di reagire, crescere, modificarsi e alimentare l’ambiente in cui si colloca.

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InterwovenLandscape è il progetto di tesi presentato presso l’università IUAV di Venezia, tutor di questo lavoro sono stati Alessio Erioli, Enrico Fontanari, Alberto Bertagna e Mirko Daneluzzo. La ricerca progettuale trova il suo ambito nello scenario dello svincolo autostradale di Legnago (VR) inserito nella proposta infrastrutturale della Nogara-Mare. Le opere viarie determinano un forte impatto sul paesaggio; l’aumento della mobilità comporta la nascita di criticità come: l’incremento dell’inquinamento aereo, il rumore, la sicurezza, la creazione di spazi interstiziali nel paesaggio, luoghi intermedi tra l’inurbanizzato e l’urbanizatto. Ma per quanto l’azione del “guidare” sia legato all’uso della vista, molti dei problemi connessi a questo senso vengono sottovalutati. Abbagliamento, variazione della percezione a causa: del tracciato, della velocità, del paesaggio percepito, delle condizioni atmosferiche circostanti, questo è un possibile elenco dei problemi che si legano alla vista e alla percezione. In base alle osservazioni del sito e del materiale considerato sono stati selezionati due problemi come elementi motrice del progetto; l’inquinamento aereo e l’abbagliamento; tale scelta è stata fatta con la volontà di sviluppare il progetto attraverso due percorsi che trovano fusio-

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Alessio Erioli

Un network infrastrutturale dinamico per la connessione energetica e comunicazione tra isole. I clusters di isole lungo la costa Croata risentono della difficoltà di raccogliere e distribuire energia tra loro, sono come punti isolati in un medium liquido, il mare. Il progetto mira a colmare il gap attuale tramite una infrastruttura che non è un artefatto fisso o rigido bensì uno sciame di agenti basati sul comportamento del Phytoplankton (per la sua capacità di formare strutture emergenti in base alle condizioni marine e alle correnti) in modo da sfruttare la velocità delle correnti e fornire strutture dinamiche, effimere ed emergenti per la raccolta e distribuzione di energia e informazioni. Progetto sviluppato ad Agentware AA Visiting school - Rovinj 2011

Una visione contemporanea della condizione umana sfida il suo confinamento nei limiti di un corpo (legato al proprio set genetico e ad una immagine di stampo rinascimentale) e una mente viste come entità che hanno relazioni reciproche ma sono considerate separate sia tra loro che dal proprio milieu (l’insieme delle condizioni ambientali, cultutrali ed edafiche). Innanzitutto ne mette in discussione la purezza e l’integrità: il nostro stesso corpo è un ambiente che ospita numerose forme di vita (intere popolazioni di virus e batteri, dotate del proprio modo di comunicare e auto-organizzarsi), le quali inoltre superano di gran lunga in numero le cellule del corpo umano in un rapporto di 10 a 1; scambia in continuazione materia, energia e informazione attraverso la propria frontiera più esterna (la pelle). L’uomo come misura di tutte le cose lascia il campo all’idea di specie all’interno di un ecosistema. Gli stessi principi di emergence e auto-organizzazione che guidano la morfogenesi a tutti i livelli si applicano alla mente: cognizione, intelligenza e identità non solo sono condizioni emergenti, ma addirittura indefinibili senza considerarle connesse ad un corpo ed un mondo. La cognizione necessita di un corpo (inteso in senso lato), l’informazione deve essere spazializzata e di un ambiente in cui operare per poter definire forme di intelligenza. (…)

Ora stiamo entrando in una terza fase dell’evoluzione nella quale possiamo cambiare noi stessi e dirigere la nostra stessa evoluzione, il che significa progettare i nostri corpi oltre che il nostro amibente. Nelle parole di Kevin Kelly: “Circa 10.000 anni fa , l’umanità ha passato un punto di non ritorno in cui la nostra capacità di modificare la biosfera ha ecceduto l’abilità del pianeta di modificarci a sua volta. Quella soglia è stata l’inizio del technium [Kelly lo definisce come la tecnologia non solo nei suoi prodotti ma in quanto forza che promuove la propria replicazione e sviluppo]. Siamo ad un secondo punto critico in cui l’abilità dle technium di cambiarci eccede la nostra capacità di cambiare il technium.” Il nostro ambiente è sempre più ingegnerizzato con intensità e diffusione crescente mentre la tecnologia tende a somigliare in modo sempre più vicino ai sistemi naturali nei loro comportamenti complessi ed emergenti. La tecnologia quindi non è una caratteristica aggiunta che implicitamente soggioga o minaccia la condizione umana; piuttosto si tratta di una dimensione inestricabilmente simbiotica: la nostra strategia ambientale è di costruire sistemi, ma quando qualcuno entra nell’uso di un sistema, diventa parte del sistema stesso. (…) L’architettura può considerarsi non semplicemente una disciplina della costruzione materiale al fine di materializzare una visione antropocentrica (principalmente come artifatto che mitiga e limita gli effetti delle interazioni tra uomo e ambiente in entrameb le direzioni: una serve ad evitare i danni che l’uomo può perpetrare ad un ambiente supposto perfetto, l’altra a proteggere gli stessi uomini dagli aspetti selvaggi e tossici della stessa, non più così perfetta natura) ma come l’orchestrazione di sistemi di relazioni, un processo di articolazione di informazioni nello spazio e nel tempo attraverso la proliferazione massiva di sistemi di computazione (organici e/o inorganici) dotati di capacità agente (agency) autonoma e che possono evocare proprietà emergenti di autoorganizzazione costruendo gerarchie di relazioni a numerosi livelli di complessità. Allontanadosi dal mero concetto di artefatti per mitigazione o rigida protezione, la sua ambizione ultima è di guidare la progettazione di future menti,

Tail-flock Sciami di agenti seguono la velocità delle correnti e formano network strutturali tramite comportamento stigmergico. Formazione delle strutture di coda. Swarms of agents follow current speed and form structured networks through stigmergy behavior. Tail structure formation.

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Symbiotic/Synthetic architecture

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corpi e ambienti, usando la forma come agente per promuovere la generazione di diversità e novità che possono essere esplorate nell loro pieno potenziale solo attraverso processi di computazione (elaborazione di informazioni). Così come ogni specie biologica è un wet computer e, d’altro canto, i computers così come li conosciamo sono solo forme primitive di una nuova specie biologica, e considerando che ogni tecnologia che raggiunge un adeguato livello di sofisticazione diviene parte di ciò che consideriamo l’ambiente “naturale”, le forze convergenti di bio-computation guideranno la tecnologia al suo fine ultimo: diventare una natura interamente nuova. A dynamic network infrastructure for island energy connection and communication. Island clusters in Croatian coast have hard time gathering and distributing energy, they are isolated spots within a liquid medium, the sea. The project aims to work on the present gap in order to provide an infrastructure which isn’t a fixed, built artifact but a dynamic swarm of agents which are based on the behavior of role models such as Phytoplakton (for its ability to form emergent structures according to the currents and sea conditions) to exploit the current speed and provide ephemeral, dynamic structures for energy gathering and communication. Project developed at Agentware AA Visiting school - Rovinj 2011

A contemporary view of human condition challenges its confinement in the boundaries of a body (bound to its genetic set and a renaissance image) and a mind as entities, which have reciprocal connections but are considered separated from their milieu (the set of environmental, cultural and edaphic conditions). First of all it questions their purity and integrity: our own body is itself an environment that hosts several lifeforms (populations of virus and bacteria, which have their own ways to communicate and organize themselves), which also largely outnumber human body cells on a 10 to 1 ratio; it’s being perpetually changed as its constituent cells are replaced periodically; moreover it also exchanges continuously energy, matter and information through its outmost frontier. Man as

measure of all things left way for the idea of specie within an ecosystem. The emergent self-organization and connectedness principles which guide morphogenesis on all levels do apply for our minds: cognition, intelligence and identity are not only emergent, but also undefinable without the connection to a body and a world. Cognition needs a body (in its broader meaning), information needs to be spatialized and an environment to operate within in order to define intelligence. (…) Now, we are entering a third phase of evolution where we are able to change ourselves and direct our own evolution, that is to design our own future bodies and environments. In the words of Kevin Kelly: “About 10,000 years ago, humans passed a tipping point where our ability to modify the biosphere exceeded the planet’s ability to modify us. That threshold was the beginning of the technium [Kelly defines it as technology along with the force that drives its own creation]. We are at a second tipping point, where the technium’s ability to alter us exceeds our ability to alter the technium.” Our environment is increasingly engineered with raising intensity and diffusion while our technology tends to be increasingly more similarly to natural system in their complex and unpredictable behaviors. Technology then isn’t an added feature that implicitly subjugates or undermines human condition, rather an inextricable symbiotic dimension: our environmental adaptation strategy is to build systems, but when one becomes the use of a system, it becomes part of the system. (…) Architecture can be considered not just as a discipline of material construction that materializes an anthropocentric vision (mostly as an artifact to mitigate and limit the effects of the interactions between man and environment in both directions: one is to avoid the damage men can perpetrate on a supposedly perfect environment, the other to protect the same men from the wild and toxic aspects of the samebut-not-so-perfect-anymore nature) but as the orchestration of systems of connections, a process of articulating information in space and time through the massive proliferation of computing systems (organic-inorganic) endowed with autonomous agency which are able to tease out self-organization emergent properties by building hierarchies of relations at several levels of complexity. Steering away from the mere concept of a rigid protection and mitigation artifact, its ultimate ambition is to lead the design of future minds, bodies and environments altogether, using form as agency to promote the engendering of diversity and novelty which can be exploited in its full potential only through computation (information processing). As far as every biological specie is a wet computer and, on the other hand, computers as we know them today are just primitive forms of a new biological specie, and considering that any technology that reaches enough sophistication becomes a part of what we consider a “natural” environment, the convergent forces of biocomputation will lead technology to its ultimate goal: to become an entirely new nature.

Proto-speed-test Comportamento a sciame guidato dalla velocità delle correnti. / Current speed-based swarming behavior.


Tommaso Casucci

L’uomo come qualsiasi altra specie vivente esiste all’interno di un complesso meta-sistema ecologico caratterizzato dalle relazioni tra gli organismi che lo compongono e il loro contesto organico ed inorganico. Ogni organismo fa uso dei composti presenti nel proprio ambiente e ne restituisce prodotti e facendo questo influenza e determina gli equilibri del sistema globale. Ogni azione e ogni prodotto dell’uomo quindi, anche quelli che consideriamo sintetici o artificiali possono essere considerati parte di complessi processi naturali. Nel fare questo molte specie hanno imparato a costruire strutture che ne estendono le potenzialità al di la delle proprie capacità fisiche. Ciò non è necessariamente legato all’impiego di strumenti inorganici ma comprende anche i rapporti che le specie hanno tra una e l’altra. La tecnologia è parte cioè delle caratteristiche naturali di un organismo e come tale ne definisce un estensione sia fisica che mentale, sia questa vivente o non vivente. L’evoluzione delle specie è caratterizzata in buona parte dal loro raffinamento di tecnica, tecnologia e dei rapporti tra specie e specie. L’Architettura stessa è quindi un’appendice tecnologica o anche estensione prostetica dell’uomo che ne aumenta le capacità fisiche, mentali, i rapporti sociali e i rapporti simbiotici tra questo e il suo ambiente. Oggi e molto più in futuro saremo capaci di agire in maniera sempre più sofisticata e consapevole all’interno del nostro ecosistema e questo permetterà di connettersi alla complessità dell’ambiente piuttosto che cercare di proteggersi da questo e porsi con questo in netto contrasto. Processi di progettazione Biodigitali in Architettura L’Architettura contemporanea si avvale ad oggi del supporto massivo di strumenti digitali nei processi di progettazione. Già dai primi esperimenti, nel corso degli anni Ottanta, alcuni architetti di avanguardia cominciarono a utilizzarne le potenzialità per creare spazi dalle qualità più avanzate o addirittura non ottenibili tramite l’elaborazione per mezzo di tecniche tradizionali. L’utilizzo di codici e processi algoritmici nella progettazione permettono ad esempio la generazione di sistemi morfologici complessi la cui determinazione sarebbe impossibile al di fuori dell’ambiente digitale. Tali strumenti permettono anche di tenere conto di molteplici aspetti performativi dei sistemi, di valutarne l’inserimento all’interno dell’ambiente chimico fisico in fase di progettazione e di determinarne la variazione e il comportamento nel tempo. La proposta per la nuova biblioteca della facoltà di Architettura di Firenze ha rappresentato un caso studio dello sviluppo di un sistema complesso altamente integrato con l’ambiente. Il progetto si inserisce all’interno di un ampio piano di rinnovamento di area usata fino a tempi recenti come convento e poi come penitenziario. Gli spazi preesistenti sono

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Sistemi e(co)evoluti

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stati convertiti in archivio, la nuova addizione provvede spazi per lo studio, aree di incontro, un auditorium e uno spazio espositivo. Il progetto esplora le qualità della modulazione di superfici in un campo intensivo di forze dove la particolare distribuzione di materiale crea strutture performative e spazi altamente differenziati. Questo tipo di intelligenza materica è molto frequente in biologia: “Biology makes use of remarkably few materials, (…) and they have much lower desities than most engineering materials. They are successful not so much becouse of what they are but becouse of the way they are put togheter.” (“Biodynamics”, George Jeronimidis, Architectural Design Magazine, Vol. 74, Wiley, 2004). In una prima fase di analisi è stata raccolta una vasta quantità di dati rilevanti relativi a viabilità, condizioni di traffico, accesso degli utenti e contesto tridimensionale. In una seconda fase i dati sono stati usati per descrivere un campo tridimensionale di vettori il quale è stato l’input per il processo di generazione delle superfici. Il processo si basa sulla estrazione dal campo di vettori di superfici descriventi insiemi equipotenziali. Tra le numerose soluzioni generate è stata quindi selezionata quella che rappresenta il miglior compromesso tra performance strutturale e programma funzionale.

Ad una scala più di dettaglio, la porosità della superficie è ispirata ad un particolare tipo di superficie minima triplamente periodica, Schoen’s manta surface, questa struttura si basa sulla ripetizione tridimensionale di una semplice cellula cubica. La proliferazione di questa cellula su pattern complessi da risalto a effetti emergenti particolarmente interessanti Inoltre, la variazione topologica di questo modulo è stata studiata per definire una interfaccia performativa di regolazione bioclimatica tra l’interno e l’esterno della biblioteca e raggiungere un adeguato comfort termico e una corretta illuminazione degli ambienti sia in condizione estiva che in quella invernale. In particolare dove l’analisi ha riportato una bassa quantità di radiazione solare è favorito il passaggio di luce diretta, al contrario il passaggio di luce diffusa è favorito dove la radiazione solare registrata è alta. “Processi di progettazione biodigitali in Architettura, nuova biblioteca universitaria della facoltà di Architettura di Firenze” Tesi di laurea in Architettura Magistrale, facoltà di Architettura, Università degli studi di Firenze, dicembre 2010, relatore prof. Ulisse Tramonti, co-relatore prof. Alessio Erioli, studente Tommaso Casucci.


speciale aaa+a 2012 costruire paesaggi


AAA+A

Agricoltura Alimentazione Architettura + Atletica

AAA+A Agricoltura Alimentazione Architettura + Atletica

AAA+A 2012

La mostra A.A.A.+A. Agricoltura Alimentazione Architettura, è una mostra itinerante dedicata al rapporto fra verde e costruito, un cantiere verde dove trovano spazio le tre A che rappresentano il futuro della sostenibilità: Agricoltura, Architettura, Alimentazione, tre ambiti che non solo hanno in comune il rapporto con il verde, ma sono alla base delle scelte strategiche che hanno ispirato il tema portante dell’EXPO 2015 “Feeding the Planet, Energy for Life”. La quarta A è quella di Atletica, in una sinergia di intenti fondata sul benessere dell’uomo. La mostra è uno stimolo per i professionisti, architetti, ingegneri, agronomi, designer, un ricco contenitore di eventi, dove tutte le novità operative sono riunite in un unico ambito. Ogni anno AAA+A affronta un tema diverso.

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Gli organizzatori Nemeton Network e Promoverde formano e coordinano una rete di professionisti, aziende,
associazioni, partners istituzionali con l’obiettivo di promuovere un rapporto sempre più
profondo e consapevole con il verde. Il percorso che ha portato Nemeton Network e Promoverde a essere oggi i concreti interlocutori del mondo del verde italiano, parte da lontano. È il 2001 quando viene organizzato “Il progetto naturale”, la prima grande mostra che riunisce le realizzazioni dell’architettura sostenibile in Italia. Da allora, attraverso un percorso attraverso le maggiori manifestazioni fieristiche italiane, hanno unito il mondo della cultura e quello del fare, con il coinvolgimento di Enti, Associazioni e delle maggiori aziende italiane dei settori del verde tecnico, del florovivaismo, del costruire sostenibile. Un percorso che ha dal 2010 il patrocinio del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, e che segue il sentiero più diretto verso la grande Expo del 2015. Il percorso 2010 TRIENNALE DI MILANO - 5 febbraio / 28 marzo Mai una foglia era entrata nel Sancta Sanctorum del Design internazionale, il Palazzo della Triennale di Milano, prima che gli organizzatori di GREEN LIFE ci coinvolgessero per portare il verde vero in mostra. Abbiamo sistemato tre giardini verticali di sei metri di altezza davanti all’entrata del palazzo, un grande muro d’erba vera e una piccola foresta tropicale all’uscita della mostra. Un calendario d’incontri dedicati alle alte tecnologie per il verde e alle nuove costruzioni vegetali hanno visto una grande partecipazione di pubblico. HIGH GREEN TECH SYMPOSIUM 2010 – 19 marzo, Milano Il Salone d’Onore della Triennale di Milano ha ospitato la seconda edizione del Symposium internazionale che organizziamo dal 2009. Oltre 300 persone hanno seguito i relatori, tra i quali Lucien Kroll,

Marcel Kalberer, Massimo Iosa Ghini, Giuseppe Barbera, Giulia Caneva e altri rappresentanti di architettura, agraria, botanica, florovivaismo, confrontarsi sul tema “A sustainable beauty”, nell’ambiente interdisciplinare che caratterizza l’evento annuale. MACEF, 9/12 settembre, Milano 1400 metri quadri
 Abbiamo realizzato il cuore verde di una delle manifestazioni internazionali più importanti per il mondo del complemento d’arredo, un successo che è rimbalzato sui quotidiani milanesi fino a farne il punto di attrazione dell’intera fiera. CERSAIE, 28 settembre – 2 ottobre, Bologna 2000 metri quadri
 Uno spazio esterno realizzato in collaborazione con l’arch. Renzo Piano e Franco Origoni. È stato durante questa manifestazione che si è constatato come di fatto l’elemento verde, se usato con sapienza, riesca a dialogare con pari dignità con l’architettura e con il mondo della ceramica. Il pensiero che ci ha mosso da sempre qui ha trovato corpo, dimostrando quanto sia importante oggi la sinergia fra costruito e mondo del verde. SAIE, 27/30 ottobre, Bologna 1400 metri quadri
 Il successo riscosso al Cersaie ha prodotto una replica richiesta all’ultimo minuto dagli organizzatori del Saie, provocando un inaspettato effetto-verde sulla manifestazione dedicata all’edilizia. La stampa ha amplificato l’effetto parlando di un Saie che finalmente si apriva al verde come la vera novità di quell’anno. EIMA – MIA, 10/14 novembre, Bologna 2400 metri quadri
 Nella manifestazione dove più forte è il rapporto con l’agricoltura si è consolidata la visione della necessaria sinergia fra settori apparentemente distanti. Il mondo dell’agricoltura, con le sue nuove valenze multifunzionali, si è scoperto di fatto unito a quello dell’architettura, al mondo del verde, al florovivaismo. Non solo attraverso gli oltre 2000 metri quadri di esposizione, ma anche nei seminari, workshop e convegni organizzati che hanno dimostrato la necessità di un approccio multidisciplinare. MOTORSHOW, 4/12 dicembre, Bologna, 1400 metri quadri La sinergia con il mondo dell’auto sembrava ai più un azzardo, ma si è rivelata invece una carta vincente. La realizzazione dello spazio dedicato alle Green City, con l’uso di auto elettriche di nuova generazione, ha visto mondo del verde e mondo dell’auto uniti in un rapporto vincente per lo sviluppo delle nuove città sostenibili.


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Il percorso 2011 FUORISALONE, FABBRICA DEL VAPORE - 12/17 aprile, Milano 1000 metri quadri
 Il percorso 2011 è iniziato a Milano, nella manifestazione più importante del mondo del design. All’interno delle tante proposte che parlavano di verde, noi non abbiamo solo parlato ma portato il verde vero, tradizionale e tecnico. Per la prima volta nella settimana del Design più nota al mondo si è parlato di agricoltura. SANA – 8/11 settembre 400 metri quadri Un’anteprima della mostra AAA+A in uno spazio all’aperto dove la A di Alimentazione prende importanza in linea con gli argomenti della manifestazione.

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T-VERDE - FLORMART- 15/19 settembre 1400 metri quadri Il grande spazio dedicato al verde tecnico del Flormart, tre torri alte sei metri rivestite di verde verticale, un grande spazio dedicato ai convegni circondato da un bosco, uno schermo di ultima generazione dove scorrono le immagini della mostra AAA+A, le maggiori aziende del settore presenti con prodotti ed esempi di realizzazioni.

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CERSAIE - 20/24 settembre, Bologna 400 metri quadri Continua al Cersaie 2011 la collaborazione con Renzo Piano e Franco Origoni. La mostra AAA+A da il titolo alla manifestazione culturale della manifestazione. A ogni opera di designer selezionati corrisponde un albero specifico, il verde entra da protagonista nel rapporto con l’industria ceramica.

MADE EXPO – 5/8 ottobre, Milano - Salone AAA Agricoltura Alimentazione Architettura La mostra AAA+A arriva al MADE, la più importante manifestazione dell’edilizia e inizia a tingere di verde l’architettura. Cuore del primo salone MADE dedicato al rapporto fra verde e architettura, si declina in PLANETARIUM, una mostra dedicata alla sostenibilità dei nuovi ambienti urbani e VEGETECTURE, la prima panoramica mondiale sui progetti in cui architettura e piante si uniscono verso una forestazione della città. HIGH GREEN TECH SYMPOSIUM 2011 – 7 ottobre, Milano, MADE EXPO Intorno al grande tema: BRING THE FOREST IN THE CITY, durante il Symposium 2011 si sono confrontati relatori provenienti da Francia, Spagna e Italia per uno sviluppo delle città verdi. Il consueto grande afflusso di pubblico ha confermato il Symposium come l’appuntamento culturale più importante del settore. AGRILEVANTE - MIA – 13/16 ottobre, Bari 1.400 metri quadri Il messaggio di sinergia fra Agricoltura, Alimentazione, Architettura arriva al Sud e sceglie Bari come punto privilegiato di diffusione. Nel grande spazio espositivo, oltre alle aziende che hanno avuto modo di dialogare fra loro, si è allestito un “Palagreen” adibito al confronto culturale che ha visto relatori ed esperti in seminari e workshop che hanno animato tutta la manifestazione. MOTORSHOW, 3/11 dicembre, Bologna 1400 metri quadri Continua e si rafforza il rapporto fra verde e trasporto, la presenza verde crea un percorso puntuale in tutti i padiglioni. Autostrade per l’Italia ha voluto incontrare Nemeton Network e Promoverde come rappresentanti privilegiati del mondo del verde, in un


convegno che ha visto come l’elemento vegetale possa risultare vincente non solo nell’abbattimento di CO2, ma in innumerevoli altri casi, come nella realizzazione di barriere acustiche lungo le strade ad alta percorrenza.

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AAA+A 2012 - Costruire Paesaggi Nel 2012 MADE expo propone il Salone Forestazione Urbana e Verde Attrezzato, un’area espositiva dedicata alle aziende florovivaistiche e a quelle che si occupano di costruire eco-responsabile, che si pongono in modo dinamico sul mercato per affrontare le sfide del terzo millennio, costruendo un rapporto più profondo e consapevole con il verde, per aprire a un nuovo ambito culturale i confini dell’agricoltura, del paesaggio e del vivere naturale in città. Cuore del salone è la mostra AAA+A. Costruire Paesaggi è l‘argomento dell’edizione 2012 della mostra. Se l’interazione fra Agricoltura, Alimentazione, Architettura è la direzione in cui si muovono già da tempo i mercati, la dimensione del Paesaggio come progetto, nel più ampio significato culturale, etico e sociale che la Convenzione Europea del Paesaggio ha delineato, è quella entro cui pare più opportuno collocarsi per orientare gli scenari di trasformazione delle nostre città. Aumento del patrimonio vegetale e del capitale naturale in città, agricoltura urbana e periurbana, gestione responsabile della risorsa idrica, conservazione attiva degli spazi aperti e del suolo non costruito, utilizzo di tecniche costruttive e soluzioni architettoniche ecocompatibili, costituiscono i temi chiave di questa edizione. Per declinarli al meglio, la mostra si divide in tre parti, Esploratorio a cura di Anna Lambertini, Planetarium 2012 a cura di Fortunato D’Amico, Territorio a cura di Gianluca Cristoni e nella quarta edizione dell’High Green Tech Symposium, dal tema Next Landscapes, a cura di Maurizio Corrado.

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ESPLORATORIO Next Landscapes Anna Lambertini


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ESPLORATORIO Next Landscapes è il nome del percorso espositivo dedicato all’Architettura del paesaggio ideato per Costruire Paesaggi, il contenitore tecnico e culturale allestito presso lo stand di AAA+A al MADE 2012. Giocando sull’ambivalenza del concetto di prossimità, interpretabile sia come vicinanza fisica e geografica sia come imminenza in senso temporale, l’Esploratorio si compone di più parti: una rassegna in video proiezione di immagini di nuovi paesaggi urbani, visibile all’interno di uno dei container dello stand AAA+A; una mappa Next landscapes di luoghi da visitare a Milano e dintorni, ideata in riferimento ai temi dell’Esploratorio, disponibile on line e distribuita anche in fiera; un catalogo-atlante di opere e progetti e scaricabile (in formato pdf) dal sito di Nemeton network (http://www.nemetonnetwork.net/). Una struttura espositiva articolata, per fornire livelli differenti di approfondimento e varie modalità di lettura a quanti si interessano di progettazione di spazi aperti o anche solo hanno la curiosità di assaggiare l’eterogeneità di poetiche e pratiche di costruzione di paesaggi urbani. La rassegna video-esploratorio invita a oltrepassare vicini confini geografici e a muoversi idealmente lungo un itinerario europeo, per scoprire non solo parchi, piazze e giardini di città, ma anche parchi-parcheggio, orti-giardino condivisi, giardini verticali e altre specie di spazi aperti che compongono la dimensione multipla del progetto contemporaneo di paesaggio urbano. La mappa-esploratorio Milano è pensata per offrire ai visitatori del Made la possibilità di combinare l’itinerario virtuale allestito nello stand AAA+A con un itinerario reale di scoperta di luoghi e progetti riferiti all’area milanese. Il catalogo-esploratorio presentato on line, mette a disposizione di chiunque sia interessato schede tecnico-descrittive di tutti i progetti selezionati per la rassegna in video e di quelli della mappa milanese. Grazie all’inserimento di una sitografia di base, ogni scheda del catalogo-esploratorio permetterà di raggiungere, attraverso il web, altri riferimenti utili ai fini della comprensione del progetto e di attivare così ulteriori livelli di informazione. La finalità dell’Esploratorio è duplice: condividere idee e sguardi sulle molteplici potenzialità degli spazi aperti che abitiamo ed esplorare temi e idee per il futuro prossimo della progettazione del paesaggio urbano in Italia. In questa prospettiva, cinque parole chiave sono state utilizzate per collegare i progetti selezionati e comporre inconsuete stazioni tematiche, corrispondenti a contenitori aperti di riflessione critica. Multigreen, In between Green, Smart Green, Infill Green, Extreme Green: ispirate da concetti in uso nel dibattito sulla città contemporanea, queste 5 parole chiave invitano prima di tutto a ribaltare il punto di vista sul costruito, per lasciar emergere in positivo tutto il sistema dei vuoti e considerare la componente vegetale come materiale privilegiato per caratterizzare le trasformazioni urbane. L’obiettivo dell’Esploratorio Next Landscapes tuttavia è di evidenziare come il fattore Green (inteso nella sua accezione più comune di sostenibile, eco-responsabile o semplicemente verde) da solo non sia sufficiente per qualificare

un buon progetto di paesaggio: dalla micro alla macro scala, dalla dimensione del vuoto architettonico a quella territoriale, costruire paesaggi implica sempre anche un pensiero sulla bellezza di luoghi viventi e spazi abitabili. Il glossario dell’Esploratorio Next Landscape multi≠GREEN: dopo decenni di anestetico verde attrezzato, le città si rigenerano riscoprendo i valori dell’eterogeneità, della multifunzionalità e della transcalarità degli spazi aperti. Per affrontare le sfide della qualità dell’abitare occorrono non interventi di verde generico, ma capacità di creazione di bei paesaggi quotidiani. Parchi metropolitani, orti collettivi e giardini di città per biodiversità diffuse. in between/GREEN: rileggere il ruolo degli spazi intermedi, assecondare le temporalità stagionali, creare sistemi interconnessi di spazi aperti: buone pratiche, riferimenti e idee per lavorare sugli interstizi, i frammenti, i vuoti tra gli edifici e, ad esempio, trasformare una superficie asfaltata in un giardino da abitare, una corte interna in un’oasi di biodiversità urbana, le strade di un quartiere in una rete di corridoi biologici. smart:GREEN: tattiche, azioni dolci e strategie forti di riconfigurazione di vuoti e spazi aperti, che utilizzano abilmente i tempi dell’attesa dei processi di trasformazione urbana per conferire, anche in forma temporanea, nuovi significati e inaspettate forme di uso a microspazi, siti e luoghi comuni. La presenza vegetale si rivela in una gamma insospettabile di idee di giardino, di estetiche della natura, di pratiche condivise per coltivare luoghi e spazi viventi. infill»GREEN: per migliorare la qualità della vita nelle città è fondamentale riuscire ad aumentarne il capitale vegetale. Tecniche, progetti e suggerimenti per offrire alle piante maggiori opportunità di diffondersi nella realtà urbana e creare reti verdi: dai giardini verticali alle corti-giardino, dal prato sul tetto alle tessere botaniche integrate nelle pavimentazioni, la popolazione vegetale viene invitata a infiltrarsi negli edifici, a radicare ai loro piedi, a espandersi dentro e fuori le nostre case, gli ambienti di lavoro, i luoghi di incontro. extreme*GREEN: dalle sperimentazioni dell’arte urbana e del landscape design, dalla ricerca applicata, dalla produzione industriale, dalle pratiche sociali e di cittadinanza attiva, innovazioni tecniche, provocazioni e immaginari poetici per nutrire la cultura del progetto dei paesaggi urbani prossimi e il nostro senso di eco-responsabilità collettiva verso le generazioni future. L’Esploratorio Next Landscapes è un progetto ideato da Anna Lambertini (socia AIAPP), che ne ha curato i contenuti con la collaborazione di Tessa Matteini (socia AIAPP). Contributi culturali e scientifici sono stati forniti da Maria Livia Olivetti e Anna Lisa Metta (Ricerca LUS/Living Urban Scape Università di Roma 3, Programma FIRB finanziato dal MIUR). Collaborazione grafica di Marco Pacini (socio AIAPP).


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Schinkel Eilanden Luogo: Amsterdam, Olanda Progettisti: Buro Sant en Co, Den Haag/ www.santenco.nl Progettazione: 2001-2008 Realizzazione: 2006-2010 Committente: Gemeente Amsterdam stadsdeel Oud Zuid

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Estensione: 12 ettari

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Il sistema di spazi aperti che si estende a sud-ovest del nucleo urbano storico di Amsterdam forma una struttura coerente di vuoti dall’importante valore strategico, incrementata e qualificata nel corso del tempo grazie a una serie di progressive addizioni. Al primo “cuneo” verde di Vondel park, realizzato nella seconda metà del XIX secolo, si aggiunge negli anni ‘30 del Novecento l’importante estensione dell’Amsterdamse Bos, creato contestualmente alla redazione del Piano urbanistico cittadino per costituire un parco di dimensione regionale e definire una soluzione di continuità tra il centro storico e i nuovi insediamenti programmati. Agli inizi del XXI secolo la trama di spazi aperti compresa tra le polarità dei due parchi storici si arricchisce di due componenti, entrambe progettate dallo studio Buro Sant en Co di Den Haag (L’Aia): si tratta del parco urbano di Schinkel Eilanden e del nuovo sistema di piazze urbane che circondano la architettura storica dello stadio, realizzata in occasione delle Olimpiadi del 1928. La necessità di integrare il sistema esistente di spazi aperti attraverso una connessione al tempo stesso ecologica, paesaggistica e funzionale, ha suggerito la creazione di un nuovo water park “insulare” lungo il canale Schinkel (in origine un corso d’acqua di ridotte dimensioni, canalizzato nel XX secolo), che costituisce oggi la principale via d’accesso navigabile al nucleo della città storica. Strutturato lungo il tracciato di una linea ferroviaria dismessa (segnalata dalla presenza di una fascia di wild flowers che colonizza i binari e del Pear lane, un viale alberato da filari di Pyrus da fiore), il parco è accessibile attraverso il Jan Wilsbrug, un ponte pedonale che lo collega all’area dell’Olympish Stadion ed è dedicato a Jan Wils, il progettista che ha disegnato le architetture del campo sportivo nella seconda metà degli anni ’20. Assecondando la particolare natura ibrida del sito e il suo ruolo di interfaccia tra terra e acqua, il parco è stato immaginato dai progettisti come un arcipelago che si sviluppa su quattro diverse isole tematiche: la Tennis Island e la Soccer Island che accolgono gli impianti sportivi legati a tennis, calcio, hockey e atletica, la Park Island, un’area ecologica e ricreativa e la Nature Island (o Eco-Island), specificamente dedicata al ripopolamento da parte di microfauna e avifauna; una quinta isola, la Boat housing Island crea sul canale una sorta di ‘quartiere flottante’, un esteso insediamento di abitazioni galleggianti che trovano in questa zona una delle maggiori concentrazioni di Amsterdam.

Parole chiave: connessione, arcipelago, isole tematiche, water-park, rinaturalizzazione perché l’abbiamo scelto: spazio aperto ibrido, multiscalare e multifunzionale, il parco di Schinkel Eilanden assume un suo ruolo specifico all’interno del sistema paesaggistico cittadino, riconnettendo Vondel Park con il Bosco di Amsterdam e promuovendo attivamente alla scala urbana e a quella di quartiere, i valori della diversità biologica e culturale. perché l’abbiamo scelto: spazio aperto ibrido, multiscalare e multifunzionale, il parco di Schinkel Eilanden assume un suo ruolo specifico all’interno del sistema paesaggistico cittadino, riconnettendo Vondel Park con il Bosco di Amsterdam e promuovendo attivamente alla scala urbana e a quella di quartiere, i valori della diversità biologica e culturale.

Il parco è organizzato da un sistema di percorsi in quota e sull’acqua, con passerelle, ponti, moli e banchine che creano una trama di connessioni sospese o flottanti all’interno della “costellazione” delle cinque isole tematiche, reinterpretando materiali ed estetica della carpenteria marittima con finalità ludiche ed ecologiche. La Park Island costituisce il nucleo principale del sistema ed è configurata come un’area naturale per le attività ricreative sull’acqua: la particolare conformazione morfologica che invita ad arrampicarsi e a lasciarsi scivolare lungo i pendii, le ‘proiezioni’ delle banchine lignee che incrementano le superfici utili per pescare, tuffarsi e prendere il sole, la disseminazione dei massi di basalto che affiorano dalla superficie dei percorsi e invogliano alla sosta, la rendono un luogo molto apprezzato in tutte le stagioni. Sulla sommità dell’isola è stata realizzata la Ecological playing Area, uno spazio ludico costituito esclusivamente da vegetazione arbustiva e materiali naturali di recupero, dove i bambini possono nascondersi, rincorrersi e giocare come all’interno di un vero bosco. La Nature Island accoglie una serie di aree eco-tematiche con valenza ludica e didattica, in cui il recupero di tronchi e rami di alberature morte disposti secondo pattern diversificati, oltre a provvedere dispositivi flessibili per il gioco libero, diventa una attrattiva per l’installazione di micro-organismi, funghi e insetti che richiamano a loro volta la presenza di microfauna e avifauna, innescando così il graduale ripopolamento dell’isola da parte di specie animali e vegetali. L’isola del tennis ospita ventiquattro campi esterni e otto campi indoor, parzialmente ‘sospesi’ sopra un parcheggio da centosettantacinque posti e, con la Soccer Island, che accoglie due campi da calcio e una pista da atletica, costituisce oggi la principale infrastruttura sportiva per la zona sud ovest di Amsterdam. La “foresta” acquatica di pali lignei che avvolge le isole del parco, contribuendo alla loro riconoscibilità e a una immediata identificazione (da terra, come dal canale), ha una specifica funzione ecologica, favorendo l’arrivo e la sosta di gabbiani, gallinelle d’acqua e altre specie dell’avifauna marina, così come i tronchi di betulla della Stork city, opportunamente integrati da piattaforme aeree per offrire rifugio alle cicogne di passaggio. Scheda a cura di Tessa Matteini

Una delle passerelle che collegano la terra ferma con la Park Island. Foto Buro Sant en Co


Lo schema di connessione tra Vondel Park e l’Amsterdamse Bos, con l’evidenziazione del ruolo di Schinkel Eilanden nel sistema di spazi aperti a sud-ovest di Amsterdam. Buro Sant en Co

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La planimetria di progetto: sono riconoscibili le quattro “isole” tematiche e la Boat housing island. Buro Sant en Co

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Il percorso pedonale e ciclabile del Pear lane, lungo il tracciato della preesistente ferrovia. Foto Buro Sant en Co

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La Soccer Island: sono visibili i campi da calcio e la pista di atletica. Foto Buro Sant en Co


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Il sito del parco prima della sua realizzazione. Foto Buro Sant en Co

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La prateria di specie erbacee spontanee ricreata sulle sponde del canale. Foto Tessa Matteini


Sezione EXTREME GREEN

MFO PARK Park-house con pelle vegetale e scheletro d’acciaio Luogo: Zurigo, Svizzera Progettisti: Burckardt + Partner and Raderschall Landscape Architects

Parole chiave: spazio multiplo, vertical green, park-house, sublime postindustriale, pergola d’acciaio.

Progettazione: 1999-2001

Estensione: 8.500 m2 x 17 m di altezza

Perché l’abbiamo scelto: teatrale, visionario e inventivo, MFO Park si qualifica nel panorama internazionale come un modello di riferimento che, reinventando temi progettuali tradizionali, ha introdotto una vera e propria nuova tipologia di spazio pubblico, la piazza-parco verticale. Non a caso nel 2010 ha vinto l’European Garden Award nella categoria Most Innovative Contemporary Park or Garden.

Verso la fine degli anni Novanta, a Zurigo, in seguito alla dismissione del polo industriale della Mascinenfabrik Oerlikon si rende disponibile un terreno urbano di circa 55 ettari, che viene destinato alla realizzazione di un nuovo quartiere per 12.000 abitanti: il Zentrum Zürich Nord. Nel master plan adottato per dare forma a questa nuova porzione di città in cui, oltre agli edifici residenziali, trovano collocazione poli amministrativi, centri commerciali e servizi, particolare attenzione è stata posta nella definizione di un sistema integrato di differenti tipologie di spazio aperto pubblico. MFO Park, così chiamato dal nome delle vecchie officine meccaniche, costituisce un tassello di questo articolato mosaico urbano. La soluzione proposta dai progettisti, una equipe interdisciplinare composta da architetti e paesaggisti, reinterpreta la concezione tradizionale di parco pubblico amplificando, attraverso l’esaltazione della dimensione verticale, le possibilità di percezione e di uso di un vuoto urbano: MFO Park, “the largest garden arbour in the world”, è un sorprendente spazio multiplo, definito non a caso dai suoi ideatori park-house. La superficie del parco, di complessivi 8.500 m2, conquista volume facendosi avvolgere da una imponente struttura metallica di 100 per 35 metri che delimita tre lati del lotto e si innalza fino a 17 metri d’altezza. Per questo scheletro d’acciaio i progettisti hanno immaginato un rivestimento vegetale formato da un insieme di ben 1.200 piante rampicanti e sarmentose, scelte tra più di 100 differenti specie. MFO Park propone una versione post-industriale e gulliverizzata di figure tradizionali dell’arte dei giardini, il treillage e la pergola, apertamente citate tra i riferimenti di progetto descritti dagli autori. Costituito da un intreccio di rami o canne disposti per formare un grigliato rigido, utilizzato anche come supporto per la crescita di rampicanti, il treillage era in uso già in epoca romana per ornare pareti murarie o creare divisioni tra ambiti diversi del giardino. Nel MFO Park il treillage ligneo si traduce in una combinazione di telai metallici e di cavi di acciaio tesi. Il parco si sviluppa in alzato su tre livelli: un insieme di rampe, collegamenti verticali e passerelle sospese garantisce ai visitatori la circolazione a quote differenziate e l’accesso ad alcune piattaforme-belvedere. Una singolare terrazza panoramica, posta in cima alla park-house, costituisce l’episodio finale del programma di visita. Grazie a questi elementi, il parco assume il duplice carattere di seducente macchina teatrale e di invitante spazio scenico, dove il suono metallico prodotto dal calpestio delle passerelle aeree, la risonanza del rumore di passi in quota, l’eco leggera e diffusa di voci e risate, le vibrazioni dei cavi di acciaio, contribuiscono a determinare una coinvolgente dimensione percettiva in cui i visitatori rivestono al contempo il ruolo di spettatori e di attori.

MFO Park si anima tutti i giorni come un teatro collettivo per eventi quotidiani non programmati: quelli legati al semplice passaggio e alla frequentazione di adulti e bambini, attratti non solo dalla possibilità di usufruire di un singolare luogo pubblico, ma anche dall’idea di conquistare lo spazio verticale per una passeggiata in quota e per godere di insoliti punti di vista sul parco, sui suoi frequentatori, sul nuovo quartiere e sul paesaggio urbano circostante. Il tema della teatralità appare esaltato anche attraverso la messa in scena di una varia e mutevole natura funambola, che all’interno della imponente costruzione di metallo si cimenta nella scalata di fasci di cavi d’acciaio posizionati per formare un insolito colonnato, mentre all’esterno si organizza per formare una spessa pelle vegetale, capace di mutare colore, profumo e texture al passaggio delle stagioni. Per dare un esempio della diversità botanica che caratterizza il progetto, possiamo elencare le piante messe a dimora per coprire uno dei ventagli di cavi d’acciaio che, lungo i fronti esterni, costituisce il modulo seriale della struttura in tensione: Humulus lupulus Hopfen, Clematis “Huldmine”, Vitis coignetiae, Clematis “macropetala” Pearl Rose, Rosa Paul’s Himalayan Musk, Vitis vinifera var. sylvestris, Rosa “New Dawn”, Fallopia aubertii, Clematis Mrs Cholmondeley, Clematis “Betty Corning”, Clematis montana grandiflora, Lonicera paricyclaminum Loly, Parthenocissus quinquefolia. Come spiegano i paesaggisti dello studio svizzero Raderschall Landscape Architects, la struttura vegetale comprende tutte le possibili varietà di rampicanti e sarmentose coltivate in Svizzera e resistenti al clima locale, disposte secondo diversi criteri: l’esposizione, la velocità di crescita, gli effetti cromatici. Varietà di glicine (Wistaria sp.), vite e fallopia, particolarmente robuste, di maggiore sviluppo e a crescita rapida, sono state collocate per garantire una più veloce e rigogliosa copertura della struttura; poi ci sono lonicere e varietà di rose che possono svilupparsi più lentamente fino a minori altezze; infine piante come le clematidi (Clematis sp.), odorose e dalle rigogliose fioriture, di dimensioni più contenute e dal notevole effetto ornamentale. Edere in varietà sono state utilizzate per costituire un più denso fronte vegetale, dal carattere persistente, sul lato esterno nord-est. Grazie alla apposizione di targhette metalliche, ogni pianta può essere facilmente identificata: in questo modo MFO Park assolve anche a una funzione didattica conoscitiva. MFO Park è stato concepito come luogo adatto a ospitare rappresentazioni, concerti e manifestazioni culturali all’aperto: l’ampio vuoto racchiuso dall’imponente guscio metallico è organizzato in due ambiti distinti per configurazione e vocazione d’uso.

Realizzazione: 2001-2002

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Committente: Gemeente Amsterdam stadsdeel Oud Zuid

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Un rettangolo più grande, scandito sui due lati lunghi dal colonnato creato con strutture in fasci di cavi di acciaio avvolti da rampicanti e pavimentato con ghiaia color sabbia, si apre totalmente sul lato nord-est del parco come un generoso parterre coperto, disponibile ad accogliere installazioni e eventi. Su questo vuoto si affacciano, dai livelli superiori, alcune piattaforme in legno e acciaio. Sul lato opposto, un rettangolo più piccolo appare disegnato come una hall: si tratta di una stanza all’aperto delimitata da un cordolo di acciaio corten e ribassata di una decina di centimetri rispetto al piano principale. Questo ambito ben definito, pavimentato con una ghiaia sciolta di vetro riciclato, dai colori cangianti dal verde al blu, si riveste di un gradevole luccichio sotto i raggi del sole. Pochi e semplici gli elementi di arredo: sedute e piani di appoggio in legno e acciaio distribuiti in ordine sparso, una vasca d’acqua fuori terra che richiama la forma del loto, fasciata da un nastro in acciaio corten e con il bordo interno circondato da iris acquatici. Nell’insieme, un luogo fortemente permeato da un’estetica del sublime post-industriale.


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Infill GREEN

La corte interna del Palais du Rhin Una corte-giardino reversibile Luogo: Strasburgo, Francia Progettisti: Agnès Daval/Digitalepaysages Progettazione e Realizzazione: 1996-2002 Committente: D.R.A.C. Alsace Estensione: 120 m2

AAA+A 2012

Costo:

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9.150 €

Verso la fine degli anni Novanta, a Zurigo, in seguito alla dismissione del polo industriale della Mascinenfabrik Oerlikon si rende disponibile un terreno urbano di circa 55 ettari, che viene destinato alla realizzazione di un nuovo quartiere per 12.000 abitanti: il Zentrum Zürich Nord. Nel master plan adottato per dare forma a questa nuova porzione di città in cui, oltre agli edifici residenziali, trovano collocazione poli amministrativi, centri commerciali e servizi, particolare attenzione è stata posta nella definizione di un sistema integrato di differenti tipologie di spazio aperto pubblico. MFO Park, così chiamato dal nome delle vecchie officine meccaniche, costituisce un tassello di questo articolato mosaico urbano. La soluzione proposta dai progettisti, una equipe interdisciplinare composta da architetti e paesaggisti, reinterpreta la concezione tradizionale di parco pubblico amplificando, attraverso l’esaltazione della dimensione verticale, le possibilità di percezione e di uso di un vuoto urbano: MFO Park, “the largest garden arbour in the world”, è un sorprendente spazio multiplo, definito non a caso dai suoi ideatori park-house. La superficie del parco, di complessivi 8.500 m2, conquista volume facendosi avvolgere da una imponente struttura metallica di 100 per 35 metri che delimita tre lati del lotto e si innalza fino a 17 metri d’altezza. Per questo scheletro d’acciaio i progettisti hanno immaginato un rivestimento vegetale formato da un insieme di ben 1.200 piante rampicanti e sarmentose, scelte tra più di 100 differenti specie. MFO Park propone una versione post-industriale e gulliverizzata di figure tradizionali dell’arte dei giardini, il treillage e la pergola, apertamente citate tra i riferimenti di progetto descritti dagli autori. Costituito da un intreccio di rami o canne disposti per formare un grigliato rigido, utilizzato anche come supporto per la crescita di rampicanti, il treillage era in uso già in epoca romana per ornare pareti murarie o creare divisioni tra ambiti diversi del giardino. Nel MFO Park il treillage ligneo si traduce in una combinazione di telai metallici e di cavi di acciaio tesi. Il parco si sviluppa in alzato su tre livelli: un insieme di rampe, collegamenti verticali e passerelle sospese garantisce ai visitatori la circolazione a quote differenziate e l’accesso ad alcune piattaforme-belvedere. Una singolare terrazza panoramica, posta in cima alla park-house, costituisce l’episodio finale del programma di visita. Grazie a questi elementi, il parco assume il duplice carattere di seducente macchina teatrale e di invitante spazio scenico, dove il suono metallico prodotto dal calpestio delle passerelle aeree, la risonanza del rumore di passi in quota, l’eco leggera e diffusa di voci e risate, le vibrazioni dei cavi di acciaio, contribuiscono a determinare una coinvolgente dimensione percettiva in cui i visitatori rivestono al contempo il ruolo di spettatori e di attori.

Parole chiave: teatrale, visionario e inventivo, MFO Park si qualifica nel panorama internazionale come un modello di riferimento che, reinventando temi progettuali tradizionali, ha introdotto una vera e propria nuova tipologia di spazio pubblico, la piazza-parco verticale. Non a caso nel 2010 ha vinto l’European Garden Award nella categoria Most Innovative Contemporary Park or Garden. Perché l’abbiamo scelto: poetico e essenziale, il progetto della Corte del Palais du Rhin, a poco più di quindici anni dalla sua realizzazione, continua a costituire un esempio di buona pratica contemporanea di arte dei giardini applicata alla reinvenzione di un vuoto architettonico esistente. Una soluzione costruttiva semplice e molto economica che raggiunge un esito ad alta definizione estetica

MFO Park si anima tutti i giorni come un teatro collettivo per eventi quotidiani non programmati: quelli legati al semplice passaggio e alla frequentazione di adulti e bambini, attratti non solo dalla possibilità di usufruire di un singolare luogo pubblico, ma anche dall’idea di conquistare lo spazio verticale per una passeggiata in quota e per godere di insoliti punti di vista sul parco, sui suoi frequentatori, sul nuovo quartiere e sul paesaggio urbano circostante. Il tema della teatralità appare esaltato anche attraverso la messa in scena di una varia e mutevole natura funambola, che all’interno della imponente costruzione di metallo si cimenta nella scalata di fasci di cavi d’acciaio posizionati per formare un insolito colonnato, mentre all’esterno si organizza per formare una spessa pelle vegetale, capace di mutare colore, profumo e texture al passaggio delle stagioni. Per dare un esempio della diversità botanica che caratterizza il progetto, possiamo elencare le piante messe a dimora per coprire uno dei ventagli di cavi d’acciaio che, lungo i fronti esterni, costituisce il modulo seriale della struttura in tensione: Humulus lupulus Hopfen, Clematis “Huldmine”, Vitis coignetiae, Clematis “macropetala” Pearl Rose, Rosa Paul’s Himalayan Musk, Vitis vinifera var. sylvestris, Rosa “New Dawn”, Fallopia aubertii, Clematis Mrs Cholmondeley, Clematis “Betty Corning”, Clematis montana grandiflora, Lonicera paricyclaminum Loly, Parthenocissus quinquefolia. Come spiegano i paesaggisti dello studio svizzero Raderschall Landscape Architects, la struttura vegetale comprende tutte le possibili varietà di rampicanti e sarmentose coltivate in Svizzera e resistenti al clima locale, disposte secondo diversi criteri: l’esposizione, la velocità di crescita, gli effetti cromatici. Varietà di glicine (Wistaria sp.), vite e fallopia, particolarmente robuste, di maggiore sviluppo e a crescita rapida, sono state collocate per garantire una più veloce e rigogliosa copertura della struttura; poi ci sono lonicere e varietà di rose che possono svilupparsi più lentamente fino a minori altezze; infine piante come le clematidi (Clematis sp.), odorose e dalle rigogliose fioriture, di dimensioni più contenute e dal notevole effetto ornamentale. Edere in varietà sono state utilizzate per costituire un più denso fronte vegetale, dal carattere persistente, sul lato esterno nord-est. Grazie alla apposizione di targhette metalliche, ogni pianta può essere facilmente identificata: in questo modo MFO Park assolve anche a una funzione didattica conoscitiva. MFO Park è stato concepito come luogo adatto a ospitare rappresentazioni, concerti e manifestazioni culturali all’aperto: l’ampio vuoto racchiuso dall’imponente guscio metallico è organizzato in due ambiti distinti per configurazione e vocazione d’uso.


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Sezione In-Between GREEN

Corte-Giardino del Municipio Luogo: Schwalbach, Germania Progettisti: Dutt & Kist Progettazione e Realizzazione: 2004-2006 Committente: Comune di Schwalbach Estensione: 7.500 m2

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Costo:

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220.630 €

La costruzione di un nuovo edificio pubblico con sala conferenze in prossimità della sede del municipio, nella cittadina tedesca di Schwalbach, pone l’occasione per riorganizzare complessivamente un lotto urbano centrale, in modo tale da ridefinirne gli accessi, le connessioni pedonali e la distribuzione delle aree a parcheggio. Il progetto dello studio Dutt & Kist ha perseguito questi obiettivi funzionali di base adottando uno schema compositivo semplice e leggibile, che entra in relazione con la geometria urbana determinata dagli edifici e dalla rete viaria esistente per creare un microsistema integrato e multifunzionale di spazi aperti, composto da un giardino pubblico, una rete di percorsi pedonali, alberate e nuove zone a parcheggio, di cui una destinata a ospitare settimanalmente il mercato locale. Giocando sull’alternanza tra materiali vegetali e minerali, lavorando con i colori, gli spessori e le texture, i progettisti hanno trattato lo spazio centrale di rappresentanza, parzialmente racchiuso tra i due edifici, trasformandolo in una sorta di giardino-tappeto, dal disegno geometrico a grandi tessere irregolari.

Parole chiave: giardino urbano, temporalità, interconnessione multifunzionale. Perché l’abbiamo scelto: uno schema compositivo semplice, una texture vegetale a bassa manutenzione, l’integrazione di molteplici funzioni in un vuoto di dimensioni contenute, rendono questo progetto un esempio utile per comprendere come, anche in piccoli centri urbani e a fronte di un misurato impegno economico, sia possibile affrontare efficacemente il tema della riconfigurazione di uno spazio pubblico di rappresentanza collocato tra due edifici applicando una attenzione paesaggistica..

Ampi spartimenti inerbiti si giustappongono ad altri caratterizzati da una partitura botanica sui toni del bianco, del blu dell’argento e del rosso, e composta da masse lineari di tappezzanti (Vinca minor) alternate a fasce di graminacee (Carex  montana, Koeleria glauca ), di aromatiche di piccola taglia (Lavandula  angustifolia  “Munstead”, Nepeta  faassenii) e di arbusti di media taglia dalle abbondanti fioriture (Rosa  “Gärtenfreude”, Rosa pimpinellifolia, Spiraea  arguta). Questa composizione vegetale, oltre ad ammorbidire lo schema geometrico d’impianto grazie al gioco di differenti altezze della piante utilizzate (dai 20 cm delle tappezzanti ad un massimo di circa 80 cm dei cespugli di rose) introduce un tema base della progettazione dei giardini: la variabilità cromatica e di profumi delle fioriture nelle diverse stagioni. Un cordolo piatto in blocchetti di cemento disegna a terra le linee della partitura, i percorsi pedonali sono stati pavimentati con ghiaia colorata, ciottoli di vetro e scorze di corteccia sono stati integrati nelle aiuole.


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Fortunato D’Amico

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Planetarium è la sezione di AAA+A che intende coniugare cultura, arte e territorio proponendo installazioni multimediali dedicate a questi specifici argomenti. La rassegna, attraverso quattordici video elaborati da artisti nazionali e internazionali, racconta la tendenza e le riflessioni culturali in atto sul tema “Natura e Artificio”. Le opere, selezionate da Fortunato D’Amico e Chiara Canali, già presentate nel mese di agosto a Paternopoli, in Irpinia, durante il festival di Terra Arte, segnalano con l’ausilio di immagini e sequenze emblematiche, le difficoltà della vita moderna, così come è vissuta dai cittadini, stretta nella morsa di un consumismo giunto ormai al collasso per sopraggiunti limiti di età. Le considerazioni che emergono sono utili per scoprire invisibili punti di fuga collocati sull’orizzonte culturale e tenuti segreti per mantenere l’interesse sullo status quo; proposte per avanzare alla ricerca della libertà perduta, individuata attraverso il dialogo con l’ambiente e il ritorno alla natura. Negli scenari filmici ognuno di noi potrà riconoscere prospettive che gli appartengono e scoprire gli antidoti necessari alla sopravvivenza nostra e del pianeta che per oltre un secolo ci siamo drammaticamente dimenticati di curare e sostenere. Una panoramica di dichiarazioni poetiche e di denuncie che individua le responsabilità di più generazioni e definisce i prossimi traguardi per riscoprire, oltre i bordi della periferia urbana, boschi, prati, ruscelli, coltivazioni: soggetti con cui intrattenere dialoghi interiori ed esteriori. La rinascita e un rapporto uterino con il paesaggio, muovono le dinamiche di questi filmati, che si assumono l’onere di promuovere la visione di spazi poco frequentati dai cittadini, collocati fuori e dai centri urbani, diventate scatole per vite artificiali e pericolosi strumenti formativi dell’immaginario collettivo, portatori di una concezione deviata dello scenario naturale, vissuto come luogo dell’arretratezza e della sottocultura. C’è in queste opere la consapevolezza che la città, in tempi in cui il progresso industriale e la rivoluzione delle merci non erano il motore principale dell’organizzazione territoriale, abbia in parte mantenuto nel suo nucleo storico la memoria dell’intelligenza dell’uomo e il sapere accumulato nell’evoluzione temporale. La saggezza antica è conservata nella rete della città storica, rispettosa delle biodiversità, propositiva nell’osservazione dei fenomeni celesti, utili per la determinazione delle attività agricole, dei riti, dei calendari e delle operosità sociali. Informazioni e saperi di cui sono rimaste tracce nella forma delle piazze, delle architetture e di molti monumenti che oggi consideriamo patrimonio storico. Carina Aprile, Domenico Buzzetti con Michela Pozzi, Silvia Capiluppi, Deproducers, Christiane Draffehn, Andrea

Felice, Alessandro Girami, Alice Grassi, Pina Inferrera, Dario Migliardi, Roberto Mosca Ros, Nino Mustica, Andy Others, Daniele Pignatelli: sono gli autori dei filmati di “Natura e Artificio”. Tra questi il video dei Deproducers dal titolo “Planetario”, è stato riconosciuto come lavoro rappresentativo di questa manifestazione perché evidenzia un esperimento interessante nell’ambito dell’integrazione delle diverse discipline artistiche. Il gruppo di lavoro è composto da quattro musicisti e produttori italiani, (Vittorio Cosma, Max Casacci, Gianni Maroccolo, Riccardo Sinigalia) che insieme al direttore del Planetario di Milano, Fabio Peri, hanno avviato un progetto culturale innovativo di musica per conferenze. Attraverso video, suoni, racconti scientifici, immagini spaziali, in parte messe a disposizioni dall’ESA, Agenzia Spaziale Europea, Planetario interagisce con un pubblico vasto ed eterogeneo con un racconto che illustra le meraviglie del cosmo ed esplora mondi lontani. Un lavoro di comunicazione sulla conoscenza astronomica che riflettere sull’origine del nostro sapere e sulla nostra organizzazione scientifico-culturale, strettamente congiunta con la conoscenza interplanetaria, utilizzata anche per determinare la disposizione dei territori e delle architetture e i cicli dell’agricoltura. Lo spazio di AAA+A presenta inoltre due installazioni di giovani artisti, Manuel Felisi e Duilio Forte, ricercatori attenti di simboli e visioni appartenenti a questo millennio, capaci di risvegliare nello spettatore dinamiche di cambiamento a favore di una maggiore integrazione della natura negli ambiti di vita quotidiana. Manuel Felisi che già aveva convertito un’automobile, icona del progresso, in un orto giardino, propone il riciclo di una vecchia Ape Car, incastrando nel cassonetto posteriore una micro attività agricola trasportabile. Una provocazione certamente, non da meno di quella proposta da Duilio Forte, costruttore instancabile di cavalli in legno alti diversi metri che sostengono, nel loro ventre, casette in legno abitabili. Nell’area mostra spazio sono esposti anche i lavori degli studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Brera, selezionati da Filippo De Filippi, che con il docente hanno elaborato oggetti di design e di arte riferiti al tema dell’agricoltura. Le piante sono le protagoniste della performance curata da alcuni musicisti della comunità di Damanhur che si esibiscono con melodie create dialogando con gli alberi. Captando le variazioni elettromagnetiche tra le foglie e le radici è possibile trasformarle in suoni creando armonie musicali che rispondono agli impulsi delle piante sollecitate dalla presenza delle persone. Alcune di queste sperimentazioni sono realizzate in collaborazione con il Giardino Botanico della Facoltà di Scienze Naturali di Firenze.


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Piero Gilardi, artista e direttore del PAV, Parco d’Arte Vivente di Torino, racconta l’esperienza di un atipico centro d’arte contemporanea, disposto sopra una superficie open air di oltre 23.000 m2, promotore di attività artistiche

bioetiche, destinate a sensibilizzare l’uso sostenibile del territorio. Tesi che si possono ascoltare anche in una videointervista a Gilles Clément, realizzata dal PAV e presentata a Planetarium 2012, dal titolo “La République Verte”.


Gianluca Cristoni Presidente Nazionale di PromoVerde

Conservare una delle eccellenze italiane: il paesaggio Nuovi ruoli dell’Agricoltura

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Epocale, rapido e irripetibile è il cambiamento che ha caratterizzato il mondo globalizzato nell’ultimo decennio, ha incoraggiato la digitalizzazione di massa e inciso nei processi produttivi, in quelli di conoscenza fino a quelli di socializzazione. Il periodo storico che stiamo attraversando ci sottopone a sfide impegnative, non ultima l’emergenza ambientale, abbiamo un’occasione irripetibile e concreta per iniziare un processo di mutazione, ridefinendo bisogni, abitudini, attività in base a nuove condizioni. Le questioni da affrontare sono evidenti, spaziano da necessità personali alimentari, di sussistenza economica ed energetica del singolo a problematiche via via di più ampio respiro quali quelle legate al paesaggio piuttosto che alla gestione dei rifiuti o alla scarsa sostenibilità degli attuali modelli di consumo, alle emergenze sociali. Una delle soluzioni risiede nella capacità di collegare attori antichi con esigenze sociali, produttive e culturali nuove che possono dare valore aggiunto al mondo agricolo, che

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deve dare una risposta alle nuove esigenze di sostenibilità ambientale della gestione delle risorse del pianeta. Il futuro del nostro Paese non può prescindere dalla valorizzazione del territorio in tutte le sue componenti; l’attuale sottrazione di superfici alle coltivazioni, dovuta alla cementificazione (oltre 100 ettari al giorno secondo i dati I.S.T.A.T.), da un lato abbatte la produzione agricola dall’altro aumenta esponenzialmente il rischio idrogeologico, che ogni anno costa, in danni, miliardi di Euro oltre che vite umane, come evidenziato recentemente dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Serve un grande piano di manutenzione per il territorio, bisogna sollecitare la progettazione e la costruzione di un nuovo habitat, ponendo l’impresa agricola al centro dello sviluppo e fissando intorno a essa i meccanismi della costruzione del paesaggio. Queste valutazioni impongono una riflessione sul significato attuale del mondo agricolo e della sua percezione non solo a livello economico ma


suolo (inteso come terreno coltivabile), come hanno tristemente ricordato le recenti alluvioni in Veneto, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e Toscana. I dati diffusi dal Ministero dell’Ambiente indicano che circa il 10% del territorio nazionale sia a rischio idrogeologico, di cui il 4,1% vulnerabile da alluvioni, e che circa 6.663 comuni presentino aree ad elevata criticità idrogeologica. In questo modo, l’azienda agricola multifunzionale assume il ruolo di gestore del territorio, con ricadute sull’ampliamento delle sue opportunità lavorative e di business; si realizza così una vera e propria ridistribuzione delle responsabilità di gestione del territorio che vede coinvolto il mondo agricolo. Le imprese agricole che operano nel settore dell’agriturismo, in quello dei servizi ambientali, di tutela del territorio, del paesaggio e di servizio alle persone e alle comunità, quando coinvolte nella gestione del territorio vedono valorizzate le capacità imprenditoriali e possono trovare grandi opportunità in questi ambiti, riprogettando il proprio ruolo nel futuro, valutando opzioni diverse da quelle fino a ora praticate e utilizzate Siamo di fronte a una nuova cultura, a una nuova visione, a un up-grade tutto naturale che sollecitano imprenditori, aziende, amministrazioni pubbliche, progettisti verso nuove forme di riorganizzazione del territorio e fanno considerare la natura, l’agricoltura e i processi di produzione alimentare quali elementi connessi ai centri urbani, indispensabili per il mantenimento di una sussistenza equilibrata.

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anche sociale: la gestione del paesaggio, il mantenimento dell’equilibrio ambientale e idrogeologico, la conservazione del suolo sono così diventati ruoli attribuibili legalmente e formalmente anche all’impresa agricola, che più di altre può operare per ridurre l’impatto dell’uomo sull’ambiente. La nuova agricoltura non si limita alla semplice produzione di materie prime a scopo alimentare, ma punta a integrare in un più ampio quadro d’insieme una serie di funzioni e servizi aggiuntivi a beneficio dell’intera società: questo è, in sintesi, il senso dell’idea di agricoltura multifunzionale, che da qualche anno si sta affermando come uno dei principali orizzonti di riferimento per l’evoluzione futura del mondo agricolo. Il settore dell’agricoltura, infatti, assicura in Italia la gestione di circa 17 milioni di ettari di terreni e il presidio degli aspetti ambientali, paesaggistici e culturali: oltre il 60% del nostro territorio è occupato dalle coltivazioni agricole. Sono gli agricoltori che si prendono cura del territorio con il loro lavoro quotidiano, prevenendo anche disastri ambientali spesso riconducibili a situazioni di degrado, a interventi poco rispettosi dell’ambiente e in misura sempre maggiore a fenomeni di abbandono e di incuria. Si stima che negli ultimi quarant’anni tali fenomeni abbiano determinato una riduzione del 30% della sua capacità di ritenzione e di regimazione delle acque, accrescendo significativamente da un lato le situazioni di rischio idrogeologico e dall’altro le aree a rischio desertificazione, con la scomparsa pressoché totale del

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Alessandra Furlani

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Territori rurali a rischio: proposte di governo integrato per ambiti fragili

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Il futuro sarà di chi investe in sostenibilità urbana e territoriale. Nel comparto edilizio, infatti, aumenta la domanda sociale di tecniche e materiali ecocompatibili, in grado di ridurre la pressione dell’uomo sull’ambiente circostante. Riqualificazione degli ambiti costruiti e riduzione dei consumi energetici sono gli obiettivi attuali, per un nuovo modello di qualità del vivere e dell’abitare. Modello che non può però prescindere dall’integrarsi nello scenario più ampio di un progetto di cura territoriale d’area vasta. Partendo dal recupero dei valori paesaggistici ed ambientali nei luoghi di fruizione collettiva per arrivare ad un visione complessiva che ponga anche i territori extraurbani al centro di una nuova cultura della tutela, della prevenzione e della valorizzazione. Questo il tema svolto a Bologna, il 9 novembre 2012, in occasione del salone EIMA 2012 e nell’ambito di un convegno dedicato all’elaborazione di un disegno per il governo territoriale, la prevenzione del dissesto idrogeologico ed alla cura delle aree collinari e montane italiane, oggi vittime di un progressivo abbandono. Il confronto prende spunto dal piano di progetti cantierabili contro il rischio idrogeologico proposto dall’ANBI (Ass. Nazionale Bonifiche Italiane) e dall’esigenza di costruire, nell’ambito della programmazione nazionale e regionale per il Piano europeo di Sviluppo Rurale 2014-2020, una proposta specifica per le aree fragili e marginali del nostro

territorio. A tale proposito, nel luglio 2012, Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, ha avanzato la sua idea per rilanciare la crescita economica nazionale: “un piano di manutenzione straordinaria, di cura del territorio, una terapia contro il dissesto idrogeologico e alluvionale. I soldi – ha sottolineato – si trovano. Si diano gli incentivi giusti, soprattutto a chi ha cura della messa in sicurezza dell’ambiente”. Il mondo agricolo da secoli, in Europa, dedica le proprie cure alla manutenzione puntuale delle aree rurali, sopratutto negli ambiti più fragili e difficili, offrendo alla collettività innumerevoli servizi ambientali non ancora del tutto compresi e valutati: dal presidio territoriale alla cura del reticolo idraulico minore, dalla cura della viabilità locale al mantenimento dei paesaggi agrari. È possibile, partendo da questi elementi, tentare una sintesi istituzionale e progettuale che coniughi l’esigenza espressa a una risposta operativa? Questo il tema del convegno di Bologna, con i rappresentati dell’Anbi, dell’Anci Montagna e delle istituzioni governative. L’iniziativa è promossa dalla rivista scientifica Territori (Compositori Editore), da Eima International e dall’Associazione Promoverde Italia. Per il programma dell’evento consultare la pagina: web http://www.eima.it/it/programma.php.


Dal 7 all’11 novembre 2012, il salone MIA a Eima International, esposizione internazionale di macchine agricole. Dopo il grande successo dell’edizione 2010, nel 2012 il “concept” diventa evento all’interno di Eima. MIA è il salone dedicato alla multifunzionalità nel mondo agricolo, un’esposizione interattiva completamente ambientata nel verde e suddivisa in quattro aree tematiche che illustrano le attività delle imprese agricole multifunzionali. MIA nasce con l’obiettivo di valorizzare e promuovere le capacità multifunzionali delle imprese agricole, che svolgono attività complementari e alternative rispetto a quelle agricole tradizionali. Obiettivi di MIA sono la valorizzazione e la promozione delle capacità multifunzionali delle imprese agricole, che svolgono attività complementari e alternative rispetto a quelle agricole tradizionali. La Multifunzionalità è la chiave per lo sviluppo del comparto primario e apre le porte a nuovi orizzonti produttivi e professionali per portare benessere e progresso alla vita e alla collettività. Gestione del paesaggio, conservazione del suolo e mantenimento dell’equilibrio ambientale e idrogeologico sono, infatti, ruoli attribuibili implicitamente anche all’impresa agricola, che più di altre può operare per ridurre l’impatto dell’uomo sull’ambiente. In questo modo, l’impresa agricola assume un ruolo multi-funzionale di gestore, che comporta un ampliamento delle opportunità di business e una vera e propria riqualificazione delle responsabilità di gestione. Le imprese agricole possono trovare grandi opportunità in questi ambiti, riprogettando il proprio ruolo nel futuro, valutando opzioni diverse da quelle fino a ora praticate e utilizzate. Il salone MIA è un punto d’incontro tra operatori agricoli, aziende, pubbliche amministrazioni e professionisti quali urbanisti, architetti ed economisti: la collaborazione, la creazione di gruppi di interesse e il dialogo interdisciplinare si rivelano molto importanti per lo sviluppo dell’impresa agricola in tre ambiti: Valorizzazione: incrementando il valore aggiunto dei prodotti già realizzati (filiere corte, prodotti di qualità); Diversificazione: avviando nuove attività (servizi del verde, agriturismo, conservazione del paesaggio, produzione di energia, fattorie didattiche...); Rifondazione: individuando nuovi meccanismi di mobilizzazione delle risorse (pluriattività).

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MIA Multifunzionalità in agricoltura

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Gianluca Cristoni

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Agricoltura e paesaggi futuri

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Le sfide alle quali il periodo storico che stiamo affrontando ci sottopone comportano un sostanziale cambiamento del concetto di progettualità contemporanea, la crisi economica in atto mostra i limiti del modello di sviluppo adottato fino a oggi e l’emergenza ambientale ci spinge a ripensare radicalmente il nostro futuro: è comprensibilmente evidente che molte cose cambieranno e, appunto, abbiamo un’occasione irripetibile e concreta per ridisegnarci la vita e iniziare un processo di mutazione. Dobbiamo prepararci a guardare con altri occhi, ripartendo da zero per definire bisogni, abitudini, attività e sogni in base a nuove condizioni e ragionare su un’aggiornata idea di contemporaneità. La sfida si presenta a diversi livelli: se pensiamo a come possiamo produrre significato dobbiamo capire su quali riferimenti e con quali modalità possiamo provare a costruire un percorso; sappiamo che la nostra realtà non ammette sprechi e non consente di muoverci in un’ottica individualistica e utilitaristica e che l’interdisciplinarietà è il modello da condividere. Le problematiche quotidiane che devono essere risolte sono evidenti, spaziano da necessità personali alimentari, di sussistenza economica ed energetica del singolo a problematiche via via di più ampio respiro quali quelle legate al paesaggio piuttosto che alla gestione dei rifiuti o alla scarsa sostenibilità degli attuali modelli di consumo, alle emergenze sociali. Il nostro obiettivo è una progettualità frutto della sintesi di più conoscenze e competenze, che generi un miglioramento nella qualità di vita delle persone a livello sociale, economico e ambientale e per fare questo è necessario superare gli ostacoli rappresentati da leggi inadeguate, da interessi politici ed economici di parte, dall’inerzia di abitudini e dal cinismo, che vedono nel cambiamento uno sforzo inutile, quando non una minaccia; dobbiamo anche sentirci parte di un comune processo di miglioramento sociale, senza frustrazioni di sorta, attivando dinamiche in grado di realizzare programmi culturali e sociali che incentivino la crescita della sensibilità e della conoscenza ambientale, anche ricercando alleanze con istituzioni, associazioni, enti, scuole che perseguono le medesime finalità. I punti focali di questo metodo innovativo sono l’importanza dell’ascolto di una società articolata in cui gli interessi sono in continua ridefinizione, una diminuita autoreferenzialità dell’architettura e la capacità di collegare attori nuovi, non solo quelli tradizionali ma realtà sociali, produttive e culturali fino a poco tempo fa considerate distanti ed estranee, quali, su tutte, il mondo agricolo. Proprio l’agricoltura si trova a dover rispondere a nuove sfide imposte dai cambiamenti: confrontarsi in un mercato globale con strutture di produzione tipicamente locali, nel tentativo di sincronizzare due componenti che si muovono a velocità forzatamente diverse; deve, altresì, dare una risposta alle nuove esigenze di sostenibilità ambientale della gestione delle risorse del pianeta. Il settore assicura in Italia la gestione di circa 18 milioni di ettari di terreni e il presidio degli aspetti ambientali, paesaggistici e culturali: oltre il 70% del nostro territorio è occupato dalle coltivazioni agricole. Sono gli agricoltori che si prendono cura del territorio con il loro lavoro quotidiano, prevenendo anche disastri ambientali spesso riconducibili a situazioni

di degrado, a interventi poco rispettosi dell’ambiente e in misura sempre maggiore a fenomeni di abbandono e di incuria. Si stima che negli ultimi quarant’anni tali fenomeni abbiano determinato una riduzione del 30% della sua capacità di ritenzione e di regimazione delle acque, accrescendo significativamente da un alto le situazioni di rischio idrogeologico e dall’altro le aree a rischio desertificazione. Secondo la Commissione Europea “il suolo rappresenta il supporto alla vita e agli ecosistemi, è riserva di patrimonio genetico e di materie prime, custode della memoria storica, nonché elemento essenziale del paesaggio”, ma in sostanza rimane una risorsa limitata; le attività antropiche sconsiderate incidono significativamente sia sulla sua conservazione sia sulla fertilità, rendendo necessario un suo uso parsimonioso, attento alle compatibilità ambientali. Questi aspetti impongono una riflessione sul significato attuale del mondo agricolo e della sua percezione non solo a livello sociale ma anche economico: gestione del paesaggio, in senso lato, mantenimento dell’equilibrio ambientale e idrogeologico, conservazione del suolo diventano così implicitamente ruoli attribuibili legalmente e formalmente anche all’impresa agricola, che più di altre può operare per ridurre l’impatto dell’uomo sull’ambiente. In questo modo, essa assume un ruolo multi-funzionale di gestore, i cui principali effetti sono l’ampliamento delle opportunità di business, una vera e propria riqualificazione delle responsabilità di gestione, la valorizzazione e la promozione delle le capacità multifunzionali delle imprese agricole, che operano nel settore dell’agriturismo, in quello dei servizi ambientali, di tutela del territorio, del paesaggio e di servizio alle persone e alle comunità. Le imprese agricole possono trovare grandi opportunità in questi ambiti, riprogettando il proprio ruolo nel futuro, valutando opzioni diverse da quelle fino a ora praticate e utilizzate. Siamo di fronte a una nuova cultura, a una nuova visione, a un up-grade tutto naturale che sollecitano imprenditori, aziende, amministrazioni pubbliche, progettisti verso nuove forme di riorganizzazione del territorio e fanno considerare la natura, l’agricoltura e i processi di produzione alimentare quali elementi connessi ai centri urbani, indispensabili per il mantenimento di una sussistenza equilibrata. Ci attendono traguardi da raggiungere in tempi ristretti, come quelli annunciati dall’Expo 2015 di Milano, esposizione universale che porterà in Italia visitatori provenienti da oltre 172 paesi del mondo. Il tema “Nutrire il Pianeta. Energie per la vita” è ambizioso, soprattutto per la nostra nazione, per decenni considerata la settima potenza industriale del mondo. Lo scopo è sollecitare la progettazione e la costruzione di un nuovo habitat, ponendo l’agricoltura al centro dello sviluppo e fissando intorno a essa i meccanismi della costruzione del territorio. In un tempo di metamorfosi e cambiamenti quale quello che stiamo attraversando è bene, e necessario, conoscere la nostra evoluzione. Alla fine del secolo scorso Albert Einstein scriveva “La modernità ha fallito. Bisogna costruire un nuovo umanesimo, altrimenti il pianeta non si salva.”


intesa tra Promoverde e federazione italiana di atletica leggera

PromoVerde ha firmato un Protocollo d’Intesa con la Scuola Agraria del Parco di Monza; l’intesa è stata siglata tra la Direttrice della Scuola Antonella Pacilli e il Presidente nazionale di Promoverde Gianluca Cristoni. Promoverde è un’Associazione Culturale senza fini di lucro che riunisce tutta la filiera del verde con il fine di sensibilizzare la collettività sui problemi dell’ambiente, del paesaggio, del verde e del florovivaismo e di suscitare, stimolare e assecondare la domanda di verde da parte dei singoli e della collettività, con l’intento di promuovere l’integrazione fra aspetti tecnico scientifici ed applicativi in materia. L’Associazione è attiva a livello nazionale e ha una diffusione capillare sul territorio tramite le delegazioni regionali. Nel 2009 PromoVerde ha elaborato il progetto AAA+A per portare il mondo dell’Agricoltura, dell’Alimentazione, dell’Ambiente e del Paesaggio in ambiti trasversalmente collegati, i cui valori sono espressi dal tema della sostenibilità e dal percorso culturale di Nemeton Network e del portale web Verde e Paesaggio. La Scuola Agraria del Parco di Monza diventa così partner del progetto AAA + A, una mostra itinerante dedicata al rapporto fra verde e costruito, dove trovano spazio le tre A che rappresentano il futuro della sostenibilità: Agricoltura, Alimentazione, Architettura + Atletica per promuovere una serie di iniziative mirate alla diffusione dei valori, della tutela dei territori, dell’ambiente e della corretta alimentazione attraverso la partecipazione a eventi fieristici e manifestazioni di rilevanza nazionale. In virtù della sua tradizione formativa nel campo dell’agricoltura multifunzionale e del Verde, la Scuola Agraria supporta anche i contenuti del progetto ABC (Agri Business Community) che prevede la creazione di una rete di imprese agricole multifunzionali ambientali e consente, da un lato, lo scambio di esperienze e buone pratiche tra le aziende agricole iscritte e, dall’altro, la costituzione di un elenco di aziende che sono sul mercato dei servizi ambientali, al quale potranno accedere enti pubblici, operatori ma anche vivaisti, arboricoltori e tutti i professionisti del settore, e che diventerà un gruppo di riferimento per i servizi al territorio. L’obiettivo dell’intesa tra PromoVerde e la Scuola è coniugare i reciproci sistemi di valori per creare una rete culturale e di comunicazione tramite la quale raggiungere i professionisti e le aziende e creare un’alleanza per l’eccellenza.

È stato firmato il 21 giugno il Protocollo d’Intesa tra la Federazione Italiana di Atletica Leggera, la sua società FIDAL Servizi e PromoVerde, l’organizzazione nazionale per la valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente per lo sviluppo economico, sociale e turistico del territorio. La l’intesa è stata siglata a Roma, presso il Salone Consolini di Fidal, tra il Presidente Federale Franco Arese, e il Presidente di Promoverde Gianluca Cristoni, alla presenza del Responsabile dell’Ufficio Stampa Confindustria Ceramica, Andrea Serri, della Responsabile Ufficio Relazioni Istituzionali di FederlegnoArredo, Ilaria Pratesi, e del Segretario Generale di FederUnacoma, Marco Pezzini. La Federazione Italiana di Atletica Leggera partecipa al progetto AAA + A, dove l’ultima A rappresenta l’Atletica che conferisce un significativo valore aggiunto all’eccellenza delle altre tre A, Agricoltura, Alimentazione, Architettura, ritenendolo coerente con il più ampio progetto di marketing federale. L’obiettivo è quello di coniugare produttivamente il proprio sistema di valori (Universalità, Lealtà, Storia, Tradizioni, Dinamicità, Esaltazione della diversità, Inclusione sociale, Integrazione, Benessere, Spirito di sacrificio, Rispetto delle regole, Rispetto per la natura, Partecipazione, Passione, ecc.) con la mission e le strategie di comunicazione dei propri partner, sia attraverso le prestazioni e la visibilità dei propri campioni sia tramite la valorizzazione del crescente movimento di praticanti e appassionati che trovano nell’atletica un modo di vivere naturale, semplice, adeguato ai loro bisogni, rispettoso dell’ambiente e delle persone. Le forze produttive e innovative del paese devono stringere un’alleanza per l’eccellenza, che proietti la creatività e l’originalità del Sistema Italia in ambito internazionale, promuovendo a tutti i livelli il Made in Italy; attraverso il percorso AAA+A, Mostra Itinerante del Made in Italy Sensibile, l’intesa promuove una serie di iniziative mirate alla diffusione dei valori della pratica sportiva in ambiente naturale, della corretta alimentazione, di tutela dei territori e dell’ambiente. Il brand AAA+A (Agricoltura, Alimentazione, Architettura + Atletica) ben sintetizza la linea strategica che i partner del progetto intendono perseguire, individuando nei principali eventi fieristici nazionali e in occasione dei campionati mondiali ed europei di atletica, una stimolante opportunità per realizzare una Mostra itinerante del Made in Italy sensibile. L’iniziativa AAA+A gode del patrocinio di FederlegnoArredo, di Confindustria Ceramica e di FederUnacoma

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intesa strategica tra Promoverde e la scuola agraria del Parco di monza

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Green Bricks Srl via Mameli 15 21052 Busto Arsizio (VA) info@greenbricks.it www.greenbricks.it

Green bricks nasce dall’associazione di esperti nel settore della realizzazione di giardini verticali, tetti verdi e microgarden. Tre specializzazioni complementari eppure tecnicamente così diverse fra loro. Giardini verticali e tetti verdi rappresentano l’avanguardia tecnica nella realizzazione del paesaggio e rappresentano un ottimo bilancio fra estetica e costruire ecologico.

Il Giardino verticale GB wALL, concepito come una scultura vivente, rappresenta un esempio particolare di arte del giardino. Le piante, di diverse specie botaniche, disposte sul muro così come il colore viene applicato sulla tela, creano innumerevoli varietà di quadri viventi, di ricchi tessuti decorati. La scelta delle piante, siano esse per interventi indoor o outdoor, che comprendono erbacee perenni e piccoli arbusti rampicanti e a portamento decombente, viene effettuata per fornire, fioriture, profumi e variazioni cromatiche e rispetto dell’architettura del luogo. I giardini verticali GB wALL sono realizzati su misura, non sono concepiti come standard, ma vengono creati e realizzati in luogo, con numero, qualità e quantità di essenze, adatte a fornire un elemento architettonico “singolare”. La scenografia botanica e giochi di luci creano un vertiginoso effetto a cascata ed un’atmosfera surreale sospesa nel tempo.

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Il tetto verde GB ROOF è la logica applicazione delle numerose esperienze ottenute sul campo. Le semplici tecniche costruttive e la dedizione allo studio dei particolari rendono GB ROOF adatto a tutte le superfici piane ed inclinate per tetti verdi estensivi, intensivi e per l’arredo di terrazze. L’uso di materiali a limitato impatto ambientale, il rispetto delle normative tecniche, l’adattabilità dei componenti alle singole realtà geografiche, le tecniche costruttive semplici e durature rendono il tetto verde GB ROOF un eccellente strumento architettonico e urbanistico. Il sistema GB ROOF ha nel suo repertorio , oltre i prodotti tipici del tetto verde ( drenaggi, substrati etc.) tutto ciò che serve per realizzare di un giardino pensile su misura ; Arredi, pavimentazioni, vasche e fioriere, impianto irrigazione MICROGARDEN è l’organizzazione di piccoli spazi inutilizzati, da utilizzare. I Microgarden possono essere realizzati in ambiente outdoor o Indoor. Lo studio dei singoli dettagli costruttivi delle proporzioni e dei volumi, potranno rendere un piccolo spazio un fantastico giardino da ammirare e da vivere. Anche la progettazione e la cura nella posa è “ Micro “. Lo spazio limitato infatti consente di concentrasi anche sui piccoli dettagli, siano essi elementi costruttivi, pavimentazioni e ricercate essenze vegetali.


Green Vision Tappeti erbosi - Società Agricola S.S. Via Ghedi 59 - Cascina Quartiere 25021 Bagnolo Mella - Brescia Tel. 030.6821640 Fax 030.6185422 www.green-vision.it info@green-vision.it

Green Vision Tappeti Erbosi nasce a Bagnolo Mella in provincia di Brescia nel 2005, un’azienda certo giovane ma che ad oggi ha conquistato importanti quote di mercato, nell’ambito della produzione di prato a zolle e di pari passo nella progettazione e realizzazione di giardini. L’azienda opera su una superficie di oltre 200.000 metri quadrati producendo quattro tipologie di prato, in particolare due adatte al pieno sole (miscuglio fine e rustico), una tipologia mezz’ombra (miscuglio fine) e infine un miscuglio d’ombra (miscuglio rustico). Inoltre, da due anni a questa parte, Green Vision ha messo in produzione un nuovo miscuglio denominato Bermuda Grass, una particolare specie di gramigna “pregiata” adatta alla realizzazione di Verde Sportivo (campi calcio, campi da rugby e green golf) date le sue straordinarie caratteristiche alla resistenza al calpestio e a situazioni climatiche estreme. La coltivazione diretta di prato pronto per la posa e la qualità ricercata con tenacia ha fatto di Green Vision il punto di riferimento per i giardinieri e manutentori del verde del Lago di Garda, spaziando dalla sponda nord - est verso Trento e Verona fino alla sponda sud – ovest bresciana. Obiettivi raggiunti grazie alla continuità negli investimenti tecnici e umani, vedi le macchine all’avanguardia per la lavorazione di svariate tipologie di terreno e la formazione del personale addetto. La realizzazione del Verde, supportata da quattro squadre specializzate, fornisce una vasta gamma di servizi che spaziano dalla mera manutenzione e lavorazione del terreno fino alla progettazione e creazione di ambienti verdi personalizzati in grado di cogliere le aspettative e le emozioni del cliente. Un’azienda giovane snella e dinamica, guidata da imprenditori tenaci e positivi, che hanno fatto di un’attività apparentemente agricola una realtà imprenditoriale del Verde basata su Equilibrio, Armonia e Natura.

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GUERCIO - FORMA verso nuovi orizzonti

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Dal 1919 la Guercio S.p.A. mette a disposizione dei Clienti esperienza, tradizione e innovazione nel settore legname; con FORMA Professional firma una gamma completa di strutture, mobili e complementi in legno per esterno di alta qualità. La linea Professional è un nuovo sistema di produzione studiato appositamente per i Professionisti, al servizio della loro creatività e fantasia; è un mix di tecnologia ed artigianato che permette di sviluppare progetti unici: produzione di pergole e gazebo in legno su misura, su Vs progetto o dietro Vs indicazioni, con macchinari a controllo numerico; verniciatura con il sistema flow coating di strutture, complementi e arredi; disponibilità di un ufficio progettazione per consulenza e preventivi e di un ricco catalogo di strutture, complementi e arredi.

Forma Professional è il nuovo sistema per produrre gli spazi esterni su misura.

Guercio S.p.A. - Via Frejus, 56 - Orbassano (To) Guercio FORMA - Str. Cebrosa, 19 - Settimo Torinese Showroom FORMA - Strada Ciriè 177 - Caselle (To)

www.guercio-forma.com


Kronos 2 ceramiche S.p.A. Via Monte Bianco, 3 41042 FIORANO MODENESE (MO) - ITALy Tel. 0536.927711 Fax 0536.845608 e-mail: info@kronos2.it

Outdoor KRONOSTECNICA LA CULTURA DEL PROGETTO A 360° Da oltre 30 anni sul mercato, KRONOS è costantemente impegnata nell’evoluzione dei propri prodotti. Un’attenzione assidua al progetto e una comunicazione specifica con i migliori professionisti dell’edilizia garantiscono un know-how ricco di proposte innovative e sorprendenti, che sfruttano al massimo le potenzialità del gres porcellanato. Kronos Tecnica adotta un approccio progettuale a tutto tondo, guidato da un’idea di estetica perfettamente armonica e coordinata. COSA TI OFFRE Le soluzioni proposte da Kronos Tecnica offrono a progettisti, designer e architetti la possibilità di interfacciarsi con un unico fornitore e di utilizzare una sola tipologia di materiale per l’intero progetto architettonico ACCANTO A TE IN OGNI FASE Gli esperti della divisione Kronos Tecnica sono in grado di seguire progettisti e imprese di costruzione in tutte le fasi di lavoro con la possibilità di studiare soluzioni personalizzate in tempo reale. PAVIMENTAZIONI MODULARI A SECCO Un innovativo sistema di pavimentazioni ecologiche, facili da posare e di ottima resa estetica. La resistenza del modulo agli agenti esterni, allo scivolamento, alle macchie e agli urti lo rendono ideale per ogni destinazione d’uso. Inoltre la rapidità e la praticità nella posa e un’agevole immagazzinamento permettono un utilizzo ottimale sia per pavimenti stagionali, come dehor di ristoranti, bar o discoteche, sia per applicazioni provvisorie come fiere, eventi o stand. MODULO 60x60 Si compone di un supporto plastico abbinato a una superficie in gres fine porcellanato, rettificato e modulare 60x60. S.K.E ESTERNO 60x60 (Sopraelevato). Un modulo autoportante, ispezionabile. Si posa a secco su sostegni in propilene realizzati in materiali riciclabili, che lo tengono sollevato, assorbendo le dilatazioni. Il vano creato consente un regolare deflusso delle acque e il passaggio di impianti o strutture. FINITURE DA ESTERNO Kronos Tecnica propone una selezione ricca e completa di elementi di finitura per esterno come bordi piscina, gradini e scalini. Si tratta di Volumi ceramici con ineccepibili caratteristiche di tecnica, resistenza ed estetica, che li rendono prodotti ideali per rifinire progetti con il massimo della cura. Tutti gli elementi, realizzati in gres fine porcellanato, sono completamente personalizzabili in base alle esigenze del progetto. Questo consente a designer, progettisti o arredatori di avere una visione dello spazio globale, e permette di creare ambienti perfettamente coordinati con la pavimentazione. Gamma bordi vasca KRONOS A sfioro esterno (sistema finlandese) - 2 finiture A sfioro esterno a cascata - 1 finitura A sfioro interno perimetrale - 1 finitura A sfioro interno skimmer - 4 finiture

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Righetti Romano Piante & C. via San Sebastiano, 25/A 51100 Bottegone (PT) – ITALy Tel. +39 0573 545171 fax +39 0573 545383 info@righettiromano.om www.righettiromano.com

Righetti Romano Piante coltiva alberature dal 1872 e vanta una consolidata esperienza e un’estesa clientela europea e italiana. Negli anni l’azienda, attraverso la ricerca arboricola e i continui aggiornamenti sulle forme e le tecniche di allevamento, ha potuto mantenere un elevato livello di qualità del prodotto, incrementando l’originalità e la creatività nelle forme e nelle specie. Oggi Righetti è un brand consolidato nel mercato vivaistico, e il suo prodotto è riconosciuto come emblema di uno stile unico.

L’azienda trova fondamento sui seguenti punti: • Area l’attività ha sede in Pistoia, capitale europea del verde, sede di 1.737 colleghi vivaisti. • Personale operai, tecnici, dirigenti con qualificazione e professionalità, che assicurano una comunicazione cordiale e di grande competenza tecnica. • Prodotto qualità tedesca con stile italiano. • Esperienza anni d’innovazione, ricerca, sperimentazione, sempre con un unico obbiettivo: l’individuazione di nuove varietà vegetali, resistenti all’ambiente urbano e paesaggisticamente apprezzabili. • Architettura vegetale la costruzione di forme arboree innovative e classiche per le città sia con architetture storiche che contemporanee. • Logistica partners per consegne veloci, efficaci e congrue in tutta Europa.

Da un’azienda nata alla fine dell’Ottocento e che dev’essere proiettata nel terzo millennio, non esiste cosa migliore che potenziare la ricerca e presentare la debita attenzione ai cambiamenti della società urbana, per non perdere la sua vocazione innovativa e il suo ruolo di spin-off della paesaggistica contemporanea.

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La STARK, è una dinamica azienda italiana specializzata nella produzione di proiettori architetturali di immagini ad alta luminosità e sistemi di proiezione interattivi. STARK Via dei Finale 22/24 Con la divisione grandi even61043 Cagli ti, opera da oltre vent’anni nel Pesaro Urbino campo specialistico delle grandi www.stark1200.com spettacolarizzazioni con proiezioni immersive in multivisione e nella realizzazione di Musei Emozionali con spettacolari effetti interattivi. In collaborazione con “DreamTeam” ed il multivision designer Paolo Buroni, uno dei principali protagonisti internazionali in installazioni artistiche e multimediali, la Stark mette al servizio dell’arte e della spettacolarità le più innovative tecnologie di proiezione architetturali e di “Interactive Experience” oggi disponibili. La gamma dei proiettori architetturali Stark pro supercompatti sono oggi leader nei sistemi di proiezione architetturale ad altissima luminosità, nati dalla collaborazione con importanti registi, imagedesigner ed architetti. Con due brevetti internazionali i proiettori Stark confermano la loro leadership nei proiettori per multivisione, grandi immagini e maxiproiezioni. La Stark ha inoltre interamente sviluppato due avanzatissimi sistemi interattivi, StarkLibrary e StarkMatrix, altamente spettacolari ed originali che hanno ottenuto brevetti e riconoscimenti internazionali. Per gli effetti speciali con la evolutissima tecnologia StarkHologram possiamo realizzare ologrammi di qualsiasi dimensione che hanno raggiunto risultati eccezionali di grande spettacolarità come dimostra la nostra installazione fissa a Palazzo Ducale di Gubbio. Con queste tecnologie la Stark è oggi leader nelle realizzazioni di Musei Emozianali basati sulle più innovative tecnologie virtuali ed interattive.

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Torsanlorenzo Gruppo Florovivaistico Via Campo di Carne, 51 00040 Tor San Lorenzo Ardea (Rm) Tel. 06.91019005 Fax 06.91011602 www.gruppotorsanlorenzo.com

Percorrere le strade verso i vivai di Torsanlorenzo Gruppo Florovivaistico ha il gusto di un viaggio fra mète diverse di uno stesso luogo, quello di uno fra i più grandi gruppi del florovivaismo in Italia e Europa. Perché incanta la natura che si respira rigogliosa e le piante ne esprimono con pienezza tutta la potenzialità vivificatrice. Torsanlorenzo Gruppo Florovivaistico, raggruppa 17 aziende, fondate da Mario Margheriti a partire dal 1978 e dislocate nel centrosud Italia e all’estero in Abu Dhabi, Francia e Sudafrica. Le differenze microclimatiche esistenti tra i territori in cui sono dislocati i diversi vivai consentono di produrre piante con tipologie altamente differenziate e di offrire su 650 ettari di produzione oltre 6.000 varietà di piante (mediterranee, australiane, tropicali e subtropicali) di piccole e grandi dimensioni: alberi, palme, cespugli, piante fiorite, bambù, piante esemplari per opere di paesaggismo. Torsanlorenzo Gruppo Florovivaistico è presente con successo nei mercati di Europa, Asia, Nord Africa e Medio Oriente, grazie alla grande capacità del settore logistica di servire con tempestività i clienti di tutto il mondo, garantendo quantità, qualità e prezzo. I settori di riferimento spaziano in tutta la filiera, dai garden center alla grande distribuzione, dai vivaisti ai paesaggisti fino alle forniture per appaltatori e grandi opere pubbliche e private. Da sempre, il Gruppo si occupa di diffondere la cultura del verde attraverso la realizzazione di un catalogo, noto per i contenuti dettagliati e l’organizzazione di due premi di paesaggismo biennali: il “Premio Internazionale Torsanlorenzo” e il “Premio Prestigio”.

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La VERDEZAZZERA nasce come azienda spin off della General Green di Zazzera Costantino, azienda di consolidata esperienza nel settore del florivivaismo. VERDEZAZZERA Living nature…specializzata nella progettazione, realizzazione e manutenzione di parchi e giardini offre un servizio tecnico e professionale qualificato, capace di seguirti nella creazione del TUO verde con utilizzo di nuove tecnologie, ma anche con l’esperienza pluriennale di maestri giardinieri. VERDEZAZZERA specialista del tuo giardino nell’offrirti un servizio completo per il TUO verde. Tecnici ti seguiranno con professionalità dal sopralluogo, alla progettazione, al rendering fotografici per identificare al meglio le tue esigenze, per poi realizzarle con capacità ed esperienza. VERDEZAZZERA lavorando in sinergia con la GENERAL GREEN offre un servizio completo per il TUO giardino, sia per la scelta del verde, dei materiali, dell’irrigazione e dell’illuminazione. VERDEZAZZERA dispone di personale tecnico qualificato e di un moderno e tecnologico parco macchine in grado di offrire un servizio specializzato per la manutenzione di piccoli e grandi spazi verdi…non trascurare il TUO giardino…è vivo e vive con te!

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I SERVIZI VERDEZAZZERA: • progettazione e manutenzione giardini • allestimenti per eventi • impianti irrigazione • potature altofusto • piscine e laghetti • fontane ed arredo • illuminazione • muretti e pavimenti a secco • floral design • trattamenti fitosanitari • consulenze agronomiche. www.verdezazzera.it sul nostro sito troverete foto di nostre realizzazioni ed altre informazioni utili.

Living Nature VERDEZAZZERA srl 20010 Inveruno (MI) - Via Bologna, 2 - Tel. 02.972.85.545 - Fax 02.972.86.900 - info@verdezazzera.it


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GENERAL GREEN di Costantino Zazzera 20010 Inveruno (MI) - Via Bologna, 2 - Tel. 02.972.85.545 - Fax 02.972.86.900 - info@generalgreen.it www. generalgreen.it


enjoy the planet

Karridale. Western Australia Paola Ottaviano www.materialidiviaggio.com


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ENJOY THE PLANET

Estate 2012. Lungo la Bussel Highway, a circa metà strada tra Margaret River e Augusta, si trova la piccola località di Karridale. Nel nome, la natura del posto, la sua essenza. Anzi, è a partire dalle caratteristiche peculiari di un luogo che vengono nominate le cose in western Australia. Come racconta la genesi del suffisso up, che letteralmente significa “il posto di”. Così Manjimup è il posto dei giunchi, Boranup è quello del dingo, Beedelup è quello del riposo, a conferma della manipolazione semantica di parole di origine aborigena. E’ il patrimonio linguistico del popolo indigeno dei Nyoongar, che abitano il sud ovest del western Australia. Nell’idioma aborigeno, infatti, le cose sono denominate in relazione alla loro collocazione e al ruolo che ricoprono nella natura, in una sorta di nomenclatura animista. Il Dreamtime, il Serpente arcobaleno, le vie dei canti e le stagioni scandiscono i ritmi della vita nell’outback e ne determinano il linguaggio. Karridale, la valle dei karri. Karri Forest, foresta vergine. Imponenti alberi secolari, i karri (Eucalyptus diversicolor) crescono fino a novanta metri d’altezza. Sono gli alberi più alti del western Australia e tra i più alti al mondo. I tronchi cambiano corteccia ogni anno come facessero la muta, e appaiono multicolori grazie ai diversi strati che si sovrappongono e si stratificano nell’eterno ciclo di rigenerazione. Le stradine ombrose di terra rossa s’inoltrano nel fitto della boscaglia. I giochi di luce del sole che filtra a malapena attraverso la folta chioma verde, crea riflessi dorati tra le foglie alternati a ombre proiettate sul terreno. Luci ed ombre, sussurri e grida, silenzio e suoni. Suoni della foresta, misteriosa, impenetrabile. Affascinante. La selva lussureggiante nasconde. Copre e protegge gelosamente la vita selvatica, wildlife. Difficile cogliere l’attimo di una presenza nel sottobosco, appena percepita dal lieve crepitio dell’humus del terriccio umido. Difficile imprimerla su pellicola. Scatti mancati, sfiorati. L’assenza di foto è la prova di una vita selvaggia veloce, mimetizzata, elusiva. Le fugaci apparizioni colgono di sorpresa, non danno il tempo di congelarne la visione in immagine. Pezzi unici e irripetibili, imprendibili. Come i canguri che sbucano all’improvviso dal nulla, attraversano la strada a grandi balzi e scompaiono nel bush in una frazione di secondo. La “cangurabile” è il luogo degli avvistamenti. Ibis e aironi, spatole e kookaburra, il paradiso degli uccelli. Emu a passeggio, fuggono al minimo rumore di automobile che sopraggiunge. C’è una casa nel bosco a Karridale. Il prato è attraversato da leprotti in cerca di semi. La volpe dalla coda a bandiera pattuglia l’aia, lesta, in caccia. È una delle specie importate che mettono a rischio la sopravvivenza di quelle autoctone. È per limitarne l’impatto, che minaccia l’habitat naturale della wildlife, che i parchi nazionali del western Australia sono disseminati di esche avvelenate. Poison Risk Area recitano i cartelli che segnalano il pericolo, vietando

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l’ingresso ai cani domestici e destinando le polpette avvelenate agli animali inselvatichiti estranei all’ecosistema, nel tentativo di sradicarli. Le vittime di questi feroci predatori si nascondono di giorno. Animali notturni, marsupiali, fanno capolino quando il buio avvolge il mondo, quando la casa nel bosco spegne le luci e si addormenta. È il loro momento. L’opossum arriva furtivo, certo della sua capacità di vedere quando tutt’intorno è cieco, quando tutt’intorno è notte. Con i suoi occhioni neri si fa strada, silenzioso, guardingo. Sa che troverà semi e frutta. E dopo aver soddisfatto il suo istinto di fame, percorre il prato e sale sull’albero della casa. Si accomoda sul ramo più alto e guarda in basso, con la testa reclinata, curioso. Sta lì, tutte le notti. Sull’albero della casa nel bosco. La scenic drive prosegue e s’inoltra nell’area di vigneti e fitta foresta. Manjimup, con il suo ponte costruito con un singolo gigantesco albero di karri; Boranup, con il fogliame che si ricopre di fiori selvatici in primavera; Beedelup Na-

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tional Park, con la sua cascata che per cento metri precipita sulle rocce di granito nel cuore del bush. E Nannup, il posto dei pappagalli in lingua aborigena. Dove la foresta nasconde e si sente leggendaria la presenza della tigre di Nannup, un marsupiale dal corto pelo striato simile ad un lupo. Nessuno lo ha più avvistato da tempo, ma tutti giurano che vive ancora lì. Forse nel sottobosco che custodisce segreti, che protegge la vita selvaggia, che regala o nega la visione delle creature che lo abitano a seconda del caso fortuito o del merito Forse è una questione di feeling, di sensibilità, di capacità d’interazione. La tigre di Nannup si paleserà a chi saprà conquistarne la fiducia, ma, in caso contrario, continuerà a rimanere nascosta e protetta nello scrigno del cuore di tenebra della foresta come un gioiello prezioso. Piuttosto, preferirà proseguire nella tradizione della leggenda. Nell’assenza la più evidente presenza. Oppure arriverà inaspettata, di notte, nella casa nel bosco, quando tutto è silenzio, quando le voci si tacciono e gli unici afflati di vita sono quelli della natura che si risveglia.


Siamo nel mezzo di un cambiamento epocale, i nostri modelli di comportamento non sono più quelli dell’uomo sedentario, le nostre città sono fluide, fatte di rapporti reali con persone distanti, sviluppiamo abitudini sempre più mobili, ci spostiamo fisicamente e ancor più virtualmente, stiamo abbandonando il modello sedentario, acquisito dopo il 10.000 a.C. per riavvicinarci a quello mobile che abbiamo avuto per i millenni precedenti. L’ipotesi di questo testo è che il modello mobile sia tuttora alla base del nostro essere e che sia iniziata una fase in cui possiamo liberare la nostra vera natura. Noi siamo fatti per stare fuori e per muoverci. Tra le conseguenze di questa visione ce ne sono alcune che riguardano intimamente il progetto. Quarant’anni di architettura ecologica ci hanno insegnato che il problema della casa è la casa, è l’esterno il nostro ambiente vitale e l’esterno è fatto essenzialmente di piante, per oltre 140.000 anni non abbiamo conosciuto altro. Questo rovescia in maniera quasi imbarazzante, per un architetto, il modo di vedere l’architettura. Fin’ora il verde è stato un servizio, la proposta è invertire i ruoli: è l’architettura a essere un servizio e il verde, la vegetazione, l’esterno, il nostro reale luogo dell’abitare. È un cambiamento che coinvolge agricoltura, alimentazione, architettura, paesaggio, design, tutte discipline indissolubilmente legate dallo stesso denominatore comune: l’elemento vegetale. Non si tratta di costruire altri spazi verdi, fino a quando divideremo lo spazio dedicato a noi umani da quello dedicato alle piante non sarà possibile fare un salto di qualità, ma solo fare giardini sempre più belli che continueranno a essere zoo vegetali. Non si tratta di uscire dalla città, al contrario. La sfida è portare la foresta nella città, facendola crescere in ogni spazio possibile, anche aiutandoci con le nuove tecnologie, e non è costruendo nuovi recinti dove chiudere le piante che la vinceremo: è abbattendo i confini, togliendo i limiti, lasciando libero il senso del sacro che la foresta custodisce da sempre.

In apertura Corrado scrive: “È cambiata la prospettiva con la quale abbiamo sinora considerato il verde. La proposta è di invertire i ruoli: è l’architettura a essere un servizio e il verde, o meglio l’esterno, il nostro reale luogo dell’abitare.” Ho avuto già modo di scrivere, e in varie occasioni confermare, come, nella costruzione dei nuovi paesaggi urbani lo standard urbanistico genericamente definito con la parola “verde”, debba essere eliminato, sostituendolo con una ampia e completa integrazione. L’autore intende andare oltre, ponendo lo spazio aperto, la foresta urbana al centro della vita dell’uomo, anche del cittadino metropolitano. È particolarmente interessante e deve continuare ad essere oggetto di studio e ricerche, il successivo passaggio in cui pone l’uomo all’esterno, in un’ottica di mobilità permanente. Corrado, oltre ad essere un pensatore, è un architetto e quindi illustra anche le conseguenze progettuali di questa inversione. Alla fine del percorso che ci fa intraprendere, afferma che il nuovo obiettivo dell’architettura è nel “costruire esterni”. In questa inversione di ruoli tra città e natura, il pensiero va agli spazi urbani, al paesaggio, alle piazze, ai giardini, ai parchi. Neanche il tempo di soffermarci a riflettere, che sul percorso troviamo l’interpretazione corretta: “Sto parlando di case, edifici, architettura. Arrivare a concepire l’edificio come un esterno. Progettare edifici pensandoli come piante, in rapporto diretto con sole, aria, tempo. Cercare sempre la massima permeabilità possibile. Concepire l’edificio come un centro di espansione e concentrazione di chi lo usa.” Dalla prefazione di Achille Ippolito

LIBRI

Il sentiero dell’architettura porta nella foresta Maurizio Corrado Franco Angeli Editore, Milano 2012

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number 7 / April/September 2012

Publisher Nemeton Network s.r.l. www.nemetonnetwork.net Director Maurizio Corrado Chief Editor Laura Brignoli Editorial staff Marco Ferrari Pino Rosa Correspondent Gualberto Cappi, San Paolo Pierangelo Caramia, Parigi Marck Fletcher, Londra Mikio Kuranishi, Tokyo Josè Mendez, Madrid Paola Ottaviano, travelling Enrique Ramírez Botero, Bogotà Grafic Idein Contributors at this number a.b.e. agent based environment Rachel Armstrong Enrico Baldini Philip Beesley Mirco Bianchini Tommaso Casucci Gianluca Cristoni Fortunato D’Amico Alessandra Furlani Achille Ippolito Anna Lacaton Maria Paola Maresca Michael Mehaffy Mike Moore Maria Livia Olivetti Op.Le.Po. Opificio Letteratura Potenziale Alessandra Pirovano Richard Reynolds Nikos A. Salingaros Jean Philippe Vassal

NEMETON high green tech magazine Iscrizione al tribunale di Bologna Italia n° 7882 del 07-10-2008

Translations Versioni a cura degli studenti della laurea magistrale in Traduzione, Università IULM, Milano Scientific committee Giulia Caneva, Dip. Biologia Ambientale, Università Roma Tre Mauricio Cardenas Laverde, Politecnico di Milano Piero Formica, International Academy of Entrepreneurship Francesco Ferrini, Accademia dei Georgofili, Dipartimento di Ortoflorofrutticoltura, Università di Firenze Claude Figureau, director of Jardin des Plantes di Nantes Manfred Kholer, pres. of WIGRIN World Green Roof Infrastructure Network Gianni Scudo, Politecnico di Milano, BEST NEMETON CHANNEL http://www.youtube.com/user/NemetonChannel NEMETON FUN CLUB ON FACEBOOK http://www.facebook.com Foto di copertina: Mirco Tugnoli Immagine in Quarta di Copertina: Tarshito Immagine a pag. 1 di Fabio Nicola Grosso www.nemetonmagazine.net www.nemetonnetwork.net

Contact redazione@nemetonmagazine.net www.nemetonmagazine.net

With contribute of : Accademia dei Georgofili / Accademia Nazionale di Agricoltura / LINV - International Laboratory of Plant Neurobiology / WGRIN - World Green Roof Infrastructure Network / Promoverde / MAJA natura & architettura / Culturadelverde

Speciale Eima/Mia 2012  

Speciale uscito in occasione della fiera dulla multifunzionalita'

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