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Quindici Anno I numero 5 del 20 Settembre 2013

Supplemento quindicinale

de “La Stefani” - agenzia di informazione della Scuola superiore di giornalismo di Bologna

La precarietà stanca

Orfei, un circo per Fellini

Musica e arte al Robot festival

AAA scrittori cercano casa


Indice In questo numero 3- L’esercito degli stagisti 6- Addio banche, torno alla terra 8- Corrado, il pasticcere agronomo 9- L’illusione delle partite Iva 11- La realtà dei giovani Lions 13- La musica elettronica torna al Robot 16- Gli scrittori cercano casa a Bologna 18- Il circo secondo Nando Orfei 20- Rubrica: come e perché 22- Controcopertina: cinesi che comprano Direttore responsabile Giorgio Gazzotti Edizione a cura di Sergio Gessi In redazione Salvatore Billardello Maria Centuori Gianluca Ciucci Massimiliano Cordeddu Giulia Echites Elisa Gagliardi Giovanni Panebianco Andrea Piana Jessica Saccone La Stefani- via T. Martelli 22/24 40136 Bologna (BO) tel 051 2091969 fax 051 2091967 redalastefani@gmail.com Testata registrata di proprietà dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna Registrazione al Tribunale di Bologna n.5934 del 28/12/1990


L’eterna attesa dello stagista italiano Le nuove normative regionali aumentano le tutele, ma la condizione dei nostri tirocinanti è ancora lontana dai livelli dei colleghi europei Giulia Echites

Se ne parla spesso come “l’esercito degli stagisti” quasi come se coloro che sono in cerca di occupazione costituissero una realtà che spaventa il Paese. L’Italia si trova oggettivamente in difficoltà nel collocare, ogni anno, i neo dottori nel mondo del lavoro, nonostante, stando ai risultati di un’indagine Almalaurea, consorzio interuniversitario che raggruppa circa il 70% degli atenei italiani, nel 2012 ci siano stati meno laureati rispetto al resto d’Europa. Quel che manca nel nostro Paese sono idonei incentivi all’assunzione di giovani alla prima esperienza e spesso la ristrettezza del mercato del lavoro spesso induce i neo laureati ad accettare lavori in nero o con contratti inadeguati. Si aggiunga anche che, sempre secondo i dati Almalaurea, chi fa uno stage ha solo il 12% di opportunità in più di trovare lavoro. Uno scollamento, dunque, tra formazione universitaria e mondo del lavoro che non sembra avere pari negli altri paesi europei. Eppure il Governo ci aveva provato a passare la palla alle Regioni, ma la metà di loro non ha recepito le linee guida targate Fornero in materia di stage e tirocinio. Alcune Regioni, dunque, hanno generato una situazione di vacatio legis, con la conseguenza che, laddove mancano nuove normative, la legge cui fare riferimento, in materia di

tirocini, è sempre il decreto interministeriale n. 142/ 1998. Non è evidentemente una priorità per il nostro Paese tutelare e garantire i cinquecentomila stagisti che ogni anno richiedono a privati o alla pubblica amministrazione l’attivazione di progetti formativi. In realtà lo stesso progetto del ministro Fornero presentava un difetto: le riforme abbracciavano solo gli stage extracurricolari, restavano invece fuori dal “cappello di garanzie” tutti gli stage curricolari attivati da scuole, università e corsi di formazione, ma anche i periodi di pratica professionale e i tirocini previsti per l’accesso alle professioni disciplinate da un Ordine. Vale a dire un’enorme porzione di attività che si può calcolare rappresenti quasi la metà degli stage attivati ogni anno, circa duecentomila sui cinquecentomila totali. Tuttavia le linee guida erano chiare su un punto chiave: la cosiddetta “congrua indennità”, un compenso obbligatorio in favore degli stagisti, quantificata in non meno di 400 euro lordi al mese. Il tempo è scaduto e ad aver legiferato sono state solo tredici Regioni più la Provincia autonoma di Bolzano. L’Emilia Romagna è tra queste. La nuova legge regionale n. 7/2013 Gli aspetti principali del nuovo provvedimento entrato in vigore lo scorso lu-

nedì sono una maggiore qualificazione del percorso formativo, l’obbligo di corrispondere al tirocinante una indennità mensile di almeno 450 euro, e il contrasto ai possibili utilizzi elusivi dello strumento stage. Per quanto riguarda invece le sanzioni, soggetti promotori e datori di lavoro che violino gli obblighi previsti dalla legge incorreranno nell’immediata interruzione del tirocinio e nel divieto di attivarne ulteriori nei successivi 12 mesi. Ancora, gli esiti del percorso devono essere certificati e in caso di mancato o ritardato invio della convenzione e del progetto formativo, la legge prevede sanzioni amministrative di tipo pecuniario. Questo, dunque, quanto previsto in linea teorica dalla nuova legge, ma concre-

tamente cosa cambierà per i neo laureati che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro o per coloro che, più avanti con l’età, si trovano in mobilità e cercano di essere ricollocati? “Non siamo in grado di dare ancora nessuna valutazione sulla nuova legge regionale che è entrata in vigore solo il 16 settembre – spiega l’assessore regionale alla Formazione e al Lavoro Patrizio Bianchi – Siamo impegnati a fare in modo che in Emilia-Romagna lo strumento dei tirocini sia un effettivo strumento di politica attiva e che possa avvicinare i giovani al mondo del lavoro. Riteniamo che gli standard di risultato sulle competenza che abbiamo introdotto con il nuovo impianto normativo sia un approccio molto importante”.

Il tirocinio in Emilia Romagna, qualche numero · stage attivati: 10.448 di cui 5.430 (52%) rivolti a donne e 5.018 (48%) a uomini · nell’ultimo triennio si assiste tuttavia ad una forte diminuzione del numero di tirocini attivati, in particolare si è passati dai quasi 15mila del 2010 ai 10.448 del 2012 con una diminuzione più consistente per le donne -2.474, che per gli uomini -1.905 · i tirocinanti sono per oltre l’80% giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni con alti livelli di scolarizzazione: oltre il 60% è in possesso di titolo di laurea o di alta specializzazione fonte: Sistema Informativo Lavoro della Regione Emilia-Romagna, 2012


Di certo, una modifica delle norme esistenti era necessaria: sempre più, ultimamente, gli stage stavano assumendo forme di sfruttamento legalizzato, contribuendo alla creazione di sacche di precariato sottopagato. Una realtà mortificante tanto per giovani neolaureati che hanno vissuto con determinazione gli anni universitari e hanno investito nella propria formazione, quanto per disoccupati, cassaintegrati o persone in mobilità che, pur avendo esperienze lavorative pregresse, vengono reinseriti nel mondo del lavoro come principianti, spesso “utilizzati” dalle aziende per sostituire i lavoratori con contratto a termine nei periodi di picco della attività. Il sindacato però non offre nessun servizio specifico di tutela per gli stagisti. Il motivo lo spiega Matteo Negri, rappresentante CdLM-CGIL Bologna. «Non esiste per il semplice

fatto che lo stage, nelle intenzioni del legislatore che l’ha ideato, non è una forma contrattuale, non è un rapporto di lavoro ma un percorso formativo. Dunque l’ambito non rientra, per dirlo con una parola che non usiamo spesso, nel core business del sindacato. La contrattazione, in altre parole, non comprende la figura dello stagista in quan-

to, appunto, non si tratta propriamente di un lavoratore. Tuttavia il sindacato sta iniziando a interrogarsi maggiormente sul tema e sta incrementando azioni di servizio a tutela dello stagista. Purtroppo stiamo già facendo uno sforzo per allargare la rappresentanza e la contrattazione alle varie forme atipiche di lavoro, quelle

“Lo stage dovrebbe essere un’esperienza formativa, ma a volte viene usato in maniera impropria” previste dal ministro Fornero nelle 46 tipologie contrattuali, ma lo stage non è neppure ricompresa tra queste, pertanto non è propriamente la nostra attività principale. O meglio, non lo era in passato. E adesso cosa sta cambiando per voi? Ci sono dei casi di tirocinio in cui si configura un abuso, in cui l’attività svolta nell’ente ospitante non rispetta le finalità del progetto formativo. Questi casi di abuso possono ricevere tutela presso il sindacato e noi ci stiamo attivando. La sperimentazione mira a coinvolgere maggiormente gli stagisti, renderli più consapevoli della loro condi-

zione e dei loro diritti, della differenza tra uno stage conforme alla legge e un abuso. La possibilità di rivolgersi a un sindacato per vedere riconosciuti questi diritti è la novità, è tra le nuove azioni che stiamo mettendo in piedi. Pensate sia eccessivo parlare di sfruttamento per gli stagisti italiani oggi? Le generalizzazioni lasciano il tempo che trovano: non si può dire che lo stagista in quanto tale è sfruttato. Esistono indubbiamente delle difficoltà, così come esistono stage che si possono classificare fra le forme di sfruttamento. Lo stage dovrebbe essere un’esperienza formativa ma a volte viene usato in maniera impropria, ad esempio per coprire un’assunzione. In questi casi lo stage non insegna nulla al soggetto, lo fa solo lavorare ed è così che si configura l’abuso. Sono frequenti i casi di stage a basso contenuto formativo utilizzati dalle aziende per aggirare le assunzioni? Noi stiamo facendo un’inchiesta, ma essendo la prima volta che proviamo a misurarci con questa realtà siamo partiti col farci delle domande per indagare il fenomeno in maniera scientifica, quindi svolgendo un’analisi dei dati su base quantitativa: quanti sono gli stage attivati, quanti sono quelli che si trasformano in rapporto di lavoro, come


sta andando. Successivamente un’analisi qualitativa tramite la compilazione di un questionario finalizzato a raccogliere testimonianze reali. A questo fine, abbiamo creato anche una pagina facebook “HO.Stage”. Non avendo ancora dati

“Se passa l’idea che 450 euro al mese sono lo stipendio per un lavoro, ci tiriamo la zappa sui piedi” definitivi non si può dire se i tentativi di abuso da parte degli enti ospitanti sono tanti o pochi, però sono documentati, ci sono. Qualche esempio? Abbiamo raccolto esperienze di stagisti che arrivano a fare anche sette/otto tirocini in realtà analoghe. Di fronte a queste situazioni è evidente che il valore formativo dello stage viene

Isabella Ragonesi nel film “Tutta la vita davanti” messo in secondo piano: si continua a saltare da un’esperienza all’altra ma sempre in termini di lavoro precario. Siete soddisfatti della nuova legge regionale n. 7/ 2013? Sicuramente è migliorativa, prevede nuove tipologie di tirocinio, cerca di mettere dei paletti e prevede degli strumenti in più per evitare gli abusi. L’aspetto che ha avuto più risalto è evidentemente la previsione di un minimo retributivo, ma non

vorremmo che si pensasse che tramite questo rimborso si risolva il problema degli stage. Se passa l’idea che quei 450-500 euro vengono utilizzati come retribuzione per un lavoro, allora lì ci stiamo tirando la zappa sui piedi. Si crea in assoluto la forma di lavoro meno tutelata al mondo. La cosa da evitare è che la legge sdogani l’esperienza dello stage come percorso formativo in luogo di un’ulteriore forma di lavoro atipico. Se si verificasse questa

eventualità vorrà dire che qualcosa non è andato secondo le intenzioni del legislatore regionale. Dunque, se da un lato la legge è migliorativa, prima di esultare la verificheremo alla prova dei fatti,quando sarà a regime. Volendo confrontare la situazione dei lavoratori precari italiani e quella all’estero… Mi viene in mente il “Minijob” tedesco: attività che prevede una retribuzione minima di 450 euro, rivolta a chi deve fare ingresso nel mondo del lavoro. E’ simile a quanto previsto dalla nuova legge regionale con la differenza che si tratta di vero e proprio rapporto lavorativo a confronto con il quale il nostro stage resta ancora una volta il meno tutelato.

La storia di Marilena «Le mie aspettative non erano particolarmente alte, avevo necessità di trovare un impiego con un minimo di retribuzione per poter pagare l’affitto e restare a Bologna, una volta terminati gli studi». Marilena ha una laurea magistrale in filosofia e la sua esperienza di stage l’ha svolta in una grande azienda che si occupa di servizi al cliente. «Ho trovato questa offerta di lavoro su un sito di annunci specifici, ma si trattava di tirocinio promosso da un ente convenzionato con l’università. Non era uno stage finalizzato all’inserimento, sia perché l’azienda non mi ha mai prospettato l’eventualità di un contratto, sia perché io stessa avevo solo bisogno di guadagnare qualcosa per poi cercare un’occupazione coerente con i miei studi. Lo stesso percorso formativo dello

stage non mi è stato mai precisato: di fatto lavoravo otto ore al giorno con un’ora di pausa pranzo e le mie erano principalmente operazioni di segreteria. Era terribile rendersi conto di svolgere le stesse funzioni di un lavoratore a contratto senza avere i requisiti per esserlo. All’interno dell’azienda c’erano gerarchie ben definite e le responsabilità, di conseguenza, erano legate al livello gerarchico che si occupava: il mio, naturalmente, era tra i più bassi». Oggi, purtroppo, le aspettative di chi svolge un tirocinio non possono essere troppo elevate: avere una retribuzione, anche se minima, deve considerarsi, di per sé, positivo. L’esperienza perde il suo valore formativo non quando richiede di svolgere le stesse mansioni di chi ha un contratto, ma quando poi non ricompensa l’impegno con l’inserimento. Invece spesso le delusioni portano a

vivere in maniera poco serena, a fare considerazioni sbagliate e compiere scelte drastiche. «Era così frustrante che ho deciso di interrompere il tirocinio prima del tempo: i 600 euro mensili che guadagnavo erano pochi in confronto al carico di lavoro sopportato, ancora di più se si pensa alle continue richieste fare degli extra, naturalmente non retribuiti. Posso anche dire che sto dando voce a un malessere generale che percepivo ogni giorno al lavoro, un malessere di tanti altri stagisti lì, come me, per sostituire contratti di assunzione. La mia fortuna era quella di avere orari fissi, legati all’azienda, ma non era per tutti così. E’ stata la mia prima esperienza di tirocinio extracurricolare, ma ora posso dire di essere sufficientemente in grado di comprendere il sistema, in questo senso mi ha formata». G. Echit.


Dagli stage alle stalle la felicità ritrovata di Rosario Ha detto addio alle banche per dedicarsi alle mucche: “Accudirle è la mia vita” Ma mette in guardia gli illusi del boom agricolo: “Settore difficile per chi parte da zero” Salvatore Billardello Un tirocinio non è per sempre – le banche, pur di non assumere, ne garantiscono anche tre in un anno – la fattoria del nonno sì. Questo insegna la storia del siciliano Rosario, allevatore di mucche con in tasca una laurea alla Bocconi. Un ritorno alla dimensione umana della fatica in campagna come ribellione alla precarietà imposta dalla crisi attuale. E’ un fenomeno in piena espansione, quello della rinuncia dei giovani a professioni qualificate per riscoprire l’agricoltura e le proprie origini. Secondo una indagine della Coldiretti condotta a luglio, il 38% degli under 35 italiani preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in una multinazionale (28%) o fare l’impiegato in banca (26%). Inoltre, in un paese in cui aumenta solo la disoccupazione, crescono del 3,6% le assunzioni nelle aziende agricole. Rosario vive in una campagna a Modica, non ha internet ma è disponibilissimo ad una lunga chiacchierata telefonica, dove spiega le ragioni della sua scelta: “Al terzo stage in una banca d’investimento, sentivo la mancanza della mia terra. Avevo fretta di far ripartire l’azienda di mio nonno”, racconta. Senza ipocrisie dice cosa pensa della riforma Fornero in materia di stage e tirocini (“sono soldi sprecati, al sud si lavora gratis e a Milano il contratto di tirocinio è un modo per non assumere”), smontando facili entusiasmi sul mestiere dell’agricoltore e svelandone le asprezze: “Io il terreno ce l’avevo già. Partire da zero in agricoltura è impossibile, le banche non fanno prestiti e i costi di produzione sono troppo alti”. Nessun rimpianto per non aver seguito le orme dei colleghi di università,”tutta gente in gamba”: produrre latte è la prima competenza sviluppata da bambino, che Rosariovuole continuare a capi-

talizzare. Perché il paese, la terra, le piante anche quando non ci sei restano ad aspettarti, con buona pace di stage e assunzioni che vanno e vengono. Cosa ci racconti della tua esperienza alla Bocconi? Mi sono diplomato all’istituto tecnico commerciale, ho studiato alla Bocconi cinque anni di Economia e finanza. Abbiamo avuto sempre in famiglia una fattoria di mucche da latte, e lì sono cresciuto. In realtà ero già partito per Milano con l’intenzione di tornare. Mi ripetevo continuamente: “tanto tornerò”, volevo gestire la mia azienda. La laurea triennale e la magistrale sono andate molto bene,è bello finché si è all’università non rimanere legati ad un lavoro fisso: io tenevo un piede in un mondo e uno in un altro. Ma dopo l’università cos’hai fatto? Ancora prima di laurearmi, avevo finito due stage in banca di investimento a Milano. Dopo la laurea ne ho iniziato un terzo. Qual è la differenza tra una banca e una banca di investimento? Le banche di investimento lavorano con aziende e altre banche, non c’è uno sportello per il cittadino comune. E’ un ambiente competitivo, di forti responsabilità. E il lavoro più accreditato, la prima scelta dei laureati della Bocconi, insieme alla borsa. Ho fatto i primi tre mesi in una banca, poi sono andato in un’altra, poi in un’altra ancora. Tre tirocini, tre banche d’investimento, tutte di alto livello. Cosa facevi durante lo stage? Ti

avevano fatto promesse di assunzione? Ero analista di credito di altre banche e analista di finanza. Mi occupavo dei progetti di gruppi energetici di grandi dimensioni. Inizi sì un percorso lavorativo, ma la prassi a Milano è che nel

95% dei casi non sei assunto. Il contratto di tirocinio dura sei mesi al massimo ed è un modo per non assumere. Non essendoci l’obbligo di assunzione, passa un anno e l’azienda cambia tirocinante. E cosa pensi delle nuove normative in materia di tirocini? Le responsabilità verranno rimesse alle regioni e 450 euro dovrebbe essere la somma base garantita ai tirocinanti. Sono tutti soldi persi, quelli dei tirocini. Basterebbero dei prestiti per le start up o per innovazioni tecnologiche. Ci aspetta a breve la nuova Pac (Politica agraria comunitaria, ndr.): vorrei intestarmi l’azienda, ma la nuova direttiva ha tempi d’applicazione lunghissimi. La mia generazione deve aspettare che i tempi vengano accelerati.


La tua azienda, dicevi. Quando hai deciso di tornare davvero? Come dicevo prima, sono sempre stato dubbioso, ma i primi tre mesi di stage ero preso dall’euforia. Al terzo stage, una volta entrato nella routine, sono giunto alla mia decisione. E’ stata una scelta molto combattuta, credo che col tempo ce l’avrei fatta a trovare qualcosa di più stabile, ma quella vita non mi piaceva. Sono tornato perché mi mancava la mia terra. Ad aggravare il malessere si aggiungeva la distanza: non potevo essere partecipe del terreno ereditato da mio padre. Avevo fretta di ripartire con l’azienda di mio nonno. Ma che lavoro fai esattamente adesso? Faccio l’allevatore: mungo le mucche, che abbiamo ricomprato da poco. Mio padre è insegnante e non poteva dedicarvisi a tempo pieno. Abbiamo ricominciato a produrre latte da quando sono tornato. Come inizia la tua giornata? Mi alzo alle sei del mattino, mungo le mucche e le accudisco. Il pomeriggio faccio il lavoro nei campi. Nella provincia di Ragusa e nella piana di Noto ci sono migliaia di allevamenti che sono all’avanguardia come nella Pianura Padana. L’85% del latte di tutta la Sicilia viene prodotto in provincia di Ragusa, dove ci sono duemila-tremila mucche. Durante il pomeriggio invece ti dedichi ai campi? Abbiamo 25 ettari di campi, coltivati a grano, e ci sono alberi di carrube, molto comuni qui. Stiamo finendo adesso di raccogliere il frutto. Abbia-

mo tutte le attrezzature. Ecco, c’è un aspetto importante: noi avevamo già una base non indifferente di terreni. Secondo le ultime ricerche della Coldiretti gli under 35 preferirebbero gestire un agriturismo più che aprire una banca. E i dati dell’Istat sostengono che i dottori in economia che investono nel settore primario e decidono di coltivare la terra sono in continuo aumento. Tucredi a queste statistiche? Secondo me non è così. Chi lo fa è perché non trova un lavoro, ma non è il mio caso. Io il terreno ce l’avevo già: partire da zero in agricoltura è impossibile, i terreni non si possono comprare, e difficilmente troverai la banca che ti fa il prestito. I margini per investire ci sono, ma solo se hai una buona base di attrezzature. I prezzi dei prodotti sono rimasti uguali, ma i costi di produzione si sono triplicati. Si può pure immaginare uno sviluppo del settore in futuro, ma la remunerazione nel complesso è bassissima; non avrò mai un reale profitto, perché il costo incide troppo. E’ un settore difficile, quello delle mucche da latte. Sei aggiornato sul nuovo progetto Amva (apprendistato e mestieri a vocazione artigianale), che garantisce a 3mila giovani disoccupati delle regioni del Sud un percorso di tirocinio di sei mesi in una azienda per avvicinarli al lavoro? Solo che lo stipendio viene pagato dal ministero e non dall’azienda... E’ una misura presa per dare una spinta all’occupazione... Al sud nessuno fa i tirocini, tranne nelle grandi città.

Lavorare gratis, questa è la consuetudine diffusa nella nostra isola. La ripartenza per me deve venire dall’impresa, non dallo stato. Il settore bancario in Sicilia non dà l’accesso al credito: i finanziamenti per imprese già stabili hanno tassi d’interesse del 10%. Se non calano i tassi d’interesse, è difficile che si sblocchi l’economia al sud. Ci pensi ancora ai tuoi studi? Ti manca un po’ la banca? Non mi sono pentito della mia scelta: ogni giorno ho sempre un nuovo obiettivo da raggiungere. Ma se dovesse arrivare il mio curriculum alla filiale di Banca Intesa di Modica e mi offrissero un posto, non so se rifiuterei. L’obiettivo sarebbe comunque mantenere l’azienda. Il mio lavoro è è questo qui: se non dovessi fare grandi guadagni, non sarebbe un problema. Per me non è un lavoro pulire gli animali, è la mia vita. Hai altri amici che hanno fatto scelte simili alla tua? No, molti miei ex colleghi della Bocconi vivono a Milano, una buona parte vive a Londra, e lavorano nel settore finanziario. Sono ragazzi in gamba. Anche a me avevano fatto un colloquio per uno stage a Londra: già durante il volo sentivo che non avrei dovuto farlo, poi per fortuna non mi hanno preso . L’università rimane comunque un’esperienza importante della mia vita. Ma alla fine hai deciso tornato all’ovile, anzi, alla stalla. Se è un lavoro che hai imparato da piccolo e ti piaceva, quel posto ti mancherà per forza.


L’agronomo del gusto: la cucina di Corrado Assenza

Fra tanti siciliani laureati che ritornano a casa, per scelta o per necessità, spesso per esasperazione, c’è un professionista navigato che ha solo risposto al “richiamo delle mura”. Non quelle di casa, ma della rinomata pasticceria “Caffè Sicilia”, nel corso principale di Noto. Si sta parlando di Corrado Assenza, che più da più di trent’anni ha abbandonato le sue ricerche sui metodi di impollinazione delle api per riprendere una vecchia e mai dimenticata pratica: quella del pasticcere. Senza però tradire la lezione delle conoscenze agronomiche acquisite sotto l’ala protettiva dell’illustre Giorgio Celli: nella cucina di Assenza non c’è spazio per semilavorati industriali, ma esclusivamente per prodotti naturali, da lui reperiti e testati direttamente nelle fattorie locali. Grazie alla conoscenza delle tecniche agronomiche – e in particolar modo al trattamento del miele, l’ingrediente che Assenza predilige soprattutto per la realizzazione invernale di conserve - lo chef di Noto è stato inserito dal sito ambientalista Grist.org nell’elenco dei 15 maggiori cuochi internazionali col pollice verde. La sua cucina, in sintonia con la città barocca a cui appartiene, vive di contrasti accesi e accostamenti spiazzanti. Al Caffè Sicilia si possono gustare, oltre all’immancabile cassatina, delizie ricercate come i gelati alle olive verdi, alla carne e al basilico, l’insalata di frutta su pasta di mandorle e la Sergent Hill, una torta a base di peperoni, fragole, mandorle di Noto e curry. Tutto però viene sempre pianificato, rifinito e

presentato con un equilibrio, una “pulizia”, come direbbe Assenza, assolutamente consapevoli. Su queste premesse si giustifica l’apporto originale dello chef alla cucina italiana: formazione scientifica ed esperienza professionale da una parte, le proprietà uniche dei prodotti siciliani dall’altra. Il proprietario del Caffè Sicilia lavora 14 ore al giorno. Riuscire a contattarlo in un momento di pausa non è impresa facile, si ha la quasi certezza di beccarlo “con le mani in pasta”. Ma quando inizia a chiacchierare al telefono si infiamma lentamente di entusiasmo e diventa un fiume in piena di curiosità e aneddoti, che rivelano la passione autentica di “un uomo poliedrico”, come lui stesso si definisce, con una punta di sicilianissimo autocompiacimento. Ci racconti in breve la sua storia. Ho fatto il liceo scientifico, poi mi sono iscritto all’Università di Bologna, alla facoltà di Agraria. Non ho terminato l’università, ma sono diventato assistente di Giorgio Celli, per il quale ho studiato come entomologo per sette anni. E a quel punto cosa l’ha spinta a fare le valigie e tornare in Sicilia? Ricordo un episodio esemplare, a tal proposito. La cosa che mi fece propendere per questa scelta fu un colloquio con Celli, che, durante un viaggio in treno di ritorno da una trasmissione in Rai, mi fece capire a chiare lettere che non c’erano possibilità certe per il futuro, all’interno dell’Università. Quindi le barriere opposte dall’accademia all’ingresso dei “capaci e meritevoli” non sono certo spuntate oggi... No, le enormi difficoltà per farsi strada ci sono sempre state, anche ai miei tempi. Nonostante ciò, essere stato studente universitario e aver lavorato al fianco di un grande uomo come Celli sono stati per me grandi motivi di orgoglio. Quanto ha contato nella scelta di tornare la nostalgia della sua terra e di quei prodotti naturali che la Sicilia può offrire? Mi hanno richiamato i muri. Io sono cresciuto in pasticceria. Il Caffè Sicilia nasce nel 1892, al-

l’interno di un antico palazzo ricostruito nel 1749, di cui ho letto gli atti di passaggio di proprietà fino alla prima attività di mio nonno e poi di mio padre. Lei ha detto: «la natura non è dolce o sapida: queste sono categorie che applichiamo noi umani, in maniera del tutto arbitraria, alla cucina e all’ordine delle pietanze». Per cosa si distinguono il Caffè Sicilia e la cucina di Corrado Assenza? (Sospira, ndr.). Dovrei dare una risposta infinita alla sua domanda. Ogni volta che me la fanno, rispondo così: “mi piace cercare il dolce nella profondità marina e il sale nella superficie della terra”. Sono inoltre fondamentali il contatto con i siciliani e con la cultura. Quella vera e viva, che è cosa ben diversa dalla tradizione. Come cuoco e come uomo, mi trovo in profonda sintonia con questo territorio e con i prodotti naturali che offre, anche con la storia di una città come Noto. Chi ritorna a lavorare nella propria terra d’origine oggi è spesso colui che non ce la fa, la via di casa assume la forma di un ripiego. Quali differenze nota rispetto alla sua situazione di allora? Io il lavoro che mi aspettava ce l’avevo già, la mia è stata una scelta consapevole. Quello che è importante capire oggi è che non basta sbandierare una laurea per trovare un lavoro. Bisogna dimostrare di saper fare qualcosa, sennò la laurea non serve a niente. Qual è la sua giornata tipo al Caffè Sicilia? Mi alzo alle sei meno un quarto e vado subito in pasticceria, inizio a impastare tutto il giorno, fino alle 20. Ma non finisce lì, bisogna tenere contatti con i corrispondenti: non conosco ferie, sono costretto a viaggiare per lavoro. Ma per me non è un sacrificio: amo molto viaggiare, vedere, conoscere. Mi piace fare il pasticcere mescolando odori, sapori, sensazioni. Mescolando discipline scientifiche come la fisica e la botanica con il teatro e l’arte: la mia cucina nasce da questo connubio. Mi ritengo un tipo poliedrico. S.B.


L’illusione delle Partite Iva Nonostante le agevolazioni riservate agli under 35 i conti non tornano e si finisce a lavorare per sopravvivere a fatica

Gianluca Ciucci Torna a marciare con l’estate il comparto delle partite Iva dopo la stasi dei primi sei mesi dell’anno 2013. A luglio, secondo i dati diffusi dal ministero delle Finanze, ne sono state aperte 41.192. L’aumento rispetto allo stesso mese dello scorso anno è del 2,9%, mentre la variazione sale al +4,4% rispetto al mese di giugno. Lo stesso ministero non nasconde però un forte pessimismo sulla situazione relativa alle chiusure, che secondo alcuni studi della Cna, potrebbero coinvolgere entro fine anno 40mila imprese mettendo a rischio 100mila posti di lavoro. Un quarto delle nuove aperture di partite Iva è rappresentato da under 35, che si sono avvalsi del regime fiscale agevolato, che limita per cinque anni l’imposta dovuta al 5% degli utili dichiarati e l’esonero da Iva e Irap. Oltre 10mila giovani che si mettono in gioco potrebbero sembrare una nota positiva in un periodo che rimane molto complicato per il mondo del lavoro se non fosse che, come fa notare la relazione della Nidil-Cgil, «quando un quarto dei nuovi iscritti è rappresentato da ditte individuali che godono di age-

volazioni è immediato pensare che si tratti delle uniche tipologie d’impiego disponibili per chi è in cerca di occupazione». Di fatto, siamo di fronte, nella maggioranza dei casi, a partite Iva “fasulle” per giovani disoccupati. Basta fare un giro sui forum dedicati o ascoltare alcune testimonianze per rendersi conto che di agevole, in questo mon-

do, c’è ben poco. Decine di storie con la stessa morale: ad aprire una partita Iva non si guadagna, si lavora molto e si pagano tasse, alte e in anticipo. Molto meglio – dicono i più - lavorare in nero. Quella di Maria è una storia specchio di tante altre: laurea in economia e commercio e un lavoro da mediatore creditizio. I primi mesi di collaborazione con un’azienda che negozia mutui per conto dei privati e poi l’apertura della partita Iva per poter fatturare le provvigio-

ni. A maggio 2013, dopo due anni difficili e l’ennesimo rimbalzo della crisi economica, la decisione di chiuderla, ridurre le spese e tornare ad abitare con i genitori, abbandonare ogni aspirazione di poter vivere del proprio lavoro; rinegoziare le condizioni col datore di lavoro e sperare in tempi migliori. Nel mezzo un mare di cifre, tutte in sottrazione. «Tra iscrizione, contributi obbligatori, spese aggiuntive e parcella del commercialista, spendevo circa sei mila euro per il solo mantenimento della partita Iva» conferma Maria, che ricorda come «il primo anno l’agevolazione fiscale prevedeva una tassazione al 10%, il lavoro mi piaceva e mi piace anche adesso: poter aiutare le persone a costruire qualcosa nella loro vita». Però dal secondo anno la tassazione regolare ha scoperchiato il vaso delle spese ineluttabili: Irpef, Irap, che vanno a tassare anche quelli che sono costi e non solo i guadagni. Infatti il mediatore, che è un consulente, per la legge statale è considerato come un agente di commercio, e dunque è tenuto ad iscriversi all’Enasarco cioè l’ente che ne gestisce la previdenza


integrativa, ma obbligatoria. Allo stesso tempo non viene considerato alla stregua di un rappresentante quando si tratta di dedurre le spese. I costi relativi agli spostamenti, all’usura e ai rifornimenti dell’auto (a carico proprio), ai pasti consumati in trasferta non vengono rimborsati all’80% come avviene agli agenti di commercio ma al 40%, come i commercianti, che però difficilmente si spostano dal loro negozio. Spese regolari e guadagni altalenanti, legati al mercato (nella maggioranza dei casi) immobiliare, negli ultimi tempi in forte crisi. «Devo generare un volume d’affari di 3 milioni di euro annui per fatturare un guadagno lordo di 40 mila euro, che diventano circa la metà dopo aver pagato spese e tasse, alle quali va aggiunta un’Inps aggiuntiva quando si superano i 14 mila euro netti». Non va poi dimenticato che un lavoratore autonomo non ha orari precisi e nemmeno ferie programmate, oltre ad una qualsiasi assicurazione sugli infortuni, che comunque «va fatta, costa almeno set-

tecento euro all’anno e non è nemmeno deducibile fiscalmente». L’ultima beffa è rappresentata dalle spese di mantenimento di un conto corrente bancario, che potrebbe essere a zero

spese con l’accredito automatico dello stipendio. Che ovviamente un lavoratore autonomo non ha. Con la già citata riforma dei contributi minimi, i giovani professionisti dovrebbero essere facilitati a entrare nel mondo del lavoro. Non è di questo avviso Chiara (che preferisce non far sapere il suo vero nome), avvocato abilitato che racconta tutte le difficoltà che si incontrano ad iniziare un’attività come questa senza l’appoggio di «uno studio già avviato, che continua ad avere facilitazioni tali da scoraggiare le imprese private». Per lo stesso motivo gli unici ad avere speranze sono quei giovani avvocati che decidono di unirsi in associazioni, per risparmiare quanto meno sugli abbonamenti alle riviste di settore e sul rinnovamento annuale dei codici. Spese piuttosto alte e sempre obbligatorie che fanno la differenza nel momento in cui si apre l’attività, sommandosi ad altre, e serve a poco che si abbiano agevolazioni sul pagamento delle tasse, quando il vero problema è guadagnare qualcosa. Il primo scoglio è rappresentato dall’iscrizione alla cassa forense, la previdenza degli avvocati che costa come minimo circa 1400 euro all’anno e prescinde dal reddito generato. I giovani avvocati erano tenuti ad iscriversi se

raggiungevano un reddito di 15.300 euro dopo tre anni di attività, dalla riforma del 2012 invece l’iscrizione è obbligatoria e immediata. I mille e quattrocento euro si devono pagare per i primi cinque anni e poi raddoppiano andandosi ad aggiungere alle normali percentuali Irpef. Sempre dall’anno scorso è obbligatoria la sottoscrizione di un’assicurazione per responsabilità civile e infortuni. Dopo dodici mesi però non sono ancora chiare le cifre e le modalità di assicurazione, «non esistono convenzioni e quindi ognuno deve provvedere per sé. L’intera riforma forense è fatta di circolari che si susseguono e spesso si contraddicono» lasciando molti dubbi in chi vorrebbe almeno una stabilità normativa, in mancanza di quella economica, al momento di iniziare un lavoro. Si prosegue poi con altre spese e contributi: l’iscrizione all’ordine, i contributi di maternità e solidarietà, la partita Iva da mantenere e il commercialista da pagare, le ritenute d’acconto. Tutto legittimo e obbligatorio, certo, ma che genera una comprensibile ansia in Chiara e in chi come lei non ha altra via che intraprendere la strada che ha fatto deragliare Maria.


Lions e Rotary, consorterie di ricchi annoiati o associazioni umanitarie? Per alcuni club esclusivi e avamposti della massoneria, per altri realtà impegnate nel sociale. Scopriamo le loro “giovani leve”. Jessica Saccone

«Il vecchio Alex si lavava i denti tre volte al giorno e andava a scuola a scrivere preside rot-taryano di merda e rot-taryani stronzi luridi sulla porta del bagno» (“Jack Frusciante è uscito dal gruppo”). Rot-taryano è il termine usato in modo dispregiativo da Alex, protagonista del libro di Enrico Brizzi, per indicare una persona ricca e piuttosto snob. L’espressione deriva da una storpia-

tura di “rotariano”, cioè una persona appartenente a un Rotary Club. Alex è infastidito dal rotariano medio, che è pieno di soldi e un po’ pieno di sé. I Rotary, così come i Lions e altri club sui generis, infatti, prevedono che i soci siano persone che godano di buona reputazione e che esercitino una professione di prestigio, come titolari o soci di un’impresa, avvocati o altro. Un possibile candidato può diventare membro solo se viene raccomandato da almeno un socio anziano, rendendo l’accesso ancora più esclusivo. Rappresenta quindi tutte le caratteristiche “borghesi” che Alex odia. E forse non solo lui. La percezione è, in effetti, gravata da un diffuso pregiudizio. Giacinto Butindaro ha addirittura adombrato legami con la Massoneria: «Se la Massoneria è un esercito di prima linea, i club, come il Rotary International e il

Lions Club International, detti ‘Massoneria bianca’, sono le retrovie che alimentano gli avamposti, per reclutare nuovi adepti» (La Massoneria smascherata). Per capire il legame tra questi club e la Massoneria basta ricordare che il Gran maestro del Goi, Giordano Gamberini, sulla rivista massonica ‘Hiram’ del 1 febbraio 1981, sostenne ufficialmente che sia i Rotary sia i Lions derivino e confluiscano nell’organizzazione della Massoneria, scrivendo: «Melvin Jones, maestro massone di Chicago, fu tra i fondatori dei Lions. Ne divenne segretario generale e tesoriere fin dal 1917. Nel Lions, l’origine massonica risulta evidente anche dal primo stemma che si diede l’associazione. Pressoché identici rapporti con la Massoneria aveva avuto il Rotary».Nei loro statuti si legge che i Lions, sorti nominalmente nel 1911 (il cui acronimo di Liberty, Intelligence Our Nation’s Safety, in italiano può essere tradotto come: Libertà e Intelligenza a Salvaguardia della Nostra Nazione- non quindi come generalmente si fa in “I Leoni”-) e i Rotary Club, costituiti nel 1905, siano però associazioni di volontariato, il cui scopo è il “servizio” nei confronti di chi può avere bisogno: “We Serve” è il motto che generalmente si legge sotto i loro loghi. Come si muovono, dunque, queste realtà e, soprattutto, il millantato “service” per il prossimo - indigente e bisognoso - è concretamente perseguito come obiettivo? Ciò che caratterizza e differenzia Lions e Rotary dalle Onlus è l’utilizzazione contemporanea di varie “strade” e modalità di approccio ai problemi. Proprio grazie a questa pluralità i Lions si distinguono per la vastità dei risultati raggiunti. Ogni Club, infatti, all’inizio dell’anno sociale, si pone come obiettivo uno o più “service” in ambito locale, individuando, per esempio, persone bisognose o beni pubblici che necessi-

tano di interventi. L’insieme dei club, inoltre, collabora alla realizzazione di progetti più vasti, a livello regionale, nazionale o internazionale. Il portare avanti più obiettivi contemporaneamente vede ogni singolo club prodigarsi per progetti che possono spaziare dal promuovere e organizzare, per esempio, le pulizie del vicino parco, alla tutela di beni pubblici, alle devoluzioni per bisognosi, ospedali, centri accoglienza, case di cura, di borse di studio, vaccini per bambini contro la poliomelite, fino al portare aiuti alle zone disastrate da eventi naturali (uragani, terremoti), o alla lotta contro problemi di dimensione planetaria (note la campagne raccolta fondi per i bambini del Burkina Faso). Tra gli storici membri dei Rotary Club, addirittura, si annoverano personalità come Guglielmo Marconi, John Fitzgerald Kennedy e Luciano Pavarotti. Si è scoperto da poco come anche Papa Francesco sia dal 1999 membro onorario del Rotary Club di Buenos Aires.


Quattro zampe per chi non vede i “giovani leoni” contro i pregiudizi «Vi sfidiamo a conoscerci, proviamo solo ad aiutare il prossimo» «Acquisteremo cani-guida per gli affetti da cecità. E’ questo il nuovo Tod, tema operativo del distretto, di quest’anno in cui siamo impegnati». Riccardo, il giovane presidente del distretto Leo 108 tb, non ci sta alle facili etichettature e clichès che riguardano “il suo mondo Leo” e sottolinea quanto invece siano attivi e produttivi. L’organizzazione è articolata. Esistono infatti le “primavere” Lions e Rotary, dai 18 ai 30 anni: Leo club (Leadership, Experience, Opportunity), soci uniti nello spirito di amicizia e reciproca comprensione, e Rotaract (Rotary Action). Giovani dalle belle speranze o piuttosto “figli di papà” come vengono appellati su internet e in società, dove non si risparmiano giudizi o commenti malevoli? Associazioni “clientelari” che mascherano i loro “veri” scopi dietro a formali fini, fitta rete di raccomandati, uniti tra loro da conti correnti vertiginosi, che si riuniscono e “giocano” a fare gli “elitari” o semplicemente filantropi? «Lavorare divertendoci. Questo è il motto del distretto. So che ci sono tanti pregiudizi, ma ad essi rispondo invitando a conoscerci. Siamo nelle piazze delle

nostre città sempre operativi, con qualche prodotto da vendere: pandorini per Natale, ovetti di cioccolata per Pasqua, screaning gratuiti del diabete… avvicinatevi, conosceteci e diventate

anche voi Leo o, per lo meno, provate a capire cosa facciamo, come ci muoviamo, quanto siamo solidali e vicino ai bisognosi. Non è carità la nostra, ma spirito di servizio. Forse siamo più

fortunati di altri che soffrono, quindi possiamo anche noi, nel nostro piccolo, tentare di regalare un sorriso, consolidando la nostra amicizia come in un vero gioco di squadra». «Ricordo con orgoglio quanto di buono realizzato in questi anni: nel 2007 abbiamo devoluto fondi per la ricerca contro il fibroma cistico, nel 2008 per il progetto “Tutti a scuola nel Burkina Faso”, nel 2012, vendendo magliettine personalizzate, prodotti tipici (come l’aceto balsamico), abbiamo raccolto ben 45 mila euro, con i quali abbiamo rifornito di pc e materiale didattico 16 scuole delle zone colpite dal sisma». «Quattro zampe per chi non vede, progetto di quest’anno, ci vede scatenati più che mai. L’obiettivo è raccogliere fondi a sufficienza per regalare un valido ausilio ai non vedenti, appartenenti alle zone terremotate. E’ un service nel service insomma- entusiasta afferma Riccardo-. Noi soci, per i primi nove mesi di vita degli animali, ci occuperemo di crescere e di accudire i cuccioli. Con i fondi raccolti, provvederemo poi alla loro vaccinazione ed al loro addestramento. Con una cerimonia ufficiale, infine, consegneremo i cani ai loro futuri padroni, che necessitano del loro speciale aiuto». Il distretto Leo 108 tb è solo uno dei tanti presente sul suolo nazionale. Quello di cui è presidente Riccardo, fondato nel 1980, abbraccia 14 club dell’Emilia- Romagna. Ferrara, Parma, Carpi, Bologna, Pieve di Cento… sono solo alcune delle città in cui questa associazione no profit è radicata e presente.


Il ritmo elettronico risveglia gli antichi palazzi Storia e passione al centro della musica A Bologna i grandi nomi della ribalta internazionale per una spettacolare kermesse che coinvolgerà tutta la città. Un evento che si alimenta dello spirito pionieristico degli organizzatori Maria Centuori

Non si vive di Robot ma ogni scelta artistica è fatta con il cuore. A fine evento, ogni anno, in tasca agli organizzatori rimangono solo degli spiccioli. Quelli che appena bastano a pagare le spese d’affitto della sede dove lavorano per tutto un anno, per esempio. Eppure il Robot è uno dei festival internazionali di musica elettronica più grandi della Penisola che per 4 giorni all’anno, questa volta dal 2 al 5 ottobre, propongono alla città un mix di arte, musica e spettacolo. Tutto a suon di beat, installazioni, workshop e lezioni sull’elettronica. Quel genere musicale che produce e riproduce suoni attraverso mezzi elettronici per l’appunto. Un esempio? Forse il più banale, la drum machine parente lontana della cara vecchia batteria. Indubbiamente la passione è la macchina motivazionale di tutti coloro che per un intero anno lavorano alla programmazione che riporta artisti stranieri e italiani di tutto rispetto. «Noi non viviamo di questo, con il Robot non sbarchiamo il lunario - spiega Antonio Puglisi direttore della comunicazione roBOt Festival e nella vita di tutti i giorni professore a contratto per dell’Università di Bologna -. Tutti noi abbiamo un altro lavoro, ci piacerebbe che il festival crescesse così da permetterci di dedicarci solamente a que-

Link - roBot05 - 2012 sto nella vita, ma per ora non è possibile. Il Robot così com’è ci piace, il feedback è positivo ma pensa se tutti avessimo un’entrata economica e ci dedicassimo solo a questo progetto, farebbe bene a tutta la città». Tutta la città, perché caratteristica di questa kermesse musicale è penetrare palazzi storici e spazi cittadini. Non solo i club, dunque, dove negli anni questo genere musicale è stato coltivato e adulato, ma antiche dimore e teatri sono scenari dal Robot. Così la tradizione incontra la novità. E ogni anno si supera. Il festival bolognese di musica elettronica è giunto alla sua sesta edizione e di cambiamenti ne ha fatti, ma sul connubio tra elettronica e gente comune non c’è mai stato alcun dubbio, fin dal primo momento: « Una delle cose che abbiamo capito da subito – con-

tinua Antonio Puglisi - è stata quella di coinvolgere il più possibile la città, e le associazioni che lavorano su ricerca e produzione. Perché se è vero che il festival ha una vocazione internazionale è altrettanto vero che nasce per valorizzare eccellenze del territorio. E coinvolgere quelle che ci sono a Bologna era necessario». Il Robot negli anni è diventato un vero e proprio luogo di contaminazioni, ricerca, ascolto, arti performative e visive. Ma quanto è difficile far crescere un festival di arti elettroniche in Italia? Sicuramente la sola volontà degli organizzatori non basta a confezionare un buon prodotto: «In Italia – commenta Federica Patti, organizzatrice del Robot –, su innovazione e ricerca, c’è un ritardo fisiologico. Bologna, per esempio, solo adesso sta riprendendo il cammino, in passato ha avuto un calo drastico pur essendo una città dalla forte vocazione universitaria, con energie positive portate dagli studenti. Alla luce di questo per noi è diventata spontanea l’offerta della collaborazione per realizzare un incubatore di stimoli. Rispetto alla musi


ca elettronica da noi, come in tutte le cose, c’è un’esterofilia di fondo, ma la produzione italiana è assolutamente all’avanguardia». E infatti oltre ai grandi nomi internazionali ci sono quelli italiani che proporranno uno spettacolo sensazionale; fra loro, Nico Vascellari conosciuto come Ninos du Brasil, o Lorenzo Senni, ma anche Roberto Pugliese, proveniente proprio dalla città delle Due Torri. Come ogni edizione, anche quella di quest’anno propone un tema: per l’occasione sarà #digitalvertigo e farà da filo conduttore tra tutti gli eventi che si svolgeranno tra Tpo, Link, Arteria, palazzo Re Enzo e Teatro Comunale. La migliore linea guida per rappresentare il nostro tempo in cui ognuno di noi è rapito dalla logica della connessione continua, dettata dai social network, e bombardato dall’invasione continua dei dati digitali.

Bologna come Torino RoBOt festival e Club to Club Non è Berlino, non è Londra, non è Parigi. E’ Bologna, semplicemente il capoluogo emiliano - ma pur sempre la “Bologna con i suoi orchestrali” evocata nei Viaggi e nei miraggi di Francesco De Gregori - la seconda location d’Italia che ospita uno dei più prestigiosi festival internazionali di musica elettronica, quella, per intenderci, dei beat e dei campionamenti. E della riproduzione di suoni e di versi, alle volte. Parallelamente al Robot, giunto alla sua sesta edizione, musica, arte e cultura elettronica troveranno la loro dimensione espressiva a Torino, la città italiana che, con continuità dal 2000 fa da palcoscenico a questa apprezzata rassegna. Quello della città della Mole Antonelliana è il Club to Club, una manifestazione musicale sicuramente più imponente di quella bolognese, risultato semplicemente dell’esperienza maturata in questi tredici anni e delle grandi dimensioni della città. Il C2C si svolgerà in quattro lunghe giornate, il Robot quest’an-

no per la prima volta aggiunge una data a mo’ di antipasto elettronico, il 24 settembre al Teatro Comunale di Bologna

con uno spettacolo romantico, elettronico, suggestivo e pop: The Kilowatt Hour. E in questo si riscontra un altro tratto che, invece, accomuna il festival di Torino a quello di Bologna, la sorpresa di scoprire un mondo musicale che nell’immaginario altro non è che un prodotto di nicchia. L’elettronica invece qui magicamente incontra gli interessi della gente

comune e lo fa invadendo i luoghi che quella stessa gente frequenta, tutti i giorni. Laddove, naturalmente, costruisce parte della propria cornice culturale. Entrambi gli eventi passano per location storiche, che essi siano Teatri o Palazzi, e tornano poi nella loro casa d’origine, i Club che in questi anni hanno scoperto talenti e raccontato la tradizione di questo genere musicale. Certo una cosa contraddistingue la città delle due Torri rispetto a Torino, la possibilità di puntare su nomi di artisti un po’ più ‘difficili’ da raggiungere e ospitare, senza tralasciare le avanguardie e gli artisti italiani. Anche loro nell’immaginario comune lontani da drum machine, sintetizzatori e beat. E tutto questo perché roBot festival sta indubbiamente crescendo. M. Cent.


La musica elettronica vive a Bologna Dalla techno 2.0 di Jon Hopkins alle aspre sonorità berlinesi di Ben Clock Ecco gli artisti del Robot festival 2013 Giovanni Panebianco

Le tappe del Robot

Ha collaborato con artisti come Massive Attack, Coldplay e con il pioniere della musica ambient, Brian Eno. L’inglese Jon Hopkins ha esordito nel 2001 con l’album Opalescent, fino ad arrivare nel 2013 a produrre Immunity, il suo ultimo successo, considerato dagli amanti della nuova ondata techno d’oltremanica come il disco dell’anno. La sua esibizione è inserita nella scaletta della serata finale del Robot e la sua performance è la più attesa di tutto il festival. Suonerà al Link il 5 ottobre dalle tre alle quattro del mattino. David Sylvian aprirà le danze nella serata di inaugurazione del Robot al teatro Comunale, una sorta di anticipazione dei quattro appuntamenti successivi, che sono il vero cuore del festival. A metà degli anni ’70 David Batt (in arte Sylvian) era la voce dei Japan, la band inglese che si è man mano distaccata dall’influenza glam-rock dei pri-

mi due album per avvicinarsi a suoni più sperimentali. D’altronde la via della sperimentazione Sylvian non l’ha mai abbandonata, nemmeno dopo l’esperienza con i Japan. Nella sua musica convivono, in un connubio quasi mistico, contaminazioni pop, ambient ed elettroniche. Tim Hecker è un altro dei grandi nomi del festival bolognese. Il “rumore” evocativo, intriso di toni malinconici ma dolci allo stesso tempo, culla chi ascolta la sua musica in uno stato di totale abbandono. L’artista canadese si esibirà a palazzo Re Enzo mercoledì 2 ottobre, dalle 23 a mezzanotte. L’utilizzo sapiente del suono delle campane e la componente melodica che a volte scompare e a volte riemerge per fare da protagonista in un gioco di sofisticati equilibri sinfonici sono i cavalli di battaglia di Hendrik Weber, in arte Pantha Du Prince. La sua creativi-

La musica elettronica invade i palazzi storici di Bologna. Dal 2 al 5 ottobre la terrazza e la sala di palazzo Re Enzo, insieme al salone del Podestà, torneranno ad ospitare il Robot festival, giunto alla sesta edizione. Martedì 24 settembre l’appuntamento che precede l’inizio della kermesse musicale parte invece dal teatro Comunale, che si riempirà dei suoni sperimentali di David Sylvian, Christian Fennesz e Stephan Mathieu, prima che la serata si sposti all’Arteria, il

club underground a due passi dalle Due Torri. E’ ormai tradizione l’apertura del palazzo di Piazza Maggiore in occasione del Robot, dove la musica elettronica e la proiezione di immagini suggestive animeranno le quattro date della rassegna, prima che la festa continui in tarda serata al Tpo (giovedì 3 ottobre) e al Link (venerdì 4 e sabato 5), i capannoni industriali dove il clubbing è di casa tutto l’anno.

tà musicale, a tratti affascinante e leggera a tratti inquietante e sinistra, riempirà l’ampia sala del Link club sabato 5 ottobre, dalle due alle tre di notte. La violenza quasi fisica della musica techno di Ben Klock è il risultato dell’esperienza accumulata in

anni di dj set al Berghain, la celebre discoteca di Berlino, considerata un tempio underground della club music e meta di pellegrinaggio dei cultori del genere. Ben Klock chiuderà la serata di venerdì 4 ottobre al link, dalle 4 del mattino fino alla chiusura del locale.


In alto, da sinistra: Stefano Tassinari e Carlo Lucarelli

Agli scrittori di Bologna manca la parola casa Marcello Fois ribadisce l’urgenza di uno spazio di interazione fra intellettuali e città

Elisa Gagliardi

Marcello Fois Sono ormai più di dieci anni che gli scrittori di Bologna cercano casa. E’ un inedito consorzio di penne illustri quello che, nel lontano 1997, decise di unificarsi sotto l’insegna dell’Associazione scrittori di Bologna per

promuovere iniziative letterarie, convegni, festival e concorsi. Un cenacolo di scrittori professionisti (tra gli altri Lucarelli, Fois, Tassinari, Vinci, Clementi, Bernardi, Lolli e Rigosi) che, sulla scia di analoghe iniziative, sperimentate con successo in altre realtà europee, si proponeva di coadiuvare l’amministrazione cittadina nella gestione delle attività culturali. Il proposito di trasferire in uno spazio fisico concreto il proprio patrimonio di competenze subentrò in seguito con l’idea di fondare una “casa delle letterature”; un progetto che, nelle parole dello scrittore Marcello Fois, esponente dell’Associazione che ha raccolto il testimone del compianto Stefano Tassinari, colui che più di tutti negli anni ha lottato per far sì che la sua realiz-

zazione rientrasse nell’ordine del giorno delle giunte di Palazzo D’Accursio, definisce come un tentativo di «diffondere il gusto per la lettura attraverso l’istituzione di un luogo aperto a tutti, capace di enfatizzare la ricchezza culturale di Bologna, la città che, in Italia, ospita il maggior numero di scrittori professionisti. Un luogo in cui la cittadinanza possa venire a contatto con i propri scrittori, secondo un modello allo stesso tempo locale e globale». Un nodo centrale del progetto, osserva Fois, è proprio l’esigenza, per i professionisti della letteratura, di «fare i conti con la società». La “Casa delle letterature” risponde, dunque, anche a un bisogno di mutuo riconoscimento tra scrittori e società e si propone pure l’ambizioso obiettivo di riconnettere gli scrittori col tessuto sociale; un modo per recuperare la dimensione dell’intellettuale riconosciuto dalla società e stimato in quanto espressione della sua parte migliore, come accadeva un tempo, quando la cultura, le arti e le lettere innalzavano gli intellettuali al rango di prestigiosi esponenti dell’identità nazionale. Il desiderio è quello di instaurare tra autori e cittadini/lettori la possibilità di uno scambio reciproco che, per i primi, potrebbe costituire la


Marcello Fois concreta possibilità di rinunciare all’esercizio solipsistico di un fare letterario che si accontenta del chiuso degli studi senza mai compromettersi con il cuore pulsante di una realtà, sempre più convulsa e frastagliata, che necessità di interpreti autorevoli. Non a caso, tra le iniziative da ambientare nella nuova struttura, c’è anche l’idea di nominare ogni anno uno “Scrittore di città”, una sorta di ambasciatore della cultura cittadina incaricato di ricevere personalità straniere e di fare da punto di riferimento per le attività della “Casa”. L’intento è anche quello di adibire la struttura a zona franca del sapere letterario, un luogo di incontro capace

di funzionare da polo di attrazione per scrittori di provenienza diversa, compresi gli autori esordienti, anche se come tiene a precisare Fois - «una struttura del genere non è un’agenzia di collocamento, non è un posto dove ci si iscrive per procurarsi contatti e opportunità di pubblicazione». Lo spirito che deve informare di sé ogni aspetto del progetto dev’essere totalmente «collaborativo», specifica lo scrittore nuorese; del resto il “modello bolognese”, dal Gruppo 13, che nel 1990 riunì i giallisti di area bolognese, fino all’Associazione scrittori, «ha sempre funzionato benissimo – prosegue il romanziere - perché è stato sempre improntato da una dimensio-

ne di collaborazione». Ci si domanda, allora, come mai in una realtà virtuosa come quella bolognese, che si è sempre distinta per i suoi larghi consumi culturali e per la vocazione avanguardista che l’ha resa spesso laboratorio di sperimentazioni inedite nel resto del paese, non sia mai decollata un’iniziativa del genere: «Ci siamo proposti di mettere a disposizione della nostra città un patrimonio di conoscenze, di relazioni e di rapporti del tutto peculiare, cosa che facciamo in tutta Italia e anche in altre parti d’Europa. Non si spiega perché non possiamo farlo a casa nostra», commenta rammaricato Fois. «Quando il progetto è stato pensato i fondi c’erano, gli spazi c’erano, è mancata solo la buona volontà, evidentemente non sembrava un progetto così cogente», prosegue puntando il dito contro la scarsa sensibilità culturale degli amministratori cittadini. Una «sottovalutazione» e una scarsa lungimiranza, quella dei sindaci, che è stata bipartisan poiché ha coinvolto amministratori di estrazione politica diversa, come Vitali, Guazzaloca e Cofferati. Tuttavia, dell’attualità di un’iniziativa concepita ormai più di un decennio fa, lo scrittore sardo, trapiantato a Bologna, è convinto: «La crisi rende ancora più attuale una proposta del genere. Quanto più l’atteggiamento prevalente sembra essere quello del “consolarsi di non sapere”, tanto più si rende necessaria la presenza di simili presidi». Oltretutto, argomenta ancora Fois, quello di Bologna «è un patrimonio culturale che può tramutarsi in ricchezza e dunque in Pil, ma, purtroppo – prosegue polemico - anche gli amministratori bolognesi si sono fatti convincere da Tremonti che con la cultura non si mangia». Nonostante tutto, sulle prospettive future del progetto, l’autore di Nel tempo di mezzo, si dice ancora ottimista e aggiunge combattivo: «Continuerò a perorare questa causa. Poco tempo fa abbiamo inaugurato in Comune una sala dedicata a Stefano Tassinari, che è stato uno dei maggiori sostenitori di questa iniziativa; in quell’occasione ho rinnovato al sindaco Merola l’invito a presentarsi all’appuntamento che tutti i suoi predecessori hanno mancato e lui si è impegnato a rispettarlo, assicurandomi che qualcosa nel corso del suo mandato sarebbe stata fatta». La speranza che la cittadinanza bolognese possa un giorno, con la creazione di questo vagheggiato spazio di interazione, godere appieno del prezioso apporto culturale delle sue penne d’eccellenza può ancora rimanere accesa.


C’era una volta il Circo Intervista a Nando Orfei, tra Fellini e Nouveau Cirque

Andrea Piana Massimiliano Cordeddu

Quando l’equilibrista Yuri Caveagna precipita da sei metri d’altezza durante il suo incredibile numero con i rulli oscillanti, le urla di spavento del pubblico accorso ad ammirare gli artisti del Circo Nando Orfei rimbombano all’interno del tendone. Ma il circo è anche questo, una rappresentazione che nello stesso tempo riunisce commedia e tragedia, con una forza che nessun altro medium artistico può raggiungere. Proprio il pericolo è il filo rosso che lega la gente che lavora nel circo, il fatto che ogni funambolo, ogni acrobata, ogni domatore che si esibisce può rischiare anche la vita e si sacrifica sull’altare dello spettacolo, un costante coraggio che è regola di vita di tutti gli artisti circensi. Nello spettacolo del circo il margine che separa la realtà dalla finzione, il rischio vero dal pericolo simulato, è spesso davvero impercettibile per lo spettatore, che proprio da tale ambiguità trae le sue forti emozioni. E in nessun altra forma di spettacolo dal vivo, il pubblico è il vero protagonista, chiamato a svolgere,con le parole di Alessandro Serena, la sua funzione fàtica , applaudendo, ridendo, stupendosi, trattenendo il respiro o emettendolo con sollievo (a proposito, dopo la caduta Yuri si è rialzato subito, e ha continuatoquesta volta con successo- il suo nu-

mero). “Noi del circo siamo trattati come la cenerentola dello spettacolo, ma non ci sentiamo inferiori a nessuno. Rischiamo la vita ogni giorno e spesso per un tozzo di pane. Io stesso sono costretto a camminare con un bastone in seguito all’aggressione di una tigre”: Nando Orfei (foto a destra) ci accoglie così, all’interno del campo

che ospita temporaneamente il suo immenso carrozzone viaggiante. La camminata è lenta e claudicante, i movimenti insicuri, ma sotto il capellino che copre la vecchia fronte e la giacca posata sulle spalle ormai curve, si intuisce il vigore di questo anziano circense: “Nella mia lunga vita ho fatto un po’ di tutto, ho fatto il clown e il giocoliere, ho praticato persino la boxe...Ma sono stato soprattutto un domatore, un grande domatore. Ho lavorato con tigri e leoni e anche con i temibili grizzly, bestioni da 500 chili”. È una persona allegra Nando e

ancora si emoziona quando ripensa alle incredibili vicissitudini della sua vita di artista nomade: “Ho stretto amicizia con il grande Kirk Douglas dopo aver fatto da controfigura in un suo film, Un uomo da rispettare. Sono entrato dentro una macchina con due leonesse, non pensavo di dover rischiare la vita anche facendo un film...(ride)”. E si commuove pensando alla grande amicizia con il conterraneo Fellini, che ha assistito fino alla morte: “Per me era come un fratello. Ogni volta che passavo per Roma, mi obbligava a rimanere a cena a casa sua. Mi voleva un gran bene.”. Lo sguardo però si fa duro quando gli chiediamo sulla salute del circo in Italia: “Non ci danno neanche mille euro al mese di sovvenzioni, mentre il cinema e il teatro rispetto a noi sono trattati con i guanti. Ma noi non siamo artisti di serie B, io ho vinto un Oscar con un film di Fellini (Amarcord), ho recitato al fianco di attori del calibro di Mastroianni, Tognazzi e Sordi. Grandi artisti del cinema come Charlie Chaplin e Burt Lancaster vengono dal mondo del circo, ma questo spesso la gente lo dimentica”. A sentire il vecchio impresario circense i circhi stanno morendo nell’indifferenza generale o spesso nell’aperta avversione per via dell’utilizzo di animali durante gli spettacoli. La perce-


zione diffusa tra gli artisti circensi è quella di una costante sottovalutazione culturale da parte dello Stato, il cui aiuto in tempi di crisi dovrebbe essere ancora più importante (basti pensare che i primi spettacoli dell’ormai celeberrimo Cirque du Soleil sono stati resi possibili dall’aiuto economico di istituzioni come il Dipartimento della cultura del governo canadese). Sembra di essere tornati indietro nel tempo di sessant’anni, quando nel 1954 Orlando Orfei, zio di Nando, così denunciava il disinteresse delle istituzioni sulle colonne del settimanale Le Ore: «Perché lo Stato deve soltanto prendere e mai dare? Perché proprio il circo deve essere impiccato alla trave della tutoria inflessibilità dei Ministeri finanziari, mentre in ogni altro campo dello spettacolo si prova ad essere, non dico generosi, ma com-

prensivi?». “Le associazioni animaliste ci stanno massacrando. Non è assolutamente vero che tutti i circhi seviziano gli animali. Io ho sempre amato e rispettato le bestie che vivevano con noi e per primo ho denunciato i circhi che sapevo maltrattavano i loro animali. Ma non è per le pressioni degli animalisti che ho deciso di sperimentare un circo senza animali. Ho preso questa decisione perché Federico (Fellini ndr) mi diceva sempre: «Nandino, perché non fai un circo nuovo, diverso? Un circo dove gli spettatori possono sognare, con luci meravigliose e un grande palcoscenico invece della pista?». Il grande maestro del cinema italiano ebbe un’intuizione geniale e aveva in mente un’idea di circo teatrale che sarebbe diventato famoso con il nome di Cirque Nouveau e destinato poi a diventare il fenomeno di maggiore rilievo degli ultimi trent’anni.”Ma il circo senza animali secondo me è triste. Ho sempre vissuto in simbiosi con gli animali, la storia stessa della mia famiglia è inscindibilmente legata al rapporto con bestie feroci, cavalli, cani. Però mi rendo anche conto che il futuro del circo non è questo: nel circo che verrà saranno esclusivamente le abilità degli artisti le vere attrazioni”. Nando usa spesso il termine artista quando parla con orgoglio dei ragazzi che si esibiscono nel suo spettacolo, ma la sua non è una benevola esagerazione: la caratteristica principale del circo contemporaneo è sicuramente la felice fusione tra il mondo dei circensi e quello (considerato “alto”) del teatro. Ecco allora che si cerca di conferire uno stile unitario allo spettacolo attraverso i costumi, la musica e le coreografie, un continuum dove non c’è più spazio per il concetto di “numero”, ma si afferma la perfetta commistione delle tecniche circensi con quelle teatrali. E il punto di riferimento

più importante per il movimento del circo contemporaneo è certamente Il Cirque du Soleil, fondato nel 1984 in Canada e divenuto in pochi anni una vera e propria multinazionale dello spettacolo, un fenomeno internazionale sia dal punto di vista dell’innovazione artistica sia da quello della conquista di un mercato desideroso di novità. Basi artistiche principali sono l’assenza di animali, la rinuncia a qualunque stereotipo circense e il ruolo fondamentale della musica. Quando sente pronunciare Cirque du Soleil, negli occhi del vecchio domatore si scorge un guizzo di piacere e la sua espressione si fa sognante: “È il circo più bello che abbia mai visto ed è quello che il pubblico desidera: un circo dove l’animale diventa l’uomo e l’uomo diventa l’unico protagonista”. Il circo che piaceva anche al suo grande amico Federico.

I numeri del circo In Italia operano circa 100 circhi, soprattutto di piccola e media dimensione. Nel 2010 i circhi nel loro insieme hanno ottenuto dal Fus (Fondo Unico dello Spettacolo) complessivamente 2.300.000 euro circa. Il Fus ha poi finanziato con circa 1.200.000 euro le iniziative promozionali, assistenziali, educative, non solo del settore circo ma anche dello spettacolo viaggiante, come scuole di circo, festival, editoria, eventi promossi da Comuni.


Dei come e dei perché Considerazioni semiserie di attualità

Perché il nuovo giudice della corte Costituzionale Giuliano Amato è soprannominato Dottor Sottile? Le argomentazioni raffinate e capziose del filosofo medievale Duns Scoto, il Doctor subtilis medievale, dell’originale nomignolo suggerito da Eugenio Scalfari fanno il paio con la spregiudicatezza decisionale e il profilo gracilino di Giuliano Amato. La fresca nomina è l’ultima conquista di un tessitore di italici intrighi secondo solo al compianto Andreotti. Si chiude infatti una questione “privata” con il capo dello Stato: nel 1993, il futuro Re Giorgio, presidente della Camera, replicò all’allora presidente del Consiglio Amato, reo di aver commentato la nuova legge elettorale come foriera di un “cambio di regime” politico. Nell’aprile 2013 i due si ritrovano a contendersi la poltrona più ambita, quella di capo dello Stato, ma il salomonico Napolitano bis esclude Amato dal Colle. A tutto c’è rimedio: ecco pronta la carica per chi, nel 2006, la Costituzione l’aveva revisionata per conto della Commissione Europea. Sottile e mingherlino sì, ma dalla vista robusta e lunghissima, in fiduciosa attesa del Quirinale. Salvatore Billardello Perché “Grand Theft Auto V” è il gioco più atteso della storia? Costato 265 milioni di dollari e cinque anni di lavoro, il videogioco che mescola la violenza più pura a grandi dosi di ironia nera e cultura pop ha da tempo soppiantato nell’immaginario collettivo musica e cinema. Semplicemente fagocitandoli. Rockstar, casa produttrice di GTA, prevede di vendere 25 milioni di copie. Da martedì scorso è iniziata la psicosi da acquisto e già circolano in rete storie di ferie prese dal lavoro e sospette assenze a scuola. Milioni di cittadini in età produttiva che baratteranno qualche centinaio di ore di vita reale in cambio di un sabba al suono di sirene e bombe a mano. Per molti il massimo del divertimento, per moltissimi altri l’ennesima follia. Gianluca Ciucci Come funziona ask.fm? Perché è pericoloso? Regolamento dei conti in pieno stile cibernetico. Circa 250 ragazzini, divisi in due bande,”Bolobene” e “Bolofeccia”, si sono dati appuntamento su Ask per incontrarsi ai Giardini Margherita e fare a botte. Il nuovo servizio di rete sociale, basato su un’interazione “domanda-risposta”, lanciato nel giugno 2010 da Klaves Sinka, dà la possibilità di scrivere domande sul profilo degli altri membri. Ma dopo il suicidio di Hannah Smith, quattordicenne del Leicestershire, lo scorso agosto, a causa di insulti e inviti all’autolesionismo pubblicati sul suo profilo di Ask, il premier David Cameron ha chiesto di boicottare il sito, definendolo «pieno di odio». Il fenomeno del cyberbullismo è probabilmente sobillato dalla possibilità di postare le domande poste sui profili agli utenti in forma anonima. Perciò... non Askoltate chi si fa schermo del monitor! Jessica Saccone Come Daniela è diventata la Santanché? Pitonessa e pizia, croce e delizia dei talk show, sempre e comunque principessa dei falchi del Pdl, di certo punta di diamante della Forza Italia 2.0. Daniela Garnero, in arte Santanché, imprenditrice da jet set, ha iniziato la sua carriera come “catalogo vivente” dell’ex marito Paolo, del quale ha tenuto gelosamente cognome e lavoro. Paladina dell’antiberlusconismo prima e del berlusconismo poi, capace di affermare tutto e il suo contrario, con lingua affilata, faccia tosta e pensiero fulminante. Attendiamo la sua prossima performance: che sia una scazzottata verbale con Marco Travaglio o la difesa a Strasburgo del Cavaliere, lo scopriremo solo vivendo. Gianluca Ciucci

(A cura di S.B.)


La foto della settimana

La prossima primavera la Costa Concordia sarà trasferita nel porto che si occuperà dello smantellamento. Le candidature più calde sono quelle dei cantieri navali di Piombino, Palermo e Genova, ma si stanno facendo avanti Napoli, Civitavecchia e Porto Torre. Ma le urgenze maggiori restano lo spostamento e il recupero della fiancata deteriorata. Per la contesa tra i porti c’è ancora tempo.


Cinesi che comprano Giovanni Panebianco GianlucaCiucci

Negozi di abbigliamento, boutiques, profumerie, alimentari. Ogni giorno in Italia spariscono centinaia di attività. Molte vengono rimpiazzate da negozi di paccottiglia, rigorosamente made in China. E’ ormai esperienza comune passeggiare per strada ed accorgersi che dove un tempo sorgeva una drogheria, ora una fila di gattini portafortuna, dorati e luccicanti, con tanto di zampetta basculante, occupa la vetrina. I cinesi comprano. E lo fanno in contanti. E’ nato da poco un sito internet che fa da mediatore tra chi ha un’attività in difficoltà e chi ha liquidità in abbondanza. Non è uno scherzo, www.cinesichecomprano.com è una realtà che si inserisce nella situazione tragica dell’economia italiana, ma si presenta in modo leggero e amichevole, proprio come le pubblicità che sponsorizzano i compro oro, un altro tipo di business che nella crisi ci sguazza e si riproduce. I responsabili del sito traducono in cinese le inserzioni degli imprenditori che vogliono disfarsi della propria attività in crisi, per la modica cifra di 29 euro. Il portale fornisce tutte le indicazioni utili per accedere al servizio: l’aspirante venditore scrive l’annuncio e lo invia al sito, che a sua volta contatta gli interessati all’acquisto dell’attività, traduce per loro che non sanno leggere l’italiano, l’utente conclude l’affare e tramite carta di credito paga comodamente online il costo del servizio. Cinesichecomprano è figlio di un’idea tutta italiana e ha il suo quartier generale in provincia di Belluno, proprio in quel nord est che ha visto morire migliaia di imprese e aziende nel naufragio industriale che dura ormai da cinque anni. Gli italiani, ancora una volta, si dimostrano eccellenti nello sfruttare le disgrazie degli altri.

Quindici - 5° Numero  

5° Numero del Quindici - Periodico di approfondimento della scuola superiore di giornalismo di Bologna

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