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Quindici

Anno I - numero 3 dell’11 luglio 2013

Supplemento quindicinale de “La Stefani” - agenzia di informazione della Scuola superiore di giornalismo di Bologna

Abor ti a rischio

La verità su Ustica così vicina così lontana

Le interviste di Enzo Biagi ritornano su “Il Fatto”

In via Petroni battaglia all’ultima bottiglia

Texas Holdem mania L’irresistibile fascino della scommessa


Indice In questo numero 3- Ustica, verità più vicina ma restano ancora troppi silenzi 7- Texas Holdem: il poker che ha conquistato gli italiani 12- Aborto, obiezione di coscienza in aumento 14- Via Petroni, l’anno della discordia 16- Terra promessa per il lavoro? La Russia non è il paradiso 18- Il Fatto di Enzo Biagi, un pretesto per spiegare il mondo 20- Torna la Notte Rosa in Riviera

Direttore responsabile Giorgio Gazzotti Edizione a cura di Sergio Gessi In redazione Silvia De Santis Carla Falzone Alice Magnani Gerardo Muollo Riccardo Rimondi Angelo Russo

La Stefani- via T. Martelli 22/24 40136 Bologna (BO) tel 051 2091969 fax 051 2091967 redalastefani@gmail.com Testata registrata di proprietà dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia-Romagna Registrazione al Tribunale di Bologna n.5934 del 28/12/1990


Ustica, «Abbiamo scalfito il muro di gomma» Verità più vicina ma restano ancora troppi silenzi Dopo trentatré anni la strage resta ancora senza colpevoli. Ora gli Stati devono aprire i loro archivi. Le testimonianze e le battaglie di Daria Bonfietti, Andrea Purgatori, Rosario Priore ________ Silvia DeSantis

L

e incrinature della storia non restano sempre del tutto irri solte. Trentatré anni di odissea giudiziaria hanno portato al riconoscimento della responsabilità delle istituzioni italiane nella strage di Ustica. Non solo la sera dell’incidente lo Stato abdicò alla patria potestà nei confronti dei propri cittadini ma, negli anni seguenti, intrecciando un dedalo di silenzi, false piste, prove distrutte e parole a metà, fu anche abile stratega di un piano di sistematico occultamento della verità. Era il 27 giugno del 1980 quando l’aereo DC9 Itavia, decollato da Bologna alla volta di Palermo, sparì improvvisamente dalla vista dei radar mentre sorvolava le acque del Tirreno e s’inabissò nel braccio di mare tra l’isola di Ustica e Ponza. “Niente come il mare/ricopre di azzurro il silenzio” scriverà il poeta Gregorio Scalise, stigmatizzando la lunga reticenza da parte della Magistratura italiana a scandagliare quel “cimitero marino” dove “si nascondono galeoni e tesori”, rimasto silente nel-

le aule di giustizia per troppo tempo. Ma il 28 gennaio di quest’anno, una sentenza della terza sezione civile della Cassazione ha rotto in modo definitivo gli indugi giudiziari, confermando le decisioni del Tribunale civile di Palermo, che condannava il ministero dei Trasporti e quello della Difesa al pagamento di un risarcimento di circa 100 milioni di euro nei confronti dei familiari delle vittime del disastro aereo, per non aver salvaguardato la vita di ottantuno passeggeri inermi, il primo, per aver ostacolato in ogni modo il raggiungimento della verità, il secondo. La citazione in giudizio civile dei due ministeri da parte di tre famiglie delle vittime risale al 1990. La decisione della Corte Suprema ha ribadito la tesi elaborata dal giudiceRosario Priore già nella sentenza ordinanza del 1999 che concludeva l’istruttoria più lunga della storia del nostro Paese, secondo cui l’incidente al DC9 «è occorso a seguito di azione militare di intercettamento», ovvero l’abbattimento dell’aereo è stato provocato dalla collisione con un missi-

le. Sono trascorsi pochi giorni dal trentatreesimo anniversario della strage, «un anniversario particolare perché segue una sentenza che ha stabilito finalmente una verità giudiziaria». «Chiari sono i connotati di questa vicenda, chiari i responsabili della non verità e della mancanza di controllo dei nostri cieli». Siede sul divano nel suo appartamento al decimo piano, Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione parenti delle vittime di Ustica. L’intimità di casa non la sveste del suo aplomb, neppure quando si accenna al ricorso per revisione contro il risarcimento stabilito dalla Cassazione, in cantiere presso l’Avvocatura dello Stato, la cui notizia si era diffusa a Palazzo D’Accursio, con beffardo tempismo, proprio il giorno della commemorazione degli 81 civili chiamati quella sera di fine giugno ad un eroismo accidentale. «Pare sia stato un boomerang che è servito soltanto a noi per fare in modo che il Governo fosse tenuto, davanti a questa provocazione, a rispondere» – commenta compiaciuta.


«L’indignazione quel giorno era grande ed era ovvio che il Governo dovesse assumere una posizione. Quasi sicuramente Letta, eletto Presidente del Consiglio da appena due mesi, non era a conoscenza del lavoro svolto dall’avvocatura. Tuttavia, una volta messo al corrente, ha preso l’ottima decisione di dire che le sentenze si eseguono, malgrado l’opera dei legali di Stato; quindi, anche per motivi etici, si dovrà semplicemente eseguire questa sentenza. Non si sa se e quando risarciranno le tre famiglie, ma questo non ha più importanza. L’importante è che il Governo si sia schierato». Il premier Letta, infatti, aveva diramato, quarantotto ore dopo, una nota del Governo che smentiva la voce circolata la mattina del 27 giugno, escludendo l’eventuale impugnazione della sentenza di Cassazione sia per evitare lungaggini processuali, sia «per il dovuto rispetto alle vittime e ai loro familiari». La sentenza civile «ha stabilito che le cause dell’incidente sono da attribuire all’abbattimento dell’aereo da parte di un missile», spiega una delle penne più acute del giornalismo d’inchiesta degli ultimi quarant’anni. Andrea Purgatori ha fatto da ancella a questo noir italiano fin dagli esordi, quando il caso Ustica stava per essere archiviato come tragica fatalità – «perché purtroppo gli aerei cadono» per usare le parole di Daria Bonfietti. «Il fatto che sia stato riconosciuto un risarcimento ai familiari è un punto di partenza, anzi di ri-partenza molto importante, ciononostante il processo penale resta aperto, mancano ancora i responsabili dell’abbattimento del DC9». La vicenda di Ustica non è un capriccio della sorte, ma un sipario opaco dietro cui va in scena lo spettacolo del silenzio, orchestrato da settori degli apparati e dei vertici militari e politici che, negli anni immediatamente successivi alla strage, hanno impigrito il lavoro della Magistratura, colpevole talvolta di aver ceduto abulicamente al corso degli eventi. «I primi tempi dell’indagine, dal trasferimento dell’inchiesta a Roma fino alla fine del 1983, non produssero materiale rilevante e molte occasioni furono sprecate. Il pm Giorgio Santacroce, oggi primo presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per quattro anni non fece nulla», rac-

conta con acredine Daria Bonfietti. «Ci fu poi il passaggio del testimone al giudice istruttore Vittorio Bucarelli che nel 1984 nominò la prima commissione peritale formata da Imbimbo, Lecce, Migliacci ed altri tecnici. Lavorarono sui resti della coda dell’aereo, già ripescata dal mare e nel 1989, per la prima volta, comparve la parola “missile” su una perizia della Magistratura. Fino a quel momento l’Aeronautica italiana si era limitata

Il risarcimento ai familiari è un punto di ri-partenza, ma il processo penale resta aperto a parlare di cedimento strutturale dell’aereo». La débacle sulle ragioni dello schianto di quel velivolo bianco striato di rosso, di nome Itavia, sconfina con l’arrivo del pm Rosario Priore, che assume il comando delle indagini quando, nel 1990, Bucarelli decide di non proseguire oltre l’inchiesta su Ustica perché accusato da Giuliano Amato di non dire la verità. L’allora ex-sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – che Bucarelli querelerà per diffamazione – contestava al pm la mancata acquisizione nell’istruttoria di alcune foto scattate al relitto dalla marina statunitense nel 1986 e quindi antecedenti alle operazioni ufficiali di recupero del DC9, che risalgono al 1989. «Priore ordinò una seconda operazione di recupero della carcassa dell’aereo che giaceva negli abissi del Tirreno, a tremila metri di profondità. Interrogò poi gli alti ufficiali dell’aeronautica incriminandone tredici per falsa testimonianza, distruzione di atti e per aver depistato le indagini sulla strage. A quel punto i militari furono costretti a difendersi, anche se si era ancora in fase istruttoria. Poiché le perizie avevano sconfessato la versione dei fatti sostenuta fino a quel momento, cominciarono a parlare di una bomba che sarebbe esplosa a bordo. Continuarono a negare la verità e si ostinano a farlo ancora oggi onorevoli come Aurelio Misiti (presidente del Collegio internazionale dei periti su Ustica, ndr), Carlo Giovanardi, il ge-

nerale Vincenzo Ruggero Manca (vicepresidente della “Commissione parlamentare stragi e terrorismo” nella XIII legislatura, ndr). Ma oggi non ha più alcun senso». L’ipotesi del missile è solo un pertugio in una grande muraglia, ma lascia filtrare una complessa geometria politica che incrocia trasversalmente, oltre all’Italia, cinque paesi del Mediterraneo – Francia, Belgio, Inghilterra, Libia – e l’America di Carter, regista vigile e indiscreta dello scacchiere d’Europa. Tuttavia la conferma alle intuizioni di Priore arriva nel 2008 con le dichiarazioni del Presidente della Repubblica emerito Francesco Cossiga, che dà nuovo impulso all’inchiesta su Ustica. «Una volta conclusi i processi diretti da Priore a due generali dell’aeronautica e caduti in prescrizione i procedimenti a carico degli altri militari imputati, Cossiga – che nel 1980 era stato Presidente del Consiglio e da sempre appoggiava la tesi dell’Aeronautica militare – presentò una nuova verità; come dire “siete stati bravi, avete scoperto come sono andate le cose”. Parlò di un missile lanciato da un aereo della Marina militare francese per abbattere un velivolo su cui si sospettava viaggiasse il leader della Jamâhîriyya libica Gheddafi. Era un momento di grande tensione nel Mediterraneo, come sempre d’altronde». Sui cieli di Ustica inizia a delinearsi un intrigo internazionale, una riproduzione in scala minore dell’inconciliabile dicotomia tra occidente capitalista e oriente comunista, con l’Italia a metà del guado. «Nella ricostruzione di Cossiga, Giuseppe Santovito (direttore del Sismi dal 1978 al 1981, ndr) telefonò a Gheddafi per avvertirlo del pericolo e lui tornò indietro. Nei nostri servizi segreti, infatti, non c’erano solo i filoisraeliani o i filoccidentali, ma anche i filo-libici». Disse una volta il leader cinese Zhou

L’arte su Ustica Muro di gomma è la prima incursione cinematografica nella vicenda di Ustica. Diretto da Marco Risi, il film conta frra gli sceneggiatori il giornalista del «Corriere della Sera» Andrea Purgatori, che ha seguito il caso fin dai primi depistaggi. Nastro d’argento per il miglior soggetto e il Premio cinema per la pace nel 1993. I-TIGI. Racconto per Ustica è una ricostruzione della memoria, di-

ventata anche spettacolo, di Marco Paolini e Daniele del Giudice. Un tributo poetico alle vittime del disastro aereo è Che cosa volete sapere?, raccolta di poesie di Gregorio Scalise, illustrata da Flavio Favelli. Infine l’Installazione permanente dell’artista francese Christian Boltanski che, dal 2007, è esposta al Museo di Ustica di Bologna (vedi foto d’apertura).


En Lai – a proposito di Washington e di Mosca che si tenevano a braccetto, ma si guardavano di sottecchi – «dormono nello stesso letto, ma non fanno gli stessi sogni». In tempi di guerra fredda, anche il Belpaese, sposato con la Nato, strizzava l’occhio al suo vicino del mare Nostrum e concedeva al nemico di sorvolare i cieli della patria per raggiungere le basi di Banja Luka, nella ex–Jugoslavia, dove i suoi aerei facevano manutenzione. Lo diceva anche Andreotti che «l’Italia ha moglie americana e amante libica». «Gheddafi ha sempre sostenuto di essere la vittima designata di quella sera. Il 2 luglio del 1980, pochi giorni dopo l’incidente di Ustica, fece anche una cosa molto singolare: pubblicò sul-

mazzato Gheddafi? Trattandosi di terrorismo internazionale, non avrebbe-

l’Ora di Palermo un necrologio per i morti del DC9 Itavia. Come mai tanto interesse per le vittime di un aereo civile? Nessun magistrato ha mai indagato su questo, non ci sono stati occhi sufficientemente aperti o desiderosi di capire quello che era successo nei giorni immediatamente successivi, né da parte della Magistratura, né del Parlamento e del Governo. Questo è il grande limite della vicenda. Il tutto è potuto venir fuori solo quando una disgraziata come me, nel 1985, ha cercato di capire perché era morto suo fratello insieme ad altre 80 persone». Per l’impegno profuso nel far luce su quella tragica notte, Daria Bonfietti ha ricevuto, su iniziativa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il titolo di Cavaliere al Merito della Repubblica. Un riconoscimento a trent’anni di militanza democratica per scardinare colpevoli trinceramenti istituzionali. «Ciò che era indicibile non era tanto l’abbattimento del nostro aereo civile, di cui non importava niente a nessuno, quanto le finalità di quell’attacco, che non potevano essere rese note. Cosa avrebbero detto l’indomani la Francia, l’America o l’Italia se avessero abbattuto l’aereo libico e quindi am-

clarata. E’evidente oggi che il DC9 è stato tragicamente e accidentalmente coinvolto in un episodio di guerra aerea. Nessuno è mai stato rinviato a giudizio per strage, ma è certo che c’è stata una guerra di fatto, non dichiarata, un’operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese». Sono le parole limpide del magistrato Priore. «Colpevole è sicuramente chi era in servizio la notte in cui il DC9 Itavia fu abbattuto, ma fino a

“Un giudice non può mai dirsi soddisfatto, ma ci siamo messi su un’ottima strada” ro potuto rivendicare l’azione militare, pena scatenare la terza guerra mondiale, visto che i libici, in un mondo diviso in blocchi, erano nostri nemici e orbitavano nell’area russa». Sebbene, da un punto di vista penale, i processi abbiano ottenuto sinora un nulla di fatto, «la verità è ormai ac-

Purtroppo nessuno si è mai alterato troppo in passato per le risposte indecenti alle nostre rogatorie da parte

di Francia e Stati Uniti quando la Francia non darà il via ad una sorta di sequestro militare, rispondendo in maniera approfondita alle rogatorie italiane, non avremo mai i nomi degli esecutori materiali». Uno dei nodi che restano da sciogliere è stabilire la nazionalità del missile che colpì fatalmente il velivolo. Quella sera il Mediterraneo era mol-

to frequentato, sia in cielo che in mare. «Nei pressi di Ustica c’era una portaerei, che poteva appartenere solo a tre Paesi: bisogna capire se fosse americana, francese o inglese, non si scappa da queste tre alternative», spiega Andrea Purgatori tracciando l’attuale agenda della Magistratura. «La Francia ha risposto in momenti diversi alle richieste della giustizia italiana affermando, in un primo tempo, che il giorno della tragedia le attività di volo alla base di Solenzara, in Corsica, erano terminate alle 17.30; poi ha iniziato a collaborare, fornendoci le mappe con la posizione delle loro navi di guerra, la Foch e la Clemenceau, entrambe lontane da Ustica. Oggi invece, i magistrati della Procura che indagano sul caso, attendono di interrogare gli avieri di Solenzara per verificare se la prima versione dataci dai francesi sia attendibile, e capire se eventualmente hanno qualcosa da dire su quello che è successo quella sera, anche se non credo ci si possa fare molte illusioni», constata il giornalista. Sulla riluttanza estera a collaborare con l’Italia, Daria Bonfietti è tranchante: «Purtroppo nessuno, oltre a noi dell’Associazione e ai magistrati, si è mai alterato troppo in passato per le risposte indecenti alle nostre rogatorie sia da parte della Francia, sia da parte degli Stati Uniti quando fu ritrovato nella fossa del Tirreno, assieme al relitto dell’aereo, un serbatoio della McDonnel Douglas con relativa matricola. In quell’occasione l’America si giustificò dicendo che avevano perso il file e non sapevano motivare perché il serbatoio si trovasse lì». Altri Paesi invece hanno opposto alle rogatorie internazionali un muro di silenzio. «La Libia non ha mai risposto; soprattutto, dopo la morte di Gheddafi, non si capisce più chi dovrebbe rispondere. Il Belgio non intende esprimersi sulla storia di Ustica anche per questioni di sicurezza nazionale» conclude Purgatori. Eppure un anno fa, trentatré parlamentari hanno fatto un’interrogazione al Consiglio Europeo per verificare se la decisione dei Paesi Membri di non dare risposte e assistenza alle autorità giudiziarie italiane non violi il principio di principio di collaborazione leale tra i paesi dell’Unione europea sancita nei trattati. «La risposta della presidentessa della Commissione per le petizioni del Parlamento europeo è stata che avrebbero tanto voluto aiutarci, ma non era possibile perché l’Italia non aveva ratificato un trattato di collaborazione penale e giudiziaria del 2000. Di conseguenza non potevamo chiedere conto a nessun Paese europeo», racconta amaramente Daria Bonfietti. «Per questo motivo, anche nell’anniversario di quest’anno, abbiamo chiesto al Parlamen-


to italiano di mettere all’ordine del giorno la sottoscrizione di questa convenzione e di votarla. È molto importante non solo per Ustica, ma anche in vista di future collaborazioni giudiziarie». I rapporti di forza tra gli Stati che guidano sottotraccia la politica diventano più evidenti in episodi complessi, come questo. «Quando molti attori compongono la scena e le responsabilità di una vicenda oltrepassano i confini nazionali, l’emergere della verità è determinato inevitabilmente dal peso degli Stati. È l’influenza esercitata dal Ministero degli esteri a fare la differenza». Un attestato di realismo politico arriva dal magistrato Priore. «Un giudice non può mai dirsi soddisfatto, ma ci siamo messi su un’ottima strada. A breve arriveremo a una verità più completa, anche se sono ancora molti gli ostacoli che insidiano il cammino. Ci vuole più coraggio e più forza da parte delle istituzioni per imporsi sulla scena europea, invece il peso politico del nostro Paese crolla a vista d’occhio». Daria Bonfietti incalza: «Noi Italiani quando con l’America abbiamo preteso qualcosa da un altro Paese – ad esempio la consegna degli autori dell’attentato di Lockerbie da parte di Gheddafi – abbiamo disposto l’embargo nei confronti della Libia fino a quando non ha ceduto alle nostre richieste. Ragionando per assurdo e volendo estremizzare, abbiamo la forza – in quanto Italia – di porre un aut-aut alla Francia, minacciando un embargo nel caso in cui non ci consegnassero i colpevoli di Ustica? È questo il potere politico cui fa riferimento il dottor Priore, e che probabilmente noi non abbiamo: la capacità di porci in antagonismo ed imporci sia all’America che alla Francia». Trent’anni fa, insieme agli altri familiari delle vittime, Daria Bonfietti ha sublimato il dolore e l’annichilimento lasciati da un lutto senza spiegazioni, in una battaglia per la cittadinanza, perché fosse riconosciuto loro e agli italiani, il diritto di sapere cosa accadde quel maledetto 27 giugno. «Con gli strumenti della democrazia, abbiamo scalfito un muro di gomma». In queste parole, l’orgoglio rinfrancato dagli ultimi sviluppi positivi dell’iter giudiziario. «Andrea Purgatori ci ha insegnato che bisognava scalfirlo e abbiamo provato a farlo. Mancano ancora delle tessere per completare il mosaico ma, se non ci riusciremo noi a terminare l’opera, lo farete voi, a cui passiamo il testimone sperando che abbiate dei valori e dei principi importanti sui quali spendervi.

Ustica in pillole 27 giugno 1980: ore 20.59. Scompare dai radar l’aereo DC9 Itavia, decollato con due ore di ritardo dall’aeroporto di Bologna Guglielmo Marconi e diretto a Palermo Punta Raisi. L’ultima intercettazione dei radar è sul mar Tirreno, a nord dell’isola di Ustica, nel Punto Condor. 28 giugno 1980: la Marina Militare recupera alcuni corpi riaffiorati dal Tirreno: sono solo 39 su 81. Alla redazione del Corriere della Sera giunge una telefonata anonima a nome dei Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), poi smentita e classificata come depistaggio. 2 Luglio 1980: il consolato libico pubblica sull’Ora di Palermo un necrologio per le vittime della “sciagura aerea di Ustica”. 3 luglio 1980: la Procura di Roma apre un fascicolo sul disastro aereo affidato al pm Giorgio Santacroce. 18 luglio 1980: sulla Sila, in Calabria, sono rinvenuti i resti di un Mig libico. Il cadavere del pilota, in avanzato stato di decomposizione, lascia supporre che l’aereo sia caduto almeno venti giorni prima. 10 gennaio 1984: il pm Santacroce formalizza l’inchiesta. L’incidente diventa “strage aviatoria”. In questa fase non vengono disposte perizie tecniche. 21 novembre 1984: il giudice istruttore Vittorio Bucarelli che da qualche mese affianca il pm Santacroce, nomina una commissione peritale, coordinata dal professor Blasi. 31 marzo 1987: il maresciallo dell’aeronautica Mario Alberto Dettori - che la sera dell’incidente era controllore di difesa aerea al radar di Poggio Ballone - viene ritrovato impiccato. Pochi giorni dopo il disastro aereo si era confidato alla cognata dicendo “Sai, l’aereo di Ustica, c’è di mezzo Gheddafi. È successo un casino, qui fanno scoppiare una guerra”. Per gli inquirenti potrebbe esserci un collegamento tra la caduta del DC9 e del Mig sulla Sila. 28 agosto 1988: durante uno spettacolo acrobatico alla base aerea di Ramstein perdono la vita, scontrandosi in volo, Mario Naldini e Ivo Nutarelli, due ufficiali dell’aeronautica. La sera del 27 giugno, in volo su due F-104, avevano lanciato per tre volte un segnale d’emergenza aerea. 5 gennaio 1990: Gheddafi afferma che il giorno del disastro il suo aereo era diretto in Jugoslavia per manutenzione ma lui non era a bordo; gli Usa, nel tentativo di abbatterlo, avrebbero colpito prima il DC9 e poi il mig libico. 17 luglio 1990: il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giuliano Amato accusa il giudice Bucarelli di non aver acquisito come fonti di prova alcune foto del relitto scattate dalla Marina americana prima che i resti dell’aereo fossero recuperati. Il magistrato lo querela e abbandona l’inchiesta. 23 luglio 1990: gli dà il cambio il giudice istruttore Rosario Priore che nomina un altro collegio di periti sotto la guida del professor Aurelio Misiti. 15 gennaio 1992: il giudice Priore incrimina 13 alti ufficiali dell’Aeronautica accusandoli di aver depistato le indagini. 29 giugno 1994: i periti dell’Aeronautica inquisiti sostengono che il DC9 sia esploso in volo per una bomba. 31 agosto 1999: il giudice Rosario Priore rinvia a giudizio i generali Bartolucci, Tascio, Melillo e Ferri ed altri 5 ufficiali per attentato contro gli organi costituzionali con l’aggravante di alto tradimento, mentre dichiara di non doversi procedere per strage perché ignoti gli autori del teatro. 1 dicembre 2000: la Corte d’Assise di Roma dichiara nulle le richieste del Giudice Istruttore Rosario Priore. 30 aprile 2004: si chiude il processo sui presunti depistaggi: la Corte d’Assise di Roma assolve da tutte le accuse i generali dell’Aeronautica imputati. 25 gennaio 2007: il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga rivela il coinvolgimento della Francia nella vicenda di Ustica ai microfoni di Sky. 21 giugno 2008: i pm di Roma Maria Monteleone e Erminio Amelio riaprono il caso Ustica dopo aver sentito come testimoni Cossiga e Giuliano Amato, ai tempi sottosegretario alla presidenza del Consiglio. 27 giugno 2013: il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano afferma «La memoria di quella tragica notte e delle innocenti vittime del disastro richiama il dovere di tutte le istituzioni di sostenere le indagini tuttora in corso per accertare responsabilità – nazionali ed internazionali – rimaste coperte da inquietanti opacità e ombre». 28 gennaio 2013: la Terza sezione civile della Corte di Cassazione condanna i ministeri dei Trasporti e della Difesa ad un risarcimento di quasi 100 milioni di euro per i familiari di tre passeggeri del volo Itavia.

Oggi c’è ancora qualcuno – come qualcuno e pochi altri eravamo anche allora – che porta avanti certe battaglie; si tratta sempre di minoranze, destinate a volte a diventare maggioranze nell’opinione pubblica, nel modo

di sentire, nel modo di imporre delle linee. Speriamo possa andare così».


Tutti pazzi per il Texas Holdem Il poker che ha conquistato gli italiani Tra licenze che non arrivano e circoli sotto sequestro Gli appassionati continuano a giocare

Gerardo Muollo Angelo Russo

T

re milioni di appassionati, seicento sale da gioco sparse in tutta Italia, un giro d’affari da oltre duecentocinquanta milioni di euro. Sono i numeri del Poker Texas Holdem giocato live nel nostro Paese. La storia del «Poker alla texana» inizia circa quarant’anni fa, quando un gruppo di giocatori americani tra cui il mitico Doyle Brunson, una leggenda per chi ama questo sport, lo portano nei Casinò di Las Vegas. La location accattivante del Bellagio, nei primi anni Novanta, permette a tanti giocatori amatoriali di provare l’ebbrezza del tavolo verde e ai professionisti di aumentare i guadagni. In pochi anni, il Texas si trasforma: da fenomeno di nicchia, diventa il gioco di poker più diffuso al mondo. Nel vecchio continente arriva nei primi anni Duemila, quando nascono le prime poker rooms online. In Italia vede,

nel giro di poco tempo, una crescita esponenziale. Nel 2006 il Casinò di Sanremo ospita il primo torneo ufficiale di Texas Holdem. Nel 2010, su idea del noto giornalista Fabio Caressa, nasce PokerItalia24, un canale televisivo visibile in chiaro, che trasmette tutto il giorno tornei di Poker texano. La legge italiana non permette, al di fuori dei quattro casinò presenti in Italia, di organizzare tornei di Texas Holdem dal vivo senza una concessione rilasciata da Aams (Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato). Secondo l’articolo 24 della Legge comunitaria 88/2009 gli stati devono indire un bando per l’assegnazione delle licenze per il gioco live. Questo regolamento non è mai stato attuato dallo Stato italiano. Secondo la giurisprudenza consolidata del Consiglio di Stato e dei tribunali regionali (Tar), i titolari dei club privati in cui i giocatori si sfidano a colpi di fishes, commettono un illecito amministrativo. La magistratura penale sembra invece restia a rav-

visare il reato di gioco d’azzardo (art. 718 del codice penale) per gli organizzatori dei tavoli verdi che allietano le serate dei pokeristi italiani. Questo avviene grazie al dietrofront della Corte di Cassazione, che con la sentenza n. 43679/ 2011, riconosce per la prima volta la natura di gioco di abilità del Poker texano. Questo significa che organizzare tornei di questa disciplina non costituisce reato. La Suprema Corte ha comunque fissato alcuni paletti. In primo luogo deve essere prevista una quota d’iscrizione fissa (buy-in), che di solito varia da dieci fino a un massimo di cinquanta euro. Rimane fuori legge il rebuy o rientro, cioè la possibilità per il giocatore eliminato di rientrare in gioco, pagando di nuovo la somma stabilita per partecipare al torneo. Ma sopratutto, continuano ad essere “bische illegali”, quei circoli in cui si gioca cash game, cioè con denaro contante e con rilanci illimitati. In questo caso i players che si siedono al tavolo non hanno la minima idea di

quanto possono perdere, proprio come nei veri casinò. Se sono rispettate le condizioni fissate dai giudici di Piazza Cavour, organizzare tornei di poker texano non costituisce gioco d’azzardo, ma attività sportiva regolamentata dall’articolo 38 della legge n. 248/2006, come tutti gli altri giochi di carte con vincite in denaro. Nel corso degli anni, coloro che hanno deciso di investire su questa attività, sono stati oggetto di una crociata violenta che ha portato molti di loro a chiudere i battenti. Si ricorda l’impegno dell’allora Ministro degli Interni Roberto Maroni, che, con la circolare datata 9 dicembre 2009, invocava «tolleranza zero» nei confronti dei circoli, vietando l’organizzazione di tornei di poker live, almeno fino a quando non fossero state assegnate le regolari concessioni da parte dell’Aams. Molti club privati hanno subito le «imbucate» della Guardia di Finanza che metteva sotto sequestro i locali, mentre gli organizzatori finivano sotto processo per gioco d’azzardo. In parecchi hanno deciso di chiudere spontaneamente, per paura delle sanzioni, o perché non accettavano di svolgere un’attività ai margini della legalità. Oggi la Cassazione ha, ormai pacificamente, riconosciuto che il Texas Holdem è a tutti gli effetti un gioco d’abilità, dove conta soprattutto la bravura del giocatore e la capacità di resistenza psicologica. Ciò nonostante rimane, sul piano normativo, una situazione d’incertezza che penalizza sopratutto i circoli «sani».


Solo qualche mese fa la Questura di Roma ha messo i sigilli sul famoso Cotton Club, uno dei circoli di poker più prestigiosi della capitale. Ne è nata una battaglia legale davanti al Tar del Lazio, il quale ha confermato il sequestro del locale. In poche parole il Cotton Club non soddisferebbe i requisiti previsti dalla legge comunitaria del 2009. In pratica viene negato al circolo il consenso di operare senza una licenza che peraltro ancora non esiste, non essendo mai stata svolta la gara per il rilascio delle concessioni. Dopo quasi quattro anni di attesa, il Governo Monti, nel decreto Milleproroghe, aveva previsto entro il 31 gennaio 2013, il primo bando per il rilascio delle licenze delle future poker rooms

rate dal dealer nelle tre fasi di gioco (flop, turn, river), vanno a formare il punto finale. Il divertimento è nell’imprevedibilità del gioco, ma anche nella bravura del giocatore di costruirsi una certa “credibilità al tavolo” e comandare egli stesso il gioco. Solitamente uomo, sulla trentina, laureato. É l’identikit del giocatore medio in Italia, che vede nel Texas un piacere per il tempo libero, anche se ormai la Poker mania ha contagiato tutti. Alessandro Chiarato, 25 anni, è un player professionista, colpisce per i modi gentili e l’aria da bravo ragazzo. Non è certo il prototipo del giocatore d’azzardo. Eppure, nel 2010, è

logna. Sotto le due torri studia Ingegneria gestionale, ma sopratutto è qui che inizia la sua carriera pokeristica. Frequenta il circolo Manzoni, dove gioca le prime partite live e ha la fortuna di conoscere giocatori fortissimi come Geo Maresca. «Nei primi tempi ho studiato tanto e seguito gli insegnamenti dei players più esperti di me, poi ho iniziato a giocare online, avendo il budget di un ragazzo di 20 anni. Mi iscrivevo ai tornei che avevano un buy in al massimo di 5 euro. Forse il fatto di non aver ottenuto una grossa vincita subito è stata la mia fortuna perché mi ha fatto rimanere umile». Nel 2009 riesce a imporsi nella tap-

Alessandro Chiarato, da Rovigo a Las Vegas

Seduti al tavolo, avvolti in una cappa di fumo, con l’immancabile bottiglia di schotch. Paul Newman e Robert Shaw davano vita ad una delle mani di poker più famose della storia del cinema, nel film “La stangata”. Era il 1973, e da allora, molte cose sono cambiate. Dimenticate le bische, l’atmosfera cupa e le facce da galeotti. Oggi il poker si gioca nel salotto di casa con gli amici o nei circoli che ospitano centinaia di tornei ogni giorno. Oppure, stando comodamente seduti davanti al pc. È un business in costante crescita quello del poker online in Italia. Nel 2012, il Texas Holdem ha attratto giocate per più di 19 miliardi di euro. Per il 2013, invece, si prevede un incasso lordo di oltre 20 miliardi e di questi, si stima, che il 20% delle puntate verrà giocato via tablet o smartphone. Il Texas Holdem è un nuovo modo di giocare a poker. La regola di base è che ogni giocatore riceve due carte (invece delle cinque del poker classico) che insieme alle cinque carte gi-

Alessandro Chiarato in una mano vincente

stato protagonista, suo malgrado, di un programma di Barbara D’Urso, in cui si è assistito alla demonizzazione del gioco. Ricorda con un po’ di rabbia e tanta ironia “l’imboscata”: «la puntata era chiaramente fatta per far passare il poker come qualcosa che rovina la gente». Nonostante gli sforzi degli appassionati del Texas per sdoganare l’immagine antiquata del gioco d’azzardo che distrugge le persone, ancora c’è chi continua a sfruttare questa immagine falsa e antica per fare audience. Alessandro si avvicina al “Poker alla texana” guardando i primi tornei in televisione e giocando con gli amici a casa. Gli studi universitari lo portano da Rovigo, sua città natale, a Bo-

pa bolognese dello Iupt, il campionato italiano universitario, e si guadagna la partecipazione a un evento delle Wsop (World Series of Poker). A Las Vegas conosce il manager Domenico Tresa, che intravede le sue qualità e lo fa entrare nel team Poker Club di Lottomatica. «Ha deciso di puntare su di me anche grazie alla mia immagine di ragazzo pulito. Per ottenere la sponsorizzazione non è sufficiente essere un giocatore bravo, i team cercano qualcuno che possa rappresentare un modello per i giovani che si avvicinano a questo sport. Lo dimostra il fatto che ogni squadra ha la sua bella ragazza. L’obiettivo è far avvicinare anche le donne a questo gioco, cosa che in realtà già sta ac-

cadendo». Da questo momento la sua vita inizia a cambiare. «La prima trasferta è stata al Casinò di St. Vincent, il buy in era basso, per questo ho potuto partecipare. Ho subito vinto. Convinsi Lottomatica a darmi una chance. La sponsorizzazione è molto importante per un poker player, ti permette di avere a disposizione un budget annuale che ti consente di disputare i tornei più importanti del circuito». Oggi è un giocatore affermato che ha vinto centinaia di migliaia di euro tra poker live e online. «Tra le due modalità di gioco, a livello tecnico non ci sono differenze. Però giocare un torneo dal vivo è più bello a livello di emozioni e sensazioni che provi al tavolo. I tornei live sono una vetrina per tutti i giocatori bravi che cercano visibilità, invece il poker online è il pane quotidiano di ogni giocatore professionista». Chiarato ci tiene a precisare che «io pratico il poker sportivo, diverso dalla vecchia idea di azzardo. È un gioco che dà la possibilità di controllare le perdite. Ho studiato tanto, il Texas Holdem è un gioco di statistica. La fortuna può incidere nella singola partita, ma alla lunga sono i più forti a vincere». Anche la Cassazione ha sposato questa idea. Infatti, a partire dalla sentenza n. 43679/2011, la Suprema Corte ha riconosciuto la natura di gioco di abilità del Poker texano. Una legge comunitaria del 2009 consente ai circoli privati di organizzare tornei di Texas Holdem, solo previa concessione rilasciata da Aams (Amministrazione Autonoma Monopoli di Stato), a quattro anni di distanza non si è ancora svolta l’asta per l’assegnazione delle licenze per il gioco live. Alessandro ha le idee molte chiare sulla questione: «Credo che l’assegnazione delle licenze, se e quando verrà attuata, sarà un modo per strumentalizzare i club privati dove si gioca a Texas. Ritengo infatti che lo Stato sfrutterebbe l’occasione per introdurre all’interno dei circoli videolotte


ry e slot machine, attività dalle quali i Monopoli traggono enormi guadagni, e che non hanno nulla a che vedere con il poker».

Geo e Roberto, i due volti del Bologna Poker Club Sedersi al tavolo verde per un appassionato di poker non è solo una scarica di adrenalina, è un’insieme di sensazioni di gioco che, ovviamente, l’alienante partita on line non potrà mai dare. Purtroppo giocare live in Italia è stato reso impossibile dal vuoto legislativo che si è venuto a creare dopo la legge comunitaria del 2009. L’esplosione del gioco nei primi anni duemila ha portato con sé la nascita di numerosi circoli e poker club, se ne contavano circa 2500 sul territorio nazionale nel 2009. A rigor di legge, essendo privi di concessione ministeriale, oggi dovrebbero essere tutti chiusi, ma facendo una rapida ricerca su internet se ne possono stimare ancora circa 500. Questi circoli non sono bische clandestine o attività sotterranee, operano alla luce del sole e le autorità sono perfettamente a conoscenza di quello che organizzano. Nella sola Bologna si contano ancora quattro poker house, la più importante è sicuramente quella che prende vita nel circolo New Manzoni. Fondato nel 2007 da Giovanni “Geo” Maresca, il Bologna Poker Club, è forse l’esempio più significativo della confusione che si è generata negli ultimi quattro anni. «Ho fondato il club spinto dalla passione per il Texas Holdem, all’inizio facevamo i tornei al bar del Moretto con delle locandine artigianali affisse personalmente da me nella città, poi la cosa si è ingrandita e ho trovato la location del New Manzoni, siamo arrivati ad avere cir-

ca 2000 soci, è stato emozionante vedere nascere un circolo di veri appassionati.» Ci dice con un pizzico di orgoglio Geo, che in quel periodo studiava ancora per diventare avvocato. «Con la legge del 2009 attendevo l’uscita del bando per capire come regolarizzare il circolo, ma, dopo la diffusione della circolare dell’allora ministro dell’Interno Maroni, non me la sono sentita di andare avanti, da quel momento continuare ad organizzare tornei di poker era un’attività illegale, anche se penalmente la Cassazione si è pronunciata a favore dei circoli, rimane comunque un illecito amministrativo, anche sul piano fiscale e contributivo.» Il club però è ancora aperto, Geo infatti ha lasciato l’attività che è poi proseguita nel tempo. Basta entrarci per capire come l’atmosfera sia tutt’altro che quella di una losca bisca clandestina. Un grande salone con tavoli da gioco, una tv e un bel bancone che funge da segreteria. Roberto (non ci ha detto il suo cognome) il nuovo gestore, è giovane come Geo, spiega in maniera chiara come sia possibile che il circolo continui la sua attività «E’ innegabile che si viva in uno stato di incertezza per via della situazione legislativa, ma la polizia qui è venuta tante volte e non ha mai riscontrato nulla di penalmente rilevante, e come loro anche la Guardia di Finanza.» Mentre nella grande sala del circolo si prepara il consueto torneo serale, Roberto aggiunge «Noi seguiamo alla lettera

le regole che ha dettato la Cassazione, organizziamo tornei con buyin fissi, da un minimo di dieci fino a un massimo di trenta euro, l’unica eccezione è che noi permettiamo un rientro per chi dovesse uscire entro la prima pausa, ma per il resto siamo inflessibili e trasparenti, credo che sia per questo che le autorità tollerino la nostra attività.» Il rapporto con gli organi di controllo è costante per chi opera in questo settore, anche Geo durante gli anni in cui era a capo del club ha avuto un fitto rapporto con

la polizia. «Appena sono venuto a conoscenza della legge comunitaria e della questione legata alle concessioni ho chiesto lumi proprio alla Questura, chiaramente non hanno potuto fornirmi rassicurazioni anche se hanno lasciato trasparire una certa tolleranza. Io credo che non si possa biasimare chi porta avanti i poker club, è un’attività impegnativa, ma può essere molto fruttuosa, credo che il problema del mancato rispetto della legge vada imputato agli organi di controllo, non fanno il loro la


voro e tollerano che ci sia qualcuno che guadagni a scapito dello stato.» Sul tema Roberto ha un’idea molto più pragmatica «Soprattutto nei primi tempi molti circoli sono stati chiusi dalla polizia, ma poi le vie legali hanno dato ragione ai gestori che hanno potuto riaprire, alle questure interessa solo che non si giochi il cash game, vero e proprio gioco d’azzardo, e che non ci siano stani giri nel club.» I giocatori attualmente tesserati nel circolo sono circa 400 «Qui giocano persone di tutti i generi, studenti e professionisti seduti allo stesso tavolo, e ultimamente abbiamo anche tante ragazze che si sono avvicinate al Texas. Vorremmo che questa esperienza possa continuare e siamo pronti anche a considerare di partecipare al bando per la concessione se solo lo stato ci facesse capire qualcosa», Conclude Roberto. Geo intanto negli anni di lontananza dal circolo, oltre ad essere diventato un giocatore di successo nel panorama italiano, si è laureato e sta affrontando il praticantato per diventare avvocato: «Dal 2009 ho giocato e vinto molto, ma ho capito che bisogna costruirsi una vita reale, non

credo che sia serio basarsi solo sul poker, anche se non nascondo di essere stato combattuto e di esserlo ancora a volte (ride ndr)» Alla domanda di rito se ci stia pensando eventualmente a partecipare al bando, con l’esperienza accumulata in questi anni, risponde molto chiaramente: «Si! È un’attività che funziona e se ben gestita può dare delle belle soddisfazioni, ma non credo che il bando verrà mai pubblicato. Il gioco live è consentito in Italia solo nei casinò, gestiti in parte dallo stato e in parte da vere e proprie lobby di potere. La liberalizzazione dei poker club porterebbe una flessione sensibile nell’indotto dei casinò, per questo sono sicuro che si andrà incontro ad un continuo slittamento del bando». Quando si parla di circoli è inevitabile pensare all’Arci, il presidente provinciale di Bologna Stefano Brugnara è categorico sula questione: «Non abbiamo ricevuto pressioni da nessuno dei nostri circoli per un impegno a far cambiare la normativa, anche perchè la politica dell’Arci è chiara, non accettiamo associazioni che abbiano il solo scopo di gioco, ma questo vale per qualsiasi associazione monotemati-

ca. Non intendiamo quindi fare da ariete per i poker club, ma se qualcuno dei nostri circoli volesse impegnarsi in questo campo rispettando tutti i termini di legge siamo disponibili a fare da garanti per la sanità e la correttezza dell’attività. Da anni siamo impegnati nella lotta alle vlt (videolottery ndr) e alla ludopatia quindi il nostro approccio sarebbe proprio quello del supervisore.»

Lo Stato immobile la mafia va all in L’inerzia del legislatore e l’azione della magistratura, che appare più interessata a setacciare i circoli che operano alla luce del sole, consente alle mafie di avere un ruolo cardine nel business del gioco. Uno studio dell’associazione “Libera” di Don Luigi Ciotti rivela che il gioco d’azzardo in Italia viaggi su un doppio binario: quello legale, gestito dallo Stato, e quello illegale, affare della crimi-

nalità organizzata, che fa lievitare il fatturato da 76 fino a quasi 100 miliardi. Basti pensare che sono ben 41 i clan che gestiscono l’affare giochi, dal nord al sud lungo tutta la Penisola: Santapaola, Schiavone, Casalesi, Lo Piccolo, Mancuso, Mallardo, Bidognetti, solo per fare alcuni nomi purtroppo tra i più noti. Agiscono nelle forme più svariate: impongono ai gestori dei bar il noleggio di macchinette e videogiochi, gestiscono banche clandestine così come i giri di scommesse a tutti i livelli e centri illegali del gioco del poker. Il texas holdem sportivo e la nuova frontiera del gioco on line non hanno debellato uno dei più vecchi problemi legati al mondo del poker, quello delle bische clandestine. La criminalità organizzata è naturalmente attratta dall’opportunità di sfruttare il gioco d’azzardo e le debolezze umane per trarne un notevole profitto. E’ notizia di solo un mese fa la chiusura di una vera e propria bisca organizzata a Riccione, nel ristorante di uno dei più prestigiosi locali della movida romagnola, il Pascià. Gli uomini della Questura di Rimini hanno fatto irruzione nella struttura e si sono trovati di fronte ad un vero casinò


Don Ciotti “Lavorare insieme per risolvere questa calamità” «Intervenire insieme e quanto prima possibile su tutti i versanti di questa calamità, economica e sociale: quello normativo, per rendere più efficace il sistema delle autorizzazioni, dei controlli e delle sanzioni; quello educativo e d’informazione, rivolto soprattutto ai più giovani; quello di prevenzione e cura delle patologie di dipendenza dal gioco; quello culturale e formativo, che chiama in causa gli stessi gestori delle attività lecite» Questo è l’invito accorato di Don Ciotti. “Pascià poker dream”, questo il nome del locale riccionese, sia nell’arredamento che nelle frequentazioni, non aveva nulla da invidiare ai più classici casinò. Tavoli verdi e fiches marchiate Pascià, croupier e migliaia di euro in contanti, sequestrati dagli agenti. Al momento del blitz nel locale c’erano 41 persone, 32 giocatori che dovranno rispondere di partecipazione a gioco d’azzardo e nove componenti dello “staff” denunciati per esecuzione e sfruttamento del gioco d’azzardo. Tra loro anche uno dei soci del Pascià che, senza alcun problema, si è autodefinito comproprietario della struttura, gestore e organizzatore della sala gioco. Anche l’immobile è stato sottoposto a sequestro dalle autorità giudiziarie. I partecipanti di tutte le età, provenivano da tutto il centro Italia. I contatti tra i giocatori venivano presi tramite passaparola e Facebook.

Non sempre le attività di polizia intervengono per chiudere vere e proprie bische, spesso infatti si tratta di operazioni contro poker club e circoli di poker live, che non svolgono attività di gioco d’azzardo, ma semplici tornei di texas. Nell’ultimo periodo sono entrati nel mirino dei media generalisti che hanno dedicato particolari attenzioni alle attività dei club, cosa che inevitabilmente spinge le autorità ad intervenire. E’ il caso del Cotton Club di Roma, con ogni probabilità il più importante circolo italiano di texas holdem, la cui chiusura è stata recentemente disposta dalla Questura capitolina. Per la riapertura del Cotton, si preannuncia una battaglia legale imminente. E’ quanto è stato preannunciato dalla direzione del circolo, in un comunicato ufficiale su Facebook:«Dopo ben 9 anni di attività legata ai tornei sportivi di Texas hold’em e innumerevoli controlli subiti senza conseguenza alcuna, questa volta ci troviamo di fronte all’invito formale alla cessazione delle attività da parte delle autorità competenti. Saremmo tentati di “declinare” l’invito ma evidentemente metteremmo a rischio migliaia di players associati che frequentano regolarmente il Cotton Club. Rispettiamo quindi le decisioni della questura ma faremo valere le nostre ragioni nelle sedi opportune utilizzando i migliori mezzi disponibili».

Don Luigi Ciotti, da sempre in prima linea con la sua associazione Libera nella lotta alle mafie


Aborto, obiezione di coscienza in aumento A pagare il conto sono le donne Il numero di medici obiettori di coscienza già elevato è in continuo aumento Una tendenza che rischia di metter in crisi la legge che tutela l’aborto E i rischi si riflettono sulle donne costrette ad affidarsi a metodi pericolosi Alice Magnani “Al mio bimbo che ho da sempre voluto e desiderato più di ogni cosa nella mia vita, è stata diagnosticata la sindrome down, e alla 21esima settimana ho praticato l’aborto terapeutico… ti lasciano lì, su quel lettino, senza nessun tipo di assistenza morale e nessun tipo di antidolorifico. Sono stata in travaglio per tre giorni, il bambino non voleva staccarsi dal mio corpo e per tre giorni mi hanno somministrato medicinali che aumentavano i dolori per permettere all’utero di contrarsi. Mi ritrovo qui, a scrivere e a piangere perché ancora non riesco a prendere consapevolezza che il mio bambino non è più dentro di me e sono stata io ad ucciderlo. A questi signori,che scelgono nella vita di fare i medici, gli infermieri e quant’altro, dovrebbero insegnare anche ad avere un pó di umanità e a ricordarsi, quando si trovano di fronte a casi del genere, che davanti a loro c’è una donna che sta morendo insieme al suo bambino, e che l’aborto terapeutico non va confuso con l’aborto volontario, c’è poco di volontario quando ti mettono davanti alla realtà che il bambino che stai per mettere al mondo è down o soffre di una grave malattia genetica o nascerà con gravi malformazioni” (testimonianza dal blog “Aborto terapeutico e spontaneo”). Aborto, un tema che ha animato i dibattiti e che a fasi riprende vigore e poi svanisce. Ma, cosa ne sappiamo realmente? In Italia c’è una legge, la numero 194 del 22 maggio del 1978, che tutela l’aborto. Fra queste “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” sono descritte le procedure da seguire in

caso di richiesta di interruzione volontaria. Obiettivo della legge è la tutela sociale della maternità e la prevenzione dell’aborto tramite la rete dei consultori familiari. L’alternativa farmacologica all’interruzione di gravidanza è la pillola RU-486. I rischi per la donna a seguito dell’interruzione sono quasi azzerati solo se avviene nelle prime otto settimane dal concepimento, dopo di che aumentano. Per praticare l’interruzione basta rivolgersi al proprio ginecologo o contattare un consultorio familiare. Sia consultori che ospedali sono strutture pubbliche quindi devono seguire dettami specifici e si può godere del segreto professionale. Il medico ascolta le motivazioni, lascia una settimana di tempo per riflettere, dopo di che si può intervenire. Solo in una situazione di urgenza, il medico può esimersi dall’attesa dei 7 giorni. Il problema sorge quando un medico decide di usufruire dell’obiezione di coscienza, anche questa regolata dalla medesima legge 194, che garantisce al personale medico e sanitario la facoltà-diritto di non esercitare un’interruzione se in contrasto con il proprio credo. L’obiezione di coscienza è applicata anche per la fecondazione artificiale eterologa e per la somministrazione della RU-486; riguarda medici, ostetrici, infermieri e anestesisti. I medici possono quindi rifiutare la loro opera a patto che questo comportamento non danneggi la salute della persona assistita. Ma è sempre così? Il numero di medici obiettori di coscienza è in continua crescita, la media nazionale è dell’80%. E’ sempre più difficile per una donna trovare un posto dove si effettui IGV e sono in crescita gli aborti illegali.

Bologna sotto la media nazionale A Bologna gli aborti sono inferiori alla media nazionale, ma è in aumento il numero di obiettori di coscienza. Il problema dell’obiezione di coscienza si è manifestato anche in alcune farmacie dov’era rifiutata la vendita della pillola del giorno dopo, incrementando così il consumo di pillole illegali e non specifiche come il Misoprostol.


Gli aborti negli ospedali italiani Un blog dove le donne si sfogano Ecco la testimonianza di Laura Fiore, creatrice del blog “Aborto terapeutico e spontaneo” ed autrice del libro “Abortire tra gli obiettori” .“Il blog l’ho aperto cinque anni fa, subito dopo la mia esperienza di aborto. Riunisce testimonianze di donne che si sono sottoposte ad aborto, riscontrando numerosi ostacoli. L’ho creato per fare uno screening di tutti gli ospedali italiani. Tutte le testimonianze vengono pubblicate in forma anonima a patto che venga fornita un’indicazione approssimativa di dove l’aborto si è svolto”.Finora i racconti sono tutti di donne italiane. Fortunatamente sono poche le testimonianze di aborti illegali arrivate a Laura. Tra queste una ragazza che ammette di aver ingerito un farmaco per la gastrite (Misoprostol ndr) per non passare dallo straziante percorso di attesa e messa in dubbio della sua decisione da parte dei centri medici, avendo già subito un aborto. E l’esperienza di una ragazza che racconta di aver accompagnato un’amica ad abortire illegalmente da un medico, per di più obiettore di coscienza. Una testimonianza dal blog: La risposta indecente è stata: “Niente antidolorifico, sono obiettore. Mi spiace, sono un obiettore di coscienza, non posso farlo”Un medico anestesista si è rifiutato di somministrare un antidolorifico a una giovane donna ricoverata per un aborto terapeutico. Una giovane ucraina di 30 anni, in preda a dolori fortissimi, causati dai primi interventi per l´induzione dell´aborto terapeutico. L´antidolorifico in questione non era una semplice pillola che qualsiasi medico avrebbe potuto dare alla donna: si trattava di un forte anestetico, la somministrazione compete appunto a un anestesista. “Il problema - dice Laura- è che negli ospedali italiani assumono medici incaricati di operare solo aborti. Ë normale che prima o poi si deprimano e diventino obiettori di coscienza per non dover più fare aborti. Per risolvere la situazione, sarebbe utile fissare un tetto al numero di obiettori di coscienza per ogni ospedale e far si che i medici scelti per operare aborti possano operare anche in altri ambiti”. Oltre al blog, Laura ha scritto anche il libro “Abortire tra gli obiettori”, con

Bastano 15 euro per un aborto fai-da-te Misoprostol e Cytotec, i farmaci illegali Il farmaco Misoprostol nasce per la prevenzione delle ulcere gastriche, per trattare l’aborto spontaneo o per indurre il travaglio del parto. Ma da diversi anni il farmaco viene utilizzato illegalmente per l’aborto volontario: basta acquistare le pastiglie, generalmente 50 in ogni confezione, e sono pronte all’uso. Misoprostol è utilizzato per via orale o endoeuterina, aumenta l’intensità e la frequenza delle contrazioni uterine e provoca forti emorragie fino ad indurre il parto. Quello che si tralascia nell’utilizzo di questo farmaco sono le controindicazioni che può causare: forti dolori addominali e pelvici, gravi emorragie vaginali, infezioni, shock, bradicardia fetale e, nei casi peggiori, morte della madre e del feto. Solo quando il farmaco è acquistato in farmacia, tutti gli effetti collaterali sono correttamente elencati nel foglietto illustrativo. Già nel 2000 viene pubblicato uno studio che evidenzia il ruolo esercitato dal Misoprostol sull’utero della donna in gravidanza. A questo punto il colpevole è l’Ente che, pur essendo a conoscenza degli effetti collaterali di questo farmaco, non ha previsto una distribuzione più oculata in farmacia prevedendo l’obbligatorietà della ricetta medica. Il problema è però anche etico, per tutti coloro che non si fanno scrupoli a vendere il farmaco senza garanzie per qualità e quantità di principio attivo, speculando sull’ignoranza di chi

lo acquista. Nel novembre 2007 il Dipartimento di Scienze Ginecologiche e della Riproduzione Umana dell’Università di Padova pubblica una rassegna stampa (sito archivio.medicinapersona. org) sull’uso del Misoprostol nell’aborto clandestino. Il medico riporta sei testimonianze, tutte di donne straniere che avevano assunto pasticche di Cytotec, farmaco ad alto dosaggio di Misoprostol, per procurarsi un aborto clandestino. Le pazienti, che presentavano emorragie con anemizzazione acuta, si erano rivolte all’ospedale pur avendo ricevuto tassative raccomandazioni di attendere a domicilio l’espletamento dell’aborto. A lanciare l’allarme dell’utilizzo di questo farmaco sono state anche “Le Iene” con una puntata del 2009 dedicata a questo farmaco e ai problemi ad esso correlato. Dal loro servizio appare la diffusione illegale del farmaco da parte di extracomunitari e zingari che si annidano alla stazione di Roma, come nelle altre maggiori città d’Italia. Il dramma è che, al giorno d’oggi, la vendita di Misoprostol è sempre più diffusa e non mancano i siti Internet in cui vengono date indicazioni dettagliate su come usare il farmaco per abortire in casa (dal sito www.nicebeauty.com). Così si ricomincia ad abortire in casa, da sole perchè spesso si ignora la legge, o perchè, troppo spesso la lista d’attesa in ospedale è troppo lunga e i consultori sono sempre meno.

il quale denuncia il fatto, che un medico sia obiettore di coscienza e che non pratichi l’aborto, non riguarda solo gli aborti volontari (quelli che si svolgono nei primi 3 mesi di gravidanza) ma anche aborti terapeutici (oltre i tre mesi di gravidanza). “L’aborto terapeutico può toccare chiunque e coinvolge la sofferenza stessa del bambino. Va informata l’opinione pubblica e va mantenuta in vigore la legge 194 che riconosce il diritto di aborto alle donne”.


Via Petroni, anno della discordia “Così rischiamo il fallimento”

I commercianti contro il sindaco di Bologna. L’ordinanza colpisce solo alcuni e altri no. L’allarme: “Se rispettiamo le regole, falliamo”. Storia e polemiche di una via senza pace.

Riccardo Rimondi

A

Bologna è un sabato sera di metà giugno, sono circa le un dieci e un quarto. Giampiero, palermitano di trent’anni, ha da poco aperto la sua rosticceria, quando vede avvicinarsi la ronda della polizia municipale. Prende i documenti e aspetta le divise fuori dal negozio. «Prego, multatemi pure. Io torno dentro». Uno dei quattro vigili resta interdetto, lo segue e prova a convincerlo a cambiare idea. «Non scherziamo, sono 400 euro di sanzione e sinceramente non ho voglia di multare nessuno. Ci finiamo il giro, torniamo qui tra un quarto d’ora e tu finisci di lavorare. Però quando torniamo devi aver chiuso». Giampiero ride. «Non avete capito, io non ho nessuna intenzione di chiudere. Se continuo a chiudere a quest’ora, fallisco. Fatemi la multa e mettetela insieme alle altre». Ne ha già prese sessanta, in questo modo. Al momento non ne ha pagata nemmeno una, perché ha fatto ricorso e attende la decisione del giudice di pace. Non è l’unico, sono molti i commercianti che hanno fatto la sua stessa scelta. Via Petroni è la strada che collega piazza Aldrovandi e piazza Verdi, è il centro della zona universitaria e della vita notturna bolognese. E delle polemiche, naturalmente. Che durano da anni, e coinvolgono residenti,

commercianti, studenti, avventori e amministrazione comunale. L’ultimo anno, però, è stato forse il più teso di tutti. Nel 2012 il sindaco, Virginio Merola, emette due ordinanze, entrambe contestate dai commercianti. La prima, datata 15 giugno, decreta la chiusura a mezzanotte e mezza di tutte le attività commerciali poste nel tratto iniziale di via Petroni. Viene emessa in risposta a un atto vandalico compiuto, cinque giorni prima, all’interno di un palazzo che si affaccia sia su piazza Verdi che su via Petroni. Il provvedimento, però, interessa solo gli esercenti che hanno le attività nel tratto iniziale della strada. La cosa non va giù ai commercianti, che fanno ricorso al Tar e lo perdono. «Alcuni locali non vengono toccati minimamente. Perché l’ordinanza interessava via Petroni e non piazza Verdi?», commenta Massimiliano Bolelli, gestore del bar Balanzone, che ha aperto tre anni fa e da allora conduce un braccio di ferro contro il comitato dei residenti e l’amministrazione comunale. Tre mesi e mezzo dopo, il primo ottobre, entra in vigore una nuova ordinanza, ancora più discussa. Gli alimentari possono chiudere alle 22, i laboratori artigianali alle 23 e i pub all’una di notte. «E’ stata fatta

basandosi su un principio sovrano: quello della salute pubblica», commenta Milena Naldi, presidente del quartiere San Vitale, al cui interno si trova la zona universitaria. «Attraverso i rilevamenti Arpa, si è visto che c’erano altissimi livelli di rumore, insostenibili dal punto di vista della salute pubblica. E quindi si è deciso di limitare gli orari. I commercianti di via Petroni la vivono come un’ingiustizia, perché il provvedimento riguarda solo la loro via sull’intera Bologna, e questo lo capisco. Io stessa ero contraria alla chiusura alle 23 dei laboratori artigianali. Ci sarebbe da dire, però, che nel momento in cui l’ordinanza viene fatta andrebbe rispettata». Non è questo il punto di vista dei commercianti, che hanno contrastato il provvedimento in ogni modo. Hanno fatto un secondo ricorso al Tar contro la nuova ordinanza, perdendo. In seguito, molti hanno deciso di rimanere aperti anche dopo l’orario consentito, prendendo le multe. Il bar Balanzone ha smesso quando, ad aprile, il locale è stato chiuso dal Comune per dieci giorni. Stesso destino è toccato ad altri due locali del centro, il Cafè Paris e il bar Petroni. «Abbiamo fatto ricorso una terza volta per chiedere una sospensiva, il Tar l’ha accolto ma


ha fissato l’udienza per il 16 maggio, quando ormai il provvedimento era già stato applicato. Quindi abbiamo lasciato perdere», afferma Gabriele Bordoni, l’avvocato difensore di buona parte dei commercianti di via Petroni. Che continua: «L’ordinanza si pone in contrasto con la legge sulla liberalizzazione degli orari fatta durante il governo Monti. E la cosa più strana è che gli esercenti non vengono censurati perché fanno rumore, bensì perché provocano il rumore di altri. Abbiamo fatto dei ricorsi contro il Comune, il giudice di pace li ha accolti e abbiamo ottenuto la sospensiva del pagamento delle multe». Per sapere se dovranno pagare le multe accumulate, i commercianti dovranno aspettare l’esito del ricorso. Fino ad allora, la strada è segnata. «Se non prendo la multa fallisco, se la prendo almeno rimando il problema. Io non lavoro per la gloria, lavoro perché con quest’ordinanza perdo circa duemila euro al mese. Ho comprato questo locale, pagando una cifra molto impegnativa, quando era appena entrata in vigore la legge Monti sulla liberalizzazione degli orari. Non l’avrei mai fatto, se avessi saputo che tre mesi dopo sarebbe stata emessa un’ordinanza del genere», dice Giampiero, il proprietario di Rosticciamo. Sugli schiamazzi pubblici, i gestori sono d’accordo: è un problema di ordine pubblico. «Se c’è rumore per strada, non sono affari miei. È’compito della polizia far rispettare l’ordine pubblico, non mio», taglia corto Giampiero. Nadia Monti, assessore al turismo, al commercio e alla legalità, preferisce non rilasciare dichiarazioni, perché in questi giorni è in fase di definizione una nuova ordinanza. I commercianti non ci credono molto: «Ci avevano detto che sarebbe uscita il 25 giugno, ora che esce l’11 luglio», attacca Bolelli. Sui contenuti non c’è alcuna ufficialità, ma le linee guida sono quelle di ampliare gli orari ed estenderla geograficamente. Voci di corridoio dicono che le nuove tabelle prevederebbero la chiusura alle due il mercoledì e il giovedì, alle tre il venerdì e il sabato. «Più di quanto avevamo chiesto- commenta ironico Bolelli -peccato che in quest’ultimo anno Merola abbia sempre rifiutato ogni dialogo con noi. Anche quando ci siamo incatenati in Comune per protestare contro la sospensione di dieci giorni». La nuova ordinanza dovrebbe interessare, oltre a via Petroni, anche le zone limitrofe, come piazza Verdi. Risolvendo uno dei pochissimi problemi su cui sia i commercianti che Milena Naldi sembrano essere d’accordo, cioè la diseguaglianza di trattamento. Su tutto il resto, però, le posizioni continuano a rimanere lontane. A cominciare dal modo di vivere via Petroni.

La Naldi ha le idee chiare: «Bisogna portare avanti un progetto di riqualificazione della strada. Ho cominciato coi ragazzi, mi piacerebbe che partecipassero anche commercianti, residenti e avventori. Bisogna ripensare la qualità del divertimento, la vocazione unica delle attività non può essere la somministrazione di alcol a basso costo. Io penso che via Petroni potrebbe diventare la via del biologico, e abbiamo già iniziato a muoverci in questo senso». «Facciamo un referendum fra i ragazzi e sentiamo che cosa ne pensano», ridono i commercianti.

correlazione tra venditori abusivi ed esercizi chiusi. C’è un’illegalità diffusa e una sensazione di impunità, il messaggio che arriva è che tutto è permesso e tutto si può fare». Non è d’accordo Milena Naldi: «I venditori abusivi dovrebbero essere puniti dalla polizia urbana, il fenomeno va contrastato. Ma non vedo una correlazione tra limitazione degli orari e aumento della vendita abusiva. Il punto è che va ripensata la vita della zona universitaria. Va ripensata la qualità, va ripensata l’offerta commerciale e andrebbero riempiti gli spazi vuoti. Piazza Scaravilli, per esempio, dove

Intanto, però, da quando i locali chiudono all’una è esploso un altro fenomeno: quello della vendita abusiva di alcolici. In piazza Verdi, dopo la chiusura degli esercizi di via Petroni, è facilissimo comprare una bottiglia di birra a prezzi bassi. Basta sedersi e aspettare, prima o poi qualche venditore arriva. E il tutto succede a pochi metri dalle macchine della Polizia municipale. «Vengono in venti a controllarmi i documenti, danneggiando anche l’immagine mia e del mio negozio, ma non fanno nulla per fermare la vendita abusiva di alcolici», l’accusa di Giampiero. «Le regole vengono fatte rispettare unicamente ai soliti, e se protestiamo ci dicono che il loro ordine è quello di non intervenire e di non muoversi dal Teatro Comunale (che si trova davanti a piazza Verdi, ndr)», chiosa Bolelli. Anche Manes Bernardini, ex candidato sindaco due anni fa e oggi capogruppo della Lega Nord in Comune, critica aspramente la gestione dell’ordine pubblico: «La soluzione più facile è stata quella di andare a colpire i commercianti, ma c’è una

ora non c’è nulla. Ecco, se magari gli esercizi fossero meno concentrati in un unico punto, forse gli orari di apertura potrebbero essere allargati», afferma la presidente. Che, intanto, incassa anche il gradimento di parte dei residenti. Come Bruno, che ha ventisei anni, vive in via Petroni da quattro e da qualche mese fa il praticante in uno studio legale. «Quest’ordinanza non serve assolutamente a niente contro il degrado, ma ostacola i rumori notturni. Capisco i commercianti di via Petroni che sono penalizzati rispetto alla concorrenza, ma a me conviene, perché io la notte devo dormire. Quando cominci a lavorare, le tue priorità cambiano».


Terra promessa per il lavoro? La Russia non è il paradiso Tre ragazze raccontano la loro esperienza all’Est Un mercato economico definito in espansione dalla stampa, ma è così solo nelle grandi città Salari bassi e propensione alla mobilità sono le condizioni imposte ai lavoratori Alice Magnani Secondo un articolo pubblicato il 27 giugno 2013 da “Russia Oggi” e “la Repubblica”, la Russia presenta oggi un mercato di lavoro tra i più stabili e dinamici al mondo, con una percentuale di disoccupazione (5,6%) tra le più basse. Un mercato fiorente dove i giovani trovano facilmente occupazione e realizzazione. Nell’articolo, la redattrice capo di “Rabota.ru” definisce i giovani nati tra gli anni ’80 e ’90, abili ad utilizzare il computer come “Millenial Generation” : la generazione che preferisce vivere all’estero piuttosto che in Russia. Per il mondo del lavoro, la Russia è veramente la nuova terra promessa? Ecco le testimonianze di tre ragazze di 23,24,25 anni che sono nate e hanno lavorato e studiato in Russia.

“Guadagnando 1000 euro al mese in Italia – dice - riesci a mantenere una buona qualità di vita perché il rapporto qualità-prezzo è ottimo. In Russia con 1000 euro mantieni uno standard di

Yulia ha 25 anni, è nata in Russia ma si è laureata in Italia, dove ora lavora. Abita a Roma da 7 anni. Si sente partecipe della cosiddetta “Millenial Generation” e vuole rimanere in Italia perché c’è una migliore qualità di vita rispetto alla Russia.

vita molto basso. Quando i giornali parlano dell’economia russa in espansione si sbagliano perché non considerano il grande divario fra Provincie e Capitali. A Mosca, come nelle altre maggiori città russe, ci sono tantissime opportunità di lavoro nella

cultura, nell’arte, nella moda e in tanti altri settori. Ma appena si esce da Mosca la situazione cambia, è difficile trovare lavoro ben remunerato. L’unica soluzione è cercare nella capitale se non fosse che, per lavorare a Mosca, devi avere la residenza e non puoi fermarti in città per più di 30 giorni”. Negli ultimi tempi, sono di più, tra i suoi conoscenti, le persone che hanno trovato lavoro, rispetto a quelle che lo hanno perso. In Russia, i licenziamenti non comportano così tanti problemi come in Italia, dice Yulia. “Anche se perdi il lavoro, fai presto a trovarne un altro, ma ti devi accontentare perché gli stipendi sono bassi, 700euro al mese. Se poi cresci professionalmente, allora puoi sperare in un aumento”. Ma di certo le cose sono cambiate rispetto all’Unione Sovietica quando, appena finita l’Università, era lo Stato stesso a offrirti una casa e un posto di lavoro. “Ora non è più così – dice Yulia - lo


Stato non ti assicura più il posto di lavoro. E’ anche vero che i disoccupati sono pochi ma gli stipendi, per le persone occupate, sono molto bassi”. Al fatto che la Russia abbia la più bassa percentuale di disoccupazione al mondo (5,6%), Yulia risponde: “Dipende da quali ambienti si considerano, nelle grandi città la disoccupazione praticamente non esiste, mentre se si considerano le Regioni, il tasso di disoccupati è altissimo” Yulia descrive la Russia come uno Stato con un controllo ancora troppo forte, con un sistema autoritario molto simile ad una dittatura. “Lo Stato è corrotto – dice - non c’è nemmeno alternativa di scelta per il capo di stato perché manca la visibilità agli avversari. Non si può pretendere che il resto funzioni diversamente”.

ne in Russia è molto più alta. Credo che, in realtà, la percentuale arrivi al 20%. Lo Stato non sta facendo niente per migliorarsi da questo punto di vista, cerca solo di crearsi una buona immagine per i media internazionali. É vero che per i disoccupati vengono adottate misure speciali, ma il lavoro che gli si offre ha spesso salari ridicoli. Le persone non accettano questi lavori e non si registrano nemmeno come disoccupati”. Secondo Svetlana, lo Stato interviene troppo in economia. “Il mercato russo – dice - appartiene agli oligarchi che sono la base del regime autoritario di Putin, dove le persone comuni non ottengono nessun beneficio da un’economia dipendente dall’estrazione di idrocarburi”.

Svetlana studia all’Università di Bologna, ha 24 anni e precedentemente si è laureata in Russia, dove ha poi lavorato per quattro anni. E’ in Italia da un anno e vive a Bologna. Spera di rimanere in Italia e trovare lavoro,

Un altro punto di vista ce lo offre Fortune, ragazza nigeriana di 23 anni che ha vissuto, lavorato e studiato in Russia. Fa parte della “Millenial Generation” perché studia a Milano, dove rimarrà altri due anni per terminare gli studi. Dei russi dice “Gli adulti sono

come qualunque giovane della “Millenial Generation”. “Tutti i giovani in Russia – dice - pensano che sia meglio vivere e lavorare all’estero ma il problema è che non sanno neanche cosa significa. Credono che tutto sia migliore e non si rendono conto dei sacrifici. Quando, ad esempio, hai solo una laurea triennale e lavori come cameriera perché hai bisogno di soldi per l’affitto della stanza”. Svetlana vuole trovare un posto di lavoro, non importa se in Europa o in Russia, dove poter applicare le sue competenze con interesse e ricevere uno stipendio adeguato. La maggior parte dei suoi amici sta lavorando ancora in Russia, soprattutto a Mosca perché “è l’unica città russa - dice - dove puoi trovare un lavoro ben pagato”. Al fatto che la Russia abbia la percentuale di disoccupazione più bassa al mondo (5,6%), Svetlana replica così: “E’ una bugia, la disoccupazio-

più rigidi al cambiamento, la vecchia generazione raramente parla lingue straniere che non siano inglese e non pensano nemmeno di trasferirsi all’estero perché è più facile rimanere in Russia. Solo le generazioni più giovani sono disposte a lasciare il vecchio stile di vita per trasferirsi in un altro Paese. Ma dipende da dove vivi. Io vivevo nella regione di Saratov, che è a 16 ore di treno da Mosca e lì ho molti amici con laurea e master che preferiscono lavorare in Russia, in ambienti dove sono richieste poche qualifiche e dove, conseguentemente, lo stipendio è basso”. Secondo Fortune, in Russia puoi sempre trovare lavoro, ma non ben retribuito. “Se invece lavori nel settore estrattivo, dei trasporti o della pubblica amministrazione – aggiunge guadagni bene e allora la Russia diventa un bel posto dove vivere”. Riguardo la bassa percentuale di disoc-

cupazione Fortune commenta dicendo “ Non so come stimare questi analisti ma sono quasi sicura che in Russia, se hai la giusta qualifica, trovi sempre lavoro perché il Paese ha una numero di abitanti sempre insufficiente rispetto alla quantità di risorse disponibili e utilizzabili”. Fortune spiega che la Russia è sempre stata conosciuta per l’indipendenza e questo orientamento “ha aiutato l’industrializzazione del Paese ma ha anche danneggiato alcune relazioni internazionali che potevano essere sviluppate. Una maggiore apertura verso il mondo occidentale sarebbe una vera fortuna per la Russia, il cui tallone d’Achille è sempre stata la tendenza alla rigidità. Così come il mondo diventa più globale, questo nuovo orientamento economico migliorerà anche gli standard russi e aumenterà il valore economico riuscendo ad offrire una maggiore apertura alla comunità russa”. E le soluzioni? Ecco cosa suggeriscono per offrire un futuro migliore alla

Russia. “La Russia dovrebbe essere decentralizzata - dice Yulia - perché i rischi della centralizzazione sono tanti: il cittadino è controllato dallo Stato che, a sua volta, è troppo grande per gestire se stesso. La Russia andrebbe divisa in più Stati perché l’accorpamento è inutile: le Regioni vanno controllate meglio perché spesso quello che succede al di fuori di Mosca non lo sa nessuno”. Fortune: “La Russia è un Paese che sta crescendo rapidamente e sta imparando molto. Ma se vuole diventare uno Stato esemplare, deve dare più valore agli individui anziché al sistema, aprirsi ai cambiamenti e alla globalizzazione tramite scambi industriali a livello internazionale”. Secondo Svetlana: “il sistema va cambiato dalla base, ai russi si deve offrire una cultura politica e va combattuta la corruzione”.


“Ilfatto”,unpretestoperspiegarecomevailmondo Le interviste della censurata rubrica tv di Enzo Biagi ripubblicate dal quotidiano di Padellaro e Travaglio. L’annuncio è stato dato in occasione del premio annuale al “Cronista di provincia” dedicato alla memoria del giornalista di Pianaccio Carla Falzone

L’ intera raccolta delle interviste di “Il fatto di Enzo Biagi”dall’11 luglio

verrà pubblicata su “Il fatto quotidiano” di Antonio Padellaro. Lo straordinario archivio storico dell’apprezzato programma televisivo, recuperato grazie alla ferma determinazione delle figlie di Enzo Biagi, Carla e Bice, e del collega e amico di una vita, Loris Mazzetti, approderà per la prima volta su carta stampata. Dopo otto edizioni, 834 puntate, il 31 maggio del 2002 è andata in onda l’ultima puntata della rubrica tv. Da allora, delle oltre duemila interviste fatte, molto poco è rimasto accessibile al pubblico. Sul grande canale You Tube, sono infatti disponibili solo poche decine di video. Sul sito delle Teche Rai è possibile visualizzare, a bassissima risoluzione, soltanto sette piccoli estratti della striscia quotidiana che andava in onda tutte le sere su Rai 1. Il giornalista e regista del Fatto, Loris Mazzetti, a questo proposito confessa: “Con la ‘promulgazione dell’editto bulgaro’, oltre al programma tv anche il sito del Fatto è sparito. Hanno tolto tutto, le hanno cancellate”. Quasi impossibile oggi riuscire a godere dell’enorme patrimonio documentale che le interviste di Biagi rappresentano. “Quando siamo tornati in onda dopo cinque anni - continua Mazzetti -, avevamo fatto un link dentro Rotocalco Televisivo dove potevi rivedere Il Fatto. Dopo la morte di Biagi, è stato rimosso tutto”. Era il 18 aprile del 2002 quando, l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, durante una conferenza

stampa dalla Bulgaria, contestò il lavoro e il modo di fare tv di Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi provocandone l’allontanamento dalla televisione pubblica. “L’editto bulgaro fu una cosa vergognosa in un momento difficile di Biagi. Poi arrivò la cacciata dalla Rai, la sua grande casa. La redazione era la sua famiglia”, ricorda il regista della trasmissione. L’episodio rappresentò l’ennesima grave ingerenza della politica, e anche in seguito rese estremamente difficile il reintegro del giornalista emiliano nell’azienda :la televisione che Enzo Biagi contribuì a cambiare, nei decenni di lavoro al servizio pubblico, non fu più disposta ad accettarlo. “Ci sono dei momenti in cui si ha il dovere di non piacere a qualcuno”, si giustificava Enzo Biagi alle telecamere di Rotocalco Televisivo, alla prima puntata del programma con cui tornò in onda dopo i cinque anni di interruzione dal lavoro. “Era una televisione diversa - racconta Mazzetti - la Rai è sempre stata mescolata ai politici. Attraverso la lottizzazione la politica ne ha sempre avuto il controllo”. Sergio Zavoli, il più anziano parlamentare italiano, oggi senatore a vita, a lungo presidente della televisione di Stato, racconta la profonda evoluzione del servizio d’informazione: “La Rai di Enzo Biagi è stata la Rai conscia del proprio ruolo di servizio pubblico che, in quanto tale, doveva rappresentare la difesa di un interesse di carattere generale, la difesa della cre-

scita culturale e civile di questo Paese”. Un’offerta sempre più limitata e “meno attenta ai bisogni non solo materiali ma anche morali della gente - continua Zavoli - da qualche tempo, la tv è venuta in gran parte meno a questo obbligo statutario. E si avverte, si è degradata la qualità della comunicazione”. Analizzando cosa è rimasto del modo di fare informazione che apparteneva alla prima Repubblica, Loris Mazzetti punta il dito sulla classe dirigente della Rai: “È necessario valutare la qualità dei direttori. Un tempo prima di tutto erano grandi professionisti, poi la politica ha messo dei servi a fare i direttori”. Pochi giri di parole per commentare il palinsesto televisivo offerto al grande pubblico ogni giorno: “C’è stato un automatico scadimento della qualità dei programmi, è stato il decadimento qualitativo a produrre il degrado che conosciamo”. Con Biagi si raccontavano i fatti. Per otto edizioni nella trasmissione del Fatto quotidiano, le inchieste si costruivano attraverso gli speciali. Parlavano i protagonisti, le immagini, si raccontavano la cronaca. Era la tv costruita nei luoghi dove accadevano le cose. Ma è ancora possibile pensare ad un lavoro come quello svolto dal cronista di Pianaccio, oggi in televisione? Nonostante l’esistenza di un sistema che potrebbe offrire un’offerta completa, grazie anche alle potenzialità del digitale terrestre, che consente la proliferazione dei canali e, dunque, una straordinaria varietà di offerta, la


televisione italiana si mantiene sulla curva discendente dell’appiattimento dei contenuti. “In televisione l’inchiesta è morta, è finita” commenta senza mezzi termini l’autore televisivo Loris Mazzetti, “L’inchiesta è stata sostituita dal talk show, l’immagine ha sostituito le parole”. L’autrice di Report Milena Gabanelli, incontrata in occasione della rassegna dedicata a Enzo Biagi, che si svolge ogni anno nel suo paese natale dell’appennino emiliano, racconta le ragioni della poca attenzione all’inchiesta Rai di oggi: “L’approfondimento è in controtendenza con l’esigenza di avere tutto subito, è necessario avere le informazioni che servono al pubblico per capire un determinato fenomeno”. Un lavoro attento, fatto di ricerca e studio. Oltre la notizia, la capacità di raccontare e spiegare. Secondo l’autrice di Report, la ragione per cui oggi in Italia il giornalismo di inchiesta non si fa, è che nessuno la vuole. “In un momento in cui tutte le aziende stanno andando male, un prodotto televisivo che funziona come il talk costa poco e rende molto”. “La gente cerca soltanto l’intrattenimento, il più adescante il più corrivo, gli spettacoli che hanno minore qualità sono quelli che raggiungono maggiore consenso - racconta ancora Zavoli - questo è il senso del problema grave che investe i comunicatori”. Al contrario, la fatica della ricerca, non riesce a trovare riscontro nelle aziende televisive e nell’editoria. Quale autrice di inchieste dai temi complessi, come ad esempio quelli della politica economica o della finanza di Stato, Milena Gabanelli racconta come avviene la costruzione di una puntata: “Prima della messa in onda ci sono tanti passaggi, si cerca di rendere più semplici le storie”. Ogni singola puntata de Il fatto di Biagi durava appena cinque minuti: un intervallo brevissimo denso di informazione e frutto di un corposo lavoro. Al suo interno, fino a tre interviste ai grandi personaggi della storia. Un contenuto chiaro, conciso che ogni sera collezionava una media del 24% di share con oltre 6 milioni di telespettatori. La ricetta offerta da Milena Gabanelli, per un giornalismo capace di raccontare i fatti e le storie è semplice: “Tutto si può raccontare in pochissimo tempo, più riesci a fare la sintesi, tanto più il tema complesso è chiaro. Questo però è un lavoro davvero infinito”.

Parla Giovanni Tizian: “A minacciare il cronista, oltre la mafia, è il precariato” L’inchiesta? Per gli editori è solo un costo, per molti direttori una perdita di tempo. Giovanni Tizian giornalista, oggi è costretto a vivere sotto scorta perché minacciato dalla mafia. In questi anni, il suo lavoro è stato quello di raccontare le infiltrazioni mafiose nelle regioni del nord. Incontrato in occasione del premio Enzo Biagi di Pianaccio, di cui è stato vincitore nella scorsa edizione, spiega che, la minaccia più grande per un cronista oggi, oltre la mafia è il precariato. È più difficile parlare di mafia in Calabria o in Emilia Romagna? Sembrerà strano ma è più difficile in Emilia Romagna. C’è meno attenzione ed è difficile spiegare un fenomeno complesso come può essere la presenza del clan dei Casalesi, o di un’organizzazione ancora più segreta come la ‘Ndragheta. Quale la difficoltà più grave? La grande difficoltà non è spiegare ai cittadini cos’è il fenomeno, ma contrastare la disattenzione delle istituzioni. Scrivere e non ricevere attenzione da parte delle amministrazioni, o dall’imprenditoria, è forse il segnale più difficile da digerire per un giornalista che lavora e parla di mafia nelle regioni del nord Italia. Quale la minaccia più subdola per il giornalista? Mafia o precariato? Se un giornalista scrive di mafia ed è anche precario, la minaccia è doppia. Per chi non scrive di mafia la minaccia è il vero e proprio precariato che in alcuni casi è sfruttamento. Sfruttamento ai danni di colleghi che lavorano nei giornali locali e che gestiscono intere pagine per pochi euro al pezzo. Se scrivi di mafia, puoi avere conseguenze ulteriori: in pericolo c’è la propria vita. Qual è il limite di questa professione oggi? Il problema è come viene oggi concepito il giornalismo: non si investe, si predilige l’informazione rapida. Esiste un esercito di sfruttati e di precari che, hanno il posto nelle redazioni ma sono abusivi. Nessuno vuole mettere mano a questo disastro. Perché fanno comodo, perché i giornalisti precari e sfruttati sono facilmente ricattabili e perché dell’inchiesta si sta perdendo traccia. E’ possibile l’inchiesta nella carta stampata a queste condizioni? Si continua a fare, fortunatamente, però diventa sempre più difficile. Bisogna trovare un giornalista di buona volontà che per quattro euro la settimana - l’inchiesta richiede tempo - decide di lavorare e guadagnare così poco. Bisogna trovare dei bravi cronisti che hanno voglia di continuare a fare inchiesta a queste condizioni. Bisogna continuare a farla, ma occorre ribellarsi a queste condizioni. Questa è la soluzione. E bisogna far valere i pro-

pri diritti. Chi può aiutare il lavoro del giornalista? La politica conosce il male del nostro settore e non può dire di non sapere. Lo sa, ma continua a fare nulla. Dobbiamo smetterla di considerarci solo noi, quelli che stanno male nel mercato del lavoro. Noi facciamo parte di un’ampia schiera di giovani che vivono la precarietà e non riescono ad avere un futuro. Dobbiamo unire le forze e la battaglia deve essere comune. E’ possibile tornare a praticare la professione con il rigore e l’impegno che erano proprie di Enzo Biagi? Un tempo c’erano più garanzie, l’informazione era diversa, c’era più attenzione rispetto alle inchieste giornalistiche. Oggi inchiesta vuol dire per molti giornali e per molti editori avere un cronista fuori per una settimana ed è un costo. Prima era considerato un investimento, oggi non più. Quali prospettive per il futuro? Vedo tanti giovani che continuano a lavorare e fare bene, mi fanno sperare per il futuro. Credo che la cosa principale sia continuare a fare questo lavoro, cercando i fatti che non si vedono immediatamente in superficie, e allo stesso tempo si deve portare avanti una battaglia collettiva . Perché isolarsi e ci rende fragili. Bisognerebbe pensare al lavoro in maniera diversa.

GIOVANNI TIZIAN, trentun anni, ha mosso i suoi primi passi da cronista raccontando le infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna per la Gazzetta di Modena. Il suo lavoro nel 2012 gli è valso il premio “Per i giovani cronisti di provincia” intitolato alla memoria di Enzo Biagi. Dal 2011 vive sotto scorta perché, secondo intercettazioni disposte dalla magistratura, è diventato bersaglio della malavita organizzata. Oggi è giornalista e collaboratore de L’Espresso e La Repubblica. Quest’anno ha pubblicato il libro “La nostra guerra non è mai finita. Viaggio nelle viscere della ‘ndrangheta e nella memoria collettiva”. Nel 2011 ha esordito con il saggio “Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano


Quindici - 3° Numero