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Anno 1 - Numero 1

l’apriscatole

Venezia, 9 Ottobre 2008

Periodico di controinformazione autoprodotto ed indipendente lapriscatole.forumfree.net

lapriscatole@libero.it

UN ANNO DI RESISTENZA INFORMATIVA Il primo pensiero di questo editoriale è per chi quarantuno anni fa è stato assassinato e ha smesso di combattere per la rivoluzione. Avventura cominciata per vocazione verso i più deboli, nel periodo della sua gioventù ad assistere i lebbrosi, e poi confluita in un impegno militare, politico e nazionale. Un avventura fatta di amore, fratellanza e conquista ma anche di morte, odio ,tradimento, dolore. Senza dire altro ricordo Ernesto Guevara, El Che. Lo ricordo perchè è passato un anno dalla prima uscita dell’Apriscatole, e la prima pagina di quel numero era dedicata a lui. L’avventura di quattro non più giovanissimi ragazzi veneziani , pur senza difficoltà e crisi, si è presto tramutata nella realtà di un piccolo gruppo di ragazzi che hanno scelto di far parte di questo giornale , ed è grazie a loro che l’Apriscatole è sopravvissuto e si è assestato in questi mesi. Uso il termine sopravvissuto perchè, dalle belle parole dell’editoriale del primo numero, si è dovuto presto fare i conti con i fatti. Una realtà attuale in cui è davvero ai limiti dell’impossibile rimanere indipendenti, autonomi e attivi senza cedere a logiche economiche e politiche. Ed è grazie al sacrificio di quelle persone che hanno sempre sostenuto questa iniziativa che è possibile celebrare oggi in primo anno di questo giornale. Mi riesce davvero difficile sia raccontare che descrivere tutto quello che è successo in dodici mesi, e non so quanto senso avrebbe. Forse ne perderebbe pure. Preferisco invece ricordare che tutti i numeri dell’apriscatole si possono scaricare da internet (lapriscatole .forumfree.net), ed inserire interamente l’editoriale scritto un anno fa da me e Giulia, penso che sia importante capire cos’è e perchè esiste l’Apriscatole. Grazie a tutti di vero cuore. Roberto Mazzuia

In un’epoca come quella attuale, definita l’era della comunicazione di massa e della globalizzazione,appare sconcertante che la quasi totalità delle testate e dei cosiddetti network radiotelevisivi non si occupi affatto di informarci su ciò che realmente accade nel mondo, animata com’è da giornalisti indaffarati ad eludere e sottovalutare intenzionalmente notizie considerate scomode e sconvenienti alle logiche economiche e politiche del mondo occidentale a cui apparteniamo. Troppo spesso gli odierni mezzi di comunicazione sono così poco propensi ad un’analisi degli avvenimenti basata sull’onesta intellettuale da utilizzare il linguaggio per il suo effetto più discutibile: quello di trasformare e manipolare la realtà. Così ad esempio gli esseri umani annientati dalle operazioni militari vengono chiamati danni collaterali, il bilancio bellico più alto del pianeta si chiama bilancio della difesa, il diritto di licenziare un lavoratore senza indennizzo né spiegazione prende il nome di flessibilità del mercato del lavoro. Crediamo sia giunto il momento di un’inversione di rotta che permetta finalmente alle parole di riacquistare un valore e un senso concreto e aderente quanto più possibile a quelle realtà che si vogliono tentare di spiegare e comprendere. A partire dal concetto stesso di comunicazione che rimanda etimologicamente ad un’idea di condivisione e di scambio umano che il senso comune contempor neo sembra aver dimenticato. Qualcuno ha scritto che l’unico linguaggio degno di fede è quello nato dalla necessità di dire: queste pagine sono figlie di un’urgenza che un gruppo di giovani ha avvertito sulla propria pelle, quella di dare voce a fatti e riflessioni generalmente omesse dai grandi mezzi di comunicazione che fabbricano l’opinione pubblica mondiale. Speriamo, pur essendo noi alle prime armi, senza alcuna esperienza in materia, di riuscire a creare uno spazio informativo che sia trasparente e libero e che possa essere vissuto da coloro che ne prenderanno parte, da semplici lettori o da collaboratori, come un luogo di incontro. Ci teniamo a sottolineare tre punti guida che vi aiuteranno a capire qual è l’impronta che daremo a questo “esperimento”: Indipendenza: “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto ed

ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”(Art. 21 Costituzione, I e II comma) Punto fondamentale della nostra testata è la totale indipendenza ed autonomia svincolata da ogni logica di mercato, politica e pubblicitaria. Non abbiamo deciso di diffondere una controinformazione critica a scopo di lucro o come sbocco occupazionale ma unicamente per tentare di creare un organo di informazione che potesse affrontare delle tematiche tanto importanti quanto scomode e boicottate dalla moderna struttura commerciale informativa. Autonomia: il primo numero del giornale è distribuito gratuitamente grazie all’autotassazione. Volendo rimanere fuori dalla logica del mercato dell’informazione (e quindi non fruendo né di introiti pubblicitari né retributivi) non sarà possibile distribuire sempre gratuitamente, con ogni probabilità verrà chiesta un’offerta minima di un tot di centesimi per coprire i costi di stampa. Attivismo: la creazione di questo periodico ha come scopo primario quello di sensibilizzare ed informare i lettori come detto sopra, ma ciò non sarà circoscritto all’attività “giornalistica”. Nostro intento è quello di sostenere attivamente alcune tipologie di organizzazioni non governative ed alcuni movimenti che combattono per rivendicare diritti troppo spesso calpestati. Insomma la nostra attività non sarà svolta stando seduti dietro ad una scrivania ma scendendo per strada e tentando di comprendere le esigenze, le preoccupazioni e i pensieri della gente. Sicuramente è un traguardo ambizioso (se non utopistico). Noi assicuriamo massimo impegno e attenzione poi starà a voi giudicare Terminiamo questo primo editoriale con un monito lanciato dal premio nobel per la letteratura Harold Pinter che rispecchia molto bene lo spirito da cui è nato tutto questo:“Ritengo che, malgrado le tante contraddizioni, una determinazione intellettuale coraggiosa, incrollabile, orgogliosa, che venga dai cittadini, di definire la verità delle nostre vite e delle nostre società è un dovere fondamentale che spetta a ciascuno di noi. E’ obbligatorio. Se questa determinazione non si incarna nella nostra visione politica , non avremo nessuna speranza di recuperare ciò che abbiamo quasi completamente perduto: l’umana dignità.”


MA.. E LA BIRMANIA? Fino ad un paio di mesi fa, la Birmania era su tutti i giornali, perfino la notizia di apertura di diversi telegiornali. Ora tutto è tornato alla normalità. Cioè, sembra nuovamente che non esista. È allora il caso di tornare a parlarne per tenere desta l’attenzione su un Paese schiacciato dal regime forse più brutale del pianeta, e l’occasione ci viene proprio da un anniversario significativo da più punti di vista: il ventennale della grande manifestazione dell’8 agosto 1988. Prima, però, un po’ di storia. Stremati da decenni di oppressione (a titolo di mero esempio: il generale Ne Win, dittatore dal 1958, aveva improvvisamente sostituito le banconote correnti da 50 e 100 kyat, dichiarandole fuori corso, con nuove banconote da 45 e 90 kyat dietro consiglio di un astrologo, lasciando milioni di persone con nient’altro che carta straccia in mano- in Birmania le banche non esistono), già dal ’74 i birmani avevano cominciato a sollevarsi, chiedendo a gran voce l’avvento della democrazia e libere elezioni. Le proteste continuarono ad acuirsi nel corso degli anni Ottanta per culminare nel 1987-88. Nel luglio dell’88 Ne Win si era volontariamente dimesso, ma ciò non bastava per fermare il popolo. L’8 agosto (data ritenuta di buon auspicio dagli astrologi: 8-8-88) centinaia di migliaia di persone marciarono su Rangoon per rovesciare la dittatura, ma il regime militare non si fece cogliere impreparato: i soldati sparavano sulla folla, e in un mese e mezzo si contarono oltre tremila morti. I successori di Ne Win costituirono un Consiglio di Stato per le Restaurazione della Legge e dell’Ordine (SLORC), che impose subito la legge marziale e proseguì la raccapricciante opera di repressione. Le elezioni si terranno poi nel ’90, ma con modalità ed esiti prevedibili da parte di un regime… L’8-8-88, quindi, è divenuta una data simbolica dell’orgoglio e della determinazione del popolo birmano nel liberarsi dal pesantissimo giogo della dittatura militare, una lotta che, come il mondo ha avuto modo di vedere, non accenna a fermarsi nemmeno oggi,

essendo, anzi, più viva che mai, pur con le mille difficoltà che vi sono nell’organizzare un’opposizione coesa in un Paese in cui vige la censura e la propaganda di Stato. In questo, la figura di Aung San Suu Kyi è davvero fondamentale, perché, tramite il suo carisma e la sua visibilità, permette di tener desta l’attenzione sulla situazione birmana a livello internazionale. Naturalmente, l’attenzione è desta finché la si vuol mantenere tale, e spesso esigenze di realpolitik spingono gli analisti degli Stati occidentali a “voltarsi dall’altra parte” di fronte all’ennesima violazione dei più elementari diritti umani da parte della giunta militare, pratica che viene puntualmente condannata da tutti ma senza ulteriori conseguenze per i generali. Al momento attuale scontiamo ancora gli anni di silenzio sulla questione birmana o di provvedimenti inutili (un embargo di USA e UE che, però, come si è visto per l’Iraq o Cuba, colpisce solo la popolazione e non il regime), e la situazione non sembra sbloccarsi, avendo condotto una voce prestigiosa come il Times ad interrogarsi sui pro e i contro di un eventuale intervento militare. Ma, com’era prevedibile, ogni discussione o iniziativa è, col passare del tempo, scemata, e il silenzio è tornato a farla da padrone. Insomma, questo Paese, in bilico tra l’ascetismo del buddhismo theravada e la repressione del regime militare, sembra non trovare pace, e per fargliela acquistare è nostro dovere di cittadini di uno Stato libero e democratico mantenere desta l’attenzione dei governanti su questo grave problema. Come? Parlandone, scrivendone, informandosi, informando altri. I birmani stessi non vogliono che il mondo si dimentichi nuovamente di loro:hanno già pagato un prezzo troppo alto per questo. Il ventesimo anniversario di una così grande dimostrazione della ferrea volontà di questo popolo di ottenere la libertà non può, non deve passare sotto silenzio. Il silenzio non se l’è mai ricordato nessuno.

MAL D’ AFRICA

Il ritorno alla realtà, alla vita di tutti i giorni, dopo aver passato un mese in Africa, e nello specifico in Eritrea, non è così immediato. Nel mese in cui si è via ci si immerge in una realtà totalmente diversa ed il tempo acquista un’altra scansione. All’arrivo ci si guarda in giro un po’ spaesati. Scesi dall’aereo si piomba in un aeroporto, quello di Asmara, minuscolo, dove non esistono neppure gli autobus che portano i passeggeri al terminal d’arrivo. Successivamente si cominciano a compilare trecento scartoffie burocratiche identiche, di cui non si riesce a comprendere la reale utilità, e si passa da uno sportello all’altro perché ciascun impiegato ha il compito di leggere un’unica carta e non di più . Ricevuto poi il permesso per entrare nel paese si aprono le porte di questo buffo e minuscolo aeroporto e si comincia a respirare l’aria dell’Africa. Lo spazio che ti si apre all’orizzonte è enorme, la strada non è trafficata, non si affollano davanti

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Marco De Giorgio


la tua visuale mille edifici, né mille macchina che corrono a destra e a sinistra con fretta e smaniosità di fare chissà cosa. La gente è tranquilla e aspetta placidamente con il proprio carrello ed un’espressione ed una calma che oramai nel nostro mondo sembra quasi non esistere, un autobus che chissà quando passerà. Già cominci a sentire che qualcosa di diverso c’è, ti guardi intorno mentre la macchina dell’amico che ti è venuto a prendere comincia a portarti verso la città, e ti frullano in testa già mille interrogativi, anche molto stupidi e banali, su quel poco che hai visto durante i dieci minuti di tragitto. Perché non ci sono i cestini lungo le strade? Perché è pieno di donne che puliscono la strada? Non ci sono i cartelli di segnaletica verticale? Perché vedo solo vecchi e bambini? Perché gli unici manifesti che ci sono per le strade sono o quelli della Coca Cola o quelli dei preservativi (Abu Salama)? Dopo aver divagato con la mente giusto il tempo del tragitto, impatti nella realtà, scendi dalla macchina e comincia il tuo vero viaggio. Ora devi cominciare a rapportarti con la gente del posto e ad entrare in contatto con la loro realtà e la tua nuova realtà nel luogo. Cominci ad immaginarti e a farti delle domande su come sarà il villaggio in cui dovrai cominciare la costruzione del pozzo, come sarà la gente, come sarà strutturato il villaggio…Le domande cessano velocemente in quanto presto vieni portata nel villaggio di Medresien, in cui l’anno prima l’ong aveva già fatto un progetto analogo. Scesa dal fuoristrada per raggiungere il villaggio (le strade, tranne quella principale,non esistono), senti strane urla in lontananza, ti viene detto che è il tipico urlo di accoglienza fatto dalle donne eritree. Ecco, ora le vedi, sono donne,vestite tutte con i loro bellissimi abiti bianchi e con dei fiori, della paglia ed i pop corn (nbabà) in mano. Appena ti vedono ti salutano con dei baci sulla guancia, tu sei già preparata ai classici tre baci, che ti hanno spiegato si usano dare, invece, per accoglienza, te ne vengono dati ad oltranza. Sei stupita e quasi emozionata, vedi in questa gente il vero affetto, la riconoscenza che hanno nei tuoi confronti per avergli dato, con poco, la cosa di cui hanno più bisogno, l’acqua. Continuano poi ad accoglierti cantando, lanciando nbabà e foglie verdi. Vieni ospitata nelle loro case tipiche, in pietra e freschissime, in cui ti fanno accomodare e cominciano a prepararti il caffè tipico (bum), il the( shai), e il gaat (polenta con burro fuso, berberè e yogurt) servito in un unico piatto dal quale tutti si servono e dal quale, quando sei piena e non ce la fai più, cominciano anche ad imboccarti. Finita la giornata al villaggio sei entusiasta, ti è rimasto qualcosa, qualcosa che non riesci a spiegare, però sai già che è qualcosa che ti rimarrà per sempre. Nei giorni a seguire cominci ad ambientarti un po’ per la città e parte delle tue do-

mande iniziali trovano risposta, oltre ad apprendere molte altre informazioni. I cestini per la strada non ci sono perché in passato venivano riempiti all’inverosimile per cui ora il governo paga le donne per pulire le strade durante la notte; un tempo, prima che l’America si schierasse con l’Etiopia durante il conflitto tra Etiopia ed Eritrea, la Coca Cola era la bevanda nazionale ed erano presenti molte fabbriche nel paese ora però tutte chiuse; i numerosi manifesti dei preservativi sono dovuti

È stupendo vedere i loro occhi curiosi e stupiti che guardano in una scatoletta la loro immagine e con così poco sembrano essere le persone più felici della terra ad una campagna del governo, riuscita con successo, per abbassare la mortalità dovuta all’aids. Più cominci a vivere questa nuova realtà più sei curiosa e cominci a farti sempre nuove domande. Frequentando la gente locale molti altri perché trovano risposta. Per le strade, così come nei villaggi, trovi pochi giovani perché tutti, uomini e donne, a partire dalla fine dell’età scolare obbligatoria, hanno l’obbligo di fare il militare. Le questioni al confine con l’Etiopia, anche dopo l’indipendenza continuano sempre ad essere molto tese, inoltre quasi tutti gli esercizi e le attività sono statali, quindi parte dei nuovi militari fanno il servizio civile, che consiste nel lavorare in questi esercizi statali venendo sottopagati (6euro al mese). Il servizio militare dura poi a tempo indefinito, si sa quando comincia, ma non si sa quando finisce. Tutte le famiglie hanno inoltre il cibo razionato e c’è un’elevata scarsità di materie prime. Le importazioni sono numerosissime, mentre le esportazioni quasi nulle. Non sono presenti praticamente fabbriche, solo tabacco, un’industria tessile quasi in fallimento (Dolce Vita) e una fabbrica di acqua gasata (mai gas). Girando per la

Il servizio militare dura poi a tempo indefinito, si sa quando comincia, ma non si sa quando finisce città e visitando i paesi vicini ti rendi conto delle mille cose di cui avrebbero bisogno, oltre all’acqua. L’esempio più lampante è la discarica di Asmara, un’immensa distesa di immondizie a cielo aperto, appena fuori dalla città assolutamente priva di impianto di smaltimento ed oramai alimentata da incendio continuo. Ora sei entrata nella realtà locale e sei perfettamente ambientata, è giunto finalmente il momento di andare nel villaggio di Adi-Tsenaf, il luogo scelto per la costruzione del pozzo. Durante la strada, fatta rigorosamente con una jeep per via

dello sterrato, scopri quanto paradossale sia il prezzo della benzina(1.80euro) e ti spieghi il motivo per il quale pur essendoci molte macchine la maggior parte siano ferme. La jeep si ferma e si apre attorno a te un magnifico paesaggio di terra rossa e delle bellissime case in pietra contornate da un sacco di muli che servono per portare l’acqua al villaggio. Appena scendi sei circondata da una schiera infinita di bambini che prima si avvicinano in modo timido, e ti guardano con degli occhi di una profondità che non hai mai visto prima, poi, appena prendono un po’ di confidenza e vedono la macchina fotografica, ti continuano a dire:”sailena, sailena!”(foto). È stupendo vedere i loro occhi curiosi e stupiti che guardano in una scatoletta la loro immagine e con così poco sembrano essere le persone più felici della terra. Come se ad un nostro bambino regalassi l’ultima play station uscita con 500 degli ultimi giochi ed altrettanti giocattoli. Guardandoti un po’ intorno capisci che i bambini, anche i più piccoli, si danno da fare e lavorano dopo la scuola. Finito il cammino per arrivare al luogo dello scavo del pozzo entri in contatto con il comitato dell’acqua, che ha il compito di gestire la risorsa al meglio, garantendo un’equa distribuzione a tutte le famiglie e un buono stato dell’impianto. Il comitato è eletto democraticamente dagli abitanti del villaggio ed è formato da uomini e donne, che vengono ritenuti all’altezza di tale compito. Sei sinceramente stupita di trovare un tale esempio di parità tra sessi in un così piccolo villaggio dell’ Africa, così come sei stupita di altri esempi di elevata civiltà che riscontri nei giorni a seguire. Ti rendi conto che c’è una perfetta integrazione religiosa, nel calendario di stato sono previste le festività di ciascuna religione e spesso i musulmani per le loro festività, così come gli ortodossi per le proprie, invitano amici di altre religioni per festeggiare. Sono assolutamente proibiti i sacchetti di plastica ed inoltre ciascun abitante ha il diritto solo ad un certo quantitativo di legname, per poter preservare la flora del luogo. Il Sweet Asmara Cafè con la sua tranquillità, il Sicomoro, Filmon, Finan, il meccanico Giovanni, Dahab che oramai è diventata la tua mamma locale, Aman, il tuo fratellino africano, Mussie il tassista amico che ti ha chiesto di portargli per la prossima volta una grammatica inglese-italiano, sono oramai diventati la tua realtà. Ventidue giorni sono passati in fretta, è già giunta l’ora di tornare. Torni nel piccolo e buffo aeroporto, sali sull’aereo, quando ti svegli sei a Malpensa. Si aprono le porte, vedi la città. Cos’ha questa gente? Perché corre? Perché ha questa faccia impenetrabile? Perchè i bambini piangono e si lamentano? Dove sono? Voglio tornare in Africa… Valentina Stigher

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MOBILITA’ SENZA CONFINI

L’ estate va finendo e con essa si conclude l’ esodo dei vacanzieri di ritorno dalle meravigliose coste del nostro mare, un tempo tappe delle tratte mercantili e della cosiddetta via delle spezie, oggi tappe del viaggio della speranza di migliaia di donne e uomini e dei loro comuni destini. Cambia il clima. Impazzano le tempeste. Si alzano i venti e il mare si inquieta ma continua imperterrito lo spostamento di quell’ umanità in fuga dalla fame, dalla guerra e dal bisogno. Persone disposte a lasciare tutto e a rischiare la propria stessa vita per mare, nel deserto e sulle montagne, in prospettiva di una vita migliore. Si conclude anche quest’ anno con dati simili a quelli del bollettino di una guerra civile, la stagione in cui le traversate del Canale di Sicilia, dello Stretto di Gibilterra e delle frontiere sul Bosforo si fanno più intense. Ma ancora più tragica, anche se priva di documentazione ufficiale, si rivela la sorte di tutti coloro che dalle coste dell’ Africa e della Turchia non sono mai salpati. Arrestati, segregati, rapinati, confinati; seviziati e confinati dalle autorità di quei paesi che fungono alla Fortezza Europa da primo baluardo difensivo contro le ipotizzate invasione territoriale e contaminazione culturale azionate dai processi migratori

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internazionali. Alla faccia della promozione ma anche del solo rispetto dei diritti fondamentali della persona umana indicate in diverse convenzioni internazionali come vincolanti per i singoli stati firmatari, i governi dei paesi dell’ Unione Europea con l’ avvallo della Commissione Europea, hanno deciso all’ unanimità di intraprendere aspre politiche di contenimento se non di vero e proprio sbarramento dei movimenti migratori. Risalgono a quattro anni fa gli accordi di pattugliamento congiunto delle coste e l’ istituzione dell’ agenzia Frontex per il controllo delle frontiere esterne. Misure di evidente militarizzazione dei territori di transito che invece di operare da deterrente dei movimenti migratori clandestini e al fine di scongiurare le tragedie a questi legate, hanno reso più ardui e pericolosi gli itinerari di coloro che hanno ormai deciso di partire. Finanziato da tutti i paesi membri dell’ Unione Europea, tutti equamente responsabili della situazione,il programma Frontex vede protagonisti in prima linea gli stati che si affacciano sul Mar Meditteraneo, a cui vengono tuttavia garantiti notevoli margini di autonomia e discrezionalità nella gestione degli accordi bilaterali di

collaborazione con i paesi di transito sul finanziamento e l’ implementazione delle politiche di arresto, detenzione ed espulsione dei migranti irregolari. Di fronte ai dati agghiaccianti forniti da Fortress Europe e ad un’ opinione pubblica apparentemente assuefatta e rassegnata alla normalità delle tragiche notizie di cronaca riguardanti naufragi, soccorsi falliti e centri di permanenza temporanea (o più precisamente di identificazione ed espulsione) popolati oltre le capacità di accoglienza, appare doveroso chiedersi come e perchè può succedere tutto questo , cercare di ricostruire le catene di comando e individuare i responsabili di tante stragi, in modo da non dimenticare e rendere giustizia a chi, per il sol fatto di aver valicato i confini del proprio paese ed essere stato dichiarato clandestino, è stata sottratta la dignità di essere uomo.

Pietro Potenza


MA CHE ASSURDITA’ Passano gli anni, i secoli e i millenni ma tanta gente resta razzista. La tecnologia fa passi da gigante e le coscienze regrediscono. Guerre e stermini si susseguono. Fiumi di inchiostro e sangue vengono versati, sulla carta e sulla terra e la storia, con assoluta idiozia si ripete sempre. L’unica cosa cambiata, è che un tempo si era consapevoli di essere razzisti; oggi quasi tutti negano, convinti di non essere dei veri razzisti e premettendolo sempre quando parlano. S sentono cose tipo: “Io non sono razzista ma… tutti questi immigrati bla bla bla…”; il che li rende addirittura ridicoli (volendo essere gentili). La globalizzazione e le grandi migrazioni degli ultimi anni, rese possibili dall’enorme progresso tecnologico, non sono state seguite da un adeguato progresso culturale. In Italia il risultati più visibili di questa mancanza sono, tra gli altri: i campi nomadi bruciati, la prigionia dei migranti nei CPT e le violenze morali e fisiche che subiscono giornalmente; il degrado a volte rivoltante dei nostri centri cittadini e delle periferie dove si sogna di poter migliorare le cose a suon di divieti di ogni tipo e di eserciti nelle strade. Ma cos’è esattamente il razzismo? Sintetizzando lo dividerei in tre tipi: etnico, culturale e autolesionista. Il razzismo di tipo etnico è il più classico dei tre; l’odio e disprezzo di una etnia per un’altra, di diverso colore e tratti somatici (bianchi contro neri). E’ anche il più stupido e facile da smontare, dato che se si prende neonato di un etnia e lo si fa crescere in una famiglia di una qualsiasi altra; esso crescerà e diventerà figlio della società in cui ha vissuto senza minori potenzialità celebrali, differenze nel comportamento o altre sciocchezze. Un buon esempio di questo sono tutti quei bambini che adottati vivono (nel bene e nel male) come membri qualsiasi della società che li circonda. Il razzismo culturale è quello più fine e “dotto”; ci sono molti sedicenti intellettuali, politici e sacerdoti, che lo divulgano tra le masse. Il più in uso è quello di tipo religioso. Due esempi di questo sono le recenti violenze indù contro i cristiani in india, e le esternazioni con cui, molti intellettuali, giustificano la pulizia etnica in Palestina e in Libano, con l’esigenza di Israele a difendersi, o con altre balle colossali, che sarebbero smascherabili da tutti se non avessero un appoggio mediatico così potente. Questo tipo razzismo si accompagna spesso al precedente. Il razzismo autolesionista infine, si manifesta quando un gruppo etnico/culturale ha verso sé stesso. L’esempio più lampante e quello dei neri americani che chiamano ‘nigger’ (negro) gli altri neri americani e non la prendono come un offesa, a meno che non sia un bianco a chiamarli così, naturalmente. Ditemi se non è un idiozia il non rendersi conto di giustificare il razzismo dei bianchi verso i neri, usando su sé stessi il nomignolo che si aveva da schiavi. Come dire, ci mettiamo le catene da soli. Si potrà affermare che il razzismo religioso (per esempio) non esiste, ma si tratta bensì di semplice discriminazione. Ma io intendo dare un significato più ampio al concetto di razzismo; giacché chi discrimina qualcuno in base alla religione, tende di conseguenza a trattare quel “diverso” ,

come fosse una razza estranea e di conseguenza inferiore. Già questo sarebbe sufficiente per rendersi conto della stupidità del razzismo, ma la cosa più interessante è la sua totale assurdità. Ciò è dimostrato dal fatto che, sono i razzisti a dipendere da chi disprezzano, non il contrario. Pensateci…Perché senza il diverso non avrebbero nessuno da odiare e da additare come colpevole. Sarebbero costretti a guardarsi dentro e perderebbero ogni ragione d esistere. Immaginatevi Calderoli, Alemanno e company. Se non ci fossero gli immigrati; chi incolperebbero del declino economico e culturale del paese? Chi voterebbe lega e alleanza nazionale senza la paura del rumeno, del nero, dell’albanese, del terrone (una volta), eccetera? Non ci vuole tanto a capire che se adesso viviamo in queste situazioni di tensione, è stato grazie ai nostri governanti, che in quindici anni di destra e sinistra più o meno con centro, non hanno mai saputo né voluto gestire i flussi migratori, ovvia conseguenza della globalizzazione, di decenni di guerre per le risorse naturali e di politiche estere scellerate da parte dei paesi europei. C’è poco da sperare negli accordi con la Libia quando questi migranti non sono quasi mai libici, ma vengono da luoghi molto più lontani (Etiopia, Sudan, Nigeria, Cameroon, ecc.). C’è poco da sperare, perché le ‘carrette del mare’ partiranno da altre sponde: Marocco, Algeria, o Tunisia. C’è poco da

sperare dalla politica, perché è solo puntando sulla paura e sull’ignoranza e conseguente idiozia delle persone, che certi gruppi restano al potere. Essi non desiderano che si interrompano gli ingressi clandestini, ora illegali. Servono per mantenere l’aria di tensione e minaccia. La maggior durezza nei loro confronti, serve a evitare di dargli alcun diritto come lavoratori e essere umani; trasformarli ancor più, in una manodopera abbondante e a basso prezzo per l’impianto agricolo, industriale,edilizio e criminale; ben contento di dar lavoro a gente che prende 3 euro l’ora e lavora 15 ore al giorno senza lamentarsi, perché sa che se no è sulla strada e gli va già meglio di tutte quelle ragazze che invece la strada la battono. Così la casta politica che ha creato il problema cerca di farci credere che le vittime siano i colpevoli facendoci dimenticare che il vero problema sono loro. E’ ora di svegliarsi. Onestamente

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DOMENICA È SEMPRE DOMENICA ... anche per il Sindaco Tosi

Che strano. Domenica, domenica, e ancora domenica. Ho notato che il Sindaco di Verona, Flavio Tosi, balza agli onori della cronaca nazionale sempre di domenica. Una casualità, una strategia mediatica, o uno zampino amico? Vediamo la cronaca (da notare che i fatti cui si riferiscono le notizie sono sempre accaduti giorni o addirittura mesi prima, ma le agenzie di stampa le divulgano la domenica pomeriggio d´estate, in tempo per il tiggì della sera). Verona, Domenica 29 luglio 2007, i tiggì nazionali diramano la notizia del bambino di 4 anni multato perché stava mangiando un panino sui gradini del Municipio in Piazza Brà (il fatto è accaduto il giorno prima) . Spazio alle dichiarazioni di Tosi. Verona, Domenica 26 agosto 2007, passa la notizia che una turista inglese viene multata perché si era messa in bikini a prendere il sole in piazza Indipendenza (l´episodio è avvenuto il giovedì precedente). Spazio alle dichiarazioni di Tosi. Verona, Domenica 22 giugno 2008, è la volta che tutta Italia viene a sapere che un giovane ciclista viene multato perché guidava utilizzando nel contempo il telefono cellulare (imprecisato il giorno dell´accaduto). Spazio alle dichiarazioni di Tosi. Verona, Domenica 29 giugno 2008, il telegiornale della sera dà spazio alla notizia (falsa) che la Corte di Cassazione avrebbe assolto Tosi dall´accusa di razzismo (la sentenza era stata depositata il 28 marzo precedente, e il Sindaco rinviato ad un nuovo processo d´appello fissato per ottobre 2008). Spazio alle dichiarazioni di Tosi. Verona, Domenica 13 luglio 2008, il servizio pubblico della Rai si occupa della multa data ad un rumeno che fumava in un giardino comunale frequentato da bambini (la multa era stata comminata il 26 giugno, diciassette giorni prima). Spazio alle dichiarazioni di Tosi.

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Tra tutte le ipotesi possibili, quella della casualità mi pare la più improbabile; più facile pensare ad un giornalista amico di Tosi, con scarsa coscienza professionale ma ben inserito in qualche agenzia di stampa nazionale che divulga le notiziole gustose e le amene dichiarazioni del Sindaco proprio le domeniche pomeriggio, d´estate, quando altre notizie non ci sono e si fatica a riempire gli spazi del

telegiornale: la visibilità è garantita, magari proprio nei servizi di “costume e società” tanto graditi dai telespettatori. Il guadagno è doppio: soldi che entrano nelle casse del Comune con le multe, e notorietà politica nazionale gratuita. Evviva la domenica.

Mao Valpiana

“al momento non esiste una vera emergenza razzismo, ma solo una serie di episodi” Flavio Tosi


... PREPARIAMOCI! Cinquanta mila per gli organizzatori, ventimila per la questura. Domenica il popolo padano ha invaso la laguna. Si parla di un paio di centinaia di pulmann e una decina di treni, più i nostalgici che hanno attraversato il Sile in motonave, sbarcando direttamente in laguna. Circa venticinque gazebi presenti nell’affollata riva dei sette martiri. In vendita il “Passaporto Padano”(2€), “le banconote padane”(3€) , felpe e magliette (35 e 10€. Prodotte ad Haiti, e definite “magliette extracomunitarie” da Tamburrini , giornalista del Gazzettino). Il popolo della padania non si è fatto scappare il momento migliore del Carroccio: oltre alla sorpresa elettorale, anche le cariche istituzionali assegnate dal governo Berlusconi, che hanno definitivamente quantificato il peso di cui la Lega Nord gode nell’assetto politico nazionale. Nello sfondo del palco padano primeggia una scritta a caratteri cubitali “Uomini delle colonie padane

PREPARIAMOCI!”. Il riferimento è alla rivoluzione padana e federalista. E’ giunto il momento, ora gli alleati dovranno mantenere le loro promesse e votare la legge sul federalismo fiscale, considerata come il primo passo verso l’indipendenza del Nord. “Si farà la media dei costi dei servizi e tutte le regioni dovranno rispettarla”, tuona Umberto Bossi. In pratica , i soldi disponibili in Friuli Venezia Giulia o Lombardia, per portare avanti uno degli attuali migliori livelli di assistenza sanitaria nazionale, dovranno essere gli stessi adoperati dalla regione Campania o Lazio, che al momento non riescono a garantire un livello neppure sufficiente di assistenza sanitaria. Risulta molto difficile comprendere come sarà possibile per le regioni attualmente in seria difficoltà e crisi, risalire la china e migliorare i servizi necessari ad una società civile, come istruzione, casa, sanità, lavoro. Non si tratta, a mio avviso, di una forma federalista intelligente, proporzionata e so-

“Bisogna zittire radio, giornali e tivù che infangano la Lega, con turaccioli in bocca e nel culo” Giancarlo Gentilini

lidale, ma di una riforma dal profondo carattere indipendentista. Tuttavia è un altro il personaggio ad aver lasciato il segno in laguna. Si tratta di Giancarlo Gentilini che , nell’attesa dell’arrivo di Bossi ( in ritardo di 1ora, forse contava di poter correre più veloce), prende la parola dal palco e sviscera un po’ di contenuti politici interessanti. In merito alla formazione delle future giunte comunali “Non voglio consiglieri comunali gialli, marroni, verdi e grigi. Non voglio selvaggi, solo consiglieri veneti!”. In tema di integrazione e insegnamento “Non c’è spazio per la civiltà del deserto, di chi insegna come correre dietro alla gazzella e a fuggire dai leoni”,. Riguardo l’ informazione “Bisogna zittire radio, giornali e tivù che infangano la lega, con turaccioli in bocca e nel culo”. E’ davvero disarmante, per ogni persona sufficientemente istruita ,leggere tali affermazioni. E’ vero che il sindaco sceriffo aveva detto di peggio negli passati, ma queste parole pronunciate dal palco di Venezia prima dell’intervento del senatour assumono un carattere forse meno folkloristico e più pericoloso. Soprattutto alla luce della massiccia ovazione del pubblico riservata a Gentilini , inferiore solo a quella per Bossi . Vi è anche chi, come l’europarlamentare Borghezio, parla di Venezia. Critica duramente Cacciari, accusato di “affidarsi di un architetto matto per costruire i ponti e di mantenere rapporti con i centri sociali”, per poi lanciare già un mezzo proclama elettorale “Serve una pulizia radicale delle città. A Venezia serve cambiamento, e i veneziani hanno capito che la Lega è il cambiamento e che è l’unico movimento che fa del leone di San Marco, una bandiera.” Veneziano avvisato... Roberto Mazzuia

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UN ANNO DOPO Credetemi,sembra ieri che, in un editoriale venuto di getto dopo un solo mese di lavoro (vedi anno 0, numero 2), provavo a mettere su carta l’aria respirata in quel breve lasso di tempo, un tempo che inaspettatamente avevamo deciso di condividere a partire da un giorno qualsiasi di fine estate. Già allora risultava chiaro come questa avventura, cominciata sull’onda emotiva di alcune sinergie particolarmente felici, sarebbe stata impegnativa e avrebbe coinvolto senza mezzi termini le nostre vite future. E non poteva andare diversamente avendo noi, chi più chi meno consapevolmente, compiuto una SCELTA. E non parlo di una possibilità preferita tra una molteplicità di alternative in modo reversibile, come se alla fin fine esse fossero equivalenti perchè esteriori al soggetto. Mi riferisco al contrario ad una scelta che avviene in un momento puntuale, quello in cui siamo chiamati, se non a decidere, almeno ad intravedere il senso che vorremmo dare alla vita, un momento che, in quanto tale, non ammette rinvio. Quando si decide di compiere questo passo l’intera esistenza ne viene innervata, trae da essa la linfa che le serve a crescere. Consideriamo la difficoltà di presta-

re fede ad una scelta di questo tipo, che riguarda solo ed unicamente la coscienza del singolo. Si potrà allora comprendere meglio l’immane sforzo che nell’anno passato assieme abbiamo sostenuto per riuscire a coordinare e a nutrire le diverse singolarità, ognuna con le proprie specificità e aspettative. Come in tutti i lavori che si vogliono basati prima di tutto sui rapporti umani nel nostro piccolo abbiamo sperimentato quanto sia complicato superare gli scogli che naturalmente sembrano dividerci. L’unico modo possibile per riuscirci mi piace pensare che sia uno ed uno solo: combattere soprattutto contro Rachel Corrie

Peppino Impastato

Go

VERGOGNA!!! Che le istituzioni veneziane siano poco inclini alle politiche giovanili lo si sapeva già da tempo, come si sapeva già che troppo spesso vengono impiegati sforzi e finanze pubbliche per affrontare problemi futili a discapito di tematiche ben più importanti e dannose per la cittadinanza. Ma la notizia apparsa sui giornali locali in questi giorni ha dell’incredibile! Due bambini di dieci anni scacciati da alcuni zelanti vigili urbani mentre giocavano a “campanon” con l’accusa di imbrattamento. Eh sì signori miei, sono due ragazzini che disegnano il “campanon” con dei gessetti colorati il vero problema di Venezia e la nuova emergenza da affrontare. Ed è sicuramente più importante, per l’immagine della città, contrastare due terribili e pericolosissimi bambini intenti a salvaguardare tradizioni ludiche che da generazioni si tramandano di padre in figlio (a dire il vero con sempre più difficoltà, visto che i giochi “da campo” stanno sempre più scomparendo, lasciando il posto ai videogiochi ed al computer), piuttosto che contrastare fenomeni che al confronto sono irrisori, come la lotta all’evasione, al moto ondoso, all’abusivismo edilizio, alle lobby ecc ecc. E giustamente il nostro assessore al decoro urbano, Salvadori, nel difendere l’operato dei suoi paladini dell’ordine e della pulizia, avrà in buona fede pensato che è necessario stroncare sul nascere

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noi stessi, ormai disabituati alla fatica e al sacrificio della perseveranza e della condivisione, affinchè i nostri passi anche se incerti, procedano paralleli. Perchè, una volta superati gli scogli che solo momentaneamente ci bloccano la visuale, aldilà di essi ci si ritroverà davanti al mare. E lì diventerà lampante cosa andavamo cercando lungo quella strada piena di buche ma illuminata dal sole che abbiamo imboccato senza troppo riflettere un anno fa: sarà lampante proprio come la forza del mare quando ti stordisce con la sua bellezza, che toglie il fiato per poi riempirti di nuova aria. E mi auguro che una volta per tutte capiremo che la LIBERTA’, perchè è di questo che sto parlando, non ce la regalerà più nessuno, ma dovremo conquistarla giorno per giorno, consapevoli che solamente quando la SCELTA diverrà collettiva saremo in grado di costruire e non di distruggere. Più di qualcuno ci ha lasciato scritto nell’eredità della storia la necessità, non più rinviabile nè scaricabile su altri, di una dilatazione volontaria del senso di responsabilità e di partecipazione: mi riferisco a persone colpevolmente dimenticate o denigrate dai soliti mezzi di disinformazione, persone che hanno dedicato la loro vita a difendere un’idea di libertà che sembra essere stata dimenticata. Li abbiamo ricordati durante quest’anno e vogliamo continuare a farlo. Giulia Utimpergher

queste baby-gangs di bambini armati di gessetti e allegria, per salvaguardare le ormai precarie condizioni in cui giace il museo, ops, la città di Venezia! E come dargli torto?! Basti pensare che questi pericolosissimi bambini col gessetto potrebbero minare la propensione delle istituzioni locali alla dis-venezianizzazione della città. E poi Brunetta è inflessibile al riguardo: basta fannulloni! E quindi come impiegare tutti quei vigili urbani se non possono intaccare lo strapotere delle “mafiette” veneziane? Bhè, un paio li si mette a sorvegliare notte e giorno “el ponte de Caeatrava”, non sia mai che, da un momento all’altro, possa scappare; una decina li mettiamo a correre dietro a quegli omoni neri col borsone blu, il vero problema di Venezia; ma in caserma ne restano ancora! E allora ecco che il buon Salvadori trova la soluzione: tolleranza zero verso i bambini che, coi loro gessetti, giocano al “campanon” nei campi e deturpano il paesaggio veneziano. Meglio sdrammatizzare, anche se, a dire il vero, da ridere c’è ben poco. C’è anzi una chiara intenzione di trasformare Venezia in un luogo sempre più invivibile per i suoi abitanti, incentivandoli di giorno in giorno a trasferirsi in terraferma per lasciare spazio in centro storico al proliferare di attività dedite a spennare turisti ed a far cassa. Mi sento quindi di inviare un messaggio forte e chiaro a tutte le persone che, di facciata promuovono la venezianità e la salvaguardia delle tradizioni, ma che di fatto le contrastano e le reprimono: VERGOGNATEVI!!! Antonio Fantinelli


LA FRANCIGENA UN MODELLO SOSTENIBILE

La Via Francigena che da Canterbury portava a Roma è un itinerario della storia, una Via maestra percorsa in passato da migliaia di pellegrini in viaggio per Roma. Questo tragitto attesta infatti l’importanza del pellegrinaggio in epoca medioevale; esso doveva compiersi prevalentemente a piedi (per ragioni penitenziali) con un percorso di 20-25 kilometri al giorno e portava in sé un fondamentale aspetto devozionale: il pellegrinaggio ai luoghi Santi della religione cristiana. Questa strada era allo stesso tempo via di intensi scambi e commerci e la stessa veniva attraversata dagli eserciti per spostarsi nel territorio. Oggi chi la percorre lo fa per il semplice piacere di camminare, esaminando particolari contesti territoriali presenti lungo il tracciato. L’interesse per questo antico itinerario è aumentato in modo sorprendente negli ultimi anni; prendendo spunto dal consolidato cammino di Santiago de Compostela nell’aprile 2001, a Fidenza, è nata l’Associazione dei Comuni italiani sulla Via Francigena, divenuta nel 2006 Associazione Europea delle Vie Francigene. Un’iniziativa avviata da 34 Comuni e Province italiane appartenenti a 7 Regioni, che nel giro di sei anni è già notevolmente cresciuta, portando a 84 il numero degli Enti Locali aderenti, fra i quali Roma, Canterbury (UK) e la Comunità francese Artois-Lys. L’unione sinergica è indirizzata al miglioramento ambientale-economico e turistico-produttivo della Via. In quest’ottica rientra il progetto messo in campo dal Prof. Virginio Bettini dell’università IUAV di Venezia; il quale assieme a collaboratori e studenti, ha realizzato un programma a doc, consistente nel percorrere tutto il tragitto a piedi (oggi spostato su vie alternative causa interventi umani), soffermandosi sistematicamente sulle originarie tappe dei pellegrini che attraversavano la strada ad inizio millennio. Il fatto di camminare è fondamentale, in quanto, solo con questo sistema, si possono percepire elementi che altrimenti non sarebbero presi in considerazione nella valutazione complessiva del tracciato. All’interno dell’università, l’iniziativa ha attecchito fin da subito, portando su strade e sentieri un gran numero di studenti di Pianificazione del territorio e Architettura del paesaggio. I numeri parlano chiaro, dimostrando un incremento notevole di partecipanti rispetto l’edizione precedente, da settanta a oltre centoquaranta.

Quest’anno il tragitto si è inoltrato nell’Appennino Tosco-Emiliano partendo da Groppello Cairoli (Pavia) e arrivando a San Miniato (in Toscana); continuando quello che si era iniziato l’anno prima, sul tratto da San Miniato a Roma. L’obbiettivo è quello di arrivare all’ultima meta nel 2012 e concludere così un progetto che, oltre a incentivare un nuovo modo di fare università, promuove l’idea di controllare il territorio secondo le caratteristiche antropologiche, ambientali e paesaggistiche di ogni luogo, abbattendo frontiere e limiti amministrativi svantaggiosi per la sostenibilità ambientale nel breve e lungo periodo. L’assenza di un modello omogeneo su grande scala, in grado di decidere e far rispettare regole da seguire nella costituzione e gestione del tracciato, porta ogni Provincia e Regione a considerare in modo autonomo questo progetto, dimostrando nei piani di governo del territorio una certa sensibilità o un totale disinteresse alla questione. L’azione di noi studenti è stata quella di interrogare tutti i sindaci dei paesi attraversati, ponendo quesiti e proposte per migliorare e gestire al meglio il percorso. Questo assieme alle lezioni itineranti dei professori lungo la Francigena ha rappresentato la parte prettamente didattica dell’esperienza che si è conclusa con le presentazione degli elaborati finali, prodotti dall’attenta analisi di tutte le criticità e qualità territoriali riscontrate lungo il viaggio. Mossi da uno spirito provocatorio-costruttivo abbiamo cercato di promuovere tra amministratori, imprenditori e comuni cittadini l’importanza di preservare le qualità paesaggistiche territoriali di luoghi attualmente inesplorati o marginalmente conosciuti, ma in realtà contenenti qualità che oggi possono essere riscoperte per trarne benefici economici e sociali grazie all’utilizzo di un turismo ragionevole, in grado di contribuire alla preservazione di tali zone. Gli elaborati cartacei e informatici prodotti, riguardanti le situazioni qualitative e i casi d’impatto ambientale riscontrato lungo il cammino, saranno presentati ad una assemblea con inviti a tutti i sindaci dei quindici comuni da noi soffermatisi per la notte (in aggiunta a quelli attraversati l’anno prima). Come i pellegrini un tempo e con la differenza di venire ospitati in palestre con sacchi a pelo o in campi sportivi con le tende, invece che in locande o conventi religiosi come 1000 anni fa . L’idea è quella di recuperare in par-

La Via Francigena attraverserò camminando, meditando, elaborando. www.lungolavia.it

te tratti originari della Via e incidere affinché questa sia messa in sicurezza in tutti i suoi punti, impedendo l’attraversamento di strade asfaltate a forte percorrenza; segnalando in modo evidente i sentieri da percorrere, senza far perdere il pellegrino; premendo affinché si incrementi l’ospitalità al viandante, adottando politiche di convenzione tra comunità cittadine, amministrazioni e viaggiatori; in modo da dettare un modello di regole unitario lungo il percorso della Via Francigena in Italia è più ambiziosamente nella totalità del percorso Europeo. Al di la dell’ esame in se e dei crediti acquisiti l’esperienza è stata in grado di legare lo spirito del camminare, alla teoria che viene spiegata nelle università. Il calarsi sulla scena interloquendo con sindaci e amministratori, il crearsi di relazioni tra docenti e studenti più di quanti non se ne fossero costruiti in anni di lezioni tra le aule; ha fatto si che si formasse un gruppo affiatato, in grado di condividere momenti critici (3040 Km al giorno a piedi non sono pochi per chi non si è mai cimentato prima) ma anche assaporare all’imbrunire, il piacere di arrivare alla meta. Sicuramente impegnativo dal punto di vista fisico, ma in quindici giorni di viaggio non sono mancati i momenti di festa e divertimento, sempre accompagnati da un clima disteso e sereno. Il prossimo anno ci vedrà protagonisti della scalata del Gran Sasso dove da Losanna (Svizzera) raggiungeremo Groppello Cairoli (Pavia) completando così il terzo troncone di quello che per noi ormai e un appuntamento fisso. In un tempo in cui l’università staper essere consegnata alle lobby private, svendendo alla mercé degli speculatori il suo potenziale produttivo, la Francigena rappresenta un modello che vorremo fosse riprodotto su grande scala, con lo spirito di legare la pratica alla teoria, senza restare sempre chiusi in un aula ad ascoltare monotone lezioni. La promozione della nostra “avventura” continuerà nel corso dell’anno, incentivando a livello didattico questi tipi di “corsi sul campo”, e premendo affinché l’ateneo nonostante le difficoltà a reperire fondi, sponsorizzi e finanzi questo tipo di attività. L’esperienza della Via Francigena è innanzitutto Scuola di vita. Studenti Universitari per la Francigena

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Premio Internazionale ATTILA 2008 Sezione speciale nordest

In questi giorni una commissione composta da rappresentanti di associazioni e movimenti che lottano per la difesa dei beni comuni, della qualità della vita e dei diritti dei cittadini, ha selezionato tra una vasta rosa di candidati, il personaggio a cui attribuire il PREMIO ATTILA 2008 alla carriera per essersi particolarmente distinto attraverso le attività che hanno contribuito in maniera determinante a causare danni irreversibili ed irreparabili all’ambiente , alla qualità della vita dei cittadini ed hanno privato le comunità locali del diritto di poter decidere del loro futuro. Molti sono stati i candidati comunque degni di essere citati e ricordati : Silvio Berlusconi e i Ministri dei suoi diversi Governi, in particolare Lunardi e Matteoli; Romano Prodi e i Ministri dei suoi diversi Governi, in particolare Costa e Di Pietro; Giancarlo Galan e i componenti delle sue Giunte Regionali, in particolare Renato Chisso; Silvano Vernizzi Commissario Straordinario per il Passante; Maria Giovanna Piva e i precedenti Presidenti del Magistrato alle Acque di Venezia; il Presidente del Consorzio Venezia Nuova e i Presidenti delle imprese che lo compongono e che sono collegate alle sue molteplici attività; Renata Codello, come Soprintendente ai Beni Architettonici e Paesaggistici di Venezia e Laguna; Roberto D’Agostino, come ex assessore del Comune di Venezia, Presidente di Arsenale spa e della società che sta gestendo la privatizzazione

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dei beni del Demanio Pubblico. Non citiamo, per problemi di spazio, molti altri: imprenditori, dirigenti, luminari, intellettuali attivi e passivi nella realtà Veneziana. La Commissione dopo lungo ed attento esame dei vari curricula, all’unanimità, ha deciso di assegnare il Premio Internazionale ATTILA 2008 per la sezione speciale nordest per l’attività svolta nella molteplicità dei suoi ruoli locali, nazionali ed internazionali a Paolo Costa. Come Sindaco del Comune di Venezia (oltre che ex Ministro dei lavori pubblici e consigliere di Romano Prodi per le Grandi Opere) nel Comitato Interministeriale del 2003 ha votato a favore del progetto MOSE in sede di Comitatone, mentre il Consiglio Comunale aveva dato mandato di votare contro se non si fossero fatte le verifiche che individuava; successivamente ha sempre strenuamente difeso in tutte le sedi il progetto MOSE, un vero e proprio ecomostro, inutile e dannoso che creerà danni irreversibili a Venezia e alla sua laguna, patrimoni dell’umanità; un progetto dal costo di 4,3 miliardi di euro che prosciugherà tutte le risorse economiche indispensabili per la normale manutenzione della città, che sta letteralmente cadendo a pezzi, dirottandole nelle casse della lobby d’Imprese del Consorzio Venezia Nuova che ha il monopolio dello studio, progettazione e realizzazione del progetto.

(monopolio vietato dalle leggi nazionali ed europee) ed impedendo, nello scenario di crescita dei livelli marini per l’effetto serra, la riconversione produttiva ecocompatibile di Porto Marghera per la grande frequenza di chiusura della bocca portuale di Alberoni. Una realizzazione che farà crescere frequenza ed intensità della acque alte impedendo, nel contempo, la realizzazione di soluzioni diverse maggiormente efficienti come ha valutato anche il Comune di Venezia Ancora come Sindaco del Comune di Venezia ha votato assieme alla sua Giunta lo status di “Opera di Pubblica Utilità” per un altro progetto inutile e devastante che è la sublagunare, tubo subacqueo che porterebbe altri milioni di turisti devastando fondali lagunari e assetti sociali della città. Un “progetto di finanza” economicamente insostenibile, dove i costi per la realizzazione sono spudoratamente sottostimati e dove le eventuali perdite di realizzazione e di gestione sono totalmente a carico della collettività. Da Parlamentare Europeo e presidente della Commissione Trasporti attualmente si sta battendo per la realizzazione del Corridoio 5 e della TAV, ignorando le proposte alternative dei Comuni di valle. E’ stato nominato dal Governo Prodi come Commissario Straordinario per la costruzione della nuova Base USA Dal Molin a Vicenza ed è stato confermato in questo ruolo anche dal Governo Berlusconi per cercare di evitare comunque il referendum popolare di consultazione. Il suo ruolo di difensore delle lobby d’imprese che sono coinvolte nei vari progetti precedentemente citati (combattuti e non voluti dalle comunità locali) lo ha reso ormai uomo utile per qualsiasi schieramento di governo; è l’esempio dell’uomo buono per tutte le stagioni e variabili politiche. Per queste doti non comuni è stato premiato e nominato dal governo Berlusconi come nuovo Presidente dell’Autorità Portuale di Venezia (attività che dovrebbe essere incompatibile con il suo ruolo Presidente della Commissione Trasporti e Turismo del Parlamento Europeo); ruolo nel quale potrà continuare a privilegiare progetti ed attività che creeranno seri problemi alla sopravvivenza dell’ambiente lagunare (scavo abnorme dei fondali per far entrare in laguna navi sempre più grandi, incompatibili e devastanti) Queste sono in sintesi le motivazioni per le quali Paolo Costa ha vinto questo ambitissimo premio.


Corrado e Alicia

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SVOLTALA! Dal 2000 ad oggi il Progetto Giovani di Mogliano Veneto ha contribuito in più occasioni ad arricchire la vita sociale e culturale cittadina, aprendo un dialogo con le amministrazioni ed operando attivamente sul territorio. Il bisogno di socialità e di apertura nei confronti del mondo dei ragazzi, nel corso degli anni ha portato ad una seria discussione sulle reali esigenze di quella parte di cittadinanza fino a quel momento in silenzio. Un segnale forte, UN URLO, lanciato dai giovani a chiunque potesse raccoglierlo. Un messaggio che una parte significativa dei ragazzi di questa città ha portato avanti insieme, passo dopo passo, confidando nel fatto che qualcuno potesse ascoltarlo. Nascono quindi i primi eventi organizzati dai giovani e vengono alla luce i primi spazi ricreativi, diventati subito importanti punti d’incontro e di progettualità: la sala prove di Bonisiolo e lo Skate Park. Nel 2004 da tutte queste esperienze nasce l’Associazione culturale Nitepark con l’obiettivo di costruire percorsi artistici, culturali e sociali. I giovani realizzano quindi il Summer Nite Love Festival, mettendosi alla prova nell’organizzazione ed autogestione dell’evento più lungo e coinvolgente che Mogliano abbia mai avuto negli anni . Decine di ragazze e ragazzi, per un mese, hanno dato vita ad un susseguirsi di concerti, spettacoli, meeting che non solo hanno animato le serate moglianesi, ma hanno anche dimostrato la ricchezza e la policromia culturale di questo territorio. Da allora di anno in anno la festa riesce a coinvolgere sempre un maggior numero di persone, sia dal lato organizzativo sia da quello del pubblico. Da qui le tante urla (Sala Prove, Skate Park, Nite Park) sono diventate un solo comprensibile grido:l’esigenza e il bisogno di uno spazio dove far nascere, crescere e realizzare le nostre idee; uno spazio che tutti i giovani riconoscano come luogo familiare, proprio, da arricchire costante-

Per chiunque voglia partecipare con idee o critiche e per scaricare i numeri arretrati:

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mente di nuovi contenuti per sentirsi finalmente partecipi e attivi nel proprio territorio. E da qui lo spazio polifunzionale, il luogo che ha permesso a queste urla di diventare un qualcosa di concreto: due sale prove e una di registrazione,un bar con terrazza e una sala polifunzionale che ospiterà numerose attività: feste concerti spettacoli teatrali cineforum corsi di formazione e ogni altra proposta formulata e ritenuta interessante. Per questo nasce l’associazione “LaSvolta”, che con l’esperienza acquisita negli anni si prepara a gestire lo spazio e coordinare le varie attività proposte da quelle realtà esistenti nel territorio che condividono le aspirazioni e gli obiettivi che hanno dato inizio a questo lungo ed entusiasmante percorso. Uno dei primi traguardi raggiunti recentemente è stato la possibilità di partecipare al Meeting tenutosi nel centro “Tou Sceene” a Stavanger (Norvegia) capitale europea della cultura 2008, data a due membri dell’associazione LaSvolta e ad un operatore del Progetto Giovani Dopo un’attenta analisi delle caratteristiche del nuovo centro polifunzionale di Mogliano e della linea culturale che l’associazione stessa intende sostenere, i membri del Trans Europe Halles hanno deciso di accogliere il centro all’interno del network europeo. Nel corso della stagione invernale 2008-2009 si arriverà finalmente al coronamento degli obiettivi fin qui prefissati, aprendo al futuro nuove possibilità di crescita e conquista. E’ per questo che invitiamo quanti abbiano volontà di intraprendere un nuovo percorso di consultare la pagina web www.myspace.com/lasvolta e prendere visione della programmazione dello spazio. E perché no di partecipare alla sua crescita.

lapriscatole.forumfree.net lapriscatole@libero.it

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Riunione Apriscatole ogni Martedì, 18.30 Carcan

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