Lost identities: nota critica | kritischer Text

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NOTA CRITICA La serie GIF - Generic Identity Format nasce – e non pare un caso – durante un viaggio compiuto dall’artista in Vietnam, nel 2018. Già in questo semplice aneddoto si cela l’idea di un ciclo che affonda le radici nel decentramento di uno sguardo che abbandona coordinate stantie e si rende declinazione attiva degli stimoli posti dall’inedito. Da qui, il processo realizzativo, che nasce dallo sfogo di un automatismo che si vorrebbe estraneo dalle catene del raziocinio, “una ricerca spasmodica dove regna l’improvvisazione”, come afferma lo stesso artista, viene attuato su un formato ridotto e con una tecnica che ben si sposano con le dinamiche contingenze del viaggio. “Ne nascono delle clip brevi, ripetitive, un’inespressiva danza meccanica che gira in loop (da cui il titolo) che arricchiscono i nostri status sui social e che ormai, insieme ad un’infinità di cose perlopiù inutili, ci identificano in modo sempre più generico”. Quasi che, a ben vedere, tanto l’apertura concessa dal viaggio, quanto quella di un procedimento volutamente libero dalle soffocanti ponderosità della nostra cultura visuale, avessero dato alla luce… la loro nemesi. Una serie di concrezioni formali che si ripetono come un tic involontario racchiudono infatti una sagoma umana, “prigioniera di un’estetica insostenibile, che immobilizza e rende tutto simile”. “È quello che la società contemporanea vorrebbe farci credere fondamentale per il successo: la maschera sociale con cui recitiamo nel grande teatro della vita. L’essenza più profonda sembra non interessare poi molto, il nostro Essere sostituito dal nostro Avere, con un Formato di Identità Generica”. Con la serie GIF e opere affini, si delinea così una riflessione sull’esigenza di un riconoscimento della struttura socio-culturale come fattore di radicamento umano, necessariamente da intendersi come emanazione complessiva di un patrimonio realmente espresso dalla moltitudine dei singoli e non più come cappello regolatore attivo in una costante coniugazione passivante delle infinite ricchezze dell’espressione individuale a tutti i suoi livelli. Dal ciclo promana, insomma, la visione di una realtà profondamente schiacciata dalla matrice stereotipica delle coordinate che informano le nostre traiettorie di vita. Gli automatismi indotti da un determinato contesto rendono il progresso stesso delle nostre esistenze un’insopportabile accumulazione di concrezioni preconfezionate da una “cultura” che ci è fondamentalmente esterna, pur fallacemente percepita come intima, la quale ha perso l’opportunità di potenziale emancipatrice, invece possibile solo laddove con essa si instauri una relazione effettivamente partecipativa, che dai soggetti conduca verso un’interazione aperta con la definizione delle loro rappresentazioni. Su questo diverso rapporto tra individuo e struttura esterna si gioca infatti la possibilità di uscire dal rischio, sempre più effettivo, di uno scivolamento in direzione di un contenitore in grado di plasmare, per tramite di confini e percorsi consolidati, la libertà di una visione organica di quello che è passibile di essere percepito come autentica espressione di un portato identitario. Mike Fedrizzi esaspera il concetto di dominio esercitato da una costruzione che sussume, sotto quello che genericamente si può intendere nell’accezione di “culturale”, una serie di questioni, i conseguenti rapporti di forza e i poteri contrattuali esercitabili in un’eventuale ridefinizione. Il conosciuto, il ripetuto, il codificato sono la normatività che la nostra “cultura” stabilisce: riconosciamo una generica ma vacua bontà solo di fronte a uno specchio che non siamo in grado di intendere come impietoso. Solo la liberazione dal preconcetto acritico e il ritorno alla natura umana come precondizione assoluta, ideale stadio di libertà incorrotta, paiono poter porre le basi per un discorso dalla linfa nuovamente feconda. Nelle sagome spogliate da inautentiche formulazioni eterodirette, l’umano ritrova sé stesso e si scopre condividere con gli altri le gioie del dirsi parte di una comunità. Di qui, forse, il messaggio di speranza infine disteso: l’abbandono della certezza predigerita, della collocazione non scelta, dell’identificazione artificiale in quel che è accettato come regola alimenteranno il passaggio verso la fase in cui potremo definirci, inequivocabilmente e semplicemente, di cultura umana.

Lost identities Mike Fedrizzi 10.02.2022 – 04.03.2022

A cura di Nicolò Faccenda

Un progetto di Lasecondaluna Mediateca Multilingue Merano


KRITISCHER TEXT Die Reihe GIF - Generic Identity Format entstand 2018, während einer Reise des Künstlers in den Vietnam - und das ist kein Zufall. An der Entstehungsphase erkennt man bereits, dass es um einen Zyklus geht, dessen Wurzeln in einer dezentrierten Sichtweise liegen. Der Blick schweift von den gewohnten Koordinaten ab und wird offen für den Reiz des Neuen. Der kreative Prozess ist Ausdruck eines Automatismus, der den Fesseln der Rationalität zu entkommen versucht, „eine krampfhafte Suche, in der die Improvisation vorherrscht“, wie der Künstler selbst bestätigt. In der Technik seiner kleinformatigen Arbeiten spiegeln sich die dynamischen Umstände der Reise wider. „Die kurzen, sich wiederholenden Clips sind wie ein ausdrucksloser mechanischer Tanz, ein Loop (daher der Titel). Solche Elemente finden wir in Hülle und Fülle in den sozialen Medien. Sie repräsentieren uns auf eine generische Art und Weise, zusammen mit anderen, meist nutzlosen Dingen.“ Die durch die Reise erfolgte Öffnung und der Wille, einen Prozess zu finden, welcher frei von der erdrückenden Last unserer visuellen Kultur ist, scheinen eine Nemesis erschaffen zu haben. Eine Reihe formaler Gebilde, die sich wie ein Tic wiederholen, zeigen eine menschliche Silhouette, „die in einer untragbaren Ästhetik gefangen ist, welche bewegungsunfähig macht und alles vereinheitlicht“. „Es ist das, was in der modernen Gesellschaft als grundlegend für den Erfolg gilt: die soziale Maske, mit der wir im großen Theater des Lebens mitspielen. Die verborgene Essenz scheint uninteressant zu sein, unser Sein wird vom Haben ersetzt, im Format einer Generischen Identität.“ Die Reihe GIF und ähnliche Kreationen des Künstlers stellen eine Reflexion über die soziokulturelle Struktur dar, die zur menschlichen Verwurzelung beiträgt. Sie kann als Gesamtausdruck der vielen Einzelschicksale verstanden werden und nicht mehr als ein übergeordnetes Element, das den unendlichen individuellen Reichtum vereinheitlicht. Der Zyklus zeigt also eine Realität, die von den stereotypierten Koordinaten erdrückt wird, die unser Leben informieren. Kontextabhängige Automatismen sorgen dafür, dass die Entwicklung unserer Existenzen zu einer unerträglichen Anhäufung von vorgefertigten Gebilden wird. Diese entstehen immer aus einer externen „Kultur“, die oft fälschlicherweise als intim betrachtet wird. Sie hat das emanzipatorische Potential verloren, das nur dort besteht, wo es eine wahrhafte Teilhabe gibt, die vom Subjekt zu einer offenen Interaktion mit seinen Repräsentationen führt. Eine neuartige Beziehung zwischen Individuum und externer Struktur könnte vermeiden, dass ein Behälter durch klare Grenzen und gewohnte Wege die Freiheit einer organischen Vision eingrenzt; also das, was als authentischer Ausdruck eines Individuums gilt. Mike Fedrizzi treibt diese Idee auf die Spitze: Es dominiert eine als „kulturell“ bezeichnete Struktur, die verschiedene Bereiche zusammenfasst, sowie die Machtverhältnisse bei einer Neudefinition beeinflusst. Das Vertraute, Wiederholte und Kodifizierte wird von unserer „Kultur“ als Normalität betrachtet: Wir erkennen eine generische, aber letztendlich leere Gutmütigkeit nur vor einem Spiegel, den wir nicht als erbarmungslos einstufen. Nur die Befreiung von vorgefertigten Meinungen und die Rückkehr zum natürlichen Urzustand des Menschen, dem idealen Zustand der Freiheit, können die Grundlage einer fruchtbaren Diskussion bilden. In den Figuren, die frei von unauthentischen, fremdgesteuerten Elementen sind, findet der Mensch sich selbst wieder und entdeckt, dass es Freude bereitet, Teil einer Gemeinschaft zu sein. Hierin steckt sich vielleicht ein Hoffnungsschimmer: Das Verlassen von sicheren Mustern, der auferlegten Ordnung, der artifiziellen Identifikation mit dem, was als kanonisch gilt, wird den Übergang zu einer Phase ermöglichen, in der wir alle einfach Teil der menschlichen Kultur sind.

Lost identities Mike Fedrizzi 10.02.2022 – 04.03.2022

Kuratiert von Nicolò Faccenda

Ein Projekt von Lasecondaluna Sprachenmediathek Meran