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N. 50 MAGGIO 2013

Supplemento al numero odierno de La Provincia - Non acquistabile separatamente - € 1,50 (La Provincia € 1,20 + Mag € 0,30)

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QUEI VIAGGI IN AUTO BLU Uno scandalo a Villa Saporiti di Gisella Roncoroni e Paolo Moretti

VOGLIA DI LAGO

Nei lidi comaschi pronti per l’estate

di Annalisa Testa


L’editoriale di Diego Minonzio

Almeno il senso della decenza La zona grigia è una brutta bestia. Viscida, scivolosa, melliflua. Basta guardarla per capire che fa senso, ma la sua forza è lo svicolarti tra le mani, il lasciarti sulle dita la sua bava senza però lasciarsi mai afferrare. La metafora forse è un po’ sgradevole, ma necessaria per dare evidenza plastica all’inchiesta realizzata dai nostri cronisti Gisella Roncoroni e Paolo Moretti sullo scandalo dell’auto blu dell’ex presidente dell’amministrazione provinciale, Leonardo Carioni. Nulla di penalmente rilevante, diciamolo subito. Nessun rischio di processi, condanne o patteggiamenti, nella migliore tradizione della peggiore classe politica del nostro paese, ma un forte tanfo di stantio, di giochetti, di palude, di micro-casta che usa i soldi dei contribuenti per fini sul filo del codice penale e ben oltre quelli - a nostro avviso non meno rilevanti, soprattutto per un uomo di Stato - di quello etico-morale. La zona grigia, appunto, ventre molle dei mali più profondi di una nazione intimamente corrotta come la nostra, dove il confine tra il senso delle istituzioni e l’uso privatistico e familistico delle stesse diventa ogni giorno più labile. Guardate con attenzione, cari lettori, i numeri, le date, i chilometraggi, i litri di gasolio e il calendario degli spostamenti elencati nell’inchiesta che apre il numero di maggio del Mag. Ricostruite con cura la vita avventurosa di questa malcapitata Audi A6 sballottata di qua e di là per viaggi fantasiosi e curiosissimi incarichi di rappresentanza, analizzate per bene le frasi e le facce che le rappresentano e fatevi, alla fine di tutto, un’opinione personale che vada al di là delle antipatie politiche o personali. C’è qualcosa che non funziona, vero? Cogliete anche voi la sensazione a pelle che queste missioni, questi viaggi saranno magari anche legali, ma sono del tutto inappropriati e a tratti addirittura offensivi a fronte delle mille difficoltà che famiglie e imprese devono affrontare in un periodo tragico come questo? Non è così che si fa, caro ex presidente e oggi commissario straordinario, non è questo che ci aspettiamo da chi ci rappresenta e che dovrebbe essere molto migliore di noi. Non uguale, e a volte pure peggiore. Migliore. Demagogia? Forse. Ma un po’ di senso della decenza non guasterebbe per chi non perde occasione di propinarci fervorini col ditino alzato per poi comportarsi come un traffichino di terza serie. Che tristezza. Fortuna che, nonostante la pioggia e il freddo abbiano tenuto salda la morsa fino a pochi giorni fa, la stagione sul lago promette almeno qualche attimo di svago. Proprio per questo motivo, ci è sembrato giusto proporvi un viaggio attraverso tutti i lidi del Comasco con tanto di idee, novità e innovazioni al servizio dei turisti con l’obiettivo di investire per davvero nel patrimonio forse più prezioso della nostra terra e che noi fino ad oggi abbiamo sfruttato in modo del tutto insoddisfacente. È da qui che può ripartire il riscatto non solo economico di un territorio in grave crisi di identità come il nostro. Cerchiamo di non perdere anche questa occasione e di far vedere al mondo che noi, se vogliamo, siamo meglio dei politici che ci rappresentano. Buona lettura a tutti.

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N. 50 MAGGIO 2013

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QUEI VIAGGI IN AUTO BLU

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Supplemento al numero odierno de La Provincia - Non acquistabile separatamente - € 1,50 (La Provincia € 1,20 + Mag € 0,30)

Uno scandalo a Villa Saporiti di Gisella Roncoroni e Paolo Moretti

VOGLIA DI LAGO

Nei lidi comaschi pronti per l’estate

di Annalisa Testa

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MAG - MAGGIO 2013 Foto Carlo Pozzoni

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L’EDITORIALE di Diego Minonzio

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DIECI BELLE NOTIZIE di Maria Castelli

LE OPINIONI 19

«Pubbliche virtù» di Marco Citterio

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«Occhi sul mondo»

24 TUTTI I VIAGGI DEL PRESIDENTE Scandalo auto blu a Villa Saporiti di Gisella Roncoroni e Paolo Moretti

39 GIARDINI D’ARTE Alla scoperta dei grandi parchi di Alberto Longatti

30 56 DALLA LAGUNA AL LAGO Il taxi veneziano è rinato a Como di Gianfranco Casnati

63 NOTTE DA CARPISTI A pesca di notte nelle acque di Pusiano di Franco Tonghini

di Umberto Montin

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«Donna di picche» di Laura Garavaglia

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«La borsa & la vita» di Guido Capizzi

48 IL VENTO DELLE STAR La rivincita del cantiere Lillia di Nicola Nenci

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69 LA PASSIONE PER LE CRAVATTE L’imprenditore Veronelli che sfida i cinesi di Serena Brivio

VOGLIA DI LAGO Viaggio nei lidi comaschi di Annalisa Testa L’eleganza vintage del Lido di Lenno Bellagio, dove il bianco regna sovrano Cadenabbia: come sulla Cotè d’Azur Lo smeraldo verde di Faggeto Lario Lido di Menaggio: dancing sotto le stelle Una spiaggia a Villa Olmo. Tutte le proposte, le opportunità e le innovazioni in vista dell’estate: musica, feste, balli in riva al lago.

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DIRETTORE RESPONSABILE

Diego Minonzio

RESPONSABILE di REDAZIONE

Giuseppe Guin

97 76 È LA STAMPA ...BELLEZZA Attilio Sampietro e una passione antica di Mario Chiodetti

104 Colpo di spugna di Elisabetta Broli

105 Le parole che non tornano di Emilio Magni

106 Eventi 111 (S)fashion (S)fashion bis

82 LE MANI DEL LIUTAIO Così nascono le chitarre da star

di Serena Brivio

114 Navigazioni Lariane di Luca Meneghel

di Alessio Brunialti

116 Grande schermo 90 L’ALTRA MEDICINA L’esperienza di due medici di Laura D’Incalci

di Bernardino Marinoni

119 Animali

di Marinella Meroni

120 Il consiglio dello chef di Carlo Giobbi

97 LA POVERTA’ E LA CARITAS Quarant’anni di volontariato

122 Il bello della Salute di Eugenio Gandolfi di Franco Brenna di Tiziano Testori

di Sara Della Torre

126 L’oroscopo

di Alessandra Uboldi

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128 L’aforisma del mese di Federico Roncoroni

130 Last minute

di Francesco Angelini

tel. 031.582342 - 335.7550315 fax 031.582421 g.guin@laprovincia.it redmag@laprovincia.it

OPINIONI Marco Citterio, Umberto Montin, Laura Garavaglia, Guido Capizzi SERVIZI Gisella Roncoroni, Paolo Moretti, Alberto Longatti, Mario Chiodetti, Sara Della Torre, Annalisa Testa, Nicola Nenci, Franco Tonghini Laura D’Incalci, Alessio Brunialti, Gianfranco Casnati RUBRICHE Maria Castelli, Elisabetta Broli, Emilio Magni, Luca Meneghel, Marinella Meroni, Eugenio Gandolfi, Franco Brenna, Federico Roncoroni, Francesco Angelini, Tiziano Testori, Alessandra Uboldi, Carlo Giobbi Bernardino Marinoni. TENDENZE E MODA Serena Brivio FOTOSERVIZI Carlo Pozzoni, Andrea Butti Luca Gianatti REALIZZAZIONE GRAFICA

DIREZIONE CREATIVA Monica Seminati IMPAGINAZIONE Barbara Grena PUBBLICITÀ Sesaab servizi - Divisione Spm Tel. 031.582211 STAMPA Litostampa - Bergamo Numero chiuso in tipografia il 6 maggio

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Dieci belle notizie di Maria Castelli

IL CAMERIERE CON IL SORRISO Andrea Esposito, 22 anni, lavora come cameriere in un ristorante del centro di Como e sorride sempre. Per tre giorni la settimana, si presenta puntuale alle ore 10 in via Adamo del Pero, al ristorante Cibooooh, apparecchia i tavoli, serve il pane, le bevande e le pietanze. E’ il suo primo lavoro, dopo gli studi alla Ripamonti: «Quando ho iniziato dice - mi sono detto che avrei dovuto mettercela tutta, perché era stata mia nonna Mariuccia, prima di morire, a muoversi tanto per trovarmi questo posto. Non voglio deluderla». Il suo datore di lavoro, Jonathan Cortesi, ha chiesto espressamente di poter assumere un ragazzo con le stesse caratteristiche di Andrea e quando si è presentato, gli è stato subito simpatico: aveva tanta voglia di fare e non è mai restato con le mani in mano. Andrea ha la sindrome di Down.

LA RIVINCITA DEL MISSOLTINO

Il «missoltino del lago di Como essiccato al sole» è prodotto tipico ed è tutelato da Slow Food, l’associazione presieduta da Carlo Petrini che promuove la cultura del mangiar bene, all’insegna del “buono, pulito e giusto”. Il missoltino è stato riconosciuto da Slow Food come presidio, per preservarne la produzione secondo una rigido disciplinare che garantisce le caratteristiche dell’agone essiccato. È la rivincita di un pesce povero, riserva di cibo per i periodi critici, una lavorazione tramandata di generazione in generazione come un’arte e che rispetta i tempi della natura, utilizza per ingredienti aria, sole e semplicità. Il missoltino ha trovato un posto d’onore a Slow Fish, il salone del pesce a Genova dove ha fatto l’ingresso ufficiale. Come dire: «Beati gli umili, perché saranno esaltati».

QUANDO SI PUO’ FARE “Si può fare”: è il nome di una cooperativa sociale per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, senza fissa dimora, profughi, migranti, persone ai margini e si occuperanno di piccole manutenzioni, mercato solidale dell’usato, riconversione di spazi sottoutilizzati per housing sociale. Il progetto è stato avviato con un investimento di 60mila euro e si propone di creare 12 posti di lavoro. I promotori sono la Caritas diocesana, fondata 40 anni fa e la Onlus Piccola Casa Federico Ozanam che da 80 anni offre ospitalità a chi non ha casa e famiglia. «Uno stile nuovo con il quale affrontare i problemi: ottimismo e voglia di impegnarsi», ha spiegato Enrico Fossati, presidente Ozanam, quando è stata presentata l’iniziativa in decollo a settembre.

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IL QUARTIERE SI FA BELLO

IL LAGO DEI DESIDERI Recessione del mercato immobiliare ed incertezze fiscali, ma gli stranieri continuano a sognare Como e il suo lago come luoghi ideali per comprar casa e viverci. Il territorio lariano è secondo solo a Roma nella classifica delle mete più ambite. Lo afferma un’indagine del portale Immobiliare. It. 200mila contatti dall’estero. A chiedere il lago di Como, sono stati i tedeschi per il 17%; gli svizzeri per il 14%; gli inglesi per il 10%, ma fra le prime 15 Nazioni, spuntano il Brasile, la Slovacchia e la Slovenia. L’indagine conferma gli autorevoli pareri di archistar che nei mesi scorsi hanno lusingato Como, ma anche le scelte di vip stranieri che hanno privilegiato il nostro territorio.

Una volta Sant’Ambrogio era un quartiere in degrado, tanto che il gruppo di case popolari che vi sorgevano veniva chiamato “Sant’Ambronx”, il Bronx di Mariano Comense. Sta trasformandosi in un quartiere sempre più gradevole, a misura d’uomo e lo sarà ancora di più: l’Aler, Azienda Lombarda Edilizia residenziale, ha annunciato un intervento importante su due palazzine abitate da venti famiglie. L’investimento sfiora i 600mila euro e il progetto prevede il rifacimento del tetto, con eliminazione dell’eternit, rimessa a nuovo di canali e pluviali, rivestimento delle pareti per l’isolamento termico, pavimentazione dei balconi e tinteggiatura in giallo e rosa salmone. Aler ha risorse limitate ed è assoggettata ad una «fiscalità folle», come dice Alessandro Turati, presidente e sindaco di Mariano Comense. «Ma siamo soddisfatti precisa perché riusciamo a portare avanti un programma di riqualifi cazione del patrimonio».

IL RISVEGLIO DELLA MEZZ’ETÀ La stilista comasca Roberta Redaelli, la prima a sbarcare in Medio Oriente e in Cina, ha scelto come modella Catherine Loewe, avvocato, critico d’arte e modella all’età di 57 anni. Ha sfilato per la collezione primavera - estate 2013 dal titolo: «Il risveglio: momento mirabilis». La testimonial controcorrente ha sollevato lo stato d’animo di signore di mezz’età che non s’identificano con le modelle delle passerelle, degli spot e di altre campagne moda. Ma c’è di più. E sono le parole della stilista: «Chi compra un mio abito - ha detto - si porta a casa anche un pezzetto della nostra terra e della nostra cultura tessile. Tutti i miei capi sono a chilometro zero, pensati, prodotti e confezionati nel comasco

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UN AIUTINO PER LA SPESA Spesa con lo sconto del 10% a favore degli anziani: è l’iniziativa di Agrimarket di Rovello Porro, insieme ai servizi sociali del Comune e all’Associazione Verde Età. L’agevolazione è garantita a chi, nei giorni di martedì e mercoledì, si presenterà con una delle tremila tesserine preparate dal supermercato agricolo e dall’associazione di volontariato. «Abbiamo ritenuto utile ed interessante collaborare - dice Rinaldo Guerini, presidente dell’Associazione - perché l’iniziativa si propone di rilanciare il commercio in paese e di dare una mano agli anziani in difficoltà. Potranno acquistare prodotti genuini e risparmiare un po’di soldi».

UN GRUZZOLO DI TENEREZZA

GIOVANI PIU’ SANI

Tre anni fa, a Carimate, un alunno delle scuole elementari rimase solo: nel giro di 24 mesi, dapprima il papà e poi la mamma persero la vita per un malore improvviso. Profondamente colpito, il paese organizzò una colletta per esprimere al bambino affetto, solidarietà, tenerezza e anche la speranza che gli fosse restituito il sorriso. Tutti si mobilitarono; è stato raccolto un gruzzoletto, versato su un conto corrente e la prima donazione fu quella del sindaco, Flavio Lietti. Lo stesso sindaco s’è messo in contatto con il bambino: è stato adottato da una famiglia che gli vuole molto bene, non ha problemi economici, ma i soldi raccolti rappresentano il segno del cuore di una comunità che ha voluto esprimere la sua vicinanza e il suo sostegno. E il conto sarà trasferito alla famiglia adottiva. «Siamo davvero felici - dice Lietti - che il bambino abbia potuto ritrovare la serenità».

A Como, dieci Club di servizio, Lyons, Leo e Rotary, riuniti nell’Associazione “I Club” collaborano al “Progetto Martina” per la lotta ai tumori attraverso l’informazione ai giovani su stili di vita più sani: le buone abitudini hanno funzione preventiva. Sono stati 1.648 gli studenti di otto istituti superiori coinvolti nel progetto, in allargamento fino a 13 scuole e a 2.548 giovani; oltre venti i medici relatori che dedicano il loro tempo libero, da volontari, per insegnare a contrastare l’insorgenza dei tumori e per avvertire i primi segnali di pericolo. A distanza di un anno, ai giovani partecipanti è stato fatto compilare un test per valutare che cosa ricordano delle prime lezioni: «I risultati sono sorprendenti - afferma Pietro Cantone, medico pediatra, Lyons - i giovani spiegano di aver modificato le proprie abitudini».

I PARCHI RINATI

«Luoghi dove rinasce la speranza»: così Anna Savini, giornalista de “La Provincia” ha chiamato il parco Negretti e l’area della Valbasca ripuliti, fatti rifiorire ed invasi dai comaschi per la festa di primavera. Al parco Negretti, tra 500 bulbi di tulipani e 24 piante di gelso, i comaschi si sono stupiti per tanta bellezza ambientale ed hanno applaudito coloro che hanno aiutato il recupero dell’area urbana: Orticolario, Cip Garden, Nespoli Vivai e Konica Minolta. Ortifloricola Comense ha fatto da guida attraverso il percorso botanico; Antea, Acli e Oasi, tra l’altro, hanno allestito i laboratori per i bambini. Funziona il parco e funziona il corso per orti domestici, con agronomi qualificati. La sua filosofia: «Prenditi cura di te stesso, degli altri, del tuo orto e del tuo quartiere» e le lezioni fanno parte del progetto “Oggi parte il domani”. Osserva la giornalista: «La città sta cercando di risollevarsi riscoprendo le buone azioni, il volontariato, i rapporti di buon vicinato. Che passano anche dal condividere i pomodori dell’orto del vicino».

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Pubbliche virtù di Marco Citterio Amministratore Delegato Brixia Expo Fiera di Brescia Spa

Ritornare a sporcarsi le mani Aver attraversato gli ultimi 50 anni nell’economia comasca in diversi ruoli e con responsabilita’ di primo piano ed avendo vissuto in prima persona il passaggio dall’agricoltura alle attività industriali manifatturiere del periodo d’oro, per l’Italia, ed in particolare per la Brianza, quello del boom economico degli anni ‘60, mi viene spesso di chiedermi quale sarà il futuro della nostra economia provinciale e che fine faranno le attività “manuali”, quelle che hanno fatto ricca la nostra Comunità. Avranno ancora un futuro? Contribuiranno a far superare la difficile crisi che stiamo attraversando? Certo e’ difficile dire quanti e quali settori avremo nel prossimo futuro. Il comparto del mobile canturino ha un futuro? Il glorioso tessile di Como che fine farà ? Il meccanico sempre poco considerato ma altrettanto corposo nella nostra provincia che sviluppo avrà? Anzitutto va detto che nonostante il nostro Paese non abbia mai avuto una vera e propria “politica industriale”, lo spiccato spirito creativo e di adattamento del popolo italiano ci ha consentito di sopperire, e brillantemente, a questa cronica incapacità di guida del sistema economico e quel senso di essere popolo e di cogliere insieme qualsiasi opportunità di crescita ma anche quello di saper riconoscere il valore effettivo di una solidarietà ,non inferiore ad altri popoli, ci ha consentito di percorrere insieme strade comuni per raggiungere obbiettivi ambiziosi. Nel dopo-guerra,rimboccandosi le maniche per “ricostruire il Paese, negli anni ‘60, per costruire un sistema industriale, del tutto originale e inimitato, con una divisione di competenze tra poche grandi imprese e molte piccole imprese o meglio tantissimi piccoli imprenditori, che sarebbe meglio chiamare intraprenditori, che hanno meravigliato il mondo con un “boom economico “che ha consentito all’Italia di collocarsi

tra le big five delle nazioni più industriali del mondo. Successivamente con la specializzazione nei distretti industriali a base territoriale e poi con i meta distretti e poi ancora con le filiere produttive di mantenere le posizioni nella graduatoria delle nazioni del manifatturiero nonostante la competizione del Paesi emergenti molto più grandi di noi. Ma se questa è l’Italia che produce come mai non riusciamo a superare questo difficile momento? È possibile che sia solo la crisi della politica a bloccare questo sistema sano del produrre? Ecco credo proprio che stia qui il punto. La prevaricazione della politica “monetaria” con le sue nefandezze finanziarie ha fatto perdere la rotta e disorientato anche la base produttiva del Paese, l’unica che crea ricchezza vera. Sono sicuro, personalmente, che sarà ancora il sistema manifatturiero che ci farà uscire dalla crisi attuale. I segnali che provengono dalle ultime Fiere come il Salone del Mobile, lo confermano (bisogna ritornare a sporcarsi le mani, hanno detto in molti). Certamente però, e questo è per i giovani, non sarà sufficiente ritornare ai lavori manuali come una volta, occorrerà anche sapere comunicare nel mondo e confrontarsi con la “rete” che essa stessa crea valore aggiunto ma per fare questo occorre aver ben presente le sfide delle 3 I :Innovazione - Inglese - Informatica, applicate ai punti di forza delle 4 A: -Arredamento-casa; Abbigliamento-moda; Alimentare-vino; Automazione-meccanica. È un ritorno al passato? Direi proprio di no, perché è nel nostro Dna di italiani: il gusto del bello, l’impegno come soddisfazione personale, l’orgoglio di raggiungere mete personali originali e importanti, voglia di combattere e vincere le sfide. Dai che c’è la facciamo ancora!

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Occhi sul mondo di Umberto Montin

Specchio delle mie brame Questa è l’era della “riflessione”. Non tanto dell’esercizio cogitabondo, quanto dello specchiarsi, nei fatti o idealmente, in qualcos’altro o in qualcun altro. L’uomo moderno ama “riflettersi”, costruirsi attorno il mondo a sua immagine e somiglianza, dove i ritmi siano i suoi, i principi idem, i valori identici. Almeno ci prova, quanto a riconoscersi molto spesso non accade, come lo specchio di Biancaneve ma al contrario. Ed ecco che l’uomo entra in conflitto con sè stesso, la mancata “riflessione” mette in crisi il suo io, crollano le convinzioni e le sicurezze, subentrano l’ansia e la disistima. Nell’uomo come nella donna. Anche se quest’ultima, in misura maggiore rispetto al suo simile, si trova ad affrontare una sfida ulteriore: quella della bellezza. E anche se per essere perfetta a una donna bella “manca solo un difetto”, come avvertiva Karl Krauss, spesso sono proprio le donne ad avere un serio problema con la loro bellezza, a vedersi infrangere quello specchio ideale del loro “riflettersi”. Con quanto fondamento? Molto relativo, stando a uno spot che dall’America impazza sul web il quale dimostra come le donne siano alla fine molto più belle di quanto loro stesse non pensano. L’idea, a fini pubblicitari, è della Dove, marchio Usa di creme e saponi, che per dimostrare come le donne s’ingannino sul loro aspetto, ha organizzato un esperimento con un disegnatore dell’Fbi esperto nell’identikit di malviventi e terroristi. A un gruppo di volontarie è stato chiesto di fare amicizia con un gruppo di sconosciuti. Subito dopo le donne sono state portate in una stanza e a queste hanno domandato di descrivere il loro volto a un altro sconosciuto, nascosto però. Si trattava di Gil Zamora, il disegnatore dell’Fbi che, sulla base della descrizione, ha elaborato un ritratto per ciascuna. In questa seconda fase è emerso che nella stragrande maggioranza le volontarie si descrivevano in modo negativo, del tipo “ho il naso grosso”, “un mento sporgente”, “ho la faccia grossa”. Più tardi sono entrati gli uomini e a ciascuno Zamora ha chiesto di descrivere le donne che avevano incontrato. La quasi totalità ha descritto la nuova amica in senso completamente diverso, laddove il volto eccessivamente rotondo è diventato “una faccia aperta e simpatica”, il naso grosso si è trasformato in un “nasino dolce” e il mento è improvvisamente mutatoin “sottile”. Un test illuminante sulla capacità dell’uomo – e della donna in questo caso – di vedersi con obbiettività nella società di oggi, dove spesso alla bellezza è dato un valore eccessivo e necessario per essere accettati. Anche se non sempre va così. Ne sa qualcosa il fotografo e attore di Dubai, Omar Borkan al Gala espulso dall’Arabia Saudita con altri due connazionali. La loro colpa? “Essere troppo belli da far innamorare le donne saudite” hanno stabilito le autorità religiose, secondo le quali il fascino dei tre poteva “indurre in tentazione le donne”. Chissà se, tornati a casa, i tre si guarderanno nello specchio per cercare di capire se sono così belli da costituire un rischio per le saudite. Ma è difficile che si vedano brutti, se non altro perché alle loro porte bussano già decine di signore e signorine. Belle e belle. 20

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Donna di Picche di Laura Garavaglia poetessa

Poesia, scienza e coincidenze di luce «La vita è fatta tutta di coincidenze» ha scritto José Saramago: il premio europeo per la fisica Edison Volta assegnato a Rolf Heuere, Stephen Myers e Sergio Bertolucci, i tre scienziati del Cern che hanno scoperto il bosone di Higgs, è stato consegnato sabato13 aprile a Villa Erba, in una giornata finalmente primaverile. Contemporaneamente a Villa del Grumello si svolgeva il Festival “Europa in versi. Tra poesia e conoscenza”, dove poeti e scienziati famosi hanno dimostrato come tra cultura scientifico-tecnologica e umanistica non esista frattura, incompatibilità ma un reciproco potenziamento. Proprio in questi giorni si è scritto molto sui quotidiani locali di “Como città della luce”, l’ambizioso progetto del Centro Volta che vedrà coinvolti, in un appuntamento che si ripeterà ogni anno, enti pubblici e privati in una serie di brillanti iniziative di carattere scientifico, tecnico, filosofico, letterario, artistico. La notizia è stata data insieme a quella della nascita, prevista per quest’estate, della Lake school, una scuola di alta formazione scientifica che avrà sede a Villa del Grumello, con lo scopo di calamitare i migliori laureati e docenti. Un filo rosso lega tra loro queste iniziative, che dimostrano quanto sia importante che scienza, tecnica, filosofia, arte e letteratura non siano intese, come spesso avviene, come ambiti distinti, “quasi che lo scienziato e il letterato appartenessero a due sottospecie umane diverse, (…) destinate a ignorarsi”, come ha scritto Primo Levi. La poesia, per esempio, in questa concezione aperta e totale della cultura ha molti aspetti che l’accomunano alla scienza, pur offrendo una chiave di lettura diversa della realtà. Prima di tutto, la curiosità di capire cosa sta dietro alla mera apparenza delle cose. Poi la creatività, che lega il poeta e lo scienziato, quel fare perno sull’intuizione, sull’immaginazione che stanno all’origine delle scoperte scientifiche e delle opere poetiche. Non c’è forse fantasia nella teoria del multiverso, l’universo di tutti gli universi possibili ipotizzati dalle equazioni di Einstein? Nella metrica, nella struttura del verso, nella ricerca della parole più appropriate per rendere meglio l’emozione pensante, possiamo peraltro trovare un corrispettivo del rigore scientifico. Se si cambia una parola in un verso cambia tutto, così come accade per un simbolo in una formula. C’è poi la tensione alla bellezza che accomuna lo scienziato al poeta: l’identità di Eulero, che mette in relazione i cinque numeri più utilizzati è una delle formule più affascinati della matematica; l’equazione di Paul Dirac, che ha anticipato l’esistenza dell’antimateria, ha la grande eleganza di un verso del Petrarca. Si tratta, anche per quanto riguarda la nostra città, di “pensare in un’altra luce”, titolo di un saggio di Rossella Prezzo sulla filosofa Maria Zambráno che mi pare possa sintetizzare in modo esemplare la necessità di un cambiamento, di un risveglio culturale che a Como si fa sentire con sempre maggiore urgenza. La luce: metafora assoluta che ha attraversato la storia del pensiero, dal mito della caverna di Platone alla luce divina di Sant’Agostino, dal “lumen naturale” di Cartesio, all’età dei lumi, fino all’“ora dell’ombra più corta” di Nietzsche e alla Lichtung di Heidegger in cui si rivela l’Essere. La luce che durante ogni stagione, nelle mattine più terse, avvolge il lago, i monumenti, gli alberi, le case, dovrebbe essere per noi tutti simbolo dell’amore per la conoscenza in tutte le sue forme. 22

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La borsa o la vita di Guido Capizzi

Economista, ricercatore e giornalista

Il lavoro e il bello dell’utopia Una lettera sottoscritta da oltre cento studiosi e ricercatori del Arbeitsgruppe Alternative Wirtschaftspolitik (gruppo politica economica alternativa), rivolta a sindacati, partiti, associazioni datoriali e sociali, propone 30 ore lavorative settimanali a parità di salario come impegno europeo per combattere la disoccupazione che deve avere la più alta priorità economica, politica, sociale e umanitaria, impedendo che il peso della crisi venga caricato sulla maggioranza dei salariati. Heinz-Josef Bontrup, professore di diritto commerciale nella Renania-Westfalia, sostiene che “nella nostra società abbiamo bisogno di un progetto generale di riduzione dell’orario di lavoro”. Con il sociologo berlinese Peter Grottian e l’economista di Brema Rudolf Hickel primi firmatari della lettera aperta è convinto della necessità di un’equa ripartizione del lavoro tramite una riduzione collettiva dell’orario lavorativo. Tutta l’Europa è in una grave crisi sociale ed economica, la disoccupazione ha raggiunto un livello insopportabile. In tutti i Paesi accanto ai milioni di disoccupati ci sono milioni di lavoratori parttime che in media lavorano 14,7 ore alla settimana. Le statistiche fornite dai diversi istituti nazionali e da Eurostat non considerano chi partecipa a corsi di recupero per il reinserimento lavorativo, i disoccupati anziani e altre categorie senza o di precario lavoro. I posti di lavoro offerti sono part-time o a tempo determinato, insufficienti per una vita dignitosa. Il progetto delle 30 ore settimanali va introdotto gradualmente nell’arco di alcuni anni e con una sfera territoriale che si amplia strada facendo. Gli aumenti di produttività e inflazione devono favorire gli occupati per far funzionare la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Se produttività e inflazione aumentano del 2% all’anno, gli occupati ottengono un aumento di salario del 2% per compensare la crescita dei prezzi e riducono l’orario di lavoro del 2%: il costo unitario del lavoro rimane costante e per le imprese non si creano svantaggi di competitività. La proposta è stata valutata buona dall’economista Peter Bofinger del consiglio di esperti del governo tedesco, che non ritiene si possa introdurla adesso. Lo strumento ebbe successo in Germania nel 2009, quando si introdussero misure lavorative a orario ridotto per attutire la flessione congiunturale. Per altri critici, come Heiner Flassback (capo economista dell’Unctad conferenza sul commercio e lo sviluppo dell’Onu), per poter funzionare la proposta necessita della crescita di produttività almeno pari alla crescita dei salari, cosa di non facile realizzazione con la riduzione dell’orario di lavoro. Ovvero: se il conguaglio non funziona, la riduzione dell’orario non è altro che un taglio salariale. Rimane ancora utopico ciò che affermava uno slogan: lavorare meno, lavorare tutti?

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TUTTI I VIAGGI DEL PRESIDENTE di Gisella Roncoroni e Paolo Moretti

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on Bossi a mangiare la pizza a Laveno. E poi in via Bellerio, a rapporto dai dirigenti del partito. Ma soprattutto Turate-via Borgovico la mattina, via Borgovico-Turate a mezzogiorno, Turate-via Borgovico dopo pranzo, via Borgovico-Turate al tardo pomeriggio e Turate-Como per chiudere i conti, anzi: il contachilometri. Non è la roulette, ma una giornata tipo dell’Audi A6 utilizzata dall’ex presidente (oggi commissario straordinario) dell’amministrazione provinciale Leonardo Carioni. Ogni giorno l’auto blu in uso quasi esclusivo al numero uno di Villa Saporiti percorreva, nel 2011, una media di 200 km. Il dato emerge dall’inchiesta della procura di Como che all’inizio del 2012 ha aperto un fascicolo in seguito a una serie di articoli del quotidiano “La Provincia”. Inchiesta, è bene subito precisarlo, che veleggia verso una chiusura senza alcuna contestazione ai vertici dell’ente di via Borgovico: nulla di penalmente rilevante è stato riscontrato. Eppure raccontare cos’è contenuto in quel fascicolo d’indagine appare doveroso: sia per rendere conto di come veniva utilizzata dalla pubblica amministrazione un’auto pagata con i soldi dei contribuenti, sia per rompere i tanti - troppi - veti imposti dai funzionari della Provincia alle richieste di trasparenza di cronisti e cittadini. La giornata tipo dell’auto blu, si diceva. Il tragitto Como-Turate veniva compiuto dall’autista del presidente mediamente dalle quattro alle sei volte nell’arco della giornata per prendere e accompagnare a casa Leo-

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nardo Carioni. A questo viavai, nel flipper dei viaggi con l’Audi A6 pagata dai cittadini vanno poi aggiunte tappe a Milano, ma anche «in via Bellerio (sede della Lega Nord, ndr), a casa dell’allora ministro Bossi e da lì, a fine incontro ci si recava a Laveno presso una pizzeria nel centro paese» come è stato ammesso dagli autisti sentiti dalla guardia di finanza. Quello che è certo è che in quanto a viaggi sull’auto blu Carioni di strada ne ha fatta davvero parecchia. Nel 2011, in dieci mesi, ha percorso 33.898 chilometri. E in quattro anni, dal 2008 al 2011, ha coperto una distanza di 160mila chilometri, praticamente più di metà del tragitto che separa la Terra dalla Luna. L’Audi A6 blu di Como ormai erano abituati a vederla anche sul lago Maggiore, a Laveno. Poco distanti, nella casa del Senatùr a Gemonio o in un bar del paese, Carioni e Bossi, che lì si sono incontrati diverse volte. I motivi degli incontri? «Se per esempio vado da Bossi - aveva replicato nel pieno della bufera lo stesso Carioni - ci vado per motivi politici. Le sembra giusto pubblicare un registro su quel che fa il presidente?». Già, il registro. Altro mistero, che l’inchiesta ha permesso però di chiarire. Secondo una circolare del 1998 che regola l’utilizzo delle auto in amministrazione provinciale, è previsto che ogni vettura abbia il suo corrispondente “libro macchina”, una specie di scatola nera dove vengono annotati i km percorsi, le destinazioni giornaliere, le ore di utilizzo e le esigenze di servizio che le hanno motivate. Quello dell’auto presidenziale, però, non è stato mai trovato e non è mai esistito. Il dirigente del settore Economato Marco Testa, sentito dagli inquirenti, ha detto che per l’auto degli assessori il libro macchina esiste e, a precisa domanda, ha chiarito che «per l’auto in uso al presidente, l’autista non risulta aver mai istituito il libro macchina». L’autista che aveva in carico il mezzo di rappresentanza degli assessori ha dichiarato che la prassi del libro macchina «non è stata adottata quando ho trasportato il presidente Carioni (in caso di indisponibilità dell’autista del presidente, ndr) attenendomi alle disposizioni che mi erano state impartite dall’autista titolare del presidente».

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LO SCANDALO DELL’AUTO BLU DEL NUMERO UNO DI VILLA SAPORITI. LA PIZZA CON UMBERTO BOSSI, IL PRANZO A CASA E IL VIAGGIO A MONTECARLO DEL SUO ASSESSORE. TUTTI I SEGRETI DELL’AUDI A6 DEL LEGHISTA LEONARDO CARIONI, QUEGLI STRANI DUECENTO CHILOMETRI E QUEI TREMILA LITRI DI GASOLIO ALL’ANNO

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LEONARDO CARIONI

L’ex presidente di Villa Saporiti con Roberto Maroni, con Umberto Bossi e con Berlusconi e Bruni in occasione di un comizio elettorale.

E lo stesso autista “presidenziale”, davanti agli investigatori, ha ammesso di non aver «mai istituito il libro macchina perché gli fu riferito dall’allora dirigente dell’economato (prima del 2002, ndr) che il presidente della Provincia di Como può recarsi ovunque senza indicazioni di nessun genere». E infatti, benché la procura scriva espressamente nelle carte che «la circolare non fa riferimento all’esonero dell’auto del presidente dal libro macchina», il diario di bordo non era mai stato tenuto. Tradotto: l’auto blu di Carioni, proprio come la vettura in uso agli assessori, aveva l’obbligo di essere accompagnata da un registro dei viaggi che invece nessuno ha tenuto. Ricostruire orari e una parte degli spostamenti del presidente è stato però possibile farlo acquisendo i dati del telepass e quelli dei navigatori satellitari. A testimoniare un utilizzo tutt’altro che sporadico del mez-

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Per l’auto del presidente non è mai esistito il libro macchina, ma gli spostamenti risultano da telepass e navigatori satellitari zo, anche gli straordinari dell’autista di Carioni, da lui stesso quantificati in 60/70 ore al mese (da gennaio ad agosto del 2011 ha avuto 6.410 euro per straordinari ordinari, in pratica circa 800 euro al mese). E i rifornimenti di gasolio: 3.160 litri nel 2009 (quando il diesel costava ancora appena un euro al litro), 3.735 litri nel 2010 e 2.581 nel 2011 (ma l’auto è stata utilizzata meno a causa di un problema di salute dell’autista e, quindi, il presidente per un periodo ha usato la seconda auto blu, quella della giunta) per una spesa in carburante di 11mila euro, che arriva a quasi 21mila sommando anche la seconda vettura. Gli investigatori hanno acquisito anche le agende del numero uno di Villa Saporiti e una serie di passaggi autostradali. Ad esempio nel maggio del 2011 Carioni è passato 90 volte dal casello di Grandate e 22 da quello di Milano. A gennaio figurano tappe a Gallarate, Vergiate, Arona, a febbraio compare anche Roma. Disposti controlli pure sul navigatore, con una consulenza apposita affidata dalla Procura. Il risultato è stato però solo parziale: gli esperti informatici hanno estratto “solo” settantadue viaggi unici (itinerari differenti soprattutto a Milano, ma anche zona Gallarate in almeno quattro occasioni, Laveno e ovviamente il consueto via BorgovicoTurate) dal 2 agosto del 2010 al 7 novembre del 2011 e 12 cosiddette “mie posizioni” rilevate nel navigatore. Se Carioni di strada nella comoda Audi A6 ne ha fatta molta, altrettanto comode hanno viaggiato alcune buste contenenti documenti che, in diverse occasioni, sono state “accompagnate” dall’autista (che ha anche funzioni di messo)


sul mezzo di rappresentanza della giunta. Il diario di bordo di questa auto blu rivela le storie di alcuni documenti che hanno viaggiato per 134 chilometri diretti a Milano il 7 gennaio 2010, altri per appena 4 chilometri fino alla prefettura e poi di nuovo a Milano per 120 km. E ancora il 17 maggio altri 120 km «per ordine del presidente Carioni», Erba, una sede televisiva milanese, Desio. Insomma, alla faccia della semplificazione burocratica e del risparmio dei costi. In quattro anni i chilometri percorsi per cosiddetti “servizi vari” (in buona parte per la consegna di materiale) sono stati circa 8mila. Certamente buste e documenti non avrebbero potuto sperare in viaggi più tranquilli e nel lusso di quelli che hanno compiuto trasportati sui sedili in pelle dell’Audi. L’auto blu degli assessori è stata usata per andare a fare esercitazioni al poligono di tiro di Appiano Gentile, ma anche per andare a svolgere semplici commissioni in città (viene citato un negozio di telefonia in centro). E dire che il parco mezzi di Villa Saporiti vanta storicamente vetture di tutti i tipi, ben più economiche del bolide blu. Dopo Carioni ad aver percorso più km di tutti è stato l’ex presidente del consiglio provinciale Ferdinando Mazara che, in quattro anni, ha macinato sul mezzo di rappresentanza 20mila km. E in numerose occasioni si è fatto andare a prendere a casa dall’auto blu. Stando al «regolamento di disciplina dei servizi relativi agli organi istituzionali» dell’Ente, «le autovetture di rappresentanza nonché quelle di servizio non possono essere utilizzate per il trasferimento dalle rispettive abitazioni alla sede dell’Ente e viceversa, salvo nei casi in cui la missione sia effettuata con partenza direttamente dall’abitazione e nei casi di impossibilità all’uso del proprio automezzo per motivi tecnici o di salute». Da Anzano del Parco, l’ex numero uno del consiglio, è andato a Treviso, Brescia, Venezia, a Cremona, Mantova. L’auto blu ha percorso anche il tragitto Anzano-Villa Erba (il 17 luglio del 2009) per un totale di 35 km: se il viaggio fosse partito da via Borgovico, sede della Provincia, i chilometri si sarebbero contati sulle

dita di una mano. Ci sono anche alcune tratte Anzano-Como e numerosi viaggi a Milano e a Rho. Mazara è andato anche, con il segretario generale, fino a Urbino per un convegno il 27 maggio 2011. Tema: «Province 2020: progettare e misurare il benessere in tempo di crisi». Certamente i 971 km percorsi in auto blu non hanno contribuito al risparmio. La stessa auto blu ha poi varcato i confini nazionali per andare a Montecarlo e a Innsbruck con l’assessore al Marketing territoriale Achille Mojoli. Nei fascicoli degli investigatori compaiono ricevute, fatture, programmi delle manifestazioni. L’inchiesta con l’accusa di peculato contro ignoti veleggia verso il nulla di fatto, a carico dei politici e degli amministratori provinciali. Nessun rilievo penale è stato mosso loro. Un’inchiesta comunque non agevole, a causa delle difficoltà nell’incrociare date, agende, percorsi e del risultato molto parziale della consulenza sui navigatori. La certezza è che nel 2012, dopo l’indagine della Procura, Carioni ha ridotto drasticamente la strada percorsa con l’Audi A6: dai 34mila km in undici mesi del 2011 è passato ai 13.221 dell’anno scorso (sei mesi da presidente della Provincia, gli altri sei da commissario straordinario). «Da quando è stato nominato commissario - hanno fatto sapere da Villa Saporiti - ha scelto di utilizzare prevalentemente la sua vettura privata per gli spostamenti tra la sua abitazione e la sede dell’amministrazione provinciale (e viceversa) senza chiedere rimborsi spese». La roulette Turate-via Borgovico-Turate….adesso fa uscire la combinazione solo due volte al giorno.

L’auto blu, in un solo mese, è transitata novanta volte dal casello di Grandate e ventidue da quello di Milano mag

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VOGLIA DI

LAGO VIAGGIO NEI LIDI COMASCHI PRONTI PER L’ESTATE. PROPOSTE, OPPORTUNITÀ E INNOVAZIONI PER GODERSI LA STAGIONE IN RIVA AL LARIO

di Annalisa Testa, foto Carlo Pozzoni

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L’ELEGANZA VINTAGE DEL LIDO DI LENNO Uno scorcio di lago, acqua cheta, motoscafi tirati a lucido ancorati di fronte al patio. L’atmosfera ricorda alcune scene de La dolce vita di Federico Fellini. Tra la penisola di Lavedo su cui si erge maestosa la Villa Balbianello e il Golfo di Venere si nasconde il Lido di Lenno, un gioiello incastonato in una delle più belle rive del nostro lago dove eleganza, glamour e sobrietà invitano gli ospiti a fermarsi a contemplare il tramonto sorseggiando un cocktail con i piedi nella sabbia. Già, perché al Lido di Lenno c’è la sabbia, proprio come nelle spiagge della Versilia o della raffinata Cotè d’Azur, con gazebi, coffee table, letti a baldacchino. Il tutto tinteggiato da un bianco candito che riflette le luci del lago e le lanterne accese in spiaggia poco dopo l’imbrunire. Il Lido di Lenno sembra finalmente aver trovato pace, dopo anni di inquietudine, di chiusure forzate, di eventi rimandati. «Abbiamo trovato un amichevole accordo con il vicinato e finalmente al lido si torna a ballare», racconta orgoglioso l’ex calciatore Diego De Ascentis, il nuovo gestore che da pochi giorni ha inaugurato la sua seconda stagione. Chiaro, scordiamoci le serate che si concludevano 30

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alle quattro e mezza del mattino: il coprifuoco è fissato dalle autorità alle due, ma le quattro si possono comunque fare a piadina e birretta della staffa al bar Il Golfo che da almeno un decennio ospita i tiratardi del lido. Restyling, quindi: «Sì, abbiamo rifatto completamente il locale, avevamo bisogno di un cambiamento che fosse percettibile anche ai nuovi clienti. Aria fresca, colori nuovi, un arredamento ricercato scelto con il buon gusto dell’artista Roberto Coda Zabetta che dato una mano a De Ascentis nella scelta dei pezzi. Come la scultura in bronzo della collezione “Iniziazione” del Maestro Aldo Mondino o i divani delle sale interne. «Il lido ha cambiato anima, anche la cucina ha subito una rivoluzione. Abbiamo selezionato uno dei migliori chef in circolazione, Michele Terreni, già executive chef del Castello di Carimate, giovane con idee nuove che si fondono ai piatti della tradizione. Il ristorante è il punto forte, La Nuova Darsena sarà un luogo magico...». L’obiettivo è stare bene: dalla mattina, in spiaggia, alla sera, sulla terrazza. Il lido di Lenno ritorna a vivere con serate tema, balli latino americani, fuochi d’artificio e chissà... magari anche qualche partita di mini beach soccer. (lidodilenno.com)


LIBE, DOVE IL BIANCO REGNA SOVRANO «Qui è bellissimo, tutto splendido, non sembra neppure di essere in Italia», sono le parole di Carlo Verdone quando pochi mesi fa ha visitato Bellagio. Ne è rimasto incantato tanto che ha pensato di usare le sue scalinate, gli scorci del lago e i giardini come location in cui girare un film. Bellagio è senza dubbio una delle nostre migliori cartoline. Non più solo meta di turisti internazionali, torna finalmente a essere vissuta anche da giovani comaschi alla ricerca di un’atmosfera vacanziera non toppo lontana dalla città. Luogo esclusivo è senza dubbio il nuovo Lido. Con la sua struttura in stile razionalista degli Anni Quaranta, vissuto e frequentato a inizio secolo dall’alta borghesia che di giorno faceva bagni di sole, di sera si trasformava in balera ospitando i migliori cantanti dell’epoca. «Per quasi dieci anni il lido di Bellagio è stato abbandonato a sé stesso. Era vincolato dalle Belle Arti, ha avuto un passato tormentato e per ristrutturarlo abbiamo affidato il lavoro all’architetto comasco Alessandra Santini che ha intrapreso un progetto conservativo che ha mantenuto intatto il suo valore e ha elevato all’ennesima potenza la sua bellezza», racconta Andrea Giovannelli, organizzatore di eventi del lido. L’arredo in stile anni Cinquanta ha divani in pelle bianca, tendaggi che svolazzano al soffio della Breva e gazebi infilati nella sabbia dorata del Ticino. «Il weekend del 24-25 maggio parte ufficialmente la stagione estiva delle serate Libe: il mercoledì ci saranno serate tributo con musica dal vico e entrata gratuita, il giovedì alterniamo karaoke a musica latino americana, il venerdì la disco revival anni ’70 e

’80 e il sabato discoteca fino alle quattro del mattino». Altro punto forte è senza dubbio la domenica in cui dopo il relax tra un bagno nel lago e un cocktail sotto l’ombrellone alle 17 inizia l’aperitivo a buffet firmato Papete. E per i nostalgici delle serate che fecero tanto scalpore negli anni Novanta il titolare del Lido, Christian Ponzini, è riuscito a far rivivere a turisti e comaschi il traghetto danzante: a partire dal primo weekend di luglio il Libe, in collaborazione con la Navigazione lago di Como metterà a disposizione un traghetto che in due ore raggiungerà il lido a ritmo di musica. >> (lidodibellagio.com)

AL LIDO DI VILLA OLMO

Uno dei punti più panoramici sul primo bacino del lago. Un colpo d’occhio che spazia dalla punta di Torno alla città.

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CADENABBIA: COME SULLA COTÈ D’AZUR

movimentate, si chiudeva molto tardi e la gente poi si riversava in strada e continuava a far baldoria», racconta il nuovo general maneger del lido e del Grand Hotel Britannia ExcelSi chiama Thomas Whieldon. Madre italiana, padre e edusior che da qualche anno ha preso sotto la sua ala protettrice cazione inglese. È lui la mente creativa dietro le quinte del piscina, bar e ristorante del lido. «Abbiamo rifatto tutto a nuovo Lido di Cadenabbia. Un restyling che lo rende una nostre spese compresa la piscina che abbiamo trasformato delle location miglior organizzate della sponda ovest del in una infinity, a sfioro sul lago, con nuove piastrelle e luci Lago di Como in cui rilassarsi o fare festa. Dopo gli anni che la sera cambiano colore. Abbiadi baldorie, che in molti senza dubmo anche rifatto gli interni e gli arredi bio ricordano, il lido è stato chiuso Karaoke in riva al lago, esterni nel giardino e intorno alla piper parecchie stagioni, passando dalle scina», racconta Whieldon. La serata mani di privati e quelle del comune musica latino americana, forte è l’aperitivo del mercoledì con varie volte. «Il lido è stato chiuso perdisco revival anni ‘70 e ‘80 buffet vista lago e musica lounge. ché faceva troppo baccano e distur«Durante il weekend girano nelle tre bava i villeggianti. Effettivamente le e discoteca fino a notte ore dell’aperitivo circa 300 persone notti a Cadenabbia erano abbastanza 32

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VISTA BELLAGIO tra il bar sula terrazza con nuovi paravento in vetro e una Il lido di Cadenabbia vista mozzafiato e il bar della piscina. Il sabato sera c’è si affaccia anche la grigliata in spiaggia al ristorante Niki Beach o, se sui panorami si preferisce, si può cenare a la carte al ristorante Centrale del centro lago. con le prelibatezze dello chef del Britannia premiato con un gambero rosso», racconta il general manager. Tra le novità c’è la partnership con il Lido di Bellagio: «abbiamo acquistato insieme al Libe e il Ristorante da Silvio di Bellagio una barca che utilizzeremo come navetta per attraversare il lago e passare dal nostro aperitivo alla discoteca del Lido di Bellagio o viceversa, con soli 3 euro si può letteralmente saltare da una sponda all’altra». E poi c’è una super novità: da pochi giorni è disponibile l’app per Apple o Android da scaricare sul proprio tablet o smartphone per essere sempre aggiornati sugli eventi del Lido di Cadenabbia, ascoltare in streaming la musica diffusa a bordo piscina dai dj e prenotare lettini, tavoli privè, bottiglie, servizio baby sitter, lezioni di nuoto e cene. Geniale... Finisce qui? Macchè, durante l’estate verranno organizzate anche feste rock a bordo della piscina galleggiante del Grand Hotel Britannia Excelsior. >> (lidodicadenabbia.com)

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TUFFI NEL LAGO

Il trampolino al lido di Faggeto è una delle maggiori attrazioni per i ragazzi.

LO SMERALDO VERDE DI FAGGETO Piccolo e indiscreto. Conosciuto solo da una nicchia di comaschi affezionati a quegli angoli di lago decisamente meno turistici. Meglio così perché il lido di Faggeto è speciale e c’è qualcuno che non vorrebbe condividerlo con quelle orde di gente e turisti in visita sul lago. Sa quest’anno, poi, il tutto sarà ancora più bello, esclusivo e rinnovato. «Proprio in questi giorni stiamo tinteggiando tutto di bianco, un po’ come i beach bar di Miami, in Florida. Da

Barbeque e pizzate in spiaggia, aperitivi sotto il gazebo, ma anche attracco barche e possibilità di sci nautico qui il nome Mi-Ami-Lario...», racconta Paolo Masserano, uno dei nuovi gestori del lido che, ottenuto il via libera dal Comune solo a fine aprile sta lavorando insieme al socio e alla sorella al restyling del lido pronto a inaugurare tra un paio di settimane. «È un peccato che l’ok sia arrivato così tardi perché avremmo voluto fare qualche lavoretto in più come ristrutturare i bagni per esempio ma non abbiamo tempo, i lavori extra ritarderebbero ulteriormente l’apertura e non vogliamo rischiare di perdere il periodo più bello della nuova stagione», spiega Masserano affezionato a Faggeto ed entusiasta di riportare in vita il lido. «In verità ci stanno aiutando anche altre persone del paese, ci tengono molto a far rivivere il lido come si merita. Noi, dal nostro canto, organizzeremo eventi, pizzate e barbeque in spiaggia, aperitivi al tramonto sotto al gazebo e cene a tema. Abbiamo la possibilità di attracco barche e di fare sci nautico. Ma anche rilassarsi sui lettini godendosi una vista meravigliosa che si allunga fin quasi ad Argegno». Un altro punto forte del lido di Faggeto? L’ingresso è gratuito. >>

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LIDO DI MENAGGIO: DANCING SOTTO LE STELLE Sabato 1 giugno: dj set con electro dance. Apre così, con un party esclusivo, la stagione estiva 2013 del Lido di Menaggio. Nuovo staff, nuova gestione e nuovi appuntamenti. Una delle più grandi strutture del Lago di Como torna a vivere i grandi eventi: serate con lo staff di Asganaway di Radio Deejay con Albertino, Fabio Alisei, Paolo Noise, Wender e Shorty, il cabaret dei Soliti Idioti, la musica di Giorgio Prezioso e le note sinfoniche dell’Orchestra da Camera di Lugano che si esibirà la notte di Ferragosto. «Anche il ristorante offre un sacco di novità. Abbiamo rivoluzionato tutto, a partire dallo staff. Nuovi camerieri, qualificati con esperienza in grandi alberghi, un pizzaiolo, barman che preparano cocktail e un menù nuovo messo a punto dal nostro nuovo chef », spiega Riccardo Cusenza, direttore del Lido di Menaggio. Tra gli eventi più cool il 6 luglio è da salvare in

Sfilata di Mr e Miss Lido 2013. Bellezze in costume da bagno, feste a ritmo di musica ma anche acquagym e idrobike 36

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VILLA OLMO

Prati, spiaggia e piscine al lido di Villa Olmo ogni estate punto di attrazione per chi ama il lago.

agenda: il lido di Menaggio diventa palcoscenico della gara Mr e Miss Lido 2013 dove sfileranno bellezze in costume da bagno a ritmo di musica. «Ma il lido non è solo feste e eventi: ci sono due piscine dove si faranno corsi di nuoto anche per baby, acquagym e idrobike. Intorno alle piscine ci sono le spiaggie, una in particolare sarà adibita a privè, dove gli ospiti saranno trattati letteralmente con i guanti bianchi, avranno a disposizione un cameriere personale, servizi e menù esclusivi innaffiati da bottiglie di Champagne Mumm che quest’anno è il nostro sponsor», conclude il direttore. E per i pigri che non hanno voglia di prendere la macchina c’è un pontile con attracco all’inglese per farsi accompagnare al lido dal taxi boat come veri vip. (lidomenaggio.it)

UNA SPIAGGIA A VILLA OLMO Il lido di Villa Olmo ha da poco ha festeggiato i 40 anni: erano ancora studenti quando Maurizio Locatelli e Giorgio Porta negli anni ’70 hanno iniziato a lavorare qui. Il Lido nasce nel 1800 e primo restyling avviene grazie al Comune di Como negli anni ’30. Battezzato il Nuovo Lido di Villa Olmo è stato pensato per i giovani, un punti di ritrovo dopo la scuola e per le vacanze estive, poi negli anni 60 nasce il ristorante e un decennio dopo, in occasione dei Giochi Senza Frontiere edizione Lago di Como, sono state costruite le due piscine. Oggi frequentato non solo da comaschi ma anche da un notevole numero di turisti grazie alle convenzione con gli alberghi della città, il lido vanta un bar gestito da Locatelli e una scuola nuoto capeggiata da Porta. Impossibile non farsi catturare dalla musica e la splendida vista che spazia a 180° sul lago. (lidovillaolmo.it)

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GIARDINI D’ARTE di Alberto Longatti, foto Carlo Pozzoni VIAGGIO IN BATTELLO ALLA SCOPERTA DEI GRANDI PARCHI DELLE VILLE LARIANE, CON L’ORTOFLORICOLA COMENSE. OLMO, CARLOTTA, MELZI, D’ESTE, SERBELLONI, BALBIANELLO: LO SPLENDORE DELLA NATURA MODIFICATA DALL’UOMO CHE TRASFORMA LA REALTÀ IN SOGNO. mag

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er celebrare degnamente il trentennale della sua fondazione, la Società Ortofloricola Comense, presieduta autorevolmente da Emilio Trabella, paesaggista amico e collaboratore assiduo di Renzo Piano, organizza in maggio un’edizione particolarmente festosa di un’iniziativa che l’associazione ripete puntualmente ogni anno, il “battello dei giardini in fiore”. Dall’osservatorio privilegiato del battello, i gitanti possono “cogliere interamente i cromatismi e la bellezza” del paesaggio lacustre, come afferma l’invito dell’Ortofloricola diffuso per l’occasione, “con le sue ville e i lussureggianti giardini”. Dimore signorili e parchi storici, una sfilata ineguagliabile di luoghi in cui la natura reca indelebilmente impressa l’impronta di una progettazione umana, sensibile soprattutto nell’epoca del romanticismo, l’ottocento, quando l’azione di modifica dell’esistente raggiunse i suoi massimi effetti, percepibili ancor oggi. Nel compilare una delle prime celebri guide turistiche alternando descrizioni, racconti, aneddoti e leggende, con l’esercitata esperienza di romanziere per signore, l’autore del “Viaggio al lago di Como” (1821) lo scrittore torinese Davide Bertolotti si stupì nel vedere con quanto impegno il proprietario di un’antica dimora, Villa Serbelloni a Bellagio, seguisse i lavori di sbancamento della sommità di una collina per ottenere un doppio cannocchiale di vista su ambedue i 40

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I parchi storici del Lario abbinano la tradizione italiana all’innovazione paesistica e ne costituiscono l’aspetto più pittoresco e ornamentale rami del lago. Era un esempio estremo di uno stravolgimento, o, se si preferisce, di un profondo adattamento dei luoghi per soddisfare in un’esclusiva oasi verde la romantica sete di appropriazione del nucleo principale del paesaggio: il lago. Il modificare il profilo di un rilievo faceva parte di una radicale operazione collettiva di mascheramento ambientale, che mentre si proponeva come un tentativo di riqualificazione dell’esistente si adeguava pienamente ai canoni stilistici dell’ideologia romantica. L’unico campo in cui il romanticismo non lasciò tracce veramente originali fu l’edilizia; e infatti le dimore patrizie del Lario, acquisite da italiani o da stranieri, hanno l’aspetto ordinato e regolare dell’architettura rinascimentale o neoclassica, con pochi tocchi capricciosi di barocco


BALBIANELLO

Uno scorcio del parco della Villa del Balbianello ora gestita dal Fai.

È la percezione, tipicamente romantica, dell’“altrove” che fa capolino dagli aspetti familiari della realtà quotidiana e la spiazza, la conduce a un livello dove i contorni delle cose si smuovono, dando corso a sensazioni nuove. Per stimolarle, servono gli oggetti di vera o falsa antichità sparsi in mezzo al verde, le statue ed i chioschi, le rovine e le lapidi, altrettanti segnali di una presunta vetustà che tuttavia non ha un valore archeologico o non è stata individuata a tale scopo, ma si trova lì esattamente come i ninnoli di un salotto a far bella mostra di sé, fonte di suggestioni meramente estetiche. Tale arredo ricorre, per imporsi all’attenzione del riguardante, a un plurimo linguaggio di citazioni, riferimenti, rimandi alle arti figurative, alla plastica, all’antiquariato, alla narrativa, alla musica, fornendo un apporto ulteriore ad una situazione ambientale peraltro già ampiamente connotata, carica di implicazioni espressive. Il bric-à-brac della seduzione ottocentesca costituisce, oltre ad essere la più recente e la più congeniale all’intreccio montilago-ville, un’immagine seduttiva apposta su una stratificazione di altri contesti, sopra un patrimonio culturale che parte da assai più lontano. I parchi diventano così la spia di questa commistione di testimonianze d’epoche diverse, fuse in un compendio che sembra organico ed è frutto di un compromesso, di una rimodellazione attenta a non lasciar emergere sostanziali differenze e a non provocare dissonanze. In parec- >>

ad animare qualche spigolo, a ondulare balaustre e gonfiare fregi. I giardini, che non sono semplici appendici ma propaggini direttamente connesse alle ville, si adeguarono solo in parte all’austerità dei palazzi, con aiuole ben pettinate e spaziate secondo regole di armonia, a blocchi simmetrici, inserendo fontane incastonate nel verde. La ventata rivoluzionaria dello spirito romantico spazza via in questi ordinati giardini all’italiana l’equilibrio precostituito e il rigore del calcolo, combatte le ripartizioni regolari, scompagina l’esattezza delle proporzioni e introduce, mediante il giardinaggio all’inglese, le volute serpentine della fantasia, la libera modulazione dei percorsi, l’imprevedibilità delle soste, l’ambiguità delle soluzioni paesistiche, la varietà delle visuali, la contemplazione, il senso dell’avventura, il brivido del “non finito”, la commistione fra passato e presente. Si attenua il gusto del “meraviglioso”, la spettacolarità esibita del barocco, predomina un invito alla meditazione, al raccoglimento, al sogno. Questa calata nell’interiorità è resa possibile dalla distribuzione apparentemente casuale, e invece minuziosamente preventivata in un progetto d’insieme, di macchie verdi, alberi ad alto fusto, cespugli, piante fiorite, entro i quali si collocano tante occasioni di riposo, ma anche motivi ornamentali che sospendono la cognizione del tempo in una specie di astratta indeterminatezza.

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VILLA D’ESTE

Il parco che racchiude il Grand Hotel di Cernobbio.

chi casi, il giardino romantico si sposa con quello all’italiana, lasciato a guarnire le fronti degli edifici, come nel caso di Villa Olmo dove le aiuole disposte a corona attorno alla fontana in pietra sono contraddette, nella zona retrostante all’edificio, da ombrosi alberi centenari, ampi prati, un tempietto e viali asimmetrici che il marchese Raimondi deliberò di porre con voluta irregolarità nell’ottocento, adattandosi alle asperità del terreno in salita. Un altro, più eclatante compromesso fra il culto dell’antico e le fantasticherie dei seguaci di Novalis (lo scrittore che sentenziò: «Se dono a ciò che è comune un’apparenza misteriosa, se dò al finito l’apparenza dell’infinito, lo romanticizzo») è il celeberrimo parco di Villa Carlotta a Tremezzo, dove esplode

L’ORTOFLORICOLA COMENSE Subentrando all’apprezzata Scuola di giardinaggio e floricoltura di Como, costituita nel 1934 presso le serre comunali di Villa Olmo, nel 1983 un gruppo di ex allievi, stimolati dal maestro Giorgio Rigamonti, decise di dar vita alla Società Ortofl oricola Comense, integrando la diff usione della cultura botanica con visite guidate tra i giardini delle ville e lezioni per florovivaisti. Da trent’anni l’associazione volontaristica, oggi presieduta da Emilio Trabella, svolge un nutrito programma rivolto agli appassionati e imperniato su due indirizzi principali, le “serate di aggiornamento” mensili presso la sede comunale di via Ferabosco a Sagnino e l’organizzazione di “itinerari verdi”. All’attività principale, che spazia dai temi di botanica e biodiversità, ai laboratori di ortofrutticoltura e di composizione floreale, a iniziative per la difesa e valorizzazione del territorio, alla cultura del paesaggio, nonché a interventi di educazione ambientale nelle scuole e al’insegnamento di pittura botanica. Il premio dedicato a Giorgio Rigamonti e la compartecipazione alla prestigiosa mostra Orticolario rappresentano un ulteriore esempio di vitalità dell’associazione, che quest’anno ha deciso di realizzare con particolare impegno due manifestazioni legate ai luoghi lariani antichi e moderni, il “battello dei giardini” e il percorso “Villa Olmo e le serre”. 42

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la fioritura delle azalee ad ogni primavera. La villa mantiene davanti a sé le scalee simmetriche che scivolano come un manto regale lungo il declivio che conduce all’ingresso, ma per volontà di un proprietario, il duca di Sassonia Meiningen, si è ingrandito e trasformato il terreno circostante in un giardino botanico costellato di fiori e alberi ad alto fusto, nel quale ogni angolo, ogni svolta di sentiero diventa un pretesto di sorpresa, un invito ad entrare in misteriosi recessi, un motivo di estatica contemplazione. Il duca Giorgio II di Sassonia Meiningen era un personaggio di vasta e ramificata cultura, amava la letteratura, l’arte, la musica, il teatro. La predilezione per il palcoscenico lo portò a costituire una compagnia, quella appunto dei Meiningen, che recitava coordinata da una regìa eludendo il dispotismo del capocomico per la prima volta nella storia del teatro, e con quinte mobili, in grado di creare una profondità sconosciuta ai fondali stabili fino ad allora in uso. Si deve appunto alla sua capacità di operatore teatrale la riuscita di una scenografia all’aperto così articolata come quella del parco della Villa che il nobiluomo ebbe in eredità dalla sventurata moglie principessa Carlotta di Prussia, morta >> a 23 anni dopo soli cinque anni di convivenza coniugale.


ARTE E NATURA

Il celebre mosaico nel parco di Villa d’Este e (sotto) l’ingresso di Villa Carlotta.

Il Parini a Villa La Quiete, Pellico e Manzoni al Balbianello, Carlo Porta a Villa Passalacqua, Shelley e Rossini alla Pliniana e Giuditta Pasta a Blevio

all’intervento della premiata coppia composta dall’architetto Luigi Canonica e dal botanico Villoresi, reduci dal felice esito del rinnovato parco della Villa Reale di Monza. Lì la progettazione non ha dovuto innestarsi su un terreno già invaso da precedenti operazioni di arredo ed ha potuto così sbizzarrirsi con l’intero campionario scenografico romantico, il chiosco >>

Il giardino all’inglese, ideato dall’agrimensore Lenné sotto la supervisione del duca, divenne ben presto la principale attrattiva del luogo, secondando la propensione dei romantici per le passeggiate sentimentali, fuori e dentro le ville. Le piste pedonali, i balconi, le terrazze, gli oggetti d’arredo, la stessa disposizione delle finestre spalancate sul panorama, tutti gli addobbi predisposti da un’accurata scenografia, dunque, convogliano l’attenzione dei visitatori, piegano le risorse naturali a disporsi sulle linee di un disegno generale che ha confini ben delimitati ma anche aperture per spaziare sull’intorno, stabilire connessioni fra l’esterno e l’interno, ville, giardini, monti e lago. I modelli più convincenti del calcolato “disordine” romantico nei parchi all’inglese sono a coronamento della Villa del Balbianello e di Villa Melzi. Il primo, costruito nel 1786 dal cardinal Durini sulla punta estrema del promontorio di Lavedo, comportò il trasporto via lago di un’enorme quantità di terra per permettere le piantumazioni, vincendo la resistenza opposta da rocce scoscese: attualmente primeggiano i sempreverdi, disposti coerentemente sotto la direzione di Emilio Trabella in modo da diversificare l’area così erta e disagevole, spuntando da nicchie ed elaborati labirinti. Il secondo giardino, che fascia l’edificio neoclassico del conte Francesco Melzi d’Eril, è anche il meglio ideato, grazie

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VILLA MELZI

L’edificio neoclassico e il parco della Villa di Bellagio fatta costruire da Francesco Melzi d’Eril.

moresco, il laghetto alla giapponese, le finte rovine, un gazebo impagliato, statue, collinette e prati, viali alberati e ciuffi di piante fiorite, un’estesa collezione botanica di essenze esotiche, un antiquarium concepito come un museo di famiglia e via dicendo, quasi un risvolto a cielo aperto del gozzaniano salotto di Nonna Speranza. Villa d’Este, in quest’ambito di accumulazione degli apparati culturali fra un secolo e l’altro, merita un’analisi a parte. In lei

Varietà botanica dei parchi lariani I parchi storici del Lario , per ragioni culturali e per le tendenze conservatrici dei committenti, fedeli ai modelli classici, abbinano la tradizione italiana all’innovazione paesistica. Il compromesso fra i due stili fa si che gli schemi geometrici delle piantumazioni e l’applicazione accademica dell’arte del giardinaggio sopravvivano nei tracciati informali, finendo per costituirne l’aspetto più pittoresco ed ornamentale. A tal punto che il contrasto fra l’originaria impostazione cinque-seicentesca e le sovrapposizioni ed aggiunte paesaggistiche ottocentesche giovano indiscutibilmente alla qualificazione dei disegni progettuali dando origine ad esempi straordinari, la cui ricchezza risiede anche nella peculiare varietà botanica . Vale la pena sottolineare che i limiti della produzione vivaistica sino al XVIII secolo fatta di Allori, Bossi, Tassi, Carpini, Tigli, Querce vengono travalicati e l’elenco delle specie da quel momento disponibili diviene pressoché infinito, includendo tutte quelle che appassionati esploratori e viaggiatori del Grand Tour scoprono durante le spedizioni in Oriente e nelle Americhe. Si arricchiscono le tavolozze botaniche contenute nei trattati e si diffonde l’attrazione per l’esotico, che soddisfa il piacere del46

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la sperimentazione e della curiosità. La disposizione delle essenze vegetali nel giardino paesistico crea prospettive che applicano o creano nuove visioni panoramiche ed includono senza soluzione di continuità il paesaggio circostante. L’esempio più emblematico della fusione dei due stili - formale e romantico- sul Lario e’ rappresentato dal parco di Villa Carlotta, nel quale l’imponente sistemazione scenografica all’italiana seicentesca che permea il primitivo nucleo a giardino si pone come fulcro attorno al quale si collocano le stratificazioni paesistiche ottocentesche. Il giardino formale all’italiana, che ospita la fontana con il gruppo statuario di “Metima salvata dal delfino” è realizzato con siepi di Bosso, ed ornato con fioriture stagionali, mentre i terrazzamenti sovrastanti sono caratterizzati dall’uso quasi esclusivo di piante di Agrumi, disposte a formare vere e proprie gallerie vegetali. Il potenziale scenografico e l’eloquente rappresentatività ricercata dal primo proprietario, il marchese Clerici, non vengono meno con il successivo proprietario, il Sommariva, collezionista d’arte , ma anche esperto in scienze agronomiche che nelle porzioni dell’ampliamento colloca il maestoso gruppo celebrativo di Platani in onore di Napoleone, insieme ad esemplari isolati di Canfora, Sughera e Lecci. Ma è al Granduca di Meiningen, appassionato botanico e sposo della Principessa Carlotta di Prussia, proprietario della villa a metà dell’Ottocento, che si deve la realizzazione del giardino botanico, con le spettacolari collezioni di acidofile - azalea, rododendri e camelie- che introducono il grande parco paesistico nel quale si susseguono spettacolari episodi di arredo verde: il giardino roccioso composto da essenze perenni diversamente composte ad anni alterni, esemplari di Pino, Platani, Tiglio e Ippocastani, la valle delle Felci, Magnolie e Ciliegi penduli, fino alle Cactacee. Parco e giardino raggiunsero l’attuale consistenza


convivono, in un’affascinante sintesi ambientale che la definitiva destinazione alberghiera ha favorito e completato senza alterarne l’impronta di signorilità, tracce di storie diverse, memorie e documenti di un passato gremito di fatti e animato dalla presenza di personaggi d’ogni tempo e Paese. Tutto questo insieme di circostanze e figure gode di un privilegio speciale, di aristocratica separatezza, è un’isola nell’arcipelago delle dimore lariane, un pianeta che vive di vita propria. Fu così da quando la fece erigere il cardinale Tolomeo Gallio nel XVI secolo in un’insenatura favorita dal rigoglio della vegetazione e con alimentazione d’acqua corrente, affacciata su un golfo che si prestava ad essere difeso dall’invadenza altrui. Lo divenne ancora di più nell’ottocento, durante la reggenza della principessa Carolina di Brunswick che ne perfezionò le attrattive anche spettacolari, fuori e dentro, eleggendolo a luogo ideale per ricevimenti esclusivi, feste, ritrovi. Il fastoso arredamento del palazzo e ancora meglio l’accurata sistemazione del parco hanno trovato soluzioni originali e gradevoli, come la salita

di Roberta Peverelli,

architetto paesaggista

con l’acquisizione di un vastissimo numero di essenze inedite, giunte da ogni parte del mondo, testimoniando la passione per l’esotismo botanico: la stessa passione che permea il capolavoro neoclassico lombardo del Lario, Villa Melzi a Bellagio. L’elenco delle essenze pregiate introdotte nel parco dal Canonica e dal Villoresi è lunghissimo e destinato a conservarsi immutato, grazie alle compensazioni operate dai proprietari con identiche integrazioni, ove si verifichino degli schianti. Solo per citare le più rilevanti: i celebri Pino montezuma e longifolia donati da Massimiliano D’Austria e giunti a Bellagio dal Messico, il filare di Platani potati ad ombrello, i Taxodium con le radici immerse nelle acque del lago, Faggi purpurei, Sequoie, Liriodendri, Ginkgo biloba, Cipressi e Canfore insieme a maestosi Cedri. Il repertorio arbustivo si compone di Azalee e Rododendri e contribuisce a creare prospettive illusorie che consentono al lago di penetrare il parco e diventarne parte integrante. Agli esempi più grandiosi dei parchi lariani si accostano con altrettanta originalità e ricchezza botanica altre realizzazioni , di proprietà privata, che presentano composizioni a volte inedite: siepi miste di Bosso, Eleagno, Tasso e Viburno a creare alte schermature, sottoboschi di Aucuba, Aralia, Trachycarpus in continua proliferazione, esemplari unici di Cedro o Pterocaria, con i rami protesi verso il lago, boschetti di Nespolo del Giappone e di Pini disetanei molto suggestivi. Ancora sono da considerare Olmi la cui presenza è documentata già in epoca romana, Lecci rigorosamente foggiati a ombrello o a siepe, alternati a svettanti Cipressi in filare, immediatamente distinguibili anche dal lago, testimoni di una cifra stilistica che contribuisce a rendere i parchi del Lario straordinariamente originali.

prospettica fiancheggiata da due “catene d’acqua” che da un tempietto neoclassico scendono verso il lago, rovesciandosi in decine di vasche di pietra: e ancora il minifortilizio costruito dalla marchesa Calderara alle pendici del monte dietro la villa per celebrare la campagna militare spagnola condotta dal marito, il generale napoleonico Domenico Pino. Tutte residenze, a fianco delle ville che ornano le due sponde del lago, dalle quali sono passati innumerevoli celebrità da enciclopedia, talora in incognito; e scrittori, poeti, musicisti, artisti che hanno reso il Lario un eden di mitico splendore. L’elenco completo è impossibile. Basti ricordare che vennero qui scrittori svizzeri e tedeschi come Stahr, Toepffer, Kohl, Fournier, Carlo Porta a Villa Passalacqua, Vincenzo Monti a Villa Londonio (poi hotel Regina Olga), Shelley che alla Pliniana, icona del romanticismo venato da ombre intriganti, s’incanta per il panorama visibile dalla veranda, il Parini alla Villa La Quiete di Tremezzo, Pellico, Berchet, il Giusti e il Manzoni al Balbianello, D’Azeglio alla Serbelloni. Non mancano i musicisti, i divi del teatro d’opera che ironicamente Henry James definiva comprimari del melodrammatico scenario italiano, Rossini alla Pliniana, il librettista Romani a Torno, Giuditta Pasta a Blevio, il Verdi ospite dei Ricordi a Villa Margherita di Cadenabbia, Bellini a Moltrasio, la Taglioni e tanti, tantissimi altri. Che nelle ospitali dimore di nobili e ricchi borghesi soggiornano non solo per far vita di società, ma per lavorare, studiare, inventare. E sognare. Ne è rimasta la traccia, malgrado gli inevitabili cambiamenti operati nei secoli dai passaggi di proprietà e dagli adattamenti ambientali. Una traccia che prolunga nel tempo la fama del Lario, prestandosi sempre a nuove scoperte, avventure dello spirito, delizie dello sguardo, come sanno benissimo gli appassionati soci dell’Ortofloricola Comense e quanti ne seguono l’esempio.

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di Nicola Nenci STORIA E SUCCESSI DELLA BARCA A VELA CHE HA CONQUISTATO IL MONDO. I PIÙ GRANDI VELISTI, PRIMO FRA TUTTI TORBEN GRAEL, SONO ARRIVATI SUL LAGO AD ACQUISTARE UNA LILLIA. TRE MEDAGLIE D’ORO ALLE OLIMPIADI. COSÌ IL MACELLAIO DI GRIANTE HA VINTO LA SUA SFIDA: «TUTTO TORNERÀ COME PRIMA»

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torie di lago. Belle e affascinanti. Scritte dal vento e dalle onde. Storie come quella scritta da Davide Van de Sfroos, in una canzone in realtà dedicata a Guido Abbate, ma che in certi passaggi potrebbe parlare anche di loro. Perché il fascino di una bella canzone, specie se sotto ci sono amore e storia, emoziona come nient’altro. Loro chi? Loro due. Domenico (detto Meco) e Stefano Lillia. Padre e figlio. Gli artisti delle Star. Le Stelle. Le barche più pure, più performanti, più sofisticate, tra quelle della vela da competizione. Stradivari delle onde, Ferrari del vento. Create a Pianello del Lario. Prima in una vecchia filanda arrampicata a mezza costa, che per far uscire le barche bisognava lavorare di gru e funi. E ora in un moderno cantiere a bordo lago. Una storia mondiale ricca di grandi successi e grandi velisti. Barche vincitrici di Olimpiadi, oggetto di culto. Ma oggi, forse, polvere di Star. Polvere di Stelle. Perché in pochi anni, molto di quanto era stato costruito dai Lillia, è affondato come un relitto in mezzo al lago. Prima, la chiusura imposta dalla magistratura per una annosa polemica locale sul presunto inquinamento del cantiere in mezzo alle case. Guerra tra cittadini, raccolta di firme, sentenze. Poi, il fatto che le Star siano state estromesse dalle Olimpiadi, fuori come un ferro vecchio. Per la vela, come se cancellassero la F.1 dall’automobilismo o la MotoGp dal motociclismo. Ma loro non si arrendono. E giurano: «Tutto tornerà come prima». Meco e Stefano Lillia guardano l’orizzonte dalla riva di Pianello. Vedono cose che a noi sfuggono. Noi il vento lo possiamo sentire. Loro no. Loro lo vedono. Guardano il lago e lo vedono. Ci parlano, sanno interpretarlo, lo percepiscono come un disegno nel cosmo o un’entità superiore. «Tutto tornerà come prima». Prima quando? Prima come? Prima, quando nel 1956 nacque la prima barca Lillia >> che diventò culto. 48

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IL VENTO DELLE STAR mag

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I più grandi velisti del mondo, a partire dal brasiliano Torben Grael, venne qui a Pianello ad acquistare una Lillia. Tre medaglie d’oro alle Olimpiadi, sette in tutto. Da Seul in avanti, sempre tra i primi posti. E due ori persi per un soffio. E Grael, il brasiliano che si piazzava qui, sulle sponde del lago, e impazziva per i “cacciatorini” di Meco. Cosa sono i “cacciatorini” di Meco? Eh, i prodotti della macelleria di famiglia, dal 1777. Qui la chiamano la gioielleria della carne. Che in questa storia c’entra eccome. Perché se non ci fosse stata la macelleria, forse il cantiere sarebbe sparito sotto il peso delle avversità. Perchè 500mila euro di buco, tra spese legali, barche non più prodotte, e dunque non più vendute, lavori al cantiere, non sono uno scherzo. E per fortuna delle barche, che la carne è buona. Come diceva il mitico Torben. Meco oggi è un pesce ferito. Ma non si arrende e lascia parlare il figlio: «Se va in giro per il mondo la foto del cantiere chiuso con i sigilli della Magistratura, sai che bella pubblicità. Un anno di chiusura forzata, e il danno è stato bell’e fatto. La gente si è rivolta altrove, addio clienti. Con la beffa che i lavori che abbiamo fatto per riaprire alla fine sono risultati superflui. Vabbè, non ne parliamo più che mi viene il mal di stomaco. Il problema maggiore, però, è stata l’esclusione delle Star dalle Olimpiadi. e così le richieste sono crollate. La Star è una barca da corsa, un purosangue. Mica una barca da giretto della domenica». I Lillia, nella storia, si sono affidati ai designers più famosi. 50

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Hanno scoperto nuove linee, nuove forme, nuove resine, nuove maniere di cuocere gli scafi. Particolari infinitesimali che fanno di questa barca un gioiello di tecnonolgia. Ecco perché si vince sui particolari. Ecco come si è costruito un nome vincente. Ma adesso... «Adesso - dice Meco scocciato - ci hanno buttato fuori dalle Olimpiadi per il kytesurf. Che saranno anche spettacolari, per carità, ma sono acrobati da circo. Le Star sono le Formula 1 della vela. Ma lo sapete che tutti i grandi velisti, da Luna Rossa a Victory, vengono dalle Star?». Stefano ha spesso gli occhiali scuri calati sugli occhi, per scrutare meglio l’orizzonte. Le avversità non l’hanno piegato: «Tutto tornerà come prima perché è una cosa ciclica. Alti e bassi. Io resto convinto che le Star torneranno alle Olimpiadi. E il mercato ripartirà. E se non avverrà, c’è già in pista un nuovo progetto: un campionato su più tappe con i migliori velisti del mondo. E allora tutto ripartirà. E noi saremo ancora i migliori». E siccome il vento non si cancella, in attesa di rianimare le Star, e mentre si occupano di Dinghy e Fun, altre

Le Star firmate da Meco Lillia sono le Formula 1 della vela alle spalle una vita di passione e l’estro dei più grandi designer


STAR DA CAMPIONI

Le Star di Meco Lillia nascono nel piccolo cantiere di Pianello del Lario e sfidano i mari nelle più grandi competizioni. Sotto: Meco Lillia con il figlio Stefano.

due classi veliche da competizione, Stefano ha avuto un’idea: lo studio di una pala eolica con materiali molto sofisticati, ad asse orizzontale. Un sistema che potrebbe essere una alternativa ai panelli solari. Grandi richieste dal Nord Europa. Comunque di vento si tratta. E tornando alla musica, la canzone di Van de Sfros di cui parlavamo all’inizio, racconta: «Dicono tutti che il lago di Como... ha la forma di un uomo ma io sono sicuro che è una donna, e per poter seguire ogni suo capriccio ho imparato a curvare il legno e a raddrizzarlo quando è storto. E forse sono nato con questa canottiera con questa schiena larga e questa testa dura con questo cuore fatto di acqua e di lamiera, e sempre sporco di olio e segatura e per coprire le mie barche durante i temporali ho usato le lenzuola del (mio) letto matrimoniale la vita gira finchè gira l’elica.... ma gira a vuoto se non hai un timone... Scarabocchi/disegni sopra l’acqua e la mia firma sulle onde con la barca che si impenna con la barca che si disimpegna tra le onde e poi arriverà la “breva” a cancellare questa mia scia, ma il segno lasciato dalla mia storia non sarà mai cancellato. E arrivano da Como e arrivano da Milano hanno fretta e vogliono tutti la barca finita, gli spiegherò imprecando o parlando come Shakespeare che la barca ha una poppa e una prua...». Sembra di vedere loro. Una vita di passione e di studi. Loro che non si arrendono. E che vogliono tornare ad essere le Ferrari delle barche a vela.

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È RINATO IL TAXI VENEZIANO CHE NAVIGAVA NELLA SERENISSIMA E FACEVA SOGNARE GLI ATTORI DEL FESTIVAL DEL CINEMA. DA ORNELLA MUTI A DEPARDIEU, DA BURT LANCASTER A DE NIRO. LA STORIA DI “TUCANO”, RESTAURATA DAI CANTIERI MOSTES E ORA DIVENTATA LA REGINA DEL LAGO DI COMO

DALLA LAGUNA AL LAGO di Gianfranco Casnati

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l giorno del varo erano in molti sulle rive dell’Arsenale di Venezia che guardavano quella barca lucida, filante, ben rifinita dentro e fuori. Era l’estate del 1973, quando il taxi veneziano “Tucana”, costruito dal Cantiere Novo di Murano, prese il mare. Destinazione: servizio taxi nella laguna della Serenissima. Non era uno dei tanti, soliti taxi veneziani, che da sempre pullulano in laguna. Se n’erano accorti tutti i presenti al varo delle straordinarie qualità di eleganza e di stile di quell’imbarcazione, costruita non solo a colpi d’ascia, ma con tutto il cuore, nello squero (così erano detti i piccoli cantieri navali veneziani) Novo di Murano. Qualcuno, affascinato dalla linea e dalla coperta in mogano splendente, ebbe il coraggio di chiedere a uno della famiglia dei costruttori: «Me la fai visitare?». La risposta: «Manca parte 52

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degli interni. Non abbiamo avuto il tempo di completare tutti i dettagli. Lo faremo nei prossimi giorni, prima di far prendere servizio». Ciò nonostante, l’uomo continuava ad essere affascinato da quella barca di 8.50 metri di lunghezza per 2.20 di larghezza, capace di portare comodamente dodici persone e dotata di un motore entrobordo anteriore Volvo Penta di 220 cavalli. «Incredibile, stupenda» continuava a ripetere, mentre se ne andava grattandosi la pera. Intanto la limousine del mare, nuova di pacca, prese il largo e fece il suo giro di prova nel canale lagunare, parallelo al ponte della Libertà, quello di circa 4 chilometri che fece costruire Mussolini nel 1933 per congiungere Venezia alla terraferma. Per l’occasione, i viaggiatori dei treni che da Mestre si dirigevano a Venezia, poterono ammirare dai finestrini quella bella imbarcazione,


attratti anche e forse di più da due belle ragazze in bikini a prua. Quella barca, passata per diverse mani e finita chissà dove dopo aver vissuto un’epopea tanto gloriosa, è arrivata lo scorso inverno in condizioni pietose al Cantiere Umberto Mostes di Maurizio Mostes a Riva di Faggeto Lario, dove in quattro mesi è rinata a nuova vita sotto le mani esperte del maestro d’ascia comasco. Adesso il cantiere che l’ha costruita non c’è più. Andato in pensione l’abilissimo maestro d’ascia Renato Novo, a Venezia non si ricorda più nessuno del suo cantiere. Eppure quella barca, passata per le mani di diversi proprietari, di miglia nautiche in laguna ne ha fatte parecchie, portando personaggi famosi. Superati i collaudi e acquisite tutte le autorizzazioni per il trasporto pubblico, stabilì il suo capolinea al Tronchetto. In poco tempo, il passa parola l’aveva fatta diventare uno dei mezzi di trasporto più comodi e riservati per artisti, registi, star internazionali, che arrivavano a Venezia e dovevano raggiungere il Lido per il Festival del Cinema o altre residenze d’élite. Ha trasportato non solo tanti personaggi dello spettacolo e della musica nelle residenze e ville più esclusive della laguna, ma anche donne bellissime, seri uomini d’affari e autorevoli politici. Nel 1974 fece servizio per clienti che erano venuti a Venezia dall’Italia e dall’estero, per assistere alla prima Vogalonga, nata nel mese di maggio di quell’anno da un gruppo di veneziani appassionati di voga per rievocare le tradizioni remiere della Serenissima. Il periodo di maggior lavoro fu dalla seconda metà degli anni ‘70 agli anni ’80. Dal Tronchetto all’Hotel Excelsior del Lido, la barca taxi faceva la spola continua per portare i protagonisti del jet set cinematogrfico. Grande via vai di attori e registi quel 26 agosto

1975 per l’apertura della 35ma Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica e ovviamente grande lavoro per Tucana dal Tronchetto al Lido. Tra i passeggeri anche i componenti del cast e lo stesso regista corso Paul Vecchiali, in piena polemica con i curatori della mostra per l’esclusione dal cartellone della rassegna cinematografica del suo film erotico “Change passe de main”. Nel 1976 il servizio fu particolarmente rivolto a portare attori e personaggi del cast di Bernardo Bertolucci per la presentazione del film “Novecento”: Gérard Depardieu, Robert De Niro, Burt Lancaster, Donald Sutherland. E del cast di Marco Ferreri, produttore della pellicola “La dernière femme” con Ornella Muti. Nel 1979, con l’arrivo del nuovo direttore Carlo Lizzani, si intensificò per qualche anno il servizio di trasporto. Tra gli esperti chiamati a far parte dello staff di Lizzani, i più assidui clienti furono Alberto Moravia e Roberto Escobar. Arriviamo al 1985, l’anno della 42ma edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e l’assegnazione del “Leone d’oro alla carriera” a Federico Fellini. Poi, dopo tanti anni di onorato servizio, il bel taxi veneziano iniziò a perdere lo smalto. Inaspettatamente calò l’oblio. Sulle ultime vicende del suo mesto declino, si sa che la Tucana venne trovata circa quattro anni fa dalle parti dell’entroterra veneziano, su un prato di erbacce, dove giaceva forse da un paio di lustri. Il telo di nylon che la copriva se l’era portato via il vento chissà da quanto tempo ed è quindi facile immaginare in quali condizioni pietose si fosse ridotta all’esposizione >>

IL RESTAURO

Gli interni prima e dopo l’intervento nei cantieri Mostes di Faggeto Lario. A sinistra il driver Aldo Farano.

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degli agenti atmosferici. Da lì il rottame fu trasportato da un estimatore sulla sponda lecchese del Lario, ma senza subire intervento alcuno di restauro. Finché nell’autunno dell’anno scorso fu “scoperta” da Maurizio Mostes, che si rese conto che la barca, nonostante tutto, era ancora recuperabile. «Al primo momento ci siamo anche resi conto - racconta il quarantanovenne maestro d’ascia lariano - dell’enorme lavoro che avremmo dovuto affrontare per rimetterla in sesto . Siamo rimasti un po’ perplessi prima di prendere una decisione, finché la nostra passione per il bello ha avuto la meglio, vedendo che non si trattava di una barca qualsiasi, ma di un tipo raro, se non unico, per la sua struttura, le sue linee esclusive. Ho rivissuto la sua storia e ho immaginato come sarebbe diventata, dopo averla rimessa a nuovo, riportandola agli antichi splendori. Chi l’ha costruita sapeva il fatto suo. Tanto più che con il motore davanti è proprio una vera barca. Così ci siamo buttati a capofitto nel difficile lavoro e dopo quattro mesi, 1920 ore di lavoro per l’esattezza, abbiamo rimesso in funzione questa autentica Venetian Boat Limousine».

LO STORICO CANTIERE Fondatore del cantiere di Faggeto Lario fu Luigi Mostes, cui succedette il fi glio Umberto, scomparso tre anni fa. L’antica tradizione cantieristica è ora portata avanti dal figlio Maurizio, con la moglie Marita Mauri e la figlia Viola, realizzando ancora barche in legno di squisita fattura, perpetuando così la maestria e l’ amore per la lavorazione di questo nobile materiale. Maurizio Mostes ha costruito negli anni ’90 per la Federazione Italiana Motonautica, diversi piccoli motoscafi da corsa da 250 e 350 cc. , per gare nazionali ed internazionali in circuito. Caratteristica di queste barche la posizione di guida del pilota, sdraiato nell’abitacolo. Oltre alla manutenzione e ad ogni tipo di intervento di restauro e di ristrutturazione di scafi anche delle più prestigiose marche, i titolari e le maestranze del Cantiere assicurano un inappuntabile servizio di posti barca, con stazione di rifornimento a lago e rimessaggio al coperto. Lavorano in cantiere Vincenzo D’Onofrio e Carlo Balletti, mentre Aldo Farano è il driver. Cantiere Mostes Faggeto Lario www.rentfunboats.com www.mostes-faggeto.com

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E non è stato un compito facile davvero per rimetterla in sesto. Si è trattato di rifare praticamente tutto: la coperta completa in mogano com’era in origine. Le fiancate erano tutte sverniciate, quindi s’è dovuto bonificarle con legno a vista. Mostes ha dovuto anche creare un modello ad hoc per la curvatura dei vetri del parabrezza, del quale non esisteva più traccia alcuna. Rifatti ex novo anche gli angoli della cabina come erano in origine e la verniciatura interna. Oggi, chi sale e siede nella lussuosa cabina riportata allo splendore delle origini, può immaginare la magica atmosfera di intimità che avrà sicuramente fatto da complice maliziosa a chissà quanti incontri sentimentali di personaggi famosi, arrivati in segretezza al Tronchetto per salire a bordo e dileguarsi nella laguna. La dinette, infatti, è tornata tale e quale a com’era quando la barca è stata costruita: soffice divano, lavandino e frigorifero. Il tutto illuminato di sera da una soffusa e discreta luce blu. Un paziente e appassionato lavoro di ricostruzione nei minimi particolari, quindi, nel cui espletamento Maurizio Mostes si è avvalso della collaborazione dell’officina meccanica Autonautica di Moltrasio per la revisione dell’intera parte motoristica. Per la ricerca dei legnami pregiati con adeguata stagionatura sono arrivati in aiuto Ronchetti Legnami di Olmeda e Nord Compensati di Lissone. «Ora che siamo riusciti a completare l’opera - spiega Mostes - e ad ottenere tutti i dovuti permessi, possiamo trasmettere ad altri la nostra passione per la salvaguardia e il restauro di pezzi pregiati. Chiunque, infatti, potrà noleggiare la barca, presso la nostra sede e fare un giro per il lago con il driver Aldo Farano». Riportata allo splendore originale, la Tucana è dunque pronta a riprendere servizio sul nostro lago, le cui tradizioni nautiche sono note ovunque.


di Franco Tonghini, foto Andrea Butti - Pozzoni

SUL LAGO DI PUSIANO, TORNATO LIMPIDO, IL RITO DELLA PESCA ALLA CARPA IL PESCE CHE NON SI MANGIA MA VIENE RILASCIATO IN ACQUA. LA SODDISFAZIONE DI DUE GIOVANI AUSTRIACI: MILLE CHILOMETRI PER PESCARE IN BRIANZA

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uanti, anche tra i residenti, hanno avuto la fortuna di ammirare dal centro del lago la bellezza di Pusiano e degli altri paesi rivieraschi? Oggi un giro completo sulle sue acque è un privilegio riservato davvero a pochi. La navigazione è regolamentata in modo restrittivo e i motori sono vietati, con l’eccezione di quelli elettrici. Il risultato, nel cuore della Brianza frenetica, è sorprendente. Nessun frastuono, solo il battito dei remi di canoe e kayak. I rumori delle strade si avvertono in lontananza e attutiti dalla vegetazione che fa da contorno alle rive. Trent’anni di una misura così severa cominciano a dare buoni frutti, se è vero che da qualche stagione ormai si è tornati a parlare di balneabilità, seppure condizionata dal meteo, e a definire addirittura “eccellenti” nelle relazioni delle Asl acque che negli anni Ottanta erano note per essere le più inquinate di tutta Europa. Una fama davvero pessima, che resiste ancora nella memoria dei residenti, a dispetto di miglioramenti reali. Peraltro, il Pusiano era diventato la discarica della Brianza operosa e ricca: nel lago ci scaricava chiunque, dalla fabbrichetta, al macellaio del paese, al gitante che abbandonava i suoi rifiuti sulle rive dopo una giornata a prendere il sole. Nonché Comuni interi, che non avevano soldi per allacciarsi al collettore di liquami del depuratore di Baggero, a Merone. Ora tutto è cambiato, o quasi. E quelle acque un tempo maleodoranti, sono ora di nuovo >>

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NOTTE DA CARPISTI

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limpide e pullulanti di vita. Tra i pescatori, al solito i meglio la pesata e la foto ricordo, costituiscono un vero e proprio informati sullo stato dell’ambiente, le buone notizie girano rito. Nel panorama della pesca sportiva, il carpfishing è una più velocemente. E così sono tornati con le loro canne a getdisciplina a sé. tare ami ed esche, attratti dalla nuova abbondanza di pesce, È una moda, certo. Ma è anche studio dell’ambiente, rispetcertificata anche da concorrenti che non lasciano nulla al caso: to per l’animale cacciato (che non viene ucciso, ma liberato i molestissimi cormorani, formidabili e mai sazi mangiatori avendo cura di non procurargli danno allo strato di muco che di pesce, che qui svernano ingozrende lucide e bellissime a vedersi zandosi a più non posso. le sue squame marroni). È di sicuIl mitico persico reale, troppo ro un modo originale per avviciIl lago di Pusiano è diventato presto dato per estinto, il voranarsi alla natura e per viverla con il regno della pesca alla carpa. cissimo luccio, la trota: eccoli di consapevolezza. nuovo abboccare all’amo. Questi, Scende la sera sul lago, e le sue É un rituale che si ripete per stare solo sugli autoctoni più rive si popolano. L’appuntamenpregiati e candidati a finire sulle to per quel giro riservato a posecondo regole precise quando nostre tavole. chi fortunati sull’imbarcazione a dopo il tramonto cala la notte In realtà Pusiano da un po’ di motore del guardia pesca (unica tempo è conosciuto nella comueccezione), è per le sette e mezzo, nità dei pescatori come uno dei alla Casa dei pescatori di Pusiano. laghi migliori per una specie che non si mangia: la carpa. È un L’ha acquistata Egirent, la società dell’imprenditore Egidio pescione docile e panciuto che può raggiungere quarant’anni Motta che giusto un anno fa ha rilevato i diritti esclusivi sul di vita e un metro e mezzo di lunghezza. Passa le giornate in lago, con l’obiettivo di rilanciarlo in chiave turistico-sportiva. branco, inghiottendo tutto quello che trova sul fondo. Ecco Un compito che spetta a Diego Biella, responsabile dello staff perché non è raro che abbocchino esemplari anche di trenta e braccio destro di Motta. chili. La cattura - che richiede lunghe attese, buona attrezSi parte da qui, dunque, a bordo di una barca in alluminio zatura e qualche sforzo fisico - e il successivo rilascio dopo a fondo piatto che scivola leggera sulla superficie liscia come 58

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LA PESCA

Il lago di Pusiano è tornato ad essere un’oasi di natura incontaminata Sotto: Ivan Francesconi, a destra, e Matteo Moriero, con un esemplare di carpa di tredici chili.

un olio, per un tour alla ricerca dei carpisti. In realtà ci sono sempre stati, anche a Pusiano. Ora però arrivano da tutta Italia e da mezza Europa. La società offre una serie di servizi, tra cui il controllo dal lago e da terra, anche per scongiurare furti che fino ad un anno fa non erano infrequenti ai danni dei pescatori. Ivan Francesconi, 41 anni, da Piadena, titolare di una pompa di benzina, e Matteo Moriero, 24 anni, di Canneto sull’Oglio, venditore di auto, a Pusiano tornano tutti gli anni con la loro tenda e un’attrezzatura che, tra canne al carbonio, avvisatori acustici e canottino con tanto di motore elettrico, sfiora i diecimila euro di valore. Campeggiano proprio sotto alla Casa dei pescatori, e si sono portati da casa le “boiles”, le esche a forma di pallina, polpettine tipo Ikea, fatte da loro stessi con un impasto di farine diverse e aromatizzate. Ogni carpista ha le proprie ricette segrete. Non sono ancora le 8 di sera, che già il primo pesce abbocca: è una carpa di 13 chili e mezzo. È un bell’animale strano, con >>

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quei barbigli che fanno pensare ad un mento barbuto. La pelle lucida e liscia, sulla quale le squame marroni disegnano una trama regolare, le mascelle spalancate, a mostrare una bocca tonda e priva di denti che si apre e chiude ritmicamente, forse per aspirare ancora cibo o l’acqua che le è stata tolta. Un tremito della coda e nient’altro. Se ne sta buona buona, in dignitosa attesa, si direbbe, di conoscere il proprio destino. Consapevole di avere perso la sua battaglia, sa che la sua vita adesso è nelle mani dei due pescatori. Ivan e Matteo non chiedono di meglio di abbracciarla per cominciare una notte e un lungo fine settimana dedicati alla loro passione, un tempo indefinito fatto di tante attese e nessuna fretta. Con amore adagiano il pesce in acqua, che lentamente guadagna il fondo, fino a sparire alla vista.

Lunghe ore di attesa sulla riva, nel silenzio più assoluto, aspettando che il pesce abbocchi ...ma poi la preda torna libera

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Il guardia pesca ingrana la marcia e raggiunge località Comarcia, dove si sono accampati due austriaci, Dominik Rabl e l’amico Simon Lutzky, 25 e 26 anni, da Vienna. «Terza volta a Pusiano, per noi qui è il massimo, non facciamo mille chilometri per niente» dicono in inglese. Oggi hanno già fatto bingo due volte, entrambe da 20 chili. Sono le nove di sera, è già buio, e in centro alla baia di Casletto troneggia Florian, rumeno: sembra un gigante seduto sul suo microscopico gommone. Sta posizionando amo, esca e peso a una cinquantina di metri dalla riva, dove lo aspetta la sua ragazza. Passeranno la notte in tenda, con l’orecchio rivolto all’avvisatore acustico. Passata la Punta del Corno, dopo il bosco, al confine con Moiana, c’è Gualtiero Orcese, 41 anni, giardiniere. Lui la moglie l’ha lasciata a casa a Genova, «perché non ne vuole sapere dei pesci» e a Casletto ci è venuto solo con il suo cane. Fa strano che un ligure debba arrivare fino a qui per pescare: «È la passione, e poi qui mi trovo davvero bene, Pusiano nel Nord Italia è forse il posto migliore per le carpe». Pochi metri a piedi sulla riva e si passa il confine di Moiana. Subito dopo la casa del Parco Lambro, tre pezzi di legno bruciano davanti a due stranieri che chiacchierano appoggiati ad un muretto, tenendo d’occhio le canne accanto. Vengono dall’Ucraina, ma non cercano carpe. Fanno pesca da riva, senza postazione. Uno s’informa: «C’è siluro qui dentro?». «Sì,

certo» gli risponde il guardia pesca, e a quell’altro s’inonda il viso di felicità, pregustando l’attesa per la sua preda. Ora la barca fa ritorno alla Casa dei pescatori, planando silenziosa sul lago scuro. È notte e una luna rossa e quasi piena si è appena levata sopra Colle Brianza. Chissà quando capiterà ancora la fortuna di passare una sera così.

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di Serena Brivio, foto Carlo Pozzoni

L’IMPRENDITORE LUIGI VERONELLI, UN RAGIONIERE PRESTATO AL TESSILE. MOLTI MESTIERI NELLA VITA E L’OSTINAZIONE DI NON ARRENDERSI ALLE CRAVATTE FABBRICATE IN CINA

LA PASSIONE PER

LE COSE FATTE BENE mag

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n ragioniere prestato al tessile, orgoglioso alfiere di un mondo che continua a difendere con tenacia, mentre molti altri si sono arresi e hanno abbandonato questa competenza territoriale. Certo non è un caso isolato, ma la storia di Luigi Veronelli è una di quelle che ti rappacificano con l’Italia contemporanea. A 75 anni, portati con grinta, va ancora in azienda tutti i giorni. Lo fa perché non può sopportare l’idea di non sentire più il ritmico battere dei telai, di vederli fermi per sempre. Dal ’61 la sua tessitura nel centro di Lipomo produce raffinate trame per cravatte. La globalizzazione e le turbolenze del mercato hanno reso difficile questa attività, ma lui tiene duro. «La passione per le cose ben fatte rimane viva anche in un momento come l’attuale, dove tutto deve essere disponibile subito. Ho una lista di 150 clienti, boutique e colossi dell’abbigliamento, che continuano a cercare la nostra esperienza e competenza: perché smettere?». Le due figlie Cristina e Daniela, pur avendo scelto altre strade, gli danno una mano nella fatturazione e nei rapporti con i fornitori. Il sogno, è che un giorno uno dei nipoti decida di seguire 64

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le sue orme. «Sempre che abbia voglia di lavorare 15 ore al giorno. Io inizio la mattina e non so mai quando finisco». Luigi conosce bene il senso del sacrificio, ha compiuto un faticoso percorso prima di approdare nel tessile. Furono i due fratelli e un socio a coinvolgerlo, quando Como era la più grande fabbrica di cravatte al mondo. «All’inizio ci misi solo i soldi, avevo in mente di fare altro» ricorda. Prima il commerciante e poi il contabile. «I miei nonni con la mamma gestivano un negozio di alimentari, con annessa una piccola trattoria e una privativa. A dieci anni ho deciso di abbandonare gli studi per aiutarli». Il Paese è ancora in guerra. «Quando bombardarono la polveriera di Albate, stavamo sistemando i bollini dell’annona. L’e-

«Non mi rassegno all’idea che un giorno siano i cinesi a tener vivo un sapere che ci appartiene da sempre e legato alla nostra tradizione»


IMPRENDITORE

Luigi Veronelli, 75 anni e tuttii giorni ancora in azienda con la voglia di non arrendersi.

splosione fu talmente violenta che volarono dappertutto. Mia nonna, una roccia, mi disse “Vai a raccoglierli” prima di tirar giù la saracinesca». Spinto dalla voglia di migliorarsi, diciasettenne, decide di tornare sui banchi di scuola per diplomarsi in ragioneria. «Alle 6.30 scendevo in negozio, ci stavo fino alle 17.30, e poi correvo a studiare. Il tempo per i compiti era veramente poco, così cercavo di stare attento». È un uomo quando mette su famiglia con Maria. Dopo il matrimonio, lei decide di occuparsi con il marito del negozio. Piena di iniziative, raddoppia le vendite. «Siamo stati a primi a lanciare le offerte speciali: la giornata del vino, della birra, della carne e così via, con lo sconto del 10%». Gli affari vanno a gonfie vele fin quando sbarca a Lipomo un noto marchio della grande distribuzione. Corrono gli anni >>

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«Chi verrà dopo di me deve sapere che bisogna avere la passione di lavorare quindici ore al giorno come ho fatto io da una vita» ‘70, Luigi intuisce che il piccolo commercio è destinato a morire e deposita le licenze. Deve reiventarsi un altro mestiere. Decide allora di mettere a frutto il sudato diploma facendo il consulente fiscale per artigiani nel campo dell’edilizia. Il mattone è nel suo codice genetico. «Mio padre aveva una piccola impresa. Non l’ho mai conosciuto. È scomparso in un incidente stradale quando mia madre era ancora incinta. Poco prima di morire aveva completato appalti importanti, tra cui la costruzione della sede della Croce Rossa di Como».

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Lo spirito intraprendente lo porta anche a investire nell’immobiliare. C’è poi la tessitura avviata con i fratelli, specializzata nel tinto in filo. «L’avevo lasciata in mano a Marco, un tecnico, e a Massimo, più portato per le vendite. Io guardavo i conti. Essendo complementari e fidandoci ciecamente, si andava avanti bene». Quando esplode la moda dello jacquard, Luigi capisce che bisogna diversificarsi ed entra in ditta a tempo pieno. Sente parlare delle cravatte a maglia, acquista delle circolari per calze modificate in grado di fare anche questa produzione. Il contratto per la prima macchina lo firma il giorno di Natale del ‘78. Un’intuizione giusta: cinque anni dopo, dal reparto escono 50 mila pezzi al mese destinati a shop e department store italiani ed esteri. La corsa agli investimenti non si ferma. Luigi sta al passo con l’innovazione tecnologica, arrivando perfino a ipotecare la palazzina della tessitura pur di assicurarsi telai sempre più affidabili e veloci.


L’AZIENDA

La Veronelli di lipomo specializzata in tessuti per cravatte ha solo tre dipendenti ma una lista di 150 clienti.

Nel 2002, l’abbattimento delle barriere doganali e le sempre più massicce importazioni asiatiche azzoppano la filiera comasca, chiudono storici opifici. Il poliedrico imprenditore è costretto a tagliare tutti i costi possibili, compreso quello del personale. Oggi i dipendenti sono solo tre, nei tempi d’oro erano 15. I grandi lotti sono spariti, sostituiti da piccoli ordini, che arrivano a singhiozzo. I fratelli si sono ritirati. Parte dello stabile dove campeggia a grandi lettere la scritta Tessitura Veronelli è stato affittato. Tutt’attorno, dove una volta sorgevano altre manifatture tessili, si scorgono solo condomini, villette e centri commerciali. Economicamente si sopravvive, però è una battaglia quotidiana. Cosa si aspetta dal futuro? «Il mercato delle cravatte è diventato monopolio cinese, ma io vado avanti. Non mi rassegno all’idea che un giorno siano loro a tener vivo un saper fare che ci appartiene, così legato alla nostra tradizione e alla nostra cultura».

PROTAGONISTA A “TIEART”, Quando si tratta di pubblicizzare la cravatta, Luigi Veronelli non si tira mai indietro. Qualche anno fa è stato tra i protagonisti di “TieART”, un’originale iniziativa promossa da Confartigianato Imprese Como. Con altri leader di settore ha fornito e confezionato i mega nodi messi al collo dei più importanti monumenti della città: da Garibaldi in piazza Vittoria ad Alessandro Volta nell’omonima piazza, sulle mani alla base della scalinata delle Stazione Fs S.Giovanni e sulla fontana di Cattaneo e Radice a Camerlata. Per l’occasione sono state prodotte anche due macro strisce di seta, rispettivamente di 9 e 22 metri, per Porta Torre e l’ex Chiesa di san Francesco. Nel contesto dell’evento, i disegnatori lariani hanno realizzato una cravatta special edition coinvolgendo artisti di fama internazionale. Il tutto è stato poi immortalato dal fotografo Roberto Alessi su una serie di “storiche”cartoline. «Bisognerebbe replicare mostre del genere- auspica Veronelli- per comunicare quello che sta dietro l’accessorio principe del guardaroba maschile: un mondo di creatività e abilità manuali che attraversano tutti gli anelli della nostra fi liera».

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È LA STAMPA …BELLEZZA di Mario Chiodetti VIAGGIO NELLA VITA DI ATTILIO SAMPIETRO TRA TIPOGRAFIE, FOTOLITO E LABORATORI FOTOGRAFICI. A CARLAZZO IL MUSEO DELLE MACCHINE DA STAMPA. TRA I CIMELI STORICI ANCHE LA ROLLEIFLEX BIOTTICA DEGLI ANNI ’50, PASSIONE DEI PAPARAZZI E LA JEEP CON LA QUALE JOHN KENNEDY VISITÒ BELLAGIO mag

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ino alla bara s’impara» esclama sorridendo Attilio Sampietro, mentre con olimpica calma affronta le curve che sagomano la salita verso Carlazzo, porta d’ingresso alla val Cavargna e sede della sua lito-tipografia, un grande capannone “tecnologico”, con tutto quello che serve oggi per stampare dal dépliant al libro. Sì, perché la famiglia Sampietro opera nell’editoria dal 1939, quando Santino, padre di Attilio, si incapricciò dell’arte della stampa, lavorando come garzone in una tipografia, che qualche anno dopo acquistò diventandone titolare. Ma ciò che ci conduce qui, nella zona industriale di Carlazzo, non è tanto l’attività editoriale di Sampietro, quanto scoprire la sua passione segreta, quella che lo porta a «imparare imparare imparare» ancora oggi, a 72 anni compiuti, e a sperare che il suo “Museo della Stampa Sampietro della Regione Insubrica”, come amorevolmente lo chiama, possa essere d’aiuto ai giovani per non dimenticare. Titolare di un’impresa storica di Menaggio, che conta in paese anche una grande cartoleria libreria in centro gestita dal fratello Sergio, dopo una vita trascorsa a correre tra tipografie, centri stampa, fotolito, laboratori fotografici, oggi Attilio Sampietro si gode un po’ di tranquillità e si dedica con vigore 70

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alla realizzazione dei “suoi” libri, nel senso che li produce integralmente – testi a parte – perché il nostro è abile fotografo, capace di sfidare il pericolo pur di portare a casa lo scatto risolutivo. «Per il libro “Lago di Como ieri e oggi” dovevo fotografare Lecco dall’alto per affiancare la veduta moderna a quella dell’ottocentesca stampa di Artaria. Così salgo sulla montagna di fronte alla Grigne incontro un uomo di colore cui chiedo notizie di un punto panoramico. “Avanti avanti un poco”, mi fa, “però pericolo”. Arrivo a uno spiazzo e mi accorgo di essere alla sommità di una vecchia cava, col rischio che sporgendomi il terreno mi frani sotto i piedi. All’improvviso mi viene l’idea: prendo il cavo di traino dal bagagliaio della mia macchina, me lo lego in vita e fisso l’altro capo al tronco di una grossa pianta e mi sporgo quasi nel vuoto. Risultato, la fotografia è in pagina, ma se mia moglie l’avesse saputo avrei rischiato il divorzio», sorride divertito Sampietro. «In vita mia ho sempre fatto ciò che volevo, nel rispetto delle regole, si intende. Ho conosciuto personaggi famosi, il pianista ArturSchnabel (tra i più grandi interpreti di Beethoven, ndr.), per esempio, che aveva una casa sul lago, e al quale stampavo i programmi dei concerti, o la Marchesa Masino di Belgiojoso. Ho girato il mondo e da ogni Paese visitato ho portato un ricordo, come la bussola geomantica cinese che vede sulla mia scrivania. Ora i miei figli mi dicono “papà datti una regolata”, ma come si fa a stare fermi? C’è sempre qualcosa da imparare, e il segreto per non sentire l’età è far andare la testa!». Stiamo per entrare nel grande capannone bianco, all’ingresso un cartello indica la presenza del museo, ma Attilio Sampietro ci tiene a mostrare l’orto davanti allo stabilimento, che coltiva personalmente. Ci sono i kiwi, i peschi, l’albicocco, il rosmarino e la salvia, e zucchine, melanzane, piselli e pomodori sono appena stati interrati. Nel grande salone centrale dell’edificio, Sampietro ha raccolto tutte le macchine della vecchia tipografia di famiglia, aggiungendone altre acquistate qua e là, oltre a diversi “memorabilia” quali macchine fotografiche d’epoca, libri antichi, ex-libris e prove di stampa. Nell’osservare la grande linotype si percepisce la velocità del cambiamento tecnologico degli ultimi decenni, che da macchine pesantissime e giganti ha portato a computer sottilissimi in grado di compiere qualsiasi operazione. «Mi piacerebbe ampliare il museo con nuovi pezzi e anche coinvolgere nel progetto la vicina Svizzera. Per i ragazzi del-


LA TRADIZIONE

Antiche tecniche di stampa ancora utilizzate nella tipografia Sampietro.

le scuole, che arrivano peraltro già numerosi, è un’occasione unica per conoscere l’antica arte della stampa, un processo artigianale in cui la maestria dell’uomo era ancora il motore della bellezza», spiega Attilio Sampietro, brillante fotografo autodidatta, ma figlio d’arte, perché il padre Santino negli anni Cinquanta girava il lago con una splendida Linhof a lastre (che ora fa bella mostra di sé nel museo) a immortalare scorci e ville patrizie. Il tema del museo(via degli Artigiani, Carlazzo. Info: www. sampietrografiche.com. Visitabile, da privati e scolaresche, da lunedì a venerdì su prenotazione, telefonando allo 0344 32055)o il sabato mattina dalle ore 10 alle 12,30 dal mese di maggio al mese di novembre.) riportato sui volantini, è «La stampa antica e moderna nella sua evoluzione dai caratteri mobili alla composizione a computer», e il percorso tra le diverse tecniche è esemplificato da grandi pannelli tematici (uno dedicato al grande Giambattista Bodoni, inventore tra l’altro degli splendidi, omonimi, caratteri), realizzati dallo stesso Sampietro, allievo da ragazzo della Scuola salesiana di Torino che formò generazioni di tipografi. Si incomincia con il conoscere i caratteri mobili, inventati da Gutenberg nel 1455, composti a mano, lettera per lettera, di >>

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Nel museo di Attilio Sampietro c’è anche il torchio calcografico che l’artista comasco Aldo Galli costruì negli anni ‘40 per stampare le proprie opere cui sono in mostra migliaia di esemplari, in legno e metallo, perlopiù degli inizi del ‘900. Si passa poi alla composizione meccanica, con una delle prime macchine Intertype in cui la riga, digitata come su una macchina per scrivere, è impressa nel piombo fuso, ottenendo la matrice, rifusa peraltro dopo l’uso. Il passo ulteriore era la Linotronic, in uso fino alla fine degli anni ’80, da cui non usciva una matrice di piombo, ma un “film”. Attilio Sampietro presenta le macchine una a una come si fa con i vecchi amici: «Ecco il reproingranditore in uso negli anni ’50 e ’60, proietta l’immagine da un negativo sulla pellicola, la reprocamera, che invece ottiene il negativo da un positivo già esistente, la “tournette”, che attraverso un’azione centrifuga stende una lacca sensibile sulle lastre in rame o alluminio per la stampa offset, il torchio pneumatico, dove la pellicola e la lastra a contatto sono esposte a luce alogena. La lastra, dopo il lavaggio, è pronta ad andare in macchina. Tutto quello che vediamo è tuttora perfettamente funzionante». La stampa d’arte è rappresentata da tre grandi torchi: di cui 2 tipografici uno “a coltello” della Ditta Krause di Lipsia (primi 800), uno con sistema di stampa Albien in f.to 60x80 costruito dalla Ditta Amos Dell’Orto di Monza nel 1850 per la stampa con la matrice a rilievo, e uno offset degli anni ’50, con matrice in piano. C’è anche il torchio calcografico che l’artista comasco Aldo Galli costruì negli anni ’40 per stampare le proprie opere. Per gli appassionati di antichità, non mancano macchine da stampa di oltre mezzo secolo fa, come una “platina”, una “piano-cilindro” e un torchio Vandercook. Curiosando per la sala, ci si imbatte in un magnifico messale settecentesco illustrato ad acquaforte come esempio di superba stampa a mano, ma anche in oggetti all’apparenza strani, come le pinzette per afferrare i minuscoli caratteri mobili, i

“compositori” in legno dove si allineavano i caratteri, il bulino dell’incisore, matrici per la stampa, prove in quadricromia, “tamponi tibetani” in legno per stampare i tessuti, clichés incisi a mano su linoleum e altri in zinco per la stampa in tipografia. Non mancano gli ex-libris dell’artista Enrico Vannuccini, uno specialista di fama internazionale, di cui Sampietro possiede una bella e variegata raccolta, ma anche esemplari giapponesi appartenuti al pittore, incisore e filosofo aretino, scomparso novantenne nel 1990. Il museo poi regala un tuffo nel passato fotografico, con la mostra degli apparecchi fotografici della famiglia Sampietro, dalle prime Kodak alle Polaroid, la rara Koni-Omega e la >>

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Nella storica tipografia Sampietro ancora attiva a Menaggio non sono nati soltanto libri, ma anche stampe e manifesti per i cantieri Abbate e Colombo splendida Rolleiflex biottica degli anni ’50, cavallo di battaglia di legioni di “paparazzi”. «Non dimentichiamo la stampa calcografica, fatta con matrici in incavo in cui si adagiava l’inchiostro, nelle sue varie espressioni come acquatinta, acquaforte e puntasecca, con gli esempi di antiche lastre incise da grandi artisti. Poi la linogravure, tecnica che si avvicina alla xilografia, con alcuni lavori dell’artista greco Petros Papavassiliou. Nello specifico, l’incisore fa un disegno preparatorio su una placca di linoleum e scava i bianchi intorno alla composizione, cosicché l’inchiostratura tocca soltanto le parti in rilievo». Ritorniamo a Menaggio, nel laboratorio a fianco del municipio, dove Attilio Sampietro siede dietro una monumentale scrivania, attorniato dai suoi libri e dai manifesti stampati negli anni, tra cui quelli per i cantieri nautici Abbate e Colombo, naturalmente con fotografie scattate da lui. «Le faccio un po’ di storia della Casa. Papà Santino, nato nel 1912, aprì la tipografia nel 1946 assieme a mia madre 74

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Rita, ma già dal 1936 aveva una cartoleria in via Camozzi. Stampava di tutto, manifesti, locandine, biglietti da visita, come usava una volta, e nel ’59 entrai in ditta con mio fratello Sergio fino al 1980. I genitori si ritirarono nel 1981e io continuai l’attività a Menaggio. Nel 2002 con mia moglie Bruna decidemmo di ampliare l’attività e creare il nuovo stabilimento di Carlazzo, dove ho continuato la mia attività di editore. Lì curiamo il lavoro dall’inizio alla fine: immagine, fotocomposizione e stampa, grazie a macchinari di alta tecnologia. Possiedo un archivio di oltre 70 mila diapositive e lastre, in parte digitalizzato, ho prodotto cartoline e guide turistiche, e ora ho diversi progetti in corso». Come il libro “Organi, arte e musica nelle antiche chiese della val d’Intelvi”, in prossima uscita con allegato un CD con le voci dei diversi strumenti, oppure l’ambiziosa e innovativa “Guida del lago di Como” in otto lingue, compresi russo, cinese e giapponese e indicazioni su musei, alberghi e ristoranti. In libreria poi è appena apparso “Navigare il lago di Como”, storia fotografica di tutti i battelli passati e presenti che hanno solcato le acque del Lario, naturalmente tutto “made in Sampietro”. In garage la splendida Fiat 1100/b del 1950 del nonno, perfettamente restaurata, e la Jeep Willis, «su cui John Fitzgerald Kennedy salì quando venne in visita a Bellagio, ogni tanto ci faccio un giro», in ufficio una mini raccolta di manifesti originali della Rivoluzione culturale cinese, passioni “collaterali” del signor Attilio. Che non smette mai di imparare, perché «qualsiasi cosa bella mi fa nascere un interesse».


IL SOGNO

IN UN VIGNETO di Edoardo Ceriani, foto Luca Gianatti

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poi arriva il giorno in cui decidi che il sogno di una vita va realizzato, a costo di stravolgere tempi, ritmi e certezze». Quella di Alberto Rivetti è una storia vera. E - non ce ne voglia Fabrizio De André se storpiamo un suo capolavoro - non cominciò per caso a primavera. Magari anche, ma adesso non conta. 76

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Conta, invece, la scelta del quarantasettenne comasco di Anzano del Parco («ma rivendico le mie radici milanesi»). Magari non unica, in un panorama economico difficile come è quello attuale. Di certo emblematica. Visto che mette dentro uno scatolone - ops, forse meglio dire una botte (e fra un attimo scopriremo il perchè) - risorse economiche, affetti, strategie, fatiche e speranze. Tante speranze. Rivetti imprenditore era, e imprenditore resta. Giusto per intendersi. Ma dal posto sicuro nell’azienda di famiglia, con ruolo di primissimo piano, è passato all’incertezza della novi-


LA STORIA DI ALBERTO RIVETTI CHE LASCIA L’AZIENDA DI FAMIGLIA PER INSEGUIRE LA PASSIONE DELLA VITICOLTURA IN VALTELLINA. «PORTERÒ LA GENTE NELLE VIGNE, NON SOLO IN CANTINA. ANZI, MI PIACEREBBE PORTARE LA CANTINA DIRETTAMENTE NELLE VIGNE. È DA LÌ CHE NASCE TUTTO. IL VINO È VITA E IL BELLO È VEDERNE I COLORI, SENTIRNE I PROFUMI E ACCAREZZARNE I GUSTI»

te nella “seconda vita” di Rivetti, impiantato mani e piedi (lui e famiglia, tanto per capirsi) nei terrazzamenti destinati a diventare un giorno patrimonio dell’umanità grazie all’Unesco, ma grazie soprattutto a chi continua a lavorare questo lembo di montagna, nonostante la terra - oggi come ieri - continui a rimanere bassa, molto bassa, e gli introiti ben poco stimolanti. Esageratamente coinvolgenti, invece, se si pensa al valore sociale e strutturale che la conservazione dei luoghi, in zone impervie come quelle sondriesi, garantisce. Rivetti ama il vino. Da sempre. Comodo allora, davanti a una scelta di vita, sarebbe stato portare lo sguardo a Est, verso i vigneti della Franciacorta. O un po’ più a Sud Ovest, puntando sui raccolti dell’Oltrepo pavese. Ma l’imprenditore comasco adora anche la montagna, frequenta Bormio da anni e dunque pensa solo e solamente alla Valtellina. E a quel panorama che per lui - inguaribile romantico - va oltre i capannoni che si sono mangiati il fondovalle e che al contrario ingloba veri e propri monumenti naturali a cielo aperto. Frutto dell’ingegno e del lavoro dell’uomo. Da secoli. >> tà. E non solo per via di quella congiuntura alla quale facevamo riferimento prima. Dal chicco di caffé a quello d’uva, il passo non è poi così breve. Specie se, svestiti i panni dell’amministratore delegato di uno dei colossi, e non solo provinciali, nel campo delle macchinette da ristoro per aziende e uffici - l’Union Caffè di Tavernerio - decidi di vestire quelli dell’agricolo, nel mezzo delle vigne della Valtellina, tra volti e storie di uomini che hanno scritto le leggende di una viticoltura eroica. Eroica ed enoica. Due concetti che torneranno frequentemen-

«Il massimo dell’aspirazione è riuscire a produrre un vino che si riconosca nel territorio ma con respiro internazionale»

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LA CANTINA

Alberto Rivetti, con Dino Lauro Emanuele Urbani e la moglie Catia durante il momento della degustazione dei vini.

Dal 2009, invece, comincia la rincorsa di Rivetti al suo sogno. comparto vitivinicolo valtellinese - è un colpo di fulmine. Si guarda in giro. Si informa. Chiede. Approda a Sant’Anna, Amore a prima vista. «Seguivo ogni cosa di persona, pur avenfrazione alta di Sondrio e s’imbatte in uno di quei vigneti che do ovviamente gente che lavorava la vigna per me - racconta -. segnano una vita, se il sacro fuoco Tutte le stagioni erano buone per ce l’hai dentro. «Due etti e mezzo far qualcosa, dalla preparazione al di goduria pura - spiega -. Un’ocraccolto. Poi, a vendemmia avve«Oltre all’attività dell’azienda casione per me irrinunciabile. nuta, conferivamo le nostre uve sto anche pensando all’ipotesi Vedere, tutti insieme, montagna, alla Sertoli Salis di Tirano». vigna e territorio. Non potevo Dove, manco a dirlo, nel frattemdi un percorso museale dire di no». po aveva cominciato a lavorare in che coniughi passato e presente» E allora si comincia. Pur mantequalità di direttore proprio Dino nendo l’abito di ordinanza duLauro. E il passaggio dalla terra rante la settimana, negli uffici di alla bottiglia è quasi automatico. Tavernerio. Per poi, però, esser pronti a scappare, in ogni moRivetti, infatti, ha ormai deciso. Ci pensava e ripensava. Bamento utile. Non aver vergogna di cambiare scarpe e vestiti, sta, è arrivato il momento di mollare tutto, a Tavernerio, per calandosi nella parte. Lo aiuta, in questa fase, un valtellinese trasferirsi in Valtellina. Location ideale, Tirano. Crocevia tra doc, come il vino che ha sempre prodotto: Dino Lauro, da l’Italia, la Svizzera e i più famosi centri di villeggiatura delle Tresenda di Teglio. Uno che, sua stessa definizione, si ritiene Alpi sondriesi. «Il massimo per le mie aspirazioni. Un vino che «un agricolo al 100%», ma che in realtà ha il passato e i pensi riconoscesse nel territorio, che non snaturasse le eccellenze sieri per far dell’altro, nel campo dei rapporti istituzionali e delle vigne, ma che contemporaneamente avesse un ampio redella comunicazione. spiro internazionale, oltreché d’innovazione rispetto a quanto Tra Rivetti e la Sassella - una delle sottozone più ambite del fatto fino a quel momento». >>

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Rivetti non cerca scorciatoie. Ma ha la stoffa dell’imprenditore e quindi - aldilà del cuore - pensa anche al portafogli. Pragmaticamente, la via migliore sarebbe quella di acquistare una cantina. Si muove, manda segnali. Ma non chiude, perché alla fine c’è sempre qualcuno che nicchia. E, allora, ecco la nuova svolta. «L’azienda me la creo io». Da adesso, ufficialmente, i chicchi di caffé sono soppiantati da quelli di uva. In tutto e per tutto. Con Lauro non ha mai mollato il colpo. E grazie a Lauro conosce Emanuele Urbani, uno dei più giovani enologi della Valtellina, anche lui un passato alla Nino Negri prima di approdare in Salis. Tra i tre nasce l’intesa. Il giro si allarga a Piero Cao, altro valtellinese, e il gioco è fatto: ci sono tutte le componenti per dar vita alla Rivetti & Lauro, che si affaccia sul panorama locale. «Mi ricordo - racconta Rivetti - una delle prime riunioni operative. Attorno a uno stesso tavolo, mia moglie compresa, tutte le conoscenze per un lavoro d’equipe. Ho detto loro di presentarmi un programma per il Vinitaly. “Per quello del 2014”, mi risposero. Duemila e quattordici? Non potevamo scherzare. Era l’ottobre del 2012, noi dovevamo essere a Ve-

«Tradizione e sperimentazione. Vogliamo partire dalla storia del territorio valtellinese e introdurre nuove tecniche» 80

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rona per il 2013, non un giorno in più». E, così fu. Si trattò - magari gli altri lo sapranno solo adesso - del primo passo della rivoluzione targata Rivetti. Una filosofia che anche i suoi soci hanno imparato a conoscere. E a condividere. «Tradizione e sperimentazione, questa è la nostra mission - spiega -. Dalla storia valtellinese noi vogliamo partire per introdurre nuove tecniche di coltivazione. L’obiettivo è il biologico e la biodinamica, non perdendo mai di vista l’ambiente montano. Solo con un grande lavoro in vigna, possono nascere grandi vini». Nel frattempo, gli alleati di Rivetti aumentano. In azienda sono i soci. In famiglia, ci sono la moglie Catia e tre figlie. Un po’ scioccati, inizialmente, ma poi sempre più coinvolti («anche se a distanza - spiega la signora - per ora di qui non si staccano. Questione di scuola, di amicizie e di interessi»). L’imprenditore, dicevamo, non prende scorciatoie, ma non sta neanche con le mani in mano. Primo passaggio, la più prestigiosa delle sedi possibili, a Tirano. Palazzo Torelli che, con la sua Torre, è uno dei simboli della città dell’Adda. «In accordo con la famiglia Torelli, che adesso vive a Genova, riapriamo e regaliamo non solo alla città, ma a tutta la valle, uno dei palazzi storici. Che vivrà nuova vita e potrà regalare emozioni, come penso faranno i nostri vini. All’interno, infatti, oltre alle attività legate alla nostra azienda, stiamo anche pensando a un percorso museale che coniughi passato e presente, storia e vino. Come quello che ho in testa io». Storia e vino. Per farlo, nel frattempo, Rivetti ha allargato il giro. Dalla vigna di Sant’Anna, si è passati a quelle nell’Inferno, sempre attorno a Sondrio, nel Valgella, a Teglio, e a Ma-


PASSIONE DI FAMIGLIA

Nella pagina accanto Alberto Rivetti, con i due soci Dino Lauro e Emanuele Urbani insieme alla moglie Catia e le tre figlie, Lucrezia, Rachele e Ginevra.

donna di Tirano, giusto per dare una connotazione ancora più marcata alla città. «Abbiamo iniziato - continua il comasco - imbottigliando vini di carattere e carichi di modernità. Tre le etichette già pronte: il Sotomà, l’Uì e il Calis, assoluta novità perché rappresenta un’interpretazione singolare di unione fra vino bianco da uva Nebbiolo e da uve internazionali». Sognare per sognare, Rivetti preferisce farlo volando alto. Ma il passaggio dagli auspici alla realtà e molto breve. Specie se hai il suo passo. «Voglio portare la gente nelle vigne, non solo in cantina. Anzi, mi piacerebbe fare di più: inserire la cantina direttamente nelle vigne. È da lì che nasce tutto. E la molla che ha sconvolto, me potrebbe essere la stessa che conquista nuovi appassionati e nuovi mercati. Cominciamo da qui, e dalle province limitrofe, perché la Valtellina deve essere considerata l’appendice enogastronomica e turistica del Lecchese, del Comasco, del Monzese e del Milanese. Ma poi arriveremo anche più lontano. Svizzera, Francia e Germania come approdi più naturali, senza poi dimenticare gli States e i nuovi mercati, asiatici e non». Il “voglio andare a vivere in campagna” di Rivetti e questo è altro. È innovazione al servizio della tradizione. È una scelta di vita in un momento storico ed economico particolare. È

l’attaccamento di tre bimbe - Lucrezia, Rachele e Ginevra di 12, 11 e 5 anni - che fanno un tifo sfegatato per papà e mamma. È un macchinario che prima distribuiva caffé, cappuccini e merendine e che adesso fermenta grappoli d’uva e li fa diventare vino. «Signori - dice -, mi è calato lo stress. A vendemmia 2013 saremo autonomi in tutto, con altre due etichette ma non di più, e per i valtellinesi non sono un forestiero. Non è stato facile, ma è bellissimo, stimolante e coinvolgente. Spero che le mie filosofie e mentalità possano aiutare questo magnifico territorio. Il vino è vita, e la gente deve scoprirlo. Deve vedere i colori, sentire i profumi e accarezzare i gusti. Ho delle bottiglie per dimostrarlo, vorrei una struttura per condividerlo. Ci riusciremo».

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LA PASSIONE DI ROBERTO REANI, IL CREATORE DI CHITARRE CHE HA AFFASCINATO BEN HARPER. IL LAVORO ARTIGIANALE PER REALIZZARE PEZZI UNICI E IL GIORNO IN CUI CINDY CASHDOLLAR È ARRIVATA A MOLTRASIO PER PRENDERE LA SUA LAP STEEL.

di Alessio Brunialti foto Carlo Pozzoni

«C

iao, mi chiamo Ben Harper, ho sentito parlare bene dei tuoi strumenti e sono interessato al tuo lavoro: possiamo incontrarci?». Non era un’e-mail come tutte le altre quella che Roberto Reani ha ricevuto dall’altra parte del mondo, da quella California nota anche per le sue onde altissime, ideali per fare surf. Quel cliente, però, non voleva una tavola: stava parlando di chitarre, perché Reani è un giovane liutaio dal talento molto particolare. Vede un’altra acqua, quella del Lario: ogni mattina raggiunge il suo negozio - laboratorio a Moltrasio e si mette a lavorare alle sue chitarre. Ne ripara di ogni tipo, acustiche, elettriche, artigianali o di gran marca, ma il suo amore sono le lap steel guitar, le cosiddette “chitar- >> 82

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LE MANI DEL LIUTAIO

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STAR

L’incontro di Roberto Reani con Ben Harper.

re hawaiane”. E Ben Harper, rockstar americana da milioni di copie vendute, due Grammy sul caminetto, grande appassionato di strumenti particolari ha sentito parlare di lui. «È un musicista che ho sempre adorato - racconta Roberto ma mai avrei pensato che sarebbe davvero arrivato ad avere una mia creazione». Perché le sue chitarre sono totalmente artigianali, ognuna è un pezzo unico: classe 1984, studi tecnici e laurea in design industriale, Reani si è interessato alle chitarre fin da giovane avvicinandosi alla liuteria. Tutto questo ha fatto sì che, dall’estate del 2006, si sia dedicato solo a quello che chiamare un lavoro è perfino riduttivo, tanto è l’impegno che sta dietro a ogni chitarra. «Disegno e realizzo da solo tutti gli strumenti. Utilizzo legno di Koa, che arriva dalle Hawaii. Sono in contatto con altri amici artigiani così da produrre autonomamente anche le parti metalliche e mi piace sperimentare anche materiali alternativi al legno quando mi dedico agli strumenti elettrici». Cos’hanno di particolare le lap steel guitar? Per raccontarle a chi non le avesse mai ascoltate basta pensare a un classico della musica hawaiana, quella “Aloha oe” caratterizzata pro84

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«Il lavoro del liutaio è anche riparazione e manutenzione degli strumenti e c’è sempre qualcosa da imparare» prio dal suono di questo particolare strumento che si suona tenendolo amorevolmente in grembo, toccando le corde con una barretta d’acciaio (la “steel bar” da cui deriva il nome della chitarra). Dalle isole del Pacifico ha raggiunto gli Usa e dagli anni Venti a oggi è diventata un elemento abbastanza comune nel blues e nel country anche se non va confusa con la slide (che vede il musicista suonare con un cilindro infilato su un dito), ma resta un elemento molto particolare. Negli anni Settanta il pubblico del rock l’ha riscoperta grazie a Ry Cooder, singolare figura di virtuoso performer e di instancabile ricercatore e divulgatore: è stato grazie a lui che Gabby Pahinui, uno dei musicisti hawaiani più importanti >>


LAVORO ARTIGIANALE

Il liutaio Roberto Reani nel suo laboratorio di Moltrasio e due degli strumenti realizzati.

del secolo scorso, ha potuto pubblicare qualche disco anche negli Stati Uniti. E poi c’è il rock: sempre per fare un esempio noto a tutti, si festeggiano in questi giorni i quarant’anni dalla pubblicazione di “The dark side of the moon” dei Pink Floyd. David Gilmour, un altro amante delle steel, ha affidato al suono particolare di quella chitarra l’apertura di “Breathe”, uno dei brani più famosi di quel disco. Un’altra celebrità è Steve Howe, chitarrista degli Yes, band - simbolo della stagione del rock progressivo. Basta fare il suo nome perché gli occhi di Roberto si illuminino: «Anche lui ha una mia lap steel! È stato un incontro fortuito: avevo ottenuto un pass per il backstage di un concerto, abbiamo chiacchierato un po’, si è dimostrato interessato alle mie >>

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opere e ne ha voluta una. È un grande collezionista di chitarre e per me è un onore». E c’è un’artista che è diventata, negli anni, quasi il sinonimo per lap steel guitar. È Cindy Cashdollar: forse meno nota al grande pubblico, apprezzatissima dagli esperti per la lunga militanza negli Asleep At The Wheel, una delle più importanti formazioni country, che gode della considerazione di tutta la critica internazionale per aver fatto tornare in auge un genere, il “western swing” (irresistibile commistione tra musica popolare e jazz), che sembrava relegato al passato. «Anche con lei l’incontro è avvenuto grazie a un concerto - ricorda Reani - dopo diversi contatti in cui mi ha spiegato cosa stava cercando, è arrivata a Moltrasio per prendere la sua lap steel». Anche altri grandi come Don Rooke e Bob Brotzman, scomparso nell’aprile scorso, hanno dimostrato interesse per le creazioni di Roberto che si è occupato, a sua volta, di divulgare lo strumento (ha anche tenuto un seminario sul particolare tema “Storia, costruzione e tecnica della chitarra hawaiana”) dove citare Ben Harper è d’obbligo. Quando ha pubblicato “Welcome to the cruel world”, il suo primo album di ormai quasi vent’anni fa, aveva colpito l’immaginario per il suono moderno, ma contemporaneamente an88

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corato alle radici proprio grazie all’uso della steel guitar e nei concerti, invece di atteggiarsi fin troppo come spesso capita alle star, se ne sta per la maggior parte del tempo seduto a suonare la sua Weissenborn. «È uno strumento meraviglioso - spiega l’esperto - firmata da Hermann Weissenborn, un liutaio operativo a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta». Pare che abbia prodotto circa cinquemila strumenti - un’inezia rispetto alla produzione industriale - e non si conosce con esattezza il numero di pezzi sopravvissuti. «Le ho studiate a fondo assieme a tante altre chitarre che amici, estimatori e musicisti hanno messo a mia disposizione perché potessi comprendere a fondo tutti i segreti», dice ancora Reani mostrando la “numero uno”, una chitarra che non è stata completata, ma che ha un posto d’onore nello spazio di Moltrasio dove, oltre agli originali, si trovano strumenti a corda di tutti i tipi: «Il lavoro di liutaio è, naturalmente, anche questo, riparazione e manutenzione di strumenti, molto interessante perché c’è sempre qualcosa da imparare». Roberto crea circa una chitarra al mese e la sua popolarità è cresciuta da quando Harper ha voluto una sua steel. Tutto


TECNICHE ANTICHE

Un lavoro manuale e artigianale che richiede profonda esperienza.

questo lavoro senza mai abbandonare la musica suonata: da qualche tempo è entrato a far parte degli Wavers, band nostrana che si ispira alle scorribande chitarristiche di Dick Dale, dei Ventures, dei Surfairs (anche in questo caso, per dare un riferimento ben noto, ascoltate “Misirlou”, il trascinante classico che Tarantino ha collocato al principio di “Pulp fiction”). Grazie alla presenza di Roberto, che suona, è ovvio, una “Reani lap steel guitar”, il sound del quartetto non si limiterà a quello che idealmente, accompagna le scorribande sulle onde dei surfisti californiani, ma si sposterà verso le Hawaii, ma anche verso il Messico, sempre con un orecchio a Ry Cooder (“Il mio sogno? Realizzare una steel per lui”). Perché sia da liutaio che da musicista, come cantava Fabrizio De André, «È bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo cominciare una chitarra».

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L’ALTRA MEDICINA

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di Laura D’Incalci

FLAVIO CASTELLANO «Il sintomo è spesso solo un messaggio esteriore, come in un albero un ramo o una foglia secca sono il sintomo di un disturbo da ricercare alle sue radici - avverte - il nostro organismo è tutto collegato dal punto di vista biochimico ed energetico, in tal senso questo metodo innovativo mira alla cura della persona nella sua interezza»

L’ESPERIENZA DI DUE MEDICI CHE VANNO OLTRE LE TECNICHE E LE TERAPIE ABITUALI. SAMORINGO PECI, SPECIALIZZATO IN ENDOCRINOLOGIA E IMMUNOLOGIA. FLAVIO CASTELLANO, SPECIALISTA IN MEDICINA FUNZIONALE

Far passare un mal di gola piuttosto che il mal di testa, è sempre una buona conquista. Lo ritiene il paziente che è stato liberato dal malessere, ma anche il medico che ha dimostrato la propria competenza e l’efficacia della cura. Ma fino ad un certo punto...O meglio, fino alla prossima tonsillite o all’attacco di cefalea che, prima o poi, si ripresenta. Il dottor Flavio Castellano, specialista otorinolaringoiatra, verificando che spesso alcune patologie sono ricorrenti e tendenzialmente croniche, ha deciso andare alla radice di disturbi che in realtà rappresentano solo delle spie che inducono ad intraprendere un’indagine più ampia e risalire alle cause del disturbo. «Proprio occupandomi delle patologie legate alla mia specialità, mi sono reso conto di come esse avessero origine altrove» spiega il medico comasco che 15 anni fa, dopo circa un decennio di attività professionale, ha cambiato la sua ottica ricorrendo alla Medicina Funzionale. E in pratica come si attua questo nuovo approccio? È possibile esemplificare qualche esito? «Ad esempio è stata scoperta una stretta connessione fra intestino e apparato naso e gola - chiarisce il medico - l’utilizzo di idrocolonterapia, metodica per la bonifica e il risanamento intestinale, produce un effetto benefico per il paziente che si libera del sintomo ricorrente, come ad esempio cefalea, candidosi, disturbi intestinali, digestivi, malattie allergiche, stanchezza...risolvendo il suo problema a monte». «È fondamentale quindi, oltre a tenere in considerazione i dati forniti dalla medicina tradizionale, la ricerca del cosiddetto “cuore di catena causale”, ovvero l’organo che in prima istanza ha innescato la catena degli eventi che stanno alla base del disturbo accusato” ribadisce il dottor Castellano, docente presso la Scuola Italiana di Medicina Funzionale, >>

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FLAVIO CASTELLANO

specializzato in medicina funzionale.

segnalando che per rilevare certe disfunzioni, come stipsi, cefalea, cattiva digestione o altro, non esistono esami diagnostici in quanto gli esami del sangue, radiografie, ecografie, non si rivelano utili per una diagnosi di causa relativa ad un disturbo funzionale. «La terapia con apparecchiature di biorisonanza si avvale di tutte le conoscenze d’avanguardia raggiunte da bioingegneria, fisica nucleare, biochimica e informatica per trattare contemporaneamente tutti i vari fattori causali dei disturbi accusati dal paziente» precisa lo specialista che in questa nuova prospettiva terapeutica valorizza anche l’agopuntura e l’omeopatia che in molti casi si rivelano efficaci. Nonostante i positivi risultati di queste metodiche innovative, la medicina ufficiale pone ancora delle resistenze al cambiamento. Come lo spiega? «Premetto che non vi è nessuna contrapposizione con la medicina tradizionale - avverte il dottor Castellano - io stesso in alcuni casi prescrivo l’antibiotico quando è necessario sopprimere il sintomo, ad esempio se mi portano un bambino con una tonsillite e la febbre alta intervengo in tal senso dedicandomi eventualmente in un secondo momento alla ricerca della causa. C’è indubbiamente però un freno legato all’impegno richiesto a chi adotta i metodi della medicina funzionale: occorre una preparazione scientifica che esige un’assidua dedizione allo studio e alla frequenza di corsi. Inoltre le visite con metodi innovativi prevedono un maggior impiego di tempo e sono

«Nessuna contrapposizione con la medicina tradizionale. Ma ogni paziente diventa un caso specifico e particolare»

più complesse: riconoscere un sintomo e prescrivere un antibiotico è molto più semplice, si risolve tutto in una decina di minuti». Invece ogni paziente, diventa un “caso particolare”, non consente di pianificare terapie e neppure di generalizzare raccomandazioni sull’alimentazione… «Esattamente. Un cibo che fa male a me, per esempio, non è assolutamente dannoso ad un’altra persona. Occorre individuare quali sono gli alimenti che possono sovraccaricare gli organi al centro della “catena causale” che porta al disturbo. Anche le intolleranze non sono altro che sovraccarichi su tali organi. Un aspetto interessante riguarda proprio il coinvolgimento del paziente che in questo nuovo approccio con la propria malattia, educato cioè ad una visione più ampia, migliora anche dal punto di vista emozionale, diventa consapevole di poter intraprendere una strada e di poter andare alla radice del suo problema». >>

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SAMORINDO PECI «Occorre partire dalla fisiologia che ci presenta il bene, una condizione di integrità, e domandarsi quali meccanismi hanno generato la patologia, andare a monte del problema e scoprire le cause del danno…quindi mettersi in ricerca, pronti ad approfondire ogni tipo di conoscenza».

attiva… «L’idea mi balenò in piena notte, mentre mi arrovellavo da giorni pensando a come affrontare il disastro» ricorda il medico alla guida del Cerifos nonché direttore del Laboratorio di Terapie cellulari Forschung, in Germania. «Alle 3 di notte inviai una mail all’Ambasciata italiana in Giappone e, per conoscenza, anche alla presidenza del Consiglio del governo italiano con un’ipotesi di lavoro sulla realizzazione di una tiroide artificiale, questa l’idea che mi si è affacciata alla mente, di produrre un congegno simile alla tiroide che avrebbe potuto captare la radioatti«Non chiamiamola medicina alternativa, occorre rompere vità evitando così che venissero bersagliati e danneggiati questo schema per cui da un lato c’è la medicina ufficiale e gli esseri umani». dall’altro una medicina che le si contrappone”. Per SamoDi fatto oggi non è più solo un’idea visto si è passati all’apringo Peci, medico e ricercatore dal curriculum variegato provazione di un progetto decollato - e attualmente in fase e fitto di titoli che già prefigurano una caduta di rigide di sperimentazione - con il coinvolgimento di fisici, biobarriere anche fra i vari ambiti del sapere, la novità scientilogi, chimici, fisiologi delle università e centri di ricerca fica e terapeutica si impone per i risultati tangibili, per gli italiani in sinergia con una équipe di ingegneri tedeschi effetti indiscutibili. E la medicina è credibile quando diche prospettano di dotare ogni famiglia di un “acchiappamostra un’efficacia, risolve un problema, il resto è retorica. radiazioni” da posizionare probabilmente sul balcone di «So con certezza che oggi possiamo operare il cuore senza casa. L’esempio evidenzia il metodo, in certo senso inscritaprire lo sterno, riducendo i dieci giorni di rianimazione to già nel curriculum di Peci che è medico, specializzato per il paziente a sole 24 ore...la chiamerebbe una tecnica in endocrinologia e immunologia, ma anche consulente alternativa? Direi piuttosto che è superspecialistica». Con accreditato sulle terapie cellulari e rigenerative, docente di un esempio, il primo che gli viene in mente, il dottor Peci omotossicologia e omeopatia, laureando in Biologia, spichiarisce la sfida che sta affrontando da anni, almeno da concologo, docente di Europrogettazione nei master di quando ha iniziato ad appassionarsi di ricerca clinica: «Ho Economia… solo per citare alcune delle voci, fra le quali avuto la fortuna di incontrare un professore che per me anche un baccellierato in filosofia e studi teologici consefu un vero maestro» dice tornando agli esordi di un’attiguito presso l’università Pontificia Santa Croce. vità che oggi è stata enormemente potenziata e trova un «Uso tutto quel che serve…» riferimento nel Cerifos, centro nota delineando ponti fra ridi ricerca e formazione scienticerca medica ed economia safica, con sede anche a Veleso, «Ogni anno l’Italia perde nitaria, organizzando sempre paese del lago fra Como e Belattraverso il Cerifos master per 180 milioni di euro lagio. «Il professor Mobilio mi la formazione di giovani euroha trasmesso un punto di vista di fondi europei per la ricerca progettisti e profilando una mefondamentale: non partire dalla dicina d’avanguardia che possa perchè non facciamo progetti» patologia, ma dalla fisiologia contare su maggiori risorse per chiarisce - il medico e la patola ricerca: «Ogni anno perdiamo logia sono due titani che vanno 180 milioni di euro del fondo europeo per la ricerca, non allo scontro, il più delle volte finisce in una Waterloo per sappiamo fare progetti, siamo indietro anche rispetto alla il medico e soprattutto per il paziente…». Romania» dice presentando alcune idee innovative, fra le «Non mi sento inventore di niente, ma un artigiano che quali lo “Spin off universitario”, iniziativa imprenditoriale mette insieme tanti elementi. Sono curioso - aggiunge basata su una proficua collaborazione, anche sul piano pronon scarto mai indizi che possono segnare nuove piste di duttivo e finanziario, fra ricercatori e mondo accademico. ricerca. A volte basta un’intuizione ad aprire prospettive Ma la mole di attività organizzate dal Cerifos che ha diversi inimmaginabili». centri propulsori, (oltre a Veleso, anche a Milano, Rimini, Come quando ha pensato a un rimedio per Fukushima, Torino, Teramo e Chemnitz in Germania) trova il vero dopo la catastrofe dello tsunami e la fuga di energia radio94

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SAMORINDO PECI

specializzato in endocrinologia e immunologia.

baricentro nei pazienti. «Il principio cardine per curare alcune disfunzioni e patologie sta nell’attivare un processo di riassestamento del sistema immunologico - suggerisce Samorindo Peci, che da tempo concentra i suoi studi - in sinergia con ricercatori e medici provenienti dai più importanti centri universitari italiani ed esteri - su “progetti correlati all’impiego terapeutico delle “citochine autologhe” prodotte dal nostro stesso organismo, in grado di innescare processi di autoregolazione, riparazione e rigenerazione di tutti i tessuti compromessi». E mentre la rivista scientifica edita da Cerifos, mette in circolo avveniristiche proposte terapeutiche, fra le quali spiccano incoraggianti prospettive sulla prevenzione e la cura del morbo di Alzheimer in correlazione con il diabete di tipo 2, la comunicazione corre sul filo dell’esperienza diretta che anche a Como sta diffondendo una certa eco. «Mia sorella era praticamente spacciata, 50 anni, un glioblastoma con previsione di sopravvivenza di sedici mesi… eravamo al’inizio del 2011 - racconta un medico comasco che preferisce rimanere in incognito - mi dicevano che era inutile tentare altre strade, che non c’era più niente da fare… Io invece ho deciso di provare con la terapia delle citochine. Un tentativo disperato a quel punto, eppure… dico solo che mia sorella è ancora qui con noi». «Ho in mente il caso di un paziente con un dolore insopportabile al nervo cervicale nell’area occipitale… aveva tentato di tutto, comprese le infiltrazioni locali di anestetico, ma non aveva ottenuto alcun beneficio. L’unica soluzione prospettata era di tagliare il nervo affrontando un intervento di neurochirurgia molto delicato e non privo di rischi. “Se vuole, proviamo prima con le citochine…” Il paziente ha aderito alla proposta e la cura ha funzionato con sorprendente efficacia». «Non esiste una malattia curabile al cento per cento con una sola metodica» commenta il dottor Peci prospettando una “medicina di frontiera” che non pone limiti allo sviluppo di nuove aree di ricerca, all’utilizzo di metodi e terapie d’avanguardia proiettate oltre le conoscenze già note. «Auspichiamo che il Cerifos, ente associativo senza fini di lucro che investe gli utili in nuovi progetti di ricerca, trovi sul territorio l’appoggio delle istituzioni» aggiunge prospettando l’intenzione di aprire, proprio a Veleso, un laboratorio sullo studio delle citochine immunologiche sul modello di quello già attivato in Germania. Sempre secondo un’ottica che spinge “oltre la frontiera”, cioè dove il medico non possa e non debba mai dire “non c’è più niente da fare».

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LA POVERTÀ È UNA BRUTTA BESTIA di Sara Della Torre QUARANT’ANNI DI ATTIVITÀ DELLA CARITAS DI COMO STORIE DI EMARGINAZIONE E DI VOLONTARI CON UN IDEALE. NALESSO: SERVE AVVIARE POLITICHE PIÙ ATTENTE AI POVERI DA PARTE DELLE ISTITUZIONI, OCCORRE CAMBIARE MENTALITÀ E IMPEGNARSI IN PRIMA PERSONA.

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arim arriva dalla Tunisia e da giorni non ha un letto per dormire. Enzo, invece, una casa ce l’ha, ma non ha più un soldo per pagare le bollette. Due facce di una medaglia che diventa ogni giorno più pesante. «La povertà è una brutta bestia». Alla Caritas la riconoscono. Allarga i tentacoli e trascina in strada stranieri e italiani, anche tra gli insospettabili. Disperazione trasparente trasformata in numero concreto quando suona al campanello di un centro d’ascolto, una mensa diurna, un dormitorio, l’ambulatorio medico per i senza dimora e del centro “Porta Aperta” in via Tatti a Como, primo filtro per tentare il rien- >>

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e ferite per la difficoltà di arginare i problemi. Negli ultimi tre anni, la crisi economica agli stranieri, giovani profughi in cerca di fortuna, ha avvicinato famiglie italiane, cadute sotto la soglia della sopravvivenza, insieme a problemi di dipendenza, disagio psichico, mancanza di relazioni sociali. «Se il rapporto tra stranieri e italiani si è sempre aggirato tra 80% di stranieri e 20% di italiani, oggi, questi ultimi sono saliti al 30 - spiega Luigi Nalesso, responsabile della formazione della Caritas di Como -. Per entrambi vivere in strada non è una scelta di vita. Non si preferisce la sofferenza

tro dell’emarginazione nella società. Chi non ha una casa sa che la città ha luoghi e persone pronti a offrire buoni doccia, pasti caldi, vestiti puliti. Chi, non ha le stesse urgenze, non sa che sempre più persone vivono in strada e altrettante dedicano tempo e impegno per aiutare chi ha perso tutto. La “Caritas” della Diocesi di Como compie quaranta anni. L’età matura consente a chi ci lavora di tratteggiare il volto della povertà in provincia. Un volto senza rughe, per il continuo cambiamento di emergenze e persone, ma con cicatrici

Nalesso: «Un povero ha bisogno di contare su una presenza costante e che non va in vacanza. Ne va della sua sopravvivenza»

L’ELEMOSINA NON BASTA PIÙ Roberto Bernasconi: Serve una nuova capacità di relazione sociale «Non è più tempo di regalare il superfluo. Il salto di qualità per uscire dal disagio dilagante sta in una nuova capacità di relazione sociale». Roberto Bernasconi, direttore della Caritas diocesana di Como, non pensa a fuochi artificiali per festeggiare i 40 anni. Non c’è tempo per fare bilanci. L’emergenza povertà è sempre più grave. Meglio buttare avanti nuove proposte e continuare a lavorare con tenacia. Più fi nanziamenti ai servizi sociali, politiche per una edilizia economica popolare, consapevolezza della situazione di disagio da parte di tutti gli organismi istituzionali, coinvolgere un numero crescente di cittadini a sostegno degli emarginati. Le richieste sono precise, ma farsi ascoltare è difficile. «Se consideriamo le nostre famiglie allargate, ci accorgiamo che tutti ormai facciamo i conti con un situazioni di indigenza - ammette Bernasconi -. Ormai il problema è molto diff uso e ne abbiamo paura, perché può toccare ognuno di noi. Basta una grave disagio per imboccarne la strada. Como è una città generosa, ma ora l’elemosina o con il disfarsi di cose usate, non basta più. E’ bene che ne prendiamo coscienza”. La Caritas di Como, in questi giorni, ha attivato una Cooperativa di lavoro per off rire a chi vuole rientrare nella società un’occasione di nuova vita. Con sede in via Lenticchia a Rebbio, la nuova cooperativa si organizzerà per vendere abiti e mobili usati, ma anche per piccoli lavoro di manutenzione del verde e per imbiancature. “Il nostro errore è che non ci facciamo pubblicità. Accanto ad una città cieca davanti al disagio, c’è una città che lavora, che ha la sensibilità di riconoscere i problemi, che ha entusiasmo e vive con gli scarti degli altri. Ciò che manca davvero è la dimensione sociale. I cittadini devono imparare a fare rete, ad avere una maggiore solidarietà. Una migliore relazione con gli altri sarebbe sufficiente per arginare tante difficoltà”. s.dell 98

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al benessere. Questo è un aspetto che l’opinione pubblica dovrebbe considerare prima di tirare conclusioni affrettate». Con il disagio, cresce anche il numero dei volontari. In Italia, secondo dati Istat, sono cinque milioni, forza lavoro gratuita che agevola e qualifica l’intervento dello Stato. La provincia di Como ricalca la stessa fotografia. Più volontari e maggiore sensibilità verso i problemi, più generosità. Ma, dicono gli operatori, si potrebbe fare molto di più. «La Caritas - racconta Nalesso - nasce con l’obiettivo di coordinare le emergenze e di educare le comunità parrocchiali alla carità. In quarant’anni si è passati dall’accoglienza ai profughi in fuga dal Libano e il Kossovo ai senza dimora, ai tossicodipendenti, alle famiglie fragili. Undici anni fa è nata una Fondazione». Una piccola azienda con 15 dipendenti e 200 volontari, pensionati, studenti, medici, avvocati, casalinghe che garantiscono l’apertura costante dei servizi d’aiuto. «Prima della carità conta le fedeltà - continua Nalesso -. Un povero ha bisogno di poter contare su una presenza costante che non va in vacanza o si dimentica degli impegni. Ha necessità di trovare regole e orari stabiliti. Ne va della sua sopravvivenza». Per mantenere l’attività dei servizi una schiera di persone motivate e “formate” non fa mancare il sostegno. Se la miseria si nasconde dietro le facciate di una città ricca, anche chi >>

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fa del bene non si fa pubblicità. Su 330 parrocchie, 60 hanno una Caritas parrocchiale, che lavora per aiutare in tante forme gli “ultimi”. Ci sono 14 centri d’ascolto con 15/20 volontari in media per ognuno, dieci alloggi a disposizione di chi perde casa. Ma non bastano per rispondere alle richieste di sopravvivenza. I volontari sono soprattutto pensionati che decidono di “dedicare tempo” agli altri e giovani studenti che hanno l’entusiasmo di pensare ad un mondo diverso. «Diventare volontario - spiegano da viale Cesare Battisti, sede della associazione - significa fare un percorso di verifica personale attraverso colloqui per capire in quale ambito è meglio inserirsi. Un volontario non è mai lasciato solo: svolgiamo riunioni di equipe per controllare che il proprio ruolo sia sempre consono alle necessità del servizio». Da dove arrivano i finanziamenti per sostenere una struttura così complessa? Dalla generosità dei privati, dall’8x1000 e dalle convenzioni con enti pubblici, che riconoscono il ruolo >>

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VOLONTARI

L’anima delle iniziative della Caritas Como sono le centinaia di volontari che dedicano il proprio tempo agli ideali di solidarietà.

di supporto e di supplenza, svolto dall’organizzazione italiana e dalle collette per gestire le emergenze. «Noi lavoriamo per chiudere - conclude Nalesso -. In realtà davanti ad una povertà camaleontica, non possiamo fermarci. Di cosa abbiamo bisogno? Avviare politiche più attente ai poveri da parte delle istituzioni, cambiare la mentalità dell’opinione pubblica, dare di più, impegnarsi in prima persona. Su settantamila abitanti comaschi, non si potrebbe immaginare un numero maggiore di volontari? Chi ci prova ammette che oltre a ridare speranza agli altri, si arricchisce personalmente». Chi ci lavora ne è sicuro. C’è un modo per fermare la povertà: buttare la diffidenza e aprire il cuore.

PORTA APERTA DOVE BUSSANO ANCHE I COMASCHI (s.del.) Mille persone all’anno bussato a “Porta Aperta” di via Tatti. E trovano sempre qualcuno a ascoltarli e indirizzarli verso un aiuto concreto. «Dei mille, cinquecento sono volti nuovi senza una dimora, abbandonati in strada. Hanno bisogno di tutto: letto, cibo, coperte, vestiti, medicine». Beppe Menafra, responsabile Caritas per la “Grave emarginazione”, insieme ad un gruppo di volontari, lavora senza la soddisfazione di capire il valore del proprio intervento. Un lavoro di pura gratuità, nella speranza di aver strappato alla strada la vita di una persona. «Ci sono solo alcuni casi storici - spiega Menafra - che continuiamo a seguire e vediamo con continuità: sono quelli che non riescono a convertirsi, a rientrare nella società. Sono i più anziani. Per gli altri, rappresentiamo solo un punto di passaggio». Chi arriva a “Porta aperta”? Chi ha perso i contatti con la società, che è rifiutato o rifiuta i legami familiari, chi non ha più amici. «È un attimo fi nire in strada - continua Menafra. È la relazione sociale a rappresentare l’argine di salvezza. Chi non ha più contatti, non ha più nessuna motivazione, non sa come inserirsi, perde ogni riferimento e lo stimolo per rialzarsi». Non è facile fare il volontario, in queste situazioni: insulti, rabbia, disperazione approda insieme alla difficoltà di sopravvivere. «Gli stranieri giovani, con più motivazione, con un titolo di studio superiore, hanno qualche possibilità di inventarsi una nuova collocazione - spiegano dal centro - Gli italiani, invece, sono al limite di un percorso di discesa, da cui fanno fatica a rialzarsi. Da noi passano circa 50 persone al giorno. Ne ascoltiamo 10/15. Perché non si tratta solo di trovare un pasto caldo, una doccia o la biancheria pulita. Qualcuno ha bisogno di medicine, di cure, di sostegno nella gestione dei piccoli gesti quotidiani. Chi vive in strada ha un rapporto difficile con il denaro. Di solito non è in grado di controllarlo e noi cerchiamo di educarli anche sotto questo aspetto».


COLPO DI SPUGNA

di ELISABETTA BROLI

PER LE PANCHINE (ED ALTRO) SERVIREBBE UNA RIVOLUZIONE Questa è una città che ai turisti non riesce ad offrire nemmeno un posto adeguato per sedersi

Vorrei tanto sbagliarmi, ma ho l’impressione che Como non sia allenata, non le interessi allenarsi, ad accogliere i turisti, lombardi, italiani o stranieri che siano. A Montespertoli, paese di 14.000 abitanti in provincia di Firenze, l’anno scorso hanno addirittura organizzato un corso per imparare a trattare adeguatamente i visitatori. Tra gli scopi delle lezioni, finanziate da un fondo europeo e gestite dal Consorio turistico locale, quello di insegnare a “seguire il turista prima del suo arrivo, durante il soggiorno e anche dopo”. E sottolineo il dopo. Dati alla mano, nel turismo l’Italia (detentrice del cinquanta per cento del patrimonio culturale mondiale!) continua a perdere quote di mercato: nel 1995 era il Paese che attraeva più turisti dall’estero, oggi sta scivolando al quinto posto, preceduta dalla Spagna. Sul web si incrementano allarmi e arrabbiature: rispetto all’estate 2012 le prenotazioni a livello nazionale sarebbero in calo del 25 per cento! Gestire ospitalità e accoglienza (considerando anche la crisi della seta) dovrebbe essere una delle priorità di Como: compito agevolato - per il nostro assessore a Cultura, Turismo e Sport Luigi Cavadini e per tutti noi - dal lago, dal Razionalismo, la chiesa di Sant’Abbondio, Villa Olmo con le sue mostre, il Tempio Voltiano… devo continuare? 104 mag

Eppure chi viene a Como, anche se di passaggio, non ha neppure un posto (a parte quelli a pagamento) dove potersi sedere a riposare. Quando è stato? Giovedì 25 aprile o mercoledì 1° maggio, comunque una splendida giornata quasi estiva. Tanti, troppi i turisti, si faticava a camminare sul quel che è rimasto del lungolago, in piazza Duomo e in centro. Dove, non una sedia di un bar o di una gelateria libera, in molti non hanno trovato di meglio che sedersi sul marciapiede di via Bodoni all’uscita del Coin, come una lunga fila di piccioni accovacciati sulle ringhiere dei balconi. Perché in centro non ci sono panchine, a parte un paio nello slargo di via Odescalchi? Tutti lì, mamme, bambini, coppiette di giovanissimi, nonne - i papà no, i papà sono rimasti eroicamente in piedi - tutti seduti scomodi e goffi, sul marciapiede per altro sporco, con il gelato in mano o una sigaretta. E non sarà stato l’unico marciapiede comasco a diventare “conquista” dei turisti. A fare più tenerezza erano le nonne, non troppo abituate ai pantaloni, incerte se allungare le gambe o piegarle di lato, in che modo coprire maggiormanete le gambe? Siete stati ultimamente a Bellagio o a Menaggio? Il verde e i fiori sono talmente curati da sembrare finti. E ci sono naturalmente le panchine. Se qualcuno ha intenzione di organizzare una rivoluzione contro chi ha ridotto Como nella stato di agonia in cui si trova, e contro chi continua a lasciarla agonizzare, mi chiami: darò volentieri una mano.


di EMILIO MAGNI

LE PAROLE CHE NON TORNANO

LA MATITA SPUNTATA E IL LAPIS SANGUIGNO Antichi ricordi di scuola e storia di un termine dialettale che affonda le sue radici nel latino

Mi ricordo che quando ero ragazzo la matita “l’era el lapis”. E senza saperlo parlavamo latino. Mi è tornato in mente questo termine quasi dimenticato, perché mi hanno detto che, nel suo paese natale, hanno intitolato una via a un insegnante, un vecchio maestro, proprio uno di “quelli di una volta”, morto pochi anni fa, vecchissimo e carico di meriti. Questo bravo docente fu anche il mio insegnante alle elementari. E il suo ricordo ancora mi riempie di commozione. Anche perché durante le lezioni non disdegnava di adoperare qualche massima del dialetto milanese, che secondo lui comportava dei valori didattici: come, tra l’altro, mi ha ricordato un vecchio compagno di scuola quando, pure lui, ha saputo che al nostro indimenticato maestro hanno finalmente conferito un riconoscimento. “Te sé regordet- si è commosso l’amico- quand el maester el diseva: “Lapis möcc fa spegàsc”?”. Ammoniva infatti il nostro bravo insegnante che la matita spuntata fa gli scarabocchi, e in senso più generale: bisogna sempre usare gli attrezzi giusti e in perfetto ordine. La bella e chiara locuzione è una di quelle per le quali il dialetto adopera una parola importante, quindi di peso, ricorrendo però all’italiano, o addirittura al latino. Tutto ciò per dare più forza e dignità a quanto si vuole affermare,

insegnare, consigliare, o addirittura imporre. E questo “lapis” è latino. E vuol dire pietra. Cosa c’entra però la pietra con la matita? La spiegazione è nel dizionario “Zanichelli etimologico”. Il punto di partenza di tutto il discorso è una combinazione di due parole. “lapis”, appunto, e “haematitos”, altro termine latino che significa “sanguigno”. E di colore sanguigno era la pietra calcarea, molto morbida, che era “importata, per uso dei disegnatori, dai monti di Alemagna”, secondo quanto racconta il Vasari. “Haematitos” si trasformò in “ a matite” e addirittura Michelangelo, si racconta, usasse questo “lapis a matite” per tracciare disegni sul marmo. Nei secoli seguenti il doppio termine si divise in due: “lapis” e “matita”, che “alla fine della fiera” significano la stessa cosa. Secondo altri esperti “matita” viene direttamente dalla ematite che è la pietra minerale del ferro, di color rosso sangue. Un tempo era usata per tracciare dei segni o anche per scrivere su superfici solide: da qui è facile arrivare al termine matita. Probabilmente non conosceva questa storia il nostro vecchio maestro. Per lui la matita “l’era ul lapis”: parola latina della quale il dialetto milanese si è appropriato. “Mocch” è mozzato. Anche “spegasc” invece è latino. Il grande Gianfranco Scotti, autore del vocabolario del dialetto lecchese, conferma che deriva dalla voce antica “pega” che vuol dire pece: dal latino “pix picis”. E da “pega” si arriva a “spegascià”: spandere la pece, spiaccicare.

mag 105


EVENTI

A COMO IL FESTIVAL DEL CINEMA ITALIANO I giovani protagonisti della kermesse della scuola Dreamers di Paolo Lipari È divenuto uno degli appuntamenti più attesi nel nostro territorio non solo da chi è appassionato di cinema ma anche da chi ama semplicemente vivere occasioni di incontro nel segno dell’arte e della cultura. L’ottava edizione del Festival del Cinema Italiano a Como, svoltasi al cinema Astra, ha confermato l’interesse e la simpatia che la manifestazione si è guadagnata nel corso degli anni, ponendo in diretto rapporto una sala gremita (400 ospiti in media per ogni serata) con film e ospiti di grande prestigio. La scuola cine-video Dreamers e l’associazione Sguardi, in collaborazione con la Cineteca Italiano di Milano, hanno offerto un programma capace di intercettare l’interesse di un pubblico senza limiti di età. Grazie al sostegno della Camera di Commercio di Como e del Settore Cultura della Provincia, è stata proposta una settimana di una densità e di uno spessore davvero speciali: 25 le pellicole proiettate; 27 gli ospiti accolti sul palco; 8 i film in concorso. Quest’anno l’evento si è caratterizzato per una specifica attenzione ai giovani. Le proiezioni del mattino, destinate alle scuole del territorio, hanno visto la partecipazione complessiva di 1.500 ragazzi e, soprattutto, una concentrazione e una partecipazione in sala a volte persino commoventi. L’incontro sulla legalità con il magistrato e scrittore Giuseppe Battarino,

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ad accompagnare la proiezione del film “La scorta”, così come quello con Olivia Piro, fondatrice dell’associazione Il Sole, o con i docenti “storici” comaschi per il film “Il rosso e il blu”, hanno sollecitato approfondimenti e dibattiti oltre il festival stesso, nelle rispettive aule delle classi partecipanti. Il regista che forse ha più espresso incontenibile energia nel pensiero e nell’azione è stato un ottantenne: Paolo Bianchini, autore di un toccante “Il sole dentro”, ambientato in contesti africani di non facile accesso e dedicato ai bambini di quel continente. Il tema della crescita è stato comunque il tema forse più ricorrente nei film presentati, a partire proprio da quel “Pulce non c’è” di Giuseppe Bonito che si è aggiudicato il premio finale del pubblico per il concorso “Rivelazioni”. Sulle difficoltà di vita e di relazione delle nuove generazioni si sono espressi con affetto e lucidità ospiti quali Niccolò Ammaniti, autore del romanzo da cui Bertolucci ha tratto il film “Io e te”, Marina Massironi, Daniele Ciprì, Ana Caterina Morariu, apprezzata interprete della commedia “Come estrellas fugaces” e madrina della serata di premiazione. Per Paolo Lipari, curatore e ideatore del Festival, e per la figlia Francesca, direttrice organizzativa, la soddisfazione maggiore è forse venuta dai contenuti espressi dagli stessi spettatori nel gioco-concorso “I momenti fondamentali”.


EVENTI

I colori sul lago hanno riportato il buonumore nel tessile. Villa Erba a Cernobbio ha ospitato Comocrea, il textile design show lanciato dall’omonimo consorzio. Il 25 e il 26 marzo in un’area espositiva di mille metri quadrati sono arrivati gli espositori lariani, accanto a quelli inglesi e francesi, per la collezione invernale 2014. Disegni tessili per abbigliamento, foulard, cravatte, biancheria per la casa: tanti i prodotti che hanno attirato l’attenzione dei visitatori provenienti da tutto il mondo (si è superata quota 200) per confronti e affari. Il più lontano arrivava dal Perù. Presente anche il Setificio con i risultati del Laboratorio di creatività.

GLI OSPITI DELLA 8ª EDIZIONE REGISTI: Daniele Ciprì, Paolo Bianchini, Monica Stambrini, Laura Chiossone, Giuseppe Bonito, Peter Marcias ed Elisa Fuksas. SCRITTORE: Niccolò Ammaniti. INTERPRETI: Marina Massironi, Giulia Valentini, Jacopo Olmo Antinori, Alessio Gallo, Francesca Riso, Francesca Rabbi, Luli Bitri, Serena Pinto, Gianna Coletti, Luca Dirodi e Ana Caterina Morariu. SCENEGGIATORI: Michele Pellegrini e Maurizio Braucci. PRODUTTORE: Gianfilippo Pedote.

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EVENTI

IL GRANDE DEBUTTO DI COMO CLASSICA Successo per la rassegna di Musica da camera di Davide Alogna Como Classica, la neonata Associazione, voluta dal maestro Davide Alogna ha chiuso in positivo la sua prima Rassegna di Musica da Camera che ha visto ospitare, in prestigiose location di Como, musicisti internazionali e di alto spessore artistico. Aprile e Maggio hanno accolto sei concerti di qualità nel centro storico di Como: la Pinacoteca Civica, la Sala Musa dell’Istituto Carducci, la Sala Canonica e la Sala Bianca del Teatro Sociale. Un successo inaspettato per la giovane Como Classica: più di 300 appassionati di musica ad ogni concerto! Il messaggio di “educare Como alla musica” lanciato dall’Associazione, durante la Conferenza Stampa di presentazione della Rassegna, “ ha accolto il consenso della città.

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Una partecipazione attiva e sentita alla musica con musicisti di fama come il violoncellista Paolo Beschi, i pianisti Alexander Frey, Giuseppe Gallotta, Gianluca Casalino, il Trio di Firenze dell’ORT, il flautista Claudio Ferrarini e l’arpista Emanuela Battigelli. Como Classica ha voluto risvegliare il gusto del bello attraverso concerti gratuiti,resi possibili da sponsor privati e da una tessera associativa di 15,00 euro. Ogni concerto è stato seguito da un aperitivo nel cuore di Como presso il nuovo NattaCafè. dedicati a una Como che “ ha il diritto di essere definita giovane, bella e…turistica”. “Seminare musica per fare cultura” è il mood della giovane Associazione Como Classica!


EVENTI

RINASCE “LE TOUT PARIS” VINO PER INTENDITORI Inaugurata a Sala Comacina l’enoteca di Albertino Proserpio Riportare l’orologio indietro di cinquant’anni e ricominciare da capo, con lo stesso slancio di allora. L’infaticabile Albertino Proserpio, albergatore noto nel comasco per una carriera che lo ha visto nella cabina di regia delle più importanti strutture d’accoglienza del Lario, ha inaugurato un locale a Sala Comacina, antico e nuovo nel contempo. Antico, perché quando tornò a casa dalla Francia, alle spalle dieci anni di esperienza nell’enogastronomia d’Oltralpe e la bella moglie Vicki per mano, iniziò la sua attività proprio da lì, proprio da Le Tout Paris (così, negli anni Cinquanta, si appellavano “quelli che contano” nella Ville Lumière). Così si chiamava nel 1961 così si chiama oggi: gli anni passano, ma il sorriso e la voglia di fare di Proserpio non vengono mai meno. Le Tout Paris ora è una moderna e attrezzata enoteca con mescita, situata sulla via Regina, un locale che guarda ai numerosi turisti, ma che non dimentica gli abitanti del luogo. Ed erano davvero in tanti, al taglio del nastro, a brindare con Albertino a questa nuova avventura.

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IDEE (S) FASHION

di SERENA BRIVIO

NELLE NOZZE DIPINTE DI BLU Dai fiori, alle decorazioni al completo dello sposo E guai scivolare sbagliando la scelta dell’intimo Dai fiori alle decorazioni, dalle bomboniere al completo per lo sposo, quest’anno il colore protagonista per le nozze è il blu. Estremamente elegante e chic, è tornato di gran moda per il look cerimonia. «Non è detto che lui debba vestire obbligatoriamente di nero o grigio - spiega Marco Cassina della boutique Peter Ci di Como - Il giorno del sì punta su uno stile più fresco e giovane, declinato in una sofisticata nuance di bluette». Ad aprire la strada è stata un’icona musicale: Jamie Hince, chitarrista del gruppo The Kills, addirittura in abito azzurro cielo firmato Yves Saint Laurent al suo matrimonio con Kate Moss. Subito è stato imitato e citato da prestigiose marche di prêt-à-porter. «Questa tinta particolarmente amata dall’aristocrazia - continua l’esperto comasco - predilige ricche armature di lana seta e tagli molto slim. Vale a dire giacche a uno o due bottoni più corte e aderenti, pantaloni più affusolati alla caviglia». Quale camicia scegliere? «Decisamente bianca con collo aperto e impunture a filo, di tradizione sartoriale. Gilet e cravatta possono essere in tessuto argento, sempre molto prezioso». Fondamentali gli accessori: gemelli in tinta, fazzoletto di batista ben piegato nel taschino e l’immancabile fiore all’occhiello. Attenzione all’intimo: per non scivolare sulla buccia di banana mai indossare canotte, solo t-shirt girocollo in filo di Scozia.

“Il nodo della cravatta deve essere semplice e ben stretto”

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IDEE (S) FASHION

IL VALORE DELLA QUALITÀ

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Moda calzature, la sfida del concept store STEPshoes di Ponte Chiasso Non è solo questione di emozione: vedi un modello, te ne innamori e lo compri. Una scarpa o una borsa, sempre più importanti nel guardaroba femminile e maschile, possono far vibrar le corde solo quando hanno una storia, una lavorazione, un marchio da raccontare. «E quelle all made in Italy - spiega Tommaso Giudici, titolare del concept store STEPshoes di Ponte Chiasso - si differenziano per dettagli molto speciali: pelli nobili, colori particolari, cuciture fatte tutte a mano con ineguagliabile sapienza artigianale». Cosa deve fare quindi il cliente? «Toccare con mano la qualità del prodotto, scegliendolo per i suoi valori, non in base all’etichetta». Tommaso è sempre pronto a spiegare cosa rende unico un accessorio, un vero e proprio consulente anche sul fronte delle tendenze. Cominciamo da lei. «Il look della primavera estate gioca sulle tonalità pastello: colore di stagione il verde, declinato sia nel sandalo Chanel con tacco a spillo, sia nella ballerina in tessuto simil cocco. La sneaker sporty-chic è in canvas con profili di pitone e borchie». Nelle borse gran ritorno del secchiello. «Un evergreen aggiornato nei modelli, più capienti. E nelle cromie, dall’azzurro cielo all’arancio. Tra le it-bag in cima ai desideri quella in pelle laserata, effetto pizzo: bianca, beige o nera». Modelli alta moda anche per lui. «Le iconiche stringate e i mocassini driving si arricchiscono di particolari personalizzazioni. Quelle sportive presentano suole peso piuma, fodere e dettagli colorati. Unisex i desert boots, da sfoggiare perfino in spiaggia. Così come i gioielli etnici, entrati di gran passo nella top list degli acquisti». Ogni oggetto ha i suoi segreti, da scoprire anche nella pagina Facebook: STEPshoes.

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1-Polacchini in tessuto pitonato con borchie di LEATHER-CROWN 2- Polacchini westwern in pelle nabuk e punta rotonda. Decorazioni con borchie dorate sulla tomaia di JANET & JANET 3-Stringate maschili in pelle con suola ultra light di SEBOY’S 4-Sandali modello Chanel di PURA LOPEZ 5 -Zeppe in rafia CASTAÑER

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mag 113


NAVIGAZIONI LARIANE

di LUCA MENEGHEL

LAKE COMO TOURISM DAI FILM ALLA CUCINA Iniziativa dell’Università dell’Insubria e dall’associazione Invent Your Future Il sito è nato nell’ambito della Como Summer School 2012, organizzata dall’Università degli Studi dell’Insubria e dall’associazione IF - Invent Your Future. L’obiettivo? Mostrare agli studenti universitari come realizzare e promuovere un sito web turistico. Finito il corso, però, alcuni giovani decidono di far crescere quel portale: il risultato - in rete dallo scorso settembre - è Lake Como Tourism (http://www.lakecomotourism.com/). Uno spazio graficamente accattivante e ricco di contenuti, che sa parlare tanto ai turisti quanto ai cittadini di Como. Responsabile del sito è il comasco Matteo Arnaboldi, 27 anni, che attualmente lavora per l’associazione Invent Your Future. «A gestirlo oltre a me - racconta - ci sono Maria Grazia Macrina, studentessa di 22 anni dell’Università dell’Insubria, e Fabio Aliverti, 26 anni, web master e professionista del settore turistico e alberghiero». L’obiettivo? «Promuovere il territorio del Lago di Como cercando di rispondere alle nuove richieste del turista moderno». Chi viaggia, infatti, «non vuole solo sapere qual è l’albergo più conveniente, ma anche cosa si può fare in città, gli eventi in calendario, dove praticare sport…». E proprio qui sta la ricchezza del sito. Da un lato Lake Como Tourism parla a chi arriva in città per la prima volta, presentando le bellezze del territorio come una guida tradizionale. Ma il portale è anche un’agenda sempre aggiornata sugli eventi, le mostre, le sagre e gli appuntamenti in calendario: il tutto condensato nelle sezioni “Da non perdere” e “Nightlife”. Il risultato è un sito immediato ma allo stesso completo, che informa tanto sui film in programma al cinema quanto sui piatti tipici del Lario. Da non perdere, a questo proposito, la sezione “Tradizioni”: qui troverete le ricette di dolci tradizionali quali la petamura, tipica di Faggeto Lario, piuttosto che la miascia e la cutizza. Ma i contenuti da dove vengono? «Dagli stessi utenti. Abbiamo deciso - racconta Arnaboldi - di coinvolgere le persone nella promozione del territorio, chiedendo loro di raccontarci i luoghi del cuore, di consigliarci passeggiate o spiagge dove andare a prendere il sole, e di inviarci le proprie foto del lago e dei borghi in cui vivono». Determinanti, in questo senso, sono i social network. Lake Como Tourism è presente anche su Facebook (https://www.facebook.com/ LakeComoTourism) e Twitter (@LakeComoTourism), strumenti di comunicazione diretta che consentono ai responsabili del sito di mantenere un legame stretto con i propri lettori (e collaboratori). Dopo qualche mese di rodaggio, il portale è pronto al grande sal114 mag

to in vista della stagione estiva. Il primo passo sarà quello di mettere on-line la versione di Lake Como Tourism in lingua inglese, aprendo le porte del sito ai turisti provenienti da ogni angolo del mondo. In questo modo i visitatori magari con il proprio smartphone in mano - potranno muoversi sul territorio (e ordinare un buon piatto tipico) seguendo i consigli del portale. Il secondo passo, invece, sarà ampliare la cerchia dei collaboratori: «In questo modo - osserva Arnaboldi - potremo parlare di zone del lago che conosciamo meno, ma che possono essere di grande interesse e attrarre nuovi visitatori». Perché il Lago di Como, ormai è chiaro, non è solo Laglio o Cernobbio: ci sono borghi e scorci naturali che aspettano solo di essere scoperti. Magari grazie all’aiuto di Internet e di un sito nato dall’amore per il territorio.

SEGNALAZIONI COMOCITY www.comocity.it La guida dalla città patrocinata dal Comune di Como. È anche un’applicazione per smartphone. IF - INVENT YOUR FUTURE www.summerschoolcomo.it L’associazione che organizza summer school a Como per gli studenti universitari. BAGAI DE COMM www.bagaidecomm.com Il blog dei giovani di Como. Contiene molti consigli utili per gli universitari. Hai un sito dedicato a Como, al Lario e al territorio circostante? Vuoi segnalare un blog ai lettori del MAG? Scrivi una mail all’indirizzo navigazionilariane@yahoo.it.


mag 115


GRANDE SCHERMO

di BERNARDINO MARINONI

TEMPO MASSIMO Fascino e unicità degli scorci lariani nella grande mostra “Tutti i De Sica” Poco più che trentenne, Vittorio De Sica accompagna l’esordio di Mario Mattoli regista cinematografico in una villa immaginaria sul lago di Como. Corre l’anno 1934, il film s’intitola “Tempo massimo” ed è stato incluso nella ridotta scelta di pellicole che hanno corredato, a Roma, la grande mostra “Tutti i De Sica”. Degno di rappresentarne l’attività negli anni trenta, quando De Sica è già celebre attore, “Tempo massimo”, ancorché realizzato dalla romana Cines, è tutto nordico. Il lago che si vede all’inizio del film non è mai nominato, ma sono scorci lariani quelli su cui il personaggio di De Sica addirittura s’imbarca con la canna da pesca perché è in mezzo al lago che si vedrà piovere dal cielo (non da un idrovolante però) l’ardimentosa Milly, paracadutista per scommessa e sportiva SE TI ABBRACCIO NON AVER PAURA Non è nuova la relazione tra i cortometraggi di Mauro Cozza, regista canturino, e i libri. Qualche anno fa era stato tra i selezionati del progetto multimediale “The Experimental Witch” lanciato dallo scrittore Paulo Coelho sulla scorta di un suo libro, “La strega di Portobello”. Mauro Cozza ne aveva trasposto un capitolo nel cortometraggio “LoveCrash”, interpreti comaschi e ambientazione lariana; adesso il suo “Se ti abbraccio non aver paura”, che ha ricevuto il premio del pubblico al festival Cortinametraggio, addirittura è un booktrailer, sintetica integrazione tra pagina e immagine. Il libro cui si vota è di Fulvio Ervas, resoconto di un lungo viaggio transamericano padre-figlio, quest’ultimo autistico. Un lavoro che promuove una storia intima ma esemplare, secondo le dichiarazioni del regista, dove tutto nasce dalla bellezza stessa dell’esperienza, dal reportage fotografico e video dell’avventura padre-figlio, dai pensieri di Andrea, l’adolescente autistico, capaci di trasformarsi in parole scritte sulla mappa del vaggio. Mauro Cozza le ha distillate in immagini partendo proprio da poche righe a stampa, sfogliando appena il libro per lanciarsi on the road: in tre minuti e mezzo di proiezione trascorrono giorni di viaggio in motocicletta attraverso l’America, la leggendaria “Route 66” è un simbolo della libertà che ne è il viatico, i confini tra stati sono il superamento incessante, l’attraversamento continuo di una condizione umana. E “Se ti abbraccio non aver paura” il cortometraggio - non è una prova virtuosistica, per quanto la capacità di Crozza di fondere il dinamismo delle immagini sia notevole, si deve all’incontro del regista con i protagonisti della storia, una sintonia il cui prodotto trasmette lirica autenticità.

116 mag

per vocazione. Lei è in vacanza, lui vive con la zia che lo tiene sotto una campana di vetro: sarà la nuova venuta a scioglierne l’impaccio inducendolo, anche suo malgrado, a praticare lo sport con l’intento di conquistarla, anche se con altra determinazione la sottrarrà, già sul sagrato, ad un matrimonio sbagliato. Dopo una rincorsa, dal taxi al pullman, che alla vivacità della farsa somma la commedia brillante che aveva fatto la fortuna della compagnia ZaBum di Mario Mattioli, di “Tempo Massimo” sceneggiatore oltre che regista. Come tale bagna nel lago, si è detto, la parte iniziale del film, corredandolo di qualche battuta con la giusta inflessione dialettale, ora nella darsena, ora per via, e soprattutto cogliendone l’amenità, del tutto congrua al protagonista: un professorino anche troppo ammodo (a giudizio di un autorevole recensore coevo sarebbe stato “difficile render credibile l’esistenza, a pochi chilometri da Milano, di un esemplare del genere”) se non per il contrasto con la modernissima signorina che gli mette a soqquadro l’esistenza. Lasciate le sponde lacustri (ma attenzione alla cura dei particolari: in biglietteria spicca un manifesto del Monte Generoso) lo aspettano capitomboli sulle piste di sci e una gara ciclistica, una corsa certo tra le prime utilizzate (bene) in funzione narrativa sul grande schermo. Bisognerebbe almeno segnalare che De Sica come antagonista in bici da corsa (“velocipedastro” lo chiama) ha Enrico Viarisio (così come Anna Magnani compare nel film in veste di domestica della Milly) anche per dire della divertente fluidità del racconto nel quale pure il cinema animato) entra in modo buffo chiamando in causa indirettamente un Topolino dall’aria autarchica. La parte di De Sica prevede tanto di onor del mento finché il suo personaggio si libera dello stucchevole pizzetto in vista di un generoso affrancamento, e il film accenna anche un motivo - “Dicevo al cuore” - intonato pure sul lago: dell’ambientazione scelta, lo scenografo Gastone Medin forse si sarebbe ricordato meno di dieci anni dopo per un film di tutt’altro genere, “Piccolo mondo antico”.


I CONSIGLI DELLO CHEF di CARLO GIOBBI titolare Ristorante La Brea

RISTORANTE LA BREA ELEGANZA E SOBRIETÀ Tra il lago e le montagne c’è anche “L’angolo degli innamorati”

È un rifugio di sobria eleganza, di piacevoli delicatezze per il palato, da annotare nel taccuino del gusto. Un ristorante raffi nato dove l’occhio viene catturato dalle piacevoli sale fi nemente arredate e dal clima familiare che i proprietari riservano agli ospiti; il menù è invece un vademecum di specialità internazionali, piatti sfi ziosi che si alternano nella carta per riuscire a declinare

GNOCCHI DI CAROTE Per grandi e piccini un piatto da “leccarsi i baffi”. Vanno in tavola gli gnocchi, non quelli comuni, ma una ricetta di pura energia, con le carote. Veloce, economico e gustosissimo, un piatto che strabilierà. Che cosa preparare in cucina prima di mettersi all’opera. Ingredienti: 300 grammi di patate cotte e schiacciate 350 grammi di carote cotte e schiacciate 350 grammi di farina 00 50 grammi di semola rimacinata 1 uovo intero, 2 cucchiai di grana padano grattugiato Sale, Noce moscata Come preparare gli gnocchi di carote Facile, veloce e gustosa, si parte. Impastare tutti gli ingredienti velocemente e formare gli gnocchi tagliando la pasta in piccoli pezzetti. Una volta ottenuti, far bollire gli stessi in abbondante acqua salata e aspettare che vengano a galla. A questo punto sgocciolarli e, nel frattempo, stendere gli gnocchi in una teglia imburrata. Si dovranno quindi coprire con besciamella e parmigiano reggiano. Quindi in forno per 15 minuti a 180 gradi. 120 mag

i piaceri della tavola. Il connubio tra location e cucina hanno dato vita a un percorso enogastronomico: proposte stagionali per ingolosire chi cerca piatti alternativi preparati con ottimi alimenti e con un perfetto equilibrio qualità/prezzo. Qui il sapore è un punto di incontro con il sapere, nel segno della contaminazione creativa. Benvenuti nel mondo del ristorante La Brea, a Muronico, un angolo di piacere a pochi chilometri da Como, tra il lago e le montagne. Anche il nome del locale fa parte della storia e fa riferimento alla tradizione contadina locale e sta ad indicare “la gerla”, cioè il contenitore a spalla utilizzato per trasportare il fieno. Nata anni fa come osteria con tanto di giardino e gioco delle bocce, venne poi acquisita da Carlo Giobbi che ora gestisce il ristorante insieme ai fi gli Michele e Carolina. «Un amore a prima vista - commenta l’ideatore del progetto - riuscii a convincere il proprietario a vendere l’immobile e iniziai immediatamente la ristrutturazione con l’idea di aprirvi un ristorante. Volli lasciare tutto com’era assicurando però un tocco di curiosità». Con l’arrivo della bella stagione un ulteriore must: il giardino, un pezzo di paradiso riservato, espressione di pura eleganza, con piccoli spazi e tavoli disposti su diversi livelli, tra profumate erbe aromatiche. Un angolo perfetto per pranzi o cene di lavoro perfetto anche per ospitare gruppi di amici che possono ritrovarsi sotto il bersò, come nelle antiche osterie. All’interno, il ristorante ospita i clienti in quattro sale, ognuna con una peculiarità, create con diversi stili e dimensioni: la stube, la sala del camino, la sala Inferiore, la sala superiore e “L’angolo degli innamorati”. www.ristorantelabrea.it


IL BELLO DELLA SALUTE di TIZIANO TESTORI E GIOVANNA PERROTTI Tiziano Testori, Docente Corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Università degli Studi di Milano www.tizianotestori.euubria. Giovanna Perrotti, Laureata in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Specialista in Ortognatodonzia

NUOVE TECNICHE ALTERNATIVE Per gli interventi di implantologia e ortodonzia non sempre è necessario eseguire una Tac

Le linee guida stilate dalle più prestigiose società scientifiche del settore sia a livello internazionale che italiano rappresentate dall’Accademia Americana ed Europea di implantologia, la Società italiana di chirurgia orale ed implantologia, dalla Società di parodontologia, pongono l’accento sul fatto che ogni esame radiologico è considerato invasivo ed espone il paziente ad una dose di raggi, per cui deve essere richiesto solo quando, dopo aver eseguito una visita clinica accurata ed utilizzato gli esami radiologici più semplici (comuni radiografie bidimensionali), non si è in grado di fare una diagnosi accurata. Il punto cruciale è eseguire una diagnosi accurata, per cui ogni medico/odontoiatra ha una certa discrezionalità nel prescrivere esami radiologici tridimensionali quali una Tac che sicuramente espongono il paziente ad una dose di raggi assorbita non paragonabile alle semplici radiografie. Bisogna inoltre tener conto che la Tac in odontoiatria sta per essere sostituita a livello mondiale dalle cone beam che sono Tac a basso dosaggio e che sono utilizzate sempre di più in odontoiatria. È raro prescrivere una Tac per odontoiatria; negli ultimi anni la quasi totalità degli esami tridimensionali che prescriviamo sono esami cone beam. Per cui, quando non si riesce ad eseguire una diagnosi accurata, è meglio sottoporre il paziente ad un esame cone beam a basso dosaggio piuttosto che sottoporre un paziente ad un intervento chirurgico e scoprire, mentre il paziente è sotto i ferri, che la condizione clinica è completamente diversa da quella che il chirurgo si aspettava. In generale pur attenendoci alle linee guida stilate dalle società scientifiche, si può aff ermare che in implantologia l’esame cone beam è indicato in casi clinici complessi (che non necessariamente significa che il paziente ha perso tutti i denti) in cui è necessaria una ricostruzione ossea o si deve eseguire l’implantologia vicino a strutture nervose che se lese provocano danni permanenti alla sensibilità ad esempio del labbro. Per cui in implantologia si può concludere che gli esami tridimensionali meglio a basso dosaggio trovano indicazioni cliniche abbastanza precise e non bisogna abusarne. In ortodonzia l’utilizzo della cone beam è potenzialmente limitato per due motivi: il primo è senz’altro quello relativo al fatto che l’ortodonzia si esegue soprattutto in bambini in crescita verso i quali è doveroso avere la massima attenzione a non sottoporli a dosi radiologiche se non strettamente necessarie e non altrimenti 122 mag

sostituibili. Attualmente perciò l’utilizzo dell’esame Cbct nei soggetti in crescita è limitato ai casi dove un maggiore dettaglio diagnostico può fare la diff erenza in termini di progettazione del trattamento ortodontico. I casi sono soprattutto quelli di inclusione dentarie come per esempio quando ci sono canini permanenti che non spuntano spontaneamente in arcata. Oppure la sospetta presenza di più denti sovranumerari che devono essere estratti e per i quali la corretta conoscenza della localizzazione nell’osso è di grande ausilio per il chirurgo. Ci sono poi i casi di gravi malocclusioni facciali con potenziali di crescita altamente compromessa, soprattutto nei casi di asimmetria del viso ove è potenzialmente indicato prescrivere un esame cone beam invece che delle radiografie 2D tradizionali (ortopantomografi a, teleradiografi a e radiografie posteroanteriore del cranio). Nei pazienti a fi ne crescita può essere indicato un esame cone beam in casi particolarmente complessi in cui è prevista una fase combinata ortodontico-chirurgica in cui la ricostruzione tridimensionale virtuale dei tessuti scheletrici, dei tessuti molli e delle arcate dentarie può essere un valido salto di qualità in termini di dettaglio diagnostico e programmatico. Infatti l’esame Cbct elaborabile con il computer ai fi ni di una progettazione virtuale consente all’operatore di visualizzare il trattamento prima di cominciare a trattare il paziente. Quindi il coscienzioso operatore saprà intercettare i casi in cui optare per un esame radiologico tradizionale o scegliere l’esame Cbct.


IL BELLO DELLA SALUTE di FRANCO BRENNA Medico Chirurgo, Specialista in Odontostomatologia. Professore a Contratto presso l’Università degli Studi dell’Insubria. Libero Professionista in Como, francobrenna@frabre.it

DENTISTA, MA QUANTO MI COSTI! Quella prima lettera di San Paolo: «Carissimi... » e il problema di qualità, tempi e costi

Il dentista è sulla bocca di tutti… oggi più di ieri! La grande congiuntura, nell’abito della quale stiamo vivendo “tempi di guerra” per fortuna senza morti, ha ulteriormente acuito un annoso problema da sempre evidenziato dalla maggior parte della popolazione. L’ incipit della conosciutissima Prima lettera di S. Paolo ai dentisti è perentoria: «Carissimi…! ». Vecchia battutaccia, è vero, tuttavia attendibile. Qualcuno potrebbe chiedersi perché l’odontoiatria non sia mai decollata insieme al Sistema sanitario pubblico; l’altro potrà rispondere: «Perché i dentisti hanno saputo fare lobby!». Nulla di più sbagliato. I dentisti, in Italia e non solo, hanno sempre lavorato per i loro pazienti… e per loro stessi. Una volta, fino a vent’anni or sono, gli odontoiatri non erano in abbondanza e la domanda non riusciva ad essere soddisfatta. Studi pieni, prezzi alti, tempi di attesa e di cura estremamente dilatati. E per coloro che non si potevano “permettere il dentista”? Non rimaneva che farsi togliere il dente oppure ricorrere alle “cure di qualcuno” che - senza una laurea sanitaria - accontentava la grandissima richiesta con prezzi che potevano essere considerati bassi, ma solo in teoria. Ma allora, come spiegare gli alti costi della nostra spesso criticata e delicata branca? Un caro amico e stimatissimo dentista genovese, il dottor Guido Prando, senza voler ironizzare sulla sua origine, mi ha sempre ripetuto una grandissima verità: «Il dentista non è caro, è costoso!». In effetti se si presta attenzione a questa chiara affermazione rapportata agli standard minimi che l’odontoiatria attuale richiede l’equazione algebrica è presto risolta. Il dentista, oggi, deve garantire ai propri pazienti degli standard qualitativi di tipo amministrativo, procedurali, estetico/funzionali fino a pochi anni or sono, inimmaginabili: disposizioni sanitarie, attrezzature conformi a criteri internazionali, garanzia di sterilità ed igiene, personale specializzato, materiali certificati e sempre più sofisticati…potrei andare avanti per righe e righe. Il tutto per una apparato - quello dentale - da sempre considerato dalla medicina come una “sottobranca”, quella appunto dei “cavadenti”. Ma questa è preistoria e per il conosciuto popolare, lì siamo fermi. L’odontoiatria, l’abbiamo già ricordato in queste rubriche, è forse una delle specialità sanitarie che negli ultimi anni ha subito i più interessanti sviluppi. Ha probabilmente il difetto che con l’odontoiatria non si salvano le vite ma i sorrisi sì, la funzione masticatoria anche e di rimando la digestione e quindi i problemi

gastro intestinali e di assorbimento fino alle sensorialità più fini: in poche parole con l’odontoiatria bene eseguita si contribuisce, oggi, a garantire maggior benessere al nostro organismo; da quello psichico a quello funzionale senza dimenticare l’estetico. Tutto ciò contribuisce, in epoca di restrizione e di scarsa visibilità pubblica, a far sì che il Sistema sanitario nazionale sia scarsamente incentivato ad investire in una branca estremamente complicata, ricca di costi e comunque Cenerentola rispetto ad altre branche, lasciando così che il pallino lo possa sempre avere in mano il privato. Ma il privato, che realmente non ha saputo “far lobby” ma solo i propri interessi, oggi attaccato in più campi, sta lentamente soccombendo fiero di quella qualità che attualmente sempre con maggiori difficoltà non riesce più a garantire sia in termine tecnico che economico. Ipotizzare una sanità odontoiatrica conforme ai tempi e alle richieste di un pubblico che sarà sempre più largo e sempre meno benestante sarà la sfida per l’odontoiatria del futuro. Una sanità odontoiatrica che dovrà trovare sbocchi non tanto per i propri interessi ma per reinventarsi una professione, precisa e difficile, accomodata oggigiorno da materiali e tecniche che potranno presto essere più sostenibili, atti a congiungere i tre lati dell’equilatero triangolo: qualità, tempi e costi. I futuri sanitari di questa bellissima Cenerentola dovranno essere in grado di creare nuove e lungimiranti proposte. Una R(Evoluzione) è in atto.

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IL BELLO DELLA SALUTE di EUGENIO GANDOLFI specialista in Chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica a Como e Lugano - www. eugeniogandolfi.com

IL LATO “B” PER L’ESTATE UN PROFILO RICCO DI CURVE Ed è possibile vedere il risultato in una simulazione computerizzata prima dell’intervento Come avrete intuito, oggi vi svelerò l’ultima moda in tema di miglioramento estetico della regione glutea. Il profilo del corpo dev’essere ricco di curve: convesso all’altezza dei seni, concavo sui fianchi e di nuovo tornito e sporgente grazie alle forme del “lato B”. Ricordate la “formula del 9” della bellezza: 90-60-90? Ecco quindi l’importanza della rotondità dei glutei, che è data da un’armonica distribuzione dei volumi all’interno di un’ideale semisfera. Se queste sono le proporzioni ideali, non sono poche le situazioni che possono comprometterle per eccesso di adipe mal distribuito intorno a glutei poco sviluppati. Per ritrovare la perduta armonia esiste la tecnica dell’inserimento nel gluteo di protesi di silicone, metodica però assai invasiva e talvolta portatrice di complicazioni. L’idea quindi più innovativa, dolce ed efficace è quella di spostare il tessuto adiposo dalle zone in cui si trova in eccesso e trapiantarlo proprio là dove, invece, serve un riempimento. Un intervento che rappresenta l’evoluzione della liposcultura e che diventa a tutti gli effetti tridimensionale. Ma come si svolge? Durante l’intervento - in day hospital e in anestesia locale o sedazione - si aspira il tessuto adiposo dalla regione dei fianchi, da quella dell’osso sacro, dai “pantaloni da cavallerizza” e talvolta anche dell’addome dove è in eccesso. Finita la fase di riduzione, nello stesso intervento, il tessuto adiposo asportato, insieme alle cellule staminali in esso contenute, viene purificato e utilizzato per il modellamento naturale dei glutei. L’adipe viene “trapiantato”mediante apposite siringhe, che non lasciano alcun segno e la “modellazione” viene effettuata dalle mani del chirurgo, in modo assolutamente naturale. Il risultato finale è un

“lato B” pieno, sodo e liscio. La convalescenza dura alcuni giorni a secondo dell’ampiezza delle zone trattate. Sedersi su di un cuscino morbido è una giusta precauzione per un paio di settimane. Una parte del grasso inevitabilmente si riassorbirà ,ma quello attecchito darà un risultato assai più naturale di qualsiasi protesi sintetica. Dettagli che sono una contropartita modesta per un risultato eccellente. Chi volesse vedere i migliori casi al mondo ottenuti con questa tecnica, casi che io ho potuto “toccare con mano” - di chirurgo si intende - consulti il sito dell’amico dr Constantino Mendieta di Miami in Florida che l’ha messa a punto (www.buttsbymendieta.com) e il cui “atelier” ho visitato varie volte per imparare i segreti che sui libri un vero artista non può descrivere. Un’ultima informazione per i curiosi: presso la nostra nuova sede, Academia Day Clinic a Chiasso, è possibile vedere attraverso una simulazione computerizzata il proprio risultato prima dell’intervento. Un’immagine vale più di mille parole.

Da oggi, a Chiasso, una nuova struttura vi offre il meglio anche nel campo della day-surgery: Academia Day Clinic. A pochi passi da Como, è nata una struttura di altissima qualità, con standard perfino superiori a quelli italiani che mette a disposizione della vostra bellezza 1.100 mq di tecnologia, benessere e arte medica. Sul sito www.academiadayclinic.ch troverete tutte le informazioni che vi servono, ma quel che dovete sapere sin d’ora è che: - In Academia Day Clinic potrete entrare la mattina e uscire la sera, avendo realizzato il vostro sogno di bellezza in modo armonico, sicuro e mini-invasivo. - La struttura dispone di un blocco operatorio modernissimo ed è autorizzata a compiere tutti gli interventi in day-surgery. - L’accoglienza è a livello di un hotel a cinque stelle. - Academia propone una gamma di servizi completa che vanno dalla chirurgia alla medicina estetica passando attraverso le tecnologie più sofisticate e innovative, come il laser, la radiofrequenza, la cavitazione e la criolipolisi. - Academia Medical spa è la zona esclusiva riservata all’estetica, ove estetiste esperte vi offriranno trattamenti estetici da integrare con le terapie mediche. - Presso Academia Day Clinic troverete specialisti con grande esperienza e potrete consultarvi con me e con il dottor Riccardo Forte, medico chirurgo anch’egli ben noto in Italia e all’estero, per decidere insieme la strategia migliore per rigenerare e recuperare la vostra bellezza con o senza bisturi, in modo dolce e con risultati naturali. Per ogni informazione, contattatemi su www.academiadayclinic.ch e sul mio blog: http://blog.eugeniogandolfi. com/dottorgandolfi/.

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LE STELLE DI COMO ARIETE 21 MARZO  20 APRILE

Mercurio inizia con voi il nuovo mese mentre il vostro Marte sta in seconda Casa e sovrintende alle spese concrete di un menage familiare e creando discussioni col partner sulle spese da affrontare. Per il resto, Venere, Sole, Giove sono compagni luminosi per una primavera calda ed effervescente. Le energie di cui siete sempre riforniti vi spingeranno ad attuare cambiamenti costruttivi nel campo del lavoro con vantaggi sia economici sia d’immagine. Non esagerate negli sforzi fisici e negli sport perché il vostro smalto è un po’ appannato anche se, in compenso, la presenza di Venere vi invoglia agli incontri con nuove frequentazioni e amici rinnovati.

TORO 21 APRILE - 20 MAGGIO

Evitate di farvi influenzare con paure infondate, timori ingiustificati sull’amore del partner, dubbi su ogni e qualsiasi rapporto per sino quello con i superiori che saranno visti con una lente tanto ingrandente da divenire dei mostri di intransigenza. Nonostante tutto Marte e Mercurio danno carica e ritmo di vita dì sarà molto più dinamico del solito con impegni sportivi mondani. Concedetevi un podi relax e lasciatevi andare anche alla pigrizia.

GEMELLI 21 MAGGIO - 21 GIUGNO

Anche voi avete pianeti che condizionano favorevolmente. Giocate sull’ottimismo che vi contraddistingue e cercate di vedere il meglio nel lavoro anche perché un pizzico di fortuna non mancherà. Tendete alla pigrizia (Marte e Mercurio) ma sarà accettabile se controllerete la dieta perché i peccati di gola sono in agguato. Fate vita mondana seguendo gli eventi che in primavera sono numerosi e allettanti.

CANCRO 22 GIUGNO - 22 LUGLIO

Venere è lontana e con lei il mondo dell’affettività si sente sperduto, illuso, dubbioso sul valore dei legami affettivi. La carriera e i quattrini se ne avvantaggeranno specie nella prima metà del mese con l’ausilio di Mercurio poi si consiglia prudenza. Molto vitali e vivaci non lasciatevi prendere dalle ubbie di Venere che vi fa dubitare per la vostra salute e provvedete invece a regolare la vostra vita evitando stravizi. Impegnatevi in belle camminate sui monti che circondano la città.

LEONE 23 LUGLIO - 23 AGOSTO

Marte e Mercurio in quadratura. Con chi vi è più vicino potrete avere molta complicità mentale. Lasciate perdere le emozioni esaltanti che tanto vi piacciono e aspettate tempi migliori. Anche gli handicap sul lavoro faranno capolino architettati da collaboratori poco carini verso di voi. Abbiate giudizio perché i nodi arriveranno al pettine. Giove e Urano saranno artefici di risultati professionali e finanziari di tutto rispetto mentre mancheranno un po’ le energie perciò riposatevi dormite molto ben sapendo così di giovare alla vostra bellezza.

VERGINE 24 AGOSTO - 22 SETTEMBRE

Nella seconda metà del mese evitate errori di valutazione. Il nervosismo accentuerà piccoli disturbi con rischio di insonnia e stomaco in subbuglio. Buone le energie che impiegherete nello sport rinnovato della primavera tra fitness, camminate e passeggiate in montagna. 126 mag

di SANDRA UBOLDI

BILANCIA 23 SETTEMBRE - 22 OTTOBRE

Gli affari aspetteranno a metà mese per dare una spinta alla vostra situazione economica. Nel complesso c’è quiete psicologica e appagamento fisico e se prendeste l’abitudine di una bella corsa sulle rive del lago vi sentireste ancora più rilassati. Le sere vi riservano compagnie gradevoli e incontri nuovi. Controllate i punti deboli del vostro fisico: il nervosismo con belle notti di sonno e il fattore reumatico.

SCORPIONE 23 OTTOBRE - 22 NOVEMBRE

Diciamo che il cielo è un po’ buio. Una lucina fioca si chiama Saturno ma è come pretendere di illuminare una città con una torcia. Dopo i l 6 capirete che bisogna essere più diplomatici e le vostre scelte avranno migliori risultati. Evitate l’eccessiva generosità perché i tempi non permettono di scialacquare. La prima metà mese vi vede stanziali in casa poi sceglierete qualche amico, il più fidato, perché il periodo è sottotono.

SAGITTARIO 23 NOVEMBRE - 21 DICEMBRE

Il partner accampa rivendicazioni che voi non tollerate e tra voi sarà una guerra di trincea. Dirottatevi verso i vostri interessi e con gli amici passate più tempo evitando pressioni eccessive nel rapporto a due. Nell’ambito lavorativo vi sentite dissonanti col rischio di prendere decisioni intempestive. Riducete gli impegni sportivi, evitate prove violente che potrebbero procurarvi strappi e contusioni ma curate in maniera ferrea la dieta.

CAPRICORNO 22 DICEMBRE - 20 GENNAIO

Nel campo del lavoro la costanza e la testardaggine vi fanno i primi della classe con capacità indubbiamente brillanti ovunque vi applichiate. Avrete da recuperare qualche scoglio ma dovreste affrontare tutto con più umiltà scendendo dal piedistallo. Dovete fare attenzione all0insonnia che Marte e Mercurio in trigono regalano. Non prendete ulteriori impegni mondani e sportivi e cercate di recuperare il tempo perduto.

ACQUARIO 21 GENNAIO - 19 FEBBRAIO

Tranquilli in campo sentimentale (Venere) ed economico (Giove) vi sentirete molto emozionati e lanciati verso un roseo domani. Vi sentite un po’ stremati dalla guerra e le vostre energie saranno scarsi. Rimandate gli impegni, limitate lo sport trattenendo l’impulso di sentirvi abbattuti per la poca reattività perché è un periodo breve e passeggero.

PESCI 20 FEBBRAIO - 20 MARZO

Il rapporto a due è buono con un Marte galeotto che vi renderà audaci, disponibili in sintonia con il partner e perciò soddisfatti e sereni. Razionali e entusiasti anche sul lavoro senza rischi di eccessi finanziari, svolte professionali o investimenti sbagliati. Giove in quadratura ostacola cambiamenti e nega iniziative rischiate, nonché spese avventate di cui potreste pentirvi. Controllate l’alimentazione anche se Marte questo mese vi spingerà ad applicarvi allo sport e al movimento. Basterebbe una bella corsa lungo le sponde del nostro lago che odora di primavera


Gli aforismi del mese di Federico Roncoroni

Fortuna Su tutto domina la fortuna: essa porta uno alla fama e lascia un altro nell’oscurità, più secondo il suo capriccio che secondo il merito. Sallustio

Le avversità domano e insegnano che cosa convenga fare; la buona sorte, invece, suole impedire di riflettere e di agire adeguatamente. Catone

Il più gran male che la fortuna possa fare agli uomini è di farli nascere con pochi mezzi e con grandi ambizioni. Luc de Claspiers da Vauvenargues

A nessuno la fortuna sembra tanto cieca quanto a coloro che non ne sono beneficiari. Francois de la Rochefoucauld Sono più le grandi fortune che i grandi ingegni. Luc de Clapies de Vauvenargues

La fortuna a molti dà troppo, ma abbastanza a nessuno. Marziale La fortuna è di vetro: proprio quando splende si rompe. Publilio Sirio

Non amareggiarti se vedi malvagi avere successo: con loro la fortuna si comporta in modo indulgente per poterli colpire a suo agio. Distici di Catone

Alla buona fortuna va sempre compagna la superbia. Plauto

La fortuna non può togliere ciò che non ha dato. Seneca

La fortuna può togliere le ricchezze, non la forza d’animo. Seneca

I capricci del nostro umore sono ancora più bizzarri di quelli della fortuna. Francois de la Rochefoucauld

Sfortuna (s.f.). Il tipo di fortuna che non manca mai. Ambrose Bierce

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LAST MINUTE

di FRANCESCO ANGELINI

SENZA TANGENZIALE A COMO VINCE IL TRAFFICO La zona pedonale allargata rischia di servire a poco se non sarà completata l’unica vera opera in grado di allontanare i veicoli della città. Il presidente della Regione, Roberto Maroni, mantenga le promesse.

La zona pedonale allargata a Como è una cosa buona e giusta. Con gli opportuni correttivi. Se n’è parlato fino allo sfinimento come sempre capita quando ci sono in ballo scelte che cambiano la città. Qualcuno ha sottolineato, non a torto, che l’atteggiamento dei commercianti è lo stesso di circa 40 anni fa, quando la giunta guidata allora da Antonio Spallino decise di chiudere al traffico le strade all’interno della Città murata. Certo i commercianti hanno poi scoperto solo vivendo l’opportunità e i vantaggi di quella decisione. D’altro canto la vocazione a pedonalizzare è stata perseguita (anche se non realizzate) da altre amministrazioni arrivate dopo quella di Spallino. Per anni si è discusso di autosili mai realizzati che avrebbero consentito in varie zone della convalle (viale Varese a ridosso della mura per esempio) di liberarsi delle auto in sosta o in transito. Se i progetti fossero andati a buon fine e se il Comune avesse qualche soldo da spendere, l’idea di ampliare il più possibile l’area libera dal traffico non sarebbe malvagia. Tutte le città turistiche hanno ampi spazi riservati alle passeggiate e allo shopping. E Como non può essere da meno. Nelle condizioni attuali, i piccoli ampliamenti degli spazi già esistenti rischiano di rivelarsi un palliativo rispetto agli obiettivi che si intendono raggiungere cioè la riduzione del traffico e, di conseguenza, dell’inquinamento. Anzi, c’è il rischio, da valutare con attenzione, che questi code e smog aumentino favorite da coloro che girano alla ricerca di un parcheggio libero. E non si sa se la rotazione introdotta colorando di blu molti posti auto oggi bianchi (perciò occupati senza limiti di tempo) sarà sufficiente. La questione vera però è un’altra. Per giungere a un’efficace liberazione della convalle dal traffico, con la possibilità di ridefinire il rapporto tra gli spazi per i veicoli e quelli per i pedoni, occorre completare il tracciato della tangenziale di Como che toglierebbe alla città i flussi di attraversamento sulla direttrice est-ovest. Ad oggi però non vi è certezza sul secondo lotto della nuova strada che fa parte del progetto della Pedemontana già in sofferenza sul versante delle risorse economiche. Il primo lotto, già in fase avanzata di realizzazione, serve a poco o nulla, anzi rischia di complicare la situazione nella zona di Albate sul collegamento Como e Cantù. Occorre che Como si faccia sentire. E che il presidente della Regione, Roberto Maroni, faccia seguito in maniera concreta alle promesse elettorali sulla tangenziale. Altrimenti a Como vincerà sempre il traffico.

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130 mag


Mag 50 maggio 2013  

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