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ROM-MANIA E IL PALLINO DELL’INTOLLERANZA

Periodico dei giovani della Provincia di Pesaro-Urbino

FED SYSTEM

IL CANTASTORIE DEI SOGNI E DELLA REALTA’

www.scintilla.nelvento.it

NOI E LORO


Primo Piano

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di Chiara De Notaris

Editoriale

l nemico del mio nemico è mio amico. Se si ha un interesse condiviso nello stare insieme è naturale creare alleanze per unire le forze. Quando il nemico comune viene meno, però, si perde anche la motivazione per collaborare e, come avvenne spesso storicamente, si finisce per farsi guerra l’un l’altro. Anche all’interno del nostro stato succede più o meno così: in Italia ci sono problemi economici? Colpa della crisi. In Italia ci sono problemi politici? Colpa dell’opposizione (qualunque essa sia). In Italia ci sono problemi sociali? Colpa degli immigrati. Riprendendo la sempre attuale logica del capro espiatorio, la tendenza è quella di scaricare in qualcosa di più o meno indifeso e comunemente indifendibile tutte le colpe, creando “nemici” contro cui combattere uniti. Ma com’è possibile rendere l’opinione pubblica concorde nell’individuazione di tali nemici? Spinta più forte del reale pericolo è la percezione del pericolo stesso. In un tempo in cui i mezzi di comunicazione costruiscono l’opinione della gente, niente è più facile che creare credenze fittizie. Una persona che ha paura è molto più insicura di una che si sente tranquilla. L’individuazione di ciò contro cui combattere e di cui aver timore, spinti dalla percezione di un pericolo costruito, sembra, oggi, il più forte elemento della nostra unità nazionale. Un po’ come ai tempi della caccia alle streghe.

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e il pallino


Primo Piano

ROM-mania

dell’intolleranza R

Fare chiarezza e saper distinguere.

isalendo verso il cuore di Torino, appena dietro il Palazzo Regio, ogni mattina si apre una danza fatta di mille colori e odori: il mercato. Frutta, verdura, carne, salumi e formaggi di ogni tipo. Se sei abile nel giostrarti tra le bancarelle, dribblando le sacchette piene di cibo o le sporte a rotelle che le anziane signore si trascinano dietro, poco più in là puoi trovare il leggendario Balon [pronuncia in dialetto piemontese: ba’lʊŋ ], ovvero il mercatino delle pulci nel quale tutti vendono tutto: sedie, quaderni, matite, prese per la corrente, libri, mobili antichi, vecchi giradischi scassati (il mio coinquilino si è preso una fregatura assurda!), biciclette rubate, mollette per stendere i panni, fazzoletti da naso, carta igienica, casse, cassette, vinili, cd, fumetti, vestiti anni ‘60-’70-’80-’90-’00-’10-’20-’30 ecc... Se da qui si prende il 4 in direzione Falchera, e si scende all’altezza di corso Vercelli, a qualche centinaio di metri dietro un McDonald’s potete trovare un campo Rom. Ho conosciuto Nicola un pomeriggio a ridosso delle feste di Natale. In una galleria del centro storico stava chiedendo aiuto ai passanti: aveva bisogno di un particolare tipo di latte per il suo bambino appena nato che ha problemi di salute. Dopo avermi mostrato tutti i documenti dell’ospedale e la scatola vuota del latte, gli ho dato dieci euro (il latte costava ventisette), e il mio numero di telefono in modo che, se per le quattro non avesse trovato altri soldi, avrebbe potuto tranquillamente chiamarmi e io sarei passato a comprare il latte con lui. Nicola vive con i suoi fratelli in un campo Rom e ha una bancarella in un mercatino a Roma. Gli ho promesso che appena tornato dalle vacanze sarei andato a mangiare a casa sua, e così è stato. E’ lunedì mattina. Una volta raggiuntomi davanti al McDonald’s ci dirigiamo insieme verso il campo. Appena fuori dal recinto intravedo dei cassonetti dell’immondizia circondati da assi di legno e vetri rotti, oltre che da altri scarti cementizi: “Abbiamo sei pattumiere in tutto il campo. Il problema è che ogni mattina i camion degli appaltatori passano e scaricano alla sfuggita i loro scarti e quelli delle aziende che lavorano con loro”. Il campo è costituito da trenta casette, per la maggior parte bi o trilocali, per trenta famiglie. Mentre ci dirigiamo a casa sua mi spiega

che il loro campo è legale e concesso come spazio dal comune, mentre gli altri piccoli stanziamenti che ci sono attorno sono abusivi e abitati per la maggior parte da rom rumeni. Una delle prime case assomiglia a un’area giochi: Nicola mi spiega che ogni mattina la Croce Rossa, e da qualche tempo anche Emergency con alcuni assistenti sociali, vogliono preparare un asilo nido per bambini da 1 a 3 anni. Appena entro nella sua abitazione trovo una signora dai lunghi capelli castani che mi accoglie e mi fa sedere a tavola per pranzare... “questa volta all’italiana”, dice Nicola ridendo. Nicola è nato e vissuto in Italia. E’ cittadino apolide dato che i genitori sono Bosniaci ma lui è nato durante la frammentazione della Jugoslavia e non possiede nemmeno la cittadinanza bosniaca (così ci racconta senza troppi particolari). Sa, però, che per avere la cittadinanza bosniaca deve avere un particolare documento (non ricordo se si tratti del codice fiscale), che qui in Italia non rilasciano senza un ulteriore documento dello stato di provenienza. Il problema è che lui non proviene dalla Bosnia, dato che è nato in Italia. La signora, pacatamente, sottolinea più volte che non ha mai avuto problemi con la legge, e si giustifica dicendo che quasi tutte le persone associano la parola rom a delinquenza e fastidio; una volta li hanno persino mandati via da una spiaggia libera perché erano zingari (riconosciuti dal camion allestito a dormitorio con qualche coperta e cuscino). “Non siamo bestie”, dice la signora dai lunghi capelli. Aggiunge che non pagano l’affitto, dato che il comune gli dà i prefabbricati praticamente non arredati né riscaldati e piuttosto sgangherati: quasi tutti si costruiscono delle caldaiette interne e riparano porte e finestre a mano. Ma pagano la corrente e il gas, come vedo da tutte le bollette dello scorso bimestre che Nicola mi mostra con cura. Il suo vero nome è Zoram: tutti si chiamano con il loro nome italianizzato. La parola rom è universale e significa zingaro, ma ogni zingaro ha il suo paese d’origine, cosa che comporta molte differenze. Le etnie rom dell’ ex-Jugoslavia sono raggruppate sotto quattro grandi cognomi, e nel campo sono tutti Halilovic. Sono di religione mussulmana, ma non praticanti. Una truppa di bambini entra dalla porta e mi circonda guardandomi con curiosità che aumenta poi notevolmente non appena Nicola mi presenta come giornalista. 3


Primo Piano

Chiedo a una bellissima bambina dagli occhi scuri se va a scuola. Naturalmente sì, e sta studiando le tabelline. Così, mentre gioca con i fratellini e sta per lanciarsi a capofitto sul letto, fa il conto alla rovescia con la tabellina del due e del tre. Poi mi mostra i suoi quaderni pieni di “ottimi” e di “distinti”. I contributi scolastici li paga il comune, ma i buoni per le mense non vengono dati a tutti. Nel campo tutti i lavoratori recuperano metalli e li rivendono sul mercato. Anche loro risentono della crisi, e quello che prima vendevano a 12 centesimi al chilo ora lo vendono a 8 centesimi, 15-20 se si tratta di rame o alluminio. Nicola non nega che nel campo ci sono anche ragazzi che rubano, e questo dà molto fastidio perché rovina la loro reputazione e a rimetterci è l’intera comunità. Questa volta a lamentarsi è Sandokan Halilovic, un ragazzo che vive poche case più in là. Dimostra una buona coscienza politica, e afferma che la sinistra avrebbe dovuto regolamentare e dare più possibilità agli zingari a posto con la legge e che hanno un lavoro fisso, e distinguerli dai nuovi arrivati e dai delinquenti. Esprime il desiderio di andare ad abitare in una casa popolare da solo con la sua famiglia, perché, anche se non rinnega la sua cultura, il concetto di campo li rende tutti uguali e non gli permette una onesta integrazione. Sandokan ha tentato di avere la cittadinanza, ma quando l’ha richiesta gli hanno detto che non era segnata la data in cui aveva instaurato la residenza (a Moncalieri, come c’è scritto nella carta d’identità), e così ha dovuto rimandare, forse per altri dieci anni. La maggior parte di loro è nata e cresciuta in Italia, ormai alla terza generazione di immigrati. In passato capitava che mandavano le donne a chiedere l’elemosina ma ormai sono dieci anni che questo non accade più, e quelle che si vedono per strada sono donne rumene. Non manca il rispetto e la convivenza da buon vicinato, ma non esitano a dire che l’arrivo degli zingari rumeni (e sottolineano degli zingari, e non di tutti i rumeni) ha peggiorato la loro reputazione. La gente non sa e non vuole distinguere, così li etichetta tutti come rom, ma la maggior parte della delinquenza se la portano dietro i rumeni: sono allevatori di cavalli che vengono dall’est della Romania e, a causa del freddo, sono abituati a bere vodka di continuo. Sono spesso ubriachi e mandano le loro mogli a fare l’elemosina con i bambini. Vengono qui per accumulare un po’ di soldi e investirli nel loro paese d’origine dove tutto costa di meno. Si avverte una punta di esagerazione nelle parole di Nicola che afferma che l’immigrazione rumena è aumentata vertiginosamente perché sotto il terrore della presidenza di Nicolae Ceauşescu, finita nell’89, era vietata ogni forma di espatrio. Adesso stanno recuperando il tempo perduto. Con Nicola provo ad avvicinarmi al campo degli zingari rumeni, ma quattro signori ci dicono che non gli interessano i giornalisti, e continuano ad ignorarci. Tra le altre cose Nicola mi dice che poco tempo fa qualcuno, probabilmente fazioni di destra estrema o di Lega Nord, ha lanciato delle molotov nel campo rumeno, mandando in fiamme baracche, case e 4

automobili parcheggiate. Nicola va fiero della sua cultura, ma è disposto a fare delle rinunce per permettere una maggiore integrazione: per esempio, ha proposto al comune di instaurare un gabbiotto all’uscita del campo di Roma, per controllare il via vai di persone. Non nega che le cose, soprattutto a Roma, sono migliorate negli ultimi anni. Ci salutiamo con un abbraccio e ci diamo appuntamento a presto, quando gli porterò le copie del giornale. 1- Molti rom affermano che i loro progenitori sono scappati dal paese d’origine per cercare, pur mantenendo la propria cultura, condizioni di vita migliori per i propri figli. Questi ultimi sono nati e cresciuti in Italia e proseguono lo stesso difficile cammino. Mi sembra ridicola l’ipocrisia di quelle persone che, nel momento in cui gli si dice che la cultura rom prevede il culto della famiglia composta da 7-8 figli, rispondono: “E poi fanno l’elemosina perché non riescono a sfamare i loro figli. Che ne facciano di meno!”. 2- Dobbiamo imparare a distinguere tra rom e rom, dato che rom è sinonimo di cultura e ogni cultura è fatta di particolarità che creano nette differenze, anche nell’integrazione sociale. 3- Ultimamente sento spesso gente che si lamenta del fatto che nei servizi pubblici e nei diritti sociali (per es. avere una casa popolare o fare la fila alla mutua), gli zingari hanno la precedenza. Anche se fosse, e credo che si tratti della minoranza dei casi, il problema sta nelle varie amministrazioni locali, e nella politica di governo. Sicuramente non serve a niente prendersela con loro in quanto persone, o come popolo, che cerca semplicemente una discreta convivenza nella società dei loro padri e dei loro figli. Niccolò Blasi


Attualità

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FED SYSTEM

a Fed ha tollerato la speculazione in campo immobiliare e non sta usando gli strumenti di cui è dotata fin dal periodo della Grande Depressione. Mi auguro che il Congresso degli Stati Uniti riveda i poteri assegnati alla Fed e la riporti al suo compito che è quello di mantenere la stabilità dei mercati finanziari» Stephen Roach, economista e presidente di Morgan Stanley Asia. La Federal Reserve Bank (banca centrale americana) non è intervenuta nella situazione di crisi del credito americano, prevista con mesi d’anticipo da molte persone. Questo eccessivo liberismo è esploso con la crisi di liquidità con cui sono fallite AIG e Lehman Brothers, che hanno entrambe giocato in modo molto rischioso con prestiti subprime e assicurazioni azzardate.

La storia della Fed:

Il 23 dicembre 1913, nell’aula semideserta del Congresso, il neopresidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson approvò e promulgo il Federal Reserve Act; proprio come aveva promesso alle grandi dinastie di commercianti e banchieri (Rockefeller, Morgan, Warburg, Rothschild) in cambio del forte aiuto propagandistico per la sua campagna elettorale. La Federal Reserve Bank (abbreviato Fed), banca centrale d’America, gestisce i tassi d’interesse e produce la moneta per il paese, regolandone così la quantità ed il valore. Bisogna però dire che la moneta viene concessa in prestito allo stato ad una % d’interesse (come un normale prestito bancario). Si emettono, infatti, titoli di stato a garanzia del credito della Fed; ciò determina un debito pubblico che ammonta a tutta la moneta in circolazione (cioè quella prestata dalla banca, più gli interessi su questa somma). Come può lo stato restituire più soldi di quanti gliene sono stati dati? La risposta la Fed la sa bene e, per far andare avanti il botteghino, concede ulteriori prestiti affinchè lo stato possa pagare il precedente debito, creandone però un altro ancora più grande: un debito auto generante! Lo stato e i cittadini si trovano, dunque, automaticamente debitori della banca centrale senza possibilità di riscattarsi. Questo è il prez-

zo dell’interesse sempre mancante, la schiavitù che la banca impone, come di diritto per l’insolvenza della nazione. “Datemi il controllo della moneta di una nazione, e non mi preoccuperò di chi ne fa le leggi.” M. A. Rothschild, fondatore dell’omonima dinastia bancaria. Luca e Gustav in una il scena del film Ma quando nel 1914 la Fed aveva astutamente ottenuto potere di controllare la quantità di moneta in circolazione, i grandi uomini d’affari potevano soddisfare le loro aspettative di profitto. Dal ’14 fino al ’19 la Fed aumentò pian piano la fornitura di moneta del 100% ca. e ciò portò le banche a concedere grandi quantità di prestiti; poi, improvvisamente, nel ’20 la Fed ritirò una enorme quantità di moneta dalla circolazione, di modo che, proprio come avvenne nel 1907, le banche più deboli dovettero riprendersi la maggior parte del denaro prestato, scatenando panico tra gli sportelli, bancherotte e tracolli finanziari che fecero fallire oltre 5400 banche, rinforzando il piccolo 5


Attualità

oligopolio dei banchieri internazionali. “Tramite il Federal Reserve Act, si creano crisi artificiali. La crisi attuale è il primo caso di crisi scientificamente creata, concepita allo stesso modo con cui risolviamo un’equazione matematica.” Charles Lindbergh, membro del Congresso. Tuttavia questa crisi sembrò essere solo un test, in quanto dal ‘21 al ’29 la massa monetaria fu di nuovo portata alle stelle, facendo volare alti anche i prestiti bancari. Per di più venne introdotto un tipo di investimento in borsa che si poteva acquistare versando solo il 10%, con il privilegio delle banche di essere rimborsate del residuo 90% entro 24 ore dalla chiamata al cliente. Fare questo tipo di investimenti diventò una vera moda in quei ruggenti anni ’20! Pochi mesi prima dell’ottobre 1929, J.D. Rockefeller insieme ad altri furbi uscirono pacatamente dal

mercato. I grandi finanzieri newyorkesi cominciarono a chiamare i rimborsi dei titoli di borsa in massa (lo fecero apposta); ciò provoco una straordinaria vendita di titoli sul mercato e massicci prelievi alle banche che andarono in tilt, perché tutti dovevano trovare i soldi per il rimborso e nessuno li aveva per tutti. Il risultato fu il fallimento di 16.000 banche e molteplici imprese che furono costrette a vendere la propria attività a prezzi stracciati; e a chi potevano vendere se non ai grandi banchieri organizzati tra loro, che ancora una volta ci avevano marciato sopra! Non è tutto: la Fed, invece di aumentare la moneta in circolazione per ristabilire la nazione dal colpo, la diminuì fin dove possibile, alimentando una delle più grandi depressioni della storia. Ma perché nessun governo non ha mai fatto nulla per fermare la Fed? Perché è un ente che crea da sé le sue politiche e che non può essere

controllato in tempo utile. Essendo privata può essere acquistata e controllata in borsa, dove tutto conta fuor che la stabilità dell’America. Cosa ci fa credere che una banca centrale come la Fed possa essere d’aiuto in questa nostra crisi? Razvan Vacaru 6


Società

NOI E LORO

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l senso che abbiamo di noi stessi si costruisce nella relazione con gli altri, rispetto ai quali ci confrontiamo, cogliamo differenze o somiglianze. Il continuo paragone e confronto è il filo unitario che dà senso alla trama delle nostre esistenze e che tiene insieme la nostra esperienza vissuta e la realtà. L’uomo per poter affermare la propria individualità, la propria identità, deve dipendere dagli altri. Se ognuno di noi è un essere unico ha comunque bisogno del riconoscimento che gli viene dall’altro. Tuttavia ci capita spesso che, credendo di dare maggior forza alla nostra identità (o perchè in realtà ci sentiamo deboli), svalutiamo l’altro, oppure ce ne costruiamo un’ immagine su misura. Utilizzando la differenza che ci distingue dall’altro cerchiamo di emergere dal confronto sminuendolo. Ma se in questo modo distruggiamo l’altro distruggiamo anche la possibilità di venire riconosciuti. Si crea così un movimento tra bisogno e desiderio dell’altro (per essere riconosciuti e valorizzati) e autoaffermazione individuale che si conclude con una contrapposizione che sfocia in una sopraffazione sull’altro. In generale l‘individuo si riconosce simile ad alcuni altri e perciò si identifica con un’identità più ampia, un’identità collettiva. Ogni singolo si sente più forte se appartiene ad un gruppo; lo stesso principio viene applicato fra personalità collettive e anche qui il confronto si conclude quasi sempre con una sottomissione da parte di una delle due comunità. Dal concetto del “noi” e degli “altri” deriva il significato primario di razzismo. “ Ricordo perfettamente quando da bambino ascoltai per radio il secondo incontro di boxe fra l’americano nero Joe Louis e il peso massimo tedesco Max Schmeling. Nel primo Schmeling aveva messo fuori combattimento Louis durante il primo round e la stampa nazista aveva parlato retoricamente dell’innata superiorità della razza bianca. Se non mi ricordo male nel secondo incontro fu Louis a mettere fuori combattimento Schmeling, durante il primo round. L’arbitro porse il microfono al vincitore e gli domandò emozionato: «Allora, Joe, sei orgoglioso della tua razza 7


Società

questa sera?» e Louis rispose con il suo accento del Sud: «Sì sono orgoglioso della mia razza, la razza umana naturalmente».” (Gabriel Jackson). Il razzismo è la peggiore delle anomalie collettive. La più assurda abiezione di questa intolleranza è che essa non prevede alcun tipo di riconciliazione con l’altro, con il diverso: uno può migliorare il suo livello di cultura, istruzione, cambiare idee e opinioni..ma nessuno può modificare il patrimonio genetico. Alcune volte le contese ideologiche e religiose possono essere risolte, ma non è realizzabile una riconciliazione con l’odio razziale, poichè il razzista non è colui che rifiuta le differenze, ma colui che rifiuta l’uguaglianza. Egli tende a produrre esso stesso differenze stabili ed ereditarie. Naturalmente, tutto ciò avviene in modo arbitrario e non è giustificabile da nessun punto di vista: né scientifico né tantomeno morale. L’atteggiamento pregiudiziale del razzismo e di qualsiasi altra forma di fobia per il “diverso” induce a chiudersi entro i propri limiti; a ritenere la propria prospettiva come ovvia e normale, a difenderla come l’unica possibile, l’unica vera e quindi superiore a ogni altra. “Non incontrerai mai due volti assolutamente identici. Non importa la bellezza o la bruttezza: queste sono cose relative. Ciascun volto è il simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. E’ trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per se stessi.” Tahar Ben Jelloun. La nostra costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, non del cittadino. Nonostante ciò in Italia, dal 1998 viene violato il diritto alla difesa legale per i cittadini sprovvisti di regolare titolo di soggiorno. Questi vengono trattenuti nei CPT ( centri di Permanenza Temporanea) per un’infrazione che non è equiparabile a reato. Sono privati della libertà personale e sono sottoposti ad un regime di coercizione che impedisce loro di ricevere visite. Vivono nei centri in condizioni disumane causate dal sovraffollamento e dalla mancanza di igiene e salute. Loro descrivono la loro permanenza nei CPT come il niente.. quando entrano in queste strutture entrano anche nel nulla, poiché al loro interno non sanno cosa faranno e non sanno se qualcuno sa che sono lì, inoltre non lavorano e non hanno obiettivi. La situazione verrà ulteriormente aggravata dalle norme del Pacchetto Sicurezza, che prevedono una politica fondata su misure segregazioniste per le persone migranti, con o senza permesso di soggiorno; le prime a essere indicate come figure pericolose e causa di “allarme sociale”. Il pacchetto, approvato il 5 febbraio, prevede che chi è senza permesso regolare non potrà più andare al pronto soccorso e ricevere cure mediche, riconoscere figli e figlie, sposarsi e inviare soldi a casa. La detenzione nei CIE (ex CPT)_ centri di Identificazione e Espulsione_ verrà prorogata fino a 18 mesi; verrà imposta la tassa di 200 euro per la richiesta e il rinnovo del permesso di soggiorno; i controlli saranno più stretti per acquisire la cittadinanza; l’ingresso illegale nello Stato sarà reato. Il Pacchetto prevede serie sanzioni per coloro che favoreggiano l’ingresso illegale, ma non per coloro che favoreggiano la permanenza irregolare nel territorio a scopo di ingiusto profitto. Tutto ciò perché agli imprenditori e alle grandi aziende fa comodo assumere personale in nero, in quanto comporta un alto risparmio con maggior manodopera. I clandestini arrivano a lavorare per sedici ore consecutive per pochissimo denaro, senza assicurazione e con rigidi orari di controllo. In sintesi tanti doveri e niente diritti. Sfruttano l’idea di confine per rinfacciarla ai clandestini che si trova8


Società

no già in Italia. La violenza sull’immigrazione è l’unico modo per trarne utilità (in senso negativo). L’interesse attuale non è quello di respingere le entrate, ma quello di sfruttare questo apparente allarmismo per acquisire un profitto maggiore. L’Italia ha necessità di manovalanza e quella prodotta dagli immigrati è notevole, lo scopo è quello di strumentalizzare il più possibile questa forza-lavoro. Questo decreto legge è anti-costituzionale, poiché viola l’articolo 2 dei principi fondamentali, che afferma che esistono diritti inviolabili dell’uomo, quali il diritto alla vita, all’onore, all’espressione del proprio pensiero e a formarsi una propria famiglia. Questi non vengono concessi dallo Stato, ma sono originari. Il nostro governo sembra voler instaurare un regime della paura, basato sull’etnocentrismo inteso come atteggiamento pregiudiziale di svalutazione degli altri. Tale comportamento può indurre a disdegnare il diverso e a rifiutarlo (espulsione). I mass media ci bombardano con i soliti casi di cronaca nera di cui sono protagonisti gli stranieri che arrecano danno agli italiani. Invece su 50.000 detenuti solo 18.000 sono extracomunitari, dei quali la maggior parte ha commesso reati contro il patrimonio. Siamo pronti ad attaccare il “diverso” senza ragione, fondando le nostre accuse su pretesti non concreti. Sempre pronti a giudicare tutti tranne noi stessi, dimenticando che gli immigrati del ‘900 eravamo proprio noi. Ma dei 27 milioni di italiani partiti per l’America non si è saputo più niente, ovvero sono stati idolatrati solo i pochi che negli USA si sono fatti una bella carriera come: Amadeo Obici, Giovanni Giol o ancora Fiorello La Guardia. Degli altri niente. Quelli che non ce l’hanno fatta a emergere, quelli che tra mille difficoltà sopravvivono ancora oggi nelle periferie di San Paolo, Buenos Aires, New York o Melbourne, fatichiamo a ricordarli. Erano solo una testimonianza di una storica sconfitta, erano una scomodità che infangava l’onore dell’Italia, erano una piaga da nascondere e basta. Di tutta la nostra storia abbiamo voluto tenere solo qualche frammento e su questi frammenti abbiamo costruito l’idea che noi eravamo diversi: i migliori. Rinfacciamo ai nostri immigrati le stesse colpe che venivano rinfacciate a noi. Anche noi eravamo clandestini, anche noi ci accalcavamo in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti e vendevamo le nostre donne; non solo, abbiamo trafficato per decenni coi nostri bambini, vendendoli alle aste o dandoli agli sfruttatori più meschini. Anche noi rubavamo il lavoro ai loro disoccupati e sempre noi mettevamo a rischio i loro equilibri demografici. L’unica sostanziale differenza fra i “loro” di oggi e i “noi” del ‘900 è lo stacco temporale. Noi abbiamo subito le ingiustizie prima, loro dopo. Ci definivano: “mandrie di ignoranti viziosi” (Reports of the Immigration commission, Usa-1911), ”mendicanti per professione e per piacere” (New York Times, Usa-1878),”la popolazione più sporca mai incontrata” (The Dangerous Classes of New York-1872), ”ritardati mentali abbassano lo standard americano” (Reports of The Immigration Commission). E’ giusto che gli immigrati che hanno commesso crimini vengano puniti, come è giusto che gli italiani che hanno commesso reati paghino per quello che hanno fatto, ma dire che “loro” sono inferiori, delinquenti e tant’altro è il doppio più sbagliato, poiché si giudica qualcuno per ciò che non ha scelto di essere. Non farebbe piacere a nessuno pensare che se fosse nato in un altro paese sarebbe stato trattato diversamente da come viene trattato oggi, per quello che è e non per quello che è nato. Angelica Montini, Cecilia Iovino ed Eugenia Tarini 9


Società

Albania paese da conoscere In Italia negli ultimi anni è diventato sempre più acceso il dibattito circa la questione immigrazione: migliaia di persone, provenienti soprattutto dai paesi balcanici, giungono nella nostra penisola nella speranza di trovare condizioni di vita migliori; non sempre, però, sono ben accolti, anche a causa dei numerosi pregiudizi che si sono creati nei loro confronti.

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no dei paesi maggiormente preso di mira è l’Albania, attualmente repubblica, in cui dal 1946 al 1990 ha dominato il regime nazionalcomunista estremamente isolazionista, stalinista e anti-revisionista, ispirato da una totale assenza di tolleranza nei confronti di qualsiasi religione. L’Albania è dunque uno stato che si è aperto nell’ulti mo decennio, in cui è in corso un processo di sviluppo e di modernizzazione nel tentativo di raggiungere il livello del mondo occidentale più industrializzato; è un paese giovane, che sta iniziando a crescere e a muovere i suoi primi passi al di fuori del territorio nazionale: tentativo che comporta un grande sforzo, ma che sta dando i suoi primi frutti. Andando in Albania sembra quasi di tornare nella vecchia Italia anni '60: usano le nostre vecchie Mercedes, i nostri vecchi autobus romani, la polizia si sposta su tipiche motociclette del dopoguerra. Al di fuori dei centri urbani più importanti (come Durazzo o Tirana) si entra, però, subito a contatto con una realtà totalmente differente: non tutte le strade sono ancora state asfaltate e le case non sempre sono a norma; talvolta, per mancanza di fondi, anche alcuni importanti reperti storici non vengono adeguatamente protetti. Su questi aspetti il governo albanese sta ancora lavorando, ma ciò che più colpisce è la grande disponibilità nei confronti del prossimo e soprattutto degli italiani, che rappresentano il modello da seguire. Gran parte dei ragazzi albanesi conosce perfettamente l’italiano (lo imparano guardando la nostra televisione) e molti sognano di venire nel nostro paese una volta raggiunta la maggiore età, per iniziare un cammino migliore. L’Albania è un paese che, almeno per ora, purtroppo, non può offrire molto alle nuove generazioni: il più grande liceo di Tirana, ad esempio, conta 1400 studenti con una media di 40/50 ragazzi per classe e le università scarseggiano; nonostante la difficile situazione, però, c’è una mag-

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giore consapevolezza dell’importanza dello studio, l’unico mezzo per avere, in futuro, uno stile di vita più elevato. Si cerca di sfruttare al massimo le potenzialità che si hanno: non sempre, quindi, risulta vero quello che noi italiani conosciamo per sentito dire su questo paese; molto spesso sono solo pregiudizi che, se non vengono smentiti, si rafforzano. Le idee di tanti italiani non rispecchiano quella che è la vera Albania, un paese in via di sviluppo ancora tutto da conoscere. Federica Bertinetti


Musica

Il Cantastorie dei Sogni e della Realtà F

abrizio de André nasce a Pegli, Genova, il paese dalle due primavere che mantiene tuttora l’antico aspetto di borgo marinaro dei tempi passati. Cresciuto nel periodo del dopoguerra, la sua visione critica e disillusa della realtà iniziò a manifestarsi sin dalla giovinezza, impedendogli un rapporto sereno con la scuola e le persone al suo interno, che culminò nell’espulsione dall’istituto dei Gesuiti dell’Arecco, dovuta alla reazione ad un tentativo di molestie da parte di un gesuita stesso. Morto l’11 Gennaio 1999, all’età di 58 anni, De André è considerato uno dei massimi cantautori italiani (giacché il termine ‘poeta’ rientra di diritto fra le parole più abusate dell’italiano corrente, subito dopo ‘arte’). “Benedetto Croce diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest'età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Allora, io mi sono rifugiato prudentemente nella canzone che, in quanto forma d'arte mista, mi consente scappatoie non indifferenti, là dove manca l'esuberanza creativa.” I testi di De André nascono spesso dalla propria personale esperienza, filtrata da una morale inflessibile e cosciente della realtà, ma sono frequenti anche le rielaborazioni, come l'album 'Non al Denaro, non all'Amore, né al Cielo', ispirato delle poesie del libro 'Spoon River Anthology', o la canzone 'S'i' Fosse Foco', dall'omonimo sonetto di Cecco Angiolieri. Non mancano poi i riferimenti alla giovinezza del cantante, su tutti 'Via del Campo', strada genovese in cui si trovava il negozio di dischi di Gianni Tassio, grande amico di De André, oggi adibito a museo in memoria di quest'ultimo. A lui si devono anche esperimenti come 'Crêuza de mä' (in genovese, 'Mulattiera di Mare'), album interamente cantato in un dialetto genovese talmente stretto da risultare di difficile comprensione persino agli stessi genovesi. Un suicidio economico sulla carta, il disco si rivelò un successo sia a livello commerciale che di critica, contribuendo alla riscoporta e alla valorizzazione di una lingua sempre più dimenticata. “Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O Anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.” Le opere dell'autore genovese trattano i temi più disparati, dalla cronaca della società contemporanea al proprio intimo rapporto con la religione, passando per la descrizione di sensazioni e luoghi, fino ad una visione del mondo persa fra la rassegnazione e la spe-

ranza. Frequente è la presenza nelle sue canzoni delle 'storie degli ultimi', trattanti individui ai limiti della società, dimenticati persino da Dio, visti sotto una nuova luce, scevra di pregiudizi, in contrapposizione alle figure canoniche della società, che si presentano meno integerrime di quanto si ritiene siano o debbano essere. L'invito rivolto all'uditore è di giudicare il mondo secondo i propri principi, senza farsi influenzare dalla concezione comune e, in generale, a non conformarsi ai valori e alle abitudini della massa, che portano alla rinuncia dei propri sogni e delle proprie ambizioni. “Una volta, un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge. Oggi, un giudice come me, lo chiede al potere se può giudicare. Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato?” (Sogno Numero Due – Storia di un'Impiegato) A distanza di 10 anni dalla sua morte, Fabrizio de André continua a venire ricordato con concerti e manifestazioni, ed ha lasciato un segno indelebile nel mondo della musica. Tantissime località ed istituzioni (circa novanta) sono intitolate a lui, e la sua discografia è tuttora oggetto di ricerche filologiche. Numerosi sono inoltre i gruppi che hanno fornito una propria interpretazione dei testi di De André. Ma l'eredità più grande di Fabrizio rimane il messaggio insito nelle sue opere, partorito in una società facilmente identificabile con quella odierna, a cui gioverebbe un'analisi critica ed un rinnovamento. “De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano.” (Nicola Piovani) Riccardo Bambini

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Cultura

RITRATTI DI QUA E DI LA’ DELL’ATLANTICO La mostra “Ritratti – di qua e di là dell’Atlantico” testimonia la possibilità anche per la piccola realtà di Pesaro di aprire i propri orizzonti, e costruire ponti in grado di condurci fino a realtà ben più grandi della nostra che, in mancanza della giusta spinta, rischiano di rimanere un sogno inaccessibile.

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arcando la soglia della galleria, si sprofonda in un mondo quasi estraneo alla realtà che ci si è lasciati al di là della porta: vividi e sorprendenti si mostrano i pannelli disposti sulle pareti in ordine di colore, soggetto o luogo, ognuno immortalato nel suo momento, ognuno con la sua storia. “Ritratti – Di qua e di là dell’Atlantico”, si intitola la mostra inaugurata il 16 Gennaio all’interno della galleria di Franca Mancini – Corso XI Settembre, 254 - . Come il titolo annuncia, l’esposizione si fonda sui ritratti fotografici delle più grandi personalità artistiche di fine XX secolo: vi sono raffigurate le celebrità americane, come Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat, Ileana Sonnabend, e Ilona Staller, artisti italiani e locali come Enzo Cucchi, Eliseo Mattiacci, Leo Castelli e Arnaldo Pomodoro, e ancora identità europee quali Robert Rauschenberg, Roy Lichtenstein e Jannis Kounellis. Insomma, il panorama che questa raccolta offre è vario, e l’espressione “di qua e di là dell’Atlantico” non fa che confermare il percorso compiuto da un continente all’altro, in un itinerario che testimonia un’esperienza unica nel suo genere, quella di procedere in un viaggio “a balzelloni” da Washington a Roma, da New York ad Ancona, da South Hampton a Pesaro. Ma da che cosa sono davvero accomunate tutte queste opere, fatte di luoghi storie e persone? Si tratta dello scatto abile del fotografo Gianfranco Gorgoni (1941). Questo artista umbro si specializza tra il ’66 e il ’68 a Milano in fotografia commerciale e per la moda; ancora giovanissimo, si apre per lui lo scenario americano: all’età di 19 anni lascia l’Italia per recarsi negli Stati Uniti. E’ lì che comincia la sua vera formazione artistica che vedrà il suo talento per la fotografia crescere ed evolversi durante il suo viaggio, al passo con i grandi incontri e le magnifiche esperienze che la terra oltre oceanica gli offrirà. <<Gianfranco è riuscito a far rilassare gli artisti di cui ha fatto i ritratti imparando a conoscerli. Il suo è un interesse sincero; dice di aver apprezzato molto i suoi incontri con gli artisti perché loro sono i primi a comprendere ed esprimere le verità sulla vita. Ha condivi12

so con loro una parte di vita.>> Leo Castelli Queste sono le parole che Gianfranco Gorgoni ha rilasciato per La Scintilla: • Cos’ha trovato negli Stati Uniti che l’Italia non offre, e soprattutto non offriva, durante gli anni ‘60-’70, periodo della sua partenza? In America, un artista può produrre qualsiasi cosa senza essere introdotto da nessuno. In pratica, uno arriva, ha un’idea –che riguardi qualsiasi cosa- e prende appuntamento. Nel mio caso, essendo fotografo, mi mettevo spesso in contatto con i giornali, e nessuno mi ha mai chiesto chi mi mandasse, cosa completamente diversa dall’Italia, in cui se non si ha un “appoggio”, prima di ottenere la possibilità di lavorare si viene sempre un po’ snobbati. Invece in America basta semplicemente proporre un lavoro: se piace otterrà successo, se non piace l’artista avrà la facoltà di riprovarci, e mettere in pratica altre idee che abbiano un riscontro positivo da parte del pubblico. Questa è sicuramente una mentalità molto più aperta. • Cosa ci può dire riguardo a un’esperienza artisticolavorativa come quella da lei vissuta, nella quale il proprio mestiere si accosta a un viaggio che regala continuamente nuovi incontri e luoghi da scoprire?


Cultura

Quando ero a New York, piacendomi l’arte, frequentavo le gallerie, ero a contatto con gli artisti, ma non era il mio unico lavoro: venivo dal fotogiornalismo e sono andato anche in zone di guerra per giornali come il Time, il News Week e il New York Times. • C’è qualcosa che una fotografia riesce a creare, in quanto emozione, o a comunicare, in quanto messaggio o esperienza, come i mezzi tradizionali della pittura e della scultura non riuscirebbero a fare? Una foto ha un linguaggio, infatti dicono che una fotografia vale più di mille parole, però dipende anche dagli occhi dello spettatore: lo stesso dipinto può lasciare indifferente o rapire completamente un osservatore; dipende anche dalla sensibilità della cultura di chi guarda o dal sentimento che una persona mette nel percepire l’opera in quel determinato momento. La fotografia invece è più diretta e non ha bisogno di queste interpretazioni e mediazioni culturali. • In che modo l’incontro con la signora gallerista Franca Mancini ha reso possibile la realizzazione di questo progetto, giunto, in via eccezionale, fino alla nostra città? Io e Franca Mancini ci conosciamo da tanto tempo tramite l’artista Eliseo Mattiacci, suo genero. E’ stata lei a proporre quest’iniziativa che ho deciso di appoggiare: Franca ha lavorato nel corso degli anni con la maggior parte degli artisti raffigurati nei ritratti e ci è sembrata una buona idea poter unire le mie opere alla memoria di queste persone che ha avuto la possibilità di incontrare, che hanno lavorato nella sua galleria, o con i quali ha avuto dei rapporti. Dunque è nata così quest’esposizione di un valore artistico inestimabile per Pesaro, città segnata dalle tracce di principati e nobili casati che hanno lasciato i loro segni nei palazzi maestosi e nei soffitti affrescati in stile cinquecentesco, ma che non risente così spesso di contatti artistici inseribili in un contesto contemporaneo. E’ giusto ricordare il passato, ma è altrettanto fondamentale valorizzare il presente in cui viviamo per impedire che un talento che nasce vicino a noi possa essere spento per mancanza di impulsi e possibilità, negati dal suo stesso luogo d’origine. … abbandonarsi alla corrente dell’Arte, che, quasi fosse un vento, può condurre lontano, al di là dell’oceano, in un modo che solo Lei può fare … Giulia Ronchi

Non ha nulla di nostalgico lo spettacolo scritto da Edmondo Berselli e interpretato da Shel Shapiro, Sarà una bella società, andato in scena domenica 25 gennaio al teatro Rossini. Certo, si torna indietro nel tempo agli anni Cinquanta e Sessanta che videro la nascita della musica rock e del potere giovanile, ma senza alcuna nostalgia: lo si fa per spiegare a chi allora c’era (e soprattutto a chi non c’era) cosa accadde in quel periodo magico, quando il mondo sperimentò una rivoluzione pacifica, in cui non c’era ancora spazio per la rabbia politica. L’eccellente testo, scritto da Berselli e di cui è protagonista con grande sicurezza l’ex leader dei Rokes, è il racconto di un periodo indimenticabile in cui un clima e un’atmosfera si incrociano per caso con una musica; si parte dalla Londra in bianco e nero degli anni Cinquanta, per poi arrivare all’Italia degli anni Sessanta, diffondendo la divisione del mondo e della società in due: non i moderati e gli oltranzisti, bensì ‘noi’ e ‘voi’. Giovani contro adulti, situazione che persiste tutt’ora. Federica Bertinetti 13


Cultura

DAI MEANDRI DELLA SCENA DEL FUMETTO UNDERGROUND ITALIANO:

RATIGHER

Francesco D’Erminio, nato nel 1978 a Bologna, noto agli appassionati come Ratigher, emerge tra la produzione fumettistica underground italiana. Ha pubblicato fumetti e illustrazioni su Fandango, Petrolio, Carta, Lamette, Nervi, Il Mirabolante Almanacco dei f.lli Mattioli, Fumetti disegnati male, Monipodio e Res-instanze.

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ealizza serie per Vice Magazine e IUK. Attualmente è impegnato a disegnare per XL di Repubblica. Si occupa inoltre della Donna Bavosa Comics (www.donnabavosa.com) e fa parte del collettivo dei Super Amici. Infine suona con il gruppo punk-hardcore dei Laghetto. Dopo la presentazione del nuovo numero dei Super Amici presso il negozio di musica Plastic ci ha concesso gentilmente un’intervista. RATIGHER, pseudonimo piuttosto particolare, da dove deriva? Sono stato colpito da questo strano nome guardando una puntata dei Simpson: in città arriva uno psicanalista che sembra risolvere tutti i problemi della gente e anche Marge e Bart vanno ad assistere al suo convegno. Bart sale sul palco e quando gli viene chiesto come si chiama lui risponde:<<Ratigher, signore>>. Raccontaci qualcosa della tua vita, cosa ti ha portato ad intraprendere questa carriera? All’asilo andavo benissimo, alle elementari avevo tante fidanzate, alle medie è stata una cosa terrificante e alle superiori ero un nerd sfigato: questo mi ha portato a disegnare fumetti. Ho frequentato il Liceo Scientifico nonostante preferissi l’Istituto d’arte, ma penso che alla fine sia stato meglio così. A volte può succedere che ti passi la voglia di disegnare, essendovi obbli-

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gato da qualcun altro, ma dipende da come le persone riescono a sfruttare le cose buone che vengono insegnate. Avevo tutti i libri pieni di disegni e schizzi, mi divertivo a fare pupazzetti e i soldatini che formano le testuggini e gli schemi oplitici. Come nasce la storia di un fumetto? Francamente…copiando. All’inizio si copia sempre da “chi lo sa fare”: imitando riesci a capire la struttura e in seguito a riproporne una tua. Questa è a parer mio l’unica via. Se inizi a scrivere storie tue poi inserisci all’interno di queste i tuoi amici. Invece tantissimi fumettisti adesso raccontano di sé ma quelle non sono cose interessanti. Lo stile è una sorta di firma dell’artista, come sei arrivato al tuo? Anche quello, ahimè, copiando dai fumettisti che mi piacevano. Dopo un po’ a forza di disegnare lo stile prende vita. Quest’anno ho comprato un libro che mi piaceva tantissimo quando ero piccolo: la storia di un vampiro, ma un vampiro carino, vegetariano. Riguardandolo mi sono reso conto che disegno le mani dei miei soggetti come quel libro lì. In conclusione, per arrivare a uno stile tuo, devi mettere insieme tanti autori che ti piacciono. Pubblicazioni? Ho pubblicato molti fumetti, spesso auto-prodotti. Se qualcuno infatti desidera pubblicare un proprio lavoro deve farsi conoscere; è un fatto di public relation e dopo un po’ si spera che qualcuno ti noti. Non bisogna essere necessariamente bravi, è questione di costanza, militanza, bisogna partecipare alle fiere del fumetto. In Italia le fiere più belle sono quelle di Lucca e di Napoli. Proprio in quest’ultima siamo riusciti ad organizzare una festa pomeridiana, con quelli del settore e non, cosplayers etc…è bello vedere elfi che ballano la techno! Cosa ne pensi della scena underground italiana? Ci sono un sacco di cose belle, ma altre… comunque devi studiare qualsiasi cosa tu faccia; se fai un fumetto underground devi sapere a chi ti rivolgi, devi darti da fare. Le creazioni di Ratigher e dei suoi Super Amici sono reperibili al negozio di cd Plastic (Music Dispenser via Passeri 31-Pesaro), mentre il sito personale di questo incredibile autore è www.ratigher.altervista. org. Speriamo di conoscere prossimamente anche il resto dei Super Amici! Isabella Giorgini


Libri e autori

Tristano Alessandro Forlani S

e la vostra idea di fantasy è stata fino ad ora accartocciata alle interminabili serie di romanzi accessibili alle sole menti fantasiose di ragazzi e bambini troppo cresciuti, oggi verrete smentiti. Non fatevi ingannare dal titolo, questo Tristano non ha niente a che fare con Isotta, l’amore, e gli ideali medievali contemplati nel ciclo arturiano, né con l’opera di Wagner. Libro feroce e contemplativo, agendo in un mondo verosimile senza datazione precisa, attua una forte critica della società e del dispotismo esercitato da chi ha il coltello dalla parte del manico. La storia si basa sulle avventure di tre personaggi. Tristano, Grande Avvilente mandato dai funzionari del Regno ovunque le speranze o le gioie dei sudditi arrechino disordine agli animi, ricorda il nobile clero dell’Ancien Régime. Otre, Uomo Nero, l’unico elemento fantastico che tutto distrugge e deteriora, la guerra e i militari. Agnes, ragazza mascolina, rappresenta il Terzo Stato sottomesso e rivoltoso, in grado di rifocillarsi fra le intemperie. Ma, merito dell’autore, è soprattutto lo stile. Il lavoro certosino di ricerca offre un vocabolario dettagliato delle azioni descritte, risultato di un’efficiente prosa letteraria che sbaraglia completamente il repertorio di frasi semplici e congiunzioni. Le lame si sentono stridere, i coltelli tagliare, grazie all’uso del tempo presente e dei sensi (che solitamente gli scrittori dimenticano). L’azione vive, somigliante a una sceneggiatura che rende credibili i linguaggi, privi di perbenismo e di luoghi comuni. E il corsivo ci trasporta direttamente nella mente dei personaggi, al loro flusso di pensieri, ai successivi ragionamenti e alla crescita interiore. Unica pecca di questo romanzo “adolescenziale”? Se non sapete apprezzare la scrittura difficile, e non arrivate a capire oltre soggetto, verbo e complemento, meglio che torniate alle vostre solite faccende quotidiane... Jessica Galli

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Cinema

Valzer con Bashir

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efinito in molti modi (film d’animazione, biografia, documentario animato), Valzer con Bashir è certamente una pellicola che racconta una storia vera, ma lo fa attraverso disegni, interviste e aneddoti agghiaccianti. Una storia realmente accaduta, anche se due delle nove interviste sono fittizie, che riguarda il regista in prima persona. Il titolo prende spunto da una sequenza del film in cui un soldato sta sparando contro le milizie avversarie, e lo fa danzando follemente. Bashir Gemayel era il candidato presidente del Libano, assassinato pochi giorni prima dell’investitura ufficiale. LA TRAMA - Il film inizia con il resoconto di un sogno: ventisei cani stanno correndo per le vie israelite, devastando la zona, e si fermano sotto la casa di un ex-militare della guerra in Libano per braccarlo. Il soldato è Boaz, amico del registaprotagonista, che racconta ad Ari Folman la ricorrenza assidua di questa ossessione notturna. Il numero non è casuale: è il numero esatto di cani uccisi da Boaz durante le sue missioni in Libano. Stranamente, Ari non serba alcun ricordo della guerra in Libano, pur sapendo di averne preso parte. Alla 16

fine dell’incontro il regista ha una visione, un ricordo fittizio: alcuni soldati israeliani, tra i quali vi è lo stesso Ari, emergono dall’acqua nudi e si rivestono; subito dopo, il regista si ritrova in mezzo ad alcune donne palestinesi che piangono e urlano per i loro morti. Ari si documenta, intervistando excommilitoni, per arrivare all’origine di quella visione e per sapere il suo ruolo sul massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, ad Ovest di Beirut in Libano. Emerge una situazione di disperata chiarezza, di paura, di odio, di uomini contro uomini. Il regista accosta la sua visione alla Shoah vissuta dai genitori, e richiama in lui il massacro perpetrato nei confronti dei palestinesi. Il finale sfuma passando dal cartone animato alla realtà filmica documentata.

LA CRITICA – Presentato al 61° Festival di Cannes nel 2008, vince il Golden Globe a gennaio del 2009 come miglior film straniero. E’ composto da 2300 tavole disegnate ed animate, i disegni sono semplici e mancano di chiaroscuri, in modo da rendere violento il passaggio tra luci ed ombre. Un’idea ben precisa della portata della follia del massacro viene messa in risalto dal racconto di un giornalista che, venuto a sapere delle violenze immotivate su donne e bambini, chiama il premier israeliano Ariel Sharon e lo mette a conoscenza dei fatti; la risposta del premier consiste in un monosillabo:”Okay”. Molto toccan-

te la scena in cui un soldato, appena diciannovenne, immagina di essere portato via dalla nave che lo sta portando verso la guerra. In sogno gli appare una donna che lo prende e lo porta via dalla realtà, mentre lui ritorna ad essere un ragazzino. Per concludere, le suggestioni filmiche devono molto a pellicole come Apocalypse Now, Platoon o Full Metal Jacket. IL REGISTA – Ari Folman è nato ad Haifa (Israele) nel 1962. Appena ventenne, prende parte alla guerra in Libano, diventando soldato di Tsahal. Ha diretto “Clara Hakedosha” (1996), film pluripremiato, e in seguito “Made in Israel”. Ha collaborato con la TV israeliana, per la miniserie “Be Tipul”. “Valzer con Bashir” gli ha dato fama internazionale. Christian Cucci


Sport

Stella maris altro volto del basket pesarese La società nasce nel 1995 da un gruppo di amici dello stesso quartiere che decidono di partecipare ad un campionato federale: la Seconda Divisione, nel 1996 viene promossa in Prima Divisione.

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el 1997 vince il campionato ed è nuovamente promossa, questa volta in Promozione, mentre nel 2000 si centra un obiettivo fondamentale per la storia di questa società: la serie D. Nel 2001, vista l’inutilità di proseguire a disputare campionati semiprofessionistici senza l’apporto di un valido settore giovanile, si accorda con i Bulldogs Pesaro, per incorporare il suo settore giovanile; nel 2005 si accorda con il Basket Giovane Pesaro ed i Bees Pesaro per poter programmare l'attività agonistica di più alto livello e maggior qualità. Nasce così la Stella Maris di oggi. Il cammino continua però, fino ad arrivare alla stagione 2007, dove si conquista l'élite dei campionati regionali: la "C2". Andrea Tamburini, guardia di 182 cm, classe 89’, arrivato quest’anno in prima squadra dopo un passato trascorso nelle giovanili della Stella Maris e Scavolini Pesaro, nella quale ha ricevuto la convocazione in prima squadra (si parla di serie A1, partita in questione Varese-Pesaro), si trova davanti un campionato nuovo, molto diverso da quelli fin qui disputati nella sua lunga esperienza cestistica. Bene Andrea, come giudichi fin qui il campionato della Stella Maris? E’ cominciato senz’altro sopra le aspettative: nelle prime 11 giornate di campionato abbiamo portato a casa qualcosa come 18 punti, 9 vittorie e appena 2 sconfitte. Poi c’e stato un periodo di crisi, abbiamo perso 6 partite di fila e siamo scivolati in classifica. Piano piano stiamo tornando ai nostri livelli, diciamo che ancora ci stiamo lavorando…. Panoramica sul campionato: chi pensi sia la squadra favorita per la promozione? E’ difficile da dire. Guardando ora la classifica dico Fabriano, ma starei molto attento a Mondolfo che nel mercato invernale si è rinforzata parecchio. Posso citarti altre tre squadre come Tolentino, Montegranaro e

Chiaravalle che stanno a ridosso delle prime. Come ho detto è un campionato apertissimo non è semplice fare un pronostico. La partita che ti ha lasciato più amarezza? Sicuramente in casa con Fabriano. Siamo stati sopra tutta la partita poi negli ultimi 2 minuti siamo riusciti a perderla. Stessa identica storia, sempre in casa, con Tolentino. Due sconfitte che ancora fanno rabbia. Invece, quale vittoria ti è piaciuta di più? Mi sono piaciute tutte, quando si vince è sempre bello, ma se ne devo dire una ti dico quella dopo le sei sconfitte consecutive, importante non molto per il gioco offerto durante il match, ma per il morale della squadra. Come giudichi il rapporto che ha il Coach Lucarelli con la squadra? Il rapporto con l’allenatore si basa su due principi cardine: serietà e sincerità. Quando ci sono stati dei problemi li abbiamo sempre risolti da squadra, è una cosa che ci fa onore. E per finire: cosa auguri alla squadra? Bè, sembrerà banale però spero che la squadra non si limiti a raggiungere gli obbiettivi prefissati, ma che possa migliorare sempre più. Francesco Morini 17


Tecnologia

Cosa ci fa uno Stambecco Intrepido sul mio Pc?! Intrepid Ibex: ecco il nome in codice della nuova versione di Linux Ubuntu rilasciata il 30 Ottobre che, dopo sei mesi di sviluppo, è sbarcata nei pc di tutto il mondo lasciando tutti a bocca aperta.

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buntu è un sistema operativo che basa il proprio sviluppo sulla filosofia Open-Source (Codice Aperto), ovvero sulla possibilità di ogni utente di modificare a proprio piacimento il codice alla base dell'intero sistema operativo, adattandolo alle esigenze dell'utilizzatore. Ciò comporta una grande possibilità di personalizzazione, e la possibilità di condividere le proprie modifiche con tantissimi altri utenti in tutto il mondo. Ubuntu è liberamente scaricabile dal sito www.ubuntu-it.org che mette a disposizione un download completamente gratuito del software sopracitato e fornisce, tramite guide e manuali, una solida base da cui un utente inesperto può iniziare. Primo fra tutti i vantaggi è il rilascio costante di nuove versioni aggiornate: una ogni 6 mesi (ad Aprile ed Ottobre dello stesso anno). Un altro punto a vantaggio di questo innovativo sistema operativo è senza dubbio la più completa immunità da virus: su Ubuntu e sugli altri GNU/Linux, come del resto anche su Mac, non è necessario un antivirus, antispy e programmi di protezione simili perché sono progettati in modo da impedire che un software si installi o prenda il controllo della macchina senza il permesso dell'utente. La vera innovazione per noi ragazzi consiste però nella più completa libertà nella personalizzazione del desktop. Compiz e Kwin (i due principali programmi per modificare l'interfaccia grafica) saranno in grado di guidarvi nel miglior modo attraverso numerosi effetti speciali, che faranno sorprendere anche i più scettici (basta cercare su Youtube uno di questi due nomi per vedere di cosa sono capaci!). L'utilizzo del vostro computer sarà dunque ottimizzato, anche tramite l'uso di programmi scritti appositamente per sistemi operativi Linux: in questo modo ogni nostro programma di utilizzo quotidiano verrà sostituito da uno equivalente, che spesso integra al suo interno delle funzionalità aggiuntive. Così avremo: Msn Messenger ==> Pidgin, Emesene Photoshop ==> Gimp Microsoft Office ==> OpenOffice Internet Explorer ==> Firefox Emule ==> Amule Questi software sono completamente compatibili con il rispettivo programma su windows, quindi chattando da Pidgin il vostro contatto msn potrà comunicare con voi 18

come se foste su windows, e viceversa. Stessa cosa vale per la Suite OpenOffice, tramite questa è possibile aprire file di Office in completa tranquillità, e allo stesso tempo sarà possibile scrivere interi temi su Writer (corrispettivo di Word) per poi salvarli in formato compatibile con Windows. Potrete dire basta a costose licenze o programmi illegali, poiché la maggior parte dei software utilizzabili sono gratuiti e non richiedono alcun tipo di costo per l'utilizzo (pensate quanti soldi risparmiati se venisse adottato nella vostra scuola). La maggior parte dei progetti, e dunque dei programmi, sono infatti creati da appassionati di programmazione, che mettono a servizio le loro conoscenze senza richiedere alcun compenso da parte dell'utente finale, mentre lo sviluppo di altri (tra i quali troviamo il noto Firefox) viene sponsorizzato da aziende private. E' possibile provare Ubuntu tramite l'utilizzo di cd chiamati “Live”. Questi permettono infatti di provarlo senza modificare in alcun modo la configurazione del sistema: una volta estratto il cd tornerà tutto come prima. Per fare ciò è necessario solamente inserire il cd prima dell'avvio di windows, verrà caricato il desktop di Ubuntu e potrete iniziare a muovere i primi passi. Se poi vi piace... basta premere il pulsante Installa! É possibile infatti mantenere sullo stesso pc sia Ubuntu che Windows, in modo da poter comunque aver sempre il supporto di un Sistema Operativo che conoscete in caso di eventuali problemi. Per qualsiasi dubbio vi invito comunque a registrarvi al Forum Ufficiale su forum.ubuntu-it.org per esprimere le vostre perplessità o i vostri dubbi. Andrea Giardini


Opinioni

GIAAANNI, SONO OTTIMISTA!

GIANNI… GIANNI, SEI ANCORA LI’?! L’ottimismo, diceva una pubblicità, è il sale della vita, ma, quando la vita risulta già troppo salata, l’ottimismo forzato ti fa fare solo la figura del cretino.

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a un po’di tempo a questa parte infatti i giornali parlano di una grande crisi economica… forse la più grande dal dopoguerra ad oggi. Anche i meno attenti tra voi avranno, come me, appreso le dichiarazioni dell’attuale Governo in merito. Berlusconi dice: “…bisogna essere ottimisti…” Eh si, l’Italia è proprio un posto adatto all’ottimismo: abbiamo sorridenti famiglie, tipo “Mulino Bianco” (peccato che la rata sul mulino, comprato con un mutuo a tasso variabile, sia raddoppiata…); gente che lavora, anzi che lavorava…ora stanno cominciando a licenziare in maniera esponenziale…però l’ottimismo è importante, perché altrimenti rischiamo di farci prendere dalla tristezza e di percepire i problemi ancora peggiori di quello che sono in realtà, e questo il caro Silvio lo sa bene (pensate alla sua campagna elettorale a reti unificate sulla sicurezza). Allora, se è così, il mea culpa lo facciamo noi, che non nutriamo per il “capo dei capi del PDL” la stima che merita, perché a volte i comuni cittadini non sono capaci di valutare l’entità dell’ostacolo da superare, ergo è meglio non vederlo affatto, così le cose andranno sicuramente meglio…su un altro pianeta, forse. Ci si dice che ci vuole ottimismo, la miglior cura per evitare la tristezza, ma si sbaglia: per essere allegri è molto meglio l’eroina, peccato che produca delle leggere controindicazioni, come d’altro canto l’ottimismo fuori luogo. Tra l’altro le previsioni dicono che il P.I.L. (Prodotto Interno Lordo, le tasche dello Stato) scenderà di due punti. Due punti è un inezia, siamo d’accordo, se si parla di noccioline…pensate che questi di punti, quelli del P.I.L., possono far perdere il lavoro e tutto

ciò che ne consegue ad un’infinità di persone. Il saggio legislatore, tra l’altro, ha fatto notare che non è poi così grave…è come tornare indietro di due anni, e la situazione due anni fa non era così male, col senno di poi, perché due anni fa entrava in azione la tanto discussa Finanziaria 2007 del governo Prodi, tanto contestata da Forza Italia. Ottimismo…di sicuro è quello che ci serve. Da sempre infatti (e questo lo disse un mitico rappresentante sindacale, metalmeccanico credo) “… chi fa come lo struzzo e nasconde la testa sotto la sabbia rischia, data la svantaggiosa posizione, di avere “brutte sorprese alle spalle”. Ecco, l’Italia sta rischiando grosso. E senza vaselina. Ma chi sarà a farne le spese? Chi sarà eletto questa volta “capro espiatorio nazionale”? Subito si è pensato: meglio saperlo subito. Vari datori di lavoro infatti, quando gli si chiede come va, rispondono che in queste situazioni una riduzione del personale è inevitabile, e il criterio per i licenziamenti è univoco: l’anzianità, ovvero, tuteliamo i più anziani. Si, perché un giovane fa meno fatica a trovare

un altro lavoro, ha più energie, e oltretutto si presuppone che non abbia ancora una famiglia da mantenere, quindi si fa meno danno a licenziare uno così… Peccato che non la pensi così un nostro intervistato, operaio, una trentina d’anni, che chiede di non pubblicare il suo nome, ci dice: “…non è possibile, se continuiamo così non riusciremo mai a farci una vita, io vorrei andare a convivere, ma la casa come faccio a pagarla?” Un altro ci fa notare, sensibilmente inalberato: “…come facciamo a vivere così? Avremo un lavoro meno incerto quando avremo una famiglia, ma dato che non ce l’abbiamo ci licenziano e quindi non ne avremo mai una è un paradosso!”. Parla poi un loro collega più anziano, che si fa portavoce di un sentimento diffuso: “…siamo stanchi di essere presi in giro, qui il problema non è il datore di lavoro, ma chi ha causato questa crisi e chi non ha fatto assolutamente niente per tutelarci […] Perché in altri Paesi i manager responsabili sono stati puniti, da noi gli si da una seconda chance…è davvero una vergogna!” Ecco, cosa dicevamo della posizione dello struzzo? Insomma, cos’altro dobbiamo aspettarci noi giovani da questo governo? Tagli trasversali su scuole pubbliche e università, licenziamenti di massa nel mondo del lavoro, tra sei mesi forse vareranno un piano per bombardare pub e discoteche e sterminarci definitivamente! Matteo Boncompagni 19


Opinioni

IL DIRITTO ALLA FELICITA’ Ne parlano in tanti, di questa felicità… noi pensiamo sia un diritto

Belli, ricchi, in carriera, affermati e conosciuti. Spesso tale condizione esistenziale di parecchi individui nel mondo non è accompagnata dall’aggettivo qualificativo forse più importante: felici.

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fido chiunque ad essere felice con il solo denaro, con la sola carriera, con la sola rubrica del telefono piena di numeri, e invece mi stupisco sempre di più nel vedere persone semplicissime, che non rispecchiano gli stereotipi moderni di uomo perfetto, felici. Sono felici nella loro condizione, nel loro servire qualcun altro (magari una persona malata o dei poveri), nel loro lavoro, nella loro relazione d’amore, nel loro vivere quotidiano da protagonisti, pur non essendo superuomini o ricchi personaggi dello spettacolo. La felicità non è che il fine della nostra vita, senza la quale i nostri volti si tingono di grigio, le nostre giornate diventano apatiche, il nostro animo indifferente. Al contrario quando ci s’innamora, quando si è veramente lieti nel fare bene una cosa, quando si riceve in dono l’amicizia da sempre desiderata, quando si aiuta o si viene aiutati, allora sì che si tocca il paradiso con un dito. Spesso, però, ci si confonde sul vero concetto di felicità: sempre di più si pensa ad essa come astratta ed ideale, un concetto lassù nel mondo delle idee, che tratteggi con tre o quattro aggettivi ma che non puoi conoscere, afferrare, gustare. Eppure la felicità spesso è ad un passo da noi, è lì non per molto, certo, non ci aspetta per l’eternità e dobbiamo saper salire sul suo treno senza ritardi o indugi, perchè è assolutamente vera, concreta, a portata di uomo.

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Dobbiamo cogliere quel diritto sacrosanto che già la Dichiarazione d’indipendenza americana nel lontano 1776 poneva come pietra angolare del nuovo Stato, dove viene affermato il diritto “alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”. Sarebbe bello vivere tutto questo come una nostra pretesa, non con arroganza o arrivismo, ma con la voglia di essere felici, di rincorrere un ideale che al contempo diventa vero, verificabile nella vita di tutti i giorni, nell’amata e odiata quotidianità con cui ci scontriamo. Il diventare protagonisti nella propria semplicità, in gesti che quasi nessuno crede eroici ma che, svolti con dignità e pienezza, diventano superlativi e inestimabili. In fondo cosa c’è di più bello che sentirsi realizzati nel vero senso della parola? Proprio perché siamo stati fatti per qualcosa di più che il semplice guadagno o il semplice sperpero di materialità filigranata dobbiamo tendere continuamente ad un traguardo veramente stabile e certo, che nessuna crisi economica, nessuna recessione, nessun governo può toglierci. La felicità è proprio questo: mantenere quel sorriso e quella positività che nascono da una bellezza riscontrata nel vivere e nel relazionarsi con la realtà. Sempre, ad ogni istante. Marco Fattorini


Eventi

“L’amore mi ha resa libera” Ingrid Betancourt e il suo incredibile messaggio di speranza D

omenica 25 gennaio Ingrid Betancourt, candidata al premio Nobel per la pace, ha ricevuto a Terni il premio San Valentino per la sua straordinaria esperienza d’amore. Tenuta come ostaggio per più di sei anni dalle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) Ingrid è oggi una straordinaria testimone di un instancabile impegno civile e sociale, abbracciato senza riserve anche quando a rischio c’era la sua stessa vita. Una persona semplice e affettuosa che, di fronte ad una folla acclamante e calorosa, non nasconde la sua commozione nel pronunciare una sentita e toccante riflessione. “La prigionia che ho vissuto per 6 anni e 4 mesi è stata terribile e non augurerei mai a nessuno di vivere una simile esperienza. Oggi che sono libera, però, la vedo un pò come una benedizione. Un anno fa ero prigioniera, il mondo si preparava a festeggiare la festa di San Valentino e io pensavo: <<San Valentino, ancora quest’anno, non è per me>>. Se oggi io sono qui davanti a voi è perché sono stata sostenuta durante tutti questi anni da un amore molto grande: l’amore di una madre eccezionale che ha chiamato tutti i giorni senza sapere che io potessi sentirla davvero e che con la sua vicinanza costruiva intorno a me una sorta di blindatura, che mi ha consentito di non trasformare il dolore in acredine, in desiderio di vendetta, in un bisogno di ridare indietro il male che mi era stato fatto. E adesso che sono libera, penso a tutti quelli che sono rimasti nella giungla, che hanno bisogno di tutto il nostro amore, di tutto il nostro impegno, di una preghiera, del nostro spazio mentale, per ricordarci che sono là in condizioni inumane e ingiuste, per aiutarli con la nostra solidarietà. Parlo dei

miei compagni che sono ancora nella condizione in cui ero anch’io: incatenati a degli alberi, in condizioni assolutamente disumane. Dappertutto nel mondo ci sono ostaggi di cui noi non conosciamo il nome, ma che soffrono e hanno bisogno che noi prendiamo coscienza della loro situazione, per difenderli, senza pensare alla loro provenienza, religione, nazionalità. Prima di tutto noi siamo esseri umani e abbiamo tutti il diritto di essere liberi. Ci sono tanti tipi di libertà: quella di mangiare quello che vogliamo, di essere con le persone che ci piacciono, di parlare con le persone con cui vogliamo parlare, ma la vera espressione della libertà, il suo valore straordinario, è che senza quella non c’è vero amore. Dobbiamo desiderare un mondo senza ingiustizie, senza guerre, senza umiliazioni, ma bisogna iniziare da quello che abbiamo intorno, dalle piccole cose che ci sembrano senza significato. Vogliamo la parte più grande della torta, la mela più bella. Ma l’amore è dimenticarsi di se stessi. Con l’amore, anche quando si perde, si vince. Voglio parlarvi di questo perché spesso sembra che chi mi guarda pensi che quello che ho vissuto mi renda simile ad un extraterreste, mentre io sono esattamente come tutti voi: ho gli stessi problemi, le stesse tristezze, le stesse voglie, le stesse gioie. La sola cosa che ci rende un po’ diversi, forse, è che mi sono guardata in uno specchio, dove ho visto la bruttezza di tutte le piccole cose che viviamo nel quotidiano. E’ guardando i miei compagni di prigionia che ho preso la decisione di cambiare. Perché nella giungla il pezzo più grande di pane è una battaglia di sopravvivenza. Quando si impara a non aver più bisogno di servirsi per primi, siamo molto più liberi: è quella la vera libertà. E’ la libertà che può provenire solo dall’amore, dall’amore verso gli altri. Oggi mi sento veramente libera, mi sento libera perché posso avere e sentire la tenerezza, la compassione, per quelli che a un certo punto della mia esperienza ho detestato”. ci.di.enne 21


Eventi

La città dei ragazzi sorridenti Nel mese di febbraio una delegazione del Liceo Scientifico Marconi si è recata nella cittadina di Soddo, in Etiopia, dove vive ed opera da oltre dieci anni padre Marcello Signoretti. Docenti, non docenti, gli alunni e le loro famiglie hanno voluto contribuire in maniera significativa alla realizzazione dell’ultima importante opera di promozione sociale ed umana che si sta realizzando a Soddo: La città dei ragazzi sorridenti (Smiling children town). Il viaggio è stato possibile grazie alla collaborazione dell’Assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Pesaro e all’Assessorato alla Pubblica Istruzione della Provincia di Pesaro e Urbino. Il momento più significativo è stato sicuramente l’incontro con questi ragazzi. Si parla spesso e doverosamente dell’importanza di formare ed educare le giovani generazioni al valore della solidarietà, al senso di giustizia, alla capacità di ascolto e di dialogo con l’altro, con chi ha lingua, cultura e religione diverse dalla nostra. Il lavoro svolto in sostegno dell’opera di padre Marcello ed il viaggio intrapreso vanno certamente in questa direzione.

Zoe Microfestival 2009

Eventi 22

Dal 16 al 19 luglio si svolgerà la nuova edizione dello Zoe Microfestival con stand informativi, concerti, performance teatrali e artistiche, allestimenti, etc nella consolidata cornice degli Orti Giuli. Il tema di fondo saranno i diritti umani, in maniera più specifica sul diritto di informazione e controinformazione. E’ stato quindi chiesto ad ogni partecipante di tematizzare il più possibile la propria attività, così da dare ancora più senso al processo formativo e di costruzione del festival stesso. E’ possibile contattare i responsabili dell’organizzazione via e-mail agli indirizzi che trovate su www.zoemicrofestival. com. Inoltre i ragazzi dello Zoe saranno presenti al centro giovani “C’Entro Dentro” di Vismara, a Pesaro, dal martedì al giovedì dalle 21 alle 24 per informazioni, scambi di idee, chiacchierate, etc.


SUDOKU

Giochi e curiosità

IL REBUS

(frase: 8,12)

LA VIGNETTA ‘Mr. Wiggles’

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Credits

Con il patrocinio della

Provincia di Pesaro-Urbino

1° Classificato al concorso “Fuori le idee. Cittadini si diventa”

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Direttric e Vice dir : Chiara De No taris (M ettore: a Filippo Galeazz rconi, Pesaro); i (M Redatto arconi, P Jessica ri: esaro); Ga Riccardo Isabella lli (Mamiani, P Bambin es G i Sara Ba Tomma iorgini (Mamia aro); lleroni (U (Marconi, Pesa s n o i, r o); Guiduc n Flavia B Cecilia ci (Marc Pesaro); archiesi iversità degli st Io o v u (S in ni, di di Ur Federica SL o (Marc Angelic bino); oni, Pes Pesaro); Bertinet MIT, Forlì); a M aro); ti (Marc ontini Niccolò Frances o Blasi (U co Mor (Marconi, Pes niversità ni, Pesaro); Matteo aro in G i (Cecch iulia Ro de Boncom i, Pesar ); nchi (M pagni (U gli studi di Tor Vittoria o E ); a lisa Ros miani, P ino niv Bo sini (Ma esaro); Maria C ncompagni (M ersità degli stu ); E r co ug ea d amiani, Pesaro); i di Urbino); F enia Tarini (M ni, Pesaro); Ylenia C (Marconi, Pesa arconi, ederica ro); esaroni Pesaro); Ugolini (Marcon Mariana Razvan (Marco i, Pesaro D ni, Pesa Vacaru ); Maria G e Biagi (Marco ro (B Letizia ni, lor Zaffini (M ramante, Pesa ); Marco F ia Dimitrova (M Pesaro); r o a ); rconi, P attorini esaro). (Luiss, R arconi, Pesaro); Antone S t o ampa: S lla Folig no (Univ ma); Tiratura at Srl ersità d ;: 2 egli stu di di Bo Impagin .000 copie logna); azione & Market ing & N Grafica ew Med info@s ia trategie dimarke ting.eu

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La Scintilla - febbraio 2009