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Quindici Anno I - numero 4 del 25 luglio 2013

Supplemento quindicinale de “La Stefani” - agenzia di informazione della Scuola superiore di giornalismo di Bologna

Chi bada alle badanti

Agricoltura, l’Europa lancia la sfida ai giovani

Il caro-traghetto allontana la Sardegna

Gay pride, l’orgoglio di essere se stessi

Quel testone del Duce Irene Casagrende, astrro nascente di Sky

Cinema indipendente, con i soldi in tasca si è più liberi


In questo numero

3- Dov’è finito quel testone del Duce? 7- Chi bada alle badanti 10- Traghetti low-cost per rianimare la Sardegna 12- Agricoltura, l’Europa lancia la sfida ai giovani 14- Irene Casagrande, astro nascente di Sky 17- Cinema indipendente, con i soldi in tasca si è più liberi 20- Gay pride, filo di nota

Direttore responsabile Giorgio Gazzotti Edizione a cura di Sergio Gessi In redazione Massimiliano Cordeddu Valerio Lo Muzio Elisa Manici Lorenzo Mattana Lorenzo Paussa Alessandro Porcari La Stefani- via T. Martelli 22/24 40136 Bologna (BO) tel 051 2091969 fax 051 2091967 redalastefani@gmail.com Testata registrata di proprietà dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna Registrazione al Tribunale di Bologna n.5934 del 28/12/ 1990


Dov’è finito quel testone del Duce?

Massimiliano Cordeddu

A settant’anni dalla seduta del Gran Consiglio del fascismo che depose Benito Mussolini, riemerge una storia che è diventata un mistero. La protagonista è una testa, anzi un testone in bronzo raffigurante Benito Mussolini, parte di un monumento equestre che fu esposto al Littoriale (attuale stadio Dall’Ara) e decapitata dalla furia del popolo il 25 luglio 1943. Misteriosamente scomparsa, riappare dopo trent’anni in pieno centro, seppellita due metri sottoterra nel giardino di Mario Mattioli, te-

nente della Brigata Nera che l’ha salvata da sicura distruzione. Mattioli custodì e protesse gelosamente il Testone, ma prima di morire passò il testimone a un altro esponente missino. Quest’ultimo durante la notte disseppellì la statua e la trasferì in vicolo Posterla, sede dell’ex Movimento Sociale Italiano (MSI). Dalla svolta di Fiuggi, il Testone finì in una sorta di museo privato in via Marconi. E da qui si perdono le tracce e inizia il mistero.

P

er raccontare questo giallo, però, bisogna fare un piccolo passo indietro nella storia. 31 ottobre Inaugurazione Littoriale

1926. del

Benito Mussolini, in sella a un cavallo entrò trionfalmente per inaugurare il “Littoriale”, il nuovo stadio e campo polisportivo bolognese. L’opera costruita in un solo anno di lavori, fu finanziata dal Partito Nazionale Fascista bolognese e fortemente voluta dall’allora podestà Leandro Arpinati. Lo stesso giorno del taglio del nastro, forse un presagio di quello che succederà quasi vent’anni dopo, è passato alla storia per l’attentato a Mussolini. Un uomo gli sparò contro alcuni colpi di pistola,

mentre il duce si apprestava a lasciare Bologna tra due cordoni di folla plaudente, mancandolo per un nonnulla. L’attentato fu attribuito al giovane Anteo Zamboni che fu immediatamente trucidato dai fascisti con una decina di coltellate. 27 ottobre 1929. Inaugurazione della Torre di Maratona e della statua equestre del Duce Ad ornamento del Littoriale, venne costruita la Torre In alto: le statue dei partigiani di Porta Lame. A sinistra: Foto Camera, Alunni Scuola "M. Malpighi" al Littoriale, 20/05/1936 – Archivio Fotografico / Cineteca di Bologna


di Maratona; alta 42 metri e larga 46. Progettata dall’ingegner Arata, la torre sorse nello stesso punto in cui fu fucilato il martire del risorgimento Ugo Bassi. Al centro della gradinata di fronte alla Torre di Maratona e come sfondo un grande arco a nicchia, fu collocata una statua equestre in bronzo raffigurante Mussolini, ultimo tassello a completamento di una delle più grandi opere italiane dell’epoca. Disegnata e modellata dallo scultore modenese Giuseppe Graziosi, il monumento equestre racchiude una settantina di quintali di bronzo, distribuiti in un blocco alto cinque metri e lungo quasi sei dalla coda alle orecchie del cavallo.

lini venne liberato dalla prigione del Gran Sasso, grazie ad un operazione militare tedesca. Da quel momento il Paese si spaccherà in due; a sud liberato dagli alleati e governato da quel che rimane del Regno D’Italia, mentre il centro e il settentrione, rimangono sotto la dittatura fascista, rappresentata dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI).

25 luglio 1943. La caduta del regime fascista e la decapitazione della statua di Mussolini

A Bologna l’annuncio della fine del fascismo, provocò disordini e la furia dei cittadini stanchi dalla guerra e affamati. La folla si riversò per strada per gioire dell’evento e distruggere le effigi e i simboli che potessero ricordare il regime appena decaduto. Il monumento equestre del Duce al Littoriale, divenuto in poco tempo il simbolo della città e raffigurato in molte cartoline dell’epoca, fu da subito al centro di questa furia antifascista.

“Attenzione, attenzione! Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro e segretario di Stato, presentate da sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini”. Questo il breve messaggio trasmesso dalle frequenze di Radio Londra il 25 luglio del 1943. Al posto del Duce il Re Vittorio Emanuele III nominò, quale nuovo capo del governo, il Maresciallo Pietro Badoglio. Il 12 settembre dello stesso anno, Musso-

I bolognesi cercarono di buttare giù cavallo e cavaliere, ma non ci riuscirono per la dura mole bronzea del monumento fissato alla base con del cemento armato. A fatica, con corde e altri arnesi, ebbero la meglio e riuscirono a far capitolare il busto e la testa del cavaliere Mussolini. Il testone fu preso a calci e offeso con sputi e colpi di piccone, legato con una corda e trascinato per le vie di Bologna. La distruzione delle statue fu antesignana dei moderni rivolgimenti popolari me-

diorientali, avvenuti in questi ultimi anni in Egitto, Tunisia e Libia. Quella stessa notte, un uomo percorse le strade cittadine squarciate dalle bombe. Quest’uomo cercò di recuperare un volto a lui caro, senza vergognarsi se per gli altri non lo era più. Dentro di se, in coscienza, non vuole sentire il peso e il rimorso di aver rinnegato quello che lui considerava il padre della Patria. Una Patria, ormai solo sua. Mario Mattioli, giovane tenente della “Brigata Nera”, quel testone riuscì a trovarlo. I tedeschi, infatti, si apprestavano a portarlo via per fonderlo e, forse, ricavarne altre armi. Per sua fortuna Mattioli, grazie anche ai buoni uffici intrattenuti in passato con il Terzo Reich, riuscì a convincere i Tedeschi a farsela consegnare in custodia e a portarla al sicuro. La seppellirà con cura sotto due metri di terra, proprio nel giardino di casa sua in via San Vitale. Questa via non è periferica, ma si trova entro le mura felsinee, nel cuore di Bologna. 18 aprile 1947. Il bronzo del cavallo viene fuso per dar vita alle statue dei due partigiani di Porta Lame Il monumento equestre, privo del tronco e del busto, appariva come un fantasma. Il comune di Bologna, dopo averlo rimosso dallo stadio,


decise di donarlo all’Associazione Nazionale Partigiani Italiani (Anpi). Il bronzo del cavallo venne fuso per creare le due statue dei partigiani che ornano il giardinetto di Porta Lame. 1973 Il Testone viene disseppellito e trasferito nella sede del Movimento Sociale in vicolo Posterla. Esattamente trent’anni dopo, Mario Mattioli, il custode del Testone, avvertì il peso degli anni e si sentiva ormai prossimo alla morte. In cuor suo pensò che aveva il dovere di passare il tesoro che aveva custodito nel suo giardino a qualche altro camerata. E’ da anni questo pensiero lo perseguita. Matteucci era un sincero estimatore del Duce e accettò di prendere il testimone. Quella stessa notte disseppellì il Testone di Mussolini e lo nascose dentro un sacco di iuta. Se lo caricò in spalla e attraversò la città. Quando fu quasi arrivato a destinazione, venne notato dalla Polizia. In vicolo Posterla, sede del Movimento Sociale Italiano (MSI), era l’ubicazione adatta per quell’ingombrante simbolo del passato. La Polizia intimò a Matteucci di mostragli il contenuto riposto all’interno del sacco, ma ricevette un rifiutò. Matteucci confidava nel provvidenziale aiuto degli altri camerati che in quel momento, sentendolo arrivare, si stavano apprestando a scendere per impedire la perquisizione. Gli agenti non riuscirono nel loro intento e il Testone riuscì ad arrivare nella sua nuova casa, dove i camerati allestirono una memoriale con drappi neri e altre effigi fasciste, nell’intento di rendergli omaggio.

classe 1926, ex combattente di Salò, è il presidente dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale Italiana con sede a Terranuova Bracciolini, piccolo centro rurale in provincia di Arezzo. La figura di quest’uomo, avanti negli anni e ancora molto presente, è fondamentale per la risoluzione del mistero che ci accingiamo a risolvere, in quanto da più fonti è definito il regista dei vari spostamenti del nostro Testone. Forse solo Conti conosce l’attuale collocazione del bronzo.

L’ingegner Arturo Conti, bolognese,

Luglio 2011. Muore il Prof. Tossani e il Testone scompare. Chi l’ha visto? Successivamente alla morte del Prof. Michele Tossani, avvenuta nel luglio 2011,la succursale Bolognese dell’Istituto RSI viene chiusa. Dov’è finito il Testone? Luglio 2013. Il portiere e la falsa pista toscana... Alcune settimane fa, nel tentativo di capire dove fosse finito il Testone del Duce, ci siamo recati nel palazzo in via Marconi a Bologna, sede dell’ex succursale dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale. Abbiamo chiesto al portiere se fosse a conoscenza dell’esistenza di questa sorta di “museo” privato. “E’ stato chiuso tempo fa, non vi so dire esattamente quando e non so che fine abbia fatto la collezione o dove sia stata trasferita. Se non ricordo male il dentista adiacente a quell’appartamento si è allargato, inglobando anche quegli spazi. Non so altro, se volete saperne di più dovete parlare con la proprietà”. Alcune fonti, successivamente a questo incontro, forse nell’intento di sviare la nostra ricerca, ci riferiscono che “il museo è stato chiuso e il Testone con tutti gli altri cimeli trasferiti in Toscana”. Queste fonti , però, omettono di indicarci la città dove hanno trasferito il Testone.

1994 Il Movimento Sociale si trasforma in Alleanza Nazionale. Il Testone viene sfrattato da vicolo Posterla. Il nostro Testone, convinto di aver trovato finalmente una fissa dimora, diventa ingombrante, scomodo e imbarazzante. Venne l’anno della svolta di Fiuggi, quando l’MSI si trasforma in Alleanza Nazionale. Nel 1996 il collega de La Stefani Domenico Rosati, descrive in un articolo dal titolo “Così An si sbarazzò del Duce”, la telefonata intercorsa tra l’ex segretario bolognese del partito Filippo Berselli e l’ingegner Arturo Conti: “Senti Arturo, se t’interessa il bronzo del Duce, vieni a prenderlo, perché non sappiamo più cosa farcene”.

cazione del Testone - prosegue Matteucci - fu resa possibile dalla generosità del professor Michele Tossani che mise a disposizione dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale, un appartamento in via Marconi a Bologna, trasformandolo nel nuovo sacrario dedicato all’uomo della Provvidenza e ai caduti di Salò”.

La fondazione della Repubblica Sociale Italiana di Terranuova Bracciolini (AR) Dunque il Testone è in Toscana, Il Testone viene trasferito da vicolo Posterla a via Marconi, succursale dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale a Bologna. “La testa del Duce e tutto il resto del sacrario di vicolo Posterla, comprendente un centinaio di foto raffiguranti i caduti bolognesi della Repubblica di Salò, sono stati trasferiti in via Marconi”. A riferirlo è Marco Matteucci, l’uomo che nei primi anni settanta, ricevette in dono dall’ingegner Mattioli il Testone che aveva sotterrato nel suo giardino di Via San Vitale. “Questa nuova collo-

Nella pagina precedente: a sinistra, il cavallo di bronzo del monumento equestre del Littoriale privo del cavaliere; a destra, statua di uno dei due partigiani di Porta Lame, ricavata dalla fusione del bronzo del monumento equestre


ma dove? Decidiamo di chiedere aiuto a Marco Matteucci (l’uomo che ereditò il Testone dall’ing. Mattioli): “Se è stato trasferito in Toscana - afferma deciso Matteucci - si trova negli spazi espositivi della sede nazionale dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale, presso Terranuova Bracciolini in provincia di Arezzo. Il presidente è l’ingegner Arturo Conti. Solo lui può darvi le risposte che cercate. D’altronde - conclude Matteucci - la sede del’Istituto di via Marconi a Bologna era una succursale di quella nazionale di Terranuova Bracciolini”. Più volte proviamo a contattare telefonicamente l’ing. Conti, ma inesorabilmente è sempre una segreteria telefonica a risponderci. Il gruppo Facebook dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale Il gruppo Facebook dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale L’ing. Conti è irreperibile ai numeri fissi delle sue abitazioni bolognesi e pare che nessuno abbia il suo numero di cellulare. Nemmeno alcuni ex deputati

e senatori di destra che lo conoscono molto bene. Decidiamo così, in un epoca globalizzata e dominata dai social network, di verificare se esistono dei gruppi che possono condurci all’Istituto storico Toscano, dove presumibilmente si trova il Testone. Dopo una lunga ricerca, scopriamo che anche loro hanno un gruppo su FB: “Gli amici della fondazione RSI - Istituto Storico (Terranuova Bracciolini). Proviamo a contattare uno dei componenti più attivi del gruppo, il quale presumibilmente è il creatore della pagina. Il colpo va a segno e ci risponde. Nel gruppo usa un nickname, ma nella vita reale risponde al nome del Dott. Pietro Cappellari, ricercatore di origini piemontesi dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale. “Io ho le chiavi della fondazione di Terranuova Bracciolini perché ci lavoro e conosco molto bene l’Istituto storico. Posso assicurarvi che qui la testa in bronzo del Duce non è mai arrivata. Da quel che ne so io, si trova ancora a Bologna. L’unico che può dirvi dove si trovi il Testone in questo momento è il presidente

dell’Istituto Arturo Conti. L’ingegnere, però, è irraggiungibile in quanto sta trascorrendo le sue lunghe vacanze estive in Trentino nel massimo riserbo e in un luogo sconosciuto”. “Chi sa qualcosa parli”. L’appello di Marco Matteucci Come nella fortunata trasmissione televisiva “Chi l’ha visto”, Marco Matteucci, sente di essere una sorta di parente del Testone scomparso, affidatogli in custodia quarant’anni fa dall’uomo che salvò l’effige dalla furia e dalla rabbia distruttrice del popolo. “Mi auguro che la testa sia stata rubata, piuttosto che essere stata venduta a un collezionista. Quest’eventualità, a mio avviso, sarebbe un’azione vergognosa che andrebbe punita severamente” E io minaccia Matteucci -saprei benissimo come punirli! Meglio che non ci pensi perché sento già salire il sangue alla testa. Pur di ritrovare il Testone, prendo in prestito un famoso motto partigiano: “Chi sa parli”. Non rivendico alcunché, se non un legame affettivo e al giuramento a cui mi sono legato, fatto nel letto di morte all’ingegner Mattioli, ovvero di proteggere e custodire il Testone. Quest’opera d’arte che appartiene alla nostra storia deve essere ritrovata e trasferita al museo nazionale della Repubblica Sociale di Terranuova Bracciolini. Oppure visto che è un’opera d’arte di proprietà dei bolognesi, in seconda istanza, dovrebbe essere donata ad un museo, affinché rientri nella proprietà dello Stato, alla quale appartiene sin dal principio”.

Ringraziamenti: Cineteca di Bologna (per la concessione all’utilizzo delle immagini dell’archivio fotografico storico; Elisa Manici (per la ricerca fotografica);

A sinistra: l’immagine inedita e in esclusiva del testone di Benito Mussolini, quando era esposto nella succursale dell’istituto storico della Repubblica Sociale Italiana in via Marconi a Bologna.


Chi bada alle badanti A Ferrara l’associazione Nadiya si prende cura delle governanti venute dall’Est Un modello che funziona e che andrebbe esportato Elisa Manici

Al momento, nella casa alloggio vivono, oltre a Gulia, 16 persone: 8 ucraine, una madre marocchina con le sue tre figlie, una tedesca, un’italiana, una pakistana e una giovane albanese. Per lo più si tratta di signore sui 50 anni con malattie serie. E’ Gulia a dirmi la cosa più vera e importante che sentirò in tutta la giornata: •”Le donne che hanno vissuto da noi sono tutte forti, anche adesso, sono fortissime. Noi diciamo: sto male, ma guarda come vivono loro. Noi siamo fortunate. Quando qualcuno si lamenta, io dico: venite a casa nostra, a vedere”.

C’è Maria, 45 anni e un viso angelico, nonna di 3 e tra poco di 5 nipoti, malata da sette, che ha un tumore al cervello, metastasi di un iniziale cancro all’utero. Ha già subito quattro operazioni ed è in attesa della quinta, oltre a una serie infinita di chemio e radioterapie. Mi racconta la sua storia in tre frasi: “Nel 2011 facevo la badante qua a Ferrara, una mattina la mia signora mi ha trovata per terra mezza paralizzata, e da lì è iniziato il calvario, con tutti questi interventi. Ho perso il lavoro perché lei da sola non poteva più stare, ma l’importante è che mi ha salvato la pelle. Così è la vita, mezza storta e mezza dritta”. C’è Volodymyra, a cui hanno messo ai primi di luglio una protesi all’anca, che è qui per fare la convalescenza e che quando si sarà rimessa troverà ad attenderla il suo vecchio posto di lavoro. C’è Ludmilla, che è in dialisi e che è in lista per il trapianto, felice che il Comune le abbia assegnato una casa popolare, ma al contempo un po’ triste perché sarà da sola, pur se con più spazio a disposizione.

C’è l’italiana Laura, che ha un tumore al cervello, e che si è tanto affezionata alla sua compagna di appartamento ucraina da chiamarla con trasporto “mia madre”. E c’è Gulia, la coordinatrice della casa alloggio, signorile ingegnera edile sessantenne che qui in Italia fa la colf. E’ lei il mio Virgilio in questo viaggio. Mi accoglie con estrema gentilezza, offrendomi borsch e tè, e mi presenta le ospiti della casa. Mi racconta che la proposta di fare da referente in questo luogo è stata fatta a 15 persone, e che tutte hanno rifiutato. “Anch’io non ho detto subito di sì, perché è difficile stare a contatto con donne che stanno malissimo. Ci ho pensato per sei mesi, e da tre anni e mezzo vivo qua con loro”. Gulia mi racconta di come hanno pian piano sistemato il giardino, della gatta che sente quando un’ospite sta male e le va vicino, delle feste di compleanno, delle cene al cinese. Mi dice di essere felice della sua scelta, perché vede che riesce a essere davvero d’aiuto.

Mi trovo nel centro di Ferrara, nella casa alloggio dell’associazione Nadiya, che tra le altre cose offre una casa alle badanti in difficoltà. L’ambiente rimanda una grande quiete, e molta serenità, nonostante il fatto che le donne che abitano qui stiano attraversando una fase molto complicata delle loro esistenze. Non a caso, nadiya in russo significa speranza. Gulia mi accompagna anche nella sede principale dell’associazione. Insieme attraversiamo il centro storico, assolato e deserto in un pomeriggio caldissimo. Varchiamo un cancello a sinistra della chiesa di Santo Stefano, e l’impressione è quella di entrare in un altro mondo, un piccolo mondo a parte che è accanto a noi ogni giorno ma che i nostri occhi non vedono. Nell’ampia sala di ingresso ci sono una ventina di donne ucraine, tutte tra i 45 e i 60 anni, quasi tutte biondissime, intente a chiacchierare mentre svolgono varie attività: chi si fa fare i capelli da un’amica, in un salone di bellezza improvvisato, chi si fa sistemare il computer da un ragazzo, l’unico uomo presente, chi si sventola con un ventaglio e si riposa nelle uniche due ore libere della


sua giornata, fissate per contratto tra le 14 e le 16. Incontro Roberto Marchetti, che è il fondatore, il presidente e l’anima dell’associazione, e Cecilia Caselli, che lì svolge il servizio civile, per capire meglio questa realtà, al di là dell’impatto emotivo iniziale. Quante sono le badanti a Ferrara? Questa città è pienamente in linea con il fenomeno nazionale dell’invecchiamento della popolazione: conta poco più di 100 mila abitanti, di cui uno su quattro anziano, e circa 6 mila badanti, per cui è un fenomeno numericamente importante. I migranti si stanziano sul territorio italiano basandosi molto sul passaparola tra connazionali, e a Ferrara c’è una prevalenza di ucraine. Ciò si riflette anche nella composizione della nostra associazione, la cui utenza di circa 1600 iscritte è composta al 90% da donne ucraine. Perché nasce Nadiya? Il primo motivo per cui è nata l’associazione è dare una mano alla badante, ma poi ci siamo accorti che in realtà era anche un aiuto alle famiglie italiane. Chi assume una badante che poi si ammala, anche in casi semplici come un braccio rotto, è posto di fronte a un problema morale perché è costretto a buttar fuori una persona: impiego una badante perché ho un problema in casa, non mi posso prendere un problema sul problema. Ce ne siamo accorti perché addirittura in alcuni casi non le portano nemmeno in ospedale, ma a noi direttamente. E questo è un valore aggiunto che abbiamo visto noi, anche se, certo, non è il motivo principale della nostra esistenza. Sia l’associazione che l’attività di accoglienza sono viste prevalentemente come un’attività a favore del migrante, mentre io ci tengo a rimarcare anche questo aspetto, perché è una realtà importante. Che tipo di servizi offrite? Sostanzialmente, nella nostra associazione convivono due realtà diverse che rispondono a bisogni differenti: c’è la casa alloggio per le donne malate o indigenti, e poi c’è l’utenza che passa dalla sede, a cui offriamo un servizio di informazioni, di stesura dei curricula, di aiuto nella ricerca di lavoro, di assistenza nelle pratiche burocratiche, specialmente per i permessi di soggiorno e per i ricongiungimenti familiari, di tanto in tanto, quando troviamo volontari,

anche corsi di italiano e informatica. Ma cerchiamo anche di favorire la loro vita sociale, organizzando feste per le loro ricorrenze tipiche, l’ultima è stata per la festa della mamma, che è molto sentita, e soprattutto offrendo un luogo in cui possano ritrovarsi nel poco tempo libero. Prima che aprisse l’associazione si trovavano solo ai giardinetti davanti alla ex Standa, esposte al maltempo e senza intimità, se non quella di un bar. Qual è la storia della sua nascita? Nel 2002 venne creato un centro per

stranieri legato alla fondazione diocesana Migrantes. Lo frequentavano diversi gruppi etnici, e quello più impreparato, meno organizzato erano le donne dei paesi dell’Est, prevalentemente ucraine, arrivate in Italia a fine anni ’90 o agli inizi del 2000 per grosse difficoltà economiche. Quando si è sciolta la fondazione Migrantes, diversi gruppi si sono costituiti in associazioni autonome, noi abbiamo proseguito solo con queste donne, il gruppo più senza rete, e al contempo più diffidente nei confronti delle persone con altre culture e provenienze. Nadiya esiste quindi dal 2004. Com’è nata l’idea di ”badare alle badanti”? Nel 2005 si è presentata una signora

che non conoscevo, piangendo, e dicendomi: ”Io sono stata appena licenziata perché mi hanno trovato la leucemia, non so dove andare né cosa fare”. Quell’episodio ci ha fatto capire che esisteva questo problema della donna sola senza alcuna rete familiare. Fortunatamente l’assessora ai Servizi sociali era un medico, ha capito il problema e ci ha concesso due monolocali a un affitto contenuto in una zona vicino all’ospedale, in uno stabile di sei appartamenti. Questo ha portato alla nascita, nel 2006, del progetto •”Io non sarò sola”: la caratteristica è che ospitiamo prevalentemente donne che hanno problemi di salute, ma senza fare assistenza: le prendiamo solamente quando hanno una certa autonomia gestionale. Non abbiamo un volontariato in questo senso, se non quello per creare un supporto interno di solidarietà, né personale qualificato per fare assistenza sanitaria. Man mano siamo arrivati a sei appartamenti, tutti nello stesso stabile, più un settimo preso all’esterno che adesso abbiamo dismesso perché era finito il progetto. Abbiamo in tutto 18 posti letto, con una persona che vive lì e che, pur svolgendo un lavoro esterno come colf, è per noi un punto di riferimento. Raramente ci si pone il problema di cosa succede a una badante che si ammala. Se sono in regola, assunte quindi con il contratto di soggiorno, è previsto che il datore di lavoro debba pagare il rimpatrio, e almeno hanno la garanzia di tornare a casa in caso di necessità ce l’hanno. Le altre, le irregolari, sono abbandonate a loro stesse. Quando sono in fase terminale le seguiamo noi fino alla fine, abbiamo avuto una dozzina di decessi da quando ha aperto la casa alloggio. Quante persone potete ospitare? In tutto 16. Abbiamo otto posti letto convenzionati col Comune, per i quali bisogna rispondere a due requisiti principali: la residenza a Ferrara e il possesso del permesso di soggiorno,


e altri otto i cui costi riusciamo a coprire dividendo i pani e i pesci del contributo comunale. C’è un iter specifico per poter entrare nella vostra casa alloggio? Sì, le donne che arrivano nella casa di accoglienza ci vengono segnalate dai servizi sociali. Non prendiamo chi ci pare, vogliamo che anche le persone che non hanno i requisiti per i posti convenzionati ci siano segnalate da un servizio superiore. Noi, finché abbiamo posto, le prendiamo, dando la precedenza a donne con problemi di natura sanitaria, intendendo con ciò anche chi ha problemi di tipo psichiatrico, come le dipendenze. Un appartamento, poi, è dedicato alle mamme sole con i loro bambini. Offriamo vitto e alloggio e, nei casi in cui proprio non hanno nessuno a cui rivolgersi oltre a noi, anche i soldi per il telefono e le piccole spese. Cerchiamo anche organizzare dei momenti di vita sociale, come abbiamo accennato prima: sia qui in sede che nella casa di accoglienza facciamo delle cene dove invitiamo gente esterna perché queste donne abbiano una vita che non sia solo quella della loro comunità, ma anche perché ci sia, lentamente, da parte degli italiani una presa di visione di una realtà che in molti non conoscono. È un problema poco conosciuto, inoltre le ucraine, per cultura, sono molto riservate.

E come riuscite a permettervi questa sede? Fortunatamente riusciamo a farcela dare dalla Curia a un prezzo contenuto, 500 euro al mese più le spese, che non sono poche. Abbiamo anche due sedi in due Comuni limitrofi, a Copparo e a Bondeno, dove paghiamo una piccola quota d’affitto, e una in Ucraina. Ci sono donne ucraine che fanno volontariato presso di voi e non sono semplicemente delle utenti? Quelle che ruotano intorno a noi con un senso di comunità o di appartenenza non sono, purtroppo, più di 4 o 5, per il resto è un continuo avvicendarsi di persone. Le donne dell’Europa dell’Est sono le più deboli, ma anche le più individualiste. Ci sono delle tare che si portano dietro, probabilmente dovute a un’esperienza politica e

sente. Certo, c’è il momento di ritrovo e il momento in cui poi ognuna per sè cerca di fare la sua lotta quotidiana. E’ comunque anche una comunità, la loro: sono due tratti distinti e paralleli, però ci sono entrambi. Roberto: sono emigrato a 25 anni, a 50 ho perso il lavoro, trovandomi in una condizione simile alla loro, e ho vissuto quindi tutto il dramma di dovermi riadattare. Ho avuto l’esperienza sociale di passare dal mondo di una multinazionale a un istituto di carità e di venire a contatto con un mondo che in genere non si vuole vedere, che è il mondo dell’emarginazione, del povero. In questa fase di crisi lavorativa ho avuto anche una crisi interiore che mi ha fatto comprendere che tutto quello che abbiamo sono doni, nulla è dovuto “perché me lo merito”. Aiutare una persona che spesso è irriconoscente

Qual è il tempo di permanenza medio? Sei mesi, prorogabili soprattutto per problemi di salute. Nella casa tante sono malate di tumori tipicamente femminili, ad esempio al seno o all’utero: non fanno prevenzione, sono vicine a Cernobyl’ (che si trova appunto in Ucraina, ndr) e, non ultimo, soffrono lo stress della migrazione. Come vi finanziate? In sostanza sopravviviamo grazie alla convenzione col Comune e grazie ai progetti, che a volte non ci fanno arrivare denaro, ma ad esempio attrezzature di cui abbiamo bisogno. Abbiamo la possibilità di attingere all’otto per mille, con cui però raccogliamo pochissimi soldi, poco più di 100 euro all’anno. La gente difficilmente fa delle donazioni: vede la nostra attività come qualcosa che riguarda solo lo straniero. Alle nostre associate chiediamo un contributo di 10 euro annui, ma se non possono pagarli le aiutiamo ovviamente lo stesso, anzi, le registriamo gratuitamente per ogni evenienza, e tra i dati chiediamo anche chi sono le loro amiche, così se hanno problemi come un incidente o un ictus riusciamo a rintracciare la loro identità, e da lì teniamo anche contatti col consolato.

sociale vissuta là, quindi tutto ciò che è comunitario in loro crea sospetto e diffidenza. Il nostro fallimento dal punto di vista cattolico è non riuscire a far capire il concetto che posso dare per dare, non sempre con scopi utilitaristici e/o opportunistici. L’individualismo è l’opportunismo (perché arrivano con dei problemi reali di natura economica) sono due problemi che si portano dietro. Cos’è che vi spinge a fare questo tipo di volontariato? Cecilia: io a dire il vero sto facendo il servizio civile, in tutto siamo tre ragazzi. Venivo qui anche prima, come volontaria. A me piace l’idea che ci sia una sorta di solidarietà al femminile. Anche se c’è individualismo, c’è un clima bello, di persone con un qualcosa in comune, che è forte e si

non è facile, però, come ripeto spesso, non siamo qui per ospitare la gente che sta bene, ma quella che non ce la farebbe in altra maniera. L’esperienza lavorativa precedente, dirigenziale, mi ha permesso di contribuire a sviluppare i progetti di cui parlavamo prima. Spero tanto che ci sia presto un ricambio generazionale. Roberto ha finito la sua pausa pranzo, che spesso trascorre all’associazione, e deve scappar via. La mia visita è terminata. Rientro a Bologna con la conoscenza di una realtà che andrebbe esportata anche in altre città, sia per l’aiuto sostanziale e oggettivo che offre, sia per la felicità e la forza che queste persone hanno saputo creare insieme, nonostante le differenze culturali, nonostante le malattie, nonostante le difficoltà finanziarie.


Traghetti low cost per rianimare la Sardegna

La sfida alla crisi di un pool di imprenditori. «Ci basta coprire le spese del servizio: il nostro obiettivo è riportare i turisti nell’isola». Lorenzo Mattana

P

er Antioco e Adriana tornare in Sardegna è sempre stato molto più che fare una semplice vacanza. Per loro, coppia di emigrati sardi trapiantata a Bologna, il tradizionale rientro agostano significava soprattutto riassaporare l’atmosfera di casa, ritrovare gli affetti e i luoghi dell’infanzia. «Da undici anni a questa parte siamo sempre andati e tornati dalla Sardegna almeno 2-3 volte l’anno – spiega Adriana, impiegata delle Acli – nel periodo invernale solitamente porto mia madre ammalata qui a Bologna, in modo tale da poterla assistere meglio. Ad agosto, invece, rientravamo per fare un po’ di ferie». Ma quest’estate il ritorno a casa è diventato proibitivo e, oltre all’amaro in bocca, c’è anche la rabbia per un diritto che sentono calpestato. «Purtroppo quest’anno siamo costretti a rinunciare – continua stizzito Antioco che lavora come artigiano edile – e ad agosto resteremo qui. L’ultima volta che siamo andati in Sardegna abbiamo speso 570 euro per due persone. Troppo per le nostre tasche. Perché dobbiamo essere

costretti a pagare così tanto nord Sardegna e dal 16 giugno ha varato la “Go in Sardinia”, per tornare a casa?». Ma non solo per loro la una sorta di “Ryanair dei mari” Sardegna quest’anno rimarrà in salsa sarda. Una solo nave un miraggio. Sono tanti i turisti in affitto, la Kriti, per servire due italiani che quest’estate non tratte strategiche per il turismo arriveranno nell’isola o c h e sceglieranno a l t r e destinazioni a causa del c o s t o esorbitante dei traghetti. Gli ultimi tre anni sono s t a t i disastrosi per chi nell’isola vive di turismo. Alberghi semivuoti, Giampaolo Scano seconde case sfitte e locali deserti. Ma se la luce in fondo isolano: al tunnel sembra non vedersi, la Livorno-Olbia e la c’è qualcuno che ha deciso di Civitavecchia-Olbia. Un’idea rimboccarsi le maniche e crearsi nata nell’ottobre del 2012 per i propri spiragli. E così reagire all’ennesima stagione Giampaolo Scano, presidente magra, causata dal boom dei del Consorzio operatori prezzi dei traghetti. Il risparmio turistici di Santa Teresa di per chi sceglie “Go in Sardinia” Gallura, ha raccolto un gruppo c’è ed è sostanzioso: in alcuni di imprenditori turistici del casi la compagnia low cost

sarda riesce a proporre prezzi anche inferiori del 45% rispetto ai competitor. In termini pratici, per una famiglia di quattro persone, significano grosso modo 400 euro in meno. «Fino ad ora siamo a circa il 65% del fatturato che ci siamo preposti per arrivare in pari alla fine della stagione – dice con voce soddisfatta Scano – in un mese abbiamo trasportato circa 85.000 passeggeri e per ora siamo abbastanza ottimisti». Una vera e propria scommessa, se si pensa che “Go in Sardinia” si trova a competere contro degli autentici giganti dei mari che possono contare di flotte da 14-16 navi. «Il nostro obiettivo è trasportare turisti, non fare utili – chiarisce il presidente – per questo riusciamo ad essere competitivi». Essere imprenditori turistici e diventare anche armatori per necessità meriterebbe un minimo di riconoscimento secondo l’imprenditore gallurese, che si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa. «La Regione è stata completamente assente fino a questo momento. Non ci hanno neanche scritto un comunicato ufficiale di


ringraziamento per il contributo che stiamo dando ai trasporti sardi. La politica – continua Scano – dovrebbe cercare di intervenire sugli scandalosi costi di gestione portuali e trovare dei modi per detassare i carburanti». L’avventura di “Go in Sardinia” potrebbe anche non essere solo un esperimento destinato a durare il tempo di un’estate. «Abbiamo un accordo triennale con la nave che abbiamo affittato. A fine stagione verificheremo i conti e se usciremo pari è già in programma di ripetere l’iniziativa con l’aggiunta di una seconda nave». Emigrati che non possono tornare a casa, turisti che scelgono altre destinazioni o che rinunciano alle vacanze, imprenditori turistici costretti a diventare armatori. Tutte storie che fotografano una crisi iniziata nell’estate del 2010, quando le tariffe delle navi che assicuravano i collegamenti tra la Sardegna e la penisola sono schizzati alle stelle. Da subito sul banco degli imputati finirono le principali cinque compagnie che lavorano sulle tratte da e per la Sardegna: Moby, Gnv, Snav, Marinvest e Tirrenia. Le polemiche che si scatenarono tra politica e armatori non servirono in alcun modo a frenare il folle rialzo dei prezzi dei biglietti che, nell’estate del 2011, salirono ulteriormente con aumenti anche superiori del 65% rispetto agli anni precedenti. Per quella pazza estate, però, in parte giustizia è stata fatta. E’ dello scorso 14 giugno il pronunciamento dell’Antitrust che ha multato per 8 milioni di euro Moby, Gnv, Snav e Marinvest. Le “quattro sorelle” dei mari sono state giudicate colpevoli di aver creato un vero e proprio cartello dei prezzi sulle rotte più gettonate dell’estate sarda: la Civitavecchia-Olbia, la Genova-Olbia e la GenovaPorto Torres. Il 2011 per i trasporti marittimi sardi è un anno cruciale anche per un altro motivo. Dopo una procedura durata quasi due anni il 25 luglio la Cin (Compagnia italiana di navigazione), appartenente a Vincenzo Onorato, firma il contratto che sancisce la privatizzazione della Tirrenia. La nuova compagnia detiene anche la convenzione sulla

continuità territoriale che prevede 72,5 milioni all’anno per otto anni, per assicurare i collegamenti marittimi tra la Sardegna e la penisola. La firma spiazza però la Regione, che negli ultimi giorni di trattative aveva chiesto di poter acquisire una quota del 25% nella nuova società, con possibilità di voto per quanto riguarda rotte, tariffe e frequenze per l’isola. L’esecutivo regionale, guidato

Giorgio Macioccu da Ugo Cappellacci, aveva anche provato a contrastare fattivamente l’aumento dei biglietti, attraverso il varo della “Flotta sarda”. Anche in questo caso, tutto nasce nella fatidica estate del 2011, quando la Regione decide di affidare un servizio di collegamento da e per il continente alla Saremar, una società partecipata regionale. I biglietti scendono, ma il bilancio va in rosso e l’avventura dura solo due anni. Lo scorso 27 giugno la Corte dei conti regionale ha bacchettato l’iniziativa, evidenziando perdite per tre milioni di euro nell’esercizio del 2012. L’ultima mossa della Regione è cercare di

rinegoziare la convenzione per la continuità territoriale con la Tirrenia, per provare a strappare alla compagnia napoletana prezzi più bassi dei biglietti. Ma per l’estate 2012 non pare ci siano segnali di cambiamento significativi. Le tariffe dei traghetti rimangono altissime: un viaggio andataritorno per una famiglia composta da due adulti e due bambini, supera i 600 euro e per agosto può anche superare gli 800 euro. E le tendenze attuali della stagione turistica isolana sembrano essere negative. «La stagione sta andando come a v e v a m o previsto – spiega G i o r g i o Macioccu, presidente di Federalberghi Sardegna – sapevamo che sarebbe stata un’estate difficile e in effetti si sta rivelando tale. Registriamo dei piccoli miglioramenti, ma sempre in un contesto che, purtroppo, presenta grosse problematiche». I trend turistici, peraltro, mettono in evidenza anche uno degli effetti più distorsivi della crisi economica, ossia la tendenza alla polarizzazione della ricchezza:«L’impressione fino a questo momento – prosegue Macioccu - è che in certe zone dell’isola gli alberghi di livello medio-alto stiano lavorando. Ad Alghero inizia a muoversi qualcosa, così come in alcune località del sud Sardegna come Pula e Villasimius. Diciamo che il lusso e l’extra lusso sta lavorando bene, mentre le strutture medio-piccole

stanno segnando il passo, sono ferme ai numeri degli anni scorsi, che come è noto erano anni di crisi». Inevitabile anche il riferimento al caro-traghetti, indiscutibilmente una delle cause principali della débâcle turistica degli ultimi anni:«Il problema dei traghetti sta influenzando la stagione in maniera pesante – commenta il presidente di Federalberghi in questi ultimi due anni abbiamo perso quasi 2 milioni di passeggeri nel traffico marittimo. Considerando che la maggior parte dei sardi nonostante i costi tende a rientrare lo stesso in Sardegna, il 90% delle presenze che mancano sono proprio quelle turistiche. Se pensiamo che in media ogni turista soggiorna nell’isola per almeno una settimana, è facile fare un calcolo di quale sia stato il costo economico di questo calo di presenze». L’unica strada che rimane agli operatori del settore in una situazione del genere è cercare di arginare le perdite: «Il settore alberghiero sardo è stato costretto a rivedere le tariffe al ribasso per cercare di attrarre clientela – prosegue Macioccu - Sono stati necessari tagli che si sono riflessi nella qualità del servizio e sugli occupati. La strategia è di cercare di rivolgerci al nostro zoccolo duro, cioè i clienti che vengono da anni e continuano a darci fiducia. Perciò abbiamo fatto campagne promozionali dedicate a loro, mantenendo bloccati i prezzi. Questo nonostante i costi di gestione che sono aumentati. Il traffico turistico internazionale è aumentato, ma non è stato in grado di compensare la diminuzione dei turisti italiani. Dal 2009 al 2011 abbiamo avuto un calo del 15,3 % e un aumento del 9,9% sull’estero».


In campagna sbocciano i miliardi La terra cerca i giovani I Paesi dell’Unione europea hanno trovato l’accordo sulla nuova Politica agricola comune Ma si impone un rapido ricambio generazionale Alessandro Giuseppe Porcari

La promozione conquista i consumatori: il pomodoro a grappolo dei Paesi Bassi in un supermercato bolognese è venduto a 89 centesimi al chilo. A fare concorrenza ci prova il fruttivendolo pakistano, che a p o c h e decine di metri offre il prodotto italiano a 99 centesimi al chilo. Ma al Centro a g r o alimentare (il Caab, una fra le principali strutture di distribuzione in Italia) del grappolo olandese non c’è traccia. «Ci scavalcano e risparmiano contattando direttamente i produttori in Olanda», ci dicono. Il pomodoro olandese a Bologna è il degno ambasciatore della Politica agricola comune (Pac), che regola la politica alimentare dei Paesi europei dal 1962. Cinquantuno anni di storia vissuti da principessa dell’economia europea e soprattutto del bilancio, di

cui ogni anno arriva a prendere il 40%. Due gli obiettivi prioritari: incremento della p r o d u t t i v i t à dell’agricoltura e

La nuova Pac ha assegnato all’Italia 52 miliardi di euro, di cui 26 miliardi erogati come pagamenti diretti (versati per ogni ettaro di superficie agricola); 7

miglioramento del tenore di vita della popolazione agricola. Due i pilastri: mercato e pagamenti diretti agli agricoltori, a cui si aggiunge la promozione dello sviluppo rurale. Nel giugno scorso, Parlamento, Commissione e Consiglio europeo hanno trovato l’accordo sulla nuova politica agricola dei 28 paesi dell’Unione europea, dal 2014 al 2020.

miliardi per interventi di mercato a favore delle filiere; 19 miliardi (compresa la quota di cofinanziamento nazionale) per le misure di sviluppo rurale. Grazie a tali risorse, secondo la stima di Confagricoltura e Cia, l’economia del nostro Paese potrebbe beneficiare di un valore aggiunto complessivo di 1750 miliardi di euro, 250 miliardi l’anno.

Cifre notevoli per un settore che per sopravvivere necessita non solo di risorse economiche, ma anche di un deciso ricambio generazionale. L’agricoltura italiana infatti gestita per il 60% da over 55, in gran parte di et superiore ai 65 anni. I giovani, che p e r definizione europea hanno un’età inferiore ai 40 anni, in Italia sono una minoranza, il 7% degli agricoltori. A loro la nuova Pac ha destinato il 2% delle risorse del primo pilastro (circa 500 milioni di euro), in particolare per il sostegno all’avvio dell’attività imprenditoriale, nei primi cinque anni di vita. «Dobbiamo accelerare il ricambio generazionale, altrimenti lasceremo alla finanza la gestione di un processo di vitale importanza per il futuro della nostra agricoltura. Rischiamo di cambiare i


L’europarlamentare De Castro: «Senza una moderna agricoltura non abbiamo futuro» A. G. P. colori dell’agricoltura italiana» confida a La Stefani la senatrice Maria Teresa Bertuzzi, componente della commissione Agricoltura del Senato e prima firmataria di un disegno di legge interamente dedicato al sostegno dei giovani imprenditori agricoli. Politica europea e politica nazionale sono infatti strettamente legati. L’accordo europeo dovrà essere reso operativo dai singoli Stati membri che hanno ancora importanti margini di intervento, anche se in tempi ridotti. Gli assessori regionali, le associazioni di categoria, tra cui Cia, Confagricoltura e Coldiretti lo sanno, e se da un lato non hanno mancato di manifestare dubbi sull’accordo europeo, dall’altro si mostrano ancora prudenti nel valutare l’effettivo impatto delle decisioni europee, non solo per i produttori ma anche per i milioni di consumatori. «Impossibile prevedere l’impatto sul portafoglio degli italiani senza conoscere le decisioni del nostro Governo a partire dal prossimo settembre», ci comunica il Centro studi di Coldiretti. Così l’effetto dell’abolizione delle quote dello zucchero (dal 2017) potrebbe essere mitigato da strumenti di sostegno del prezzo per evitare shock produttivi per la bieticoltura italiana. Inoltre, conseguenze negative sulla produzione italiana non significano necessariamente un aumento del prezzo al consumatore. Ma su questo, il pomodoro olandese ci ha già spiegato tutto.

Una vita dedicata alla terra. Paolo De Castro, docente a Bologna dell’Alma Mater, dal 2009 è il presidente della commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo. E’ stato uno dei protagonisti del negoziato da cui è scaturito il grande compromesso che ha portato Parlamento, Consiglio e Commissione europea a trovare l’accordo sulla nuova Politica agricola comune che entrerà in vigore il prossimo 1° gennaio. Un risultato che lo stesso De Castro ha

definito “di eccezionale importanza”. Presidente, quale sarà il ruolo dell’agricoltura europea nei prossimi anni? Il nostro lavoro al Parlamento europeo per la riforma della Politica agricola comune stato guidato da una convinzione: investire in agricoltura vuol dire investire nel futuro. Dobbiamo produrre di pi e meglio, inquinando meno, e lo possiamo fare a patto di riportare l’agricoltura al centro del dibattito pubblico come motore di sviluppo e di crescita economica e occupaziona-

le, dando valore a un comparto produttivo che insieme all’industria alimentare rappresenta il primo settore manifatturiero d’Europa. L’agricoltura l’unico settore che cresce e crea occupazione, nonostante la crisi. E ha ancora enormi potenzialit che vanno valorizzate attraverso maggiori strumenti di sostegno. Quali ad esempio? L’accordo per la Pac 20142020 ha permesso di recuperare più risorse per i giovani agricoltori (sotto i 40 anni) che riceveranno un maggiore contributo per i primi cinque anni di attività. Inizierà anche una significativa sburocratizzazione del settore agricolo. Abbiamo difeso le colture mediterranee e il riso da onerose misure ambientali. Abbiamo impedito la liberalizzazione •”selvaggia” dei diritti di impianto dei vigneti, introducendo dal 2016 un nuovo sistema di autorizzazioni. Il settore dell’olio beneficerà di un nuovo regime di aiuti, reso più efficace e funzionale, e il grano duro tornerà a ricevere il sostegno pubblico. La programmazione produttiva coinvolgerà anche i prosciutti a Denominazione di origine protetta (Dop) e Indicazione geografica protetta (Igp). Nel mercato, gli agricoltori avranno a disposizione

strumenti a difesa dalla volatilità delle quotazioni agricole, che è destinata ad aumentare nei prossimi anni. Sul versante ambientale, abbiamo creato un equilibrio virtuoso tra sostenibilità ambientale e sostenibilità economica. Gli Stati membri dovranno infatti destinare il 30% della loro dotazione nazionale per il sostegno di pratiche agricole a beneficio del clima e dell’ambiente. Si poteva fare di più? Sì, in ricerca e innovazione sono stati compiuti importanti passi in avanti, ma ancora molto si deve fare sia in sede europea, sia in sede nazionale. Nel negoziato sulla riforma appena concluso, tuttavia, non mancano interessanti novità proprio a favore del r a f f o r z a m e n t o dell•finnovazione e della ricerca in campo agricolo. Un esempio su tutti, le numerose disposizioni settoriali (come nel caso del vino e ortofrutta) contenute nel regolamento sull•forganizzazione comune dei mercati. Quale sarà il ruolo dell’agroalimentare italiano? Nel 2012, l’export del settore agroalimentare italiano ha superato i 30 miliardi di euro nel 2012, con il 2013 che conferma un’ulteriore crescita. Oltre un terzo delle nostre esportazioni è verso i mercati extra-Ue, con una quota rilevante nel mercato statunitense. Il mondo apprezza e chiede i prodotti dell’agroalimentare made in Italy. A noi il compito di occupare porzioni sempre pi ampie di mercato.


Irene Casagrande, astro nascente di Sky A soli 16 anni è riuscita a entrare nel cast di “In treatment” e a farsi “psicoanalizzare” nelle sedute terapeutiche di Sergio Castellitto. Sulla scia di un eccellente debutto, Irene ora farà parte di “1992”, altra fiction di Sky dove stavolta sarà la”figlia” di Stefano Accorsi.

Lorenzo Paussa

L’

abbiamo conosciuta su Sky Cinema 1 vedendola recitare negli episodi “In treatment”, la serie tv dello “psicanalista” Sergio Castellitto sotto la regia di Saverio Costanzo. E ci siamo lasciati stupire dalla sua grintosa interpretazione di Alice, la più giovane dei pazienti che si alternano nelle sedute terapeutiche che contestualizzano tutte le puntate. Irene Casagrande ha trovato un banco di prova durissimo per il suo debutto sul set. Non era per niente facile calarsi nelle vesti di un personaggio che, schiacciato dai conflitti familiari e dall’ansia da prestazione alla scuola di danza, è spinto addirittura a tentare di suicidarsi. Ma la maturità e le capacità da lei dimostrate si sono rivelate straordinarie e vanno ben oltre la sua giovanissima età. Irene vive a Sacile, in provincia di Pordenone, e da quattro anni

frequenta l’Accademia “Lorenzo Da Ponte” di Vittorio Veneto, con la quale era già stata protagonista di quattro pièce teatrali prima di presentarsi ai provini di “In treatment”. Si

sono sviluppate le sue notevoli qualità poi espresse sul divano dello studio – salotto di Castellitto. Andiamo ora alla scoperta di questo astro nascente dello spettacolo italiano.

La passione per lo spettacolo: come e quando è nata? È nata da me, nel senso che nella mia famiglia nessuno era già dentro a questo mondo. Le mie prime esperienze sul palco risalgono all’età di otto anni, quando cantavo in una compagnia amatoriale. Fu già allora che, osservando gli attori più grandi, iniziai a coltivare il sogno di fare della recitazione una professione. E per seguire questa ambizione ti sei iscritta all’Accademia Teatrale “Lorenzo Da Ponte” di Vittorio Veneto. Avevo dodici anni quando sono entrata nella scuola diretta da Edoardo Fainello. Devo moltissimo all’Accademia, grazie alla quale ho già preso parte a quattro show teatrali e mi sono potuta presentare alle selezioni di “In treatment” con una solida formazione. Riesci a conciliare la tua attività nel mondo dello


Cinque pazienti per 35 puntate La serie televisiva “In treatment”, prodotta dalla Wildside e diretta da Saverio Costanzo, è stata trasmessa in 35 episodi su Sky Cinema 1, a partire dal 1° aprile 2013, per sette settimane dal lunedì al venerdì. Protagonisti di tutte le puntate lo psicanalista Giovanni Mari (Sergio Castellitto) e i suoi pazienti, che si presentano ognuno in un diverso giorno della settimana per le sedute terapeutiche. Alice, il personaggio interpretato da Irene Casagrande, ha appuntamento da Giovanni ogni mercoledì per superare i seri problemi familiari, in particolare con sua madre, che l’avevano spinta addirittura a tentare il suicidio. Lunedì, martedì e giovedì entrano rispettivamente in scena Sara (Kasia Smutniak), Dario (Guido Caprino) e i coniugi Lea e Pietro (Barbara Bobulova e Alessandro Gian-

spettacolo con quella scolastica? Prima di “In treatment” sono riuscita a portare avanti entrambi gli impegni con disciplina e determinazione: ho frequentato il biennio al liceo classico “Flaminio” di Vittorio Veneto, per poi passare agli studi di scienze umane al “Pujati” di Sacile, il paese in cui vivo. I provini e il successivo ingresso nella serie televisiva di Sky Cinema, tuttavia, mi hanno imposto una presenza costante a Roma e, nonostante la deroga concessami dalla scuola, avrei ugualmente raggiunto un numero di assenze tale da rischiare di perdere l’anno. Non ho comunque voluto mollare gli studi, che ora sto proseguendo da privatista. Come ci si sente, a 16 anni, a passare lunghi periodi lontano da casa? Nel contesto di un’esperienza meravigliosa questo

per me è un po’ l’altro lato della medaglia. Certo, trovo molto stimolante una realtà delle dimensioni di Roma, ma sono anche molto legata sia al mio territorio che ai miei amici e non è facile staccarsi. È un sacrificio a cui sono più che disposta per fare carriera nel cinema. Raccontaci l’esperienza dei provini. E’ stata prima di tutto una grande scommessa, un’avventura che desideravo provare per capire cosa s i g n i f i c a prepararsi e partecipare a un provino. Ovviamente non pensavo che sarei riuscita a entrare nel cast, ma nel ricevere le chiamate per le sessioni successive ho via via iniziato a veder

nini), mentre il venerdì sarà lo stesso Giovanni, in crisi coniugale con la moglie Eleonora (Valeria Golino), a rivestire il ruolo di paziente, ricevendo la consulenza di Anna (Licia Maglietta). Gli altri personaggi che compaiono nella serie sono Irene e Sergio (Valeria Bruni Tedeschi e Pier Giorgio Bellocchio), genitori di Alice, e Vittorio (Rodolfo Bianchi), padre di Dario. “In treatment” è stato il primo prodotto televisivo ospite del Festival del Cinema “Una notte in Italia” di Tavolara: la sera dello scorso 21 luglio, infatti, è stato proiettato un montaggio delle prime cinque puntate nell’Arena dell’isola sarda. Davvero il modo migliore per festeggiare il decimo compleanno di Sky.

materializzarsi questa possibilità. Ti sei trovata così catapultata in un cast di altissimo livello, con “mostri sacri” come Sergio Castellitto, Barbara Boboulova, Licia Maglietta e Adriano Giannini, per citarne alcuni. Che relazione si è

creata fra te e loro e con chi hai raggiunto maggior confidenza? Sono entrata giocoforza in gran confidenza con Alba Rohrwacher, che mi ha seguito come tutor prima dell’inizio delle riprese per studiare il personaggio che avrei dovuto interpretare.


Un’emozione grandissima è stata poi il primo impatto con Sergio Castellitto. Lui tuttavia, da grande professionista, mi ha messo subito a mio agio e assieme abbiamo lavorato davvero bene. Che atmosfera si respirava durante le riprese? L’atmosfera era molto accogliente e raccolta, dal momento che tutte le scene sono state girate nello stesso studio. Tutti i membri del cast e della troupe si sentivano parte di un’unica grande famiglia. E questo ha rappresentato per me un’enorme fortuna. Quanta fama hai raggiunto grazie a “In treatment”? Molte persone che hanno visto la serie mi vengono a cercare sui social network, ma per fortuna posso ancora girare liberamente per strada (ride, ndr). Vivi la tua prima popolarità ancora come un gioco o ti sta portando delle pressioni? Nel complesso la sto vivendo piuttosto serenamente anche se, essendo ora di-

ventata concreta la possibilità di avviarmi a una carriera di attrice professionista, sono sorte in me le prime preoccupazioni su cosa devo fare, a cosa devo rinunciare e a quali rischi potrei andare incontro per seguire questa strada. Il rapporto con i tuoi amici è cambiato? Per fortuna no. Loro sono felicissimi per i miei traguardi e ogni tanto scherzano sul fatto di conoscere una piccola star del cinema. Io però mi sento come una normalissima ragazza della mia età, con i suoi sogni e le sue incertezze. Come si fa a entrare così profondamente in un personaggio come sei riuscita tu? Prima di tutto ci vogliono delle basi teoriche molto consistenti, che ho fatto mie in frequentando in questi anni l’Accademia “Da Ponte”. E poi, soprattutto, bisogna affezionarsi completamente al tuo personaggio, requisito essenziale per riuscire ad analizzarne ogni singola battuta e movimento. In questo senso ho ricevuto una grossa mano dagli studi di psicologia a scuola: una materia che mi ha subito appassionato e che mi ha spinto a questa analisi così dettagliata. Se fossi una psicanalista cosa diresti di Alice? Direi che il suo atteggiarsi a persona forte è volto a nascondere le fragilità che invece fanno parte del suo carattere. Alice è aspramente in conflitto con sua madre, ma non la vedo come una ragazza diversa dalle altre solo perché è coinvolta in sedute di psicoanalisi. D’altronde ogni adolescente ha i suoi

problemi d a risolvere, grandi o piccoli c h e siano. Che idea ti sei f a t t a della psicoanalisi e come ci si sente, seppur non sotto le proprie spoglie, a essere psicoanalizzati? Trovo la psicoanalisi interessante ma non la sceglierei mai come oggetto del mio mestiere: non mi vedrei proprio ad ascoltare i problemi delle persone da mattina a sera. Anche il ruolo del paziente non è per nulla semplice. Penso sia anche un atto di grande coraggio l’esporre completamente il proprio “io” interiore a una persona estranea. Che riscontri ha avuto, dal tuo punto di vista, questa prima serie di “In treatment”? Credo che il punto di forza principale, che ha permesso di raggiungere degli ottimi indici d’ascolto, si possa rintracciare nell’impostazione della serie, postasi come un vero e proprio viaggio nell’anima dei pazienti. Altissima, inoltre, la qualità dell’intera produzione e impressionante il livello

della fotografia. Cosa ti aspetta nel futuro a breve termine? Con l’Accademia ho dei progetti teatrali per il momento ancora in sospeso, mentre avrò la fortuna di tornare sul set in un’altra serie televisiva di Sky, intitolata “1992” e che parla di Tangentopoli. Questa volta sarò la figlia del personaggio interpretato nientemeno che da Stefano Accorsi. Solo a pensarci mi vengono i brividi... A bruciapelo: teatro o cinema? Non mi sento di esprimere una preferenza tra due mondi a mio avviso incomparabili: se da un lato il teatro è stato il mio primo amore nonché il mio trampolino di lancio, il cinema rappresenta una mia grandissima aspirazione.


“Cinemaindipendente”, con i soldi in tasca si è più liberi Giulio Tarantino, Francesco Colombati e Massimiliano Melis, tre registi indipendenti raccontano quanto sia difficile oggi in Italia onorare la settima arte Con i tagli al tax credit, previsti 2500 lavoratori in meno Valerio Lo Muzio

G

iulio, Francesco e Massimiliano sono tre giovani registi indipendenti che gravitano nella scena del cinema bolognese, sono personalità completamente diverse, ma condividono un sogno, quello di affermarsi definitivamente nel mondo del cinema. Tutti e tre lanciano un disperato grido di allarme: il cinema indipendente è in crisi. “Mi sono rotto il cazzo di vivere a Bologna e mi fa schifo l’Italia, ecco

perché ora vivo a Berlino” a dirlo è Giulio Tarantino, 33 anni nato a Torino ma cresciuto a Biella, di professione regista. Giulio è uno dei tanti cervelli in fuga dal nostro paese, dice di essere scappato perché: “in Italia vogliono che lavori efficientemente,

ma quando poi devi essere pagato, spariscono nel nulla e non ti rispondono al telefono. In Germania avverto un’influenza creativa positiva che per un’artista è fondamentale, certo anche qua è difficile, però almeno hanno la cultura del lavoro e soprattutto pagano.” Non la pensa diversamente Francesco Colombati 32 anni, bolognese doc: “La situazione nel cinema indipendente bolognese non è delle migliori, in Italia soprattutto si fanno troppi cinepanettoni. Di cinema indipendente, per fortuna se ne fa tanto, vorremmo solo maggiore visibilità”. “Il problema dei registi indipendenti è che molto spesso vogliono affrontare delle tematiche per le quali servirebbe un grosso budget” ammette Massimiliano Melis, 36 anni di Quartu Sant’Elena in provincia di Cagliari . “Un bravo indipendente deve riuscire ad ottenere i risultati di un professionista pur non avendo gli stessi mezzi” rivela il regista sardo. Fare cinema senza grosse cifre è l’ arte dell’arrangiarsi, ci vuole fantasia e Massimiliano lo sa: “E’ normale che un’indipendente non possa puntare a fare un kolossal di fantascienza senza budget , ma deve cercare di fare film sull’impronta del neorealismo, più facili da realizzare”. Giulio Tarantino, con un cognome così ingombrante, si avvicina al mon-

do del cinema quasi per caso, si trova su un set ed inizia a lavorare come video assistant. Successivamente per scampare alla leva obbligatoria, si iscrive al Dams di Torino, ma si laurea a Bologna con una tesi sulla scrittura della sceneggiatura. “L’università l’ho

Ne “L’ultimo Libro” volevo discostarmi dal cinema italiano con un’atmosfera alla Gus Van Sant finita a 26 anni, non ho mai avuto voglia di studiare anche perché mi piaceva apprendere le nozioni del mestiere direttamente sul set, così molte volte mi presentavo impreparato agli esami e facevo ai professori domande tecniche sul cinema e loro non sapevano rispondere, si imbarazzavano perché sono un branco di capre, allora mi mandavano via, magari non con un bellissimo voto”. Nel 2006 con il fatidico “pezzo di carta mi sono sentito pronto per fare dei lavori miei” così realizza alcuni videoclip musicali “un mezzo fallimento anche perché le prime cose non sono mai facili”. Produce successivamente un promo dal titolo “Momenti no”, girato tra Biella e


Bologna “è stato un test, volevo mettermi alla prova con una troupe di 15 persone”. Finalmente arriva il suo primo lungometraggio, “L’ultimo libro” girato con 4.000 euro “è un film drammatico nel quale ho cercato di dare un’atmosfera molto nordeuropea, alla Gus Van Sant, con un uso intelligente del silenzio, volevo discostarmi dal cinema italiano, anche se poi non ci sono riuscito”. L’Ultimo libro è la storia di uno scrittore che vive il fatidico blocco creativo, il suo agente lo pressa per la pubblicazione del libro. Il protagonista soffre di parecchi mal di testa che lo portano ad avere delle visioni, in realtà è un tumore al cervello. Lo scrittore si trova di fronte ad un bivio: scrivere il libro anche a costo di morire o farsi curare. Sceglierà il sacrificio ideologico, rifiutando le cure e isolandosi per continuare a scrivere. “Sono in contatto con un distributore di Londra, vediamo che ne uscirà fuori” . Il sogno di Giulio si chiama ‘Matrioska’ “è la miglior sceneggiatura che abbia mai scritto, ma non me la sento di girarla con un budget basso”. ‘Matrioska’ ci rivela “ha un plot drammatico, e come la bambola russa è una storia dentro l’altra è metacinema”. Francesco Colombati invece, ha imparato i segreti del mestiere da un grande maestro del cinema nostrano: “La mia passione per il cinema nasce 15 anni fa, quando diciassettenne mi sono trovato quasi per caso sul set di Pupi Avati come assistente volontario alla regia nel film ‘La via degli Angeli’, esperienza che ho ripetuto anche ne ‘I cavalieri che fecero l’impresa’ e ne ‘La rivincita di Natale’”. Nato come attore, Francesco ha frequentato la scuola dell’indimenticata Beatrice Bracco, per poi cimentarsi dietro la macchina da presa. Il suo debutto da regista è stato nel 2005 con ‘Soli’, un cortometraggio di 15 minuti, che “affrontava la tematica dell’omosessualità vissuta da un ragazzo nell’Italia di quell’anno. Un film che ha avuto anche abbastanza successo oltre che critiche differenti”. Successivi sono: ‘Sogno in un campo di grano’ che è di fatto “un omaggio al cinema di Fellini e alla figura femminile, come la concepiva il maestro, ossia una donna prosperosa”. Il giovane regista bolognese si è cimentato ultimamente anche con l’horror, ’La città ci guarda’, un corto in bianco e nero”. Colombati mette la città felsinea al centro delle sue opere , sarà così anche per il prossimo lavoro, un documentario: “Sarà un omaggio a Bologna,

ovvero la città vista dagli artisti, bolognesi o comunque in qualche modo legati a questa città. E’ un progetto molto ambizioso, forse è un po’ come la Recherche di Proust, non so se mai riuscirò a portarlo a termine, per il momento ho intervistato più di 30 artisti”. Bologna è anche il centro del lavoro del regista sardo Massimiliano Melis: “Il mio percorso nasce a Bologna, una

città che mi sta molto a cuore e che mi ha ospitato. Ho iniziato con l’accademia Galante Garrone, nasco quindi come attore, dopodiché mi sono appassionato alla regia, forse è l’amore per la comunicazione, soprattutto audiovisiva”. Massimiliano rivela di aver “lavorato per Rai 3, ma poi ho preferito staccarmi da quelle che sono le case di produzione, troppo regolamentate dal gusto del pubblico, dalle

“Sogno in un campo di grano” è un omaggio a Fellini e alla figura della donna leggi e dalla politica, buttandomi su quello che è la sperimentazione e la video arte”. Il salto nel cinema sperimentale avviene proprio nel periodo di passaggio dall’analogico al digitale “è stata una grande opportunità crescere in quel periodo storico perché ci trovavamo ad avere una grande conoscenza del linguaggio analogico, e abbiamo trovato in queste minitv digital8 un modo molto economico per girare film, lavorando in post produzione con il computer. C’era quindi la possibilità di confezionare un film di-

stribuirlo ed essere competitivo e io ho preferito più puntare verso l’estero discostandomi dal mercato italiano”. Ed’è proprio all’estero che Massimiliano si è proposto più volte, partecipando a al festival di Oberhausen in Germania - “ Ho presentato dei corti anche a Los Angeles, ma Bologna continua ad essere il mio luogo preferito, ho sempre cercato di portare questa città all’estero, è un piccola città metropolitana esempio di civiltà e arte”. Quando gli chiediamo dei suoi lavori, Massimiliano preferisce soprassedere, è un uomo che dice di guardare al futuro più che al passato, ma ci cita tra le sue realizzazioni ‘Trone Mode’, un film sperimentale girato a Bologna dove dice di essersi divertito a testare alcune tecniche di invecchiamento. “Il film che più ha avuto successo all’estero, soprattutto in Germania è stato ‘Nach’, un corto sottotitolato in inglese”, spiega Melis. Quegli occhi scuri di chi è nato in riva al mare si illuminano quando si parla del futuro e Massimiliano ci rivela che “sta lavorando a un lungometraggio, completamente autofinanziato, è un film demenziale, infatti si chiama ‘DeMentis Torrent’, è un film su tre livelli, come la bambola russa. Mi sono posto una grande sfida: portare il surrealismo del demenziale sul livello della regia e del reparto tecnico, sfidando regole che sono dei dogmi della regia, ci saranno dunque fuori fuoco, scavalcamenti di campo”. Il cinema italiano in questo momento è un cavallo claudicante, a dargli il colpo di grazia potrebbe essere il governo italiano, con l’approvazione del discusso decreto legge detto ‘del fare’, che di fatto prevede un taglio di oltre il 50% per il tax credit, ovvero gli incentivi fiscali alle produzioni cinematografiche. Una vera e propria mazzata tra capo e collo per i produttori, che porterebbe alla perdita di oltre 2.500 posti di lavoro. I dati dell’Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e multimediali) relativi al 2011, raccontano di uno scenario contrastante, in Italia infatti, sono stati prodotti 155 film di cui 132 con un capitale 100% italiano. Per queste pellicole si parla di un investimento totale di 333 milioni di euro se consideriamo anche le coproduzioni. Sono cifre importanti, che ci documentano come nonostante i tagli effettuati ai


danni della settima arte il cinema made in Italy comunque sopravviva. Segnali di vita con un piccolo incremento: nel 2010, infatti, i film prodotti con un capitale interamente italiano erano stati 115, meno rispetto al 2011, ma più dei 97 prodotti nel 2009: quindi un trend che nell’ultimo triennio segna un aumento, almeno per quanto riguarda la produzione. L’investimento medio per un film nel 2011 è stato di 1,96 milioni di euro. Tutto ciò testimonia come oggi il cinema sia un grosso budget, secondo i dati Inps (ex Enpals Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo e dello Sport Professionistico) : nel 2011 in Italia erano 4.228 le attività di impresa attive e regolarmente registrate nel mondo del cinema di cui 208 nella sede di Bologna, in questo caso con un calo, dato che nel 2009 le imprese erano 234. Numeri a parte, la vita del regista indipendente è molto difficile e Tarantino lo sa: “E’ dura sbarcare il lunario, con la crisi ci sono pochi produttori disposti a investire e poi devi avere un nome. Quindi se hai le attrezzature le noleggi per rimediare qualche soldo, o fai il video maker per videoclip musicali. Conosco registi che per autoprodursi organizzano feste e raccolgono soldi con collette, oppure vanno a bussar cassa ad amici e conoscenti”. Tarantino racconta di uno scenario deprimente: “In Italia siamo convinti che indipendente significhi low budget o addirittura zero budget, ma non è cosi basta vedere in America, lì chi fa il cinema indipendente ha a disposizione cifre incredibili. Per me un’artista è indipendente quando la sua libertà non è vincolata da una major, ma la libertà artistica è data dal budget. Se non hai soldi devi ingegnarti,

io ad esempio scelgo spesso il genere drammatico perché non ha bisogno di grossi effetti speciali. E’ un sistema che non va, la gente non compra più i film e va pochissimo al cinema. Dagli anni 50 la distribuzione italiana è cambiata, una volta i film italiani venivano esportati all’estero, oggi invece non è più così. Anche internet era un bella opportunità, ora è pieno di blog, pieno di gente che si improvvisa, sono tutti diventati videomakers.”

Il web è la nuova frontiera, ti permette di distribuire gratuitamente i tuoi lavori Però senza soldi non si può far nulla, il giovane regista torinese lo ammette: “Io sono pro soldi e pro guadagni, l’arte può essere fatta anche coi soldi, anzi se un’artista dispone di un buon budget è una cosa che lo gratifica e gli permette di lavorare a cuor leggero. Avevo un’agremeent scritto da parte di Michael Madsen ero d’accordo col suo agente per una settimana avrebbe preso una cifra da cinema indipendente ma poi non se n’è fatto più nulla. Per fare un film almeno 1 milione di euro li devi spendere e oggi giorno se non hai un nome come non c’è l’ho io è difficile trovare un produttore che ti dice ‘ok, pronti, partiamo’. In genere i produttori ti dicono sì e poi spariscono nel nulla, si dissolvono come la nebbia. La situazione è difficile perché la bolla è scoppiata.” “Io mi autoproduco, ci vuole un grande amore per il cinema”, dichiara Francesco Colombati, sono contrario a caricare su youtube i propri lavori, significa quasi buttarli, ma internet ha una grande potenzialità, bisognerebbe pagare per scaricare i film, magari anche poco, tipo 1 euro. Il cinema indipendente lascia all’artista spazio libero per esprimere totalmente dei contenuti che magari con una Major non potresti affrontare, ci vogliono però anche dei limiti perché bisogna avere rispetto dello spettatore.

Nel complesso il cinema indipendente è libertà, non c’è dietro il film costruito a tavolino, ovviamente manca una grande distribuzione”, ammette sconsolato il giovane bolognese. Di parere diverso invece è Massimiliano Melis: “Il web è la nuova frontiera, può essere un’ottima opportunità, in quanto ti permette di distribuire gratuitamente i tuoi lavori con le varie piattaforme come vimeo e youtube. Il bello di internet è che posso caricare un lungometraggio su tutte le piattaforme e poi distribuirlo mediante i social network, quindi è un modo di abbattere le frontiere. Caricare un proprio lavoro su internet gratuitamente ti permette di ottenere dei guadagni che non sono immediati, ma più a lungo termine, come ad esempio gli introiti pubblicitari. E’come se il biglietto in qualche modo venisse pagato dal pubblico. Anche il regista Pupi Avati, uno che è partito dal cinema indipendente per poi raggiungere le vette più alte del cinema di casa nostra, ammette che “è Il cinema in generale ad essere in crisi, non solo il cinema indipendente, lo vedo dai miei figli, che erano consumatori voraci di cinema, oggi non ci vanno più, i film li scaricano da internet.” Avati e famigiia vivono da anni a Roma. Pe quel che riguarda L’Emilia Romagna le cose vanno un po’ meglio, secondo i dati Anica, è una delle regioni più servite da sale cinematografiche, infatti se analizziamo la densità degli schermi (numero di abitanti per schermo) al primo posto con 10.436 troviamo le Marche, al secondo con 13.87 il Lazio e al terzo posto l’Emilia Romagna con 14.206, fanalino di coda di questa classifica è la Calabria con 57.468 preceduta dalla Basilicata con 41.966 E’ interessante notare come nelle regioni del Sud la quota di mercato dei film italiani sia superiore alla media nazionale, mentre nel settentrione il cinema italiano riscuote meno successo. Se analizziamo le presenze nelle sale, si evince che il film italiano va forte in Basilicata, Molise, Calabria, Puglia, Sicilia, Abruzzo e Campania, mentre l’Emilia Romagna si pone quasi all’estremo di questo grafico con un 32,5 per cento. E’ ovvio che l’avvento di internet e dei programmi di peer to peer ha stroncato definitivamente un mercato che era di per se già agonizzante, ad ammetterlo è persino Pupi Avati che rivela :” mio figlio è stato il primo scaricatore di film di Roma ed’è figlio di un regista e nipote di un produttore. Lo fa senza alcun senso di colpa, io non sono riuscito a fargli capire che sta rubando dal momento che scarica gratuitamente un film appena uscito, poi ha quarant’anni, non è mica un bambino”.


Gay Pride, l’orgoglio di essere se stessi Elisa Manici Tra il 15 e il 29 giugno un’onda colorata ha attraversato la penisola italiana: si sono svolti ben otto Pride LGBT (lesbico, gay, bisessuale, transgender, ndr), dal Veneto alla Sicilia, da Roma alla Sardegna, manifestazioni che hanno visto, complessivamente, la partecipazione di centinania di migliaia di persone. Perché? Tutto iniziò con l’orgoglio, che è il contrario della vergogna di sé, e del vivere fingendo di essere eterosessuali o asessuati: la notte del 28 giugno 1969, per la prima volta, al bar Stonewall Inn di New York un gruppo di persone si ribellò all’ennesima retata persecutoria della polizia. Questa è la data simbolica di inizio del movimento di liberazione omosessuale, ed è la giornata in cui, in tutto il mondo, si celebra l’orgoglio -perché questo significa pride- delle persone omosessuali e transessuali, e si chiedono al contempo pari diritti e dignità. In Italia la nascita simbolica del movimento LGBT è legata a un evento della cultura popolare: la prima manifestazione pubblica in favore delle persone omosessuali fu un volantinaggio davanti al Festival di Sanremo del 1972, capitanato da Mario Mieli, intellettuale, scrittore e attivista che fondò a Torino il Fuori!, il primo gruppo italiano per la liberazione omosessuale. Da allora sono passati più di quarant’anni, durante i quali il nostro Paese si è profondamente trasformato, ma, anche se la percezione sociale dell’omosessualità è cambiata in positivo, l’Italia è rimasta, insieme alla Grecia, l’unico Paese dell’Europa occidentale a non riconoscere alcun diritto alle persone non eterosessuali: né una legge sulle unioni, né una tutela contro gli atti di violenza omofoba, per non parlare degli argomenti tabù delle adozioni e della procreazione assistita. Gli italiani lesbiche, gay, bisessuali e transgender sono, a tutti gli effetti, cittadini di serie B: hanno, come tutti, una serie di doveri nei confronti del corpo sociale, a cui non corrispondono però, per la regola dei pesi e contrappesi su cui si basa la nostra Costituzione, diritti. Il cittadino omosessuale deve dare senza ricevere. Le associazioni, i collettivi, i singoli che hanno fatto coming out (dichiarare pubblicamente la propria omosessualità, ndr), e che si sono spesi per il loro diritto a esistere e ad essere felici innanzitutto, e per tutti gli altri diritti poi, sono riusciti a far capire alla maggioranza della popolazione

italiana che una persona non eterosessuale non ha la coda e i piedi palmati, non è un fenomeno da baraccone, non è per forza sessuomane, che i sentimenti, i desideri e le passioni degli esseri umani sono gli stessi comunque si declinino, e già questo è un primo risultato. Ma, giunti a metà anni ’90, alle prime richieste di unioni civili, si sono scontrati con la presenza del Vaticano, storicamente molto influente nelle vicende politiche italiane e che ancor oggi scomunica le persone LGBT che non rinneghino la loro natura, e con una classe politica che, pavida e condizionabile su tutto, su questo tema non fa eccezione. Inoltre, è sempre stata una battaglia legata in Italia alla sinistra, che quando è riuscita a governare non ha avuto né i numeri né la convinzione al suo interno per imporsi. Lo stesso Pd, che dovrebbe rappresentare una sinistra democratica e europeista, ha impiegato oltre due anni di dicsussione interna per prendere una posizione ufficiale a favore delle unioni civili secondo la formula adottata in Germania. In queste ore nel nostro disastrato parlamento in corso, pur se tra difficolt varie e ostruzionismi pentastellati, la discussione sul “decreto del fare, che contiene anche il disegno di legge contro l’omofobia. Un ddl amputato delle sue parti fondamentali gi prima dell’eventuale votazione, visto che, tra emendamenti, riscritture e mani messe avanti dal Pdl che ha provato a chiedere “una moratoria sui temi etici, contiene al momento solo un articolo che introduce i reati di omofobia e transfobia, senza alcuna aggravante. Senza, quindi, l’estensione dell’articolo 3 della legge Reale-Mancino del 1993, gi andata in votazione e affossata nel’autunno 2010, che prevede un’aggravante per reati motivati da “discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Nessuna legge sulle unioni o sul matrimonio civile all’orizzonte. Ancora omofobi a piede libero che possono picchiare e insultare restando, spesso, impuniti. Una popolazione che, impastata di paricolarismo morale, non ha ancora compreso che una nazione dove tutte e tutti hanno gli stessi diritti è una nazione più giusta e democratica in assoluto, e che pertanto i diritti LGBT non riguardano solo i diretti interessati. Per questo sono ancora necessari uno, dieci, cento Pride.

Quindici - 4° Numero  

4° Numero del Quindici - Periodico di approfondimento della scuola superiore di giornalismo di Bologna

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